I pragmatisti

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I PRAGMATISTI

Commedia in tre atti

di WITKIEWICZ

PERSONAGGI

PLASFODORO

MAMALIA, sua amante

CONTE FRANZ VON TELEK

LA MUMMIA CINESE

IL FEMMINONE

DUE GENDARMI

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

(Una stanza con una porta di fronte alla platea e l'altra, a destra, immediatamente accanto al sipario; a sinistra una finestra, attraverso la quale entra la luce del sole pomeridiano, che dà sull'arancione; le pareti sono ricoperte da stoffe nere con disegni gialli, orientaleggianti; nel mezzo del palcosce­nico, un tavolino sul trepiedi, con una caffettiera. A destra un sofà nero. Accanto al sofà un armadietto di legno nero. Per terra un tappeto nero a disegni lineari rossi. Quattro sedie dipinte in rosso scuro. Accanto al tavolino è seduto Plasfodoro con il volto nascosto tra le mani. Indossa un pigia­ma di seta bianca. Sui piedi nudi calza ciabatte di vernice nera. Mamalia è seduta sul sofà, a destra, indossa una vesta­glia color ciliegia, con risvolti di pelliccia bianca; è immo­bile con lo sguardo fisso davanti a sé. Un lungo silenzio, i Plasfodoro (senza staccare le mani dal viso) Basta, per Dio, basta! Non ne posso più! (Mamalia mostra inquietnu­dine) Non credo di poter resistere fino alla fine di questa giornata. (Mamalia si alza lentamente e resta in piedi, incerta, tutta la sua figura esprime una tensione insopportabile) Que­sto supplizio orrendo costituisce l'essenza del mio vivere. La conversazione con una donna! Oh, Dio! (scopre il volto e guarda davanti a sé con l'espressione di una sconfinata insod­disfazione) È mai possibile che io sia stato creato per essere attraversato dalla corrente dell'esistenza, senza che essa si fermi neppure per un istante. (Mamalia gli si avvicina da die­tro e ascolta le sue parole con visibile sofferenza; le sue labbra si muovono) Due sono le vie di uscita: o si è ciò che costi­tuisce il fluido, oppure lo schermo su cui esso creerà un quadro di misere proporzioni. Quale delle due è la più im­portante? (Mamalia gli copre gli occhi con le mani, restando sempre in piedi alle sue spalle, e sembra volergli immettere i propri pensieri direttamente nella testa) Scrivi, carogna, male­detta! (Mamalia corre all'armadio sulla destra, prende carta e matita, toglie il vassoio dal tavolo e lo posa per terra, quindi si inginocchia presso il tavolo. Plasfodoro la prende per mano. Mamalia comincia a scrivere fissando lo sguardo dispe­rato nel vuoto. Plasfodoro legge lentamente, via via che pro­segue lo scrivere) "Uno sterile supplizio guida la mano verso l'abisso delle parole, laddove il nonsenso incontra il senso e crea l'anima di un essere inesistente. Sii dunque quell'essere nato dalla parola che non esiste tra i viventi". Questo c'è già stato. Rispondi chiaramente, altrimenti ti ammazzo! Oh, lei non sa cosa è questo supplizio! (Le stringe la mano con tutte le forze, Mamalia barcolla. Entra in punta di piedi il Femminone, indossa una minigonna rosa e calze nere. L'espres­sione del suo volto è scherzosa. Gli altri non si accorgono della sua presenza) Rispondi, maledetta, se non. vuoi che ti riduca a un mucchio di...! (Mamalia riprende a scrivere. Plasfodoro smette di maledire e osserva attentamente la carta. Balbetta qualcosa e inizia la lettura) "Trasforma te e me in una parola inesprimibile che nessun essere vivente sarà in grado di pronunciare. Atta si avvicina, ti aiuterà - lo sento venire..."- (// Femminone, ridendo, osserva la scena. Improv­visamente si apre la porta del palcoscenico - che fino alla fine rimarrà chiusa - e senza bussare entra Franz von Telek; indossa un costume da cerimonia con un gilet bianco, in mano una bombetta e un bastone con l'impugnatura a palla, durata. Mamalia scatta in piedi e corre verso Franz; dall'ai tra parte accorre il Femminone. Plasfodoro a Franz) Ci man­cava solo lui! Cosa vuoi ancora, personificazione del vuoto più velenoso?

Il Femminone                  - (appeso al braccio di Franz) Si ricorda, signor Telek? Ricorda dove ci siamo incontrati?

Von Telek                        - (si libera brutalmente e rivolgendosi a Mamalia dice) Sono sano e forte come un toro. La vita si sprigiona da ogni poro del mio corpo.

Plasfodoro                       - (a Franz) Povero burattino che tutti possono imbrogliare. (Mamalia prende Franz sotto braccio e lo trascina verso Plasfodoro, sulla destra. È evidente il suo desiderio di mettere pace tra i due; von Telek porge la mano a Plasfo­doro, il quale però mette le mani in tasca. Il Femminone ride e si avvicina a Mamalia)

Il Femminone                  - Tutto si risolverà da solo. Non cerchi di convincere Plasfodoro. Lo conosco bene.

Von Telek                        - Tacete, donne! Sono forte come un toro e mi posso permettere il lusso di vedere rifiutata la stretta di mano da parte di questo morto di sonno. Fra poco, sono convin­to, parlerà diversamente, (a Plasfodoro) Sai, Plasfodoro, che ho inventato un nuovo modo di esprimermi artisticamente. Non vorresti occupartene? £ qualcosa di intermedio tra la scultura aspaziale e la musica che si immobilizza nello spazio. Ho persino uno strumento...

Plasfodoro                       - Vile! Vorresti strapparmi l'ultima incrudeltà. Conosco i tuoi sotterfugi. Non sei altro che un miserabile businessman. Vendi narcotici inesistenti quando ti mancano le idee per nuovi alcaloidi.

Von Telek                        - Che animale spudorato, questo mollusco! Ricor­di ancora la cosiddetta apotransformina che estrassi dall'in­nocuo cespuglio di tamarisco? Ricordi ancora le se4vagge vi­sioni che ti tormentarono allora?

Plasfodoro                       - Taci, non mi ricordare quei momenti di pro­strazione. (Mamalia si aggira in mezzo a loro. Sembra voler allacciare fili nascosti; i due uomini si calmano)

Von Telek                        - Già, sono sano come un toro. Ecco dove è la mia vera forza. Ora sono il capo servizio veleni al Ministero del commercio. Vogliamo monopolizzare tutti i veleni e creare un sindacato indipendente composto di astinenti più moderni. (Si siede sul sofà, accanto a lui si siede Plasfodoro. Conver­sano a mezza voce. Mamalia si avvicina a loro)

Plasfodoro                       - (in tono conciliante, indicando Mamalia) Ecco il mio ultimo veleno.

Von Telek                        - Non fingere, misero trasformista! Sei tu ad avvelenarla con la tua programmatica sterilità. Vivere vuol dire creare l'ignoto. È quanto ho imparato proprio da te.

Il Femminone                  - E io?

Plasfodoro                       - (al Femminone) Dimentichi di essere una sem­plice cameriera.

Il Femminone                  - - Ah, si? È permesso allora di raccontare al conte l'ultima scena? Ecco le pagine! (Afferra dal tavolo i fogli e legge ad alta voce, fuggendo Mamalia che tenta di strapparle le pagine) "Trasforma te e me in una parola ine­sprimibile, che nessun essere vivente sarà in grado di pro­nunciare..." (Mamalia le toglie i fogli e li strappa in piccoli pezzi; von Telek ride con voce tubale)

Plasfodoro                       - (alzandosi) Mi sono ringiovanito nella vostra compagnia. Può darsi che io stia sognando. (Si scuote) Oh, anch'io amo la vita! Vieni qui, Femminone! Sessanta chili di Femminone vivente non sarebbero forse in grado di sosti­tuire una creatività immaginaria? Perché, allora, non mi accon­tento mai? Von Telek è perfettamente a posto nel suo idioti­co ministero, nel suo sindacato di furbastri astinenti. Solo per me non c'è posto da nessuna parte. (// Femminone gli si av­vicina)

Il Femminone                  - (ingenuamente) C'è un veleno del tutto sconosciuto nel mio cuore. Chi sarà capace di sbudellarlo, ne proverà un godimento pazzesco.

Von Telek                        - È venuto il mio turno. (Abbraccia Mamalia, la quale con un movimento eludente, lo conduce alla porta) Tu sei colei che creerà in me la complessità dei sentimenti e mi darà ciò che non possiedo. Vinco e respingo. Mi pia­cerebbe, una volta, inoltrarmi al punto da non vedere più l'orizzonte. (Abbraccia Mamalia e entrambi escono dalla por­ta. Il Femminone e Plasfodoro si siedono sul sofà)

Plasfodoro                       - (// quale osserva distrattamente questa scena, dice al Femminone) Fu tutta un'illusione. Di nuovo sono il ragazzino dei vecchi tempi.

Il Femminone                  - (benevola, ma ironica) Povero pupo.

Plasfodoro                       - Riconsidero, sin dall'inizio, la mia vita, una vita priva di avvenimenti. Potevo essere quel che volevo. Solo una piccola molla mi era mancata.

Il Femminone                  - Ti manca ciò che crea la realtà irrefuta­bile. Conosco il supplizio dell'incredulità nel proprio amore. Mai però saprò capire il nonsenso.

Plasfodoro                       - Capisci sempre tutto attraverso il prisma dell'amore, e ciò malgrado tu sia un essere notoriamente ases­suale. C'è del resto una certa analogia, solo che qui l'oggetto è costituito da tutta una vita. L'unica soluzione sarebbe stato il suicidio. Ma non lo potevo commettere con la coscienza pulita, non sarebbe stata una soluzione. Ah, quanto mi stanca questa conversazione!

Il Femminone                  - E pensare che qualche istante fa eri tor­nato ragazzo.

Plasfodoro                       - Già, già, i miei amici del caffè "Illusione" mi prendono per pazzo proprio perché non scrivo versi.

Il Femminone                  - Non ti lasciar intrappolare da una nuova fandonia di Franz. Lo conosco troppo.

Plasfodoro                       - Non gli dò retta neppure io. (Dietro il palco­scenico si odono orribili bestemmie di Franz. Irrompe Franz von Telek, tutto scomposto, sul bianco gilet tracce di sangue)

Von Telek                        - Bestie! Io vi tratto come fantasmi beneducati,- invece siete più reali di tutto il mio Ministero.

Il Femminone                  - (in piedi) L'hai uccisa?

Von Telek                        - (con stizza) Macché! Sono stato accoltellato allo sterno perché non volevo essere sufficientemente reale.

Plasfodoro                       - (si alza evidentemente soddisfatto) Finalmente, incominciamo...

Il Femminone                  - (a Plasfodoro) Piantala di declamare. (A Franz) Allora come è andata?

Von Telek                        - Semplicemente. Mi sono rifiutato di compiere un piccolo delitto. Voleva che la uccidessi, subito, oggi stes­so, cosi, di punto in bianco. E si è infuriata al mio rifiuto.

Plasfodoro                       - Da sola dunque non ce la fa? Ah, ciò suscita la mia più viva ammirazione.

Il Femminone                  - Anche lei, dunque! (Indicando poi Plasfo­doro) Francesco, questo qui è più forte di quanto sembra, te lo dico io.

Von Telek                        - (pulendosi con la tovaglia) In determinati momenti tutti siamo più forti di noi stessi.

Plasfodoro                       - Non parlo di momenti, bensì della loro conti­nuità. (Entra Mamalia e si avvicina a Plasfodoro) L'infernale banalità dell'esistenza. Sono le quattro pomeridiane. Poi ci sarà la cena, poi l'orgia, poi la seduta spiritistica, poi gli incubi notturni, poi la solita dose di ricostituenti. Ah, è insopportabile!

Von Telek                        - Se tu dovessi lavorare con me, non diresti que­ste cose. C'è una vita sola. Apparentemente è una banalità, eppure pochi sono gli individui che se ne rendono conto. Io mi salvo soltanto grazie al fatto che sono sano come un toro. (Mamalia abbraccia Plasfodoro con morbidi gesti. Von Telek le volta le spalle con disgusto e abbraccia il Femminone)

Il Femminone                  - (lasciandosi fare) Dimmi, Franceschino, è vero? Non mi respingi?

Von Telek                        - (freddamente) Ancora non mi sono ridotto come loro. Ancora resisto. Guai a colui, però, che saprà spri­gionare tutta la mia forza. Ci sarà una poltiglia imbevuta di sangue, polvere svolazzante sullo sfondo del nostro cielo quo­tidiano.

Il Femminone                  - (a Franz) È arrivata, quella lì?

Von Telek                        - Mi aspetta in albergo.

Plasfodoro                       - (urlando) Ne ho abbastanza. Ho impedito per sempre tutte le soluzioni. Solo la morte, la mia e quella di lei, costituiranno la mia unica opera. Femminone, del caffè. (Il Femminone esce) 60

Von Telek                        - Perbacco, posso esserti d'aiuto. Permettimi di fare un salto all'albergo, qui accanto. Nella mia stanza si trova rinchiuso il ricordo di un certo fatto che non si è ancora mai avverato. (Mamalia si avvicina a Franz e intrec­cia le mani in un gesto supplichevole)

Plasfodoro                       - Fai pure, ormai non temo niente.

Von Telek                        - Vado, dunque. (Mamalia lo vuole trattenere; von Telek, brutale, la respinge ed esce)

Plasfodoro                       - E ora? Il solito programmino. Che modo in­fame di uccidere in noi la bizzaria della vita. (Mamalia esprime a gesti il suo intimo supplizio) Smettila di girare come un burattino. Con te, persino la conversazione diventa fastidiosa. Ah, se potessi starmene solo come una volta! (Si siede con disperazione nei gesti e nell'atteggiamento, come all'inizio dell'atto. Mamalia con le mani intrecciate si piazza alle sue spalle. Pausa. Entra von Telek. conducendo per mano la Mummia cinese. Mamalia corre verso la Mummia, la quale avanza con mosse lente e "panciute" verso il cen­tro del palcoscenico. La Mummia bacia Mamalia sul capo. Plasfodoro è sempre seduto con il viso tra le mani)

Von Telek                        - Plasfodoro, Plasfodoruccio, svegliati! Accogli nel tuo intimo inaridito questa nuova realtà! (urla con voce spaventosa) In piedi, immediatamente! (Plasfodoro si alza e si volta verso la Mummia)

Plasfodoro                       - (a Franz, con indifferenza) Tutto qui?

Von Telek                        - (alla Mummia) Parla! (Entra il Femminone con il caffè)

La Mummia                     - (con voce cavernosa, a Plasfodoro) Ricordi quella notte a Saigon? Quando l'oppio penetrava le nostre vene, gonfiandole del desiderio d'ignoto... (Mamalia si pone tra Plasfodoro e la Mummia, rivolta verso Plasfodoro)

Plasfodoro                       - (duramente) Non ricordo un bel niente. Sei il nuovo medium di Franz. Ma il tuo cinesismo mi pare un tantino sospetto.

La Mummia                     - E ricordi quella notte, quando all'ombra dei Ping-Fang mi avevi sedotta in una capanna di bambù e avevi succhiato l'ultima goccia del mio sangue attraverso una can­nuccia dell'erba secca Wu?

Plasfodoro                       - Vagamente, qualcosa ricordo, si. Forse sono davvero stato nei pressi di Saigon. (Mamalia balla, facendo figure come se volesse innalzare tra di loro una parete impe­netrabile)

Von Telek                        - (alla Mummia, duramente) Continua, princi­pessa Tsui.

Plasfodoro                       - Tsui? È un nome che non mi giunge nuovo.

La Mummia                     - Ricordi, quando saziasti la tua smodata bra­mosia bianca, mentre quella giallo-nera restava sempre insod­disfatta? Ricordi cosa facesti allora? (indica Mamalia con una unghia lunga ed aguzza) Fu allora che lei ammutolì per il resto dei suoi giorni.

Von Telek                        - (duranmente) Continua, parla!

Plasfodoro                       - Già, ora ricordo, cinque anni fa, di maggio, sono stato con te, a Saigon. (// Femminone sorregge Mamalia, che barcolla, e la conduce verso il sofà. Mamalia piange e fa gesti disperati)

Von Telek                        - (in tono imperativo) Tsui, digli la parola de­cisiva. Trasformalo, e trasforma anche lei in quella parola che nessun essere vivente potrà mai pronunciare. (Mamalia scatta in piedi e si avvicina a Plasfodoro, ma si ferma ad un passo da lui e fa gesti come se non potesse varcare quel cerchio magico. Il Femminone, ridendo, osserva la scena. La Mummia con un braccio attira la lesta di Plasfodoro e gli sussurra qualcosa all'orecchio)

Plasfodoro                       - (cadendo) No! No! Non voglio... non voglio.. (Termina con voce sempre più spenta e rovina per terra)

Von Telek                        - (incuriosito, alla Mummia) Che cosa gli hai detto, Tsui cara, principessa di loto?! Io sono sano come un toro e resisto a qualsiasi cosa. (Mamelia aiutata dal Femminone trasporta Plasfodoro sul sofà)

La Mummia                     - (a Franz) Gli ho detto quella parola che avrebbe potuto uccidere anche te, caro il mio toro sanis­simo. Ed è stato appunto ciò che non gli potè dire quella là (indica Mamalia) perché fu allora che perse la favella.

Von Telek                        - Dillo a me. Ignoro, infatti, ciò che mio mal­grado riesco a creare, in quanto rifiuto inconsistente della mia esistenza. Ne produrrò un nuovo veleno. (La Mummia fa un passo nella sua direzione; von Telek indietreggia, ter­rorizzato. Mamalia gli si avvicina, lo prende per mano e lo porta via)

Von Telek                        - (sulla porta) Questa volta devo aver un po' esagerato. (La Mummia si avvicina lentamente al sofà sul quale giace, privo di sensi, Plasjodoro)

Il Femminone                  - (sorreggendo la testa di Plasfodoro) Il mio signore deve aver vissuto qualcosa di essenziale, come usano dire quelli del caffè "Illusione". Purché non sia stato roppo essenziale per questo mollusco.

La Mummia                     - (inginocchiata accanto a Plasjodoro) Taci e reggigli bene la testa.

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

(La stessa stanza dell'atto primo, è notte. Il tavolino rosso è accanto al sofà e su di esso tre candele che ardono in un unico candeliere. Plasfodoro è sdraiato sul sofà. La Mummia è seduta sul tappeto, per terra, di profilo al pub­blico. Mamalia cammina su e giù tra Plasfodoro e la Mum­mia dimenando disperatamente le mani ed esprimendo con ogni gesto una grande paura e inquietudine)

La Mummia                     - Ora ricordi bene chi sono. Plasfodoro mi portò via dalla residenza estiva dei miei antenati, quando ero ancora giovane e bella. La vita che desideravo per lui era simile ad un sogno irreale: ombrosa e sanguinosa, bianca e innocente. Conteneva ogni cosa: secoli fa egli sarebbe stato un saggio e un guerriero. Gliela volevo regalare nel sogno. Fosti tu a destarlo a questa vostra miserevole esistenza, in cui tutto ciò che è meschino ma utile si impadronì' della sua nobile anima. Soltanto l'anima fu bella in lui: il corpo, roso dall'orrendo morbo che brucia la vostra umanità, non poteva sopportare il calore dell'anima ardente, quasi un fuoco eterno, sul grande e nero Vuoto dell'Esistenza Asso­luta. (Mamalia si getta in ginocchio davanti alla Mummia e piega la fronte fino a terra, si rialza e si inchina ancora) E ora che te ne farai, contessa von Telek? Persino tuo fra­tello ti volta le spalle, quel fratello che nell'infanzia ti amò con un affetto per niente fraterno. (Mamalia continua a battere la fronte per terra) Alzati e fallo rinvenire. Altri­menti come farà ad udire quel tuo muto richiamo che ti dilania e ti consuma in un fuoco inesprimibile? (Mamalia s'alza in piedi e si contorce in un supplizio orrendo. Sembra che un grido voglia sprigionarsi dal suo petto, ma non ci riesce)

Plasfodoro                       - (senza destarsi dal sonno) Sento di cadere con una velocità infinita verso sconfinati abissi, morbidi co­me le piume e neri come la notte più buia. (Mamalia ascolta le sue parole) Al di sopra di me il tutto, vagante sotto forma di un disgustoso e gonfio piastrone che ora si avvicina e ora si allontana. Ad ogni punto della realtà cor­risponde un punto su questo maledetto piastrone. Avrei po­tuto collegare con fili tutti i punti corrispondenti, riunendo cosi il sogno all'esistenza reale. Invece cado sempre più in basso e cosi il mio supplizio non avrà mai fine. (Mamalia si slancia verso di lui, ma poi si ferma, e con una decisione improvvisa estrae una pistola dall'armadietto e spara alla Mummia. La Mummia resta seduta, imperturbabile. Mamalia le si avvicina ancora di più e spara a bruciapelo, al petto. La Mummia non reagisce minimamente. Mamalia cade di nuovo in ginocchio e si inchina fino a terra)

La Mummia                     - (tranquillamente) Mamalia von Telek, cal­mati! Non è cosi che si sconfigge l'essenziale bizzaria della esitenza. (Entra il Femminone che indossa una vestaglia a una cuffia rosa)

Il Femminone                  - (con spavento) Ragazzi indisciplinati, per­ché sparate? Tanto, a che serve? Oh, se sapeste quante cose terrificanti mi ha raccontato Francesco, prima di an­darsene. Ho sognato continuamente orribili assassini astinenti che sorbivano spaventosi veleni: monopolizzati, sistematiz­zati, meccanizzati. Ah, non è stata una notte d'amore ne! senso normale di questo termine.

La Mummia                     - La notte d'amore si avrà soltanto domani. Solo la morte può risolvere cose meschine e insignificanti come l'amore di Francesco von Telek.

Il Femminone                  - Dimmi dunque, principessa Tsui, sei in grado di dominarlo completamente?

La Mummia                     - Niente domina niente; ogni cosa si crea da sola, in unione con tutto il mondo, il quale altro non è che l'occhio del Nulla su se stesso. (Mamalia si alza e lan­cia uno sguardo furibondo alla Mummia)

Il Femminone                  - Ma allora questa qui, la mia signora, per la quale ho tanto disprezzo, chi è?

La Mummia                     - È la personificazione del castigo sotto le sembianze della vita stessa, non la guida nessuno poiché l'esistenza dell'Ente Supremo consiste nell'essere il sonno senza sogni nell'infinito di tutto ciò che passa.

Il Femminone                  - Sei noiosa, o Mummia di un personaggio di riguardo. Ti prediligo il barbuto Franz, tuo impresario. (La Mummia cade nella più completa astrazione contempla­tiva. Mamalia è prostrata davanti a lei. Pausa. Entra von Telek; indossa un pigiama nero)

Von Telek                        - Pensavo di trovare qui almeno qualche cada­vere, vedo invece che si è trattato di una piccola lezione di metafisica nello stile del maestro Teng-Tsen. (A Mama­lia) Alzati, povera sorellina mia, siediti poscia, e non te la prendere troppo per questa situazione. Ne conosciamo di ben peggiori. (Mamalia scatta in piedi, esprimendo a gesti la più grande indignazione. Respinge in aria qualcosa di inesistente, vorrebbe gridare ma non può. Finalmente si pre­cipita su Plasfodoro nel tentativo di svegliarlo. Lo scuote, lo abbraccia, lo bacia, invano; von Telek ride con voce tubale; la Mummia lo accompagna con sghignazzi catacombali. Mamalia cade in ginocchio davanti a Franz, il quale ride iro­nico, appoggiando la mano destra sul capo della Mummia) In ginocchio, buffona! Solo io sono il Signore delle potenze extraterrestri, e ciò malgrado tutto il realismo. Volevate ingannare le leggi fondamentali dell'esistenza e costituire la unità priva di contenuto al di fuori della vita? Bene, ora ve la faccio vedere io! (La Mummia si alza lentamente e si piazza accanto a Franz, il quale l'abbraccia alla vita)

La Mummia                     - (seccamente) Sveglialo, Franz.

Von Telek                        - E perché no? Non me ne importa affatto che questo mentecatto tiri le cuoia. (Si avvicina a Plasfo­doro; Mamalia lo segue, si inchina e osserva ogni mossa di von Telek. Lui afferra la mano di Plasfodoro, le fa com­piere tre giri e poi la getta sul petto del dormiente. Plasfo­doro scatta violentemente in piedi)

Plasfodoro                       - (strofinandosi gli occhi e aggiustando il vestito; a Franz) Come, tu di nuovo qui? Brutta balia delle checche! Procacciatore di lesbiche!

Von Telek                        - (leggermente smarrito) Plasfino, ti prego, mo­derati, ci sono le signore. (Plasfodoro gli sferra un violento pugno sul viso; von Telek si copre il volto con le mani)

La Mummia                     - Dagli! Dai quanto puoi! Non gliele rispar­miare! (Gracchia soddisfatta)

Plasfodoro                       - (infuriato) Tieni, saltimbanco incestuoso! Tie­ni mantenuto di Astarte! (Mamalia osserva con sguardo rapito; von Telek fugge verso la porta e ci si ferma) Come osate imbrogliarmi in questo modo? Chi è il padrone qui dentro?

Von Telek                        - (tastandosi il muso dolorante) Parliamone tranquillamente. Non vorrai mica che mi batta con te.

La Mummia                     - Il conto è già saldato. Prendo su di me il tuo onore, Franz. Tu, Plasfodoro, dicci invece finalmente se ami questa donna muta, ma incomparabile dal punto di vista vitale.

Plasfodoro                       - (abbracciando Mamalia) Ah, se sapessi cosa è l'amore, te lo direi, principessa Tsui. Tanto, purtroppo tanto tempo fa, lo sapevo. A quel tempo però scrivevo sciocche poe-siole. Oggi questo è un deserto privo di vita, nel quale è cessato ogni pianto e ogni lamento che supplica pietà (Mama­lia gli si fa affettuosamente vicina)

Von Telek                        - Anche tu, Tsui, contro di me?

La Mummia                     - Io eseguo soltanto la parte che mi è imposta dall'Unione di Tutto nel Tutto.

Plasfodoro                       - (a Mamalia) Questo è volgare determinismo. E se, invece, io ti amo? Per me sei come la madre per il figlio angustiato da malattie, figlio che forse in un'altra esi­stenza fu un titano. (Mamalia si contorce intorno a lui con movimenti cagneschi e nello stesso tempo felini)

Von Telek                        - Dove è dunque la bizzaria di tutto ciò che si preannunciava cosi bene?

La Mummia                     - Tu scorgi la bizzarria in ciò che urta il tuo grossolano sistema nervoso: è una bizzarria di secondo gra­do. Ma non ti accorgi della vera trasformazione della per­sonalità.

Von Telek                        - Dimentichi di essere soltanto il mio baga­glio. Tu non esisti, non possiedi alcun documento. Io inve­ce possiedo uno scontrino col quale posso ritirarti, cara prin­cipessa. (La Mummia si avvicina lentamente a Franz; Plasfodoro si alza di scatto dal sofà sul quale era seduto e esce di corsa) Parliamoci una volta apertamente, approfittan­do dell'assenza di quell'isterico. Quale era la vera ragione di questo nostro incontro? (La Mummia si gira verso di lui e alza lentamente la mano, von Telek barcolla e urla ter­rorizzato) Pietà! Non voglio niente! Ti amo, Tsui, e ho paura di te. Sono sano come un toro dei Farnese e amo la vita, maledizione, cosi come è fatta. (Termina con un tono più rilassato, dopo aver visto abbassarsi la mano della Mummia)

La Mummia                     - (con disprezzo) Vigliacco! (Indica Mamalia) Se non fosse muta, lei avrebbe potuto raccontarti cose tal­mente orripilanti che moriresti per il solo supplizio di dover ascoltare. (Mamalia osserva con orrore la Mummia e fa un gesto di semidiniego. Entra Plasfodoro seguito dal Femminone in un'acconciatura per la notte)

Plasfodoro                       - (con un quaderno in mano) Ecco la lettura notturna della nostra cameriera. Le Rimembranze del conte von Telek. (Sfoglia le pagine; von Telek assiste indiffe­rente)

Von Telek                        - Me ne sono scordato, stordito come ero dal trasporto amoroso follemente sensuale per la tua fantesca, Plasfino mio. Ma comunque, prima o pqr, avremmo dovuto giocare a carte scoperte. Puoi risparmiarci la lettura di que­ste pagine. Ora ti dico il segreto principale...

Plasfodoro                       - (legge) "...Allora potremmo fare con questi mentecatti una tournée attraverso il mondo..." (A Mamalia) Saremmo noi e la nobile principessa. Voleva aprire con noi una specie di macabro cabaret!!!

Von Telek                        - (gli strappa il quaderno dalle mani; Plasfo­doro ride nervosamente) Il secondo segreto è molto più importante...

La Mummia                     - (interrompendolo) Non è ancora...

Von Telek                        - (con orgoglio) Capita anche a me di avere la mia volontà, signorina Tsui.

La Mummia                     - (ironica) I guerrieri si esibiscono nei caba­ret, mentre la plebaglia blasonata governa i popoli...

Von Telek                        - (la interrompe) Questa è la vita, non è un cabaret e nemmeno metafìsica. Cencedimi che nella vita sarò io a dirigere le cose. (La Mummia si accuccia alla turca, rivolta verso il pubblico; von Telek a Plasfodoro) Mamalia ti avrà certamente parlato di quel misterioso uomo che l'aveva sedotta all'età di otto anni? Quel tale ero io. Ho dunque diritti molto maggiori di quanto possa sem­brare. (Mamalia in piedi, pietrificata, lo sguardo fisso in terra, poi fa gesti come se volesse scacciare uno sciame di api. Plasfodoro tace)

La Mummia                     - I bianchi dicono tante cose inutili sia in vita che sulla scena. Non sai forse, o prigioniero della pro­pria lingua, che quel che accadrà domani, deve accadere, anche se oggi avessi smosso tutti i demoni del mondo?

Von Telek                        - (senza prestare attenzione alle sue parole) Plasfino, non sei roso dall'odio? È possibile che tu abbia perso ogni facoltà di sentire?

Plasfodoro                       - (in estasi) Non sapevo di dovere a te la mia felicità. Perché la mia felicità è dovuta proprio al fatto che lei è quella che è. All'idea che io la possa perdere, sempli­cemente non esiste più. Vieni Mamaliuccia mia, dammi le tue labbra. (Mamalia si getta in ginocchio davanti a Plasfo­doro, il quale la bacia sulla bocca sollevandola nello stesso tempo da terra)

Il Femminone                  - Non sai, Franz, come disprezzo la mia signora.

Plasfodoro                       - La tua prolusione è un altro indispensabile accordo in questa sinfonia.

La Mummia                     - (con voce indifferente, da automa) Franz, riaccompagnami all'albergo.

Von Telek                        - (con rabbia) Vedo che realmente non servo più a nessuno. Femminone, grazie per l'ultima notte. Dete­sto le donne imprudenti e indiscrete.

Il Femminone                  - (lamentandosi) Mi lasci proprio, Franz?

Von Telek                        - (prendendo la Mummia sotto braccio) Per sempre e definitivamente. (// Femminone ride nervosamente)

Plasfodoro                       - (con Mamalia tra le braccia) Franz, non ti dimenticare, domattina ti aspetto alle nove, per il colloquio decisivo. (Von Telek e la Mummia escono, li segue il Fem­minone. Plasfodoro, esausto, si getta sul sofà; Mamalia cam­mina su e giù per la stanza, con passi nervosi) Non ti la­sciar prendere dai presentimenti. Sono stanco morto, fammi riposare un istante (Mamalia si ferma e fa gesti come se non resistesse più nella propria pelle) Non è forse la con­versazione la forma essenziale per vivere la propria vita? Parliamo in modo qualsiasi... Il solo parlare... Nelle parole la gamma delle possibilità è maggiore che negli avvenimenti. Se almeno si potesse concepire ciò che trascorre come il trascorrere di un grado diverso e non come un corrispet­tivo. (Mamalia sembra voler rispondere: "appunto, appunto questo") Non mi posso decidere a morire. È la stanchezza dell'autopersonalismo nella lotta informe contro il nonsenso. Chiusi in una pallina di vetro, rotoliamo attraverso mondi sconquassati. Quando glielo dissi, laggiù all'"Illusione", si alzò Hildesheim e chiese in tutta serietà: "E sia, ma avete letto il capitolo III di Meierspritz sull'endomnesia triatticale?", o qualcosa di simile. Non avevo letto e non avevo intenzione di leggere. Quel maledetto incasellamento di ogni cosa. A dire la verità, non vi è nulla che mi possa saziare. Ho perso la capacità di godermi un piacere qualsiasi, anche se nel decimo grado di parentela con la vicissitudine diretta. Il mistero stesso mi sembra qualcosa di inanimato, eterno nella sua immutabilità. Quell'altro imbecille, Stanghuyzen, mi disse allora con aria seria: "Dementia praecox". Per me tuttavia è proprio questo l'assoluto. I criteri di questi signori non mi importano affatto. (Si stiracchia) Solo la formulazione di qualcosa di simile ha un valore. Perché è un qualcosa che non si smarrisce nell'universo. Tutto il resto passa e si disperde nel nulla. (Sbadiglia. Mamalia gli si av­vicina e prende la sua testa tra le mani. Improvvisamente comincia ad ascoltare, poi con passi felpati si avvicina alla finestra, a sinistra. Ci resta per un istante, ascoltando) Ti supplico, lascia stare questi presentimenti. Per un istante, al­meno, volevo navigare nella dialettica pura, al di sopra della vita, persino di una vita irreale come la nostra. È la scon­fitta della espansività centrifuga, della elasticità tesa alla trasformazione della realtà. (Mamalia scosta le tende e apre la finestra) Smettila, ti prego... (Mamalia si appoggia al da­vanzale e ascolta. Da lontano si ode il suono di un mando­lino, più da vicino un canto orientale, privo di melodia, can­tato con voce soffocata e indifferente)

La Mummia                     - (canta nella finestra di fronte che dà sul cor­tile dell'albergo) Ma a a a la ra ga a a a ta; ka ma ra ta ka a a la; ma ga ra ta Ma ga ha a; Me-ge-ere-ka-la-wa-ta-pa-a-a. (Mamalia ascolta. Plasfodoro si alza dal sofà e si avvicina alla finestra. Ascoltano entrambi. Poi Mamalia si scuote con orrore, volta le spalle alla finestra, congiunge le mani e si contorce in gesti disperati. Plasfodoro con rabbia e violenza chiude la finestra e la copre con la tenda. Prende Mamalia per mano e la trascina verso il sofà)

Plasfodoro                       - (mentre cammina e mentre si siede) Basta, basta. Questa maledetta Mummia è la figura più reale di noi tutti. Per causa sua la realtà si è intrufolata tra noi. (Mamalia in piedi davanti a lui, esegue gesti supplichevoli con i quali esprime il desiderio che Plasfodoro le dica qualcosa) Vuoi sapere cosa mi aveva detto quella volta all'orecchio? Oggi mi sembra una sciocchezza. Mi ha assicu­rato che esiste una vita futura, dandomi se stessa come testimonianza. Ma sono tutte fandonie. La nostra vita è la più ricca di bizzarrie. Non ho bisogno dell'aldilà. Tanto non riusciremo mai a penetrare l'eternità, e l'aldilà, se c'è, non è altro che una variante di ciò che è qui. La bizzarria dell'esistenza non si cela in questo. Sono spauracchi per bam­bini, segreti di terza media, fantasmi da sedute spiritiche. Ah! Che noia! (Mamalia Io supplica con gesti perché non parlasse più, come se le sue parole fossero un sacrilegio. Attraverso la finestra chiusa si ode appena il canto della Mummia)

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

Quadro primo

 (Mattino del giorno successivo. La stessa stanza. Mamalia e Plasfodoro bevono la cioccolata, seduti al tavolino. Li serve il Femminone. Entra, ubriaco, von Telek)

 Von Telek {cadendo pesantemente sul sofà) Ora parlia­moci seriamente. E possibile che questa vita vi soddisfi? È proprio questo che sognavamo da ragazzi, quando io volevo fare il pirata, e tu, l'artista? No. Non c'è posto per noi nella società. Neppure per me, malgrado abbia un incarico più che concreto. Ciò che una volta era grande, oggi, in seguito al processo della polverizzazione sociale, è diventato una porcheriola piatta e inanimata.

Plasfodoro                       - (con ironia) A che serve rendersi conto di queste amare verità? Persino le mie sofferenze appartengono ad un'altra dimensione. Il volere, il non aver voglia, il dolo­re, il piacere sono concetti che mi sono estranei.

Von Telek                        - (si alza rapidamente e toglie una spilla dalla cravatta; ficcandola nella mano di Plasfodoro) Anch-3 questo non ti riguarda? (Mamalia lo trascina via)

Plasfodoro                       - (urlando dal dolore) Aaaa!!! Bestia selvag­gia! (Si succhia la mano; von Telek torna a sedersi sul sofà) Ho un corpo io, per centomila belzebù! Non parlo mai di quella lurida spiritualizzazione astinente.

Von Telek                        - E io detesto le balle.

Plasfodoro                       - (continua a sorbire la cioccolata) Tu conce­pisci tutto in un'altra dimensione. Sei un toro troppo rea­le, caro Francesco, e sei lontano dal capire il modo in cui esistiamo, io e lei.

Von Telek                        - Non mi parlare di questa gallinella acqua­tica. Una bestiola alla quale manca il dono della parola. Se potesse parlare vedresti tutta la sua nullità. La donna, in generale, non dovrebbe parlare. Se fossi un tiranno asso­luto, farei strappare le lingue a tutte le femmine del mio Stato, senza badare al fatto che i baci perderebbero di fascino. (Mamalia, sul sofà, si contorce in pene indefi­nibili)

Plasfodoro                       - (con noia) Stiamo parlando di cose diverse, anche se ci serviamo di parole uguali. In questo consiste la miseria e la ricchezza di una lingua.

Von Telek                        - Basta con le divagazioni. Ciò che vorrei è la creazione di una certa realtà. E non deve essere necessaria­mente un cabaret, piuttosto un circolo, un'associazione, biz­zarrie di ogni sorta e tu solo potresti esserne il direttore.

Plasfodoro                       - Ho. capito. La coscienza sociale e l'adatta­mento alle attuali, livellanti condizioni di certe condizioni di certe creature dei vecchi tempi che tendono ad arram­picarsi in alto. Non ci casco mica.

Von Telek                        - Ma perché dovresti considerarlo come, un compromesso? Non vale forse la pena di raccogliere i frutti che, una volta, venivano offerti dall'eroismo o dal vero potere, in questo mondo o in un altro?

Plasfodoro                       - Non potrei più essere me stesso. Perderei quella spensieratezza che mi è data dal completo isolamen­to. (Mamalia si avvicina di nascosto a Franz, il quale non se ne accorge)

Von Telek                        - E invece il superamento della vita odierna non consiste affatto nell'isolamento. Bisognerebbe creare i focolai della peste perché distruggesse la vita. Un'infiam­mazione capillare di tutta la società che nessun inventore della felicità universale sarebbe in grado di debellare. (Mamalia lo scaraventa per terra insieme alla sedia e gli serra le mani intorno alla gola; von Telek l'afferra per i capelli e cosi, legati con le teste, rotolano per terra. Plasfodoro sor­bisce tranquillamente la sua cioccolata e sfoglia un album di fotografìe. Von Telek urla) Lasciatemi!! Soffoco... Carogna... (Accorre il Femminone e si precipita ih aiuto a Franz)

Il Femminone                  - Francesco, mio povero Francesco! Oh, come disprezzo la mia povera signora. (Mamalia molla Franz e balla di gioia sul lato sinistro della scena. Plasfodoro non ha avuto la minima reazione)

Von Telek                        - (alzandosi, a Plasfodoro) Ti avevo detto che era una sciocca bestiola.

Il Femminone                  - Francesco! Ti supplico, amami ancora. Non mi abbandonare in questa casa orrenda.

Von Telek                        - (con impazienza) Smamma, marmellatina acerba.

Il Femminone                  - Francesco! Ti supplico, prendimi nel tuo cabaret. Senza di te non c'è vita! (Franz von Telek, con un gesto improvviso, estrae un grosso martello da tappezziere dalla tasca del cappotto e spacca la testa al Femminone inginocchiato. Quest'ultima, senza un lamento, crolla sul tappeto. Franz annaspa pesantemente. Plasfodoro richiude tranquillamente l'album e beve ancora un sorso di cioc­colata. Mamalia continua nella sua danza gioiosa)

Plasfodoro                       - (scagliandosi improvvisamente contro Franz) Ah! Basta con le confidenze di questo King of life. (Lo cac­cia dalla porta e chiude la porta a chiave; torna e beve ancora un sorso di cioccolata; Mamelia, raggiunto l'apice della soddisfazione espressa nella danza, si calma. Lui la conduce verso il sofà dicendo) Persino la morte di esseri asessuati non mi fa più impressione. Ora, tornando a quel che si diceva, ho inventato un nuovo modo di vivere. Re­stando sdraiati e immobili             - porteremo al culmine l'inquietitudine interiore... (Mentre pronuncia queste parole, cala il sipario)

Quadro secondo

 (La sera dello stesso giorno. Sull'imbrunire. La stessa stan­za. Ardono tre candele. La scena è vuota, solo il cadavere del Femminone, con la testa abbondantemente fasciata, è seduto sul sofà. Deve essere messa in evidenza la cadaverica rigidità delle gambe e delle braccia. Silenziosamente, in punta di piedi, entra Mamalia e scruta attentamente tutta la stanza, poi origlia alla porta e guarda sotto la tenda del­la finestra. Di colpo è presa dalla paura. Ha paura del cadavere e della porta spalancata e buia. Il terrore la pa­ralizza, poi sembra volersi salvare, ma si paralizza nuova­mente. Entra silenziosamente la Mummia, che continua a muoversi con gesti "panciuti". Mamalia spalanca le brac­cia e resta cosi, paralizzata dall'enorme spavento. La Mum­mia si avvicina lentamente, abbraccia Mamalia, sempre rigi­da dal terrore, poi prende a baciarla appassionatamente. Mamalia cade, la Mummia la sorregge, poi la trasporta sul sofà e la fa sedere accanto al cadavere del Femminone. Mamalia resta seduta con occhi sbarrati dalla paura)

La Mummia                     - (urla indicando con l'unghia il sofà) Alzati! (Si alzano contemporaneamente: il cadavere del Femmino­ne e Mamalia, simili a due automi) A terra! Fuori di qui!! (// cadavere del Femminone cade in avanti, appog­giandosi sui gomiti si trascina verso la porta. Mamalia os­serva per un po', interdetta dalla grande paura, poi cade svenuta sul sofà. La Mummia, immobile, esegue con il dito e l'enorme unghiaccia dei movimenti che guidano verso la porta il cadavere strisciante del Femminone. Sulla soglia della porta l'incorniciano, senza accorgersene e scavalcan­dolo, Plasfodoro e Franz von Telek. La porta rimane aperta. La Mummia si siede per terra accanto al sofà)

Von Telek                        - (apparentemente terminando una frase) E finalmente, in questo modo, raggiungeremo la riva. Intendo dire l'India, le isole Sunday e l'Australia.

Plasfodoro                       - (distratto) Sì, certo, ma sarò io in grado di realizzarvi un sistema idoneo per la mia attività creativa? (Mamalia si sveglia terrorizzata e si strofina gli occhi, poi a passi barcollanti si avvicina a Plasfodoro)

Von Telek                        - (accorgendosi della presenza della Mummia) Quale intraprendenza! Il mio bagaglio passeggia liberamen­te, senza lo scontrino, e va dove più gli piace.

La Mummia                     - (a Franz) Sei imprudente come un marito o un amante troppo credulo, al quale sfugge l'amata senza che lui se ne renda conto.

Von Telek                        - (con un gesto di noncuranza) Ho cose pi lì importanti a cui pensare che il problema della vita nell'al­dilà. Siediti Plasfodoro e manda via questa tua muta be­stiola. (Plasfodoro con un gesto della mano allontana Mama­lia, la quale attraversa la stanza con movimenti non meglio definibili. La Mummia emette un ruggito di inquietudine, ruggito che si trasforma, via via che prosegue il colloquio tra i due uomini, in un canto orientale, come nell'Atto se­condo. Con il procedere del canto della Mummia, i movi­menti di Mamalia si fanno sempre più calmi, mentre Plasfo­doro si fa sempre più distratto e le sue risposte a Franz

Von Telek                        - sempre più automatiche. Franz è seduto sulla destra, voltando le spalle alla Mummia, Plasfodoro, a sini­stra. Von Telek parla all'aria, senza badare a Plasfodoro. Von Telek, con convinzione) Tu continui forse a credere che io ho un misterioso business. Non pensare cosi, ti prego; da questo momento non hai più il diritto di pensare cosi. Anch'io non ce la faccio a vivere tra le cose che ci circondano, e cerco una via di uscita. Solo che mi manca la tua forza per creare, isolato dall'ambiente. Preferirei piut­tosto modificare l'ambiente, secondo il nostro concetto meta­fisico. La creazione di una follia metafisica di massa - non sul modello delle sette americane però - è una fandonia...

Plasfodoro                       - (sempre più distratto) Certo, certo, - lo vedo anch'io. È una gran bella cosa. Solo che ogni tanto mi pare che il gioco non valga la candela.

Von Telek                        - (interrompendolo) Puoi tu essere solo? Una volta, forse, avresti potuto essere un eremita, ma ora, da quando Mamalia, attraverso il silenzio che la circonda, è veramente tua, non sei più capace di essere solo.

Plasfodoro                       - (osservando la Mummia che si alza lentamente) Certo che sarei capace. Solo la morte potrebbe...

Von Telek                        - (fissando lo sguardo nel vuoto) Mi dà fastidio questo tuo eterno civettare con la morte. Non ti uccide­rai mai. Lo avresti già fatto da tempo, se fosse stato questo il tuo destino. Io sogno una vita meravigliosa, nella quale l'umanità sarà capace ancora una volta di ardere con il fuoco tremendo di una folle attività creativa, prima di dover discendere verso i grigi abissi che l'attendono.

Plasfodoro                       - (risponde senza pensare a ciò che dice, lo sguardo fisso sulla Mummia) Già. già. ora ti capisco. E un'idea favolosa! (Mamalia si avvicina alla Mummia, la quale si dimenta in "panciuti" contorcimenti. La Mummia afferra la mano di Mamalia, che comincia a dondolare al ritmo sempre più tenue del canto della Mummia)

Von Telek                        - (senza voltarsi) Ah, finalmente smette di be­lare questa capra cinese. Ora capisci, mon cher Plasfodeur. quanto in basso mi consideravi. Ti perdono tutto nel nome del grande focolaio della nuova attività creativa che in­sieme accenderemo. Devi promettermi, però, una cosa. Devi acconciare adeguatamente mia sorellina. Questa è l'unica cosa che non prendo su di me, malgrado sia proprio sano come un toro. Forse non dovevo accoppare la tua fantesca, ma ciò mi ha dato una nuova dimensione del delitto meta­fisico, commesso senza alcuna ragione plausibile.

Plasfodoro                       - (si alza e si stiracchia) Ma certo, certo, cosa vuoi che sia...

Von Telek                        - (lo osserva per la prima volta) Plasfino! Sem­bri totalmente rimbecillito! Che ti prende? (Plasfodoro -:/' avvicina alla Mummia. Questa lo prende per mano e con lenti movimenti, contorcendosi orribilmente, conduce sulla destra Mamalia e sulla sinistra Plasfodoro verso la macchia oscura della porta aperta; von Telek si volta e indietreggia verso il pubblico, osservando con braccia spalancate. Loro passano oltre, silenziosi, senza guardarlo, e scompaiono nel vano della porta. Von Telek è in piedi, pietrificato. Un istan­te dopo, come se provenisse dalle scale, si ode il canto della Mummia e, su questo sfondo, l'orripilante urlo di Mamalia, come se l'avessero scorticata viva, poi richiami e bia­scicamenti incomprensibili di Plasfodoro; von Telek urla) Mamalia!!!! (Oltre la porta, improvvisamente, si fa il silen­zio più completo; von Telek crolla pesantemente sul tap­peto, con la testa verso il pubblico. Pausa. Attraverso la porta a destra entrano due Gendarmi, portano cappelli a tre punte e indossano divise nere. Si avvicinano a Franz, guardandosi sospettosi, intorno. Prendono a smuoverlo con i piedi. Franz si siede e li osserva con occhi stralunati)

I Gendarme                     - Documenti!

Von Telek                        - (seduto sempre sul tappeto, estrae macchinal­mente i documenti e li porge al Gendarme) Qui non ci si capisce più niente!

I Gendarme                     - Fra poco capirà tutto.

I Gendarme                     - (legge) "Conte Franz von Telek; capo se zione al Ministero del commercio; sezione veleni". Cerca­vamo appunto di lei, signor conte.

Von Telek                        - (alzandosi in piedi) Non è vero. Li c'è un nome diverso. Mi chiamo Lambdon Tygier. (il il  Gendarme lo afferra e lo trattiene)

I Gendarme                     - (gli porge la carta da visita) Eccola!

Von Telek                        - (legge) "Conte von Telek". Accidenti, tutti contro di me!

Il  Gendarme                    - La sua roba dove è?

Von Telek                        - (ride tristemente) La mia roba? Tutto il mio bagaglio, un momento fa, ha acquistato vita e se n'è andato da questa porta. (Indica la porta)

I Gendarme                     - (al secondo) Aspetta qui con il signore. Vado a vedere questa seconda uscita. (Va verso la porta ed esce)

Von Telek                        - (ride con voce tubale) È solo un sogno, egre­gio signor boia. La carta da visita che ha letto appartiene ad un mio amico, morto da tempo. (il il Gendarme mani­festa inquietudine; torna il il  Gendarme)

I Gendarme                     - (al secondo, con preoccupazione) Da li non si passa. Io non mi ci raccapezzo più!

I Gendarme                     - (con terrore nella voce) Fuggiamo. Siamo troppo pochi per questa storia. (Il I Gendarme lo osserva con occhi sbarrati dal terrore e entrambi si gettano verso la porta di destra, come se avessero ricevuto un ordine pe­rentorio. Pigiandosi nel vano della porta, scappano come impazziti; von Telek è in piedi, calmo)

Von Telek                        - (scuotendosi) Nella nostra famiglia non si accettavano le sconfitte. (Estrae l'orologio) Da domani ini­zio una nuova vita. (Osserva l'orologio) Anzi, da oggi, il che è molto più difficile. (Si mette la bombetta in testa, prende il bastone e con passo sicuro esce dalla porta cen­trale. Dal fondo lo si ode mentre fischietta un'aria di two-step) 22 agosto 1919

FINE

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