Il cavalier di buon gusto

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Prefazione]

IL CAVALIER DI BUON GUSTO.

di Carlo Goldoni

Commedia di tre atti in prosa rappresentata per la prima volta in Venezia

l’Autunno dell’anno 1750.

a sua eccellenza il signor

GIOVANNI MOCENIGO

nobile patrizio veneto

Una Commedia che rappresenta un Cavalier di buon gusto, a chi mai può esser meglio che all’E. V. raccomandata? ella è il prototipo de’ Cavalieri, ed il di Lei buon gusto può servire di regola, di moderazione, di esempio. Quando ho io questa mia Commedia formata, non avea la fortuna ancora di conoscere perfettamente l’E. V. Io in vero ammirava in qualche distanza gl’infiniti suoi meriti, ma non potea distinguerli da vicino, non essendo fra ’l numero degli attuali suoi servitori: la fortuna ha voluto beneficarmi coll’acquisto di un Padrone, di un Protettore sì grande. Se ora formar dovessi il Cavalier di buon gusto, o lo farei con una inesplicabile facilità, non lo farei altrimenti, per non proporre un modello difficilissimo da imitarsi. Quali sono que’ pregi, que’ costumi, quegli esercizi, che possono caratterizzare il vero Cavalier di buon gusto? Eccoli: sono quelli che ammiransi nell’E. V. verificati. Generosità, gentilezza, contegno, amor per le Lettere, inclinazione per le belle Arti, brio nelle conversazioni, magnificenza ne’ trattamenti, spirito pronto, feconda lingua e sincerissimo cuore. Parrà difficile che tutte queste belle Virtù sieno con armonia perfetta in un oggetto solo verificate; eppure chi ha l’onor di conoscere l’E. V., chi ha la fortuna di possedere o la sua amicizia, o la sua protezione, non solo tutti cotesti pregi può in Lei riconoscere, ma tanti altri, che io o non arrivo a discernere, o bastantemente non so colla penna delineare. Diranno forse taluni (quelli cioè che per invidia o per astio cercano di oscurare il merito e la verità), diranno essere tante Virtù derivate nell’E. V. per necessità, poiché un Cavaliere che trae l’origine dai chiarissimi fonti di Genitori illustri, magnanimi, eccelsi; che nella serie degli antichissimi Avi suoi conta un numero prodigioso d’Eroi, di Padri meritissimi della Patria, di Serenissimi Dogi, di Condottieri d’Armate, dovea sortire il talento grande, le inclinazioni magnanime, che nell’E. V. mirabilmente risplendono. Sì, accordo loro che, anche per ragione di sangue, Ella tiene quel luogo fra i Padri eccelsi della Repubblica Serenissima, che in Cielo tengono fra le stelle i pianeti, ma sarà sempre merito dell’E. V. l’onor ch’Ella rende a chi grande lo ha fatto nascere, e i fregi ch’Ella ha accresciuto al purissimo sangue che nelle vene le scorre. Ella si è sempre creduta in debito di doverlo fare. Tutte le azioni sue sono state all’onorato fine dirette di accrescer lustro alla Famiglia ed ai Posteri che succederanno. Un nuovo oggetto d’assicurarlo state sono le felicissime Nozze di V. E. colla nobilissima Dama la Signora Caterina Loredan, Nipote degnissima del Serenissimo Regnante Doge. Nozze più liete non poteansi per la Repubblica celebrare, poiché innestandosi due principali rami di essa, due rami che per ragione delle nobilissime Genitrici loro derivando egualmente da una Regina di Cipro, promettono frutti alle comuni speranze corrispondenti. Voglia Dio concederli all’E. V. ed alla Patria Augusta, che li sospira! Bella fortuna avranno certamente cotali Figli, mentre sortiranno dall’E. V. l’essere, l’educazione, l’esempio! Ella non insegnerà loro, per vero dire, né una finta pietà, né una studiata simulazione, per procurarsi gli onori, per acquistarsi il credito e le aderenze, Comunicherà loro piuttosto le di Lei massime, le quali sono di sempre pronunziare la Verità, di non confonderla cogli umani rispetti, di preferirla all’utile, al comodo ed al costume medesimo che trionfa. Farà loro conoscere la vera Giustizia insidiata dall’Impostura, illuminandoli che le umane passioni possono avvelenar il cuore, e che chi è destinato da Dio ai Governi, ai Tribunali, alle Magistrature, deve affatto di queste religiosamente spogliarsi. Di questa sorta d’Eroi ne ha sempre dati alla Repubblica Serenissima l’antichissima Casa de’ Mocenighi, e splendono anche adesso i vivi luminari di cotal Cielo, i quali unendo alla pietà vera la giustizia umana, fanno punire il vizio e proteggere l’innocenza. Che dunque potrò io temere sotto la protezione di un Cavaliere sì grande, che per origine e per costume sa compatire, difendere e beneficare? Ecco quel che poss’io giustamente temere: non esser degno della di Lei protezione. Un Cavaliere di sì ottimo gusto, di così fino discernimento, come può mai di me contentarsi? Eppure ho motivo di lusingarmi di un tanto bene, ad onta di tutto ciò che potrebbe disingannarmi. V. E. si è compiaciuta più volte dell’Opere mie, forse unicamente per questo, perché di tratto in tratto la Verità vi si scorge. Oh bellissima Verità, quanto sei preziosa! Con te sola al fianco fianco incontro ad una schiera di Maldicenti, di Critici, d’Impostori. Sì, con te sola, sicurissimo d’aver comune con te il presidio, la protezione di un Cavaliere che ti conosce, che ti ama, che ti sostiene. Eccomi a’ piedi dell’E. V., colla scorta alla Verità, ad offerirle, unito a questa mia miserabile Commedia, il mio umilissimo cuore, e a protestare in faccia del Mondo tutto, che sopra qualunque altra terrena felicità apprezzo quella di essere, quale con profondo ossequio mi rassegno,

Di V. E.

Umiliss. Divotiss. ed Obbligatiss. Serv.

Carlo Goldoni


L’AUTORE A CHI LEGGE

Il mio Cavalier di buon gusto ha bisogno di una giustificazione, che da me gli è dovuta; in grazia principalmente di quelli che credono non convenire a chi è nato nobile la mercatura. M’hanno alcuni, di cotal genere, rimproverato aver io fatto mercanteggiare il mio Cavaliere senza necessità, poiché soltanto ch’io lo facessi essere un po’ più ricco, potrebbe far valere il buon gusto, senza mendicare i suffragi da una Società di Negozio.

Risponderò in primo luogo, essere una malinconia da curarsi lo scrupolo che la Mercatura tolga qualche fregio alla Nobiltà. Non voglio io formare una Dissertazione per provarlo; bastandomi soltanto poter addurre di questa verità gli esempi. Veggiamo noi ne’ Paesi Oltramontani non solo, ed Oltremarini, ma nell’Italia nostra ancora, Persone illustri, di antichissima Nobiltà, di Ordini purgatissimi insignite, di titoli, di onori, di dignità fregiate, tener banchi aperti, negozi vivi, ragioni ne’ loro nomi, firmar lettere, agire, negoziare in fine, senza un minimo pregiudizio della venerabile Nobiltà per la ragione medesima che non si offende vendendo e comperando vino, grano, cavalli e cose simili, le quali non differiscono che nella specie, e nel nome, e nella opinione, dal panno, dalla seta e da altre simili merci. I Principi stessi non solo hanno dichiarata nobile la Mercatura con privilegi, diplomi, editti; non solo hanno decorato di cariche e di fregi illustri i Nobili Mercatanti, ma interessandosi ne’ principali Negozi, hanno altrui insegnato essere onesta e lodevol cosa mantenere col proprio denaro l’abbondanza nello Stato, il cambio de’ propri generi cogli stranieri, l’impiego de’ poveri e l’utilissimo commercio delle Città, delle Provincie e del Mondo.

Da ciò vengono anche ad aumentarsi il lustro, la magnificenza, il piacere onesto, i comodi della vita; ed ecco la seconda ragione per cui non ricchissimo piacquemi di figurare il mio Cavaliere, per dimostrare a quelli che per avventura non lo sapessero, come si può essere di buon gusto, senza il pericolo di rovinarsi.

Ne aggiungerò una terza, che pure inutile non mi sembra. Un Cavaliere assai ricco, il quale abbia abbondantissimi beni di fortuna, e possa a suo talento profondere, può facilmente essere di buon gusto, e lo è spesse volte perché tale le sue ricchezze lo fanno essere; ma chi ha solamente tanto, quanto al decoro ed al comodo della famiglia sua è necessario, renderà più ammirabile il suo buon gusto, procacciandosi i mezzi per mantenerlo.

Sciolta dunque l’obiezione che ferisce la delicatezza di alcuni pochi, crediamo noi che ben si convenga al mio Cavaliere il titolo che gli ho appropriato? A me pare certamente che sì. Può essere che le Signore Donne non me la menino buona, e certamente le compatisco, se spiace loro l’immagine di un Uomo franco, il quale fa la conversazione con tutte e di nessuna si accende. Si consolino però esse, che in questa parte pochi pur troppo saranno gli imitatori del Conte Ottavio, e poco vagliono le mie Scene in confronto de’ loro vezzi.

Per altro poi ingegnato mi sono a renderlo di buon gusto nelle migliori cose del Mondo: tavola, servitù, trattamento, conversazioni, protezioni, corrispondenze, buona filosofia, sano discernimento, prontezza di spirito, ragionamenti fondati, barzellette graziose, inclinazione per le lettere, amor delle belle arti, pulizia esterna ed interna sincerità; sono cose che unite insieme in un Uomo, lo costituiscono in grado di ammirazione.

Facendo la rassegna delle ottime inclinazioni del mio Cavaliere, trovo assai commendabile sopra tutte le altre quella delle Lettere, le quali formano veramente l’Uomo. Piacemi infinitamente il costume di soddisfarsi in ogni piccola o grande difficoltà. Per un tal uso giovano assaissimo i Dizionari, servendosene però cautamente, siccome nella scena VI dell’Atto Primo si avverte.

A proposito de’ Dizionari, Lettore mio gentilissimo, voglio con questa occasione pubblicare l’idea, che da qualche tempo ho concepito, di formare un Dizionario Comico, per cui ho di già preparato de’ materiali non pochi; e terminato che avrò la stampa laboriosissima delle mie cinquanta Commedie, darò mano alla compilazione di un’Opera che formerà due grossi volumi in quarto.

Dio voglia che questo mio Dizionario non abbia poi a essere uno di quelli che in luogo di portar utile alla Repubblica Letteraria, scorno e pregiudizio le recano. Di que’ Dizionari, che posti in un canto nelle Librerie, accrescono inutilmente il numero de’ volumi, e fanno in confronto di tanti altri quel che sogliono far le ombre contrapposte alla luce. Ella è facilissima cosa e materialissima operazione l’impresa di un Dizionario, quando altro non facciasi che copiar dagli altri, spogliar gli Autori alla cieca, senza criterio, senza conoscere quai sieno i migliori; trascurando le cose più utili e più necessarie, le critiche e le illustrazioni, empiendo i fogli di cose inutili, ridicole e spesse volte anche false.

Con tutte codeste prevenzioni, con tali miserabili esempi dinanzi agli occhi, procurerò certamente di rendere, per quanto mi sarà possibile, utile, esatto e completo il Dizionario che ho divisato di fare. Avanzo al pubblico un cotal cenno per due ragioni: la prima per non essere prevenuto da quelli che si dilettano di profittare delle altrui invenzioni, avendone a qualche amico comunicata l’idea; la seconda, per osservare se con applauso sia il mio pensamento dal pubblico ricevuto, a fine d’animarmi al proseguimento, o d’abbandonarne l’impresa. L’idea che ho concepita, è di formare un Dizionario abbondante, diffuso e completo che tratti del Teatro, e della Commedia, e degli usi, e degli abiti, e degli Autori antichi e moderni, a’ quali tutti procurerò di rendere quell’onore che a me medesimo piacerebbe.

Principierò sin da ora a dar quella lode che gli si conviene all’Autore della Scena XI dell’Atto Primo della presente Commedia mia, stampata in Venezia dal Bettinelli nel Tomo VI, Commedia XXII, a carte 18, scritta in carattere corsivo, acciò sappiasi non esser opera della mia penna.

Questo è un eccesso di modestia di chi l’ha scritta, temendo forse che la varietà dello stile potesse offender l’orecchio di chi non sapesse il mistero; egli in queste cose è delicatissimo, e non ha potuto dispensarsi d’innestare nella mia Commedia codesta Scena, perché la reputa forse necessarissima, o almeno gli avranno dato ad intendere che ella sia tale.

Io per altro, con sua permissione, continuo a crederla inutile affatto, e mi perdonerà se nella mia edizione castro la Commedia, levandola da quel posto.

Non voglio però defraudare il Pubblico di un sì bel pezzo, pieno di sali spiritosi e brillanti, perché certamente senza di lui sarebbe la mia edizione imperfetta. Eccola, Lettor carissimo, qual ella è; te la offerisco di cuore; considera tu saggiamente, s’ella era poi necessaria a tal segno, che non se ne potesse il mio amorosissimo Correttore dispensare. Confrontala colla Scena I dell’Atto Terzo, e vedrai che la critica del Maestro di Casa fu da me medesimo lavorata, non già collo spirito del Correttore, ma con quel poco di sale che ho in zucca; ed egli ha creduto ben fatto, e indispensabile ad ogni costo, prevenir tal proposito nell’Atto Primo.

SCENA UNDICESIMA

Arlecchino e Brighella

BRIGH. Felici quei servitori, che gh’ha la fortuna de star con sta sorte de padroni! Vardè quanti ordini che l’ha dà in t’un momento. Adesso me tocca a mi a radoppiar la tavola sta mattina. Ma me preme che anca el cogo fazza la so parte. Oh! l’è qua el sottocogo, ghe dirò do parole.

ARL. Oh sior mistro de casa, vegnì a dar i ordeni in cusina, perché mi gh’ho fame, e voria dirve una cossa.

BRIGH. Che vol mo dir?

ARL. Che se el mistro de casa, che è andà via, no guardava tanto per sutilo in cusina, e sì mi nol cognosseva gnanca, vu mo, che sì me paesan, sarì ancora più galantomo.

BRIGH. Cossa s’intende mo sto esser più galantomo?

ARL. Lassar che el povero sottocogo magna qualche bocconcin del bon e del meggio, e se tegna sempre qualche poca de provision da parte.

BRIGH. Della roba del patron? No femo gnente. Fin ch’averò mi la sopra intendenza, e ch’averò l’impiego de mistro de casa, la roba del patron gh’ha da esser intatta e segura.

ARL. Mo i altri no fa miga cussì, e quel che è andà via, serrava un occhio in ste cosse.

BRIGH. E per questo el gh’ha durà poco. Caro paesan, ti vedi pur la generosità del patron, e quanto ch’el benefica i so servitori. Mi de povero staffier son deventà mistro de casa in dodese anni de servitù, onde se ti sarà fedel, col tempo ti pol sperar d’avanzarte anche ti.

ARL. Mi l’è de più che lo servo.

BRIGH. Matto! se no l’è un anno, che ti è in casa.

ARL. L’è vero, ma gh’ho ben intenzion d’esserghe stà altri vinti anni avanti.

BRIGH. Eh, che i paroni no i paga l’intenzion, i paga i fatti.

ARL. Mo magari volesselo pagar i mi fatti, che vorave rancurarli tutti. (Questa puzza).

BRIGH. Oh, mi perdo el tempo con ti e gh’ho da far. No te digo altro se no che colla fedeltà e col bon tratto se avanza più de quel che pretende de far qualche servitor, col procurarse dei utili che no ghe convien. (Queste sono cose che le ha dette il Conte Ottavio). (via)

ARL. Al veder, co sto me paesan ghe xe pochi incerti. Ma n’importa, farò quel ch’el me dise, che se lu a far cussì l’è deventà mistro de casa pol esser che el patron, vedendome attento, me fazza mistro dei coppi. (via)

Ecco terminata la bella Scena, di cui non potevasi far a meno, forse per fare una finezza all’Arlecchino, il quale certamente averà campo di farsi onore. Se io l’avessi fatta, non avrei poi condotto, nella maniera come si legge, la Scena I dell’Atto Terzo; e convien dire che non abbia letto la mia, quegli che ha fatto questa.

L’averei lodato però molto più, se alla Scena I dell’Atto Primo, ove il Conte Ottavio legge un libro, e meritamente lo loda, e molti forse non intenderanno di qual libro egli parli, se avesse con una delle sue annotazioni svelato esser questo il Libro Primo delle Lettere del Conte Gasparo Gozzi, opera veramente degna di un Cavaliere di buon gusto.


Personaggi

Il conte OTTAVIO cavalier di buon gusto;

La contessa BEATRICE vedova, sua cognata;

Il contino FLORINDO di lei figliuolo;

La marchesina ROSAURA dama di qualità, promessa sposa al contino Florindo;

Donna ELEONORA dama vedova, zia e tutrice della marchesina;

La baronessa CLARICE dama nubile, cugina della contessa Beatrice;

Il conte LELIO amico del conte Ottavio;

PANTALONE de’ BISOGNOSI mercante veneziano;

Il DOTTORE ANSELMI medico;

BRIGHELLA staffiere, poi maestro di casa del conte Ottavio;

ARLECCHINO sottocuoco del conte;

Il BIBLIOTECARIO del conte;

Il SEGRETARIO del conte;

Due CAMERIERI del conte;

Un PAGGIO della marchesina;

Un SERVITORE di donna Eleonora;

La Scena si rappresenta in Napoli.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera del conte Ottavio.

Il conte Ottavio in veste da camera e parrucca, sedendo ad un tavolino, leggendo un libro.

OTT. Convien poi dire, che in questo secolo piucché mai fioriscono gl’ingegni peregrini in Italia. Questo libro è sì bene scritto, ch’io lo reputo testo di lingua([1]), e in oggi certamente pochi Italiani scrivono in questo stile. Questo sogno è un capo d’opera, e il dialogo fra il calamaio e la lucerna è una cosa molto graziosa. Ma il sole principia a riscaldare la terra. Or ora verranno visite; non voglio lasciarmi trovare in quest’abito di confidenza. Chi vuole esiger rispetto, deve anche in casa propria prendersi qualche piccola soggezione. Chi è di là?

SCENA SECONDA

Brighella, cameriere e detto.

BRIGH. Illustrissimo.

OTT. Chiamatemi il maestro di casa.

BRIGH. Illustrissimo, gh’è una novità.

OTT. Che cosa c’è di nuovo?

BRIGH. El maestro de casa no se trova.

OTT. Come non si trova?

BRIGH. In camera nol gh’è, e no gh’è più né i so bauli, né gnente della so roba. El s’ha cercà per mezzo Napoli, e nol se trova.

OTT. Ha portato via qualche cosa?

BRIGH. Per quanto el credenzier, el cogo e mi abbiemo fatto diligenza, no podemo dir che manca gnente.

OTT. Perché dunque credete voi se ne sia andato, dopo otto giorni ch’egli era al mio servizio?

BRIGH. Mi, lustrissimo, ghe dirò el perché. Perché l’ha ordenà al sior segretario de revederghe i conti della settimana.

OTT. Ma io costumo così. Ogni settimana fo i conti al maestro di casa.

BRIGH. E lu, che sta cossa no ghe comodava, el se l’è sbignada([2]).

OTT. Ho piacere che se ne sia andato. Mi avrà portato via qualche zecchino, ma non importa. Se io era uno di quelli che fanno i conti una volta al mese, mi avrebbe portato via molto più. Mi converrà provvederne un altro. Ma frattanto chi supplirà alle di lui veci?

BRIGH. Vusustrissima cognosse i so servitori. La sa de tutti l’abilità, la sa de chi la se pol fidar, onde no la pol fallar.

CAM. Illustrissimo; io ho servito tre anni per maestro di casa.

OTT. Dove?

CAM. In una città che si chiama Vipacco.

OTT. Vipacco? Dov’è questo Vipacco?

CAM. Nel principio della Germania, fra il Friuli tedesco e la Stiria.

OTT. Io ho viaggiato quasi tutta l’Europa, e non mi sovviene questa città. Parmi aver sentito dire, che Vipacco sia una piccola villa.

CAM. Oh illustrissimo no; è una città. (L’ho detta, bisogna sostenerla). (da sé)

OTT. Bene, sarà. Chiamatemi il bibliotecario. (a Brighella)

BRIGH. La servo. (parte)

SCENA TERZA

Il conte Ottavio ed il cameriere, poi il bibliotecario e Brighella.

OTT. Chi avete servito? (al Cameriere)

CAM. Un cavaliere di quel paese.

OTT. Quanto vi dava di salario?

CAM. Tre zecchini il mese, e le spese.

BIBL. Eccomi a’ suoi comandi.

OTT. Portatemi il tomo di Martiniè, lettera V.

BIBL. La servo subito. (parte)

CAM. (Ora leggerà, e non si ricorderà più di Vipacco). (da sé)

OTT. Da vestire.

BRIGH. Subito. (parte)

OTT. A Napoli, avete servito da cameriere?

CAM. L’ho fatto per necessità.

SCENA QUARTA

Brighella con l’abito, va per metterlo ad Ottavio, e detti.

CAM. Date qua, non tocca a voi.

BRIGH. Son servitor anca mi.

CAM. Gli staffieri non mettono le mani addosso ai padroni. (gli prende l’abito e veste Ottavio)

BRIGH. (Chi sa che un zorno la fortuna no me fazza buttar zo sta livrea). (da sé)

SCENA QUINTA

Il bibliotecario col libro, e detti.

BIBL. Eccola servita.

OTT. (Prende il libro, lo mette sul tavolino, siede e legge)

CAM. (Se io arrivo a esser maestro di casa, voglio far abbassar l’albagìa a questi staffieri). (a Brighella)

BRIGH. (Me confido che el padron l’è un cavalier de giustizia). (al Cameriere)

OTT. Signor maestro di casa. (al Cameriere)

CAM. Illustrissimo.

OTT. Venga qua, signor maestro di casa.

CAM. Grazie alla bontà di V.S. illustrissima.

OTT. Ella ha servito a Vipacco.

CAM. Illustrissimo sì.

OTT. Vipacco, borgo d’Italia nel Friuli, nella Contea di Gorizia, vicino alla sorgente d’un fiume da cui prende il nome. (leggendo)

CAM. Mi creda, illustrissimo...

OTT. Siete un briccone. Andate via subito dal mio servizio.

CAM. Ma perché?...

OTT. Andate in questo momento.

CAM. La supplico per carità.

OTT. Meno repliche.

CAM. Pazienza! Me ne anderò.

BRIGH. (Signor maestro di casa, la reverisco). (al Cameriere)

CAM. (Sian maledetti i libri, e quei che li stampano). (da sé, parte)

BRIGH. (Questa la godo, da galantomo). (da sé)

OTT. Un servitore bugiardo non fa per me.

BIBL. V.S. illustrissima è di buon gusto in tutte le cose, e lo è ancora nella scelta dei servitori.

OTT. Sì, i miei servitori li pago bene. Do loro un salario che difficilmente avranno da un altro; li premio e li regalo, ma voglio che abbiano tre ottime qualità: puntualità, attenzione e pulizia.

BRIGH. (L’è un padron adorabile! Per lu me butteria nel fogo. Bel servir un padron generoso!) (da sé)

OTT. Brighella.

BRIGH. Illustrissimo.

OTT. Quanti anni sono, che siete in casa mia?

BRIGH. Sarà dodes’anni, e me par dodese zorni. Ho sempre ringrazià el cielo d’esser al servizio d’un cavalier tanto benigno come V.S. illustrissima, e spero de terminar in sta benedetta casa i mi zorni.

OTT. Io non ho mai avuto a dolermi del vostro servizio; siete un uomo fedele, siete onorato e civile; perciò destino appoggiare a voi il carico di maestro di casa.

BRIGH. Illustrissimo, no so cossa dir; resto attonito e mortificà; la consolazion me leva el respiro, e no trovo termini per ringraziarla.

OTT. Il ringraziamento che avete a farmi, sarà l’attenzione e la fedeltà del vostro servizio.

BRIGH. Spero che V.S. illustrissima non averà da dolerse della mia mala volontà; circa l’abilità, farò tutto per ben servirla.

OTT. Oh via, andate a deporre la livrea. Dite alla donna di governo, che vi dia due abiti da campagna del mio guardaroba.

BRIGH. Grazie alla carità de V.S. illustrissima.

OTT. Come state di biancheria?

BRIGH. Grazie al cielo, gh’ho el mio bisogno.

OTT. Ricordatevi di tenere in soggezione quei della famiglia bassa. Trattateli bene, ma fateli servire. Io do ai miei staffieri e ai miei lacchè, come sapete, danari per le cibarie; ma quello che avanza alla tavola, ho piacere che si distribuisca a quella povera gente. Questa distribuzione fatela voi, e fatevi merito presso di loro, acciò vi amino e vi rispettino, poiché a me non è lecito invigilare sulle minute cose della famiglia, e un buon maestro di casa può regolarla mirabilmente.

BRIGH. Circa al trattamento della tavola, comandela che seguita sul piede solito?

OTT. Sì, già lo sapete. Alla mia tavola hanno da poter venire gli amici senza essere invitati. Dodici coperte ordinariamente si preparano dal credenziere, e se cresce il numero delle persone, si aggiungono de’ tavolini. Due portate di sei piatti l’una è il mio ordinario. Qualche volta si levano le zuppe e si cambiano i laterali, e i dodici piatti si fanno diventar sedici; ma una tavola di dodici piatti caldi è cosa discreta per un pranzo di tutti i giorni. Il vino della mia cantina per pasteggiare è assai buono. Due fiaschi e due bottiglie si daranno ogni giorno, e all’ultimo il rosolio ed il caffè. La sera non si fa cena. Chi vuol mangiare, ordini a voi ciò che vuole; e fateli servire nella loro camera. Questo è il mio ordinario. Nelle occasioni di trattamento, vi darò io le commissioni, a misura dell’impegno in cui mi troverò. Siate economo nello spendere, insinuate al cuoco di variar sempre nei piatti, di farli saporiti e di gusto, ma che non getti superfluamente; mentre tutto quello che io spendo, ho piacere che si goda, e se spendo sei, desidero, se si può, farlo comparire per dieci.

BRIGH. Ho inteso benissimo, e V.S. illustrissima sarà servida.

OTT. Sentite, se volete fare la vostra fortuna, se volete migliorar condizione, se volete stabilirvi un pane per la vecchiaia, non cercate di farlo con mala arte da voi medesimo, ma portandovi bene, datemi campo che lo possa far io, per rimunerazione della vostra fedel servitù.

BRIGH. Con un padron che cognosse, e premia, e benefica, bisogna esser fedeli per forza: ma chi tratta mal, ma chi è ingrato colla povera servitù, no se pol far amar, e poche volte trova zente fedel. (parte)

SCENA SESTA

Il conte Ottavio ed il bibliotecario, poi un altro cameriere

BIBL. Mi consolo ch’ella abbia fatta un’ottima scelta. Brighella è un uomo di garbo.

OTT. Lo conosco, e perciò lo rimunero. Chi vuol tenere in dovere la servitù, è necessario farle sperare il premio alle sue fatiche. Vedendo che il padrone benefica, ognuno lo serve con attenzione.

BIBL. Comanda altro da me?

OTT. Avete fatta la divisione de’ libri antichi da’ libri moderni?

BIBL. Sì signore.

OTT. Quai sono i più?

BIBL. I moderni.

OTT. In questo secolo tutti scrivono, tutti stampano.

BIBL. I libri vecchi si sono resi inutili.

OTT. Perché?

BIBL. Perché gli autori moderni non hanno fatto che copiar dagli antichi, e abbiamo dagli scrittori del nostro secolo tutto quello che è stato detto e ridetto nei secoli oltrepassati.

OTT. Sì, ma sono necessari gli autori antichi per ricorrere ad essi, e confrontare ed intendere le proposizioni dei moderni.

BIBL. Sappia, signore, che sto ancor io facendo una piccola fatica.

OTT. Sì? In che cosa vi divertite?

BIBL. Fo un libro intitolato il Pasticcio. Da tutti i libri della libreria prendo qualche cosa, e formo un’opera che potrà dirsi universale.

OTT. Caro bibliotecario, non fate questa fatica. Di tali opere il mondo è pieno. Di questi pasticci ve n’è abbondanza.

BIBL. Lo fo per impiegare con profitto le ore dell’ozio.

OTT. Impiegatele a leggere. Non vi fermate a imparare a memoria i frontespizi de’ libri, gl’indici e le sentenze, per comparire fra gl’ignoranti un uomo di erudizione: studiate fondatamente, e con metodo, se volete essere un uomo dotto.

BIBL. In oggi vi sono tanti bei dizionari, che facilmente un uomo si può erudire.

OTT. In oggi non si studia più un’arte con fondamento. Si ricorre al dizionario, si apprende la cosa superfizialmente, si fa un embrione nella fantasia, non si digerisce bene veruna cosa, e gli uomini stessi diventano indici e dizionari.

BIBL. Dunque i dizionari non sono utili ed apprezzabili?

OTT. Sì, lo sono per gli uomini che già sanno, non per quelli che hanno da apprendere, e lo fanno coi repertori.

BIBL. Se non mi comanda altro, torno in libreria.

OTT. Signor Indice, la riverisco.

BIBL. Vado a divertirmi col mio Pasticcio. (parte)

OTT. Sarà un pasticcio di pasta a vento, fatto sul gusto della sua testa.

CAM. Illustrissimo, il signor Pantalone de’ Bisognosi.

OTT. Venga, e fino ch’egli sta meco, non ricevo ambasciate.

CAM. La signora contessa ha mandato a vedere se V.S. illustrissima è impedita.

OTT. Dite alla contessa mia cognata, che or ora sarò di sopra a prendere la cioccolata con lei. (Cameriere parte) Mia cognata è una donna curiosa. Pretende farsi rispettar assai per esser superba, e s’inganna di gran lunga. Grandezza di nascita e umiltà di tratto costituiscono il vero merito della nobiltà.

SCENA SETTIMA

Pantalone e detto.

PANT. Servitor umilissimo a vusustrissima.

OTT. Ben venga il mio amatissimo signor Pantalone, sedete qui presso di me.

PANT. Come la comanda.

OTT. Che cosa abbiamo di nuovo?

PANT. Gieri ho vendù le volpe de Moscovia, e avemo vadagnà in sto negozio dusento zecchini, netti da capital e da spese.

OTT. Buono, in due mesi non si poteva guadagnare di più.

PANT. Se la comanda, gh’ho portà i cento zecchini della so parte.

OTT. Sì, date qua. Questi serviranno per fare un miglior accoglimento a mio nipote, che a momenti s’aspetta di ritorno da Roma.

PANT. Comandela veder tutto el ziro del negozio, la compra, la vendita e le spese?

OTT. Per ora no. Facciamo così. Notiamo che ho ricevuto da voi cento zecchini. Da qui a qualche giorno faremo fra voi e me un poco di bilancio.

PANT. (Cava il libro) Co la comanda, sarò sempre pronto. Fin adesso tutti i nostri negozi i xe andai ben. I quaranta mille ducati, che la m’ha dà da negoziar, unidi a altri vinti mille dei mii, i ha buttà pulito.

OTT. Vi dirò, signor Pantalone; per vivere da mio pari, e per trattarmi in una maniera conveniente al mio grado, ho rendite sufficienti, e non ho bisogno di procacciarmi profitti; a me piace far qualche cosa di più. Godo trattarmi nelle occasioni con qualche magnificenza; amo di farmi voler bene dalle persone, coltivarmi gli amici, godere il mondo, e per ciò fare, mi conviene eccedere le misure del mio patrimonio. Se con imprudenza volessi intaccare i miei capitali, come pur troppo tanti fanno, sarei degno di riprensione, e col tempo mi renderei ridicolo. Ho ritrovato pertanto questa miniera. Negozio con voi e un capitale di quaranta mila ducati mi fa stare allegro, senza alterare il sistema della mia casa, senza sconvolgere l’economia.

PANT. Ella xe un cavalier, che l’intende per el so verso. Una volta la mercatura giera el meggio patrimonio delle case nobili. Anca in ancuo([3]) in qualche città corre sta massima, e el negoziar no tol gnente alla nobiltà. Bisogna uniformarse al sistema del liogo dove se abita, e per el proprio decoro bisogna anca dissimular. Onde la fa benissimo a far che i so bezzi ghe frutta e el frutto gòderlo e devertirse.

OTT. Per altro sono assai fortunato, per aver ritrovato in voi un uomo di vera puntualità.

PANT. Fazzo el mio debito, e gnente de più. Donca l’aspetta so sior nevodo?

OTT. Sì, il contino mio nipote è uscito di collegio, e si aspetta in Napoli con ansietà, dovendosi stabilire il contratto di nozze fra lui e la marchesina Rosaura.

PANT. Un bon parentà. Una putta ricca e unica, me ne consolo infinitamente. Ma la supplico de perdon, perché no se maridela ella, invece de pensar a so nevodo?

OTT. Caro signor Pantalone, voi mi volete poco bene.

PANT. Perché disela cussì?

OTT. Se mi voleste bene, non mi consigliereste a maritarmi. Che cosa vorreste ch’io facessi di una donna al fianco?

PANT. So pur, che star colle donne no ghe despiase.

OTT. Sì, colle donne tratto e converso sempre volentieri, ma colla moglie mi annoierei in capo a tre giorni.

PANT. Se la fusse una muggier bona, no la se stufaria.

OTT. Trovatemi una moglie buona, e mi marito domani.

PANT. Mo no la crede che ghe ne sia de bone?

OTT. Sì, ve ne saranno, ma è come un terno al lotto. Uno contro cento diciassettemila quattrocento ottanta.

PANT. E pur m’impegneria de trovarghe una muggier bona e de so soddisfazion.

OTT. Orsù, per farvi vedere che vi amo e vi stimo, voglio prender moglie; voglio prendere questa buona dama, che voi mi proponete; ma con questa condizione, che voi mi abbiate a fare la sicurtà che veramente sia buona, e buona si mantenga, e tale non riuscendo, che abbiate voi a pagarmi venti mila ducati.

PANT. Mo sta sigurtà no la posso miga far.

OTT. Dunque non siete sicuro che ella sia buona.

PANT. La xe bona, ma la poderia deventar cattiva.

OTT. Ed io col dubbio ch’ella sia buona, e col pericolo che possa diventar cattiva, l’ho da prendere? Signor Pantalone, pensiamo alle volpi di Moscovia, che profittano più delle femmine da marito.

PANT. No so cossa dir. La fazza quel che la crede meggio, ma a tutto Napoli despiase, che vusustrissima no se marida.

OTT. Gente che invidia il mio bene.

PANT. E quante dame aspira all’onor delle so nozze!

OTT. Non credo a nessuna.

PANT. E pur ghe ne xe assae, che ghe vuol ben.

OTT. Mi vogliono bene? Povero signor Pantalone! quanto siete buono! Amano i miei poderi, la mia tavola, le mie carrozze. Le conosco, le conosco, non mi lascio gabbare.

PANT. La le tratta però volentiera.

OTT. Sì; mi burlo di loro, come esse si burlano di me. Fingo di non capire, per goder meglio la scena. Mi vogliono bene? Maledette! Se arrivassero a innamorarmi, povero me!

PANT. Ma perché donca le trattela?

OTT. Con qualcuno si ha da conversare. Poco più, poco meno, tutti al mondo vivono d’impostura, e chi è di buon gusto, dissimula quando occorre, gode quando può, crede quel che vuole, ride de’ pazzi, e si figura un mondo a suo gusto.

PANT. Vorla che ghe diga, che me piase assae sto modo de pensar?

OTT. Signor Pantalone, avete nulla da comandarmi?

PANT. Gnente, ghe levo l’incomodo.

OTT. Via; approfittiamo del tempo, che è cosa preziosa. Voi lo potrete impiegar bene co’ vostri traffichi: io non lo getto inutilmente. Lo distribuisco all’economia della casa, allo studio, al carteggio, alla lettura de’ buoni libri, al maneggio di qualche affare serioso, alla tavola, alla conversazione, e qualche volta a far un poco all’amore.

PANT. Donca la fa l’amor?

OTT. Sì; io fo all’amore, come il gatto fa all’amore colla bragiuola, che sta cocendosi sulla gratella: la guarda, ma non la tocca.

PANT. Oh, che caro sior conte...

OTT. Chi è di là?

SCENA OTTAVA

Il Cameriere e detti.

OTT. Servite il signor Pantalone. (al Cameriere)

PANT. Ghe fazzo umilissima reverenza.

OTT. State sano.

PANT. (Co vegno qua, no andarave mai via. El gh’ha un descorso che incanta). (da sé) Bondì a vusustrissima. (parte, accompagnato fino alla porta dal Cameriere)

OTT. Buon galantuomo! Non sa più di così. Crede che la sua visita abbia a occuparmi una mezza giornata. Cameriere.

CAM. Signore.

OTT. Il segretario ed il maestro di casa. (al Cameriere)

CAM. Sono in anticamera.

OTT. Che vengano, e voi non partite. (il Cameriere li fa entrare)

SCENA NONA

Il segretario, Brighellas’inchinano; e detti.

OTT. Segretario, rispondete a queste tre lettere. Alla prima termini generali: che mi farò gloria nelle occasioni di servire il raccomandato. Alla seconda con brio: che nel servire la virtuosa raccomandatami, non avrò merito alcuno, mentre il piacer di trattarla ricompenserà moltissimo le mie attenzioni. Alla terza, grave: che mi dispiace esser prevenuto, e non soglio favorire che la giustizia. Brighella, andrete a pagare due casse di vino che ho ricevuto. Rivedrete il conto del sarto. Per oggi, se vien mio nipote, duplicate la tavola. Tenete, questi sono trenta zecchini. Cameriere, andate dalla marchesina Rosaura, a vedere come ha riposato la scorsa notte. Fate la stessa ambasciata a donna Eleonora, sua zia. Segretario, leggete questo memoriale, e fate le due lettere di raccomandazione per l’oratore, a tenor dell’istanza. Avvertite che il pranzo sia magnifico. (a Brighella) Che l’ambasciata sia fatta a dovere, prima colla marchesina, e poi a donna Eleonora. Accompagnatemi da mia cognata. (al Cameriere, e parte)

BRIGH. (Gran testa!) (parte)

CAM. (Gran mente!) (parte)

SEGR. (Gran cavaliere di buon gusto!) (parte)

SCENA DECIMA

Camera della contessa Beatrice.

La contessa Beatrice e la baronessa Clarice

BEAT. Così è, cara cugina; oggi si aspetta mio figlio.

CLAR. È vero che vi è trattato di nozze fra lui e la marchesina Rosaura?

BEAT. Sì; vi è questo trattato, ma non si concluderà.

CLAR. Per qual ragione? La marchesina è nobile e ricca.

BEAT. Non si concluderà, perché ha preteso di voler fare questo partito il conte mio cognato.

CLAR. Come zio del contino, lo doveva fare.

BEAT. Lo doveva fare? Cugina ve ne intendete poco. Io sono la madre di Florindo: a me tocca a trovargli una sposa; e se ha da venire una nuora in questa casa, io l’ho da sapere prima d’ogni altro.

CLAR. Cara cugina, perdonatemi, se vi parlo con libertà. Non vi piccate di ciò, mentre il conte Ottavio è un cavaliere prudente; e quello che ha fatto, l’avrà fatto per utile della famiglia.

BEAT. Mio cognato è un uomo prudente? È uno scialacquatore, un prodigo, che rovina la casa e precipita suo nipote.

CLAR. Tutto Napoli lo decanta per uomo savio.

BEAT. Tutti non sanno quel che so io. Le rendite della nostra casa non possono mantenere quei magnifici trattamenti, quelle grandiose spese ch’egli è solito a fare.

CLAR. Ma che vorreste dire perciò?

BEAT. Ch’egli intacca i capitali.

CLAR. Non ha venduto alcun stabile.

BEAT. Voglio che mi dia la mia dote.

CLAR. Non si sa ch’egli abbia debiti.

BEAT. Quando arriva Florindo, ha da render conto della sua amministrazione.

CLAR. Credetemi, che v’ingannate.

BEAT. Non lo può fare.

CLAR. Voi non potete sapere i suoi interessi.

BEAT. So tutto; e vi dico che manda in malora la casa, e glielo direi in faccia.

CLAR. Cugina, non vi torna conto a disgustarlo.

BEAT. Io non ho paura di lui.

CLAR. È un cavaliere che non lo merita.

BEAT. Sì, sì, è un cavaliere che non lo merita. Ora me ne avveggo. Da qualche tempo in qua il signor conte vi fa da cicisbeo.

CLAR. Questo nome di cicisbeo riguardo a me non gli conviene. I miei genitori non hanno pensato prima di morire a collocarmi; sono in un’età che so discernere il bene e il male, ma sono una fanciulla nobile, una dama onorata; non arrischierò in conto veruno il mio credito; ma se la fortuna mi offerirà le sue chiome, non sarò tarda nell’afferrarle.

BEAT. Dunque se il conte Ottavio volesse far la pazzia di maritarsi, voi non avreste difficoltà d’accettar la sua mano.

CLAR. Perché chiamate col titolo di pazzia un’inclinazione ch’egli aver potesse pel matrimonio?

BEAT. Si ha da ammogliare mio figlio. La nostra casa non può soffrire l’incomodo di due matrimoni.

CLAR. Cugina, questa non è casa vostra.

BEAT. Come! Non è casa mia?

CLAR. Casa vostra è a Porta Capuana.

BEAT. Qui c’è la mia dote.

CLAR. Questa è una cosa che facilmente si porta da un luogo all’altro.

BEAT. Vi è mio figlio.

CLAR. Non è bambino, e poi il zio paterno è il custode legittimo del nipote.

BEAT. A quel che sento, voi avete disposte le cose di questa casa; voi siete vicina ad esserne la padrona.

CLAR. Io non ho alcuna sicurezza di ciò, ma quando l’avessi...

BEAT. Ecco il signor conte, sarà venuto per lei. (con ironia)

CLAR. Per levarvi di pena, me n’anderò.

BEAT. Oh, non commetta questo mal termine. (come sopra)

SCENA UNDICESIMA

Il conte Ottavio e dette.

OTT. Riverisco la signora cognata.

BEAT. Serva sua. (sostenuta)

OTT. M’inchino alla signora baronessa Clarice.

CLAR. Serva umilissima, signor conte.

OTT. In che si divertono lor signore?

CLAR. Io parto in questo momento.

OTT. Forse perché sono venuto io?

BEAT. Sì signore, perché siete venuto voi, la modestia la fa partire.

OTT. Signora mia, non son venuto per far alterare la vostra modestia. (a Clarice)

CLAR. Mia cugina si prende spasso di me. (al Conte)

BEAT. Ed ella si prenderebbe spasso con voi. (al Conte)

OTT. La signora baronessa è una damina che merita tutto.

CLAR. Voi mi mortificate.

BEAT. Signor conte, mi rallegro con lei.

OTT. Via, cara cognata, non m’invidiate questo poco di bene.

BEAT. Anzi, per darvi piacere, me n’anderò. (vuol partire)

OTT. No, no, trattenetevi. Siete troppo di buon carattere.

CLAR. Signore, me n’anderò io.

OTT. La contessa Beatrice non vi lascierà partire.

BEAT. Per me, se vuol andare, si serva.

OTT. Via, via, libertà di parentela. Eh signora, quando vi fate sposa? (a Clarice)

CLAR. Ah! non so che rispondere.

OTT. Poverina! Mi dispiace vedervi perder il vostro tempo.

BEAT. Se vi dispiace, consolatela.

OTT. Sentite che cosa dice la contessa Beatrice? Sarei buono io per consolarvi?

CLAR. Signor conte, a rivederla. (s’incammina)

OTT. Per amor del cielo, non partite sì presto.

BEAT. Siete molto riscaldato, signor conte.

OTT. Sì, sono sulle furie. (a Beatrice, scherzando)

BEAT. Vi piace la signora Clarice?

OTT. Capperi! a chi non piacerebbe? Guardate che occhietti furbi!

CLAR. (Se dicesse davvero, felice me!) (da sé)

BEAT. Questo è un matrimonio che si potrebbe fare.

OTT. (Zitto, non dite questa bestialità). (a Beatrice) Ah baronessa! Mi volete bene?

CLAR. Signore, a una figlia nubile non conviene rispondere.

OTT. Sentite: se non mi rispondete colla bocca, capisco da’ vostri occhi che cosa mi volete dire.

CLAR. Siete troppo furbo.

OTT. Da voi a me, non so chi ne sappia più.

CLAR. Eh, signor conte...

OTT. Via, terminate.

CLAR. Cugina, a rivederci. (vuol partire)

OTT. Sentite, sentite.

CLAR. Non voglio sentir altro.

OTT. Una parola, una parola.

CLAR. E così? (torna indietro)

OTT. Cari quegli occhi!

CLAR. Il diavolo che vi porti. (Mi sento che non posso più). (da sé, parte)

SCENA DODICESIMA

La contessa Beatrice ed il conte Ottavio, poi un cameriere

OTT. Io crepo dalle risa.

BEAT. Voi ridete, e Clarice si lusinga.

OTT. (Ora le vuò dar gusto). (da sé) Ma cara signora cognata, per questi umani riguardi vorreste permettere che un povero galantuomo avesse a patire?

BEAT. Eh, non siete più ragazzo.

OTT. Appunto per questo. Quando io era ragazzo, poteva sperar qualche buona avventura; ora, se non mi marito, per me non vi è altro.

BEAT. Dunque vi volete ammogliar davvero?

OTT. Se trovassi chi mi volesse, perché no?

BEAT. Trovereste anche troppo da rovinarvi.

OTT. Si è rovinato anche il povero mio fratello, posso rovinarmi ancor io.

BEAT. Mi maraviglio di voi. Vostro fratello ha avuto una moglie savia.

OTT. Oh perdonatemi, non mi ricordava che foste voi la vedova di mio fratello.

BEAT. Volete empire questa casa di donne?

OTT. Sì: più donne che vi saranno, avremo più amici che ci verranno a trovare.

BEAT. Che caro signor cognato! L’avete trovata la sposa?

OTT. Ne ho tre o quattro, e non so chi scegliere.

BEAT. Prendetele tutte.

OTT. Se potessi, perché no?

BEAT. Volete che ve la dica: vi crescono gli anni, e vi scema il giudizio.

OTT. Avanti che vada il resto, vo’ prender moglie.

BEAT. E mio figlio?

OTT. La prenda anch’egli.

BEAT. Due matrimoni in una volta?

OTT. Io non entro nella sua camera, né egli nella mia.

BEAT. Due spose in una casa?

OTT. Vi sono dei letti anche per otto.

BEAT. Mi sento rodere dalla rabbia.

OTT. Poverina, vi compatisco. Vorreste un pezzo di marito anche voi?

BEAT. Meritereste ch’io lo facessi.

OTT. Capperi! sarebbe un gran castigo.

BEAT. Porterei la mia dote fuori di casa.

OTT. Mi confido che vi andereste anche voi.

BEAT. Mi dispiacerebbe per il mio figliuolo.

OTT. Oh, grand’amore è quello dei genitori verso i figliuoli! Non vedo l’ora anch’io di vedermi d’intorno tre o quattro bambini, che mi consolino.

BEAT. Voi lo fate per farmi arrabbiare.

OTT. Voi vi arrabbierete, ed io mi goderò la bella sposina.

BEAT. Ancora nol posso credere.

OTT. Signora cognata, osservate questo bell’anello.

BEAT. Questo è un anello da sposa.

OTT. E de’ belli!

BEAT. L’avete comprato per vostro nipote?

OTT. L’ho comprato per la mia sposa.

BEAT. Mi vien un caldo, che non posso più.

OTT. (Far arrabbiar le donne è la più bella cosa del mondo!) (da sé)

CAM. Illustrissima, la signora donna Eleonora manda l’ambasciata che vorrebbe riverirla.

OTT. Oh cara donna Eleonora! È una vedovina garbata.

BEAT. Anche questa vi piace?

OTT. A me piacciono tutte.

BEAT. È sola? (al Cameriere)

CAM. È colla marchesina sua nipote.

OTT. La marchesina Rosaura, che sarà vostra nuora.

BEAT. Mia nuora? Ditele che non ci sono. (al Cameriere)

OTT. Oh spropositi! Mi maraviglio di voi, signora cognata. In questo c’entro ancor io. Il partito di matrimonio è stato maneggiato da me, e se non la volete ricever voi, anderò nel mio quarto e la riceverò io.

BEAT. Bene, bene, la riceverò. Ditele che è padrona. (Cameriere parte) Ma su questo matrimonio vi è molto da discorrere.

OTT. Che obbietti potete avere contro di un tal matrimonio?

BEAT. A me non è stato parlato nelle convenevoli forme.

OTT. Ve n’ho parlato io.

BEAT. Io, come madre, doveva essere la prima a saperlo.

OTT. Perdonate, non ci ho pensato. Ma correggerò l’errore. Voi sarete la prima a saperlo, quando mi mariterò io.

SCENA TREDICESIMA

La marchesina Rosaura, donna Eleonora e detti.

ELEON. Contessa mia, vi son serva.

BEAT. Serva umilissima, donna Eleonora.

ROS. Signora contessa, a lei m’inchino.

BEAT. Serva, signora marchesina.

OTT. Gentilissime dame.

ELEON. Serva. (siede)

ROS. Serva. (siede)

ELEON. Siamo state colla marchesina mia nipote a ritrovar mia sorella, e nello stesso tempo l’ho condotta a far il suo dovere con voi.

BEAT. Vi ringrazio che abbiate fatta per mia cagione una visita di più.

ROS. Sono obbligata al signor conte, che mi ha favorito di mandar a vedere se ho riposato bene.

OTT. È un’attenzione dovuta dal mio rispetto ad una dama di tanto merito.

ELEON. Anch’io ho avuto la stessa finezza: non so se per grazia, o per accidente.

OTT. Per la premura ch’io aveva d’aver nuove del vostro stato. (ad Eleonora)

ELEON. Non son degna delle vostre premure.

OTT. Anzi niuna cosa mi preme più della vostra grazia.

BEAT. (Maledetto quel mio cognato; s’attacca con tutte). (da sé)

ELEON. (Se dicesse davvero, felice me!) (da sé)

OTT. Signora sposina, voi mi parete malinconica.

ROS. Eppure internamente non lo sono.

BEAT. È sposa la signora marchesina? Me ne rallegro.

ELEON. Voi lo sapete meglio d’ogni altro. (a Beatrice)

BEAT. Io? Non so nulla.

ELEON. Signor conte, donde nasce questa indolenza della signora contessa?

OTT. Nasce dalla bizzaria del suo spirito. Ella sa benissimo che si è verbalmente concluso il trattato di nozze fra la signora marchesina Rosaura ed il contino Florindo mio nipote; sa la dote stabilita; sa i patti concordati; sa che l’affare è nelle mie mani; tutto sa, di tutto è contenta, e intende fare uno scherzo alla sposa, mostrando che una tal nuova le rechi qualche sorpresa.

BEAT. È vero; tutte queste cose le so, ma non per parte della signora marchesina.

ROS. Perdoni, signora contessa, io sono in un grado da non dovermi impacciare in tali affari; ma quand’anche avessi potuto dispor di me stessa, non sarei venuta io a domandare lo sposo.

ELEON. Si aspettava che la signora contessa Beatrice venisse a favorirci, e darci qualche segno del suo aggradimento.

BEAT. Orsù, io non sono stata ricercata a principio, e non voglio saperne nulla in avvenire. Della mia dote farò quello che mi parrà.

OTT. Non crediate già, signora cognata, che si voglia assicurar la dote della sposa colla vostra. Io mi obbligo ed io ne sarò responsabile unitamente al nipote.

BEAT. Mio figlio non ha ancor prestato l’assenso.

OTT. Lo presterà, lo presterà.

BEAT. Forse sì, e forse no.

OTT. Lo presterà, lo presterà.

BEAT. (Mio cognato mi fa crepare di rabbia). (da sé)

CAM. Illustrissima, è arrivato il signor contino.

BEAT. Mio figlio? (s’alza)

OTT. Trattenetevi con queste dame. Anderò io ad incontrarlo.

BEAT. Signor no, signor no; è mio figliuolo, voglio io vederlo prima di tutti. (parte col Cameriere)

SCENA QUATTORDICESIMA

Il conte Ottavio, donna Eleonora e la marchesina Rosaura.

OTT. Buon viaggio a lei. Signore mie, non fate caso del temperamento di mia cognata.

ROS. Ma io sono in grado di doverne far caso; poiché se avessi a essere la di lei nuora, mi metterebbe in pensiero il soffrirla.

ELEON. Signor conte, favorite, venite qui, sedete in mezzo di noi e discorriamola, giacché non vi è la contessa Beatrice.

OTT. Oh, fortunatissima occasione d’essere fra due belle dame. (siedono)

ELEON. Che dite di mia nipote, non è una giovine di tutto garbo?

OTT. Sì certamente, ha uno spirito delicato. È una di quelle che innamorano più tacendo, che parlando.

ROS. Avete ragione, poiché sono scipite le mie parole.

OTT. No, signora, mi spiego. Le vostre parole ripiene di modestia ponno mettere in soggezione un amante: ma i vostri occhi a dispetto vostro innamorano. (Tutte le donne hanno piacere a sentir lodare i loro occhi). (da sé)

ELEON. Non dico per dire, ma il conte Florindo potrà chiamarsi felice, se avrà una sposa di tal carattere.

OTT. Certamente, una sposa sì degna mi fa invidiare la sorte di mio nipote.

ROS. Signore, voi vi prendete spasso di me.

ELEON. Caro conte, dite il vero, vi ammogliereste voi?

OTT. Io non ho giurato di non prender moglie.

ELEON. Quanto sarebbe meglio per la vostra casa, che voi vi accompagnaste! Questo vostro nipote, non si sa come possa riuscire.

ROS. Egli è nato dalla contessa Beatrice, non si può sperare che sia un agnello.

ELEON. Voi siete un cavaliere pieno di ottime qualità.

ROS. Felice quella sposa, che fosse degna d’un tal consorte.

OTT. Signore mie, voi mi fate entrare in superbia. In verità mi fate venire la voglia di matrimonio.

ELEON. Se vi dichiarate, non vi mancheranno partiti.

ROS. Voi meritate d’esser preferito ad ogni altro.

OTT. Marchesina, mi preferireste voi a mio nipote?

ROS. Signore, la mia età non mi permette rispondervi.

OTT. Eh, avete detto tanto che basta.

ELEON. No, conte, l’età di Rosaura non è proporzionata alla vostra. A voi si conviene una dama che sappia conoscere il vostro merito.

OTT. Una vecchia io non la voglio.

ELEON. Non dico vecchia; ma non tanto giovane.

ROS. (La cara signora zia parla per se medesima). (da sé)

OTT. Vorrebbe essere, per esempio, così della vostra età.

ELEON. Per l’appunto. Vi tornerebbe a maraviglia.

OTT. E se fosse vedova, anderebbe bene?

ELEON. Meglio per voi.

OTT. Meglio per me? Di ciò, compatitemi, non sono intieramente persuaso.

ELEON. Una vedova ha più giudizio di una ragazza.

OTT. Che dite, signora Rosaura, siete persuasa di quello che dice la signora zia?

ROS. Io dico che ognuno difende la propria causa.

OTT. Via, ora tocca a voi a difender la vostra.

ROS. A una fanciulla non è lecito parlare di queste cose.

OTT. Se non la volete difender voi, la difenderò io. Voi siete una giovine di tutto garbo; non è vero, signora donna Eleonora?

ELEON. Oh! di garbo, per quanto che porta la sua età, e la scarsa educazione che ha avuto. Per altro compatitemi, nipote, per un cavaliere di spirito non sareste il caso.

ROS. Sarà come dite. Io non ho né spirito, né autorità per sostenere il contrario.

OTT. Ma, cara donna Eleonora, avete pur detto voi che il conte Florindo potrà chiamarsi felice con una sposa di tal carattere.

ELEON. Oh! per un ragazzo è bella e buona; ma per un uomo non sarebbe il caso.

ROS. (La signora zia mi fa delle buone raccomandazioni). (da sé)

OTT. Mio nipote è venuto a Napoli. Fra lui e la marchesina si è trattato il matrimonio, ma non si è concluso. Egli vi ha da prestare l’assenso, e mi dispiacerebbe infinitamente che non volesse ammogliarsi.

ELEON. In quel caso ammogliatevi voi.

OTT. Sì; in quel caso potrei io esibirmi alla marchesina.

ELEON. Oh! la marchesina non è a proposito per voi.

ROS. (Queste vedove sono invidiosissime delle fanciulle). (da sé)

OTT. (Donna Eleonora, istruitemi voi a chi in tal caso potessi io applicare). (piano a donna Eleonora)

ELEON. (Ad una donna che vi ama, ad una donna la quale, corretti i grilli della gioventù, sa conoscere il prezzo delle fiamme amorose). (piano al Conte)

OTT. (Dite bene; a suo tempo mi prevarrò del consiglio). (come sopra)

ELEON. (Parmi che il conte non mi disprezzi). (da sé)

OTT. Cara la mia marchesina, voi siete assai bella.

ELEON. Via, non la burlate più, povera ragazza.

OTT. In verità, mi piacete.

ELEON. Conte Ottavio, voi vi prendete spasso di mia nipote.

ROS. Signore, sentite che cosa dice la signora zia?

OTT. Via, cara donna Eleonora, già ci siamo intesi; ma lasciate ch’io faccia giustizia al merito della marchesina.

ELEON. Orsù, conosco che l’avete presa per mano, che la beffate. Povera nipote, non ho cuore di vederla deridere. Andiamo via. (s’alza)

OTT. Signora Rosaura, io non son capace di una mala azione.

ROS. So di che siete capace voi, e di che è capace la signora zia.

ELEON. Animo; andate avanti. (a Rosaura)

ROS. Serva umilissima.

OTT. Addio, sposina adorabile.

ROS. (Mia zia m’uccide cogli occhi). (da sé, parte)

ELEON. Che dite della sfacciataggine di mia nipote? Eh signor conte, felice quello che può sposare una donna di mezza età. (parte)

OTT. Oh che piacere! oh che divertimento! oh pazzi quelli che sospirano per le donne! Chi sa fare, se le fa correr dietro. In oggi questa è la vera regola: scherzar con tutte e non accendersi di nessuna.


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Gabinetto del conte Ottavio con libreria.

Il conte Ottavio, Brighella, poi il cameriere

OTT. Fate preparare nella camera verde.

BRIGH. Illustrissimo sì.

OTT. Il cuoco vi ha egli dato la nota de’ piatti, che ha destinato per questa mattina?

BRIGH. Illustrissimo no, nol me l’ha dada.

OTT. Sappiate, per vostra regola, che io costumo così. Voglio che il cuoco dia la nota de’ piatti coll’ordine e distribuzione loro al maestro di casa, il quale ricercato da me opportunamente, può rendermene conto, s’io voglio. In questa maniera non mi può succedere che un giorno il cuoco, per malinconia, mi faccia restare in vergogna con un pranzo cattivo.

BRIGH. El cogo farà, spero, quel che ghe ordenerò mi.

OTT. Per questa mattina voglio vedere io la lista de’ piatti.

BRIGH. Se la comanda, anderò a farmela dar.

OTT. Sì, andate, ma fate che venga il cuoco.

BRIGH. La sarà servida. (Bisognerà veder, se sto sior cogo vorrà vegnir. L’è un sior francese, che la ghe fuma). (da sé, parte)

OTT. Chi è di là?

CAM. Illustrissimo.

OTT. Il segretario. (il Cameriere va alla porta, a ordinare che venga il Segretario)

CAM. La signora marchesina Rosaura e la signora donna Eleonora ringraziano vossustrissima...

OTT. Le ho vedute. Non occorr’altro. Andate a casa della baronessa Clarice da parte mia e di mia cognata e ditele che la preghiamo di favorire a pranzo questa mattina da noi.

CAM. Illustrissimo sì.

OTT. Ditele che se vi è suo fratello e suo cognato in città, o ha qualche forestiere in casa, venga con tutta la compagnia.

CAM. Sarà obbedita. (parte)

OTT. Vo’ far onore all’arrivo di mio nipote. Ma ancor non fa grazia questo signor nipote.

SCENA SECONDA

Il segretario e detto; poi il cameriere, che parte e viene più volte.

SEGR. Eccomi a’ suoi comandi.

OTT. Scrivete.

SEGR. Obbedisco. (siede e scrive)

OTT. Madama. (detta) Sempre care mi sono le vostre lettere, ma più d’ogni altra cara mi riuscì quella de’ 10 corrente, poiché dandomi voi in essa un comando mi avete assicurato che fate qualche conto della mia servitù. Senz’altro voi sarete obbedita. Alle tenere espressioni vostre corrispondo col più sensibile aggradimento. Dieci anni sono, mi avrebbero fatto prender le poste per esser a portata d’udirle più da vicino; ma se verrete a Napoli, come mi lusingate di voler fare, i vostri begli occhi mi daranno il vigore della più fervida età, e stupirete voi stessa de’ prodigi della vostra bellezza. Conservatemi quella porzione di grazia che avete sagrificata per me; mentre fra il numero de’ vostri adoratori io mi vanto di essere con perfetta sincerità.

Madama

Vostro leale amico e serv. obbligatiss.

(si sottoscrive)

Il Conte Astolfi.

Piegate la lettera. A Madame-Madame la Comtesse Belvisi. À Rome.

CAM. Illustrissimo, vi è il medico che vorrebbe riverirla.

OTT. Dite al signor dottore, che resterà a pranzo con noi. Fatelo passare nell’altre stanze. (Cameriere parte) Il medico lo vedo più volentieri quando son sano, che quando sono ammalato.

SEGR. Perché, illustrissimo signore?

OTT. Perché, quando son sano, lo ricevo come un amico, e quando sono ammalato, lo considero come un nemico.

SEGR. Il signor dottore ha tutta la premura per la salute di V.S. illustrissima.

OTT. Non posso credere che mi desideri sano, poiché egli ricava più profitto dalle mie malattie che dalla mia salute. Avete fatte le tre lettere che vi ho ordinato?

SEGR. L’ho servita.

OTT. Lasciatemele vedere.

SEGR. Eccole.

OTT. (Legge piano)

SEGR. (Il mio padrone è adorabile, ma sa troppo, e mi pone nello scrivere in una gran soggezione). (da sé)

OTT. Più laconico, più laconico. (leggendo)

SEGR. (Dir tutto in poco non è così facile).

OTT. Questi superlativi sono caricature. (legge) Oibò, queste parole affettate non voglio che si usino. Scrivete in buon italiano, senza cercar lo stile cruschevole.

CAM. Illustrissimo, è il conte Lelio.

OTT. Ditegli che è arrivato mio nipote, che oggi resterà a pranzo con noi. Se si vuol trattenere, conducetelo nella galleria. (Cameriere parte) Segretario, questi termini di tanta umiliazione lasciateli da parte. (leggendo)

SEGR. Sono i termini dei quali si serve ella parlando.

OTT. Parlando è un conto, scrivendo è un altro. Verba volant, scripta manent. Regolatevi. Questa lettera la rifaremo insieme.

SEGR. Perdoni, illustrissimo signore.

OTT. Sì, vi compatisco. Con un poco di tempo mi servirete mirabilmente.

CAM. Illustrissimo, la baronessa Clarice.

OTT. Oh brava! Fate l’ambasciata alla contessa mia cognata. Pregatela dispensarmi per ora, sarò a chiederle scusa. (Cameriere vuol partire) Dite alla contessa Beatrice, che vi mando io: se non la riceve, avvisatemi. (Cameriere parte) Caro segretario, a un gentiluomo di provincia date del padron colendissimo? (leggendo)

SEGR. Cogli altri cavalieri ho costumato così.

OTT. Alla francese, alla francese. Monsieur.

CAM. Il signor Pantalone de’ Bisognosi. (al Conte)

OTT. Vi son altri in anticamera?

CAM. Vi è il sarto e il tapezziere.

OTT. Mandateli dal maestro di casa. Il signor Pantalone fatelo passare per l’altro appartamento, e introducetelo per di qua.

CAM. Sarà obbedita.

OTT. La contessa ha ricevuta la baronessa?

CAM. L’ha ricevuta coi denti stretti. (parte)

OTT. Già non allarga i denti, se non quando dice male del prossimo. Segretario, rifate la prima lettera, e poi questa sera ci rivedremo.

SEGR. E a quest’altra, Monsieur?

OTT. Sì, poche cerimonie.

SEGR. E a questa dama?

OTT. Qualche vezzo, qualche parola brillante.

SEGR. Non so se vi riuscirò.

OTT. Avete mai fatto all’amore?

SEGR. Illustrissimo no.

OTT. Sarete sempre di poco spirito.

SEGR. Io dubito, se m’innamorassi, che diventerei peggio.

OTT. Altro è innamorarsi, altro è far all’amore.

SEGR. Perdoni, non rilevo questa differenza.

OTT. Né io vi voglio fare il maestro.

SEGR. (In verità, che da un tal padrone vi è da imparar qualche cosa). (da sé, parte)

OTT. Il mio segretario non è tagliato sul gusto del gran mondo; ma non importa, pel mio servizio è meglio così.

SCENA TERZA

Pantalone per un’altra porta, e detto.

PANT. Servitor de vusustrissima.

OTT. Buon giorno, signor Pantalone.

PANT. I m’ha fatto vegnir per la porta da drio([4]).

OTT. Vi dirò; siccome ho ricusato ricevere altre persone, voglio evitare di essere criticato, preferendo agli altri la vostra persona.

PANT. Son vegnù a avvisarla, che me xe capità un bon negozio.

OTT. Fatelo; non avete bisogno di dirlo a me.

PANT. Ma se tratta de una compra de diesemile ducati; ho piaser che la lo sappia.

OTT. Per dir vero, è un colpo grosso. Avete il contante?

PANT. Ghe n’ho anca de più.

OTT. Che cosa si tratta di comprare?

PANT. Diamanti e perle.

OTT. Chi è il venditore?

PANT. Un persian.

OTT. Buono; porta roba del suo paese; sarà venditore di prima mano.

PANT. Certissimo; l’è de prima man.

OTT. La roba è stata veduta da altri?

PANT. L’è arrivà sta mattina, e mi son stà el primo a véderla.

OTT. I diamanti sono di grandezza estraordinaria?

PANT. Tutti mezzani.

OTT. Si esiteranno più facilmente. Le perle rotonde, bianche, uguali?

PANT. Perfettissime.

OTT. Vi par buon negozio?

PANT. Da vadagnar el doppio.

OTT. Andate subito a stabilire il contratto.

PANT. Penseremo po a esitarle.

OTT. Le perle si esiteranno per la Romagna. I diamanti si manderanno a Venezia; ma prima sceglietemi una quadriglia di tre o quattrocento scudi.

PANT. Per far qualche regaletto?

OTT. La voglio donare a mio nipote.

PANT. Credeva a qualche morosa.

OTT. Oh, in materia di regalar donne, io non l’intendo. Parole quante ne vogliono: riverenze, inchini, barzellette, protezione, qualche pranzo, qualche festa di ballo, va bene; ma regali non me ne cavano dalle mani. Se prendono amore alla mia roba, perdono l’amore a me. Se mi amano per interesse, non mi amano per affetto. Se non mi amano per affetto, che cosa ho da fare del loro amore? Una donna che mi fa buona cera per un anello, la metto del pari con quella che mi farebbe lo stesso per quattro paoli.

PANT. Bravo, me piase el so modo de pensar. A mi, co giera zovene, le me ne ha magnà assae.

OTT. E adesso che siete vecchio, come vi contenete?

PANT. Adesso che son vecchio, son seguro che le me burla, e pur me piase d’esser burlà. Se me vardo in specchio, vedo che son arso e ingrespà, e pur quando una donna me dise che paro zovene, ghe credo, e la me dà gusto, e procuro recompensar con qualche regaletto la burla che la me dà. L’omo xe amante de se stesso, ghe piase sentirse adular, e facilmente se crede quello che se desidera. Me par che el mio spirito sia l’istesso de za trenta anni. No posso dir cussì delle forze. Ma siccome regolo i mii desideri a misura della mia età, cussì no me par de aver descapità, perché no me vôi recordar le campagne della zoventù. No fazzo però che el devertimento me roba el tempo ai negozi. E che sia la verità, lasso in sto momento la più bella conversazion del mondo, per andar a concluder el negozio col mercante persian; dopo tornerò da ella, e ghe vôi contar quanto ho navegà in tel mar de Cupido, quante borrasche ho passà, in quanti scoggi ho urtà, quante poche volte ho chiappà porto; e quante volte, credendo de navegar con un bon bastimento, ho fatto naufragio, e ho squasi perso el timon. (parte)

OTT. Che vecchietto lepido e grazioso! Con queste persone di spirito tratto assai volentieri. Ciò non ostante io penso diversamente da lui, poiché egli narra essere stato dalle donne burlato, ed io fo professione di burlarmi di loro.

SCENA QUARTA

Il contino Florindo e detto.

FLOR. M’inchino al signor zio.

OTT. Benvenuto il mio caro nipote. Avete fatto buon viaggio?

FLOR. Buonissimo.

OTT. Mi hanno detto che siete di poche parole; è egli vero?

FLOR. Parlo poco per timor di parlar male.

OTT. Questa è una massima di collegio; è salvatico chi fa carestia di parole; e chi parla molto, vien preso per uomo di spirito.

FLOR. Signore, mi hanno insegnato a distinguere gli uomini di spirito da quelli di giudizio; ed ho appreso che gli uomini di spirito parlano molto, e parlano a caso, e gli uomini di giudizio parlano poco, e parlano bene.

OTT. La distinzione è verissima; le massime non possono essere migliori. Ma se voi volete passare per un uomo di giudizio, farete la conversazione da voi solo, mentre durerete fatica a ritrovare compagni. Per uno che abbia da esigere venerazione, per uno che voglia far il mestiere della serietà, va benissimo l’ostentazione del poco e bene; ma per un giovane ricco, come siete voi che ha da vivere nel gran mondo, è necessaria un poco di scioltezza di lingua. Chi parla molto, col tempo impara a parlar bene. Chi parla poco, sempre dubita di parlar male.

FLOR. Signore, mi lascerò regolare dalla vostra prudenza.

OTT. Se foste un ignorante, vorrei che taceste eternamente; ma so che avete studiato, e che di voi i maestri si contentavano.

FLOR. Ho procurato di non perdere il tempo.

OTT. Avete studiata bene la filosofia?

FLOR. Ho fatto di quella l’intiero corso.

OTT. Ma avete studiata la filosofia degli uomini?

FLOR. Ho studiata quella che chiamasi peripatetica.

OTT. Filosofia da ragazzi. Quella degli uomini ve l’insegnerò io. Buon discernimento delle cose umane. Conoscer bene i caratteri delle persone. Argomentare sugli accidenti che accadono. Amare, e procurare di essere amato... Eh! m’intendo dell’amor di amicizia; non crediate ch’io vi voglia insinuare quello di che vi dovrei correggere. Benché per altro, senza far torto alle massime rigorose che vi saranno state insinuate, posso parlarvi di un’altra specie d’amore. Contino mio, già saprete ch’io vi ho preparata una sposa. Che? Diventate rosso? Oh che buon ragazzo! Ma perché arrossire? In verità, mi vien voglia di filosofare sul vostro rossore. L’alterazione de’ colori del vostro viso proviene certamente da un estraordinario movimento del cuore, che al pronunciar delle mie parole si è scosso, e ha dato un moto più vigoroso al sangue, il quale è comparso in maggior copia sul viso. Se il cuore si è scosso alle mie parole, e le ha intese a tal segno, ha tutta la malizia che vi vuol per intenderle. Dunque nipote mio, nell’atto medesimo che arrossite per simulata modestia, arguisco che siete ben provveduto dell’umana malizia.

FLOR. Signore zio, voi mi mortificate.

OTT. Poverino! È una gran mortificazione in vero balzar dal collegio al talamo nuziale. Quando vedrete la sposa, vi scorderete di tutta la scolastica filosofia. Per bacco! Vedrete che giovinotta di garbo! Ah! ridete eh? Signore innocentino, ridete eh? Gran madre natura! Ella insegna le più belle cose del mondo.

FLOR. Se mi vedete taciturno e confuso è ancora perché mia madre mi ha imbarazzato la mente in una quantità di fastidiosissime cose.

OTT. Che vi ha ella detto? Che la sposa l’ho ritrovata io, ch’ella non acconsente, ch’ella non la crede degna di voi? Vi ha detto questo?

FLOR. Questo e altro che importa di più.

OTT. Vi ha ella detto ch’io dilapido il vostro patrimonio? Ch’io spendo più di quel che permettono le nostre entrate? Ch’io rovino la casa?

FLOR. Signore...

OTT. Ditemelo liberamente. Vi ha detto ella così?

FLOR. Non posso negarlo.

OTT. Nipote, sapete fare i conti? Avete studiato niente di abaco?

FLOR. Ne so quanto mi può bastare.

OTT. In due ore di tempo vi farò toccar con mano, che dopo la morte di mio fratello ho pagati seimila ducati di debiti, ed ho migliorato tutti i nostri effetti.

FLOR. Se così è, sono consolatissimo.

OTT. Lo toccherete con mano.

FLOR. Mia madre perché dice questo?

OTT. Perché è donna.

FLOR. Come, perché è donna?

OTT. Se foste stato in un collegio di donne, e non di uomini, avreste appreso che le donne per lo più pensano sempre al male; giudicano a seconda di quel che pensano, e vogliono effettivamente che sia tutto quello che hanno pensato. Contino mio, lo proverete.

FLOR. Voi mi fate passare la volontà di ammogliarmi.

OTT. Oh, se tutti dicessero così, povero mondo!

FLOR. Voi però non vi siete ammogliato.

OTT. E non mi ammoglierò.

FLOR. E volete fare questo regalo a me?

OTT. L’avete a fare per conservar la famiglia.

FLOR. Perché non potreste conservarla voi?

OTT. Orsù, andiamo subito a far una visita alla marchesina vostra sposa che sta qui vicina di casa. Se vi va a genio, prendetela; se no, a dirvela poi, non me n’importa. Circa alla casa, io penso a me, voi pensate a voi. Ognuno pensa per sé. V’è chi si dispera per non aver eredi, v’è chi dice: morto io, morto il mondo. Io sono uno di questi. Andiamo dalla marchesina. (parte)

FLOR. Che stravaganza! Passar dalla serietà del collegio al brio del gran mondo! Che vario modo di pensare hanno gli uomini! Mio zio in un quarto d’ora mi ha fatto dieci diverse proposizioni, ognuna delle quali mi sarebbe costata in altro tempo un anno di applicazione. Orsù, andiamo a veder la sposa. Questo per ora è il più bello studio, a cui mi possa applicare. (parte)

SCENA QUINTA

Camera in casa di donna Eleonora.

Donna Eleonora e la marchesina Rosaura

ELEON. Signora nipote, se farete così, non vi condurrò in nessun luogo.

ROS. Io non vi ho pregato di farlo.

ELEON. Parlate cogli uomini con un poco troppo di libertà. Arrossisco per causa vostra.

ROS. Voi mi avete più volte detto, che mi vorreste più disinvolta, che vi vergognate a condurmi nelle conversazioni a far la figura della marmotta. Mi avete insegnato dei concetti spiritosi e brillanti, ed ora per aver unicamente risposto con civiltà al conte Ottavio, mi riprendete?

ELEON. Bisogna distinguere le occasioni.

ROS. Sì, è vero, bisogna distinguere le occasioni. La nipote non ha da parlare, quando la signora zia fa le grazie.

ELEON. Voi siete un’impertinente.

ROS. Mia madre non me l’ha mai detto, e la signora zia potrebbe risparmiare di dirmelo.

ELEON. Gran pazzia ho fatto a prendermi la briga di custodirvi.

ROS. Prego il cielo di liberarvi presto da questo fastidio.

ELEON. Eh già, spasimate per volontà di maritarvi.

ROS. Non so da voi a me chi spasimi più.

ELEON. S’io avessi voluto maritarmi non sarei stata tre giorni vedova.

ROS. Ma se il conte Ottavio volesse...

ELEON. Il conte Ottavio lo nominate molto spesso, vi è restato molto impresso nella memoria.

ROS. Ogni volta che vedo voi, mi ricordo del conte Ottavio.

ELEON. Come sarebbe a dire?

ROS. Zitto, che viene il servitore.

ELEON. (Insolente!) (da sé)

SCENA SESTA

Il Servitore e dette.

SERV. Illustrissime, il conte Ottavio vorrebbe riverirle.

ELEON. Il conte Ottavio?

ROS. Il conte Ottavio?

(tutte e due in una volta)

ELEON. Ih, ih, signora nipote, siete sulle furie.

ROS. Siete venuta molto rossa, signora zia.

ELEON. Passi, è padrone.

SERV. Vi è con esso lui il signor contino suo nipote.

ELEON. Suo nipote? È venuto?

ROS. È venuto il contino? (freddamente)

SERV. Che passino.

ELEON. Sì, sì, passino. (Questa visita non è per me). (Servitore parte)

ROS. (La visita del nipote guasta quella dello zio). (da sé)

ELEON. Mi rallegro con lei, signora sposa.

ROS. Ed io con lei.

ELEON. Il signor contino verrà ad offerirle la mano.

ROS. E il signor conte verrà a lei a offerire il cuore.

ELEON. Se ciò fosse, avreste invidia?

ROS. Quando avrò veduto il contino, ve lo saprò dire.

SCENA SETTIMA

Il conte Ottavio, Florindo. Servitoreaccomoda le sedie, e poi va, e torna; e dette.

OTT. Servitore umilissimo di queste dame. Ecco qui il contino mio nipote, il quale arrivato due ore sono in Napoli, non ha voluto preterire un momento ad esercitar seco loro gli atti del suo rispettoso dovere.

ELEON. Il signor contino è gentile, quanto manieroso ed obbligante è il conte suo zio.

FLOR. Fortunati posso chiamare i primi momenti del mio arrivo a questa città, poiché ho il vantaggio di conoscere e di riverire due dame di tanto merito.

ELEON. Signore, voi abbondate di gentilezza.

ROS. Le generose vostre espressioni tanto più mi confondono, quanto meno son certa di meritarle.

ELEON. (Che vi pare? Vi dà nel genio?) (a Rosaura)

ROS. (Ha qualche cosa del zio, ma poco). (a Eleonora)

ELEON. (Anche a lei piace più il zio del nipote). (da sé; siedono)

OTT. Che dite, signor nipotino, di queste due belle dame?

FLOR. Sono entrambe adorabili.

ELEON. Ella mi burla. (con vezzo)

ROS. (Si vede che è ragazzo, non distingue l’una dall’altra). (da sé)

OTT. Questa è la signora donna Eleonora, vedova di un gran cavaliere, colonnello di S.M., il quale morì gloriosamente in battaglia.

ELEON. Ah, pur troppo morì!

OTT. Povera vedovella, non piangete. S’è morto il colonnello, non sono morti tutti gli uomini; ve ne sarà anche per voi. State allegra, non piangete.

ELEON. Voi mi fate ridere.

OTT. (Tutte le vedove che piangono il morto, si rallegrano quando pensano al vivo). (da sé)

ROS. (È innamorata morta del conte Ottavio). (da sé)

OTT. E questa è la signora marchesina Rosaura. Il marchese suo padre morì ch’ella era bambina; la povera sua genitrice morì l’anno passato, e la signora donna Eleonora sua zia le fa da madre.

ELEON. Oh! signor conte, le fa da madre? Ella mi fa troppo onore; non ho ancora l’età per saper fare da madre.

ROS. (Che ti venga la rabbia. Vuol far la bambina). (da sé)

OTT. Se non avete l’età, avete il giudizio; e poi siete stata maritata, sapete il viver del mondo.

ELEON. Non so nemmeno di essere stata maritata. Il povero colonnello, appena mi ha sposata, ha dovuto marciare, e non l’ho più veduto.

OTT. (Costei vuol passar per fanciulla). (da sé) Ma voi, nipote mio, non parlate? Vi compatisco. Un giovane che ritorna dagli studi, si confonde in una conversazione di dame. E che sì, ch’io vi fo parlare? Questa è la signora Rosaura, la quale...

ROS. Via, signor conte, non dite altro.

OTT. Oh bella! Vi vergognate anche voi? (a Rosaura)

ROS. Non mancherà tempo di discorrere con più comodo.

ELEON. Il tempo è opportuno, e non si ha da perdere inutilmente. Signor contino, già lo saprete essere mia nipote la vostra sposa.

FLOR. Un eccesso di giubbilo... m’impedisce che possa dire... quello che per ragione del cuore... vorrei esprimere... (stentatamente)

ROS. (Ragazzaccio senza garbo!) (da sé)

OTT. Povero collegiale, bisogna compatirlo. Vuol dire che il cuore gli suggerisce delle espressioni di giubbilo, ma la sorpresa fa sì che non può esprimer col labbro quello che concepisce coll’animo.

ROS. (Che brio, che sveltezza di dire!) (da sé)

ELEON. Il signor contino a poco a poco s’anderà facendo spiritoso e brillante. Sotto un zio di questa sorta non può che riuscire perfettamente.

FLOR. Signora, perdonate la mia confusione, la quale mi fa passare per zotico e male educato. Il mio spirito non suole sì facilmente abbandonarmi, e quando avrò accomodato l’animo mio a trattar colle belle dame, troverò forse i veri termini per corrispondere alle loro finezze.

OTT. Bravo nipote! Evviva.

ELEON. Viva, viva; bravo, bravissimo.

ROS. (Parole gettate lì senza grazia) (da sé)

ELEON. Che dite, marchesina? Il vostro sposo non è spiritoso?

ROS. Spiritosissimo. (con ironia)

OTT. Con licenza di lor signore, mi sono scordato domandare una cosa importante a mio nipote. Contino, sentite una parola. (si alza)

FLOR. Con permissione. (s’alza)

ELEON. (Che dite? Non è galantino?) (a Rosaura)

ROS. (Signora zia, se aveste a scegliere per voi stessa, chi scegliereste, il zio o il nipote?) (a Eleonora)

ELEON. (Per voi, che siete ragazza, è meglio il nipote, per me sarebbe più adattato lo zio).

ROS. (Da voi a me non vi è differenza. Non vi ricordate nemmeno di essere maritata).

OTT. (Ditemi il vero. Vi piace la marchesina?) (a Florindo)

FLOR. (Mi piace). (ridente)

OTT. (La prendereste volentieri per moglie?)

FLOR. (Sì signore). (ridente)

OTT. (Ve la ridete?)

FLOR. (Questa non è cosa da farmi piangere).

OTT. (Ridi, ridi fin che puoi, che un giorno non riderai). (da sé)

FLOR. (Non so in che mondo mi sia, mi par di sognare). (da sé)

OTT. Eccoci a loro; perdonino per amor del cielo. (siedono) Ho chiesto a mio nipote una cosa che mi premeva.

FLOR. Quello che mi ha chiesto mio zio, preme più a me che a lui.

ELEON. Si può sapere che cosa gli avete chiesto? (al Conte)

OTT. Domandatelo a lui.

ELEON. Io non ho questa libertà col signor contino.

ROS. Ella non ha libertà col nipote, ma collo zio.

OTT. Sì signora, voi discorretela col contino, e noi la discorreremo qui fra di noi. Giovani con giovani, e vecchi con vecchi.

ELEON. Piano con questi vecchi.

OTT. Io son vecchio.

ELEON. Non è vero: ma quando lo foste voi, non lo sono io.

OTT. Se siete giovine, non fate per me.

ELEON. Per qual causa?

OTT. Perché non mi piacciono le ragazzate.

ELEON. Via, fino che diceste donna di mezza età, ma vecchia poi..

OTT. Cara adorabile mezza età, mi volete bene? (ad Eleonora)

ROS. Signor conte, mi rallegro con lei.

OTT. Eh, badate ai fatti vostri, lasciateci stare.

FLOR. Oh che caro signor zio!

OTT. Testa di legno! Avete la sposa al fianco e non le dite quattro dolci parole? Sì! Che caro signor zio! Che caro signor nipote! Gioventù scipita! Vedete, cara donna Eleonora, che cosa è la gioventù dei giorni nostri? E per questo a me piace la mezza età. Cara la mia mezza età! (a donna Eleonora)

SERV. Illustrissimo signor conte: la signora contessa Beatrice ha mandato l’ambasciata, dicendo che l’ora è tarda e che li aspetta a pranzo.

OTT. Sì, andiamo, signora donna Eleonora, facciamo una burla a mia cognata; venite anche voi. (il Servitore parte)

ELEON. Non vorrei che questa burla spiacesse alla contessa Beatrice.

OTT. O piaccia, o dispiaccia, si mangia nelle mie camere. Signora marchesina, volete venire con noi?

ELEON. Oh! a una fanciulla non è lecito.

OTT. Sì, dite bene. Una fanciulla a una tavola! Oh no certo! Io non voglio fanciulle, voglio donne di mezz’età. (verso donna Eleonora)

ROS. Sicché, signora zia, ella anderà, ed io resterò sola.

ELEON. Che volete ch’io vi faccia? Voi non potete venire.

ROS. Pazienza! resterò sola.

ELEON. Non voglio ricusare le grazie del conte Ottavio.

ROS. Bene, andate, io resterò sola. (Bella convenienza). (da sé)

FLOR. Signor zio, potrei restar io a tener compagnia alla signora Rosaura? (ridendo)

OTT. Oh che giovine di garbo! Ci restereste volentieri?

FLOR. Se potessi.

OTT. Si sveglia mio nipote. Ci starete, ci starete. Andiamo, non facciamo aspettare i nostri commensali.

ELEON. Marchesina, abbiate pazienza.

OTT. Nipote, servite la signora donna Eleonora.

ELEON. Oh, mi perdoni. Non voglio dar gelosia alla marchesina. Mi favorisca ella, signor conte.

OTT. Sì, sì. Venite qui, la mia graziosissima mezza età. Mezza età voi, mezza età io, fra tutti due faremo un secolo. (parte con donna Eleonora e Florindo)

ROS. Mia zia si è tirato a sé il conte Ottavio, e sopra di questo non vi è per me da discorrere. Sposerò dunque il contino Florindo? Sì, lo sposerò. Ma non è tanto spiritoso, non è tanto grazioso! Non importa: per marito è bello e buono. Col marito non vi è bisogno di fare la conversazione briosa. (parte)

SCENA OTTAVA

Camera del conte Ottavio.

Il conte Lelio, il dottore e il cameriere

CAM. Favoriscano; si trattengano qui, che può tardar poco il padrone a ritornare. (parte)

DOTT. Le budella principiano a lamentarsi.

LEL. Io non ceno la sera, onde sto benissimo d’appetito.

DOTT. Perché non cena la sera? Il mangiar molto è malsano, ma il non mangiar niente niente, non è lodabile.

LEL. Vi dirò: ogni giorno si va a pranzo da qualche amico. Un giorno da uno, un giorno dall’altro; si mangia tardi; la conversazione fa mangiar molto, la sera non si può cenare.

DOTT. Qui dal signor conte Ottavio ci viene frequentemente V.S.?

LEL. Spessissimo; due o tre volte la settimana.

DOTT. M’immagino che manderà a invitarla, pregarla e supplicarla.

LEL. Oibò, vengo quando voglio, mi metto a tavola senza dirlo.

DOTT. Ma se le cagiona incomodo il pranzare fuori di casa, potrebbe tralasciar di venire.

LEL. Vi dirò, il conte è un uomo che ha vanità d’avere alla sua tavola delle persone di qualche riguardo, e perciò mi tormenta sempre ch’io venga da lui.

DOTT. (Che scroccone impertinente!) (da sé)

LEL. Siete stato altre volte a pranzo dal conte Ottavio?

DOTT. Per grazia sua, ci sono stato qualche altra volta.

LEL. Che dite? Non fa una tavola magnifica?

DOTT. Fa una tavola principesca.

LEL. Sentite. Per dirla a voi, che siete un galantuomo, io non so come faccia; le sue entrate non rendono tanto. Io so tutti i fatti suoi.

DOTT. Se non potesse farla, non la farebbe.

LEL. Eh, quante cose si fanno, e non si possono fare. Ce ne accorgeremo quanto prima.

DOTT. Questo, vossignoria mi perdoni, è un discorrere senza fondamento.

LEL. Io parlo come l’intendo. Dal conte Ottavio non ho salario.

DOTT. V.S. però mangia alla di lui tavola.

LEL. Se mangio alla sua tavola, pretendo di fargli una finezza.

DOTT. (Ma! Pur troppo è vero. Codesti gran signori si fanno mangiare la roba loro da gente ingrata, da gente che vilipende il proprio benefattore). (da sé)

SCENA NONA

Pantalone, il cameriere e detti.

PANT. Sì ben, caro, sì ben; aspetterò che el vegna, starò anca mi a disnar con ello. (al Cameriere)

CAM. Si accomodi, che or ora viene. (parte)

LEL. Signor Pantalone, la riverisco.

PANT. Servitor obbligato.

DOTT. Vi saluto, il mio caro amico. (a Pantalone)

PANT. Oh! Dottor caro, sioria vostra.

LEL. Anche voi, signor Pantalone, a pranzo col conte Ottavio?

PANT. Anca mi, a gòder delle grazie de sto cavalier.

LEL. Sì, il conte Ottavio è di buon cuore, riceve alla sua tavola ogni sorta di persone.

PANT. Come parlela, patron? Se el me riceve mi, son un galantomo, son un marcante onorato, e i omeni della mia sorte no i va alle tavole dei cavalieri a scroccar. A casa mia boggie la pignatta ogni zorno, sala? Ogni zorno se impizza fogo, e tratto anca mi alla mia tola galantomeni e amici. Se vago a disnar da qualche cavalier, lo fazzo perché son ben visto, perché me piase la conversazion, ma no distribuisso i zorni della settimana do da un, do da un altro, tre da un altro, per sparagnar la mesata, e impir la panza alle spalle dei gonzi. (con calore)

LEL. Signor Dottore, che dite della libreria del conte Ottavio?

DOTT. Ha molti libri, e buoni.

LEL. Tutta roba cattiva. Sono stato io che gli ho fatto comprare qualche buon libro, per altro egli non se ne intende.

DOTT. (Il signor Pantalone lo ha fatto discorrere della libreria). (da sé)

PANT. (Se el gh’ha recchie sto sior, el m’averà inteso). (da sé)

SCENA DECIMA

La contessa Beatrice e la baronessa Clarice, e detti.

BEAT. Signori, sarete annoiati. Vi compatisco. L’ora è tarda, non si pranza mai.

LEL. Per me, signora, non vi prendete pena, la mia cioccolata mi tien sazio per tutta la giornata.

DOTT. Dice bene il signor conte Lelio. La cioccolata del signor conte Ottavio è preziosa. Ne abbiamo bevuto una chicchera per ciascheduno.

BEAT. Questo signor conte Ottavio ha poca creanza.

LEL. Veramente far aspettare due dame è poca civiltà.

CLAR. Con me il conte Ottavio non ha da prendersi soggezione.

BEAT. In quanto a questo, molto meno con me, che son sua cognata.

LEL. Il conte Ottavio ha un’aria troppo superiore.

CLAR. Vi ha fatto forse qualche mal termine?

LEL. No; ma gli voglio bene, e mi dispiace sentirlo criticare.

PANT. Mi, la me perdona, lo sento anzi lodar, e amar, e respettar da tutti.

LEL. Eh, cosa sapete voi, che siete un ignorante?

PANT. Responderia de trionfo([5]), se no fussimo dove che semo.

DOTT. Il signor conte Ottavio, per dirla, è l’idolo di Napoli.

LEL. Eh, andate a tastare il polso ai morti.

DOTT. Padron mio, ella parla male di molto.

SCENA UNDICESIMA

Il conte Ottavio dando di braccio a donna Eleonora, e detti; poi il cameriere.

OTT. Per amor del cielo, compatite se vi ho fatto aspettare. L’appetito vi farà riuscire men cattivo il pranzo. Mangeremo con gusto, se ce ne sarà.

CLAR. È scusabile il signor conte se ha tardato mentre aveva da servire una dama.

ELEON. Se avesse egli saputo che la signora baronessa lo attendeva, sarebbe venuto più presto.

OTT. (Oh che scena oggi mi vo’ godere!) (da sé) Signore mie, i vostri complimenti interessano ancora me, ed io sono in obbligo di giustificarmi con tutte due. La signora donna Eleonora aveva de’ motivi da trattenermi. La signora baronessa ha delle ragioni da rimproverarmi. Chi è al di sotto, mi scusi, e chi è al di sopra, ci stia.

CLAR. (Che razza di parlare ch’io non intendo!) (da sé)

ELEON. (Chi sa dirmi, s’io sia al di sopra o al di sotto?) (da sé)

BEAT. (Non mi aspettavo che conducesse seco donna Eleonora). (da sé)

OTT. Signor Lelio, vi ringrazio infinitamente che abbiate favorito questa mattina di venire a mangiare la zuppa con noi. Che novità abbiamo?

LEL. Delle novità ne ho diverse, ma discorreremo a tavola.

OTT. Chi è di là? (viene il Cameriere) Quando viene il contino in tavola? (Cameriere parte) Voglio poi far vedere a voi, che siete dilettante di cavalli, un cavallo di maneggio che ho comprato ieri, che vi piacerà moltissimo. (a Lelio)

LEL. Di che razza è?

OTT. È cavallo di Spagna.

LEL. Di che mantello?

OTT. Sauro e balzano.

LEL. È polledro?

OTT. Non ha più di tre anni.

LEL. L’avete provato?

OTT. Ieri l’ho cavalcato più di tre ore. Galleggia d’una grazia mirabile. È rotondo di groppa, corto di vita, e di testa piccola; quando s’alza, innamora, quando s’incurva, è un piacere. Dolce di bocca, obbediente al cenno. Passeggia, danza, galoppa; muta tempo senza scomporsi; non ha vizi, non ha difetti, è una gioia.

LEL. Quanto l’avete pagato?

OTT. Ottanta zecchini, ma non lo darei per cento doppie.

LEL. Certamente non l’avete pagato caro.

BEAT. (E i zecchini vanno, e il pupillo si assassina. Li rivedremo questi conti). (da sé)

ELEON. Signor conte, noi di cavalli non ce ne intendiamo; parlate di cose delle quali possiamo godere anche noi.

OTT. Volentieri. Signor Pantalone, avete delle belle stoffe di Francia?

PANT. Ghe n’ho de bellissime.

OTT. Mandatemene quattro o sei pezze. Voglio sceglierne un paio, e voglio che queste dame vedano s’io son di buon gusto.

PANT. La perdoni; vorla far un regalo alla novizza del sior contin?

OTT. Oh! per questo lascio che ci pensi da sé. Anch’io, signor Pantalone, faccio i miei regaletti. Anch’io ho i miei amoretti. (guarda Clarice ed Eleonora)

CLAR. (Mi guarda, pare che intenda di me). (da sé)

ELEON. (Questa stoffa dovrebbe esser mia). (da sé)

OTT. Signor Dottore, se voi aveste a disporre di un uomo, di che età lo consigliereste a prender moglie?

DOTT. Così... di mezza età.

OTT. Bravo! di mezza età. E la donna di che anni dovrebbe essere?

DOTT. Anch’ella. Così... all’incirca...

OTT. Di mezza età. Viva la mezza età.

ELEON. Sì, né troppo giovine, né troppo attempata.

CLAR. Di ventisei anni o ventisette; è vero, signor Dottore?

DOTT. Per l’appunto.

ELEON. Quando una fanciulla arriva a quell’età, è segno che non ha trovato da maritarsi.

CLAR. Per altro, signor Dottore, ho sentito dire che una vedova sia sempre più vecchia, non è vero?

DOTT. Scusi: in questa sorta di decisioni non apro bocca.

SCENA DODICESIMA

Il contino Florindo, il cameriere e detti.

FLOR. Servitor di lor signori.

OTT. Oh bravo, nipote. Presto, in tavola. (al Cameriere)

BEAT. Dove siete stato sinora? (a Florindo)

FLOR. Nella mia camera.

OTT. Eh, che le madri prudenti non domandano queste cose. È stato dalla sposa. Animo, signori, favoriscano. Levate le spade, i cappelli; libertà, libertà. Via, signori, vadano. Maledette le cerimonie. Non ancora? Chi ha fame, vada, chi non ha fame, resti. Damine, andiamo. (dà il braccio a Clarice ed a Eleonora, e partono)

BEAT. Dove sei stato, disgraziato? (a Florindo)

FLOR. Nella mia camera.

BEAT. Dopo pranzo ci parleremo. (parte)

FLOR. Mia madre non mi gode; vengo a star con mio zio. (parte)

DOTT. Dunque anderò io. (facendo le cerimonie con Pantalone)

LEL. Con sua buona grazia, tocca a me.

DOTT. Dice bene, perché è più affamato degli altri.

LEL. Dottor ignorante. (parte)

DOTT. Che dite, Pantalone amatissimo, di questo parassito insolente?

PANT. Mi digo che un cavalier de bon gusto nol l’averia da sopportar.

DOTT. Il conte lo soffre, perché credo se ne serva nelle sue occorrenze.

PANT. Ghe battelo l’azzalin?

DOTT. Quando viene l’occasione, codesti scrocconi fanno di tutto un poco. (parte)

PANT. Ma! questa xe la zente che gh’ha fortuna. Buffoni e batti canaffio([6]). (parte)


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera, in cui si prepara per il caffè ecc.

Brighella, Arlecchinoed altri servitori

BRIGH. Animo, portè qua sta tavola, e parecchiemo el caffè e el rosolin: mettè le luse([7]), perché deboto([8]) l’è sera. (servi preparano il tutto) Via, sior Arlecchin, la fazza anca ella qualcossa.

ARL. Mi, sior mistro de casa, ho fatto in cusina quel che aveva da far, e no voi far altro.

BRIGH. Come, no volè far altro? Cussì se responde a un mistro de casa?

ARL. Comandeme quel che me tocca a far, e vederè se lo farò volentiera.

BRIGH. Ti ha da far tutto quello che voio mi. Ti ha da aiutar a parecchiar sta tavola.

ARL. Ma fin che fazzo sta cossa, no posso far quell’altra.

BRIGH. Coss’ela mo quell’altra cossa che ti ha da far?

ARL. Ghe zogo mi, che no savì quale sia la mia obbligazion.

BRIGH. Pol esser che no la sappia. Dimmela, caro ti.

ARL. Oh, se vede che sì grezzo! El mistro de casa, no sto ultimo, ma quell’altro passà, lu el saveva comandar, e mi bisognava che l’obbedisse.

BRIGH. Via, cossa te comandavelo?

ARL. Quand andava a spender con lu la mattina, el me fava tor una sportella separada da quelle de casa. Co l’aveva tolto la carne, el vedèlo, el pollame e i frutti, de tutto el metteva una porzion in te la sportella, e el me diseva: Arlecchin, porta sta roba; indovinè mo a chi?

BRIGH. A chi?

ARL. A so comare. Quand el cogo aveva fatto i pastizzetti, el ghe ne toleva una mezza dozena, e el me diseva: Arlecchin, porta sti pastizzetti. Savì mo a chi?

BRIGH. A chi?

ARL. A so comare. Fenida la tavola dei patroni, el taiava un pezzo de rosto, una mezza torta, un mezzo pastizzo; e subito: Arlecchin. Sior? Porta sta roba. Indovinè mo questa a chi l’andava?

BRIGH. A chi?

ARL. A so comare. Dopo disnar, tutti i avanzi dei fiaschi e delle bottiglie, e dei fiaschi pieni, e delle bottiglie intiere, el piava([9]) su; e po: Arlecchin. Sior? Porta sto vin. Oh, questo mo no ve imagineressi mai dove el lo mandava.

BRIGH. Dove, caro ti?

ARL. A so comare.

BRIGH. Tutto a so comare?

ARL. Sior sì, e mi l’obbediva con tutta fedeltà. Savì mo perché? Perché, co l’occasion della comare, anca mi robava col sior compare.

BRIGH. Sto mistro de casa l’era un galantomo.

ARL. Oh, el me voleva un gran ben! La mattina a bonora l’andava mi a desmissiar([10]).

BRIGH. Dove dormivelo?

ARL. In casa de so comare.

BRIGH. Pulito.

ARL. Una volta l’era ammalà, e se credeva che el morisse, che mi aveva un dolor terribile. Ho dà più maledizion a chi l’ha fatto ammalar.

BRIGH. Chi l’ha fatto ammalar?

ARL. So comare.

BRIGH. Sto mistro de casa me l’arrecordo, che no l’è gran tempo che l’è andà via.

ARL. Mi so per cossa che l’è andà via.

BRIGH. Via mo, per cossa?

ARL. Per so comare, e adesso so cossa che el fa.

BRIGH. Cossa falo, caro ti?

ARL. El batte l’azzalin([11]); e savìu([12]) a chi?

BRIGH. A chi?

ARL. A so comare.

BRIGH. Oh vedistu mo, mi no gh’ho comare, mi no mando gnente a nissun, servo el mio padron onoratamente. La servitù la impiego in cosse lecite e oneste, e voio esser obbedio. Animo, tira avanti quelle careghe.

ARL. Via, tira avanti quelle careghe. (a’ servitori)

BRIGH. Digo a ti.

ARL. E mi a ti.

BRIGH. Come, tocco de sguattaro([13]) maledetto!

ARL. Se me perderì el respetto, ricorrerò.

BRIGH. A chi ricorrerastu?

ARL. Ai mi protettori.

BRIGH. E chi èli sti protettori?

ARL. Ricorrerò a siora comare.

BRIGH. Ti ricorrerà a siora comare? E questo intanto sarà sior compare. (gli dà un calcio)

ARL. (Senza parlare va disponendo le sedie, e di quando in quando va dicendo a Brighella) Reverisso el sior compare. (e poste le sedie, replica)Fazzo una reverenza al sior compare. (parte)

BRIGH. Sti baroni, quando i trova chi ghe fa far delle baronade, i xe tutti contenti. Me par che i padroni vegna.

SCENA SECONDA

Il conte Ottavio servendo donna Eleonora, Florindo, Clarice, Lelio,

Beatrice, Pantalone, Dottore e Brighella

OTT. Oh, con i lumi ci vedremo meglio. Favorite d’accomodarvi. Beviamo il caffè. (siedono)

PANT. Dopo el vin de Canarie, xe necessario un poco de caffè.

DOTT. Ci vuol altro che caffè a smorzar i calori. Acqua vuol essere, Pantalone.

OTT. Care le mie damine, quanto vi sono obbligato dell’onore che mi avete fatto questa mattina! (versa il caffè) Io non ho altro bene al mondo che l’allegria, la compagnia de’ buoni amici, l’onore che mi fanno queste adorabili dame. Cara baronessina, questo è per voi. (a Clarice)

CLAR. Obbligatissima. Caffè non ne bevo quasi mai.

OTT. Eh via.

CLAR. Davvero, non mi conferisce.

OTT. Ve lo do io.

CLAR. Via, perché me lo date voi, lo prenderò.

ELEON. (Ha servito prima lei). (da sé)

OTT. A voi, la mia carissima mezza età. (ad Eleonora)

ELEON. Orsù, io non voglio esser posta in ridicolo.

OTT. Che? L’avete per male?

ELEON. Io non sono qui per far ridere la conversazione.

OTT. Via, compatitemi, nol dirò più. Prendete questa tazza di caffè.

ELEON. Non ne voglio. (irata)

OTT. Via, prendetelo.

ELEON. Signor no.

OTT. Via, carina. (con grazia)

ELEON. Siete un gran diavolo! (prende il caffè ridendo)

OTT. Fra voi e me far potremmo una bella razza di diavoli.

CLAR. (Quando parla con donna Eleonora, s’incanta, non la finisce mai). (da sé)

OTT. Signor Lelio, e voi non dite nulla?

LEL. Io godo lo spirito di queste graziose dame.

OTT. Via, fino che godete lo spirito, mi contento.

LEL. Che? ci pretendete voi sopra di esse?

OTT. Non voglio dire in pubblico i fatti miei.

LEL. Avvertite che sono due.

OTT. E per questo? Io non mi confondo.

LEL. Volete tutto per voi?

CLAR. Il signor conte Ottavio non si può dividere in due.

ELEON. È vero; sarà tutto della signora baronessa.

CLAR. Eh, io non ho questo merito.

OTT. Orsù, signore mie, voglio svelarvi la verità. Ho già fissato qual debba esser la mia sposa. Lo dirò pubblicamente, e tutti saranno contenti.

BEAT. Bisogna vedere se noi la conosciamo questa vostra sposa.

OTT. Se la conoscete? La mia sposa è a questa tavola.

CLAR. Come?

ELEON. A questa tavola?

OTT. Senz’altro.

CLAR. Chi è?

ELEON. Chi è?

OTT. A suo tempo lo saprete.

ELEON. (Ah, dubito sia la baronessa!). (da sé)

CLAR. (Sarà donna Eleonora senz’altro). (da sé)

ELEON. Vorrei dirvi una parola, ma non so come fare. (ad Ottavio)

OTT. Con permissione. (si copre il viso dalla parte di Clarice) Non abbiate gelosia. (a Clarice) Son qua, parlate. (ad Eleonora)

ELEON. (Voi sposerete la baronessa Clarice).

OTT. (Se ho intenzione di sposarla, il diavolo mi porti).

ELEON. (Dunque la sposa son io). (da sé)

CLAR. Signor conte, potrei io aver la grazia di dirle una parola?

OTT. Volentieri. Con vostra buona licenza. (ad Eleonora, e fa lo stesso) Eccomi a voi. (a Clarice) Non prendete ombra. (ad Eleonora)

CLAR. (Lo so che avete donato il cuore a donna Eleonora).

OTT. (Se sposo donna Eleonora, ditemi ch’io sono un cavaliere indegno).

CLAR. (Dunque posso lusingarmi d’essere io la prediletta). (da sé)

BEAT. Signor cognato, giacché oggi si costuma parlar nell’orecchio, potrei anch’io dirvi una parola?

OTT. Volentieri. Con permissione di queste dame. (s’alza, e va da Beatrice)

BEAT. (Potrei sapere ancor io chi volete sposare di quelle due?)

OTT. (Nessuna).

BEAT. (Eh via).

OTT. (No, da uomo di onore).

BEAT. (Ma se dite che la vostra sposa è a questa tavola?)

OTT. (È vero).

BEAT. (E non è nessuna di queste due?)

OTT. (No, da cavaliere).

BEAT. (Oh, questa è bella!)

OTT. (Fra poco lo saprete ancor voi). Vi occorre altro?

BEAT. Niente altro.

OTT. Vado al mio posto.

BEAT. (Questa è bellissima. Che avesse la pazzia in capo di credere di poter sposar la cognata?) (da sé)

OTT. Eccomi, garbatissime dame: compatite di grazia. Che vuol dire che mi parete sospese?

CLAR. Io vado pensando chi mai può essere questa vostra sposa.

ELEON. Potreste dirlo, e levarci di pena.

OTT. Voglio un poco farmi pregare. Intanto favorite, beviamo il rosolio alla salute della mia sposa. (versa il rosolio, e tutti bevono alla salute della sposa)

FLOR. Signor zio, noi abbiamo bevuto alla salute della vostra sposa; e alla salute della mia non si beverà?

OTT. Avete ragione. Presto, subito. Alla salute della marchesina Rosaura. Viva la sposa di mio nipote.

TUTTI Viva.

BEAT. Che cos’è questa sposa? Che cos’è quest’istoria? Io non ne so nulla.

OTT. Eh via, signora cognata. Bevete ancor voi alla salute di vostra nuora.

BEAT. Oh, questo poi no.

FLOR. Sì, cara signora madre, se mi volete bene, fatelo per amor mio.

OTT. Sì, sì; evviva. Bevete, bevete; evviva. (a Beatrice)

FLOR. Cara mamma, evviva.

BEAT. Bricconi, bricconi quanti siete.

OTT. Viva la sposa.

FLOR. Viva la sposa.

BEAT. Viva, viva. Siete contenti? (beve)

OTT. Maestro di casa?

BRIGH. Lustrissimo.

OTT. Presto, andate subito a portar un’ambasciata alla marchesina Rosaura. Fatele sapere che tutta la conversazione ha bevuto alla sua salute, e specialmente la contessa Beatrice ha bevuto alla salute di sua nuora.

BEAT. Io non ho detto...

OTT. Subito, subito. Fate l’ambasciata, e non pensate ad altro.

BRIGH. La sarà servida. (parte)

OTT. Facciamo una cosa. Andiamo tutti a ritrovare la marchesina. Che dite, signora donna Eleonora?

ELEON. Per me sono tutti padroni.

OTT. Via, signora cognata, andiamo.

BEAT. Voi mi volete mettere in qualche impegno.

OTT. Sì, in un impegno che in due parole si scioglie.

FLOR. Cara signora madre, se mi volete bene, andiamo.

BEAT. Tu mi vuoi far fare ogni cosa a tuo modo.

FLOR. Via; viene, viene.

OTT. Brava, brava, andiamo. Anche voi, signora baronessa.

CLAR. Io non ho confidenza colla marchesina.

OTT. La contessa Beatrice è vostra cugina.

ELEON. Se volete venire, mi farete onore. (Verrà a mortificarsi). (da sé)

CLAR. Accetterò le vostre grazie. (Poi le dispiacerà che vi sia andata). (da sé)

SCENA TERZA

Brighella e detti.

BRIGH. Illustrissimo, la signora marchesina ringrazia tutta sta nobile conversazion per i brindesi che ghe son stà fatti, e principalmente la ringrazia l’illustrissima siora contessa Beatrice del brindese cortesissimo che la gh’ha fatto, degnandose de chiamarla col nome de niora, e la protesta d’esserghe serva devota, e come fia obbediente.

OTT. Bravo; questa è un’ambasciata fatta con buonissima grazia. Il mio maestro di casa si porta bene. Che dite, signora cognata, siete contenta dell’espressioni della marchesina?

BEAT. Ha poi ella detto veramente così? (a Brighella)

BRIGH. Cussì, da omo d’onor, da mistro de casa onorato.

OTT. Fate avvisare la marchesina, ch’or ora saremo tutti da lei. (a Brighella)

BRIGH. Subito la servo. (parte)

OTT. Signora baronessa, favorisca. (offre la mano a Clarice)

ELEON. Signor conte, a venir qui ha favorito me.

OTT. È vero, non posso disertare. Conte Lelio, servite voi la baronessa.

CLAR. Qua, qua, contino, favoritemi voi. (parte col Contino)

LEL. (Sgarbata! senza civiltà! Mi tratta così, perché non mi fo mangiare il mio). (da sé)

OTT. Via, servite mia cognata. Contessa, andiamo. (parte con Eleonora)

LEL. Comanda? (a Beatrice)

BEAT. Mi fa grazia.

LEL. (Manco male. Da questa posso sperare quel che non posso sperar da quell’altra. In occasione di nozze si faranno de’ buoni pranzi). (parte con Beatrice; Pantalone e Dottore seguono)

SCENA QUARTA

Camera della marchesina Rosaura.

La marchesina Rosaura ed il paggio

ROS. Venite qui, tornate a dire come ha detto il maestro di casa del conte Ottavio.

PAGG. Ha detto così, che il signor conte Ottavio riverisce la signora marchesina, e le fa sapere che or ora sarà qui con tutta la conversazione.

ROS. Anche la signora contessa Beatrice?

PAGG. Non ha detto altro.

ROS. Presto, correte, domandategli se viene la contessa Beatrice.

PAGG. Signora sì. (vuol partire)

ROS. Sentite, domandategli se viene anche il contino.

PAGG. Signora sì. (come sopra)

ROS. Ehi; sappiatemi dire se vi sono dame.

PAGG. La mi fa girar come un arcolaio. (parte)

ROS. Io non so che cosa voglia dire questa novità. La contessa Beatrice mi ha fatto un brindesi, e ora vengono a ritrovarmi; il matrimonio mio probabilmente sarà concluso. Ne ho d’aver piacere o dispiacere? Eh così, così; mezzo e mezzo.

SCENA QUINTA

Il Paggio e detta.

PAGG. Signora, signora, ho veduto dalla finestra le torce. Sono qui che vengono.

ROS. Vi è la contessa Beatrice?

PAGG. Signora sì.

ROS. Vi è il contino?

PAGG. Signora sì.

ROS. (È fatta). (da sé) Chi dà mano a mia zia?

PAGG. Il conte Ottavio.

ROS. (Carina! sarà contenta che la serve il conte Ottavio). (da sé) Andate; fateli passare.

PAGG. Signora padrona, mi è stato detto ch’ella si fa sposa.

ROS. E per questo?

PAGG. Se si fa sposa, voglio sposarmi ancor io.

ROS. Di codesta età?

PAGG. Il mio cane si è sposato assai più giovine di me. (parte)

ROS. Bella semplicità! Ma eccoli che vengono.

SCENA ULTIMA

Conte Ottavio servendo donna Eleonora, Florindo, Clarice, Lelio e Beatrice,

Dottore e Pantalone.

OTT. M’inchino alla marchesina.

ELEON. Buona sera, nipotina.

FLOR. Riverisco la mia adorabile marchesina.

CLAR. Serva divota. Perdonate l’incomodo. La compagnia è stata causa.

BEAT. Tutti, tutti da voi.

LEL. Anch’io ho l’onore d’inchinarmi.

DOTT. Viva la signora marchesina, viva centomila anni.

PANT. Anca mi con tutto el cuor. El cielo la benediga.

ROS. Ih, ih, grand’allegria, gran brio! Il conte Ottavio infonde l’allegria in tutti.

LEL. Sapete chi ci ha infusa l’allegria?

ROS. Chi mai?

LEL. Dieci bottiglie di Canarie squisito.

ROS. Oh, non voglio credere che siate spiritosi per questa ragione.

OTT. No, ragazza mia, non siamo allegri per questo; abbiamo bevuto da uomini, e non da bestie. Quello che ci fa essere allegri, è la buona compagnia che abbiamo goduta. Una tavola parca e sobria, ma con buona armonia di tutti, e data veramente di cuore. Queste dame gentili, questi cavalieri brillanti, tutto ha contribuito a farci godere una buona giornata. Ma quello che ci colma di giubbilo, ed ora ci presenta a voi col riso sulle labbra, siete voi stessa, adorabile marchesina. Abbiamo bevuto alla vostra salute. Mia cognata ha detto (testimoni tutti questi signori), ha detto: viva la marchesina mia nuora. Ecco il contino Florindo, che vi offerisce la mano. Ecco la contessa Beatrice, che come figlia vi accetta. Ecco un vostro servo, che onorerete col titolo di vostro zio.

ROS. Conte Ottavio, non posso rispondere alle vostre insinuazioni che coll’accettarle. Bacio la mano alla contessa Beatrice, che si degna di accettarmi per figlia. Giuro la mia fede al contino Florindo; e a voi, amorosissimo zio, rendo le più umili grazie, poiché mi ammettete all’onore di essere imparentata con voi.

BEAT. Marchesina, non so che dire. Se il cielo ha destinato un tal matrimonio, è giusto che si faccia. Se amerete mio figlio, io amerò voi egualmente. (Ho detto di sì, senza avvedermi di dirlo). (da sé)

ROS. (Il complimento è curioso, ma non importa). (da sé)

FLOR. Amatissima sposa, vi accerto del più perfetto amor mio, e per assicurarvi della mia fede, vi giuro che non saprò mai distaccarmi dal vostro fianco.

ROS. (Troppe grazie). (da sé)

ELEON. Nipote, mi rallegro con voi. Sarete contenta.

ROS. Credo che non anderà molto, che anch’io dovrò rallegrarmi con voi.

ELEON. Chi sa? Può anch’esser di sì: conte Ottavio, vi ricordate del vostro impegno?

OTT. Di qual impegno, signora?

ELEON. Avete promesso manifestare la vostra sposa.

CLAR. Sì appunto. Levateci questa curiosità.

OTT. Son galantuomo. Ho promesso, manterrò la parola.

ROS. Anche il signor conte è sposo?

OTT. Sì, signora.

ROS. Due spose in una casa?

OTT. La mia sposa non vi darà fastidio.

BEAT. Anch’essa vorrà il trattamento da dama, e qualunque ella siasi, compatitemi, signor cognato, è un’imprudenza il farlo.

OTT. È un’imprudenza?

BEAT. Ma voi siete uno stolido? Non parlate? Non dite nulla? (a Florindo)

OTT. Via, dite anche voi la vostra ragione (a Florindo)

FLOR. Io non saprei che dire.

BEAT. Se non sapete che dire, vi suggerirò io qualche cosa. Dite al signor zio che la nostra casa è in disordine, che i suoi magnifici trattamenti l’hanno precipitata, e che altro non manca che il di lui matrimonio per terminare di rovinarla.

OTT. Avete inteso? Animo, dite su. (a Florindo)

FLOR. Ma... Se la cosa fosse così...

ELEON. Eh, che il nipote non ha da impacciarsi negli affari del zio.

CLAR. Sarebbe bella che il zio avesse a dipendere dal nipote.

BEAT. Queste due signore si riscaldano. Ognuna aspira a sì gran fortuna. Levatele di pena. Nominate la vostra sposa.

OTT. Orsù, vi vo’ dar a tutti questo sì gran piacere. Signor Pantalone, queste dame desiderano ch’io faccia loro conoscere la mia sposa, ho promesso di farlo, ed è giusto che lo faccia. Signore mie, la sposa che ho scelta, la sposa ch’io amo, la sposa che ho sposata, sapete chi è? È una società col signor Pantalone de’ Bisognosi: osservate il contratto delle nostre nozze.

Colla presente Scrittura ecc.

Resta stabilita una Società per dieci anni fra il nobile signor Conte Ottavio Astolfi e il signor Pantalone de’ Bisognosi, avendo posto il primo Ducati 40.000 di capitale, ed il secondo 20.000, acciò sieno questi impiegati in negozio, e l’utile sia a porzione de’ sopraddetti compagni; e perché il signor Pantalone deve prestar il nome e l’assistenza al negozio, avrà di più sopra gl’intieri utili un dieci per cento.

Avete sentito? Ecco la mia sposa, ecco il mio contratto. In questa maniera si disingannerà chi parla di me con poco rispetto, e perché mi vede spendere più di quel che rendono l’entrate della famiglia, crede ch’io dissipi, giudica ch’io rovini la casa. Ecco la miniera donde ricavo il modo di mantenere i miei onesti piaceri, senza pregiudizio del patrimonio. La mercatura non disdice ad un cavaliere, ma per ragione dei pregiudizi degli uomini, mi è convenuto trattarla segretamente. Dame mie riverite, vi chiedo perdono della graziosa burla che ho preteso di farvi. Non crediate già ch’io l’abbia fatto per mancanza di stima e di rispetto verso di voi, ma per rendere ameno il vostro divertimento. Io non vo’ moglie. Tratterò tutte egualmente; converserò con chi mi vorrà ammettere alla sua conversazione; ma in avvenire mi guarderò molto bene da dir parole che possano lusingare, mentre ho veduto per esperienza, quanto male possono produrre gli scherzi che si dicono nelle conversazioni.

CLAR. Io per me ho sempre riso delle vostre parole; le ho sempre prese per barzellette, e mi maravigliava di donna Eleonora, che si lusingava che parlaste per lei.

ELEON. Io? Mi maraviglio di voi. Credete ch’io non conosca il conte Ottavio? Egli è avvezzo a burlare, ed io lo secondava per vedere la bella scena.

OTT. Lode al cielo, avendo queste dame perfettamente inteso ch’io scherzava, non ho verun rimorso d’aver loro recata alcuna lusinga. Signora cognata, siete anche voi disingannata ch’io sia la rovina di questa casa, ch’io abbia dilapidato il patrimonio di vostro figlio?

BEAT. Caro cognato, vi chiedo scusa de’ miei cattivi giudizi, e raccomando a voi l’economia della casa.

OTT. Se altri vi sono che pensino come voi, ora resteranno della mia puntualità persuasi.

LEL. Chi mai volete che pensi sinistramente di voi?

DOTT. Corpo di bacco! Io non posso tacere. Queste facce doppie non le posso soffrire. Sì, voglio parlare. Il signor Lelio è stato il primo a dire che il signor conte Ottavio fa di più di quello che far potrebbe, che è pieno di debiti e che anderà in rovina.

LEL. Mi maraviglio, non è vero.

BEAT. Pur troppo è vero; l’ha detto anche a me, e che siete altero e superbo.

OTT. Ingrato, incivile! Così parlate di chi vi fa padrone della sua tavola? Se fossi in casa mia, vi farei cacciar fuori dell’uscio da’ miei servidori.

LEL. Ho detto quello ch’io sentiva dire dagli altri.

OTT. Ora siete in obbligo di disdirvi.

LEL. Sì, lo farò, e lo saprete s’io lo farò. Intanto vi chiedo scusa, e nella vostra casa non ardirò mai più metter piede. (parte)

OTT. Gente perfida! gente indiscreta! Ma non facciamo che un uomo tristo turbi il sereno della nostra pace. Abbiamo a terminare la sera con allegria. In casa mia ho ordinata una piccola festa di ballo. Ora la sposa potrà venire. Donna Eleonora la condurrà.

ELEON. Vi prego a dispensarmi, mi duole il capo.

OTT. Verrà con mia cognata e colla baronessa Clarice.

CLAR. Vi rendo grazie, ho premura di ritornare a casa.

OTT. Eh via! Che sono queste malinconie? Abbiamo riso tutto il giorno; vogliamo ridere ancor la sera. Via, cara damina, venite. (a Clarice) Via venite, o mia mezz’età. (ad Eleonora) Presto, andiamo. Florindo, date mano alla sposa. Andiamo un poco a ballare.

ELEON. Non posso dir di no.

CLAR. Il conte Ottavio fa far le donne a suo modo.

BEAT. Marchesina, andiamo.

ROS. Eccomi tutta lieta e contenta.

OTT. Andiamo a divertirci, andiamo a godere di quel bene che il cielo e la fortuna ci danno. Goder il mondo onestamente, con buona allegria, senza offender nessuno, senza macchine e senza mormorazioni, è quella vita felice, che costituisce il Cavalier di buon gusto.

Fine della Commedia.


([1]) Le opere del Conte Gasparo Gozzi.

([2]) Se n’è andato.

([3]) Anche in oggi.

([4]) Di dietro.

([5]) Lo stesso che rispondere alle rime o per le rime.

([6]) Vuol dire mezzani.

([7]) I lumi.

([8]) Or ora.

([9]) Prendeva.

([10]) A svegliare

([11]) Fa il mezzano.

([12]) E sapete.

([13]) Guattero.

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