Il cavaliere di spirito

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IL CAVALIERE DI SPIRITO

O SIA

LA DONNA DI TESTA DEBOLE

di Carlo Goldoni

La presente Commedia, in cinque Atti in versi Martelliani, fu per la prima volta rappresentata

nell'Estate dell'anno  nel Palazzo di Zola, villeggiatura di S. E. il Sig. Marchese Albergati

Senatore di Bologna, distante sette miglia da detta Città

A SUA ECCELLENZA

IL SIGNOR MARCHESE

FRANCESCO ALBERGATI CAPACELLI

SENATORE DI BOLOGNA

Non creda già, veneratissimo Signor Marchese, ch'io voglia caricarla di Dediche per maggiormente impegnarla a proteggermi. S'io pensassi in tal modo, mostrerei di non conoscere la bontà che l'E.V. ha per me, e meriterei di perderla piuttosto che d'aumentarla. Ella ha già bastantemente onorato la raccolta delle opere mie col suo nome in fronte alla Serva Amorosa; ne ha aggradita l'offerta, e mille prove mi ha dato del suo umanissimo aggradimento. Non contenta di avere liberalmente trattato da Cavaliere, da Protettore, da Mecenate, degnasi ancora, qual uomo di lettere, abbassarsi a dedicarmi una sua traduzione, cosa che mi farà passare ne' posteri per uomo di qualche vaglia, che meritasse la confidenza di un Cavaliere sì dotto e sì rispettabile. Aspetto, confesso il vero, aspetto con impazienza questo Tomo di Tragedie Francesi, da Lei e dal valoroso Sig. Agostino Paradisi, Cavaliere Reggiano, tradotte, non solo per la vanità, solleticata dall'amor proprio, ma ancora per il ben comune della nostra Patria, che sarà in questo genere di componimenti arricchita.

Ecco dunque, Signor Marchese veneratissimo, che questa lettera non è una Dedica, quantunque sola nel Tomo, quantunque ella presenti a V. E. quattro Commedie. Legga i titoli, e vedrà quali siano le opere e comprenderà qual sia l'intenzion dell'Autore. Queste quattro Commedie mi sono state da Lei ordinate, per Lei le ho scritte; non ardirei stamparle senza la di Lei permissione; Ella me l'ha accordata; ma vuò che il Mondo lo sappia. Non deggio però abusarmi della sua bontà; la permissione di stamparle non comprende quella di dedicarle. Le Commedie che sono fatte pel Pubblico, hanno bisogno di un Mecenate, e l'Autore glielo procura; quelle che sono fatte per il divertimento particolare di un Cavaliere, non hanno bisogno di altra protezione che di quella del loro naturale Padrone. Ella le ha fatte nascere, Ella le ha ricovrate nel suo Teatro, le ha animate colla sua direzione, le ha abbellite recitandovi in tutte quattro, ed ha fatto correre tutta Bologna a gustarle, ed io ho partecipato di quell'onore che Ella ed i suoi compagni ne riportarono. Potrebbe, non da Lei, ma da qualcheduno venirmi rimproverato che anche L'Avaro (questa Commedia del Tomo quarto della mia nuova Edizione) mi è stato da Lei ordinato, eppure ad un'altra persona l'ho dedicato: ma Ella sa benissimo, ed ho piacere che da altri in questa occasione si sappia, che tal Commedia non è stata scritta pel suo Teatro, ma per una Compagnia di Dame e di Cavalieri, e che non appartenendo ad alcuno in particolare, poteva io liberamente disporne. Qualche cosa Le dovrei dire alla Donna bizzarra. Ella somiglia moltissimo ad una Commedia che


aveva fatta in Venezia rappresentare; V. E. lo sa, ed io conosco il grazioso che gliel'ha detto. Mi sono con Lei giustificato su questo articolo, né Ella mi ha lasciato alcun dubbio per maggiormente dilucidarla. Restami ora soltanto manifestarle il piacere, con cui do fine a questa raccolta, intitolata Nuovo Teatro Comico, empiendo il Decimo Tomo di Commedie lavorate per Lei. Saranno esse, a suo tempo, trasportate nella nuova Edizione che lavorasi per conto mio dal Pasquali, e Le domanderò allora la permissione di trasportarle dal verso alla prosa. Intanto non lascierò di procurarmi novellamente l'onor di servirla. Ella già mi ha favorito di comandarmi due Commedie per l'estate venturo. Le farò, se Dio mi concede vita e salute, le farò col maggior piacere del Mondo; e saranno sue, sempre sue, come io sono e sarò sempre con profondissimo ossequio.

Di V. E.

Umiliss. Devotiss. Obbligatiss. Servitore Carlo Goldoni


L'AUTORE A CHI LEGGE

Tu vedi, Lettor carissimo, dalla Lettera precedente, per chi e per quale occasione io abbia scritto la presente Commedia, e le altre tre che compongono questo Tomo. Per questa ragione tu ci vedrai qualche diversità dalle altre. Sono elleno, per esempio, con pochi personaggi lavorate, perché una Commedia di dilettanti non abbonda di Attori, come una Compagnia di Comici prezzolati. Per questa parte non sarà discaro il presente Volume a simili società che volessero farne uso. Mi ricordo che, tre o quattr'anni sono, mi arrivò una lettera anonima, in cui un dilettante dolevasi meco che Le mie Commedie non potevano rappresentarsi ne' piccioli Paesi, per mancanza d'Attori, e mi animava a comporne con moderato numero di Personaggi, ed aver pietà (diceva egli) de' Paesi piccioli. L'Anonimo sarà ora contento, e lo saranno tutti quelli che pensano come lui. L'argomento ed il carattere principale di questa Commedia sono appunto adattati ad una Compagnia di virtuosi e nobili dilettanti. Io ho dipinto il Cavaliere di spirito in quella maniera che mi pare convenir meglio alla vera nobiltà ed al buon talento. Io non intendo per uomo di spirito un uomo semplicemente allegro, verboso, faceto, disinvolto o ridicolo. Ma uno che abbia del talento, e l'adoperi piacevolmente; un buon conoscitore del Mondo e di se medesimo: attento agli affari, piacevole nelle conversazioni, amico della tranquillità, ma intrepido negl'incontri, e che per base della sua condotta abbia la verità e l'onore. Un'altra sorte di spirito è quella del Tenente, che per provare la costanza di una Donna si espone a perderla: spirito debole, quanto quello della Donna medesima, che delude l'inganno colla semplicità. So che questa Commedia ha fatto gran piacere sulle nobili scene, ove ha avuto l'onore di essere rappresentata. So parimenti che l'intelligenza ed il valor degli Attori le hanno dato quel merito ch'ella non ha per se stessa; tuttavia mi lusingo ch'ella non dispiacerà al Pubblico presentemente, se non altro per qualche cosa che la distingue dalle altre mie, lavorate pei Comici di professione.

Personaggi

Donna FLORIDA vedova benestante;

Il conte ROBERTO cavaliere virtuoso e bizzarro;

Don FLAVIO amante di donna Florida;

Don CLAUDIO amico di don Flavio ed amante di donna Florida;

GANDOLFO fattor di campagna;

MERLINO servitore;

Un Servitore di don Flavio.

La Scena rappresenta una stanza nobile nell'appartamento di donna Florida, in una casa di villa.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Don Claudio e Gandolfo.

GAN.                Son quattro giorni in punto che la padrona è qui;

E ch'ella andò lontano è questo il primo dì.
CLA.                 Dunque non la diverte dalla passione austera

La florida campagna in dolce primavera?
GAN.                Finora ella non trova divertimento alcuno;

Le piace di star sola, non vuol veder nessuno.

Talora si compiace di ridere con me,

Poi mi discaccia a un tratto, e non so dir perché.

So pur che la padrona era una volta allegra,

Come ha mai concepito malinconia sì negra?

La morte del marito cagion non crederei,

Ch'è andato all'altro mondo son più di mesi sei;

E sogliono le vedove, per arte o per virtù,

Piangere il loro sposo tre o quattro giorni al più.

Anzi la mia padrona sì poco avealo intorno,

Che credo di buon core pianto non l'abbia un giorno.

So che saran tre mesi, che l'ho in città veduta.

Dopo la vedovanza più grassa era venuta;

Però, filosofando, a interpretare arrivo

Ch'ella non pensa al morto, ma la tormenta un vivo.
CLA.                 Fattor, voi vi apponete sicuramente al vero;

In lei fuoco novello spento ha l'ardor primiero.

Il cuor di donna Florida fe' resistenza invano;

È vittima d'amore, ma l'idolo è lontano.
GAN.                Eppur signor don Claudio, sia detto con rispetto,

Credea che foste voi l'amabile idoletto.
CLA.                 Volesse il ciel, che ardesse per me di dolce foco;

Ma un mio rival felice mi escluse, e preso ha il loco.

Ella rimasta vedova, e mal del primo laccio

Contenta, volea vivere sola, senz'altro impaccio.

Giurò le mille volte voler, salda e costante,

Fuggir dagl'imenei, fuggir di essere amante;

Ed io che l'adorava, celando il mio tormento,

Nel rimirarla almeno trovava il mio contento.

Mi provai qualche volta tentar la sua costanza,

Ella non fe' che darmi ripulse alla speranza;

Ed io, soffrendo in pace, dicea: di ciò mi lodo,

Che altri non mi soverchia, s'io nell'amar non godo.
GAN.                Non voler che altri goda quel che si spera invano,

È il solito costume del can dell'ortolano.
CLA.                 Ma non andò la cosa, com'io mi lusingai;

Vidi che in lei fidando, pur troppo io mi ingannai.

Un certo amico mio, giovane militare,


Meco la mia tiranna si diede a frequentare.

Non so con quai lusinghe, non so con qual violenza,

Cambiò in tenero amore in lei l'indifferenza;

E sol tardi mi avvidi dell'amoroso assedio,

Quand'era al cuor già reso inutile il rimedio.

GAN.                Eh signor, permettetemi parlar da quel ch'io sono;

Son nato fra i villani, ma anch'io penso e ragiono. Le donne più costanti nei buoni sentimenti, Hanno per esser vinte dei facili momenti: Resistono degli anni, ma poi giunge quel dì, Che trovansi disposte, e dicono di sì.

CLA.                 Possibil che il momento per me sì fortunato

Non abbia in tanti mesi per vincerla trovato, E il mio rival felice in tempo assai minore Abbia incontrato il punto per allacciarle il cuore?

GAN.                Non vi maravigliate di ciò, signor mio caro,

Un'avventura simile non ha niente di raro. Sapete che si sparge del grano in un terreno: Frutta più in una parte, nell'altra frutta meno; E senza andar lontano a indagar la ragione, Più rende dove trova miglior disposizione. Bisogna dire adunque per ciò, che non vi sia Fra voi e la padrona di molta simpatia; E che all'incontro il vostro rivale fortunato Abbia il terreno al grano simpatico trovato.

CLA.                 Basta, comunque siasi il mal che ora sopporto,

So che da donna Florida ho ricevuto un torto. E son nel suo ritiro venuto a ritrovarla Sol per dolermi seco, e per rimproverarla.

GAN.                E che vuol dir, che l'altro non viene in questa terra?

CLA.                 Don Flavio andò in Germania al foco della guerra.

Egli è alfier fra i Tedeschi, e appena dichiarato Si è l'amor vicendevole, fu a militar chiamato. L'abbandonò costretto dal dover dell'onore, Ed ecco in donna Florida la cagion del dolore.

GAN.                L'ha sposata il soldato?

CLA.                                                         No, partì sul più bello,

Il giorno in cui doveva darle il nuziale anello.

GAN.                Hanno fatto scrittura?

CLA.                                                      Nemmeno; il loro affetto

Fida nella costanza, che vanta ognuno in petto.

GAN.                Quand'è così, sentite quel che un fattor vi dice:

Venire anche per voi può il momento felice.

CLA.                 No, sperar non mi giova che manchi a una promessa,

Colei che ebbe in orrore di mancare a se stessa.

GAN.                Io penso all'incontrario; e facilmente io stimo

Faccia il secondo passo, chi ha superato il primo. Giurato avea di vivere vedova senza amore; Al primo innamorarsi provato avrà il rossore: Ora che per il primo d'amore ha il sen fecondo, Potrà più facilmente arrendersi al secondo.


Tutte le azioni umane, a chi ragione ascolta,

Rassembrano difficili all'uom la prima volta;

E poi, se sono buone, si fan più facilmente,

E poscia nelle triste rossor più non si sente.

Onde se i suoi affetti sono costanti e buoni,

Ritroverà per voi le solite ragioni;

E se in un cuor volubile fida l'alfiere anch'esso,

Sperate anche per voi l'avvenimento istesso.
CLA.                 Non avrei cuor d'amarla. Per lei don Claudio è morto.

GAN.                In questo, perdonatemi, signore, avete torto

La donna cosa perde, se ha qualcun altro amato?

Se la beltà conserva, il meglio le è restato.

Amor non fa tal piaga, per quello che si dice,

Che lasci lungamente in cuor la cicatrice.

Amata voi l'avete vedova, e non zitella:

Perché l'alfiere amolla, per ciò non è più quella?

Signor, s'ella vi piace, se il caso a voi si appressa,

Amatela, e credetemi, che ancor sarà l'istessa.
CLA.                 S'ella ama il mio rivale, il lusingarmi è vano.

GAN.                A fronte di un vicino si scorderà il lontano.

Si vede che il star sola principia avere a tedio;

Ed amerà di avere più prossimo il rimedio.
CLA.                 Parmi, se non m'inganno... (osservando fra le scene)

GAN.                                                           Appunto ella ritorna.

CLA.                 Ah quanto mi par bella, ancorché disadorna!

GAN.                Guardate se non pare, così da pastorella,

Dïana cacciatrice.
CLA.                                                Oh quanto mi par bella!

GAN.                Signor, so in quest'incontri la cosa come va:

Con vostra permissione; vi lascio in libertà. (parte)

SCENA SECONDA Don Claudio poi Donna Florida.

CLA.                 Che dirà donna Florida di me, che a suo dispetto

A sorprenderla venni perfin nel proprio tetto? A soffrir mi preparo ogn'onta, ogni minaccia: Son disperato alfine, non so quel ch'io mi faccia.

FLO.                 Qui don Claudio?

CLA.                                                Signora, vi domando perdono:

Lo so che non conviene, lo so che ardito io sono; Ma quell'amor che ancora m'arde crudele il seno, Mi ha strascinato a forza; deh compatite almeno.

FLO.                 Ma che destino è il mio? Dalla città m'involo

Per contemplar coll'alma l'immagine di un solo, Per togliermi alle insidie d'altri novelli oggetti; E fin nel mio ritiro mi assalgono gli affetti?

CLA.                 Eh, che temer, signora, di me potete mai?


Senza periglio vostro finora io vi adorai; E se nella cittade invan piango e sospiro, Sorte miglior non spero in mezzo ad un ritiro. Che alteri non v'è dubbio del vostro cuore i moti; Usa abbastanza siete a disprezzar miei voti.

FLO.                 Eppur voi v'ingannaste finora in vostro danno,

E foste voi medesmo cagion del vostro affanno. Debole son pur troppo, il simular non giova, Se la mia debolezza voi conosceste a prova. Don Flavio ad onta mia mi vinse in pochi istanti Con quell'ardir che giova al labbro degli amanti, Voi di rispetti pieno, timido amante e saggio, Forse il mio cor perdeste, mancandovi il coraggio. No, non vi fo il gran torto di credervi men degno D'amor, né mai ebb'io gli affetti vostri a sdegno. Ma tollerate un vero, che tardi a voi confesso: La vostra timidezza fe' il peggio di voi stesso.

CLA.                 Dunque doveva ardito sprezzar gli ordini vostri?

FLO.                 Eh, son donna... Sapete quai sieno i riti nostri?

Vogliamo esser servite talor senza speranza, Mostriam d'avere a sdegno l'ardire e la baldanza; Ma a chi nel duolo indura, a chi pietà non chiede, Donna arrossisce in volto nell'offerir mercede.

CLA.                 Ma non diceste: io voglio di libertade il dono?

FLO.                 Credere chi il poteva in giovane qual sono?

CLA.                 Dunque voi m'ingannaste.

FLO.                                                            No, v'ingannò il timore,

D'amor tristo compagno per conquistarsi un cuore.

CLA.                 Non mi vedeste, ingrata, quasi di duol morire?

FLO.                 Morte amor non richiede.

CLA.                                                            Ma che richiede?

FLO.                                                                                          Ardire.

CLA.                 Dunque se ardir fa d'uopo negli amorosi azzardi,

Chiedovi ardito e franco...

FLO.                                                            No, mio signore, è tardi.

Quel che poteva un tempo lecito ardir chiamarsi, Ora che d'altri io sono, temerità può farsi; Ed io, che nell'arrendermi un dì potea esser grata Diverrei mancatrice, ad altri ora legata.

CLA.                 Flavio non ebbe ancora la man, pegno d'amore.

FLO.                 È ver, la man non ebbe, ma gli ho donato il cuore.

CLA.                 Dite che non l'ardire di lui vi rese amante,

Che ciò non basterebbe a rendervi costante; Ma che di me più vago, ma che di me più degno, Valse gli affetti vostri a mettere in impegno.

FLO.                 Se col suo volto il vostro a confrontar mi metto,

Ambi vi trovo degni d'amore e di rispetto. Se i meriti d'entrambi considerare io voglio, Trovo le virtù eguali, pari stimarvi io soglio; Ma quel che più coraggio ebbe a parlar di lui, Mi fe' più da vicino vedere i merti sui.


La stima amor divenne, l'amore indi mi ha spinto:

Ambi in me combatteste, ma il coraggioso ha vinto.
CLA.                 Né sorgerà più mai della speranza un lampo,

Che possa il mio rivale cedermi un giorno il campo?
FLO.                 Dell'avvenire in noi troppo è l'evento incerto.

CLA.                 Perder non vo per questo della costanza il merto.

Della viltà mi pento, che mi ha finor tradito;

Sarò, quanto fui timido, in avvenire ardito.
FLO.                 E perché il nuovo ardire meco non opri insano,

Don Claudio, dal mio tetto andatene lontano.
CLA.                 Ma che da me temete, a non curarmi avvezza?

FLO.                 Temo, ve lo confesso, del cuor la debolezza.

Lungi dal nuovo amante, sposo mio non ancora,

Temo la nuova impresa di un'alma che mi adora.

Itene da me lungi; toglietemi al periglio.

Itene, vel comando, se poco è il mio consiglio.
CLA.                 Barbara, sì v'intendo, l'abbandonarmi è poco,

Se ancor gli affanni miei voi non prendete a gioco.

Partirò, a un tal comando resistere non deggio.

Ah, son nell'obbedirvi, ah sì, son vile, il veggio.

Dovrei, qual m'insegnaste, esser d'ardito affetto,

Ma pur d'un amor vero è figlio il mio rispetto.

Faccia di me la sorte quel che può farmi irata.

Vi amo crudele ancora. Vi amerò sempre... ingrata. (parte)

SCENA TERZA

Donna Florida sola.

Potea tal confessione risparmiarsi, è vero,

Ma il labbro ha questa volta voluto esser sincero.

Già non vi è più rimedio, don Flavio ha la mia fede,

E invan novello amante domandami mercede.

È ver che per fuggire gli assalti perigliosi,

Che incontransi sovente da labbri ardimentosi,

Venni della campagna fra inospiti recessi,

Ma trovomi assalita ne' miei ritiri istessi.

Don Claudio non è forse quel più tema d'intorno

Ma il Cavalier non lungi dal rustico soggiorno.

Dal primo dì ch'io venni al villereccio albergo,

Me l'ho veduto sempre ne' miei passeggi a tergo.

Giovan di bell'aspetto, pieno di leggiadria,

Mi fa vezzosi inchini, non so ancor chi egli sia.

Non curai di saperlo finor, perché ho fissata

Massima di star sempre solinga e ritirata;

Poiché, per non espormi ad un novel periglio,

Questo di viver sola è provido consiglio.

Sia pur chi esser si voglia, sarò, qual si conviene,

Civil con chi mi onora, ma in casa mia non viene.


Son curiosa per altro saper com'ei si chiami, Non per desio protervo, ch'ei mi coltivi od ami, Che sarò al mio don Flavio costante insino a morte, Ma per saper chi alberga non lungi alle mie porte. Ehi, chi è di là?

SCENA QUARTA Gandolfo e la suddetta.

GAN.                                            Signora.

FLO.                                                            Fattore, ho qualche brama

Quel cavalier vicino saper come si chiama.

GAN.                Quegli è il conte Roberto: è un cavalier romano,

Ricco, nobile, dotto, affabile ed umano. Sta sei mesi dell'anno a villeggiar con noi, E tutti i villeggianti son tutti amici suoi. I contadini istessi tratta con tal bontà, Che l'amano e rispettano, che di più non si dà. Quando una qualche giovine vuol prendere marito, Egli le dà la dote, egli le fa il convito. E non credete mica facesse come quelli Che fanno, per esempio, montoni degli agnelli: È un cavaliere onesto, di un ottimo talento, Che tutto nel far bene ha il suo compiacimento.

FLO.                 Son qualità, per dirla, amabili davvero.

Ha moglie?

GAN.                                   Non signora. Ma prenderalla, io spero.

Poiché di questa razza, che è così rara al mondo, È bene che si veda un arbore fecondo. Vossignoria, perdoni, gli ha mai parlato?

FLO.                                                                                    No;

Non ho con lui trattato, né mai lo tratterò.

GAN.                Perché? lo crede indegno di stare in compagnia?

FLO.                 Fissato ho di star sempre solinga in casa mia.

E quando vo girando gl'inospiti sentieri, La compagnia sol piacemi goder de' miei pensieri.

GAN.                Tal sentimento è nuovo, mi par, nella sua mente;

So pur che le piaceva di stare allegramente. Creda che un cavaliere sì docile e di merto...

FLO.                 Non dite altro di lui. Nol vuò trattar, no certo:

So io quel che mi costa il conversar con tale Che merto avea maggiore, o almen l'aveva eguale. La libertà preziosa perduta ho in un momento; Non vuò novellamente espormi ad un cimento. Tanto più, che promessa avendo altrui la mano, Incontrerei il periglio di sospirare invano.

GAN.                Che? non si può trattare con affezion platonica

Almen per divertire la vita melanconica?


FLO.                 Parmi sentire alcuno all'uscio del giardino.

GAN.                Pare a me pur... Davvero non fallo, egli è Merlino

Il servitor del Conte.
FLO.                                                   Ite a veder che brama.

GAN.                Merlin, chi domandate? (verso la scena)

SCENA QUINTA Merlino e detti.

MER.                                                      Domando di madama.

Signora, il mio padrone le fa umil riverenza,

E d'essere a inchinarla le chiede la licenza.
FLO.                 Dite... (Per non volerlo quale addurrò ragione?

Per or son nell'impegno). (da sé) Ditegli ch'è padrone. (a Merlino, il quale parte)

SCENA SESTA Donna Florida e Gandolfo.

GAN.                Ah ah, me ne rallegro.

FLO.                                                      Conosco il dover mio

Come potea scansarmi?

GAN.                                                        Così diceva anch'io.

A un cavalier che viene per visitar la dama, Chiuder la porta in faccia, inciviltà si chiama. Scommetto che una volta, se state a tu per tu In compagnia del Conte, non lo lasciate più. Per questo non intendo di dir... Se m'intendete, Lo so, signora mia, che giovine voi siete. Ma quando mai doveste... direi uno sproposito... Piuttosto lui, che un altro... Eccolo qui a proposito. (parte)

SCENA SETTIMA Donna Florida, poi il Conte Roberto

FLO.                 Conosco che son debole nelle occasion fatali,

Ma già non vi è pericolo, promessi ho i miei sponsali; E fuor del matrimonio con cui legasi ad uno, L'onestà mi consiglia di non curare alcuno.

CON.                Permettami, madama, l'accesso nel suo tetto,

Per darle un testimonio di stima e di rispetto; E insiem per esibirle in questo ermo ritiro La servitù divota, che consacrarle aspiro.


FLO.                 Signor, troppo cortese, troppo gentil voi siete.

Ehi, da seder. Vi prego. (fa cenno al Conte che sieda)
CON.                                                     Ma non vorrei...

FLO.                                                                                 Sedete. (siedono)

CON.                Lunga stagion godremo l'onor del vostro aspetto?

FLO.                 Nol saprei dir. Finora qui trovo il mio diletto.

Piacemi di star sola, e qui per verità

È luogo tal, che vivere mi lascia in libertà.

(Capisca, ch'io non voglio conversazion frequente). (da sé)
CON.                (Ella non mi gradisce. Lo dice apertamente).

Veramente, signora, la libertà è un gran bene.

Gran mondo in questo sito a villeggiar non viene.

Anch'io godo il ritiro, de' miei studi invaghito,

Però sempre non piacemi il viver da romito.

L'ore divido in guisa che parte se ne dia

Ai numi, agl'interessi, al studio e all'allegria.
FLO.                 La partizione è giusta per voi che saggio siete,

Che avete i vostri affari, che libri conoscete.

Per me, trattone il tempo che al ciel donar conviene,

Nella mia solitudine ritrovo ogni mio bene.
CON.                Perché la solitudine se tanto voi amate

A chiudervi in ritiro per sempre non andate?
FLO.                 Lo farei di buon core, se farlo ora potessi

Se ad altri per ventura legata io non m'avessi.
CON.                Dunque avete marito.

FLO.                                                      L'ebbi, ma è trapassato.

CON.                Siete vedova.

FLO.                                       A un altro ho l'amor mio impegnato.

CON.                Altro che solitudine è quel che vi diletta!

Vi spiace, a quel ch'io sento, di vivere soletta.

Se il primo laccio infranto, cercaste anche il secondo,

È segno che vi piace il vivere del mondo.
FLO.                 Eppure avea fissato non mi legar mai più.

CON.                Eh, chi è amico d'amore, amico è di virtù.

Questa passion, per cui opera il mondo e dura

Insita è nei viventi, effetto è di natura.

Aman gli augelli e i pesci, aman le belve anch'esse,

Son per amor feconde fino le piante istesse.

E noi, che d'alta mano siam l'opera migliore,

Ricuserem gl'impulsi seguir d'onesto amore?

No, no, non vi pentite d'aver due volte amato;

Se mancavi il secondo, il terzo è preparato.

È pur la bella cosa goder sino alla morte

La dolce compagnia d'amabile consorte!
FLO.                 Ma voi da tal fortuna vivete ancor lontano.

CON.                È ver, cercai finora d'accompagnarmi invano.

Colpa del mio difficile strano temperamento,

Che dubita del laccio non essere contento.

Non ho trovato ancora donna di genio mio;

Subito ch'io la trovo, entro nel ruolo anch'io.
FLO.                 Che mai richiedereste per essere felice?


CON.                Non più di quel che giova, non più di quel che lice

Una di cuor sincero, d'amor tenero e puro, Di cui senza pensieri potessi andar sicuro: Che mi lasciasse in pace, amando star soletto, Che meco alle ore debite gioisse in dolce aspetto: Capace la famiglia a reggere da sé, Ma che sapesse insieme dipendere da me: Che unisse alla modestia la placida allegria, E al nobile costume la saggia economia: Che si lasciasse al bene condur senza fatica, Amante del marito, o per lo meno amica.

FLO.                 E voi colla consorte qual essere vorreste?

CON.                Studierei secondarla nelle sue voglie oneste.

La lascierei padrona de' suoi divertimenti, Arbitra di trattare gli amici ed i parenti. Disposta alle occasioni di fare a modo mio, Sarei a compiacerla pronto e disposto anch'io.

FLO.                 Un maritaggio simile sarebbe una fortuna.

CON.                Spero fra tante un giorno di ritrovar quell'una.

Voi che di due provaste il dolce amor giocondo, Foste contenta almeno?

FLO.                                                         Vi dirò: del secondo

Sposa non sono ancora. Ebbi da lui la fede, Egli da me l'ottenne.

CON.                                                  Dov'è, che non si vede?

FLO.                 Alla guerra.

CON.                                      Alla guerra? Andarvi ad impegnare

Con uno a cui sovrasta l'evento militare? Si vede che bramate di vivere disciolta, Cercando di esser vedova sì presto un'altra volta.

FLO.                 A tutti i militari presta non è la morte.

CON.                È ver, tornerà vivo, sarà vostro consorte.

Verrà di gloria pieno a porgervi la mano, Ma tornerà ben presto ad esservi lontano.

FLO.                 Se della mia elezione, signor, mi condannate,

A sciogliere l'impegno con lui mi consigliate.

CON.                Questo no: vi consiglio anzi a serbar costante

La fè che prometteste al sposo militante. Ei tornerà fastoso dei conquistati allori, A riposare in seno dei sospirati amori, E voi, tenera sposa, sarete il bel conforto D'un sposo affaticato, ferito e mezzo morto. Vi sederete appresso del povero marito Dai bellici disagi oppresso, illanguidito, E passerete il tempo invan nei dì primieri Sentendol ragionare dell'armi e dei guerrieri. E quando in nuove forze d'amor gl'inviti ascolta, Al suon degli oricalchi vi lascia un'altra volta.

FLO.                 Dunque sarò infelice a tal consorte unita?

CON.                Dei militar codesta suol essere la vita.

Ma voi che saggia siete, sapreste uniformarvi,


E vano dopo il fatto sarebbe il consigliarvi.
FLO.                 Signor coi detti vostri in luogo di recarmi

Conforto, più che mai cercate rattristarmi.
CON.                No, no, scherzai finora. Verrà lieto e brillante

Lo sposo a rivedervi. Amatelo costante.

Anzi della tristezza, che vi occupa il respiro,

Di liberarvi in parte, di sollevarvi aspiro.

Quando verrà dal campo trionfator del nemico

Il vostro amato sposo, gli voglio essere amico;

E vuò che mi ringrazi di aver rasserenato

Il volto della sposa per esso addolorato.

Vuò che vi veda il mondo più ilare d'aspetto,

Vuò che gioite meco, costante al primo affetto.

Vano timor non prendavi, ch'io vi divenga audace

Dell'allegria son vago, ma l'onestà mi piace.

Se vi vedessi infida lontana al caro sposo,

Sarei co' miei rimproveri molesto e rigoroso.

Non dico che quegli occhi mi sieno indifferenti,

Ma pieno ho il cuor in petto di onesti sentimenti:

Libera, mi potreste innamorar fors'anco,

Ma siete altrui legata, al mio dover non manco.

Fidatevi di un uomo, che a voi riserba in petto

Col più onorato impegno, la stima ed il rispetto.
FLO.                 (Tanto promette, e tanto parmi sincero e onesto.

Che i generosi inviti a secondar mi appresto). (da sé)
CON.                Fra i miei piaceri usati, che non son pochi invero,

Piacemi il delizioso mestier del giardiniero.

Ed or che primavera alle delizie invita,

Di fiori peregrini ripiena ho la fiorita.

Deh, non vi sia discaro vederla, ed onorarmi

Di vostra approvazione, di cui vuò lusingarmi.
FLO.                 Verrò, verrò, signore.

CON.                                                    Questo verrò lo dite

In aria melanconica. Alzatevi, e venite. (s'alza)

È l'ipocondria un male che superar conviene,

E più che vi si pensa, peggiore ognor diviene.

Animo; fate forza in questo punto istesso

Della tristezza vostra a superar l'eccesso.

Quanto sarete presta ad aggradir l'invito,

Tanto più il favor vostro mi riuscirà compito.

Alle mie preci umili voi resistete invano:

Andiam, signora mia, porgetemi la mano.
FLO.                 Eccomi ad obbedirvi. (s'alza)

CON.                                                  Così mi consolate.

FLO.                 Signor, che d'altri io sono però non vi scordate.

CON.                Son cavalier d'onore, conosco il dover mio.

FLO.                 (Ah voglia il ciel pietoso, che lo conosca anch'io!) (partono, servita donna Florida

dal Conte)


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA Don Claudio e Gandolfo.

CLA.                 Donna Florida adunque col Conte a lei vicino

Sen va da sola a solo girando in un giardino?

GAN.                E ben, che male ci è? Mormorazion non merta,

Se sta col Cavaliere girando all'aria aperta. Cent'occhi che la vedono, la rendono sicura.

CLA.                 Eh, dopo del giardino si passa in fra le mura

Un tal cominciamento non è che periglioso.

GAN.                In verità, signore, siete assai malizioso.

Il Conte è un uom da bene, e la padrona è tale Ch'è un torto manifesto volendo pensar male.

CLA.                 Con tutti donna Florida usa gentil maniera,

Con me sembra soltanto sofistica ed austera. Vuol che da lei mi parta, vantando il viver sola, E poi con altri tratta, passeggia e si consola?

GAN.                Ed io da questo appunto, di cui voi vi dolete

Giudico ch'ella v'ami più assai che non credete. Le donne hanno per uso, sia per modestia o orgoglio, Quando una cosa bramano, a dire: io non ne voglio. Fan per provar talvolta, fan per esser pregate; Non vi perdete d'animo, pregatela, e provate.

CLA.                 Non vagliono le preci, non vaglion le ragioni.

GAN.                Avete mai provato buttarvi in ginocchioni,

Piangere, sospirare, trar fuori uno stiletto? Fingere di volere trafiggervi nel petto? Darvi dei pugni in viso? Dar la testa nel muro? Stracciar un fazzoletto? Tirar qualche scongiuro? Le donne, che son timide per lor temperamento, Si arrendono tremanti talor per lo spavento.

CLA.                 Quel che l'amor non opra, invano opra il timore.

GAN.                Per me penso altrimenti in genere d'amore.

Quando era giovinetto, e aveva il mio genietto, Volea corrispondenza, per grazia o per dispetto. Le nostre contadine, che han ruvida la scorza, Si vincono talora coi pugni e colla forza, E quando han superato la prima resistenza, Ci vengono d'intorno con tutta confidenza. Sono le cittadine assai più delicate, Ma come l'altre femmine anch'esse son formate. Poco più, poco meno, han dell'ostinazione, E gioveria con esse la rustica lezione; Non dico con i pugni, che è cosa troppo vile, Ma con qualche altra cosa, che avesse del virile.

CLA.                 Voi, galantuom, parlate come la villa ispira:


Le nostre cittadine non vinconsi con ira.
Son delicate tanto, son permalose a segno,
Che una disattenzione tosto le muove a sdegno.
Vogliono a lor talento esser da noi servite,
Vonn'essere adulate, vonn'essere blandite:
Voglion veder gli amanti languenti, appassionati,
E fino i lor difetti deon essere lodati.
E quando del servire il premio aver si crede,
Abbiam d'ingratitudine la perfida mercede.
GAN.                Per me le compatisco le vostre cittadine;

Farebbero lo stesso ancor le contadine, Se fossero gli amanti, che nati sono qua, Simili nel costume a quei della città. La donna col cavallo io metto in paragone, La rende assai più docile chi adopera lo sprone. Una bacchetta in mano fa che il polledro impari, La donna colla sferza si domina del pari. Chi troppo la seconda, chi troppo l'accarezza, Non speri ch'ella soffra al collo la cavezza. (parte)

SCENA SECONDA

Don Claudio solo.

Reggere un fier leone può l'uom sagace, esperto, Anzi che il cuor di donna volubile ed incerto. Qual arte non usai per vincer la crudele? Di me chi più costante, di me chi più fedele? E alfin la disumana ad ingannar sol usa, Condanna il mio rispetto, e di viltà mi accusa. Tento cangiar lo stile, ma spero invan mercede, Spero conforto invano da un'alma senza fede. Sì, senza fede, ingrata tu sei, lo scorgo adesso, Se inganni, se deludi per fin lo sposo istesso. Egli a sudar fra l'armi va cogli eventi incerti, Tu con novelli oggetti ti spassi e ti diverti. Questo pensier funesto del tuo temperamento, Coi danni del rivale minora il mio tormento; Che se prepari ad esso con tue menzogne un duolo, Son misero e dolente, ma almen non sarò solo.

SCENA TERZA

Don Flavio ed il suddetto.

FLA.                 Amico.

CLA.                              Oh ciel! che miro? Voi qui? voi di ritorno?


FLA.                 Disfatto è l'inimico, alla mia patria io torno.

Cerco in città la sposa. So che qui è ritirata.

Dov'è? dove si trova? Rendiamola avvisata.
CLA.                 Infelice don Flavio! tornate vittorioso

Dal campo di battaglia per essere doglioso.

Meglio per voi che avesse durato il rio conflitto,

Anzi che rivedere colei che vi ha trafitto.
FLA.                 Oimè! voi mi uccidete. Dov'è la mia diletta?

CLA.                 Va col conte Roberto a passeggiar soletta.

FLA.                 Roberto lo conosco. Conosco il Cavaliere:

L'onesto suo costume non lasciami temere;

E il cuor di donna Florida non credo sì spietato,

Che dopo brevi giorni di me si sia scordato.
CLA.                 Fidate pur di lei, del Cavalier fidate,

Avrete da una donna di fè le prove usate.

Vuol l'amicizia nostra ch'io parli franco e schietto;

Il cuor di donna Florida per voi non vi prometto.
FLA.                 Amico, perdonate se franco anch'io ragiono;

A dubitar di tutto sì facile non sono.

So che voi pure amaste colei che ora insultate,

E temo che, irritandomi, di lei vi vendichiate.
CLA.                 Voi m'insultate.

FLA.                                             È vero, e avete una ragione

Per chieder dell'insulto da me soddisfazione.

Eschiam da queste mura, andiamo in sulla strada;

Son pronto a soddisfarvi.
CLA.                                                            Nel fodero la spada.

Finor l'insulto vostro è ancora indifferente,

Finché non è la donna colpevole o innocente.

Prova di lei si faccia, che vaglia assicurarvi,

E allora dell'offesa dovrete ritrattarvi.
FLA.                 Io ritrattar non soglio quel che il mio labbro ha detto

L'onor di donna Florida a sostener mi affretto.

Escite, e colla spada provatemi ch'è infida.
CLA.                 Eh, che l'onor di donna non prova una disfida.

Potrei morir: per questo saria dalla mia morte

La fede autenticata di debole consorte?

E se innocente ha il cuore, col vostro sangue istesso

Macchiata esser dovrebbe da vergognoso eccesso?

Inutile è il cimento, quando la donna è infida;

Scoprasi ch'è innocente, e accetto la disfida.
FLA.                 Or bene, a questo patto la pugna or differisco.

Scoperta la menzogna, vi assalgo ed infierisco,

Né di sottrar pensate la vita alla mia spada.
CLA.                 Son cavalier, mi avrete con voi quando vi aggrada:

Ma l'onor mio pretendo che all'onta non si esponga

Di femminile inganno. L'ira omai si deponga.

Andiamo di concerto per metterci al sicuro,

Se il cuor di donna Florida siasi macchiato o puro.

S'ella vi vede, al certo, temendo il vostro aspetto,

Arte non mancheralle per simulare affetto;


E quell'ardir che l'anima, sin che voi siete assente,
Le mancherà nel seno, mirandovi presente.
Celatevi per poco, fate che non vi veda;
Ferito in lontananza facciam ch'ella vi creda.
S'ella fedel si mostra a voi distante ancora,
L'avrò accusata a torto, ci batteremo allora.
FLA.                 Piacemi il ritrovato, e allor con più ragione

Di vendicar mi accingo la sua riputazione. Andrò in luogo remoto a lei poco lontano, Farò le giunga un foglio segnato di mia mano, Vedrò la sua risposta, vedrò s'ella destina La mia felicitade, ovver la mia rovina; E voi che mi recaste al cuor pena sì forte, Ne pagherete il fio col sangue e colla morte. (parte)

SCENA QUARTA

Don Claudio solo.

O che la donna ha il cuore in nuovi amori assorto,

E colla sua scoperta mi vendico del torto;

O se il pensier m'inganna ed il suo sposo adora,

Uno di noi perisca: se ho da morir, si mora.

Vivere in tale stato, sempre di vita incerto,

È una continua morte. Finor troppo ho sofferto.

Da lei se la mia fede un premio non aspetta,

Si tenti dell'ingrata almeno una vendetta.

Se Flavio l'abbandona, e meco si cimenta

E sono il vincitore, farò ch'ella si penta;

E se cader io deggio sotto di un uom più forte,

La cruda un fier rimorso avrà della mia morte.

Oh quai pensier funesti mi hanno ingombrato il cuore!

Ecco le belle gioie, che trovansi in amore.

Poveri sciagurati! Il pregio non si sa,

Se non quando è perduto, di nostra libertà.

Per un piacer sì misero, che tardi o mai non viene

Si perde quanto mai possiamo aver di bene.

La pace non si cura, la vita non si stima;

Vani riflessi e tardi: dovea pensarci in prima. (parte)

SCENA QUINTA

Donna Florida e il Conte

CON.                Eccoci di ritorno, ecco ch'io vi rimetto

Qui, donde vi ho levata, con umile rispetto.
FLO.                 Grazie, signor, vi rendo della pietosa cura,


Onde la bontà vostra me rallegrar procura.

CON.                Farlo di cuore intendo, ma vedo apertamente

Che, per quanto si faccia, con voi non si fa niente: Ma affé, vi compatisco, vi manca quella cosa Che più d'ogni altro spasso fa ridere una sposa.

FLO.                 Credete voi ch'io sia vogliosa di marito?

CON.                Così mi par dagli occhi. Son franco, son perito

Nel conoscer le donne, che sono appassionate.

FLO.                 Eppure questa volta, signor, voi v'ingannate.

CON.                Di dir siete padrona quel che vi pare e piace;

Ma credo quel che voglio anch'io con vostra pace. Don Flavio lo conosco, è un giovane brillante, Di docili maniere, di amabile sembiante. Saputo ha innamorarvi, se fede a lui giuraste, E certo, nell'amarlo, lontan non lo bramaste. Che torni a voi dappresso voi sospirate il dì: Se no dite col labbro, dicono gli occhi sì.

FLO.                 Quel che ho nel cor, col labbro a dir voi mi udirete.

O gli occhi miei mentiscono, o voi non li intendete.

CON.                Dunque l'alfier lontano voi non amate più?

FLO.                 Vi lascio indovinarlo, se avete tal virtù.

CON.                Indovinar mi provo talor dai segni esterni,

Ma è il cuor delle persone sol noto agli occhi eterni. Gli agnostici e prognostici ch'io fo di un cuore amante, Può esser che sian fatti da medico ignorante. Anche il fisico bravo però talor s'inganna, E men conosce il vero, più che a studiar si affanna. Lunga è la medic'arte, per cui la vita è breve, Mai giunge a insegnar tanto, quanto saper si deve. Ma l'arte di conoscere l'amor di gioventù È peggio della medica, e incerta ancora più.

FLO.                 Dunque voi, che dagli occhi conoscer vi vantate,

Che non sapete niente almeno confessate.

CON.                Non so niente, il confesso; ma sono un po' curioso

Saper, se veramente amate il vostro sposo.

FLO.                 Questa curiosità dee avere un fondamento.

CON.                Certo che senza causa non destasi il talento.

FLO.                 Prima che il ver vi scopra di quel che nutro in me,

Del vostro desiderio svelatemi il perché.

CON.                Volentieri, è ben giusto, acciò mi si conceda

La grazia ch'io domando, che l'obbedir preceda. Vuò saper se lo sposo piacer vi reca, o tedio, Per offerirvi al cuore più facile il rimedio.

FLO.                 Figurate i due casi, se l'amo, o se non l'amo;

Saper qual sia il consiglio che mi dareste, io bramo.

CON.                Perdonate, signora, senza saper il male,

Offrono i ciarlatani farmaco universale. Dite lo stato vostro, e allor franco mi appiglio Offrirvi, qual io penso, e l'opera e il consiglio.

FLO.                 No, no, non vuò scoprirvi dove il mio male inclina,

Se prima non son certa qual sia la medicina.


CON.                Ed io non dirò mai qual sia il medicamento,

Se prima il vostro male scoprire io non vi sento.
FLO.                 Dunque il rimedio è inutile; scoprirmi ora non posso.

CON.                E voi restate adunque col vostro male addosso.

FLO.                 Che crudeltà! vedere talun addolorato,

E non voler soccorrerlo per un puntiglio ingrato.
CON.                Parmi, perdon vi chiedo, più ingrato chi pretende

Celar il proprio male a chi guarirlo intende.
FLO.                 Dirlo non ho coraggio; prometto non negarlo,

Se voi coll'arte vostra giungete a indovinarlo.
CON.                Mi proverò: voi siete afflitta, addolorata,

Perché pria di concludere lo sposo vi ha lasciata.

Temete ch'ei si penta, temete ch'ei non torni,

E cresce il vostro male nel crescere dei giorni.

Ho indovinato?
FLO.                                          Oibò! siete lontan dal vero.

CON.                Dunque per altra strada indovinare io spero.

Siete di lui pentita. Per forza, o per impegno,

Giuraste a lui la fede, di cui vi sembra indegno.

E invece di tremare per i perigli sui,

Sperate che la guerra vi liberi da lui.

È egli vero?
FLO.                                       Nemmeno. Crudel tanto non sono.

Finor voi non avete d'indovinare il dono.
CON.                Potreste la sua vita bramar per onestà,

Ma ch'egli vi lasciasse per altro in libertà.
FLO.                 Libertà di qual sorte?

CON.                                                     Principio a indovinar.

La libertà che mirasi nel mondo a praticar.
FLO.                 Trattar con mille oggetti parmi una noia, un duolo.

CON.                Dunque la libertade di frequentar un solo.

FLO.                 Questi chi esser dovrebbe?

CON.                                                              Piano, signora mia,

Principio a insuperbirmi di buona astrologia.

Trovata la ragione che vi martella il petto,

Può esser che indovini ancor qual sia l'oggetto.

Veduto ho qui d'intorno certo don Claudio.
FLO.                                                                                       È vero.

CON.                Sarebbe egli l'amico?

FLO.                                                      No, nemmen per pensiero.

CON.                Dir convien, che lasciato l'abbiate alla città,

A villeggiar venuta per zelo di onestà.
FLO.                 Alla città non evvi quel tal che vi credete.

CON.                Essere vi dee certo. Signora, ove l'avete?

FLO.                 S'io spiegarvi dovessi il nome del soggetto,

Sareste, signor Conte, astrologo imperfetto.
CON.                Scoprir una passione poss'io, ma mi confondo

A indovinar un nome fra tanti nomi al mondo.

Ditemi almen la patria.
FLO.                                                      Più di così non dico.

CON.                Vedo per questa parte difficile l'intrico.


Abbandoniamo il nome, qualunque sia l'oggetto: Parliamo del rimedio al mal che avete in petto. L'alfier com'è geloso?

FLO.                                                      Nol so, non lo provai.

CON.                Un militar per solito geloso non è mai.

Ridicolo sarebbe voler usar invano Presente quel rigore che usar non può lontano. Ma il pover galantuomo, che per l'onor si espone, Affida alla consorte la sua riputazione. Considerar conviene, signora, che i soldati, Ove d'onor si tratta, son molto delicati. Concedono alle spose la lor conversazione; Ma guai qualor s'avvedono, che prendono passione. Ecco, al mal che vi affligge, il buon medicamento; Troncate la passione nel suo cominciamento. Fate che a voi tornando, continui amore e stima, Trovandovi fedele e amante come prima.

FLO.                 Ma s'ei perisse al campo, ove comanda il fato?

CON.                Ah ah! capisco adesso, che prima ho indovinato,

Quando pensai che foste afflitta dallo sdegno D'aver data la fede per forza o per impegno. Se questo è ver, signora, ecco il rimedio vostro, Che franco qual io sono, per obbligo vi mostro. Quando la fede è data, non si ritratta più, E dove amor non regna, supplisce la virtù. In libertà di sceglier, un cuor non si violenta, Ma quando si è legato, è vano che si penta. Amara è la bevanda, lo so, vi compatisco; Son medico sincero, vi curo, e non tradisco. Entrato a medicarvi col più costante impegno, A costo lo vuò fare ancor del vostro sdegno.

FLO.                 Anziché a sdegno prendere labbro che parla audace,

Chi parlami sincero mi offende, e pur mi piace: Ma il caso è figurato, e non accordo ancora Che sia, qual vi credete, il mal che mi addolora. Ditemi, se disciolto fosse il mio cuor dal nodo, Ritrovereste voi di consolarmi il modo?

CON.                Allor procurerei di darvi un testimonio

Di stima, proponendovi qualch'altro matrimonio.

FLO.                 Chi mi proponereste?

CON.                                                     Oh oh! non tanta fretta.

Non nascono i mariti tra i fiori e tra l'erbetta. Se fosse necessario di darvelo sì presto, Potrei difficilmente rendervi paga in questo.

FLO.                 Se in città non volessi cercar lo sposo mio?

CON.                Altri qui non vi sono fuor che don Claudio, ed io.

FLO.                 Un di voi due non basta?

CON.                                                        Don Claudio può bastarvi.

FLO.                 Voi non sareste al caso?

CON.                                                        Non so di meritarvi.

FLO.                 Lasciam le cerimonie; s'io fossi fuor d'impegno


Il cuor di donna Florida di voi sarebbe indegno?
CON.                Né voi siete nel caso di farmi la proposta,

Né io mi trovo in grado di darvi una risposta.
FLO.                 Voi mi sprezzate adunque.

CON.                                                           Son uom che dice il vero

Quando non vi stimassi, vi parlerei sincero.
FLO.                 Se di me stima avete, perché negarmi un sì?

CON.                È ver che dirlo è vano, prima che giunga il dì.

FLO.                 E se quel giorno arriva, che par lontano ancora,

Ricuserete il laccio?
CON.                                                  Risponderovvi allora.

FLO.                 Questo è il rimedio adunque che medico pietoso

Offriste al male interno, ch'io vi teneva ascoso?
CON.                Ora che il mal conosco, e la cagion ne sento,

Godo che giovar possavi un mio medicamento:

Ma quando l'ammalato ha imbarazzato il seno,

Il balsamo talvolta convertesi in veleno.

Fino che sposo avete vivo, robusto e sano,

Straniera medicina sperar potete invano.

Lasciate che col tempo l'impegno e la ragione

Aiuti la prudenza a far la digestione.

Non vuò che una lusinga faciliti l'accesso

D'un male, ch'è pur troppo comune al vostro sesso;

E per calmar lo spirito, onde agitata or siete,

Ch'io parta, ch'io vi lasci, madama, permettete. (parte)

SCENA SESTA

Donna Florida sola.

Già lo sapea di certo, che il debole costume Avrebbemi offuscato della ragione il lume. Ma è sì gentile il Conte, sì generoso e umano, Sì poco visse meco lo sposo ancor lontano, E tanto mi diletta la dolce compagnia, Che parmi con ragione sgridar la sorte mia. Saggio risponde il Conte al mio parlare ardito, Ma libera proposi cercar nuovo marito. Alfin non ho sposato l'alfier che mi pretende: L'evento della pugna incerto ancor si attende. Se vive, se ritorna, sarò di lui contenta; Ma darsi può ch'ei mora, può darsi ch'ei si penta. Il militar costume non vuolmi assicurata, Ed io dovrò con esso per sempre esser legata? O torni a me repente, e il dubbio al cor mi tolga; O in libertà mi lasci, e il laccio si disciolga.


SCENA SETTIMA Gandolfo e detta.

GAN.                Signora, ecco una lettera che a lei viene diretta,

E quel che l'ha recata, ch'ella risponda aspetta.
FLO.                 Donde vien? Chi la manda?

GAN.                                                              Che l'apra, e lo saprà.

Ciascun ha per le lettere simil curiosità.
FLO.                 (Apre e legge in fondo alla lettera)

Oh ciel, mi trema il cuore. Don Flavio è che mi scrive. (a Gandolfo)
GAN.                Mi rallegro con lei; è segno che ancor vive.

FLO.                 Sentiam che cosa dice.

GAN.                                                     Me n'anderò.

FLO.                                                                           Restate.

Ho piacer de' suoi detti che testimon voi siate.

Sposa mia dilettissima.
GAN.                                                        Mi piace il complimento.

FLO.                 Disfatto è l'inimico.

GAN.                                                  Oh davver ne ho contento.

FLO.                 Dopo una lunga pugna, sia letto a nostra gloria,

Con perdita di pochi avemmo la vittoria.
GAN.                Bravo. Verrà fra poco a consolar la sposa.

FLO.                 Venga. Sarò contenta. Mi troverà amorosa.

D'un mio sinistro evento vuò rendervi avvisata:

La faccia dello sposo vedrete difformata.

Un colpo di moschetto in mezzo una foresta

Mi ha tratto per destino un occhio dalla testa.
GAN.                Oh povero signore!

FLO.                                                   Don Flavio sventurato!

Ho per metade il volto reciso e lacerato.

Più non conoscerete in me l'effigie istessa,

Che vi ha nel cuor pietoso la bella fiamma impressa.

Perché l'aspetto mio non giungavi improvviso,

Vi anticipo, mia cara, il doloroso avviso.

Non merto l'amor vostro, se il volto mio si vede;

Ma spero non vorrete per ciò mancar di fede.

Che se dalle ferite ho il mio sembiante oppresso,

Il cuor di chi vi adora sarà sempre le stesso.

Misera me!
GAN.                                   Che dite dei frutti della guerra?

FLO.                 Ah, questa nuova infausta mi lacera, mi atterra.

GAN.                Oh povera padrona! certo lo sposo vostro,

Per quello che si sente, è divenuto un mostro.
FLO.                 Lo soffrirò da presso? Avrò cuor di mirarlo?

Stelle! benché difforme, potrei abbandonarlo?
GAN.                Fate almen che dinanzi vi venga mascherato:

Mettetegli una fascia, parerà il Dio bendato.
FLO.                 Mille pensieri ho in cuore. Risolvere non so.

Fate aspettare il messo. Oh dei! risponderò. (parte)
GAN.                E pur fra le disgrazie può consolarsi almeno,


Che con un occhio solo vedrà tanto di meno.


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Donna Florida col foglio in mano.

Ah misero don Flavio! nel fiore dell'età, Difforme, contraffatto, perduto ha la beltà? Ed io con tale sposo, degno di scherni e risa, Sarò con mia vergogna dal popolo derisa? Doleami dello sposo che primo il ciel mi ha dato, Perché soverchiamente parevami attempato. Era però nel viso giocondo e maestoso; Or che dirò di questi orribile, mostruoso? Ah, nel pensar soltanto di tollerar tal vista, Il cuor si raccapriccia, l'immagine m'attrista. Ma che di me direbbe lo sposo sventurato, Se fosse in tal evento da sposa abbandonato? Questo sarebbe accrescer afflizione all'afflitto, E pormi una vergogna, un'onta ed un delitto. Oh, se venisse il Conte a consigliarmi almeno, Trarmi saprebbe, io spero, ogni malìa dal seno. Il messo non ritorna, che a me venir l'invita: Chi sa che non mi chiami troppo importuna e ardita? Però vuò lusingarmi ch'ei venga, e al mio periglio Provvido mi offerisca la norma ed il consiglio. So ben ch'egli vicino, giovine, vago e umano, Orribile più molto può rendermi il lontano. Ma tanto nel discorrere è saggio ed è prudente, Che condurrammi al meglio, ancor che sia presente. Temo la taccia nera di sconoscente, ingrata Temo col sposo informe vedermi accompagnata. So qual piacer si prova mirando un vago oggetto; Pavento di don Flavio orribile l'aspetto. Vorrei colla virtude far forza, e superarmi; Ma tremo di me stessa, però vuò consigliarmi.

SCENA SECONDA Don Claudio e la suddetta; poi Servitori.

CLA.                 Madama, ho già risolto troncar la mia dimora,

Vengo per riverirvi, e licenziarmi or ora.

FLO.                 Udiste il caso strano del povero mio sposo?

CLA.                 Intesi ch'ei ritorna in patria vittorioso.

FLO.                 È ver, ma le sue glorie non mi rallegran molto;

Egli ha perduto un occhio, e difformato ha il volto.


CLA.                 (L'arte di lui comprendo, facciam dunque la prova) (da sé)

Capisco che vi deve affliggere tal nuova. L'amor che a lui vi lega, lo brama a voi vicino; Ributta una consorte l'orror del suo destino. Se foste a lui congiunta, vosco l'avreste ognora: Buon per voi, che sposata non vi ha don Flavio ancora.

FLO.                 Ma la giurata fede non val più dell'anello?

CLA.                 È ver, ma l'infelice oggi non è più quello.

Voi prometteste a un uomo di geniale aspetto: Reso difforme in volto, può meritare affetto? Se meritar lo puote la sua virtù, lo credo: Voi pur di virtù piena ancor l'amate, il vedo. Ma siete voi sicura d'amarlo ognor vicino Ad onta dell'insulto che fecegli il destino? Espor la vostra pace vorrete al pentimento, Or che dispor potete con libero talento? Sareste un'infelice, e tal sarebbe ei stesso, Geloso con ragione, sofistico all'eccesso; E della pietà vostra cortese al di lui stato, In mezzo ai benefici vi diverrebbe ingrato. Pur troppo van le donne incontro a mille affanni, E crescono le noie col crescere degli anni; Ma almen par che più tardi la femmina si penta, Quando d'aver goduto un giorno si rammenta. Ma se nel dar la mano a piangere è sforzata Come sperar può mai godere una giornata, E come compatita può mai esser dal mondo, Chi vuol sagrificarsi delle sventure al pondo? La compagnia, direte, di un uom discreto e saggio Può rendere felice qualunque maritaggio; Ma dicovi, signora, che amor prende partenza, Quando non vi si unisca un po' di compiacenza. Bello godersi un sposo, senza poter mirarlo! Soffrirlo colle piaghe, e aver da medicarlo! Parlovi non per brama che mia voi diveniate; Da me, sprezzato a torto, amor più non sperate. La carità mi sprona a dir mio sentimento; La femmina ostinata risolva a suo talento.

FLO.                 Dunque la mia promessa più in suo favor non regge?

CLA.                 Siete per tal evento assolta da ogni legge.

Il povero don Flavio, che il volto ha rovinato, Chiamasi legalmente un uomo mutilato, E la mutilazione de' membri principali È causa sufficiente per sciogliere i sponsali. Non sciolgonsi egualmente per un puzzor di fiato, Per qualche imperfezione scoperta in qualche lato? Non dico che i sponsali si sciolgan de praesenti: Ma in quelli de futuro van sciolti i contraenti.

FLO.                 Ma un torto manifesto sarà sempre allo sposo.

CLA.                 Secondo che l'intende chi cerca il suo riposo.

Può darsi ch'egli stesso per questo vi avvertisca;


Che brami esser disciolto, e dirlo non ardisca.

Credete voi ch'ei voglia andar contro al pericolo,

Sposandosi in tal stato, di rendersi ridicolo?

Conoscerà se stesso, saprà i doveri suoi,

Ma un qualche eccitamento aspettasi da voi.
FLO.                 Che mi consigliereste di fare in tal periglio?

CLA.                 Signora io non son nato a porgervi consiglio.

E poi di un uom che invano serbovvi un dì l'affetto,

Potrebbe ogni consiglio parere a voi sospetto.
FLO.                 Non dico che vi creda tutto quel che mi dite;

Ma voglio il parer vostro.
CLA.                                                            Per obbedirvi, udite.

Io scriverei un foglio a lui con tenerezza,

Spiegando del suo caso il duolo e l'amarezza.

Direi che siete pronta ad esser sua consorte,

Che certo l'amerete ancor fino alla morte;

Ma che nel rimirarlo tanto difforme, e tanto,

Sarà perpetuamente cagion del vostro pianto.

Che in vece di godere col sposo i dì felici,

Sarete insiem congiunti due miseri infelici.

Però che dell'amore e dell'impegno ad onta

A sciogliervi per sempre da lui sarete pronta;

E che lo consigliate per suo, per vostro bene,

Anch'egli dal suo canto a scioglier le catene.
FLO.                 E s'ei nega di farlo? E se mi chiama ingrata?

E se alla data fede pretendemi obbligata?
CLA.                 Allor sta in vostra mano miglior risoluzione.

Volendo esser disciolta, vi assiste la ragione.

Ma risolvete presto, prima che venga ei stesso.
FLO.                 Orsù, son persuasa vuò risolvere adesso.

Ehi! da scriver recate. (alla scena)
CLA.                                                      (Spero averla acquistata). (da sé)

FLO.                 (Chi sa ch'io non mi veda col Conte accompagnata). (da sé. Servitori portano da

scrivere)
CLA.                 Corte parole e buone. Ogni rispetto è vano.

FLO.                 A scrivere mi provo. Ah! tremami la mano.

Sposo mio dilettissimo.
CLA.                                                         Oibò, troppo gentile.

FLO.                 Egli mi diè, scrivendomi, un titolo simile.

CLA.                 No, no, dite: don Flavio.

FLO.                                                         Mi sembra troppo amaro.

CLA.                 Raddolcitelo un poco.

FLO.                                                      Dirò: don Flavio caro.

CLA.                 Ben ben, come volete. Indifferente è questo;

Basta che vi tenghiate men tenera nel resto.
FLO.                 Lasciatemi formare il foglio intieramente,

E poi lo leggerete.
CLA.                                                Dirò sinceramente.

FLO.                 (Il passo è un po' difficile, ma meno mi rattrista,

Del conte don Roberto pensando alla conquista). (da sé; si pone a scrivere)
CLA.                 (Se l'amico vedesse ch'io son quel che la guida


Oh sì mi chiamerebbe furente alla disfida.

Ma s'egli è un uomo d'armi, ho da temer? Perché?

Conosco anch'io la spada. Viltà non regna in me.

E se rimproverarmi vorrà di tradimento,

Dir posso, che da lui offeso anch'io mi sento.

Io l'introdussi in casa di lei da me adorata,

Con arte e con inganno anch'ei me l'ha levata;

Siam tutti due del pari, e in ordine all'amore

Non dee chi ha più fortuna chiamarsi traditore). (da sé)
FLO.                 Ecco finito il foglio. Leggete quel ch'io scrissi.

CLA.                 (Legge piano)

Brava, diceste ancora di più di quel ch'io dissi.

Questo gentil rimprovero è a tempo caricato,

Don Flavio certamente sarà disingannato.

Piegatelo, e si mandi per il corriere istesso.
FLO.                 Attende la risposta fra le mie soglie un messo.

CLA.                 Tanto meglio. Facciamo che subito si parta.

FLO.                 Eccolo chiuso; ed ecco a lui la sopraccarta.

CLA.                 Datelo a me.

FLO.                                       Di fuori vedrete il messo a posta.

CLA.                 Farò ch'egli solleciti a dargli la risposta.

FLO.                 Don Claudio, il vostro zelo mi obbliga sommamente.

(Ma se mercede ei spera, da me non avrà niente). (da sé)
CLA.                 Venne il consiglio mio da un animo sincero.

(Almen per questa via di conseguirla io spero). (da sé, e parte)

SCENA TERZA

Donna Florida sola.

Eppur senza rimorsi scritto non ho quel foglio; Ma farlo è necessario, se libera esser voglio. Don Claudio disse bene, avrò da ringraziarlo, E spiacemi non essere in caso di premiarlo. Forse che l'avrei fatto, mancandomi l'alfiere, Se più non mi accendesse quest'altro cavaliere: Bramo di prender stato, e fin che non l'ho preso, Posso temer il cuore da nuove fiamme acceso. Ma quando sarò avvinta dal sacro nodo e forte, Fida sarò al secondo, come al primier consorte; Poiché la mia incostanza non è che ardore interno Con sposo più gradito di vivere in eterno.

SCENA QUARTA Il Conte e la suddetta.


CON.                Eccomi al vostro cenno obbedïente e presto.

FLO.                 A tanta gentilezza tenuta io mi protesto.

CON.                Che avete a domandarmi?

FLO.                                                            Vi supplico, sedete.

CON.                Lo fo per obbedirvi.

FLO.                                                   Questo foglio leggete. (gli dà la lettera di don Flavio)

CON.                (Legge piano)

Oh povero don Flavio! verrà glorioso in cocchio,

Gli allori vittoriosi mirando senza un occhio.
FLO.                 Vi par degno di scherzo l'evento sfortunato?

CON.                Questo de' militari è avvenimento usato.

Chi torna senza un braccio, chi vien ferito in testa,

E un gioco è di fortuna la vita che gli resta.
FLO.                 Meglio per lui, che fosse ito glorioso a morte.

CON.                Meglio per lui? Non pensa così vostro consorte.

FLO.                 Per me non ho più sposo.

CON.                                                           Perché?

FLO.                                                                           Vien difformato.

CON.                Un occhio non è niente, se il resto ha preservato.

Pensate voi, per essere privo di una pupilla

Non vederà per questo il bel che in voi sfavilla?

Scacciate pur, signora, dal cuor sì fatto duolo

Per dir che siete bella, gli basta un occhio solo.
FLO.                 L'occhio fors'anche è il meno. Leggete quel ch'ei dice:

Mezza la faccia ha guasta il misero infelice.
CON.                E per questo, madama, vi par che importi molto?

Nell'uomo la bellezza non contasi del volto.

È la virtù, è il costume, è il cuor che in noi si ammira.

Per cui la donna saggia accendesi e sospira.

Pregio è del vostro sesso beltà caduca e frale;

Nell'uomo la bellezza è cosa accidentale.

È bello il vostro sposo? Ebben, la sua beltà

Godrete, se non tutta, almeno per metà;

E l'altra difformata dal fato disgustoso,

Sarà l'insegna nobile di un uomo valoroso.
FLO.                 E mi consigliereste che avessi il cuor sì stolto,

Di prender per isposo un uom con mezzo volto?
CON.                Signora, a quel ch'io sento, vi tenta il rio demonio

Il volto non è dove si fonda il matrimonio.

Lo dissi, e lo ridico, alla virtù si bada.
FLO.                 Tutta la sua virtude consiste nella spada.

CON.                Ditemi in cortesia: don Flavio avete amato?

FLO.                 L'amai.

CON.                             Ad obbligarvi con lui chi vi ha forzato?

FLO.                 Per dirla, amor fu solo che mi ha obbligato a farlo.

CON.                E perché ha perso un occhio vorreste abbandonarlo?

FLO.                 Devo soffirir dappresso un mutilato, un mostro?

CON.                Quanti mostri vi sono ancor nel sesso vostro?

Quante spose eran belle da prima in gioventù,

E dopo maritate non si conoscon più?

Per questo s'ha da dire con onta e con orgoglio


Dagli uomini alla sposa: Va là, che non ti voglio?

FLO.                 Credea dal vostro labbro aver miglior conforto;

Ma veggo, a mio rossore, che voi mi date il torto. Per scherno, o per inganno, diceste poco fa, Mi avreste consolato s'io fossi in libertà.

CON.                È ver, ma in libertade per or non siete ancora.

FLO.                 Don Flavio è mio in eterno?

CON.                                                              No, aspettate ch'ei mora.

FLO.                 Eh, che la legge istessa provvede ed ha ordinato,

Che sposa si disciolga da sposo mutilato. Egli non è più quello a cui promessa ho fede; Se cambiasi l'oggetto, ogni obbligo recede. Pensar deggio a me stessa, né condannar mi lice Il cuore al duro laccio, per vivere infelice. Non parlo da me sola, nel mio fatal periglio Trovai chi mi ha prestato il provvido consiglio. Già licenziai col foglio don Flavio in poche note; S'accheti o non s'accheti, astringermi non puote. So che scherzar vi piace, ma il ver lo comprendete. Signor, parliam sul serio, son libera, il sapete; E sciolta dall'impegno, e libera qual sono Del cuor, della mia mano, a voi ne faccio un dono.

CON.                Signora, or non si scherza. Grato al don non mi mostro.

Se grato esservi deggio, donatemi del vostro. Il cuor, la vostra mano, promessa ad altri in moglie Il caso sventurato dall'obbligo non scioglie. Per voi sento arrossirmi, e più mi maraviglio Di quel che darvi ardisce sì perfido consiglio. Voi non vedeste ancora il volto difformato Di lui, nel pensier vostro qual mostro figurato. Non sarà si difforme. Ma fosse ancor peggiore Di quel che vi sognate, è sempre un uom d'onore. Scrive la sua sventura ad una sposa onesta; Qual ricompensa ingrata all'infelice è questa? Se avesse il volto vostro perduti i vezzi suoi, Godreste un tal disprezzo che si facesse a voi? Sposa di lui sareste, e l'uom saggio, onorato Fuggito avria la taccia di comparire ingrato. No, la legge non scioglie sposi per così poco: Chi vi consiglia è stolto, o disselo per gioco. Che differenza fate fra i nodi maritali, E i santi giuramenti proferti nei sponsali? Quel che lega due cuori, e che li vuole uniti, Non è il letto nuziale, non cerimonie o riti, Ma dal comune assenso di due liberi petti Dipende il sacro impegno del cuore e degli affetti. Mal vi reggeste, il giuro, scrivendo a lui tal foglio; Sposa sua diverrete per onta e per orgoglio. E il merto, che poteva farvi un discreto amore, Perduto già l'avete, volubile di cuore. Piango per l'alta stima che avea di voi formata;


Piango che da voi stessa vi siate rovinata;

E che caduta siate nel vergognoso eccesso

Di debole incostanza comune al vostro sesso.
FLO.                 Ah signor, mi atterrite. Misera sventurata!

Da chi mi diè il consiglio sarò dunque ingannata?
CON.                Credete a chi vi parla con animo sincero;

Son cavalier, son tale che non asconde il vero.
FLO.                 Lungi non dovria molto esser chi porta il foglio.

Stelle! ne son pentita. Ricuperarlo io voglio.

Chi è di là?

SCENA QUINTA

Gandolfo e detti.

GAN.                Mia signora.

FLO.                                       Il messo è ancor partito?

GAN.                Non so.

FLO.                              Che si ricerchi: quand'ei se ne sia gito,

Che dietro gli si mandi, e rendami quel foglio,

Che prima di spedirlo rileggere lo voglio.
GAN.                Subito. (È inviperita; sempre peggior diviene.

Eh, fin che sarà vedova, non averà mai bene). (da sé, in disparte)

SCENA SESTA Il Conte e Donna Florida, poi Gandolfo.

CON.                Posso saper, signora, chi sia quel forsennato,

Che vi ha nel caso vostro sì male consigliato?
FLO.                 Signor, senza temere che un torto a voi si faccia,

Per suo, per mio decoro, lasciate ch'io vel taccia.
CON.                Sì bene, in ciò vi lodo. Scordatevi di lui.

Il nome, la persona, non che i consigli sui.
FLO.                 Ecco il fattor che torna.

GAN.                                                        Il messo è ancora qua

Il foglio non l'ha avuto; per or non partirà.
FLO.                 Come! non ebbe il foglio?

GAN.                                                           Di ciò non dubitate.

FLO.                 Don Claudio ove si trova? A ricercarlo andate.

Col foglio che gli diedi, ditegli che a me venga;

E se l'ha dato al messo, che il messo si trattenga. (Gandolfo parte)

SCENA SETTIMA


Il Conte e Donna Florida.

CON.                Don Claudio è il consigliere?

FLO.                                                                  Perché?

CON.                                                                                Già tutto intendo.

La verità si scopre ancora non volendo.

FLO.                 Spiacemi che scoperto vi ho inutilmente il core

Che meritai rimproveri, parlandovi d'amore.

CON.                Sarei, se mi lagnassi di ciò, troppo indiscreto:

Sentir che voi mi amate mi fa superbo e lieto. Certo che la virtude, che al vostro amore è scorta, Oltre i confini onesti per me non vi trasporta.

FLO.                 Fin che son io d'altrui, non penso a nuovo affetto;

Don Flavio se mi vuole, avrammi a mio dispetto. Ma s'ei soverchiamente lasso, dolente, afflitto, Pel danno cagionatogli dall'ultimo conflitto, In libertà mi lascia di scegliere altro sposo, Conte, sarete allora al desir mio ritroso?

CON.                Sarò qual si conviene a onesto cavaliere;

Farò con chi mi onora, sì certo il mio dovere. Voi siete tal da rendere felice un vero amante. Avete per retaggio le grazie del sembiante: Occhi avete vivaci, dolce parlar soave, Una maestà vezzosa, affabile nel grave. Mancavi una sol cosa per rendervi perfetta, Che parlivi sincero col cuor mi si permetta. Dal ceto delle donne assai vi distinguete, Ma un poco come l'altre volubile voi siete. Togliete questo solo difetto rimediabile, Protestovi, signora, che voi siete adorabile. (parte)

SCENA OTTAVA Donna Florida, poi Don Flavio.

FLO.                 È vero, lo confesso, pur troppo sono avvezza

Gli affetti, le passioni, cangiar per debolezza. A ragion mi riprende il Cavalier gentile; Soffro da' labbri suoi la riprensione, umile. Se mi vuol sua il destino, se mi fa sua la sorte, Vedrà se amor io nutro di stabile consorte; E se don Flavio istesso mi avrà compagna al fianco, Fida sarò e costante al mio dover non manco. Ah, che vederlo aspetto giungere a me dinante Colla pupilla infranta, orribile in sembiante. Ed io dovrò soffrire averlo per marito?

FLA.                 Perfida! (a donna Florida)

FLO.                              Oh dei! che miro?

FLA.                                                            Voi mi avete tradito.


FLO.                 Oimè, siete una larva, o il mio don Flavio istesso?

FLA.                 Sì che don Flavio io sono, ma non più vostro adesso.

FLO.                 L'occhio...

FLA.                                    Le mie pupille voi trafiggeste, ingrata,

Allor che per mio danno vi ho ingiustamente amata.

Non dei nemici il foco mi ha lacerato il volto,

Ma voi mi laceraste il cor nei lacci colto.

Ambe le luci ho ancora per scorgere dappresso

Di sposa ingannatrice il più orribile eccesso.

Ecco nel foglio ingrato il testimon sincero (mostra il foglio)

D'un'alma senza fede, di un cor perfido e nero.

Bella pietà di sposa al misero dolente!

Ecco il dolor da cui ferito il cuor si sente!

A un amator, che mostra di chiederle mercede,

La libertade in premio di sciogliersi richiede.

Perfida, siete sciolta, di voi più non mi curo,

Ma contro il mio rivale di vendicarmi io giuro.

Cadrà il conte Roberto vittima del mio sdegno...
FLO.                 Ah signor, v'ingannate...

FLA.                                                         Sì, morirà l'indegno.

FLO.                 D'un cavaliere onesto il ver mal conoscete.

FLA.                 Tanto più è reo di morte, quanto più il difendete.

Cadrà sugli occhi vostri, cadrà, lo giuro al cielo.
FLO.                 Ma se innocente è il Conte!

FLA.                                                               Conosco il vostro zelo,

L'amor che a lui vi lega, sì, barbara, comprendo.

Difendetevi entrambi.
FLO.                                                      Son rea, non mi difendo.

Conosco di un indegno i rei consigli e l'onte;

Chi vi tradì è un rivale, ma non è questi il Conte.
FLA.                 E chi sarà?

FLO.                                    Don Claudio.

FLA.                                                            Don Claudio è un fido amico.

FLO.                 È un traditore, è un empio, e con ragione il dico.

FLA.                 Chi vergò questo foglio?

FLO.                                                         Io lo segnai: lo veggo.

FLA.                 Dunque la traditrice in queste note io leggo.

Sia pur chi esser si voglia il complice malnato,

Andrò di qua lontano, ma non invendicato.

Mi pagherò nel sangue i scorni, i danni e l'onte.

Sì, lo protesto, il giuro. Ha da morire il Conte. (parte)

SCENA NONA

Donna Florida sola.

Misero! a lui si vada... Ma se colà mi vede,

Don Flavio più si sdegna, più reo per me lo crede.

L'avviserò che venga... Ah no, s'ei vien, lo veggio,


Tanto più reo il suppone, e l'avvisarlo è peggio. Che farò dunque? Incontro lasciarlo al suo periglio? Non gli darò, potendo, né aiuto, né consiglio? Don Claudio... è il nemico. A chi ricorro intanto? Misera! non mi resta che la vergogna e il pianto. Ma perché mai don Flavio finger la sua ferita? Se per provarmi il fece, fu la menzogna ardita. Fosse di me pentito? Chi sa che non sia questo Per sciogliere l'impegno un perfido pretesto: Alfine è ver ch'io sono volubile di cuore, Ma anche don Flavio istesso fu ingrato e mentitore. E pur tale ingiustizia contro di me si sente: La donna è sempre rea. È l'uom sempre innocente.


ATTO QUARTO

SCENA PRIMA Il Conte e Gandolfo.

CON.                Perché per questa parte insolita si viene?

Venir qua di nascosto non vuò, non istà bene: Un galantuom mio pari può andar per ogni dove.

GAN.                Signor, vi dirò tutto. Abbiam cattive nuove.

Venuto all'improvviso don Flavio poco fa, Sorpresa ha la padrona, e come non si sa. So ben, che pien di sdegno sfogati ha i labbri suoi.

CON.                È sfigurato in viso?

GAN.                                                  È sano come voi.

CON.                Dunque non è di un occhio, com'ei dicea, privato?

GAN.                Tirava un paro d'occhi, che parea spiritato.

CON.                Ma di cotal menzogna si penetra il mistero?

GAN.                Ecco la mia padrona, da lei saprete il vero.

Credo che per scoprirla studiato abbia l'arcano:

La biscia questa volta beccato ha il ciarlatano. (parte)

SCENA SECONDA Il Conte, poi Donna Florida.

CON.                Non vorrei che don Flavio l'avesse anche con me.

FLO.                 Ah fuggite, signore.

CON.                                                  Ho da fuggir? perché?

FLO.                 Di voi ha concepito don Flavio un rio sospetto;

Per avvisarvi io feci venir voi nel mio tetto. Ma da don Claudio indegno di ciò tosto avvisato, Viene don Flavio istesso a questa volta irato.

CON.                Venga pur, ch'io l'aspetto; possibile ch'ei voglia

Me attaccar disarmato? Se ardirà quella soglia Passar con rio disegno, ritroverà il guerriero Chi gli saprà rispondere; e umiliarlo io spero.

FLO.                 Ah, per me non vorrei vedervi in un cimento.

CON.                Di quanto per voi feci, signora, io non mi pento:

La mia conversazione, il mio parlar fu onesto, Non ho rimorso alcuno, che al cuor mi sia molesto. Son della pace amico, rarissimo mi sdegno; Ma anch'io coraggio ho in petto, se sono in un impegno.

FLO.                 Eccolo ch'egli viene.


CON.                                                  Il suo venir non temo.

Ritiratevi.
FLO.                                    Oh cieli! per cagion vostra io tremo. (parte)

SCENA TERZA Il Conte, poi Don Flavio.

CON.                Venga pur d'ira acceso il militar tremendo,

Lo voglio senza caldo attendere sedendo. (siede)

Se poi vuol far il pazzo, e il suo dover scordarsi

Di me può darsi ancora ch'egli abbia a ricordarsi.
FLA.                 (Eccolo qui l'indegno). (da sé, in aspetto furioso)

CON.                                                     Don Flavio, ben venuto.

FLA.                 Signor, in queste soglie perché siete venuto? (altiero)

CON.                A un cavaliere amico dir non ricuso il vero

Basta che il cavaliere non mel domandi altero.
FLA.                 Con volto meno irato non tratto un inimico.

La cagion che vi guida, voglio saper, vi dico.
CON.                Voglio? Così parlate a un galantuom mio pari?

Perché, signor don Flavio, perché quei detti amari?

Più non mi conoscete? Credea, se il ciel v'aiuti,

Perduto aveste un occhio. Li avete ambi perduti?
FLA.                 Voi pur foste ingannato dal menzognero avviso;

Vi ho colto, vi ho scoperto entrambi all'improvviso.
CON.                Entrambi! con chi sono da voi posto del pari?

FLA.                 Con una donna infida.

CON.                                                     Sospetti immaginari!

Stimo assai donna Florida; la comoda occasione

M'indusse colla dama a far conversazione.

Lo so ch'è a voi promessa, conosco il mio dovere;

Non l'amo, e ve ne accerti l'onor di un cavaliere.
FLA.                 Non credo a un menzognero.

CON.                                                                 Ehi, signor militare,

Così meco si parla? Chi v'insegnò il trattare?
FLA.                 Parlandovi in tal guisa, al mio dover non manco.

Lo sosterrà la spada. (mette mano)
CON.                                                  Io non ho spada al fianco.

FLA.                 Provvedetevi tosto di un ferro, e qui vi aspetto.

CON.                Sì signor, volentieri. Questa disfida accetto.

Ci batteremo insieme ognor che voi vorrete;

Ma discorriamo in prima. Signor alfier, sedete.
FLA.                 Invan cercar tentate di raddolcir mio sdegno:

Voglio vendetta. All'armi.
CON.                                                           Non accettai l'impegno?

Temete che vi fugga un uom della mia sorte?

Credete ch'io vi tema di me più franco e forte?

Di lungo v'ingannate. Voglio che ci proviamo.

Ma prima senza caldo sedete, e discorriamo.


FLA.                 Questa indolenza vostra più m'altera e m'accende.

Un uom del mio coraggio dimora non attende:

O armatevi di ferro velocemente il braccio,

O disarmato ancora con voi mi soddisfaccio.
CON.                Oh bel valor sarebbe di un nobile soldato,

Insultar colla spada un uom ch'è disarmato!
FLA.                 L'insulto sarà tale, qual voi lo meritate.

Vi tratterò qual vile.
CON.                                                  Da ridere mi fate.

FLA.                 Ridermi in faccia ancora? Non soffro un simil torto.

Lagnati di te stesso. (alza la spada per offender il Conte)
CON.                                                  Fermati, o tu sei morto. (si alza, mettendo mano a una pistola)

FLA.                 Come! un'arma da foco contr'un di brando armato?

CON.                Come! avventar la spada contro un uom disarmato?

Nel fodero la spada, o senza alcun rispetto

Quest'arma in mia difesa vi scarico nel petto.
FLA.                 Battervi promettete?

CON.                                                  Accetto la disfida. (don Flavio rimette la spada)

Ora il signor alfiere permetterà ch'io rida.
FLA.                 Giuro al cielo!

CON.                                         Un sol passo di qua non vi movete.

FLA.                 Me soverchiar pensate?

CON.                                                        No, favelliam, sedete. (siede)

FLA.                 Ebben, che avete a dirmi?

CON.                                                           Fin che restate in piede,

Si perde il tempo in vano. Col galantuom si siede.
FLA.                 Deggio soffrire a forza? Sedere a mio dispetto?

CON.                Bravo. Parliamo un poco. Poi battermi prometto.

Voi altri avvezzi sempre ad impugnar l'acciaro,

Credete che nessuno vi possa star al paro.

Ci proverem, signore, ma ragioniamo un poco,

Senza scaldarci il sangue, senza avvampar di fuoco.
FLA.                 Quanto dovrò soffrire questo grazioso invito? (ironico)

CON.                Lo soffrirete in pace, infin che avrò finito.

FLA.                 Via, spicciatevi tosto.

CON.                                                     Deponete l'orgoglio.

Ora non siamo in armi. Amico ora vi voglio.

Trattiam di quel che preme, e il dir poi terminato,

Foco, furore e sdegno, corrasi in campo armato.

Parliam placidamente.
FLA.                                                      (Che sofferenza è questa!) (da sé)

CON.                Ch'io sia vostro rivale fitto vi avete in testa;

Vi proverò che tale non sono ad evidenza.

Sposate donna Florida in pace, in mia presenza.

Se amassi il suo sembiante, se mia volessi farla,

Credete che vilmente giungessi a rinunziarla?

Se battere s'abbiamo senza ragione alcuna,

Almen vorrei col ferro tentar la mia fortuna;

E dir, se al mio rivale mi riesce di dar morte,

Sarò di donna Florida più facile il consorte.

Ma la rinunzio in prima, sposatela, vi dico


Poi la disfida accetto. Questo è parlar d'amico.
Questo è quell'onor vero, che un cavalier dichiara:
Al campo solamente a viver non s'impara.
La spada non s'impugna per uso e per baldanza:
Un uom non si assalisce inerme in una stanza.
E meglio intendereste, signor, la mia ragione,
Se prima aveste avuto miglior educazione.
Ma non andiam tentando l'ire focose ultrici,
Passiamo ad altre cose, parliamoci da amici.
Voi giudicate ingrata la sposa vostra, il veggio,
Sarebbe colpa vostra, se fatto avesse peggio.
Chi v'insegnò dipingervi sì sfigurato in viso?
Perché dare a una donna sì stravagante avviso?
Ciascun cerca di rendersi della sua bella al cuore
Più amabile che puote, per meritar l'amore.
Per comparir più vago l'amante fa di tutto;
E voi perché studiare di comparir più brutto?
Credeste voi col merito di farla a voi costante?
Quel che alla donna piace, credete, è un bel sembiante;
E a sposa non legata è un brutto complimento
Il dire, il vostro sposo è un uom che fa spavento.
Volete esser sicuro, se v'ami o se non v'ami?
Provate se al presente ricusa i suoi legami.
S'ella sposarvi è pronta, or che tornaste sano,
È segno che temeva un volto disumano;
E se disfigurato diceva, io non lo voglio,
La colpa non è sua, ma sol del vostro foglio.
Voi di tentarla ardiste con modo inusitato,
Forse da un falso amico all'opra consigliato.
Don Claudio amolla un tempo, e l'ama ancora adesso;
Fin qui venne a tentarla il vostro amico istesso;
E per staccarla forse da voi, formò il disegno
Di rendervi geloso, di porvi in un impegno.
Si valse il sciagurato di me, che civilmente
Mi offersi di trattarla in villa onestamente.
Per altro il mio costume a tutti è già palese,
Prendete informazione di me per il paese;
E vi dirà ciascuno, che sono un uom d'onore,
Che a tutti fo del bene, potendo, di buon core.
E il ragionar ch'io faccio con voi placidamente
Dopo gl'insulti vostri, vi mostra apertamente
Che l'onor di una dama mi accende il cuor sincero,
Che parlo per giustizia, e per amor del vero.
Se di ragione avete nella vostr'alma il lume,
Se barbaro non siete per uso o per costume,
Convinto esser dovete, per quel che vi si mostra,
Che debole è la sposa, ma che la colpa è vostra
Giustificato appieno l'onor che in me s'annida,
Difesa donna Florida, andiamo alla disfida. (s'alza)
FLA.                 No, Conte, non pretendo altra soddisfazione

Da voi, se non che pongasi lo sdegno in oblivione.


Son soddisfatto appieno da ciò che voi diceste, Conosco il vostro zelo, le vostre mire oneste. Se dell'insulto fattovi bramate una vendetta, A me col ferro in pugno rispondere s'aspetta. Verrò, se il pretendete, per obbligo al cimento, Ma giuro che di voi son pago e son contento.

CON.                Se parvi ch'io non meriti di essere maltrattato,

La vostra confessione mi basta, e son calmato. Son pronto, se bisogna, ad ogni fier cimento, Ma battermi non godo per bel divertimento. Dunque restiamo amici, col più costante impegno Che sia da nostri petti scacciato ogni disdegno.

FLA.                 Con voi, sì, lo prometto. Non colla donna ingrata.

CON.                Ditemi il ver, l'amate?

FLA.                                                      Sa il ciel quanto l'ho amata.

CON.                Ed ora?

FLA.                              Ed or l'amore s'è in odio convertito.

CON.                Perché?

FLA.                              Perché la cruda mi offese, e mi ha schernito.

CON.                Se donna fedelissima trovar vi lusingate

Senza difetto alcuno, amico, v'ingannate. Prender conviene al mondo quel che si può, e star cheto. Sposando donna Florida, potete viver quieto: Un po' di debolezza in lei s'annida, il veggio, Ma trovereste alfine in altre ancor di peggio. Ella volea lasciarvi, temendovi imperfetto; Quant'altre fan lo stesso con vago giovinetto? Alfin non è sposata, con lei non siete unito; Quant'altre non si trovano, che lasciano il marito? Non dico che l'esempio di pessime persone Nei loro mancamenti giustifichi le buone, Ma vi conforto ad essere lieto nel vostro cuore, Ch'è alfin la vostra sposa del numero migliore.

FLA.                 Ah, non dovea sì presto scriver la carta ingrata.

CON.                Riflettere conviene, se alcun l'ha consigliata.

FLA.                 Fosse don Claudio autore del duplicato imbroglio?

Ei mi recò sollecito colle sue mani il foglio. Ei consigliommi a fingere, a starmi ritirato: Di amante a donna Florida egli è che vi ha accusato. Se falsamente il disse, se è menzognero in questo, Esser potrebbe ancora un traditor nel resto. Lo troverò, l'indegno, lo troverò fra poco. (irato)

CON.                Amico, io vi consiglio di moderare il foco.

Chi col furor si accieca, chi corre in troppa fretta Suol la ragion sovente smarrir della vendetta. Prima di vendicarsi di un torto, di un disgusto Esaminar conviene se il sospettar sia giusto; Cercar per altra strada la sua soddisfazione, Provar se l'avversario vuol renderci ragione, E far che sia la spada quell'ultimo cimento Con cui l'onore adempia il suo risentimento.


Pensiamo che la vita nel mondo è il primo bene;

Per ogni lieve incontro sprezzarla non conviene:

Quando l'onor il chieda, dee cimentarsi, il so,

Ma incontro alle sventure, più tardi che si può.

Non basta il dir, son bravo, non basta il dir, son forte;

Si va sempre, battendosi, incontro a dubbia sorte.

Voi altri militari so che il valor vantate,

Vincete cento volte, ed una ci restate.

Si ha da morir? si mora, ma almen da buon soldato;

Morir da valoroso, e non da disperato.

Chi muor per una donna, sapete cosa acquista?

Quella iscrizion graziosa, che in lapide fu vista:

Qui giace un cavaliere morto per donna infida;

Divoto il passeggiere dica: Fu pazzo, e rida. (parte)

SCENA QUARTA

Don Flavio solo.

Felice lui che pensa le cose a sangue freddo! Quando il furor m'accende, sì presto i' non m'affreddo. S'or mi venisse incontro don Claudio sciagurato, Vorrei colla mia spada trargli dal seno il fiato. Non merta che si serbino le leggi dell'onore Un uomo menzognero, un empio traditore.

SCENA QUINTA

Don Claudio ed il suddetto.

CLA.                 Amico...

FLA.                                 Ah scellerato! (vuol assalirlo colla spada)

CLA.                                                         A me? (ritirandosi)

FLA.                                                                     Sì a voi, mendace. (si avanza incalzandolo)

CLA.                 Anch'io saprò difendermi. (impugna la spada)

FLA.                                                      Dovrai cadere, audace. (Si battono; don Claudio incalza

violentemente don Flavio, e questi rinculando si abbatte senza avvedersene nelle

sedie che sono in mezzo alla stanza, e cade)

SCENA SESTA

Donna Florida e i suddetti.

FLO.                 (Oimè! cadde il meschino). (da sé, sulla porta della camera, non veduta)

CLA.                                                            Tua vita è in mio potere. (minacciando don Flavio)


FLA.                 Non è, ferir chi cadde, azion da cavaliere.

CLA.                 Né fu gloriosa azione venirmi ad assalire

In domestico sito. Perfido, hai da morire. (lo vuol ferire)
FLO.                 Ah, trattenete il colpo. (arresta il braccio a don Claudio)

CLA.                                                      Va, che sei fortunato (a don Flavio)

FLO.                 Partite. (a don Claudio)

CLA.                              Non si speri ch'io parta invendicato.

FLO.                 Qual prepotenza è questa? Olà, fuor del mio tetto. (a don Claudio, incalzandolo

verso la porta)
FLA.                 Son cavalier, lo sdegno di femmina rispetto. (parte)

SCENA SETTIMA

Don Flavio e Donna Florida.

FLA.                 Raggiungerò l'indegno. (volendo seguitar don Claudio colla spada in mano)

FLO.                                                      Fermatevi. (trattenendolo)

FLA.                                                                        Lasciate. (facendo forza per andare)

FLO.                 Don Claudio mi rispetta, e voi mi disprezzate? (trattenendolo)

FLA.                 Ah, s'involò a' miei lumi, trovarlo or non m'impegno.

Ma di fuggir non speri; lo troverà il mio sdegno.
FLO.                 Contro l'amico vostro quale ragion vi accende?

FLA.                 Da me una sposa infida saperlo invan pretende.

FLO.                 Parvi che sia infedele chi per la vostra vita

Contro d'un uomo armato venne ad esporsi ardita?
FLA.                 Qualunque sia il motivo, che in mio favor vi ha mosso,

L'infedeltà rammento, scordarmela non posso.
FLO.                 Ed io non men di voi rammento a mia vergogna

Di un foglio mentitore l'inganno e la menzogna.
FLA.                 Ferito, sfigurato, di voi non son più degno.

FLO.                 Per provare una sposa vi vuole un bell'ingegno.

FLA.                 Perfida!

FLO.                              Mentitore!

FLA.                                                Quest'è l'amor, la fede?

FLO.                 Non merita costanza chi all'onor mio non crede.

Se voi per un capriccio formaste il foglio rio,

Fu per capriccio ancora formato il foglio mio.

Fingendovi difforme, godeste a tormentarmi,

Io fingermi incostante provai per vendicarmi;

E qual voi compariste illeso nel sembiante,

Tal son nel primo impegno saldissima e costante.

Credete o non credete quel che giurar m'impegno,

Non curo l'amor vostro, non curo il vostro sdegno.

Chi dubita, chi teme la mia parola incerta,

Di me fa poca stima, e l'amor mio non merta.
FLA.                 Ecco di sposa amabile il docile talento!

Dell'onta ch'io soffersi, si vede il pentimento!

Invece di placarmi con umili parole,

Gareggia in pretensioni, inventa delle fole.


FLO.                 Per darvi un nuovo segno d'amor, di tenerezza...

D'aver troppo creduto quest'alma mia si accusa,

E della debolezza a voi domando scusa.

Scordatevi, vi prego, il dispiacer passato,

Certo che vi ama ancora quella che ognor vi ha amato.
FLA.                 No, che mai non mi amaste, no, che all'amor non credo;

L'idea di un tradimento in voi comprendo e vedo.

Saldo nel non curarvi mi mostrerei qual sono,

Se vi vedessi ai piedi a chiedermi perdono.
FLO.                 Dunque se amore invano vi offre una sposa amante,

Seguite a disprezzarmi furioso e delirante.
FLA.                 Ecco il bel testimonio del più perfetto amore. (mostra la lettera di donna Florida)

FLO.                 Ecco la carta indegna, che mi ha trafitto il core. (mostra la lettera di don Flavio)

FLA.                 Vanne stracciato al vento. (straccia la lettera)

FLO.                                                            Al suol va lacerato. (straccia la lettera)

FLA.                 Così stracciar potessi colei che ti ha vergato.

FLO.                 Qual ti calpesta il piede, del mio disprezzo in segno,

Potessi calpestare il cuor di quell'indegno.
FLA.                 Ritornerò lontano da questo ciel protervo.

SCENA OTTAVA

Gandolfo e i suddetti

FLO.                Fattor, partir io voglio. (a Gandolfo)

FLA.                                                        Chiamatemi il mio servo (a Gandolfo)

GAN.               Il pranzo è preparato

FLO.                                                   No, no, facciam di meno.

FLA.                Possa, qualor si ciba, mangiar tanto veleno.

Il mio servo, vi dico (a Gandolfo)
GAN.                                                  Subito.

FLO.                                                               Alla partita

Sian pronti i miei cavalli, voglio essere servita.

GAN.               Signora...

FLO.                                 Immantinente... (a Gandolfo)

FLA.                                                            Più tollerar non posso (a Gandolfo)

GAN.               Sì, saranno serviti. (Hanno il diavolo addosso) (da sé, e parte)

SCENA NONA

Donna Florida, Don Flavio, poi Gandolfo ed il Servitore del suddetto.

FLA.                Libertà mi chiedeste? La libertà vi rendo.

FLO.                La libertà concessami senza esitar mi prendo

FLA.                Ma chi ardirà sposarvi, morrà per le mie mani.

FLO.                Vorrei che mi venisse da maritar domani.

FLA.                Perfida!


FLO.                              Disumano!

GAN.                                               Il servitore è qui. (a don Flavio)

FLO.                 Son pronti i miei cavalli?

GAN.                                                           Pronti, signora sì.

FLA.                 Il mio mantel da viaggio. (al Servo che parte)

FLO.                                                         Voi verrete con me. (a Gandolfo)

GAN.                Tutto quel che comanda. (Qualche diavolo c'è).

SER.                  (Torna con il mantello del suo padrone)

FLA.                 Andrò di qua lontano. (prendendo il suo mantello)

FLO.                                                     Chi vi trattiene? Andate

FLA.                 Oh maledetta sorte!

FLO.                                                   Oh donne sfortunate!

FLA.                 (Partir mi lascia? Indegna!) (da sé)

FLO.                                                             (Par che vacilli il piede). (da sé)

FLA.                 Donna senza pietade, anima senza fede! (a donna Florida)

FLO.                 A me?

FLA.                             Sì a voi, che darmi godendo un rio mantello...

GAN.                Signor, veda che in terra si strascica il mantello.

FLA.                 Eh, del mantel non curo, non curo della vita. (getta via il mantello)

Morasi una sol volta, facciamola finita.

Mi liberi il mio ferro dall'orrido strapazzo

Di una tiranna ingrata. (caccia la spada, e si vuol ferire)
GAN.                                                     Aiuto. (fugge via, e fa lo stesso il Servitore)

FLO.                                                               Siete pazzo? (s'avventa e gli leva la spada)

FLA.                 Pazzo fui nel dar fede a femmina spietata.

FLO.                 Colpa è di voi l'affanno che vi tormenta.

FLA.                                                                                    Ingrata! (parte)

FLO.                 Vedo che ad un di noi amor la resa intima;

Ma no, che non voglio essere a cedere la prima.

Pur troppo di viltade giunsi testé all'eccesso;

Vuò in me che si sostenga l'onor del nostro sesso.

A domandar pietade ha da venir, lo spero;

Chi è quel che può resistere a un sguardo lusinghiero?

Queste dell'uom son l'armi, che altrui recan la morte: (accennando la spada che

tiene in mano)

Ma i vezzi delle donne san vincere anche il forte.


ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Donna Florida.

Più non si vede alcuno. Pranzai, ma appunto in seno,

Come volea don Flavio, mandai tanto veleno,

Ei non sarà partito. Di qua spero non vada,

Senza mandare almeno a prendere la spada.

Con gelosia conservo questo funesto pegno

Di un amor puntiglioso, da cui nasce lo sdegno.

Che farà se riscontra don Claudio per la via?

Ho piacer che don Flavio armato ora non sia.

Eviterà il cimento. Ma perché mai non viene?

So pur che da me lungi, so pur che vive in pene;

Ma non vuol esser primo, né prima esser io voglio,

Vedremo in chi più dura la forza dell'orgoglio.

Venisse il Conte almeno; egli col suo discorso

Atto sarebbe a entrambi a porgere soccorso.

Ma non verrà, temendo di essermi importuno,

Sono smaniosa, inquieta. Eh là, non vi è nessuno? (chiama)

SCENA SECONDA

Gandolfo e detta.

GAN.                Eccomi.

FLO.                                Sempre voi? Non vi è alcun servitore?

GAN.                Io faccio da staffiere, da cuoco e da fattore;

Ma il faccio volontieri per la padrona mia,

E la vorrei vedere un poco in allegria.

Quel che le donne attrista, d'amanti è la mancanza,

Ma voi vi confondete, cred'io, nell'abbondanza.
FLO.                 Si è veduto don Flavio?

GAN.                                                        D'allor ch'egli è partito,

Non l'ho veduto più.
FLO.                                                   Si sa dove sia ito?

GAN.                Sarà poco lontano il povero signore;

Ritornerà senz'altro. L'aspetta il servitore.
FLO.                 E don Claudio?

GAN.                                         Don Claudio si vede tutto il giorno

Come fa l'ape al mele, girare a noi d'intorno.

Convien dir che vi sia del dolce in quantità,


Se tanti calabroni si aggirano per qua.
FLO.                 Ite a veder se trovasi don Flavio a noi vicino,

Se fosse per la strada, nell'orto o nel giardino.

Vorrei che qua venisse, ma non da me chiamato:

Fate che un buon pretesto da voi sia ritrovato.

Se di più non mi spiego, so già che m'intendete.
GAN.                Son pratico del mondo, e so quel che volete.

Potete comandarmi, e vi farò il fattore

Qual nell'arte facendo, in quella dell'amore. (parte)

SCENA TERZA Donna Florida, poi Gandolfo che torna.

FLO.                 Lo so che il torto è mio, so che a ragion si duole

Don Flavio, ma piegarsi la femmina non suole. Non so come facessi stamane a chieder scusa. Suo danno, se persiste, suo danno se si abusa. Ora per me è finita, sua sposa più non sono Se non mi viene ei stesso a chiedere perdono. In libertà mi ha posto; di ciò vuò profittarmi, E se mi vuole il Conte, a lui saprò donarmi. Stanca di viver sola, vuò prender nuovo stato; Sarò sposa di Flavio, se veggolo umiliato. Quando no, vada pure ove il destin lo chiama: Sarò di chi mi merita sarò di chi mi brama.

GAN.                Eccomi di ritorno. Don Flavio ho ritrovato.

FLO.                 Che vi disse don Flavio?

GAN.                                                        Mi pare un disperato.

Ha veduto don Claudio passar per una strada, E vuol che donna Florida gli mandi la sua spada.

FLO.                 Negargliela per ora mi par miglior consiglio.

Se non ha l'armi al fianco, eviterà il periglio.

GAN.                Certo il pensiere è giusto. Da ciò vedo, signora,

Che siete assai prudente, e che l'amate ancora.

FLO.                 Confesso, che per lui serbo ancor dell'affetto.

Di me non gli parlaste?

GAN.                                                     Gli parlai.

FLO.                                                                        Cosa ha detto?

GAN.                Ha detto... Veramente è aspra l'ambasciata.

FLO.                 Dite liberamente.

GAN.                                            Vi chiamò cruda, ingrata,

Mancatrice, infedele, e disse apertamente, Che a ritornar da voi disposto non si sente.

FLO.                 Gandolfo, nella stanza dove ho testé pranzato,

La spada troverete, che a voi ha ricercato. Portatela al furente, e senza altre parole Ditegli che la prenda, e faccia quel che vuole.

GAN.                Volete che cimenti?...


FLO.                                                      Non più, non replicate,

In nome dell'ingrata, la spada a lui recate.

Ditegli che l'infida... Ma no, non dite niente.

Portategli il suo ferro. Suo danno, se si pente.
GAN.                In braccio al suo periglio volete abbandonarlo?

È crudeltà...
FLO.                                       Tacete.

GAN.                                                  Sì signora. Non parlo.

Vado a portar la spada... (in atto di partire)
FLO.                                                         Fermatevi.

GAN.                                                                          Son qui.

FLO.                 (Mai più confusa e incerta mi ritrovai così). (da sé)

GAN.                (Combatte amore e sdegno della padrona in cuore.

Scommetterei la testa, che vincerà l'amore). (da sé)
FLO.                 Ite a casa del Conte, dite che favorisca

Venire ad onorarmi, e che non differisca.
GAN.                Ho da portar la spada?

FLO.                                                      L'ho da mandar? non so.

GAN.                Se il mio parer valesse, io vi direi di no.

FLO.                 Perché chiamarmi infida? Perché quel labbro audace

Continua ad insultarmi, chiamandomi mendace?

Rigetta le mie scuse, al mio dolor non bada,

Ricusa di vedermi? Portategli la spada.
GAN.                Vedrete che anche il Conte, ch'è un uom di tanto sale,

Dirà che a rimandargliela avete fatto male.

FLO.

Presto; che venga il Conte, più non mi trattenete.

GAN.

Ho da portar la spada?

FLO.

Per ora sospendete.

GAN.

Vo subito dal Conte. Brava la mia padrona!

Siete stizzosa un poco. Ma poi siete anche buona. (parte)

SCENA QUARTA

Donna Florida, poi Don Flavio.

FLO.

Sì, son buona anche troppo. Soffro gl'insulti e l'onte

Basta: sentiamo in prima quel che sa dire il Conte.

FLA.

Signora, la mia spada perché mi si contende?

FLO.

Chi è quel che ingiustamente negarvela pretende?

FLA.

Voi darmela negate.

FLO.

Io? non è ver, signore.

FLA.

Ora il fattor mel disse.

FLO.

È stolido il fattore.

FLA.

Dunque dov'è il mio ferro?

FLO.

Subito a voi lo rendo. (in atto di partire)

FLA.

La spada trattenermi? La voglio, e la pretendo.

FLO.

La voglio? La pretendo? Poco civil voi siete;

Negarvela destino, perché la pretendete.

FLA.

La cercherò io stesso. (in atto di passare innanzi)


FLO.                                                   Non soffrirò un oltraggio.

Per impedirvi il passo non mancami il coraggio.
FLA.                 Quale ragion vi sprona a denegarmi il brando?

FLO.                 L'ardir con cui osate di esprimere un comando.

FLA.                 Esser potria piuttosto timor della mia sorte,

Temendo che io non vada ad incontrar la morte. (dolcemente)
FLO.                 Questa pietosa cura da me non meritate.

FLA.                 Non curo che pietosa a me vi dimostriate.

Pensate, risolvete di me come vi aggrada.
FLO.                 Perfido! (in atto di partire)

FLA.                              Mi lasciate?

FLO.                                                   Vi renderò la spada. (parte)

SCENA QUINTA Don Flavio, poi il Conte.

FLA.                 Sì, me la renda, e veggami, senza bagnare il ciglio,

Per sua cagione esposta la perfida al periglio.

Se brama la mia morte, al ciel rivolga i voti,

Perché del mio nemico non siano i colpi vuoti.

Ancor temo a ragione, ch'ell'ami un mio rivale,

E brami nel mio seno il colpo micidiale.

Se a me fida ancor fosse, se amasse la mia vita.

Del tutto che mi fece, la vederei pentita.

Se dura nell'orgoglio, se è salda nello sdegno,

Che m'odia, che mi sprezza, che mi vuol morto è un segno.

Ecco il conte Roberto. Sollecito sen riede.

Chi sa ch'egli non l'ami, e manchimi di fede?

È ver, parlommi in guisa che sembra un uom sincero,

Ma studia chi tradisce di mascherare il vero.

Il cuor di donna Florida mi par che sia occupato:

Il Conte a lei si vede sollecito tornato.

Don Claudio fu geloso di lui più che di me:

Che avveri il mio sospetto difficile non è.
CON.                Eccomi, ov'è la dama?

FLA.                                                      A lei perché tornate?

CON.                Mi giunse un suo comando.

FLA.                                                               Che frequenti ambasciate!

Con voi se così spesso gode trovarsi insieme,

La vostra compagnia si vede che le preme.
CON.                È della sua bontade un generoso effetto.

Amico, vi continua di me qualche sospetto.
FLA.                 Non ho ragion di averlo?

CON.                                                        Io crederei di no.

FLA.                 Dunque andar vi consiglio.

CON.                                                           Per or non partirò.

La dama mi domanda, e me ne andrò allorquando

Abbia, com'è il dovere, inteso il suo comando.


FLA.

Con donna che dipende, è vano il complimento;

Farò le vostre scuse.

CON.

Dunque, per quel ch'io sento,

Voi l'avete sposata. Lasciate che con lei

Faccia per consolarmi i complimenti miei.

FLA.

Moglie mia non è ancora, né ancora ho stabilito

Se di una donna ingrata io voglia esser marito.

CON.

Siatelo o non lo siate, la cosa è indifferente.

Mi cercò donna Florida. Io venni immantinente.

FLA.

Basta ch'ella lo sappia, che a lei venuto siete;

Farò le parti vostre, andarvene potete.

CON.

Il vostro complimento mi par con poco sale;

E poi se riderò, ve ne averete a male.

FLA.

Deriso esser non voglio.

CON.

Fintanto ch'ella viene,

Discorriam della guerra: si son portati bene

In campo di battaglia i valorosi eroi?

FLA.

Per ora dispensatemi, ne parlerem dopoi.

CON.

Via, siate compiacente.

FLA.

In altra parte andiamo.

CON.

Aspetto donna Florida. Sediamoci e parliamo. (siede)

FLA.

(Che impertinenza è questa?) (da sé)

CON.

Siedo, perché son stracco.

Nella battaglia orribile chi diede il primo attacco?

FLA.

Favellar non ho voglia.

CON.

Ebbene, tacerò.

Per non istar ozioso, un libro io leggerò. (cava di tasca un libro, e legge)

FLA.

Bramerei di star solo, senz'altri in compagnia.

CON.

Se volete esser solo, ebbene, andate via. (poi legge)

FLA.

Dunque ragion avete di essere preferito.

CON.

La padrona mi fece il generoso invito. (come sopra)

FLA.

V'intima la partenza un che non è il padrone.

CON.

La gioventù è incivile per mala educazione. (come sopra)

FLA.

Signor, con chi parlate?

CON.

Con nessun, lo protesto.

Leggo quel che sta scritto. Oh il gran bel libro è questo!

FLA.

Potreste andare altrove a leggere così.

CON.

Con vostra permissione, vuò leggere e star qui.

FLA.

Parmi un'impertinenza.

CON.

Nella più fresca età

Bel spirito si chiama quel ch'è temerità. (mostrando di leggere)

FLA.

Chi lo dice?

CON.

Il mio libro.

FLA.

Il libro? non lo credo.

Che offendermi volete indegnamente io vedo.

Tal non mi trattereste colla mia spada al fianco.

CON.

Le risse non procuro; ma di valor non manco. (segue a leggere)

FLA.

Ci troverem col brando.

CON.

Sempre quando vi aggrada. (come sopra)


SCENA ULTIMA

Donna Florida con la spada di don Flavio, ed i suddetti.

FLO.                 Ecco, signor don Flavio, ecco la vostra spada.

FLA.                 A tempo la recaste. (prende la spada)

CON.                                               Come! qual tradimento! (alzandosi parla con donna Florida)

In casa m'invitaste per mettermi in cimento?

Vengo con buona fede al sol vostro comando,

E a lui perché mi assalga voi provvedete il brando?
FLO.                 Assalirvi don Flavio? Perché? Qual ira ha accesa

Contro di voi nel petto? Sarò in vostra difesa. (si mette dalla parte del Conte)
FLA.                 Sì, difendete pure il mio rival felice.

FLO.                 Vostro rivale il Conte? È un mentitor chi il dice.

CON.                Qual fondamento avete per sospettar di me? (a don Flavio)

FLA.                 Si sa ch'ella vi adora. (al Conte, di donna Florida)

FLO.                                                   Un impostore egli è. (al Conte, di don Flavio)

CON.                Eh, fra gente ben nata si tronchino i strapazzi.

Deggio parlar sincero? Affé, noi siam tre pazzi.

Don Flavio affetta sdegno, e muor per la sua sposa;

La dama arde d'amore, e finge la sdegnosa.

Ed io nell'impacciarmi con due senza ragione,

Son pazzo da catene, e merito il bastone.

Il mio buon cor mi guida, più ancor che non dovrei,

Ad impiegar per tutti i buoni uffizi miei.

Chi consigliò la dama ad esser più costante?

Chi consigliò don Flavio a non lasciar l'amante?

Chi procurò scacciare d'ambi lo sdegno, il duolo?

Chi delle nozze al nodo ambi vi sprona? Io solo.

Io fui, che di don Claudio feci abbassar l'orgoglio:

Quel che tacer voleami, ora far noto io voglio.

Lo minacciai di morte, se persisteva ardito;

Accompagnar lo feci, ed è da noi partito.

Sperai prossime tanto le vostre nozze al letto,

Che preparai in mia casa un ballo ed un banchetto,

Facendo alla mancanza di dame e cittadine,

Supplir le più ridenti, vezzose contadine.

Tutto con voi si getta, ogni fatica è vana,

Ambi vi fate vanto d'ostinazione insana.

Se per far ben vi spiaccio, domandovi perdono.

Vo' al ballo ed al convito. Vi lascio, e vi abbandono. (in atto di partire, ma si ferma

ascoltando)
FLA.                 Non dite che si fermi? (a donna Florida)

FLO.                                                      Dirollo, acciò che voi

Diciate che invaghita son io dei pregi suoi?
FLA.                 Direi che non partisse, ma dirlo a me non tocca.

FLO.                 Se voi non glielo dite, per me non apro bocca.

CON.                Vi ho inteso, vi ho capito. Ambi pacificarvi

Vorreste in mia presenza, ed io deggio pregarvi?

Andarmene dovrei, ma resterò, se giova:


Vuò darvi d'amicizia ancora un'altra prova.

Non fate che le cure di un cavaliere amico

Siano gettate al vento. Badate a quel ch'io dico.

Fra noi che non si osservi la legge del puntiglio;

Ciascun del proprio cuore che seguiti il consiglio.

Ormai di queste nozze facciam la conclusione,

Lasciam d'esaminare chi ha torto e chi ha ragione.

Tutto in oblio si ponga; quello ch'è stato è stato.

Chi dà la mano il primo, è quel che ha men fallato.
FLO.                 Eccola. (allunga la mano verso don Flavio)

FLA.                              S'ella in prima mi offre la man di sposa,

Resta in me di più colpa la macchia vergognosa.

Volgasi questo segno contrario all'innocenza,

O voi non isperate che vi usi compiacenza. (al Conte)
CON.                Via dunque, all'atto nobile si dia migliore aspetto,

Sia il porgere la mano la prova dell'affetto.
FLA.                 La mia sollecitudine prova maggiore il mio. (offre la mano)

FLO.                 Forse men di don Flavio sollecita son io. (arrestandosi)

CON.                Picciole gare inutili, vi troncherò ben presto. (prende ad entrambi le mani, e le

unisce)

Eccovi destra a destra, ecco il nuziale innesto:

Siete sposati alfine, è spento ogni timore;

La parte dello sdegno occupi tutta amore.

Meco venir vi prego al ballo ed alla cena;

Vil gente troverete, ma d'innocenza piena:

Gente che non conosce la debole pazzia

Della tormentatrice proterva gelosia.

Caro don Flavio amato, con amichevol ciglio

Prendete da un amico un provvido consiglio:

O più non ritornate in militari spoglie,

O abbiate più fiducia nel cuor di vostra moglie.

Perché d'esser fedeli le donne non si pentano,

Si vive in buona fede, con arte non si tentano.

È un torto il diffidare, ed è talor costretta

La donna disperata a far una vendetta.

Con fondamento io parlo, credetemi, è così.

Sentite tutto il popolo rispondere di sì.

Fine della Commedia.

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