I giorni dell’amore


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I GIORNI DELL’AMORE

I GIORNI DELL’AMORE

Dramma in due tempi

di DOMENICO CAMPANA

                                   

PERSONAGGI

Il Ministro

II Giudice Militare

Il Capitano

II Cancelliere

Lo Psichiatra

Primo Assistente

Secondo Assistente

 Un Chitarrista

Primo Ope­rio

Secondo Operaio

Primo Gendarme

Secondo Gendarme

Il Gio­vane John

Gli Abitanti di un Villaggio

Soldati e Gendarmi

Folla

L’azione del dramma si svolge ai nostri giorni, in un Paese dell’Africa Nera ancora soggetta al dominio dei Bianchi. L’assetto politico e sociale e le condizioni ambientali sono molto simili a quelli dell’Unione Sudafricana.

Commedia formattata da

PRIMO TEMPO

Una bettola per negri nella capitale (la stessa della 1" scena del 2° tempo). E' quasi deserta ancora. Seduto su una sedia il cantastorie canterella traen­do accordi dalla chitarra. Un negro è seduto ad un tavolino, in fondo. Ha la testa reclinata, quasi dor­misse. Il padrone è intento a mettere in ordine un tavolo. E' sera.

 Il Cantastorie               -

Tempi strani, tempi pazzi,

Vivono i vecchi come i ragazzi.

Per le strade le nonnine

Sembran tutte fanciullìne.

Ma togli la veste: il seno è cascante.

Fanno moine, non trovan l'amante.

Perché, se vuoi saper la verità,

Lo struzzo chiude gli occhi,

ma non cambia la realtà.

La nuova età dell'oro è cominciata:

Sorridono tutti, in nome del progresso.

Io non sono ottimista, lo confesso,

mi sembra tutta una gran mascherata.

Sorridon sempre tutti; ma, a vedere,

in fondo son sorrisi di dentiere.

Possiam cantarlo, temo, tutti in coro:

la nuova età felice è l'età del similoro. (Entrano il capitano, in borghese; il giornalista Davis; Joan, la moglie del capitano e Bianche, una amica di Davis. Sono allegri, però di un'allegria un po' impacciata. La moglie del capitano è una signo­ra elegante e fine con un viso delicato, non più giovanissima. Si guarda attorno come timorosa. Il padrone osserva i nuovi arrivati con sorpresa, poi va loro incontro: ha riconosciuto Davis).

Il Padrone                    - Prego, si accomodino: è un grande onore...

Bianche                        - Bello, qui. Caratteristico.

Joan                              - Non mi entusiasma. Queste facce... Sarebbe proibito venirci.

Davis                            - Via, una segregazione come si deve va sempre intesa a senso unico. E poi, abbiamo con noi uno degli uomini più influenti...

Il Capitano                   - Mi mette in un bel rischio, lei. Se qualcuno ci sorprende...

Blanche                        - Vorrei proprio vedere quel caporale che viene a chiederle spiegazioni. Il braccio destro del ministro.

Joan                              - (guardandosi attorno) Per favore. Non è prudente.

Davis                            - Ci fermeremo solo per un bicchiere.

Il Capitano                   - Lei viene spesso qui, vero? Vorrei che mi spiegasse che ci trova di attraente.

Davis                            - Oh, un giornalista deve conoscere tutto. E poi, mi diverte.

Blanche                         - Io lo trovo così eccitante. Questi bei negri con quelle facce torve, i denti che scintillano...

Joan                               - Parli sottovoce!

Il Capitano                    - Voi americani siete tutti un po' matti. I negri dì casa vostra non li trovate così seducenti. (Entrano due negri).

Blanche                         - Guardi, Joan, quei due che erano fuori, sul marciapiede. Che sguardi di fuoco.

Joan                               - Venir qui vuol dire sfidarli.

Blanche                         - Per questo è eccitante.

Joan                               - Non so... quando alle persone rispettabili piace andare nelle bettole... è come quando le signore per bene trovano divertente sdraiarsi nel letto delle prostitute: dà l'idea che ci sia molto marcio, in giro.

Davis                             - E' il desiderio di conoscere. Secondo me dovreste venire spesso in questi luoghi. Per il vostro bene. Ignorate troppe cose di questo grande fiume nero che vi scorre accanto. Loro, invece, sanno come siete fatti voi; servono nelle vostre case, fanno gli operai nelle vostre fabbriche. Vi studiano, vi giudicano. Quando il giorno verrà, vi coglieranno di sorpresa.

Il Capitano                    - Sciocchezze, Davis. Sa benissimo che quel giorno non verrà mai.

Davis                             - Dunque non preoccupiamoci. Beviamo. E consideriamo questa visita come una rapida escursione nelle viscere della società, senza rischio né pericolo. La rivoluzione innocua ad uso dei turi­sti, come il peccato nelle bòìtes di Parigi. Blanche (delusa) Davvero, capitano, lei crede che non scoppierà nessuna rivoluzione?

Il Capitano                    - Ma certo, Bianche. Vede, i giornalisti si eccitano troppo. Sono come le signore all'età critica, esagerano. Una palpitazione, e pensano al mal di cuore, uno svenimento... (Joan ha chinato la testa, Davis la fissa comprendendo la gaffe del capitano. Questi si interrompe e con sincero dispia­cere prende la mano della moglie) ... oh, scusa cara, scusa. Non devi prendertela, la tua è una cosa seria. Non c'entra. Io volevo dire... non pensavo... Davis (per distrarli) Comunque, abbiamo qui un astrologo di prim'ordine. (Batte le mani rivolto al cantastorie) Un uomo spiritoso. Tu, vieni qua. Non aver timore, avvicinati. Mettiti qui accanto, ti garantisco l'immunità. Ecco, adesso sei sotto la protezione degli Stati Uniti: la bandiera stellata e la Costituzione. Devi cantarci una delle tue can­zoncine. (L'altro si ritrae un poco, timoroso).

Davis                             - Avanti! Non avere paura. Altrimenti ti consegno ai cattivi.

Joan                               - Lei sta esagerando, Davis. Blanche (con uno smagliante sorriso) Su, una canzone, per favore.

Il Cantastorie                -

Troppo hanno costruito,

troppe cose hanno veduto.

Troppo vino assaporato,

troppe donne hanno baciato.

Vivon la vita come fosse un gioco :

ma i loro occhi han pianto troppo poco.

Il Capitano                    - Non mi sembra allegro, il repertorio.

Davis                             - Giusto. I miei amici vogliono divertirsi. Quando sì lavora tutto il giorno, la sera bisogna spassarsela. Di giorno il sudore delle meningi, la sera quello dei pantaloni.

Blanche                         - (maliziosa) E la notte?

Davis                             - E la notte... le cilecche. Gran bella civiltà.

Blanche                         - (al cantastorie) Ci canti una bella can­zone d'amore. Una canzone sull'amore di un negro per una ragazza bianca.

Il Capitano                    - No. Scusi, Bianche, questo no. Vat­tene, tu.

Davis                             - No, aspetti. Un po' di spirito via. Quest'uomo è bravissimo, sa improvvisare. Certi negri sono come gli antichi oracoli: un demone li ispira.

Il Cantastorie                - C'era una volta un negro, che s'era innamorato d'una bianca. L'amava molto, la sua pelle candida, e davvero lei era una gran dama. Il negro non ardiva di guardarla, alzar gli occhi gli sembrava un sacrilegio. La mattina s'acquattava dietro l'angolo ed aspettava di vederla passare. Ma una sera, tornando alla capanna, il negro trovò la dea sul letto, bianca, tutta bianca sul bianco lenzuolo. Gli disse: « Cos'aspetti, Tom? Ogni notte io sogno le tue braccia forti ogni notte io mi perdo nel buio della tua pelle ».

Il Capitano                    - (alzandosi di scatto) Che impudenza! Vieni qui. Il tuo lasciapassare!

Joan                               - (si guarda attorno impaurita) Per favore, calmati!

Blanche                         - La colpa è mia, gliel'ho chiesto io.

Davis                             - Andiamo, è un artista: non va preso sul serio. Tra un attimo, forse, dirà cose piacevolissi­me: segue l'ispirazione. Canta ancora, tu, ma lascia stare le donne, hai capito? (Gli strizza l'occhio).

Il Cantastorie                - Quando vedo qualcuno predicare, ed i gonzi che stanno ad ascoltare, sull'onor mio ho gran voglia di ridere ma subito dopo mi metto a tremare. Parla di giustizia, parla di pace: dalla padella cadremo nella brace. Questo è il migliore dei mondi possibili, davvero non è il caso di cambiare. Tutto dev'andare sempre avanti come ora: i potenti su in alto, e i poveri in malora. Il potente sta in alto perché l'ha meritato; il pezzente sta in basso perché è uno sfaticato. II leone ha quattro zampe, il serpente nessuna. Il sole è un po' apoplettico, è pallida la luna. L'universo è fondato sulla diversità. E chi vuole cambiarlo in manicomio va. (S'inchina e si ritira. Davis e Bianche applaudono).

Blanche                         - Non si diverte, Joan?

Davis                             - Mi dispiace davvero. Siamo usciti per lei...

Joan                               - Oh, scusatemi tutti. Speravo proprio di riuscire a distrarmi.

Blanche                         - (con femminile tenerezza) Be' vorrei vedere: la capisco. E' preoccupata, poverina...

Joan                               - (al marito) Allora, devo proprio partire domattina? Non credi che qui...

Il Capitano                    - Non insistere, ti prego. Ne abbiamo già discusso.

Blanche                         - A Londra ci sono ottimi specialisti.

Joan                               - Medici! Ne ho consultati tanti. Non spero più nei medici. Invece qui...

Il Capitano                    - (irosamente) Non parlarne neppure, ti prego!

Joan                               - C'è un negro, sapete... un'amica della moglie del dottor Shaeffer, del governatorato, aveva un male incurabile. Le avevano dato tre mesi di vita. Adesso sta benissimo. E' andata nella regione del fiume...

Davis                             - Ma è di Naman che parlate. Un sedu­cente miscuglio di stregoneria e di politica.

Il Capitano                    - Un ciarlatano, un allucinato.

Davis                             - Medicina e politica hanno questo in comu­ne: il successo, si fonda sulla ciarlataneria. Ma voi... davvero non vi fa paura?

Il Capitano                    - Paura? Chi? Quel poveraccio?

Davis                             - Eppure io, al vostro posto...

Il Capitano                    - Stia tranquillo, è innocuo. Glielo assicuro.

Davis                             - Non è innocuo. Parla di Dio.

Il Capitano                    - Appunto.

Davis                             - Non è innocuo. Mi sono spesso domandato perché lo lasciate libero. Forse non potete più fermarlo.

Il Capitano                    - (con tono saccente) Quell'uomo ci serve. Nel vostro Paese c'è la libertà di stampa, qui gli stregoni e i tipi come Naman. Una delle regole d'oro del potere è questa: chi riceve le fru­state deve essere libero di gridare. Non si può permettere che le restituisca, e neppure che scap­pi. Ma gridare è un suo sacrosanto diritto.

Davis                             - Oh, spesso non pretendono neanche più di gridare. Voi politici avete scoperto l'anestesia. Il paziente è quasi sempre d'accordo. (A Joan) Spero che lei faccia un buon viaggio. E che i bisturi londi­nesi non le asportino tutte le speranze.

Blanche                         - Speriamo che faccia bel tempo, domani. Avete sentito di quell'uragano nel Madagascar? Si è abbattuto all'improvviso sulla costa la notte scorsa, e sono morte cinquemila persone. Erano andate a letto serene.

Davis                             - Cose che accadono. Noi siamo qui che parliamo, beviamo; e forse già si formano le raf­fiche dell'uragano destinato a travolgerci.

Il Capitano                    - Ah, ma lei è proprio un pessimista! Lo fermeremo, caro Davis, se proprio verrà. Lo fermeremo.

Joan                               - Come si può fermare un uragano? Costruisci palizzate, e il vento passa attraverso i pali. Innalzi dighe, e le onde le frantumano. Anzi, quei mattoni che dovevano servire a fermarlo l'uragano li usa per schiacciarti.

Blanche                         - Gli uragani sono inarrestabili. Sono come i grandi amori.

Il Capitano                    - Brava! Così mi piace. Viva l'ameri­cana romantica! Signori, vi ricordo che questa è una festa. L'uragano riguarda il Madagascar, gra­zie a Dio. Niente paura. Il nostro cielo è comple­tamente sereno.

(La scena si oscura. Si ode sempre più forte un rullo di tam-tam).

Secondo quadro

 (Il rullo dei tam-tam diminuisce. Si ode, nel buio, la voce di Naman che parla. La luce, a poco a poco, mostra Naman nella piazza di un povero villaggio negro, mentre parla alla folla).

Naman                          - Voi siete poveri, malati, oppressi. Vi ten­gono segregati, non permettono che mangiate al loro tavolo, e neppure a quello accanto: gli ospedali che vi curano rifiutano di salvare le vostre vite. Ma io vi dico che il Gran Re, più potente del bianco più forte, il Gran Re è vicino a voi: più vicino a voi che a loro. Vi scacciano dai marciapiedi e dalle loro case di marmo, ma i palazzi nei quali voi abi­terete sono fatti di oro e cristallo, e le strade sel­ciate di diamanti. (Mormorii della folla) E nello stesso tempo io dico loro: badate a voi! Badate che il colore della vostra faccia sia anche il colore della vostra anima, perché altrimenti le mani levate al cielo dei vostri fratelli negri saranno come un'im­mensa foresta, nella quale vi impiglierete senza scampo. E dico: guai a voi, potenti, che osservando la legge credete di aver compiuto il vostro dovere. Avete trascurato le cose più importanti; la giustizia, la misericordia, l'amore. Guai a voi, governanti ipo­criti, che caricate il popolo di pesi insopportabili, e voi non li toccate neanche con un dito. Presto vi sarà chiesto il conto delle vostre malefatte. Par­late di ordine, ma non c'è ordine nei vostri cuori, nelle vostre famiglie e nei vostri conti. Parlate di difendere la libertà, ma si tratta della libertà vostra, perché gli altri non l'hanno. Parlate della civiltà, che può importare all'uomo di una ci­viltà che non gli dà pane per sfamare i suoi figli? Fate attenzione, dunque, perché Dio alimenta l'ira del popolo, e il giorno del castigo vi sorprenderà sorridenti nei vostri letti. Finché ancora potete, fatevi umili e silenziosi, per ottenere il perdono. Non inorgoglitevi perché state sopra gli altri, e siete ministri: ministro infatti vuol dire « servo » e solo per la misura in cui avete servito vi giudi­cheranno. Guai dunque a voi, politicanti che erigete monumenti ai giusti, dopo che i vostri padri li fecero fucilare come sovversivi. Voi dite: « Se fos­simo al tempo dei nostri padri, non saremmo com­plici di quel sangue ». In realtà siete i figli dei padri vostri. Ma già gli operai alzano il palco sul quale sarete condotti. Voi avete dimenticato il dolore, e per questo siete sterili e sarete recisi. Verranno al vostro posto questi fratelli umiliati, che ancora conoscono il sorriso del bimbo e l'umiltà della terra. (Finisce il discorso. Applausi e danze di gioia. Tutti gli si accalcano attorno).

Il Capo                          - Sei stanco, riposati. Siedi e bevi il nostro latte. (Naman siede, un poco appartato, insieme con il capo. Ha inizio un colloquio tra amici di Naman e gli abitanti del villaggio).

Uno della Folla             - Dimmi, quanto tempo passerà ancora prima che il Gran Re venga a liberarci?

Nyanga                         - Presto, presto. Siate pronti.

La Folla                         - Come sarà, quando avremo vinto? Credi che potremo abitare nelle città come i Bianchi? Dimmi, potremo vestire come loro? Certo, sciocco: guideremo le loro automobili. Non dovremo più aspettare i camion quando c'è ancora la luna, per andare alla piantagione. La piantagione? Andranno loro, alla pianta­gione, e guai se il raccolto non sarà abbondante!

Una Ragazza                 - E non avremo più bisogno di lasciapassare.

Un Giovane                  - (con un gesto audace) Tu di lascia­passare non hai bisogno neanche adesso! (Risate).

Un Vecchio                   - Sentite, amici, io sono tra i più anziani di questo villaggio. Ho servito i Bianchi nelle loro case per molti anni. Non voglio andare nelle loro città e vivere come loro. Questi desideri li lascio ai giovani che ancora non sanno. Io ho vissuto a lungo con loro: non c'è molto da impa­rare. Vorrei finire i miei giorni tranquillo. Desidero un pezzo di terreno, ecco, con una casa, ma che fosse proprio la mia. E nessuno potesse togliermela, nean­che l'ufficiale dei gendarmi. Quando avremo vinto concederete questo, a quelli come me?

Un Giovane                  - Non basta! Non basta! Grande cosa! Diventare i padroni dell'Africa per possedere un orticello. Da troppo tempo siamo schiavi, e lo sare­mo ancora. Perché, non illudiamoci, compagni: finché non avrò visto i negri al potere, io non ci crederò. (Agli amici di Naman) Stasera voi ve ne andrete, ma i gendarmi rimarranno. E forse a noi toccherà, per avervi ascoltati, lavorare in un campo di concentramento per un anno. (Mormorii tra la folla, qualche protesta).

Nyanga                         - Nessuno ti ha obbligato a venire. Se avevi paura potevi andare davanti alla caserma, a svento­lare la tua devozione ai Bianchi.

Un Giovane                  - Non ho paura! Voglio soltanto ricordare a voi, e ai miei compagni, che il rischio è grande, e perciò il compenso deve essere elevato. Non basterà un po' di terra e una capanna per riscattare le nostre umiliazioni. L'Africa deve cam­biare il suo volto! Tutto ciò che ricorda l'infamia dei Bianchi deve andare distrutto. Le madri dei bambini bianchi soffriranno quello che hanno sof­ferto le nostre madri.

La Folla                         - Ha ragione! Ha ragione!

                                      - A morte i Bianchi!

Naman                          - Io ti capisco, ragazzo. Hai sofferto, ma se vuoi che veramente i Bianchi non contino più nulla, non pensare con i loro stessi pensieri. Io sono venuto a liberare il mio popolo. Non voglio sottrarlo ai Bianchi infami per darlo nella mano dei Negri ingiusti.

Matubele                       - Naman ha ragione. I Bianchi non hanno avuto pietà, noi ne avremo. Non pensate alle vendette: è un lusso pericoloso. Se non saremo cauti, arriveranno da tutto il mondo milioni di Bianchi, con tutta la loro potenza. E saremo più schiavi di adesso.

Un Giovane                  - Li stermineremo!

Nyanga                         - Amici, attendiamo con pazienza e agia­mo con decisione. Adesso rispondete alla mia do­manda: Naman, il grande Naman, può contare su voi tutti?

La Folla                         - Sì, sì. Viva Naman!

Nyanga                         - Quando avremo vinto, non dimentiche­remo coloro che sono stati fedeli. Otterrete tutto quello che ora vi è concesso solo di desiderare.

La Folla                         - Potremo almeno avere una bicicletta, tutti?

Il lavoro, amici. Un lavoro compiuto per noi stessi, non per i padroni.

Mio marito ha lavorato solo tre mesi.

E il medico. Le medicine.

La figlia di Sotho è morta perché il dottore bianco si è rifiutato di curarla.

Un grammofono sarebbe il mio sogno. E' vero che tutte le ragazze avranno un grammofono?

(Naman intanto è andato verso una donna ancora giovane, che se ne sta appartata. A capo chino, ascolta con mestizia e non partecipa all'eccitazione. Tiene accanto a sé una bambina).

Naman                          - E tu, madre, non chiedi nulla?

La Madre                      - Ho perduto da poco il mio bambino. Si chiamava Daniel. Era tutta la mia vita. Che vuoi che m'importi, dei tuoi grammofoni? (Sì sente spa­rare. Delle grida, mentre la folla ammutolisce. Poi ancora raffiche. La gente comincia già a sbandarsi quando entra correndo un uomo).

Un Uomo                      - Hanno ucciso Nesshoué. La polizia. Erano su un camion, sulla strada. Gli hanno ordi­nato di fermarsi, e lui ha gridato: « Andate al dia­volo, viva Naman! ».

La Moglie di Nesshoué - (disperata) Nesshoué, Nesshoué! (Entrano due negri portando a braccia Nesshoué, che non dà segno di vita) E' morto è morto. (Naman si avvicina) E' morto per te. Ma tu puoi richiamarlo e ridarmelo. Dicono tutti che puoi compiere azioni straordinarie. Ridam­melo. Devi ridarmelo! Tu conosci le parole che obbligano la morte a fuggire. Dille, ti prego. (Na­man la guarda. E' come esitante. Poi si china len­tamente, prende tra le sue una mano di Nesshoué).

Naman                          - Non è morto, è solo svenuto. Svegliati, Nesshoué. (Nesshoué si muove).

La Folla                         - Prodigio! Prodigio!

Nyanga                         - Avete visto? Avete visto tutti! Non dimen­ticatelo, e raccontatelo ovunque. Naman è più forte della morte. Ricordatelo! Naman non abbandona chi gli è fedele.

La Folla                         - Naman ha fatto rivivere Nesshoué!

                                      - Naman comanda allo spirito della morte! i Siamo invincibili! (Danzano).

La Madre di Daniel      - Sei più potente della morte. Ti prego, comanda agli spiriti ancora una volta. Ridammi il mio bambino, fa' che torni a giocare con me. Era piccolo, ma ti sarebbe stato fedele. Gli avevo già insegnato il tuo nome, te lo giuro. Se tu vuoi, stasera, quando mio marito tornerà, Daniel gli correrà ancora incontro spalancando le sue braccine. Aiutami. Non puoi rifiutarmi questo.

Naman                          - (con dolcezza) Nesshoué... non era morto, madre.

La Madre di Daniel      - Era morto! Dici così perché non vuoi ridarmi Daniel. Sei cattivo! Ma forse tu non sei padrone della vita e della morte. Non puoi ridarmelo perché sei solo un uomo come gli altri. Puoi promettere lavoro per il giorno e divertimenti per la sera. Puoi promettere capanne e grammofoni. E poi? E poi? Io sono la donna più infelice di questo villaggio e tu non puoi fare nulla per me. Vattene! Per me tu non sei venuto. Io non ti conosco! (Gli volta le spalle).

Nyanga                         - Calmati, madre! Quando saremo al pote­re, potrai avere quanti figli vorrai. Tuo marito sarà ben pagato. Non un solo figlio: due, tre, e potrai allevarli senza preoccupazioni.

La Madre di Daniel      - Che m'importa? Io voglio Daniel! (Tutti la guardano. Nyanga se ne accorge).

Nyanga                         - Andiamo, amici, non c'è più tempo. La polizia sta per arrivare. Ricordate il vostro impegno. Avrete tutto quello che sognate. E ora cantiamo tutti insieme l'inno, l'inno del Movi­mento.

Matubele                       - (intona: « Inno del Movimento ») L'uomo nuovo avrà la pelle nera, L'uomo nuovo dall'Africa verrà. Incomincia la nostra primavera Costruiremo la nuova civiltà. Sotto la sferza dei Bianchi noi gememmo, Come bestie al mercato ci comprò. Piansero i figli, e impotenti vedemmo La mano bianca che su di essi calò. Ma adesso l'occhio del Negro è aperto e fiero. Adesso il Bianco già trema nel suo cuore, Degli schiavisti rovina l'impero, L'Africa è in piedi, con il suo dolore. L'Africa era una dolce fanciulla, Attese il Bianco come il dolce sposo. Ma lei, che del mondo fu la culla. Violò e percosse il Bianco presuntuoso. Ai padri i Bianchi rubarono la terra, Ma il ricordo dei figli ci è rimasto, In piedi, tutti, per la santa guerra, II mulo scalcia e già rifiuta il basto. Ora più a nulla gli servono i cannoni, Ogni ramo sa creare una zagaglia, Rugge il leone, s'inarcano i pitoni: L'Africa è pronta all'ultima battaglia. Qualcuno viene che sconfigge tutti, Ricostruiremo un'arca indistruttibile, Un'arca d'Africa galleggerà sui flutti, Quando morrà il vecchio mondo insensibile. Il Grande fiume corre alla sua foce Ed invano il canneto Io trattiene. Quale arma fermerà la nostra voce? Attenti, Bianchi. State in guardia, iene. (Marciano e cantando escono. Naman rimane im­mobile, assorto, fissando con profonda pena la derelitta madre di Daniel).

CANZONE DI GIOSUÈ'

Oh, Giosuè, torna vecchio Giosuè,

ferma il sole con il tuo pugno nero.

Giosuè soffiò nel dente di elefante,

e i suoi nemici piansero atterriti.

Soffiò nel lungo dente bianco,

e il cielo si riempì di zanne minacciose.

Oh, Giosuè torna, vecchio Giosuè, ferma il sole con il tuo pugno nero. Giosuè disse ai suoi: « Avanti, urlate ». I nemici avevano i fucili, avevano aeroplani, ma Giosuè soffiò nel dente d'avorio, le mura caddero, e la città fu sua. Oh, Giosuè, torna vecchio Giosuè, ferma il sole per il tuo figlio nero.

Terzo quadro

(Nel salone del Palazzo del Governo, nella Capitale. Naman dietro le cortine di un grande balcone guarda fuori. Si ode il clamore di una immensa folla entusiasta che riempie la piazza. Un po' più indietro sta Matubele, con espressione perplessa).

Matubele                       - Devi affacciarti ancora. Sono impa­zientì. Senti come gridano! Nessuno tornerà a casa se non ti affacci. (Naman si stacca dalla finestra).

Naman                          - No.

Matubele                       - Che succede? Non hai mai esitato a parlare in pubblico. Neanche quando le folle erano ostili. Guarda questo immenso gregge: sono tutti ai tuoi piedi, puoi farne quello che vuoi; una tua parola, e incendieranno il mondo!

Naman                          - E' questo che mi ripugna. Oggi mi sem­bra di averli traditi.

Matubele                       - Traditi?

Naman                          - Hai ricordato i miei discorsi. Ricorda quelle folle. Parlavo a gente ansiosa, uomini e donne che vivevano nella sofferenza, nella spe­ranza. I loro volti erano come illuminati: vi leg­gevo coraggio, risolutezza, amore; oggi non più. Un popolo che soffre è sacro, ma un popolo in trionfo fa paura. Guardali, osserva quei volti ine­betiti, gli occhi stravolti, le bocche aperte. Salta­no, ridono, cantano. Potrei farne quello che voglio, dici. E' vero: sono come bestie pronte a servire.

Matubele                       - Non ne sei orgoglioso? Tieni un po­polo nelle tue mani come un blocco d'argilla. Po­trai modellarlo come vorrai. Pensa a questa città: è vecchia, scettica. E' ai tuoi piedi, ti adora.

Naman                          - Vorrei che adorasse ciò che io adoro. Mi comprendi, almeno tu?

Matubele                       - Tu e quello che rappresenti siete la stessa cosa. La gente può amare un ideale solo attraverso un uomo.

Naman                          - E quando quest'uomo non ci sarà più? Tutto crollerà. Io voglio che duri per sempre.

Matubele                       - Per sempre? In ogni caso avrai com­piuto molte cose utili. Non sognavi di aiutare il tuo popolo? Da questo momento puoi aiutarlo. O vuoi abbandonarli proprio adesso?

Naman                          - Non li abbandonerò mai.

Matubele                       - Resterai sempre inaccessibile, tu: una porta sempre socchiusa e che mai si spalanca. Qua­lunque cosa sia tentato di fare, pensa a quelli come me che hanno abbandonato tutto, per seguirti.

Naman                          - Non rinfacciarmi la tua fedeltà.

Matubele                       - Rinfacciarti qualcosa, io? Comunque finisca l'avventura, ricomincerei da capo. Anche se dovessi andare davanti al plotone di esecuzione. E' stato troppo bello; per quattro anni ho vissuto. Ma perché parliamo così? E' il giorno del trionfo, oggi, non della sconfitta!

Naman                          - Chi sa che giorno è questo. (Entrano Xhosa e Nyanga).

Xhosa                            - Avete veduto? Guardate, guardate! Lag­giù! Hanno innalzato un tuo grande ritratto, e sotto, una banda suona il nostro inno. Senti? Non dimenticherò questo giorno, mai più. Poco fa, mentre venivo, mi hanno portato in trionfo. C'erano perfino due bianchi. Grazie, Naman, per avermi regalato questo giorno. (Gli va accanto e lo bacia).

Nyanga                         - I quartieri negri sembrano impazziti. La folla balla nei cortili, si ubriaca, prepara le luminarie per stanotte. Sembra che oggi abbiano vinto una guerra.

Matubele                       - Oggi i Negri hanno vinto una guerra.

Xhosa                            - S'incontrano pochissimi Bianchi per le strade, e hanno tutti la nostra coccarda sul petto, bene in mostra. Vicino al palazzo delle poste un gruppo di giovani ha linciato due bianchi che passavano in automobile.

Naman                          - No! Non è vero! Ditemi che non è vero. (Xhosa guarda confusa Nyanga, che aveva tentato di farle cenno di tacere).

Nyanga                         - Li hanno solo bastonati. Qualche ferita non grave. E' inevitabile, in queste giornate.

Naman                          - Io non volevo, non volevo questo! Ora mi sento ancora più colpevole.

Nyanga                         - Non accadrà più. Gruppi di nostri uomini, con un bracciale, mantengono l'ordine. D'altra parte non c'è più un poliziotto, sono tutti nelle caserme. (Entra Lissa).

Xhosa                            - Lissa, hai visto? Io non riesco ancora a crederci. Non mi convinco. Questo palazzo... Qui hanno dormito imperatrici bianche e i più grandi re della terra. E adesso ci siamo noi! Io, Lissa, tu e io.

Lissa                              - Ho visto il grande letto dell'imperatrice Enrica. Ti prego, Naman, accontentami. Lasciami dormire lì, stanotte. Sì, lo so, toccherebbe a te, ma non ci tieni tu, a queste cose. Nyanga invece ne sarà felice. (Nyanga non risponde).

Naman                          - Avete visto mia madre?

Lissa                              - Si è fermata qui accanto, presso una fa­miglia dì amici. I compagni volevano che salisse ma ha rifiutato. Credo che questo trionfo la inti­midisca. La conosci, è rimasta una donna tanto semplice...

Naman                          - Una povera contadina.

Lissa                              - Non volevo dire questo.

Matubele                       - Nessuno più di lei deve essere al tuo fianco, oggi. E' stata la prima a credere in te. La sola, per trent'anni.

Lissa                              - Ho insistito.

Naman                          - Pregatela di venire. Ricordo quando ero bambino, nel kraal. Ero un bambino timido e so­litario. Mi sedevo in disparte a guardare gli altri che giocavano, e non trovavo il coraggio di unirmi a loro. Ma non provavo invidia. Li amavo; avrei voluto vederli sempre così, forti e felici.

Matubele                       - Sei sempre stato il migliore di tutti.

Xhosa                            - Taci, è la prima volta che ci parla della sua infanzia.

Matubele                       - Queste cose le so. Me le son fatte raccontare da sua madre.

Xhosa                            - Te la condurrò. Voglio che veda tutta la capitale ai piedi di suo figlio. (Si sente bussare. Matubele apre la porta; ascolta, poi rientra).

Matubele                       - Ha telefonato di nuovo il ministro. Insiste per parlare con Naman.

Nyanga                         - Vengo io.

Xhosa                            - Nyanga, fammi dare una piccola scorta. (Escono).

Lissa                              - Il ministro dell'interno telefona. Fino a poco fa, chi era? Una firma sotto i manifesti con i decreti per la segregazione. Quelli che coman­dano sono come statue di cera. Basta accen­dere loro il fuoco sotto il sedere, e diventano malleabili.

Matubele                       - Il governatore e il ministro si trovano nella caserma del capo della polizia: pare che og­gi sia il suo compleanno, e si sono recati a fargli gli auguri.

Lissa                              - (ironica) Come si vogliono bene, questi signori bianchi,

Matubele                       - Ha telefonato il sindaco. Chiede scu­sa per non essere venuto. Dice che la folla era troppa.

Lissa                              - E troppo minacciosa. Non è lui quello che ha detto: « I Negri al loro posto, e il loro po­sto è nella stalla? ».

Matubele                       - Al telefono parlava con grande gen­tilezza. E' corso in caserma per gli auguri. (Entra Nyanga).

Nyanga                         - L'ho mandato all'inferno. Il segretario del ministro. Noi non discutiamo con i segretari. Proprio come gli scorpioni: li hai schiacciati e nell'agonia tentano ancora di morderti. (a Naman) C'è di là una delegazione di Basutwe. Sarebbe op­portuno che li ricevessi. (Naman esce).

Nyanga                         - E' tutto pronto. I miei informatori nella polizia e nell'esercito riferiscono che i bianchi so­no in preda al panico. Hanno capito che siamo troppo forti; quella di oggi non era un'innocua processione.

Lissa                              - La trappola è pronta: un gesto, e ca­dranno dentro.

Nyanga                         - Quelli che comandano da lungo tempo dispongono di risorse segrete. Non bisogna sotto­valutarli,

Matubele                       - Una rivoluzione come la nostra è una malattia che non perdona. La malata è decrepita, non facciamoci ingannare dal belletto. Non ve­dete? Non reagisce più!

Nyanga                         - Vorrei che fossero parole profetiche.

Matubele                       - Seppelliremo il vecchio mondo e co­struiremo una nuova Africa.

Nyanga                         - Tutto è pronto. Dovunque gli amici aspettano solo il segnale. Diecimila uomini armati attendono qui nella capitale. Nel Sud come nel Nord, ogni villaggio è il nodo di una rete che soffocherà i Bianchi.

Matubele                       - Tutti i nostri dispongono di armi automatiche?

Nyanga                         - Nel Nord, gli Aluba e i Basutwe sono rimasti fedeli alle frecce. E' un particolare che mi piace: un simbolo. Le vecchie lance africane sta­volta non cadranno davanti ai fucili bianchi,

Lissa                              - Non è troppo rischioso?

Nyanga                         - Tutti gli uomini sono dalla nostra par­te. I piccoli presidi della gendarmeria non potran­no fermarli. In molti villaggi, perfino i poliziotti sono passati con noi. Quanto agli altri, non avran­no il tempo di muoversi.

Xhosa                            - Sarà una carneficina.

Nyanga                         - In una rivoluzione, qualcuno deve mo­rire: la morte è il miglior segno del mutamento. Ma se i Bianchi saranno saggi, verrà sparso poco sangue.

Lissa                              - Chi riuscirà a fermare i Basutwe? Prima del combattimento, i capi distribuiscono vino dro­gato.

Nyanga                         - Non preoccuparti.

Matubele                       - Hai fatto un buon lavoro, Nyanga.

Nyanga                         - Grazie a te, che me l'hai permesso. Or­mai Naman è al corrente di tutto, vero?

Matubele                       - (esitante) Gliene ho accennato, qual­che volta. Ha lasciato cadere il discorso. Come se la cosa non lo riguardasse, o addirittura non capisse.

Nyanga                         - Preferisce sognare, lui. Molte volte mi domando se sa che le zebre hanno quattro gambe, e se si accorge quando scende la notte. Ricordati: stasera quando parlerà al popolo dovrà dire ai Negri che è giunto il momento.

Lissa                              - Ce la faremo, Nyanga?

Nyanga                         - Puoi giurarci.

Lissa                              - Purché tutto vada secondo il previsto. Naman mi è parso strano, oggi. A volte mi fa paura. (Entra Naman).

Nyanga                         - Bei guerrieri, vero?

Naman                          - (lo fissa senza rispondere) (a Matubele) Parlavano di morte, di sangue, di sterminio. Per­ché?

Matubele                       - (imbarazzato) Mi sembri molto stanco. E' stata una giornata faticosissima. Non vuoi riposare?

Lissa                              - Stasera devi parlare alla televisione, tutto il paese è in attesa. E' meglio che riposi un poco. Ti preparo la cena.

Naman                          - Avete uno sguardo molto affettuoso, preoccupato.

Matubele                       - Ti siamo grati per questo trionfo.

Naman                          - Chi sa se mi sarete grati anche quando il trionfo sarà solo un ricordo.

Nyanga                         - A volte fai dei discorsi strani. E nei momenti meno adatti. Hai un'espressione! Sembra che per te, oggi, sia un giorno di lutto. Che cosa vuoi ancora?

Naman                          - La sconfitta, forse.

Lissa                              - La sconfitta!

Nyanga                         - Ti fai beffe di noi.

Matubele                       - Ma perché, perché?

Naman                          - Per vincere davvero.

Lissa                              - E' impazzito.

Naman                          - I frutti vi faranno comprendere le se­grete ragioni del seme. Voi esultate per questo, che chiamate trionfo. Ma io, io guardo lontano.

Nyanga                         - Tu, sempre tu. Ripeti sempre: « Io, io ». Chi sei, alla fine? Non abbiamo lottato contro la superbia dei Bianchi perché uno del nostro co­lore cominciasse a sentirsi superiore a tutti. Non guardarmi in quel modo. Lo ripeto: non sei di­verso da noi.

Matubele                       - Nyanga!

Xhosa                            - E' l'eletto di Dio.

Naman                          - Tu non sai quanto io vorrei, a volte, essere come voi. Non posso.

Nyanga                         - Ami parlare tu, gusti le belle frasi. Ri­spondi: sei pronto a marciare contro i Bianchi?

Naman                          - Io? No, non io.

Nyanga                         - Vuoi distruggere le speranze di dieci milioni di Negri? Dimmi, Naman: hai preso il de­naro dei Bianchi?

Matubele                       - Basta, Nyanga! Nessuno può parlare a Naman in questo modo. Non osarlo più!

Naman                          - Proprio tu, Nyanga, parli del denaro dei Bianchi?

Nyanga                         - Che vuoi insinuare? Io non conosco il loro denaro. Non l'ho mai toccato.

Naman                          - E' vero. Ma chi può sapere quel che farà domani?

Nyanga                         - Mai! Preferirei che queste mani cades­sero a terra. (Entra Xhosa).

Xhosa                            - Non ha voluto venire. Ha detto: « Quan­do avrà bisogno di me, io sarò accanto a lui. Ma questo non è il giorno che mio figlio ha bisogno di me ».

Naman                          - Vede sempre chiaro.

Xhosa                            - Che è accaduto? Sembrate sconvolti.

Lissa                              - Nulla di grave. Tutti hanno i nervi a fior di pelle, in giornate come queste.

Nyanga                         - Il grande Naman sta preparando una sorpresa. Non vuole più conquistare il potere, se ho ben capito. Rinuncia. La città è in delirio, i Bianchi scendono a patti, il potere è finalmente a portata di mano: basta allungare il braccio. Ma lui, ma lui vuole cancellare tutto. Con un'alzata di spalle.

Matubele                       - Forse è meglio rimandare.

Nyanga                         - Per permettere ai Bianchi di organiz­zarsi?

Xhosa                            - (andando vicino a Naman) E' giunto il momento, dunque? L'ho sempre saputo. Non ti vedevo passare in rivista le truppe vestito in alta uniforme, leggere i lunghi rapporti sulla produ­zione ai congressi annuali del movimento e ordi­nare alla polizia di sparare sugli avversari. Non puoi sporcarti, tu.

Lissa                              - Ma allora, perché ci hai portato fin qui? Ormai non puoi abbandonarci, remo come pagliuzze nelle mani di un governo vendicativo.

Naman                          - Come ho potuto uscire dal mio villaggio, io, un povero operaio negro, destare il mio popolo dal suo lungo sonno, far tremare i Bianchi? L'ho fatto perché il mio compito contava per me più di tutto. Più della vita, della serenità; più di quelli che amo. Lo capite questo?

Lissa                              - Ti abbiamo seguito senza chiederti nulla.

Naman                          - Già cominciate a chiedere. Il mio com­pito non è quello che pensate. Anch'io forse mi sono illuso, qualche volta. Anch'io ho preferito credere che fosse un destino di gloria: gli ap­plausi della folla, il palazzo dei re, il potere, i cortei. Io pure sono un uomo. Ma oggi scorgo con chia­rezza la meta.

Nyanga                         - Perché? Che cosa è accaduto, oggi?

Lissa                              - Sei sicuro, Naman? Sei certo di non sba­gliare? Va' a riposare, ti prego. Ne riparleremo più tardi.

Naman                          - Lissa, vedo inesorabile davanti a me la strada che devo percorrere.

Xhosa                            - Nessuno potrà persuaderlo, temo. Quan­to a me, accetto. Andremo dove vorrai: dove final­mente, forse, potrai essere mio. Andremo nel Sud, in un paese sconosciuto, vivremo anonimi, silen­ziosi. La tua inquietudine si placherà, e perfino tu sarai felice.

Nyanga                         - E tutti noi, dove andremo? Che faranno dieci milioni di uomini che credono in noi? An­cora non hai risposto: quale scopo aveva tutto questo, perché siamo giunti fin qui?

Naman                          - Più è alta la montagna, più la caduta fa meditare.

Nyanga                         - Tu sei impazzito. E noi siamo pazzi ad ascoltarti.

Lissa                              - Dove sono le tue promesse, Naman? Ci parlavi sempre di un regno felice, il regno della giustizia. Noi ti abbiamo creduto. Dov'è il tuo re­gno? Eppure non può essere lontano. L'Eden era qui, nell'Africa. Basta rimboccarsi le maniche e dissotterrarlo.

Naman                          - L'Eden è perduto per sempre.

Nyanga                         - Gli uomini lo riedificheranno.

Naman                          - Per anime come la tua il mondo ha sof­ferto invano. Non comprenderai mai nulla? Osser­va quei volti ebbri lì sotto, ti ripeto: osservali.

Nyanga                         - Sono entusiasti, felici.

Naman                          - La droga! E' questo il tuo Eden?

Nyanga                         - Hai giurato di liberarli!

Naman                          - Liberarli, sì. Ma la libertà che io voglio dare a loro, a te fa paura. Perché per raggiungerla, può essere necessario che lo schiavo non diventi libero, che la moglie sia tradita e che l'infermo muoia.

Nyanga                         - Tu stai delirando! Non oserai mai dir loro questo! Avanti! Sono lì, che ti acclamano. Spalanca il balcone e ripeti queste parole a tutti! (Senza una parola, Naman si avvia al balcone. Ma gli altri si guardano, poi corrono a fermarlo).

Naman                          - Lo dirò, non temere. Potessi non dirlo. Ma io, anche se il mio cuore si spezza, devo met­tere i padri contro i figli, e sottrarre i bambini alle madri. Permetterò gemendo che gli innocenti siano messi nelle prigioni e torturati, che i giu­dici siano iniqui e i medici uccidano anziché gua­rire. Bisogna che la fiammella sopravviva dentro di loro, a qualunque costo. Che la tua opaca fe­licità non la soffochi. Altrimenti tutto sarà per­duto.

Nyanga                         - Io non ti permetterò di far loro del male.

Lissa                              - Nyanga!

Nyanga                         - Da secoli aspettavamo uno che ci libe­rasse. Cantammo il salvatore nelle piantagioni di cotone dell'America e ogni volta che qui, in Africa, ricevevamo nello stinco lo stivale del bianco. Tu non puoi fermarci. Il mio popolo viene prima di te.

Naman                          - Tu pensi alla felicità del popolo come a un sonno di bestie sazie.

Nyanga                         - Se è questo che vogliono, perché no? Dici di amarli. Ascoltali.

Naman                          - Dio non li vede come bestie sazie. E io non permetterò che lo diventino.

Nyanga                         - Parli proprio come un bianco. Chi sei, per diventare giudice del bene e del male?

Naman                          - Non li senti più invocare il mio nome? A me si affidano, mi chiedono la salvezza. E io li costringerò a bere, anche se soffrono, la medi­cina che ho scelto. Perché sono il loro medico.

Lissa                              - Non applaudono il medico. Applaudono il carnefice dei loro nemici. Tu non conosci gli uomini.

Naman                          - Io lì amo.

Nyanga                         - E allora non tradirli.

Naman                          - Li salverò.

Nyanga                         - T'impedirò di distruggere la tua opera.

Naman                          - E' mia? Mi appartiene.

Nyanga                         - La nostra opera, allora. Sì, diciamolo. Sei un uomo straordinario tu, sei un grande capo, una bandiera. Ma sappi che dove tu passavi con il tuo aratro, aprendo il solco nella terra arida, io venivo silenziosamente dietro di te, e gettavo il mio seme. Tutto è pronto: un gesto e dieci mi­lioni di Negri balzeranno dal letargo.

Naman                          - Quale seme hai gettato in mio nome, Nyanga? Quale seme hai gettato nella mia terra?

Nyanga                         - Il seme della giustizia.

Naman                          - Il seme di Dìo, questo volevo.

Nyanga                         - C'è qualche differenza?

Naman                          - Come tra la bocca e l'uomo. Quel che conta è la verità, Nyanga, la verità!

Nyanga                         - La verità? Miliardi di anime l'hanno cercata, dalla notte dei tempi. Se ci fosse, l'uma­nità l'avrebbe trovata. Ma è stato tutto un im­menso equivoco. Non viviamo per cercare la ve­rità nel cielo, ma per costruire la giustizia sulla terra.

Xhosa                            - E se la giustizia... fosse anch'essa una droga?

Lissa                              - Che stai dicendo, tu?

Xhosa                            - Se la giustizia li addormentasse, li ren­desse muti e ciechi, e così essi non avessero più bisogno della verità?

Lissa                              - Parli di cose che non capisci.

Xhosa                            - Può darsi. Però... se fosse questa la grande trappola; se la giustizia e la verità non andassero d'accordo?

Nyanga                         - Andiamo, Xhosa, basta. (Con improvviso rilassamento) Una bella bocca di donna può ad­dolcire le sciocchezze, ma non cancellarne la va­cuità. Scusami, Naman, per un momento ho pen­sato davvero che... Credo che Lissa abbia ragione. Un po' di riposo è quello che ci vuole. Natural­mente, ci ritroveremo d'accordo. A tra poco, amici.

Matubele                       - Naman, devo parlarti.

Naman                          - Ti raggiungo.

Matubele                       - Nessuno si allontani dal palazzo.

Nyanga                         - Ricordate le misure di sicurezza. Uomi­ni fidati sono collocati nei corridoi e davanti alle nostre camere. Ma per precauzione non aprite se non riconoscete chi bussa. (Escono).

Xhosa                            - Non ti credono. Ma tu facevi sul serio, vero?

Naman                          - E' una medicina amara, devono berla a piccoli sorsi. Mi rattristo per loro, ma non posso aiutarli. Vedi, se sapessi che dicendo: « Quel­la stella brilla in cielo », causerei la morte di mia madre, con strazio insopportabile dovrei dirlo. Perché se tutti dicessero che quella stella non c'è, forse essa si spegnerebbe davvero. E che avver­rebbe del mondo, dopo?

Quarto quadro

Una camera nel palazzo del governo, riccamente addobbata. E' la stessa sera, tardi. Nyanga sta seduto pensoso, Lissa sta provando un vestito da sera davanti allo specchio.

Lissa                              - E' meraviglioso.

Nyanga                         - Orribile. Ti avevo detto di non frugare nel guardaroba.

Lissa                              - Che male c'è? Tutto qui dentro è stato rubato al sudore dei Negri. Ci spetta.

Nyanga                         - Rimettilo a posto. (Bruscamente) Credi che al popolo piacerebbe vedere mia moglie ve­stita come la moglie di un ministro bianco?

Lissa                              - Perché no?

Nyanga -                       - Quel colore ti sta malissimo. E' adatto a una donna con la pelle candida.

Lissa                              - Ti son sempre piaciute le bianche, vero?

Nyanga                         - (la guarda con ira) Pensi davvero che abbia preparato la rivoluzione perché tu possa sfoggiare questo abito?

Lissa                              - Naturalmente. Tu mi ami. Su, non essere così tetro. Lo so perché facciamo la rivoluzione. (Declama) Il regno di Dio, la giustizia, il benes­sere del popolo, l'Africa agli africani, il pane ai Negri e la galera ai Bianchi. La rivoluzione... Si potesse almeno chiamarla così. Resterà un piccolo aborto di rivoluzione.

Nyanga                         - Non è vero! Naman oggi ha esitato di fronte alla decisione più grave, ma domani stesso...

Lissa                              - Non mi fido. Perché hai accettato che Naman rinviasse il discorso?

Nyanga                         - Che potevo fare? Pronunziarlo io al suo posto?

Lissa                              - (dopo una pausa) Perché no? Nyanga (senza prenderla troppo sul serio) Tu stai delirando. Il popolo obbedisce solo a Naman.

Lissa                              - E gli uomini che tu hai addestrati?

Nyanga                         - Anche loro, come tutti.

Lissa                              - Non si può dire che tu sia stato previ­dente. Devi avere più coraggio, Nyanga. Oggi mi hai riscaldato il cuore, quando t'ho visto parlargli a quel modo. Era la prima volta che qualcuno osava opporsi a lui. Ero orgogliosa di te. Ma subi­to ti sei pentito. Quando gli hai parlato, poco fa, ti comportavi come un uomo che deve farsi per­donare.

Nyanga                         - E' lui il capo.

Lissa                              - Non gli sei inferiore, tu.

Nyanga                         - Che stai dicendo?

Lissa                              - Non scrollare la testa. Lo sai benissimo. Hai già cominciato a guardarlo con occhi disin­cantanti. Abbi più fiducia in te stesso.

Nyanga                         - Smettila. Sei terribile.

Lissa                              - Dico quello che tu non osi dire. (Insi­nuante) Dimmi la verità: non hai mai pensato che potresti essere tu, il primo? Nyanga (con troppa veemenza) Non l'ho mai pensato! Non sono una donnetta vanitosa, io. Non capisci? Quello che m'importa è lavorare per il mio popolo.

Lissa                              - Bene. Ho dunque per marito un uomo che ama il secondo posto, l'azione subordinata. Dimmi: come speri di agire liberamente, se c'è un altro sopra di te?

Nyanga                         - Naman non è adatto al governo: è un profeta, lui. Ha bisogno di qualcuno che gli stia accanto e si occupi dei problemi concreti, delle ambigue necessità della politica. Di qualcuno che si sporchi le mani, come dice Xhosa. Io voglio sporcarmi le mani, per il mio popolo.

Lissa                              - E il giorno in cui lui non te lo permet­terà più? Non ci hai pensato? Molti aspirano al tuo posto. Matubele...

Nyanga                         - Io valgo più di Matubele.

Lissa                              - Sì. Ma se Naman lo preferisse a te?

Nyanga                         - C'è lavoro per tutti.

Lissa                              - Bene, adesso anche il terzo posto ti appaga. Ma quando chi sta al primo e al secondo posto si stancherà di te? Naman non ama essere contraddetto, non dimenticherà la discussione di oggi, come gli hai tenuto testa di fronte a tutti. Matubele vedrà sempre in te un pericolo per il suo prestigio. Se ti accontenterai del secondo o del terzo posto, io ti annuncio che presto ti gette­ranno via come un servo.

Nyanga                         - Smettila. Che vuoi, Lissa? Stai cercando di spingermi contro Naman?

Lissa                              - Sono tua moglie, voglio che tu abbia tutto ciò che puoi ottenere. E sono una negra; non lo ricordo solo a parole, io. Voglio che quel che abbiamo preparato con tanta pena si compia. Tu stesso gliel'hai gridato: il nostro popolo viene prima di lui.

Nyanga                         - Non posso sfidare Naman. Lui è l'eletto di Dio.

Lissa                              - Non giocare a nasconderti con me. Credi davvero che lui sia l'eletto di Dio... e credi dav­vero in Dio, tu?

Nyanga                         - (incerto) Certo... come tutti.

Lissa                              - Non si può credere in Dio e restare indif­ferenti. Se credessi veramente, Dio ti ossessione­rebbe, come ossessiona Naman. Tu però credi nel­l'uomo. Ecco la differenza fra te e Naman: lui confida in Dio, tu nell'uomo.

Nyanga                         - Anche Naman, a suo modo, crede nel­l'uomo. Dice che può sottomettersi solo a Dio.

Lissa                              - Perché lui non crede nel potere. Difatti, non si può credere in Dio e nel potere.

Nyanga                         - Si dovrebbe, invece. Si dovrebbe credere nel potere, umilmente: come un dono e un sim­bolo della divinità. Per costruire un mondo mi­gliore.

Lissa                              - Ecco, così mi piaci. Non sbaglio quando penso che tu possa rappresentare gli uomini e guidarli meglio di Naman. Lui, vedi, crede troppo in Dio, se è possibile dire così. Si mortifica, cerca di distruggere in sé ogni debolezza. Perché dovreb­bero riconoscersi gli uomini in una creatura così? Naman è diverso da tutti noi, e difatti è già un simbolo, un mito. Tu, invece, tu puoi essere un vero capo, una guida.

Nyanga                         - Io?

Lissa                              - Il compromesso, cioè l'uomo. Sì, sei il mediatore. Sei idealista, ma ambizioso, ti com­muovi quando ascolti la musica, e sospiri come un mantice quando fai l'amore. Ami il popolo, ma ami il potere, Naman è troppo vicino a Dio: tanto che in qualche modo l'eletto ha preso nel popolo il posto stesso di Dio. Anche per questo non gli andrà bene. Se c'è, Dio è geloso. Ha sempre punito quelli che furono oggetto di troppo amore.

Nyanga                         - Tu parli invano. Anche se lo credessi giusto, non troverei mai la forza di sottrarmi a Naman.

Lissa                              - (ironica, rifacendogli il verso) L'eletto di Dio... Un povero contadino!

Nyanga                         - Questo contadino ha svegliato dal letargo dieci milioni di uomini. Io, che ho letto montagne di libri, non saprei muovere neppure un villaggio. Dopo tutto, chi sa che non abbia ragione lui. Forse, la spada è stupida. Ci hai pensato, Lissa? Se tutta la nostra frenesia, alla fine, non servisse a niente? Se ci illudessimo? Se tutto cambiasse solo alla superficie, ma poi il noc­ciolo dell'uomo restasse immutato? Forse lui solo vede chiaro. Dà importanza solo a ciò che è du­revole.

Lissa                              - La durata è morte, Nyanga. Solo ciò che è morto dura. Le statue, perché il marmo non vive. Guarda il mondo: gli uomini amano solo ciò che è caduco. Naman adora l'assoluto perché odia la vita.

Nyanga                         - Dieci milioni di uomini lo seguono, pronti a morire a un suo cenno.

Lissa                              - Non sanno ancora chi è veramente. Presto, il suo nome sarà il più maledetto dell'Africa. Salva il tuo popolo, Nyanga. Pensa a quelli che credono in noi e ai quali abbiamo promesso la giustizia. Il tuo nome sarà cantato per sempre nelle nostre leggende. (Nyanga tace pensoso) Prima o poi avresti dovuto prendere il suo posto. Questo, in fondo, lo sai anche tu. Lui stesso oggi ti costringe a fare quello che in ogni caso dovresti fare presto. Hai guerrieri fidati,..

Nyanga                         - (atterrito) Ucciderlo? Questo vuoi insi­nuare?

Lissa                              - (sincera) No! Come puoi pensarlo?

Nyanga                         - Finché lui sarà al suo posto, nessuno obbedirà ad altri. Non posso far nulla da solo. Forse Matubele mi aiuterà.

Lissa                              - Rifletti a quel che fai. Non andare nella trappola con le tue stesse gambe. Matubele è devoto a Naman.

Nyanga                         - Sì, però ama il popolo, ed è onesto.

Lissa                              - Ma se non vorrà? Che farai dopo che l'avrai avvertito e avrà rifiutato?

Nyanga                         - Devo tentare. Non ho scelta.

Lissa                              - Avevo ragione, vedi? Tu hai fiducia nel­l'uomo. Ebbene, vai, va'! Tutto è preferibile a que­sta lenta agonia della speranza.

Quinto quadro

In un'altra stanza del palazzo, oppure nel salone della scena 2°. Matubele e Nyanga discutono ani­matamente.

Nyanga                         - Il momento è gravissimo. Gli avveni­menti si stanno rivolgendo contro di noi. Il gover­no, rafforzato dalle nostre esitazioni, si prepara alla controffensiva. Poliziotti e agenti visitano i quartieri popolari minacciando castighi e spar­gendo false notizie. Promettono riforme. Nelle riserve, dopo il rinvio del discorso di Naman, comincia a serpeggiare il terrore: pagati o minac­ciati, gli stregoni del Nord hanno solennemente dichiarato che Naman è lo spirito del male. Davvero vuoi che tutto finisca così, Matubele?

Matubele                       - Hai ragione. Non si può aspettare. Ma Naman darà l'ordine. Lo darà oggi stesso.

Nyanga                         - E se non lo desse mai più?

Matubele                       - Dobbiamo fidarci di Naman. Agisce sempre per il meglio. Conosce cose che noi igno­riamo.

Nyanga                         - Ed è giusto, questo? Non dovresti cono­scerle, almeno tu?

Matubele                       - (non convinto) Non è necessario.

Nyanga                         - Lo è, invece. Un capo come Naman è importante, ma potrebbe venire a mancare. La rivoluzione deve andare avanti lo stesso.

Matubele                       - Lui è stato mandato dal cielo. Nes­suno potrà fargli del male. Ma se mancasse... Dio non voglia, noi vinceremo lo stesso, nel suo nome.

Nyanga                         - Lo pensi davvero?

Matubele                       - Sì. Sarebbe molto più difficile, certo; ma io sono sicuro... Perché mi guardi così? (Nyan­ga tace) A che cosa stai pensando, Nyanga? (Si sente un clamore come di uomini che discutano e gridano. Matubele va alla porta, la spalanca) Che sta succedendo? (Entra un negro) Che suc­cede?

Il Negro                        - Gli uomini si sono azzuffati. Amaso e Tommy, hanno abbandonato le armi e sono fuggiti. Dicono di aver sentito mormorare che Naman vuole abbandonare tutti e scappare oltre il confine. Gli altri hanno litigato. Domandano per­ché non si agisce.

Nyanga                         - Amaso e Tommy saranno ripresi e duramente puniti. Darò subito gli ordini. Vai a comunicarlo a tutti. Chi abbandona la rivoluzione nel momento più delicato, non s'illuda di trovare clemenza.

Il Negro                        - Nyanga, ieri doveva essere la giornata della grande vittoria. E invece... una bolla di sa­pone. Perché? Gli uomini sono inquieti.

Nyanga                         - Posso assicurarti che tutto è pronto. Bisognava aspettare... che arrivassero altre casse di armi. Tu capisci, no? La posta è troppo alta, non dobbiamo commettere imprudenze. Va', di' agli uomini che prima di sera il Paese sarà nelle nostre mani. (Il negro esce).

Matubele                       - E' umiliante. Dover mentire anche a loro.

Nyanga                         - Anche i più fedeli disertano. Non si può condannarli, noi stessi non sappiamo quel che accadrà. Tutto questo è assurdo. Stupido, stupido!

Matubele                       - Bisogna andare subito da Naman, parlargli con decisione.

Nyanga                         - Che ti aspetti ancora da lui? E' un irre­sponsabile. L'eletto di Dio! Un vigliacco.

Matubele                       - Nyanga...

Nyanga                         - Lasciami parlare, ne ho il diritto. Se lui non vuole, quell'ordine devi darlo tu.

Matubele                       - (sgomento) Io? Io non posso... Non ho l'autorità...

Nyanga                         - Anche tu sei un vigliacco? Vuoi restare qui, ad aspettare che arrivino i poliziotti e ti met­tano la corda al collo?

Matubele                       - Non tradisco il mio capo, io. Ero solo un povero contadino, un nulla. E lui mi ha condot­to fin qui.

Nyanga                         - E dove ci sta conducendo, ora? Chi è il traditore, Matubele? Pensaci bene. Chi tradisce? Gli schiavi finalmente sperano. E noi stiamo gri­dando loro: « Tenetevi le vostre catene ».

Matubele                       - (improvvisamente deciso. Si eccita man mano che parla) Andrò da lui. Lo obbligherò ad ascoltarmi. Io l'ho seguito sempre, ho sempre rischiato tutto. Mi ascolterà. Dovrà rinsavire. Lui ci disprezza, ci ha sempre disprezzato tutti. Vuole vedere fino a che punto serviamo... godere del suo dominio. Ma adesso non più. Se non rinsavirà, riu­niremo un consiglio del popolo, e lo giudicheremo. Noi, i capi del Movimento. Dovrà giustificarsi. Lo tratteremo... come un nemico.

Nyanga                         - Così mi piaci. Deciso. Però bisogna ri­flettere bene su ogni particolare. Bisogna essere cauti. Lui è molto furbo. Non dimenticare che Naman è adorato dal popolo, chiunque gli si mette contro rischia l'ira della folla. E poi, portarlo davanti al consiglio rivoluzionario è l'ultima carta. Lui si guarderebbe attorno, e tutti si senti­rebbero come ladri colti in flagrante.

Matubele                       - No. Non crederlo. Tu sai quanto io gli sia devoto, quanto l'ami. Ma di fronte a questo...

Nyanga                         - (pensoso) C'è un pericolo più grave. Processarlo potrebbe essere la morte del Movi­mento: la rivoluzione divisa prima ancora di aver conquistato il potere.

Matubele                       - Che si può fare, allora? Che dobbiamo fare? Sei venuto tu stesso a dirmi che non si può aspettare.

Nyanga                         - Ci sarebbe una soluzione...

Matubele                       - Quale?

Nyanga                         - (come tra sé) Che bisogno abbiamo di un consiglio rivoluzionario? Non vediamo anche noi qual è la sua colpa? Ma tutto è inutile, che sto pensando? (Sincero) Non avremo il coraggio, mai. Lasciamo pure che la frusta sibili e lo schiavo resti incatenato.

Matubele                       - Dimmi: a che pensi?

Nyanga                         - (appassionato) Matubele, tu ami il no­stro ideale, vero? Sì, lo so. Ma purtroppo ogni vero ideale è come un Dio: un Dio di sofferenza e di sacrificio, prima che di gloria. Esige tutto. E così dev'essere. Guarda Naman: ce l'ha insegnato lui. Bisogna essere disumani, strapparsi dal cuore i sentimenti e bruciarli sull'altare della divinità che abbiamo scelta.

Matubele                       - Sì, ma questo che c'entra? Parla chia­ramente.

Nyanga                         - Nulla, nulla. Ma ascoltami. E' una fan­tasia, si capisce... prova ad immaginare che cosa accadrebbe se i Bianchi in questo momento ucci­dessero Naman. Un colpo di fucile. Il pianto disperato e sincero di tutti noi. Sincero, sì, perché noi soffriremmo davvero e ci sentiremmo straziati davanti al suo cadavere, non c'è dubbio. E intorno, il grande Paese in delirio, milioni di Negri che si esaltano e gridano, i Bianchi che tremano. Chi potrebbe più fermare il popolo, di fronte allo spettacolo di Naman ucciso?

Matubele                       - Non voglio nemmeno pensarci. Na­man... E' come... se morisse mio figlio. (Con ribel­lione) Come puoi pensare cose simili?

Nyanga                         - Devi ammettere che sarebbe la nostra vittoria definitiva.

Matubele                       - (più disteso) Mi dispiace, ma dovrai inventare qualche altra cosa. Noi lo proteggiamo bene, il nostro capo. Farò aumentare la guardia del corpo. Gli impedirò di uscire. I Bianchi non riusciranno ad ucciderlo, te l'assicuro.

Nyanga                         - Oh sì, per i Bianchi è molto difficile.

Matubele                       - Non voglio più pensarci.

Nyanga                         - Era solo una fantasticheria. Un pensiero che anche per me è crudele e insopportabile. Devi credermi... (Disperato) Ma tu devi aiutarmi. Io da solo non posso decidere. Non posso salvare tutto. E' troppo difficile, troppo difficile! Ma tu gli reste­rai sempre fedele, vero? Tu non capisci. Io t'invidio. Ma forse, prima che questa settimana passi, anche tu l'avrai maledetto mille volte. Io ti scon­giuro, ti prego. Io... Dai quell'ordine, ti seguiremo tutti. Dobbiamo tentare. Salverai Naman, non lo capisci? Lo renderai fedele a se stesso oltre la debolezza di oggi.

Matubele                       - (freddo) Basta, Nyanga. Parli molto, stamattina. Io non ti seguo. Sei sconvolto. Non ti ho mai visto così. Questa tua eccitazione non mi piace. Bisogna mantenere i nervi a posto, in queste giornate. Adesso, appena Naman mi man­derà a chiamare, gli parlerò. Te lo prometto.

Nyanga                         - Non ti rendi conto. Non ti immagini neppure come questo momento sia importante. Aiutami.

Matubele                       - Non possiamo mettere da parte Naman. Senza di lui la rivoluzione sarebbe come un piccolo bimbo, orfano, capace solo di piangere.

Nyanga                         - Per l'ultima volta. Rifletti.

Matubele                       - Vedi questa mano? Io posso aprirla e chiuderla, come voglio. Non devo renderle conto. Così sono io per Naman.

Nyanga                         - Va bene. Sono solo. L'ho sempre saputo. I tuoi occhi sono cauti, saggi. La saggezza soffoca sempre la speranza. Ma la speranza sarà più forte della tua fedeltà. Ricordati: quello che io farò, tu l'avrai deciso.

Matubele                       - Sta attento, Nyanga. Non potrai mai essere Naman. Non potrai mai esserlo. Mai.

Nyanga                         - Peggio per te e per tutti. Ricordi il nostro inno? « Il grande fiume corre alla sua foce, ed invano il canneto lo trattiene ».

CANTO DI ASSALONNE

Assalonne dai lunghi capelli

non ricordi più i giorni belli?

Sei un dolce bimbo tu, il prediletto,

per guanciale hai di Davide il petto.

Il suo arco nella tua mano,

lui t'insegna a mirare lontano.

Assalonne dai lunghi capelli,

non ricordi più i giorni belli?

I tuoi capelli pesano tre chili,

ma getti il pettine, la spada affili.

Assalonne, mio dolce Assalonne,

dolce veleno ti porgon le donne.

Ti sussurrano che sei il più forte,

tu le ascolti, ed ascolti la morte.

Assalonne dai lunghi capelli,

le tue vesti son tutte a brandelli.

Ora, appeso ai rami neri,

sei bersaglio degli arcieri.

Assalonne dai lunghi capelli,

non ritornano più i giorni belli.

Sesto quadro

 (Uno studio nel palazzo del governo alcuni giorni dopo. Entrano Nyanga accompagnato da un capi­tano dell'esercito in divisa e da un agente in borghese. Questi, all'entrata del ministro se ne starà immobile in disparte vicino alla porta).

Il Capitano                    - Il ministro sarà qui tra un minuto. Non accostarti troppo. Dice che i Negri emanano una puzza che lo mette di malumore.

L’Agente                      - Via, le sembra il momento?

Il Capitano                    - Non si preoccupi. Se è venuto qui, è già disposto a tutto. (Nyanga se ne sta a capo chino, assorto, assente) Siete sicuri che nessuno l'abbia visto entrare?

L’Agente                      - Sono state prese tutte le precauzioni. Quando è salito in macchina al luogo dell'appunta­mento., non c'era nessuno, e qui abbiamo sbarrato tutta la via. Gli uomini della sezione politica vigi­lano nei dintorni.

Il Capitano                    - Speriamo che si concluda presto. (Entra il ministro).

Il Ministro                     - Ecco, ecco. Buongiorno. E' questo il nostro negro di buonsenso? (Va da Nyanga e gli stringe la mano. Gli altri due lo guardano stupiti) Finalmente un negro come si deve, un vero pa­triota. Sono lieto di stringerti la mano. I miei col­laboratori mi hanno riferito e volevo conoscerti personalmente.

Nyanga                         - Veramente, ho messo io come condi­zione all'incontro la presenza di Vostro Onore.

Il Ministro                     - (senza badargli) Purtroppo non posso trattenermi, ho molto da fare. I tuoi com­pagni di pelle fanno i capricci, eh? Voi ignorate quanto io vi sia amico, i sovversivi hanno dif­fuso voci maligne sul mio conto. Ma un giorno, sappiatelo, io stesso v'inviterò ad una stretta colla­borazione. Prima però bisogna che dimostriate di essere maturi, di sapere reggere il timone; non possiamo permettere che la barca affondi, ci siamo dentro anche noi. Purtroppo le ribellioni non gio­vano alla causa dei Negri. Ma tu non c'entri, sei un onesto. E io ti dico subito che intendo ricom­pensarti generosamente.

Nyanga                         - Non vengo a riscuotere ricompense.

Il Ministro                     - No? La sorpresa ti sarà gradita. Certo, a stretto rigore hai fatto solo il tuo dovere. Ma non sempre è facile obbedire alla voce del do­vere. Tu sei stato coraggioso quanto leale. E poi, di' la verità, su un po' di denaro ci conti.

Nyanga                         - Lei è molto più giovane di quel che cre­devo.

Il Ministro                     - Le fotografie m'invecchiano. Perché mi guardi a quel modo?

Nyanga                         - E' la prima volta che vedo da vicino un ministro.

Il Ministro                     - Lo dici come se fossi un ippopo­tamo. Siamo come tutti gli altri, almeno di fuori.

Nyanga                         - E di dentro?

Il Ministro                     - Anche di dentro, si capisce.

Nyanga                         - Lei governa da molto tempo, il potere non l'ha invecchiato.

Il Ministro                     - Ho cominciato presto. Ti voglio confidare un segreto divertente. Quando intrapresi la carriera politica, l'immagine dell'uomo di Stato s'ammantava ancora di ponderatezza e d'esperien­za. Governare era un mestiere da vecchi. Per la mia prima campagna elettorale dovetti farmi brizzolare i capelli. Ma quando i popoli invecchiano, vogliono riflettersi in capi giovani. Diventano dif­fidenti, e credono che un aspetto sano e giovanile rispecchi una buona coscienza. Così per la mia prossima campagna dovrò ringiovanire, e mi tin­gerò i capelli di nero. Buffa la politica, eh? Hai visto, abbiamo fatto subito amicizia, ti ho detto cose che di solito non dico neppure ai miei amici. Ma ora è tardi, parliamo d'affari.

Nyanga                         - Ha detto affari? Continua a stupirmi.

Il Ministro                     - Perché?

Nyanga                         - Da un ministro mi aspettavo un bel discorso sui destini della Patria e sulla salvezza della civiltà occidentale.

Il Ministro                     - (improvvisamente brutale) Cercavo di adattarmi alla tua mentalità.

Nyanga                         - Che ne sa lei della mia mentalità?

Il Ministro                     - Avanti, non giochiamo. Sei venuto qui perché te ne riprometti un utile.

Nyanga                         - Forse. Non quello però che lei crede.

Il Capitano                    - Quanto vuoi?

Nyanga                         - Denaro? No! Non sono uno che si vende, sono un idealista. Sono venuto perché è stupido puntare sul cavallo perdente. Ma voi mi disprez­zate.

Il Capitano                    - Ma no, no, te l'assicuro. E poi, i motivi non c'interessano. E' un affare. Tu ci dici dove è nascosto Naman. Noi ti compensiamo.

Il Ministro                     - Sei stato tu a metterti in contatto con noi.

Nyanga                         - Non abbiate fretta. Perché credete che abbia preteso la presenza di un ministro? Lo so. Voi credete per vanità.

Il Capitano                    - Non importano i motivi, te l'ho detto.

Nyanga                         - Importano. Sono la cosa più importante. Ho voluto un ministro perché domani nessuno possa essere smentito.

Il Ministro                     - Adesso sono qui. Dimmi quanto chiedi.

Nyanga                         - Non sperate di liberarvi di me con qualche banconota. Quel che voglio è che Vostro Onore prosegua il discorso iniziato. Desidero che lei sappia di poter contare - e di dover con­tare - su un nuovo collaboratore prezioso. Il van­taggio è reciproco. Sono capace di portare gli uo­mini e le idee al successo, l'avete visto. Se non posso più stare con un padrone, vado con un altro. Se Naman fosse stato un uomo politico realista io sarei qui, al vostro posto. Invece lui ha scoperto all'improvviso che il potere non lo affascina. E allora io al suo fianco sono sprecato.

Il Ministro                     - Ti sei definito un idealista. Direi che sei un intellettuale. Sai sceglierti i tuoi alibi con molto acume.

Nyanga                         - Lei disprezza gli intellettuali.

Il Ministro                     - Sì, e credimi, non faccio questione di colore. Tutta la loro capacità consiste in questo: scegliersi alibi persuasivi.

Nyanga                         - Lei non riesce a dimenticare che rin­nego il mio capo. Anch'io non potrò più dimenti­care quell'uomo. Per tutta la vita, il suo pensiero verrà a me e mi tormenterà. Ma non come lei può credere. Mi roderò l'anima per il mio errore: per aver persistito troppo a lungo nell'errore. Credevo di lavorare per un genio, e mi sono messo agli or­dini di un visionario ridicolo. Per questo ho ri­morso: per il mio tempo e le mie illusioni.

Il Ministro                     - (conciliante) Io pure mi sono chie­sto come è accaduto. Ho letto i rapporti che ti riguardavano. Un uomo come te, via... non sei un povero operaio. Non potevi aver solo voglia di distruggere tutto e riempirti la pancia. Sei stato fra i Negri più fortunati del nostro Paese, ma in­vece di renderti mite e obbediente, la fortuna ha inasprito la tua invidia. Hanno ragione quelli che vorrebbero tenervi nell'ignoranza. (Agli altri due) Forse voi non lo ricordate, ma questo uomo è uno dei dieci bambini Negri che, per far tacere certe critiche furono scelti dal governo venticinque anni fa per essere istruiti a spese dello Stato. Li pren­demmo dai loro tuguri, li nutrimmo e li mandam­mo in Europa a studiare. Ed ecco il risultato: lui torna e si mette a fare la rivoluzione.

Nyanga                         - Ero ormai troppo abituato a essere li­bero e rispettato.

Il Ministro                     - Saresti stato rispettato anche qui.

Nyanga                         - Tra di voi sarei rimasto sempre l'ultimo, il negro.

Il Ministro                     - Posso capirti. Però hai rischiato troppo, dovevi immaginarti che quegli straccioni non avrebbero combinato nulla di buono. Per for­tuna ti sei tirato fuori in tempo.

Il Capitano                    - La nostra educazione gli è servita. Dopo tutto, è rimasto uno dei nostri.

Il Ministro                     - Toglimi la curiosità, tu che conosci tanto bene quel Naman... Com'è?

Nyanga                         - Sa incantare. Possiede un'attrazione fi­sica, una specie di magia. Accanto a lui senti scor­rere la vita.

Il Ministro                     - (ironico) L'eletto di Dio, vero? (Nyanga a capo chino non risponde).

Il Capitano                    - Mi domando come si può credere una cosa simile.

Il Ministro                     - Certo, è inconcepibile: un ribelle! La divinità è la migliore alleata dell'uomo d'or­dine. Io resto attaccato alle buone vecchie idee. Sono certo che Nyanga è venuto da noi perché Dio l'ha ispirato. Egli non abbandona chi da Lui riceve l'autorità. Eravamo in pericolo, ma l'Altis­simo ci manda questo giovane ad aiutarci.

L'agente                        - (tetro) Ancora non ci hai dato l'infor­mazione. L'aspettiamo.

Il Capitano                    - Nyanga, mi pare che tu ami troppo discorrere, e il tempo passa. Vostro Onore, temo che sotto ci sia qualche tranello. Me lo lasci. La nostra polizia conosce sistemi infallibili.

Il Ministro                     - (ridendo) Non lo spaventi. Si è offerto di aiutarci, trattiamolo bene. Nyanga, sto riflettendo: la tua offerta di collaborazione è inte­ressante. Sì. Ci potrà far comodo dichiarare che uno dei capi del Movimento è passato dalla nostra parte. Servirà a distruggere rapidamente un mito e insieme a convincere i più riottosi dei ribelli che altrimenti combinerebbero altri guai. Senza con­tare che metteremo a tacere quegli stupidi stra­nieri che parlano di colonialismo invece di guar­dare il disordine che pullula in casa loro.

Nyanga                         - Che garanzie avrò?

Il Ministro                     - Non puoi avere garanzie, lo sai. Se però non ti fidi, puoi scegliere il denaro.

Nyanga                         - No.

Il Capitano                    - Anche dopo averti pagato, del resto, potremmo farti uccidere.

Il Ministro                     - Devi fidarti. Ma ti dò la mia parola.

Il Capitano                    - Ora hai la parola del ministro. Parla. (Nyanga rimane immobile, fissando il ministro).

Il Ministro                     - (incoraggiante) Se vuoi aiutare il tuo popolo nella legalità hai fatto la scelta giusta. Sto preparando un coraggioso piano di riforme, che con metodo progressivo aiuterà i Negri ad assimilare a fondo i principi della nostra civiltà e ad inserirsi gradualmente nel tessuto sociale. A proposito, capitano: non dimentichi di fargli dare del denaro.

Nyanga                         - No!

Il Ministro                     - Non essere puerile. Non potrai di­ventare candidato alle prossime elezioni senza un adeguato tenore di vita. Dovrai avere una bella casa. Sei sposato? Tua moglie è bella? Ottimamen­te. Hai figli? Peccato, giovano. Ti occorrerà molto denaro. Sarà denaro del mio partito e dello Stato, perché operiamo per il vantaggio del Paese. Da questo momento in poi, ricordatelo: niente più ascetismi, isterismi e romanticherie. E adesso avan­ti, dammi quell'indirizzo.

Nyanga                         - Ancora un particolare.

Il Ministro                     - Un'altra condizione?

Nyanga                         - La più importante. Ai seguaci di Naman non deve essere fatto del male. Dovete prometter­mi che la repressione non sarà crudele.

Il Capitano                    - Adesso pretendi di governare tu.

Il Ministro                     - Non ci sarà repressione, la rivolu­zione senza i suoi capi sarà un innocuo mostro decapitato. Le elezioni sono vicine, il mondo ci guarda. (Nyanga trae di tasca un foglietto e, come trasognato, glielo porge. Il Ministro lo guarda, poi lo passa al Capitano). Dia le disposizioni necessa­rie. M'informi quando tutto è pronto. (A Nyanga) Ci rivedremo presto, noi. (Esce. Il Capitano lo se­gue. Nyanga viene avanti, lentamente).

Nyanga                         - Molti non potranno comprendermi, lo so, e mi detesteranno. Ma ho fatto quel che do­vevo. Quando chi comanda abbandona i seguaci, è giusto che ogni sua parola diventi una freccia ritorta contro di lui. I Bianchi si illudono, se cre­dono che io abbia rinnegato le mie idee. Solo mi piego alla necessità, e cerco la strada per farle trionfare. Amo Naman, ma anche egli era solo uno strumento per raggiungere la mia meta, il bene del popolo. E' giusto che uno solo sia sacrificato, per la salvezza di molti.

Settimo quadro

 (L'interno di una capanna nella foresta. E' notte. L'unica finestra sconnessa è chiusa. L'interno è fiocamente illuminato. Armato di fucile, Matubele sta dietro la finestra e sbircia fuori. Accanto a lui è Xhosa).

Matubele                       - E' l'ora. Nyanga dovrebbe essere qui.

Xhosa                            - Ho paura. A quest'ora l'avranno arrestato. Intorno alla capitale c'è un cordone di soldati. L'intero esercito è concentrato qui attorno.

Matubele                       - Questa capanna è ben nascosta. E poi appartiene ad un uomo insospettabile.

Xhosa                            - Purché Nyanga abbia preso tutte le precauzioni.

Matubele                       - Le avrà prese. Se avrà voluto pren­derle.

Xhosa                            - Che stai pensando?

Matubele                       - Niente.

Xhosa                            - Neanche tu ti fidi di Nyanga?

Matubele                       - In momenti come questi uno diffida perfino del fratello. Che fa Naman?

Xhosa                            - E' ancora immobile davanti alla finestra e guarda fuori.

Matubele                       - E' lì da stanotte. Darei l'anima per sapere quello che pensa,

Xhosa                            - Guarda! Ecco Nyanga! A vederlo attra­versare la radura, sotto la luna mi si stringe il cuore. Aspetto che da un momento all'altro qual­cuno spari dalla siepe e di vederlo cadere a terra.

Matubele                       - Xhosa! Siamo già abbastanza tristi! (Va alla porta. La apre di scatto. Fa entrare Nyanga).

Nyanga                         - Dov'è Naman? Devo parlargli!

Xhosa                            - Prima racconta. Le notizie della capitale.

Nyanga                         - Non c'è tempo. Conducimi da Naman, subito.

Matubele                       - Non vuol vedere nessuno.

Nyanga                         - Mi vedrà. (Entra Naman).

Naman                          - Ti aspettavo.

Nyanga                         - Voglio parlarti da solo.

Naman                          - Andate.

Matubele                       - (esitante) Forse è meglio ch'io resti.

Nyanga                         - Da solo, ho detto.

Naman                          - Andate. Nyanga non pensa a farmi del male. E' vero, Nyanga? (Quando Matubele ancora incerto, gli passa vicino, Naman gli mette una mano sulla spalla) Non preoccuparti.

Nyanga                         - Vengo ad aiutarti.

Naman                          - Sei sempre il benvenuto.

Nyanga                         - Voglio salvarti. E se non ci riuscirò, vo­glio salvare almeno quello che conta.

Naman                          - Intendi te stesso.

Nyanga                         - Intendo la rivoluzione. A qualunque co­sto, capisci?

Naman                          - Come la salverai? Affidandola ai gen­darmi?

Nyanga                         - E va bene, a carte scoperte. Non tremo, non ho paura. Forse sono l'unico qui.

Naman                          - Sei forse l'unico ad avere una via di scampo.

Nyanga                         - Tu però non dovresti aver paura. Di che può avere paura il giusto, l'eletto di Dio?

Naman                          - Un tempo mi amavi. Come sono ostili i tuoi occhi.

Nyanga                         - Un tempo tu amavi il popolo.

Naman                          - Amo gli uomini, io.

Nyanga                         - I giochi di parole ti sono sempre piaciuti. Non so quale malattia ti abbia toccato il cervello. Eppure sei andato nei loro villaggi. Sognano di vivere e godere in questo mondo, non di regnare come mummie dalle pagine delle leggende.

Naman                          - Ho detto che mi amavi, mi sbagliavo. Tu vedevi in me il conquistatore che sognavi di essere. Consideravi perfino Dio un tuo strumento, un ariete per abbattere i muri che non riuscivi a scalfire.

Nyanga                         - Sono come mi hai fatto tu. Ero un uomo come tanti altri, quando sei entrato nella mia vita e l'hai sconvolta. Mi hai fatto intravvedere un oriz­zonte sconfinato, mi hai guidato fino alla cima di una montagna inaccessibile. Ma quand'ero arrivato e potevo toccarla, m'hai ordinato di scendere. T'ho chiesto di dirmi perché, non mi hai risposto.

Naman                          - Eri un uomo qualsiasi. Ma quali sogni dietro la tua fronte, quanti sogni repressi. Conosco questi sogni che germogliano nell'anima della gente comune. Piccoli sogni impotenti; ma si gonfiano, si gonfiano, a poco a poco, arrivano a servirsi di Dio.

Nyanga                         - Sono l'angoscia e la ribellione di tutte le creature umiliate. Non disprezzarle. Erano quelle che credevano in te. Ma io ti ho strappato di mano la bandiera, e adesso in me crederanno. Prometterò loro cose raggiungibili, e darò quello che avevo promesso. Perché io sono uno di loro.

Naman                          - Crederanno in me più che mai. Io vivo per i falliti. La prostituta avvilita che trema di freddo nella notte, la moglie sola nel letto deserto, l'uomo che vorrebbe scalare il monte ma ansima. Per tutti coloro che vogliono e non possono. Non vedi? Perché essi mi riconoscano, ecco che io pure fallisco. Non voglio essere il vincitore; capisci adesso perché? La gente applaude chi trionfa, ma dimentica. Io voglio che non mi dimentichino.

Nyanga                         - Pazzo, pazzo! Puoi essere un capo invin­cibile! Naman, ti supplico. Siamo ancora in tempo. Anche adesso tutto può essere riguadagnato. Pos­siamo vincere. Saremo i padroni dell'Africa. Esci dal tuo torpore. Torna in te. Ricorda il tuo villag­gio. Pensa alla frusta del sovraintendente, i bam­bini consumati dalle zanzare del sonno, quelli man­giati dalle belve, quelli venduti; le madri costrette a macinare il grano come buoi attaccati alla macina. Noi possiamo cancellare tutto questo. (Naman scuote il capo in silenzio). Quando avremo il potere modellerai come vorrai il volto del popolo. Pensa a quello che avviene, a che cosa avverrà se ci abban­doni. Dici di venire in nome di Dio: ebbene, gover­nerai il popolo in suo nome. Chiunque non renderà omaggio a Dio sarà punito e il nome di Dio e il tuo, uniti, si spanderanno sopra tutti gli abitanti del Paese, dalle montagne fino all'Oceano. Senza di te, cadranno in mano a uomini che non hanno la tua fede! A uomini violenti, nemici della verità. E saran­no come piccoli pesci dentro reti ben tese. Per colpa tua. Pensa a questo, Naman: il potere in nome di Dio!

Naman                          - Chi può governare in nome di Dio? Chi oserà? Se uno governerà in nome di Dio e commet­terà ingiustizie, gli uomini grideranno: « Dio è ingiusto ». E per colpa di chi avrà usato il suo nome, gli si rivolteranno contro.

Nyanga                         - Allora pensa a me! Non puoi non amar­mi, tu che dici di amare tutti. Io ti sono stato vicino, ho lottato per te. Ora sono smarrito, soffro. Non obbligarmi a una decisione che mi tormenta. Aiutami. Forse davvero tu possiedi la verità. Se è così, dammi un segno. Ti prego, dammi un segno; e io abbandonerò quel che altrimenti dovrò fare e ti seguirò dovunque. Un segno, Naman: il segno della verità.

Naman                          - Ricordi quel villaggio che abbiamo visi­tato pochi giorni prima di entrare in città? La poli­zia aveva sparato ad un uomo. Tutti dicevano che era morto, e quando lo feci alzare gridaste al mira­colo. Io dissi che era soltanto svenuto. Non voglio fare violenza all'uomo: gli porto la libertà.

Nyanga                         - Noi non sappiamo che farcene della tua libertà. Per l'uomo d'oggi, l'inferno è la scelta. Siamo pronti a donarla, la nostra anima, a chi ci assicura il pane, alla donna che ci accarezza, al bimbo che piange. Gli uomini non vogliono la tua libertà, Naman: sognano una larga strada da per­correre tutti insieme, cantando. E non importa troppo dove conduce. Se rifiuti, si rivolgeranno altrove. E quelli che si prenderanno la loro anima avranno anche la loro gratitudine. Non avranno i tuoi scrupoli, Naman: ci ridurranno come bambini, cani sapienti o automi. Ma tu mi ascolti? (Naman guarda davanti a sé con espressione dolorosa). E va bene. Io sono solo un piccolo uomo e tu l'eletto di Dio. Ma io li proteggerò. Userò della libertà contro di te, per i miei fratelli. E non importa se per questo sarò un dannato. Non si può persuadere gli uomini a sognare un mondo nuovo e poi abbandonarli, rinnegarli, dir loro: « Adesso andate avanti o indietro, come vi piace, restate soli con la vostra libertà ». Forse a Dio è lecito, ma all'uomo no. Tu sei l'eletto, il martire. Contempli con i tuoi occhi malinconici i monumenti che il mondo t'innalzerà. Dio ti ha mandato? Tutto dun­que è stabilito. Morire è il tuo compito. Io penso a quelli che sopravvivono. E per loro m'imbratterò queste mani del tuo sangue! Se per salvarli è neces­sario che tu muoia, io voglio che tu muoia. (Naman gli va vicino. Gli mette con affetto una mano sulla spalla. Nyanga si ritrae con uno scatto). Che fai? Vattene, stai lontano. (Piange).

Naman                          - Sei ormai libero da me. Così tu possa liberarti da te stesso.

Nyanga                         - Lotterò per il mondo nel quale credo.

Naman                          - Va' dunque per la tua strada, Nyanga.

Nyanga                         - Una cosa voglio sapere: dimmi, com'è possibile che tu non ti sia mai accorto di quello che pensavo e di quello che preparavo?

Naman                          - Dovevo lasciarti fare. Tu ignori quanto mi hai aiutato. Ho visto giorno per giorno i tuoi piccoli tradimenti di uomo. Io parlavo dello spirito, tu della terra; io di Dio, tu del potere; io della libertà e tu della felicità. Così ho capito. Non ci si può fidare degli uomini, Nyanga; ma solo del loro ricordo. (Si ode rumore fuori. Entrano di corsa Matubele e Xhosa).

Xhosa                            - Naman! I soldati! I soldati ci hanno cir­condati.

Matubele                       - La foresta brulica di torce, di riflettori. (Si apposta alla finestra) Non ti prenderanno fin­ché io sarò vivo.

Naman                          - Non sparare. Te l'ordino, hai capito?

Matubele                       - (a Nyanga) Sei stato tu, sei stato tu, vero?

Xhosa                            - Traditore! Traditore!

Naman                          - Non odiatelo. Ha fatto la sua parte. E' venuto a salvarvi: e anche a salvare me. Vi prego. Lasciatemi solo con Xhosa. (Xhosa gli va vicino, appoggia la testa sul petto di Naman).

Xhosa                            - E' finita: come tu hai voluto. Ebbene, Naman, non tremare davanti a loro. Segui fino alla fine la tua strada, anche se passa sul mio cuore.

Naman                          - Vorrei non dovervi passare.

Xhosa                            - Lo so. Ma è la tua strada. Tua madre, oggi, m'ha detto: « Che posso fare, anch'io? Una madre è come un arco, non può mutare la traiet­toria della freccia ». Hai scelto un triste destino.

Naman                          - Un destino glorioso.

Xhosa                            - Una gloria triste.

Naman                          - Il mondo ripeterà sempre il mio nome.

Xhosa                            - Che m'importa, se ti vedrò morire? Perdo­nami. Non posso fermarti. Sono solo una povera ragazza. Ho sbagliato quasi tutto nella mia vita, e forse ho sbagliato anche te.

Naman                          - Xhosa, è molto difficile...

Xhosa                            - No, non dirmi nulla. Ma tu tremi. Hai paura? Ti fanno paura i Bianchi? I loro fucili e i loro tribunali? Sei caldo come per la febbre. Non aver paura, Naman. Non dubitare più, non tornare indietro. Va'. Che non ti vedano mai implo­rare. Ti sentirai solo, nella prigione dove ti gette­ranno, e tutti si allontaneranno. Ma io rimarrò sempre con te. Quando avrai paura, pensa a questo: nel mondo c'è una donna che sa che tu possiedi la verità, e che sei giusto. Qualunque cosa avvenga, io penserò sempre che sei la luce del mondo. E ogni volta che mi sveglierò e guarderò il sole vincere la notte, dirò: « Ecco, così è lui ».

Naman                          - Non posso sottrarmi, tu lo capisci, vero? Anche quelli che amo...

Xhosa                            - Sì, lo so, la verità. Che terribile peso ti sei messo sulle spalle. Ma perché, perché siete così? Perché nascono uomini come te? Una madre sogna un figlio che le chiuda gli occhi. Una donna sogna un uomo che la sera torni da lei, la prenda tra le braccia e le rimanga vicino. Invece i vostri sogni scacciano e distruggono noi, le povere donne. I giochi della vostra mente sono più forti della carne e del sangue. Tu parli sempre di Dio; ma per me questo Dio è solo una parola, non riesco a dargli un volto. E ora il tuo Dio ti strappa a me. Tu mi abbandoni per amore di una parola. (Entrano Nyanga e Matubele. Fuori il rumore si è fatto più forte. La radura è tutta illuminata. Una voce fuori ingigantita da un megafono urla).

Una Voce                      - Vieni fuori, Naman. Vieni fuori, con le braccia alzate. (Naman si avvicina. Nel passare davanti a Nyanga, i due si fissano. Poi si abbrac­ciano. Ma Naman ha compiuto il gesto un momento prima. Poi Naman esce).

Xhosa                            - L'hai tradito, l'hai tradito, e hai avuto il coraggio di abbracciarlo?

Nyanga                         - (come stordito, barcollante) Non sono stato io. Mi ha baciato lui, per primo!

SECONDO TEMPO

Ottavo quadro

Un'osteria per Negri di fronte alla prigione della capitale. Xhosa e Matubele sono seduti ad un tavo­lino, nell'angolo più buio. Tengono la testa bassa, per timore che qualcuno li riconosca.

Matubele                       - Dobbiamo andare via da questa città maledetta.

Xhosa                            - Andare via? E dove?

Matubele                       - In qualunque altro posto. Potresti veni­re a casa mia. Da due anni non rivedo mia moglie e i miei figli.

Xhosa                            - Resterò accanto a sua madre. Lo aspet­terò.

Matubele                       - E' inutile restare qui. Inutile e peri­coloso.

Xhosa                            - Pericoloso? Non m'importa. Inutile non è.

Matubele                       - Che cosa speri?

Xhosa                            - Di avere sue notizie. Di rivederlo.

Matubele                       - Abbiamo saputo quel che potevamo sapere. E' lì dentro e la polizia lo sta interrogando.

Xhosa                            - Lo torturano, vero?

Matubele                       - Non credo, per ora. Si sarebbe saputo. Forse hanno paura delle reazioni dei Negri.

Xhosa                            - I Negri! Sono i più feroci contro di lui.

Matubele                       - Gliel'avevo detto. Siamo una razza di vigliacchi, noialtri. Meritiamo il piede dei Bian­chi sul collo.

Xhosa                            - Tu credi che i Bianchi si comporterebbero meglio? (Matubele non risponde). Hai potuto dor­mire stanotte?

Matubele                       - Poco. Per fortuna alla mia età si resiste bene anche dormendo poco.

Xhosa                            - Io invece ho dormito come una bimba. Mi sono svegliata contenta, stamattina. Non ricor­davo più nulla. Dopo ne ho avuto rimorso e ho pianto.

Matubele                       - Non dormivi da tre notti.

Xhosa                            - Non dovrei dormire. E' terribile: è ancora vivo e già cominciamo a dimenticarlo. Dopo quat­tro giorni.

Matubele                       - Sai benissimo che non Io dimentiche­remo mai.

Xhosa                            - Hai mai provato a vegliare una persona che sta morendo, una persona cara?

Matubele                       - Più di una volta.

Xhosa                            - Ebbene, ti sarà capitato di addormentarti un poco, di mangiare o anche solo di distrarti, di seguire i tuoi pensieri, cancellando dalla tua mente quell'essere che si spegneva. E' la cosa più terribile.

Matubele                       - E' inevitabile.

Xhosa                            - E' inevitabile; ma bisogna evitarlo. A me, capitò quando agonizzava mia madre. Mi sono sentita terribilmente colpevole, dopo.

Matubele                       - Perché? Forse lei non ti vedeva nep­pure.

Xhosa                            - Non mi vedeva, infatti, ma mi sentivo ugualmente colpevole. Mi pareva che avrei dovuto custodire con avidità quegli ultimi momenti pre­ziosi della sua vita. Invece pensavo che avrei dovu­to vestirmi a lutto e cercavo di contare quante persone avrebbero assistito alla cerimonia funebre. Così stiamo facendo ora con Naman.

Matubele                       - Via! Lui non è morto, per fortuna.

Xhosa                            - E' lontano, irraggiungibile. Forse non lo vedremo più, e certamente non sarà mai più come una volta. II nostro Naman è morto. Lui soffre, là dentro: e noi, qui, stiamo pensando a noi stessi.

Matubele                       - Dobbiamo pensare a noi stessi. Po­trebbe fuggire. Dobbiamo impedire che il Movi­mento si disgreghi. Bisogna pensare sempre alla rivoluzione.

Xhosa                            - Parli come Nyanga.

Matubele                       - Non nominarlo! Uno di questi giorni non ci saranno guardie o muri capaci di proteg­gerlo dal mio coltello.

Xhosa                            - Eppure, Naman l'ha baciato. Che sta succedendo intorno a noi, in questi giorni? Tutto è incomprensibile. Bisogna rinunciare a capire. Della rivoluzione, non m'importa nulla. Solo di lui mi importa, della sua vita.

Matubele                       - Noi siamo ciò che rimarrà di lui. (En­trano due operai).

Il primo Operaio           - Padrone! (Batte su un tavolino) Padrone! Birra! (Compare il padrone).

Il Padrone                     - Non c'è più birra.

Il secondo Operaio       - Il diavolo ti strangoli. Perché?

Il Padrone                     - Ordine del Governatore. Oggi la birra è finita. (Mostra un cartello).

Il primo Operaio           - Ma lui ce l'ha la birra, il tuo maledetto governatore. Gli venisse il tifo, quando la beve.

Il secondo Operaio       - (dandogli di gomito e indican­dogli Xhosa e Matubele) Stai attento, stupido. (Siedono. A bassa voce). Senza birra. Incominciano a vendicarsi.

Il primo Operaio           - Oh, Naman, Naman, esci fuori dalla galera e guida i tuoi Negri derelitti all'assalto delle birrerie!

Il secondo Operaio       - (inquieto) Senti, io me ne vado. Tu vuoi finire male, oggi. (Il primo operaio lo trattiene).

Il primo Operaio           - Stai buono fratello. (Piano) Ti preoccupi per loro? Sono due amici taciturni.

Il secondo Operaio       - (piano) Questo significa che ascoltano.

Il primo Operaio           - Che possono sentire di impor­tante dalle labbra di un povero operaio che lavora tutto il giorno come un mulo? Qualche impreca­zione perché non c'è birra. Niente di grave. Il ma­lato grida, il dolore diminuisce. Lo schiavo im­preca, la frusta è più leggera. Niente di grave.

Il secondo Operaio       - (piano) Eppure hanno proprio l'aria di spie della polizia.

Il primo Operaio           - Non calunniare due poveri fore­stieri. Guardali bene. Sono silenziosi e tetri. Se­condo me sono marito e moglie. (Si alza) Ora glielo domando.

Il secondo Operaio       - Siedi qui, disgraziato. E tu, portaci da bere.

Il Padrone                     - Noce di cocco? Il primo Operaio - E vada per la noce di cocco. Rinfrescherà le budella e spero anche le idee.

Il secondo Operaio       - Allora ne porti una botte, a lui, ne ha bisogno.

Il primo Operaio           - Beviamo quest'acqua dissetante, alla salute del grande Naman. Perché come lui è senza sostanza, priva di alcool e senza effetto.

Il secondo Operaio       - Povero sventurato, che brutta fine ha fatto. Però in principio qualche buona idea l'aveva. Secondo me l'hanno rovinato quelli che gli stavano intorno.

Il primo Operaio           - Si è messo contro chi comanda. Se c'è qualcuno che difende i miserabili, trovano il modo di farlo tacere. O lo ammazzano o lo comperano.

Il secondo Operaio       - Oggi c'è un altro sistema: rendono simile a loro.

primo Operaio               - La miglior cosa è di vivere in pace, farsi i fatti propri e non dar retta a nessuno. La via è come un gioco alle carte. Tu nasci Negro e povero, un altro Bianco e ricco.

Il secondo Operaio       - Ma chi ha detto che la pelle nera è la carta più bassa? Questo vorrei sapere.

Il primo Operaio           - E' stabilito così, non c'è dubbio. Guarda Naman: a un certo momento sembrava proprio che potesse gettare le carte sul tavolo, gridare che d'ora in avanti le più basse avrebbero avuto il valore più alto. Invece, una bolla di sa­pone. Vuol dire che le cose devono andare come vanno.

Il secondo Operaio       - L'avranno comprato.

Il primo Operaio           - Perché l'avrebbero arrestato, dopo?

Il secondo Operaio       - Prima gli hanno strappato le unghie e poi l'hanno messo in gabbia. (Entra un gruppetto di popolani negri. Sono allegri di una triste allegria minacciosa. Con loro c'è un suona­tore ambulante, un chitarrista storpio).

 Il Chitarrista                 - C'era una volta di Dio l'eletto,

Poi si scoprì ch'era un poveretto.

Voleva far la rivoluzione,

Ma ebbe paura: e ora è in prigione.

Con le parole cambiava il mondo.

Ballerà appeso il girotondo. (Risate. Voci degli operai).

Bravo, ma bravo.

Quando ti è venuto in mente?

Birra, birra!

Vogliamo bere!

Il Padrone                     - Niente alcoolici né birra, oggi. Non si può!

Il Chitarrista                  - Non si può? Neanche per noi? Per noi sì. Siamo i fedeli sudditi del Bianco, noi. I servitori del governo, i paladini dell'autorità e i calcinculo dei ciarlatani. (Risate) Fratelli, in que­sta stessa via abita uno che ha venduto il suo popolo per un soffio. Per denaro l'avrei capito. Per ambizione; o che so, per divertimento. Ma per un soffio!

Un Popolano                 - Sii serio. Siamo di fronte alla pri­gione. La storia ti guarda.

II Chitarrista                 - Mi guarda, ma non mi vede. E' troppo vecchia: è miope. (Risatine. Si rivolge a Xhosa e Matubele).

Il Chitarrista                  - Ma voi, perché ve ne state lì, così silenziosi? (Si avvicina) Uh, che bella ragazza. Da dove vieni, bocciolo di rosa? Dimmi il tuo nome e ti farò mia sposa. (Risate) Ma tu sei stanca, malandata. Questo capita, diletti figlioli, alle fan­ciulle per bene che nel sonno si scuotono troppo. (Risatine) Bisogna scegliere, bella mia: o sotto o sopra, e non muoversi più. (Risate).

Xhosa                            - Vattene via, lasciami in pace.

Il Chitarrista                  - Uh, uh, ha del temperamento. Bella e altera, femmina vera. Fiera e procace, fem­mina vorace. Come, non ridete più? Hai visto, ragazza mia? Hai fatto passar l'allegria. (Entra un gendarme) Per fortuna è entrato un gendarme; la vita ci sorride ancora, e ci offre il meglio di sé. Quando un uomo è in uniforme, chi può dir se è sveglio o dorme? (Risatine soffocate).

Il Gendarme                  - Non fare lo stupido, non tollero scherzi, oggi.

Il Chitarrista                  - Ah, perché Vostro Onore li tol­lerava ieri? Bene, pazienterò fino a domani.

Un Popolano                 - Vieni dalla prigione?

Un altro                         - Che fa il grande Naman?

Il Chitarrista                  - Volete dire l'eletto di Dio? E' lì nell'angolo che fa « pio, pio ». (Risate).

Il Gendarme                  - lo non l'ho visto, non lo può ve­dere nessuno, ci sono quelli della sezione politica. Voglio dire che l'ho visto per un momento, di lontano.

Il Chitarrista                  - Di lontano, mi spiace. Con quelle tue braccia robuste dovresti andargli vicino, vi­cino. E scaraventargli un bel pugno sui denti a nome nostro.

Il Gendarme                  - (indicando Matubele e Xhosa) Chi sono quelli? Sembrano forestieri.

Il Chitarrista                  - Bocciolo di rosa e il suo rino­ceronte.

Matubele                       - Bada, sciancato, nessuno mi ha chia­mato rinoceronte.

Il Chitarrista                  - Era ora che qualcuno comin­ciasse. (Risate. Il gendarme si avvicina. Il chitar­rista lo segue).

Il Gendarme                  - (rivolto a Matubele) Non ti agi­tare tu. Ti ho già visto da qualche parte?

Matubele                       - Non mi pare.

Il Gendarme                  - A me pare di sì. Questa tua faccia... Dammi i documenti. (Contraccambiando l'occhiata sgomenta di Xhosa, Matubele gli porge i docu­menti).

Il Gendarme                  - Ti chiami Rodian Tugamby, sei fornaio. E' falso questo documento?

Matubele                       - No di certo.

Il Gendarme                  - Eppure devo averti visto da qual­che parte.

Il Chitarrista                  - Arrestalo camerata, è un ladro di polli. Ladro di polli: ha rubato il mio onore.

Il Gendarme                  - (ridendo) Perché, il tuo onore è un pollo?

Il Chitarrista                  - Certo. Ho un onore come quello delle donne, io. Vorrebbe cantare e starnazza, vor­rebbe volare nel cielo e riesce a malapena a stac­carsi goffamente dal cortile.

Il Gendarme                  - (a Matubele) Non facevi parte per caso del Movimento, tu?

Matubele                       - Io? Le pare che abbia la faccia di un criminale?

Il Chitarrista                  - Il solo movimento che riconosce in questo momento, è un peristaltico forte movi­mento. (// gendarme rida il documento a Ma­tubele).

Il Gendarme                  - E questa chi è?

Matubele                       - Mia figlia.

Il Chitarrista                  - Dice che è sua figlia. Ma dove gli somiglia? (Il gendarme seguito dal chitarrista si allontana, sempre fissando i due sospettosamente).

Xhosa                            - L'hai tradito, hai avuto paura, (Matubele abbassa il capo e non risponde) Dov'è il tuo onore?

Matubele                       - Che m'importa del mio onore? Naman, vivo o morto, ha bisogno di me. Solo questo conta. (Il primo operaio che da un po' di tempo fissa Xhosa attentamente si alza e si avvicina).

Il primo Operaio           - Senti un po'. Non eri per caso una di quelle che stavano con quel maledetto Na­man?

Matubele                       - Che ti salta in mente? (L'operaio le va più vicino).

Il primo Operaio           - Su, lasciami vedere. Eppure, eri proprio tu, mi ricordo benissimo. Lo giurerei. sono stato uno di quelli che il giorno della sfi­lata ti hanno portato in trionfo. Sbaglio, forse?

Xhosa                            - (fieramente) Non sbagli, ero io. (Tutti gli altri si alzano e cominciano ad avvicinarsi).

Matubele                       - Lasciatela stare! Non è vero, ve l'as­sicuro.

Il primo Operaio           - Allora, bella mia, ho idea che ti daremo proprio una bella ripassatina.

Il Gendarme                  - Sta fermo tu. Voi due siete in arresto.

Il primo Operaio           - Ma prima le diamo una ripas­satina. E' bella. Se va al fresco per quanto tempo non vedrà più uomini? Siamo in molti qui: e vo­gliamo farle ognuno il nostro regalo perché in prigione resti tranquilla.

Matubele                       - Sentite, amici, quest'uomo mente. Ve lo giuro. E io lo so perché mente. Ha paura di es­sere riconosciuto.

Il primo Operaio           - Che ti prende, vecchio stupido?

Matubele                       - Vedete, già trema. Ma non l'avete sen­tito? Con le sue stesse parole l'ha detto, ha portatoin trionfo quelli del Movimento, gli amici di Naman. (Mormorii tra gli altri) Lo ricordo benissimo io. Per questo sta cercando di metterci nei guai, teme di essere riconosciuto. Ero rimasto bloccato dalla folla, il giorno della sfilata di quei porci e ho visto quest'uomo prendere sulle spalle una di» quelle sgualdrine. Gridava: « Viva Naman » e anche « A morte la polizia » e perfino: «Crepi quel Negro che non avrà ucciso un Bianco ».

Il primo Operaio           - Ma che stai dicendo?

Matubele                       - Ve l'assicuro io, lo ricordo bene. E diede anche un pugno a un vecchio perché non gridava: « Viva Naman! ». (Un operaio si avvicina al primo operaio).

L'Operaio                      - Ah, è così, eh? (Gli dà uno schiaffo).

Il primo Operaio           - Siete tutti stupidi? Vi fate mettere nel sacco da lui?

Un Operaio                   - Può darsi che abbia ragione. Ti ho sentito io fare certi discorsi, in quei giorni. (Quello di prima lo colpisce ancora. Altri due o tre gli si fanno vicini e lo colpiscono. Incomincia una rissa. Il poliziotto cerca di dividerli).

Il Poliziotto                   - Fermi, state fermi! (Approfittando della confusione e della lotta, Matubele e Xhosa sgattaiolano fuori).

Il Chitarrista                  - Per consolarsi la mia razza

fa a pugni e grida: « Ammazza, ammazza ».

Colui che monta la cavalla zoppa

non si lamenti se poi s'accoppa.

E la donna che sposa un collotorto

non si lamenti se rimane a corto.

L'uomo deve affidarsi a se stesso:

se fida in altri lo fanno fesso.

Che volete? L'uomo di ogni razza

sbaglia e poi grida: « Ammazza, ammazza ».

Nono quadro

La stanza del Giudice militare. Al Palazzo di giu­stizia. Sono presenti il Giudice, che porta i gradi di colonnello e il Cancelliere che è un tenente).

 Il Giudice                     - Una strana estate, questa. Le piogge sono ancora lontane, E i venti del Sud portano il freddo.

Il Cancelliere                 - Mia moglie, gli altri anni, era in montagna da una settimana. Ha rinviato la par­tenza al mese prossimo.

Il Giudice                      - Ha notato, Van Hoff? Anche le leggi naturali soffrono spesso eccezioni: un'estate che non arriva, un inverno caldo, per non parlare dei terremoti. L'universo si prende le sue vacanze, fa le sue scappatelle. Solo all'uomo non è concesso. Non glielo perdoniamo.

Il Cancelliere                 - - Forse l'universo non teme se stesso come l'uomo.

Il Giudice                      - Ecco un'osservazione che non mi sarei mai aspettata da lei, Van Hoff.

Il Cancelliere                 - Lo so. Lei non mi stima.

Il Giudice                      - (imbarazzato) Via, che dice?

Il Cancelliere                 - Lei pensa che io non ho imma­ginazione.

Il Giudice                      - Io l'apprezzo, Van Hoff. Le assicuro che la stimo più di me stesso.

Il Cancelliere                 - (ride) Ma allora è proprio sull'orlo del suicidio. Be', dato che ne parla, le con­fesserò: ero preoccupato. Lei è sempre stato ener­gico, risoluto. Da qualche tempo, se mi permette... Le parlo perché le sono affezionato... Lei è esitante, indeciso. Non so, stanco.

Il Giudice                      - Pensa che comincio a invecchiare, vero? Un esaurimento nervoso... o un conflitto fa­miliare.

Il Cancelliere                 - Per carità, io....

Il Giudice                      - Tutti sono al corrente della fuga di mia moglie, tenente. Tutti, anch'io. Crede che non li senta i mormorii alle mie spalle? Povera Vivien. La nostra epoca, tra gli altri difetti, ha il gusto di involgarire tutto. Se un uomo si commuove, si pensa che sta rincretinendo, che le arterie del cervello diventino rigide. Se una donna abbandona il marito, diventa subito una viziosa, una prosti­tuta. (Van Hoff fa un gesto come per dire: « Con­tento lei ») Eppure, lei dovrebbe ormai sapere co­m'è noiosa la vita matrimoniale, Van Hoff.

Il Cancelliere                 - Io e mia moglie siamo felici.

Il Giudice                      - Non ne dubito. Anch'io ero felice. Tanto felice che non vivevo. (Van Hoff lo guarda senza capire. Poi decide di evitare un discorso troppo personale).

Il Cancelliere                 - Tra pochi minuti dovrebbero condurre Naman. Gli agenti sono già partiti per andare alla prigione.

Il Giudice                      - Mi auguro che quelli della polizia po­litica non l'abbiano picchiato troppo, se no questa volta le prometto che gliela farò pagare.

Il Cancelliere                 - La prego, colonnello, con il fer­mento che c'è in giro.,.

Il Giudice                      - Non voglio che i detenuti siano tor­turati, lo sanno.

Il Cancelliere                 - E' un caso particolare. C'erano cose troppo importanti da sapere.

Il Giudice                      - Purché non me lo portino qui da­vanti ridotto come l'ultimo, quel Negro che aveva disertato. E' un affronto per un magistrato.

Il Cancelliere                 - Sono convinto che questa volta non si vedrà nulla.

Il Giudice                      - Mi dica, Van Hoff. Come giudica Naman?

Il Cancelliere                 - Lei dovrebbe sapere come Io giudico.

Il Giudice                      - Già. Sempre la scarsa immaginazione. Un mestatore che pesca nel torbido, o un pazzo scatenato.

Il Cancelliere                 - Io propendo per il mestatore. E non ho pietà. Non si può negare che attualmente si viva bene nel nostro paese. Per lo meno la gente come noi, i migliori. Ciascuno di noi ha lottato per conquistare quel poco che ha.

Il Giudice                      - Così i benpensanti vedono la legge: la formalina del mondo. Conservare e mummificare. E noi magistrati siamo, per conto vostro, gli imbal­samatori. Per fortuna il mondo non ci dà retta. Non ci teme.

Il Cancelliere                 - Non capisco proprio perché do­vremmo amare il disordine.

Il Giudice                      - Tutti amiamo il disordine, più di quanto crediamo, Van Hoff! Ce lo portiamo dentro. E quando c'è troppo ordine i popoli si rivoltano, e le mogli fuggono dai mariti. Mia moglie era una delle Bianche che ammiravano Naman. Non le dice niente, questo?

Il Cancelliere                 - Solo che è un po' isterica, signore. Se mi permette.

Il Giudice                      - Isterica? Può darsi. Ma credo che alla morte, la vita debba sembrare frenetica, troppo rumorosa.

Il Cancelliere                 - Veramente..,

Il Giudice                      - Non farei questo mestiere da vent'anni, Van Hoff, se a forza di esercitarmi sulla pelle del mio prossimo non avessi imparato a giudicarmi. Troppo spesso dimentichiamo che ci sono i reati di omissione. Preferiamo il paralitico al folle, ci dà meno fastidio. Ma la follia è più vicina alla vita della paralisi.

Il Cancelliere                 - Lei sta per cominciare gli inter­rogatori di Naman. Farà quello che vorrà, è natu­rale. Mi permetta però di farle presente che tutti i cittadini del paese, compresi i Negri onesti, voglio­no provvedimenti esemplari. Una severa punizione.

Il Giudice                      - Van Hoff, non ho bisogno delle sue esortazioni, E non m'importa quel che vogliono i cittadini. Se quell'uomo ha sbagliato, pagherà.

Il Cancelliere                 - Se ha sbagliato? Eccome ha sbagliato. (Suona un telefono sul tavolo del can­celliere) Pronto, sì? (Ascolta) Un momento. (Molto imbarazzato) Colonnello...

Il Giudice                      - Sì.

Il Cancelliere                 - C'è sua moglie.

Il Giudice                      - (con uno scatto) Come dice?

Il Cancelliere                 - Sua moglie chiede di vederla. (Il giudice resta assorto, poi, con voce assente).

Il Giudice                      - La facciano passare, (Entra Vivien).

Il Cancelliere                 - Buongiorno, signora.

Vivien                           - Buon giorno, Van Hoff.

Il Cancelliere                 - Scusatemi, devo passare alla Procura. (Esce).

Il Giudice                      - (piano) Ciao, Vivien.

Vivien                           - Ti trovo stanco. Hai un aspetto soffe­rente.

Il Giudice                      - Lavoro molto. Perché sei venuta?

Vivien                           - Ti dispiace?

Il Giudice                      - No. Non t'aspettavo... non qui.

Vivien                           - Temevo che a casa non avresti voluto ricevermi. Qui, ho pensato, non avresti osato man­darmi via.

Il Giudice                      - Mi conosci dunque tanto poco!

Vivien                           - Non guardarmi così. Vorrei che tu potessi perdonarmi. Ma non potrai.

Il Giudice                      - (amaro) Sono un giudice, no? A me tocca sempre la sentenza. La grazia, se si può con­cederla, è compito di un altro.

Vivien                           - Non essere così amaro. Mi togli ogni coraggio.

Il Giudice                      - (esitante) Vorresti... tornare a casa?

Vivien                           - Hai... pensato a questo? No, Hector... io...

Il Giudice                      - Ci ho sempre pensato: da allora mi svegliavo di notte, per pensarci.

Vivien                           - Ti prego. Mi fai sentire colpevole.

Il Giudice                      - Davvero? Be' immagino che tu abbia bisogno di qualcosa. Denaro?

Vivien                           - Non insultarmi. Sai che preferirei morire.

Il Giudice                      - E allora, che posso fare per te?

Vivien                           - Ho letto che oggi comincia l'istruttoria contro quel Negro, Naman.

Il Giudice                      - Ebbene?

Vivien                           - Ho molta simpatia per lui.

Il Giudice                      - Lo so.

Vivien                           - Vorrei pregarti di giudicarlo con bene­volenza. Quell'uomo non ha mai fatto del male.

Il Giudice                      - Meglio per lui, allora. Non hai pen­sato che perorando tu la sua causa, lo potresti dan­neggiare?

Vivien                           - Sei un uomo giusto. E io ti prego, in nome della felicità che hai avuto un tempo da me.

Il Giudice                      - Anche il mio successore nel tuo letto, l'avvocato Achebe, è un sostenitore di Naman? Ti ha consigliato lui di venire qui?

Vivien                           - No. Lui l'ammirava molto, una volta. Adesso lo deride.

Il Giudice                      - Questo va a vantaggio di Naman. Ma non temere. Sei venuta perché mi conosci bene. Sai che non ti ho dimenticato, e che non ti odio. Sai che non mi vendicherei mai su un inno­cente. Però dovresti pure sapere che non cedo facilmente a certe preghiere, neppure di... mia moglie. Neanche prima avevi mai osato chiedermi un favore come questo.

Vivien                           - Non avevi mai avuto nelle tue mani il destino di un uomo come Naman. E' più che un uomo. Tu devi salvarlo.

Il Giudice                      - Più che un uomo. Sono ansioso di conoscerlo.

Vivien                           - Vedrai, Io ho fiducia in te, Hector. Se tu saprai ordinare al tuo cuore di ascoltare e al tuo cervello di tacere...

Il Giudice                      - Mi stai chiedendo di diventare una specie di idiota.

Vivien                           - Ti chiedo di non difenderti dalla tua generosità. Ti sentivi un idiota quando mi aspet­tavi, ogni notte, dopo che ero fuggita con un altro?

Il Giudice                      - Sì. E me ne vergognavo.

Vivien                           - Era la parte migliore di te. Tu sei ge­neroso. Per questo mi ami ancora.

Il Giudice                      - Basta, Vivien.

Vivien                           - Mi ami, lo vedo nel tuo sguardo di feb­bre. Non vergognartene.

Il Giudice                      - Non si può negare che le visite a quel Naman ti abbiano giovato. Scopro in te una na­tura appassionata che non conoscevo. Ma il me­rito, forse, è degli abbracci focosi di Achebe.

Vivien                           - Non avvilire te stesso, ora.

Il Giudice                      - Abbi almeno il pudore di non senten­ziare. Hai ceduto ai tuoi desideri, non farne almeno una norma di condotta. Non l'hai detto, al tuo amico Naman, quello che hai fatto? Non gliel'hai fatto sapere, come vivi, all'eletto di Dio?

Vivien                           - Non ho mai avuto il coraggio di avvici­narlo. Una notte dopo aver ascoltato un suo discorso, sono stata presa da una specie di frenesia. Sono uscita di casa e sono corsa a cercarlo. Volevo parlargli, pregarlo di aiutarmi. Perché in quei giorni ero felice, felice come mai lo ero stata, e nello stesso tempo mi ripetevo che la mia felicità era fondata sulla colpa, e perciò sarebbe crollata: avevo terrore di questo. Sono arrivata fino alla casa dove lo ospitavano, ma tutte le luci erano spente. Così sono tornata indietro. Del resto, oscu­ramente, lo temevo. Anche adesso, anche adesso, Hector, io non riesco a provare pentimento per quello che faccio. So di essere colpevole, lo so, ma non mi sento colpevole. E la mia sola paura è che la punizione mi sottragga all'amore di Achebe.

Il Giudice                      - Per questo vuoi salvare l'eletto di Dio? Perché ti aiuti a conservare il tuo amante. Un affare vantaggioso.

Vivien                           - Non l'ho mai pensato, lo giuro. Quell'uo­mo è innocente, Hector. Devi ascoltarmi. L'ammi­razione che ho per te mi ha spinto qui.

Il Giudice                      - Taci.

Vivien                           - Tu sei l'uomo migliore che io conosca. Sarai sempre come una luce per me, anche se...

Il Giudice                      - Vattene! Naman sarà giudicato secon­do la legge, e solo alle sue azioni dovrà attribuire il suo destino. Lo giudicherò serenamente, come ho sempre fatto. Come da qualche tempo faccio con tormento. E' giusto che tu sappia una cosa, Vivien. In un certo senso devo esserti grato. Dopo la tua partenza, io sono cambiato. Era troppo tempo che non soffrivo davvero. Vedi, ero stato abituato dal mio lavoro a una specie di contabilità accurata, di perenne scambio. Tu hai rubato una bicicletta: una settimana di arresti. Hai disertato: vent'anni di lavori forzati. Hai ucciso: la forca. Un perenne rapporto di causa-effetto. Se c'è la colpa, ci deve essere la pena. Ma allora, se c'è la pena ci deve essere la colpa. Così, quando ti ho perduto, ho cercato la mia colpa.

Vivien                           - Povero Hector... la vita non è un due più due.

Il Giudice                      - Deve esserlo, perché uno che fa il mio mestiere non s'impicchi! Ho scrupolosamente os­servato tutti i miei atti, ogni mia azione. Sono one­sto, certo. Ho sempre fatto il mio dovere. Sono scrupoloso. Con te, credo di essere stato un buon marito.

Vivien                           - Un marito perfetto.

Il Giudice                      - Perfetto, ecco. Da qui, appunto, è cominciato il ragionamento. Forse è stato questo l'errore: essere un marito perfetto. Ho spinto il bisturi a fondo nella mia carne, crudelmente, senza riguardi. Alla fine ho dovuto convenire che forse nella perfezione maritale consisteva il primo dei miei talloni di Achille. E a poco a poco mi sono accorto di aver sbagliato la mia vita, tutta.

Vivien                           - Ma che dici...

Il Giudice                      - Ho scoperto che proprio nella mia irreprensibilità stava la mia colpa. M'impediva di partecipare alla vita del mondo. E questo era un male, anche se la mia felicità ne era il com­penso. Ho appreso di aver meritato il castigo.

Vivien                           - Non parlare così. Adesso esageri, Hector.

Il Giudice                      - No, d'altra parte questo non ti giu­stifica. Ho guardato anche la mia vita professio­nale, naturalmente. Anche qui, confusione e colpa. Conoscevo a memoria tutti gli articoli del codice, avevo pubblicato un fondamentale volume sulla distinzione tra « jus » ed « aequitas », ma non sa­pevo guardare nel cuore di un uomo. La settimana scorsa ho condannato un soldato per violenza car­nale. Tu mi conosci, sai che io non commetterei mai una simile azione. Ebbene, quando ho letto la sentenza, solo con uno sforzo enorme ho resi­stito alla tentazione di leggere il mio nome al posto di quello dell'imputato.

Vivien                           - (commossa) Ormai anche tu sai guardare la vita. Per questo non mi hai colpito, non mi hai coperta di insulti. Grazie. Grazie Hector. Naman è in buone mani.

Il Giudice                      - (tentando di scherzare) Non esserne certa. Se davvero rappresenta Dio, avrà molti capi di imputazione ai quali rispondere.

Vivien                           - Forse sto pronunciando parole assurde, ma sai che ti dico? Ti accorgerai che lui è... sì... uno di noi. Io non so come sia possibile, forse la colpa e l'innocenza si toccano, il giorno e la notte hanno qualcosa in comune, e solo il crepuscolo è ambiguo e colpevole. Una volta mi sono trovata sul passaggio di Naman e i nostri occhi si sono incontrati. Ho visto che mi stava leggendo dentro. Ho visto il suo sguardo riempirsi di pena, di una pietà smisurata. Nessuna condanna, capisci, nes­suna esortazione: solo pietà. E ho pensato che quell'uomo mi capiva, capiva tutto, anche quello che dentro di me era confuso e sfuggiva a me stessa. Ma se mi capisce... allora deve avere qualcosa in comune con me, non è così?

Il Giudice                      - Forse è la consapevolezza. Vi sono innocenti che non sanno di esserlo, e colpevoli che ignorano. Ma quando gli uni e gli altri vedono lucidamente in sé, e soffrono, gli uni della colpa e gli altri dell'innocenza, forse per ciò stesso di­ventano simili e comincia la loro salvezza.

Vivien                           - L'aiuterai, non è vero?

Giudice                         - Non chiedermi troppo, Vivien. Il giorno in cui non credessi davvero più nella legge, o non avessi la forza di applicarla, me ne andrei. (Piano) Mi ucciderei.

Vivien                           - Che hai detto?

Il Giudice                      - Nulla, nulla.

Vivien                           - Voglio la tua promessa. (Entra il Can­celliere).

Il Cancelliere                 - Scusi, colonnello, il detenuto è arrivato, ho creduto mio dovere avvertirla...

Il Giudice                      - Grazie, possiamo cominciare subito. Buona sera, Vivien.

Vivien                           - Arrivederci. Posso stare tranquilla?

Il Giudice                      - Addio, Vivien.

Il Cancelliere                 - Prego, di qui. (L'accompagna ad un'altra porta poi rientra).

Il Giudice                      - (al Cancelliere) Lo faccia entrare. (Entra Naman. Il giudice seduto alla sua scrivania gli fa cenno di sedere in una sedia) Naman Fodiba, anni 34, operaio, razza negra. Secondo i rapporti della polizia, sei accusato di sedizione, atten­tato alla sicurezza dello Stato, costituzione di gruppi armati, sovvertimento delle leggi sulla separazione razziale. Ti devo inoltre comunicare che secondo un ulteriore rapporto ancora incompleto, avresti agito in accordo e al servizio di una Potenza stra­niera, per instaurare nel nostro Paese un regime totalitario e materialista. Io sono il giudice mili­tare incaricato dell'istruttoria; da questo momento risponderai a me delle tue azioni. Vuoi dichiarare qualcosa? (Naman tace) Ascoltami. Siamo in un Paese democratico, io sono un magistrato onesto. Se potrai dimostrare di non aver commesso il male, sarai libero.

Naman                          - Che cos'è il male?

Il Giudice                      - Un'azione contraria alla legge.

Naman                          - (indicando i codici sul tavolo) Un'azione biasimata lì dentro?

Il Giudice                      - Esattamente.

Naman                          - E lei pensa che lì dentro ci sia lo spec­chio del cuore? L'uomo non può essere la misura dell'uomo.

Il Giudice                      - Ascoltami, Negro. Anch'io ho letto qualche libro. Discorsi vecchi, interessanti. Ma quando sono seduto qui dietro, conosco solo questi. (Afferra un codice e lo sventola) Stai adottando una tattica sbagliata. Non sono di quelli che ti odiano, io. Devi saperlo: mi hanno affidato questa istruttoria perché pensano che abbia motivo di odiarti dal momento che sei un Negro: una que­stione personale. Io sono un uomo senza' pregiu­dizi, progressista, anzi... Per dimostrarlo apersi la mia casa a un giovane avvocato negro molto intelligente. Alla fine, mia moglie è fuggita con lui. Adesso, i miei conoscenti quando parlano della integrazione razziale si divertono molto. Dicono: « La moglie del colonnello si è integrata », e ri­dono. Ma io non sono meschino al punto di odiarti per questo. Non ti odierei neppure se tu stesso fossi andato a letto con lei. Sono incapace di odiare, credo. Un difetto che mi ha nociuto molto nella carriera: altrimenti a quest'ora sarei mini­stro della giustizia. Non è vero, Van Hoff? Lui è il nostro cancelliere. Scriverà tutto quel che dirai. Attento: è una persona per bene.

Il Cancelliere                 - Colonnello, devo farle presente che...

Il Giudice                      - Va bene, va bene. Non sia suscetti­bile, stiamo scherzando. Naman, devo scrivere le tue dichiarazioni. Sei colpevole o innocente? (Na­man tace) La procedura esige che tu esprima la tua opinione.

Naman                          - Immagino che dichiararsi colpevoli af­fretti le cose.

Il Giudice                      - Non si tratta di tempo. Devi dire quello che pensi!

Naman                          - Sono molti quelli che si riconoscono colpevoli? .

Il Giudice                      - Non molti, per lo meno nel campo dei reati che tratto io. Ma se uno desidera indul­genza, il mio consiglio è di confessare tutto...

Il Cancelliere                 - ...Dichiararsi pentiti e chiedere il perdono del Presidente. (Naman sorride).

Il Giudice                      - Perché sorridi?

Naman                          - L'uomo di Dio chiedere perdono al Pre­sidente.

Il Cancelliere                 - Non bestemmiare! L'uomo di Dio! Non ci sono poveri Negri ignoranti, qui. Non fai colpo su nessuno.

Il Giudice                      - Ragiona, Negro. Se tu fossi l'uomo di Dio non saresti qui. Io desidero aiutarti. Non impedirmelo. Parla, difenditi, esponi le tue ra­gioni. Mia moglie ti seguiva per ascoltarti. Che sai dire di così interessante da conquistare una donna che ha studiato a Oxford?

Naman                          - (scuotendo la testa) Ho già parlato molto.

Il Giudice                      - Perché dici questo?... forse perché neanche tu credi più alla tua parola? E' così? Per questo hai rinunciato, dunque? Sì, certo, an­che a te si sono aperti gli occhi. Confessalo e farò il possibile per salvarti. Perché, vedi, anche a me è accaduto lo stesso. Van Hoff ne sarà scandaliz­zato, ma la sua onestà gli impedisce di vedere. Anch'io, vedi, come te, a un certo punto ho per­duto la fiducia in me... e nella parola che avevo amato e divulgato.

Naman                          - Se avessi voluto, io, avrei potuto vincere.

Il Giudice                      - Davvero? Chi ti ha fermato?

Naman                          - Mi ero accorto che la parola può acce­care gli uomini, anziché liberarli. E che la parola di Dio, gridata nelle piazze, può diventare bestem­mia.

Il Giudice                      - (che non comprende) Non è que­stione di piazza. Io parlo agli individui. Siedono lì come te, e parliamo. Ma neppure così la mia parola può insegnare loro nulla. Tento di aiutarli. Spiego loro quello che devono fare e quello che no. Ma non ne ho migliorato nessuno. Siedono lì, mi guardano, ascoltano. Sorridono, e poi escono immutati. Spesso c'è ironia nei loro occhi. (Lo guarda) Tu però non hai ironia. I tuoi occhi sono compassionevoli. D'altronde una volta conobbi un Negro con occhi dolcissimi. Sembrava chiedere perdono di esistere. Aveva arrostito sua moglie e l'aveva mangiata.

Il Cancelliere                 - Sono tutti delinquenti, signore. E' una razza maledetta, ammali. E tu, non guar­darmi così. Ho una matta voglia dì metterti addos­so le mani. Ci sono molti in questa città che la pensano come me. Che ne diresti se ti capitasse di fare una gita nella foresta con un gruppo dì persone risolute?

Il Giudice                      - E' pazzo, Van Hoff? Lei è un magi­strato!

Il Cancelliere                 - Non se ne può più, signore. Per troppo rispetto della forma abbiamo lasciato che il cancro crescesse e siamo arrivati a questo punto. Ci vuole un esempio che i maledetti cafri ricordino.

Il Giudice                      - Spero che lei abbia il coraggio di scrivere questo nel verbale.

Il Cancelliere                 - (smarrito) Ma questo... non fa parte dell'interrogatorio.

Il Giudice                      - Chi lo dice, tenente? Secondo la mia attuale opinione, tutto quel che si dice nella stanza degli interrogatori deve essere trascritto nel ver­bale. Se lei non lo scrive, lo aggiungerò io.

Il Cancelliere                 - Negherò! Lei non può farmi questo, lei è un uomo giusto. Era un momento di esasperazione.

Il Giudice                      - Ho fatto impiccare degli uomini per­ché avevano ceduto all'esasperazione di un mo­mento.

Il Cancelliere                 - Non la capisco! Sembra che lei stia dalla parte dei Negri. Con quello che le hanno fatto!

Il Giudice                      - Taccia! Non ha mai capito nulla. Se ne vada!

Il Cancelliere                 - Non può allontanarmi.

Il Giudice                      - Le propongo un affare. Lei esce da questa stanza, e io non aggiungerò nulla al verbale.

Il Cancelliere                 - E' contro la legge. Il cancelliere deve essere presente.

Il Giudice                      - Vada nella stanza qui accanto, così nessuno la vedrà uscire nel corridoio. E non cerchi di origliare, verrò ad aprire la porta. (Il cancelliere esce) Non mi era mai capitato. Tu hai certa­mente il potere di inquietare. Sei astuto tu, eh! Stai zitto, guardi, e intanto gli altri si sentono presi da un'eccitazione, hanno bisogno di parlare, di giu­stificarsi. Io vorrei capirti, prima di giudicarti. Giu­dicarti! Devo decidere il tuo destino proprio adesso, che giudicare mi sembra assurdo e colpevole. Chi sa che tu non abbia ragione. Io ho ormai imparato a vedere e mi accorgo che attorno tutto sta lenta­mente crollando. Non è una caduta improvvisa, una crepa che si disegna nel muro e il pavimento che cede. Non accade così, altrimenti potremmo sal­varci. E' un'erosione lenta, accompagnata da scric­chiolii impercettibili. Ma la casa è vecchia, illustre, confortevole. Ci piace viverci, e trascuriamo i pic­coli segni ammonitori. Io stesso non ho il coraggio di abbandonarla, pur sapendo che presto crollerà. Dimmi: la casa che puoi offrirmi tu, com'è? (Naman tace) Rispondi! Non vedi, a questo siamo giunti. Il giudice chiede consiglio e aiuto all'imputato. Io non sono orgoglioso, cerco la luce, qualcuno che mi illumini. Una sera, disperato, sono andato persino da uno stregone negro. M'ha offerto uno strano mi­scuglio stomachevole e parole prive di senso. Io, il giudice militare! Ma non importa, non importa, bisogna cercare. Adesso a te lo chiedo. (Andandogli vicino) Ti prego: dimmi la parola che ignoro. (Afaman mormora qualcosa. Il giudice gli va ancora più vicino) Come hai detto? Parla più forte! Che hai detto? Dio? Io? Ah, stupido, tre volte stupido sono. Sì, merito di essere beffato da un Negro igno­rante, lo merito. Ha ragione Van Hoff. Quando si vuole comprendere tutto, non si conclude nulla. E si diventa ridicoli. Eppure, t'ho parlato con since­rità e umiltà, ho gettato perfino la mia uniforme!

Naman                          - Sei rimasto lo stesso uomo.

Il Giudice                      - E che vuol dire? Mi sono fatto come sono con fatica e studio. Sofferenze e gioie mi han­no costruito. Che pretendi? Non t'ho chiesto di fare di me un altro uomo, non lo vorrei. Ti ho chiesto solo di spiegare se puoi, quel che voglio è capire.

Naman                          - Il mio amico più caro mi ha tradito: anche lui voleva capire.

Il Giudice                      - E' forse colpevole chiedere di capire?

Naman                          - La verità non è un libro che si possa leggere seduti nella propria poltrona.

Il Giudice                      - (con un gesto di rinuncia) Va bene, come preferisci. Ho fatto quel che potevo.

Naman                          - Adesso potete tornare nelle vostre case soddisfatti. Ma staccate dal letto le immagini di Dio che vi tenete appese. E sostituitele con uno specchio.

Il Giudice                      - Il martirio senza la fede. A questo il tuo silenzio mi condanna. Tu non mi puoi dire nul­la e io devo continuare a difendere tormentosamen­te la legge degli uomini nella quale più non credo. Continuerò a dividere il bene dal male con la mia mano incapace, a compiere il mio lavoro, come un piccolo castoro che costruisce contro l'acqua dighe forse utili e forse dannose. Van Hoff. Venga, Van Hoff. (Van Hoff entra) Sieda, Van Hoff. Mi dispiace per poco fa. Ma noi siamo vecchi amici, lavoriamo insieme da tanto tempo. Però devo dirle che si sba­gliava. Quest'uomo non è un criminale. E' solo un pover'uomo. Lo aiuteremo. Mi chiami il ministro al telefono, fissi un appuntamento.

CANTO DI GIOBBE

Povero Giobbe, ho tutti i dolori,

sono un mucchio di fetori.

« La notte perfora le mie ossa,

i miei roditori non riposano ».

Povero Giobbe, con chi mi consolo?

Sono solo, solo, solo.

« A destra mi sorge la plebaglia,

sospingono i miei piedi ».

Povero Giobbe, Dio m'ha rapinato.

Gli occhi per piangere   - (malati), m'ha lasciato.

« Ed ora sono la loro canzone,

sono diventato la loro favola ».

Povero Giobbe, agnello deriso,

lacrime e gratitudine sul mio viso.

Decimo quadro

La stanza del direttore in un manicomio giudizia­rio. Si apre una porta ed entra Naman seguito da un infermiere negro. Naman cammina come un automa, il suo volto ha un'espressione stuporosa che solo a momenti cede, soprattutto nello sguar­do, all'angoscia. Rimane fermo e assente.

L'Infermiere                  - Stai lì, adesso chiamo il professore. (Esce. Naman rimane immobile. Entra il Professore seguito da due giovani assistenti. Lo Psichiatra va vicino a Naman, gli batte paterno una mano sulla spalla).

Lo Psichiatra                 - Come va, caro? Mi raccomando di comportarti come si deve. Ma tu sei un bravo ragazzo. Finalmente hai trovato chi può capirti. Ti maltrattavano e ti minacciavano, mentre sei solo un povero malato. (Agli assistenti) E' tutto pronto? Non c'è bisogno che vi ricordi come il prestigio e l'avvenire della nostra scuola scientifica, oltre alle speciali sovvenzioni promesse dal governo per le nostre ricerche, siano legate a questo incontro.

Il Primo Assistente       - E' stato fatto come avete ordinato, professore. (Guarda una cartella) Al pa­ziente è stata somministrata mezz'ora fa una dose di cloropromazina. Egli appare tranquillo e sereno. Ragionevole.

Il secondo Assistente    - Ragionevole, non mi sem­bra la parola adatta. (Al professore) Non le sembra un po' troppo intontito?

Lo Psichiatra                 - Non gli si chiederà di risolvere equazioni. Basta che possa rispondere a qualche domanda. Pochi minuti.

Il secondo Assistente    - Di quei due giornalisti non può darsi che uno sia anche medico?

Lo Psichiatra                 - Lo escludo, ci avrebbero infor­mati. Ma può darsi che in futuro accada. Questa è un po' la prova generale. Credo che il governo abbia intenzione di organizzare una grande confe­renza stampa per tutti i corrispondenti. Mi racco­mando ancora: al primo accenno di un comporta­mento aggressivo o di eloquio bizzarro del paziente, direte che c'è pericolo di una crisi e lo condur­rete via.

Il primo Assistente        - Forse sarebbe bene che di­cesse un po' di sciocchezze davanti ai giornalisti, no?

Lo Psichiatra                 - Gli ordini sono questi. E poi non voglio crisi: la salute del malato prima di tutto. Le cartelle cliniche sono pronte?

Il secondo Assistente    - Sì, professore.

Lo Psichiatra                 - Ricordatevi che potete leggerle e dare spiegazioni, ma non dovete lasciarle nelle loro mani. Vediamo che siano chiari i concetti princi­pali, per il caso che insistessero per fare domande separate a ciascuno di noi. Mi raccomando, genti­lezza e pazienza. Non dimentichiamo che sul caso del nostro paziente ci sono interrogazioni all'ONU. Su, sentiamo un po'. Qual è la diagnosi, dottore? Il primo Assistente        - (con tono cattedratico, come ripetendo a memoria una lezione) Sebbene ancora una diagnosi definitiva non possa essere fatta, per­ché il malato è in osservazione da breve tempo, la forma va quasi con certezza classificata nel quadro delle schizofrenie paranoidi. L'inadeguatezza del paziente di fronte alla realtà, il suo continuo rife­rimento al sovrannaturale, il persistente appellarsi a Dio, con il quale pretende di essere legato da particolari rapporti, inquadrano un drammatico episodio di delirio religioso. E' d'altronde eviden­te, dalle testimonianze raccolte e anche dall'esame diretto del paziente, che...

Lo Psichiatra                 - Molto bene, continui lei...

Il secondo Assistente    - ... che siamo di fronte ad una personalità abnorme, la quale si è manifestata tale anche nelle precedenti fasi della vita. E' stato difatti sempre considerato un individuo strano, con periodi di gioia immotivata. E' stata da noi adot­tata una terapia a base di cloropromazina e di elettroshock, allo scopo di ridurre le idee coatte e le allucinazioni. In seguito, se sarà opportuno, verrà adottata una terapia insulinica... (Suona il telefono).

Lo Psichiatra                 - Pronto. Benissimo, che salgano. (Riattacca) Sono arrivati. (All'infermiere) Va' di là con il malato. (L'infermiere e Naman escono. Entrano i due giornalisti, si stringono la mano tutti).

Lo Psichiatra                 - Mr. Davis è del « New York Ti­mes », vero? E Mr. De La Motte del « Chicago Tri­bune ». Bene, bene. Il paziente verrà subito. Se in­tanto volete rivolgerci qualche domanda, io e i miei collaboratori siamo a vostra disposizione. Cono­scete personalmente il malato?

Davis                             - Il mio collega no, è arrivato in Africa solo dopo i recenti fatti. Io invece abito nella capitale e ho parlato con Naman l'anno scorso. Ho scritto una serie di articoli sul Movimento, quando ancora sembrava una manifestazione di superstizione po­polare tipicamente africana.

Lo Psichiatra                 - Eh, il nostro governo è molto tol­lerante. Ma chi poteva prevederlo. Be', lo troverà un po' cambiato, non è più un uomo esagitato e si­curo di sé. Si è già incamminato verso la guari­gione, grazie alle nuove cure. E' più sereno, equi­librato.

De La Motte                 - (prendendo appunti) E del proprio passato che pensa?

Lo Psichatra                  - Evitiamo di parlarne, si corre il rischio di agitarlo. Naturalmente è troppo presto perché ripudi le sue idee e i suoi atteggiamenti. Non dimentichiamo che è un malato grave. Ma oso dire che già si intravvede in lui una forma di resipiscenza, quasi di critica, verso la propria ma­lattia. Distacco, ecco.

Davis                             - (al secondo assistente) Dottore, vorrei chiederle la sua opinione nei confronti del malato, come intelligenza, intendo. Non so, si potrebbe definirlo... un uomo dotato di intelligenza supe­riore?

Il secondo Assistente    - Be', è intelligente, sì. Molti pazzi sono intelligenti. Anche Naman lo è.

Lo Psichiatra                 - (contrariato) Per quanto si tratti di un'intelligenza superficiale. Non possiede una mente sintetica, deduttiva. Dubito, ad esempio, che potrebbe condurre avanti con metodo una seria ricerca scientifica. Questo, s'intende, al di fuori della malattia.

De La Motte                 - Secondo lei è uno stupido?

Lo Psichiatra                 - Non ho detto questo.

De La Motte                 - Insomma, un mediocre. E come mai dieci milioni di persone gli obbedivano?

Lo Psichiatra                 - Bisogna evitare i giudizi sempli­cistici. Entriamo poi nel campo vasto della psico­logia di massa, le reazioni collettive, eccetera.

Il primo Assistente        - Scusate, il tempo è poco. Vediamo il malato?

De La Motte                 - Va bene.

Davis                             - Sì, benissimo. (Lo psichiatra schiaccia un bottone sulla scrivania. Entra l'infermiere con Naman. L'infermiere poi esce).

Lo Psichiatra                 - (parlandogli come ad un bambino) Vieni avanti, Naman. Ci sono questi signori che desiderano salutarti. Come ti senti, oggi? Bene, vero? Non senti più la voce che ti chiama, eh? Questi signori vengono da molto lontano, per ve­dere te. Sono importanti, sai. Scrivono sui giornali. Americani. Sii gentile e rispondi con buona grazia alle loro domande.

Davis                             - E' trattato bene, qui? Ha l'impressione che la curino bene?

De La Motte                 - Che cosa può dirci del suo pro­cesso?

Lo Psichiatra                 - Prego, prego. Ho ricevuto disposi­zioni perché il colloquio non tocchi assolutamente argomenti politici.

Naman                          - Il giudice ha detto che non trovava colpa in me. (/ due scrivono).

Lo Psichiatra                 - Ne dubito molto. Non vorrete credere a un pazzo?

Davis                             - Ma allora, scusi, perché l'interroghiamo?

Lo Psichiatra                 - Sapete quanto me che l'istruttoria è come dire sospesa, in attesa della perizia psichia­trica. E' un caso unico. Non avviene mai, nei delitti contro lo Stato. Dimostra la serietà e la imparzialità del nostro governo. Vorrei che scrive­ste queste mie dichiarazioni di gratitudine al gover­no che, aperto alle più coraggiose vedute della cultura moderna, ci ha affidato il compito di stu­diare quest'uomo e di guarirlo.

De La Motte                 - Ma lei è uno scienziato o un propa­gandista del governo?

Lo Psichiatra                 - (accalorandosi) Sono uno studioso, ma anche un cittadino! Sono state dette all'ONU e scritte su una parte della stampa estera, accuse gravissime contro il mio paese. E' ingiusto!

Il primo Assistente        - Scusate, signori, tra poco il paziente dovrà tornare nella sua cella... nella sua stanza. Se vogliamo approfittare...

Davis                             - Ma che può dirci? Non lo vedete? E' un uomo questo? Drogato, senza volontà, inerte. E' un blocco di ghiaccio, non un uomo. Io lo ricordo, com'era! (A queste parole Naman gli va vicino, si inginocchia gli prende una mano e comincia a pian­gere silenziosamente).

Lo Psichiatra                 - Signori, credo che ci sia un grave equivoco. Ho acconsentito a ricevervi a causa dello scalpore che questo caso clinico ha sollevato nel mondo. Ma per me si tratta appunto di un caso clinico. Di un malato! Non dovete dimenticarlo. Un povero malato che stiamo curando, e che voi state sconvolgendo. (Solleva Naman e gli mette una mano sulla spalla quasi in atteggiamento dì paterna protezione) Voi non siete medici, non potete rendervi conto.

De La Motte                 - Professore, parliamoci chiaro. Siamo venuti qui per informare i lettori sulla sorte di Naman. Voi sapete, o immaginate le voci che corrono. Milioni di persone nel mondo pensano che quest'uomo non è pazzo, e che lo tenete rinchiuso qui dentro per tormentarlo, o comunque per motivi politici.

Il primo Assistente        - Lei offende la scienza.

Il secondo Assistente    - Calmati.

Davis                             - Macché scienza. Comunque, noi non vi accusiamo. Vi preghiamo soltanto di aiutarci.

Il primo Assistente        - Ma il paziente è qui, davanti a voi. Parlategli. Evidentemente è matto e dunque è sotto l'azione dei farmaci che bisogna dargli per guarirlo.

 

Davis                             - Be', questo è giusto.

Lo Psichiatra                 - Dovete fidarvi di me. Io ho dedi­cato la vita allo studio di questi pazienti, e, non faccio per dire, neppure in campo internazionale sono l'ultimo. Sono membro onorario delle più elette società di medicina e corrispondente della reale accademia delle scienze di Londra. Sono tito­lare di una cattedra. Ho svolto un accurato lavoro nel campo degli psicofarmaci e sono stato tra i primi a sperimentare il furaltadone. Ho quasi tre­cento pubblicazioni originali e più di mille della mia scuola.

De La Motte                 - (un po' intimorito) Ma, professore, nessuno dubita della sua competenza.

Lo Psichiatra                 - E via, sospettate addirittura che io possa trattenere qui un uomo che non è malato. Per nulla al mondo.

Davis                             - Noi no. L'opinione pubblica. Una parte-Lei sa, la gente...

Lo Psichiatra                 - Del resto, lei l'ha conosciuto pri­ma, avrà visto che non era normale. (Indignato) Ma guardate, non voglio aver l'aria di controllarvi. Io adesso me ne vado, e voi potete chiedere al malato e al dottor Chips tutto quello che volete.

Davis                             - Ma no, professore, non è il caso...

Lo Psichiatra                 - Dobbiamo fare una visita nelle corsie. Torniamo presto. Venga dottore. (Al primo assistente. Escono. Davis va vicino a Naman).

Davis                             - Si ricorda di me? Lei mi concesse due interviste un anno fa. Mi parlò del suo programma, facemmo anche colazione insieme.

Naman                          - Perché è scesa d'improvviso tutta questa nebbia?

Davis                             - Nebbia? Ma, forse sono le medicine.

Naman                          - La stella si sta spegnendo. Si spegne. E poi?

De La Motte                 - Ci dica per favore come trascorre la sua giornata qui.

Naman                          - Tutto quello contro il quale lottavo... Fare di un uomo un burattino. Gli uomini possono uccidere Dio.

Il secondo Assistente    - Posso darvi io notizie sulla sua giornata. (Entra il professore con il primo assistente).

Lo Psichiatra                 - Scusate, il mio assistente mi ha fatto notare che l'intervista si è prolungata, e poi c'è stato quell'episodio... quel pianto. Non vorrei che domani stesse male, è necessario interrompere. Naman, adesso tornerai nella tua cameretta. Su, da bravo. Ringrazia i signori. Se ti comporterai bene, verranno ancora. E chissà che presto tu non possa ridere con loro della tua malattia. Adesso ti accompagno. Lui è sempre molto docile con me, direi che mi si è affezionato.

Davis                             - Mi spiace che siamo stati un po'... come dire... aggressivi...

Lo Psichiatra                 - Vi prego, non è il caso. Solo vorrei che vi rendeste conto della delicatezza del nostro lavoro.

De La Motte                 - E' un ospedale per Negri, questo?

Lo Psichiatra                 - No, per Bianchi e Negri. Sono separati, naturalmente, ma i medici sono gli stessi.

Il primo Assistente        - Forse è interessante per voi sapere che ci sono notevoli differenze anche per la stessa malattia.

De La Motte                 - Ah sì? (Prende nota).

Lo Psichiatra                 - I Neri e i Bianchi sono diversi. Oserei dire che ad esempio un malato come Naman è raro nella razza bianca. Vedete, io concordo con il professor Dickson della vostra università del­l'Alabama, il quale ha compiuto studi interessanti in proposito. Il Negro ha una struttura mentale speciale. Ciò spiega il successo di Naman, altri­menti inconcepibile. Il Negro è irrazionale, c'è in lui un netto predominio degli istinti. Gli manca il senso critico. Anatomicamente la sua corteccia cerebrale è poco sviluppata, mentre predominano i centri inferiori, della passione e dell'emotività. Dickson dice, con immagine suggestiva, che sono guidati « dalle istanze diencefaliche ». Perciò sono così religiosi, passionali e, alla prima occasione, violenti.

Davis                             - Come dice? Istanze di...

Lo Psichiatra                 - Di - en - ce - fa - li - che.

De La Motte                 - Grazie, professore. Ci è stato molto utile.

Davis                             - Grazie. Buon lavoro. (I medici salutano e si avviano all'uscita con Naman. Davis e De La Motte prendono qualche appunto. Naman con espressione dolorosa fa qualche passo verso i due, ma poi si lascia condurre docilmente dai medici).

De La Motte                 - Scusa Davis. Qual è la definizione di uomo normale?

Davis                             - Un uomo che non crea fastidi.

De La Motte                 - Ah, un momento. (Naman è sulla soglia circondato dai medici). Scusate, vorrei far­gli una domanda. E' importante, per il colore. Naman: tu sei l'eletto di Dìo, lo conosci, no? Dicci un po', com'è Dio?

Naman                          - (con angoscia) Dio? E' un pazzo che piange.

Undecimo quadro

Nel Palazzo del Governo nella Capitale. E' in corso una festa. In una sala vicina alcuni Negri eseguono danze folkloristiche. Tutti sono in abito da ceri­monia. Fuorché i camerieri e le guardie, non ci sono Negri: gli invitati sono tutti Bianchi ad ecce­zione di Mario e di Lissa. All'inizio il ministro con­versa con il Capitano.

Il Capitano                    - Vostro Onore non deve preoccu­parsi.

Il Ministro                     - Lo so. Tutte le ragioni che vuole. Ho preso decisioni ben più gravi. Sa che le dico? Da un po' di tempo la politica mi dà la nausea.

Il Capitano                    - Si tratta di un Negro rivoluzionario. Vostro Onore ho cercato di evitare questa penosa decisione. Ma anche internandolo il pericolo rima­neva.

Il Ministro                     - Che posso farci? Quest'affare mi turba. Ci sono notizie?

Il Capitano                    - Non ancora, si attendono da un momento all'altro. Vostro Onore si rassicuri: tutto andrà secondo i piani.

Il Ministro                     - E' un peccato che non abbia voluto accordarsi con noi. Un forte movimento religioso a sfondo sociale, o sociale a sfondo religioso, può essere una preziosa salvaguardia dell'ordine costi­tuito. Avrebbe potuto diventare una specie di san­tone nazionale, parlare alla gente nelle feste, am­monire a proposito della pace. Avrebbe potuto fare molto bene al popolo.

Il Capitano                    - Era un esaltato, Vostro Onore. Troppo orgoglioso.

Il Ministro                     - Andiamo a vedere se ci sono novità. (Entrano due gendarmi negri della guardia. Indos­sano uniformi molto vistose, colorate e impen­nacchiate).

Il primo Gendarme       - Io non ho ancora molta esperienza, ma mi pare che le feste in questo palazzo assomiglino a veglie funebri. Certo sono tutti molto eleganti. I vestiti delle donne sono bellissimi e così le loro acconciature.

Il secondo Gendarme   - Ma le donne no.

Il primo Gendarme       - Già. E neppure gli uomini.

Il secondo Gendarme   - Ma sono tutti molto impor­tanti. Hai visto quante decorazioni sui loro abiti?

Il primo Gendarme       - Lo sai? Sono tutti vecchi quelli che comandano in questo paese.

Il secondo Gendarme   - Vecchi e vecchie. E i vecchi hanno troppa paura. Per questo hanno odiato tanto quel Naman.

Il primo Gendarme       - E non avevano torto. Era una testa calda.

Il secondo Gendarme   - Ci sono notizie preoccu­panti. In certe riserve del Sud pare che i Negri stiano ancora combinando guai.

Il primo Gendarme       - Si prepara qualcosa di gros­so. Hai visto quella dama con i capelli grigi e una grossa collana di pietre verdi? E' il capo del servi­zio segreto.

Il secondo Gendarme   - Una donna?

Il primo Gendarme       - Ma no, sciocco. E' un uomo, nella vita privata porta anche i baffi. Quelli si travestono sempre.

Il secondo Gendarme   - Non ti si può prendere sul serio.

Il primo Gendarme       - Be', la notizia è vera. Me l'ha detto il tenente, lui conosce il capo del servizio segreto. Oggi è qui. Di solito non viene.

Il secondo Gendarme   - Non porterà niente di buono.

Il primo Gendarme       - Per noi, quello che importa è che tutto resti calmo. Non ti nascondo che quando c'era in giro quell'aria di rivoluzione ero molto preoccupato. La gente è bestiale, e noi abbiamo uniformi troppo belle. Non ce lo perdonerebbero.

Il secondo Gendarme   - Dimmi: avresti sparato sui Negri, tu?

Il primo Gendarme       - Certo. Perché, tu no?

Il secondo Gendarme   - (esitante)    - Anch'io, si capisce.

Il primo Gendarme       - Siamo civilizzati, noi. Non siamo Negri ignoranti. Sappiamo che prima del colore della pelle, contano la patria e la legalità.

Il secondo Gendarme   - Non ti sei mai chiesto: come mai a noi capita sempre di dover sparare sui Negri poveri e qualche volta sui Bianchi poveri, e mai sui ricchi, Negri o Bianchi che siano?

Il primo Gendarme       - Sei proprio tonto. E' evidente. I ricchi non si ribellano. Se lo facessero, spare­remmo anche su di loro.

II secondo Gendarme   - Ne sei proprio sicuro?

Il primo Gendarme       - Certo.

Il secondo Gendarme   - Non mi dispiacerebbe, qualche volta, cambiare bersaglio.

Il primo Gendarme       - Speriamo di non dover spa­rare su nessuno.

Il secondo Gendarme   - Lo sai, io abito ai margini della foresta. Stanotte i pastori che passavano con le bufale hanno riferito fatti strani. Dicono che un gruppo di zebre ha assalito un leone. E con i loro occhi hanno visto un'antilope uccidere, calpestan­doli, i suoi figli.

Il primo Gendarme       - Dev'essere la siccità. I pastori sono troppo ignoranti, vedono dappertutto spiriti e miracoli. E' la siccità. Hai letto? Sulle rive del gran fiume, le serpi sono più rabbiose del solito, arrivano ad assalire i coccodrilli.

Il secondo Gendarme   - Succedono troppi fatti inso­liti. Forse si prepara qualcosa di terribile.

Il primo Gendarme       - Che vuoi che succeda? Non succede mai nulla, mettitelo in testa.

Il secondo Gendarme   - Guarda il cielo com'è cupo. Non l'ho mai visto di questo colore.

Il primo Gendarme       - Che vuoi che sia, è la siccità. (Entrano il ministro con Nyanga e Lissa. I due gendarmi salutano. Poi se ne vanno).

Il Ministro                     - Sono proprio lieto che tu sia venuto. Il salvatore della patria! Un uomo leale e avve­duto. I miei complimenti per la signora. (Li guarda) Abito di gala, gemelli d'oro, decorazioni. Bene. Ci hai messo poco tempo per inserirti, vedo. Conosce la storia di Esaù, signora?

Lissa                              - Sì, Vostro Onore.

Il Ministro                     - La primogenitura è una bella cosa, ma un bel piatto di lenticchie quanto è gustoso! Le lenticchie si mettono tra i denti e si gustano. Saporite, eh, Nyanga? Cosa non darebbe per un piatto di lenticchie!

Nyanga                         - (sostenuto) Scusi, Vostro Onore, ma si sente bene? Mi sembra eccitato.

Il Ministro                     - Se tu sapessi, negro. Ma saprai presto. Anche tu un certo giorno eri nervoso, se ricordo. Vedi, questo ha voluto il destino; che io finissi ciò che tu hai cominciato. Posso vantar­mene: sono stato lo strumento di un cafro.

Nyanga                         - Signore...

Il Ministro                     - Ci sono delle bellissime negre che ballano. Danzano per la gioia degli occhi dei Bian­chi. Ma anche per la gioia dei tuoi occhi, ti sei con­quistato questo diritto: sei nostro pari. Vai dun­que, divertiti. Non starmi troppo vicino, oggi. Lì c'è un buffet ben fornito. Mangia, bevi, fa mangiare tua moglie. I salvatori della patria meritano tutti gli onori. (Esce).

Lissa                              - Che scena penosa. Avrei voluto sprofon­dare. Quell'uomo ti disprezza. Come ti disprezza!

Nyanga                         - Oggi quell'uomo odia selvaggiamente se stesso.

Lissa                              - Sarà sempre così. In qualunque posto andremo non potrò più guardare la gente in volto. Leggo il disprezzo negli occhi di tutti.

Nyanga                         - Non esagerare. L'operazione è stata tenu­ta segreta, i giornali hanno dato tutto il merito dell'arresto di Naman alla polizia. Pochi sanno quel che è accaduto.

Lissa                              - E allora le telefonate, le scritte sulla porta, le lettere anonime?

Nyanga                         - Perché te ne curi? Se anche mi uccides­sero, sarei una vittima che ha dato il sangue per i più umili.

Lissa                              - Mi fa piacere sentirti parlare dei più umili così addobbato. Io non lo rifarei. Mai.

Nyanga                         - Eppure anche tu eri d'accordo, lo giudi­cavi necessario: o l'hai dimenticato?

Lissa                              - Non lo dimentico. Certe volte il disgusto di me è così forte che a stento mi trattengo dall'uccidermi.

Nyanga                         - Lissa!

Lissa                              - Non toccarmi!

Nyanga                         - Non si può andare avanti così. E' da quei giorni che tu...

Lissa                              - Non posso più sopportarti.

Nyanga                         - Ne sei responsabile quanto me.

Lissa                              - Forse di più. Credevo che sarebbe stato bello, poi. Che avremmo avuto finalmente quello che ho sempre sognato. Credevo che fosse giusto. Ma ora tutto è diverso, è come se una maledizione fosse scesa su noi. Sei diventato importante, abbia­mo denaro, onori, una bella casa. Ma non so goderne.

Nyanga                         - Non riesco a comprenderti. Io non mi rimprovero nulla.

Lissa                              - Per questo non ti sopporto. Se almeno anche tu provassi questo disgusto; se anche tu avessi provato schifo per te stesso e nostalgia del passato, allora io ti avrei abbracciato, avremmo pianto insieme. Ci saremmo dannati insieme, o insieme saremmo corsi da lui, o ci saremmo uccisi... non so. O anche avremmo accettato di andare avanti così, penosamente, per questa strada infe­lice. La tua mancanza di pentimento mi disgusta.

Nyanga                         - Pentimento? Di che cosa parli? Che van­taggio avremmo a essere tutti in una prigione, o in un manicomio? Siamo vivi, liberi, e pronti alla lotta per il nostro popolo.

Lissa                              - Ero una creatura che viveva un sogno me­raviglioso, felice anche nella fame e nella persecu­zione. Adesso sono una povera derelitta che si sente spenta, miserabile.

Nyanga                         - Ti porterò a riposarti e a distrarti. Par­tiremo...

Lissa                              - A che serve? Lui ci seguirà dovunque.

Nyanga                         - Il tempo ti guarirà della tua malinconia.

Lissa                              - Dimmi, Nyanga, come fai ad essere così forte, così sicuro di te? Insegnamelo, perché anch'io possa non soffrire più.

Nyanga                         - Pensa che lui aveva torto e che noi ab­biamo ragione.

Lissa                              - Non avremmo mai dovuto passare dall'altra parte. Non potrò mai perdonarmelo.

Nyanga                         - Ma perché? Perché si dovrebbe avere sempre la stessa fede? Quando un uomo si accorge di avere sbagliato, non deve forse tornare indietro, calpestare quel che aveva adorato e amato, puntare le armi se necesario contro i suoi amici di ieri? Lui parlava sempre della verità! Credi che non sia duro riconoscere l'errore, strappare tutti i legami più cari, diventare odioso agli amici? Ma è neces­sario farlo.

Lissa                              - E poi?

Nyanga                         - Tu sei una donna, della verità non t'importa.

Lissa                              - Parli come se la verità potesse nascere solo dal cervello, e il cuore non c'entrasse. Ma per l'uomo la verità è fatta anche di sangue, di ricordi, di dolore diviso con gli amici, di attesa. Non si può rinnegare tutto questo. Adesso lo capi­sco. Anche se l'ideale è sbagliato, se la verità si rivela errore, resta sempre l'ideale dei tuoi amici, di quelli che sono caduti al tuo fianco. Il loro sorri­so di speranza prima di morire, questa è per gli uomini la verità. Nei giorni scorsi sono andata al cimitero, sulle tombe dei nostri uomini uccisi dalla polizia, nei mesi scorsi. C'erano dei fiori freschi, le loro madri e le loro mogli non hanno paura. Ma nulla era cambiato, i bambini giocavano, le automo­bili passavano e da lontano veniva una canzone. Tutto era rimasto lo stesso, tranne il fatto che essi erano morti. Degli stupidi morti. Con quale corag­gio li abbiamo mandati a morire e ora brindiamo con chi li ha uccisi?

Nyanga                         - Non avevo altra scelta. Naman ha reso inutile quel sacrificio. Anche per questo l'ho punito.

Lissa                              - Sono morti per lui, avrebbero fatto qua­lunque cosa per lui: non chiedevano ricompensa, non si domandavano perché morivano. Certo non sono morti perché tu potessi andare in abito di gala alla festa dei Bianchi. Il loro sangue è sul nostro capo, Nyanga.

Nyanga                         - Bisogna andare avanti, Lissa. Chiudere gli occhi sul passato, sui nostri errori, sui nostri delitti, e sugli errori e i delitti degli altri. Pensare agli uomini che verranno, ai nostri figli. Noi ci stiamo sporcando le mani perché essi possano vivere puliti.

Lissa                              - Forse hai ragione, ma per me è diverso. Non m'importa dell'umanità del futuro. So che le mani di mio marito sono sporche... E il loro con­tatto mi fa orrore.

Nyanga                         - Non parlare più, vattene. Hai i nervi scossi, e poi mi odi.

Lissa                              - Odio me stessa. E tu mi ricordi come sono. (Entra il capitano affannato).

Il Capitano                    - Avete visto il ministro? Ah, eccolo. (Il ministro che l'ha visto, compare sulla soglia. Il capitano gli si avvicina con animazione, gli parla all'orecchio. Poi gli consegna un foglio).

Il Ministro                     - (con voce eccitata) Signori, prego, signori, devo comunicarvi una notizia importante. (Dalla vicina sala entrano invitati e invitate) Signo­ri, approfitto del fatto che tra voi sono presenti rappresentanti del corpo diplomatico e della stampa internazionale. Un doloroso incidente, che il gover­no depreca con energia, è accaduto poco fa nei pressi del manicomio criminale di Heartville. L'in­ternato Naman Fodiba ha trovato la morte in un conflitto tra i suoi partigiani che avevano tentato di farlo evadere e le forze dell'ordine.

Gli Invitati                    - Com'è accaduto?

Era riuscito a fuggire?

Straordinario!

Lissa                              - L'avete ucciso. L'avete ucciso!

Il Capitano                    - Si calmi, signora. (Tenta di trasci­narla via. Lissa dapprima lo segue come un'automa ma sulla soglia si arresta e si svincola, minacciosa).

Il Ministro                     - Le informazioni in mio possesso sono per il momento scarse e frammentarie. Ma dal primo rapporto, che beninteso vi comunico in forma confidenziale e non ufficiale, i fatti si sarebbero svolti così: questo pomeriggio un gruppetto di partigiani di Naman è riuscito, non si sa an­cora come, a penetrare nel manicomio e a far evadere il prigioniero. Fuori aspettava un'automo­bile, sulla quale gli assalitori hanno preso posto. Poco dopo, però, una pattuglia che casualmente e oso dire provvidenzialmente - si trovava in perlustrazione è stata messa in sospetto dalla forte velocità della vettura e ha intimato l'alt. Dalla macchina è stato aperto il fuoco. Gli agenti hanno risposto. Naman è stato colpito ed è morto.

Gli Invitati                    - E gli altri?

Quanti erano gli assalitori?

Sono stati identificati?

Il Ministro                     - Sono riusciti a fuggire nella bo­scaglia, ma una battuta è in corso. Il corpo di Naman è stato trovato riverso sui sedili poste­riori. Una severa inchiesta sul grave episodio è stata personalmente ordinata dal Presidente, ed appurerà tutte le responsabilità. Devo aggiungere tuttavia che nessun addebito può essere mosso alle forze dell'ordine che hanno compiuto il loro dovere e in ogni caso ignoravano l'identità degli occupanti l'automobile.

Lissa                              - E' una ridicola messa in scena! L'avete ucciso. Paura: avevate ancora paura di lui.

Il Capitano                    - Stia zitta! Venga via!

Nyanga                         - La perdoni, capitano. Mia moglie è sconvolta dalla notizia. In un certo senso si trat­tava... be', d'un vecchio amico. Domani sarà la prima a convenire che è meglio per tutti così. Anche per lui. In fondo, non credo gli sia dispia­ciuto morire: per gli eletti di Dio il manicomio è penoso.

Lissa                              - Che tu sia maledetto!

CANTO DI GIONA

Giona sta dentro il ventre della balena, Giona è rinchiuso e si sente soffocare, sono tre giorni che sta al buio, sotterra, e la Morte gli dice: « Ora sei mio ». Giona ha paura e trema, perché nel buio la balena gli sembra una notte di palude. Giona ha paura e trema: perché è solo.

 Giona ricorda le dolci savane,

i teneri capretti cotti nel latte,

Giona pensa ai capelli delle fanciulle,

al grano che germoglia dal regno sotterraneo.

Ma Giona ha fede in Dio, sa che è suo amico,

Lui non ebbe pietà, ma Dio l'avrà.

E il ventre della balena si rischiara.

Giona vuole uscire, batte forte la balena,

ora è la morte che ha paura, che obbedisce.

La balena sgomenta si arena sulla sabbia.

Il terzo giorno Giona esce nel sole.

Dodicesimo quadro

Seduto a un tavolo, nella capanna, Matubele rac­conta. Attorno a lui sono gli altri ansiosi. Xhosa e un giovane bianco, John.

Simone                          - E allora sono andato nella piazza del paese, dove l'avevano esposto. Era per terra, gli occhi aperti, fissavano le nuvole. Il cielo era cupo, e dopo un poco ha cominciato a piovere. Le gocce entravano nella bocca socchiusa, gli battevano sulle pupille. Questo soprattutto non riuscivo a sopportarlo. Così ho preso uno straccio e gliel'ho messo sul viso. I soldati di guardia mi hanno la­sciato fare, senza dire nulla. Erano Negri. Ma più tardi, quando sono andato, di nuovo ho visto che l'avevano scoperto.

John                              - Vogliono che tutti lo vedano.

Xhosa                            - Era lui? Voglio dire, non c'era nessun dubbio?

Matubele                       - Oh, no. Era lui.

Xhosa                            - E adesso che faremo?

Matubele                       - Continueremo a vivere senza dimenti­care. Il bracere è spento ma le fiaccole sono ac­cese. Ieri, vedete, sentivo implacabile la tentazione di presentarmi a quei soldati, di insultarli, di gri­dare loro che ero un suo compagno, e anch'io vo­levo morire come lui. Ma poi mi è parso di sen­tire la sua voce: mi ricordava che bisogna soprav­vivere, per vincere.

Xhosa                            - Ma che possiamo fare? Abbiamo tutti contro: il governo, il popolo. La polizia e l'esercito ci cercano.

Matubele                       - Se la nostra è opera di Dio, vivrà. Se è opera di uomini, si distruggerà da sola.

Xhosa                            - Anche tu non sei convinto... Di' la verità. Qualche volta pensi anche tu che Dio non c'entra.

Matubele                       - Che importa? Io l'ho visto lì disteso, col petto forato dalle pallottole. Lotterò sempre senza chiedermi nulla. (Si sente bussare).

Xhosa                            - (esaltata) E' lui! è lui! Io lo so, è lui!

Matubele                       - Smettila, Xhosa! Calmati.

John                              - Se fosse la polizia...

Matubele                       - Non credo. Ma non volete capire che non importa più! Noi siamo morti ieri, tutti, non lo capite? Tutto quel che accadrà, da oggi, non dipende da noi. E non ci riguarda, in fondo. An­date ad aprire. (Entra Lissa).

Matubele                       - Lissa!

Xhosa                            - Che fai qui? (Le sì getta contro) Sei ve­nuta a goderti il tuo trionfo?!

Matubele                       - Lasciala, lasciala. (John le divide) Che vuoi?

Lissa                              - Ho saputo. Sono stata tra i primi, l'altro ieri. Sono venuta appena ho potuto. Speravo di trovarvi qui. Matubele, io t'imploro di accogliermi. Se mi dici di no, uscirò di qui e mi ucciderò. Sono colpevole, indegna di comparirvi davanti agli occhi. Ma non posso vivere così.

Xhosa                            - Muori. Avresti già dovuto morire. Vat­tene, prima che ti uccida io.

Matubele                       - Ecco, tutti noi l'abbiamo tradito, una volta. Mancavi tu: adesso anche tu l'hai tradito. Xhosa (sgomenta) No, io no!

Lissa                              - Qualcuno di voi, l'ha visto dopo?

Matubele                       - Io.

Lissa                              - L'avevano sfigurato?

Matubele                       - No, era bello.

Xhosa                            - Perché non sei andata a vederlo? Perché non sei andata a ridere sul suo cadavere?

Matubele                       - Basta, Xhosa.

Lissa                              - Te l'ho detto, Xhosa, non ho bisogno della tua sentenza, mi sono già condannata. Rallegrati, la vita mi punisce. Da quel giorno tutto è stato veleno. La notte mi svegliavo dopo incubi ango­sciosi e lì nel buio, sentivo la sua voce che mi par­lava. Una voce soave, senza rimprovero, amorevole. Mi faceva impazzire.

Matubele                       - Tuo marito?

Lissa                              - Oh, lui dormiva tranquillo. Non si tor­menta. Nyanga vive sereno.

Xhosa                            - Come può?

Lissa                              - L'ho detestato per la sua serenità. L'in­vidiavo, naturalmente.

Matubele                       - Se un giorno guarderà dentro di sé, che Dio abbia pietà di lui.

Lissa                              - Non guarderà dentro di sé. E' figlio del­l'epoca: guarderà avanti.

Matubele                       - La capacità di soffrire si è rifugiata nelle donne. Siete voi la speranza del mondo.

Lissa                              - Eppure a suo modo, Nyanga amava Na-man. E io credo che forse alla vita Nyanga è ne­cessario quanto Naman. In questo momento Na-man è accanto a Nyanga, al suo amore per gli uo­mini...

Xhosa                            - Non bestemmiare.

Matubele                       - Lasciala dire. Accadono cose più gran­di di noi. Accadono sempre: lo sbocciare di un fiore... o la morte di un profeta.

Lissa                              - (indicando John) Chi è?

Matubele                       - E' un medico del manicomio.

John                              - L'ho visto spesso in queste settimane. Ve­ramente non era affidato a me, e nemmeno tutti i medici potevano entrare da lui. Ma mi chiama­vano per aiutarli quando gli facevano l'elettro­shock. Non so, era uno spettacolo che ogni volta mi faceva soffrire. Lui subiva tutto. L'altra mattina poi mi ha sorriso e mi ha detto: « Stia sereno. Questa è l'ultima volta ». Quando l'hanno ucciso, è stato come se mi sentissi chiamare.

Lissa                              - Sua madre, dov'è?

Matubele                       - E' con lui. Ha chiesto che le venga restituito il corpo. Forse glielo daranno. Vogliono apparire generosi.

Lissa                              - Era tutto così bello... E tutto è finito... Così miseramente.

Xhosa                            - Perché dici questo? Trionferemo. Non so come, ma trionferemo. Lui tornerà.

Matubele                       - Via, Xhosa.

Xhosa                            - Noi tutti avremmo dovuto essere al suo fianco, davanti ai fucili dei soldati. Ma abbiamo avuto paura. L'abbiamo amato, tutti, meno di noi stessi.

Matubele                       - Non tormentarti. Ciascuno di noi cu­stodisce il proprio rimorso, se lo porta dentro come una malattia che solo la morte guarirà. Ma adesso sarà bene dividerci e sparpagliarci per il paese. Specialmente nell'interno ci sono villaggi che non hanno dimenticato. Ci nasconderanno.

John                              - Potete fidarvi?

Matubele                       - Bisogna correre il rischio.

Lissa                              - Possiamo andare all'estero. Il nostro Mo­vimento gode ancora di molte simpatie.

Matubele                       - Se vogliamo che il nostro popolo non ci ripudi dobbiamo restare tra il nostro popolo.

Lissa                              - (amara) Forse vedremo presto un ministro negro. E si chiamerà Nyanga.

Xhosa                            - Silenzio. Silenzio. Non avete udito un rumore? Sentite? Forse è lui che ritorna.

Matubele                       - Non potrà mai più venire, povera Xhosa.

Xhosa                            - Sto sempre in ascolto. Ad ogni rumore, trasalisco. Come può non venire, se io l'aspetto?

Matubele                       - L'ho visto immobile, Xhosa. L'ho visto morto per sempre.

Xhosa                            - (dolorosamente) Neanche tu l'aspetti più? (Matubele abbassa il capo. Si sente bussare. Tutti sono in attesa. Matubele fa cenno a John di andare ad aprire. Entra un ragazzo negro).

Il Ragazzo                     - Sei tu Matubele?

Matubele                       - Chi sei? Che vuoi?

Il Ragazzo                     - Mi è stato detto di venire qui.

Matubele                       - Come hai fatto ad arrivare? Chi ti manda?

Il Ragazzo                     - Mi è stato detto di venire. Mi è stato detto che ero atteso. Ma forse sbaglio. Forse non ero atteso. (Accenna ad andarsene).

Xhosa                            - Aspetta!... Dimmi... come ti chiami?

Il Ragazzo                     - Naman.

Xhosa                            - Lo sapevo che saresti tornato. Io ti aspet­tavo, ti aspettavo. Il tempo del dolore è finito. Tu sei tornato da noi, e siamo felici come un tempo. Nulla è mutato. E tu hai vinto. (Gli si avvicina. Lui la guarda sorridente senza sorpresa).

Matubele                       - Xhosa, che fai? Non vedi che non è lui? Non vedi?

Xhosa                            - (trionfante, felice) Che importa? Io amo. (Si avvicina al ragazzo, gli prende una mano. Affa­scinati gli altri la seguono. Prima Lissa, poi Ma­tubele e poi John. La luce illumina il ragazzo sor­ridente).

FINE

Nota: le canzoni indicate prima di alcune scene vanno eseguite come intermezzi a sipario chiuso, oppure a sipario aperto, ma senza latri personaggi all’infuori della cantante. Possono essere eseguite come nenie africane o come “blues” dei Negri d’America.

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