Il burbero benefico

Carlo Goldoni

Carlo Goldoni

Il burbero benefico

PERSONAGGI

Geronte

Dalancour, nipote di Geronte

Dorval, amico di Geronte

Valerio, amante di Angelica

Piccardo, lacch di Geronte

Un Lacch di Dalancour

Madama Dalancour

Angelica, sorella del signor Dalancour

Martuccia, donna di governo del signor Geronte

La scena stabile si rappresenta in Parigi, in una sala in casa dei signori Geronte e Dalancour. Essa ha tre porte, l'una delle quali introduce nell'appartamento del signor Geronte, l'altra dirimpetto, in quello del signor Dalancour, e la terza in fondo, serve di porta comune. Vi saranno delle sedie, dei sof, ed un tavolino con uno scacchiere.

ATTO PRIMO

SCENA I

Martuccia, Angelica, e Valerio.

Angelica: Valerio, lasciatemi, ve ne prego. Io temo per me, temo per voi. Ah, se noi fossimo sorpresi!

Valerio: Mia cara Angelica!...

Martuccia: Partite, signore.

Valerio: (a Martuccia) Di grazia, un momento. S'io potessi assicurarmi...

Martuccia: Di che?

Valerio: Del suo amore, della sua costanza...

Angelica: Ah, Valerio, potreste voi dubitarne?

Martuccia: Andate, andate, o signore. Ella v'ama anche troppo.

Valerio: Questa la felicit della mia vita.

Martuccia: Presto, partite. Se il mio padrone sopraggiunge...

Angelica: (a Martuccia) Egli non esce giammai s per tempo.

Martuccia: vero. Ma in questa sala, ben lo sapete, egli passeggia, egli si diverte. Ecco l i suoi scacchi. Egli vi giuoca spessissimo. Oh, non conoscete voi il signor Geronte?

Valerio: Perdonatemi. Egli lo zio d'Angelica. Lo so, mio padre era suo amico, ma io non ho giammai parlato con lui.

Martuccia: Egli un uomo, signore, di un carattere stravagante. di buonissimo fondo, ma assai burbero, e fantastico al sommo.

Angelica: S; egli m'ha detto d'amarmi, e lo credo. Pure quando mi parla, mi fa tremare.

Valerio: (ad Angelica) Ma che avete voi a temere? Voi non avete n padre, n madre. Il disporre di voi tocca a vostro fratello. Egli mio amico. Io gli parler.

Martuccia: Eh! s, s, fidatevi del signor Dalancour.

Valerio: (a Martuccia) Che? potrebbe egli negarmela?

Martuccia: Per mia f, io credo di s.

Valerio: Come?

Martuccia: Uditemi; vi spiego tutto in quattro parole. Mio nipote, il nuovo giovine di studio del procuratore del vostro signor fratello, (ad Angelica) mi ha informato di ci che sto per dirvi. Siccome sono solamente quindici giorni dacch egli presso di lui, me l'ha detto questa mattina, ma me lo ha confidato sotto la pi gran segretezza. Per piet, non mi palesate.

Valerio: Non temete di nulla.

Angelica: Voi mi conoscete.

Martuccia: (parlando con Valerio sotto voce e guardando sempre le portiere) Il signor Dalancour un uomo rovinato, precipitato. Egli ha mangiato tutte le sue facolt e fors'anche la dote di sua sorella. Angelica un peso troppo eccedente le di lui forze, e per liberarsene vorrebbe chiuderla in un ritiro.

Angelica: Oh Dio! che mi dite?

Valerio: Come! ed possibile? Io lo conosco da lungo tempo. Dalancour mi parve sempre un giovane saggio, onesto; talvolta impetuoso e collerico, ma...

Martuccia: Impetuoso! Oh impetuosissimo, quasi al pari di suo zio! Ma egli ben lontano dall'avere i medesimi sentimenti.

Valerio: Egli era stimato, accarezzato da chicchessia. Suo padre era di lui contentissimo.

Martuccia: Eh! signore, dacch maritato, non pi quello di prima.

Valerio: Sarebbe mai stata madama Dalancour?

Martuccia: S, ella appunto, a ci che dicono, il motivo di questo bel cangiamento. Il signor Geronte non si disgustato con suo nipote, che per la sciocca compiacenza ch'egli ha per sua moglie; e... non so nulla; ma scommetterei che il progetto del ritiro fu immaginato da lei.

Angelica: (a Martuccia) Che intendo? Mia cognata che credevo s ragionevole, che mi dimostrava tanta amicizia! Io non l'avrei mai pensato.

Valerio: Ella ha il pi dolce carattere.

Martuccia: Questa dolcezza fu quella appunto che ha sedotto suo marito.

Valerio: Io la conosco, e non posso crederlo.

Martuccia: M'immagino che voi scherziate. Evvi una donna pi ricercata di lei nelle sue acconciature? Esce nuova moda, ch'ella tosto non prenda? Vi sono balli o spettacoli cui non intervenga la prima?

Valerio: Ma suo marito sempre al suo fianco.

Angelica: S, mio fratello non l'abbandona mai.

Martuccia: Ebbene, sono pazzi ambedue, ed ambedue si rovinano insieme.

Valerio: Pare impossibile!

Martuccia: Animo, animo, signore. Eccovi istrutto di ci che volevate sapere. Partite subito. Non esponete madamigella al pericolo di perdere la buona grazia di suo zio. Egli quel solo che possa farle del bene.

Valerio: Calmatevi, mia cara Angelica. L'interesse non former mai un ostacolo...

Martuccia: Sento dello strepito: partite subito. (Valerio parte)

SCENA II

Martuccia, ed Angelica.

Angelica: Sventurata ch'io sono!

Martuccia: Quello certamente vostro zio! Non ve l'aveva io detto?

Angelica: Vado.

Martuccia: No, anzi restate, ed apritegli il vostro cuore.

Angelica: Io lo temo come il fuoco.

Martuccia: Via, via, coraggio. Egli talvolta un poco caldo ma non poi di cattivo cuore.

Angelica: Voi siete la sua donna di governo. Avete credito presso di lui. Parlategli in mio favore.

Martuccia: No; necessario che gli parliate voi stessa. Al pi, io potrei prevenirlo, e disporlo ad udirvi.

Angelica: S, s. Ditegli qualche cosa. Io gli parler dipoi. (vuole andarsene)

Martuccia: Restate.

Angelica: No, no, quando sar tempo chiamatemi; io non sar molto lontana. (parte)

SCENA III

Martuccia sola.

Quanto dolce, quanto amabile! Io l'ho veduta nascere; l'amo, la compiango, e vorrei vederla fortunata. Eccolo. (vedendo Geronte)

SCENA IV

Geronte, e detta.

Geronte: (parlando, con Martuccia) Piccardo!

Martuccia: Signore...

Geronte: Chiamatemi Piccardo.

Martuccia: S, signore... Ma si potrebbe dirvi una parola?

Geronte: (forte e con calore) Piccardo, Piccardo!

Martuccia: (forte ed in collera) Piccardo, Piccardo?

SCENA V

Piccardo, e detti.

Piccardo: (a Martuccia) Eccomi, eccomi.

Martuccia: (a Piccardo con rabbia) Il vostro padrone...

Piccardo: (a Geronte) Signore!

Geronte: Va a casa di Dorval mio amico: digli ch'io attendo per giuocare una partita a scacchi.

Piccardo: S, signore, ma...

Geronte: Che c'?

Piccardo: Ho una commissione.

Geronte: Di far che?

Piccardo: Il vostro signor nipote...

Geronte: (riscaldato) Va a casa di Dorval.

Piccardo: Egli vorrebbe parlarvi.

Geronte: Vattene, briccone.

Piccardo: (Che uomo!) (parte)

SCENA VI

Geronte, e Martuccia.

Geronte: (avvicinandosi al tavolino) Pazzo, miserabile! No, non voglio vederlo, non voglio che venga ad alterare la mia tranquillit.

Martuccia: (da s)(Eccolo subito arrabbiato. Non ci mancava che questo.)

Geronte: (a sedere, esamina il giuoco) Che colpo mai fu quello di ieri! Qual fatalit! Come diamine ho potuto aver scaccomatto con un giuoco disposto s bene! Vediamo un poco. Questo caso mi fece stare svegliato tutta la notte.

Martuccia: Signore, si potrebbe parlarvi?

Geronte: No.

Martuccia: No? Eppure avrei a dirvi qualche cosa di premura.

Geronte: Suvvia, che hai a dirmi? Spicciati.

Martuccia: Vostra nipote vorrebbe parlarvi.

Geronte: Ora non ho tempo.

Martuccia: Oh bella! Ci che voi fate dunque cosa di grande importanza?

Geronte: S, importantissima. Mi diverto poco; ma quando mi diverto, non voglio che mi si venga a rompere il capo. M'intendi?

Martuccia: Questa povera figlia...

Geronte: Che l' accaduto?

Martuccia: La vogliono chiudere in un ritiro.

Geronte: In un ritiro!... Chiudere mia nipote in un ritiro?... Dispor di mia nipote senza mio consenso, senza che io la sappia?

Martuccia: Voi sapete i disordini di vostro nipote.

Geronte: Io non entro punto nei disordini di mio nipote, nelle pazzie di sua moglie. Egli ha il suo. Se lo mangi, si rovini, tanto peggio per lui; ma per mia nipote... Io sono il capo di famiglia, io sono il padrone, io devo darle stato.

Martuccia: Tanto meglio per lei. Mi consolo tutta vedendovi riscaldare per gl'interessi di questa cara ragazza.

Geronte: Dov'?

Martuccia: qui vicina, signore. Attende il momento...

Geronte: Che venga.

Martuccia: S; ella lo desidera ardentemente, ma...

Geronte: Ma che?

Martuccia: timida.

Geronte: Che vuol dire?

Martuccia: Se voi le parlate...

Geronte: ben necessario ch'io le parli.

Martuccia: S; ma questo tuono di voce...

Geronte: Il mio tuono di voce non fa male ad alcuno. Che ella venga, e che s'affidi al mio cuore, non alla mia voce.

Martuccia: vero, signore; io vi conosco; so che siete buono, umano, caritatevole; ma, ve ne prego, non la intimorite, questa povera ragazza. Parlatele con un poco di dolcezza.

Geronte: S; le parler con dolcezza.

Martuccia: Me lo promettete?

Geronte: Te lo prometto.

Martuccia: Non ve lo scordate.

Geronte: (comincia a dar in impazienze) No.

Martuccia: Sopra tutto non impazientitevi.

Geronte: (vivamente) Ti dico di no.

Martuccia: Io tremo per Angelica. (parte)

SCENA VII

Geronte solo.

Ella ha ragione. Mi lascio talvolta trasportare dal mio focoso temperamento. La mia nipote merita di esser trattata con dolcezza.

SCENA VIII

Angelica, e detto.

Angelica: (rimane a qualche distanza)

Geronte: Accostatevi.

Angelica: (con timore, facendo un sol passo) Signore...

Geronte: (un po' riscaldato) Come volete ch'io v'intenda, mentre siete tre miglia lontana da me?

Angelica: (s'avanza tremando) Signore... scusate...

Geronte: Che avete a dirmi?

Angelica: Martuccia non v'ha ella detto qualche cosa?

Geronte: (comincia con tranquillit, e si riscalda a poco a poco) S; mi parl di voi, mi parl di vostro fratello, di questo insensato, di questo stravagante, che si lasci guidar per il naso da una femmina imprudente, che si rovinato, che si perduto, e che inoltre mi perde il rispetto.

Angelica: (vuole andarsene)

Geronte: (vivamente) Dove andate?

Angelica: Signore, voi siete in collera...

Geronte: Ebbene che ve n'importa? Se vado in collera contro uno sciocco, io, non ci vado contro di voi. Accostatevi, parlate, e non abbiate paura del mio sdegno.

Angelica: Mio caro zio, non sapr mai parlarvi se prima non vi veggo tranquillo.

Geronte: (ad Angelica, facendosi forza) Che martirio! Eccomi tranquillo. Parlate.

Angelica: Signore... Martuccia vi avr detto...

Geronte: Io non bado a ci che m'ha detto Martuccia. Io voglio intendere da voi medesima.

Angelica: (con timore) Mio fratello...

Geronte: (contraffacendola) Vostro fratello...

Angelica: Vorrebbe chiudermi in un ritiro.

Geronte: Ebbene, inclinate voi al ritiro?

Angelica: Ma signore...

Geronte: (con caldo) Suvvia, parlate.

Angelica: A me non tocca a decidere.

Geronte: (ancora pi riscaldato) Io non dico che voi decidiate, ma voglio sapere la vostra inclinazione.

Angelica: Signore, voi mi fate tremare.

Geronte: (da s facendosi forza) (Crepo di rabbia.) Avvicinatevi. V'intendo. Dunque il ritiro non vi va a genio.

Angelica: No signore.

Geronte: Qual' lo stato cui pi inclinereste?

Angelica: Signore...

Geronte: Non temete di nulla. Sono tranquillo. Parlatemi liberamente.

Angelica: Ah! non ho coraggio!...

Geronte: Venite qui. Vorreste maritarvi?

Angelica: Signore...

Geronte: S, o no?

Angelica: Se voi voleste...

Geronte: (vivamente) S o no?

Angelica: Ma s...

Geronte: S? Volete maritarvi, perdere la libert, la tranquillit? Ebbene: tanto peggio per voi. S, vi mariter.

Angelica: (da s) (Eppure amabile con tutta la sua collera.)

Geronte: Avete voi qualche inclinazione?

Angelica: (da s) (Ah! se avessi coraggio di parlargli di Valerio!)

Geronte: Come? Avreste di gi qualche amante?

Angelica: (da s) (Questo non il momento. Glie ne far parlare dalla sua donna di governo.)

Geronte: (sempre con calore) Suvvia, finiamola! La casa ove siete, la persona con cui vivete, v'avrebbero per avventura somministrata l'occasione d'attaccarvi ad alcuno? Io voglio sapere la verit. S, vi far del bene, ma con patto che lo meritiate. M'intendete?

Angelica: (tremando) S signore.

Geronte: (con lo stesso tono) Parlatemi schiettamente, francamente. Avete forse qualche genietto?

Angelica: (esitando e tremando) Ma... non signore. Non ne ho alcuno.

Geronte: Tanto meglio. Io penser a trovarvi un marito.

Angelica: (a Geronte) Oh, Dio... non vorrei... Signore!

Geronte: Che c'?

Angelica: Voi conoscete la mia timidit.

Geronte: S, s, la vostra timidit... Io le conosco le femmine; voi siete al presente una colomba, ma quando sarete maritata, diverrete un dragone.

Angelica: Deh! mio zio, giacch siete cos buono...

Geronte: Anche troppo.

Angelica: Permettete che vi dica...

Geronte: (avvicinandosi al tavolino) Ma Dorval non viene ancora!

Angelica: Uditemi, mio caro zio.

Geronte: (attento al suo tavolino) Lasciatemi.

Angelica: Una parola sola.

Geronte: (assai vivamente) Basta cos.

Angelica: (da s) (O cielo! eccomi pi infelice che mai! Ah! la mia cara Martuccia non mi abbandoner.) (parte)

SCENA IX

Geronte solo.

Questa una buona ragazza. Io le fo del bene molto volentieri. Se avesse anche avuta qualche inclinazione, mi sarei sforzato, di compiacerla, ma non ne ha alcuna... Vedr io. Cercher io... Ma, che diavolo fa questo Dorval che non vien mai? Io muoio di voglia di tentare un'altra volta questa maledetta combinazione che mi fece perdere la partita. Certamente io doveva guadagnare. Avrebbe abbisognato che avessi perduta la testa. Vediamo un poco. Ecco la disposizione dei miei scacchi. Ecco quella di Dorval. Io avanzo il re alla casa della sua torre. Dorval pone il suo matto alla seconda casa del suo re. Io... scacco... s, e prendo la pedina. Dorval... egli ha preso il mio matto... Dorval? S, egli ha preso il mio matto, ed io... Doppio scacco col cavaliere. Per bacco! Dorval ha perduto la sua dama. Egli giuoca il suo re, io prendo la sua dama. Questo sciagurato col suo re ha preso il mio cavaliere. Ma tanto peggio per lui; eccolo nelle mie reti; eccolo vinto con il suo re. Ecco la mia dama; s, eccola. Scacco matto, questa chiara. Scacco matto, questa guadagnata... Ah! se Dorval venisse, glie la farei vedere. Piccardo? (chiama)

SCENA X

Geronte e Dalancour.

Dalancour: (a parte ed estremamente confuso) Mio zio solo. Se volesse ascoltarmi...

Geronte: Accomoder il giuoco come era prima. (senza vedere Dalancour, chiama pi forte) Piccardo?

Dalancour: Signore.

Geronte: (senza volgersi, credendo di parlare a Piccardo) Ebbene, hai tu trovato Dorval?

SCENA XI

Dorval, e detti.

Dorval: (entra per la porta di mezzo, a Geronte) Eccomi, amico.

Dalancour: (con risoluzione) Mio zio!

Geronte: (volgendosi vede Dalancour; s'alza bruscamente, getta a terra la sedia, parte senza parlare, ed esce per la porta di mezzo)

SCENA XII

Dalancour e Dorval.

Dorval: (sorridendo) Che vuol dir questa scena?

Dalancour: una cosa terribile!... Tutto ci perch mi ha veduto.

Dorval: (sempre d'un tuono) Geronte mio amico; conosco benissimo il suo naturale.

Dalancour: Mi rincresce per voi.

Dorval: Sono veramente arrivato in un cattivo momento.

Dalancour: Scusate la sua impetuosit.

Dorval: (sorridendo) Oh! lo sgrider, lo sgrider.

Dalancour: Ah! mio caro amico!... Voi siete il solo che possa giovarmi presso di lui.

Dorval: Io lo bramerei di tutto cuore, ma...

Dalancour: Convengo che se si bada alle apparenze, mio zio ha ragione di rimproverarmi; ma se egli potesse leggermi nel fondo del cuore, mi renderebbe tutta la sua tenerezza, e sono sicuro che non se ne pentirebbe.

Dorval: S, mi nota l'indole vostra. Io credo che tutto da voi si potrebbe sperare; ma madama vostra moglie...

Dalancour: (vivamente) Mia moglie, signore? Ah! voi non la conoscete. Tutto il mondo s'inganna sopra di lei, e mio zio, il primo di tutti. Fa d'uopo ch'io le renda giustizia, e che vi scopra la verit. Ella non sa alcuna delle disgrazie da cui sono oppresso. Ella m'ha creduto pi ricco che io non fossi; le ho sempre tenuto occulto il mio stato. Io l'amo; noi ci siamo maritati assai giovani: non le ho mai lasciato tempo di chieder nulla, di nulla bramare. Cercai sempre di prevenirla in tutto ci, che potea esserle di piacere. In questa maniera mi sono rovinato.

Dorval: Contentare una donna, prevenire i suoi desideri! Ci vuol altro!

Dalancour: Sono sicuro che s'ella avesse saputo il mio stato, sarebbe stata la prima a proibirmi le spese che ho fatte per lei.

Dorval: Frattanto non ve le ha proibite.

Dalancour: No, perch non dubitava punto...

Dorval: (ridendo) Mio povero amico...

Dalancour: (afflitto) Che c'?

Dorval: (sempre ridendo) Io vi compiango.

Dalancour: (con ardore) Vi prendereste voi giuoco di me?

Dorval: (sempre sorridendo) Oib! Ma... voi amate vostra moglie prodigiosamente.

Dalancour: S, l'amo, l'ho amata sempre e l'amer fin che avr vita. La conosco, conosco tutto il suo merito, e non soffrir che le si diano de' torti che non ha.

Dorval: (seriamente) Colle buone, amico, colle buone! vi riscaldate un po' troppo per la vostra famiglia.

Dalancour: (sempre vivamente) Io vi chiedo mille scuse. Sarei alla disperazione di avervi recato dispiacere; ma quando si tratta di mia moglie...

Dorval: Via, via. Non ne parliamo pi.

Dalancour: Ma vorrei che ne foste convinto.

Dorval: (freddamente) S, lo sono.

Dalancour: (vivamente) No, non lo siete.

Dorval: (con un po' di caldo) Scusatemi, vi dico...

Dalancour: Ebbene, vi credo. Ne sono contentissimo. Ah! mio caro amico, parlate a mio zio in mio favore.

Dorval: Gliene parler.

Dalancour: Quanto vi sar obbligato!

Dorval: Ma converr bene l'addurgli ancora qualche ragione. Come avete fatto a rovinarvi in s poco tempo? Sono quattr'anni solo dacch morto vostro padre. V'ha lasciata una facolt considerabile, e dicesi che voi l'abbiate tutta consumata.

Dalancour: Se sapeste tutte le disgrazie, che mi sono accadute! Ho veduto che i miei affari erano in disordine, ho voluto rimediarvi, ed il rimedio fu peggiore ancora del male. Io ho ascoltati nuovi progetti, ho intrapresi nuovi affari, ho ipotecati i miei beni, ed ho perduto il tutto.

Dorval: E questo il male. Nuovi progetti! Se ne sono rovinati degli altri.

Dalancour: Ed io singolarmente senza speranza.

Dorval: Avete fatto malissimo, mio caro amico, tanto pi che avete una sorella.

Dalancour: S, e sarebbe oramai tempo che pensassi a darle stato.

Dorval: Ogni giorno essa diventa pi bella. Madama Dalancour riceve in sua casa molte persone, e la giovent, mio caro amico, qualche volta... Dovreste capirmi.

Dalancour: Questo appunto il motivo, per cui, frattanto che io trovo qualche espediente, ho pensato di metterla in un ritiro.

Dorval: Metterla in un ritiro; va benissimo: ma ne avete parlato con vostro zio?

Dalancour: No. Egli non vuole ascoltarmi; ma voi gli parlerete per me, gli parlerete per Angelica. Mio zio vi stima, vi ama, vi ascolta, si fida di voi, non vi negher cosa alcuna.

Dorval: Non ne so nulla.

Dalancour: (vivamente) Oh! ne sono sicuro. Vi prego, cercate di vederlo, parlategliene subito.

Dorval: Lo farei. Ma dov' andato?

Dalancour: Cercher di saperlo... Vediamo, alcuno si inoltra.

SCENA XIII

Piccardo, e detti.

Piccardo: Signore...

Dalancour: partito mio zio?

Piccardo: No signore. disceso in giardino.

Dalancour: In giardino! A quest'ora?

Piccardo: Per lui tutt'uno; quando un poco in collera passeggia, va a prender aria.

Dorval: (a Dalancour) Vado a raggiungerlo.

Dalancour: Signore, io conosco mio zio: fa d'uopo lasciargli il tempo di calmarsi. Conviene aspettarlo qui.

Dorval: Ma se partisse; se non tornasse pi sopra?

Piccardo: (a Dorval) Perdonatemi, signore, egli non tarder, molto a risalire. M' noto il suo naturale: gli basta mezzo quarto d'ora. Vi so ben dire che sar inoltre contentissimo di vedervi.

Dalancour: (vivamente) Ebbene! mio caro amico, passate nel suo appartamento. Fatemi il piacere di attenderlo.

Dorval: Volentieri. Comprendo benissimo quanto la vostra situazione crudele; d'uopo il porvi rimedio. S, gli parler per voi, ma con patto...

Dalancour: (vivamente) Io vi do la mia parola d'onore.

Dorval: Basta cos. (entra nell'appartamento di Geronte)

SCENA XIV

Dalancour e Piccardo.

Dalancour: Tu non hai detto a mio zio ci ch'io t'aveva ordinato.

Piccardo: Perdonatemi, signore, glie l'ho detto, ma egli mi ha scacciato, secondo il solito.

Dalancour: Mi dispiace. Avvertimi de buoni momenti, in cui poter parlargli. Un giorno ti sapr premiare a dovere.

Piccardo: Ve ne sono obbligato, signore, ma, grazie al cielo, non ho bisogno di nulla.

Dalancour: Sei dunque ricco?

Piccardo: Non sono ricco, ma ha un padrone che non mi lascia mancar nulla. Ho moglie, ho quattro figliuoli; dovrei essere l'uomo pi imbarazzato del mondo, ma il mio padrone s buono che li mantengo senza difficolt, ed in casa mia non si conosce la miseria. (parte)

SCENA XV

Dalancour solo.

Ah! mio zio un uomo dabbene!... Se Dorval ottenesse da lui qualche cosa? Se potessi sperare un soccorso adeguato al mio bisogno! Se potessi tener occulto a mia moglie! Ah! perch l'ho io ingannata? perch mi sono ingannato io medesimo? Mio zio, non torna. Ogni momento per me prezioso. Ander frattanto dal mio procuratore. Oh, con quale pena ci vado! vero, ei mi lusinga, che malgrado la sentenza, trover il mezzo di guadagnare del tempo; ma i cavilli sono odiosi; lo spirito pena, e ci va di mezzo l'onore. Sventurati quelli che hanno bisogno di raggiri vergognosi!

SCENA XVI

Dalancour e Madama.

Dalancour: (vedendo sua moglie) Ecco mia moglie.

Madama: Ah! siete qui, marito mio? Vi cercava per tutto.

Dalancour: Stava per partire.

Madama: Ho incontrato adesso quel satiro... egli strillava, strillava come va.

Dalancour: Parlate voi di mio zio?

Madama: S. Ho veduto un raggio di sole, sono andata a passeggiare nel giardino, e ve l'ho incontrato. Egli batteva i piedi, parlava da solo, e ad alta voce... Ditemi una cosa: ha egli in casa qualche servitore ammogliato?

Dalancour: S.

Madama: Certamente conviene che sia cos; egli parlava molto male del marito e della moglie ma male, ve ne assicuro

Dalancour: (da s) (Io m'immagino bene di chi parlasse.)

Madama: Egli un uomo insopportabile.

Dalancour: Eppure converrebbe avere per lui qualche riguardo.

Madama: Pu egli lagnarsi di me? Gli ho io mancato in nulla? Io rispetto la sua et, la sua qualit di zio. Se talvolta scherzo sopra di lui, il fo a quattr'occhi con voi, e voi me lo perdonate. Del resto, ho per esso tutti i riguardi possibili: ma, ditemi sinceramente, ne ha egli per voi, ne ha per me? Egli ci tratta con un'asprezza grandissima, ci odia quanto pi pu; ma sopratutto il suo disprezzo per me giunto agli eccessi. Fa d'uopo nondimeno l'accarezzarlo, il fargli la corte?

Dalancour: (imbarazzato) Ma... quando anche gli facessimo la corte... nostro zio... Inoltre noi potremmo forse aver bisogno di lui.

Madama: Bisogno di lui! Noi? Come? Non abbiamo noi del nostro quanto basta per vivere con decoro? Voi non fate disordini. Io sono ragionevole... Per me non vi chiedo di pi di ci che avete fatto fin ora... Continuiamo con la medesima moderazione, e non avremo bisogno di nessuno.

Dalancour: (con un'aria appassionata) Continuiamo con la medesima moderazione...

Madama: Ma s; io non ho vanit; io non vi domando nulla d'avvantaggio.

Dalancour: (da s) (Sfortunato che io sono!)

Madama: Ma voi mi sembrate inquieto, pensoso: avete qualche cosa?... voi non siete tranquillo.

Dalancour: V'ingannate. Non ho nulla.

Madama: Perdonatemi, io vi conosco: se avete qualche travaglio, perch volete nascondermelo?

Dalancour: (sempre pi imbarazzato) Quella che mi d da pensare, mia sorella. Eccovi spiegato il tutto.

Madama: Vostra sorella! Ma perch mai? Ella la miglior ragazza del mondo; io l'amo teneramente. Uditemi. Se voi voleste fidarvi di me, potreste sollevarvi da questo pensiero, e render lei nello stesso tempo felice.

Dalancour: Come?

Madama: Voi volete metterla in un ritiro; ed io so da buona fonte, che ella non sarebbe contenta.

Dalancour: (un poco inquieto) Alla sua et, deve dir forse, voglio, e non voglio?

Madama: No; ella saggia abbastanza per piegarsi ai voleri dei suoi parenti. Ma perch non la maritate?

Dalancour: ancora troppo giovane.

Madama: Buono! Ero io pi avanzata in et quando mi sono ammogliata con voi?

Dalancour: (vivamente) Ebbene, dovr andare a cercarle un marito di porta in porta?

Madama: Ascoltatemi, ascoltatemi, marito mio; non vi inquietate, vi, prego. Se mal non m'appongo, io, credo d'essermi accorta che Valerio l'ama, e ch'essa pure innamorata di lui.

Dalancour: (a parte) (Cielo! quanto mi tocca soffrire!)

Madama: Voi lo conoscete: v'avrebbe egli per Angelica un partito migliore di questo?

Dalancour: (sempre pi imbrogliato) Vedremo... Ne parleremo...

Madama: Fatemi questo piacere, ve lo chiedo in grazia. Lasciate a me la cura di maneggiar quest'affare; avrei tutta l'ambizione di riuscirvi...

Dalancour: (in un sommo imbarazzo) Madama...

Madama: Che c'?

Dalancour: Non si pu.

Madama: No? E perch?

Dalancour: (sempre pi imbarazzato) Mio zio v'acconsentirebbe?

Madama: Ma, diamine! Voglio bene che non si manchi con lui ai nostri doveri, ma il fratello d'Angelica siete voi. La dote fra le vostre mani; il pi ed il meno dipende soltanto da voi. Permettete ch'io mi assicuri delle loro inclinazioni, e sopra l'articolo dell'interesse a un dipresso l'aggiuster io.

Dalancour: (vivamente) No. Se mi amate, guardatevene bene.

Madama: Sarebbe che voi non vorreste maritar vostra sorella?

Dalancour: Tutto al contrario.

Madama: Sarebbe che...

Dalancour: (vuol partire) Mi conviene partire... Ne parleremo al mio ritorno.

Madama: Vi dispiace che ci voglia entrar io?

Dalancour: Niente affatto.

Madama: Uditemi: sarebbe forse per la dote?

Dalancour: Non so nulla. (parte)

SCENA XVII

Madama sola.

Che vuol dire questa faccenda?.... Non intendo nulla... Possibile che mio marito?... No. Egli troppo saggio per aver a rimproverarsi di nulla.

SCENA XVIII

Angelica, e detta.

Angelica: (senza vedere Madama) Se potessi parlare con Martuccia...

Madama: Cognata.

Angelica: (inquieta) Madama.

Madama: Dove andate, cognata?

Angelica: (inquieta) Io me ne andavo, Madama...

Madama: Ah, ah! Siete dunque adirata?

Angelica: Lo devo essere.

Madama: Siete voi sdegnata con me?

Angelica: Ma, Madama...

Madama: Uditemi, la mia ragazza; se vinquieta il progetto del ritiro, non crediate ch'io v'abbia parte. La cosa tuttall'opposto. Vi amo, e far anzi il possibile per rendervi fortunata.

Angelica: (a parte piangendo) (Che doppiezza!)

Madama: Che avete? piangete?

Angelica: (s'asciuga gli occhi) (A qual segno mi ha ingannata!)

Madama: Qual il motivo del vostro dolore?

Angelica: Oh Dio! I disordini di mio fratello.

Madama: (con sorpresa) I disordini di vostro fratello?

Angelica: S, nessuno li sa meglio di voi.

Madama: Che dite? Spiegatevi, se v'aggrada.

Angelica: inutile.

SCENA XIX

Geronte, Piccardo, e detti.

Geronte: (chiama) Piccardo?

Piccardo:(uscendo dall'appartamento di Geronte) Signore...

Geronte: (vivamente a Piccardo) Ebbene, dov' Dorval?

Piccardo: Egli vi attende, signore, nella vostra camera.

Geronte: Egli nella mia camera, e tu non mi dici nulla?

Piccardo: Signore, non ho avuto tempo.

Geronte: Che fate voi qui? (vedendo Angelica e Madama; parla ad Angelica, volgendosi tratto tratto verso Madama per essere inteso) Qui non voglio donne; non voglio alcuno della vostra famiglia... andate via.

Angelica: Mio caro zio...

Geronte: Vi dico che andiate via.

Angelica: (parte mortificata)

SCENA XX

Madama, Geronte e Piccardo.

Madama: Signore, vi domando perdono.

Geronte: (volgendosi verso la porta, per cui uscita Angelica, ma di tempo in tempo, guardando Madama)Oh, questa s, ch' curiosa! Guardate l'impertinente! Vuol venire a darmi soggezione. Per discendere c' un'altra scala. La chiuder questa porta!

Madama: Non v'adirate, o signore. Quanto a me v'assicuro...

Geronte: (vorrebbe entrare nel suo appartamento, ma non vorrebbe passare dinanzi a madama: dice a Piccardo) Dimmi, Dorval nella mia camera?

Piccardo: S, signore.

Madama: (accorgendosi dell'imbarazzo di Geronte, da addietro)Passate, signore. Io non ve l'impedisco.

Geronte: (a Madama passando, e salutandola) Padrona mia... La chiuder questa porta. (entra nel suo appartamento, Piccardo lo segue)

SCENA XXI

Madama sola.

Che strano carattere! Ma non ci quel che pi m'inquieta. Ci che pi m'affligge si il turbamento di mio marito, sono le parole d'Angelica. Io dubito; temo; vorrei conoscere la verit e tremo di penetrarla.

Fine dell'atto Primo


ATTO SECONDO

SCENA I

Geronte e Dorval.

Geronte: Andiamo a giocare, e non me ne parlate pi.

Dorval: Ma si tratta di un nipote...

Geronte: (vivamente) Di uno sciocco, d'un vigliacco ch' lo schiavo di sua moglie, e la vittima della sua vanit.

Dorval: Meno collera, mio caro amico, meno collera.

Geronte: Eh, voi con la vostra flemma mi fareste arrabbiare.

Dorval: Io parlo per bene.

Geronte: Prendete una sedia. (siede)

Dorval: (d'un tuono compassionevole, mentre accosta la sedia) Povero giovane!

Geronte: Vediamo, questo punto di ieri.

Dorval: (sempre di un tuono) Voi lo perderete.

Geronte: Forse che no. Vediamo.

Dorval: Vi dico che lo perderete.

Geronte: No, ne sono sicuro.

Dorval: Se voi non lo soccorrerete, lo perderete assolutamente.

Geronte: Chi?

Dorval: Vostro nipote.

Geronte: (con ardore) Eh, ch'io parlo del giuoco. Sedete.

Dorval: Io giuocher volentieri: ma prima, ascoltatemi.

Geronte: Mi parlerete tuttavia di Dalancour?

Dorval: Potrebbe essere.

Geronte: Non vi ascolto.

Dorval: Dunque voi l'odiate?

Geronte: No, signore. Io non odio nessuno.

Dorval: Ma se non volete...

Geronte: Finitela; giuocate. Giuochiamo, o ch'io me ne vo.

Dorval: Una parola sola, ed ho finito.

Geronte: Che pazienza!

Dorval: Voi avete delle facolt.

Geronte: S, grazie al Cielo!

Dorval: Pi del vostro bisogno.

Geronte: S; ne ho ancora per servire i miei amici.

Dorval: E non volete dar nulla a vostro nipote?

Geronte: Neppure un quattrino.

Dorval: In conseguenza...

Geronte: In conseguenza?....

Dorval: Voi l'odiate.

Geronte: In conseguenza voi non sapete ci che vi dite. Io odio, detesto la sua maniera di pensare, la sua cattiva condotta. Il dargli del danaro non servirebbe che a fomentare la sua vanit, la sua prodigalit, le sue follie. Ch'egli cangi sistema, io lo canger parimente con lui. Io voglio che il pentimento meriti il beneficio, e non che il beneficio impedisca il pentimento.

Dorval: (dopo un momento di silenzio, sembra convinto, e dice con molta dolcezza) Giuochiamo, giuochiamo.

Geronte: Giuochiamo..

Dorval: (giuocando) Io ne sono afflitto.

Geronte: (giuocando) Scacco al re.

Dorval: (giuocando) E quella povera ragazza!

Geronte: Chi?

Dorval: Angelica.

Geronte: (lascia il giuoco) Ah! per lei!... Questa un'altra cosa... Parlatemi di lei.

Dorval: Ella dee ben soffrire frattanto.

Geronte: Ci ho pensato, ci ho provveduto. La mariter.

Dorval: Bravissimo! Lo merita bene.

Geronte: Non una giovanetta di molta buona grazia?

Dorval: S.

Geronte: (riflette un momento, indi chiama) Fortunato quello che l'avr! Dorval?

Dorval: Amico?

Geronte: Udite.

Dorval: Che C'?

Geronte: Voi siete mio amico.

Dorval: Ne dubitate?

Geronte: Se la volete, io ve l'accordo.

Dorval: Chi?

Geronte: S, mia nipote.

Dorval: Come?

Geronte: Come, come! siete sordo? Non m'intendete? (vivamente) Io parlo chiara. Se la volete, ve l'accordo.

Dorval: Ah! ah!

Geronte: E se la sposate, oltre la sua dote, le doner cento mila lire del mio. Eh?... Che ne dite?...

Dorval: Mio caro amico, voi mi onorate.

Geronte: So chi siete. Sono sicuro di formare in questa guisa la felicit di mia nipote.

Dorval: Ma...

Geronte: Che?

Dorval: Suo fratello...

Geronte: Suo fratello! Suo fratello non c'entra... A me tocca a disporre di lei; la legge, il testamento di mio fratello... Io ne sono il padrone. Ors, sbrigatevi, decidete sul fatto.

Dorval: Ci che mi proponete, non cosa da risolversi su due piedi. Voi siete troppo impetuoso.

Geronte: Io non ci veggo alcuna difficolt. Se l'amate, se la stimate, se ella vi conviene, fatto tutto.

Dorval: Ma...

Geronte: Ma, ma!... Udiamo il vostro ma.

Dorval: Vi par poco la sproporzione da sedici a quarantacinque anni?

Geronte: Niente affatto. Voi siete ancora giovane, ed io conosco Angelica; non una testa sventata.

Dorval: Ella potrebbe avere qualche altra inclinazione.

Geronte: Non ne ha alcuna.

Dorval: Ne siete ben sicuro?

Geronte: Sicurissimo. Presto, concludiamo. Io vado a casa del mio notaro, gli fo stendere il contratto. Ella vostra.

Dorval: Adagio, mio amico, adagio.

Geronte: (riscaldato) Ebbene? Come! volete ancora inquietarmi, tormentarmi, annoiarmi con la vostra lentezza, col vostro sangue freddo?

Dorval: Dunque vorreste?...

Geronte: S, darvi una figlia saggia, onesta, virtuosa, con cento mila scudi di dote, e cento mila lire di regalo alle sue nozze. Forse vi fo un affronto?

Dorval: No; anzi mi fate un onore, che non merito.

Geronte: (con ardore) La vostra modestia in questo momento mi farebbe dare al diavolo.

Dorval: Non vi adirate. Volete ch'io l'accetti?

Geronte: S.

Dorval: Ebbene, io l'accetto...

Geronte: (con gioia) Davvero?

Dorval: Ma a condizione...

Geronte: Di che?

Dorval: Che Angelica v'acconsentir.

Geronte: Non avete altra difficolt?

Dorval: Questa sola.

Geronte: Voi mi consolate, io m'impegno per lei.

Dorval: Tanto meglio, se ci vero.

Geronte: Verissimo, sicurissimo. Abbracciatemi, mio caro nipote.

Dorval: Abbracciamoci pure, mio caro zio.

SCENA II

Dalancour, Geronte e Dorval, e poi Piccardo.

Dalancour: (entra per la porta di mezzo, vede suo zio, lo ascolta in passando, va verso il suo appartamento, ma resta alla porta per ascoltarlo)

Geronte: Questo il giorno pi felice della mia vita.

Dorval: Caro amico, quanto siete adorabile!

Geronte: Io men vo a casa del mio notaro. Dentr'oggi sar fatto tutto. Piccardo? (chiama)

Piccardo: (viene)

Geronte: La mia canna, il mio cappello.

Piccardo: (parte, e poi torna)

Dorval: Frattanto me n'andr a casa.

Piccardo: (d al suo padrone la canna, il cappello, e parte)

Geronte: No, no; dovete aspettarmi qui. Torno subito. Pranzerete meco.

Dorval: Ho da scrivere. Fa d'uopo ch'io faccia venire il mio intendente, che una lega lontano da Parigi.

Geronte: Andate nella mia camera, scrivete; inviate la lettera per Piccardo. S, Piccardo andr a portarla in persona. Piccardo un giovane dabbene, savio, fedele. Talvolta lo sgrido, ma gli voglio bene.

Dorval: Via, dacch volete assolutamente cos; scriver nella vostra camera.

Geronte: Anche questa fatta.

Dorval: S, siamo convenuti.

Geronte: (prendendolo per la mano) In parola d'onore?

Dorval: (dandogli la mano) In parola d'onore.

Geronte: Mio caro nipote! (parte)

Dalancour: (all'ultima parola mostra gioia)

SCENA III

Dalancour e Dorval.

Dorval: (da s) (In verit, tutto ci che m'avvenne, mi pare un sogno. Io maritarmi, io che non ci aveva mai pensato!)

Dalancour: Ahi mio caro amico, io non so come dichiararvi la mia gratitudine.

Dorval: Sopra di che?

Dalancour: Non ho io udito ci che disse mio zio? Mi ama, mi compiange. Egli va adesso a casa del suo notaro. Vi ha data la sua parola d'onore. Vedo benissimo quanto avete fatto per me. Io sono l'uomo pi venturato del mondo.

Dorval: Non vi lusingate tanto, mio caro amico. Fra le dolci cose, che v'immaginate, non ve n'ha pur una di vera.

Dalancour: Ma come?

Dorval: Io spero bene col tempo di potervi essere utile presso di lui, ed avr quindi innanzi parimente un titolo d'avvantaggio per interessarmi a vostro favore, ma fino ad ora...

Dalancour: (con ardore) Sopra di che vi died'egli dunque la sua parola d'onore?

Dorval: Vel dico subito.... Egli mi fece l'onore di propormi vostra sorella in isposa.

Dalancour: (con gioia) Mia sorella! L'accettate voi?

Dorval: S, se ne siete contento!

Dalancour: Voi mi colmate di giubbilo; mi sorprendete. Per la dote vi noto attualmente il mio stato.

Dorval: Sopra di ci, ne parleremo.

Dalancour: Mio caro fratello, lasciate ch'io vi abbracci con tutto il cuore.

Dorval: Mi lusingo che vostro zio in questa occasione...

Dalancour: Ecco un legame, a cui dovr la mia felicit. Io ne aveva il pi grande bisogno. Sono stato a casa del mio procuratore, e non l'ho trovato.

SCENA IV

Madama Dalancour, e detti.

Dalancour: (vedendo sua moglie) Ah! Madama...

Madama: (a Dalancour) Io vi attendeva con impazienza. Ho udita la vostra voce...

Dalancour: Eccovi, o mia moglie, il signor Dorval. Io vel presento in qualit di mio cognato, e come sposo di Angelica.

Madama: (con gioia) S?

Dorval: Io sar pienamente contento, Madama, se la mia felicit potr meritare la vostra approvazione.

Madama: (a Dorval) Signore, io ne sono lietissima. Mi rallegro con voi di tutto cuore. (a parte) (Che mi disse ella dunque del cattivo stato di mio marito?)

Dalancour: (a Dorval) Mia sorella lo sa?

Dorval: Credo di no.

Madama: (da s) (Dunque, quello che fece questo matrimonio non fu Dalancour?)

Dalancour: Volete voi ch'io la faccia venire?

Dorval: No. Converrebbe prevenirla. Potrebbe esservi ancora una difficolt.

Dalancour: Quale?

Dorval: Quella della sua approvazione.

Dalancour: Non temete di nulla. Io conosco Angelica, e poi il vostro stato... il vostro merito... Lasciate fare a me. Parler io a mia sorella.

Dorval: No, caro amico; di grazia, non guastiamo la cosa; lasciamo fare al signor Geronte.

Dalancour: Come volete.

Madama: (da s) (Non intendo nulla.)

Dorval: Io passo nell'appartamento di vostro zio, per scrivere; egli me l'ha permesso; anzi mi ha ordinato espressamente d'aspettarlo col. Senza cerimonie. Noi ci rivedremo quanto prima. (entra nell'appartamento di Geronte)

SCENA V

Dalancour e Madama, poi un Lacch.

Madama: Per quanto io veggo, non siete quello che marita vostra sorella.

Dalancour: (imbarazzato) La marita mio zio.

Madama: Ve n'ha egli parlato vostro zio? Vi ha chiesto il vostro consenso?

Dalancour: (un po' riscaldato) Il mio consenso? Non avete veduto Dorval? Non me l'ha egli detto? Non si chiama ci un chiedere il mio consenso?

Madama: (un po' vivamente) S, questa una gentilezza per parte del signor Dorval; ma vostro zio non vi ha detto nulla?

Dalancour: (imbarazzato) Ci vuol dire che...

Madama: Ci vuol dire ch'egli non ci conta uno zero.

Dalancour: (riscaldato) Ma voi prendete tutto in cattiva parte: Ella una cosa terribile. Voi siete insopportabile.

Madama: (un po' afflitta) Io insopportabile! Voi mi trovate insopportabile! (con molta tenerezza) Marito mio, questa la prima volta che vi uscita di bocca un'espressione simile. Fa d'uopo che abbiate dei gran dispiaceri per dimenticarvi a tal segno del vostro dovere.

Dalancour: (con trasporto a Madama) (Ah! pur troppo dice il vero!) Mia cara moglie, vi chieggo perdono di tutto cuore. Ma voi conoscete mio zio: volete che noi l'irritiamo d'avantaggio? Volete che io pregiudichi a mia sorella? Il partito buono, non c' nulla da dire. Mio zio lo ha scelto, tanto meglio; ecco un imbarazzo di meno per voi e per me.

Madama: Andiamo innanzi; mi piace che voi prendiate la cosa in buona parte; vi lodo e v'ammiro. Ma permettetemi di far un riflesso. Chi si prender il pensiero de' preparativi necessari per una giovane che si fa sposa? Se ne incaricher vostro zio? Sarebbe ci conveniente, sarebbe onesto?

Dalancour: Avete ragione. Ma ci resta ancora del tempo. Ne parleremo.

Madama: Uditemi. Voi lo sapete, io amo Angelica. Questa ingrata non meriterebbe ch'io mi prendessi verun pensiero di lei; ma finalmente vostra sorella...

Dalancour: Come! voi chiamate mia sorella un'ingrata! Perch?

Madama: Per ora non ne parliamo. Io le chieder a quattro occhi una spiegazione, e poi...

Dalancour: No; voglio saperlo.

Madama: Abbiate sofferenza, mio caro marito.

Dalancour: No; vi dico che voglio saperlo.

Madama: Poich volete cos, fa d'uopo l'appagarvi.

Dalancour: (da s) (Cielo! tremo sempre.)

Madama: Vostra sorella...

Dalancour: Proseguite.

Madama: Io la credo troppo del partito di vostro zio.

Dalancour: Perch?

Madama: Ella ebbe a dire a me, a me stessa, che i vostri affari erano in disordine, e che...

Dalancour: I miei affari in disordine? Lo credete voi?

Madama: No: ma mi ha parlato in maniera da farmi credere ch'ella sospetta ch'io ne sia stata la cagione, o per lo meno che io vi abbia contribuito.

Dalancour: (ancora pi riscaldato)Voi? Ella sospetta di voi?

Madama: Non vi adirate, mio buon marito. Io vedo bene ch'essa non ha il suo buon giudizio.

Dalancour: (con passione) Mia cara moglie!

Madama: Non vi affliggete. Per me, credetemi, non ci penso pi. Tutto viene da lui. Vostro zio la cagione di tutto.

Dalancour: Eh! No. Mio zio non di cattivo cuore!

Madama: Non egli di cattivo cuore! Cielo, che v'ha di peggio al mondo di lui? Anche poco fa non mi ha fatto vedere?... Ma gli perdono.

Lacch: (a Dalancour) Signore, fu recata per voi questa lettera.

Dalancour: Dammela. (agitato prende la lettera)

Lacch: (parte)

Dalancour: Vediamo. (a parte e agitato) Questo carattere del mio procuratore. (apre la lettera)

Madama: Cosa vi scrive?

Dalancour: Lasciatemi per un momento. (egli si ritira in disparte, legge piano, e mostra dispiacere)

Madama: (da s) (Vi sarebbe forse qualche disgrazia?)

Dalancour: (dopo aver letto) (Io sono perduto.)

Madama: (a parte) (Il cuore mi palpita.)

Dalancour: (Mia povera moglie! che sar di lei?... Come potr dirglielo?... Ah! non ho coraggio.)

Madama: (piangendo) Mio caro Dalancour, ditemi: che c'? Fidatevi di vostra moglie; non sono io la miglior amica che abbiate?

Dalancour: Prendete. Leggete.... Questo il mio stato. (le d la lettera, e parte)

SCENA VI

Madama sola.

Io tremo. (legge) Signore, tutto perduto. I creditori non hanno voluto sottoscrivere. La sentenza fu confermata. Vi s'intimer quanto prima. State bene in guardia, perch il vostro arresto ordinato... Che lessi!... Che intesi!... Mio marito... indebitato... in pericolo di perdere la libert!... Ma come mai possibile!... Egli non giuoca. Egli non ha cattive pratiche. Egli non amante d'un lusso eccedente... Per colpa sua... Sarebbe dunque per colpa mia?... Oh Dio! qual infausto raggio m'illumina! I rimproveri diAngelica, l'odio del signor Geronte, il disprezzo ch'egli dimostra di giorno in giorno contro di me... Mi si squarcia la benda dinanzi agli occhi. Io vedo il fallo di mio marito, vedo il mio. Il suo troppo amor l'ha sedotto, la mia inesperienza m'ha abbagliato. Dalancour colpevole, ed io lo sono forse al par di lui... Ma qual rimedio a questa situazione crudele? Suo zio solo... s... suo zio potrebbe rimediarvi... Ma Dalancour sarebbe egli in istato in questi momenti d'abbattimento e di dolore?... Ah! s'io ne fui la cagione... sebbene involontaria... perch non andr io medesima?... s... quand'anche dovessi gettarmi a' suoi piedi... Ma... con quel carattere aspro, intrattabile, potr io lusingarmi di piegarlo?... Andr io ad espormi ai suoi sgarbi?... Ah! che importa? e che sono tutte le umiliazioni in confronto allo stato orribile di mio marito?... s, vi corro; questa sola idea dee darmi coraggio. (ella vuole andare nell'appartamento di Geronte)

SCENA VII

Martuccia, e detta.

Martuccia: Madama, che fate voi qui? Il signor Dalancour sabbandona alla disperazione.

Madama: Cielo!... Io volo in suo soccorso. (parte)

Martuccia: Che sventura! Che disordine! Se vero ch'ella ne sia la cagione, merita bene... Chi veggo?

SCENA VIII

Valerio, e detta.

Martuccia: Signore, che venite voi a far qui? Avete scelto un cattivo momento. Tutta la casa immersa nel dispiacere.

Valerio: Gi ne dubitava. Ritorno in questo momento dal procuratore del signor Dalancour. Io gli ho offerta la mia borsa ed il mio credito.

Martuccia: Questo un oprar virtuoso. Nulla pi generoso della vostra azione.

Valerio: Il signor Geronte in casa?

Martuccia: No. Il servitore m'ha detto che l'aveva veduto col suo notaro.

Valerio: Col suo notaro?

Martuccia: S. Egli ha sempre qualche affare. Volevate forse parlargli?

Valerio: S; voglio parlare con tutti. Io veggo con pena il disordine del signor Dalancour. Son solo; ho delle facolt; ne posso disporre. Amo Angelica; vengo ad offrirgli di sposarla senza dote, e dividere seco il mio stato e la mia fortuna.

Martuccia: La risoluzione ben degna di voi. Nulla pi di essa mostra la stima, l'amore, la generosit.

Valerio: Credete voi ch'io potessi lusingarmi?...

Martuccia: S, tanto pi che madamigella gode il favore di suo zio, e ch'egli vuole maritarla.

Valerio: Vuol maritarla?

Martuccia: S.

Valerio: Ma se vuole maritarla, vorr parimente esser egli solo padrone di proporle il partito.

Martuccia: (dopo un momento di silenzio) Potrebbe darsi.

Valerio: forse questa una consolazione per me?

Martuccia: Perch no?... Venite, venite, madamigella. (ad Angelica, che s'inoltra spaventata)

SCENA IX

Angelica, e detti

Angelica: Io sono tutta spaventata.

Valerio: (ad Angelica) Che avete, madamigella?

Angelica: Il mio povero fratello...

Martuccia: Sta ancora cos?

Angelica: Un poco meglio. Egli alquanto pi tranquillo.

Martuccia: Udite, udite, madamigella. Questo signore mi ha detto cose consolanti per voi, e per vostro fratello.

Angelica: Anche per lui?

Martuccia: Se sapeste il sacrificio che disposto a fare!

Valerio: (piano a Martuccia) (Non le dite nulla.) (volgendosi ad Angelica) Evvi forse alcun sacrificio ch'ella non meriti?

Martuccia: Ma converr parlarne al signor Geronte.

Angelica: Cara amica, se voi voleste prendervi questo incomodo!

Martuccia: Volentieri. Che dovr dirgli?... Vediamo... Consigliamo.. Ma sento qualcuno. (corre verso il appartamento di Geronte) il signor Dorval. (a Valerio) Non vi fate vedere. Andiamo nella mia camera, e parleremo a nostro bell'agio.

Valerio: (ad Angelica) Se vedete vostro fratello...

Martuccia: Eh andiamo, signore, andiamo. (lo spinge, e parte con lui)

SCENA X

Angelica, e Dorval.

Angelica: (da s) (Che far io qui col signor Dorval? Posso andarmene.)

Dorval: (ad Angelica che sta per partire) Madamigella... madamigella?

Angelica: Signore.

Dorval: Avete veduto il vostro signor zio? V'ha egli detto nulla?

Angelica: L'ho veduto questa mattina, signore.

Dorval: Prima che uscisse di casa?

Angelica: S signore.

Dorval: ritornato?

Angelica: No signore.

Dorval: Bene! (Non sa ancora nulla.)

Angelica: Signore, vi chiedo scusa. Evvi qualche novit che mi riguardi?

Dorval: Vostro zio vi vuol bene.

Angelica: (con modestia) tanto buono!

Dorval: (seriamente) Egli pensa a voi.

Angelica:Questa una fortuna per me.

Dorval: Egli pensa a maritarvi.

Angelica: (mostra modestia)

Dorval: Eh? Che ne dite?

Angelica: (come sopra) Avreste voi piacere di maritarvi?

Angelica: (con modestia) Io dipendo da mio zio.

Dorval: Volete che vi dica qualche cosa di pi?

Angelica: (con un poco di curiosit) Come pi vi piace, signore.

Dorval: La scelta dello sposo di gi fatta.

Angelica: (da s) (Oh cielo!... Tremo tutta.)

Dorval: (da s) (Mi pare di vederla contenta.)

Angelica: (tremando) Signore, ardir di chiedervi...

Dorval: Che, madamigella?

Angelica: Lo conoscete voi quello che m' destinato?

Dorval: S, lo conosco, e lo conoscete voi pure.

Angelica: (con un poco di gioia) Io pure lo conosco?

Dorval: Certamente: voi lo conoscete.

Angelica: Signore, avr io il coraggio

Dorval: Parlate, madamigella.

Angelica: Di chiedervi il nome di questo giovane?

Dorval: Il nome di questo giovane?

Angelica: S, se voi lo conoscete.

Dorval: Ma... se egli non fosse tanto giovane?

Angelica: (da s, con agitazione) (Cielo!)

Dorval: Voi siete tanto saggia... dipendete da vostro zio...

Angelica: (tremando) Credete voi, signore, che mio zio voglia sacrificarmi?

Dorval: Che intendete voi per questo sacrificarvi?

Angelica: (con passione) Ma... senza il consenso del mio cuore.. Mio zio s buono!... Chi potrebbe mai avergli dato questo consiglio? Chi avr mai proposto questo partito?

Dorval: (un poco punto) Ma... questo partito... Madamigella... E s'io fossi quello?

Angelica: (con gioia) Voi, signore?... Il ciel lo volesse!

Dorval:. (contento) Il ciel lo volesse?

Angelica: S, io vi conosco. Voi siete ragionevole, siete sensibile, mi fido di voi. Se avete dato a mio zio questo consiglio, se gli avete proposto questo partito, spero che ritroverete ancora la maniera di farlo cangiar di parere.

Dorval: (Eh! eh! Non c' male.) (ad Angelica) Madamigella...

Angelica: (afflitta) Ah, signore!

Dorval: Avreste voi il cuor prevenuto?

Angelica: (con passione) Signore!

Dorval: V'intendo.

Angelica: Abbiate piet di me!

Dorval: (Io l'avea ben detto; l'avea ben preveduto! Buon per me, che non ne sono innamorato, ma incominciava a prendervi un po' di gusto.)

Angelica: Signore, non mi dite nulla?

Dorval: Ma, Madamigella...

Angelica: Avreste voi forse qualche particolare premura per quello cui vorrebbero darmi?

Dorval: Un poco.

Angelica: (con passione e costanza) V'avverto che io l'odier.

Dorval: (da s) (Povera ragazza! Mi piace la sua sincerit.)

Angelica: Deh! Siate compassionevole, siate generoso.

Dorval: S, madamigella... s, lo sar... vel prometto. Io parler a vostro zio in vostro favore; e far ogni possibile perch siate soddisfatta.

Angelica: (con gioia) Oh! quanto mi siete caro!

Dorval: Poverina!

Angelica: (con trasporto) Voi siete il mio benefattore, il mio protettore, il padre mio. (lo prende per la mano)

Dorval: Mia cara ragazza!..

SCENA XI

Geronte, e detti.

Geronte: (alla sua maniera con brio) Benissimo, benissimo. Coraggio. Bravi, figli miei, bravi. Sono di voi contentissimo.

Angelica: (si ritira tutta mortificata)

Dorval: (sorride).

Geronte: Come? la mia presenza vi fa paura? Io non condanno premure che sono legittime. Tu hai fatto bene, Dorval, a prevenirla. Suvvia, madamigella, abbracciate il vostro sposo.

Angelica: (costernata) (Che intendo?)

Dorval: (da s sorridendo) (Eccomi scoperto.)

Geronte: (ad Angelica con ardore) Che scena questa? Qual modestia fuori di proposito? Quando io non ci sono, t'accosti, e quando giungo t'allontani? vicinati! (a Dorval in collera) Suvvia, avvicinatevi anche voi.

Dorval: (ridendo) Colle buone, mio caro Geronte.

Geronte: Ah! ridete? la sentite la vostra felicit? Io voglio ben che si rida, ma non voglio che mi si faccia andar in collera; m'intendete, signor bocca ridente? Venite qui, e ascoltatemi.

Dorval: Ma ascoltate pur voi.

Geronte: (ad Angelica, e vuol prenderla per mano) Avvicinatevi.

Angelica: (piangendo) Mio zio....

Geronte: Piangi! Mi fai la bambina! Io credo che tu ti prenda giuoco di me. (la prende per mano, e la sforza ad avanzarsi in mezzo alla scena, poi si volge a Dorval e gli dice con una specie di brio) La non pu scapparmi.

Dorval: Almeno lasciatemi parlare.

Geronte: (vivamente) Zitto!

Angelica: Mio caro zio...

Geronte: (vivamente) Zitto! (egli muta tuono, e dice tranquillamente) Sono stato dal mio notaro: ho disposto il tutto. Egli ha stesa la minuta in mia presenza, la porter qui quanto prima, e noi sottoscriveremo.

Dorval: Ma se voleste ascoltarmi...

Geronte: Zitto. Per la dote, mio fratello ha avuto la debolezza di lasciarla fra le mani di suo figlio. Io non dubito che non ci sia per essere dal canto suo qualche ostacolo; ma ci non m'imbarazza. Quelli che avranno affari con lui li avranno mal fatti; la dote non pu perire, e in ogni caso io me ne fo mallevadore.

Angelica: (a parte) (Non posso pi.)

Dorval: (imbarazzato) Tutto va benissimo; ma...

Geronte: Ma che?

Dorval: (guardando Angelica) Madamigella avrebbe a dirvi sopra di ci qualche cosa.

Angelica: (in fretta, e tremando) Io, signore?

Geronte: Vorrei bene ch'ella trovasse qualche cosa a ridire sopra ci ch'io fo, sopra ci ch'io ordino, e sopra ci ch'io voglio. Ci ch'io voglio, ci ch'io ordino e ci ch'io fo: lo fo, lo voglio, e l'ordino per suo bene. M'intendi?

Dorval: Parler dunque io medesimo.

Geronte: Che avete a dirmi?

Dorval: Che mi rincresce; ma che questo matrimonio non pu effettuarsi.

Geronte: Cospetto! (Angelica s'allontana tutta spaventata. Dorval parimente d due passi addietro) Voi mi avete data la vostra parola d'onore. (a Dorval)

Dorval: S; ma con patto...

Geronte: Sarebbe forse quest'impertinente? (volgendosi verso Angelica) S'io potessi crederlo... se ne avessi qualche dubbio... (la minaccia)

Dorval: (seriamente) No, signore: avete torto.

Geronte: (volgendosi verso Dorval) Siete voi dunque che mi mancate?

Angelica: (coglie il momento e fugge)

SCENA XII

Dorval e Geronte.

Geronte: (continua a parlare con Dorval) Che? abusate della mia amicizia e del mio affetto per la vostra persona?

Dorval: (alzando la voce) Ma udite le ragioni...

Geronte: Che ragioni, che ragioni? Non c' ragioni, io sono un uomo d'onore; e se lo siete voi pure, animo, subito... (volgendosi chiama) Angelica?

Dorval: (Che diavolo d'uomo! Egli mi farebbe violenza sul fatto.) (fugge via)

SCENA XIII

Geronte solo.

Dov' andata? Angelica! Eh, l! C' nessuno? Piccardo?... Martuccia?... Pietro?... Cortese?... Ma la ritrover. Voi siete quello con cui voglio... (si volge, non vede pi Dorval, e resta immobile) Come! Egli mi pianta cos? (chiama) Dorval!... Amico Dorval!... Amico Dorval!... Ah indegno!.. ingrato!.. Eh, l, c' nessuno... Piccardo?

SCENA XIV

Piccardo, e detto.

Piccardo: Signore.

Geronte: Briccone! non rispondi?

Piccardo: Perdonate, signore. Eccomi.

Geronte: Disgraziato, ti ho chiamato dieci volte.

Piccardo: Mi rincresce, ma...

Geronte: Dieci volte, disgraziato!

Piccardo: (da s, in collera) (Egli ben rabbioso qualche volta.)

Geronte: Hai veduto Dorval?

Piccardo: (bruscamente) S, signore.

Geronte: Dov'?

Piccardo: partito.

Geronte: Come partito?

Piccardo: (bruscamente) partito come si parte.

Geronte: (in collera grande lo minaccia, e lo fa dar addietro) Ah! ribaldo! Cos si risponde al tuo padrone?

Piccardo: (rinculando con aria estremamente adirata) Signore, datemi la mia licenza...

Geronte: La tua licenza, sciagurato! (lo minaccia e lo fa rinculare; Piccardo, rinculando, cade fra la sedia ed il tavolino. Geronte corre in suo soccorso, e lo rialza)

Piccardo: (s'appoggia al guanciale della sedia e mostra molto dolore) Ahi!

Geronte: Che c'? che c'?

Piccardo: Sono ferito, signore. M'avete storpiato.

Geronte: Oh, mi dispiace!... Puoi tu camminare?

Piccardo: (sempre in collera) Credo di s, signore. (si prova e cammina male)

Geronte: (bruscamente) Vattene.

Piccardo: (mortificato) Signore, voi mi scacciate.

Geronte: (vivamente) No, va a casa di tua moglie, che ti medichi. (cava la borsa, e vuol dargli del danaro) Prendi, per farti curare.

Piccardo: (a parte, intenerito) (Qual padrone!)

Geronte: (porgendogli del danaro) Prendi.

Piccardo:(con modestia) Eh! no, signore.. io spero che non sar nulla.

Geronte: Prendi, ti dico.

Piccardo: (ricusandolo con civilt) Signore...

Geronte: (riscaldato) Come! tu rifiuti il mio danaro?... lo rifiuti per orgoglio, per dispetto, e per odio? Credi tu che io l'abbia fatto a bella posta? prendi questo danaro, prendilo. Animo, non mi far arrabbiare.

Piccardo: (prendendo il danaro) Non v'adirate, signore. Vi ringrazio della vostra bont.

Geronte: Va subito.

Piccardo: (cammina male) S, signore.

Geronte: Va adagio.

Piccardo: S, signore.

Geronte: Aspetta, aspetta; prendi la mia canna.

Piccardo: Signore...

Geronte: Prendila, ti dico. Voglio cos.

Piccardo: (prende la canna e partendo dice) Che bont (parte)

SCENA XV

Geronte e Martuccia.

Geronte: Questa la prima volta in vita mia, che... maledetto il mio caldo!... (passeggiando a gran passi) Dorval che m'ha fatto andare in collera.

Martuccia: Signore, volete pranzare?

Geronte: Il diavolo che ti porti. (corre, e si chiude nel suo appartamento)

Martuccia: Bella! Bellissima! egli sulle furie. Oggi, per Angelica non c' caso di nulla. Tanto fa che Valerio se ne vada.

Fine dell'atto secondo


ATTO TERZO

SCENA I

Piccardo entra per la porta di mezzo, Martuccia per quella di Dalancour.

Martuccia: Come! siete gi ritornato?

Piccardo: (con la canna del suo padrone) S; vado un po' zoppicando, ma non nulla. La paura stata pi grande del male: ci non meritava il danaro che mi dette il padrone per farmi curare.

Martuccia: Via, via: anche le disgrazie talvolta sono giovevoli.

Piccardo: (con aria contenta) Povero padrone! Per mia fe', questo tratto di bont mi ha intenerito sino a cavarmi le lagrime dagli occhi. Se m'avesse ancora rotto una gamba, glie l'avrei perdonato.

Martuccia: Egli d'un cuore... Peccato ch'abbia s brutto difetto!

Piccardo: E qual quell'uomo che sia senza difetti?

Martuccia: Andate, andate a trovarlo. Sapete voi ch'ei non ha ancor pranzato?

Piccardo: E perch?

Martuccia: Vi sono, figlio mio, delle cose!.. delle cose terribili in questa casa.

Piccardo: So tutto; ho incontrato vostro nipote, e mi ha raccontato tutto. Questo il motivo, per cui mi vedete di ritorno s presto. Il padrone lo sa?

Martuccia: Credo di no.

Piccardo: Ah! quanto ne sar travagliato!

Martuccia: Certamente... E la povera Angelica?

Piccardo: Ma Valerio?...

Martuccia: Valerio? Valerio qui tuttavia. Egli non ha voluto partire. ancora nell'appartamento del signor Dalancour; fa coraggio al fratello; guarda la sorella; consola Madama. L'uno piange; l'altra sospira; l'altra si dispera. Questa una confusione, una vera confusione.

Piccardo: Non v'eravate voi impegnata di parlare al padrone?

Martuccia: S, gli avrei parlato; ma in questo momento troppo in collera.

Piccardo: Vado a ritrovarlo; vado a riportargli la sua canna.

Martuccia: Andate; e se vedete la burrasca alquanto calmata, ditegli qualche cosa dello stato infelice di sua nipote.

Piccardo: S, gliene parler, e vi sapr dir qualche cosa. (apre piano, entra nell'appartamento di Geronte, e chiude la porta)

SCENA II

Martuccia sola.

S, mio caro amico. Andate piano. Questo Piccardo un giovane dabbene, docile, civile, servizievole. Egli il solo che mi piaccia in questa casa. Io non fo s facilmente amicizia con chicchessia.

SCENA III

Dorval, e detta.

Dorval: (parlando basso e sorridendo) Ebbene, Martuccia?

Martuccia: Umilissima serva, signore.

Dorval: Il signor Geronte pi in collera?

Martuccia: Non sarebbe cosa straordinaria se gli fosse passata. Voi. lo conoscete meglio d'ogni altro.

Dorval: Egli si bene sdegnato contro di me come va!

Martuccia: Contro di voi, signore? Egli si adirato contro di voi?

Dorval: (ridendo e parlando sempre) Senza dubbio. Ma non nulla. Io lo conosco. Scommetto che se vado a trovarlo, egli sar il primo a gettarmisi al collo.

Martuccia: Niente di pi facile; vi ama, vi stima, voi siete il suo unico amico... La una cosa singolare:... Un uomo come lui tutta furia. E voi, sia detto con rispetto, siete luomo pi flemmatico di questo mondo.

Dorval: Appunto per questa ragione la nostra amicizia si conservata lungo tempo.

Martuccia: Andate, andate a trovarlo.

Dorval: No, troppo presto. Io vorrei prima vedere madamigella Angelica. Dov'?

Martuccia: (con passione) Con suo fratello. Le sapete voi tutte le disgrazie di suo fratello?

Dorval: (con un'aria penetrata) Ah, pur troppo! Tutto il mondo ne parla.

Martuccia: E che si dice?

Dorval: Non si dimanda. I buoni lo compiangono, i malvagi se ne prendono giuoco, gl'ingrati l'abbandonano.

Martuccia: Oh cielo! E questa povera ragazza?

Dorval: necessario che io le parli.

Martuccia: Potrei domandarvi di che si tratta? Io m'interesso tanto per lei, che spero di meritare questa compiacenza.

Dorval: Ho saputo che un certo Valerio...

Martuccia: Ah, ah! Valerio? (ridendo)

Dorval: Lo conoscete?

Martuccia: Molto, signore; questa faccenda tutta opera mia.

Dorval: Tanto meglio; mi seconderete?

Martuccia: Pi che volentieri.

Dorval: Conviene ch'io vada ad assicurarmi, se Angelica...

Martuccia: E di poi, se Valerio...

Dorval: S, andr parimente in traccia di lui.

Martuccia: (sorridendo) Andate, andate nell'appartamento di Dalancour. Voi farete due cose ad un colpo.

Dorval: Ma come?

Martuccia: Egli col.

Dorval: Valerio?

Martuccia: S.

Dorval:Ne ho ben piacere. Vado subito.

Martuccia: Aspettate, aspettate; volete che gli faccia far l'ambasciata?

Dorval: (ridendo) Oh bella!... Far far l'ambasciata a mio cognato?

Martuccia: Vostro cognato?

Dorval: S.

Martuccia: Come?

Dorval: Non sai nulla?

Martuccia: Nulla.

Dorval: Ebbene, lo saprai un'altra volta. (entra da Dalancour)

SCENA IV

Martuccia sola.

Assolutamente impazzisce.

SCENA V

Geronte e detta.

Geronte: (parlando sempre rivolto verso la porta del suo appartamento) Fermati l; far portar la lettera da un altro. Fermati l... Voglio cos... (si rivolge a Martuccia) Martuccia?

Martuccia: Signore.

Geronte: Va a cercar un servitore che porti subito questa lettera a Dorval. (volgendosi verso la porta del suo appartamento) L'imbecille! va tuttavia zoppicando e vorrebbe partire. (a Martuccia) Vanne.

Martuccia: Ma signore...

Geronte: Spicciati.

Martuccia: Ma Dorval...

Geronte: (vivamente) S, a casa di Dorval.

Martuccia: Egli qui.

Geronte: Chi?

Martuccia: Dorval.

Geronte: Dov'?

Martuccia: Qui.

Geronte: Dorval qui?

Martuccia: S signore.

Geronte: Dov'?

Martuccia: Nell'appartamento del signor Dalancour.

Geronte: Nell'appartamento di Dalancour? (in collera) Dorval nell'appartamento di Dalancour? Ora veggo come sta la faccenda Comprendo tutto. (a Martuccia) Va in traccia di Dorval, digli da parte mia... Ma no, non voglio che tu vada in quel maledetto appartamento. Se ci metti piede, ti licenzio sul fatto... Chiama un servitore di quello sciagurato... No che non venga nessuno... Vai tu... S, s, ch'egli venga subito subito... Ebbene?

Martuccia: Vado o non vado?

Geronte: Vanne. Non mi far impazientare d'avvantaggio. (Martuccia entra da Dalancour)

SCENA VI

Geronte solo.

S, ella cos. Dorval ha penetrato in qual abisso terribile quel disgraziato caduto. S, egli l'ha saputo prima di me; ed io, se non me l'avesse detto Piccardo, ne sarei ancora all'oscuro. cos... cos senz'altro. Dorval teme la parentela d'un uomo perduto; egli col: forse l'esamina per assicurarsene maggiormente. Ma perch non dirmelo? L'avrei persuaso, l'avrei convinto... Perch non me n'ha parlato?... Dir forse che la mia furia non glie n'ha dato il tempo?... No certamente. Bastava che avesse aspettato; che non fosse partito... la mia collera si sarebbe calmata ed egli avrebbe potuto parlarmi. Nipote indegno; traditore; perfido! Tu hai sacrificato i tuoi beni, il tuo onore; io t'amai, scellerato S, t'amai anche troppo, ma ti canceller totalmente dal mio cuore, e dalla mia memoria... Vattene di qua, va a perire altrove... Ma dove andr egli? Non me n'importa. non ci penso pi... Sua sorella sola m'interessa, ella sola merita la mia tenerezza, i miei benefizi... Dorval mio amico. Dorval la sposer. Io le dar la dote, le doner tutte le mie facolt. Lascer penare il reo, ma non abbandoner mai l'innocente.

SCENA VII

Dalancour, e detto.

Dalancour: (atterrito si getta ai piedi di Geronte) Ah! mio zio! Uditemi per piet...

Geronte: Che vuoi? Alzati. (si volge, vede Dalancour, d un passo indietro)

Dalancour: (nella stessa positura) Mio caro zio! Voi vedete il pi sventurato di tutti gli uomini. Per piet, ascoltatemi.

Geronte: Alzati, ti dico. (un po' commosso, ma sempre in collera)

Dalancour: (in ginocchio) Voi che avete un cuore s generoso, cos sensibile, m'abbandonereste voi per una colpa che solamente una colpa d'amore, e d'un amore onesto e virtuoso? Io, senza dubbio, ho il torto di non essermi approfittato dei vostri consigli, d'aver trascurato la tenerezza vostra paterna; ma, mio caro zio, in nome di quel sangue, cui debbo la vita, di quel sangue che voi tenete meco comune, lasciatevi commuovere, lasciatevi intenerire.

Geronte: (a poco a poco s'intenerisce, e s'asciuga gli occhi, nascondendosi da Dalancour, e dice a parte) Come! tu hai ancora coraggio?...

Dalancour: Non la perdita dello stato che m'affanni; un sentimento pi degno mi sollecita. Egli l'onore. Soffrireste voi l'infamia d'un vostro nipote? Io non vi chiedo nulla per noi. Che si salvi la mia reputazione, e vi do parola per mia moglie e per me, che l'indigenza non spaventer punto i nostri cuori, quando, in seno alla miseria, avremo per conforto una probit senza macchia, il nostro amore scambievole, la vostra tenerezza, e la vostra stima.

Geronte: Sciagurato!... Meriteresti!... Ma io sono un uomo debole, questa specie di fanatismo del sangue mi parla in favor d'un ingrato! Alzati, traditore, io pagher i tuoi debiti, e ti porr forse in tal guisa in istato di farne degli altri.

Dalancour: (commosso) Ah! no, mio zio! vi prometto... Vedrete la mia condotta avvenire...

Geronte: Qual condotta! sciagurato senza cervello? Quella di un marito infatuato, che si lascia guidare a capriccio da sua moglie, da una femmina vana, presuntuosa, civetta.

Dalancour: No, vel giuro.. Mia moglie non ne ha colpa. Voi non la conoscete.

Geronte: (ancora pi vivamente) Tu la difendi, tu menti in mia presenza!... Guardati bene... Ci vorrebbe poco che a cagione di tua moglie, non ritrattassi la promessa che m'hai strappata di bocca. S, s, la ritratter... Tu non avrai nulla del mio. Tua moglie! Tua moglie!... Io non posso soffrirla, non voglio vederla.

Dalancour: Ah, mio zio! voi mi lacerate il cuore!

SCENA VIII

Madama, e detti.

Madama: Deh! Signore, se mi credete la cagione dei disordini di vostro nipote, giusto che ne porti io sola la pena. L'ignoranza in cui ho vissuto sin'ora non , lo veggo, dinanzi a' vostri occhi, una scusa che basti. Giovane, senza esperienza, mi sono lasciata dirigere da un marito che amavo. Il mondo seppe allettarmi, i cattivi esempi mi hanno sedotta; io ero contenta, e mi credeva felice... ma sembro la rea, e questo basta... Purch mio marito sia degno de' vostri benefizi, soscrivo al fatale vostro decreto. Mi staccher dalle sue braccia. Vi chiedo una grazia soltanto: moderate il vostro odio contro di me; scusate il mio sesso, la mia et; compatite un marito, che per troppo amore...

Geronte: Eh! Madama! credereste voi forse di soverchiarmi?

Madama: Oh cielo! Dunque non v pi speranza? Ah mio caro Dalancour, io t'ho dunque perduto. Io muoio. (cade sopra un sof.)

Dalancour:(corre in suo soccorso)

Geronte: (inquieto, commosso, intenerito) Eh, l? c' nessuno? Martuccia?

SCENA IX

Martuccia, e detti.

Martuccia: Eccomi, signore.

Geronte: Guardate l... subito... andate... vedete... recatele qualche soccorso.

Martuccia: Madama, Madama, che c'?

Geronte: Prendete, prendete; eccovi l'acqua di Colonia. (dando a Martuccia una boccetta) Come va? (a Dalancour)

Dalancour: Ah, mio zio!...

Geronte: (s'accosta a Madama, e le dice bruscamente) Come state?

Madama: (alzandosi languidamente, e con una voce fioca ed interrotta) Signore, voi avete troppa bont ad interessarvi di me. Non abbiate riguardo alla mia debolezza; il cuore vuol fare i suoi moti. Ricuperer le mie forze, partir, mi rassegner alla mia sciagura.

Geronte: (s'intenerisce, ma non parla)

Dalancour: (afflitto) Ah! mio zio, soffrireste, che...

Geronte: (vivamente a Dalancour) Taci tu! (a Madama bruscamente) Restate in casa con vostro marito.

Madama: Ah, signore!

Dalancour: (con trasporto) Ah! mio caro zio!

Geronte: (con seriet, ma senza collera, e prendendoli ambedue per mano) Uditemi. I miei risparmi non erano per me. Voi gli avreste un giorno, trovati. Ebbene, servitevene in questa occasione; la sorgente esaurita; abbiate giudizio. Se non vi muove la gratitudine, l'onore almeno vi faccia star a dovere.

Madama: La vostra bont...

Dalancour: La vostra generosit...

Geronte: Basta cos.

Martuccia: Signore....

Geronte: Taci tu, ciarliera.

Martuccia: Signore, voi siete in disposizione di far del bene: non farete pur qualche cosa per madamigella Angelica?

Geronte: A proposito dov'?

Martuccia: Ella non lontana.

Geronte: V' ancora il suo pretendente?

Martuccia: Il suo pretendente?

Geronte: corrucciata forse per questo? per questo che non vuol pi vedermi? Sarebbe egli partito?

Martuccia: Signore... il suo pretendente c' tuttavia.

Geronte: Che vengano qui.

Martuccia: Angelica ed il suo pretendente?

Geronte: (riscaldato) S, Angelica ed il suo pretendente.

Martuccia: Benissimo. Subito, signore, subito. (avvicinandosi alla portiera) Venite, venite, figli miei; non abbiate timore.

SCENA X

Valerio, Dorval, Angelica, e detti.

Geronte: (vedendo Valerio e Dorval) Che c'?... Che vuole qui quell'altro?

Martuccia: Signore, sono il pretendente, ed il testimonio.

Geronte: (ad Angelica) Avvicinatevi.

Angelica: (s'accosta tremando, e parla con Madama) Ah! Cognata, quanto vi debbo chieder perdono!

Martuccia: (a Madama) Ed io pure, Madama.

Geronte: (a Dorval) Venite qui, signor pretendente... Che c'? siete ancora adirato? Non volete venire?

Dorval: Parlate con me?

Geronte: S con voi.

Dorval: Perdonatemi; io sono soltanto il testimonio.

Geronte: Il testimonio!

Dorval: S. Vi spiego l'arcano... Se m'aveste lasciato parlare..

Geronte: Arcano!... (ad Angelica) Vi sono degli arcani?

Dorval: (serio e risoluto) Uditemi, amico. Voi conoscete Valerio; egli ha saputi i disastri di questa famiglia. venuto ad offrire le sue facolt al signor Dalancour, e la sua mano ad Angelica. Egli l'ama, pronto a sposarla senza dote, e ad assicurarle una contraddote di dodici mila lire di rendita. M' noto il vostro carattere, e so che a voi piacciono le belle azioni; l'ho perci trattenuto, e mi sono incaricato di presentarvelo.

Geronte: Tu non avevi alcuna inclinazione, eh? mi hai ingannato. Ebbene, non voglio che tu lo prenda; questa una soperchieria d'ambe le parti; io non la soffrir giammai.

Angelica: (piangendo) Mio caro zio...

Valerio: (appassionato e supplichevole) Signore...

Dalancour: Voi siete s buono....

Madama: Voi siete s generoso...

Martuccia: Mio caro padrone...

Geronte: Maledetto il mio naturale! Non posso durar in collera quanto ne ho voglia. Io mi schiaffeggerei volentieri (tutti insieme ripetono le loro preghiere, e lo circondano, e lo stordiscono) Tacete, lasciatemi... che il diavolo vi porti... Ch'egli la sposi.

Martuccia: (forte) Che la sposi senza dote?

Geronte: Come senza dote?... Io mariter mia nipote senza dote? Non sar forse in istato d formarle la dote? Conosco Valerio; l'azione generosa, che venne a proporci, merita una ricompensa. S, egli avr la dote, e le cento mila lire che ho promesso ad Angelica.

Valerio: Quante grazie!

Angelica: Quanta bont!

Madama: Qual cuore!

Dalancour: Qual esempio!

Martuccia: Viva il mio padrone!

Dorval: Viva il mio buon amico! (tutti lo circondano, lo colmano di carezze, e ripetono le sue lodi)

Geronte: (cerca liberarsi da loro, e grida forte) Zitto, zitto, zitto (chiama) Piccardo?

SCENA ULTIMA

Piccardo, e detti.

Piccardo: Signore

Geronte: Si cener nel mio appartamento; sono invitati tutti. Dorval, noi frattanto giuocheremo agli scacchi.

Fine Della Commedia

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