Il blues triste dei due debosciati nullafacenti


Notice: Trying to access array offset on value of type bool in /home/mhd-01/www.ateatro.info/htdocs/wp-content/themes/consulting/partials/content-post_details.php on line 6

Notice: Trying to get property 'name' of non-object in /home/mhd-01/www.ateatro.info/htdocs/wp-content/themes/consulting/partials/content-post_details.php on line 6

Notice: Trying to access array offset on value of type bool in /home/mhd-01/www.ateatro.info/htdocs/wp-content/themes/consulting/partials/content-post_details.php on line 7

Notice: Trying to get property 'slug' of non-object in /home/mhd-01/www.ateatro.info/htdocs/wp-content/themes/consulting/partials/content-post_details.php on line 7
Stampa questo copione

Il blues triste dei due debosciati nullafacenti

improponibili molestie sessuali

di Alberto Campora

PERSONAGGI:

BERENGARIO

Ex-debosciato nullafacente, attualmente squattrinato musicista

alternativo

GERBERTO

Ex-debosciato nullafacente, attualmente squattrinato filosofo incompreso

CONTE ERSILIO TADDEI

Esimio cavaliere del lavoro e vecchio depravato senza scrupoli

CLOTILDE

Fidanzata di Gerberto

ARDUINO TRIMEGISTO

Notaio

IL GRANDE FULBERTO

Mago, re dell’ipnosi e grande seduttore

AMBIENTAZIONE:

La commedia si svolge tutta nel soggiorno dello squallido appartamento che il conte Taddei ha affittato a

Berengario e Gerberto. In mezzo alla scena vi sono un tavolino basso, carico di cianfrusaglie e bottiglie di

birra vuote, ed un divano. Ai lati del divano ci sono una sedia per parte. Il fondo della scena può essere vuoto

o può esserci qualche mobile di riempimento. Sul muro alle spalle del divano vi sono diversi poster osceni ed

un bersaglio tempestato di freccette.

I° atto

SCENA 1

1

Mentre si apre il sipario si intravede Berengario sdraiato sul divano, intento a strimpellare una vecchia

chitarra.

BERENGARIO:

(cantando in maniera semplicemente oscena, mentre strimpella due

accordi a caso tra una frase e l’altra) Questo è il vecchio blues del povero

Berengario.

Il povero Berengario che ormai non tromba più nemmeno pagando.

Anche le puttane costano troppo per lui.

Gli sono rimaste soltanto due amiche.

Federica la mano amica.

Manola la mano che ti consola.

Aiaiai che disperazione.

Aiaiai che dolor.

Aiaiai che solitudine. (abbozza una specie di assolo di chitarra)

Compare in scena Gerberto.

GERBERTO:

(autoritario) Fermo lì debosciato.

BERENGARIO:

(irritato) La mia disperazione ti dà fastidio?

GERBERTO:

(tirando fuori due bonghi da dietro al divano) No, ma fammi partecipare.

BERENGARIO:

Come vuoi.

Gerberto prende posto sul divano, vicino all’amico.

GERBERTO E BERENGARIO:

(uno strimpellando i soliti due accordi tra una frase e l’altra, l’altro

suonando i bonghi, ma entrambi stonati come campane) Questo è il

vecchio blues del povero Berengario.

Il povero Berengario che ormai non tromba più nemmeno pagando.

Anche le puttane costano troppo per lui.

Gli sono rimaste soltanto due amiche.

Federica la mano amica.

Manola la mano che ti consola.

Aiaiai che disperazione.

Aiaiai che dolor.

Aiaiai che solitudine. (Berengario riprende l’assolo di prima)

Compare in scena il conte Ersilio Taddei. E’ visibilmente alterato.

ERSILIO:

(gridando) Basta con questa lagna!

Andate a lavorare barboni!

GERBERTO E BERENGARIO:

(riprendendo il loro blues della disperazione) E’ arrivato quella vecchia

iena del padrone di casa.

Chissà cosa vorrà?

Chissà cosa vorrà?

ERSILIO:

Piantatela di strimpellare oscenità.

2

Piuttosto, iniziate a frantumare con il martello il vostro porcellino di

terracotta che domani scade il termine che il giudice vi ha concesso per

pagarmi gli affitti arretrati.

GERBERTO E BERENGARIO:

(sempre cantando) No, il porcellino no!

No, il porcellino no!

Il nostro amato salvadanaio è vuoto.

Vuoto come il cuore di Ersilio, nostro crudele padrone di casa.

ERSILIO:

Ride bene chi ride ultimo.

(con disprezzo) Debosciati!

Barboni nullafacenti!

Ersilio se ne va furioso.

SCENA 2

I due amici posano gli strumenti musicali dietro al divano.

BERENGARIO:

Gerberto, siamo nei guai.

Se domani non gli diamo gli arretrati, quella vecchia iena ci sbatterà in

mezzo alla strada.

GERBERTO:

Berengario, tu quanto denaro hai?

BERENGARIO:

Quanto vuoi che abbia un disoccupato cronico e nullafacente?

GERBERTO:

Suppongo tanto quanto ne ha un altro debosciato nullafacente, cioè il

sottoscritto.

BERENGARIO:

Quindi siamo poverissimi e questo mese non soltanto non abbiamo di

che saldare i nostri debiti con l’esimio cavaliere del lavoro, il conte Ersilio

Taddei, lo squalo che ci ha affittato questa topaia, ma non abbiamo

nemmeno di che mangiare.

GERBERTO:

Questo non è un problema, mangeremo nello stesso modo in cui

mangiamo quando siamo senza soldi.

BERENGARIO:

Esatto!

Mangiare da gran signori è la nostra specialità.

GERBERTO:

Non ci rimane che passare in comune a vedere le pubblicazioni dei

matrimoni, comprare il giornale per sapere di tutti i party e non

dimentichiamo che questo è anche il mese delle comunioni.

BERENGARIO:

Uh …

3

Temo che avremo troppi posti in cui imbucarci a tradimento e che

metteremo su qualche chiletto.

GERBERTO:

Si, ma è sempre meglio abbondare che risparmiare, non si sa mai e non

vorrei che il prossimo mese fosse così nefasto da costringerci a perdere

un po’ di ciccia.

BERENGARIO:

Hai ragione.

Non capisco perché certa gente si ostini a non sposarsi.

GERBERTO:

Perché sono dei depravati senza Dio, che vivono nel peccato.

BERENGARIO:

Si, nel peccato mortale di non permetterci di mangiare a sbaffo

(solenne) Bruceranno all’inferno!

Immondi peccatori!

GERBERTO:

E poi che dire del fatto che si possa fare soltanto una volta la comunione

e la cresima?

BERENGARIO:

E’ tutta colpa dei preti, che sono ancora più debosciati di noi e lavorano

soltanto pochi giorni all’anno.

Chi ha mai detto che si deve fare la prima comunione soltanto una volta

nella vita, quando dovrebbe essere obbligatorio celebrarla con un pranzo

suntuoso almeno una volta ogni due mesi.

E la stessa cosa vale per la cresima.

(indignato) Preti ladri!

GERBERTO:

E poi che dire di questo governo ladro che affama il popolo ed ormai

sono rimasti in pochissimi a permettersi sfarzosi party per ogni

occasione.

(furente) Governo ladro!

BERENGARIO:

Questo mondo è marcio, corrotto fino al midollo.

Meno male che siamo rimasti noi debosciati nullafacenti per salvarlo.

GERBERTO:

Temo di doverti deludere.

(quasi nauseato) Noi non siamo più degli illuminati debosciati

nullafacenti, ormai siamo dei musicisti alternativi e dei filosofi incompresi.

Per sopravvivere abbiamo venduto l’anima al diavolo.

BERENGARIO:

Una cosa veramente disdicevole.

Soprattutto perché il diavolo ci ha imbrogliato e nessuno compra i miei

dischi o i tuoi libri di filosofia.

GERBERTO:

Il mondo è dominato dall’ignoranza e noi, pochi eletti che abbiamo la

conoscenza, siamo ridotti alla fame.

BERENGARIO:

4

Gerberto …

GERBERTO:

Si …

BERENGARIO:

Io non dirò a nessuno che tu scrivi libri e tu non dirai a nessuno che ho

inciso dei dischi.

GERBERTO:

Mi sembra giusto.

Che nessuno sappia che non siamo più dei debosciati.

Ne andrebbe della nostra credibilità.

BERENGARIO:

Dedichiamoci alla menzogna.

Nessuno deve sapere che abbiamo tradito la causa.

GERBERTO:

L’onore è salvo, ma ci rimane l’altro problema.

Come rinviamo per l’ennesima volta lo sfratto?

BERENGARIO:

Ti è morta la mamma e sei disperato.

Ersilio non oserà sbatterti in mezzo alla strada.

GERBERTO:

Non è possibile l’abbiamo fatta morire due mesi fa.

BERENGARIO:

Me ne ero dimenticato.

Che ne dici se mi fingo malato e gli faccio credere di avere soltanto due

mesi di vita?

GERBERTO:

Non funzionerebbe.

Dovevi morire almeno tre anni fa e temo che, se userai di nuovo questa

scusa, stavolta Ersilio esigerà veramente la tua morte.

BERENGARIO:

Cosa facciamo?

GERBERTO:

Suoniamo finché non ci viene un’idea.

BERENGARIO:

Ottima idea!

I due amici riprendono gli strumenti e si piazzano sul divano.

SCENA 3

BERENGARIO E GERBERTO:

(strimpellando al solito modo) Questo è il blues triste del povero

Berengario che è sopravissuto ad almeno mezza dozzina di malattie

mortali.

Questo è il blues triste del povero Gerberto la cui madre ha avuto

5

l’impudenza di morire quindici volte.

Questo è il blues triste dei due debosciati nullafacenti.

Questo è il blues triste dei due amici che non sanno come truffare il

padrone di casa.

Questo è …

CLOTILDE:

(comparendo in scena) Basta con la solita lagna!

Andate a lavorare barboni.

Mentre Gerberto si alza temendo l’ennesima sfuriata della fidanzata, l’impassibile Berengario continua a

strimpellare.

GERBERTO:

(agitato) Clo … Clo … Clotilde, amore, tu qui?

CLOTILDE:

(severa) Lo sapevo!

Anziché essere intento a cercarti un lavoro, sei ancora qui a far cagnara

con quel depravato del tuo amico.

Ha ragione mia madre quando mi dice di mollarti e cercarmi un uomo

decente.

(rabbiosa) Anzi non un uomo decente, ma bensì un vero uomo.

GERBERTO:

Ma … Ma cara, il mio editore sostiene che prima o poi i miei libri avranno

successo e che non devo affaticarmi a lavorare, ma conservare le forze e

soprattutto la mia lucidità mentale per scrivere un nuovo capolavoro.

CLOTILDE:

Il tuo editore non esiste.

GERBERTO:

(agitato) Co … Cosa vuoi dire?

CLOTILDE:

La mamma me lo ha detto.

Hai pagato tu la stampa delle duecento copie del tuo osceno libercolo ed

i tuoi libri stanno ancora tutti negli scatoloni che hai in camera, perché

nessuna libreria ha accettato di venderli.

GERBERTO:

Tua madre come fa a sapere queste cose?

CLOTILDE:

La zia Pina vi ha visti mentre racimolavate i soldi per far stampare il tuo

libro.

(mettendosi le mani tra i capelli) Santo cielo che vergogna!

Spero che nessuno vi abbia riconosciuti.

GERBERTO:

Tesoro mio, su questo puoi stare tranquilla.

Ci eravamo mascherati bene.

CLOTILDE:

Dio mio come sono caduta in basso: fidanzata con un imbroglione e ladro

patentato.

GERBERTO:

6

Altolà!

Non sono un imbroglione ed un ladro, ma bensì un riequilibratore sociale.

CLOTILDE:

Un che?

… Che cos’è questa novità?

GERBERTO:

Un riequilibratore sociale, ovvero una persona che svolge una funzione

sociale importantissima in questa società corrotta ed ingiusta, dove

impera lo squilibrio sociale.

C’è chi ha troppo e chi ha troppo poco.

Non rubo e nemmeno imbroglio, levo ai ricchi il superfluo per darlo a chi

vive nel bisogno.

(fa una piccola pausa) Se poi il povero da soccorrere sono io è solo un

dettaglio insignificante che non cambia la sostanza delle cose.

CLOTILDE:

Taci scellerato!

Stai zitto che è meglio.

Come hai potuto travestirti da invalido, farti spingere su una sedia a

rotelle dal tuo scellerato socio fino al matrimonio della contessa Ubaldelli,

e lì fingere di essere moribondo?

GERBERTO:

Moribondo è una parola un po’ troppo forte.

Diciamo disperato.

Non è colpa mia se in quell’istante ero un povero malato che si sarebbe

potuto salvare soltanto grazie ad una costosissima operazione in una

clinica privata e gli ospiti della contessa, resi mielosi dalla deliziosa

atmosfera matrimoniale, mi hanno salvato con delle generose donazioni.

CLOTILDE:

Disgraziato!

Almeno aveste speso quei soldi per saldare i vostri debiti …

Ma no, lor signori devono stampare un libro che nessuno vorrà mai

leggere ed incidere un disco che fa sì che i sordi ringrazino il cielo per la

loro sventura.

GERBERTO:

Ecco, sei come tutte le donne.

Sei materialista ed insensibile, non capisci l’arte e ti prostri dinanzi al

demone del profitto.

CLOTILDE:

Basta!

Se non trovi un lavoro entro una settimana, ti lascio.

SCENA 4

Entra improvvisamente in scena il conte Taddei, ha un foglio di carta in mano ed un sorriso compiaciuto gli

divide in due il viso.

ERSILIO:

Debosciati siete finiti!

BERENGARIO:

(smettendo di strimpellare) Tiranno ed affamatore delle plebi, cosa la

7

rende così felice?

ERSILIO:

Per una volta le istituzioni hanno dimostrato di funzionare e l’ingiunzione

di sfratto è arrivata con un giorno di anticipo.

GERBERTO:

E questo cosa significa?

ERSILIO:

(gongolando dal piacere) Significa che vi concedo fino a domani mattina

per mettere i vostri quattro stracci in croce dentro a dei cartoni e lasciare

questo posto.

BERENGARIO:

Non può farci questo.

ERSILIO:

Perché no?

BERENGARIO:

Gerberto ha la peste bubbonica e non potrebbe sopravvivere al freddo.

ERSILIO:

(ironico) Che peccato!

La peste bubbonica la ha già avuta tre anni fa.

BERENGARIO:

Si, ma se si sopravive la si può anche riprendere.

Non vorrà mica sbatterci sotto un ponte e poi vivere con il rimorso di aver

causato la morte del povero Gerberto?

GERBERTO:

(slacciandosi i pantaloni) Guardi qui!

Ora le faccio vedere, mi è venuto un sozzo bubbone di un livido paonazzo

sul pube.

ERSILIO:

Che schifo!

Rivestiti debosciato!

GERBERTO:

Non vuole vedere?

Vuole deliberatamente ignorare il mio male sperando di poter placare la

sua coscienza quando morirò?

ERSILIO:

Non morirai.

O quantomeno non morirai di peste, ma bensì di fame e di stenti e ciò

sarà colpa tua e non mia.

Debosciato!

BERENGARIO:

Lei è senza cuore.

ERSILIO:

Non è vero.

Per smentirti e dimostrare che la vostra infelice situazione mi sta a cuore,

8

mi sono permesso di aiutarvi.

GERBERTO:

Ci dà una proroga sullo sfratto?

ERSILIO:

No, farò di meglio.

Ersilio esce di scena e dopo pochi istanti iniziano a volare in scena diversi scatoloni di cartone di varie

misure. Dopodiché il conte Taddei rientra in scena.

ERSILIO:

Sono così buono da aver pensato che vi servissero dei cartoni per

portare via i vostri stracci.

GERBERTO:

Lei è crudele!

ERSILIO:

Mai detto il contrario.

CLOTILDE:

Mi perdoni se mi intrometto, so che non mi conosce, ma non potrebbe

dare ancora qualche giorno ai ragazzi?

Nel frattempo sono certa che si troveranno un lavoro.

ERSILIO:

Un lavoro?

Signorina, lei è pazza se si illude che questi due debosciati nullafacenti

possano trovare un lavoro.

CLOTILDE:

Gli conceda almeno ventiquattro ore.

ERSILIO:

Perché?

CLOTILDE:

Chiederò a mia madre se può aiutarli a pagare il loro debito.

Ersilio gira intorno alla ragazza e la osserva compiaciuto.

ERSILIO:

Visto che lei è così carina, credo che farò uno sforzo e se domani mattina

sarà in grado di pagare i debiti di questi due debosciati non li sbatterò

sotto un ponte.

CLOTILDE:

La ringrazio.

ERSILIO:

Visto che vuole aiutare questi due debosciati, devo supporre che deve

essere la sorella o la cugina di uno di loro.

CLOTILDE:

No, sono la fidanzata di Gerberto.

ERSILIO:

9

(inorridendo) Uh … poverina.

Signorina rinsavisca e lo molli subito.

Non può buttarsi via in questo modo.

Sua madre non le ha consigliato di non frequentare debosciati?

GERBERTO:

Si faccia gli affari suoi.

CLOTILDE:

Effettivamente la mamma non può vedere Gerberto.

ERSILIO:

Una santa donna!

Le dia retta.

GERBERTO:

Non soltanto mi vuole sbattere sotto un ponte, ora mi vuole anche privare

dell’amore?

Lei è un tiranno.

ERSILIO:

Troppo poco!

Per te ed il tuo compare ci andrebbero i lavori forzati.

Dovreste finire in una miniera ed essere stimolati al lavoro dallo

scudiscio.

CLOTILDE:

Conte sia buono, non li maltratti così.

Anche se sono dei debosciati sono degli esseri umani.

ERSILIO:

Signorina lei si sbaglia, sono solo dei debosciati nullafacenti.

CLOTILDE:

Sia buono almeno fino a domani mattina.

Ora vado dalla mamma e vedo se può aiutarli.

Clotilde esce di scena.

ERSILIO:

Debosciati siete finiti.

La madre di quella ragazza non vi aiuterà mai.

BERENGARIO:

Tiranno non si illuda, la divina provvidenza ci aiuterà quando meno se

l’aspetta e salderemo il debito.

ERSILIO:

(ironico) Devo supporre che questa notte svaligerete una banca o un

ufficio postale?

GERBERTO:

Rida pure, ma domani mattina rideremo noi.

ERSILIO:

Vedremo!

Debosciati siete finiti!

10

Ersilio esce di scena.

GERBERTO:

Berengario che facciamo?

BERENGARIO:

Domani mattina ce ne andremo con i nostri cartoni ed occuperemo

abusivamente un altro appartamento.

GERBERTO:

Mi sembra giusto, ma cosa faremo con il debito da saldare?

BERENGARIO:

Finché non avremo soldi nessuno ci potrà obbligare a pagare Ersilio.

Il trucco sta nel non far nulla nella vita così non avrà mai nulla da noi.

GERBERTO:

O quantomeno non far nulla finché il vecchio è ancora vivo.

Prima o poi morirà ed allora forse potremo anche cercare lavoro.

BERENGARIO:

Si, ma cerchiamolo senza troppa convinzione.

GERBERTO:

Giusto!

Sante parole.

Ma ora cosa facciamo?

BERENGARIO:

Suoniamo.

I due riprendono gli strumenti e riprendono il loro blues triste.

BERENGARIO E GERBERTO:

(strimpellando al solito modo) Questo è il blues triste del povero

Berengario che è sopravissuto ad almeno mezza dozzina di malattie

mortali.

Questo è il blues triste del povero Gerberto la cui madre ha avuto

l’impudenza di morire quindici volte.

Questo è il blues triste dei due debosciati nullafacenti.

Questo è il blues triste dei due amici che non sanno come truffare il

padrone di casa.

Questo è …

Si spengono le luci ed i due amici escono di scena.

SCENA 5

Si riaccendono le luci. Si sente bussare alla porta. Dopo pochi istanti entrano in scena Berengario, Gerberto

ed uno sconosciuto. La scena e invasa da scatoloni di cartone.

ARDUINO:

Perdonatemi se mi presento senza appuntamento.

BERENGARIO:

Si figuri, cosa possiamo fare per lei?

11

ARDUINO:

Sono il dottor Arduino Trimegisto, notaio.

GERBERTO:

Il conte non ha perso tempo, ha già mandato un notaio per assicurarsi

che lasceremo l’appartamento.

ARDUINO:

Temo che ci sia un errore, non lavoro per il conte Taddei.

Sono soltanto l’esecutore testamentario del signor Emilio Montessoro.

BERENGARIO:

Chi era Emilio Montessoro?

ARDUINO:

L’inquilino che vi ha preceduti.

GERBERTO:

Un altro sventurato come noi.

ARDUINO:

Sbagliato!

Il signor Montessoro era un uomo molto, ma proprio molto, fortunato.

Infatti, ha lasciato questo appartamento dopo aver vinto alla lotteria.

BERENGARIO:

E cosa abbiamo a che spartire noi poveri debosciati nullafacenti con il

defunto Emilio Montessoro?

ARDUINO:

Prima di arricchirsi anche lui era stato un debosciato nullafacente.

GERBERTO:

Un collega che ha fatto carriera.

Devo dirlo ad Clotilde, così la smetterà di perseguitarmi dicendo che un

debosciato sarà sempre e soltanto un fallito.

ARDUINO:

Non ho molto tempo, pertanto vi prego di rispondere alle mie domande.

Siete i signori Berengario Ravioli ed il signor Gerberto Tortelloni?

BERENGARIO:

Si!

ARDUINO:

Abitate in questo appartamento da quattro anni ed undici mesi esatti?

GERBERTO:

Esatto!

ARDUINO:

Ebbene, ho il piacere di informarvi che il signor Montessoro ha lasciato

tutti i suoi averi a coloro che sarebbero riusciti a sopravvivere per cinque

anni esatti alla tirannia del conte Taddei senza mai pagargli un solo mese

di affitto.

Il signor Montessoro odiava a morte il conte e le sue ultime volontà sono

state quelle di istituire un premio per chi riuscisse là dove lui aveva fallito.

Prima di vincere alla lotteria e pagare gli arretrati era riuscito a rimanere

12

quattro anni ed undici mesi esatti in bolletta come voi, pertanto se

riuscirete a rimanere ancora un altro mese senza pagare l’affitto sarete i

suoi eredi.

GERBERTO:

Stupendo!

Diventeremo ricchi senza nemmeno aver mai versato una sola goccia di

sudore.

(solenne) Anche i debosciati vanno in paradiso.

BERENGARIO:

(sedendosi sconsolato sul divano) Siamo rovinati!

GERBERTO:

Che cosa dici?

Siamo ricchi!

BERENGARIO:

No, perché oggi il tiranno ci butterà fuori di casa.

ARDUINO:

Signori, permettetemi di consigliarvi di inventare un ultimo stratagemma

per rimanere un altro mese qui.

Non vorrete forse rinunciare alle ricchezze del compianto Emilio

Montessoro proprio ora che ce l’avevate quasi fatta?

GERBERTO:

Non si lasci impressionare dal piccolo attimo di scoramento del mio

socio.

Si prepari a firmare l’atto di successione.

Tra un mese saremo ancora qui.

ARDUINO:

Lo spero.

Lo spero proprio.

Arduino se ne và.

SCENA 0

Berengario si alza e si avvicina all’amico, si china ed inizia a tastargli la rotula del ginocchio destro.

BERENGARIO:

Amico mio, non ti preoccupare, ho io la soluzione a tutti i nostri problemi.

GERBERTO:

Piantala di toccarmi il ginocchio!

Non vorrai mica dirmi che l’idea della ricchezza ti ha già trasformato in un

ricco degenerato e che stai diventando un frocione?

BERENGARIO:

No!

Mi stavo soltanto chiedendo se è possibile sfrattare un invalido.

Un invalido del tipo di un debosciato con una rotula spezzata.

GERBERTO:

Giù le zampe dalla mia rotula.

13

Spezziamo la tua.

BERENGARIO:

Eh no!

L’ultimo che si è auto-inflitto una mutilazione per evitare lo sfratto sono

stato io, quindi stavolta tocca a te.

GERBERTO:

(seccato) Va bene!

Chiamiamo il nostro veterinario di fiducia e facciamoci fare un finto gesso

come l’ultima volta.

BERENGARIO:

No, no, no!

Stavolta non possiamo rischiare che ci scopra.

C’è in ballo il tesoro di Emilio Montessoro e pertanto è bene esagerare.

Ti prometto che non ti farò troppo male.

Basterà un colpo di martello sul ginocchio.

GERBERTO:

(sbiancando dal terrore) Un colpo di martello?

BERENGARIO:

Va be’, forse due o tre.

Tutto dipenderà da quanto è solida la tua rotula.

GERBERTO:

Non ci pensare nemmeno.

Dobbiamo trovare un’altra soluzione meno dolorosa.

BERENGARIO:

Uccidiamo gli ufficiali giudiziari che il conte manderà a far eseguire lo

sfratto.

GERBERTO:

Sarebbe una cosa lodevole, ma finiremo in prigione e perderemo

comunque l’eredità.

Troviamo qualcos’altro.

BERENGARIO:

Ho un’idea!

GERBERTO:

Quale?

BERENGARIO:

Appelliamoci al buon cuore del tiranno.

Non lo abbiamo mai fatto, non sappiamo se la vecchia iena ha un cuore o

meno e direi che è il momento di scoprirlo.

GERBERTO:

Sei impazzito?

BERENGARIO:

No, proviamoci.

Se poi non funziona troveremo un’altra idea.

Si sentono dei rumori, dopo pochi istanti compare in scena Ersilio.

14

ERSILIO:

Debosciati nullafacenti siete finiti!

L’ora della mia vendetta è giunta!

SCENA 7

Berengario si precipita ad abbracciare Ersilio.

ERSILIO:

(respingendolo disgustato) Cosa sono queste effusioni indegne di un vero

uomo?

BERENGARIO:

Sono commosso ed addolorato.

ERSILIO:

Lo sarai ancora di più quando morirai di freddo sotto ad un ponte.

BERENGARIO:

(melodrammatico all’eccesso) Noooo!

Lei non capisce cosa vuol dire per me lasciare questo posto.

ERSILIO:

Capisco benissimo: fame e miseria!

Esattamente ciò che due barboni come voi meritano.

BERENGARIO:

(abbracciandolo di nuovo) No, sto perdendo un padre.

(patetico) Il padre che non ho mai avuto.

ERSILIO:

(liberandosi nuovamente e rivolgendosi a Gerberto) Cosa ha fumato

questa mattina questo debosciato?

BERENGARIO:

(abbracciandolo nuovamente) Come farò a vivere senza i suoi rimproveri

ed i suoi insulti quotidiani?

Non si rende conto che con i suoi modi di fare bruschi ed autorevoli, la

sua veneranda età, lei per me è diventato il surrogato del padre che non

ho mai avuto.

(stringendolo ancora più forte) Dio mio, quanto mi mancherà!

ERSILIO:

(liberandosi e vistosamente imbarazzato) Santo cielo, sei impazzito!

Dopo quasi cinque anni di insulti, cattiverie e dispetti d’ogni sorta, come

puoi dirmi che mi consideri un secondo padre?

BERENGARIO:

I miei erano solo i capricci di un figlio degenerato e ribelle, che cerca

soltanto l’affetto della sua unica figura paterna.

(abbracciandolo di nuovo) Prometta che verrà a trovarmi ed ad insultarmi

anche sotto il mio freddo ponte ed io sarò felice.

ERSILIO:

(liberandosi nuovamente) Se proprio ci tieni … ma non sperare che la

compassione per un morto di fame mi faccia sganciare qualche

centesimo affinché tu possa avere una minestra calda.

15

Verrò soltanto a vedere la tua agonia.

BERENGARIO:

(riabbracciandolo) Troppo buono!

Gerberto si precipita ad abbracciare anche lui Ersilio, che rimane stretto tra i due debosciati.

GERBERTO:

Paparino, non dimenticarti che hai due pargoletti.

Vieni ad insultare e maltrattare anche me.

Ersilio si libera e corre oltre il divano, frapponendo così un ostacolo tra di lui ed i due debosciati.

ERSILIO:

Co … Cosa state tramando?

BERENGARIO:

Noi non tramiamo nulla.

GERBERTO:

Noi le vogliamo bene e siamo addolorati all’idea di non vederla più.

BERENGARIO:

Ci mancherà da morire.

GERBERTO:

Moriremo di dolore.

BERENGARIO:

Prima che i nostri poveri cuori si spezzino strimpelliamo un ultimo blues.

I due ragazzi si impossessano dei soliti strumenti e si mettono sul divano.

BERENGARIO E GERBERTO:

(riprendendo la solita lagna) Questo è il blues triste dei due debosciati

nullafacenti.

I due debosciati nullafacenti sfrattati dal loro idolo.

I due debosciati nullafacenti sfrattati dall’unica figura paterna che

avessero mai avuto.

Questo è il blues triste dei due debosciati nullafacenti.

ERSILIO:

(disgustato) Basta!

BERENGARIO:

Ci verrà a maltrattare anche sotto il nostro ponte?

ERSILIO:

Basta con queste moine.

So benissimo che non avete nessuna intenzioni di farvi sfrattare e state

meditando qualche nuovo colpo gobbo ai miei danni.

Chi di voi due è morente?

Oppure a chi è morta la madre per l’ennesima volta?

GERBERTO:

Lei ci insulta.

BERENGARIO:

16

Noi non abbiamo più intenzione di mentirle.

ERSILIO:

(stupefatto) Cosa?

BERENGARIO:

Si, d’ora in poi ci appelleremo soltanto al suo buon cuore.

ERSILIO:

(inorridendo) A che cosa?

Siete impazziti, non sapete forse che sono un gran bastardo?

GERBERTO:

Certo che lo sappiamo.

Ma sappiamo anche che nessuno si è mai appellato al suo buon cuore e

siamo certi che anche lei ha un cuore.

BERENGARIO:

E che magari ci stupirà, dimostrandosi migliore di quanto noi

immaginiamo.

ERSILIO:

Mai e poi mai.

Non sia mai detto che io abbia un cuore pietoso.

Il mio onore e la mia rispettabilità ne sarebbero compromessi.

GERBERTO:

Sia buono, ci dia ancora un mese e poi ce ne andremo spontaneamente.

BERENGARIO:

Senza contare che in questo mese ci comporteremo onestamente.

ERSILIO:

Non ci penso proprio.

BERENGARIO:

Ma non si è nemmeno emozionato visto che qualcuno, per la prima volta

nella sua triste vita di gran bastardo, si è appellato al suo buon cuore.

ERSILIO:

(tentennando) Ma …

Non saprei …

Un pochino.

GERBERTO:

Lo ammetta anche lei che senza di noi si annoierebbe e che in questi

cinque anni di lotta continua si è affezionato al suo nemico.

Senza noi da insultare e minacciare, la sua vita sarebbe triste e solitaria.

ERSILIO:

Sciocchezze mi basterebbe trovare altre due vittime.

BERENGARIO:

Ci pensi bene, dopo cinque anni trascorsi insieme chiunque altro sarà

anonimo ed insignificante rispetto a noi.

ERSILIO:

(sospettoso) Sono già passati cinque anni?

17

GERBERTO:

Si, cinque lunghi anni di odio e maltrattamenti che ora lei non può buttare

via come se niente fosse.

ERSILIO:

Ah … scellerati, ora ho capito tutto.

Me ne ero dimenticato.

Avete saputo del testamento di Emilio Montessoro e puntate alla sua

ricca eredità e vi manca un mese per accaparrarvela.

BERENGARIO:

Sia buono.

ERSILIO:

Cosa ci guadagno?

GERBERTO:

Lei è già ricco, quale significato può avere un altro guadagno.

Una goccia d’acqua cambia il volume dell’oceano?

ERSILIO:

Certamente!

O mi proponete uno scambio vantaggioso o vi faccio perdere l’eredità.

BERENGARIO:

Cosa vuole?

ERSILIO:

Mi sembra ovvio, la metà dell’eredità.

In fondo Emilio Montessoro era talmente ricco che anche metà della sua

eredità vi renderebbe ricchi.

GERBERTO:

Non può farci questo.

ERSILIO:

Posso e lo farò.

BERENGARIO:

E sia!

Le daremo metà del malloppo.

ERSILIO:

Questo è ragionare.

Tuttavia l’accordo è ancora ben lungi dall’essere concluso.

GERBERTO:

Cosa vuole ancora?

ERSILIO:

Cari debosciati, il denaro non è tutto, ci sono altre cose ben più

importanti.

BERENGARIO:

Cosa?

ERSILIO:

(solenne) Il piacere della malefatta.

18

GERBERTO:

Ciò è vero!

Per una volta sono d’accordo con lei.

Niente è più piacevole che compiere una malefatta.

ERSILIO:

Gerberto, lo sai che hai proprio una ragazza carina?

GERBERTO:

(terrorizzato) Co … Cosa vuol dire?

ERSILIO:

Semplicemente che voglio Clotilde.

GERBERTO:

Disgraziato!

Vecchio pervertito!

Come osa chiedermi una notte di sesso con la mia ragazza in cambio del

vile denaro?

ERSILIO:

Chi ha mai parlato di una notte di sesso?

BERENGARIO:

Caro Gerberto, il vecchio ha ragione, per certe cose una notte è anche

troppo, basta una mezz’oretta.

Su, sarai cornuto per soltanto pochi minuti in cambio di una vita agiata.

GERBERTO:

Mai!

Non prostituirò mai la mia amata Clotilde a questo bieco bastardo.

ERSILIO:

Debosciati, qui non si parla né di una semplice mezz’oretta di sesso e

nemmeno di prostituzione.

BERENGARIO:

Ah no?

Allora cosa vuole?

ERSILIO:

Clotilde dovrà diventare la mia amante e darmi un figlio.

GERBERTO:

(crollando sul divano) Un figlio?

ERSILIO:

Non ti preoccupare, dopo il parto te la restituirò.

A me interessa soltanto il nascituro.

GERBERTO:

E’ impazzito?

Come osa chiedermi una cosa del genere?

BERENGARIO:

Ma cosa se ne fa di un altro figlio?

Lei ha già una mezza dozzina di figli ed un numero spaventoso di nipotini.

19

ERSILIO:

Esatto!

Ma quelli sono legittimi, mentre io sono interessato a qualcosa di

illegittimo.

GERBERTO:

(rabbioso) Perché?

ERSILIO:

E’ una questione di rango e di tradizioni famigliari.

GERBERTO:

Non capisco.

ERSILIO:

Noi, conti Taddei, sin dal medioevo amiamo disseminare per il mondo i

nostri bastardi.

E’ un gioco ed una piacevole tradizione di famiglia.

BERENGARIO:

Lei è veramente un pervertito.

ERSILIO:

Noblesse oblige.

E’ nostra abitudine ingravidare vili popolane, farle partorire e poi

impossessarci del nascituro, togliendolo per sempre alla madre.

GERBERTO:

Perché?

Cosa ne fate?

ERSILIO:

Quando siamo magnanimi li mettiamo sotto la ruota della macina di un

mulino, ma spesso li abbandoniamo in posti malfamati per poter gioire

della vita infelice che li attende.

BERENGARIO:

(inorridito) Ma sono i vostri figli …

ERSILIO:

Figli?

Sono solo bastardi.

Ed il piacere sta proprio nel strapparli al seno della loro madre

degenerata e condannarli all’infelicità.

GERBERTO:

Basta!

Dica ancora una mostruosità del genere ed io la uccido.

ERSILIO:

Debosciati, io non obbligo nessuno a fare qualcosa.

Siete voi che rischiate in primis la prigione e poi di perdere l’unica

occasione che la vostra scellerata vita vi offre per arricchirvi.

Sarò buono e vi darò il tempo di decidere.

Parlatene con la vostra amica e decidete con lei se il tesoro di Emilio

Montessoro non vale un piccolo sacrificio.

Tornerò al momento opportuno.

Ersilio esce di scena.

20

SCENA 8

BERENGARIO:

Caro Gerberto, temo che per impossessarci del tesoro di Emilio

Montessoro tu debba compiere un piccolo sacrificio.

GERBERTO:

Sei impazzito?

Non vorrai mica stare al gioco di quel miserabile?

BERENGARIO:

Dimmi, ti piacerebbe farti qualche anno di galera?

Ti piacerebbe rimanere per sempre povero?

GERBERTO:

No!

BERENGARIO:

Allora non ti rimane che convincere Clotilde a far credere di voler dare un

bastardino a quella vecchia iena.

GERBERTO:

Co … Cosa?

BERENGARIO:

Basta che la piccola tiri le cose in lungo.

Per un mese farà l’amante riottosa e poco disponibile di Ersilio, beninteso

che qualche volta dovrà veramente tradirti, usando di nascosto un

anticoncezionale.

Dopo un mesetto mandiamo a quel paese il vecchio e tutto quello che ti

rimarrà di questa spiacevole esperienza non sarà altro che un paio di

simpatici cornini, ma sarai ricco.

GERBERTO:

Non ci penso proprio.

E poi, se Clotilde scoprisse tutta questa storia ci ucciderebbe.

BERENGARIO:

Non è detto, su certe cose le donne hanno un punto di vista più aperto

del nostro.

GERBERTO:

Non dire sciocchezze.

BERENGARIO:

Certo che se la metti così, quando saremo rinchiusi in una fredda cella e

sarò preso dalla disperazione e dovrò sfogare le mie insaziabili voglie mi

rifarò su colui che mi avrà fatto finire in prigione.

GERBERTO:

Che schifo!

Non sarai mica diventato un frocione?

BERENGARIO:

Oh …

Non temere me, ma gli altri.

GERBERTO:

21

Quali altri?

BERENGARIO:

Gli altri galeotti.

Sono certo che un bell’uomo come te farà furore e ci saranno lotte per

averti.

GERBERTO:

(terrorizzato) Noooo!

Giura che mi difenderai.

BERENGARIO:

Dipende …

GERBERTO:

Bastardo!

BERENGARIO:

Se tu accennerai la situazione ad Clotilde, qualunque sia la sua

decisione, sarai salvo.

Se lei accetterà sarai ricco, se non accetterà premierò comunque il tuo

sforzo diventando il tuo angelo custode in carcere.

GERBERTO:

Va bene, gliene parlerò.

Ma … sai dove posso trovare un buon fabbro?

Sai voglio essere previdente e farmi fare un paio di mutande di ghisa nel

caso ci aspettassero le patrie galere.

BERENGARIO:

(prendendo la chitarra e strimpellando qualche accordo, ma senza

cantare) Sarebbe una spesa inutile, con tutti gli scassinatori che ci sono

in galera non servirebbe a nulla.

SCENA 9

Si sentono dei passi.

CLOTILDE:

(fuori scena) Tesoro, sei in casa?

GERBERTO:

(agitandosi) Aiuto!

Berengario aiutami.

BERENGARIO:

Su, non essere modesto, sei un grande filosofo, giocare con le parole è

la tua specialità e sono certo che troverai le parole giuste per fare ad

Clotilde la nostra proposta indecente.

GERBERTO:

(disperato) Sono morto!

BERENGARIO:

Forse …

Comunque Clotilde ti ucciderebbe con un colpo solo, mentre sul modo in

cui i galeotti ti faranno prima deperire e poi morire non posso garantire

22

nulla.

GERBERTO:

Miserabile!

Clotilde entra in scena e va a dare un bacio al fidanzato, che si ritrae spaventato.

CLOTILDE:

(sorpresa dall’atteggiamento del fidanzato) Gerberto cosa ti succede?

GERBERTO:

(mieloso) Tesorino, avrei una gran brutta cosa da raccontarti.

CLOTILDE:

Anche io.

La mamma si rifiuta di aiutarti e ha detto che spera di vederti presto in

prigione.

BERENGARIO:

E non è l’unica.

(sogghignando) Gerbertuccio ricordati dei galeotti.

GERBERTO:

Clotilde, sei calma?

CLOTILDE:

(sospettosa) Cosa hai ancora combinato?

Non mi avrai per caso tradita?

GERBERTO:

In quanto a tradimenti, non sono io il fedifrago ma tu.

CLOTILDE:

Sei impazzito?

GERBERTO:

Oh Dio!

Mi vergogno a dirtelo.

CLOTILDE:

(spazientita) Cosa?

Avanti parla.

GERBERTO:

(facendosi timido) Posso dirtelo nell’orecchio?

… Sai mi vergogno.

CLOTILDE:

Va bene, basta che ti sbrighi.

Gerberto si avvicina alla ragazza ed inizia a parlarle all’orecchio. Berengario inizia a suonare la chitarra.

BERENGARIO:

(stonando come sempre sul solito blues) Questo è il blues triste di

Gerberto.

Gerberto che le prenderà dalla ragazza.

Questo è il blues triste di …

23

CLOTILDE:

(gridando inorridita) Bastardo!

Clotilde sferra un micidiale pugno in faccia a Gerberto, che cade al suolo privo di sensi.

BERENGARIO:

Santo cielo che destro!

CLOTILDE:

(minacciosa) Non temere, ora tocca a te.

Clotilde inizia ad inseguire intorno al divano Berengario. In quel momento entra in scena Ersilio.

ERSILIO:

Oh … vedo che avete già parlato della nostra piccola transazione d’affari

con la fanciulla.

CLOTILDE:

(mollandogli un ceffone) Taccia pervertito!

ERSILIO:

(sogghignando) Una donna di carattere!

Meno male, amo umiliare le donne di polso, umiliare le donne già

sottomesse è troppo facile.

CLOTILDE:

(mollandogli un altro ceffone) Depravato!

Dica soltanto un’altra parola e la castro.

ERSILIO:

Non se la prenda con me.

Non è colpa mia se il suo fidanzato è sommerso dai debiti.

In fondo è soltanto colpa sua.

CLOTILDE:

(sorpresa) Colpa mia?

ERSILIO:

Eh si!

Doveva essere un po’ più avveduta nello scegliersi il fidanzato e cercarsi

un bravo ragazzo anziché un debosciato nullafacente.

Ersilio si avvicina ad Clotilde e le gira intorno studiandola.

CLOTILDE:

Si fermi, maniaco.

La smetta di girarmi intorno.

Ersilio le alza la maglietta e le accarezza il ventre.

ERSILIO:

Che magnifico ventre!

Sono certo che lei sarà un’ottima fattrice e che dalla nostra relazione

nascerà un magnifico bastardino.

Un bastardino bello e robusto che soffrirà parecchio prima di morire.

Clotilde gli sferra un pugno in faccia che lo fa ruzzolare a terra.

24

ERSILIO:

Signorina, devo supporre che lei non intende saldare il debito del suo

fidanzato?

CLOTILDE:

(furente) Mai e poi mai!

E la smetta di provocarmi se vuole uscire vivo da questa storia.

ERSILIO:

(rialzandosi) Debosciati, temo che mi vedrò costretto a buttarvi fuori.

GERBERTO:

Meglio così!

ERSILIO:

E’ un vero peccato che il tesoro di Emilio Montessoro finirà ad altri.

BERENGARIO:

(in tono ruffiano) Su Clotilde …

Su Gerberto …

Parliamone …

In fondo non è poi tutto questo gran dramma soddisfare le esigenze del

conte.

CLOTILDE:

Vuoi morire?

BERENGARIO:

Clotilde … pensaci bene … pensa al tesoro di Emilio Montessoro.

CLOTILDE:

Non ho bisogno di tesori.

GERBERTO:

Nemmeno io! Clotilde è l’unico tesoro di cui mi importi e mi vergogno di

me stesso per quello che stavamo proponendole.

ERSILIO:

(patetico, quasi sognante) Ah, l’amore …

Quasi quasi mi commuovo.

(tornando alla normalità) Vi do cinque minuti per iniziare il trasloco.

BERENGARIO:

Clotilde, non è poi tutto questo gran sacrificio …

Gerberto, pensa ai galeotti …

Non sono meglio due simpatici cornini piuttosto che le loro sgradite

attenzioni?

GERBERTO:

(terrorizzato) I galeotti …

(ruffiano) Clotilde, tesoro mio, non vorrai mica che i galeotti abusino di

me.

CLOTILDE:

Perché no?

In fondo tu vuoi che questo vecchio depravato abusi di me.

GERBERTO:

25

So che è disdicevole, ma è già una cosa più accettabile.

Tu sei una donna e ci siete abituate …

CLOTILDE:

(mollandogli un ceffone) Porco!

Schifoso maschilista!

ERSILIO:

La signorina ha perfettamente ragione.

Non è il caso di fare discriminazioni sessuali.

Sarò magnanimo e vi farò una proposta alternativa.

Ersilio si avvicina a Berengario, gli gira intorno ed all’improvviso gli palpa il sedere.

ERSILIO:

Come ben saprete, noi ricchi degenerati amiamo provare un po’ di tutto.

BERENGARIO:

(terrorizzato) Co … Cosa vuol dire?

ERSILIO:

(palpandolo nuovamente) Dimmi, debosciato, lo hai mai fatto con un

ometto?

BERENGARIO:

No e non ci penso proprio.

Non sono mica un frocione pervertito come lei.

ERSILIO:

E’ proprio questo il bello della cosa.

Se tu fossi un frocione come me non ci sarebbero primizie da cogliere,

mentre così ho due piaceri in un colpo solo.

BERENGARIO:

(terrorizzato) Due … Due piaceri?

ERSILIO:

Si, il piacere di cogliere per primo un giglio immacolato e soprattutto

quello derivante dalla malefatta di importi un atto per te ripugnante e

degradante.

BERENGARIO:

Mai, piuttosto la morte di stenti sotto il mio fido ponte.

CLOTILDE:

(sghignazzando) Su Berengario, non è poi tutto questo gran sacrificio …

GERBERTO:

(ridendo pure lui) Clotilde ha ragione.

Così facendo lei non sarebbe costretta a sacrificarsi e tu faresti pure

un’opera buona.

BERENGARIO:

(inorridendo) Un’opera buona?

Ma sei impazzito, da quando in qua dare la propria verginità ad un

vecchio pervertito è un’opera buona?

GERBERTO:

26

Pensa che così salveresti un bastardino, pardon un bambino, che deve

ancora venire al mondo da chissà quali inaudite sofferenze.

CLOTILDE:

Signor conte, stia tranquillo, sono certa che l’alto senso morale e lo spirito

di sacrificio di Berengario faranno si che lei abbia ciò che desidera.

ERSILIO:

(sfregandosi le mani e sogghignando) Ne sono certo.

BERENGARIO:

Non potete farmi questo.

GERBERTO:

Su, non sarà una cosa lunga basterà una mezz’oretta e poi il tesoro di

Emilio Montessoro sarà nostro.

ERSILIO:

(palpando all’improvviso anche il sedere di Gerberto) Debosciato, non

crederai mica che Berengario sia l’unico ad avere un debito qui?

GERBERTO:

Clo … Clo … Clotilde dagli un figlio!

BERENGARIO:

(sghignazzando) Ma non eri tu quello che ha appena sostenuto che non

era un gran sacrificio e la cosa non sarebbe durata più di mezz’ora?

GERBERTO:

(terrorizzato e con voce incerta, mentre Ersilio continua a tastargli le

natiche) Clotilde salvami!

CLOTILDE:

No caro.

Chiudi gli occhi e … pensa al tesoro di Emilio Montessoro.

ERSILIO:

Su, sarò buono e vi do il tempo di pensarci.

Decidete se per voi è preferibile che si sacrifichi la ragazza o essere così

cavalieri da sacrificare voi stessi.

CLOTILDE:

Hanno già deciso e sono a sua completa disposizione.

GERBERTO:

Ma … Ma sei impazzita?

ERSILIO:

Pensateci e poi decidete.

Ersilio esce di scena.

SCENA 10

GERBERTO:

Ed adesso cosa facciamo?

27

BERENGARIO:

Suoniamo.

GERBERTO:

No!

Come può venirti in mente di suonare un blues triste in questo momento?

BERENGARIO:

Cosa c’è di più adatto di un blues triste per descrivere la nostra

situazione?

CLOTILDE:

(sghignazzando) Su, non fate i bambini.

Come dicevate a me, è soltanto un piccolo sacrificio.

GERBERTO:

Ho un’idea!

BERENGARIO:

Quale?

GERBERTO:

Uccidiamo o quantomeno mutiliamo ai genitali il tiranno.

BERENGARIO:

Sii serio.

GERBERTO:

Guarda che io sono serissimo.

Piuttosto che fare sesso con lui lo uccido e se non ci riesco mi suicido.

CLOTILDE:

Ragazzi me ne vado.

Chissà come sghignazzerà la mamma quando lo saprà.

GERBERTO:

Carogna!

E pensare che ti amo.

CLOTILDE:

Ti amo anche io.

E per questo … (ridendo) che voglio esserti vicina e tenerti la manina

mentre il conte farà di te la sua femminuccia.

BERENGARIO:

Vattene iena!

Clotilde esce di scena. Gerberto si siede sul divano, si prende la testa tra le mani ed inizia a singhiozzare

rumorosamente. Berengario prende un quotidiano e si mette a leggerlo.

BERENGARIO:

(illuminandosi all’improvviso) Gerberto senti questa.

GERBERTO:

Cosa vuoi che me ne importi di quello che scrivono sul giornale?

BERENGARIO:

Ti importa.

28

(gongolando dalla gioia) Ti importa.

Senti questa notizia: il grande Fulberto, mago ipnotista e pericoloso

criminale, dopo quindici anni di carcere è stato liberato.

Tra le sue antiche vittime serpeggiano la rabbia ed il terrore.

GERBERTO:

E cosa abbiamo a che fare noi con il grande Fulberto?

BERENGARIO:

Non capisci?

GERBERTO:

Non vorrai mica metterti in società con un criminale?

BERENGARIO:

Esatto!

Dobbiamo trovarlo quanto prima.

Il grande Fulberto è l’uomo che fa per noi.

GERBERTO:

Dici che il conte Taddei preferirà le primizie del grande Fulberto alle

nostre?

BERENGARIO:

La paura ti ha completamente rincoglionito.

Quali primizie vuoi che abbia uno che si è fatto quindici anni di carcere?

Nessuna!

A noi il grande Fulberto ci serve come criminale.

Gli faremo ipnotizzare il vecchio depravato.

GERBERTO:

Sei un genio!

BERENGARIO:

Si, il grande Fulberto farà credere al vecchio pervertito di aver già

abusato di noi.

Così quella vecchia iena si gongolerà pensando ad un fatto mai accaduto

e noi saremo salvi.

GERBERTO:

(alzandosi) Andiamo immediatamente a cercarlo.

I due amici escono di scena e le luci si spengono.

SCENA 11

Si riaccendono le luci ed i due debosciati rientrano in scena insieme ad uno strano individuo, che porta un

lungo mantello nero ed un vistoso cappello a cilindro. Il grande Fulberto si siede sul divano.

FULBERTO:

(tirando fuori da una tasca un coltello a serramanico) Così vi serve l’aiuto

di un ex-galeotto?

Chi devo uccidere?

BERENGARIO:

Grande Fulberto, a noi non serve un omicidio, a noi serve il tuo talento di

illusionista.

29

FULBERTO:

(rimettendo a posto il coltello) Non se ne parla.

Per avere lo sconto sulla pena ho dovuto promettere di non usare mai più

la magia.

GERBERTO:

Non fare il furbo con noi.

Per chi ci hai preso, per due pivelli?

FULBERTO:

(tirando di nuovo fuori il coltello) Cosa vorresti dire?

BERENGARIO:

Calma!

Il mio socio voleva soltanto dire che a noi non devi raccontare le solite

quattro palle in croce, siamo due debosciati corrotti e siamo convinti che

sia meglio parlare chiaro.

Pertanto non fare il prezioso e non cercare scuse puerili, dici quanto vuoi

per lavorare per noi.

Tanto sappiamo che è soltanto una questione di prezzo.

FULBERTO:

(rimette nuovamente a posto il coltello) Mmmm …

Non saprei.

È da tanto che sono fuori dal giro.

(sogghignando) Sai che però il buon Gerberto è proprio un bel ometto,

sono certo che tra noi galeotti farebbe furore …

GERBERTO:

Ah no!

Ti stiamo assumendo proprio per evitare questo tipo di problemi.

FULBERTO:

Non farti illusioni.

Anche se sono quindici anni che non vedo una donna non ho ancora

cambiato preferenze, stavo soltanto pensando di farti lavorare per me e

mandarti dai miei ex-compagni di cella.

GERBERTO:

(furente verso Berengario) Lo sapevo!

Te lo avevo detto che rivolgerci a questo avanzo di galera non era una

buona idea.

BERENGARIO:

Calmati!

In quanto a te Fulberto, che ne diresti del 10 % del tesoro di Emilio

Montessoro?

FULBERTO:

E quanto sarebbe questo 10 %?

Spero più di quanto farei vendendo il tuo amico ai miei ex-compagni di

cella.

BERENGARIO:

(solenne) Molto, anzi moltissimo di più!

FULBERTO:

Se ne può parlare.

Avanti vuotate il sacco.

30

BERENGARIO:

Dovresti aiutarci a rimanere ancora un mese in questo appartamento.

A tale scopo sarebbe bene che tu ipnotizzassi il padrone di casa affinché

non ci cacci.

FULBERTO:

(arrabbiandosi) E voi mi molestate per una sciocchezza del genere?

Devo riprendere il coltello e farvi a fettine?

GERBERTO:

No!

Noi dobbiamo rimanere in questa topaia ancora un mese per diventare gli

eredi di Emilio Montessoro e tu devi aiutarci.

FULBERTO:

Ma non era più semplice provare ad accordarsi con il vostro padrone di

casa?

GERBERTO:

Ci abbiamo provato, ma è stato inutile.

BERENGARIO:

Si, quel vecchio depravato ci ha messo di fronte a delle condizioni

inaccettabili.

Possiamo scegliere se dargli la fidanzata di Gerberto affinché gli scodelli

un bastardino da torturare ed uccidere oppure concedergli le nostre

grazie.

FULBERTO:

(strofinandosi il mento con aria compiaciuta) Che tipo interessante questo

padrone di casa …

BERENGARIO:

Interessante o meno, devi aiutarci.

Ipnotizzalo in modo che aspetti ancora un mese prima di buttarci sotto un

ponte.

FULBERTO:

Giammai!

Non sia mai detto che mi abbassi ad un lavoretto del genere.

Se non c’è da commettere almeno una rapina, uno stupro, un infanticidio,

un omicidio sadico o qualcosa del genere non mi sporco le mani.

GERBERTO:

Non è che teniamo al conte Taddei, è solo che ci serve vivo.

Per ereditare dobbiamo sopportarlo per un altro mese.

FULBERTO:

Capisco …

Ma temo che vi siete rivolti alla persona sbagliata.

BERENGARIO:

Non ci prendere per i fondelli!

Dici quanto vuoi.

FULBERTO:

Datemi il 20 % del tesoro di Emilio Montessoro e l’affare è fatto.

GERBERTO:

31

Va bene!

BERENGARIO:

Cosa farai al vecchio per renderlo inoffensivo per un mese?

Gli farai perdere la memoria?

FULBERTO:

Non dire idiozie.

Se proprio non posso né mutilarlo né ucciderlo, cercherò un modo

alternativo per divertirmi.

BERENGARIO:

Non gli fare troppo male …

Deve sopravvivere almeno un altro mese.

Dopo potrai farne ciò che vuoi.

Si sentono dei passi in lontananza.

SCENA 12

ERSILIO:

(entrando in scena all’improvviso) Debosciati, avete fatto la vostra scelta?

BERENGARIO:

(sogghignando) Fulberto, amico mio, permettimi di presentarti il conte

Taddei, nostro padrone di casa.

GERBERTO:

(maligno) Si, è proprio lui.

ERSILIO:

Chi è quest’altro debosciato?

Fulberto si alza, si avvicina ad Ersilio ed inizia a muovergli scompostamente le mani davanti alla faccia.

ERSILIO:

Co … Cosa vuole questo da me?

GERBERTO:

(quasi disperato) Lo sapevo!

(piagnucolando) Lo sapevo che l’ipnosi era tutta una bufala.

FULBERTO:

Taci miscredente!

(rivolgendosi finalmente ad Ersilio) A me gli occhi.

Ersilio rimane come imbambolato.

ERSILIO:

(con la voce impastata) Si, padrone.

FULBERTO:

Ora mi condurrai da te e mi confesserai tutte le tue perversioni e poi

decideremo insieme come punirti.

ERSILIO:

32

Si, padrone.

Ersilio, muovendosi lentamente, come un sonnambulo, esce di scena. Fulberto lo segue.

BERENGARIO:

Fantastico!

GERBERTO:

Chitarre e bonghi?

BERENGARIO:

Mi sembra ovvio.

I due riprendono i loro strumenti e si siedono sul divano.

BERENGARIO E GERBERTO:

(strimpellando e cantando il solito blues) Questo è il blues triste del

vecchio Ersilio.

Questo è il blues triste della vecchia iena.

Aiaiai che male.

Aiaiai che dolor.

Chissà cosa gli farà il grande Fulberto?

Chissà cosa gli farà il grande Fulberto?

BERENGARIO:

(smettendo di suonare la chitarra) Speriamo che non gli faccia troppo

male, ci serve vivo.

GERBERTO:

Si ma anche che non gliene faccia troppo poco.

Non dimentichiamo cosa voleva farci il vecchio pervertito.

BERENGARIO:

Certo che se non ci fosse servito vivo, potevamo anche chiedere a

Fulberto di imporgli il suicidio.

GERBERTO:

Qualsiasi cosa accada, non voglio essere io a lavare via il sangue del

vecchio.

BERENGARIO:

Non temere, lo farò io.

Entra in scena Ersilio. E’ vestito con un lungo abitino premaman e ha un pallone sotto il vestito che lo fa

sembrare incinto.

ERSILIO:

(sfarfallando con le mani come una checca isterica e con un vocino

ambiguo) Tesorucci, sono finalmente una donna realizzata.

Sono incinta e farò da sola il mio bastardino da condannare all’infelicità.

Gerberto si alza di scatto.

GERBERTO:

Dio mio, che schifo!

Gerberto perde i sensi.

33

ERSILIO:

(iniziando a correre, saltellando, intorno al divano su cui Berengario inizia

a strimpellare accordi a vanvera) Che bello!

Che bello!

Presto sarò mamma.

Sipario.

II° atto

SCENA 1

Berengario e Gerberto sono seduti sul divano ed ognuno di loro ha in mano una bottiglia di birra.

BERENGARIO:

Caro Gerberto, se non fosse che ci toccherà sopportare il grande

Fulberto e le sue insopportabili manie fino a quando non lo pagheremo,

potrei dirti che questi sono i giorni migliori che abbiamo trascorso da

quando siamo venuti a vivere qui.

GERBERTO:

Hai ragione.

Da quando il vecchio è in dolce attesa ed è diventato buono è quasi

sopportabile.

BERENGARIO:

Già, speriamo che non partorisca presto e che rimanga ancora per un po’

in questo stato.

GERBERTO:

(sghignazzando) Non c’è pericolo, non partorirà mai, non può.

I due amici brindano facendo cozzare tra loro le bottiglie e sparandosi entrambi un abbondante sorso di birra.

In quell’istante compare in scena Ersilio. E’ sempre agghindato con un abito premaman e ha il solito pallone

sotto il vestito.

ERSILIO:

(muovendosi come una checca isterica e con un vocino ambiguo)

Adorabili debosciati, sono felice di vedervi.

Ho una grande notizia per voi.

GERBERTO:

Quale?

ERSILIO:

Mi sono venute le prime doglie.

Sono ancora isolate tra loro, una ogni tanto, ma sento che il travaglio è

già iniziato e sto andando in ospedale.

Tra poche ore avrò il mio piccolo adorabile bastardino da condannare

all’infelicità.

BERENGARIO:

Co … Cosa?

Vuole andare in ospedale?

34

ERSILIO:

Certo!

Non vorrete mica che partorisca in mezzo alla strada?

(indignato) Sono una signora, mica una poco di buono come le ragazze

che frequentate voi.

BERENGARIO:

Ma non si disturbi e torni in casa sua.

Il mio amico Gerberto è un provetto ostetrico e sono sicuro che sarà

felice di aiutarla.

GERBERTO:

Ma che cavolo stai dicendo?

BERENGARIO:

Su …

(dandogli una gomitata nello stomaco) Non essere timido e di pure al

conte quanti bambini hai già fatto nascere.

GERBERTO:

Nessuno, i bambini mi fanno schifo.

ERSILIO:

Non disturbatevi, anche se fosse il migliore degli ostetrici ho già deciso

che andrò all’ospedale.

Non mi fido a partorire in casa, esigo la sicurezza che può fornirmi una

struttura sanitaria all’avanguardia.

A presto, quando ci rivedremo sarò mamma.

Ersilio esce di scena.

BERENGARIO:

Ma sei impazzito?

GERBERTO:

Perché?

BERENGARIO:

Ti ricordo che per ereditare ci rimangono ancora una quindicina di giorni

e non vorrai mica finire in prigione proprio ora che siamo in vista del

traguardo?

GERBERTO:

Perché dovremo finire in prigione?

BERENGARIO:

Secondo te, se in ospedale si presenterà uno squallido vecchio vestito da

donna che chiede di partorire, i medici non si insospettiranno e non

chiameranno le forze dell’ordine?

GERBERTO:

Ora che facciamo?

BERENGARIO:

Speriamo e basta.

Se va bene lo ingabbiano e basta.

L’importante è che gli psichiatri riescano a farlo cantare e scoprano tutto

soltanto dopo che avremo messo le mani sul tesoro di Emilio

Montessoro.

35

GERBERTO:

E’ tutto qui quello che conti di fare?

BERENGARIO:

No, ora vado da Geremia lo spacciatore e faccio il pieno.

GERBERTO:

Ma tu non ti droghi, a che ti serve fare il pieno?

BERENGARIO:

Riempirò l’appartamento di Ersilio di hashish, crack, eroina, bottiglie di

alcol piene e vuote, così se qualcuno viene a controllare perché è andato

in ospedale a partorire non ci rimarrà che dire che è un alcolista cronico

ed un tossico all’ultimo stadio.

GERBERTO:

Ottima idea.

Berengario esce di scena.

SCENA 2

Mentre Gerberto sta finendo la sua birra, compare in scena Clotilde.

CLOTILDE:

Ecco!

Lo sapevo!

Brutto debosciato, anziché andare in giro in cerca di un lavoro, te ne stai

sdraiato sul divano e cosa veramente riprovevole ti dai pure alle gioie

dell’alcool.

GERBERTO:

Tesoro, non fare drammi.

Ora che il vecchio tiranno aspetta un bambino ed è diventato mieloso,

non è più così importante che io trovi presto un lavoro.

E poi il tesoro di Emilio Montessoro farà si che non debba mai e poi mai

cercare un lavoro e rovinare la mia preziosissima reputazione da

debosciato nullafacente.

CLOTILDE:

Siete dei miserabili.

E’ una cosa veramente meschina far credere da più di due settimane a

quel povero vecchio che è una donna incinta.

GERBERTO:

(inorridendo) Come sarebbe a dire povero vecchio?

Ti sei già dimenticata cosa voleva farci?

CLOTILDE:

No, ma ormai la vostra messinscena mi ha stufata.

Anche se sarei curiosa di vedere questo famoso mago che lo ha ridotto in

quello stato.

All’improvviso entra in scena Fulberto.

FULBERTO:

(solenne) Mi avete appena invocato ed eccomi qua.

36

Fulberto si avvicina alla ragazza e le bacia la mano.

FULBERTO:

Oh …

I due debosciati mi avevano parlato di te, ma sono stati alquanto

disonesti.

CLOTILDE:

Cosa intende dire?

FULBERTO:

Mi avevano detto che non eri carina …

Quasi come se qualcuno avesse paura che io potessi incontrarti.

CLOTILDE:

Qualcuno … come per esempio Gerberto?

FULBERTO:

Esatto!

(mieloso) Soave creatura, permettimi di corteggiarti e farti mia.

CLOTILDE:

(imbarazzata) Ma …

Veramente …

Io sarei già fidanzata con Gerberto e non sono attratta dagli uomini

maturi.

FULBERTO:

(agitandole la mano davanti alla faccia) A me gli occhi!

Gerberto si alza di scatto e si avvicina minaccioso al mago.

GERBERTO:

Eh no! Lascia stare Clotilde.

FULBERTO:

(agitando la mano davanti al volto di Gerberto) A me gli occhi!

GERBERTO:

(in trance) Si, padrone.

FULBERTO:

Spogliati e fai la bella statuina.

Gerberto si spoglia rimanendo nudo (o in mutande se l’attore è timido) e si mette di profilo, con una gamba

leggermente piegata e sollevata da terra, un braccio teso in avanti e l’altro indietro.

FULBERTO:

Cara Clotilde, ora possiamo andare a consumare il tuo tradimento.

CLOTILDE:

Si, mio adorato padrone.

FULBERTO:

Anzi non subito.

Prima di andare, dai un bacetto al tuo amato stambecco.

Clotilde si avvicina a Gerberto e lo bacia. Gerberto è come pietrificato. Riesce soltanto a gemere rabbioso.

37

Dopo averlo baciato, Clotilde si avvicina al mago e gli dà la mano. I due escono di scena.

SCENA 3

Berengario rientra in scena e guarda disgustato Gerberto.

BERENGARIO:

Gerberto, va be’ che sei sempre stato presuntuoso e ti sei sempre

creduto bello come un Apollo, ma non ti sembra di esagerare mettendoti

nudo ed in posa da bella statuina.

GERBERTO:

(grugnendo impossibilitato a parlare) Grr …

Mmm …

Li … be … ra … mi.

BERENGARIO:

Cosa stai facendo?

(ripensandoci) Hai appena bofonchiato liberami?

GERBERTO:

Grr …

Mmm …

Si!

Berengario molla un ceffone a Gerberto. Il quale riacquista così l’uso della parola.

GERBERTO:

Liberami!

Così mi hai liberato soltanto la bocca, il resto del corpo è ancora

prigioniero.

BERENGARIO:

(strofinandosi il mento compiaciuto) Mmm …

Ci devo pensare.

GERBERTO:

Che cavolo stai dicendo?

Non vorrai mica lasciarmi così?

BERENGARIO:

Stavo pensando che, prima di liberarti, potrei usarti come bersaglio per

allenarmi con le freccette.

GERBERTO:

(rabbioso) Liberami!

BERENGARIO:

Non ho la più pallida idea di come si fa.

GERBERTO:

Se uno schiaffo mi ha liberato la bocca, picchiami su tutto il corpo.

BERENGARIO:

Se lo dici tu …

Sarà un vero piacere.

38

Berengario tempesta di pugni l’amico e poi lo fa cadere a terra. Gerberto riacquista l’uso del corpo , si rialza e

si riveste.

GERBERTO:

Potevi anche picchiarmi meno forte.

BERENGARIO:

Su, ringraziami sono stato sin troppo gentile.

In fondo, avrei potuto anche usare la catena per pestarti a sangue.

GERBERTO:

A proposito di catene e pestaggi a sangue, prendiamo l’attrezzatura che

devo vendicarmi di un mago maledetto.

BERENGARIO:

Prendiamo?

Perché dovrei aiutarti?

GERBERTO:

Perché potrei lasciarti la mazza ed essere io a tenerlo fermo mentre tu gli

spezzi le rotule.

BERENGARIO:

(esaltato) Vado a prendere le mazze.

(inizia ad allontanarsi, ma dopo pochi passi si ferma e torna indietro) Ma

cosa è successo?

GERBERTO:

Quel vile …

Quel miserabile bastardo di Fulberto mi ha ipnotizzato e se ne è andato a

spassarsela con Clotilde.

BERENGARIO:

(indignato) Che carogna!

GERBERTO:

Si, un mago di merda!

Dovevano lasciarlo marcire in galera.

BERENGARIO:

Ma io stavo parlando di Clotilde.

GERBERTO:

Co … Cosa vuoi dire?

BERENGARIO:

Che è una vera carogna.

Tradirti per tradirti poteva farlo con il conte, così avremo evitato tutti

questi guai.

GERBERTO:

(furente) Ma sei una carogna!

BERENGARIO:

Mai quanto la tua fidanzata.

GERBERTO:

Non osare ripeterlo.

39

Lei è pura ed innocente, il mago la ha ipnotizzata.

BERENGARIO:

Ciò non toglie che se anziché farti becco con il mago lo faceva con il

conte era meglio.

GERBERTO:

(fuori di se dalla rabbia) Ti spacco la faccia.

Gerberto balza addosso a Berengario. I due finiscono a terra dove rotolano lottando tra loro.

SCENA 4

Entra in scena Ersilio. Non ha più il pancione, ma indossa ancora un abito premaman.

ERSILIO:

(visibilmente alterato) Debosciati, piantatela di far cagnara che mi

svegliate il pupo.

BERENGARIO:

(rialzandosi) Il pupo?

GERBERTO:

(rialzandosi pure lui) Quale pupo?

Ersilio esce di scena e dopo pochi istanti rientra spingendo una carrozzella. Si sente il pianto di un neonato.

ERSILIO:

(quasi commosso) Debosciati, sono orgogliosa di comunicarvi che ho già

partorito e vi presento il mio piccolo Abelardo.

BERENGARIO:

(gridando prima di perdere i sensi) Noooo!

Gerberto si china a soccorrere l’amico e lo fa rinvenire con degli schiaffoni.

GERBERTO:

Berengario, cosa ti prende?

BERENGARIO:

(rialzandosi agitatissimo) Cosa mi prende?

Questo disgraziato deve aver rapito un bambino.

ERSILIO:

(con un vocino da checca isterica) Moderiamo i termini ragazzaccio!

Sono andata in ospedale e dopo aver partorito, soffrendo le pene

dell’inferno, mi sono portata a casa il mio piccolo Abelardo.

BERENGARIO:

E lo avrebbe veramente partorito lei il pupo?

ERSILIO:

(indignato) Certo!

Mi vuoi forse offendere?

BERENGARIO:

40

Quindi questo bambino viene dall’ospedale?

ERSILIO:

Da dove vuoi che venga?

Secondo te una signora va a partorire al bar o alla stazione centrale?

Certo che viene dall’ospedale.

GERBERTO:

Mio Dio, siamo rovinati!

BERENGARIO:

E da quale ospedale viene?

Dalla carrozzella inizia a levarsi un pianto disperato.

ERSILIO:

(quasi eccitato) Adalberto, tesoruccio della mamma, non piangere, arrivo.

GERBERTO:

Cosa succede?

ERSILIO:

Mi sembra ovvio, ha fame!

Ora gli darò un capezzolo e tutto sarà sistemato, vedrete che smetterà

subito di chiedere la pappa.

GERBERTO:

(inorridendo) Che schifo!

BERENGARIO:

Non vorrà mica dare uno dei suoi vecchi capezzoli pelosi ed avvizziti a

quel bambino?

ERSILIO:

Certo!

Sono la sua mamma.

BERENGARIO:

Non può!

GERBERTO:

Si, non può!

ERSILIO:

Perché?

BERENGARIO:

(guardando disperato Gerberto) Perché?

GERBERTO:

Perché …

Perché lei è anziano ed è noto che il latte vecchio fa male ai neonati.

Lei è troppo vecchio per allattare il piccolo Adalberto.

BERENGARIO:

Si, alla sua età il latte materno è già cagliato ed avvelenerebbe il pupo.

41

ERSILIO:

Ne siete certi?

GERBERTO:

Più che certi!

Se si ricorda, sono un ostetrico di fama internazionale e so ciò che è

bene per un neonato e cosa no.

ERSILIO:

Allora cosa faccio?

BERENGARIO:

Vada in farmacia a comprare un biberon e del latte in polvere per i

neonati.

ERSILIO:

(poco convinto) Se lo dite voi …

Va be’ vado, ma che non sia detto che non sono una brava mamma.

Ersilio esce di scena lasciando la carrozzella ai due debosciati.

SCENA 5

Dalla carrozzella continuano a levarsi lamenti.

GERBERTO:

Cosa facciamo?

BERENGARIO:

Non ne ho la più pallida idea.

Diamogli da mangiare.

GERBERTO:

Cosa mangiano i neonati?

BERENGARIO:

Cosa vuoi che ne sappia io?

Non sono mica una donna.

Credo che bevano latte materno o latte in polvere.

(pensandoci su) Forse mangiamo anche gli omogeneizzati, ma non ne

sono sicuro.

Forse li mangiamo quando sono un po’ più grandi.

GERBERTO:

Con cosa si fanno gli omogeneizzati?

BERENGARIO:

Carne, verdure, altre schifezze del genere e poi i soliti conservanti

cancerogeni e chissà quali altri veleni.

GERBERTO:

Cosa facciamo?

BERENGARIO:

Tu vai a scaldare un po’ di latte, intanto io chiamo Fulberto.

GERBERTO:

42

Fulberto?

Quel miserabile!

A cosa ci serve quella carogna?

BERENGARIO:

Deve aiutarci a far rinsavire il conte e scoprire da quale ospedale ha

rapito il bambino, in modo da restituirlo prima che qualcuno se ne

accorga.

Non vorrai mica finire in prigione per aver indotto un vecchio pazzo a

sequestrare un neonato?

GERBERTO:

E se Fulberto non ci aiuta?

BERENGARIO:

Mentre tu ti occuperai del pupo, io andrò per ospedali per scoprire da

quale è stato rapito il pupo.

GERBERTO:

Mi sembra un’ottima idea.

Berengario esce di scena.

SCENA 6

Gerberto si avvicina alla carrozzella.

GERBERTO:

(inorridito) Che schifo!

Che puzza!

Maledetto mostriciattolo, perché te la sei fatta addosso proprio ora che

Berengario è fuori.

(piagnucolando) Che schifo, toccherà a me levarti il pannolone.

Gerberto armeggia nella carrozzella e dopo poco ha in mano un pannolone. In quell’istante entra in scena il

grande Fulberto.

FULBERTO:

(sghignazzando) Allora è proprio vero che sono un grande mago, ho

persino fatto partorire un uomo.

GERBERTO:

Taci cane!

Aiutami col pupo e non appena il conte torna fallo tornare normale.

FULBERTO:

Dipende …

GERBERTO:

Dipende da cosa?

FULBERTO:

Ogni cosa ha il suo prezzo e bisogna verificare se tu ed il tuo socio siete

disposti a pagare il giusto.

GERBERTO:

Ti ricordo che quello che ha ipnotizzato il vecchio sei stato tu, pertanto

43

finirai nei guai con noi se non ci aiuti a sistemare le cose prima dell’arrivo

della polizia.

FULBERTO:

Effettivamente, devo ammettere, seppur a malincuore, che hai ragione.

(sogghignando) A proposito di ipnotismo, sai che la tua Clotilde si è

rivelata un’amante straordinaria?

GERBERTO:

Carogna!

FULBERTO:

Non è colpa mia se tu non ci sai fare ed io le ho dato ciò che tu le hai

sempre negato, il piacere.

GERBERTO:

Scusa, potresti smetterla di infierire ed aiutarmi con il pupo?

FULBERTO:

Cosa devo fare?

GERBERTO:

Vieni un attimo di là con me, che prepariamo qualcosa di commestibile

per il pupo, così la smette di piangere.

I due si escono di scena. Dopo poco si sente il rumore di una motosega ed una serie di urla agghiaccianti.

Dopodiché rientra in scena Gerberto. E’ coperto di sangue, nella mano destra tiene un boccale di vetro pieno

di carne tritata, mentre con la sinistra trascina una motosega. Sul suo volto c’è un sorriso compiaciuto.

GERBERTO:

(avvicinandosi alla carrozzella) Abelardo, piccolo mio, lo zio Gerberto ti

ha preparato un omogeneizzato.

E’ buono e se lo mangi tutto, da grande diventerai un mago pure tu.

SCENA 7

BERENGARIO:

(entrando improvvisamente in scena) Ferma lì, disgraziato!

Cosa stai facendo?

GERBERTO:

Do da mangiare al pupo.

BERENGARIO:

Cos’è quella schifezza?

GERBERTO:

Omogeneizzato di mago.

BERENGARIO:

Non lo avrai mica ucciso?

GERBERTO:

Be’ …

Sai …

Mi ha provocato.

44

BERENGARIO:

Idiota!

Ci serviva vivo.

GERBERTO:

Non ti preoccupare, sono certo che hai già scoperto dove il vecchio ha

rapito il pupo e presto lo rimetteremo al suo posto.

BERENGARIO:

Sbagliato!

Ho battuto tutti gli ospedali e da nessuno è sparito un bambino.

GERBERTO:

Siamo salvi!

BERENGARIO:

Sbagliato!

Siamo finiti.

Visto che il vecchio di certo non ha veramente partorito il pupo, e non lo

ha nemmeno rubato in un ospedale, deve averlo sequestrato in qualche

casa e non scopriremo mai in quale prima che la polizia non scopra noi.

GERBERTO:

E se facessimo sparire il pupo?

BERENGARIO:

Non dire idiozie.

I bambini sono sacri ed a loro non si fa del male.

Pensa ai suoi genitori ed a quanto saranno disperati.

E soprattutto pensa a lui.

Non siamo assolutamente capaci di prenderci cura di lui e se non

troviamo sua madre quanto prima lo avremo sulla coscienza.

GERBERTO:

Hai ragione.

Cosa facciamo?

BERENGARIO:

Aspettiamo il ritorno del conte e poi, a costo di dover usare la tortura, gli

faremo confessare dove ha rapito il piccolo.

Intanto tu fai sparire quel boccale immondo e gli avanzi.

Gerberto torna in cucina e dopo pochi istanti ne esce con una grossa carriola da cui spuntano delle ossa

insanguinate.

GERBERTO:

Vado alla discarica.

Occupati tu del pupo.

Gerberto esce di scena.

SCENA 8

Berengario prende la chitarra e si mette comodo sul divano.

BERENGARIO:

(riprendendo il solito vecchio blues sgangherato) Questo è il blues triste

45

del pupo rapito.

Chissà da dove viene?

Chissà da dove viene?

Questo è il blues triste del pupo rapito.

ERSILIO:

(entrando in scena) Abelardo, tesoro della mamma, sono tornata.

BERENGARIO:

(posando la chitarra) Finalmente!

Conte ha comprato il latte in polvere, i biberon e tutto il resto?

ERSILIO:

(mostrando compiaciuto un borsone) Certo!

Sono una mamma coscienziosa non una di quelle depravate che

frequentate tu ed il tuo socio.

Berengario prende il latte in polvere, l’acqua minerale ed il biberon e si mette a preparare un intruglio per il

pupo.

BERENGARIO:

(mentre si china con il biberon sulla carrozzella) Speriamo bene.

Conte, posso essere così indiscreto da chiederle nuovamente in quale

ospedale ha partorito?

ERSILIO:

(vezzoso) Ma sei proprio curioso.

BERENGARIO:

Io?

No, mi sto soltanto informando per scoprire in quale ospedale un giorno

porterò mia moglie.

Sa, anche se mi dispiace ammetterlo, sono come lei.

Voglio soltanto il meglio.

ERSILIO:

Debosciato, non ti angustiare con questi inutili interrogativi.

(solenne) Tu non avrai mai una moglie.

BERENGARIO:

Questo è ancora da vedersi.

ERSILIO:

Nemmeno il fenomenale tesoro di Emilio Montessoro riuscirà a far si che

le donne non vedano lo squallore che contraddistingue sia te che il tuo

socio.

BERENGARIO:

Uccello del malaugurio, le ricordo che Gerberto ha già una fidanzata.

ERSILIO:

Sbagliato!

Aveva una fidanzata.

E’ bastato un mago qualsiasi per fargliela perdere.

D’altro canto, in quanto donna e mamma non posso biasimarla, credo

che anche io se avessi avuto bisogno di un padre per il mio Abelardo,

piuttosto che Gerberto o peggio ancora tu, avrei scelto Fulberto.

BERENGARIO:

46

(seccato) Basta con queste sciocchezze!

Mi dica dove ha partorito.

ERSILIO:

Mi sembra ovvio, una gran donna come me alla fine non ha potuto fare

altro che scegliere una lussuosissima e costosissima clinica privata.

Gli ospedali sono troppo plebei.

BERENGARIO:

Una clinica privata?

Ma non ci sono cliniche private in questa città.

ERSILIO:

Non ho mai detto di non essere andata fuori città per dare alla luce il mio

Abelardo.

Una mamma per il suo pargolo fa questo ed altro.

BERENGARIO:

(perdendo la pazienza e prendendo Ersilio per il collo) Se non mi dice

dove ha partorito la ammazzo.

ERSILIO:

(liberandosi) Uomo crudele!

Odi a tal punto il piccolo Abelardo da volerlo rendere orfano appena

nato?

BERENGARIO:

(rabbioso) Non me ne importa niente.

ERSILIO:

Se mi farai del male perderete l’eredità ed il tesoro di Emilio Montessoro

renderà ricco qualcun altro.

BERENGARIO:

Maledetto Emilio Montessoro!

Perché non ha lasciato erede colui che la uccideva, così avrei unito l’utile

al dilettevole.

Entra in scena Gerberto.

ERSILIO:

(notando che il ragazzo è sporco di sangue) Mio Dio, ma quello è

sangue!

GERBERTO:

Eh …

(tentando di inventare una scusa plausibile) Ho avuto un piccolo incidente

con la moto.

ERSILIO:

Debosciato nullafacente, avrai investito la solita vecchietta o peggio

ancora una mamma con il bambino.

GERBERTO:

No!

Stavo andando a tutta birra su una stradina di campagna, quando un

gregge di pecore ha attraversato la strada dietro una curva e soprattutto

lontano dalle strisce pedonali.

(fa una breve pausa) Con le ruote ne ho macellato una mezza dozzina.

47

ERSILIO:

(inorridendo ed atteggiandosi a donna sconvolta) La solita bestia senza

cuore.

BERENGARIO:

Basta con queste idiozie.

Gerberto non ha investito nessuna pecora, ha semplicemente macellato

Fulberto ed ora se lei non ci dice dove ha preso il pupo macelleremo

anche lei.

ERSILIO:

Non potete sono una mamma.

GERBERTO:

(andando verso la cucina) Prendo la motosega.

ERSILIO:

Vi ricordo il tesoro di Emilio Montessoro.

BERENGARIO:

Il vecchio ha ragione.

Ci serve vivo.

ERSILIO:

Visto!

Non potete farmi nulla.

BERENGARIO:

Ho detto vivo, non integro.

Torturiamolo.

Gerberto balza addosso al conte immobilizzandolo, Berengario esce di scena e ritorna con una corda. I due

debosciati legano il conte ad una sedia.

GERBERTO:

Cosa gli facciamo?

Gli seghiamo le dita dei piedi e poi lo costringiamo a mangiarsele?

BERENGARIO:

No, partiamo da qualcosa di più semplice.

Suoniamogli un vecchio blues.

ERSILIO:

No!

Questo no!

I due debosciati prendono gli strumenti e si mettono a strimpellare la solita lagna.

BERENGARIO E GERBERTO:

Questo è il blues triste dei due debosciati nullafacenti.

Questo è il blues triste della vecchia iena.

La vecchia iena che confesserà tutto o verrà seviziata.

Questo è il solito vecchio blues triste …

ERSILIO:

Bene!

Bravi!

Bis!

48

BERENGARIO:

Non c’è niente da fare, si è ormai abituato al nostro blues triste.

(posando la chitarra) Gerberto prendi uno dei tuoi saggi di filosofia morale

e leggiglielo.

ERSILIO:

No!

Questo no!

Tagliatemi le dita dei piedi e fattemele mangiare, ma non leggetemi le

porcherie che scrive Gerberto.

GERBERTO:

Vecchia carogna, come osa?

Sono il più grande filosofo di questo secolo!

ERSILIO:

Eh … Come no?

Dopo la tua ultima lettura pubblica ci sono stati tre suicidi, due aborti e

quattro improvvise vocazioni missionarie che hanno portato i nuovi preti a

morire martiri in Africa.

E tutto ciò soltanto perché c’erano solo nove spettatori, altrimenti sarebbe

stata una strage.

GERBERTO:

Miserabile, le leggerò tutto il mio trattato sull’infelicità massima del

cosmo.

Ben tremila pagine di sapienza che la rieducheranno.

ERSILIO:

Berengario, confesso tutto ma tieni lontano da me Gerberto e soprattutto

i suoi libri.

BERENGARIO:

Non saprei …

Quasi quasi per farle capire che non scherziamo, credo che sarebbe

bene che Gerberto le legga comunque due pagine del suo trattato

sull’infelicità massima del cosmo.

ERSILIO:

(terrorizzato) No!

Mutilatemi!

Squartatemi!

Ma non il trattato sull’infelicità massima del cosmo.

BERENGARIO:

In quale clinica ha partorito Abelardo?

ERSILIO:

Nella clinica del dottor Alcibiade Bisio.

BERENGARIO:

Gerberto, controlla il pupo ed il conte mentre io vado a verificare se esiste

la clinica e se il pupo è stato trafugato da lì.

GERBERTO:

(terrorizzato) Controllare il conte?

Controllare il pupo?

Cosa devo fare?

49

BERENGARIO:

Quando il pupo si lamenta dagli il biberon, mentre quando il vecchio si

lamenta leggigli una pagina del tuo trattato filosofico.

ERSILIO:

Non potete farmi questo!

Sarò buono …

Sarò una mamma calma e paziente.

Berengario esce di scena.

SCENA 9

Gerberto si siede sul divano ed inizia a sorseggiarsi una birra. In quel momento compare in scena Clotilde.

GERBERTO:

(balzando in piedi) Clo … Clo … Clotilde, piccola mia!

CLOTILDE:

Gerberto, devo parlarti.

GERBERTO:

Non dire nulla!

So che non eri in te e ti perdono.

CLOTILDE:

No, caro sono io che ti perdono.

GERBERTO:

(sorpreso) Come sarebbe a dire che sei tu che perdoni me?

CLOTILDE:

Mi sembra ovvio, tu hai delle gravissime colpe nei miei confronti, ma

sono magnanima e ho deciso di concederti il mio perdono.

GERBERTO:

Sei impazzita?

Prima mi tradisci e poi hai anche l’ardire di sostenere che sono io ad

avere delle colpe nei tuoi confronti?

CLOTILDE:

Certo!

ERSILIO:

Ha ragione!

Noi donne abbiamo sempre ragione.

GERBERTO:

Lei taccia o le leggo dieci pagine del mio libro.

ERSILIO:

Come non detto.

Starò zitta.

CLOTILDE:

Gerberto, in nome dei pochissimi, anzi oserei dire rarissimi, bei ricordi

della nostra passata relazione, prima di lasciarti ti perdono.

50

GERBERTO:

(sconvolto) Pri … Prima di lasciarmi?

Di cosa mi perdoneresti?

CLOTILDE:

Del tuo essere così poco virile.

(accorgendosi che il ragazzo sta per intervenire) Non mi interrompere,

per me è difficile dirti ciò che sto per dirti.

ERSILIO:

(sogghignando) Su, cara non essere inibita, quello è soltanto un

debosciato nullafacente e non merita nessuna pietà.

CLOTILDE:

Gerberto, con te ho sempre finto.

GERBERTO:

Co … Cosa?

CLOTILDE:

Con te non ho mai provato nulla.

Ho sempre e soltanto finto.

Credevo che fosse normale, che la delusione sessuale fosse il prezzo

che tutte noi povere donne paghiamo all’amore …

ERSILIO:

Parole sante!

Quei maschiacci non hanno la più pallida idea di come renderci felici.

CLOTILDE:

(severa) Lei taccia!

(tornando alla normalità) Ero convinta che il piacere non fosse che una

chimera inventata dai poeti e che non esistesse, poi ho conosciuto il

grande Fulberto e …

GERBERTO:

(quasi in lacrime) E …

CLOTILDE:

(solenne) Lui mi ha reso donna!

Mi ha resa felice e mi ha fatto scoprire che tu non sei un vero uomo.

Gerberto barcolla e si lascia cadere sul divano. E’ distrutto.

GERBERTO:

(disperato) Perché?

Perché?

CLOTILDE:

(quasi amorevole) Non disperarti.

Non ti odio e ti concedo volentieri il mio perdono.

ERSILIO:

(solenne e gongolante di gioia) Che donna!

Che gran donna!

BERENGARIO:

(entrando improvvisamente in scena) Che gran troia!

51

CLOTILDE:

Come ti permetti?

BERENGARIO:

E tu come ti sei permessa di trattare in quel modo il mio migliore amico?

Se penso che siamo finiti in questo guaio perché simulavi di essere una

brava ragazza che non voleva cedere alle assurde richieste del conte mi

viene male.

Dovevamo obbligarti a diventare la sua amante con la forza.

GERBERTO:

(alzandosi) Basta!

Berengario, ti prego, non insultare Clotilde.

Nonostante tutto il dolore che mi ha appena arrecato la amo e la

perdono.

ERSILIO:

Che uomo!

Che uomo piccolo-piccolo, persino incapace della vendetta.

(severo) Debosciato nullafacente!

Incapace!

BERENGARIO:

In quanto a lei, caro conte, è giunta l’ora della resa dei conti.

Gerberto prendi la motosega.

GERBERTO:

Cosa è successo?

BERENGARIO:

Il dottor Alcibiade Bisio esiste.

GERBERTO:

Siamo salvi!

Possiamo restituire il pupo ed evitare la prigione.

BERENGARIO:

Sbagliato!

GERBERTO:

Sbagliato?

BERENGARIO:

Alcibiade Bisio è un poeta che scrive oscene amenità sentimentali sul

giornale parrocchiale.

GERBERTO:

Non è un dottore?

Non ha una clinica?

BERENGARIO:

E’ un dottore e ha pure una clinica.

Una clinica veterinaria!

E’ un veterinario.

ERSILIO:

Meglio un dottore dei cani che un dottore cane!

52

GERBERTO:

Io lo squarto.

CLOTILDE:

Santo cielo!

(alzando lo sguardo al cielo) Come ho fatto a frequentare per tutti questi

anni due incapaci come questi due?

(con disprezzo) Due debosciati nullafacenti ed impotenti come questi

due!

Me ne vado, il grande Fulberto, l’unico vero uomo che abbia mai

conosciuto mi attende.

GERBERTO:

(ironico) Cara, anche io devo parlarti.

CLOTILDE:

Cosa devi dirmi?

GERBERTO:

(in tono beffardo) Anche tu hai delle gravissime colpe nei miei confronti e,

travolto dalla mia magnanimità, ho deciso di concederti il mio regale

perdono.

CLOTILDE:

Ti diverte così tanto imitarmi?

GERBERTO:

No, non ti sto imitando, ti sto semplicemente concedendo il mio perdono.

CLOTILDE:

Non hai nulla da perdonarmi, se ti ho tradito è soltanto colpa tua ed è

stato un bene che sia accaduto.

GERBERTO:

No, ti perdono per la tua pochezza come donna.

CLOTILDE:

Per la mia pochezza come donna?

GERBERTO:

Si, cara.

Anche io come te credevo che il piacere fosse solo una chimera

inventata dai poeti e che il frequentare una donna fredda e crudele come

te fosse il doveroso tributo da pagare al demone dell’amore, poi …

CLOTILDE:

Poi?

GERBERTO:

Ho conosciuto il grande Fulberto!

CLOTILDE:

(inorridendo) Che schifo!

Anche tu sei stato a letto con lui?

(indignata) Non può avermi tradita con un uomo da poco come te.

GERBERTO:

No, il tuo amante non ti ha tradita con il tuo fidanzato.

53

Ma posso assicurarti che lui mi ha dato tutto il piacere che il tuo freddo

ventre non mi ha mai dato …

(solenne e compiaciuto) Non avrei mai immaginato che fosse così

piacevole farlo a pezzi con la motosega!

CLOTILDE:

Santo cielo!

Lo hai ucciso?

ERSILIO:

(con tono da checca isterica) Eh si cara!

Il debosciato è persino più geloso e vendicativo di noi donne.

CLOTILDE:

(barcollando) Mi sento mancare …

Clotilde sviene. Nessuno si preoccupa di soccorrerla o di spostare il suo corpo privo di sensi. Anzi Berengario

la sposta con un calcio.

SCENA 10

Berengario si avvicina minaccioso ad Ersilio.

BERENGARIO:

Vecchia iena confessi tutto.

Dove ha trafugato il pupo?

ERSILIO:

Debosciato, non mi offendere.

Non turbare la mia squisita sensibilità femminile con le tue volgari

insinuazioni.

Non ho trafugato il piccolo Abelardo, ma lo ho partorito.

BERENGARIO:

Basta con questa farsa!

Lei è un uomo e non può aver partorito il piccolo Abelardo.

GERBERTO:

Uomo?

Uomo mi sembra una parola un po’ grossa per una schifezza umana

come il conte.

BERENGARIO:

Va be’.

E’ solo un’orrida vecchia carogna, ma all’anagrafe risulta pur sempre un

maschio e pertanto non può partorire.

ERSILIO:

Sciocchezze!

Voi non avete idea di quali prodigi sia capace il desiderio di maternità che

tormenta una donna sin dalla prima infanzia.

BERENGARIO:

(strattonando il prigioniero) Lei non è una donna!

ERSILIO:

Ognuno è ciò che si sente ed in questo momento mi aggrada essere una

54

donna.

(inorridendo) Oh che sciocchezza!

Volevo dire che mi aggrada essere una mamma.

GERBERTO:

Basta!

Non ne posso più!

Chi se ne frega del tesoro di Emilio Montessoro, uccidiamolo.

BERENGARIO:

Non dire sciocchezze!

Pensa ai galeotti che stanno già giocandosi a carte chi sarà il primo ad

abusare di te.

GERBERTO:

Come non detto.

Lasciamolo vivere.

ERSILIO:

Liberatemi e sarò magnanima con voi.

BERENGARIO:

Osa ancora dettare delle condizioni?

ERSILIO:

Certo!

Se vi caccio da questa casa perderete il tesoro di Emilio Montessoro ed i

vostri debiti vi porteranno dritti in carcere.

Per non parlare poi dell’omicidio del grande Fulberto.

GERBERTO:

Ma lei non ci denuncerà mai.

ERSILIO:

Io no, ma la ragazza non appena riprenderà conoscenza lo farà.

D’altronde è tutta colpa tua, debosciato nullafacente, se fossi almeno

stato capace di essere un vero uomo lei non avrebbe trovato nel grande

Fulberto tutto ciò che le hai sempre negato e non saresti stato costretto a

farlo a pezzi.

BERENGARIO:

Il conte ha ragione.

Clotilde ci farà finire in carcere.

ERSILIO:

Esatto!

Pertanto vi ordino di liberarmi.

BERENGARIO:

Sbagliato!

Clotilde ci farà finire in carcere se andrà a denunciarci, ma una morta non

può farlo.

GERBERTO:

(disperato) Santi numi, cosa stai dicendo?

BERENGARIO:

Uccidiamola.

55

ERSILIO:

Si, fattela a pezzi con la motosega.

GERBERTO:

Ma siete impazziti?

Io amo quella donna!

ERSILIO:

Ma lei non ama più te.

GERBERTO:

Ahimè, questo è vero.

(solenne) Ma non possiamo comunque ucciderla soltanto per questo.

ERSILIO:

Allora siete costretti a liberarmi ed ad accettare il mio aiuto.

BERENGARIO:

Il suo aiuto?

Cosa può ben fare per salvarci dal carcere e farci ottenere comunque il

tesoro di Emilio Montessoro?

ERSILIO:

Debosciati nullafacenti, liberatemi e vedrete.

BERENGARIO:

Gerberto, liberalo.

Gerberto libera il conte dalle corde. Ersilio si alza e si sgranchisce, sospirando e stirandosi le membra.

GERBERTO:

Conte sia buono ci dica dove ha rapito il pupo.

ERSILIO:

Chi ha mai detto di averlo rapito?

BERENGARIO:

Sia serio, non è una donna pertanto non può averlo partorito.

ERSILIO:

Oh …

Non sono una donna?

Ma allora chi sono?

Il grande Fulberto mi aveva detto che sono una donna e che sarei stata

presto mamma.

BERENGARIO:

Il grande Fulberto era soltanto un ipnotista e ci ha aiutato ad ingannarla.

Lei è un uomo.

L’abbiamo ingannata.

ERSILIO:

Sbagliato!

GERBERTO:

Sbagliato?

ERSILIO:

56

Il grande Fulberto era solo un ciarlatano e voi siete due polli.

Io vi ho ingannati.

BERENGARIO:

Cosa vuol dire?

ERSILIO:

Credete che non legga i giornali?

Quando ho visto per la prima volta quel buffone del grande Fulberto,

sapevo benissimo chi era e ho deciso di vendicarmi di voi.

GERBERTO:

Ma non la aveva ipnotizzata?

ERSILIO:

Quel ciarlatano non è mai stato in grado di ipnotizzare nessuno.

GERBERTO:

(sconvolto) Co … Co … Cosa vuol dire?

ERSILIO:

Proprio quello che temi.

Quella gran brava ragazza della Clotilde è solo una poco di buono e non

ha avuto bisogno di nessun ipnotismo per tradirti.

Non vedeva l’ora di farlo e di mollarti.

BERENGARIO:

L’ho sempre detto che Clotilde è una gran carogna.

GERBERTO:

Taci uomo insensibile.

Ma il grande Fulberto aveva ipnotizzato anche me …

ERSILIO:

Era soltanto suggestione.

BERENGARIO:

Allora lei non ha mai creduto di essere una donna incinta?

ERSILIO:

No!

Ma era troppo divertente farvelo credere e vedere la vostra disperazione

quando avete immaginato che avessi rapito un neonato.

GERBERTO:

Ma allora chi è il piccolo Abelardo?

ERSILIO:

Il piccolo Abelardo è mio nipote, il figlio di mia figlia Eloisa.

E’ non è nemmeno un bambino appena nato, ha già nove mesi e soltanto

due debosciati nullafacenti come voi hanno potuto pensare che un pupo

così grande potesse essere appena nato.

BERENGARIO:

Ed ora cosa succede?

ERSILIO:

(sogghignando) Mi sembra ovvio, voi due pagherete pegno per poter

57

rimanere qui fino al momento di incassare il tesoro di Emilio Montessoro.

GERBERTO:

(crollando in ginocchio) Noooo!

SCENA 11

BERENGARIO:

Mi secca ammetterlo, ma lei ha vinto.

ERSILIO:

Il risultato finale della mia infinita lotta contro voi debosciati non è mai

stato in dubbio.

Avevo già vinto in partenza.

BERENGARIO:

Ma allora perché non ha abusato subito di noi?

ERSILIO:

Mi sembra ovvio, non amo vincere, adoro stravincere.

GERBERTO:

Stravincere?

ERSILIO:

Certo!

Il gioco è uno dei miei tanti vizi e quando la partita è iniziata non ho più

potuto tirarmi indietro, a costo di perdere il piacere di abusare

sessualmente di voi debosciati, dovevo ottenere anche la vittoria su

Clotilde ed avere il mio piccolo bastardino da condannare all’infelicità.

BERENGARIO:

Ma lei non può costringere Clotilde a sacrificarsi.

Ha sconfitto soltanto noi, non la ragazza.

ERSILIO:

Dite?

GERBERTO:

Certo!

Non le permetterò mai di abusare di Clotilde!

ERSILIO:

Sbagliato!

Lo farai e sarai pure mio complice nel farlo.

GERBERTO:

E’ impazzito?

ERSILIO:

No!

Sapevo che la disperazione vi avrebbe portati a commettere delle

sciocchezze che vi avrebbero messi nelle mie mani in tutto e per tutto,

proprio per questo ho assecondato il vostro piano di ipnotizzarmi.

GERBERTO:

Cosa vuol dire?

58

ERSILIO:

Tu, debosciato nullafacente, hai ucciso un uomo ed il tuo amico non

denunciandoti è diventato tuo complice nell’omicidio.

Se non volete che Clotilde vi denunci siete costretti a consegnarla a me.

BERENGARIO:

Ma come farà ad impedirle di denunciarci ed a costringerla a darle un

bastardino?

ERSILIO:

Se il grande Fulberto era soltanto un ciarlatano non è detto che lo sia

anche io.

Da giovane ho appreso tutti i segreti dell’ipnotismo e so come

approfittarne per soddisfare i miei capricci.

(sogghignando) Non avete idea di quanta gente abbia già sottomesso al

mio volere.

GERBERTO:

Miserabile!

BERENGARIO:

Vecchia carogna!

ERSILIO:

Sarò magnanimo e prima di abusare di voi vi concedo un ultimo blues, il

blues della disperazione.

Berengario prende la chitarra, Gerberto i bonghi e si siedono sul divano.

BERENGARIO E GERBERTO:

(suonando e cantando stonati) Questo è il vecchio blues triste di

Berengario.

Questo è il vecchio blues triste di Gerberto.

Questo è il blues triste dei due debosciati nullafacenti che si sono fatti

fregare come due polli.

Aiaiai che dolor.

Aiaiai che umiliazione.

BERENGARIO:

(posando la chitarra) Ora che si fa?

ERSILIO:

Credo che oggi abuserò di voi debosciati, mentre inizierò ad abusare

della ragazza da domani fino a quando non sarà gravida.

BERENGARIO:

(disperato) No!

Non voglio.

GERBERTO:

(rassegnato) Su, non fare sceneggiate.

Abbiamo perso tutto, io pure la ragazza, non ci rimane che perdere la

verginità.

ERSILIO:

Si, credo proprio che sarò un severo educatore per i vostri sederini d’oro.

I due debosciati si avviano lentamente verso l’uscita di scena.

59

ERSILIO:

Fermi debosciati nullafacenti!

Come al solito ogni scusa è buona per non lavorare.

GERBERTO:

Cosa vuole ancora?

ERSILIO:

Prendete la ragazza e potartela da me.

Non vorrete mica che si svegli e si dia alla fuga?

Gerberto prende la ragazza sotto le ascelle, Berengario la prende per i piedi. I due iniziano a portarla verso

l’uscita di scena.

BERENGARIO:

Tutto è perduto, fuorché lo stramaledettissimo tesoro di Emilio

Montessoro.

I due debosciati ed il conte escono di scena. Il sipario si chiude a metà.

SCENA 12

Irrompe in scena, muovendosi come una checca isterica il notaio Arduino Trimegisto.

ARDUINO:

(con un vocino isterico) Fermi tutti!

Ersilio, tesoruccio, dove sei?

Ersilio rientra in scena.

ERSILIO:

Arduino cosa vuoi?

ARDUINO:

Tesoro della mamma, ricordati che domani tocca a te a venire a casa mia

a far credere a quei debosciati nullafacenti dei miei inquilini che se

resistono ancora un mese erediteranno il tesoro di Emilio Montessoro.

ERSILIO:

Non temere, conosco le regole del gioco.

Stavolta il fantomatico Emilio Montessoro ha colpito in uno dei miei

palazzi, domani colpirà in uno dei tuoi.

ARDUINO:

(agitandosi istericamente) Non hai idea di che bel pezzo di marcantonio

domani cadrà nella mia rete.

E che dire del suo socio?

Un efebo come ormai se ne vedono pochi.

ERSILIO:

(altrettanto isterico) E tu non hai idea di che bel biondino colpiremo il

mese prossimo in un altro dei miei palazzi.

ARDUINO:

Che magnifica idea abbiamo avuto ad inventarci la leggenda del tesoro

Emilio Montessoro.

60

ERSILIO ED ARDUINO:

(uscendo di scena, tenendosi a braccetto) Evviva il tesoro di Emilio

Montessoro.

Si spengono le luci, un faretto illumina la carrozzella e si leva il pianto di un neonato. Sipario.

61

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 0 volte nell' ultimo mese
  • 4 volte nell' arco di un'anno