I girasoli

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I GIRASOLI

Commedia in tre atti di Guido Cantini


PERSONAGGI

LA SIGNORA DALI'

ROSINA

JOHN

DIANA

MYRTA

ENRICO

NADIR

VENZI

SIMEONE

PIEROTTO

LA SIGNORA SKUNZ

In un paese qualunque.


ATTO PRIMO

Il salotto comunica con la farmacia per men­to di una porta tu la quale pende una tenda un po' stinta. Nell'interno suona di tratto in tratto fiocamente un campanellino; qualcuno che entra od esce dalla bottega; e al dì là, nel laboratorio, il pestello batte quasi di con­tìnuo nel mortaio. Sono i rumori di quella casa, quasi la sua voce monotona e spenta. I molnli sono vecchi, consumati: si vedono dei divani ottocenteschi, una credenza da un lato, una scrivania nel fondo tra le due fine­stre che danno su la piazza del paese; da un altro lato una libreria e dinanzi una tavola rotonda. Queste cose forse un tempo furono ricche e sembraron belle e furono invidiate. Ora sono fruste, e un po' ridicole, ma non prive di dolcezza.

Ora la tavola è apparecchiata, con un certo gusto e un certo lusso. Un paravento vi è al­zato dinanzi e questo la fa appartata, di­stante dalle altre cose. Nella stanza non c'è nessuno. Giunge dalla piazza un coro di bambini che fanno girotondo. Il pestello bat­te nel mortaio, il campanellino trilla dì quando in quando.

Enrico (entra dalla farmacia. È un uomo dal vestire un po' trasandato, con qualcosa di so­gnante nell'espressione. E’ un artista, sì ca­pisce, In capo porta un cappello piuttosto largo, di feltro nero. Avanza in punta di piedi guardandosi intorno, tenendo un pic­colo mazzo d'orchidee dagli steli avvolti in una carta d'argento e una scatola bian­ca legata da un cordoncino d'oro. Cautamente si avvicina alla tavola e posa su uno dei piatti i fiorì e la scatola; quindi s'al­lontana guardando l'effetto che fanno, poi si riavvicìna accomodandoli meglio: con un sorriso soddisfatto diffuso per tutto il volto.

SIGNORA DALI’   - (di dentro) è permesso?

ENRICO                  - (scuotendosi) Avanti. (Entrano la signora Dalì, Pierotto e Simeone)

SIGNORA DALI’   - (è una donna ancora ben portante, grassa, ru­biconda, piena di pretensione provinciale).

SIMEONE               - (è un uomo di settant'anni. giallo e secco).

PIEROTTO              - (è un giovine dì paese: tiene un braccio al collo).

TUTTI                      - Buongiorno, signor dottore; buongiorno.

SIGNORA DALI’   - In ritardo, eh, stamani, dottore? Sappiamo, sappiamo che è andato prestissimo in città!

ENRICO                  - Ma, gente mia, quante volte debbo dirvi che io non sono il medico? Finirete col farmi avere delle seccature.

SIGNORA DALI’   - Ma, signor dottore, lei è il farmacista.

ENRICO                  - Appunto per questo non ho nessuna autorità per visitarvi.

SIMEONE               - Il suo povero babbo lo faceva sempre. Po­veri, quanti volevano.

SIGNORA DALI’   - Senza contare che lei è un'arca dì scienza.

SIMEONE               - E non segna mai le medicine. E quando le segna le dà gratis.

ENRICO                  - Ci mancherebbe altro che mi facessi pagare quello che ordino: perché si dicesse che voglio aiutare il mio commercio. Avanti, su, dica, signora Dalì: cosa sì sente?

SIGNORA DALI’   - (che sì è spinta fin dietro il paravènto) Uhm, che magnifica tavola apparecchiata! Che finezza! Perfino i fiori. Eh già, si vede da tutto che è una vera signora. Equella scatola? Sarà un altro regalo. Eh, già!

SIMEONE               - Io ce l'ho con quelli che dicono: Boria tanta, ma quattrini glien'ha portati pochi. Una signora bella a quel modo!

SIGNORA DALI’   - Gentaccia cattiva, cara il mio SIMEONE. E si che li dovreste conoscere ormai.

ENRICO                  - (spazientito) Allora? Mi volete dir cos'avete?

SIMEONE               - Quanto a me, mi sento vecchio, signor dot­tore,

ENRICO                  - E vorreste che vi guarissi io? Per questo, rimedii non ne ho.

SIMEONE               - Ma tre giorni fa si è sposata una mia ni­pote...

ENRICO                  - E voi vi siete preso una bella indigestione con relativa sbornia. Fuori la lingua. Vi darò una purga.

SIMEONE               - L'olio?

ENRICO                  - Non lo regalo forse?

SIMEONE               - Con un po' di rhum, allora. Se no, è troppo cattivo.

ENRICO                  - (alla porta) Gustavo, due once d'olio a SIMEONE.

SIMEONE               - (piano) ...con rhum.

ENRICO                  - (forte) Ma sì, con un po' di rhum.

SIMEONE               - Grazie, grazie, signor dottore. Bisogna esser proprio cattivi per dir male di lei. Arrivederla. (Esce).

SIGNORA DALI’   - Quello, vede, è capace di beversi il rhum e di buttar via l'olio di ricino.

ENRICO                  - (bonariamente) Lo lasci fare, tanto l'arteriosclerosi ormai non gliela leva più nessuno. E lei che si sente?

SIGNORA DALI’   - Ah, mio Dio, dei mancamenti, sa, a volte...

ENRICO                  - Di che genere?

SIGNORA DALI’   - Dei capogiri, delle caldane… Me lo fa da quando è morto il mio povero marito... Entra MYRTA da destra, È una danna giovanissima. Di Un'eleganza molto mo­derna. Oh, la signora! Buongiorno, signo­ra. (Myrta china appena la testa).

ENRICO                  - Ciao, Myrta.

MYRTA                   - (a bassa voce, ma non troppo) Non s'era detto che gli ammalati non li avresti fatti entrar più qui?

ENRICO                  - (un po' confuso) Finché non abbiamo sistemato quella stanza di là...

MYRTA                   - Capirai, se non ti decidi...

ENRICO                  - Che vuoi, è una tale abitudine! Il povero babbo lo faceva sempre. Ah, il vestito ar­rivato ieri? Stupendo. E la passeggiata? Sei un po' stanca?

MYRTA                   - Quella signora Dalì, vedi, non ha nulla. Viene per curiosare, per pettegolare...

ENRICO                  - Lo so. Ma mi diverte. La sto studiando. La immortalerò nel mio nuovo romanzo.

MYRTA                   - Vado di sopra. Se Cesare la smettesse con quel pestello! Mi rintrona nella testa.

ENRICO                  - (alla porta, premurosamente) Gustavo, dì a Cesare che la finisca. (Gu­stavo risponde qualcosa che non si sente) La pomata la preparerà in un altro modo. (Dopo un poco i colpi del pestello cessano).

MYRTA                   - Salgo. (S'avvia per uscire).

SIGNORA DALI’   - Stia bene, signora.

MYRTA                   - (secca) Buongiorno. (Esce).

SIGNORA DALI’   - (piano, indicando PIEROTTO) Mi guardi Pierotto. Scommetto che s'è dimenticato perfino il suo male. Tutti così i ragazzi del paese. Quando passa lei fan­no delle facce da rimbambiti che è un divertimento starli a guardare. (Dopo un attimo) Enon soltanto i ragazzi.

ENRICO                  - (senza badarle) II suo disturbo?

SIGNORA DALI’   - Se ha un momento di pazienza! Come le dicevo, da quando è morto il mio povero marito...

ENRICO                  - Abbrevi, abbrevi!!

PIEROTTO              - (ha una specie dì grugnito; gli altri due si volgono).

ENRICO                  - Tanto male?

PIEROTTO              - (fa cenno di sì).

ENRICO                  - Avanti, fa vedere. (Lo spinge verso la fine­stra) Siedi qua. (Lo fa sedere su una pol­trona. Quindi va a un cassetto e tira fuori i ferri. Carne vede il bisturi nelle mani del dottore, PIEROTTO fa per alzarsi e scappar via; ma Enrico, ributtandolo a sedere) Sta buono, chec'è tempo. (Apre un arma­dietto a muro, stacca un camice bianco, se lo infila, e mentre si lava le mani — il lavabo è collocato nell'armadietto — la signora Dalì lascia scorrere il suo fiume di parole).

SIGNORA DALI’   - Mio marito morì un meseo due prima che lei tornasse a stabilirsi in paese... Già. Lei non tornò nel marzo dell'anno scorso?

ENRICO                  - Sarà benissimo. Non ricordo.

SIGNORA DALI’   - Non si ricorda nemmeno quando ha preso le redini della sua farmacia! I poeti, già… Nessuno, sa, credeva che ci avrebbe re­sistito tanto «Vedrete — dicevano — ora che gli è morto il padre liquida tutto e se né torna a Roma ». Del resto il suo povero babbo loripeteva sempre: « il mio figliuolo l'ho fatto studiare da farmacista, perché, noi, tutti farmacisti, in famiglia; ma lui non ci finisce qua, se Dio vuole Lui è destinato a grandi cose. Per questo lo tengo a Roma. Lo vedrete deputato, ministro, senatore... ». Povero signor Leo­poldo, mi par di vederlo come fosse ora, col suo berretto grigio e la sua pipa...

ENRICO                  - Quella si che ne faceva del bene, ecc?

SIGNORA DALI’   - Come lei, né più ne meno,

ENRICO                  - No, no, mio padre era un'altra cosa.

SIGNORA DALI’   - E la signora Ernestina?

ENRICO                  - Donne come la mamma, ormai…

SIGNORA DALI’   - Ci crede che mi piange il cuore, quando penso che tra poco ci vedremo dell'altra gente qua dentro?

ENRICO                         - E chi l'ha detto?

SIGNORA DALI’   - Oh, la sua signora non può contentarsi di un paesucolo come il nostro e finirà con l'averla vinta. Le donne, si sa...

ENRICO                  - Ma chi gliel'ha raccontato? Mia moglie non ci pensa neanche a voler andar via.

SIGNORA DALI’   - Sarà, Se lo dice lei, sarà...

ENRICO                  - (ha sfasciato la mano di Pierotto, il giovane manda un grido soffocato. ENRICO senza badargli continua la medicazione). Va me­glio ora? (Sì leva il camice). Pierotto. Mi sento riavere. (Si mette l'altra mano ìn tasca per prendere del denaro)

ENRICO                  - Ma che sei matto? Ci mancherebbe altro. Metti via! Metti via!

PIEROTTO              - Allora, grazie. Arrivederla. (esce).

ENRICO                  - Addio.

SIGNORA DALI’   - (alzando gli occhi all'Orologio) Ah! come si è fatto tardi! Tornerò un'altra volta, molto più che ora mi pare dì stare un po' meglio. Arrivederla. (Fa per uscire, quindi, tornando indietro come se si fosse dimenticata di dire una cosa importante) Ah, mi dimenticavo… (confidenzialmente) Raccomandi alla signora di non far troppe passeggiate nel bosco di Rama: è cosi umido! Può farle male.

ENRICO                         - Va bene.

SIGNORA DALI’   - Ma glielo raccomandi. Uhm, com'è tardi! Mi lasci andare. (E se ne va, grassa e ru­biconda: felice, ora),

ENRICO                  - (resta un momento soprappensiero, quindi,alzando le spalle) Che chiacchierona! (Alla porta, chiamando) Gustavo. (Entra il giovine dì farmacia in camice bianco) Gustavo, fa sparire tutta questa roba; se no, la signora si mette di malumore. Presto, presto, (Entra Myrta),

MYRTA                          - Che è stato?

ENRICO                  - (dando occhiate disperate al giovine di negozio) Nulla, cara.

MYRTA                          - E quel grido? (Vedendo la catinella che Gustavo sta portando via ha un moto di di­sgusto) Una medicazione?

ENRICO                  - Oh, una sciocchezza!

MYRTA                          - Qui!

ENRICO                  - Povero Pierotto! Un pezzo d'accidente a quel modo! Ridotto uno straccio: per un patereccio. Mi ha fatto compassione, e allora... Del resto l'azione nefanda è av­venuta là, in quell'angolo... (Gustavo ha fatto sparire ogni cosa, È uscito. Silenzio) Beh, non mi domandi nulla?

MYRTA                          - Ho già capito: è andata male.

ENRICO                  - Anzi, benissimo. Un cambiamento di quel genere, ora, sarebbe stato un disastro. Ci son certi che possono scrivere da per tut­to: in albergo, in treno, in strada, mentre camminano, quando fanno all'amore... Io, se non mi trovo lì, al mio tavolo, con la mia penna, il mio calamaio, la carta, pro­prio quella, non son buono a buttar giù neanche un indirizzo. Credi che sarei an­dato tanto avanti col mio romanzo se non mi fossi trovato nel mio paese, nella mia vecchia casa?... No, no, la crìtica dram­matica sul Quotidiano in questo momento mi avrebbe scombussolato. E ringrazio Dio che non me l'abbiano data.

MYRTA                          - Bravo! Ringrazialo.

ENRICO                  - Sicuro che lo ringrazio, e di gran cuore. Per­chè, quando ce ne andremo a stare a Ro­ma, avrò pubblicato il mio nuovo romanzo e sarò qualcuno, sul serio. Oggi non sarei altro che uno di quelli che hanno otte­nuto un posto a forza di raccomandazioni.

MYRTA                   - Me se eran mesi che se ne parlava! Se non aspettavi altro!

ENRICO                  - Per te, perché vedevo che ti avrebbe fatto piacere. Ma a me non me n'è mai importato nulla. Del resto Toschi, lasciandomi, ha detto: — Se questa volta non siamo riu­sciti, non è il caso di prendersela. Sarà per un'altra volta. E sai, l’appoggio di Toschi...

MYRTA                   - (ironicamente) Serve a molto, già.

ENRICO                  - Ma sicuro che serve. Toschi è un uomo influentissimo, e quando vuole...Fa delle gran chiacchiere.

ENRICO                  - Pare impossibile che tu debba ancora essere così pessimista. Impara da me. Bisogna fidarsi nella vita!

MYRTA                   - Già. E tutti come possono fartela...

ENRICO                  - (con sincera Meraviglia)A me? Vuoi scherzare? Ma se c'è al mondo uno che non ha nemici, quello sono io! Del resto, chi cercherebbe di farmi del male? dimmelo tu. Do forse noia a qual­cuno? Invado il campo altrui ? Sto nel mio guscio, lavoro, mi contento del poco…

MYRTA                          - Purtroppo.

ENRICO                  - Ma se è il limite estremo della saggezza; contentarsi.

MYRTA                          - E intanto gli anni passano,

ENRICO                  - (dolcemente) Avanti, non esser così inquieta. Tu non ti vedi, ma da un pezzo in qua tutto ti dà noia, prendi tutto per traverso.            

MYRTA                   - Non dirai che questo paese non sia fatto apposta per far venire la nevrastenia.

ENRICO                  - A me francamente, no; ma sarà perché io ci son nato.

MYRTA                   - Ti sembra un posto per uno scrittore, per un artista, questo?

ENRICO                  - (sentenziando)Purché l'artista abbia da dire qualcosa dituo, tutti i posti son buoni.

MYRTA                   - Tranne questo, però; qui la gente nasce giàmorta.

ENRICO                  - (scherzando) Ah, terra miseranda, non l'ascoltare.

MYRTA                   - (voltandogli la spalle e facendo per uscire) E inutile, con te non si può mai fare un discorso serio.

ENRICO                  - (trattenendolo)Ma sentitela, è lei che vuol fare i discorsi seri; lei, la mia bambina; mentre io, l'uo­mo posato, sono invece frivolo e folleg­giante. Su, vieni qua. Cercherò d'essere serio. Sò che un giorno o l'altro bisognerà decidersi ad andarsene, ma non è sem­plice. Non è mica semplice sistemare i nostri interessi. Lo dice sempre Venzi.

MYRTA                   - Come se a vendere una farmacia ci volesse tanto! Non era quello che volevi fare quan­do morì tuo padre? Non eri venuto qua per questo? Non avevi l'intenzione di ri­partire subito? Del resto, di' un po': co­s'hai fatto da che siamo qui? Esi che l'ambiente si doveva prestare.

ENRICO                  - Cos'ho fatto? Cos'ho fatto? Io non sono mica di quelli che raffazzonano! Le mie opere — belle o brutte che siano — debbo te­nermele chiuse qui tanto tempo, e anche allora, lo sai che pena!.. Creare con gioial No, queste parole non sono state dette per me. Creare con fatica, quasi con di­sperazione, tormentato da dubbi terribili… Senza contare che io non sono di quelli che s'impongono con la violenza, io non sono sospinto da sfrenate ambi­zioni; a me basta una cosa: creare. Quan­do il fantasma che vive nel mio pensiero sì è calato in forme che mi sembrano pure, il resto non m'interessa più...

MYRTA                   - (scoppia in una risata)

ENRICO                  - (stupito) Cos'hai?

MYRTA                   - Ma fammi il piacere! Lo sai che c'è da farsi prendere per matti o peggio a parlare così oggi?

ENRICO                  - Ebbene, me ne dispiace tanto per gli altri. É segno che artisti veri non ne esistono più.

MYRTA                   - Ma non vedi che lotte accanite, non vedi le spinte che si danno?

ENRICO                  - Facciano pure. A me non mi riesce. Non mi è mai riuscito. Possibile che mi cambi adesso?

MYRTA                   - E allora, si può sapere cosa lo perdi afare il tempo a quella scrivania? La fama, do­po morto? Andiamo...

ENRICO                  - Sicuro. La fama dopo morto. Tutto questo affannarsi dietro al successo, tutto questo arrivismo mi nausea.

MYRTA                   - Va bene: tu sei stato sempre come un ra­gazzo, coccolato dai tuoi fino a poco tem­po fa, vissuto al riparo del bisogno; ma, credi, esageri.

ENRICO                  - Esagero. E va bene: esagero. Sono uno spi­rito disinteressato io. Cosa vuoi farci? Bi­sogna prendermi come sono. Del resto non mi conosci da ieri. Sono tre anni... oggi.

MYRTA                   - Eh, già.

ENRICO                  - Ho frustrato tutte le tue speranze, tutte le tue ambizioni? Già, avevi sposato uno scrittore e hai finito col trovarti con un piccolo farmacista. Volevi dire questo?

MYRTA                   - Ma no, ma no. (Ancora ella fa l'atto di an­darsene).

ENRICO                  - Aspetta. (Andandole vicino, parlandole ora con tono dolce, quasi accorato) Ma allora la cosa è seria! Allora è questo! Ed io che non l'avevo capito, e cercavo di tenerti allegra coi miei ghiribizzi! Sai, il dottore che l'altro giorno capitò qui come per caso, il professor Peccini, l'avevo man­dato a chiamare io, perché mi visitasse. Già, credevo che tu avessi chi sa quale malattia. Ed ebbe un bel rassicurarmi, ebbe un bel ripetermi in tutti i toni che non avevi nulla; in cuor mio gli davo della bestia. E invece aveva ragione lui! La tua malattia si chiama noia, stanchez­za, sazietà di questi luoghi. (Silenzio) Per­ché non l'hai detto prima? Era cosi sem­plice! Non ho sempre fatto tutto quello che ho potuto per te? Credi che non avrei fatto anche questo?

MYRTA                   - A che prò? Tu sei felice qui, ed io non ho il diritto di obbligarti ad andar via.

ENRICO                  - Ah, no, no! Finché io non sapevo, tutto poteva passare. Ma ora so quale è il tuo male. E non metto tempo in mezzo: cor­ro subito ai ripari.

MYRTA                          - Cosa vuoi fare?

ENRICO                  - Cosa voglio fare? Una cosa semplicissima. Ce ne andiamo. Ce ne andiamo via di qua, senza perdere un minuto, (Passeg­giando concitatamente) Ma guarda cosa può fare la monotonia d'un paese sper­duto tra i monti! D'una creatura piena d'allegria com’eri tu, può fare una don­nina ombrosa, scontrosa, piena di timori. Via! Via! Vìa!

MYRTA                   - Aspetta. Lasciami parlare. Non ho finito. Le cose sono molto più serie di quanto tu non pensi.

ENRICO                  - Macché! Macchél Ora lo so cos'è. Non c'è più nulla da dire.

MYRTA                   - T'inganni. Stammi a sentire, ENRICO.

ENRICO                  - Ma se lo so già quello che vorresti dire. Che io laggiù mi sperderò, che finirò col non combinare più nulla, che le lotte letterarie sono dure, che ci son le invidie, le gelosie. Inutile. Puoi risparmiarti le parole, perchè queste cose le so già, ti ho detto. (Quindi, come se avesse preso una decisio­ne irremeabile) Sì si, subito. (Fregandosi le mani) Cosa fatta capo ha. Pare impossibile, alle cose ci si pensa per degli anni, eppoi basta un minuto. (Alla porta del negozio) Gustavo! Gustavo! Telefona al ragionier Venzi. Digli di venire imme­diatamente qui.

MYRTA                   - Ma no, è inutile che tu faccia questo.

ENRICO                  - Inutile? Lo dici ora eh? Perché sai che non torno più indietro. La mia bambina si sente soffocare qui, ed io non dovrei por­tarla via? Ma allora, in questi tre anni non ti sei accortadi nulla? Non lo sai ancora come ti voglio bene?

MYRTA                   - Sì, lo so; ma sarà meglio che tu rifletta.

           

ENRICO                  - Ho già riflettuto. Sono pronto, (Scherzando) Armato per le più sanguinose battaglie.

MYRTA                   - Ma non ci pensi? La vita a Roma costa molto.

ENRICO                  - Prima di tutto lavorerò; eppoi, scusa, non siamo mica assillati dal bisogno. Intanto c'è l'eredità della zia Carolina, poi i due poderi di Bèncina, Non è mica poco, sai?... E quello che ricaveremo dalla ven­dita della farmacia dove lo metti? In­somma, per i primi tempi saremo al si­curo. Metteremo su la nostra casa con dei bei mobili moderni, di quelli che piac­ciono a te: grandi divani, grandi pol­trone, molti libri... Oggi, con un po' di gusto, una casa s'ammobilia con nulla… Lasciar tutte queste cose non dirò che non mi dispiaccia; ma se è necessario, ti pare?... Qui, certo... Come dirti? Tu non puoi capirmi : non li hai conosciuti i mìeidue vecchi, non sai quello che è stata mia madre per me, quello che per me è stato mio padre. Ebbene, vendere tutta questa roba vuol dire, vuol dire... È così difficile a spiegare! Ma su questi divani, su questi tappeti, su queste vecchie cose (egli sembra carezzarle con gli occhi) è rimasta un po' della loro vita, come una polvere… (La commozione gli stringe la gola) Ma che importa? Che importa?... con altro tono) Sai dove andremo a stare? Ti ricordi l'Aventino, dalla parte della Passeggiata, con tutti quei cipressi e i pini e lo scenario delle Terme, giù?... Tu ve­dessi che bellezza ora! Hanno fatto cose meravigliose. Ebbene, andremo a stare là. Ci sono delle ville magnifiche. (Con accento che vuol essere pieno dì convin­zione) Vedrai. Vedrai.

MYRTA                   - (dopo un silenzio, crollando il capo)Le ville!

ENRICO                  - (dando in una risata)Non dico mica di prendere tutta una villa! Ci mancherebbe altro! Un appartamento; Oh, non troppo piccolo, non esageriamo. Del resto, la casa piace a te quanto a me, in casa ci sì sta volentieri, noi; dunque, anche se si spende qualcosa di più, ti pare?

MYRTA                   - E inutile, tu non sai altro che sognare.

ENRICO                  - Per me la realtà è una sola. E tu sai quale è. Al di fuori di questa realtà la vita non è che un'illusione. Bambina mia! (Egli la guarda intensamente. Ella distoglie gli occhi da lui. Enrica, per vincere quel disagio) Hai visto? (Va alla scrivanìa, prende un cartoncino) Patù presenta a Roma i nuovi modelli, C'è qui l'invito. Bisognerà che tu ci faccia una scappata, Deve esporre delle cose squisite quest'anno, Senti che nomi allettanti. « Jardin d'Automne, Pour vous ètre agréable, Ma vie pour toi... ». Per fortuna ora no» si tratta più di sprecarli per i nostri buoni villici, i tuoi abiti. (Co­me un ragazzo) A Roma! A Roma! (La prende per le due mani e l'obbliga a girare intorno alla stanza) A Roma! A Roma! A Roma!

MYRTA                   - Basta. Finiscila. Basta!

ENRICO                  - Facciamo a chi resiste di più?

MYRTA                   - Basta, ti dico.

ENRICO                  - Chiedi pietà e sarò clemente. Reclamerò sol­tanto cinque baci. Uno per ciascun occhio, un per ciascuna guancia...

MYRTA                   - Finiscila.

(Ella riesce a liberarsi. Si getta sul divano. Nasconde la faccia fra i cuscini).

ENRICO                  - Myrta! (Egli non si raccapezza. Crede a un giuoco. Le si avvicina. Fa per rialzarle tu testa. Ma ella resiste. Piange). Myrta! (Dolcemente) Cos'hai Myrta? Cos'hai?

MYRTA                   - Lo capisco bene che sono cattiva.

ENRICO                         - Cattiva, tu? Ma cosa dici?

MYRTA                   - Non dovrei farti soffrire, non mi meriti,e invece...

ENRICO                  - Ti proibisco di continuare.

MYRTA                   - ...E’ triste. Si è cattivi, a volte, contro la no­stra volontà.

ENRICO                  - Lo sai che ora cominci a impressionarmi sul serio? E’ la prima volta che parli così. (Le siede accanto).

MYRTA                   - Ed è male. Avrei dovuto farlo prima.

ENRICO                  - Perché?

MYRTA                   - Una cosa soprattutto dicevi di amare in me,non è vero? La mia lealtà.

ENRICO                  - Sì, la tua sincerità ; anche se a volte è un po'aggressiva, un po' aspra.

MYRTA                   - Ebbene, levatelo dalla testa: io non sonopiù sincera delle altre donne,

ENRICO                  - Tu?

MYRTA                   - Altrimenti già da molti mesi ci si sarebhe parlati come dovremo parlarci ora.

ENRICO                  - Cosa vuoi dire? Non capisco.

MYRTA                   - Ma non ne ho trovato il coraggio. Ogni volta tu mi hai disarmata... con la tua bontà.Ora però non è più possibile tacere.

ENRICO                  - Avanti, avanti. Dì.

MYRTA                   - Quando mi hai sposato io stavo con Varni...

ENRICO                  - Questo si sa. È inutile ora...

MYRTA                   - No, è utilissimo... Il nostre legame non avrebbe dovuto contare nulla, è vero? Si era convenuto che se non avessimo avuto figli, ciascuno di noi avrebbe potuto ri­prendere quando avesse voluto la propria libertià..

ENRICO                  - (alzandosi, pallidissimo) Ma cosa dici? Non ti capisco.

MYRTA                   - Sì, ENRICO. Io credo di esserti dì peso. Cre­do che per te ci sarebbe voluta un'altra donna. Io non potrò mai farti felice come meriteresti.

ENRICO                  - È assurdo. È semplicemente assurdo.

MYRTA                   - Certe cose si capiscono vivendo insieme. Posso aiutarti nel lavoro? No, Certe volte anzi, siamo di pareri totalmente opposti. Ti sono d'aiuto nell'andamento della casa? Men che meno. Tu mi tieni all'oscuro di tutto...

ENRICO                  - (interrompendola) Soltanto per risparmiarti...

MYRTA                   - Sì, lo so. Ogni noia. Io, per te, non debbo altro che abbigliarmi, come una bambola. Questo ti basta. Ed è bello da parte tua. Ed io l'apprezzo, Ma la vita non comincia e non finisce qui.

ENRICO                  - Ti annoi qui? Non si è forse detto...?

MYRTA                   - A Roma? Ma che ci pensi davvero? Vorresti rimetterti a far la vita di prima; si, di pri­ma che si venisse qui? Vorresti rimetterti a corrermi dietro? Ti rivedo fra quella gente, còsi sperduto, cosi a disagio... No, te l'ho detto, io non posso altro che es­serti di peso, non posso altro che nuocere alia tua arte. E tu sei l'artista delle pìccole cose rifinite, curate, covate amorosamente per mesi e mesi... come dicevi benissimo dianzi tu... (Dopo un momento) Qui devi restare. Nella tua casa. Nel tuo paese. Ma io no, ENRICO. Io mi ci sento soffocare. Mi ci sento morire. I giorni qui non son altro che dei grandi sbadigli, Tutta questa pic­cineria mi schiaccia, mi uccide. Lasciami andare, ENRICO. Se no, io farò la tua ro­vina. E farò la mia.

ENRICO                  - Ma via! Via! Non sai cosa ti dici.

MYRTA                   - T'inganni. Son giorni e giorni che rifletto. Lasciami andar via.

ENRICO                  - Ma allora confessa che non mi vuoi più bene.

MYRTA                   -Si può non provare una grande tenerezzaper un uomo come te? Sei così buono!

ENRICO                  - Ma la tenerezza non è l'amore.

MYRTA                   - A. volte è qualcosa di più.

ENRICO                  - No. E’ sempre qualcosa dì meno, in ogni caso non mi basta. Ma guardami, guar­dami bene negli occhi. Cos'è che temi? Che ti obblighi a fare una vita mediocre? Di questo hai paura?

MYRTA                   - No, Della miseria non m'importerebbe nul­la. La vita è mediocre soltanto quando ci si trascina così, senza un perché.

ENRICO                  - Aspetta. Aspetta. Quello che hai detto è semplicemente assurdo. Tu sei ammalata. Ecco la verità. Sei ammalata. Ed io ti guarirò, intanto bisogna scacciare quelle brutte idee. Bisogna scacciarle, hai capito? A tutti quei pensieracci bisogna chiudere la porta in faccia. (Quasi con disperazione) Hai capito? Ah, tu non sai che cosa orribile hai detto. Tu non te ne rendi conto... (Egli siede. Ella è dietro di lui, combattuta).

MYRTA                   - (dopo un poco, facendosi coraggio) E allora… Senti, ENRICO. Quello che si è detto fino ad ora non conta nulla. C'è dell'altro,.. (Egli alza il capo. La guarda. Aspetta, an­sioso. Ma sì ode ìmprovviso un rumore di voci nella farmacia) Venzi. Non voglio incontrarmi con lui. Non voglio vederlo.

ENRICO                  - Ma……

MYRTA                   - Parleremo dopo.

ENRICO                  - Lo faccio aspettare dì là.

MYRTA                   - No, parleremo dopo. (Ella esce).

ENRICO                  - (resta immobile un momento. Non sa. Non capisce. Ha gli occhi fissi alla porta per la quale è scomparsa Mvrta. A un tratto siscuote. Fa un gesto, come per dire: — Tutte ubbie. Ci penserò io! — E andando alta porta della farmacia domanda) È lei, si­gnor Venzi? Avanti! Venga avanti.

VENZI                     - (entra. È un uomo di grave età. Il ragioniere di provincia. Un caro amico di casa) È un miracolo che tu m'abbia trovato. Stavo per andare a Bellaluna.

ENRICO                  - L'ho dunque disturbata?

VENZI                     - No no. (Dandogli la mano) Come stai?

ENRICO                  - Benissimo, E lei?

VENZI                     - Si tira avanti. (Si mette A sedere familiar­mente) Dunque? Dunque?

ENRICO                  - Senta, ho preso una decisione; ma, mi rac­comando, non mi tiri fuori, come al solito, delle difficoltà.

VENZI                     - Di pure.

ENRICO                  - Lei ha Sempre cento paure. E io invece son sempre pieno di fiducia...

VENZI                     - Troppa.

ENRICO                  - Lo dicevo! Comincia.

VENZI                     - M no. Avanti, sentiamo.

ENRICO                  - Per ragioni mie... personali, ho deciso di an­darmene dal paese...

VENZI                     - Ah!

ENRICO                  - ...per sempre. Sicché voglio vendere, vogliovendere subito. Crede che sarà facile?

VENZI                     -             Di solito le farmacìe ben avviate come questason ricercate.

ENRICO                  - Quanto si potrà prendere secondo lei?

VENZI                     - Vendere per bisogno è sempre un magro affare.

ENRICO                  - Ma su per gìù?

VENZI                     - Ma... un trentamila lire!

ENRICO                  - D'avviamento?

VENZI                     - Già.

ENRICO                  - Ma poi c'è la merce.

VENZI                     - Su quella fa conto di perdere….

ENRICO                  - (crollando il capo) Speravo di più.

VENZI                     - Caro mio, ai tempi del suo povero babbo questa era la sola farmacia del paese, ed ecco perché lui era riuscito a mettere in­sieme un discreto gruzzolo. Ma da alcuni anni tu hai un concorrente, e quello non se ne sta mica con le mani in mano.

ENRICO                  - (che durante le parole del VENZI ha seguitato a passeggiare, fermandosi dinanzi a lui) Non importa; ormai ho deciso e venderò.

VENZI                     - Molto più che non ti resta altro da fare.

ENRICO                  - Cosa?

VENZI                     - ...al punto che sei.

ENRICO                  - Le sue solite esagerazioni. Mi ripeta che io sono sull'orlo dei precipizio. Me lo ripeta, su. Che mi ridurrò sul lastrico. Caro signor Venzi, (gli mette affettuosamente una mano sulle spalle) a sentir lei, a quest'ora dovrei esser già all'elemosina.. E invece...

VENZI                     - (che l'ha ascoltato gravemente)Alle scadenze di domani l'altro com'hai pen­sato di provvedere?

ENRICO                  - (ridendo) Io? Ma sae non so neanche d'avere delle sca­denze.

VENZI                             - Eh, me n'accorgo.

ENRICO                  - Ai nostri interessi non ci ha guardato sempre lei? Dunque, sèguiti; io son contento cosi.

VENZI                     -             Di' un po', cosa n'hai fatto della mia lettera d'ieri sera?

ENRICO                  - (dopo un attimo) Ah, già. È lì, nel cassetto.

VENZI                     -             - Va bene, ma l'avrai letta, no?

ENRICO                  - E’ arrivata mentre stavo scrivendo e per noninterrompere... Poi m'è andata via dimente.

VENZI                     - Vivere nelle nuvole si capisce; ma così….. Ac­cidenti! Sicché, ignori che la tua situazio­ne è disperata?

ENRICO                  - Cosa dicevo? Cosa dicevo? Le avrei potute dettare prima le sue parole. Ormai...

VENZI                     - (serio)Ma finiscila. Sei fottuto, caro mio. Sei fottu­to. E dopo domani bisognerà che io porti i libri in Tribunale, se non rimedi tu. La vuoi capire si o no?

ENRICO                  - Dice sul serio?

VENZI                     - Ma quando ho mai scherzato io? Tu, haisempre scherzato; e tutte le volte che ho tentato di dirti come stavano veramente le cose, tu con una scusa o con l'altra... — perché dovevi andare a passeggio con tua moglie, perché dovevi scrivere... — fatto sta che di cose serie non si è mai potuto parlare.

ENRICO                  - (tace).

VENZI                     - Allora ho provato a scriverti. Dove sono le mie lettere?

ENRICO                  - Ma... sonoqui. (Le tira fuori da un cassetto).

VENZI                     - Eh già, alcune non le hai nemmeno aperte.

ENRICO                  - Dopo le prime... Ho creduto che ci fossero delle esagerazioni. Lei vede sempre tutto nero, non ho dato importanza... Pensavo poi che fossero rendiconti, e siccome nei numeri io non ci ho mai capito nulla...

VENZI                     - Ora sei convinto che non avevo torto a veder tutto nero?

ENRICO                  - Ma, scusi, la farmacia avrebbe ingoiato...

VENZI                     - Un bel niente! Chi ha divorato sei stato tu, e come!

ENRICO                  - E’ l'eredità della zia Carolina?

VENZI                     - Dove volevi che lo prendessi il denaro che mi chiedevi da Roma quasi ogni giorno? Erano migliaia e migliaia di lire, lo sai? Chi le ha liquidate tutte le fatture che mi mandavi?

ENRICO                  - Va bene, ma ci sono i poderi di Bencina e quelli soli...

VENZI                     - Sì, eh! Mangiati da quel di.

ENRICO                  - E il liquido, tutto il liquido che lasciò mio padre?

VENZI                     - Non per nulla era liquido.

ENRICO                  - Ma allora è la rovina!

VENZI                     - Ce n'è voluto perché tu ci arrivassi.

ENRICO                  - Ma lei? Possibile che lei...

VENZI                     - lo? Cosa? Io ho pagato fin che ho potuto, ho fatto onore alla tua e alla mia firma e non posso lasciar morir di fame le mie sorelle per far comodo a te. Dovevi aver più giudizio.

ENRICO                  - Giudizio? Voialtri, gente d'affari, non sapete dire altro. Giudizio! Come se non si po­tesse vivere come la piccola gente borghese che non mangia per risparmiare! Come se non si avessero altri bisogni!

VENZI                     - Sarà. Ma intanto quelle cambiali come le paghi?

ENRICO                  - Come le pago? Almeno per pagare quelle cambiali ci sarà rimasto qualcosa, no?

VENZI                     - Nooo! Mi dici come te la devo cantare?

ENRICO                  - (facendosi sempre più nervoso) Pure è necessario uscir da questa situazione. È necessario!

VENZI                     - A chi lo dici!

ENRICO                  - Un'ipoteca.

VENZI                     - Su che?

ENRICO                  - Sui poderi di Bèncina.

VENZI                     - Quelli, se non si pagano gli interessi, un giorno o l'altro vanno all'asta. E prima di darti un centesimo oggi, le banche...

ENRICO                  - Scusi, scusi, ma lei doveva avvertirmi, non doveva lasciarmi ridurre così, non doveva.

VENZI                     - Avanti, dà la colpa a me. Di' che non ti ho avvertito. Ma non ricordi più nulla dun­que? La vita pazza l'avrei fatta io?

ENRICO                  - (nervosamente) Eppure, bisogna che esca da questa situazio­ne. Il fallimento, no, quello no.

VENZI                     - Dopotutto tu hai sempre la scusa d'essere un letterato.

ENRICO                  - Lei non può capire... Il fallimento per me sa­rebbe... Eppoi, eppoi…

VENZI                     - E poi cosa? Ne ho visto tanti, e non è la morte.

ENRICO                  - Se fossi solo…

VENZI                     - Chi è causa del suo mal...

ENRICO                                         - Una volta per sempre, lasci stare mìa moglie.Qui c'è un solo responsabile, e quellosono io.

VENZI                     - (stringendosi nelle spalle) Si sì, come vuoi. Figurati se ho voglia dimettermi a discutere, Perà quando sihanno dei gioielli, quando...

ENRICO                  - Di quelli non ne parli nemmeno: son cose sacrosante.

VENZI                     - Ciò non impedirà che i creditori ve li pren­dano lo stesso.

ENRICO                  - Cosa? I creditori? Vorrò vedere chi oserà...

VENZI                     - Io, già, coi letterati non ci ho mai fatto un pasto buono! Non capiscono nulla.

ENRICO                  - Ah, no! Il fallimento no. Mìa moglie non deve mai sapere che ci troviamo in queste condizioni. È una bambina. Eppoi, con quel sistema nervoso...

VENZI                     - Pagherei per sapere come farai a tenerle na­scosto tutto.

ENRICO                  - Come farò? Ancora non lo so. Mi lasci alme­no riordinare le idee. Ma so che ci arri­verò.

VENZI                     - Va bene; questo riguarda te. Ma ora, ora;.. il problema è assillante. Ora?

ENRICO                  - Ora.. (Gettandosi a sedere, prendendosi latasta fra le mani) Non lo so! Non lo so! (Lungo silenzio) Se fossi solo, le ripeto, mi basterebbe pane e acqua. Cosa me ne importerebbe? Quando sì è soli, ci si adattaa tutto. Ma quando... No, no! Non è possìbile. Lei nella miseria, no. Avanti, signor Venzi, mi aiuti, pensi a qualche cosa. Lei è un uomo d'affari. Risorse non debbono mancargliene... Avanti. Non ve­de in che stato sono?

VENZI                     - (gli si è avvicinato, a sua volta, gli ha messo una mano sulle spalle).E credi che non l'avrei già fatto? Son giorni e giorni che mi dibatto. Ho bussato a tutte le porte. Ho cercato perfino di vendere quel po' che mi resta, (Enrico, senza guardarlo, gli afferra la mano, gliela stringe.).Eppure, a Roma bisogna che ci vada. Se resta qui, mi si ammala. Non vede come è deperita da un pezzo in qua? Non si riconosce più.

VENZI                     -             - Ebbene, va a Roma, Al resto qui penserò io.

ENRICO                  - Ma se non ho neanche di che provvedere ai primi bisogni!

VENZI                     - Se è questione di qualche migliaio di lire... Lo sai che non mi son mai tirato in­dietro.

ENRICO                  - Ma che sono qualche migliaio di lire? E’ lamiseria, lo stesso, ormai. Ecco quel che ho saputo darle! La miseria! Ah!

VENZI                     - Non ti sarà diffìcile occuparti, laggiù.

ENRICO                  - (fa un gesta vago)E come? dove? Chi li prende più ora gli uomini della mia età? A quarant’anni siamo già vecchi, dicono. Sono i giovani che debbono andare avanti. Avranno an­che ragione, non dico di no, ma intanto...

VENZI                     - Hai la tua arte, io non me ne intendo, ma pare che tu sappia il fatto tuo.

ENRICO                  - (fa un gesto, come a direi — L'arte, sì!... — Quindi, all'improvvisa)Imbecille! Imbecille! (Si dà dei piccoli pugni su la fronte) imbecille, che non sei altro! Avanti, mantieni, se sei buono, mantieni le promesse che facevi mezzora fa. (Quindi, improvvisamente) No, non mi voglio avvilire. Voglio resistere, in qualunque modo. Contro tutto. Contro tutti. Me lo dicono già che sono un fallito. Sì figuri poi se fallissi davvero! Senza contare che la farmacia porta il nome di mio padre, e basterebbe questo, le pare?... Non voglio fallire. Vediamo, Vediamo. Amici non me ne mancano. Vediamo, A chi potrei ricorrere? Certo che ricorrere agli amici... Ma in questi casi, chi sta a guardare per il sottile, Eppoi, oggi... Ci vuol altro!

VENZI                     - A proposito di amici. Sai che da qualche tempo è tornato Nadir?

ENRICO                  - Nadir?

VENZI                     - l! tuo inseparabile di quando eri ragazzo.

ENRICO                  - Ma che scherza? Dopo vent'anni che non ci si vede, vuol che vada da uno e... (a un pensiero) Certo ci siamo voluti molto bene. Macche fratelli! Di più, dì più, as­sai dì più, Com'è?

VENZI                     - Io non l'ho ancora visto. In paese non c'è' mai venuto... Sta sempre rintanato nel castello. Sai, dicono che sia... (fa girare la mano al di sopra della testa).

ENRICO                  - Mezzo matto?

VENZI                     - No, estroso.

ENRICO                  - Quello è sempre stato.

VENZI                     - Par che ne abbia fatte d'ogni genere, fuori...

ENRICO                         - Cosa?

VENZI                     - Oh, nulla di male. Quando uno è tanto ric­co… Tutt'al più si rovina.

ENRICO                  - E si è rovinato?

VENZI                     - Lui? Ci vuoi altro. Ma lo sai che ha diecinee diecine di milioni?

ENRICO                  - (con un sospiro)Beato lui!

VENZI                     - Prova, Da quelli c'è da aspettarti di tutto: anche una buona azione.

ENRICO                  - (man mano più esaltato)Ci vado. Ci vado. Son certo che non mi dice dì no. Eppoi tutto dipende dall'accoglien­za che mi farà, le pare? Potrei anche non chiedergli nulla, all'ultimo momento. Mi ripugna, sa? Ma non c'è tanto da sce­gliere... Vediamo. Una parte potrebbe servire a tamponare i buchi di qua, e un'al­tra parte per metter su casa a Roma. Cosa crede, che se mi ci mettessi non sarei buo­no anch'io a far delle cose per il grande pubblico? Perché ancora non mi ci son provato, ma volendo... chi sa?... Quando non c'è il bisogno alle costole, si capisce, sì sta li a limare, a rifinire; ma quando si sa che dal nostro lavoro dipende il pane! Lo sa che ci sono scrittori che guadagnano... Sicuro, più di lei caro il mio signor VENZI, che da cinquantanni sì consuma gli.occhi sui numeri. Milioni! Mi crede un illuso? Dica la verità, mi crede un illuso? Ebbene io le rispondo che questa volta forse si sbaglia. Poteva aver ragione quan­do mi prediceva la rovina. Bello sforzo! Lei i conti li sa fare. Ma qui dentro ci vedo soltanto io! Guardi, è la prima volta che credo nel mio ingegno. Ci credo! A dispetto di tutto, ci voglio credere. E se non mantengo, non deve guardarmi più in faccia. (Parlando, ha condotto Venzialla porta).

VENZI                     - Addio, dunque. Poi, fammi saper qualcosa.

ENRICO                  - Non dubiti. Arrivedcrla. (Venzi scompare.)

ENRICO                  - (è eccitato, accaldato. Tutti i suoi gesti sono scattanti, febbrili. Chiamando) Rosina! Rosina!Rosina (entra. È una servettina di paese, L'abito troppo elegante la rende un po' goffa).

ENRICO                  - E’ pronto? Di' alla signora di scendere.

ROSINA                  - Ma... la signora è uscita.

ENRICO                         - Come?

ROSINA                  - Sì, da mezz'ora almeno. Ha detto che non aveva, appetito. Che aveva bisogno di pren­dere aria.

ENRICO                  - (allentato improvvisamente) Ah! E dov'è andata?

ROSINA                  - Non saprei. Non è la prima volta che la signora lo fa.

ENRICO                  - Sì sì, è vero. Non èla prima volta

ROSINA                         - Dcbbo portare ugualmente?

ENRICO                  - Sì, no... Fa come vuoi, (La servetta esce. ENRICO  non sa che fare. Va alla scrivanìa. Torna indietro. Soprattutto, non vorrebbe pensare. S'avvicina alla tavola. Siede al posto che avrebbe dovuto essere quello di MYRTA; prende i fiori, li posa; prende la scatola: lentamente scioglie il cordoncino d'oro).

CALA LA TELA

ATTO SECONDO

 Nel castello di Nadir, Il salotto è ingombro di mobìli rari, addobbato col gusto un po' decadente che dominava sul principio del se­colo. La pareti son coperte ài stoffe antiche e di quadri dalle belle cornici, il pavimento è folto di tappeti orientali e di pelli d'orso. Un immenso divano e posato dinanzi al camino acceso. Ma qua e li alcuni attrezzi pei la ginnastica e un tettuccio pieghevole per il massaggio, messo proprio nel bel mez­zo della stanza, contrastano vivamente con l'altra suppellettile così raffinata, così calda e accogliente. Fuori, sul parco che si scorge per un'immensa vetrata, il cielo è grigio e disposto alla pioggia. Nadir (a torso nudo, vestito solo dì mutandine bianche e corte, è sdraiato sul lettuccio, sottomesso al volere del « masseur « spor­tivo che sta levigandogli con arte paziente e sottile il corpo abbronzato. È un uomo d'oltre quarantanni, ma conservato bene; sodo, agile. Acconsentendo con le membra agli ordini muti dell'uomo implacabile, cerca alla meglio di tenere aperto un libro, dinanzi a sé, e di leggere. D'improvviso, scaraventando via il libro! Signori Skunz! Signora Skunz!

LA SIGNORA SKUNZ        - (è una donna attempata, dolce, incolore) Desidera, signor conte?

NADIR                          - Cosa pensa lei di Proust?

LA SIGNORA SKUNZ        - Ma, non saprei...

NADIR                          - Avanti! Voglio sapere se la sua opinione su Proust collima con la mia.

LA SIGNORA SKUNZ        -E la sua, scusi, qual’è?

NADIR                          - Ah no, sarebbe troppo comodo! Avanti.

LA SIGNORA SKUNZ        - Ma... bisognerebbe distinguere. Quale dei li­bri di Proust stava leggendo?

NADIR                          - Non ha importanza. L'opera di Proust è una sola: immensa colossale titanica.

LA SIGNORA SKUNZ        - (con un sorriso che la illumina)Ah, ma allora... (John ha sollevato una delle gambe del paziente e l'agita dall'alto in basso, da destra a sinistra. Istintivamente gli occhi dllta signora Skunz vanno a po­sarsi sul libro caduto a terra. Lentamente ella lo raccoglie, con volto ricomposto or­mai nella solita espressione) Credo che la sua opinione non sia troppo favorevole al povero Proust.

NADIR                          - (balza a sedere giovenilmente. L'uomo ha una smorfia leggera, come un pittore in­tento a un capolavoro che d'improvvisa si veda portar via il pennello) Già, le è bastato uno sguardo per indovinare quello che io penso di Proust e per... per non es­sere, naturalmente, d"un parere diverso. È vero, signora Skunz... (L uomo muto l’ha piegato di nuovo; ora lo volta e rivolta come una pasta, lo mette bocconi con la fronte protesa verso gli spettatori) L'opera di Proust è l'opera d'un titanico...

LA SIGNORA SKUNZ ...seccatore.

NADIR                          - Ecco. (Tutti e due ridono brevemente: il loro riso contrasta con la serietà un poco lugu­bre dell'uomo in camice bianco) Mi fa l'effetto d'una gran pentola piena di bro­daglia sentimentale. Diecine di volte io mi sono proposto questa immane fatica: leggere Proust, e diecine di volte ho dovuto ritrarmi, scornato. (L'uomo ora gli « lavora » il braccio destro, facendogli fare un movimento circolare) E tutto questo, badi bene, a distanza di anni, sperando che intanto la mia mente si fosse svegliata, sviluppata... Niente! Oggi... Come trovare una giornata più propizia a Proust? Piove...

LA SIGNORA SKUNZ        - Già.

NADIR                          - No, non piove, ma insomma ne ha voglia. E poi tira vento. E poi non sapevo dóve andare. E poi, s'ha un bel dire, ma un'ora al giorno di questo lavoro è lunga. In­somma non c’era nessun modo di pas­sare il tempo. Pareva la giornata fatta apposta per leggere Proust, Macché! Nem­meno questa volta m'è riuscito.

LA SIGNORA SKUNZ        - Non si disperi. Ne conosco degli altri che non ci sono riusciti.

NADIR                                    - E lei?

LA SIGNORA SKUNZ - Oh, io... Una dama di compagnia deve aver la pazienza dì leggere molte cose, se vuoi davvero tener compagnia alla gente.

NADIR                          - Ammesso che uno, parlando dì Proust, ci riesca. Tutte quelle parole fìtte fitte senza un respiro... Bisognava proprio che fra i libri di mia madre non trovassi nulla di meglio...

LA SIGNORA SKUNZ - Già, fu una delle ultime òpere che la signora contessa lesse prima di...

NADIR                          - Povera mammà. Chissà che questo non abbia contribuito... No! È rimasta una donna in­telligente fino all'ultimo, lei; mentre io nella vita ormai non so altro che annoiar­mi. Avrei bisogno di qualche forte sensazione. (L'aguzzino muto ora l'ha fatto mettere a testa in giù, con le gambe alza­te, e gliele allarga, come si scoscia un pol­po) Ahi!

LA SIGNORA SKUNZ (ridendo francamente) Mi pare che ormai le resti poco da provare.

NADIR                          - Tanto poco che non ho saputo far di meglio che venirmi a rifugiare, dopo quasi vent'anni, sotto il tetto natio. Una cosa che a raccontarla... (La porta vicina al caminetto s'apre di col­po: entra come una ventata Diana Lilonc. È una graziosa ragazza, elegante).

DIANA                          - Ancora lì a farti torturare?

NADIR                          - Ma è tutt'altro che una tortura! John, gently, please. (A Diana) Tutto pronto?

DIANA                          - Tutto. Ahi (Ella porta il moccichino agli occhi).

NADIR                          - Ah, no, non piangere, te ne prego.

DIANA                          - Capirai...

NADIR                          - Non posso sopportare le lacrime. Ma che idea! Tutto era finito cosi bene! Eri par­tita. S'era contenti. E a un tratto mi ri­capiti qui.

DIANA                          - Speravo che rivedendomi...

NADIR                          - Ed è stato come se rivedessi mia sorella, mia zìa, mia nonna, credi. Ti sei riposata ades­so? L'automobile è giù che aspetta, sai? Addio, e... buona fortuna.

DIANA                          - Ci credi che non ti si può neanche voler male?

NADIR                          - Ma già! Me l'hanno detto ancora!

DIANA                          - Addio. (Dopa un attimo, sottovoce) Grazie di quello che mi hai fatto trovare sul cas­settone.

NADIR                          - Bazzecole.

DIANA                          - ...un bacio?

NADIR                          - Non vedi come sono imbavagliato?

DIANA                          - (sulla soglia) Addio, (L'uomo ha infatti ravvolto la testa del pa­ziente in un grande asciugamano; si sente un suono gutturale, nient'altro. Diana, do­po un istante esce, seguita dalla signora Skunz, Allora John libera la testa di NADIR: gli passa l'asciugamano a traverso il corpo fregandolo con forza. La carne di NADIR si riempie di chiazze rossastre. Silenzio. John con un movimento un po' teatrale si allontana di qualche passo; ciò significa che ha finito. NADIR s'alza, John prende sul divano una vestaglia di seta, la tende perché NADIR la indossi, NADIR eseguisce. Quindi John va a un piccolo tavolo basso: versa in un bicchiere del whisky, della «soda», alcune gocce del liquido contenuto in una boccetta. NADIR prende, ingoia, quindi, come fra sé):

NADIR                          - E pensare che ti ho fatto venire apposta dal­l' America!

JOHN                             - I beg your pardon?

NADIR                          - Nothing. (Allora John va si divano, acco­moda i cuscini delicatamente, quasi fem­minilmente, fa un gesto) Ah, già! (NADIR ha compreso, si stende sul divano, John ti china verso il fuoco per riattizzarlo)

LA SIGNORA SKUNZ        - (rientra) Partita.

NADIR                          - Dio ti ringrazio. (John s'alza, ripiega il lettuccio e lo porta fuori).

LA SIGNORA SKUNZ        - Quando penso che quest'uomo guadagna... (come dicesse uno sproposito)

NADIR                          - Cara signota Skunz, ha una laurea: dell'U­niversità sportiva di Washington, è unico nel suo genere; ho dovuto aspettare mesi e mesi perché fosse libero. Signora Skunz, evidentemente io non sono il solo imbe­cille della Terra...

LA SIGNORA SKUNZ        - E tutto questo... perché?

NADIR                          - Mah, si spera...

LA SIGNORA SKUNZ        - L'amore, già. Sempre l'amore!

NADIR                          - Magari venisse l'amore sul serio. Ma ormai... Ogni volta che si ama è come se si rina­scesse! Comunemente si crede che il liber­tinaggio sia puro... puro vìzio, se si può dir così; mentre non è spasso che la ri­cerca affannosa di sentimenti nuovi. Lei non può neanche figurarsi che cosa farebbe un libertino per credere incora alle fiabe dei bambini. E invece nessuno che ormai possa parlarmi senza che in quelle parole io cerchi il significato nascosto, la riposta ragione, l'interesse celato...

LA SIGNORA SKUNZ        - (con un sorriso) Anche nelle mie?

NADIR                          - Perché no?... Eppure lei è entrata giovinetta in questa casa, ci ha dato mille prove dì fedeltà... Non risponde nulla?

LA SIGNORA SKUNZ        - Non mi permetterei mai.

NADIR                          - (con uno scoppio di voce) Ma abbia un'opinione, mi mandi al diavolo, mi dica qualche insolenza!

LA SIGNORA SKUNZ        - Oh!

NADIR                          - Ma se per trent'anni ha dovuto stare nelle camere soffocanti di malati che non le erano nulla, per trent'anni ha dovuto par­tecipare a dolori e a gioie che dovevano esserle indifferenti!.. Ascoltare, fare il me­no rumore possibile, comparire al mo­mento giusto, non aver mai un pensiero, un'opinione per sé. E questo non è suffi­ciente per odiare? Vuol dire che a forza di mormorare — Sì, signor conte; si, si­gnora contessa — la sua anima è sfumata, e che tutti morendo se ne sono portati via un po'. (D'improvviso) Signora Skunz, vuole andarsene? Avrà quello che può occorrerle per vivere lautamente.

LA SIGNORA SKUNZ        - E dove? Con chi?

NADIR                          - Davvero! Non vuole andarsene?

LA SIGNORA SKUNZ        - (dolcemente, quasi pudicamente) ...No.

NADIR                          - Perché?

LA SIGNORA SKUNZ        - Non so. I nostri sentimenti, perché esistano, non si debbono conoscere. (Ella intanto, come per istinto, si è voltata verso la Por­ta. Anche NADIR si volge. Da qualch istante una figura è apparsa ai vetri, contro il verde grigio del parco autunnale. È MYRTA).

NADIR                          - Oh!

LA SIGNORA SKUNZ        - (è andata alla vetrata, ed ha aperto)

MYRTA                         - Buonasera, signora Skunz. Buonasera, conte.

NADIR                          - Oh, ma io sono ancora in vestaglia!

MYRTA                         - Che tempo! Tira un vento! E’ già cominciano a cadere certi goccioloni. Lo stradone, de­serto. Impossibile arrivare a casa senta in­zupparsi. Vi chiedo un rifugio per un'ora — tanto perché si sfoghi — e una tazza di tè.

LA SIGNORA SKUNZ        - (silenziosamente s'avvia)

MYRTA                                  - Se ne va, signora Skunz?

LA SIGNORA SKUNZ        -Vado per il tè.

MYRTA                                  - Quanto disturbo!

LA SIGNORA SKUNZ        -Per carità. (Esce) (Silenzio),

MYRTA                                  - È qui che stai sempre tu?

NADIR                          - Sì!

MYRTA                                  - Strano.

NADIR                          - Strano?

MYRTA                         - Un castellano ci si figura in un ampio studio, tra mobìli severi, tra alte librerie

NADIR                                    - non studio mai!... C'è, sì, un'immensa biblioteca nella casa, memore, credo, ancora delle mie divagazioni d'adolescente; ma non mi ricordo più bene se sia al primo o al secondo piano.

MYRTA                         - (sorride. Va a prendere in una scatola una sigaretta) Un po' di fuoco, per piacere.

NADIR                          - Ecco, Sarebbe stato un delitto far sciupaee dalla pioggia il tuo vestito che è...

MYRTA                         - che è?

NADIR                          - Eh, già, visto che non mi viene una parola meno comune: delizioso. Ma la tua ele­ganza è sprecata per questo paese.

MYRTA                         - (come se non avesse udito) Chi è quella dama? (Accenna al ritratta appeso sul caminetto).

NADIR                                    - Mia madre.

MYRTA                         - Si capisce subito che non era italiana.

NADIR                          - Tartara. Mio padre era dì Smirne ed io?

MYRTA                                  - Tu?

NADIR                          - Oh, io….

MYRTA                         - Sarai nato in qualche luogo, no?

NADIR                          - Sull'Oceano Atlantico. In piroscafo.

MYRTA                         - Ah! E che cosa si prova venendo al mondo sull'Oceano?

NADIR                          -Il mal di mare. Per tutta la vita.

MYRTA                         - (ride)-(Intanto LA SIGNORA SKUNZ è rientrata col vassoio del tè. Mentre la signora skunz va a posare il vassoio sul piccolo tavolo che sta dinanzi al divano)

NADIR                          - Già, questo era il salotto dì mia madre, ed è qui che io passo le migliori ore della mia giornata. Mi diverto tanto! Non è vero, signora Skunz, che mi diverto tanto?

LA SIGNORA SKUNZ        - (sorride senza rispondere. Quindi si muove per uscire. A MYRTA) Solo qualche ordine. Permetta, signora. (Esce richiudendo pianamente la porta).

NADIR                          - Faccio io?

MYRTA                         - (con altro tono) No, grazie. Non ho voglia di nulla.

NADIR                          - Ma...

MYRTA                         - Oh, il tè... Una scusa qualunque per salvare le apparenze, se pure metteva si conto...

NADIR                          - Ahi

MYRTA                         - (fermamente) Caro NADIR, è passato il tempo degli amóri boscherecci. La stagione non è pia quella. L'estate è passata, viene l'autunno. Guarda come piove.

NADIR                          - Vedo.

MYRTA                         - Impossibile dunque ormai trovarci nel tuo padiglione in mezzo alla foresta, come si è stato fino ad ora. E poi, gli amori silvestri, a lungo andare... Cosi, io mi sono decisa di venire in casa tua. E ti avverto che, mentre entravo, la signora Dalì, una delle peggiori lingue che ci siano al mondo, stava passando. Vuol dire che tutti ormai in paese sanno...

NADIR                          - Ahi

MYRTA                         - Dunque, per concludere, partenza.

NADIR                          - Eh?

MYRTA                         - Partenza, sicuro: o tu partì con me, o io parto da sola.

NADIR                          - Va bene.

MYRTA                                  - Debbo partire da sola?

NADIR                          - Sciocchezze. C'è una piccola noia; John; ma gli dirò di seguirmi nel luogo dove... dove ci fermeremo.

MYRTA                         - Grazie. Questo è parlare da gentiluomini. T'avverto fin da ora che non mi faccio illusioni sul nostro amore. Prendo quel che viene, ecco.

NADIR                          - E allora, scusa, perché...

MYRTA                                  - Ormai mi conosci, spero.

NADIR                          - Se credi che mi meravigli... Ma non capisco.

MYRTA                                  - Che cosa? Perché ti propongo di partire con me, pur sapendo che insieme non dureremo molto? Mah, se te lo dovessi dire, non lo so neanche io. Già, non l'ho mai saputo quello che voglio e quello che non voglio... Amavo mio marito, quando lo sposai; e quando son venuta in questo paese i primi tempi ho provato una gran­de dolcezza; poi, non so come, mi son messa a detestarlo ed ho provato un desi­derio solo; andar via, chiudere l'uscio dietro di me, senza neanche voltarmi. Ora l'ho fatto, se Dio vuole. E mi sembra di essere rinata. Hai capito?

NADIR                          - (non risponde. Seguita a fumare),

MYRTA                                  - Conclusione ; tu mi accetti, non trovi cento scuse. Non ti rifiuti.

NADIR                          - Ma nemmeno per sogno. Se l'andavo cer­cando, una donna come te!

MYRTA                                  - Ah. Meno male.

NADIR                          - Sicuro. Anch'io odio le complicazioni senti­mentali. Yac-tac. Ci si capisce, non ci sì capisce; ma almeno è finita alla svelta. Ep­poi gli enimmi psicologici mi hanno sem­pre interessato. Ed io sono un terribile appassionato dì puzzle. Insomma tu hai la virtù di svegliare la mia curiosità. Ti par poco? Soltanto, devi spiegarmi una cosa: come hai potuto adattarti a vivere per quasi due anni tra quei quattro scaf­fali bianchi pieni di barattoli e di boccettine colorate.

MYRTA                                  - Fossero stati gli scaffali soltanto! E i tonfi? I tonfi continui del pestello che batteva nel mortaio. Quelli non li consideri? Quante volte non ho provato la voglia di buttar tutto dalla finestra; pestello mortaio ra­gazzo!

NADIR                          - Lui invece ci si bea, eh?

MYRTA                                  - Non me ne parlare. Strapparsi da quel sa­lotto polveroso, da tutta quella vecchia ro­ba è il supremo sacrificio che io potrei chie­dergli, eppure... sarebbe pronto a com­pierlo. Ma io non voglio. A che prò, se tutto è finito?

NADIR                          - Com'è ora? Non me lo so figurare!

MYRTA                         - Come un ragazzo. Una cosa commoven­te. E’ quasi un delitto fargli del male... Ma meglio ora, che è ancora giovane, che gli restano dei soldi. Alla sua età si può dimenticare, si può guarire, si può rifare la propria vita. Eppoi, ha un carattere d’oro. Per lui tutto è semplice, facile, insomma, l'esistenza può dargli ancora qualcosa. Abbiamo commesso un errore tutti e due. E chi ha più sangue freddo ripari.

NADIR                          - Ma quando l'hai sposato era diverso?

MYRTA                         - Allora lo amavo molto, speravo che insieme avremmo potuto far grandi cose; invece... Figurati, quasi odia che si parli di lui. Sollecitare un articolo? Per carità! Certe critiche sono state capaci di lasciarlo inerte per giornate intere, amareggiato fino a de­testare quello che aveva fatto, ad avere orrore della penna... Così, tutte le mie am­bizioni sono naufragate. E a Roma si sa­rebbe certo due disgraziati; lui per un verso, io per un altro. Meglio non pensarci più: chiudere, finire... (Ella va alla vetrata. Guarda fuori il parco che si fa sempre più grìgio sperduto nei nuvoli di pioggia).

NADIR                          - (dopo un silenzio) Quando vuoi partire?

MYRTA                         - (volgendoti) Non te l'ho detto che mi hanno vista entrare? A casa non posso più tornarci.

NADIR                          - E allora, subito. (Egli va ad un mobile, pren­de un orario ferroviario).

MYRTA                         - (lo guarda fare)

NADIR                          - Dove vogliamo andare?

MYRTA                         - Non ha importanza. Purché tutto cambi alla svelta.

NADIR                          - (aprendo l'orariO) Per Parigi ci sarebbe un treno comodissimo a mezzanotte, Il lusso. Che ne dici?

MYRTA                         - (fa un gesto vago)

NADIR                           - Andrai avanti in automobile sino a Bellaluna; ed io ti raggiungerò. Posso fissare gli scompartimenti per telefono.

MYRTA                         - Va bene.

NADIR                          - Qua o là ti è indifferente?

MYRTA                         - Come vuoi tu, caro. (Ella ha un sorriso. Torna a sedersi. Prende un'altra sigaretta. con un gesto chiede a NADIR di accenda­gliela) Debbo partir subito per Bìellaluna?

NADIR                          - Ma via, non esser così nervosa,

MYRTA                         - Capirai... Non son mica cose che si fanno tutti i giorni.

NADIR                          - Sì, sì, lo capisco, ma... (Ridendo, prenden­dole una mano) Vieni qua. Non m'hai da­to nemmeno un bacio, lo sai? Guardate se abbiamo l'aria di due amanti che par­lano d'andarsene insieme! (leggeri colpi alla porla) Chi è? (Egli s'allontana un poco da lei) Avanti. (La porta di faccia al caminetto s'apre lentamente, pianamente, come s'era chiusa. Tacita, la signora Skunz si mostra).

LA SIGNORA SKUNZ        -Signor conte...

NADIR                          - Sì. (Ella gli fa un piccola cenno). (A MYRTA).Scusate. (S'avvicina alla signora SKUNZ che gli mormora alcune parole) Chiamo io.

LA SIGNORA SKUNZ        - (china la testa. Dolcemente esce. La porta si richiude. NADIR è pensoso).

MYRTA                         - Che succede?

NADIR                          - Hai avuto una discussione con tuo marito

MYRTA                         - Ma... no. Perché?

NADIR                          - Perché tuo marito è di là.

MYRTA                         - Ah!

NADIR                          - Non ti meraviglia?

MYRTA                         - Molto.

NADIR                          - Veramente, non sembra.

MYRTA                         - Sto pensando come può esser venuto a sape­re. Forse la signora Dalì? Che abbia già parlato?

NADIR                          - (alza le spalle) Queste cose non si dicono cosi... sulla faccia. Sì scrivono, semmai. E le lettere anonime non arrivano in dieci minuti... (Guardan­dola fissamente) Tu non credi, vero, che potesse supporre qualcosa ?

MYRTA                         - Ma no, assolutamente. (Egli sì mette a passeggiare concitatamente. Ella lo osserva battendo le palpebre).

NADIR                          - (improvvisamente, quasi brutalmente) Va di là.

MYRTA                         - Dove?

NADIR                          - (aprendo la porta accanto al caminetto) Di là. C'è una fila di salotti. Puoi metterti dove vuoi, Entra.

MYRTA                         - Ma...

NADIR                          - Non pretenderai che lo riceviamo insieme. Questo, poi, passerebbe ì limiti.

MYRTA                         - Ma di'...

NADIR                          - Entra, bella, entra.

MYRTA                         - (esce, un po' sbigottita)

NADIR                          - (resta soprapensiero, quindi va alla porta di destra e chiama) Signora Skunz? (la signora Skunz appare).

NADIR                          - Com'è quest'uomo?

LA SIGNORA SKUNZ        - Non capisco.

NADIR                          - Che atteggiamento ha?

LA SIGNORA SKUNZ        - Ma, non saprei... Mi sembra un po' nervoso.

NADIR                          - Ah! E allora ci divertiremo.

LA SIGNORA SKUNZ        - (un po' allarmata) Che vuol fare?

NADIR                          - Non abbia paura, signora Skunz. Vede, questi sono i casi della vita che mi piac­ciono di più. Specialmente quando arri­vano inaspettati, come questa volta.

LA SIGNORA SKUNZ        - Che suppone?

NADIR                          - Oh, tante cose! Ma se credono dì farla a me, si sbagliano. Ne ho conosciute dell'altre di queste coppie. Oh se ne ho conosciute! E sta bene. Si vede che tutto il mondo è paese. Avanti, lo faccia passare. Lo faccia passare, questo caro amico d'infanzia.

LA SIGNORA SKUNZ        - (dopo un attimo s'avvia, scompare).

NADIR                          - (accende una sigaretta; quindi si butta sul divano e prende quel volume famoso di Proust, aprendolo a caso). ENRICO (entra, restando quasi sul limitare, col cap­pello fra le mani, aspettando che qualcuno gli dica d'avanzarsi. Ma NADIR è coperto dalla spalliera del divano, così che ENRICO non può vederlo, restando lì. Passa qualche secondo, ENRICO , credendo d'esser solo nella stanza, cerca di scuotere la pioggia dal suo abito e furtivamente, col fazzoletto, si pulisce un poco le scarpe infangate. Alla fine NADIR decide a gettare, nel silenzio un suono gutturale, una specie dì grugnito che vuol dir forse: — Chi è? Avanti! —

ENRICO                        - si guarda intorno, indi muove qualche passo versa il divano, e scorgendo NADIR) Oh! Scusa, lì per li non ti avevo visto, (Ha un sorriso confuso).

NADIR                          - Niente, niente.

ENRICO                        - Come stai? Bene, grazie. Còsa vuoi?

ENRICO                        - Ma... ti disturbo? (Allora NADIR mette i piedi a terra per osservar meglio il visitatore).

NADIR                                    - No. Parla pure.

ENRICO                        - Sài, ho saputo poco fa, per caso, che eri tor­nato... dopo tanti anni, e…

NADIR                                    - Siedi.

ENRICO                        - Grazie. Ma, vedi, son tutto bagnato. L'acqua mi ha preso proprio a metà dello stradone. Non vorrei rovinare la stoffa, della pol­tro ita.

NADIR                          - Non fa niente. È tanto vecchia.

ENRICO                        - (siede, guardandosi intorno) Già, ia solita roba di allora. Non è mutato nulla. È rimasto tutto come quando era­vamo ragazzi. Ma neanche là, nella mia farmacia, sai, è mutato nulla.

NADIR                          - Dì mutato non ci siamo che noi.

ENRICO                        - Oh. non tu, non lo dire. Per quel che mi ri­guarda, certo... ma tu. Va bene che sei più giovane dì me, ma bisognerà che tu mi dica il tuo segreto. (Quindi, dopo un'altra occhiata in giro) Capisco, fai molto sport. Al contrario di me. Io lo sport non l'ho mai potuto soffrire, e forse per questo mi sono un po' imbolsito... (Un grande silen­zio) Son tanti anni, eh, che non ci ve­diamo!

NADIR                                    - Si, molti.

ENRICO                        - E sono successe tante cose.

NADIR                          - Sempre succedono molte cose, quando due stanno molto tempo senza vedersi. (E lo guarda impaziente. Non capisce la ragione dì quella vìsita, l'arieggiamento dell'uomo gli pure che sia volutamente ùmile per ingannarlo meglio),

ENRICO                        - (vedendo il ritratto sul caminetto) Ah, la povera contessa! Anche i miei geni­tori, sai? Fu poco dopo. Tutti e due quasi insieme. La mamma lo diceva sempre che non gli avrebbe sopravvissuto molto.

NADIR                          - (ancora incredulo) E tu?

ENRICO                        - io?

NADIR                          - Cosa fai?

ENRICO                        - Ho ereditato la farmacia de! babbo. Oh, una cosa bene avviata; ma i tempi sono difficili; e poi, la famiglia... (arrossisce.. Cerca di guardate altrove).

NADIR                          - Abbandonate le velleità letterarie?

ENRICO                        - (con eloquenza improvvisa) Oh, no! Tutt'altro. Ho pubblicato già parecchi libri di... di poesie specialmente.

NADIR                          - Le poesie non le legge più nessuno.

ENRICO                        - E’ quello che dicono tutti gli editori; ma come si fa, quando non se ne può fare a meno? E pensare che costano tanta fatica, i versi! Ma ora sto componendo un'opera che se va bene...

NADIR                          - Musicista anche?

ENRICO                        - (sorridendo) No, un'opera... un'opera narrativa: un gran­de affresco dei nostri tempi, una di quelle opere, che, sai….. (Le parole gli si gelano su le labbra sotto lo sguardo freddo dì Nadir) Ma è sciocco che io stia a seccarti. Se avrai la pazienza di leggere, dopo... (Un piccolo riso falso. Silenzio. A un tratto) Mi. mera­viglia quasi di non portare ancora la marinara, ritrovandomi in questa stanza, co­me quando venivo a studiare con te, là nel parco, e la contessa mi chiamava con quella sua voce che pareva un canto, e mi riempiva le tasche di cioccolatini... (La sua voce è commossa, un po' tremante) Quando io mi voglio riparare, anche oggi, una dama, una vera dama : qualcosa di bello, quasi d'irreale, ebbene... è ancora l'immagine delta contessa che mi si pre­senta dinanzi agli occhi, ci credi?

NADIR                          - (lo fìssa sempre, battendo i cigli. D'improv­viso) Vuoi una sigaretta?

ENRICO                        - (prendendo la sigaretta che l'amico gli porge) Grazie. (Con fare più lìbero, ora, più sciolto) Tu hai viaggiato molto, veto?

NADIR                                    - Oh, tutto il mondo.

ENRICO                        - (con voce quasi eccessiva) Beato te! Anch'io ho tanta voglia di fare un viaggio al Nord; ma, come si fa?... E, a dirtela, mi farebbe molto comodo, per la mia opera. Invece mi tocca a lavorar di fantasia, e di fantasia non si lavora bene. Già! (Una volta ancora la parola gli si spegne su le labbra. Non sa come entrare nell'argomento che gli sta a cuore. Quindi, facendosi coraggio) Quando ho saputo che eri tornato, mi sono ricordato improvvisa­mente della nostra amicizia d'allora... Ah, a proposito, ti ricordi della Nardi?

NABIR                          - (curiosò subitamente) SI. Ebbene? Che n'e stato?

ENRICO                        - Tu la vedessi ora! Un carro di terza classe.

NADIR                          - Davvero?

ENRICO                        - Con cinque figlioli e un marito... Se poi tu conoscessi il marito' (Tutti e due ridono giovenilmente) Pensare a tutte le lacrime che ci ha fatto versare!

NADIR                          - A te, via.

ENRICO                        - Lo riconosco. Voleva bene a te. Ma si giurò che mai e poi mal si sarebbe rinunciato alla nostra amicizia.

NADIR                                    - Se eravamo matti!

ENRICO                        - E dì quella volta che ci si trovò per caso a Udine ti ricordi? Ti ricordi come pioveva anche quel giorno? Ma ci si dovette lasciar subito. Tu andavi verso Cormons, io verso Monfalcone. A proposito, era da allora, proprio da quel giorno, che non ci si ve­deva. Ed eccoci qui. Non più giovani. (Con maggior confidenza) Eppure — tu non ci crederai — molto io non sono mica mutato. Dì dentro, s'intende bene. Anche oggi — è quasi buffo dirlo — quella timidezza che ti faceva tanto rìdere, e che non so cosa farcì per vincere.

NABIR                          - Io invece sono molto mutato e i timidi sono le persone delle quali diffido di più.

ENRICO                                 - Davvero? Perché?

NADIR                          - Perche nei tìmidi bolle sempre qualcosa che non sa come venir fuori. Da un tìmido ci si può aspettare di tutto.

ENRICO                        - Infatti anch'io ho delle sorde ribellioni, a volte...

NADIR                                    - Lo vedi?

ENRICO                        - (con un sorriso)...inutili, del resto. Cosa non ha fatto mia moglie per scuotermi! Ma, cosa vuoi, è più forte di me. Dico, dico, e non ci riesco. Per questo mi trovo così male!

NADIR                          - (incuriosito) Ah ! Ti trovi male ?

ENRICO                        - (con un sospiro) Tu sapessi...

NADIR                                    - Sì.

ENRICO                        - Non è facile.

NADIR                          - Ah. (S'alza, fuma nervosamente. Un silen­zio. D'improvviso) Hai bisogno di denaro. Sei venuto per questo?

ENRICO                        - Sai, ci son certi momenti nella vita...

NADIR                          - (gettando via la sigaretta) Sì sì, capisco! Figurati se non capisco io!

ENRICO                        - Credi che tu saresti stata l'ultima persona alla quale avrei pensato se,

NADIR                                    - Se?

ENRICO                        - ...non sapevo a che santo votarmi. Ero alla disperazione; tu non puoi capire, non sai tutto... Allora mi è stato detto che eri tor­nato, ed io...

NADIR                          - Hai pensato: — Luì me li darà.

ENRICO                        - Capisco, che dopo tanto tempo... Ma ci sono certe memorie che...

NADIR                                    - No, per carità, non parliamo più della nostra adolescenza, Ormài è una cosa preistorica. Parliamo di ora. Parliamo dei nostri sentimenti di ora, di quello che sei venuto a fare qui, di quello che sei venuto a chie­dermi... proprio oggi. (Dopo un pò, secco) Ebbene mi dispiace tanto dirtelo, ma ti sei rivolto male. Non posso aiutarti.

ENRICO                        - (senza spiegarsi quel tono) Pazienza...

NADIR                          - Ti meraviglierà! certo; ma la vita cambia gli uomini, E come! D'altronde, per arrivare a questa età, se ne deve veder tante, che non è colpa nostra se si muta. Cosi ho giu­rato di non dar più un soldo a nessuno.
E richieste me ne vengon da tutte le parti, d'ogni genere. Perfino con le minacce ven­gono, perfino coi ricatti. Ma grazie a Dio, io non sono di quelli che si lasciano inti­midirle; anzi, il pericolo mi diverte...         

ENRICO                        - Va bene; ma scusa, perché...

NADIR                          - No, dico perché tu capisca che uomo son diventato. Anzi, ti racconterò un piccolo episodio. Una volta un individuo venne a farmi la stessa richiesta; sì, press'a poco quella che tu stavi per farmi ora — e nota che quest'uomo era il marito della mia amante, aveva dunque tutte le ragioni per credere d'intimidirmi —; ebbene, quel tanghero io lo presi per il bavero e gli feci ruzzolare quant'eran lunghe le scale... Eppure, non ci crederai, quel signorino non rifiatò, non si fece più vivo, ed io seguitai a fare il comodo mio, come prima.

ENRICO                        - Non ti nascondo che questo tuo modo di fare mi sorprende un po'... Sì, non me l'aspettavo; tutt'al più, che so, avresti potuto rifiutare... Ma cosa c'entra, scusa, quello che hai detto or ora? Anch'io in un caso simile avrei agito allo stesso modo. E non posso altro che darti ragione.

NADIR                                    - Ah.

ENRICO                        - Ma certamente : soltanto un vile può soggia­cere a un ricatto ignobile dì quella specie.

NADIR                          - (turbato)Ah.

ENRICO                        - Tu, per ragioni tue non puoi favorirmi, e pazienza. Scusa il disturbo; non per que­sto mi sarà meno caro il ricordo della no­stra vecchia confidenza. Che ne so? Anche tu puoi trovarti negli impicci. Può darsi che ti secchi farlo sapere. Insomma ci pos­sono essere mille ragioni che io ignoro e che non voglio, te l'assicuro, neanche cono­scere... Il mio primo impulso, quando qualcuno mi ha fatto il tuo nome come Quello della persona che avrebbe potuto aiutarmi, è stato dì ripulsa. Sì; non so per­che, ma era una cosa che mi ripugnava. Forse perché e la prima volta in vita mia che mi risolvo a un passo simile e non volevo cominciare proprio da te. Capirai, fino ad ora non ne avevo mai avuto biso­gno. Ed è una cosa dura, molto. Lo capi­sco ora. Tuttavia non ti nascondo di averti trovato, come dire? strano, piuttosto stra­no... Che sei immensamente ricco lo sanno tutti e sanno anche che non sei avaro, tutt'altro, anzi. Debbo dunque attribuire il tuo rifiuto o — come si diceva prima — a un mutamento che tutti ignorano delle tue condizioni; o, non so, a malumore del momento, a uno di quei malumori per cui a volte commettiamo atti che in altri mo­menti non faremmo... Ti ripeto, non ca­pisco, e francamente, desidero di non capire. Addio, e grazie lo stesso.

NADIR                          - (che ha ascoltato, intenta) Aspetta.

ENRICO                                 - E perche?

NADIR                          - Non dobbiamo lasciarci così.

ENRICO                        - Vuoi che non lo senta anch'io il disagio del­la nostra posizione, e la figura pietosa che sto facendo? (NADIR ha un gesto) Uno che viene a chiedere dei quattrini in prestito è sempre pietoso, e poi a una persona che non si vedeva da anni ed anni. Lasciami andare. È meglio.

NADIR                          - Resta, te ne prego.

ENRICO                        - Scusami, ma ora non è più il caso. Ora no. Mi brucerebbero. In vita mìa, credi, non avevo mai provato una vergogna maggio­re: ora lo so anch'io cos'è ruminazione, che cosa costi alla povera gente piegarti a volte cosi... Dunque, non ne parliamo più. (Gli tende la mano) Addio.

NADIR                          - (con un sorriso forzato) Che fossi diventato un po' matto non te l'aveva detto nessuno?

ENRICO                        - (tome in un lampo gli tornano a mente le pa­role di Venti).

NADIR                          - Te l'avevano detto, confessalo.

ENRICO                                 - Ma...

NADIR                          - E dunque! Non ci badare. Ciascuno ha le sue estrosità, ma le mie durano poco per fortuna. La mia natura vera ha subito il sopravvento... Quando sì è nelle mie con­dizioni si teme sempre che gli altri voglia­no approfittare di noi, vogliano sfruttare la nostra dabbenaggine e farci passare per gonzi. Ma ogni dubbio ora è scomparso. Ti dirò anzi che mentre parlavi, poco fa, mi pareva d'essere ritornato tanti anni in­dietro. Insomma, ti ho ritrovato. E non ho ritrovato te soltanto. (Gli ha preso una mano, l'obbliga a sedere) ... E dunque una situazione così disperata?

ENRICO                        - (accenna di si col capo)

NADIR                          - Il fallimento?

ENRICO                        - Sì.

NADIR                                                         - E quanto occorrerebbe per……

ENRICO                        - Oh, molto. (Subito) Ma la mia intenzione non era di chiederà... tutto. Una somma che bastasse per il momento, a...

NADIR                                    - Ma come è avvenuto?

ENRICO                        - Ci credi che non lo so nemmeno io!... Io non sono un amministratore, anzi, tutt'altro. Così, a poco a poco, tutto se n'è an­dato... Lo son venuto a sapere oggi, quasi improvvisamente, che non c'era più nulla, che non c'era più rimedio.

NADIR                          - Ma come, una farmacia di paese...

ENRICO                        - Oh, non ha mica ingoiato tutto la farma­cia! Sai, la mia vita, la mia vita personale, costa: costa molto.

NADIR                          - (lo guarda. Vede il suo vestito modesto, qua­si povero: liso, lucido ai gomiti e ai gi­nocchi)

ENRICO                        - (che ha seguito lo sguardo dell'amico, ha un sorriso) ... pensi che in abiti io non debbo averli but­tati, eh?

NADIR                          - (sorride anch’egli, ma con dolcezza)

ENRICO                        - In abiti miei... no! Ma, sai, ho una casa, una famiglia. Ho una moglie che... No, no, non credere che mia moglie sia una di quelle donne che sprecano, mandando alla rovina le famìglie; anzi... Ma ero io che volevo...

NADIR                          - Tu?

ENRICO                        - Insomma, volevo che non le mancasse nulla; prevenivo i suoi desideri!. Così, le sarte, le modiste... E poi non erano tanto gli abi­ti quanto il resto, sai, tutte quelle delizio­se cianfrusaglie che a noi non dicono nulla, ma che per loro... sono tutto. Oh, una donna non è mica come noi, una donna vive di queste cose. E’ la nostra più gran­de gioia era quando sì potevano aprire tutti quei pacchi, tutte quelle scatole. Gettava dei gridi che pareva un uccellino; correva per tutta la casa, mi saltava al collo! Poi, naturalmente, si fa l'abitudine a tutto, ed io non potevo certo pretendere che restasse sempre come una bambina». Già, a poco a poco ci aveva fatto l'abitudine. E negli ultimi tempi pareva che non le importasse più di nulla....Ma è sciocco che io stia a farti perdere ìl tempo coi miei drammi sentimentali...

NADIR                          - Drammi?

ENRICO                        - Drammi. Drammi. Capirai, lei è tanto più giovane di me, e l'ambiente degli artisti spesso, è così disordinato. Insomma, tener­la qui, in campagna, mi pareva... mi pa­reva di tenerla lontana da tutte le tenta­zioni. Mi pareva che la mìa felicita fosse più al sicuro; e forse ho sbagliato, perché, te l'ho detto, da qualche tempo MYRTA        è mutata, è mutata in un modo che... che ho deciso di portarla vìa subito, a Roma, in una grande città, di vendere tutto qui... Ma oggi ho scoperto quello che ho sco­perto, e allora... Oh, non rimpiango mica nulla, sai; rimpiango solo dì non potermi mettere a far qualche altra cosa, sì, di non poter mutar mestiere. Ma come si fa, a questa età? Ti meraviglia? Domani, guarda, domani, se potessi. L'arte! L'arte certo è una bellissima cosa, ma quando viene il successo, quando per tutta la vita non si resta delle mezze figure... E, sai, i poveri artisti che a una certa età sono an­cora lì a implorare dalla critica un riconoscimento definitivo, una parola buona, fanno l'effetto di quelle vecchie zitelle che implorano languidamente un po' d'amo­re... Fino a poco tempo fa ho sperato, ma ora... Guarda, a te ormai Io posso dire, non mi vergogno: io… io non ho ingegno. (A un gesto di NADIR ) Sì, sì, a un certo momento si capisce... Io non ho ingegno, voglio dire quell'ingegno fulgido che è poi quello che conta. Per dì più sono un pauroso...; insomma riconosco d'essermi in­gannato, d'aver fatto fiasco completo, su tutta la linea; e quel che è peggio, vedi, debbo riconoscere d'aver ingannato lei, MYRTA... Ti giuro che se oggi potessi tor­nare indietro sarei capace "di soffocare i! mio sentimento, ma non la porterei via a Verni che poteva farla felice, che poteva darle quello che io non potrò mai più darle. A questi sentimenti non ci si crede: non si Crede mica che uno sarebbe pronto a scomparire, a dare la vita, a rubare, ad uccidere, a fare qualunque cosa, quando vuoi bene davvero... (Un grande silenzio) Ed io sono quasi vecchio, e lei è ancora una bambina. E’ tutto quello che ho fatto è stato inutile, perché il risveglio non po­trà tardare, se pure non è già avvenuto, mi vedrà come sono, non ci sarà più modo di nasconderle che io sono una povera cosa fallita, senza rimedio. La realtà non potrò più fargliela dimenticare a forza di bei vestiti, a forza di falsa allegria, di fal­sa fiducia...

NADIR                                    - (che stava a capo chino, alzando gli occhi) Come?

ENRICO                        - Di falsa allegria, già... perché non si accor­gesse della grande differenza d'età che 'c'e­ra fra noi; dì falsa fiducia, perché non si avvedesse che io invece andavo ogni gior­no di più accasciandomi. E tanto mi ero abituato alla finzione, vedi, che sull'ulti­mo ci credevo anch'io. (Silenzio) Ora tut­to è finito... (Con impeto contenuto) Ma pensa, i pìccoli espedienti in casa, le im­pazienze dei fornitori, le cene rimediate, i vestiti raccomodati, finché a poco a po­co... la sua immancabile stanchezza. Oh, non credere! L'averle dato tutto è... nulla: la mia disperazione è di non poterle dare di più... (Dopo un istante) Hai visto? Hai visto cosa succede? A un certo momento non si ragiona più, si va da un amico perduto di vista, si fa quello che non si mai fatto, si dà una stoccata, e tutto per prolungare un poco la nostra illusione. (Un immenso silenzio. NADIR s'alza, ac­cende una sigaretta, si mette a passeggiare. ENRICO resta seduto, a capo chino).

NADIR                          - (con sforzo) Sicché, vivere senza di lei...

ENRICO                        - A volte ci ho pensato. Lo so bene che succe­de. Quante non lo fanno? E perché, un giorno, non dovrebbe farlo anche lei? Ma via, via.... (Fa un gesto con la mano, co­me per dissipare una nebbia di pensieri orrendi) La sola idea...

NADIR                          - Ah, la vita sembra fatta apposta per far di­menticare, porta via tutto.

ENRICO                        - Hai ragione. (Egli è seduto, curvo, e sembra parlare a te stesso) Hai ragione. I quarànt'anni son brutti. Oggi ci sì arriva troppo stanchi. Se n'è provate tante. La fine non ci sembra più così lontana, e non c'im­porta più di nessuno, come se per gli altri non si sapesse più trovar posto. L'unica cosa che si desidera è che il prossimo ci infastidisca il meno possìbile. Già. Certo ci sono di quelli che in fondo a se stessi serberebbero qualcosa dì buono, che non sono ancora tutti marci, che hanno ancora qualche freschezza d'affetti; ma chi li ca­pisce, quelli? (Mentre egli parlava, NADIR, non visto, sì è seduto a una piccola scri­vania, nel fondo: ha scritto qualcosa; quindi va alla libreria, prende un volume e mette tra le pagine la strisciolina bianca, l'assegno vergato poco prima. In quell'istante ENRICO sì volge e vede) Che fai?

NADIR                          - (per sviare il discorso) Guarda cos'ho trovato l'altro giorno cercan­do tra i vecchi libri.

ENRICO                        - Il nostro «Fedone»! Postillato da te. Credo che ti farà piacere riaverlo.

ENRICO                        - (apre il libro, vede l'assegno, ha un moto di stupore) Ma...

NADIR                          - Sciocchezze. Peccato solo che ora non possa fare di più,

ENRICO                        - Dovrei firmarti almeno una...

NADIR                          - (troncandogli la parola sulle labbra) Non c'è fretta; con tuo comodo, se proprio ci tieni.

ENRICO                        - Ah, io sono còsi confuso che... (Posa il libro. Siede, come se. le gambe gli si piegassero a un tratto. Si copre la faccia con le mani, Nadir è dietro di lui, a cupo chino. Dopo un poc ENRICO , con grande pudore) Scu­sa. Tu non puoi capire; ma per me è, la vita che ritorna, Pensa a un morto che si veda a un tratto scoperchiare la bara e senta il sangue rimettersi a correre... (Egli fa per afferrare le mani di NADIR).

NADIR                          - Ma no... Anch'io, vedi, sono un po' turba­to, e...

ENRICO                        - (alzandosi) Sì, hai ragione, vado... (Con allegria forzata) Alla nostra età non bisogna esagerare con le emozioni... Passo di qua, attraverso il parco.

NADIR                          - Ma piove. Un ombrello?

ENRICO                        - No, non piove quasi più... Eppoi, un po' di questa pioggia fredda mi farà bene. Ad­dio. (NADIR è andato ad aprire la vetrata. ENRICO prende il cappello e il libro. Scom­pare nelle raffiche grigie. NADIRresta un attimo a guardarla).

CALA LA TELA

ATTO TERZO

In casa d'ENRICO, come al primo atto. Poco dopo. ENRICO (seduto alla scrivania, è curvo su un mucchio di carte. D'improvviso s'alza, va a guar­dare fuori della finestra. Quindi torna a sedere e cerca di riprendete il suo lavoro; ma inutilmente. Gli occhi gli corrono al­l'orologio. S'alza di nuova. Passeggia, pensoso. Dopo un poco, chiamando) Rosina!

ROSINA                        - (compare) Comandi?

ENRICO                        - La signora non è ancora rientrata?

ROSINA                                 - Nossignore.

ENRICO                        - Già, la pioggia l'avrà sorpresa.

ROSINA                                 - Certamente.

ENRICO                        - Avrà dovuto rifugiarsi in qualche luogo... Sarà meglio che tu metta al fuoco l'acqua per il tè. Almeno troverà qualcosa di caldo, quando torna.

ROSINA                        - (si volge per uscire)

ENRICO                        - Ah! ROSINA,

ROSINA                                 - Signore?

ENRICO                        - ROSINA... a giorni andremo a stabilirci a Ro­ma. Tu... puoi venire con noi, vero?

ROSINA                        - Anzi, ci vengo volentieri.

ENRICO                        - Meglio cosi. (Confrontando il suo con l'oro­logio appeso al muro) Strano, strano. Non ha mai tardato tanto. Sai che comincio a stare in pena?

ROSINA                        - Ma no, signor padrone...

ENRICO                        - Dov'è andata, poi...? Pagherei a saperlo!... Una disgrazia fa presto a succedere.

ROSINA                        - Una disgrazia! Qui si saprebbe subito.

ENRICO                                 - È vero.

(Breve silentio).

ENRICO                        - Di' un po', te ne sei accorta anche tu che la signora da un pezzo in qua non sta bene?

ROSINA                                 - Chi non lo capirebbe?

ENRICO                        - (dopo un silenzio, con altro tono) Sai cosa faccio? Quasi quasi telefono.

ROSINA                                 - A chi?

ENRICO                        - Già, a chi? Se poi non è successo nulla... In questo paese non si può muover foglia senza che facciano centomila commenti. Brutto paese, ROSINA, brutto paese.

ROSINA                        - (mostra una faceta stupita)

ENRICO                        - Brutto per la gente che ci abita, naruralmente, E mi par mill'anni d'andarmene lontano. Sicché, puoi preparar pure i tuoi fagotti.

ROSINA                                 - Va bene.

ENRICO                        - (dopo gualche momento di distrazione) Ma cosa fai? Non vai a metter l'acqua per il tè? (Alla meraviglia della ragazza) Hai ragione anche tu. Son io che ti trattengo, e poi... Ma ci credi che non ne potevo più di star solo? Brutta cosa la solitudine. Gran brutta cosa... (Guarda di nuovo l'o­rologio) Fra cinque minuti esco a cer­carla... (Entra MYRTA) Oh, finalmente! Stavo in pensiero. (lei si avvicina) Co­s'hai? ROSINA, presto, un buon tè caldo.

MYRTA                         - No, no, grazie; non ho voglia di nulla.

ENRICO                                 - Ti farà bene.

MYRTA                         - Va pure, ROSINA. Semmai, dopo. (ROSINA esce).

ENRICO                        - Ti ha colta la pioggia?

MYRTA                                  - ...Sì.

ENRICO                        - Non ti senti mica male, vero?

MYRTA                                  - Ma no!

ENRICO                        - Va a cambiarti.

MYRTA                         - Non occorre.

ENRICO                        - Hai le manine fredde fredde, Te le scaldo, aspetta. (Tiene strette nelle sue le mani di lei, abbandonate. Silenzio) Sai, stavo so­prattutto in pensiero perché eri uscita co­si, senza dirmi nulla.

MYRTA                                  - (libera una mano, se la passa su la fronte; quindi, con un debolissimo sorrito) Scusami. (Ha liberato anche l'altra mano. Fa qualche passo, sì toglie il cappello. Siede, senza posarlo).

ENRICO                        - Una delle solite malinconie?

MYRTA                                  - È passata.

ENRICO                        - Se Dio vuole in città avrai altre distrazioni. Venzì è d'accordo, sai? Vendiamo tutto e si parte.

MYRTA                         - Ah! (Di nuovo ella si passa una mano su la fronte).

ENRICO                        - Ti duole il capo, di' la verità?

MYRTA                         - No.

ENRICO                        - Allora è quel solito rumore del pestello, ho capito. E sì che gliel'ho detto cento volte! (Alla porta) Gustavo, di' al ragazzo di far piano.

MYRTA                         - Abbiamo delle belle pretese, noi. Come può fare a preparar le pomate se non picchia nel mortaio?

ENRICO                        - (ridendo) Sai che non mi ci ritrovo?

MYRTA                         - (sorride debolmente senza rispondere)

ENRICO                        - (fissandola) Sei molto pallida; più di quando sei entrata.

MYRTA                         - Avevo camminato un po' in fretta, e...

ENRICO                        - Che bisogno avevi di camminare in fretta? Non ci sei mica rimasta poco fuori di casa!

MYRTA                         - ... il timore che mi riprendesse la pioggia, di dover tardare ancora di più... (Un si­lenzio) Dunque? Hai preso tutti gli ac­cordi col ragionier Venzi, dicevi?

ENRICO                                 - SI, tutti; e ormai...

MYRTA                         - Hai potuto sistemare le faccende cosi, in un batter d'occhio? Stamani dicevi...

ENRICO                                 - Provvisoriamente. In seguito penseremo al resto.

MYRTA                                  - Non sarà un passo falso, dimmi?...

ENRICO                        - Non faremo nessun passo falso, te lo posso assicurare. Ma quanti dubbi, quante pau­re!Vìa, non ci pensare. (Come per inter­rompere la discussione che stava per rico­minciare) Vuoi sentire una pagina calda calda, venuta di getto, mentre ti aspettavo? Ma sii sincera. Se non ti piace devi dir­melo senza pietà. (È andato alla scrivania. Prende una cartella fra le molte che ha scritte, siede su lo spigolo della tavola, legge) « .... spinse un cancelletto di legno e penetrò nell'orto. Ma quell'orto sembra­va abbandonato da molti anni. Vi cresce­va sola, fra le alte erbe, una fitta schiera di girasoli. Erano dei girasoli immensi, come non ne aveva mai visti in vita sua, d'un giallo così carico che sembrava colas­sero oro. Il sole intanto saliva. E i girasoli si facevano sempre più estatici più assenti più innamorati. In basso la città adagiata sul fiume faceva l'effetto d'una carta to­pografica in rilievo, d'un giocattolo dove si movessero un'infinità di piccoli esseri meccanici, Le grandi strade sembravano dei vicolettì, le piazze non eran più larghe del palmo d'una mano, le automobili sembravan formiche impazzite. Il suono delle campane giungeva lassù come il lamentio d'un altro mondo. Sul poggio c'era da una parte un piccolo Santuario dove salivano a volte lunghe teorìe di uomini sudati e oranti; dall'altra un piccolo cimitero, do­ve salivano altre file d'uomini piangenti, curvi sotto il peso delle bare. Ma i gira­soli non vedevano nulla, non udivano nulla: né ì canti né le preci né le campane. Seguitavano a tener fisso il volto a quella cosa, lassù, così fisso che avevano finito per somigliare alla creatura che adorava­no. E quando scendevano le ombre della sera si mettevano dei cappucci grigi e ver­savano delle lacrime dure lente amare che s'asciugavano soltanto all'aurora ». (Egli ha terminato. Lascia cadere la mano su la tavola. MYRTA che gli è seduta accanto gliela prende mormorando)

MYRTA                         - (profondamente) Caro.

ENRICO                        - (sorpreso) To', l'hai detto come allora, come nei pri­mi tempi. Ripetilo.

MYRTA                         - (con dolcezza accorato) Caro.

ENRICO                        - (estasiato) E proprio così. Man mano che passano ì giorni ci si abitua, ma è bastata una pa­rola per farmi sentire la differenza. Che hai? Dimmi, che hai?

MYRTA                         - Nulla. Perche?

ENRICO                        - Sei strana. (Ella si alza. Va verso la fine­stra) Lo vedi? Lo vedi? Ma che hai?

MYRTA                         - (volgendosi a un tratto) Ho riflettuto, ENRICO.

ENRICO                        - A che?

MYRTA                         - A noi. Alla nostra vita.

ENRICO                        - Alla nostra vita?

MYRTA                         - Sì.

ENRICO                        - Ed eri uscita così... per questo?

MYRTA                         - No. è stato dopo. Dopo... A volte basta un giorno piovoso; il grigio d'una campagna smotta per sconvolgere tutti i tuoi pen­sieri e ì tuoi sentimenti.

ENRICO                        - (dopo un attimo di silenzio) Ebbene? Il risultato delle tue riflessioni?

MYRTA                         - Stamani ti ho detto delle parole non buone, che certo tu non meritavi. L'ho capito... dopo! E non soltanto stamani; è molto tempo che lo faccio. Devi perdonarmi.

ENRICO                        - Sei già perdonata. Su, e poi? Era questo?

MYRTA                         - No, non soltanto questo... Ma è stato perchè io ho capito, così, in un lampo, tutto quello che avevi fatto per me, che ho pensato... Insomma, ho pensato: dove prendiamo tutti i soldi che si spendono? E allora mi son tornate a mente un'infi­nita di cose; e ho visto chiaro...

ENRICO                        - Che cosa hai visto?

MYRTA                         - Avanti, ENRICO, in che condizioni ci trovia­mo? Francamente.

ENRICO                        - Ma... buone!

MYRTA                                  - Non può essere, Dianzi ho fatto mental­mente un po' di calcoli. E ho trovato che, per i nostri guadagni, per quello che possediamo, almeno da quanto ne so io, ab­biamo speso somme favolose...

ENRICO                        - Ora esageri.

MYRTA                         - lo debbo essere costata in un modo assurdo. Soltanto quello che mi hai portato quasi quotidianamente finché siamo stati a Roma, e qui, tutte !e volte che hai po­tuto! Erano cose, di grande prezzo. Di un prezzo certo eccessivo per noi.

ENRICO                        - Ti ripeto...

MYRTA                         - Me ne intendo abbastanza, credo. E ì miei gioielli? Quelli non li consideri?

ENRICO                                 - Ma sì, va bene: si è speso molto, Ma d'al­tronde, che importa? Eravamo così con­tenti! Del resto è il mio solo lusso; abbi­gliare la mìa bambolina. Vuoi privarmi anche di questo?

MYRTA                         - Quando non si può, non si può.

ENRICO                        - Ma chi te l'ha detto?

MYRTA                         - E’una sensazione.

ENRICO                        - Ed io dico che sbagli, che non è vero. Che non devi metterti in mente queste cose. Gìa stai poco bene. Vediamo, se ti ammali sul serio?

MYRTA                         - Non c’è pericolo. Ti ripeto che puoi dirmi tutto.

ENRICO                        - Ed io ti ripeto che non c'è nulla da dire.

MYRTA                         - Cosa ti sforzi a fare? Non sai mentire tu!

ENRICO                        - (dopo un momento) Lo ammetto: È Una situazione Un po' imbrogliata; ma ho il tempo di rimediare...

MYRTA                         - Come?

ENRICO                        - Ci penserà Venzi.

MYRTA                          - (con subita derisione) Ci sono passata ora, da Venzi. Non volevo dirtelo, ma infine...

ENRICO                        - Tu? E perche?

MYRTA                         - Volevo saper tutto.

ENRICO                        - Tutto che?

MYRTA                         - Volevo sapere a che punto eravamo.

ENRICO                        - Aspetta, aspetta, perché comincio i non ritrovarmici. Sei andata da Venzi? E come può esserti venuta un'idea simile?

MYRTA                         - Te l'ho detto, non so... Ho pensato che pri­ma di lasciarti vendere la casa, tutto: quel­lo che ti era caro, fosse mio dovere guar­dare più in lì.

ENRICO                        - E allora? Continua,

MYRTA                         - Non c'è più nulla da dire. Vedendo i libri di Venzi ho avuto la prova di quello che dubitavo; tu ti eri rovinato per me.

ENRICO                        - Oh, non bisogna tanto esagerare. Se uno vuol bene davvero... Del resto Venzi ti avrà detto del passo che oggi avrei fatto.

MYRTA                         - Mi ha accennato, sì.

ENRICO                        - Ebbene, tutto è andato per il meglio. Quel mio amico mi ha dato un assegno; questo: domani posso riscuoterlo. (Egli va ad un cassetto, ne cava l'assegno, lo posa su la scrivanìa, MYRTA gli getta gli occhi sopra).

MYRTA                         - Ma no! Non potrai mai restituire una som­ma simile. Ed il modo peggiore di pagare i debiti è quello di farne degli altri.

ENRICO                        - Lo so, ma qualche volta, disgraziatamente...

MYRTA                         - Eppoi, l'assegno è su la Banca di qua.

ENRICO                        - E con questo?

MYRTA                         - Domani tutti saprebbero.

ENRICO                        - Me ne importa molto!

MYRTA                         - Chi non sa che non avanzavi nulla dal tuo amico? Che figura ci faresti?

ENRICO                        - Ma scusa! Non sarai mica la prima persona che riceve un prestito e che…

MYRTA                         - Per un commerciante questo non va bene. In una grande città tutto si può fare; in un borgo, queste cose rovinano la reputa­zione per sempre.

ENRICO                        - Sarà peggio mancare agli impegni no?

MYRTA                         - Le cambiali in protesto non ci andranno. Saranno in parte ritirate, in parte scalate e rinnovate,

ENRICO                        - Scalate, rinnovate... Dov'hai imparato queste parole?

MYRTA                         - In casa mìa. Non sempre si dice la verità sui nostri genitori. Mìa madre aveva un forno; ed anche allora gli affari non erano facili. Ci sono andata tante volte a pagare le cambiali, a portare dei biglettini per implorare un rinnovo! Me ne intendo. A volte, da piccola, sono andata anche a por­tare il pane nelle case, quando ì garzoni non bastavano. Poi hanno cominciato a dirmi che ero bella, una zia mi lasciò un'eredità, e diventai quella che sono. Il resto, tutto il resto, fandonie.

ENRICO                        - (dopo un momento, alzando le spalle) Che significa questo? Tutte le bambine di­cono più o meno delle bugie... (Silenzio) E va bene: t'intendi dì cambiali, di rin­novi, di protesti, ma non basta questo per pagare quando mancano i quattrini.

MYRTA                         - E’ quello che ho detto a Venzi. . Ma Venzi non è uomo da far complimenti, lo sai... E mi ha indicato lui il modo più semplice per pagare.

ENRICO                                 - Come?

MYRTA                         - Vendendo i gioielli.

ENRICO                        - No! Questo non doveva mai farlo.

MYRTA                         - Ha avuto ragione. Quella roba non ci ap­parteneva, non mi apparteneva più, Son bastate due parole per farmelo capire.

ENRICO                                 - No, no, noi I gioielli bisogna far conto che non esistano nemmeno.

MYRTA                         - E infatti non esistono più.

ENRICO                        - Cosa vuoi dire?

MYRTA                         -...che glieli ho consegnati poco fa, prima di entrare in questa stanza. Venzi m'accom­pagnavi, e a quest'ora corre con la sua automobile sgangherata verso la città.

ENRICO                        - (con slancio) Sei stata capace di questo?

MYRTA                                  - Bello sforzo!

ENRICO                                 - Per una donna, si!

MYRTA                         - Come vedi, i quattrini del tuo amico diven­tano superflui. E puoi rimandarglieli.

ENRICO                        - Dopo il suo gesto generoso? Sarebbe uno sgarbo.

MYRTA                         - (con falsa leggerezza) Rimandare dei soldi non è mai uno sgarbo.

ENRICO                        - Potrei in caso riportarglieli io...

MYRTA                                  - Ma no!

ENRICO                                 - ... domani.

MYRTA                         - Ma no! E’ un assegno, non sono contanti. Che bisogno c'è di riportarglielo? Si fa così. (Con un gesto nervosa e repentino ella afferra l'assegno e lo fa a pezzi).

ENRICO                        - Ma di...

MYRTA                         - Non c'era altro da fare, mi sembra. (Un lungo silenzio).

ENRICO                        - (è perplesso. Evidentemente egli riflette, 1! gesto di sua moglie gli è parso eccessivo, esagerato. E la guarda. E gli sembra ora (he tutto il suo atteggiamento, da quando è entrata, abbia avuto qualcosa di poco chiaro, E le domanda) Perché hai stracciato quella carta...

MYRTA                         - Te l'ho detto.

ENRICO                                 - ... in quel modo?

MYRTA                                  - In che modo?

ENRICO                        - Non ti sei vista. Pareva che tu volessi levar di mezzo qualcosa d'infinitamente incre­scioso... Infine, che cosa avrebbe dovuto importartene, a te? Una persona che non conosci nemmeno, che hai appena sentita nominare...

MYRTA                         - Non ne parliamo più? Vogliamo pensare alle cose nostre? Sono più importanti, se non sbaglio

ENRICO                        - Sì, sì, certo. (Ma qualcosa lo tormenta. Non capisce neanche lui che cosa. Ed ha un gesto, uno di quei gesti che si fanno per scacciar le mosche).

MYRTA                         - (volubilmente) In questa casa ci siamo stati sempre un po'... come accampati. Si capisce, non abbiamo mai avuto la ferma intenzione di restarci) Ma ora, qualche piccolo cambiamento bi­sognerà farlo, ti pare? Hai nulla in con­trario?

ENRICO                        - (rispondendo meccanicamente) No, no... (A un tratto) Ma sii... Spiegami un po' come ti è venuta questa idea.

MYRTA                         - Quale?

ENRICO                        - Quest'idea di restare.

MYRTA                                  - Ma… te l'ho detto, mi pare.

ENRICO                        - SI, me l'hai detto. Ma io non ho capito. O meglio, lì per li credevo d'aver capito. E ora... Ora, non so neanche io perché, ma non capisco più. Immaginati un ammalato in stato comatoso, e che all'improvviso, do­po poche ore, tornando, si trovi in piedi in procinto di recarsi a una festa da ballo. Un miracolo, dirai tu. Oh, si, ne avvengono di questi miracoli che la scienza non riuscirà mai a spiegare. Se non che lo scien­ziato ha il dovere di studiare quel caso singolare, ha ii dovere dì fare appello a tut­te le risorse del suo sapere, della sua intel­ligenza, per spiegare l'inspiegabile.

MYRTA                         - Certo, ma...

ENRICO                        - Ebbene, oggi eri nelle condizioni di quel malato. Io fingevo di non vedere, ma vedevo. E mi ritorni a casa irriconoscibile. No, non basta la malinconia d'un giorno di pioggia per mutare a tal segno una persona. Ci vuol altro... Dunque — fuori — dev'essere avvenuto — bada, ne acquisto ogni minuto di più la certezza — un fatto capace di ca­povolgere tutti i tuoi sentimenti, tutte le tue idee, e i tuoi desiderii... Che cosa è accaduto?

MYRTA                         - Ma...

ENRICO                        - Sii sincera. Non credere che io non ti os­servi e che finora non t'abbia osservata: nemmeno un moto del tuo viso, nemme­no un lampo dei tuoi occhi mi sfugge. A un tratto ho acquistato una chiaroveggen­za che è spaventosa; e so che mi basta il più tenue sforzo per penetrare anche là, dove si accumulano le ultime ombre. È lo sforzo —- lo confesso — che mi pesa di più. Ma lo farò. È necessario. Non si torna più indietro. Dove sei stata, oggi? Dove, con chi hai passato il pomeriggio? Nel bosco, come al solito, no. Con questo tempo non si va pei boschi. Un rifugio devi averlo trovato. Per forza. E i luoghi non sono molti qui dove tu ami fermarti, sia pure in momenti disperati di noia... Dunque? Dove sei stata?

MYRTA                         - e’un interrogatorio?

ENRICO                                 - Che vuoi, un pensiero si è  fatto strada nel mio cervello e ormai non è più possibile scacciarlo. Saranno forse bastate le po­che parole di quella donna, della signora Dalì, stamani... Sul momento non ci ho fatto caso; ma dianzi, quando hai affer­rato quella carta in quel modo curioso, quando l'hai stracciata... Ripeto, tu non ti sei vista, Non hai visto come le mani ti tremavano. (Dopo un attimo) Dove sei stata oggi? Dove sei stata? (Le è con la faccia su la faccia, ansante. Ella abbassa il capo: non vuol rispondere, non vuol mentire) Eri in casa di NADIR! (Soffocato) Eri in casa di NADIR! Ahi (Allora egli alza il pugno su di lei. Ed ella dice con voce gutturale, incolore)

MYRTA                         - Ma si: dai. Hai ragione dì farlo.

(La mano d' ENRICO si riabbassa. Egli va alla tavola, lentamente. Siede. Un lungo si­lenzio),

ENRICO                        - Va bene, va bene. È successo quel che do­veva succedere, quello che del resto mi aspettavo, fino da allora, fin da quando lasciasti Varnì, Non sono le creature come te che possono restare molto tempo con gli uomini come me, Non te ne faccio una colpa. Anche tu, a modo tuo, hai dìritto alla tua vita; e se io non sono stato capace... Pazienza, Non ci pensiamo più,

MYRTA                         - ENRICO, senti...

ENRICO                        - Ma no. Il mìo dolore non m'impedisce mica di vedere le cose come sono e di capire che nessuna fòrza umana potrà mai cambiarie... (Silenzio) Perché non ci sei rimasta ? Avre­sti fatto meglio.

MYRTA                         - Perchè è stato allora che ho capito di volerti bene, a te solo,

ENRICO                        - Bene, tu, a me?... Non diciamo sciocchezze, Bene!... Dall'altra stanza avrai forse sentito Quello che ho detto in un momento di debolezza... Macché bene! Un moto di gra­titudine forse, Qualunque donna l'avrebbe avuto. Eppoi, tu!... Vuoi che non sappia che cuore, in fondo, ne hai? Se no, non saresti stata per me quello che sei stata. Ma non parlarmi di bene. Ormai, non ci posso più credere.

MYRTA                         - Eppure, hai visto, sono tornata.

ENRICO                        - Mah... chi lo sa? Può anche esserti conve­nuto di farlo.

MYRTA                         - No, perché ti avevo conosciuto, ti avevo capito.

ENRICO                        - Tardi.

MYRTA                         - Non siamo ancora morti.

ENRICO                        - Peggio. Magari si fosse morti! Invece ho toc­cato il fondo d'ogni abiezione. Sono an­dato a chiedere dei quattrini all'amante di mia moglie, li ho implorati, li ho intascati. Me li sono portati via. Ah, aveva ragione di credere al ricatto. È stato anche troppo buono. Io avrei fatto peggio di lui. (Ama­ramente) Ed è forse al ricatto, al timore del ricatto, che ha soggiaciuto. Ah, che schifo, che schifo, che schifo!

MYRTA                         - Avrei voluto precipitarmi nella stanza, strap­parti quella carta di mano. Non l'ho fatto per evitare un male peggiore.

ENRICO                        - Ma no; dovavi lasciare che ci ammazzasse. Era meglio. Almeno ora tutto sarebbe fi­nito. Non ci si penserebbe più.

MYRTA                         - E allora son corsa via. Quella carta non do­veva restare nelle tue mani neanche un minuto di più. Hai capito?

ENRICO                        - Non voglio capire più nulla. So una cosa sola : che abbiamo la miseria fin qui, che ci si affoga dentro. (Silenzio. Quindi, con sforzo) Va bene. Non sei rimasta là, e va bene; ma puoi andartene ora. Tanto, è inutile, se devi essere come un'altra qua­lunque.

MYRTA                         - Vado, se vuoi. Quello che avevo da fare l'ho fatto: portarti via dalle mani quella carta... Qualcosa di più non l'ho sperato neanche per un momento. Mi sono forse difesa? Ho cercato di sviare il tuo so­spetto? Anzi, sono stata io che ti ho messo su quella strada, perché capivo che soltanto a forza di sincerità e di coraggio sarebbe stato possibile ricominciare la vita insieme.

ENRICO                        - (energicamente)Ah no, tu sei pazza!

MYRTA                         - Bisognerebbe pensare che io son quella del primo giorno, quella, che togliesti a Varni... Ma non precisamente quella: una miglio­re. Allora non avevo ancora sentito dietro a quella porta la tua voce — che non po­trò mai dimenticare.

ENRICO                        - Compassione, no; levatelo dalla testa. E sa­crifici nemmeno.

MYRTA                         - Ma chi parla di sacrifìci? Ma non sai che tutto era pronto per la fuga laggiù, che, se tu avessi tardato soltanto Un ora, quello che avviene adesso non avverrebbe? Chi mi ha dunque obbligata a tornare indie­tro? Avevi da offrirmi qualcosa di più del tuo amore? No. Eppure, di tutto il resto non m'è importato più nulla,

ENRICO                        - Di tutto il resto, vero? Di tutto il rèsto!... Ecco quello che ti ha strappata da me!

MYRTA                         - (con un grido sìncero) No!

ENRICO                        - Non l'amore che è sempre qualcosa di perdo­nabile, ma il resto: i suoi quattrini, quello che io non potevo più darti, che non potrò più darti...

MYRTA                         - No! No!

ENRICO                        - E allora, che cosa? Il mio egoismo, la mia sciocca ambizione... E poi, si  io non sapevo che il tuo amore fosse tanto grande.

ENRICO                        - Non lo vedevi dunque? Non lo sentivi?

MYRTA                         - (tristemente) Quanti esseri vivono insieme per degli anni senza comprendersi; e basta un lampo a volte, basta nulla...

ENRICO                        - (con disperazione) Ma perché sei tornata? Se tu fossi restata là almeno potrei odiarti. Ora non posso fare neanche questo! (Si getta su una sedia.  Sì prende la testa fra le mani. Anch'ella sì è lasciata andare su una sedia, anch'ella si i presa la testa fra le mani. Restano cosi tutti e due in silenzio qualche momento. D'im­provviso ENRICO sì alza).

MYRTA                         - Dove vai? (Anch'ella si è alzata),

ENRICO                        - Laggiù,

MYRTA                         - (fermandolo con un getto) Inutile, È partito.

ENRICO                        - Ah, per questo sei tornata?

MYRTA                         - (sordamente)No. Se volessi potrei raggiungerlo.

ENRICO                        - (con amarezza) Ah!

MYRTA                         - Ma non vado.

ENRICO                        - Fallo! Sei lìbera. Ti lascio libera.

MYRTA                         - No, non vado... (con un soffio di voce) Con questo non credere che cerchi di solleticare la tua vanità o di commuovere il tuo cuo­re, A che scopo, ormai? Se vuoi davvero che me ne vada, lo faccio senza neanche rifiatare. Ma prima bisogna che tu sappia. Devi capire anche tu, come l'ho capito io, perché ora sono cosi diversa da quella di stamani. (Dopo un attimo) Ero... sì, ero come uno dei tuoi girasoli: non vedevo, non sentivo nulla intorno a me. Ma d'al­tronde, non siamo un poco tutti... così? Provavo un gran senso d'inutilità che mi sbatteva di qua e di là, che non mi dava pace, E sai cos'era? Non era altro che il desiderio di darti più di quanto tu mi chiedevi... Oggi una donna non vive mica più soltanto di futilità, come un tempo; oggi una donna vuol esser qualcosa dav­vero nella vita d'un uomo. Nella vita. Non mi bastava più di essere una bambola che si abbiglia come per giuoco... Ecco quello che io non sapevo e che non sapevi nemmeno tu. Ma, in mezz'ora, tu in una stanza io in un'altra, senza sapere che tutti e due eravamo stati spinti là da... dal caso; è bastata mezz'ora, e ogni cosa è. stata evidente... No, ENRICO! Non dovresti rimpiangere il passato, perche oggi tu hai tatto di me, veramente, una donna. Ed è forse in questa momento che ci troviamo per la prima volta.

ENRICO                        - (alza gli occhi verso di le: ed è pròprio come se la vedesse per la prima volta).

MYRTA                         - (col medesimo soffio di voci, nella stèsso tono suadente, sincero) IL tempo stringe. E al lavoro bisognerebbe .metterti subito, se vogliamo salvare qual­cosa, Se no, ti porteranno via anche la casa. Per colpa mìa. Ed io non voglio. Ca­pisci che non voglio?

ENRICO                        - (la fissa incredulo, e, d'improvviso) Ma no, ma no; è impossibile ora.

MYRTA                         - Hai ragione di dubitare. Né io ho il coraggio di prometterti nulla... Eppure, sono sincera in questo momento. Ora la vita non pare che abbia uno scopo: rimettere in piedi quello che ho stupidamente abbat­tuto: difendere con te il poco che resta. Sarebbe bello, no? (Torcendosi le mani) Ma hai ragione; le parole non contano nulla... Tutt'al più si potrebbe... (Dolce­mente), Prova. Proviamo. (Tutti e due si guardano incerti) Se vuoi che resti...

ENRICO                        - (non so che fare.. Ho  quasi paura che sia vero).

MYRTA                         - Fammi sapere di sopra quello che hai deciso. (Ella attraversa la stanza. Scompare. Egli resta qualche attimo immobile, quindi sì alza, va alla scrivania, raduna svogliata­mente le carte sparse. Gli  occhi gli cadono su alcune parole. Legge a bassa voce, ma non capisce. E deve leggere dì nuovo),

ENRICO                        - (leggendo lentamente, come fra sé) ...« egli non sapeva se doveva essere atroce­mente triste o incredibilmente felice ».

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