I morti non pagano tasse

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Farsa in tre atti (cinque quadri)

diNicola Manzari

Libreria del Teatro

Bordo SS. Apostoli 35r

FIRENZE

PERSONAGGI:

MARCO

AMALIA

GELTRUDE

MARIELLA

IL SINDACO BARATTI

NICOLA

RAFFAELE GIGI

GIUFFREDI

BARABÒ

UNA GUARDIA

UN'INFERMIERA

CHE NON PARLANO:

UN'ALTRA INFERMIERA

UN'ALTRA GUARDIA

UN UFFICIALE GIUDIZIARIO

ALCUNI VISITATORI

Oggi. Il primo atto in una grande città in casa di Marco Vecchietti.

Il secondo e il terzo atto, in un paesino di montagna.

Fra il primo e secondo atto passa un giorno.

Fra il secondo e il terzo quadro tre giorni.

Fra, il terzo e il quarto quadro una settimana.

Fra il quarto quadro e il quinto (terzo atto) una settimana.

ATTO   PRIMO

QUADRO   PRIMO

Tinello borghese in cui tutto rivela una miseria dignitosa. Pochi vecchi mobili. Un tavolo al centro. Un telefono alla parete. A sinistra la porta che da nelle stanze interne. In fondo la comune. A destra la porta che da nel corridoio d'ingresso dell'appartamento. Amalia è seduta al tavolo e conta del danaro che divide in mucchietti.

Amalia. - Sessanta per le uova... centotrenta per la pa­sta... ottanta per il pane... restano trenta lire... che ci compero?... (ha un gesto di sconforto) Allora facciamo... trenta per «un»  uovo... cinquanta per il pane...

Geltrude. - (entra e guarda in silenzio la figlia scuotendo il capo).

Amalia. - (che non si è accorta della presenza della madre) ...ottanta per due etti di pasta... resta...

Geltrude. - (completando) ...la miseria in cui ti ha ri­dotto quel pezzente! (e indica la porta semichiusa).

Amalia. - (scoppiando in un pianto isterico) Oh, mamma!

Geltrude. - (dura) Piangi... Dovevi pensarci prima di sposare quel morto di fame!

Amalia. - (singhiozzando) Non ce la faccio più!

Geltrude. - (con feroce sarcasmo) Io te 1'avevo detto. Un impiegato dello Stato per marito è buono solo dopo morto perché la vedova prende la pensione. Ma finché vive...

Amalia. - (scattando) Ti prego. Non ricominciare...

Geltrude. - (continuando imperterrita) ...e quello lì campa almeno altri cinquant'anni... (profetica) ...Figlia mia, hai ancora mezzo secolo di fame innanzi a te! (e indifferente comincia a lucidare dei mobili).

Amalia. - (asciugandosi le lacrime) Bell'aiuto  mi dai!

Geltrude. - (risentita) Io il mio aiuto te lo dò, ogni giorno, se vuoi saperlo...

Amalia. - E in che modo?

Geltrude. - Ho cominciato la novena a Santa Rita. E ogni mattina le porto una candela.

Amalia. - Cosa le chiedi? Un terno al lotto?

Geltrude. - (lirica, gli occhi al cielo, le mani giunte) Santa Rita mia, tu che fai tanti miracoli, facci la grazia di chiamare a te quella mezza cartuccia di mio genero!

Amalia. - (con un grido) Mamma, se ti sente Marco. (e va a chiudere la porta a sinistra).

Geltrude. - (dolce, come persuadendola) Sai, se Santa Rita vuole, non ci mette niente a toglierlo di mezzo... C'è tanta gente che finisce sotto il tram...

Amalia. - Non voglio sentire questi discorsi.

Geltrude. - (calma) Perché? Io parlo per il bene di tutti. Se a tuo marito venisse un colpo, siamo in quattro ad avvantaggiarcene.

Amalia. - Quattro? E chi sono?

Geltrude. - Lui pover'uomo, che va a stare meglio. Noi due che ce ne liberiamo. E il salumaio all'angolo che ti vuole ancora bene. Proprio ieri me l'ha ripetuto: «Signora Geltrude, se vostra figlia avesse sposato me, a quest'ora farebbe la signora. Adesso ho anche la macchina».

Amalia. - E tu che gli hai risposto?

Geltrude. - Non bisogna perdere la speranza; giovanotto. Pregate anche voi. Santa Rita fa tante grazie... E lui. subito: «E' vero. Si vedono tante persone in buona salute che da un momento  all'altro  restano secchi!».

Amalia. - Hai fatto bene a dirmelo. Non metterò più piede nel suo negozio.

Geltrude. - E' lui che non ti ci vuole. Me lo ha detto: «Avvertite Amalia che 1'amore è una cosa e gli affari un'altra... perciò se non mi paga il conto di questi tre mesi, io con tutto il bene che le voglio, non le dò più nemmeno una salsiccia.»

Amalia. - E come faccio a pagarlo? Con duemila lire dobbiamo andare avanti fino al ventisette. E ci fosse solo il salumaio! Guarda qui... (mostra dei fogli) Il conto del fornaio. Il macellaio. Il fruttivendolo, il dro­ghiere. Dobbiamo soldi a tutto il quartiere. E poi c'è il padron di casa, la luce, il gas.

Geltrude. - E con tutto questo tuo marito se la dorme, di là, beato?

Amalia. - Ha fatto tardi stanotte per quel lavoro straor­dinario. E' stato su sino alle due a copiare carta bollata.

Geltrude. - Sono le otto: ha dormito sei ore. Bastano. Vallo a svegliare.

Amalia. - (perplessa) Ha ancora un'ora di tempo per andare all'ufficio. Lasciamolo dormire un'altro poco.

Geltrude. - No. A dormire troppo 1'uomo si impigrisce. Sveglialo.

Amalia. - (succube) E va bene. (si avvia).

Geltrude. - (feroce) Tuo padre ogni mattina alle sette era già in piedi e mi portava la colazione a letto. Solo la domenica lo lasciavo dormire mezz'ora di più. Per­ciò quando ha chiuso gli occhi sembrava ancora un giovanotto...

Amalia. - (fermandosi, colpita) Ma papà è morto a quarant'anni.

Geltrude. - L'età giusta per un marito. Son due anni che tuo marito dovrebbe essere già morto. (Amalia esce a sinistra. Di dentro si ode la voce di Amalia che grida).

Amalia. - (d. d.) Marco! Marco! Svegliati! (ma nessuno risponde).

Geltrude. - (esce per la comune e ritorna quasi subito con una brocca d'acqua. Quasi contemporaneamente rientra Amalia) S'è svegliato?

Amalia. - No. Si vede che non ce la fa. Dev'essere proprio stanco.

Geltrude. - Storie. Prova con questa. (e le porge la brocca) Vedrai come si sveglia.

Amalia. - Acqua? E se prende una polmonite?

Geltrude. - Magari! Ma è una pellaccia. E poi la doccia al mattino rinvigorisce i nervi. Tuo padre ne ha fatte tante. (spingendola) Avanti. Muoviti. Dopo mi ringra­zierai.

Amalia. - (dopo un'ultima esitazione prende la brocca ed esce a sinistra).

Geltrude. - (resta a guardare soddisfatta. Dopo un momento si ode uno scroscio d'acqua seguito da un urlo quasi disumano e dal rumore di un corpo che cade. Amalia ritorna di corsa con la brocca vuota).

Amalia. - (affannosamente) E' caduto dal letto.

Geltrude. - (calma) Che t'avevo detto? Adesso col letto bagnato a dormire non torna più. (Si odono di dentro tre o quattro  vigorosi  starnuti).

Amalia. - (preoccupata) S'è raffreddato.

Geltrude. - Ma no. E' la reazione. L'aria che torna a circolare nei polmoni.

Marco. - (preceduto da altri starnuti entra, in pigiama, asciugandosi la testa con un asciugamano. Ha l'aria dimessa e rassegnata della vittima, tipo di burocrate intristito. Ha i baffi e un pizzetto. A Geltrude indi­cando la brocca) Ah, volevo dire. Sei stata tu.

Geltrude. - Da domani ogni giorno ti sveglieremo così.

Marco. - (spaventato) Ogni giorno?

Geltrude. - Sì, perché un uomo che ha famiglia non resta a letto a russare mentre sua moglie si trova nei guai.

Marco. - (mite) Forse, se sto sveglio,  i  guai finiscono?

Amalia. - (aggressiva) Sai quanto resta del tuo stipendio?

Marco. - E che ne so? Appena lo incasso, tu te lo prendi.

Amalia. - Duemila lire. E mancano undici giorni al ventisette.

Marco. - (calcolando come per abitudine) Duemila di­viso undici... fanno... centottantuno lire al giorno più ottanta centesimi...

Amalia. - Sei incosciente. Invece di preoccuparti, scherzi.

Marco. - Io non scherzo: calcolo. E duemila diviso undici fanno...

Geltrude. - (interrompendolo) Povera figlia mia, in che mani sei finita...

Amalia. - Oh, sì, mamma. Hai proprio ragione.  Qui ci vuole Santa Rita.

Marco. - (stordito) Santa Rita? E perché?

Amalia. - Sappiamo noi...

Geltrude. - Si tratta di una grazia...

Marco. - Una grazia? Allora chiedetela anche per me.

Geltrude. - Ma è per te che la chiediamo.

Marco.   -   (poco  convinto)  Davvero?  Allora...   (fa  per uscire).

Amalia. - Dove vai?

Marco. - In cucina: a prepararmi il caffè.

Amalia. - Il caffè non c'è.

Marco. -   (fermandosi)  No?   Ma  se  ieri  sera ce n'era ancora mezzo barattolo...

Amalia. - E oggi non c'è più.

Marco. - Com'è possibile? Mezzo barattolo...

Amalia. - Ieri abbiamo ricevuto gente e l'abbiamo servito.

Marco. - E tu offri il caffè agli estranei e non  ne  lasci nemmeno una tazzina per tuo marito?

Amalia. - Era gente di riguardo. E poi il caffè a te fa male.

Marco. - Mi fa male? E da quando in qua?

Amalia. - Da oggi.

Marco. - (querulo)  Ma  io se non prendo nemmeno una tazza di caffè la mattina, non ce la faccio a lavorare cinque ore in ufficio. I numeri mi ballano davanti agli occhi...

Amalia. - E tu lasciali ballare... Per quel che ne ricavi...

Marco. - Beh, non importa. Andrò  a  prenderlo al bar. Per favore dammi i soldi.

Amalia. - Non ci sono soldi. Da oggi farai  a  meno  del caffè. Bisogna far economia.

Marco. - (a Geltrude) Sei stata tu, vero, a decidere che il caffè mi fa male?... Come il mese scorso per il fumo?

Geltrude. - Il danaro che guadagni non basta per  alimentare i tuoi vizi.

Marco. - Ma per comperare continuamente  cappellini   e vestiti ad Amalia basta, vero?

Geltrude. - Mia figlia è nata signorina. E deve vestire come è stata abituata. E' dovere del marito procacciarle il necessario. E' scritto anche nel codice.

Marco. - Ma nel   codice   non   c'è   scritto  che  il genero deve fornire alla suocera i mezzi per giocarsi  al  lotto migliaia di lire la settimana.

Geltrude. - Non raccolgo l'insinuazione.

Marco. - Ecco perché siamo coperti di debiti. E finiremo in mezzo alla strada.

(Si sente suonare alla porta di ingresso).

Amalia. - (a Marco) Hanno suonato. Un po' di dignità.

Marco. - Già... come se la gente non sapesse chi siamo.

Geltrude. - Anche   se  lo   sa,  chi è  nata signora resta signora. (Esce da destra.) (

Una pausa).

Marco. - Amalia, così non si va avanti.

Amalia. - E' quello che dico anch'io.

Marco. - La rovina è tua madre. Tu in  fondo,  non  sei cattiva. Ma è lei che ti trascina...

Amalia. - Non ammetto che tu dica male di mia madre.

Marco. - (umile) Io non voglio dirne   male.   Ma  perché non la lasciamo e andiamo a vivere  soli?  Vedrai  che tutto cambierà. Possiamo ancora riprenderci.

Amalia. - Cosa? Lasciar sola o abbandonata la mamma alla sua età? Ma ti rendi conto di quello che dici? Sei un mostro.

Marco. - Continueremo a mantenerla. Ma a distanza.

Amalia. - Non voglio nemmeno ascoltarti. Lo sapevi che sposando me avresti avuto in casa mia madre...

Marco. - Io non la conoscevo. Credevo  che  fosse una donna, non una...

Amalia. - (interrompendolo) Attento. Se la insulti, sarà peggio per te...

Marco. - (resta a bocca aperta senza aver la forza di proseguire).

 

Geltrude. - (rientrando) C'è il portiere. Porta le solite carte...

Amalia. - Fallo passare.

Geltrude. - Io scendo un momento. Arrivo all'angolo.

Amalia. - Va bene. Ma torna presto.

(Geltrude esce).

                                              

Marco. - Va all'angolo. Al botteghino del lotto. A gio­carsi una parte del mio stipendio.

Raffaele. - (entrando; parla con leggero accento na­poletano) Buongiorno. E' arrivata la posta.

Amalia. - Che c'è?

Raffaele. - (senza consegnarla; sfogliandola) Ecco... oggi, abbiamo una citazione, due avvisi di cambiale, tre notifiche di tasse, una chiamata in questura, e poi sono venuti anche i carabinieri.

Amalia. - Non c'è altro?

Raffaele. - Per ora, no. Vediamo cosa portano  con  la posta di mezzogiorno.

Amalia. - (indicando il tavolo) Mettete tutto lì, insieme a quelle altre carte.

Raffaele. - (eseguendo) Quante carte! Ma perché spre­cano tanta carta bollata?

Amalia. - (frivola, mondana) Che volete farci? La gente deve occupare il tempo!

Raffaele. - (avviandosi) Beh, ci vediamo a mezzogiorno, con la seconda distribuzione.

Amalia. - Aspettate. Prendete una tazza di caffè?

Raffaele. - (fermandosi subito) Se c'è...

Amalia. - Certo che c'è... Vado a prepararla.

Marco. - (stordito) Il caffè.

Amalia. - T'ho detto che a te fa male.

Raffaele. - Oh, se vi fa male, è meglio che non lo prendete.

Amalia. - (a Marco) Hai sentito? Lo dice anche lui.

Raffaele. - Sì: un mio amico s'è rovinato con il caffè.

Amalia. - Ne beveva molto?

Raffaele. - No. Ha aperto un bar ed è fallito.

Amalia. - Hai visto che ho ragione? (esce).

Marco. - (avvicinandosi al tavolo e sfogliando il muc­chio di carte) Carte. Carte. Carte. L'uomo dacché nasce fino a quando muore è perseguitato dalle carte.

Raffaele. - E che vi preoccupate a fare? Tanto voi non pagate!

Marco. - Io non pago più perché non posso.  Ma anche se pagassi, sarebbe lo stesso. Perché il  guaio   sta  nel nome.

Raffaele. - Il nome? Quale nome?

Marco. - Il mio. Il tuo. Quello che a ognuno di noi, appe­na nasce, gli appiccicano e si porta dietro tutta la vita.

Raffaele. - Ma senza nome, come fate  a  chiamarla  la gente? Col fischio?

Marco. - E non capisci che per  via  del  nome  l'uomo viene subito   registrato,   schedato,   catalogato?  E  una volta scritto su quei registri, cominciano i guai?

Raffaele. - Che guai?

Marco. - Per esempio. Lo Stato vuole quattrini? Sfoglia i suoi libracci e legge:  «Marco Vecchietti, figlio   di... nato a...». E subito ordina: «Marco Vecchietti, paga!»... Vuol fare la guerra?... Apre il  libro   e   dice:  «Marco, prendi il fucile e va a farti ammazzare...». Vuole que­sto?... Vuole quello?... E ogni volta: Marco, fa questo... Marco   fa   quello!...   E   siccome   dopo  un po' Marco si stufa di fare questo e di fare quello... ecco che comin­ciano ad arrivare lo carte... Carte, sempre nuove carte... precetti, ingiunzioni, ordinanze, timbri, bolli, firme... e le carte crescono,   diventano   montagne,  finché   Marco Vecchietti, pover'uomo, sotto tutte queste carte (solleva le carte dal tavolo, facendole ricadere) ...non respira più e finisce soffocato, schiacciato, distrutto.

Raffaele. - Scusate, cavaliere, ma io vedo sempre che tutte le carte che arrivano voi le lasciate lì e non ci pensate più.

Marco. - Non ci penso io... ma chi ha scritto queste carte ci pensa. E come! Giorno e notte ci pensa. E dopo un po' chiama le guardie e dice: «Andate a ve­dere che fa questo Marco Vecchietti con le nostre carte. Perché non risponde?»... E le guardie arrivano...

Raffaele. - Ah, io rispondo sempre che non siete in casa. Me 1'ha detto vostra moglie...

Marco. - Anche se tu dici che non sono in casa, il mio nome resta sempre sui loro libracci. E finché c'è il nome, non c'è pace, per me.

Raffaele. - Cavaliere, bisognerebbe cancellare il nome sul registro.

Marco. - Bravo! Ma non possiamo farlo né io né tu.

Raffaele. - E chi lo può fare?

Marco. - La morte. Solo allora 1'uomo torna libero. Come era prima di nascere. Hai capito adesso?

Raffaele. - (grattandosi la testa) E' proprio un bel pa­sticcio. (altro tono) Beh, condoglianze, cavaliere...

Marco. - Condoglianze? E perché?

Raffaele. - (candido) Non vi volete ammazzare?

Marco. - Io? Non ci penso nemmeno.

Raffaele. - Oh, scusate. Io avevo proprio capito che volevate morire. Siete così inguaiato... In fondo, avete ragione... Che ci state a fare in questo mondo? Con tutte quelle carte che avete addosso!... E poi chissà quant'altre ne arriveranno con la posta di mezzogiorno!

Amalia. - (entrando con una sola tazza di caffè. A Raffaele) Ecco il caffè.

Raffaele. - Grazie... Proprio buono... Io lo dico sempre: una tazza di caffè la mattina... che c'è di meglio?... (a Marco) Peccato, cavaliere, che a voi fa male! (schioc­cando le labbra) Poi come lo fa la vostra signora, non c'è nessuno del palazzo... Una volta almeno dovreste assaggiarne un goccetto!... Ne vale la pena... (resti­tuendo la tazza vuota ad Amalia) Grazie. Era una bontà.

Amalia. - (a Marco) E tu che aspetti? Perché non ti vai a vestire? Farai tardi in ufficio.

Marco. - (rassegnato) Vado... (esce a sinistra).

Raffaele. - Vado anch'io... c'è mia moglie sola in guar-diola... e voi lo sapete quella è un po' scema... non è colpa sua... ma da piccola ha fatto la meningite... Buon giorno... (sulla soglia si ferma) Ah, dimenticavo: è venuto il padron di casa.

Amalia. - Ah! E che ha detto?

Raffaele. - Di cominciare a preparare i mobili che più tardi torna con 1'ufficiale giudiziario per fare lo sfratto.

Amalia. - Lo sfratto?... Di già?

Raffaele. - Signora mia, sono due anni che non pagate 1'affitto e quel pover'uomo tribola per mandarvi via.

Amalia. - Due anni? Come vola il tempo!

Raffaele. - Già... E son dieci mesi che avete avuto la sentenza di sfratto.

Amalia. - La sentenza?... Non ricordo...

Raffaele. - (indicando il tavolo) Eh, già, le carte, come arrivano voi le lasciate lì... Provate a cercare nel mucchio.

Amalia. - (tono mondano) Beh, ditegli che non siamo in casa.

Raffaele. - Eh, no... Non attacca più. M'ha già avvertito: «Raffaele, questa storia deve finire. Io voglio sapere se tu fai il portiere a me o agli inquilini morosi... Se, quando torno non hai fatto il dovere tuo, io caccio pure te».

Amalia. - A che ora torna il padron di casa?

Raffaele. - Non lo so. Ha detto che andava a prendere il carro per portar via i mobili.

Amalia. - Il carro?

Raffaele. - Sì. E anche le guardie nel caso che facciate resistenza. Perciò è meglio che vi preparate... Questa volta vi butta fuori.

Amalia. - Scherzate? E dove andiamo? All'albergo?

Raffaele. - Scusate, ma non avete sempre detto che aspettavate l'appartamento nuovo? E vostro marito aveva già fatto la domanda?

Amalia. - E' la verità. Sono due anni che Marco ha fatto la domanda per avere una delle nuove case per gli im­piegati dello Stato. Anche ieri, al Ministero, mi hanno detto che da un momento all'altro ci arriverà la carta dell'assegnazione. Anzi mi meraviglio che non sia ancora giunta.

Raffaele. - Arriva per posta?

Amalia. - Credo di sì.

Raffaele. - E allora aspettiamo la posta di mezzogiorno. A voi arrivano tante carte. (esce).

(Amalia resta sola. E' avvilita. Si lascia cadere su di una sedia. Silenziosamente entra Marco. E' vestito, pronto per uscire).

 

Marco. - Ciao. Io vado in ufficio.

Amalia. - (indifferente) Ciao. (poi  d'improvviso,  come colta da un'idea, si alza) Aspetta!

Marco. -   (fermandosi  con  un  sorriso)  Vuoi darmi il caffè?

Amalia. - Caffè non c'è. (imperiosa) Spogliati!

Marco. - Come?

Amalia. - Ho detto: spogliati. Non senti?

Marco. - Spogliarmi? Di nuovo? E perché?

Amalia. - Spogliati e torna a letto.

Marco. - A letto, a quest'ora?

Amalia. - Sì. Oggi tu sei malato.

Marco. - Ma è una fissazione! Se ti dico che sto benissimo.

Amalia. - Oggi tu «devi» essere malato. E quando ar­riva il padrone di casa, deve trovarti a letto con la febbre a quaranta.

Marco. - A quaranta?

Amalia. - Cosi l'ufficiale giudiziario non può eseguire lo sfratto.

Marco. - Amalia, ma sei sicura di star bene?

Amalia. - Io sì. Sei tu che devi star male... Avanti, non perdiamo tempo. Il padron di casa può tornare  da  un momento   all'altro. Dammi  la  giacca.  (gli  toglie la giacca quasi con violenza).

Marco. - Aspetta...

Amalia. - La cravatta, presto! (gli toglie  la  cravatta).

Marco. - Ma ragioniamo...

Amalia. - Non c'è tempo... I calzoni...

Marco. - I calzoni, no...

Amalia. - Non vorrai andare a letto con i calzoni...

Marco. - (tentando un'ultima resistenza) Io non voglio andare a letto...

Amalia. - Tu ci andrai.

(S'ingaggia  una  piccola  lotta fra Amalia che vuol togliere i calzoni a Marco  che

non vuol farseli togliere.  In  questo  momento  entra Geltrude).

Geltrude. - Che succede?

Amalia. - C'è lo sfratto, e Marco   non  vuole   andare  a letto per fare il malato.

Geltrude. - No? (a Marco) Vuoi dunque che ci mandino via di casa? Ma che uomo sei? Appena  ti   chiediamo un piccolo sacrificio, subito dici di no.

Marco. - Ma è possibile che i sacrifici devo farli sempre io?

Geltrude. - Ma chi è il capo di casa? Tu o noi? Dunque, non fare storie e spogliati che adesso ti faccio venire la febbre.

Marco. - Anche la febbre?

Geltrude. - Sì. Basta mettere due sigari sotto le ascelle: qualche sanguisuga sotto i piedi e un infuso di  tiglio bollente sul petto. Vedrai che bel febbrone ti verrà.

Marco. - Accidenti! Ma così mi ammalerò sul serio...

Geltrude. - E non sarebbe una fortuna per tutti? Peggio stai e più tempo restiamo nell'appartamento.

(Si ode una lunga scampanellata).

Geltkude. - Oh, Dio! Il padrone di casa.

Amalia. - E' qui con le guardie!

Geltrude. - Presto. Corri a letto.

Marco. - Ma io...

Amalia. - Su, a letto!

Geltrude. - (spingendolo anche essa) E non ti muovere. Non fiatare. (ancora suono di campanello).

Amalia. - Ecco. Vengo...

Geltrude. - (a Marco) Su, muoviti, cialtrone! (le due donne spingono nella camera a sinistra Marco, chiudendo la porta).

Amalia. - (a Geltrude) Vai  ad  aprire.

(Geltrude  esce. Amalia sola, porta  un  fazzoletto   agli occhi e finge di piangere. Una pausa).

Geltrude. - (tornando) E' ancora il portiere con un'altra carta.

Raffaele. - (entrando, affannato) Signora, è arrivato un espresso dal Ministero. Dev'essere per 1'appartamento.

Amalia. - (allegra) Date qua. Che vi dicevo?

Raffaele. - (dandole una busta) Son contento per voi. E' arrivata proprio in tempo.

Amalia. - (ha aperto la busta e ne trae un foglio che legge) Sì, è per 1'appartamento.

Raffaele. - Meno male. Così avrete dove andare.

Amalia. - (cadendo a sedere su di una sedia con un lamento) Oh, Dio...

Raffaele. - (accorrendo) Signora, vi sentite male?

Geltrude. - Amalia, figlia mia!

Raffaele. - (a Geltrude) E' la gioia, si capisce. Una notizia che aspettava da tanto tempo!

Amalia. - (lamentandosi) No, non è possibile.

Geltrude. - (strappando il foglio ad Amalia) Fa vedere. (lo legge, poi con un grido) No... Santa Rita, questo no. (e cade anch'essa a sedere su di una sedia, affranta).

Raffaele. - (prendendo a sua volta il foglio di Geltrude) Ma che c'è scritto?... Permettete? (lo legge, e poi con emozione) No... non può essere... (e siede a sua volta senza fiato).

(I tre restano immobili, in silenzio, come folgorati da una sciagura. Pausa. La porta a sinistra si socchiude lentamente e Marco affaccia timidamente il capo).

Marco. - Se n'è andato? (i tre restano immobili in si­lenzio) Posso entrare?

(entra in punta di piedi. E' di nuovo in pigiama. Si ferma, sorpreso, a guardare i tre)

Ma perché state zitti? Che è successo?

(I tre con­tinuano a tacere. Accorgendosi del foglio che Raffaele ha in mano) Cos'è?

(la prende e legge. Subito scoppia in una gran risata).

Raffaele. - Come, cavaliere, voi ridete?

Marco. - (continua a sbellicarsi dalle risa).

Amalia. - Ridi? Incosciente!

Geltrude. - No, delinquente.

Marco. - (leggendo) «Ministero della Previdenza Sociale. Si respinge la domanda di assegnazione di appartamento perché il nominato Marco Vecchietti fu Aristide risulta morto il 14 aprile 1944 a Brà, a seguito  di bombardamento nemico, come risulta dall'accluso certificato anagrafico».

Raffaele. - Cavaliere,   siete   morto da sette anni.   Pace all'anima vostra!

Marco. - (rileggendo) Il 14 aprile, a Brà...

Raffaele. - Siete già cadavere e non lo sapevate.

Amalia. - (con improvvisa energia) E' un errore. Bisogna subito protestare.

Geltrude. - Sì, bisogna farlo rettificare. Immediatamente.

Raffaele. - L'altro giorno c'era sul giornale che hanno chiamato al servizio militare una bella ragazza. E quella poveretta ha faticato un mese per convincerli di non essere un maschio.

Geltrude. - E quelli che vanno a sposarsi e s'accorgono di essere già sposati con un'altra persona?

Amalia. -  Te,   invece,  t'hanno  registrato  come   morto. Adesso ti vesti ed andiamo all'anagrafe a spiegare...

Marco. - Cosa?

Amalia. - Che tu sei vivo. Diamine!

Marco. - Non ci vengo.

Geltrude. - Non vuoi venire?

Marco. - No.

Amalia. - E perché? Si può sapere?

Marco. - Perché non c'è errore.

Amalia. - Cosa?

Raffaele. - Cavaliere, che dite?

Marco. - Che non c'è errore.   Questo certificato dice la verità. (quasi con dolcezza)  Io sono  morto. Da sette anni.

Amalia. - (con un urlo) Oh, mammà, Marco è impazzito.

Raffaele. - Cavaliere,  non  vi  fissate:  si tratta di uno sbaglio.

Marco. - Non c'è sbaglio, Raffaele: sono morto. Da sette anni.

Raffaele. - (ad Amalia, sottovoce) Signora, qui è meglio chiamare il medico.

Marco. - Che medico? Sto  benissimo. Sono soltanto defunto. Nel '44. (intasca il foglio).

Geltrude. - Che fai? Il foglio...

Marco. - (alzandosi con tono secco) Il foglio mi appar­tiene. E' il mio atto di decesso. (altro tono, a Raffaele) Raffaele, chiudi mezzo portone e metti fuori il tavolino per le firme.

Raffaele. - Cavaliere, ma che dite?

Marco. - (con forza) Tu fai il portiere o no? Dunque, ubbidisci e metti fuori il tavolino, e se ti domandano com'è successa la disgrazia, sai come devi rispondere: «Nel '44. Sotto una bomba».

Raffaele. - (che teme di avere a che fare con un pazzo) Sissignore... (assecondandolo) E se vogliono visitare la salma?

Marco. - Tu rispondi che la salma è andata a prendere un caffè. Hai capito?

Raffaele. - (quasi tremando) Sissignore. (come rispon­dendo alla gente) «Mi dispiace, ma il cavaliere è uscito un momentino. Ripassate più tardi!».

Marco. - Bravo!

Raffaele. - E se vogliono salutare la vedova?

Marco. - E tu li farai salire.

Amalia. - (scattando) Basta con questa commedia. Vatti a vestire.

Marco. - (calmissimo, ma deciso) Ti prego almeno di rispettare il mio lutto! (va verso il telefono, stacca il ricevitore e s'accinge o formare un numero).

Amalia. - A chi telefoni?

Marco. - Silenzio! Lascia in pace almeno i morti. (forma un numero).

Amalia. - (sottovoce) Mammà, che facciamo?

Geltrude. - Figlia mia, non lo so...

Raffaele. - (sottovoce) Signora, qui non c'è tempo da perdere: bisogna telefonare al Manicomio per far venire un'ambulanza.

Marco. - (al telefono) Pronto?... Ministero delle Finanze?... Sì, sono Vecchietti... Mi dia qualcuno del mio ufficio... Grazie... (una pausa) Sono Vecchietti... Voglio parlare con il capoufficio... sì, proprio con lui... (rivolto ai tre che lo guardano costernati) ...Sono andati a chiamarlo, quell'antipatico... Ah, eccolo... (al microfono) Ah, è lei, commendatore? No, oggi non vengo in ufficio... E nem­meno domani... e adesso mi stia bene a sentire... Lei è un cretino... Sì... (sillabando) ...cre-ti-no... «c» come Como... «r» come Roma... «e» come Empoli... Ah, aveva capito?... cretino. Sì... sono undici anni che vo­levo dirglielo... e lo sappiamo tutti in ufficio che ha fatto carriera... cosa?... sì... è stata sua moglie... ma no, non s'arrabbi... è la verità... la sua signora traffica... e lei è promosso... sì... ogni promozione un paio di corna... ma adesso stia attento... La sua signora ingrassa e non piace più... la carriera è finita, commendatore... Pronto?... Pronto? (ai tre) Ha tolto la comunicazione... (ridendo) Oh, son dodici anni che avevo questo peso sullo stomaco!

Amalia. - (con tenerezza) Marco,  Marco, rientra in te...

Geltrude. - (dolce) Oh, Marco, genero mio!

Marco. - (pronto) Eh, no... non sono più vostro genero... Vostra figlia è vedova, ormai... da sette anni... Non aspettavate la mia morte per farle sposare il salumaio dell'angolo? Ebbene, può sposarlo subito. Non ha biso­gno nemmeno di aspettare l'anno di vedovanza pre­scritto dal codice... Volete che telefoni al salumaio per farlo venire su?... (stacca il microfono).

Amalia. - (correndo ad abbassare il microfono) No... non combinare guai...

Marco. - Perché? E' un bravo giovane... Con lui sarai felice... e tua madre potrà giocare al lotto finché vuole. (avanzando verso il portiere) Raffaele, mi raccomando il tavolino per le firme...

Raffaele. - (indietreggiando, spaventato) Non dubitate, cavaliere.

Marco. - E, uscendo, passa dal negozio di fronte e ordina una bella targa d'ottone per la porta con queste parole: «Marcò Vecchietti, defunto».

Raffaele. - In ottone... defunto...

Marco. - Perché mi guardi così?... Anche tu mi credi pazzo?

Raffaele. - Io non ho detto niente. Niente.

Marco. - Non sono pazzo, Raffaele. Ti ricordi quello che ti dicevo prima? Che tutti i guai cominciano appena uno nasce e viene iscritto sul registro dell'Anagrafe?

Raffaele. - (facendo confusione) E come no?... Prendi il fucile e spara... Paga questo e paga quello...

Marco. - E adesso invece i guai sono finiti. (esplodendo finalmente in un accesso di gioia incontenibile) Mi hanno cancellato dal registro, Raffele. Quel disgraziato che rispondeva al nome di Marco Vecchietti non c'è più: è morto. Anzi, stramorto, perché io accetto la mia morte, capisci? Io non mi ribello, non protesto. Per me va bene così. E voglio vedere se va bene a me, chi ci troverà da ridire. (rivolto alle due donne) Voi credete di potermi far tornare vivo? E mi volete portare all'Anagrafe? E io ci vengo. Ma ve lo dico prima: quando sono lì e mi domanderanno: «Marco Vecchietti, siete vivo o siete morto?», io rispondo: «Morto! Mor­tissimo! ».

 

(Amalia, Geltrude e il portiere sono rimasti come annichiliti, e poiché voltano le spalle Alla porta di destra, non s'accorgono dell'ingresso di Barabò, il padrone di casa. Questi resta un attimo fermo sulla soglia a contemplare la scena, poi dice forte).

Barabò. - Buon giorno. La porta era aperta. Allora, siamo pronti per lo sgombero?

Raffaele. - Uh, c'è il padrone di casa!

Barabò. - Raffaele e tu cosa fai qui?

Raffaele. - Commendatore, ero venuto a dire ai signori se volevano una mano per i mobili...

Barabò. - Signor Vecchietti, giù c'è il carro. E qui fuori ci sono le guardie... Che vogliamo fare?

Marco. - C'è l'ufficiale giudiziario?

Barabò. - Sì, naturalmente... (chiamando) Moresi, entrate.

(Entra l'ufficiale giudiziario, un tipo allampanato che si pone da un lato come in disparte. Ha un foglio in mano)

Marco. - (a Barabò) Avete l'atto di sfratto?

Barabò. - Ecco.  (va a prenderlo dalle mani  dell'ufficiale giudiziario e lo mostra a Marco) Tutto in regola, come potete vedere. Allora, volete sloggiare con i vostri piedi? O vi faccio buttar fuori?

Marco. - (sempre calmo) Un momento... a chi è intestato lo sfratto?

Barabò. - Ma a voi, Marco Vecchietti fu Aristide.

Marco. - Marco Vecchietti fu Aristide è morto. E lo sfratto è nullo.

Barabò. - Ah, la prendete a scherzo? Adesso vi faccio vedere io.

Marco. - (togliendo il certificato dalla tasca e mostran­dolo) Io sono morto sette anni fa: ecco il certificato dell'Anagrafe; leggetelo. E' in regola. Siete voi ora che non siete in regola, perché avete fatto causa ad un morto.

Barabò. - (leggendo il certificato) Coseda pazzi...

Marco. - No, cose da savi. Solo che la mia carta vale di più della vostra. Adesso vi resta una sola via d'uscita. Ricominciare tutta la causa da capo contro la mia vedova. E' la leggo che lo dice.

Barabò. - (passando il foglio di Marco all'ufficiale giudiziario) Guardate... che ne dite?...

Ufficiale G. - (legge e fa un gesto come per dire che non c'è nulla da fare ed è meglio andarsene).

Marco. - (indicando l'ufficiale giudiziario) Come vedete, anche il rappresentante della legge mi dà ragione. Per­ciò vi invito ad uscire immediatamente, altrimenti sono io che chiamo le guardie e vi denuncio per violazione di domicilio.

Barabò. - E' tutto un trucco! Voi siete vivo.

Marco. - Sembro vivo; ma giuridicamente sono morto.

Barabò. - Siete un imbroglione!

Marco. - Badate come parlate, perché se perdo la pa­zienza vi butto fuori a calci. E se vi prendo a calci, non potete darmi nemmeno querela perché contro i morti non si può agire penalmente. Mentre la mia ve­dova può dar querela a voi per vilipendio alla memoria del marito.

Barabò. - Vi avverto che non finisce così... Vi farò ve­dere chi sono... C’incontreremo ancora...

Marco. - Sì, all'altro mondo. Quando sarete morto anche voi.

 

(Barabò soffocato dalla rabbia, non riesce più a parlare ed esce in fretta, seguito subito dall'ufficiale giudiziario che guarda timorosamente Marco come temesse d'esser picchiato).

Raffaele. - (va in silenzio a stringere calorosamente la mano di Marco).

Barabò. - (la voce di Barabò che chiama) Raffaele, che fai?

Raffaele. - Vengo, commendatore... (a Marco, sottovoce) Cavaliere, da vivo non vi potevo vedere... ma da quando siete morto mi piacete assai...

Marco. - Raffaele, che t'avevo detto? Solo i morti stanno bene in questo paese!

(E mentre Amalia e Geltrude guardano interdette Marco, cala la tela).

QUADRO   SECONDO

La stessa scena del primo quadro. Ma alle pareti sono appoggiate alcune corone mortuarie di fiori con i nastri neri e le scritte d'argento. E' mattina ma la luce è accesa perché le imposte delle finestre sono chiuse. Atmosfera di lutto di famiglia. E' pas­sato un giorno. In iscena sono Amalia, Geltrude, il portiere e Gigi il salumaio, sui trentacinque anni, in camice bianco.

Gigi. - (parla sottovoce, come temendo d'essere ascoltato) E all'Anagrafe che vi hanno detto?

Amalia. - Che non possono fare niente. L'errore dipende dal Municipio di Brà.

Raffaele. - Brà? E dov'è?

Amalia. - A settecento  chilometri  da qui. E' il  paese dov'è nato Marco.

Geltrude. - (con disprezzo)  Paese  lo   chiami? Quattro case di montagna  che  contano, sì o no, mille abitanti compresi i cani e i somari!

Gigi. - (ad Amalia) E perché non andate a Brà?

Amalia. - Io?  E  che posso fare da sola? E' Marco che deve andarci.

Geltrude. - (ad Amalia) Già. Se aspetti che Marco ci vada con le sue gambe!... Hai sentito come ha risposto all'impiegato dell'Anagrafe?... (a Gigi, spiegando) A momenti ci arrestano tutti e tre! Appena si è messo a gridare: «Solo i morti stanno in pace in questo paese...» sono arrivate le guardie.

Raffaele. - (ad Amalia) Signora, il cavaliere s'è fissato. Bisogna aspettare che gli passi. Se lo contrariate, è peggio. Lo rinchiudono e non lo vedete più.

Geltrude. - E dovremo seguirlo nelle sue buffonate?... (a Gigi, indicando i fiori) Guardate: anche le corone.

Amalia. - E le finestre chiuse? Proprio come un lutto di famiglia.

Gigi. - (traendo un giornale di tasca) Io, appena ho letto la notizia sul giornale, ho lasciato subito bottega e son corso qui... (leggendo) «Nel settimo anniversario dell'immatura scomparsa del Cavalier Marco Vecchietti, la famiglia desolata lo ricorda all'affetto degli amici e di quanti lo conobbero...» (buttando via il giornale) Cose da pazzi! Nel settimo anniversario...

Amalia. - E' stato lui a farlo pubblicare. Noi non sapevamo niente.

Raffaele. - E il tavolino abbasso al portone?... Il cava­liere ogni volta che passa si ferma e conta le firme... (a Gigi) A proposito, voi avete firmato?

Gigi. - No.

Raffaele. - E che aspettate? Una firmetta e lo fate con­tento. (ad Amalia) Io 1'ho detto a tutto il palazzo: «Mettete la firma, che il cavaliere è uscito pazzo!».

Geltrude. - Che vergogna! Diventeremo la favola di tutto il quartiere.

Amalia. - Mamma, la colpa è tua.

Geltrude. - Mia?

Amalia. - Sì. La novena... le candele... e prega oggi, prega domani...

Geltrude. - Ma io chiedevo la grazia  per  farlo morire sul serio.

Raffaele. - Beh, si vede che non vi siete spiegata bene!

Gigi. - Adesso è inutile recriminare... Bisogna far qualcosa.

Amalia. - Bravo. Ma che cosa?

Gigi. - Bisogna mandarlo a quel paese... Come si chiama?

Amalia. - Brà.

Gigi. - Ecco, bisogna convincerlo.

Amalia. - Ma non vorrà. Lui dice che da morto sta benissimo.

Gigi. - Signora, coi soldi si ottiene tutto. Dategli del denaro. Comprategli il biglietto. E vedrete che non rinuncerà al piacere di un  bel  viaggio... Anche perché, mi pare, che in quanto a quattrini vostro marito se la passa male.

Raffaele. - Malissimo. Lo dicono tutti nel palazzo. «Ma non era meglio se il cavaliere moriva veramente? Al-meno si toglieva dai guai!».

Amalia. - E voi che avete risposto?

Raffaele. - Sarà per un'altra volta!

Geltrude. - Sì. Bisogna farlo partire. Appena arriva a Brà e lo vedono vivo, gli passerà lo voglia di fare il morto.

Amalia. - (a Gigi) Perché non gli parlate voi?

Gigi. - Io? Il cavaliere non mi può vedere. Lo sa il bene che vi voglio. No. E' meglio che non mi mettiate di mezzo. (si alza, mentre squilla il telefono).

Amalia. - Mamma, il telefono.

Geltrude. - (va a rispondere) Pronto... Buon giorno, signora... Ah, ha letto l'annuncio sul giornale?... Anche lei?... Eh, sì, è stata una disgrazia... ma no, niente con­doglianze... e nemmeno fiori... perché non è morto an­cora... (correggendosi) Voglio dire che mio genero è ancora vivo... sì, insomma... Sta in buona salute... solo gli è andato un po' fuori squadra il cervello... sa, come succede... un esaurimento... sì 1'esaurimento nervoso... e allora si crede morto in guerra... eh, sì, bisogna asse­condarlo... che vuol farci?... beh, speriamo bene... Grazie del pensiero... riferirò a mia figlia... grazie. (sbatte giù il microfono) Non se ne può più con questo telefono... Se continuano, siamo noi ad impazzire.

Amalia. - (pensierosa) Non credevo che Marco avesse tanti amici.

Raffaele. - Appena uno muore, tutti subito gli diventano amici.

Marco. - (appare sulla soglia. E' interamente sbarbato e vestito di nero. Porta pacchi e pacchettini. I quat­tro non si accorgono del suo ingresso) Raffaele, mi dai una mano?

Raffaele. - (dando un salto come avesse visto un fantasma) Oh, cavaliere, siete voi...

Marco. - Allora ti muovi?

Raffaele. - Subito. (va a toglierli i pacchetti).

Marco. - (va in giro per la stanza a leggere i nastri delle corone, non badando agli altri che lo guardano trasecolati) Quanta gente che mi vuol bene!

Raffaele. - (seguendolo in giro per la stanza) Cavaliere, la vostra morte ha avuto proprio successo. Figuriamoci quando morirete veramente. Fra cent'anni si capisce!

Marco. - C'è tempo, Raffaele. (rivolto agli altri) Prego. Continuate a parlare. Fate come se non ci fossi.

Amalia. - Marco, e i baffi?

Geltrude. - E la barba?

Marco. - Appartenevano al «fu cavaliere Vecchietti». Se li è portati via con sé.

Amalia. - E tutti quei pacchettini cosa sono?

Marco. - Piccoli regali che mi son fatti da me. Cravatte, pigiami, camicie, scarpe, tutta la bella roba che il fu cavaliere non poté avere in vita. (indicando un pacco) E qui ci sono due chili di caffè. Raffaele, non è vero che il caffè mi faceva male.

Raffaele. - No? Ma allora...

Marco. - Non me lo davano. Capisci? (trae un portasi­garette, accende una sigaretta e fuma con voluttà).

Geltrude. - (indignata) Fumi?

Marco. - Perché voi, no?... (a Raffaele) Certi sigari così si fumava!... Coi miei soldi, naturalmente.

Amalia. - (esaminando i pacchetti) Ma tu hai speso un patrimonio. I soldi dove li hai presi?

Marco. - Soldi? Ma è tutta roba a buffo. Ho piantato chiodi dappertutto. E' incredibile la roba che puoi avere firmando cambiali.

Geltrude. - (sgomenta) Hai firmato delle cambiali?

Marco. - (ridendo) Sì, un pozzo. E il bello che le paghe­rete voi. Non siete le mie eredi?... Ebbene, chi eredita raccoglie debiti e crediti. Voi raccogliete soltanto debiti. Una volta per uno.

Gigi. - Scusate, ma i negozianti vi hanno data la roba così, senza garanzia?

Marco. - Oh, no. Con la mia tessera di impiegato dello Stato. (ad Amalia) A proposito, ho fatto anche la ces­sione del quinto dello stipendio... da uno strozzino. Lui crede di aver imbrogliato me. Ma sono io che ho imbrogliato lui. Se ne accorgerà.

Amalia. - Ma ti manderanno in galera.

Marco. - Me? I morti non pagano tasse! (battendo sulla spalla di Gigi) Caro il nostro Gigetto! Beh, come va con mia moglie?

Gigi. - (sostenuto) Non capisco...

Marco. - Andiamo! Fatti sotto, adesso: è libera.

Gigi. - (protestando) Ma io...

Marco. - Oh, non dirmi che non vuoi sposarla più. Non sarebbe da galantuomo. Prima la illudi e poi... No, no. Fa' pure le pubblicazioni che non hai bisogno di aspettare 1'anno di lutto.

Amalia. - Marco, smettila!

Marco. - (a Gigi) Certo devi sciropparti la suocera. Ma non c'è rosa senza spine. E poi, Santa Rita fa tanti miracoli! Hai visto mai che Santa Rita si stufa e stavolta la grazia la fa a te?

Geltrude. - (disorientata) Che grazia?

Marco. - (a Geltrude) Quella che tu andavi a chiedere ogni giorno in chiesa per me. Ma si vede che tu non godi di buoni appoggi, lassù... perché Santa Rita il servizio te lo ha fatto solo a metà.

Amalia. - Come? Tu sapevi?

Marco. - E come, non sapevo? Ma da vivi bisogna «abbozzare ». E io abbozzavo, Amalia.

Gigi. - Beh, io vado. Ho bottega sola.

Marco. - (cordiale) Caro Gigetto, mi raccomando, torna quando vuoi. Mattina, sera... Non ti far riguardi. Si sa, i fidanzati hanno bisogno di stare insieme.

Gigi. - Cavaliere, a voi va di scherzare...

Marco. - Per tua norma, io non scherzo mai. (minaccioso) E adesso te lo dico con le buone, ma se non metti giudizio, ti combino uno scherzo da morto che te lo ricordi finché campi! Tanto non ti pago.

Gigi. - (indietreggiando) Sì... Sì... cavaliere...

Marco. - E adesso, fila!

Gigi. - Subito! (esce di corsa quasi inciampando).

Marco. - (ridendo) Quello non torna più. Mi dispiace per te, Amalia.

Amalia. - (dolce) Ma che dici? Cosa vuoi che me ne importi?

Marco. - Come? Non gli vuoi bene?

Amalia. - Io?

Marco. - (a Geltrude) Allora sei stata tu a combinare tutto?

Raffaele. - Cavaliere, voi dovete parlare dei fatti vostri: io scendo in guardiola.

Marco. - Sì... Tieni... (gli dà dei biglietti).

Raffaele. - Che sono?

Marco. - Non vedi? Biglietti da visita. (leggendo) «Mar­co Vecchietti, defunto, ringrazia». Tu, a ognuno che firma sul registro, ne dai uno... «Da parte del cavaliere».

Raffaele. - Il morto che ringrazia? Non s'è mai visto.

Marco. - Che c'è di strano? Io sono un morto educato.

Raffaele. - Sì, va bene: voi siete educato. Ma qui finisce a botte, cavaliere.

Marco. - Fa' come ti dico, non aver paura.

Raffaele. - E' una parola. Beh, io ci provo. Vediamo come la prendono. Con permesso? (esce).

Amalia. - E adesso che siamo soli, vogliamo parlare seriamente?

Marco. - Non siamo soli. C'è il gendarme.

Geltrude. - (furente)   Io   mia  figlia   non la lascio  sola con un pazzo.

Marco. - (ad Amalia) Hai sentito? (a Geltrude) Ma nel viaggio   di  nozze  forse ero pazzo che ci avete voluto seguire fino a Venezia?

Geltrude. - Volevo vedere come andava a finire.

Marco. - E come doveva finire? Da Adamo ed Eva, quelle cose finiscono sempre ad un modo...

Amalia. - Mamma, per favore, vuoi andare un momento di là?

Geltrude. - Se me lo chiedi tu... Ma fossi in te, non mi fiderei... (esce).

Marco. - Allora? Che vuoi dirmi?

Amalia. - Tu devi andare a Brà.

Marco. - Fossi scemo!

Amalia. - Marco, capisco il tuo risentimento. Forse abbia­mo esagerato contro di te; ma tu devi renderti conto che prima o poi ti scopriranno e passerai un sacco di guai.

Marco. - Senti, più guai di quelli che ho passato con voi due, è difficile.

Amalia. - Sì, hai ragione. (tenera) Ma c'è sempre tempo a riparare, no? Non dicevi ieri che possiamo ricostruire la nostra vita?

Marco. - E tu credi   che  bastino  due  paroline   dolci a cancellare il passato?   Mi dispiace, Amalia, ma io non parto. Tra i vivi non ci torno più.

Amalia. - E se ti pagassimo tutte le spese? Eh? Con il danaro anche per un bel soggiorno in albergo? Potrebbe servirti di svago e, stando sul  posto, a  tuo comodo s'intende, potresti dare una capatina in Municipio. Che ne dici?

Marco. - E voi due rimarreste qui?

Amalia. - Certo. Che ci veniamo a fare? E' una faccenda che riguarda te.

Marco. - Beh, la cosa si può studiare. Ma fammi capire: a te tutti questi quattrini chi te li dà? Gigetto?

Amalia. - Per chi mi prendi?... Ecco... mamma, povera donna, ha qualcosa da parte e allora...

Marco. - Ah, ce l'ha il «malloppo», la vecchia! E non lo diceva!

Amalia. - Oh, una sciocchezzuola. Giusto per la vecchiaia.

Marco. -   Eh, brava! I quattrini suoi, da parte, e i miei da sciupare!

Amalia. - Adesso non formalizzarti. E' poca roba.

Marco. - Poca o molta, l'azionaccia  resta...  Beh,  forse mi deciderò a partire.

Amalia. - Bravo! Caro Marco.

Marco. - Un momento. Se parto, questa forse sarà la mia ultima settimana da morto.  Perciò voglio spassarmela. La vecchia deve trattarmi bene. Voglio... ma è meglio fare i conti e ti scrivo quello che mi serve. (va al tavolo e si mette a scrivere).

Amalia. - (chiamando) Mammà, puoi venire.

Geltrude. - (entrando) Allora?

Amalia. - Marco accetta di partire.

Geltrude. - Era ora!

Marco. - (che ha finito di scrivere) Ecco la somma che mi occorre.

Geltrude. - (leggendo) Sei pazzo?

Marco. - Per meno ci rimetto. Mi conviene restar morto.

Geltrude. - Sei un ricattatore.

Marco. - Prendere o lasciare.

Geltrude. - Tornerai vivo!

Amalia. - Mammà!

Geltrude. - E io qui ti aspetto.

Marco. - (ad Amalia) La senti?

Amalia. - Mammà, adesso bisogna lasciarlo partire. Poi, quando torna...

Marco. - Ah, sì, quando torno...

Amalia. - (riprendendosi)  Voglio dire: quando torni, si vedrà.

Geltrude. - Va bene. Quando torna...

Marco. - (sottovoce) Voglio vedere chi torna qua.

Amalia. - Eh, che hai detto?

Marco. - Niente,  niente.  Parlavo  tra  di  me.  Facevo i conti.

Geltrude. - Giusto, i conti.

Raffaele. - (irrompe in scena. Ha la testa fasciata) Cavaliere, cavaliere...

Marco. - Uh, Raffaele, che hai fatto?

Raffaele. - Cavaliere, ve 1'avevo detto io che finiva a mazzate!

Marco. - Ma chi è stato?

Raffaele. - Quello del terzo piano che ha la moglie grave. Appena gli ho detto: «Ragioniere la mettete una firma per i morti?», lui m'ha risposto: «Subito. Ma col bastone». E giù una bella mazzata. Allora anche gli altri: «Raffaele, apri il portone che porta jella». E siccome mia moglie, che è scema, non capiva, è suc­cessa la buriana. Li sentite?

(Si odono grida, rumori, voci che si avvicinano).

Amalia. - Vengono, qua, Gesù mio!

Geltrude. - (a Marco) Hai visto che hai combinato?

Raffaele. - Cavaliere, coi morti di questi tempi non si può scherzare.

Marco. - (assumendo un atteggiamento battagliero, men­tre le due donne e Raffaele cercano di nascondersi per la paura) Si capisce che si offendono. Anche loro sono morti e non lo sanno ancora!

FINE DEL PRIMO ATTO

ATTO    SECONDO

QUADRO   PRIMO

Nel paesino di Brà. Una camera d'affitto per viaggiatori nell'unica locanda del paese. La camera è ridente ed ammobiliata con il gusto vivace e il rustico decoro degli albergucci di montagna. A sinistra la porta che conduce in un'altra stanza. In fondo una ampia finestra con tendine colorato di cui si vede lo splendido panorama delle montagne circostanti. Sono passati alcuni giorni dal primo atto. A sipario ancora chiuso si udrà la musica fragorosa di una banda di paese che suona una marcia festosa. Al levarsi del sipario la musica continuerà fino a quando la finestra rimarrà aperta. Per un attimo scena vuota. Poi entra dalla porta di destra la figlia dell'albergatore, Mariella, una bella ragazza che va a chiu­dere la finestra, La musica non si ode più.

Mariella. - (rivolta a destra dice) Prego,  da  questa parte.

Marco. - (entrando. Indossa soprabito  e  cappello. Ha in mano una valigia) Grazie. (depone la valigia).

Mariella. - Ecco la camera. E' rimasta soltanto questa perché oggi c'è festa in paese.

Marco. - Sì, ho visto venendo.

Mariella. - Allora si ferma?

Marco. - Naturalmente. Dove vuole che vada?

Mariella. - Benissimo. Fa pensione o mangia fuori?

Marco. - Si può mangiar fuori?

Mariella. - No. Questa, oltre che  l'unica  locanda  del paese, è anche 1'unico ristorante.

Marco. - E allora perché me lo domanda? Mangerò qui.

Mariella. - Bene. Si ferma molto?

Marco. - (sedendo stanco su  di una  sedia) Signorina, sono appena arrivato. Ho fatto   quattro   chilometri  di salita sotto il sole e lei mi toglie il respiro con tutte queste domande. Cosa vuol sapere ancora? Vengo da Napoli. Sono ragioniere incensurato e vedovo. Non ho figli, ho fatto il militare nel Terzo Alpini, da piccolo ho avuto la scarlattina, il morbillo e gli orecchioni. Sono astemio, fumo nazionali e dormo sul fianco sinistro. Le basta?

Mariella. - Non m'importa da che lato dorme, ma ho il dovere d'informarmi, perché in queste feste non si sa mai che gente capita. Il mese scorso prese alloggio un tizio che sembrava una persona rispettabile come lei e la notte si mise a passeggiare nudo sui cornicioni.

Marco. - Stia tranquilla. Non sono sonnambulo.

Mariella. - Nemmeno lui lo era. Sosteneva soltanto che i vestiti sono un'ipocrisia sociale. Adesso gira con la camicia...

Marco. - Ah, ha migliorato.

Mariella. - Con la camicia  di forza.   E' in manicomio.

Marco. - Non sono pazzo. Ma lo diventerò se lei continua a parlare. E, per favore, vuol aprire la finestra? Si soffoca.

Mariella. - Subito. (Esegue. Ma subito si sente la musica fragorosa della banda).

Marco. - Per carità, chiuda!

Mariella. - Come dice?

Marco. - (più forte) Ho detto di chiudere.

Mariella. - (chiude la finestra. Torna in silenzio) Non le piace la musica?

Marco. - Ma suonano sempre così forte?

Mariella. - Quand'è festa, sì. Sono pagati apposta.

Marco. - E non potrebbero andare a suonare in un altro posto?

Mariella. - Questa è la piazza del paese: 1'unica. Lei, affacciandosi, può godersi la festa senza nessun supplemento.

Marco. - Adesso capisco perché questa stanza non è stata affittata. E capisco anche perché il mio predecessore è impazzito.

Mariella. - Ho l'impressione che lei si creda un tipo spiritoso.

Marco. - Perché? E' proibito?

Mariella. - Noi siamo gente seria. Lavoriamo tutto 1'anno.

Marco. - Le hanno mai detto che lei appartiene alla detestabile categoria delle donne saccenti?

Mariella. - No. Nessuno s'è mai permesso...

Marco. - E allora mi permetto io. E d'ora innanzi mi farà il piacere di mandarmi un'altra cameriera che non mi dia sui nervi.

Mariella. - Non sono la cameriera, ma la figlia dell'albergatore.

Marco. - Allora si sposi, signorina. Vedrà che si calmerà.

Mariella. - Non cerco marito.

Marco. - Allora resti zitella. Ma mi lasciin pace.

Mariella. - (sostenuta) Tenga. (gli dà un foglio).

Marco. - Cos'è

Mariella. - Il modulo da riempire per il registro dei clienti.

Marco. - Sono stanco, scriva lei, per favore.

Mariella. - (accingendosi a scrivere) Come si chiama?

Marco. - Marco Vecchietti.

Mariella. - Come ha detto?

Marco. - Marco Vecchietti fu Aristide, nato qui a Brà.

Mariella. - (con un grido) No! (lascia cadere il foglio).

Marco. - Come no? Vuole che non sappia come mi chiamo?

Mariella. - (gridando) Papà... Papà... (esce precipitosamente).

Marco. - Ma questo è un covo di matti!

 

(Si alza, indossa soprabito e cappello, prende la valigia e si avvia verso la porta. Ma sulla porta si scontra con Nicola, l'albergatore, che lo ferma).

Nicola. - Un momento. Dove va?

Marco. - Vado via. Mi lasci passare.

Nicola. - Lei non può andarsene. Aspetti. (gli toglie cappello e valigia).

Marco. - Ma che succede? Siete tutti matti?

Nicola. - Aspetti un momento. La prego, si segga. Vuole un sigaro? Prende un caffè? (lo fa sedere quasi con forza, poi chiamando) Mariella! Mariella, dove sei?

Mariella. - (apparendo) Eccomi, papà.

Nicola. - Presto, porta un caffè al commendatore.

Marco. - Non sono commendatore.

Nicola. - No? Come mai? (a Mariella) Perché resti lì, impalata? (a Marco) Preferisce qualche altra cosa? Un liquorino?

Marco. - Niente, grazie. (fa per alzarsi, ma Nicola lo fa risedere).

Nicola. - Un momento di pazienza, commendatore. (a Mariella) Avanti, sbrigati con questo caffè. (Mariella esce).

Marco. - Ma io voglio andare...

Nicola. - La prego: un momento.

Marco. - Ma insomma, vuole spiegarsi?

Nicola, - Adesso viene il sindaco. Le spiegherà lui.

Marco. - Il sindaco?

Nicola. - Si, l'ho mandato a chiamare.

Marco. - Me ne infischio del sindaco! Mi lasci uscire o la denuncio. Denuncio tutti.

Nicola. - Per carità, non gridi così. Possono sentirla.

Marco. - Ma chi vuole che senta con quest'accidente di musica?

Nicola. - La prego, stia buono. Il Municipio è qui sotto. Il sindaco viene subito.

Marco. - Giusto. Il Municipio. M'ero scordato. Devo andare in Municipio.

Nicola. - No, no. Che Municipio? Lei vuol scherzare. E poi, oggi il Municipio è chiuso. E' festa.

Marco. - Ci andrò lo stesso. Lo farò aprire. Sono un cittadino di Brà.

Nicola. - Sì, sì. Ma adesso si calmi, per l'amor di Dio!

(Si odono delle voci affannate che dicono: «Dove sta? — Di qua — Andiamo»),

Nicola. - Ecco il sindaco.

Sindaco. - (irrompe in scena. E' un grassone atticciato. Lo segue Giuffredi, il segretario comunale, un tipo segaligno) E' lui l'uomo?

Nicola. - (tragico) E' lui.

Sindaco. - (disperato) Oh, com'è bello grasso!

Giuffredi. - Sì, signor sindaco, è una vera disgrazia.

Marco. - Insomma, sindaco o no, vuol spiegarmi?

Sindaco. - Certo, certo. Un minuto e sono subito da lei. (a Nicola) Chiudi le porte e non lasciar passare nessuno!

Nicola. - Non   dubiti!   (Esce  chiudendo  dietro di sé la porta. Si sente girare la chiave nella porta).

Marco. - Cosa fa? Chiude?

Sindaco. - Non si preoccupi, (presentando) Giuffredi, il segretario comunale...

Giuffredi. - (inchinandosi) Io non volevo... è stato il sindaco.

Sindaco. - (a Giuffredi) Non cominciamo a lare a scaricabarili. Eravamo tutti e tre d'accordo.

Giuffredi. - Io no. L'ho fatto soltanto perché me 1'avete ordinato.

Marco. - Insomma, volete ricordarvi che qui ci sono io?

Sindaco. - Oh, mi scusi. Lei ha ragione. Ma è proprio il signor Marco Vecchietti fu Aristide?

Giuffredi. - Nato a Brà il 14 gennaio 1906?

Marco. - Precisamente.

Giuffredi. - E' proprio lui. Non c'è dubbio. Che pasticcio! Signor sindaco, si ricordi che io ho seguito soltanto i suoi ordini!

Sindaco. - (a Giuffredi) La smetta! (a Marco) Ecco, nel '40, come lei sa, scoppiò la guerra.

Marco. - Non potrebbe cominciare un po' più da vicino?

Sindaco. -  Ma  senza  la  guerra  non  sarebbe successo niente.

Marco. - Allora, avanti con la guerra.

Sindaco. - Per quattro anni, cioè per tutta la durata del conflitto, qui, in paese, non avemmo nessun danno né alle persone né alle cose... Capirà... un paesino di mon­tagna... ottocento abitanti... Insomma ormai la guerra stava per finire. Era questione di giorni. Anzi, di ore. Sennonché proprio all'ultimo giorno subimmo un bom­bardamento. Bombardamento per modo di dire.

Giuffredi. - Sì. Una sola bomba. Uno spezzone.

Sindaco. - Che non era destinato a noi. Ma al ponte che c'è a dieci chilometri di qui. Quell'unica bomba cadde sul tetto di questa camera e fece un buco.

Giuffredi. - Che spavento!

Marco. - (interessato) Ci furono morti?

Sindaco. - No. Nessuno; nemmeno un ferito. La camera era vuota. Dopo poche ore scoppiò la pace. Lei deve sapere che il nostro paese da venti anni aspetta che gli costruiscano la stazione ferroviaria.

Giuffredi. - Ma anche San Martino vuole la stazione.

Sindaco. - San Martino è il paese vicino. Il Ministero però ha fatto sapere che di stazioni può farne una sola: o qui o là. Perciò da venti anni noi siamo in lotta con San Martino.

Giuffredi. - Oh, una lotta a coltello. Se sapesse!

Sindaco. - E' vero. Perché se l'accelerato regionale si ferma qui, è una fortuna per noi; se ferma invece a San Martino, sono 1'agricoltura e il commercio dei sanmartinesi che se ne avvantaggiano.

Giuffredi. - Brutta gente, quelli di San Martino.

Sindaco. - (a Giuffredi) Non fate pettegolezzi. (a Marco) Ora Roma sta per decidere. (confidenziale) Vinciamo noi: sì, la stazione la faranno qui.

Marco. - E a me che me ne importa?

Sindaco. - Ma lei è nato qui; è un nostro concittadino. Dovrebbe asserne contento!

Marco. - E' dall'età di tre anni che vi manco. Non conosco più nessuno e non ho più nessun parente.

Sindaco. - Sì, lo sappiamo... Dunque, come le dicevo, vinciamo noi. Ma sa perché? Perché a Roma, al Ministero, nella nostra pratica, fra gli altri titoli di merito ci è quello che abbiamo avuto un caduto nell'ultima guerra.

Giuffredi. - (ridendo) Anche San Martino ha avuto il «suo morto»; ma non come noi. Eh, no!

Sindaco. - Eh, già: era un cavallo.

Marco. - Come?

Sindaco. - Ma   sì,  il   morto di San Martino era soltanto un cavallo; colpito da una scheggia, (allegro) Noi, invece, di morti ne abbiamo uno vero: lei.

Marco. - Ah, già, io sarei morto in guerra.

Sindaco. - Sì: lei figura morto sotto quella bomba.

Giuffredi. - Oh, ha fatto una morte bellissima! Stia tranquillo.

Marco. - Ma questo è un imbroglio.

Sindaco. - A fin di bene, mi creda, a fin di bene. L'idea ci venne perché la bomba bruciò alcuni vestiti e delle valigie abbandonate in questa camera della locanda. Quando l'albergatore mi chiamò per constatare i danni e ci guardammo in faccia, ci venne lo stesso pensiero: «Peccato che in quei vestiti non ci fosse nessuno!». La guerra era finita e noi non facevamo più in tempo ad avere nemmeno un morto.

Marco. - E allora pensaste di mettere me in quei vestiti.

Sindaco. - Oh, solo una finzione. Dio la conservi cent'anni in buona salute!

Giuffredi. - Fu il sindaco a cancellare il nome dal registro di stato civile. Io non E' entro.

Marco. - Ma perché sceglieste proprio me?

Sindaco. - Lei mancava da quarant'anni dal paese! Nes­suno conosceva la sua faccia; e fu Nicola, 1'albergatore, a suggerire di farlo figurare come arrivato alla locanda proprio la sera del bombardamento. E scrisse il suo nome sul registro dei viaggiatori in arrivo. Noi due (indica Giuffredi) lo cancellammo dal registro dei vivi e lo passammo su quello dei morti.

Giuffredi. - Lei, lei... Io ho soltanto ubbidito.

Marco. - Ma come mai in tutti questi sette anni tutte le volte che ho avuto bisogno di un certificato, io risultavo vivo?

Sindaco. - Perché noi rilasciavamo il certificato in regola: da vivo. Ma due settimane fa questo cretino (indica Giuffredi) ha mangiato le more...

Marco. - Le more?

Sindaco. - Sì, le fragole... Come le chiama? E gli è ve­nuta la colite.   Così  il  giorno   in cui da Napoli lei ha richiesto il certificato, c'era un altro impiegato in Mu­nicipio. E quell'altro che non sapeva niente, ha letto sul registro: «Marco Vecchietti morto» e ha scritto sul certificato «deceduto»; e l'ha spedito. Quando ce ne siamo accorti era troppo tardi. Ma non pensavamo che lei venisse; e proprio oggi.

Marco. - Perché, oggi cos'è?

Sindaco. - Il settimo anniversario della sua morte gloriosa. Ogni anno in questo giorno è festa per il paese. Auto­rità e popolo celebrano 1'eroismo dell'unico figlio caduto per la patria. Fra poco si faranno i soliti discorsi al suo monumento.

Marco. - Come? Ho anche un monumento?

Sindaco. - Non l'ha visto, venendo? Bellissimo, anche se non le somiglia.

Marco. - Ma la gente dunque non sa niente?

Sindaco. - No; siamo in tre soli a saperlo: io, 1'albergatore e lui.

Giuffredi. - Come segretario comunale io ho ubbidito a un ordine del sindaco.

Marco. - Insomma, non sono soltanto morto, ma anche glorificato. Scusi, nella statua sono a cavallo?

Sindaco. - No, a mezzo busto. Il marmo non è bastato.

Giuffredi. - Sta così: (prende un atteggiamento fiero) con una mano regge l'aquila e con l'altra indica il cielo.

Marco. - E in testa non ho niente?                     

Sindaco. - Le volevamo mettere la colomba della pace, ma poi vi abbiamo rinunciato.

Marco. - Meglio così. L'aquila... la colomba... no, troppi pennuti. Ha detto che sto così? (prende una posa).

Giuffredi. - No, così. (gli corregge la posa).

Marco. - Oh, devo esser bello!

Sindaco. - Magnifico. E sotto c'è un'altra cosa.

Marco. - Ancora?

Sindaco. - Una corona di bronzo con le parole: «A Marco Vecchietti che da questa piazza spiccò il volo per i cieli della   gloria,  il  paese  che  ebbe fortuna di dargli i natali, a perenne memoria del suo grande figlio, questo monumento eresse, per tramandarne nel marmo l'effige alle generazioni che verranno. Passante, scopriti e medita».

Marco. - Scopriti e medita?

Giuffredi. - Sono parole del sindaco.

Sindaco. - Modestamente...

Marco. - Così sono bell'e sistemato!

Sindaco. - Oh, no, lei può chiedere tutti i certificati che vuole. Noi scriveremo sempre che lei è vivo. Vivissimo; per cent'anni.

Marco. - (riflettendo) Già... tutto sta a vedere se adesso mi conviene fare il morto o fare il vivo.

Sindaco. - Come? Ma lei non è venuto per farsi correggere il certificato?

Marco. - Sì: ma è un'idea di mia moglie. Sa come sono testarde, le donne! «Parti. Parti.». E son partito. Ma non credevo di trovarmi in piazza cambiato in monu­mento. Non capita tutti i giorni di finire nel marmo da vivo. Eh no, e più ci penso e più mi convinco che mi conviene continuare a fare l'eroe... Con l'aquila in mano. Va bene così? (prende la posa) E restare statua. Naturalmente, se laggiù faccio la statua, qui deve es­serci qualcuno che provvede al mio sostentamento; e non potete essere che voi.

Sindaco. - Io?

Marco. - Voi o il Comune, è lo stesso. Non sono l'eroe cittadino? Ebbene, non vorrete far morire di fame il vostro unico eroe.

Sindaco. - Ma allora lei pensa di speculare sulla situazione?

Marco. - Speculare? Che paroloni! Esigo il giusto tri­buto per i servizi resi al paese. Vitto alloggio, e qual­che altra sciocchezzuola per i minuti piaceri. Non credo di chiedere troppo. Eh, caro sindaco, i morti illustri vanno onorati! E poi la stazione dove la mettete? Una stazione è una stazione. Il paese se ne avvantaggerà, i traffici prospereranno, voi vi arricchirete; e a questo povero morto qua, che vi fa ottenere tante cose, volete almeno dargli da vivere?... O volete costringerlo ad andarsene fino a San Martino a dire a quegli altri: «Lo sapete che succede a Brà? Il morto in piazza sono io. E la stazione spetta a voi, perché quelli di Brà l'hanno ottenuta con l'inganno, la frode e il falso in atto pubblico?»... Se parlo così, dieci anni di galera non glieli toglie nessuno, signor sindaco.

Sindaco. - Ma questo è un ricatto.

Marco. - Va bene. Non parliamone più. (prende la valigia e si avvia).

Sindaco. - Dove va?

Marco. - A San Martino a vedere se i morti li trattano meglio. E se non apre la porta, mi affaccio alla finestra e grido a tutto il paese che il monumento è falso.

Sindaco. - Aspetti; ragioniamo.

Marco. - C'è poco da ragionare: accetta o non accetta?

Sindaco. - Mi dia tempo ventiquattr'ore per pensarci su. Vedrà che ci metteremo d'accordo.

Marco. - Bravo! Questo discorso mi piace. (depone la valigia) Caro sindaco, il Comune avrà certamente stan­ziato una somma per la mia onoranza: la musica, le luminarie, i festoni, le corone.

Giuffredi. - Ci sono anche i fuochi artificiali, stasera.

Marco. - Benissimo! Anche i fuochi artificiali. E allora metta sul bilancio del Comune anche il mio soggiorno qui. Tanto un po' più, un po' meno, non è lei che paga.

Sindaco. - Questo è vero.

Marco. - Allora, di che si preoccupa? E se il Comune non ho danaro, metta una nuova tassa. Le tasse sono state inventate apposta; e i contribuenti hanno un solo dovere: lavorare, pagare e tacere.

Sindaco. - Oh, no, una nuova tassa, no. Li ho già spre­muti abbastanza. Attingerò ai fondi segreti del Comune.

Marco. - Ottima idea. Tanto un morto più segreto di me dove lo trova?... E adesso, se permette vorrei scendere in piazza a godermi la festa.

Sindaco. - Non mi caccerà nei guai?

Marco. - Non siamo d'accordo? Anzi, facciamo così: lei mi può presentare come un amico del povero morto. Dirò che mi chiamo Aldo Rossi... Un nome molto co­mune, no?... Io sosterrò la mia parte... stia tranquillo. E adesso, vuole aprire la porta?

Sindaco. - (va alla porta e grida) Nicola, apri! (Nicola entra) Nicola, ti presento il signor Aldo Rossi.

Nicola. - Sì, ho sentito tutto.

Sindaco. - Allora, sei d'accordo?

Nicola. - Per forza. (stringendo la mano a Marco) Tanto piacere, signor Rossi.

Marco. - (salutando) Signor Nicola! (recitando) Il povero Marco che ho conosciuto da quand'era così piccolo, mi parlò molto bene della sua locanda. Credo che mi fermerò un po' a lungo.

Nicola. - (a denti stretti) Lei è il padrone.

Marco. - Naturalmente fido in un trattamento d'amico per il vitto e per il resto.

Nicola. - (c. s.) Ci conti.

Marco. - Vogliamo andare? (ma sulla porta appare Mariella).

Mariella. - Papà!

Nicola. - Vieni, Mariella, vieni. Ti presento il signor Aldo Rossi di Napoli.

Sindaco. - Sì, un amico del povero Vecchietti... Stava per spiegartelo quando sei scappata...

Mariella. - Ah, lo dicevo io che voleva fare lo spiritoso.

Marco. - Proprio così, signorina. Mi scusi.

Mariella. - Papà, c'è gente.

Sindaco. - Del paese?

Mariella. - No, forestieri. Vengono a rendere il solito omaggio alla stanza dove si spense l'eroe.

Sindaco. - (a Marco) Possiamo farli entrare? Sa, la popolarità ha le sue esigenze...

Marco. - Troppo giusto. Il povero Marco, lassù, ne sarà lietissimo. (indica il cielo) Solo, mi dica, l'ingresso è gratuito?

Nicola. - Naturalmente.

Marco. - Male, male! Bisognerebbe farli pagare. Un piccolo obolo, tanto per valorizzare l'attrazione.

Sindaco. - E' un'idea. Ci penserò. (a Giuffredi) Falli passare.

Giuffredi. - Signorsì. (esce).

(Tutti   i  presenti  assumono   atteggiamenti da circo-stanza.   Entrano  con aria computa alcuni uomini e donne che portano dei fiori. Gli uomini si tolgono il cappello).

Sindaco. - Prego, signori, da questa parte... (subito in tono di imbonitore, come ripetendo un discorso a memoria) Come vedono, signori, loro si trovano nella stanza dove il nostro indimenticabile eroe chiuse gli occhi alla vita terrena... Quello è il suo letto. Quello l'origliere dove posò il capo, l'armadio dove rinchiuse i vestiti, la sedia che le resse le sue stanche membra, il tappeto che i suoi piedi calpestarono... la finestra di dove il suo sguardo spaziò per l'ultima volta sulla verde vallata, sui candidi monti, i bianchi armenti, i gigli in fiore...

(Va alla finestra e la spalanca. Subito fragoroso entra il suono di una marcia militare. Il Sindaco si irrigidisce sull'attenti. Si odono di fuori applausi e grida di evviva. Il Sindaco alla finestra si inchina alla folla che applaude. I visitatori sfilano dinanzi al letto, inchinandosi come se ci fosse un morto. Le donne, passando, depongono i fiori sul letto. Mariella porta un fazzoletto agli occhi, commossa).

Marco. - (a Mariella) Coraggio: egli continua a vivere nei nostri cuori!

(cala la tela).

QUADRO   SECONDO

La stessa scena del quadro precedente. Son passati tre giorni. E' mattina. In scena sono Marco e Mariella. Mariella e seduta.

Marco. - (elegantissimo, in un abito nuovo, passeggia parlando) Era un uomo semplice, buono, onesto. Ma non gli valse a nulla. Tutti approfittarono della sua bontà: gli amici, i parenti, persino la moglie.

Mariella. - (interessata) Aveva moglie?

Marco. - Sì, e anche la suocera: una donna che di femminile aveva soltanto il nome: Geltrude.

Mariella. - Povero Marco!

Marco. - Si, finché visse fu un disgraziato; e solo morendo, cominciò veramente a vivere.

Mariella. - Lei deve avergli voluto molto bene.

Marco. - E gliene voglio ancora. Alla memoria, s'intende.

Mariella. - Sa che lei parla molto bene, signor Rossi?

Marco. - Davvero?

Mariella. - Sì, ha un modo di esporre le cose, così sem­plice e simpatico... e poi, la sua voce... Ecco, lei non urla come fanno tutti qui, ma parla con un tono som­messo, eppure gradevole e penetrante. Sì, ti scende piano piano dentro e uno se lo ricorda per sempre. Per esempio, ieri quando mi ha detto; «Mariella, sa che lei è una bella ragazza?»... Io stanotte ci ho ripensato e non riuscivo più a dormire... Oh, mi scusi: sono una sfacciata.

Marco. - No, apprezzo anzi la sua schiettezza. Le donne che ho avvicinato sinora pensavano una cosa e ne dicevano un'altra. In quanto a stanotte, poi, devo dirle che anch'io non riuscivo a dormire.

Mariella. - Ah, pensava a me?

Marco. - No, nel letto  c'erano delle foglie d'alloro che mi pizzicavano.

Mariella. - Oh!

Marco. - Scusi, ma dovrebbe proibire ai visitatori di met­tere i fiori nel letto quando io esco. Anche ieri ho tro­vato dei crisantemi sotto il cuscino. Mi fa impressione!

Mariella. - D'ora innanzi chiuderò la sua porta a chiave e non potrà entrare più nessuno.

Marco. - Grazie. Lei è una cara ragazza. E pensare che al primo incontro la giudicai male...

Martella. - La colpa fu mia che l'aggredii con tutte quelle domande. Ma l'avevo scambiata per uno dei so­liti viaggiatori di commercio che raccontano barzellette volgari e che, affittando una stanza, credono di aver comprato il diritto di venire a letto con me.

Marco. - Addirittura!

Mariella. - Sì. Ho distribuito più ceffoni io in questa stanza che tutte le ragazze del paese.

Marco. - Brava: fa bene a difendersi. Non capisco come lei possa suscitare pensieri volgari. Non è davvero il tipo con cui si possa pensare ad una avventura d'albergo.

Mariella. - (pudica) Oh, Dio, se trovassi il mio tipo, non dico che non ci starei... Per me l'amore giustifica tutto; ma fino ad oggi non l'ho ancora incontrato.

Marco. - Capisco.

Martella. - Scusi, signor Rossi... lei è scapolo?

Marco. - Vedovo.

Mariella. - Da molto?

Marco. - Sette anni.

Mariella. - Tanti!

Marco. - Oh, si, e a volte mi pesa la solitudine, (una pausa) Ma lei, Mariella, come mai non si è ancora spo­sata? Eppure chissà quanti giovani qui le fanno la corte!

Mariella. - Non me ne parli! Non sposerò mai uno zo­ticone di paese che divide le ore libere fra l'osteria e le discussioni sulle partite di calcio. Oh, come li detesto! A me piacerebbe sposare uno di città: un uomo colto, fine, anche se disoccupato. Tanto io sono ricca e mio padre mi adora... Lei di che si occupa, signor Rossi?

Marco. - Io?

Mariella. - Sì, che mestiere esercita?

Marco. - (vago) Mi occupavo di finanze... Ma ho perduto l'impiego.

Mariella. - Oh!

Marco. - Adesso viaggio. E' morto un mio parente e m'ha lasciato una eredità; e finché dura, vado avanti così: senza far niente.

Mariella. - Fa benissimo. Un uomo intelligente come lei è sprecato ad ammuffire in ufficio. Lo dice anche mio padre.

Marco. - Suo padre le ha parlato di me?

Martella. - Sì, dice che lei è pieno di iniziative. L'idea del concertino serale nel giardino dell'osteria per far pagare i posti gli frutta dei bei soldi. E la pista da ballo? E il giuoco delle bocce con la tariffa per ogni partita? E l'ingresso a pagamento alla terrazza per ammirare il panorama col telescopio? Lei ha valoriz­zato ogni angolo della locanda.

Marco. - (correggendo) Albergo.

Mariella. - Sì, «l'Albergo della Gloria». Come suona bene. Anche il nome ci ha cambiato! Lei è un genio del turismo! Sono parole di papà.

Marco. - Ho ancora qualche altro progetto.

Mariella. - Davvero?

Marco. - Sì, lo sto maturando. Questo albergo può rendere il doppio.

Mariella. - Che bellezza! Ma come fa ad avere tante idee in quella testa? Oh, una donna non dovrebbe mai stancarsi al suo fianco! E' come camminare su di un vulcano: non si sa mai quello che bolle sotto!

Marco. - (andando alla finestra e guardando fuori) Cara Mariella, i dispiaceri mi avevano atrofizzato il cer­vello. Adesso, in questo paese, in questa pace, basta che io mi affacci e veda quella cerchia rosata di monti, respiri quest'aria pura, perché mille pensieri vivaci nascano in me.

Mariella. - (gli si avvicina e gli si mette al fianco, guardando anch'essa fuori) Non m'era mai parso così bello questo paese!

Marco. - Ogni paese ci appare bello o brutto a seconda che ci dà gioia o dolore.

Mariella. - (accostandosi ancor più a Marco) Lei deve vederlo sotto la luna questo paese. Di lassù, al poggio, è uno spettacolo indimenticabile! Se vuole, stasera lo accompagno. Non se ne pentirà.

Marco. - (allontanandosi un po') E se la vede qualcuno?

Mariella. - Me ne infischio. (torna ad avvicinarsi a lui).

Marco. - Mariella, lei non sa nulla di me: potrebbe essere un gioco pericoloso.

Martella. - Mi  piace il  rischio. E poi, a chi devo dar conto solo a mio padre; e proprio lui ieri mi diceva: «Ah, se il signor Aldo si fermasse qui per sempre!».

(Entra il Sindaco.  I due  che  sono  di spalle non lo vedono. Il Sindaco sta per un attimo fermo, perplesso; poi torna ad uscire, e di fuori bussa).

Sindaco. - Permesso?

Marco. - (allontanandosi da Mariella) Avanti!

Sindaco. - (entra e va incontro affettuosamente a Marco) Oh, caro Aldo, come stai? Disturbo?

Sindaco. - Ti prego. Non ho nulla da fare.

Mariella. - Io vado. (a Marco) Se ha bisogno, suoni.

Marco. - Grazie. (Mariella esce).

Sindaco. - Bella ragazza: felice chi la sposa!

Marco. - Già.

Sindaco. - Ecco qua. (trae di tasca dei fogli) Ho il pro­getto per quella nuova tassa che mi hai suggerito: se vuoi darci un'occhiata.

Marco. - (prendendo le carte) Volentieri.

Sindaco. - Non credi  sia  eccessivo far pagare la gente anche se si appoggia ad un muro?

Marco. - Caro sindaco, i tuoi amministrati consumano le giornate  al  sole, neghittosamente,   seduti sul muro di cinta della piazza. Di qui io li vedo.

Sindaco. - Hanno  fatto   sempre  così.   Non  hanno   altri svaghi.

Marco. - Ebbene,   questa è occupazione abusiva di suolo pubblico.  Il  muro   è   forse  loro?  No, è del  Comune. Dunque, paghino al Comune l'uso del muro se vogliono appoggiarmi. Altrimenti vadano altrove.

Sindaco. - Ma come faccio ad esigere i soldi?

Marco. - Ci metti le guardie.

Sindaco. - Ma se ne ho solo due!

Marco. - Ebbene,  una   da  una  parte e una dall'altra. Appena uno si appoggia al muro, la guardia stacca la bolletta e fa pagare  la  sosta. Tante ore di sosta, tanti quattrini...

Sindaco. - Giusto, la bolletta. Non ci avevo pensato. Ma con che nome iscrivo in bilancio la nuova tassa?

Marco. - Tassa sulla siesta... Senti come suona bene? Siesta. L'importante è che le tasse abbiano dei nomi dolci. Più sono gravose e più debbono suonare bene all'orecchio dei contribuenti.

Sindaco. - Sei straordinario! Hai un vero talento per cavar danaro anche alle pietre. Tu dovresti essere mi­nistro delle finanze.

Marco. - C'ero, alle finanze, ma non ero ministro.

Sindaco. - Meglio così, altrimenti non saresti qui.

Marco. - A proposito di soldi: ho dato un'occhiata alla tua proprietà.

Sindaco. - (preoccupato) Ebbene?

Marco. - Non mi avevi detto che la stazione è un bene per il paese?

Sindaco. - Non è forse vero?

Marco. - Sì, ma è anche e soprattutto un grosso affare per te. I tuoi campi vengono a finire proprio sulla strada ferrata, e il loro valore aumenterà almeno dieci volte. Negalo, se puoi!

Sindaco. - Ebbene... sì, non lo nego...

Marco. - Bravo! Allora ho pensato di lasciarmi corrom­pere da te per tenere il silenzio su questa mia scoperta. Mi accontento di un piccolo vitalizio e di una carta d'identità intestata al nome di Aldo Rossi. Non credo di chiedere troppo.

Sindaco. - Ma t'ho già dato molto danaro...

Marco. - Tu? Il Comune, vorrai dire. Questo che ti chiedo è, invece, un piccolo sacrificio personale. Mi pare che quei campi ne valgano la pena.

Sindaco. - Non so dove arriveremo: sei insaziabile!

Marco. - Caro sindaco, io ho imparato da te; applico in piccolo quello che tu fai in grande. Ognuno secondo la sua fame.

Sindaco. - E sia: mi tieni in pugno, ormai. Ma bada, è l'ultima concessione che ti faccio.

Nicola. - (entrando) Buon giorno, cari amici. Bella giornata, eh? Credo che avremo molti turisti. Come stai, Aldo?

Sindaco. - (allusivo) Ha sempre più fame.

Nicola. - (equivocando) Fame? Ci penso io: son qui per quanto. (a Marco) Che cosa vuoi che ti prepari? Una bistecchina? Un polletto alla diavola?

Sindaco. - Già, il polletto... Ci vuol altro per lui!... Beh, ho da fare. Buon giorno. (esce).

Nicola. - Che gli hai fatto, al nostro sindaco? Un'altra stoccatina?

Marco. - Piccola, piccola, così...

Nicola. - Fai bene. Solo tu puoi fargli sputar fuori quello che s'è mangiato in tanti anni qui. E' diventato il più ricco del paese. Ma parliamo di cose allegre: ho acco­modato il pergolato, come mi hai detto. Se vuoi venire vedere.

Marco. - Sì, va' avanti. Scendo subito.

Mariella. - (entrando con una lettera) Signor Rossi, c'è la posta.

Marco. - Grazie. Permettete? (apre la lettera e subito si turba).

Nicola. - Brutte notizie?

Marco. - Signorina, le dispiace lasciarci soli un momentino?

Mariella. - Subito. (esce).

Nicola. - Chi ti scrive?

Marco. - Mia moglie.

Nicola. - Ancora? Ma che vuole?

Marco. - S'è stancata. Dice che vuol venire a vedere come stanno le cose.

Nicola. - Viene qui? Ma non le avevi scritto di aver pazienza, e di non muoversi?

Marco. - Sì, ma si vede s'è insospettita... (tragico) Nicola, è finita la mia pace! Una sola persona al mondo mi fa paura: mia moglie... Oltre mia suocera, s'intende.

Nicola. - Quando arriva?

Marco. - Domani, il quattordici.

Nicola. - Ma il quattordici è oggi.

Marco. - Accidenti! Sei sicuro?

Nicola. - Tu vivi fuori dal tempo, io, no.

Marco. - Allora sta per arrivare... anzi, dev'essere già qui. Arriva col treno delle undici.

Nicola. - Sono le undici e cinque.

Marco. - (sedendo affranto) Siamo rovinati! Quella fa uno scandalo, ci fa arrestare tutti: io, te, il sindaco, il segretario... Se poi si porta appresso la madre, pos­siamo fare testamento. Non ci salviamo più.

Nicola. - Non ti emozionare. Pensa, escogita qualche cosa. Tu che hai tante idee.

Marco. - Non posso: se penso a mia moglie, mi si atrofizza il cervello. Tu non la conosci!

Nicola. - Vuoi che vada ad avvertire il sindaco?

Marco. - (in fretta, frenetico) Sì, chiama il sindaco, il segretario, le guardie, i pompieri... Più gente siamo, e meglio è. Io da solo, ti giuro, non ce la faccio! Piuttosto mi butto dalla finestra.

Nicola. - Calma, calma, non perdere la testa. La tua testa ci serve.

Marco. - (sgomento) No, non mi serve più, ormai...

Nicola. - (chiamando) Mariella, Mariella, corri!

Mariella. - (d. d.) Papà.

Nicola. - Vieni su, presto. Il signor Rossi si sente male.

Mariella. - (d. d.) Oh, santo cielo! Vengo subito.

Nicola. - Senti, per quanto terribile, tua moglie in fondo non è che una donna.

Marco. - Questo è l'errore: non è una donna. Te ne accorgerai!

Mariella. - (entra di corsa con la boccetta dei sali) Oh, signor Rossi, come sta? Può parlare? Ecco, aspiri qui... forte. (gli fa aspirare i sali).

Marco. - (ha un violento starnuto) Accidenti! Che roba è?

Nicola. - Ammoniaca. Sgombra la testa.

Marco. - La testa ce l'ho già vuota. Basta. (allontana la boccetta).

Mariella. - Mettiamolo a letto.

Nicola. - A letto?

Mariella. - Sì, è meglio, papà. Su, tu reggilo da quella parte, io da questa... Su, forza!

(E insieme portano Marco sul letto dove lo adagiano).

Marco. - (resta immobile con gli occhi chiusi).

Mariella. - Come si sente?

Marco. - Male.

Nicola. - Mariella, tu resta qui: io vado a chiamare il sindaco.

Marco. - (in un soffio) Anche le guardie. Tutti!

Nicola. - Su, sta' calmo... Anche le guardie... Non t'agitare. (esce).

Mariella. - (siede a fianco del letto) Signor Rossi...

Marco. - (con gli occhi chiusi, non risponde).

Mariella. - (più forte) Signor Rossi... Oh, non risponde più... E' svenuto... Mio Dio! (con trasporto) Aldo, Aldo, mi senti? Oh, proprio adesso che dovevamo andare a vedere la luna, tu fai così... Ma io non t'abbandono, sai... Resterò qui, al tuo capezzale, a vegliarti giorno e notte finché non guarisci, e ti curerò, ti darò le me­dicine, ti accarezzerò. (lo accarezza) E se tu me lo chiedi, io ti farò dono del mio corpo... Sì, su questo letto dove si spense l'eroe, io m'immolerò all'amore... Vedrai come sarà bello! Ma tu non morire proprio adesso, amore...

Marco. - (sospirando) Mia moglie!

Mariella. - Sì, sarò tua moglie, caro. Ma dopo: non c'è fretta. Prima, se vuoi, sarò tua.

Marco. - Amalia!

Mariella. - Ecco, il delirio... Mi chiama Amalia... Caro, caro, sono Mariella... Ma non importa.   Chiamami pure Amalia,  se  fai  fatica  a  pronunciare il mio nome.

(Si apre la porta e appare Amalia).

Amalia. - Ah, che bello spettacolo! E' così che passi le tue giornate al Municipio?

Mariella. - Signora, che cosa vuole lei qui?

Amalia. - Togliti di mezzo, piccina, se non vuoi una sberla!

Mariella. - Come si permette? Ma lei chi è?

Amalia. - Domandalo a lui. (a Marco) Allora, buffone, vuoi aprire gli occhi o ti butto giù dal letto?

Mariella. - (frapponendosi fra Amalia e il letto) Esca immediatamente. Quest'uomo sta male. E si vergogni! Entrare così nelle camere altrui...

Amalia. - Esci tu, piuttosto, sfacciata, o ti cavo gli occhi.

Mariella. - Gli occhi a me? Se non se ne va via subito, le gonfio la faccia di schiaffi, così! (fa un gesto).

Amalia. - Ah, sì, pungi anche?

Mariella. - Pungo, graffio e picchio, se vuol sapere.

(Le due donne stanno per venire alle mani).

Amalia. - (a Marco) E tu non fare il tonto, che appena ho sistemato questa sgualdrinella, faccio i conti con te!

Marco. - (ripiomba giù di colpo, lamentandosi) Ohi! Ohi!

Mariella. - (a Marco) Non preoccuparti, amore: ci penso io...

Amalia. - Ah, lo chiami anche «amore»?

Mariella. - Lo chiamo come mi piace!

Amalia. - Adesso te lo faccio vedere io!  

(Le due donne cominciano e lottare, rovesciando seggiole e tavolo).

Marco. - (siede sul letto, seguendo ansioso le fasi della lotta).

(Entrano di corsa il Sindaco, Nicola e Giuffredi, che corrono a separare le donne).

I tre. - (a soggetto) Che succede?   Smettetela! Via! Finitela!  

(Le  due  donne  vengono   divise,   hanno  i capelli scomposti, le vesti strappate).

Nicola. - (a Mariella) Ma chi è?

Mariella. - Una pazza. E' entrata urlando.

Amalia. - (dibattendosi fra i due che la tengono) Sono sua moglie, sì, la moglie di quel porco lì...

Mariella. - Il signor Rossi è un gentiluomo.

Amalia, - Rossi? Macché Rossi!

Marco. - Tenetela: non la lasciate!

Nicola. - (trattenendo  la  donna,  che si dibatte  come una furia) Ci pensiamo noi.

Amalia. - Lasciatemi! (a Marco) Ti faccio vedere io!

Marco. - (al Sindaco, sottovoce) Ci sono le guardie?

Sindaco. - (sottovoce) Sì, perché?

Marco. - (c. s.) Falle entrare.

Sindaco. - (gridando) Guardie, avanti!

(Entrano due vigili municipali in divisa che salutano).

Marco. - (scendendo dal letto, disinvolto) Signor sindaco, nella qualità di massimo rappresentante della legge in questo paese, la prego di accogliere la mia formale de­nuncia contro quella donna: quella povera donna è pazza!

Amalia. - Ah, sì? La pazza sarei io, adesso? E tu che abbandoni tua moglie per venirtene a gozzovigliare qui con la tua concubina, cosa sei?

Marco. - La sentite? Sono dieci anni che quella donna mi perseguita. S'è messa in mente   che io sono suo marito. E non   mi   dà   pace. Mi segue dappertutto, mi chiama Marco.

Amalia. - E come devo chiamarti?   Marco sei. E Marco resti, buffone.

Sindaco. - (che ha capito il gioco di Marco) Oh, povera signora... Così giovane è già...

Marco. - Sì,   mille  volte  le   ho  spiegato  che io sono il signor Rossi,  commerciante, e che con suo marito non ho niente in comune.

Nicola. - (con lo stesso tono del Sindaco) Ma lei, signor Rossi, ha provato a prenderla con le buone?

Sindaco. - (a Marco, passandogli di nascosto una tessera) Ha provato a mostrarle la sua carta d'identità a nome di Aldo Rossi fu Gabriele?

Marco. - (prendendo la tessera)   Ma sì.  Ecco, ne vuole una prova... (finge di cercare in tasca la tessera) Ecco qua. La mia  tessera.  (mostrandola ad Amalia) Vede, signora, che sono il signor Aldo Rossi?

Amalia. - (dibattendosi, furente)  Mascalzone! Anche i documenti falsi...

Marco. - (al Sindaco) Vede? Si arrabbia di più. Le viene la solita crisi di nervi.

Amalia. - Ah, ti  sei   messo   d'accordo! E' così? Li hai comprati...

Sindaco. - Signora, moderi i termini. Lei si trova di fronte all'autorità costituita. Potrei farla arrestare.

Nicola. - (al Sindaco) Lasciala stare. E' una povera squilibrata.

Amalia. - (convulsa) Ah, sì! La squilibrata sono io e non voi che lo state a sentire e gli credete? Ma io non sono pazza e lo griderò a tutto il paese che lui è mio marito...

Marco. - Che vi dicevo? E' inguaribile.

Amalia. - Lasciatemi. Voglio scendere in piazza e gridare a tutti che vi siete messi d'accordo per imbrogliare le carte e quel monumento laggiù è falso.

Sindaco. - Falso? Ah, questo è troppo!

Mariella. - Papà, hai sentito? Ha detto male dell'eroe.

Sindaco. - Sì, è proprio pazza. (con intenzione) Pericolosa.

Nicola. - Pe-ri-co-lo-sis-si-ma. Bisogna rinchiuderla.

Giuffredi. - Signor sindaco, quella donna non può circolare. (sottolineando) E' pazza furiosa.

Amalia. - Siete pazzi voi e da legare, tutti quanti!

Marco. - Attenta, signora. Fa ancora in tempo a ricre­dersi. Ha sentito? Se non sta buona, la portano al ma­nicomio. Su, via, ammetta di essersi sbagliata, riprenda il primo treno e se ne ritorni al suo paese, dalla mammina...

Amalia. - (quasi in preda ad una crisi isterica) No, non parto senza di te. Sei mio marito... mio marito. E quel monumento è una truffa.

Sindaco. - Guardie, arrestatela.

(Le guardie afferrano saldamente Amalia).

Amalia. - (dibattendosi) Giù le zampe, lasciatemi...

Sindaco. - In nome della legge vi arresto per oltraggio alla pubblica autorità e vilipendio ai caduti.

Nicola. - E violazione di domicilio.

Giuffredi - E violenza privata. (indica Marco).

Mariella. - Ingiurie, minacce e percosse... (indica il vestito stracciato).

Una guardia. - Andiamo, venite con noi. (la trascinano).

Amalia. - (urlando proprio come una pazza) No, biso­gna rinchiudere lui... Io sono sua moglie, sua moglie...

Marco. - Signora, che le dicevo? Una volta per uno. E buon divertimento!

(Mentre  le  guardie  portano  via  Amalia  che urla, cala tela).

FINE DEL SECONDO ATTO


ATTO   TERZO

La stessa scena del secondo atto, nella stanza dell'«Albergo della Gloria». E' notte. La acena è illuminata dalla luna piena. Sulla parete di sinistra si riflette l'ombra del monumento a Marco Vecchietti, che si staglia netto contro la vetrata di fondo della piazza. Sono passati sette giorni. Marco è a letto e dorme. Ma il suo sonno è agitato, come popolato da incubi. Continuamente si rivolta. D'improvviso si sveglia e si mette a sedere; fruga nel letto e ne trae fuori una coroncina d'alloro. Ha un gesto di paura, tocca per scaramanzia i ferri del letto; poi butta via la corona in un angolo. Ha un sospiro di liberazione; si rimette giù e si riad­dormenta, beato, russando. Una pausa. La porta a sinistra, che dà nell'altra camera e che non si era mai aperta nel secondo atto, lentamente si schiude. Entra silenziosamente qualcuno che sembra un fantasma perché indossa una lunga camicia bianca. Dalla ca­micia spuntano i piedi e la testa, anch'essi fasciati di bianco. Il chiarore lunare rende la figura grottesca e paurosa al tempo stesso. Il «fantasma» avanza verso il letto in cui Marco, ignaro, continua a russare. Giuntogli vicino, il fantasma lo chiama con voce bassa e cavernosa: «Marco! Marco!». Marco dormendo si rivolta dall'altra parte e russa più forte. Allora il «fantasma», che è ai piedi del letto, gli tocca leggermente le gambe, chiamandolo ancora: «Marco!». Marco questa volta si sveglia, vede il «fantasma», dà un urlo di terrore e si rizza a sedere nel letto.

Marco. - (gridando) No, no, abbi pace, anima benedetta! (e accende la luce dall'interruttore che è alla testa del letto).

Amalia. - (con voce bassa di pianto) Sono io, Amalia, non mi riconosci?

Marco. - (come se parlasse con uno spirito, raggomito­landosi sul letto) Ah, sei tu? Abbi pace! Abbi pace! Ti farò dire delle messe... Sciò! Sciò!

Amalia. - (c. s.) Marco, tu in me non vedi più una donna...

Marco. - (c. s.) Lo so. (che crede Amalia morta) Povera Amalia ma quando è successo? Io non lo sapevo.

Amalia. - Un'ora fa.

Marco. - Ah, è recente.

Amalia. - Sì, adesso verranno a darti la notizia.

Marco. - Oh,  poveretta,   e   io   che ti credevo ancora al manicomio!

Amalia. - Non ci sto più laggiù.

Marco. - Già, adesso sei lassù. (indica il cielo) Beh, non

te la prendere:   presto o tardi   dobbiamo venirci tutti.

Meglio tardi, adesso che so che ci sei tu.

Amalia. - Ma che dici? Io sono viva, di carne. Toccami.

Marco. - (cominciando a spaventarsi sul serio)  Come? Non sei un'apparizione?

Amalia. - No, sono viva.

Marco. - E che fai qui? Come sei entrata?

Amalia. - Da quella porta. Sono fuggita dal manicomio.

Marco. - (spaventato) Fuggita?

Amalia. - Sì, un'ora fa. Toccami.

Marco. - (urlando) Non ti avvicinare.   Non t'avvicinare o chiamo gente.

Amalia. - Non gridare. (si avvicina).

Marco. - (alzandosi in piedi sul letto) Se fai ancora un passo, mi butto dalla finestra.

Amalia. - (inginocchiandosi  e spalancando le braccia) Ecco come mi hai ridotta: sei contento?

Marco. - La colpa è tua. Te l'avevo detto. (non vedendola più) Ma dove sei! Non facciamo scherzi.

Amalia. - (in ginocchio ai  piedi  del  letto)  Sono   qua. Mi vedi?

Marco. - (spiando tra le sbarre del letto) E che fai lì? Cosa vuoi?

Amalia. - Hai   vinto,   Marco.   Tu  non   vedi  in me una donna, ma l'immagine del dolore e del pentimento.

Marco. - Senti, se è un trucco per farmi avvicinare, t'avverto che non ci casco. M'affaccio e chiamo aiuto.

Amalia. - No,   non  farlo,   Marco.   Te ne scongiuro...  Le guardie già mi stanno cercando: anche le infermiere... Tutti fra poco saranno   qui.   Salvami,   Marco,  salvami. Non farmi tornare laggiù. Non ci resisto.

Marco. - Amalia, fai sul serio?

Amalia. - E come puoi dubitarne ancora? Guarda: bacio la terra che calpesti... (bacia più volte il pavimento) ...il letto in cui dormi... (esegue) lecoperte che ti ravvol­gono... (esegue) Vuoi che baci qualche altra cosa? Ecco, il cuscino su cui poggi la testa... (fa per avvicinarsi).

Marco. - No, non ti avvicinare: il cuscino, no.

Amalia. - Che vuoi che faccia per convincerti? Che mi prenda a schiaffi?... Ecco... (si schiaffeggia).

Marco. - (impressionato) Amalia, ma cos'è? Fossi impazzita veramente?

Amalia. - Poco c'è mancato, Marco: poco c'è mancato. Una settimana laggiù, capisci? Sette lunghissimi giorni. E le notti, poi! Con tutta quella gente che urlava, ri­deva, cantava, ballava... E chi poteva dormire? Me, poi, m'avevano messa insieme a Messalina, Lucrezia Borgia e Greta Garbo...

Marco. - C'era pure Greta Garbo?

Amalia. - Sì; ed era la peggiore. Camminava così... (si alza e cammina ondeggiando) E tutto il giorno ripeteva: (con voce cavernosa) «Ce l'hai una sigaretta?».

Marco. - Fumava così tanto?

Amalia. - Ma no, non fumava: era un intercalare. Ap­pena la notte cominciavo ad assopirmi, ecco che all'im­provviso... (come prima) «Ce l'hai una sigaretta?...». A me il cervello si spappolava. E ogni minuto pensavo: «Adesso esco pazza anch'io. Divento Caterina Sforza...»

Marco. - E perché proprio Caterina?

Amalia. - Non lo so. Pensavo a Caterina. Forse un ri­cordo di scuola. Marco, non voglio tornare più al mani­comio. Se mi rinchiudono ancora questa volta impaz­zisco. Lo so. Lo sento. Ti prego, ti scongiuro, ti sup­plico, per il bene che un giorno mi hai voluto, non farmi rinchiudere. Farò quello che vorrai, ti farò la serva, ti luciderò le scarpe, ti smacchierò i vestiti.

Marco. - E il caffè? Del caffè non ne parli.

Amalia. - Come, no? Anche il caffè. Ogni giorno. Dieci tazze.

Marco. - Così impazzisco anch'io.

Amalia. - Ma perdonami. Dimmi che mi perdoni, Marco. O vuoi picchiarmi prima di perdonarmi? Ti fa piacere picchiarmi? Sì. Fallo. Me lo merito. Ti scongiuro: pic­chiami, Marco. (correndo frenetica per la stanza) Un bastone. Dov'è un bastone? Presto un bastone che mio marito deve picchiarmi.

Marco. - (perplesso) Lasciamo stare il bastone. É meglio.

Amalia. - Schiaffi, allora. Sì, schiaffeggiami, Marco. Dam­mi tutte le botte che non mi hai dato. Ma salvami, Marco. Salvami.

Marco. - E dai con Marco. Lo vedi che non è possibile? Mi chiami ancora Marco. Vuoi rovinarmi?

Amalia. - (umile, servile) E' vero. Tu non sei Marco; Marco è morto. Tu adesso sei... Come ti chiami?

Marco. - Aldo. Aldo Rossi, vedovo.

Amalia. - (c. s.) Sì, Aldo. Signor Aldo: va bene così?

Marco. - (scosso) Brava! Non lo dimenticare.

Amalia. - Mai più, mai più. Signor Aldo, lei è il mio padrone: non ha che da comandare, e io ubbidisco. Tutto quello che vuole. Come una serva: l'ultima delle serve. Ecco qua. (prende le scarpe di Marco ai piedi del letto e comincia a lucidare) Va bene così? O le vuole più lucide?...

Marco. - (intenerito) Lascia andare.

Amalia. - (quasi frenetica) No, no: lucide, lucidissime. Uno specchio. «Ce l'hai una sigaretta?»... Vede, ogni tanto mi torna in mente. E se chiudo gli occhi, rivedo quello sguardo da pazza... Terribile!... Come due pupille vuote... «Ce l'hai una sigaretta?» Lucide, lucidissime.

Marco. - Adesso basta, Amalia! (scende e va a toglierle le scarpe).

Amalia. - (comincia a fare il letto con gesti convulsi) Ecco. Il letto. Rifaccio il letto. Tutto quello che vuole. Ma al manicomio, no.

Marco. - Senti, possiamo fare un esperimento. Vediamo se sei sincera.

Amalia. - Si, sì.   Le  mani: mi dia le mani. Voglio passare la vita a baciarle le mani, se mi tiene come serva. (fa per baciargliele).

Marco. - Lasciami le mani. Voglio crederti, Amalia. Pos­siamo provare. Ma t'avverto che, se fingi, questa volta dal manicomio non esci più e diventi davvero Caterina Sforza.

Amalia. - Mi dica, mi dica quello che devo fare. Tutto quello che vuole.

Marco. - Ecco: mi è venuta un'idea, (riflettendo) Sì, non c'è altra via.

(Di dentro si odono delle voci e dei  rumori di passi che si avvicinano).

Marco. - Accidenti! Arrivano, sono qui...

Amalia. - (come impazzita) Nascondimi, nascondimi... Non mi far portar via. Ho paura! Paura!

Marco. - Sì, devi nasconderti, perché sei tu, adesso, che fai paura a loro, Amalia. Tu, per loro, sei la verità, capisci? E la verità fa paura. Perciò ti hanno vestita così. Ma se tu sei libera, torni ad essere pericolosa, e quelli che hanno paura della verità, sono veramente capaci di rinchiuderti; e per sempre. Sì, non debbono trovarti.

Amalia. - Nascondimi, nascondimi...

Marco. - Sì. Ma dove? Dove? (si guarda intorno).

Amalia. - Eccoli, vengono! Nascondimi!

Marco. - Dove? Dove? Qui, sotto il letto... Vieni, presto.

Amalia. - (si mette carponi e striscia sotto il letto) Sì, sì...

Marco. - (spingendola) Su, presto. Ci sei?

Amalia. - (che non si vede) Sì. «Ce l'hai una sigaretta?».

Marco. - Per carità, sta' zitta, non muoverti, non fiatare.

Amalia. - Ho paura...

Marco. - (saltando sul letto e ficcandosi sotto le coltri) Non aver paura: ci sono io, qua sopra... Mi senti? (balla sul letto).

Amalia. - Sì.

Marco. - E adesso fingo di dormire. (spegne la luce. Russa.)

(Di dentro si bussa).

Sindaco. - Marco, apri!

Marco. - (voce di sonno) Chi è?

Sindaco. - Siamo noi, Marco. Apri!

Marco. - Ma che vuoi, a quest'ora?

Nicola. - E' urgente: apri.

Marco. - Vengo. (va ad aprire).

(Irrompono il Sindaco, Nicola e Giuffredi, affannati).

Sindaco. - Una disgrazia! Tua moglie è fuggita.

Marco. - Accidenti! E adesso?

Sindaco. - E' un guaio. Fra poco fa giorno, e arriva il Ministro per la posa della prima pietra alla stazione. Te lo immagini che succede, se quella lì gli va incontro e gli spiffera tutto?

Giuffredi. - (al Sindaco) Io al processo avrò le attenuanti perché ho ubbidito a voi.

Sindaco. - Smettetela! Pensate sempre a voi.

Nicola. - Io lo sapevo che finiva male. Stanotte poi ho fatto un brutto sogno: mi pareva di veder passeggiare per il corridoio un fantasma con una camicia lunga lunga e la testa tutta bianca. Dev'essere stata la buo­nanima di mia nonna che veniva ad avvertirmi.

Marco. - (con un salto perché Amalia gli ha dato un calcio di sotto il letto) Ahi!

Sindaco. - Che hai?

Marco. - (premendosi un piede dolorante) Niente, niente... Un callo. Deve cambiar tempo.

Sindaco. - Non pensare ai calli, adesso. Pensa a salvarci.

Nicola. - Ma dove si sarà cacciata? L'abbiamo cercata dappertutto.

Giuffredi. - Non può essere andata lontano, in un'ora.

Sindaco. - E' quello che dico anch'io. Magari è qui intorno e non lo sappiamo, (si guarda intorno).

Marco. - (dandogli sulla voce) Qui bisogna avere un'idea.

Nicola. - Senti, se non la tiri fuori tu, un'idea, tu che ne hai tante...

Marco. - Lasciami pensare, (si concentra come riflettendo).

Sindaco. - Io direi...

Nicola. - (al Sindaco) Ssst! (e gli fa cenno di tacere, indicandogli Marco che riflette. Nel silenzio si ode improvvisa la voce baritonale di Amalia).

Amalia. - Ce l'hai una sigaretta? (Marco ha un sussulto).

Sindaco. - (a Marco) Io fumo sigari. Te la può dare Nicola.

Marco. - (a Nicola, rifacendo il verso di Amalia) Ce l'hai una sigaretta?... Se non fumo, non riesco a pensare.

Nicola. - (dandogliela) Tieni. Ma perché parli così?

Marco. - Sono raffreddato. Capirai, con questo pigiama... (accende la sigaretta) Adesso va meglio. (riflette) Ecco, ho trovato.

Sindaco. - Parla.

Nicola. - Su, presto.

Giuffredi, - Allora?

Marco. - (al Sindaco) Hai un foglio di carta?

Sindaco. - (a Giuffredi) Un foglio e una penna.

Giuffredi. - Subito. (li porge).

Marco. - Bene. Adesso scrivi... (dettando) Io sottoscritto Sindaco di Brà dichiaro che la nominata Amalia Vec­chietti, già riconosciuta come pazza e come tale rico­verata al manicomio locale, venga affidata in libertà provvisoria e vigilata al signor Aldo Rossi, che è no­minato suo custode e tutore legale...

Sindaco. - (scrivendo) Custode e tutore legale...

Marco. - Il signor Rossi veglierà su di lei e al minimo segno di alienazione mentale potrà richiederne l'im­mediato internamento in un qualsiasi manicomio, con l'ausilio anche della forza pubblica. Si porta quanto sopra a conoscenza di tutti i sindaci e autorità compe­tenti per l'esecuzione della presente ordinanza...

Sindaco. - (scrivendo) Della presente ordinanza...

Marco. - E adesso, firma. E voi. (indica Nicola e Giuffredi) Firmate sotto come testimoni.

Nicola. - (firmando) Magnifico! Così la tieni in pugno.

Marco. - Esatto.

Sindaco. - (ai due) A voi, firmate.

(Nicola e Giuffredi firmano. Si sente di sotto il letto un lamento).

Nicola. - Cos'è?

Marco. - Sono io: lo stomaco. Ho fame. (sbadiglia lamentosamente).

Sindaco. - E se tua moglie va direttamente alla stazione?

Marco. - Impossibile. La conosco: se è fuggita, la prima visita sarà per me. E adesso, andate pure incontro al Ministro, e state tranquilli.

Nicola. - (guardando l'orologio) Facciamo appena in tempo a vestirci.

Sindaco. - E io che devo ancora ripassarmi il discorso. Andiamo!

Giuffredi. - Signorsì.

(I tre s'avviano).

Marco. - Un momento: la carta.

Sindaco. - Ah, già. Dimenticavo. (dà un foglio a Marco) Ciao!

(I tre escono in fretta. Intanto si è fatto giorno).

Marco. - (guarda soddisfatto il foglio) Amalia, puoi uscire. (si ode un lamento) Esci, cara, che prendi freddo, ed io devo vegliare su di te. E' scritto qui. Hai sentito?

Amalia. - (comparendo, disfatta) Sì, me lo merito.

Marco. - Se sarai buona, la carta non serve. Ma ricor­dati: (col tono di una canzoncina) «Alla prima che mi fai, ti licenzio e te ne vai».

Amalia. - Sì, sarò buona. Prometto.

Marco. - Brava. A essere buoni, si guadagna sempre. Guarda me. (si ode bussare).

Amalia. - (è ripresa dal panico) Oh, Dio, tornano! Nascondimi.

Marco. - Perché? Non devi aver paura, adesso. (forte) Chi è?

Mariella. - (d. d.) Sono io, Mariella.

Amalia. - (con livore) Quella sfacciata! Ancora!

Marco. - Ah! Ah! Ricominciamo? Hai promesso d'essere buona.

Amalia. - Sì, ma con lei no; non ci riesco.

Marco. - Amalia, questa è una prova: la prima. Se non la superi, vuol dire che sei inguaribile.

Amalia. - Ma lei... m'ha offeso...

Marco. - E tu non offendevi me quando Gigetto il salumaio andava e veniva per casa come se io fossi già crepato? Credi che mi facesse piacere vederti far la scema con lui? E tua madre, che vi teneva mano? Una volta per uno, Amalia. Adesso devi provare tu quello che si soffre nel vedere gli altri che cercano di portarti via ciò che ti appartiene. (forte) Avanti, Mariella.

Mariella. - (entra. E' elegantissima) Buon giorno, Aldo. Ha visto che bella gior... (si ferma interdetta) Oh, scusi. Lei non è solo...

Marco. - Prego, entri pure. (indicando Amalia) Non ha importanza. E' una povera vedova di passaggio.

Mariella. - (tenendosi al largo) Ma non era la...

Marco. - Sì, ma l'hanno rilasciata... (sottolineando) in libertà provvisoria. (ad Amalia) Vero, signora?

Amalia. - (a denti stretti) Sì.

Marco. - (a Mariella) Ha sentito? E adesso mi dica, come mai questa visita di buon mattino?

Mariella. - Ha dimenticato che m'ha promesso di accompagnarmi al ricevimento del Ministro?

Marco. - Ah, già. E' vero. Che distratto!

Mariella. - (contrariata) Non importa. Andrò da sola, se lei qui ha da fare con... la signora.

Marco. - Da fare? Oh, no. La signora è a mezzo servizio. Mi dà una mano per le pulizie. Adesso mi vesto e sono subito da lei.

Mariella. - Grazie.

Marco. - (galante) Lo sa che il bianco le dona?

Mariella. - Trova?

Marco. - Sì, lei dovrebbe sempre vestire di bianco. E pettinarsi così. Sta molto bene.

Mariella. - (civetta) Davvero?

Marco. - Deliziosa. Se permette, le dò un'assestatina. (le accomoda i capelli).

Amalia. - (ha un brontolio minaccioso).

Marco. - (aggressivo) Signora, ha detto qualcosa?

Amalia. - (spaurita) Io?... No.

Marco. - (a Mariella) Forse la signora pensa al marito: le vedove non sanno darsi pace. (ha finito di accomodare  i capelli) Ecco,  si  guardi. (l'accompagna allo specchio della toletta).

Mariella. - (ammirandosi) Oh, sì: ci guadagno.

Marco. - Certo. Fa spiccare di più il volto.

Mariella. - Sì?   Grazie del  suggerimento.  Lei, Aldo, è un uomo di gusto...

Amalia. - (a mezza voce) Sgualdrina!

Mariella. - (sottovoce) La signora ha parlato?

Marco. - Non ci faccia caso: parla da sola. (con inten­zione) Si vede che non è completamente  guarita. Non mi meraviglierei  che  dovesse  tornare al  manicomio. Con la camicia di forza.

Mariella. - (impressionata) Perché? E' pericolosa?

Marco. - Finché sta calma no;   ma coi pazzi, non si sa mai. Per non farli fissare, bisogna sempre tenerli occupati in qualche lavoro; così la mente non divaga. Ecco qua... (prende una spazzola e dei pantaloni da una  sedia, lì dà ad Amalia, ordinando) Spazzolare. Forte! Capito?

Amalia. - Sì. (esegue).

Marco. - (correggendola) Sissignore...

Amalia. - Sissignore...                                                    

Marco. - Aldo.                                                                    

Amalia. - Signor Aldo... (spazzola con rabbia).

Marco. - (a Mariella) Vede? Bisogna imboccarla: come i bambini. Ma basta darle qualcosa da fare che si mette tranquilla e non parla più.

Amalia. - (porgendo i pantaloni) Finito.

Marco. - La giacca. (le indica la giacca su di una sedia.

Amalia va a spazzolarla)  Eh, brutto guaio quando il cervello non funziona più!

Mariella. -  (guardando  Amalia  che  spazzola  forte) Poveretta.

Marco. - Mica tanto:   suo   marito, quello sì, che era un disgraziato!

Mariella. - Allora io l'aspetto giù.

Marco. - Sì, mi vesto e vengo.

Mariella. - Arrivederci. (avviandosi, ad Amalia) Buon giorno.

Amalia. - (non risponde).

Marco. - (ad Amalia come se si trattasse di un cane) Pss! Pss I La signorina ha detto: «Buongiorno».

Amalia. - (a denti stretti) Buon giorno.

Marco. - (riprendendola) Buon giorno, signorina.

Amalia. - (c. s.) Buon giorno, signorina.

Marco. - (a Mariella, accompagnandola alla porta) Che vuol farci? Bisogna compatirla: è un'irresponsa­bile. (dando un buffetto alle guance di Mariella) Cara!

Mariella. - (emozionata) Ci crede alle carte, lei?

Marco. - Le carte? Altroché! Per un affare di carte io sono qui.

Mariella. - Ah, sì? Anche lei? A me la cartomante me l'ha detto: «Tu sposerai un uomo che viene da lontano, ha un passato e porta un neo sulla gamba sinistra». Lei ce l'ha il neo?

Marco. - Non mi ricordo: stasera ci guardo e glielo faccio sapere.

Amalia. - (esplodendo) Non ce l'ha!

Mariella. - Cosa?

Marco. - Non le badi. Parla con le anime benedette: «Ce l'ha, la pace, mio marito, dove sta?». E... le anime benedette le rispondono: «No. Non ce l'ha». (confidenziale) Pare che sia ancora in purgatorio.

Mariella. - Povera donna!

Marco. - Eh, sì. Ma mi sa proprio che quella torna al manicomio.

Mariella. - A più tardi. (esce).

Marco. - (ritornando) Amalia, c'è mancato poco che non combinassi un guaio. Se continui così, io devo chiedere al sindaco di ricoverarti.

Amalia. - Marco, chiedimi tutto, ma non di essere gentile con quella smorfiosa. Basta che la veda e mi sento ri­mescolare tutta. Hai visto come ti guardava? Lo faceva apposta, per farmi rabbia.

Marco. - Mariella? Ma se non sa nemmeno chi sei.

Amalia. - Ti prego, promettimi che non andrai con lei al ricevimento.

Marco. - Ricominciamo con le proibizioni. Tu dimentichi

che  Marco  Vecchietti  è   morto   e  io   sono adesso un uomo libero.

Amalia. - Lo so, lo so. Sei padrone di fare  tutto quello

che vuoi. Ma quella lì, no.  (scrutandolo) Oppure, non

puoi? Dì, c'è stato già qualche cosa fra voi due?

Marco. - E dai con le domande! Che te ne importa? E'

una brava ragazza e mi vuol bene.

Amalia. - Bene? Ma non capisci, vuole accalappiarti?

Marco. -   E  tu  non  mi accalappiasti? Mariella, almeno la madre non ce l'ha. (con odio) La suocera!

Amalia. - Perché?  Pensi  già  di   sposarla?   Oh, Marco, questo no! Mai! (piange).

Marco. - (intenerito) E adesso perché piangi? Vuoi farmi credere chi mi vuoi bene?

Amalia. - (tra i singhiozzi) Certo  che te ne voglio. Se no, che sarei venuta a fare? Mammà  non  voleva che io partissi...

Marco. -   Mammà,  mammà.   E  tu  con la tua testa non sai pensare?

Amalia. - Io penso che... sì... ti voglio bene, Marco.

Marco. - Ne sei sicura?

Amalia. - Sì. Questi sette giorni, chiusa  lì, non ho fatto che pensare a noi due, agli anni passati  insieme e mi sono accorta... che ho  sbagliato.  Mammà  non  doveva venire a vivere con noi...

Marco. - Oh,  l'hai,   detto,  finalmente!   Sono  dieci anni che aspetto questa frase. (allegro)  Vuoi  ripeterla, per favore? Tutta.

Amalia. - Mammà non doveva venire a vivere con noi... (decisa) e non ci verrà più, vedrai!

Marco. - (scrutandola) Ne sei sicura?

Amalia. - Sì, ho deciso...  Del resto...  se  vuoi saperlo... gliel'ho fatto capire.

Marco. - Quando?

Amalia. - Prima di partire. Abbiamo persino litigato...

Marco. - (allegro) Davvero?

Amalia. - Sì... lei voleva seguirmi... insisteva... io allora… ho  perso   la   pazienza... e  gliel'ho detto: «Mammà, adesso basta... da Marco ci vado sola... Queste sono faccende che si sbrigano fra moglie e marito...».

Marco. - Non siamo più moglie e marito.

Amalia. - (allegra) E' vero... e questo appunto è il bello...

Marco. - (sorpreso) Cosa?

Amalia. - (tenera) Sì... Marco... noi adesso ci troviamo nella condizione ideale per ricominciare... Ricordi quello che mi dicesti a Napoli, il giorno in cui... moristi? «Pos­siamo ancora riprenderci, Amalia... Andiamo a vivere soli e tutto cambierà»... Ebbene, quel giorno è venuto...

Marco. - (pensieroso) Tu credi?

Amalia. - (euforica, eccitata) Si... noi siamo come due estranei che si siano appena conosciuti .. Tu non sei più mio marito, hai persino un altro nome e un'altra per­sonalità... Non siamo più legati dagli articoli del Codice... dal «sì » che un giorno pronunciammo dinanzi ai testi­moni... Adesso il nostro «sì» dobbiamo dircelo ogni giorno, ogni ora... ogni minuto... Perché è nei nostri cuori che dobbiamo trovare il vincolo che ci unisce... nel nostro amore... invece che nella legge... e tutto questo è così nuovo, bello ed eccitante, che mi par d'essere la tua amante...

Marco. - La mia amante...

Amalia. - Sì... l'amante del signor Aldo Rossi... l'amico intimo del mio povero marito...

Marco. - E' tradizione che siano sempre gli amici intimi del marito a combinarti questi servizi... e, in fondo Marco Vecchietti se lo merita... era troppo pignolo, goffo, borghese... era fatale che prima o poi sua moglie do­vesse finire col tradirlo con me che son così diverso da lui...

Amalia. - Non l'ho ancora tradito...

Marco. - (stringendola a sé) Lo tradirai, cara... lo tradirai... e molte volte...

Amalia. - Sì, Aldo... sento che lo tradirò spesso... (Si abban­dona fra le sue braccia. Si baciano a lungo.)

(La porta si spalanca ed entrano due infermiere in uniforme).

Ia Infermiera. - Ah, eccola lì!

Marco. - (sempre abbracciando Amalia) Che volete?

Ia Infermiera. - Siamo venute a prendere la pazza.

Amalia. - (impaurita a Marco) Oh, ancora... non lasciarmi portar via...

Ia Infermiera. - Andiamo, Caterina Sforza... E' un'ora che ti diamo la caccia.

Marco. - Un momento... la signora è in libertà provvisoria. E' affidata alla mia custodia. Ecco il documento.

Ia Infermiera. - (esaminando il foglio) Mi pare in regola. Guarda anche tu.

IIa Infermiera. - Direi di sì. (restituisce il foglio a Marco).

Ia Infermiera. - Ma la signora non è guarita...

Marco. - Guarirà... ne garantisco io.

IIa Infermiera. - Beh, in tal caso... Peccato, però... Greta Garbo s'era affezionata a Caterina...

(Entrano il Sindaco, Giuffredi e Nicola).

Sindaco. - (a Marco) Ma come?... Non sei ancora vestito?... Il Ministro sta per arrivare...

Marco. - Mi vesto subito e vengo. Ma prima faccio istanza perché la vedova dell'eroe assista all'apoteosi del defunto. Naturalmente... vestita.

Sindaco. - (a Marco sottovoce) Siamo sicuri che non combinerà un guaio?

Marco. - (sottovoce) Garantisco... Tutto a posto.

Sindaco. - In tal caso... (forte, ad Amalia) Signora, le ri­servo un posto nella tribuna d'onore... Anzi, se crede, sarà lei a deporre la corona al monumento di suo marito...

Amalia. - Grazie, signor sindaco... Il mio povero marito, lassù, sarà felice che sia proprio io ad incoronarlo...

Sindaco. - (alle infermiere) E voi che fate qui? Non c'è più bisogno di voi... La signora è guarita... andate.

(Le infermiere escono).

Sindaco. - (ad Amalia e Marco) Allora vi vestite... c'è poco tempo...

Amalia. - Subito, signor sindaco,

Marco. - (al Sindaco) Se vuoi che dica due parole... per commemorare Marco... sai, come suo amico...

Sindaco. - Sì, ma dopo il mio discorso... dopo... Allora vi aspettiamo in piazza... (fa per avviarsi).

Marco. - Un momento...

Sindaco. - Cos'altro c'è?

Marco. - Ti annuncio che dopo la cerimonia me ne vado... con lei...

Sindaco. - Parti? E perché?

Marco. - Non vorrete che rimanga tutta la vita qui. Adesso che sono rinato, voglio ricominciare da capo in tutto. Mi darò al commercio, agli affari, in una grande città, dove nessuno mi conosce. Ho delle pro prospettive. Sì, quello che non ho fatto nell'altra vita, lo tenterò in questa.

Sindaco. - Peccato... E' eravamo abituati a te... Ma la signora (indicando Amalia) te la porti via?

Marco. - Naturalmente. Non ve l'ho detto? E adesso, un'ultima cosa: Nicola, tua figlia, ha un «pallino» per me. Bisogna che le spieghi che non c'è niente da fare. Sono un galantuomo, perciò non ho accettato che lei mi mostrasse la luna sul poggio. E poi, se devo sce­gliere una donna, preferisco prendermi come compagna la moglie di Marco Vecchietti: almeno la conosco, so di che male patisce e, se non fila come deve, ho sem­pre la carta che m'autorizza a rinchiuderla. Ma di tua figlia chi mi libera più? Comunque, farai bene a darle marito: così si calma.

Nicola. - Grazie del consiglio.

Marco. - E così tutto è sistemato. Marco Vecchietti ve lo lascio qui, in piazza. E di lì, con l'aquila e la corona, non vi darà più fastidio.

Mariella. - (entra di corsa affannata) Papà, è accaduta una disgrazia...

Nicola. - Una disgrazia?

Sindaco. - Oh, Dio, cos'altro è successo? Parla.

Mariella. - E' arrivato il sindaco di San Martino.

Sindaco. - (annichilito) Eh?! Il sindaco?...

Nicola. - (a Mariella) Ma ne sei sicura?

Mariella. -  Vuoi  che  non  lo   riconosca?   Viene   qui... (spaventata) Ed ha una faccia... una faccia...

Giuffredi. - (spaventatissimo) In galera, ci manda! Lo sapevo.

Nicola. - (al Sindaco) Pensi che abbia scoperto l'imbroglio?

Sindaco. - (preoccupatissimo) Certamente. Per venire qua... Lui che ci odia. (cadendo a sedere affranto) E' finita: addio stazione...

Giuffredi. - (al Sindaco) Io direi... addio libertà! (cade a sedere).

Sindaco. - (a Giuffredi) Tacete, voi... uccello del malaugurio!

Nicola. - (al Sindaco) Questa volta ha ragione lui... (in­dica Giuffredi) ...Si tratta solo di sapere quanti anni ci daranno! (cade anche lui a sedere, avvilito).

Marco. - (calmo, come spiegando) Effettivamente se viene qui proprio oggi che arriva il Ministro, è segno che vi tiene in pugno e vuol provocare uno scandalo.

Sindaco. - (esasperato, a Marco) Bravo! E lo dici così... calmo, sereno... come se gli anni di reclusione fossero bazzecole... Ma ci sei anche tu nell'imbroglio... come noi!

Marco. - Forse... ma la mia posizione è diversa dalla tua: io ho subito... tu hai organizzato...

Baratti. - (apparendo) Proprio così, amici... siete nei pasticci... Vedo che lo capite da voi... (i tre si alzano confusi) Avevo deciso di andare direttamente incontro al Ministro e spifferargli tutto... me per la strada ho pensato di venire prima a farvi una visitina... nel caso aveste qualcosa da dirmi.

Sindaco. - (premuroso) Certo, caro collega... abbiamo molte cose da dirvi... e da darvi... se ci intendiamo...

Baratti. - Ma non sarebbe meglio che parlassimo da soli? (indica Marco e Amalia).

Sindaco. - Sanno tutto. (presentando Marco e Amalia) Il morto... cioè l'amico del morto e la sua vedova...

Baratti. - (ai due) Tanto piacere... (al Sindaco) Sono anche loro nell'affare?

Marco. - In un certo senso...

Baratti. - (guardando l'orologio) Bene. Non perdiamo tempo. Sua Eccellenza sta per arrivare... Ho impiegato molto tempo per scoprire tutto... sono state indagini un po' lunghette, ma ci sono arrivato.

Sindaco. - Chi altro lo sa?

Baratti. - (quasi offeso) Io solo... Che diamine! Non sono pettegolo e certe cose scoperte le tengo per me...

Marco. - Ah, il signor sindaco lavora in proprio.

Baratti. - (sorpreso) Come dice?

Marco. - Dico che è un buon metodo lavorare soli. Rende di più.

Baratti. - (alzandosi) Giovanotto... voi non sapete con chi parlate!

Marco. - Altroché... ce l'ha scritto in faccia.

Baratti. - (al Sindaco) Non sono qui per farmi offen­dere... Preferisco andare incontro a Sua Eccellenza...

(Il Sindaco e Nicola corrono a trattenerlo).

Sindaco. - Ma no...

Nicola. - Siamo qui per parlare d'affari... (lo riporta alla sedia).

Baratti. - (duro) Avanti... quanto offrite?

Sindaco. - (fa il gesto con le dita) Uno...

Baratti. - Poco...

Sindaco. - (alzando l'altro dito) Due...

Baratti. - Poco.

Sindaco. - (sbuffando) Due e mezzo... di più non ci arrivo.

Baratti. - (conclusivo) Diciamo tre milioni... (a Nicola) E tu?

Nicola. - (esitante) Uno...

Baratti. - No...

Nicola. - Due...

Baratti. - Può andare... (a Marco) E voi, giovanotto?

Marco. - (candido) Io?

Baratti. - Sì... voi! Siete legato allo stesso carro, no? Dunque...

Marco. - (fa un cerchietto con l'indice e il pollice) Ecco.

Baratti. - Cos'è?

Marco. - (calmo) Zero.

Baratti. - Con quanti «uno » avanti?

Marco. - Nessuno.

Baratti. - (furente) Cosa?

Marco. - (dolce) Zero via zero fa zero. Ecco la mia offerta.

Baratti. - (minaccioso) Ah, sì... vi piace scherzare... Bene, vi farò vedere chi sono io...

Sindaco. - (a Marco) Ma che ti salta in mente?

Nicola. - (a Baratti) Scusalo... forse voleva dire...

Marco. - (sorridendo) Volevo dire proprio zero. Nem­meno una lira. Anzi, pensavo di passare uno di questi giorni da San Martino per far quattro chiacchiere con lei, sindaco. (trae un foglio di tasca) Ecco qua... (leggendo) Il signor sindaco ha mai sentito parlare di una certa società «A.R.S.»?

Baratti. - L'Anonima Ricostruzione Strade...

Sindaco. - E' la società che ha vinto l'asta per la manutenzione delle strade di San Martino.

Marco. - Esatto. L'anno scorso.

Baratti. - E con questo? Offrì le migliori condizioni e vinse.

Marco. - Un momento; e la società per azioni «V.I.S.», la conosce?

Baratti. - Certo, è la sigla della «Veicoli Industriali Sociali», che gestisce il servizio di corriere per San Martino.

Marco, - Precisamente. Vis e Ars.

Baratti. - Se pensate che io abbia qualcosa in comune con quelle società, prendete un granchio, giovanotto. I nomi degli appartenenti a una società sono pubblici.

Marco. - Infatti, nei miei giorni d'ozio qui, sono giunto ad individuare i vari soci dell'Ars e della Vis. Sono tutte teste di legno senza una lira. Il capitale versato è suo. E i profitti anche. A quegli uomini di paglia lei lascia le briciole per i bassi servizi che gli rendono.

Baratti. - E' una calunnia. Vi denuncerò per diffamazione. (avviandosi) E adesso vado incontro al Ministro per raccontargli la truffa del monumento.

Marco. - (dolce) Se non le dispiace l'accompagno. (trae di tasca altri fogli) Ho buttato giù un esposto anch'io per Sua Eccellenza.

Baratti. - Cos'è? (si ferma).

Marco. - (c. s.) Una sciocchezzuola. La storia dell'Ars e della Vis. Con gli estratti dei bilanci. E la posizione presso il Catasto e presso l'Ufficio Imposte dei soci che risultano nullatenenti fino al giorno in cui s'incon-trarono con lei. Non credo che quei quattro disgraziati che lei sfrutta, chiamati a giurare, vorranno andare in galera per la sua bella faccia...

Baratti. - Questo è un ricatto.

Marco. - (rivolto al Sindaco) Sentite da che pulpito, viene la predica...

Sindaco. - (a Baratti) Caro collega, tu non lo conosci. (indica Marco) Questo ho ripulito anche me.

Baratti. - (sorpreso) Possibile? Ma allora è un diavolo.

Nicola. - No. Ha soltanto il genio degli affari.

Baratti. - (a Marco) Amico, voi siete sprecato qui. Venite a San Martino. Quello è terreno per voi.

Marco. - Mi dispiace ma parto. Ormai che ho fatto pra­tica, voglio lavorare in una grande città. I piccoli paesi non m'interessano più.

Baratti. - Peccato. Io e voi... potremmo fare grandi cose insieme...

Marco. - Fatele con loro. (indica il Sindaco) Perché vi odiate se siete dello stessa razza? Dovreste formare una società, un trust, un consorzio, qualunque cosa, ma lavorare d'accordo. Se voi due vi unite, non si salva più nessuno.

Baratti. - E' un'idea.

Sindaco. - Si può studiare.

Nicola. - Voglio entrarci anch'io.

Marco. - Vedete? Siete fatti per intendervi. Su, datevi la mano e unite le vostre forze.

(I due Sindaci si stringono la mano. Poi la stringono a Nicola).

Sindaco. - Accidenti! Abbiamo dimenticato Sua Eccellenza.

Baratti. - Affrettiamoci.

Nicola. - Andiamo. Vieni, Mariella.

(Si avviano con Giuffredi e Mariella).

Marco. - Sindaco, un momento.

Baratti. - Dice a me?

Marco. - (sorridendo) No. All'altro. Vi ho fatto risparmiare cinque milioni. Mi contento del cinquanta per cento.

Sindaco. - Cosa? Il cinquanta...

Nicola. - Ma sei pazzo?

Marco. - Beh, facciamo il quaranta, perché mi siete simpatici. Ma meno no, se volete che vi dia i documenti sull'Ars e sulla Vis.

Sindaco. - (a Baratti) Hai sentito? E' un genio o no?

Baratti. - Hai ragione. (indicando Marco) «Fortiter audère est...». (interrompendosi) No. Basta col latino.

Sindaco. - Sì. E' meglio, perché il latino io non lo capi­sco.

(Escono tutti. Restano soli Marco e Amalia).

Marco. - E adesso vestiamoci per andare in piazza anche noi a commemorare l'eroe.

Amalia. - Sì, Marco. Ma ho lasciato i vestiti giù.

Marco. - Allora andiamo giù. Ma prima saluta la stanza dove si spense tuo marito.

Amalia. - (rivolta al letto) Addio, povero Marco.

Marco. - (tenendo per mano Amalia, anch'egli rivolto al letto) Addio, Marco Vecchietti. Riposa in pace. Tu almeno puoi consolarti pensando che la tua morte è servita a qualcosa... Quanti altri uomini possono dire altrettanto?

(E mentre i due si avviano in punta di piedi come temendo di svegliare «qualcuno» che dorme nel letto, si ode lontana l'eco di una banda festosa che suona una marcia militare mentre cala la tela).

F I N E

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