I ragazzi se ne vanno

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I RAGAZZI SE NE VANNO

I RAGAZZI SE NE VANNO

Commedia in un atto

Di NICOLA MANZARI

PERSONAGGI

IL FASCISTA

LA MADRE

IL FIGLIO

GIANNI

GIULIA

MASO

LO SQUADRISTA

Commedia formattata da

All'inizio dello spettacolo la sala si oscura e si illumi­na la ribalta. Ma non si al­za la tela. Un Fascista in camicia nera viene alla ribalta e pronunzia le seguenti parole lentamente, avendo sempre alle spalle il sipario chiuso:

Il fascista                  - Camerati, questa sera non si recita. Chiunque sperava di assistere ad una rie­vocazione di figure e vicende della lotta che con­ducemmo, si rassegni. Noi abbiamo mandato a spasso l'autore col suo copione. Siamo ancora vivi, tropno vivi per lasciarci descrivere. Non personaggi, ma uomini come voi che siete qui riuniti, vogliamo essere. Uomini, noi portiamo nella carne e nel cuore i segni d'un passato di cui siamo fieri; ma tesi all'avvenire preferiamo ascoltare i giovani d'oggi, certi che da qualun­que punto si cominci, di qualunque cosa si di­scorra, a noi e alle vicende che vivemmo si giungerà. Perciò lascerò che uno qualunque dei giovani che stasera qui è venuto per ascoltare un dramma, ci racconti invece il suo dramma. C'è nessuno che voglia dirci la sua pena, il suo sogno, la sua lotta? Stasera il palcoscenico è suo e noi promettiamo d'ascoltarlo fino in fondo, qualunque cosa egli dica. In cambio della no­stra simpatia, noi gli chiediamo soltanto since­rità... Avanti dunque, chiunque egli sia... C'è nessuno che vuol parlare? C'è nessuno?

Il figlio                     - (vestito normalmente. Solo porta stivaloni gialli. Gridando dal fondo della pla­tea) Ci sono io!

Il fascista                  - Chi sei?

Il figlio                     - Un contadino.

Il fascista                  - Avvicinati.

Il figlio                     - Eccomi. (Attraversa la platea e giunto quasi alla ribalta esclama:) Io non so parlare. Ma voglio semplicemente che convin­ciate mia madre.

Il fascista                  - Tua madre?

Il figlio                     - Sì. Mia madre. Io voglio andar­mene.

 Il fascista                 - Andartene?

Il figlio                     - (sale sul palcoscenico) Si, sono stanco di stare con i piedi attaccati alla terra. A vangarla, a zapparla, a sentirmene tutte le gambe infracidile. Non son fatto per queste cose io. In giro per il mondo: ecco che voglio. Come tanti. E ci andrò.

La madre                  - (vestita modestamente. Porterà uno scialle nero. Alzandosi dal fondo della platea) Tu non te ne andrai!

Il figlio                     - Ecco, la sentite?

La madre                  - (avvicinandosi al palcoscenico) Tu zapperai la terra, come me, come tuo padre.

Il fascista                  - (alla Madre che intanto è salita sul palcoscenico) Ma chi siete voi?

La madre                  - Madre sono. E non sono pazza, no. Voi non sapete. Ma ne ho già dato uno dei figli. E il suo nome è sulla casa, là, nella pa­lude. Perchè proprio per lui che è morto, ce l'hanno data, la casa, la terra e ci hanno detto: « Lavoratela e sarà vostra un giorno! » E lui (indica il figlio) pianta tutto e se ne va.

Il figlio                     - (toccandosi il petto) Ma io sento qualcosa qui dentro che mi dice: va'. Altro che cavoli e patate.

La madre                  - Ma nessuno potrà volerti quan­do sapranno che lasci qui.

Il figlio                     - Tu parli, parli e credi di distrug­gere questa febbre. Ebbene col tuo consenso è meglio. Se non vuoi, farò senza.

La madre                  - Dunque, nulla per te conta. La terra, la bonifica, io stessa. Ci hanno scelti fra mille. Ci hanno messo su otto ettari di terra e noi li ringraziamo così.

Il figlio                     - Tu hai paura, madre. Questa è la verità.

La madre                  - Paura? Ho perso lui, eppure sarei disposta a ricominciare con te se occor­resse. Ma qui c'è ancora tanto da fare.

Il figlio                     - La terra non mi duole, madre. Io lo sento. Talvolta mi sembra persino che non voglia lasciarsi fecondare da me. E anche se la stringo in pugno, mi sfugge. Come ad un ne­mico.

La madre                  - Sciocchezze. Perchè alla terra bisogna darsi come ad una sposa: col cuore li­bero. Ecco la verità.

Il figlio                     - Può essere. Ma son senza voglia. Una vergogna in mezzo a questa gente che la­vora.

La madre                  - Per forza. Tu non sai quel che Gianni ha fatto per avere questa terra che tu getti via.

Il figlio                     - Sì che lo so. Lo sappiamo tutti.

La madre                  - No. Non parleresti così. Col san­gue l'ha avuta. Per me, per te e per quelli che verranno dopo di noi. E se tu avessi vissuto quei momenti, se tu avessi provato quel dolore, non parleresti così... (improvvisamente) Ebbe­ne devi provarlo, devi sentire nel cuore quelle unghie, e se dopo quello che ti dirò potrai an­cora lasciarmi, oh, allora vattene, vattene senza volgerti indietro, che neppure io ti voglio.

Il figlio                     - (accostandosi alla Madre) Ma perchè?

La madre                  - No. Devi sapere. (Al fascista) anche voi dovete sapere. Tutti. Perchè non sono pazza, no. Eppure era giovane e l'avevo tirato su col fiato. Non avevamo la terra allo­ra... Fu un giorno d'estate... Quanto sole!... Già le spighe piegavano la testa davanti ai mie­titori... (ha pronunziato queste parole lenta­mente, come rievocando un ricordo. Mentre le diceva, si è aperto lentamente il velario, mo­strando la scena che rappresenterà l'interno di una casa di paese. Una donna seduta cucirà della roba. Ella nel volto e nel fisico sarà iden­tica alla madre che è alla ribalta. Solo sarà di una quindicina d'anni più giovane. Ancora for­te, mentre questa che è al proscenio è debole e stanca. Dalla voce, dai gesti, dagli abiti stessi, dall'identico scialle nero che le due donne in­dosseranno, deve risultare netta l'impressione che si tratta della stessa donna, in due epoche diverse della sua vita. Il Fascista, il Figlio e la Madre che è salita dalla platea si ritirano in disparte).

La madre                  - (che è salita dalla platea, indican­do al Figlio la Madre che lavora, e che altra non è che la stessa di 14 anni fa, esclama:) Vedi come ero giovane allora?

(Da questo momento l'azione continua sul palcoscenico. La Madre che è salita dalla pla­tea, il Figlio e il Fascista lentamente scompaio­no fra le quinte. Si odono dei colpi e una voce che chiede : « Si può ? » La Madre che cuce si scuote e risponde: La madre     - Chi è?

Maso                        - (operaio anziano, entrando) Buon giorno.

La madre                  - Vorrei sapere perchè domandate permesso, se poi entrate quando v'aggrada. Oggi, per esempio non mi va di sentire le vostre chiacchere.

Maso                        - Che brutto carattere avete.

La madre                  - A voi non deve piacere.

Maso                        - E va bene. Sono venuto ad infor­marmi se vostro marito ha scritto.

La madre                  - Ha scritto.

Maso                        - E non vi manda a chiamare?

La madre                  - A chiamai-e? Deve tornare lui. Ma cosa credete che sia l'America? C'è chi gua­dagna, ma c'è chi crepa di fame. Lui non do­veva più tornarci dopo la guerra.

Maso                        - 0 non doveva venire affatto.

La madre                  - Queste sono azioni degne di voi. Mio marito invece è tornato e ha fatto il dovere suo dal principio alla fine. E se è tornato lag­giù, è perchè qui ci trattano come bestie. Gen­te che è meglio perderla che tenerla.

Maso                        - E che forse faccio io le leggi?

La madre                  - Ci mancherebbe anche questa. Ma son quelli che avete mandato su voi, che fanno la pioggia e il bel tempo. Ed è peggio.

Maso                        - Questi son discorsi di vostro figlio. Quel ragazzo...

La madre                  - E dai con mio figlio. V'ho detto tante volte ch'è meglio che non lo nominiate, se no ci guastiamo. Vi dà ombra forse?

Maso                        - A me? E che me ne importa se è fascista? Sono gli altri che parlano.

La madre                  - Che dicono?

Maso                        - Oh, niente, niente.

La madre                  - No, volevate dire qualche cosa. Avanti,  parlate.  Siete venuto qui per questo.

Maso                        - Io?

La madre                  - Andiamo, che non sono nata ieri. Quando venite voi, mi portate male. Anche l'al­tra volta quando fu ferito al braccio, neanche a farlo apposta faceste il solito giretto da queste parti.

Maso                        - Come capite male le cose. Anche se fosse così, uno v'avvisa e voi invece di ringra­ziarlo, state qui a far l'offesa. Io vi sono ami­co, no?

La madre                  - Bell'amico!

Maso                        - Lasciamo correre. Oggi siete nervosa.

La madre                  - Io stavo bene, ma è inutile, ho visto voi... ve l'ho detto Maso, senza offesa, un gufo mi sembrate.

Maso                        - Questo non me l'ha mai detto nes­suno.

La madre                  - Figuriamoci! Ma tanto parlare di queste cose, a che serve? Ormai ci conoscia­mo. Io so chi siete. Voi sapete come la penso. E se siete venuto qui per qualche ambasciata, parlate e buona notte. Tanto lo so benissimo che gli vogliono male a quel figlio. Ce ne sono tanti come lui oggi. Ma no. Chi vi dà fastidio è proprio lui. (Triste) Quando si nasce disgra­ziati !

Maso                        - Che c'entra? È lui che si fa la vita  difficile. Se c'è una manifestazione, una spedi­zione, un conto da regolare, chi si vede tra i primi? Gianni Valenti. E questo magari sareb­be niente. Si sa, è la lotta. Ma si agita, parla...

La madre                  - (impressionata) Dio mio, che ha fatto?

Maso                        - Fatti non ce ne sono. Ma è tutto che non va. Si muove troppo. E dire che potrebbe sistemarsi, non so, sposarsi, mettere su casa, fare il signore. Anch'io ho fatto qualche cosa, ma adesso venite a parlarmi di muovermi... Che me ne importa? Non sono tempi questi di mettersi in vista. (Pausa).

La madre                  - Insomma è un avvertimento. Ma sapete niente?

Maso"                       - Proprio a me lo dicono. Ma stategli dietro. Sapete come nascono queste cose. Oggi una parola, domani una sfida, finché poi tre o quattro decidono di dargli una lezione.

La madre                  - (spaventata) Che dite?

Maso                        - Non v'impressionate. Ma adesso dice che vuol scrivere. Forse son cose che si dicono lì per lì. Ma sapete che fastidio dà tutto que­sto... Ha l'officina; potrebbe essere il miglior tornitore del paese e avere lavoro per cento. In­vece no.

La madre                  - Non so se ringraziarvi, Maso, perchè non vi capisco mai.

Maso                        - Bel ringraziamento.

La madre                  - Non v'arrabbiate, ma dovete ca­pire che le vostre notizie non sono allegre.

Maso                        - Vostro figlio si è messo nei pasticci e a momenti la colpa è mia. Avete un bel mo­do di parlare voi... A tutto c'è rimedio. Fa sem­pre a tempo a ritirarsi.

La madre                  - Ritirarsi?

Maso                        - Che c'è di male? Si può sempre mettere giudizio. Un bel giorno si è stanchi di fare la lotta e si preferisce - mettiamo - una bella bottega, un avvenire sicuro. Si devono da­re spiegazioni? «Voglio pensare ai miei inte­ressi ». E basta!

La madre                  - E basta veramente! Era qui che volevate arrivare? Se vi faccio parlare ancora, venite fuori magari con qualche proposta di da­naro. Siete capace di tutto. Ma, via. Ma di che credete che sia fatto lui? Ditelo a chi v'ha man­dato, che di questo pane noi non ne mangiamo. I giuramenti contano e lui ha giurato. Ficcate-velo bene in testa una volta per sempre.

Maso                        - Ma sentite, voi non dovete credere che m'abbia mandato qualcuno. È solo l'amici­zia per voi... State in guardia. Del resto non me ne impiccio più.

La madre                  - Nino fra poco sarà qui. Voi sa­pete che se v'incontra, nascono storie.

Maso                        - Sì, vado. E ricordatevi di scrivere a vostro marito se trova un posto per me laggiù.

La madre                  - Fate bene. Altra aria ci vuole per voi. Qui vi conosciamo tutti.

 Maso                       - Che carattere. (Esce. La Madre re­sta un po' pensierosa poi scuote la testa come a liberarsi dai cattivi pensieri e riprende a lavo­rare. Ma in questo momento entra Giulia. È giovane e bella).

Giulia                       - (fermandosi come sorpresa di non tro­vare chi cercava) Oh, scusi.

La madre                  - Che c'è, Giulia?

Giulia                       - (mentendo) Niente. Passavo ed ho pensato di salutarla.

La madre                  - Gianni non c'è.

Giulia                       - (c. s.) Ma non cercavo Gianni, io.

La madre                  - (con malizia) Oh, si capisce, non lo cercavi. Non sta bene che una bella ragazza cerchi un giovanotto... Ma se l'incontravi, così per caso, - via - saresti stata contenta.

Giulia                       - Fra me e Gianni non c'è niente, le assicuro.

La madre                  - Già e questo è il male. Quel fi­gliolo sembra non accorgersi di niente. Le adu­nate, i compagni, le spedizioni... tutte cose bel­le si capisce. A vent'amii, menar pugni è un piacere. Ma buttare così la vita, quando a due. passi c'è la felicità e basta stendere il braccio per afferrarla - io non so - ma cosa hanno per la testa gli uomini oggi? Ai miei tempi...

Giulia                       - (china il capo).

La madre                  - (fa sedere Giulia accanto a se) Perchè, vedi Giulia, io ho patito, come tante del resto, ma ho amato anche. Ed oggi a guar­darla bene la vita, mi sembra che a tutto ci sia compenso. Una lacrima vai bene un sorriso. Ci sono due giorni brutti, è vero, ma arriva un. giorno in. cui una madre può dire ad una brava ragazza: Gianni è tutto per me. Il mio cuore, il mio sogno. L'ho difeso contro le malattie, contro i vizi, contro tutti. Ho cercato di farne un angelo e un uomo. Eppure oggi capisco che queste mani sono diventate troppo deboli per tenerlo. Mani giovani ci vogliono ormai... Per questo vorrei dirti: Tienilo tu!

Giulia                       - (tenta baciarle le mani, ma la madre si libera e l'attira a sé).

La madre                  - No. Qui. (L'abbraccia) Da tanto tempo ho capito. Le mamme non sbagliano e poi sono stata giovane anch'io. Solo al tempo mio gli uomini non amavano le revolverate più delle belle ragazze. Ma si sa, tutto cambia.

Giulia                       - Gianni non mi vede nemmeno.

La madre                  - Questo non è vero. Anzi mi par­la spesso di te. Ma cosa vuoi, di giorno l'offici­na e la sera... Oh, è meglio non parlarne. Di paura mi farà morire.

Giulia                       - Non dovrebbe esporsi così.

La madre                  - Già. Ma lui vuol essere il pri­mo sempre e quegli altri lo sanno. Gli tocca andare in giro sempre armato.

Giulia                       - E lei permette?

La madre                  - Le prime volte, mentre dormi­va, gli  portavo  via tutto. Ma il  giorno  dopo eravamo  daccapo. Da dove li tirino fuori, io non so.

Giulia                       - E lui sta zitto?

La madre                  - Finge sempre di non sapere. Non mi dice mai quando si batte. Ci pensano gli al­tri ad avvisarmi. (Con orgoglio) Lo dicono il più coraggioso.

Giulia                       - Sì. Ma bisognerebbe frenarlo.

La madre                  - Se ci riesci tu. Io adesso ho ca­pito che è meglio che vada armato... Se sapessi almeno in tempo le cose! Ma a noi non si dice mai niente. Un biglietto, un saluto, un tale passa e ti fa: «Tuo figlio, così...». Anche se si ha tanta fede, c'è da morire di spavento.

Giulia                       - Ha visto la sua mano?

La madre                  - Già, voleva convincermi che si trattava d'una caduta.

Giulia                       - Ha strappato una bandiera rossa.

La madre                  - Lo so e poco è mancato... Tutto mi dicono. Provano un tal gusto : « Quel vostro ragazzo...». E pare che dicano: « Ha i giorni contati... ».

Giulia                       - Queste son favole.

La madre                  - È un po' di giorni invece che ho qualcosa qui che non va. Tutto mi sembra più grigio. Non vorrei mai che arrivasse la sera. Tu non sei superstiziosa, vero?

Giulia                       - No.

La madre                  - Nemmeno io. Eppure in queste sere d'estate io spesso sento freddo.

Giulia                       - Forse non sta bene.

La madre                  - Può darsi. Ma se tu potessi qual­che volta tenermi compagnia.

Giulia                       - Volentieri.

La madre                  - Grazie. E Gianni che non tor­na... Quando torna cerca di non farlo uscire più.

Giulia                       - Come?

La madre                  - Tu gli vuoi bene e saprai tro­vare le parole. Oramai non m'ascolta più.

Giulia                       - Ma non posso.

La madre                  - Non puoi?

Giulia                       - Anch'io ho la medesima fede di Gianni e se gli impedissi di fare il suo dovere, finirebbe coll'odiarmi.

La madre                  - Ma non ti chiedo tanto. Fallo essere più prudente, soltanto.

Giulia                       - Pare che ci sia qualche cosa nel­l'aria. Se i rossi scioperano, i nostri faranno marciare tutto come se niente fosse.

La madre                  - Davvero?

Giulia                       - Già un'altra volta - si ricorda? - hanno fatto così. Qualcuno di guardia e gli altri al lavoro.

La madre                  - Gianni ci sarà? Cerca di sapere.

Giulia                       - Va bene. Ma ora dovrei andare.

La madre                  - No, no, resta. Fra poco sarà qui e voglio che ti veda. Non lasciarmi sola ad aspet­tarlo. Perchè è il silenzio che mi fa paura.

Giulia                       - E sia. (Con intenzione) Ma si ri­cordi che è stata lei a trattenermi.

La madre                  - (sorridendo) Ma sì, sono stata io! (Con ansia) Piuttosto mi sembra in ritardo. Le altre sere a quest'ora era già qui.

(Entra Gianni, giovane operaio, forte, sicuro di se).

Gianni                      - Buona sera, mamma.

La madre                  - Vedi chi c'è?

Gianni                      - Buona sera, Giulia.

La madre                  - L'ho vista passare e l'ho chia­mata per farmi compagnia. Perchè sei così in ritardo?

Gianni                      - Ma è ancor giorno! Ho fatto una passeggiata con gli amici.

La madre                  - Di che genere?

Gianni                      - Quanta curiosità. Non conosci nem­meno quelli con cui sono andato.

La madre                  - Non ti rimprovero se ti diverti. È quando non vi divertite voialtri che ci date pena.

Gianni                      - Ancora questi discorsi?

La madre                  - Scusami. I vecchi sono brontoloni.

Gianni                      - Parliamo  d'altro... Se tu preparassi...

La madre                  - Hai fame?

Gianni                      - Abbastanza.

La madre                  - Benissimo, così farai onore alla sorpresa.

Gianni                      - Indovino? Hai preparato la torta.

La madre                  - Addio sorpresa!

Gianni                      - (a Giulia) La chiama una sorpresa e l'indovino sempre. Purché tu faccia presto.

La madre                  - Vuoi uscire ancora?

Gianni                      - La notte è così bella!

La madre                  - Vieni qua. Guardami. (Cerca scrutarlo) C'è qualcosa in vista? Su...

Gianni                      - Ma t'impressioni anche se esco a far quattro passi, ora? Io non so. Alla fine son giovane !

La madre                  - È inutile sapere... Non dobbiamo sapere. È una consegna.

Giulia                       - (intervenendo) Ma perchè Gianni  non le direbbe?

La madre                  - Niente ti dicono. La ferita al­la mano, l'assalto alla Camera del Lavoro... Niente.

Gianni                      - Sciocchezze. Piccole risposte a qualche provocazione.

La madre                  - Sciocchezze le chiama. È meglio non parlarne. Io vado a preparare.

Giulia                       - Anch'io vado.

Gianni                      - Così presto?

Giulia                       - È tanto che son qui.

La madre                  - Ma puoi rimanere ancora un poco.

Giulia                       - Veramente...

Gianni                      - Ma sì. Non ci vediamo mai ed una volta che sei venuta, vuoi anche scappare.

La madre                  - Sì, resta ancora un poco, te ne prego... Gianni falle buona compagnia. (Esce).

Gianni                      -             Mia madre mi crede un orso.

Giulia                       -             E invece non è vero?

Gianni                      -             Dovrei offendermi. È un rimprovero?          

Giulia                       -             Ma che dici?

Gianni                      -             Adesso non offenderti tu. Ormai sono passati tanti anni da quando ci tiravamo i capelli. 

Giulia                       -             Ed io ti battevo sempre.

Gianni                      -             Prego, mi lasciavo battere. Per cavalleria.    

Giulia                       -             Un moccioso eri...

Gianni                      -             E tu una smorfiosetta. Ti davi delle arie! Per qualche ragazzo che ti girava at­torno. E per te sono avvenute più liti che per tutte le altre.

Giulia                       - Ma se andavamo tutti insieme a bacchiar le noci.

Gianni                      - La scusa erano le noci, ma le botte-ce la davamo per te.

Giulia                       - Stupidi voi! E poi che c'entra tutto questo? Tu piuttosto hai sempre fatto il pala­dino. A torto o a ragione. E ne hai buscate... Dio quante ne hai prese!

Gianni                      - Ho la pelle dura io! E di botte non ne porto neppure il segno. Puoi guardare.

Giulia                       - Non ci tengo.

Gianni                      - L'unico segno che m'è rimasto da allora è questa cicatrice (mostra la guancia) .Oh, appena un graffio. Fu al salto della staccionata.

Giulia                       - (ride).

Gianni                      - Ridi ancora?

Giulia                       - Per forza. Ti rivedo gambe per aria. Che acrobata!

Gianni                      - Ma fu per correrti dietro.

Giulia                       - Sì, ma potevi passare di sotto, come feci io. Tu no. Grand'uomo come sempre. Ohplà. Un salto e giù per terra. (Rìde).

Gianni                      - (ridendo) Ma allora non ridemmo. Che paura! Il sangue! E non finiva più.

Giulia                       - Come piangevi!

Gianni                      - Io piansi?

Giulia                       - Ma va che ti ricordi benissimo. Parevi una fontana.

Gianni                      - Eu per la rabbia di non essere riu­scito nel salto.

Giulia                       - Certamente. Per rabbia (ridono ancora).

Gianni                      - Giulia, ti voglio domandare una cosa.

Giulia                       - Dimmi.

Gianni                      - Mi amavi allora tu?

Giulia                       - (sorpresa) Ma che dici?

Gianni                      - No? E allora perchè piangesti tan­to anche tu?

Giulia                       - Sfido. Piangi tu che sei un uomo, non debbo piangere io? E poi lo spavento, caro mio!

Gianni                      - Già. (Pausa) Sono passati tanti anni.

 Giulia                      - Otto.

Gianni                      - No. Dieci. Tu hai vent'anni. (Ri-dono).

Giulia                       - (improvvisamente) Gianni, tu sta­sera non devi andare.

Gianni                      - Dove?

Giulia                       - A fare... quei quattro passi.

Gianni                      - Oh, bella e perchè?

Giulia                       - Insomma, so tutto. Non devi, non devi andare.

Gianni                      - (sospettoso) Ma io non capisco che cosa tu voglia dire. Dovrei star tappato in casa in una serata come questa?

Giulia                       - No. Fa qualsiasi altra cosa, ma non andare. Voi credete che viviamo nella luna. In­vece sappiamo forse più cose di voi stessi.

Gianni                      - (c. s.) Sentiamo cosa sai tu, picco­la curiosa.

Giulia                       - (in fretta) Stasera alle dieci c'è la spedizione. Appuntamento alla Barriera. Un ca­mion aspetterà.  Andrete nel loro covo.

Gianni                      - Sssstt... La mamma (va ad origlia­re aW uscio).

Giulia                       - Per carità, non andare.

Gianni                      - Impossibile.

Giulia.                      - Ti cercano. Sanno che sei stato tu a organizzare. Non t'hanno ancora perdonato la faccenda della bandiera. Tu credi che com­batteranno a viso aperto. Nell'ombra agiranno. Essi sanno dell'adunata.

Gianni                      - Essi sanno? Impossibile. Ma piut­tosto tu come fai a sapere?

Giulia                       - (esitante) Anch'io posso interessar­mi a qualcuno.

Gianni                      - (allontanandosi) Tu? Uno dei loro?

Giulia                       - Gianni, come puoi pensarlo? Io sto con voi sin dal primo giorno.

Gianni                      - (non convinto) Ma perchè questo voler sapere... Perchè?

Giulia                       - (confusa) Ecco, ti dirò.

Gianni                      - Tu ami qualcuno?

Giulia                       - (china il capo silenziosamente).

Gianni                      - Uno dei nostri? Allora è un ami­co. Vediamo chi può essere. Aldo?

Giulia                       - (scuote la testa negativamente).

Gianni                      - Allora è Silvio. È lui vero?

Giulia                       - (c. s.) No, ti prego. Non si tratta di questo adesso. Tu non devi andare.

Gianni                      - Non debbo andare? Ma è più che mai necessario ora che mi hai detto.. Se tu hai fatto lo stesso discorso a quell'altro e quello per poco ti dà retta, stasera ce n'è già uno di meno. E invece dobbiamo esserci tutti.

Giulia                       - Ma che farete?

Gianni                      - Adesso vuoi saper troppo. Tu in­vece, se ti sta a cuore la pellaccia di quello lì, la miglior cosa che possa fare è quella di star zitta e tranquilla. E se mai prega per lui!

Giulia                       - Dio!

Gianni                      - Lo ami dunque tanto?

Giulia                       - (non risponde).

Gianni                      - Brava! E vieni a raccontarlo pro­prio a me... Beh! Se mi dici come si chiama, te lo guardo io il tuo amoroso.

Giulia                       - Tu?

Gianni                      - Certo in quei momenti fa caldo e non si può far troppi complimenti. Ma se vedo che si espone troppo, una pedata gliela posso sempre dare.

Giulia                       - Tu faresti questo per me?

Gianni                      - Se ci tieni tanto...

Giulia                       - (fa come per baciarlo, ma poi si ar­resta).

Gianni                      - Quel bacio puoi anche darmelo.

Giulia                       - Da sorella a fratello?

Gianni                      - Da sorella a fratello. (L'attira a se e la bacia) E adesso dimmi il suo nome o non ti lascio. Non vuoi?... Bada che l'indovino da me... Si chiama... si chiama... Gianni!

Giulia                       - Presuntuoso.

Gianni                      - Dimmi che non è vero.

Giulia                       - Non è vero.

Gianni                      - Bugiarda! (La bacia ancora). Nega adesso, se puoi.

Giulia                       - (vinta) Gianni!

Gianni                      - Anch'io, Giulia... Tante volte ho pensato a te e sempre con tenerezza, ma io stesso non sapevo. Era il ricordo della compa­gna di giochi? Ma un giorno ho capito. Fu quel giorno dell'assalto alla Camera del La­voro. Mentre intorno a me c'erano tanti che cadevano e noi sempre avanti... improvvisamen­te ho pensato: e se morissi anch'io? È stato un attimo. Ma qualcosa dentro di me s'è ribellato: Giulia!... È stato come un lampo. Giulia!... Mia madre, mio padre, nessuno, quasi non esi­stessero. Tu sola in quel momento e il dolore di non vederti più.

Giulia                       - E adesso vorresti lasciarmi?

Gianni                      - Lasciarti? Mai più. Stasera è una delle solite spedizioni. In qualche ora ce la sbrighiamo. Una piccola lezione. Così, tanto per insegnar loro a vivere. Tutto andrà bene, vedrai.

Giulia                       - Dici così per rassicurarmi, ma io so che sarà terribile. Perchè andare fino da loro ? Perchè ?

Gianni                      - Bisogna, piccola. Tu certe cose non le puoi capire. Se noi andiamo da loro non è per gusto... Ci hanno sfidato. Noi an­dando a cercarli là dove proprio si credono al sicuro, li facciamo stare buoni per un pezzo. Vedrai dopo come saremo tranquilli.

Giulia                       - Sì, sì. (Si ode un fischio dalla strada).

Gianni                      - Aspetta.

Giulia                       - Che c'è?

Gianni                      - Sentiremo. (Va ad aprire. Entra un giovane squadrista).

Lo squadrista           - Ordini del Comandante.

 Gianni                     - Parla.

Lo squadrista           - L'appuntamento è antici­pato. Non più alla Barriera alle 10, ma fra mezz'ora alla Chiesa Nuova. I rossi hanno sa­puto dell'adunata e cercheranno di sorpren­derci. Taglieremo loro la strada.

Gianni                      - Va bene.

Lo squadrista           - Porta i limoni.

Gianni                      - Ne ho due.

Lo squadrista           - Solo la rivoltella. Il mo­schetto lo troverai sul posto. Mi raccomando, non marchiamo visita.

Gianni                      - A chi lo dici?

Lo squadrista           - Allora, intesi. (Via).

Giulia                       - (in disparte, silenziosamente piange).

Gianni                      - Piangi? Bell'augurio. Su, che se mamma ti vede, è peggio. Vedrai che tutto andrà bene. Domattina vengo a prenderti. Alle sette. Sta bene, alle sette? Ormai più nulla ci dividerà. Faremo le gite, andremo a rivedere i luoghi d'allora. Ti ricordi? Un salto. Ohplà e per terra. Che spavento! Ma da allora ci vo­gliamo bene. Ridi, su.

Giulia                       - A che ora potrai tornare?

Gianni                      - A mezzanotte, credo.

Giulia                       - A qualunque ora t'aspetterò. Se tu potessi avvisarmi...

Gianni                      - Bene. Faremo così: da casa tua si vede la mia finestra. Io accenderò e spegnerò tre volte la luce. Questo significherà che tutto è andato bene.

Giulia                       - Bada, io aspetterò il segnale. Tutta la notte.

Gianni                      - Non dubitare. E adesso non c'è tempo da perdere. Devi aiutarmi.

Giulia                       - Che posso fare?

Gianni                      - Scusarmi con la mamma.

Giulia                       - Non vuoi salutarla?

Gianni                      - Non posso. Troppe spiegazioni. Salutala tu per me. Spiegale e, soprattutto, tranquillizzala. Io passerò direttamente dal cor­tile. Vado su a prendere le armi.

Giulia                       - Allora ci salutiamo adesso?

Gianni                      - È meglio. Sta' allegra e soprattut­to non far capire niente alla mamma.

Giulia                       - Mi prometti d'essere prudente?

Gianni                      - Ma certo. E domani vedrai come rideremo di tanta paura. Alle sette precise pas­serò a prenderti. Intesi. Adesso... Addio. (La bacia).

Giulia                       - (vorrebbe trattenerlo, ma Gianni si svincola e facendole cenno di non parlare, se ne va. Giulia resta immobile, intenta a quello che Gianni fa. Si sente lo stesso fischio di pri­ma. Il rumore d'una porta che si chiude. Poi di nuovo silenzio).

La madre                  - (entra portando un piatto con una torta che depone sulla tavola) Gianni... Do­v'è Gianni?

Giulia                       - È uscito.

La madre                  - Uscito? Ma la torta si raffredda. Gli piace tanto, sai. Anche tu devi imparare a farla. È facile.

Giulia                       - Sì.

La madre                  - Ma perchè è uscito? Forse non s'è ricordato della sorpresa? Eppure l'aveva in­dovinata. Sarà andato a comprare qualche cosa. Vero, Giulia?

Giulia                       - Certamente.

La madre                  - Intanto vuoi assaggiarne un po'?

Giulia                       - No, grazie.

La madre                  - (mortificata) Non ne vuoi? È buona, sai. Tutte mandorle. Assaggia. (Gliene offre una fetta).

Giulia                       - (non sa più frenarsi e piange).

La madre                  - (impressionata) Piangi? E per­chè? Gianni, dov'è Gianni? Dimmi presto dov'è.

Giulia                       - Viene subito.

La madre                  - E piangi? Perchè? Dimmi cos'è successo.

Giulia                       - Sono tanto felice.

La madre                  - (comprendendo) Figlia mia! Sta­remo così bene insieme. Gianni è buono. Vedrai come ti vorrà bene. Su, asciugati gli occhi. Al­trimenti fai piangere anche me. E mangia. Alla tua età bisogna mangiare. Su. (Mangiano un po' tutte e due). Vedrai che non tarderà. Non può dimenticare quello che gli ho preparato. E un po' goloso, si capisce. Ma vizi non ne ha. Vino, osteria, giuoco, niente. È proprio un bra­vo figliolo. (Improvvisa, fortissima, vicinissima una scarica di fucileria. Un urlo. Grida con­fuse. La madre, scattando) Gianni! (Muove qualche passo verso la porta, ma le forze le mancano e cade sulle ginocchia con le braccia tese verso la porta, mentre Giulia, sbigottita, non si muove. Un gran silenzio. Si sente quindi il brusìo d'una folla che si avvicina. Si deve capire che questa folla accompagna un morto. Mentre il mormorio quasi lamentevole della fol­la si fa più vicino, lo Squadrista che poco prima è venuto a comunicare a Gianni gli ordini del Comandante, entra in iscena. È sconvolto, con la camicia lacerata come dopo una violenta ris­sa. Si deve capire che egli precede il cadavere di Gianni. Egli vorrebbe preparare le donne a quanto è avvenuto, ma accorgendosi che esse hanno sentito e capito, si ferma sulla soglia e china il capo quasi volesse dire: «È finita!». Intanto il rumore della folla sempre triste, qua­si pauroso, si è fatto vicinissimo. Si capisce che ormai il corteo è a pochi passi e fra poco en­trerà in iscena. Infatti lo Squadrista leva il capo a guardarlo e si tira in disparte per la­sciarlo passare. A questo punto rapidamente cade la tela).

FINE

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