Il cavaliere giocondo

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[Prefazione]

Carlo Goldoni

IL CAVALIERE GIOCONDO

Commedia di cinque Atti in versi rappresentata per la prima volta

in Venezia nel Carnovale dell'anno 1755

ALL'ILLUSTRISSIMO

SIGNOR ABATE

CARLO INNOCENZO FRUGONI

È sì chiara e sì conosciuta, ornatissimo Signor Abate, la sincerità del vostro carattere, che dubitare non posso discorde dal vostro cuore il labbro vostro e la vostra penna. Con questi due testimoni infallibili mi avete assicurato della vostra amicizia, e quantunque io sappia di non meritarla, deggio però lusingarmi che Voi me l'abbiate liberalmente donata. Con questa per me onorevole sicuranza, posso animarmi a credere che usando meco la buona legge dell'amicizia, non siate per isdegnare che io renda pubblico il prezioso acquisto dell'amor vostro, e che contentarvi vogliate della miserabile testimonianza ch'io posso darvi del mio sensibile compiacimento. Vi dedico una mia Commedia, che vale a dire vi offro una ricompensa cattiva, quasi in mercede di quel bene che coll'affezione vostra Voi mi recate. Ma pure son certo che Voi l'aggradirete comunque sia, pensando che questo miserabile dono spiega soltanto l'intenzione dell'animo mio rispettoso, obbligato, né può in verun modo la viltà dell'offerta adombrare il chiarissimo nome vostro. Il mondo vi conosce bastantemente; siete per le opere vostre della Repubblica Litteraria in alto seggio locato, e vi è debitore l'Italia nostra del maggior lustro che Voi recate alla soavissima Poesia. Lo stile ammirabile de' vostri carmi, siccome non ha servilmente affettata l'imitazion degli antichi, formato ha in Voi un originale modello, difficile a seguitarsi. La natura e lo studio vi hanno egualmente contribuito, e Voi mercé di questi indispensabili aiuti avete eretto in Parnaso un sistema novello, e direi quasi avete aggiunto una nuova Musa al poetico Coro. Mio non è tal pensiere (che a tanto il mio discernimento non giugne), ma lo asseriscono tutti quelli che conoscitori si chiamano, e che delle opere altrui possono con precision giudicare. Scorgesi in Voi facilità nei versi, robustezza nei termini e chiarezza nei sentimenti, ma ciò che rende vieppiù maravigliose le opere vostre, si è la felicità delle immagini e la novità dei pensieri, vari sempre e sempre adattati alle categorie diverse degli argomenti. Pindaro, Anacreonte, Omero, Giuvenale, Petrarca si riconoscono qualche volta nei vostri Carmi, ma un non so che vi distingue da ogniuno di essi, perché lo stile è vostro, e s'eglino furo eccellenti in quel tal genere di poesia, Voi lo sapete essere in tutti. Se famoso vi rende l'eroico stile, minor gloria non recavi lo stile vezzoso, brillante, e Voi forse sarete il primo che abbia nei due distanti metri toccata la perfezione.  Varie opere vostre sparse da vari torchi si ammirano, e con avidità le manoscritte si cercano, ed io ho potuto farmi onore in  Venezia con alcuno de' bellissimi parti vostri raccolti in Parma. La nostra gentilissima Aurisbe, quell'Aurisbe che Voi giustamente apprezzate, e che ha il potere di muovere al canto, quand'ella voglia, la vostra Musa, mi ha posto sovente a parte dei dolcissimi Carmi vostri, e tanti ne avete al piacer suo consacrati, che può per essi andar gloriosa ne' Secoli venturi, quanto il suo spirito e la sua bellezza la resero ai nostri tempi preziosa. Tutti aspettano con impazienza una raccolta delle Opere vostre compiuta, e si sa con giubbilo universale che ora vi adoperate per farla. Fatela dunque con tutta quella sollecitudine die potete, non solo per la pubblica compiacenza, ma per l'onore delle opere stesse,  vendicandole da quegli errori ai quali alcune di esse furono fino ad ora in più edizioni soggette, e riparate le inedite da una simile disavventura. Oltre le vostre Rime, desidera il mondo veder stampate ancora le vostre Prose, e so di certo esservi chi se le procaccia per pubblicarle. Ora sarete maggiormente in grado di arricchire la sospirata raccolta con nuovi pezzi scientifici ed eruditi, fatto Segretario perpetuo della Accademia di Pittura, Scultura ed Architettura, novellamente eretta in Parma da S. A. R.. il Serenissimo Don Filippo Infante di Spagna, nostro clementissimo Padrone. L'animo grande di codesto Sovrano, che tende alla felicità dei Popoli, ed all'avanzamento delle lettere e delle belle arti, vi ha giustamente onorato di questo carico, sicuro che dal vostro sapere e dalla eloquenza vostra sarà al grand'uopo mirabilmente supplito. Agli eccellenti artefici, che in cotesta Regia Corte stipendiati risplendono, ben si conviene un egregio Poeta, un elegante Oratore quale Voi siete, potendo Voi immortalare coi scritti vostri gl'illustri nomi dei Professori, ed esaltare le glorie del Serenissimo Mecenate. Io, che ho la fortuna di vivere sotto i Reali auspici di un sì gran Principe, nulla posso contribuire colla vulgar Musa in sì felice occasione. M'ingegno anch'io di dipingere e di scolpire le immagini caricate del nostro Secolo, e di architettare colla fantasia inventrice sui modelli delle umane avventure, ma la Comica Scuola non ha che fare colle arti pratiche di cui parliamo. Una volta sola finora ebbi l'onore di adoperarmi in servigio del clementissimo nostro Padrone, e da esso beneficato con generosa annuale pensione, soffro con pena il rossore di vedermi inutile al suo Reale compiacimento. Voi, chiarissimo Signor Abate, godete la bella sorte di essergli da vicino, Voi avete il piacere di figurare in una Corte brillante, in un Paese felice, e col vostro talento e colla vostra ammirabile vivacità sapete rendervi caro ai Sovrani, ben veduto ai Ministri, e delizioso agli amici. Poiché le vicende della vostra fortuna (rese da Voi medesimo al Mondo note) lungi vi trassero dalla Patria vostra, in cui assai comodo e decoroso stato potevate per ragion di sangue godere, ha voluto il destino ricompensarvi, collocandovi in Parma, ove fra gli altri beni avete quello di essere fra una serie di Letterati, che sanno coi felicissimi talenti loro mantenere ed accrescere l'antica fama di un sì rinomato Paese. Io ho avuto sempre una somma venerazione al nome illustre di cotesta Città erudita, ed una giustissima soggezione de' suoi giudizi intorno alle opere mie. Volle il destino che per obbedire a chi potea comandarmi, venissi io stesso a produr su codeste Scene dei Drammi Buffì, opere per lor natura imperfette, le quali in veruna parte del mondo possono procacciarmi un favorevol concetto; ed ecco non pertanto un novello motivo che in braccio a Voi mi conduce, raccomandandovi l'onor mio. Fate, valorosissimo Signor Abate, presso gli amici vostri, presso gli estimatori del vostro merito, fate valere l'autorità e l'amicizia per risarcir la mia fama, per meritarmi un amorevole compatimento.

Non so se la Commedia, che or vi presento, possa essere da Voi usata per mio vantaggio. Voi sapete benissimo che noi, padri amorosi de' parti nostri, li amiamo tutti egualmente, e poche volte possiamo essere giudici dei loro pregi e dei loro difetti. Io forse meno degli altri ho il necessario discernimento per ravvisarli, ma giudicando coi suffragi del pubblico, posso lusingarmi non sia quest'opera delle più sfortunate. Ma se non basta da per sé sola a giustificarmi nell'animo degli amici vostri, scorrete tutte le sessantasei che ho stampate, scegliete quella che più vi piace, ed offeritela altrui col massimo onore della vostra validissima protezione. Questa è la gloria a cui ardentemente aspiro, questa è la grazia che umilmente vi chiedo, unita all'altra di potermi vantare in faccia del Mondo

Vostro Umiliss. Servitore ed Obblig. Amico

Carlo Goldoni

L'AUTORE A CHI LEGGE

Mi venne in pensiere di fare una Commedia col titolo dei Viaggiatori, e in fatti gli Attori di questa sono tutte persone che viaggiano, a riserva del Cavalier Giocondo e di Madama Possidaria sua moglie, i quali però, siccome quelli che hanno la vanità di albergare i viandanti, anch'essi coi Viaggiatori convengono. Per rendere la Commedia ridicola, per la stagione Carnevalesca in cui dovevasi rappresentare, ho scelto fra i Viaggiatori i caratteri più giocosi, ed ecco che del titolo generale si potevano offendere le persone di senno, che viaggiano con profitto de' loro interessi o del loro talento. Ho dunque cambiato alla Commedia il nome, e l'ho intitolata Il Cavaliere Giocondo. In fatti egli è il soggetto dell'azion principale, dimostrandosi in lui un uomo ignorante, fanatico, che ha la passione di trattar viaggiatori e di spendere il suo malamente per alloggiarli e il frutto delle sue attenzioni non è che la derisione e lo scherno, in compagnia della Moglie, sciocca e fanatica al pari di lui.

Per altro considerando i Viaggiatori che intervengono nella Commedia come episodi, e parte integrante dell'opera, sono tutti caratteri originali. Donna Marianna fa rilevare i pregiudizi di una Madre acciecata soverchiamente dall'amore materno; Rinaldino le conseguenze di un Figliuolo male educato; madama Bignè ci rappresenta una femmina inquieta, volubile, capricciosa; il Conte, suo cognato, un povero galantuomo imbarazzato a custodire una femmina stravagante; don Alessandro un cicisbeo sofferente, ma finalmente annoiato; don Pedro un pedante schiavo dell'interesse; Gianfranco e Lisaura due impostori che girano il mondo; ed il marchese di Sana ci dà l'idea dell'uomo savio e morigerato.

Ciascheduno di questi caratteri bastar potrebbe al soggetto di una Commedia; ma io ho avvezzato il popolo a vederne tante insieme in una sola rappresentazione, che di uno e di due i spettatori non si contentano. Come dunque si può mantenere perenne la sorgente dei caratteri, usandone così a dovizia? Ecco l'arte di cui mi valgo. Il carattere istesso, posto in un altro prospetto di quello in cui mi valsi una volta, mi serve tante altre volte, quante a cambiarlo mi accingo. L'Avaro è un carattere, ma dieci avari si possono rappresentare con altra condotta e in altre circostanze costituiti; così, il Superbo, così il Prodigo, così la Donna fantastica, la spiritosa, o la sciocca. Tutto consiste a non ridire le cose dette, a non rimettere in scena gli avvenimenti rappresentati, e a fare che in Ottanta Commedie, due non si somiglino fra di loro. Finora mi è riuscito di farlo. Lo farò in avvenire? Voglio lusingarmi di sì. I caratteri non sono infiniti in genere, ma ponno essere infiniti in specie. Ogni testa pensa a suo modo, e dal pensare degli uomini, e dall'operare che fanno a seconda dei loro pensieri, raccolgo l'abbondante messe degl'intrecci, del ridicolo e dei comici avvenimenti, parte veri, e verisimili in parte.

PERSONAGGI

Il cavalier GIOCONDO di Scaricalasino

Madama POSSIDARIA sua moglie

Donna MARIANNA vedova

RINALDINO suo figliuolo

Madama di BIGNÈ piemontese

Il conte di BIGNÈ suo cognato

Don ALESSANDRO servente di madama di Bignè

Il marchese di SANA

Don PEDRO aio di Rinaldino

FABIO maestro di casa del Cavaliere

NARDO servitore del Cavaliere

GIANFRANCO in abito di pellegrino

LISAURA sua moglie, da pellegrina

La Scena si rappresenta in Bologna.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera in casa del Cavaliere.

Il cavalier giocondoin veste da camera e berretta, al tavolino, scrivendo.

Fabio, maestro di casa.

FAB.

Signor, non ho danaro. Se voi me ne darete,

Provvederò al bisogno.

CAV.

Eccone qui. Tacete. (gli dà una borsa.)

FAB.

Si spende assai, signore, e badano a venire

Ancor de' forestieri.

CAV.

Lasciatemi finire.

Il Cavalier Giocondo. Il Cavalier Giocondo.

Il Cavalier Giocondo. Il Cavalier Giocondo. (scrivendo il suo nome in vari biglietti.)

FAB.

Per certo il vostro nome voi non vi scorderete:

Scritto questa mattina trenta volte l'avete.

CAV.

Altre tre, ed ho finito. Il Cavalier Giocondo.

Il Cavalier Giocondo. Il Cavalier Giocondo. (come sopra.)

FAB.

Ma che son quei biglietti?

CAV.

A vivere ho imparato.

Son divenuto un altro, dopo d'aver viaggiato.

Partendo da Bologna, facendo a lei ritorno,

In visite una volta spendeva tutto il giorno:

Ora con i biglietti supplisco ad ogni impegno.

Ah i Francesi, i Francesi, hanno il gran bell'ingegno!

FAB.

In Francia siete stato?

CAV.

Non ci fui, ma so tutto.

I miei viaggi, i miei viaggi, m'han d'ogni cosa istrutto.

FAB.

Siete stato in Germania?

CAV.

No.

FAB.

In Inghilterra?

CAV.

No.

FAB.

In Ispagna?

CAV.

Nemmeno.

FAB.

Fuor dell'Europa?

CAV.

Oibò.

Lasciata in gioventù la patria mia villana,

Detta Scaricalasino, sull'alpi di Toscana,

Per studiar son venuto ad abitar Bologna;

Ma viaggiar il mondo per imparar bisogna.

In pochissimo tempo veduto ho il monte e il piano

Di tutto il Modonese, di tutto il Parmigiano.

Sono stato a Ferrara. Verso Venezia andai

Giunsi a Chiozza: mi piacque, e colà mi fermai.

Or son tornato indietro per un po' di respiro;

Ma presto dell'Italia vo' terminare il giro.

FAB.

Affé, se cotal giro avete destinato,

Potete dire appena d'averlo principiato.

Prima d'ogn'altra cosa, io vi consiglierei

Che vedeste Venezia.

CAV.

Se potessi, anderei;

Ma ho questa gente in casa, che di servir mi preme.

Credo v'andranno tutti, e v'anderemo insieme.

FAB.

La casa vostra è piena ognor di forestieri;

Voi consumate in questo le case ed i poderi.

CAV.

Trattando coi stranieri mille notizie acquisto;

Se andrò nei lor paesi, anch'io sarò ben visto.

Così per ogni parte, così per tutto il mondo

È conosciuto il nome del Cavalier Giocondo.

A buon conto dal Duca, signor di Belvedere,

Che l'altr'anno alloggiai, fui fatto cavaliere;

E da quell'altra dama, ch'or non mi viene in mente,

Mi fu di capitano promessa una patente;

E un giorno qualcun altro potrebbe farmi avere

Un titolo onorifico di conte o consigliere.

E andrà per tutta Europa col triplicato onore

Il Cavalier Giocondo, facendo il viaggiatore.

FAB.

Compatite, signore... Non son cose nascoste;

Si sa che vostro padre un dì faceva l'oste.

CAV.

Chi lo sa?

FAB.

Lo san tutti.

CAV.

Nessuno il padre mio

Può saper chi sia stato, non lo so nemmen io.

Il nobile mio genio, il nobile mio cuore,

Prova ch'io non sia figlio di sì vil genitore.

FAB.

Dunque, per quel ch'io sento, non avreste riguardo,

Per far onore al sangue, di passar per bastardo.

CAV.

Non so, non dico questo... Ma nella patria mia

Può avermi un cavaliere perduto all'osteria.

Sono le storie piene d'erranti peregrini,

Che hanno smarriti in fasce, viaggiando, i lor bambini.

Chi fu dai masnadieri, chi da' nemici estinto,

Chi dalla fame oppresso, chi dal timor fu vinto.

Di tali avvenimenti sono le storie piene;

Spessissimo si vedono tai casi in sulle scene.

Chi sa che un giorno a caso non trovi il padre mio?

Ho in una certa parte un certo segno anch'io;

E se creder io voglio a quel che il cuor mi dice,

Nobile è il padre mio, se non la genitrice.

SCENA SECONDA

Nardo e detti.

NAR.

Signor, donna Marianna a veder m'ha mandato

Come sta: se la notte ha bene riposato.

CAV.

Dite a donna Marianna, che sto ben per servirla,

Che le son servitore, che sarò a riverirla.

Che subito verrei; ma un'ambasciata aspetto.

Portatele il mio nome in segno di rispetto... (dà al servitore un biglietto col suo nome.)

FAB.

Perché mandarle il nome, se abita in quella stanza?

CAV.

Voi non sapete niente; questa è l'ultima usanza.

Anzi, aspettate. È poco ch'io le ne mandi un solo.

Questo a donna Marianna, e questo al suo figliuolo,

E quest'altro a don Pedro, ch'è l'aio suo.

FAB.

Ma insieme

Non stanno tutti tre?

CAV.

S'usa così. Non preme.

FAB.

Benissimo; potreste, giacché li avete fatti,

Complimentare i cani, complimentare i gatti.

CAV.

Voi non sapete niente. Rendete l'ambasciata.

Domandate a Madama se vuol la cioccolata...

No, ditele che meco a prenderla l'aspetto.

Andate... (il servitore parte.)

FAB.

Vi voleva perciò un altro biglietto.

CAV.

Non dite mal, vo' farlo. È meglio in verso, o in prosa?

FAB.

Sia verso, o non sia verso, sarà la stessa cosa.

CAV.

Scriverò con que' sali che soglionsi vedere

Scrivere sui ventagli e sulle tabacchiere.

Madame, si vous plait...

SCENA TERZA

Nardo e detti.

NAR.

Signor...

CAV.

Che cosa vuoi?

NAR.

A ber la cioccolata ora verran da voi.

CAV.

Chi vien?

NAR.

Donna Marianna, e l'aio, ed il figliuolo.

CAV.

Che aspettino un momento.

NAR.

Ma se...

CAV.

Un momento solo.

Madame, si vous plait...

FAB.

Ditele che un momento

Aspetti, finché ha fatto un altro complimento.

CAV.

Madame, si vous plait...

NAR.

Si frulla il cioccolato.

FAB.

Vengono i forestieri.

CAV.

Ma io sono spogliato.

Aspettino fin tanto almen che sia vestito.

FAB.

Sentiteli.

CAV.

Cospetto! non ho ancora finito.

Dite lor che perdonino... ch'io sono in confidenza.

Datemi da vestire. So la mia convenienza.

NAR.

Subito da vestire. (Il padrone è imbrogliato). (piano a Fabio.)

FAB.

Si vede che dai viaggi ha molto profittato. (Narda parte.)

CAV.

Madame, si vous plait... buer la scioccolate.

FAB.

Eccoli...

CAV.

Da vestirmi. Tratteneteli, andate.

FAB.

Farli far anticamera, perché siete spogliato?

Questo bel complimento chi mai ve l'ha insegnato?

CAV.

Trattener non si possono nelle vicine stanze?

FAB.

Questo è un far complimenti a forza d'increanze.

Perdonate, signore...

CAV.

Fate bene avvertirmi.

Andrò in un'altra camera presto presto a vestirmi.

Ma soli non lasciarli è cosa necessaria:

Manderò a trattenerli madama Possidaria.

Ella non ha viaggiato, ma sa il viver del mondo;

Basta dir che sia moglie del Cavalier Giocondo. (parte.)

FAB.

Un carattere bello è il mio padron, m'impegno.

Un poco me lo godo, un poco mi fa sdegno.

SCENA QUARTA

Donna Marianna, Rinaldino, don Pedro e Fabio.

MAR.

Il Cavalier dov'è?

FAB.

Or ora vien, signora.

Vi prega compatirlo. Era spogliato ancora.

MAR.

Perché prender si vuole con noi tal soggezione?

D'averci ospiti in casa stanco è il vostro padrone?

FAB.

Ei non lo fa per questo.

RIN.

So io perché lo fa.

FAB.

Perché, signor?

RIN.

Perché le creanze non sa.

PED.

Dirlo a voi non conviene.

RIN.

Se non convien, l'ho detto.

PED.

Signor, son l'aio vostro; portatemi rispetto.

RIN.

Servitor umilissimo. (con ironia.)

PED.

Caldo venir mi sento.

RIN.

Se avete troppo caldo, vi farò un po' di vento.

PED.

Soffrire più non voglio, signora, un tal strapazzo.

MAR.

Compatite, don Pedro; egli è alfine un ragazzo.

FAB.

(La madre il compatisce. Farà buona riuscita). (da sé.)

PED.

(Il desio di viaggiare mi fa far questa vita). (da sé.)

RIN.

Dov'è la cioccolata? (a Fabio.)

MAR.

La prenderemo poi.

FAB.

Verrà il padrone...

RIN.

Intanto la beveremo noi.

FAB.

Con vostra permissione... (in atto di partire.)

RIN.

Noi vi abbiamo mandato.

FAB.

Grazie alla sua bontà. (Che giovine garbato!) (ironicamente, e parte.)

MAR.

Giudizio, Rinaldino, giudizio, se potete.

PED.

Ei ne ha poco, signora.

RIN.

Voi non me ne darete,

Perché lessi in un libro: chi l'ha, lo tien per lui;

Quello che non si ha, non si può dare altrui.

PED.

Bravo, spiritosissimo. (ironicamente.)

MAR.

Parlar così non lice. (a Rinaldo.)

(Per altro ha un bel talento. Che memoria felice!). (piano a don Pedro.)

PED.

(Ha talento: egli è vero; ma se nol moderate

Un dì vi farà piangere...)

MAR.

(Oh via, non mi seccate).

RIN.

Madame, si vù plè... (accostandosi al tavolino e leggendo.)

PED.

Vi par bella creanza (a donna Marianna.)

Vedere i fatti altrui? Questa è troppa arroganza.

RIN.

Madame, si vù plè, buer la scioccolate.

MAR.

Legge bene il francese.

PED.

E voi gliel'accordate?

RIN.

Buer la scioccolate. Da ridere mi vien.

Monsieur le Chevalier est un Françes coquen.

MAR.

Che dite? ( a don Pedro.)

PED.

Vi dirò ch'è spiritoso in tutto

Che nelle scioccherie si vede che fa frutto.

RIN.

Sotto un sì gran maestro non posso apprender meno.

PED.

Finirem questo viaggio. (Non posso stare in freno).

MAR.

Via, Rinaldino, abbiate un po' di convenienza:

Serbate all'aio vostro rispetto e obbedienza.

E voi soffrite ancora il peso che vi dà;

Ritornati alla patria, sarete in libertà.

Sperai che col vedere, sperai che col viaggiare,

Lo spirito vivace s'avesse a moderare;

E non dispero ancora, e ancor non mi confondo.

Imparerà col tempo a conoscere il mondo.

PED.

Il vostro buon figliuolo, signora, a quel ch'io veggio,

Imparerà del mondo a conoscere il peggio.

MAR.

Don Pedro, a quel ch'io vedo, di viaggiar siete stanco.

RIN.

Mandiamolo al paese.

PED.

Al mio dover non manco.

Non manco al mio rispetto. Parlo per ben, ma poi

Egli è figliuolo vostro. Ci penserete voi. (parte.)

SCENA QUINTA

Donna Marianna; Rinaldino.

MAR.

Rinaldino, per dirla, voi un poco eccedete,

Unico figlio mio, tutto il mio amor voi siete.

Vedova in verde etate, sol con voi mi consolo,

A viaggiar mi soggetto per contentar voi solo;

Ma ritornando un giorno dove voi siete nato,

Vorrei che si dicesse, che avete profittato.

Fate alla madre onore, fate onore a voi stesso:

Di fanciullesche cose non è più tempo adesso.

Io dai parenti vostri sarò rimproverata...

RIN.

E non si vede ancora venir la cioccolata.

MAR.

Così voi mi badate? Che poca discrezione!

RIN.

Sarà mezza mattina. Non si fa colazione?

Sapete ch'io patisco, se sto troppo a digiuno.

Par che mi venga male.

MAR.

Chi è di là? V'è nessuno?

SCENA SESTA

Nardo  e detti.

NAR.

Signora.

MAR.

Compatite, s'io son troppo avanzata:

Rinaldino vorrebbe...

RIN.

Voglio la cioccolata.

NAR.

La vuol? Sarà servito. L'avea frullata il cuoco,

Ed il padrone ha fatto che la rimetta al fuoco.

Vuol esservi anche lui, non è vestito ancora;

Or si fa pettinare. Vi vorrà più d'un'ora.

RIN.

Vuol farmi il Cavaliere crepar questa mattina.

Andrò senz'altre istorie a beverla in cucina.

NAR.

Ma non convien, signore...

RIN.

Conviene, signor sì.

Io voglio quel che voglio; sempre ho fatto così.

MAR.

Ma voi non andereste, s'io dicessi di no.

RIN.

Lasciate ch'io la beva, e poi risponderò. (parte.)

SCENA SETTIMA

Donna Marianna e Nardo.

MAR.

(Ah lo conosco, è vero: scorretto è Rinaldino).

NAR.

Signora, il suo figliuolo par un bell'umorino.

MAR.

È giovinetto ancora.

NAR.

È un bel fior di virtù.

MAR.

Parlate con rispetto.

NAR.

Bene. Non parlo più.

Viene la mia padrona.

MAR.

Ditemi, in cortesia:

Madama Possidaria si sa che donna sia?

Son giorni che la tratto, né la conosco ancora;

Un misto in lei si vede di bassa e di signora.

NAR.

Vi dirò brevemente. È nata contadina,

Ma in grazia del marito vuol far la damerina.

Non lo sa far, si scorda... Eccola qui che viene.

La moglie ed il marito son pazzi da catene. (parte.)

SCENA OTTAVA

Donna Marianna, poi Madama Possidaria.

MAR.

Chi mi ha raccomandata al Cavalier Giocondo,

È un uomo che ha viaggiato, è un uomo del gran mondo.

M'ha detto, voi sarete trattata in eccellenza.

In fatti il trattamento è buono a sufficienza;

Ma vedo certe cose che fan maravigliare.

Si vede che han buon cuore, ma che san poco fare.

POSS.

Serva, donna Marianna.

MAR.

Madama, riverente.

POSS.

Quel vostro Rinaldino parmi un bell'insolente.

MAR.

Che vi ha fatto, signora?

POSS.

Certo. Mi ha fatto questa:

Mi è passato dinanzi col suo cappello in testa.

MAR.

Compatite, è ragazzo.

POSS.

Per me l'ho compatito;

Basta che non lo sappia il mio signor marito.

MAR.

Anch'ei, quando lo sappia, compatisca l'età.

POSS.

Oh, il Cavalier Giocondo non soffre inciviltà.

È ver che in una villa è nato, e lo sposai;

Ma dopo aver viaggiato, egli ha imparato assai.

Vede, conosce, apprende, e poi mi narra tutto;

Ed io, non fo per dire, con lui fo qualche frutto.

MAR.

Si vede in ambedue buon genio e buon talento.

POSS.

Oh, mi sono scordata di farvi un complimento.

Signora, come state? Come avete dormito?

Or or verrà a servirvi il mio signor marito.

Con lui la cioccolata berrem, se voi volete.

Sono a' vostri comandi, favorite, sedete.

MAR.

Ecco, per compiacervi, di seder non ricuso;

Ma tanti complimenti, credetemi, non uso.

POSS.

È ver, la soggezione è pur la brutta cosa;

Ma il mio signor marito mi vuol cerimoniosa.

MAR.

Fra noi non abbisogna. Trattiamo in confidenza.

Trattiamoci da amiche.

POSS.

Vi domando licenza.

Quelle scarpe, signora, di dove son, se lice?

MAR.

Sono fatte in Bologna.

POSS.

Oibò, una viaggiatrice

Portar scarpe nostrane! Il mio signor marito

Mi fa venir di fuori le scarpe ed il vestito.

MAR.

I lavori d'Italia buoni sono egualmente.

POSS.

Se non son forestieri, non si stiman niente.

Il mio signor marito, dai viaggi ritornato,

Tutto quel che vedete, di fuori m'ha portato.

Quest'abito l'ha preso a Modona, nel ghetto,

A Chiozza da una donna comprò questo merletto.

E questa bella cuffia, ch'è una moda sì rara,

L'abbiam mandata a posta a tagliar a Ferrara.

MAR.

Tutti questi paesi molto lontan non sono.

POSS.

Credetemi, che qui non fan niente di buono.

MAR.

E pur so che in Bologna son di buon gusto assai.

Da soddisfarmi in tutto io so che qui trovai.

Bene si sta in Bologna di vitto e di vestito.

POSS.

Dice che non è vero il mio signor marito.

MAR.

Sentito ho in altre parti a pensar come voi;

Ciascun, per ordinario, sprezza i paesi suoi.

POSS.

Non è vero, signora.

MAR.

Se non è ver, non sia.

POSS.

Io non ho mai saputo sprezzar la patria mia.

MAR.

Benissimo, Madama, qual è il vostro paese?

POSS.

Son di Cavalcaselle, soggetta al Veronese.

MAR.

E il Cavalier passando vi avrà probabilmente

Veduta e vagheggiata.

POSS.

No, non è vero niente.

MAR.

(È gentile per altro con queste sue mentite). (da sé.)

POSS.

Come ci siam sposati, ve lo dirò. Sentite.

È di Scaricalasino il signor Cavaliere.

Suo padre e il padre mio faceano un sol mestiere:

Nel quale tutti due han fatto dei contanti

Col noleggiar cavalli, coll'alloggiar viandanti.

Le persone di grido conosconsi in lontano.

Trattaronsi i sponsali col mezzo d'un mezzano;

Onde di due ricchezze si è fatta una ricchezza,

Congiunto un po' di spirito a un poco di bellezza.

MAR.

(Ridicola è davvero. Il suo natal si sente). (da sé.)

Sarete più contenta qui...

POSS.

Non è vero niente.

MAR.

Ch'io per ben v'avvertisca, signora, non vi spiaccia:

Così non si mentisce delle persone in faccia.

POSS.

Oh oh, se fosse vero quel che ella m'ha avvertito,

Me l'averebbe detto il mio signor marito.

MAR.

Con voi garrir non voglio.

POSS.

Garrir? vorrei sentirvi!

SCENA NONA

Nardo e dette.

NAR.

Il marchese di Sana vorrebbe riverirvi. (a donna Marianna.)

MAR.

Andrò nelle mie stanze. (s'alza.)

POSS.

No, no, restate qua.

Non lo fate aspettare. So anch'io la civiltà.

Trattar con nobiltà sempre son stata avvezza,

Un tempo per mestiero, adesso per grandezza.

E quel che mi mancava, d'apprendere ho finito

Sotto la direzione del mio signor marito. (parte.)

SCENA DECIMA

Donna Marianna e Nardo.

MAR.

Il Cavalier dov'è?

NAR.

Egli è fuor di se stesso:

Degli altri forestieri sono arrivati adesso;

Tutto allegro e contento ad incontrarli è andato,

Mezzo spogliato ancora, e mezzo pettinato.

MAR.

I forestier chi sono?

NAR.

Veduto ho una signora

Con due che l'accompagnano, né so chi sieno ancora.

MAR.

Andrò nelle mie stanze frattanto a ritirarmi.

Colà dite al Marchese che venga ad onorarmi;

E dite al mio figliuolo che venga tosto anch'esso.

NAR.

Glielo dirò, ma temo non verrà per adesso.

MAR.

Perché?

NAR.

Perché, signora... dirvelo non dovrei.

MAR.

Ditemi, che fa egli?

NAR.

Spiacervi non vorrei.

MAR.

Voi mi svegliate in seno fierissimi timori.

NAR.

L'ho veduto giocare coi vostri servitori.

MAR.

Indegni! con mio figlio ardiscono giocare?

Mi sentiran ben essi. Lo farò rispettare.

Egli non sa, è ragazzo. Color che amano il vizio,

Vogliono l'innocente tirar nel precipizio.

L'esempio dei cattivi, pessimi rende i frutti.

Sono malvagi i servi. Li caccerò via tutti. (parte.)

NAR.

Brava, coi servitori si sdegna fieramente,

E il caro figliuolino vuol credere innocente.

Così l'amor di madre tradisce i figli suoi.

Rinaldino è un ragazzo che ne sa più di noi. (parte.)

SCENA UNDICESIMA

Madama di Bignè, il conte di Bignè, don Alessandro, tutti da viaggio. Il cavalier Giocondomezzo spogliato, coll'accappatoio sulle spalle, non interamente acconciato in capo.

CAV.

Perdonate, Madama, signori, perdonate,

Se coll'accappatoio al collo mi trovate.

Sentito ho forestieri, e la curiosità

Senza badare ad altro m'ha fatto venir qua.

Casa mia è casa vostra. Vi prego di servirvi.

Vado a farmi vestire, poi sarò a riverirvi.

MAD.

In verità vi giuro, caro il mio Cavaliere,

Credeva che voi foste di casa il parrucchiere.

Andatevi a vestire con tutta libertà.

CAV.

Madama son tenuto alla vostra bontà!

Vo' leggere la lettera che mi portaste voi...

MAD.

Andatevi a vestire, la leggerete poi.

CAV.

Questi signor chi sono? Non vorrei preterire...

MAD.

Ma lo saprete poi. Andatevi a vestire.

CAV.

Dice bene Madama, è troppa confidenza:

Madama, cavalieri, vi domando licenza. (parte.)

SCENA DODICESIMA

Madama di Bignè, il conte di Bignè, don Alessandro.

CON.

Per dirla, il Cavaliere parmi alquanto sguaiato.

Non ci sto volentieri.

MAD.

Niente, signor cognato.

Per quel poco di tempo che noi stiamo in Bologna,

Goder il Cavaliere e tollerar bisogna.

Quel che a lui ci ha diretti, del suo temperamento

Già mi ha informata. Avremo un bel divertimento.

È ver, don Alessandro?

ALES.

Deve piacere a me

Tutto quel che diletta madama di Bignè.

MAD.

Aver non si potea miglior la compagnia. (a don Alessandro.)

Per causa vostra il viaggio si fa con allegria.

Davver, don Alessandro, siamo obbligati a voi,

Che abbiate risoluto di viaggiar con noi.

È ver, signor cognato?

CON.

È ver, ci favorisce;

Ma il viaggio per se stesso chi viaggia divertisce.

Mio fratel, vostro sposo, a me vi ha confidata:

Non basta col cognato che siate accompagnata.

Che dirà mio fratello? Di noi che dirà il mondo,

Se siamo in terzo?

MAD.

Eh via, su ciò non vi rispondo.

Don Alessandro alfine è un cavalier gentile;

Il Conte mio marito è un cavalier civile.

Gode ch'io mi diverta; per ciò mi fa viaggiare;

E voi, signor cognato, non mi state a inquietare.

CON.

Io scriverò.

MAD.

Scrivete. Cavaliere. (a don Alessandro.)

ALES.

Signora.

MAD.

V'è piaciuta Bologna?

ALES.

Non l'ho veduta ancora.

MAD.

Per me, quel che ho veduto mi par che sia bastante.

I portici ho osservato, la piazza ed il Gigante.

Sapete il genio mio: a viaggiar mi consolo;

Ma soglio in ogni loco fermarmi un giorno solo.

CON.

Qui v'è molto a vedere; onde per me direi

Ci restassimo almeno tre, quattro giorni, o sei.

MAD.

Oibò! don Alessandro, vo' partir domattina.

ALES.

Partasi sul momento, se Madama il destina.

MAD.

Sentite? Fan così gli uomini compiacenti.

CON.

È ver. Questa è la legge de' cavalier serventi.

Ma io, signora mia...

MAD.

Un uom dabben voi siete:

La civiltà vi piace, e il mondo conoscete.

Parliam d'altro. Tabacco. (a don Alessandro.)

ALES.

Madama, eccolo qui. (le dà del tabacco.)

CON.

Ma se il consorte vostro...

MAD.

Su ciò basta così.

Come vi tratta il viaggio, don Alessandro mio?

ALES.

Quando sta ben Madama, sempre sto bene anch'io.

MAD.

Certo, questa mattina io sto perfettamente.

Partiremo noi subito?

CON.

Siete pure impaziente.

MAD.

Sapete il mio costume. Il mio diletto è questo:

Tutto quel che ho da fare, mi piace di far presto.

S'ha da viaggiar? si viaggi; s'ha da restar? si stia.

Ma a star senza far niente, mi vien malinconia.

Fin all'ora del pranzo che cosa noi facciamo?

O giochiam due partite, o a passeggiare andiamo.

ALES.

Quel che piace a Madama, fatto da noi sarà.

CON.

Andiamo in qualche parte a veder la città.

MAD.

No, no, restiamo qui. Voglio seder.

ALES.

Sediamo.

MAD.

No, i padroni di casa a ritrovare andiamo.

Ancor non s'è veduta la padrona garbata.

CON.

La conoscete voi?

MAD.

Di lei sono informata.

Sarà forse a vestirsi lei pur con nobiltà.

ALES.

Andiam, se ciò v'aggrada.

MAD.

No, aspettiamola qua.

Caro don Alessandro, gli preme di vederla!

Scusi, se così presto non voglio compiacerla.

ALES.

Madama, vi protesto...

MAD.

Eh via, che so chi siete.

ALES.

Or vi sdegnate a torto.

MAD.

Non dico a voi. Tacete.

CON.

(Chi serve mia cognata con pace e sofferenza,

Può dir che far gli tocca una gran penitenza).

MAD.

Datemi del tabacco. (a don Alessandro.)

ALES.

Subito.

MAD.

Presto, via.

ALES.

Ora dove l'ho messo?

MAD.

Che pazienza è la mia! (tira fuori la sua tabacchiera.)

ALES.

Eccolo.

MAD.

Già l'ho preso.

MAD.

Quando voglio tabacco, mi fa aspettare un'ora.

ALES.

Vi domando perdono.

MAD.

Voglio le cose preste:

Caro don Alessandro, saper voi lo dovreste.

Sediamo.

ALES.

Sì signora. Chi è di là? vi è nessuno?

MAD.

Ci faranno aspettare. Una sedia per uno.

CON.

Io porterò la mia.

ALES.

Lasciate, tocca a me. (a Madama.)

MAD.

Tanto che una si porta, si portan tutte tre. (porta la sua sedia.)

ALES.

Sono mortificato.

MAD.

Non vo' caricature.

Sediamo, chiacchieriamo. Mi conoscete pure.

Ora che siam seduti, cosa di bel facciamo?

ALES.

Comandate, Madama.

CON.

Del viaggio discorriamo.

Partirem domattina...

MAD.

Vo partir di buon'ora. (s'alza.)

CON.

Come sarebbe a dire?

MAD.

Pria che spunti l'aurora.

CON.

Offendono i crepuscoli, e fanno il sangue grosso.

MAD.

A questa vostra flemma resistere non posso.

Un uomo grande e grosso paura avrà dell'aria?

Andiamo a ritrovare madama Possidaria. (parte.)

ALES.

Obbedisco, Madama. (parte.)

CON.

Vengo, signora, anch'io.

Gran maledetto impiccio m'ha dato il fratel mio. (parte.)


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Altra camera

Donna Marianna e don Pedro.

MAR.

Il marchese di Sana che fa, che qui non viene?

PED.

Con un de' forestieri in sala ei si trattiene.

MAR.

Dee conoscerli dunque.

PED.

Non so, parla con essi.

MAR.

Parmi di sentir gente; giudico ch'ei s'appressi.

Potete andar, don Pedro.

PED.

Per or don Rinaldino

Di me non ha bisogno. Sta facendo un latino.

MAR.

Spero ch'egli, col tempo, diverrà dotto e saggio.

PED.

Troppo presto, signora, lo metteste in viaggio.

Ha di studiar bisogno, non di vedere il mondo.

MAR.

Sempre voi contradite.

PED.

Parlate, ed io rispondo.

MAR.

Viene il Marchese, andate.

PED.

Posso restare anch'io.

MAR.

Siete l'aio del figlio, non il custode mio.

PED.

Ho inteso. Sì signora. (La vedova dabbene

Vuole che l'aio parta, quando l'amico viene). (da sé; parte.)

SCENA SECONDA

Donna Marianna, poi il Marchese di Sana.

MAR.

Questi pedanti in casa von fare i sufficienti;

Se si fa, se si dice, vonn'essere presenti.

Essere per noi mostrano pieni di zelo, e poi

Son fuor di casa i primi a mormorar di noi.

Mal volentier non vedo il marchese di Sana,

Amo il figliuolo mio, sono da' miei lontana;

Per or di maritarmi non veggo l'occasione,

Ma vo' trattar chi piacemi, né voglio soggezione.

MARC.

Signora, perdonate se pria non son venuto.

MAR.

Chi son que' forestieri?

MARC.

Un sol ne ho conosciuto:

Don Alessandro Ermanni, cavalier milanese,

Che gira tutto l'anno di paese in paese.

Da casa mia, il sapete, son tre anni ch'io manco:

Sei volte l'ho trovato sempre con donne al fianco.

Sien dame, sien pedine, con tutte fa lo stesso;

Ama generalmente senza riserva il sesso.

Se una ne perde, un'altra ne suol trovar prestissimo;

E colle stravaganti è un uomo pazientissimo.

MAR.

L'essere sofferente non è cosa cattiva;

Ma l'essere incostante di merito lo priva.

Marchese, fra le due, in che lo somigliate?

MARC.

Incostante non sono; ma poche donne ho amate.

MAR.

Poche donne! Voi dunque ne amaste più di una.

Siete stato incostante, e non tradiste alcuna?

MARC.

Davver, donna Marianna, son io che fui tradito.

Basta, son cose vecchie. Il buon tempo è finito.

Mi scrivono i parenti ch'io pensi a ritirarmi,

Voglion che a casa torni, e pensi a maritarmi.

MAR.

Che dice il vostro cuore?

MARC.

Risolver non saprei.

Forse dal maritarmi lontano io non sarei,

Ma non nel mio paese. Le mogli son tormenti,

Quando han presso di loro le madri ed i parenti,

In ogni congiuntura, in ogni dispiacere,

La madre soffia sotto, il padre è consigliere.

Hanno per casa sempre l'amico ed il germano;

La vo', se mi marito, d'un paese lontano.

MAR.

Lodovi in ciò davvero. Nessun le dirà nulla,

E vi consiglierei non prenderla fanciulla.

Si lascian facilmente voltar le giovanette.

Riescon sempre meglio le femmine provette.

MARC.

È ver, ma...

MAR.

Questo ma che vorrà dir? parlate.

MARC.

Niente, signora mia, di me non sospettate.

Dir volea che trovarla sì facil non mi pare;

Son tre anni ch'io cerco, e ancor l'ho da trovare.

MAR.

(Se Rinaldin non fosse, l'avrebbe ritrovata). (da sé.)

MARC.

(Se non avesse figli, è ricca ed è ben nata). (da sé.)

MAR.

Io compatisco molto un uom che si marita

Con una giovinetta ritrosa e sbigottita.

Invece di fruire del coniugale amore,

Dee farle il pedagogo, dee farle il precettore.

Mi ricordo io stessa, quando andai a marito,

Mi vergognava a farmi metter l'anello in dito.

Non sapea nulla nulla. Egli era disperato;

S'ei mi veniva incontro, volgeami in altro lato.

Svegliommi a poco a poco. Col tempo m'instruì;

Ma appena m'ebbe instrutta, il misero morì.

Ora, se andar dovessi ai secondi sponsali,

So il vivere del mondo, so i dover coniugali,

E parmi, se cotanto dire a me non disdice,

Saria il novello nodo del primier più felice.

Poiché fra due congiunti, or che vedova sono,

So il mal che dee fuggirsi, ed ho imparato il buono.

MARC.

Voi meritate molto, ma v'è un obietto solo.

MAR.

So che volete dirmi, l'obietto è il mio figliuolo.

L'amo teneramente, e non lo lascerei

Se me lo comandassero tutti i parenti miei.

Egli non ha bisogno però del pane altrui.

Ricco lo lasciò il padre. Rinaldo ha i beni sui;

Ma lo voglio con me fino ch'io posso almeno;

Egli è l'unico frutto che uscì da questo seno.

Volentier, lo confesso, riprenderei marito;

Ma senza il figlio mio, ricuso ogni partito.

MARC.

Non potreste lasciarlo?

MAR.

No, no, Marchese mio,

È inutile parlarne: lasciarlo non vogl'io.

Vedo la bontà vostra, conosco il vostro affetto...

Ma a questa condizione gradirlo io non prometto.

MARC.

Perdonate, signora. Voi meritate assai,

Ma io con voi d'amore non ho parlato mai.

Conosco il mio dovere; so quel che il mondo insegna.

MAR.

D'essere dunque amata mi credereste indegna?

MARC.

Degnissima voi siete. Vi venero, v'inchino,

E se il figliuolo vostro...

MAR.

Ecco il mio Rinaldino.

SCENA TERZA

Rinaldino e detti.

RIN.

Glielo dirò io prima, e non avrò timore. (verso la scena.)

MAR.

Che c'è? con chi l'avete?

RIN.

L'ho con quel bel signore:

L'ho col signor don Pedro, che a voi vuole accusarmi

Che gli ho perso il rispetto.

MAR.

Sempre vuole inquietarmi. (al Marchese.)

MARC.

Se l'aio si querela, avrà i motivi suoi.

RIN.

Egli non ha motivi; come ci entrate voi? (al Marchese.)

MARC.

C'entro, per il rispetto che ho per la madre vostra.

RIN.

Non ci voglio nessuno nella camera nostra.

MARC.

Partirò, signorino...

MAR.

No, Marchesin, restate.

Portategli rispetto. (a Rinaldino.) A lui non abbadate. (al Marchese.)

Sentiam che cosa è stato: di voi che mi vuol dire

Don Pedro? (a Rinaldino.) Non partite. (al Marchese.)

MARC.

Resto per obbedire.

RIN.

Ve lo dirò, ma piano, che il Marchese non senta.

MAR.

Ditelo, non importa.

RIN.

(Lo dirò, se mi tenta). (da sé.)

MARC.

Meglio sarà ch'io parta, donna Marianna.

MAR.

Oibò.

Obbedite, parlate. (a Rinaldino.)

RIN.

Signora, obbedirò.

MAR.

Rinaldino è obbediente. (al Marchese.)

MARC.

Fa il suo dovere in questo.

MAR.

Dite, che cos'è stato? (a Rinaldino.)

RIN.

Che ve la dica?

MAR.

Presto.

RIN.

Parlo per obbedirvi, non ve n'abbiate a male. (a donna Marianna.)

La cosa com'è stata vi dirò tal e quale.

Venne una cameriera a fare il nostro letto;

Io tralasciai di scrivere, e a lei feci un scherzetto.

Don Pedro mi gridò, mostrandomi la sferza,

Dicendomi: Ragazzo, con donne non si scherza.

Dissi a don Pedro allora: Vo' far l'amore anch'io;

Lo fece anche mia madre un dì col padre mio.

Risposemi don Pedro: Voi non sapete niente.

Signor sì, replicai, so tutto e anche al presente,

Per quello che ho veduto, per quel che a dir s'intese,

Mia madre fa all'amore con il signor Marchese.

MAR.

Come? che dici?

RIN.

Ho detto, ed ei vuole accusarmi.

Certo vorrà per questo mia madre gastigarmi.

Venga, signor... (verso la scena.)

MAR.

Tacete, ragazzaccio imprudente.

MARC.

Questa volta era meglio non essere obbediente. (a Rinaldino.)

Donna Marianna, io vedo che noi siamo osservati;

Manco mal, che domani sarem disseparati.

Io partirò per Roma.

MAR.

Ci mancherebbe poco

Non ti dessi uno schiaffo. Va via di questo loco. (a Rinaldino.)

RIN.

Uno schiaffo, signora! Avuti non ne ho

Dopo che sono al mondo e mai non ne averò;

E se voi mi darete, affé, signora mia,

Che ve ne pentirete.

MAR.

Taci.

RIN.

Scapperò via.

Già un servitor m'ha detto, e un giorno lo farò,

Che prenda dei danari; ed io li prenderò.

So viaggiare ancor io. Andrò in lontan paese;

Voi resterete sola con il signor Marchese. (parte.)

SCENA QUARTA

Donna Marianna ed il Marchese.

MAR.

(Sono mortificata). (da sé.)

MARC.

Signora, ecco l'effetto

Dei viaggi troppo presto fatti da un giovanetto.

Sentite? Se mi date, dice, signora mia,

So viaggiare ancor io, da voi scapperò via.

Pratica tutto il mondo, pratica i servitori;

Della virtude in vece, s'imbeve degli errori.

Degli usi e dei costumi tenero apprende il peggio.

Pria di viaggiare, i figli si mettono in colleggio;

E apprese le bell'arti e delle scienze il fondo,

Si mandano con frutto a praticare il mondo.

MAR.

Ci penserò, ma intanto che dite voi, signore,

Di quei che in noi sospettano qualche nascente amore?

MARC.

Non so che dir, signora.

MAR.

Convien dir che da voi

Abbia raccolti il mondo questi giudizi suoi.

MARC.

Motivo a rei sospetti non porgono i miei pari.

MAR.

Non sarebbero alfine giudizi temerari.

Liberi siamo entrambi. Io son nobile nata...

SCENA QUINTA

Nardo e detti.

NAR.

V'aspettano, signori, a ber la cioccolata. (parte.)

MAR.

Andiam, signor Marchese.

MARC.

Verrò dappoi.

MAR.

Perché?

Vi vergognate forse di venire con me?

MARC.

Per voi, signora mia, v'è noto il mio rispetto;

Ma non si dia motivo di dir quel che fu detto.

MAR.

Eh Marchesino, invano al destin si fa guerra.

Quel che è scritto nel cielo, dee succedere in terra. (parte.)

MARC.

Certo non sarà scritto ch'io sia sì cieco e pazzo

Di sposar una donna con un sì buon ragazzo. (parte.)

SCENA SESTA

Salotto con preparativo per la cioccolata.

Madama di Bignèe don Alessandro.

MAD.

Casa peggior di questa non vidi a' giorni miei.

Vi fosse mio cognato! Or or me n'anderei.

ALES.

Deh soffrite, Madama.

MAD.

Altro non sento dire,

Che soffrite, soffrite: che cosa ho da soffrire?

Sono due ore e più che qui sono arrivata,

E ancor mi fan penare un po' di cioccolata.

E s'ora la beviamo, quando si pranzerà?

ALES.

Non è ancor mezzogiorno.

MAD.

E intanto che si fa?

Avessi almeno un libro.

ALES.

Ecco un libro, Madama.

MAD.

Bravo, don Alessandro, questo servir si chiama.

Pronto, lesto, compito. Favorite una sedia.

ALES.

Eccola.

MAD.

Di che tratta?

ALES.

Madama, è una commedia.

MAD.

Sarà una seccatura.

ALES.

A me non par, del resto...

MAD.

Mi piace, quando leggo, terminar presto presto.

Le commedie son lunghe: quando al teatro andai,

Una commedia intera non ho ascoltato mai.

Mi fan rider davvero quei che ascoltar s'impegnano,

Quelli che con chi parla qualche volta si sdegnano.

Ai comici, ai poeti non voglio far la corte,

E quando gridan zitto, allor rido più forte.

Datemi un altro libro, quando con voi l'abbiate.

ALES.

Anderò a ritrovarlo di là, se comandate.

MAD.

No, no, subito o niente. Sapete il mio ordinario.

In tasca non ne avete?

ALES.

Qui non ho che il lunario.

MAD.

Oh sì, sì, quest'è un libro che divertir mi suole.

Presto si legge, e presto si lascia, se si vuole.

ALES.

Eccol, per obbedirvi.

MAD.

Dov'è il corrente mese?

Che vi venga la rabbia: un lunario francese?

ALES.

Madama, non intende?

MAD.

La lingua l'ho studiata

Quindici o venti giorni, poi mi sono annoiata.

ALES.

Eccone un italiano.

MAD.

Lodo que' Parigini

Che hanno il lor sortimento d'astucci e taccuini.

Quanti ne abbiam? vediamo. Ai quanti fa la luna?

Quante istorie ogni giorno! Io non ne leggo alcuna.

Pioggia, neve, gran freddo; si cambia, e signor sì:

Tossi, febbri, catarri. Ne ho abbastanza così.

Qualch'altro passatempo or ritrovar conviene.

ALES.

Madama Possidaria col Cavalier sen viene.

SCENA SETTIMA

Il Cavalier Giocondoin abito di gala, con caricatura, e detti.

CAV.

Eccomi a voi.

MAD.

Oh bello!

CAV.

Votre valet. (a don Alessandro.)

MAD.

Benissimo.

CAV.

Madam, donè la men. Votre troes umilissimo

Servitor, mon ami. (a don Alessandro.)

ALES.

Servitor di buon cuore.

CAV.

Tutto ai vostri comandi.

ALES.

Sono pien di rossore.

CAV.

Tabacco. (gli dà del tabacco.)

ALES.

Obbligatissimo.

CAV.

Spagna vera.

ALES.

Buonissimo. (stranuta.)

CAV.

Viva vostè.

ALES.

Umilissimo.

CAV.

Muchos agnos.

ALES.

Bravissimo.

MAD.

Viva, me ne rallegro, cavalieri garbati.

Bella conversazione! (Affé, si son trovati). (da sé.)

CAV.

Madama...

MAD.

Compatite, signor, la malagrazia:

Di dar la cioccolata quando ci fate grazia?

CAV.

Subito. Chi è di là? No, fermate, mi preme

Che la conversazione tutta la beva insieme.

Manca donna Marianna, manca vostro cognato,

Il marchese di Sana che fu da me invitato.

Mancan degli altri ancora, e per compir la cosa,

Manca, con riverenza, la mia signora sposa.

MAD.

Manchi chi vuol mancare, la beveranno poi:

Intanto noi ci siamo, la beveremo noi.

CAV.

Perdonate, Madama. Cavalier, che vi pare? (a don Alessandro.)

ALES.

Al Cavalier Giocondo s'aspetta il comandare.

CAV.

Troppo onor.

ALES.

Mio dovere.

CAV.

Gentile.

ALES.

Compitissimo.

CAV.

Mio signor.

ALES.

Vostro servo.

CAV.

Divoto.

ALES.

Obbligatissimo.

MAD.

(Oh pazzi maladetti!) E intanto non si beve.

CAV.

Ecco Madama nostra a far quel che si deve. (osservando la scena.)

SCENA OTTAVA

Madama Possidaria vestita in gala, e detti.

POSS.

Serva sua riverente. (a don Alessandro.)

ALES.

Con tutto il mio rispetto.

POSS.

Vi son serva divota. (a madama di Bignè, inchinandosi molto.)

MAD.

M'inchino al suo cospetto. (caricandola.)

POSS.

Cavalier, vi saluto. (al Cavalier Giocondo.)

CAV.

Madama nostra moglie.

POSS.

Perdonate, se tardi venni in coteste soglie.

In oggi alla francese si tratta sanfassone;

Fra amiche confidenti non vi vuol soggezione.

MAD.

Sì, amicissima cara. Siate la benvenuta;

Anch'io vi ho sempre amata, benché mai conosciuta.

POSS.

Sieda chi vuol sedere, e chi non vuol, si stia.

ALES.

Madama è gentilissima.

CAV.

Ella è scolara mia.

MAD.

Una parola in grazia. (a madama Possidaria.)

POSS.

Io so le buone usanze:

Dite che tutti sentano. Non facciamo increanze.

MAD.

Con tutta civiltà. Se non volete darla

Un po' di cioccolata, io manderò a comprarla.

POSS.

Dica, signor marito...

CAV.

S'aspetta... Eccoli qua.

Presto, la cioccolata. Ora si beverà.

SCENA NONA

Donna Marianna, il Marchese, il Conte e detti.

MAR.

Eccomi a voi. Son serva.

POSS.

Finitela, signora.

Si manda, si rimanda, e non venite ancora?

MAR.

Perdonate.

CAV.

Sediamo.

POSS.

Presto; Madama ha fretta.

CAV.

Sentirete la mia cioccolata perfetta.

La faccio fare in casa, e qui non si sparagna,

Faccio venir le droghe perfino di Romagna.

E invece di quel frutto, che cacao si domanda,

Alla moderna usanza s'adopera la ghianda.

MAD.

Simile cioccolata non vi farà alcun male.

Ingrassar vi dovrebbe, se ingrassa anche il maiale.

CAV.

Eccola.

MAD.

Sentiremo che diavolo sarà.

Favorite.

CAV.

Per ordine. Principiate di là. (al Servitore.)

MAD.

Ho d'aspettare ancora?

CAV.

Non ci son biscottini?

Andatene a pigliare, asini, contadini.

MAD.

Per me la beverò così, se me la date.

Favorite, quel giovane.

CAV.

Non signora. Aspettate.

Pigliarla senza niente non s'usa, e ben non è.

MAD.

Con licenza, signori. La piglierò da me. (s'alza, e va a prender la cioccolata.)

Volete? (a don Alessandro.)

ALES.

Mi fa grazia.

MAD.

E voi? (al Conte.)

CON.

La prenderò.

MAD.

Chi vuò aspettare, aspetti, frattanto io beverò.

POSS.

Far così in casa d'altri s'usa al vostro paese?

MAD.

Compatite, madama, l'usanza è alla chinese.

POSS.

Quand'è così, signora, m'accheto e non rispondo.

CAV.

Ecco quel che s'impara a camminare il mondo. (a madama Possidaria.)

Eccoli i biscottini. Donna Marianna, a voi,

Al marchese di Sana, a chi ne vuole, e a noi.

MAD.

Per me sono obbligata d'un sì gentil favore.

Cioccolata di ghianda ha un prezioso sapore,

Ma non ne son avvezza. È tanto delicata,

Che non ne voglio più. Mi sento stomacata.

Don Alessandro, andiamo.

ALES.

Vi servo, mia signora. (bevendo la cioccolata.)

MAD.

Presto.

ALES.

Finisco, e vengo.

MAD.

Non la finite ancora?

Conte, venite voi?

CON.

Per dirla, non mi spiace. (bevendo.)

MAD.

Finitela una volta.

CON.

Vo' bevere con pace.

ALES.

Ho finito, Madama.

MAD.

Andiam.

CON.

Vengo ancor io.

CAV.

Dove andate sì presto? (a madama di Bignè.)

MAD.

Serva, signori. Addio. (al Cavaliere.)

CON.

Ci rivedremo a pranzo. (al Cavaliere.)

ALES.

Faccio umil riverenza...

MAD.

Far aspettar le donne, mi pare un'insolenza. (a don Alessandro.)

S'obbedisce una donna, quando comanda o prega.

(Andiam la cioccolata a bere alla bottega). (piano a don Alessandro; e parte con don Alessandro e col Conte.)

CAV.

Schiavo di lor signori.

POSS.

Voi che avete viaggiato, (a donna Marianna.)

Questo stil di Madama nel mondo è praticato?

MAR.

Madama, vi dirò: viaggiato ho qualche poco,

E delle stravaganze vedute ho in ogni loco.

Il garbo, la maniera, i vari sentimenti

Non vengon dai paesi, ma dai temperamenti.

Strano sarà per tutto lo stil di quella dama,

Che passa per franchezza, che bizzarria si chiama.

Con pena da per tutto si soffre l'ardimento.

S'ella con voi qui resta, io non ci sto un momento. (parte.)

SCENA DECIMA

Il Marchese, Madama Possidaria, il Cavalier Giocondo.

CAV.

Donna Marianna, è vero, ha più di me viaggiato,

Ma io son più di lei del vivere informato.

E quello che da lei si crede petulanza,

So certo, so certissimo, esser l'ultima usanza;

E so che non si stima, e so che non s'apprezza,

Se non chi fa valere lo spirto e l'arditezza.

A Modona, a Ferrara, per tutto ove son stato,

Sull'alpi di Fiorenza ancor dove son nato,

Sentito ho per proverbio, ed ho veduto in prova,

Che la franchezza piace, che l'insolenza giova. (parte.)

POSS.

Giacché così m'insegna, signor consorte mio,

Proverò in avvenire far l'insolente anch'io. (parte.)

MARC.

Partono tutti, e lasciano qua solo il forestiere.

In queste belle scene io ho tutto il mio piacere.

Questo, de' viaggi miei, è questo il maggior frutto:

Pratico, vedo, ascolto, fo osservazione a tutto;

E il bene e il mal raccolto qua e là dal vario sesso,

Servemi per formare la lezione a me stesso.

In questa union de' pazzi, non so se esente sia

Del ramo universale ancor la testa mia.

Par che donna Marianna mi vada un po' a fagiuolo;

Ma troppo mi dispiace quel discolo figliuolo.

Basta, sperar io voglio, volendo far il matto,

Non esserlo in mio danno, non impazzire affatto.


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera

Gianfranco e Lisaura da pellegrini, e Nardo.

NAR.

Il padrone è impedito.

GIAN.

Vi prego.

NAR.

Signor sì.

Anderò ad avvisarlo; trattenetevi qui. (parte.)

GIAN.

La solita risposta che i servi soglion dare:

Il padrone è impedito, non gli si può parlare.

LIS.

Non fan per sostenere dei padroni il decoro;

Ma son gente maligna, voglion tutto per loro.

GIAN.

Di qua non partiremo, se il Cavalier non viene.

Necessario è il coraggio, e sofferir conviene.

LIS.

Chi sa ch'ei non ci faccia un generoso invito?

Questa mane, per dirla, sto bene d'appetito.

GIAN.

Ed io non istò male.

LIS.

Dite, come vogliamo

Regolarci parlando? S'ha da dir chi noi siamo?

GIAN.

Non so. Vediamo prima che faccia ha il Cavaliere.

Secondo ch'ei ci tratta, ci saprem contenere.

Sarem moglie e marito, se il caso lo permette.

Saprò, quando abbisogni, sognar le favolette.

Il cuor delle persone conosco a prima vista;

E chi l'umor seconda, il credito s'acquista.

LIS.

Vien gente. Che sia questi della casa il padrone?

GIAN.

Può essere. M'han detto ch'egli ha del bernardone.

SCENA SECONDA

Fabio e detti.

FAB.

Chi è che 'l padron domanda?

GIAN.

Siamo noi, Eccellenza.

LIS.

Siamo noi che bramiamo di fargli riverenza.

FAB.

Il titolo, figliuoli, indietro ritirate.

Io il padrone non sono.

GIAN.

No, signor? perdonate.

Cera avete, per altro, di nobile e cortese.

Siete voi cavaliere?

LIS.

Siete voi del paese?

FAB.

Amici, vi ho capito. Anch'io conosco il mondo;

Sono il mastro di casa del Cavalier Giocondo.

GIAN.

Signor mastro di casa, la prego in cortesia...

FAB.

Ehi, chi è questa signora? (piano a Gianfranco.)

GIAN.

È la consorte mia.

FAB.

(Consorte, che vuol dire compagna della sorte,

Non di quelle che debbono durar sino alla morte). (da sé.)

LIS.

(Parla piano, e mi guarda; che abbia di noi sospetto?) (da sé.)

FAB.

(Che garbata signora! Mi piace quel visetto). (da sé.)

Se di me vi degnate, vi fo un cordiale invito.

GIAN.

Lo gradirà mia moglie.

FAB.

Vostra moglie! Ho capito.

LIS.

Gradirò, sì signore, la vostra esibizione;

Ma riverir vorrei, se potessi, il padrone.

FAB.

Quello vi preme; in fatti può spender più di me.

GIAN.

Abbiamo un interesse col Cavalier.

FAB.

Non c'è.

GIAN.

Ha detto il servitore che c'è, ma ch'è impedito.

FAB.

Allor ci sarà stato; or di casa è sortito.

GIAN.

Fatemi questa grazia. Signor, siamo viandanti,

Ma non siamo impostori, né poveri birbanti.

Bisogno non abbiamo di pan per isfamarci.

Sotto di queste spoglie per or dobbiam celarci;

Ma ci farem conoscere. Il Cavalier vogliamo.

Abbiam le credenziali; ei saprà chi noi siamo.

FAB.

Saran, già lo prevedo, le vostre credenziali,

Patenti per avere l'alloggio agli ospedali;

Un qualche passaporto carpito altrui di mano,

O qualche privilegio per fare il ciarlatano.

LIS.

(Questi non fa per noi). (da sé.)

GIAN.

Io non mi scaldo, amico.

Il Cavaliere aspetto.

FAB.

Egli non c'è, vi dico.

GIAN.

A pranzo tornerà.

FAB.

Non torna in tutto il dì.

GIAN.

Tornerà questa sera. L'aspetteremo qui.

FAB.

Questa è troppa insolenza.

LIS.

Via, signor maggiordomo,

Non siate così austero. L'uomo vive dell'uomo.

Siete voi ammogliato?

FAB.

Nol son, per mia fortuna.

LIS.

Avrete delle amanti.

FAB.

Sì, ne ho qualcheduna.

LIS.

Si coltivan le donne talor coi regaletti.

Vo' per le vostre belle donarvi due fioretti.

Sono fatti in Venezia; sono all'ultima moda:

Godeteli, e lasciate che al mondo ognuno goda.

GIAN.

Mia moglie è generosa, ed io non men di lei.

Signor mastro di casa, saprò i doveri miei.

FAB.

Amici, dovevate parlar così a drittura.

Con me non l'indovina chi vien con impostura.

Parlerò col padrone di voi con carità;

Con lui sappiate fare, vi beneficherà.

Parlategli di cose grandiose e forestiere;

Credulo facilmente di tutto è il Cavaliere.

Ora lo mando qui. Sta a voi di far pulito.

Poscia ci rivedremo. Addio. moglie e marito. (parte.)

SCENA TERZA

Guanfranco, Lisaura; poi il Cavalier Giocondo.

GIAN.

Navigar ci conviene a seconda del vento:

Secondo le persone, si cambia il portamento.

LIS.

Spiacemi ch'ei non creda che siam marito e moglie.

GIAN.

Basta che non ci scacci per or da queste soglie.

A tempo coi fioretti l'avete guadagnato.

LIS.

Sotto la vostra scuola a vivere ho imparato.

GIAN.

Questi mi par che sia...

LIS.

Il Cavalier mi pare.

GIAN.

Qualche novella favola ci converrà inventare.

CAV.

Chi è qui? Chi mi domanda?

GIAN.

Signor.

CAV.

Due pellegrini?

Volete l'elemosina? Tenete due quattrini.

GIAN.

Vostra Eccellenza sappia...

CAV.

Galantuomo, aspettate

Vi donerò uno scudo; mi par che 'l meritate.

GIAN.

Signor, noi non abbiamo bisogno di danaro.

Il vostro patrocinio per or ci sarà caro;

E questo può giovarci più assai delle monete,

Se udir i casi nostri, signor, vi degnerete.

CAV.

(Ricusano il danaro? Che stravaganza è questa?) (da sé.)

Buona gente, chi siete?

GIAN.

Quella è una donna onesta;

Io sono un galantuomo. Non siam sposati ancora;

Ma il ciel qui n'ha condotti, e di sposarci è l'ora.

CAV.

Veniste in casa mia per fare il matrimonio?

Vi posso, se volete, servir di testimonio.

Alloggio vi darò, se alloggio ricercate;

Basta che l'esser vostro saper voi mi facciate.

LIS.

Signore, l'esser nostro ignobile non è...

GIAN.

Deh, lasciate la storia tutta narrare a me.

CAV.

Lasciate ch'ei la narri, graziosa pellegrina.

LIS.

Vostra Eccellenza scusi.

CAV.

(È civile e bellina).

GIAN.

Signore, un gran segreto vengo a svelare a voi;

un prodigio del cielo rileverete in noi.

Schiavo fui fatto in mare da un algerin mercante,

E fui forzato in Tunisi a prendere il turbante.

Feci il corsaro anch'io, girando qua e là,

E poscia di Marocco mi fecero bassà.

A caso nel serraglio, non so dir come, andai;

Vidi quella ragazza, di lei m'innamorai;

Ma disperando altronde poterla conseguire,

Pensai di farla meco da Tunisi fuggire.

Il tempo, il luogo, il modo da noi si concertò,

Or non vi narro il come, un dì vel narrerò.

Bastivi che una notte, sopra una saica uniti,

Siamo con trenta schiavi da Tunisi fuggiti.

Posi nel bastimento tutto l'argento e l'oro:

Abbiam (nessun ci sente), abbiam nosco un tesoro.

In abito succinto andiam di pellegrini,

Ma una cintura ho piena di doppie e di zecchini.

Portai quel che ho potuto, ma si è investito il più

In vini ed uve passe, passando da Corfù.

Ora, signor mio caro, siamo da voi venuti,

Chiedendo protezione pria d'esser conosciuti.

Tornando al suo paese un uom che ha rinnegato,

Puol esser giustamente fermato e gastigato.

Sposar noi ci vorremmo, e non sappiamo il come.

Sentito ho a decantare per tutto il vostro nome.

Si vede che mostrate la gentilezza in faccia.

Eccomi a' piedi vostri; son nelle vostre braccia.

CAV.

Alzatevi. Oh che caso! oh che contento è il mio!

LIS.

Signore, a' vostri piedi ecco mi getto anch'io.

CAV.

Alzatevi, signora. D'avervi meco io godo;

Di far quel che va fatto, noi penseremo il modo.

Frattanto trattenetevi in questo appartamento;

Avrete in casa mia l'alloggio e il trattamento;

E se mai vi pesasse quella cintura indosso,

Le doppie ed i zecchini nascondere vi posso.

GIAN.

Sì signor, questa sera ve li consegnerò.

LIS.

(Come si sia sognate tante bugie non so). (da sé.)

CAV.

Ho forestieri in casa, che abbandonar non devo.

Consolazion più grande sperar io non potevo.

Il nome vostro? (a Gianfranco.)

GIAN.

Il mio nome nativo fu

Gianfranco, e mi chiamavano in Tunisi Caicù.

CAV.

E voi? (a Lisaura.)

LIS.

E il nome mio fu Lisaura in Toscana,

Nel serraglio di Tunisi chiamata Caicana.

CAV.

Signora Caicana, amico Caicù,

Ora con nomi tali non vi chiamate più.

Tornerete Lisaura; Gianfranco tornerete;

In me di vostre nozze il paraninfo avrete.

E sarà gloria mia far noto a tutto il mondo

Che vostro protettore è il Cavalier Giocondo. (parte.)

SCENA QUARTA

Lisaura e Gianfranco; poi il Marchese.

GIAN.

Mi son portato bene?

LIS.

Davvero, a maraviglia.

GIAN.

Ingegnosa è la fame, quando davver consiglia.

MARC.

(Pellegrini?) (da sé, osservandoli.)

LIS.

(Chi è questi?) (piano a Gianfranco.)

GIAN.

(Parmi averlo veduto). (a Lisaura.)

MARC.

(Colui mi par altrove averlo conosciuto). (da sé.)

LIS.

(Andiam nell'altra stanza). (piano a Gianfranco.)

GIAN.

Non facciam sospettare.

MARC.

Amico. (a Gianfranco.)

GIAN.

Vi son servo.

MARC.

Non credo di fallare.

Favorite di grazia, non siete il pellegrino

Che un dì faceva in piazza l'astrologo a Torino?

LIS.

(Siam conosciuti).

GIAN.

È vero. A voi non vo' negarlo.

Ma pregovi, signore, per grazia, di celarlo.

Promesso ha il Cavaliere di farmi carità;

Perdo un poco di bene, se l'esser mio si sa.

Potrebbe provvedermi la mia virtude in piazza;

Ma abbandonar non voglio quella buona ragazza.

MARC.

Che roba è?

GIAN.

Onestissima.

LIS.

Signor, non mi crediate...

MARC.

Saper io non mi curo chi siate o chi non siate. (a Lisaura.)

Ho bisogno di voi. (a Gianfranco.)

GIAN.

Potete comandarmi.

Col Cavalier vi prego però non rovinarmi.

MARC.

Con lui non parlerò. Basta che voi venghiate

Meco da una signora. Vo' che l'astrologhiate.

V'insegnerò di lei, e d'un figliuol che ha seco,

Quel che dovete dire. Andiam. Venite meco.

GIAN.

Ma la compagna mia?

MARC.

Lasciatela per poco.

La dama è in questa casa; presto facciamo il gioco.

V'informerò di tutto ben bene nel cammino,

E voi comparirete bravissimo indovino.

GIAN.

Signor, da quel ch'io vedo, sarete persuaso,

Che senza tali aiuti noi favelliamo a caso.

Anche la nostra è un'arte che vien dall'impostura;

Che il ver colla menzogna di colorir procura.

Che fa, come tant'altre, i suoi castelli in aria,

Ma è meno fortunata, perch'è men necessaria.

Di più non vo' spiegarmi. Chi è astrologo, indovina. (parte.)

MARC.

Non so se dire intenda di legge o medicina. (parte.)

SCENA QUINTA

Lisaura, poi don Alessandro.

LIS.

Parte, sola mi lascia, e non mi dice nulla.

È vero ch'io non sono sì timida fanciulla;

Ma il Cavalier, se torna e trovami soletta?

Anch'io saprò narrargli qualch'altra favoletta.

ALES.

Bellissima Lisaura.

LIS.

Oh mio signor, chi vedo?

ALES.

Voi siete qui?

LIS.

Ci sono.

ALES.

Sogno? veglio? o travedo?

LIS.

Sì signore, son io; mi avete ritrovata

Alfin, dopo tre anni che mi avete piantata.

ALES.

Bella, vi chiedo scusa. Confesso il proprio errore:

Noi padroni non siamo talor del nostro cuore.

Veduto ho una bellezza che m'ha colpito il seno:

D'amarla e di seguirla non potei far a meno.

LIS.

Questa, don Alessandro, questa è un'azione indegna.

Badar colle fanciulle dee l'uom come s'impegna.

Orfana er'io di padre, voi, per crudel destino...

ALES.

Ditemi, pellegrina, avete il pellegrino?

LIS.

Sì, traditor; finora seguiti ho i passi suoi,

Per non tornar a casa, per rintracciar di voi.

ALES.

Siete sposa?

LIS.

Nol sono, senza licenza vostra.

ALES.

Vi sposerete subito alla presenza nostra.

LIS.

A me più non pensate?

ALES.

Seguo un'altra signora.

LIS.

E vi siete scordato...

ALES.

Me lo ricordo ancora.

LIS.

E soffrirete adunque lasciarmi in abbandono?

ALES.

Vorrei e non vorrei... impegnato ora sono.

Servo una viaggiatrice sofistica, impaziente.

Voi foste, per dir vero, graziosa, sofferente.

Basta, risolverò.

LIS.

Sentite, ho da informarvi...

ALES.

La signora m'aspetta; tornerò ad ascoltarvi.

LIS.

Una parola almeno...

ALES.

Per ora non si può.

Madama mi strapazza, se presto a lei non vo'.

LIS.

E voi siete sì buono a tollerar tal pena?

ALES.

Ah, chi sa ch'io non torni alla prima catena?

LIS.

Or che l'ho rinvenuto, non mi tradir, destino.

Sua sarò, se mi vuole, e lascio il pellegrino.

SCENA SESTA

Altra camera.

Donna Mariannaed il Marchese.

MARC.

Signora, or non è tempo di tal malinconia.

Per oggi s'ha a pensare a stare in allegria.

Il Cavaliere ha in casa dei forestieri assai:

Caratteri più belli non ho veduto mai.

Godiamoli, signora, fintanto che stan qui.

A voi ed al figliuolo voi penserete un dì.

MAR.

Dite bene, Marchese. Ma voi, per quel ch'io so,

Partirete domani.

MARC.

Domani io me n'andrò.

MAR.

Ed io resterò priva del più sincero amico.

MARC.

Voi sarete, signora, libera d'un intrico.

Qualche volta, pur troppo, so che molesto io sono;

Se troppo m'ho avanzato, vi domando perdono.

MAR.

Caro Marchese mio, restate un giorno solo.

MARC.

La compagnia non bastavi dell'amato figliuolo?

MAR.

Voi volete su questo pungermi ad ogni patto.

Rinaldin finalmente che cosa mai vi ha fatto?

Disse con imprudenza quelle parole, è vero,

Ma disse quel che intese a dir da uno staffiero.

Don Pedro non sa fare col povero ragazzo;

A ogni picciola cosa gl'investe uno strapazzo.

Correggerlo dovrebbe se manca al suo dovere:

Ma ricordarsi alfine, che nato è cavaliere.

MARC.

La nascita, signora, non fa gli uomini buoni;

Il sangue più purgato deturpano le azioni.

Se il vostro Rinaldino un dì riuscisse male,

A lui che valerebbe la gloria del natale?

MAR.

Temete voi che ei possa far cattiva riuscita?

MARC.

Ottimo riuscirà, se i genitori imita.

MAR.

Il padre suo fu saggio, ma io ho scarso talento.

MARC.

La genitrice imiti, e ognun sarà contento.

MAR.

M'adulate, Marchese.

MARC.

Parlo col cuor sincero.

MAR.

Se doman voi partite, dirò che non è vero.

MARC.

Resterò, se v'aggrada.

MAR.

Sì? lo poss'io, sperare?

SCENA SETTIMA

Nardo e detti.

NAR.

Signori, un pellegrino fa forza per entrare.

MAR.

Chi è? che vuol costui?

NAR.

Non so; so che il padrone

Se lo ha alloggiato in casa, e n'ha buona opinione.

Per me tai pellegrini li prendo per birbanti.

MARC.

Sentiam che cosa vuole.

MAR.

Fatel venire avanti.

NAR.

Costor dai loro viaggi ricavano buon frutto:

Acquistano coraggio, e cacciansi per tutto.

SCENA OTTAVA

Il Marchese, donna Marianna, poi Gianfranco.

MAR.

Che mai vorrà?

MARC.

Vedremo.

MAR.

Mi presagisce il cuore

Qualche novella trista.

MARC.

Questo è un vano timore.

GIAN.

Riverente m'inchino.

MARC.

Oh signor, vi saluto.

MAR.

Lo conoscete voi?

MARC.

Più volte l'ho veduto:

In Roma ed in Venezia, a Napoli, a Turino.

Egli, donna Marianna, è un perfetto indovino.

GIAN.

Bontà vostra, signore; son uno a cui ha dato

Qualche talento il cielo, qualche buon lume il fato.

L'astrologia ch'io vanto, pochissimo è fondata,

Ma l'ho nell'alma impressa con una forza innata.

Spigner talor mi sento a dir, non so da chi;

Non so perché m'intesi a strascinar fin qui.

Perdono vi domando all'umile mio zelo;

Credo che qualche cosa voglia svelarvi il cielo.

MAR.

(Che sia qualche impostore?) (piano al Marchese.)

MARC.

(Esser potrebbe tale.

Sentiam che sappia dire. Sentirlo non è male). (piano a donna Marianna.)

MAR.

Ben, che vi pare, amico, di me poter predire?

GIAN.

Favorite la mano. Lasciatevi servire.

MAR.

(Gliela do?) (al Marchese.)

MARC.

Si può farlo.

MAR.

Ecco la mano, amico.

GIAN.

Prima dico il passato, poi l'avvenir predico.

Con poca buona voglia vi siete maritata.

Con poco dispiacere poi vedova restata.

Vecchio il primo consorte passato all'altro mondo,

Vi fa desiderare più giovane il secondo;

E mostra questo segno, dei critici nel ruolo,

Che voi non lo trovate per causa del figliuolo.

MAR.

È uno stregon costui.

MARC.

Certo; fa maraviglia.

GIAN.

Lasciate, mia signora, vi guardi fra le ciglia.

Vuò parlarvi in segreto.

MAR.

Marchese con licenza.

MARC.

Fate, fate, signora. (Si porta in eccellenza). (da sé.)

GIAN.

Siete amorosa: è vero? all'imeneo inclinata. (donna Marianna fa cenno col capo due volte di sì.)

Ma nelle cose vostre siete un poco ostinata.

È vero? Confessate. So tutto, e non bisogna

Dell'astrologo in faccia negare per vergogna.

È vero?

MAR.

Sì, tacete. Ehi, chi è di là?

NAR.

Signora.

MAR.

Venga qui Rinaldino. (Nardo parte.)

GIAN.

Non ho finito ancora.

Voi siete innamorata del vostro unico figlio;

Ma questo vi minaccia, signora, un gran periglio.

Temo che l'amor vostro non l'abbia a rovinare,

E ch'ei vi maledica.

MAR.

(Ohimè! mi fa tremare). (da sé.)

MARC.

Va ben, donna Marianna?

MAR.

Bene bene. Seguite.

GIAN.

Vedo che voi avrete per lui una gran lite;

Perché gettando in viaggi i capitali sui...

MAR.

Ecco qui mio figliuolo. Strologate un po' lui.

SCENA NONA

Rinaldino e detti.

GIAN.

Ohimè, che cosa vedo? Ohimè, signora mia!

Che cosa mi predice la sua fisonomia!

Questi sarà col tempo un pessimo ragazzo,

Se non gli rimediate.

RIN.

Chi è questa bestia? Un pazzo?

MAR.

È un astrologo, figlio, lasciatelo parlare.

GIAN.

Egli ha una bella mente, capace d'imparare;

Ma vedo, che perdendo il tempo malamente,

Sarà un ignorantello.

RIN.

Asino, non sai niente.

MAR.

Compatitelo. (a Gianfranco.)

GIAN.

Io vedo, se voi non lo chiudete

Per tempo in un collegio, che voi lo perderete.

È un ragazzo insolente.

RIN.

Prendi questa guanciata.

Affé, se fosse astrologo, l'avrebbe indovinata.

MARC.

Vedete? (a donna Marianna.)

MAR.

Ragazzaccio! (a Rinaldino.)

GIAN.

Soffro, perché mi manda

Quell'astro a favellarvi, che agli uomini comanda.

Per altro, basta, basta. Un'altra cosa in petto

Sento per voi, e dirvela io deggio a mio dispetto. (a donna Marianna.)

Se avete a maritarvi, quest'è il consiglio mio,

Un M, un F, un S. Più non vi parlo. Addio. (parte.)

RIN.

Se torna in queste stanze quell'astrologo indegno,

Lo voglio astrologare con un pezzo di legno. (parte.)

MARC.

E ben, donna Marianna?

MAR.

Sono affatto stordita.

MARC.

Un uomo a lui simile non conobbi in mia vita.

MAR.

È un gran fare, è un gran dire, è un gran saper davvero:

M'ha detto cento cose, e quel che ha detto, è vero.

MARC.

Ma Rinaldino poi l'ha ben ricompensato.

Voglia il ciel non sia vero quel che ha profetizzato.

MAR.

Non crederei, ma certo m'ha posto in gran timore.

MARC.

Fate, donna Marianna, quel che vi dice il cuore;

Ma pensateci bene.

MAR.

E quel che nel partire

Di tre lettere disse, chi mai lo può capire?

MARC.

Un M, un F, un S, me lo ricordo, e poi?

MAR.

Aspettate, Marchese, che nome avete voi?

MARC.

Ferdinando.

MAR.

Di Sana. Marchese Ferdinando

Di Sana, le tre lettere si van verificando.

MARC.

La fallerà senz'altro, signora, l'indovino,

Fino che avrete accanto sì bravo figliuolino.

MAR.

L'astrologo m'ha messo in troppa confusione,

Converrà poi ch'io faccia qualche risoluzione.

MARC.

Pensateci. Per altro la predizione è oscura.

A buon vedervi. (Oprare lasciar vo' la natura). (da sé, e parte.)

MAR.

Il Marchese mi lascia, chi può saper perché?

Pare che innamorato anch'egli sia di me.

L'astrologo l'ha detto. L'astrologo predice,

Che per il mio figliuolo poss'essere infelice.

Ah, converrà che alfine s'eviti un gran periglio.

Supererò la pena. Mi staccherò dal figlio. (parte.)

SCENA DECIMA

Madama di Bignè, don Alessandro.

MAD.

Era ben meglio assai, pria ch'esser qui alloggiati,

Che tutti all'osteria se ne fossimo andati.

A ber la cioccolata andammo alla bottega,

Ed ora per il pranzo s'aspetta, e invan si prega.

ALES.

Il Conte andò a vedere se il pranzo è preparato.

MAD.

Mezz'ora è ch'è partito, e ancor non è tornato.

ALES.

Son tre minuti appena.

MAD.

Di tre minuti il più,

Se fosser bastonate, sapreste quanto fu.

ALES.

Madama gentilissima!

MAD.

Quand'aspetto, sto in pene.

Venga la rabbia al Conte.

ALES.

Madama, egli sen viene.

SCENA UNDICESIMA

Il conte e detti, poi Nardo.

MAD.

E ben, quando si desina?

CON.

M' han detto con maniera,

Che si fa un pasto solo, e mangiasi la sera.

MAD.

Usano così tutti in questo bel paese?

CON.

Il Cavaliere intende di farla alla francese.

MAD.

Per me son italiana. Ho fame, e vo' mangiare.

Qualcun di voi ci pensi. Andatene a trovare.

CON.

Come?

MAD.

In qualche maniera.

ALES.

Madama, io non saprei.

MAD.

Voglio mangiar, vi dico. A voi, signori miei.

CON.

Volete che si compri? È azion da malcreati.

Volete che domandi? Ci diranno affamati.

MAD.

Dicano quel che vogliono i cavalier, le dame,

Io non ci penso un fico. Vo' mangiar quand'ho fame.

CON.

Insegnateci il modo.

ALES.

Dite voi, Madamina.

MAD.

Faccian così, signori, che vadano in cucina. (caricandoli.)

Taglino un po' di pane, lo bagnino con brodo. (nello stesso modo.)

Un pollastro, un piccione, almeno un uovo sodo. (scaldandosi.)

Bisogno di mangiare ha lo stomaco mio.

Poi a pranzar s'aspetti, che aspetterò ancor io.

CON.

A voi, don Alessandro.

ALES.

Le commissioni sue

Son dirette al cognato.

MAD.

Al diavol tutti due.

Ehi, chi è di là?

CON.

Fermate. Anderò io, signora.

MAD.

Presto, signor flemmatico. Che non si aspetti un'ora.

CON.

Gran pazienza ci vuole. (parte.)

MAD.

Intanto voi potete

Far preparar la tavola.

ALES.

Tutto quel che volete. (nel partire.)

MAD.

I servitor! pensate, non sogliono aver fretta.

Meglio è tirare innanzi codesta tavoletta.

Presto, don Alessandro.

ALES.

V'obbedirò anche in questo.

MAD.

La tavola e la sedia.

ALES.

Anche la sedia?

MAD.

Presto.

ALES.

Una cosa alla volta.

MAD.

Chiamerò un servitore.

Ehi, chi è di là?

NAR.

Madama.

MAD.

Servite quel signore.

ALES.

La sedia e 'l tavolino, ov'ella vuol, portate.

MAD.

Ad affrettar il Conte, don Alessandro, andate.

ALES.

Obbedisco. (parte.)

MAD.

Da bravo. (a don Alessandro.) Il tavolino qui. (al servitore.)

La sedia.

NAR.

Ove la vuole?

MAD.

Mammalucco! Così. (mette la sedia al tavolino.)

CON.

Son qui.

MAD.

Dov'è la zuppa?

CON.

Un poco di pazienza.

Sono andati a pigliare il pan nella credenza.

Il brodo non bolliva; han caricato il foco.

Vi daran qualche cosa, me l'ha promesso il cuoco.

MAD.

Ho inteso: a rivederci almen da qui ad un'ora.

Dov'è don Alessandro? Chiamatelo in malora.

CON.

Don Alessandro assiste...

MAD.

Andatelo a chiamare. (al Conte.)

CON.

Lo chiamerò, signora. (parte.)

MAD.

Venite a parecchiare. (a Nardo, il qual parte.)

Per dir la verità, sto bene a casa mia.

Mi fan voltar lo stomaco i cibi d'osteria;

In casa de' privati non si può comandare.

Principia ad annoiarmi il gusto del viaggiare.

ALES.

Eccomi a' cenni vostri.

MAD.

Via, mi lasciate sola?

Che fa il cuoco in cucina?

ALES.

Salta, galoppa e vola.

MAD.

E non si vede ancora.

ALES.

Parmi sentir l'odore.

Eccolo.

MAD.

Eh! la posata mi porta il servitore.

NAR.

(Viene colla tovaglia e il resto per apparecchiare.)

MAD.

Via, da bravo.

NAR.

Son lesto.

MAD.

Il Conte non vien più.

Andatelo a chiamare. (a don Alessandro.)

ALES.

Corro. (parte.)

MAD.

Vacci ancor tu.

NAR.

(Con questo vacci, vacci, or gli risponderei). (parte.)

MAD.

Affé, sono più lesti i servitori miei.

Li pago bene, è vero, ma fan quel che gli tocca;

E sanno quel ch'io voglio, prima che apra la bocca.

CON.

Son qui, che comandate?

MAD.

Il cuoco non vien mai.

CON.

Che bagnava la zuppa or ora lo lasciai.

MAD.

Don Alessandro?

CON.

È seco, che sta sollecitando.

Verrà ancor lui, signora, verrà co' piatti.

MAD.

E quando?

CON.

Eccoli.

MAD.

Via, spicciatevi.

ALES.

Ho io sollecitato?

NAR.

(Mette in tavola la zuppa e un piatto con un pollastro.)

MAD.

Il Cuoco nobilissimo venir non s'è degnato?

CON.

Lavora per la cena.

ALES.

Fa bellissimi piatti.

MAD.

Questa zuppa per altro è buona per i gatti.

Non ne voglio.

CON.

Mangiate quel pollo accomodato.

MAD.

Nel capo ha delle penne, e sa di riscaldato.

NAR.

Per far presto, signora.

MAD.

Trinciate questo pollo.

Badate che ha de' peli, non gli toccate il collo.

ALES.

Cercherò di servirvi.

MAD.

Tanto vi vuole?

ALES.

Egli è

Poco cotto, Madama.

MAD.

Via, via; farò da me.

Bastami un'ala sola. Che cuoco da fagiani!

Mandami un pollo in tavola buono da dare ai cani.

C'è altro?

NAR.

No, per ora. Vuole un po di salame?

MAD.

Andate ad imparare a trattar colle dame! (s'alza.)

Don Alessandro, andiamo.

ALES.

Dove?

MAD.

Dove voglio io

Venga, se vuol venire, signor cognato mio.

CON.

Ma può sapersi dove?

MAD.

Se avessi mio marito,

Saprebbe ei la maniera di trarmi l'appetito.

Andiamo a passeggiare, andiam di qua e di là.

Intanto verrà sera; un giorno passerà.

Se faccio un altro viaggio, io voglio a mio piacere

Meco condurre il cuoco, condurre il credenziere;

E voglio quand'ho fame, ancor su una montagna

Far tavola e cucina, in mezzo alla campagna.

Non so trovare al mondo altro piacer che questo:

Quel che mi viene in capo far dove sono, e presto.


ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

Camera

Donna Marianna ed il Marchese; poi un Servitore.

MAR.

Pur troppo sarà vero; l'ho veduto in effetto.

Poc'anzi Rinaldino m'ha perduto il rispetto.

Poco mancò che a lui non dessi una guanciata;

Ma principiar non voglio, la mano ho ritirata.

MARC.

Benedette le mani che dan con discrezione

Qualche guanciata ai figli, se porta l'occasione.

Per voi, signora mia, sarà un rimedio egregio

Staccarvelo dal fianco, e metterlo in collegio.

MAR.

Severa non m'impegno di mantenermi a lungo;

Avrò pena di morte, da lui se mi disgiungo.

Ma bilanciando in cuore l'affetto ed il periglio,

Meglio è che mi risolva distaccarmi dal figlio.

Dove credete voi che metterlo potessi?

MARC.

Parlo col cuore in mano, quando un figliuolo avessi,

Il collegio migliore prescegliere vorrei:

E il collegio di Parma per questo io sceglierei.

So che i suoi direttori sono i più saggi e destri,

So ch'è ben provveduto di pratici maestri,

D'uomini singolari, d'ottimi professori

Delle più belle arti, delle scienze migliori.

Né sol tende agli studi la loro applicazione,

Ma a dare ai giovanetti perfetta educazione.

Lor vengono ispirati quei nobili pensieri,

Che rendono apprezzati al mondo i cavalieri;

E vi è sì buona regola nel nobile recinto,

Che alla virtude il cuore soavemente è spinto.

Antichissima fama si è procacciata al mondo,

Di segnalati allievi fu sempre mai fecondo,

Crescendo a dismisura l'onor suo veterano

Per l'alta protezione dell'eccelso Sovrano:

Di lui, che dalle Spagne venne d'Italia in seno

Ad infiorar coi Gigli l'italico terreno,

Delle nobili scienze, dell'arti più onorate

Protettor generoso, provvido mecenate.

MAR.

Non so che dir, Marchese, vediam dunque di farlo;

Andiamo immantinente in Parma a collocarlo.

Ma vi vorrà del tempo, e con mio figlio io dubito

Non la duri don Pedro.

MARC.

Si può risolver subito.

Animo, risolvete.

MAR.

Povero Rinaldino!

MARC.

Povera voi, signora! Per voi sarà meschino.

MAR.

Chi è di là?

SERV.

Che comanda?

MAR.

Venga qui mio figliuolo. (il Servitore parte.)

Marchese, ho già risolto.

MARC.

Davver? me ne consolo.

MAR.

Ma s'ei negasse andarci, s'ei disperar mi fa?

MARC.

Usate con il figlio la vostra autorità.

MAR.

Ridurmi a questo segno non so senza tormento.

MARC.

Sta la rovina vostra nel vostro pentimento.

MAR.

Eccolo. Poverino! Da lui mi staccherò?

MARC.

Eh, fatevi coraggio.

MAR.

Ah, non resisterò.

SCENA SECONDA

Rinaldino e detti.

RIN.

Da me che cosa vuole la mia signora madre?

MAR.

Udite, Rinaldino, voi non avete padre;

Tenervi al fianco mio non vo' più lungamente:

Mi converrà lasciarvi.

RIN.

Non me n'importa niente.

MARC.

Sentite? (a donna Marianna.)

MAR.

Si risponde così alla madre vostra?

RIN.

Dei schiaffi mi faceste testé veder la mostra.

Se il ben che mi voleste, non mi volete più,

Di prendermi le busse non son sì turlulù.

MARC.

Lo sentite? (a donna Marianna.)

MAR.

La mano di genitrice amante,

Quando percuote il figlio, d'ogn'altra è men pesante.

RIN.

Mani sentite ancora non ho sul viso mio.

Sian pesanti o leggieri, schiaffi non ne vogl'io.

MAR.

Bene, quand'è così, senza di me restate;

Ritornerò alla patria, ingrato.

RIN.

E quando andate?

MARC.

Merita certamente che gli portiate affetto. (a donna Marianna.)

MAR.

(Ah, non trattengo il pianto. Mi stacca il cuor dal petto).

RIN.

D'una grazia soltanto vi vo' pregar, signora,

Fate che anche don Pedro sen vada alla malora.

MAR.

Voi che far pensereste?

MARC.

Via, signora, tant'è.

Don Rinaldino vostro vuole restar con me.

Io lo tratterò bene; io gli darò dei spassi.

Andate, se volete; ei seguirà i miei passi.

Da me don Rinaldino avrà tutti i piaceri.

Resterete con me?

RIN.

Ci starò volentieri.

MARC.

(Ite, donna Marianna. Lasciatemi operare). (piano a donna Marianna.)

MAR.

(Soccorretemi voi). (piano al Marchese.)

MARC.

(Lasciatemi provare.

Ma impegnatevi meco ad una cosa sola:

Quel ch'io fo, sia ben fatto).

MAR.

Vi do la mia parola. (parte.)

SCENA TERZA

Il Marchese e Rinaldino.

MARC.

Che dite? Queste madri vogliono bene, e poi

Von battere i fanciulli.

RIN.

Mia madre ha i grilli suoi.

MARC.

E don Pedro è un cert'uomo che ha poca discrezione.

RIN.

Non lo posso vedere.

MARC.

Anch'io vi do ragione.

RIN.

Voglio girare il mondo, voglio venir con voi.

MARC.

Stiamo in Bologna un poco, meco verrete poi.

RIN.

E poi ce n'anderemo per tutte le città;

E goderem dei spassi, e non si studierà.

MARC.

Qualche cosa per altro sapere è necessario.

Conosco un bel talento in voi non ordinario.

Pria di venir con me, vi metterò in un loco,

Dove le scienze tutte apprenderete in poco.

Si tirerà di spada, si salterà il cavallo;

Imparerete il suono, imparerete il ballo.

Reciterete in versi, reciterete in prosa;

Prestissimo sarete istrutto d'ogni cosa.

E allora per il mondo farete altra figura;

L'aio e la madre allora non vi faran paura.

Tutti vi vorran bene, tutti vi avran rispetto.

Prendete il mio consiglio, vi parlo per affetto.

RIN.

Quanto vi dovrò stare?

MARC.

Fin che vi piacerà.

RIN.

Si mangierà poi bene?

MARC.

Si mangia a sazietà.

RIN.

Busse non ne daranno?

MARC.

Oibò, non le temete.

RIN.

Fanno studiar per forza?

MARC.

Volendo, studierete.

Ma quel che s'ha da fare, si dee risolver presto,

Finché donna Marianna nol sa.

RIN.

Per me son lesto.

MARC.

Anche a don Pedro stesso abbiamo da celarlo.

RIN.

Io non mi degnerò nemmen di salutarlo.

MARC.

Andiamo.

RIN.

Andiamo pure. Con voi vengo per tutto.

MARC.

(Vegga dell'amor mio donna Marianna il frutto.

A chiudere il fanciullo sollecitar bisogna;

Vi sono dei collegi celebri anche in Bologna). (parte.)

SCENA QUARTA

Altra camera

Il Cavalier Giocondo e Fabio.

CAV.

Io voglio questa sera che mi facciate onore.

Voglio una bella cena.

FAB.

La faremo, signore.

CAV.

Ma non voglio una cena, come le cene solite.

Voglio del stravagante; vo' delle cose insolite.

FAB.

Come sarebbe a dire?

CAV.

Che vi sien dei sapori

Altrove non sentiti dai nostri viaggiatori.

FAB.

Il cuoco ha preparato varie cosette buone.

CAV.

Questa volta ha da fare a modo del padrone.

Che minestra ci dà?

FAB.

Riso.

CAV.

Non voglio riso.

Voglio un buon minestrone con varie cose intriso.

Suppa coi fegatelli di pollo e di piccione,

Erbe, trippe, ed intorno polpette di cappone.

FAB.

Volete che si sazino colla minestra sola.

CAV.

Voi non sapete niente, da voi non prendo scuola.

Vi saranno antipasti?

FAB.

Vi saran le animelle,

Il fegato con salsa, le dorate cervelle.

CAV.

No, no, per antipasto sono una cosa rara

I freschi cotichini, che vengon da Ferrara;

Bondiole parmigiane, salami modonesi,

Le grosse mortadelle dei nostri Bolognesi.

Vo' che ci sia di tutto.

FAB.

S'hanno a cavar la fame,

A forza di minestra, a forza di salame?

CAV.

Signor sì. Andiamo innanzi. L'allesso che sarà?

FAB.

Capponi.

CAV.

Non va bene, voglio una novità.

Voglio che per allesso questa sera ci sia

Di quella castratina che vien di Schiavonia.

Mi ricordo che a Chiozza io ne ho mangiato un dì.

FAB.

Ha un odore che appesta.

CAV.

Io la voglio così.

Vorrei un certo piatto che ho mangiato a Ferrara:

Era una cosa buona, era una cosa rara.

Era un ragù francese composto all'italiana,

Con zucchero, uva passa, pepe e salvia nostrana.

I polli in questa salsa erano più esquisiti,

Perché pria nello spiedo li avevano arrostiti.

FAB.

All'osteria li fanno tai piatti regolati

Coi pezzi che il dì innanzi si trovano avanzati.

CAV.

Altre due cose buone a Modona mangiai;

L'ho detto cento volte, e non ne vedo mai.

Ricordatelo al cuoco, vo' due torte compagne,

Una di latte e vino, ed una di castagne.

FAB.

Torta di latte e vino vi avrebbe preparato,

Se un vomitorio i medici vi avessero ordinato.

CAV.

L'arrosto che sarà?

FAB.

Piccioni e buon vitello.

CAV.

Signor no, si cucini da latte un asinello.

Son di Scaricalasino, e voglio che si dia

Pietanza che allusiva è della patria mia.

FAB.

Benissimo; mi piace.

CAV.

Ditegli in due parole,

Che faccia quel ch'io dico, poi faccia quel che vuole.

Le cose che ho ordinate, vo' che ci sieno, e poi

Io mi rimetto al cuoco, io mi rimetto a voi.

Non parlo dei liquori, non parlo delle frutta:

Vi lascio, se volete, spogliar Bologna tutta.

Voglio che i forastieri parlin per tutto il mondo

Del gusto delicato del Cavalier Giocondo.

FAB.

Si farà, per servirvi, alcun de' vostri piatti.

(E i forestier diranno: e viva il re de' matti). (parte.)

SCENA QUINTA

Il Cavalier Giocondo, poi Lisaura.

CAV.

Di buon gusto son io; e nell'andare in volta,

Di cose peregrine procuro far raccolta.

Allor che i viaggi miei averò terminati,

Voglio dare alle stampe i lumi che ho acquistati.

LIS.

Signore, i servitori, se non lo dite voi,

Non ci voglion dar nulla.

CAV.

Cenerete con noi.

LIS.

D'una cosa per altro non sono persuasa:

È ver che non si desina in questa vostra casa?

CAV.

È ver, signora sì; ed in questo paese

Son io sol che non desina, trattando alla francese.

LIS.

E quei che all'italiana sono avvezzi a trattare,

Per far l'usanza vostra, di fame han da crepare?

CAV.

Più buono questa sera vi riuscirà il convito.

LIS.

Una salsa preziosa suol esser l'appetito.

Dite, signore, intanto nulla per noi faceste?

CAV.

Non ancor. Converrebbe ch'io avessi cento teste.

Protezion, cerimonie, lettere, forastieri,

Tutti da me ricorrono, mercanti e cavalieri.

Son io tutto di tutti, tutto m'impegno in tutto.

Tutti ceniamo in prima; doman si farà tutto. (parte.)

SCENA SESTA

Lisaura, e poi Gianfranco.

LIS.

Presto ci scopriranno, presto finirà il gioco.

Oh, se don Alessandro tornasse al primo foco!

GIAN.

Lisaura, eccomi qui.

LIS.

Gianfranco, ho ritrovato

Alfin quel cavaliere che un dì m'ha abbandonato.

GIAN.

Dove?

LIS.

Alloggia ancor egli in questo luogo istesso.

GIAN.

Ci dividiamo adunque, or che gli siete appresso?

LIS.

Non so, veder conviene s'ei pensa come prima.

Con lui ho favellato, ha per me della stima;

Ma per render contento il mio povero cuore,

La stima non mi basta, vuol essere l'amore.

Tutti i casi seguiti sincera io vi narrai:

Lasciata dall'ingrato, con voi m'accompagnai.

Egli con un altr'uomo in compagnia mi vede,

Ma della mia onestà gli potete far fede.

GIAN.

Gli giurerò ben anco, con mille giuramenti,

Che in voi non venner meno gli onesti sentimenti;

Che donna come voi modesta, non si trova;

E s'egli non mi crede, può mettervi alla prova.

Ma ditemi, Lisaura, che si fa in questo loco?

Non pranzano, non cenano?

LIS.

Si cenerà fra poco.

GIAN.

Mi tormenta la fame.

LIS.

Mangiato io pur non ho.

Ecco qui il cavaliere che un dì m'abbandonò.

SCENA SETTIMA

Don Alessandro e detti.

ALES.

(Madama che dirà, che l'ho per via piantata?

Madama ha tutto il merito, ma impaziente è nata.

Colto ho un giusto pretesto, per sollevarmi un poco;

Quando le son vicino, parmi d'esser nel foco). (da sé.)

LIS.

(Non ci osservò). Signore. (ad Alessandro.)

ALES.

Bella Lisaura mia. (allegro, rivedendola.)

GIAN.

Signor, la riverisco. (a don Alessandro.)

ALES.

Buon giorno il ciel vi dia.

LIS.

Son qui per rivedervi.

ALES.

Tutto il piacer mi date. (ridente.)

GIAN.

Son vostro servitore.

ALES.

Da me che comandate? (sostenuto.)

GIAN.

Nulla, signore, io sono di Lisaura custode.

ALES.

Lisaura è una ragazza che merita ogni lode.

GIAN.

Ed io l'ho custodita con tutta probità.

ALES.

Lisaura, è da fidarsene? (a Lisaura.)

LIS.

È così in verità.

ALES.

Siete quella di prima?

LIS.

Signor, ve lo prometto.

GIAN.

Io sono un galantuomo.

ALES.

Non mi pare, all'aspetto.

GIAN.

Se di me dubitate, domandatelo a lei.

LIS.

Più galantuom di questo non vidi ai giorni miei.

Ebbe di me pietade, mi prese in compagnia,

Senza veruna offesa dell'innocenza mia.

ALES.

Il suo nome qual è?

LIS.

È il suo nome Gianfranco.

ALES.

Merita che si segni, affé, col carbon bianco.

SCENA OTTAVA

Donna Marianna, don Pedro e detti.

MAR.

Senza del mio figliuolo non so dove mi sia. (a don Pedro.)

PED.

Meglio assai divertirvi potrete in compagnia.

Anche il digiuno istesso fa crescere la pena;

Ancora non si vede né il pranzo, né la cena.

MAR.

Amico, ho profittato dei vostri avvertimenti. (a Gianfranco.)

LIS.

(Vi conosce?) (piano a Gianfranco.)

GIAN.

(Tacete). (a Lisaura) Il ciel fa tai portenti. (a donna Marianna.)

ALES.

Signora, il conoscete cotesto galantuomo? (a donna Marianna.)

MAR.

Sì, lo conosco appieno; v'attesto, egli è un grand'uomo.

GIAN.

È bontà della dama, che a me fa tal favore.

LIS.

Non ve l'ho detto anch'io, ch'egli è un uomo d'onore? (a don Alessandro.)

ALES.

Lo crederò.

MAR.

Credetelo. Certamente io lo stimo.

LIS.

Mi amò senza malizia.

ALES.

Egli sarebbe il primo.

SCENA NONA

Il Marchese di Sana e detti.

MARC.

Eccomi di ritorno.

MAR.

Ben, che nuova mi date?

MARC.

Il ciel vi vuol contenta, il cuor rasserenate.

Temeste che il figliuolo negasse andar serrato;

Egli par contentissimo, si è presto accomodato.

Colla buona maniera fu il giovane convinto;

Si è sottomesso in pace, par al ben fare accinto.

Superati con arte questi momenti primi,

Forse avverrà che meglio il suo dovere estimi;

E converrà ch'ei faccia, e converrà ch'ei brighi,

Un poco colle buone, un po' con i castighi.

MAR.

Con i castighi poi...

MARC.

Parliam d'altro, signora.

Siamo all'ora di notte, e non si mangia ancora? (parte.)

PED.

Anch'io così diceva.

LIS.

Siamo tutti affamati.

GIAN.

Per bacco, i nostri stomachi ha il Cavalier provati.

ALES.

Avrà la sua ragione per operar così:

Mangiasi in qualche luogo una sol volta al dì.

Non alla patria mia, non a Milan certissimo,

Ove si pranza bene, e si cena benissimo.

SCENA DECIMA

Madama di Bignè, il Conte e detti.

MAD.

Bravo, don Alessandro, a favorir non viene,

Per poco si licenzia, non torna, e si trattiene.

Dove imparata avete una sì bella usanza?

ALES.

Compatite, Madama...

MAD.

Non avete creanza.

LIS.

(Come soffrite mai un favellar sì altero?) (piano a don Alessandro.)

ALES.

(Stanco son di soffrirla. Liberarmene spero). (piano a Lisaura.)

MAD.

Ora, signor, capisco dove il suo genio inclina.

Caro don Alessandro! trovò la pellegrina.

LIS.

(Or ora, se mi stuzzica...)

ALES.

Tornava ora da voi...

Permettete, Madama...

MAD.

Ci parlerem di poi.

Che vi par, miei signori, di questa bella scena?

Il Cavalier Giocondo ci fa penar la cena.

CON.

Lo stomaco più forte dee andare in languidezza.

PED.

Quest'è, per dir il vero, un po' d'indiscretezza.

SCENA UNDICESIMA

Madama Possidaria e detti.

POSS.

Serva di lor signori. Come stan queste dame?

MAD.

Le dame e i cavalieri si muoion dalla fame.

POSS.

Presto saran serviti. Sta lavorando il cuoco.

Favoriscan sedere. Tratteniamoci un poco.

GIAN.

Voi non avete fame? (A madama Possidaria.)

POSS.

Io no perché ho mangiato:

Una zuppa, un pollastro, e un poco di stufato.

PED.

Brava, Madama, in vero; e non chiamaste alcuno?

CON.

Voi vi siete pasciuta, e noi siamo a digiuno.

MAD.

Ecco qui i servitori. Pronta è la cena, affé.

POSS.

Favoriscan, signori. Noi beveremo il tè. (vengono i servitori col tè.)

MAD.

A quest'ora?

LIS.

Madama, altro ci vuol che questo. (a madama Possidaria.)

POSS.

Date lor da sedere. (ai servitori.)

PED.

Quando si cena?

POSS.

È presto. (tutti siedono.)

MAD.

Signori, allegramente, il tè ci hanno portato,

Per farci digerire quello che si ha mangiato.

MAR.

Io volentieri il bevo.

MARC.

Anch'io lo prenderò.

LIS.

Intanto le budella anch'io mi sciacquerò.

MAD.

Madama, questo qui, tè non mi pare indiano.

POSS.

Verissimo, Madama, questo è tè veneziano

Un'invenzion novella...

MAD.

Lo so, l'ho conosciuto.

Me ne fu regalato, e poi ne ho provveduto.

Buonissimo all'odore, gratissimo a pigliare;

Dicono ch'egli sia perfetto e salutare.

È un nuovo ritrovato che giova alle persone,

Che dà profitto all'arte, e onore alla nazione.

Un'altra tazza a me.

MAR.

Beveste molto presto.

MAD.

Io non m'annoio mai, quando bevo di questo.

POSS.

Io poi, per dir il vero, sia sera o sia mattina,

A prendere son usa il tè della cantina.

GIAN.

Il tè della cantina? Preziosissimo tè.

PED.

La bibita è cotesta, che piace ancora a me.

MARC.

(Tutti parlan, signora, e voi non dite niente?) (a donna Marianna.)

MAR.

(Son qui solo col corpo; non son qui colla mente).

MARC.

(Siete col cuore al figlio. Sempre alle cose istesse).

MAR.

(Ora stava pensando all'M, all'F, all'S).

MAD.

Ho finito anche questa. Che cosa or s'ha da fare?

PED.

Fino all'ora di cena star cheti, e sbadigliare.

MAD.

Almen don Alessandro mi dica una parola;

Dica perch'è partito, e mi ha lasciato sola.

ALES.

Madama, vi protesto... forse sarei tornato.

CON.

Sola non eravate! con voi v'era il cognato.

MAD.

Se i seccatori fossero conformi ai desir miei,

È ver, signor cognato, voi valete per sei.

CON.

Grazie alla sua bontà. (Per or soffrir bisogna). (da sé.)

POSS.

Dite, signora mia, vi è piaciuta Bologna? (a madama di Bignè.)

MAD.

Sì, mi è piaciuta assai. Amo la libertà.

Mi piace questa moda d'andar col taffettà.

A me, che in ogni cosa son risoluta e presta,

Pare una bella cosa trar il zendale in testa,

E andar dove si vuole con tutta confidenza,

Facendo qualche burla, e ancor qualch'insolenza...

MAR.

È ver, Bologna è bella; ma Roma è un cittadone...

MAD.

Quella non è da mettere con questa in paragone.

MAR.

Perché? non è magnifica?

MAD.

Perché, in una parola,

Più mi piace Bologna.

MAR.

(Vuol parlar ella sola). (da sé.)

LIS.

Venezia non è bella?

MAD.

È ver, ma mi fa male

Il moto della gondola, e l'odor del canale.

LIS.

Si va per terra.

MAD.

I ponti sono i tormenti miei.

M'è piaciuta la Piazza.

LIS.

(Vuol parlar solo lei). (da sé.)

POSS.

Voi che vedeste al mondo tante cittadi belle,

Avete mai veduto il mio Cavalcaselle?

MAD.

Dove diavolo è?

POSS.

È un paese, padrona,

Delizioso, bellissimo, sulla via di Verona,

In cui ci si sta bene col freddo e con il caldo,

In cui si sente l'aria spirar di Montebaldo.

MAD.

È una villa.

POSS.

Una villa? È un luogo nobilissimo.

MAD.

Me ne ricordo adesso. Ha un pozzo profondissimo.

POSS.

È vero, è cosa rara...

MAD.

Un uom che aveva meco,

Sentir in questo pozzo un dì mi fece l'eco.

Dell'eco volea dirmi cento caricature;

Ma io non ho pazienza d'udir queste freddure.

POSS.

Se voi di là, signora, tornate un dì a passare..

MAD.

È una villa deserta.

POSS.

Non vuol lasciar parlare.

LIS.

(Che stravagante umore!) (piano a don Alessandro.)

ALES.

Eppure agli occhi miei... (piano a Lisaura.)

MAD.

Signor don Alessandro, mi rallegro con lei.

SCENA DODICESIMA

Il Cavalier Giocondoe detti.

CAV.

Presto, presto, alla cena.

MAD.

Presto, signori, andiamo. (s'alza.)

A voi, don Alessandro.

ALES.

Andate pur, veniamo.

MAD.

(Con questa pellegrina la vogliam veder bella). (da sé.)

CAV.

Due volte il credenziere sonò la campanella.

MAR.

Andiam, signor Marchese.

MARC.

Son qui con tutto il zelo. (partono.)

PED.

Si mangerà una volta: sia ringraziato il cielo. (parte.)

MAD.

Favorisce, signore? (a don Alessandro.)

ALES.

Madama, eccomi a voi.

MAD.

Di quella pellegrina ci parleremo poi. (parte con don Alessandro.)

CON.

Il cognato non cerca; vuol farsi accompagnare

Dal cavalier servente! Basta, andiamo a cenare. (parte.)

CAV.

Voi perché non andate? (a Gianfranco.)

GIAN.

Temo non esser degno.

LIS.

Non vorrei colle donne trovare un qualche impegno.

CAV.

Niente, io so chi siete; se hanno opposizioni,

Mostrate la cintura coi ruspi e coi dobloni.

POSS.

Chi sa quelle signore, che fan le delicate,

Che han tanti cicisbei, chi sa da chi son nate?

GIAN.

Andiam; del Cavaliere si godano le grazie. (a Lisaura.)

ALES.

(Mangiamo, e non vedere fingiam le malagrazie). (piano a Gianfranco, e parte con lui.)

CAV.

Vada, signora sposa.

POSS.

A lei signor marito.

CAV.

A voi toccherà a fare gli onori del convito.

Come poi da dormire daremo a tanta gente?

Non abbiam che tre letti.

POSS.

Fate voi, non so niente.

CAV.

Facciam così, meniamoli tutti alla Montagnuola:

Là godesi la notte un'aria che consola.

Le notti sono corte, s'andranno a divertire,

E passeranno il tempo colà, senza dormire.

POSS.

Bravo, bravo davvero. Avete ben pensato.

CAV.

So il vivere del mondo dopo d'aver viaggiato.


ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

La Montagnuola di Bologna con vari sedili erbosi.

In fondo una tavola con acque fresche ecc. con suoi lumi.

Notte con luna.

Odesi una sinfonia di stromenti da fiato in fondo della Montagnuola

Donna Marianna ed il Marchese.

MAR.

Stanca son io, Marchese, di camminar non poco.

MARC.

Possiam seder, signora; comodissimo è il loco.

MAR.

Dove?

MARC.

Mirate intorno quanti sedili erbosi.

Godonsi all'aere fresca lietissimi riposi.

Quest'è la Montagnuola, pochissimo eminente,

Dove spirar più fresca l'aria però si sente.

Questo la notte è il loco dei dolci suoni e canti.

Questo, donna Marianna, è il sito degli amanti.

MAR.

Non è con noi don Pedro?

MARC.

Perduto per la via

S'avrà, girando intorno cogli altri in compagnia.

Avete voi bisogno d'essere custodita?

Non bastavi che siate da un galantuom servita?

MAR.

È ver, ma temer soglio le lingue malandrine.

MARC.

Di voi che dir potrebbono? Siete vedova alfine.

MAR.

La vedova, Marchese, è peggio criticata.

Per me felice stato par quel di maritata.

Chi sa? Non ho alcun merto, ma se vorrà il destino...

MARC.

Ditemi, che pensate del vostro Rinaldino?

MAR.

Penso, benché con pena, penso lasciarlo qua,

Finché cresciuto sia nel senno e nell'età.

MARC.

Meglio è partir domani.

MAR.

Senza vederlo?

MARC.

No.

Lo vederete prima, io vi accompagnerò.

Non è lontano il giorno. Andremo a ritrovarlo.

Vi consiglio vederlo, consigliovi abbracciarlo;

Ma pronta col calesse, pronta al partir disposta.

Si scemerà la pena col correre la posta.

MAR.

E dovrò con don Pedro partir dolente e sola?

MARC.

Basta, perch'io vi segua, una vostra parola.

MAR.

Ah, Marchese, quell'M, ah quell'F e quell'S...

MARC.

Dirò, donna Marianna, se accordar si potesse...

MAR.

Vien gente.

MARC.

Ritiriamoci e favelliam fra noi.

MAR.

Tutto vorrò mai sempre quel che vorrete voi. (vanno a sedere in luogo discosto.)

SCENA SECONDA

Don Pedro ed il conte di Bignè.

PED.

Eccoli, li vedete?

CON.

Adesso li ho veduti.

PED.

Per star da solo a sola, per via si son perduti.

CON.

Eh! lasciamoli fare. Alfin son due persone

Libere tutte due; non danno osservazione.

Peggio è di mia cognata, che non so dove sia.

PED.

Coi padroni di casa la vidi in compagnia.

CON.

Corre qua e là, che pare abbia il demonio addosso,

lo sono un poco greve, correr con lei non posso.

Affé, non vedo l'ora che il viaggio sia finito:

Quando torniamo a casa, ci pensi suo marito.

PED.

Come faceste mai a prender tal intrico?

A custodir le donne non vi vuol poco, amico.

Basta, per altro anch'io ero male impacciato,

Avevo un brutto impegno: il ciel m'ha liberato.

A moderar l'affetto di madre capricciosa,

Credo le abbia giovato il desio d'esser sposa.

SCENA TERZA

Il Cavalier Giocondodando braccio a Lisaura, Gianfranco

dando braccio a Madama Possidaria; e detti.

CON.

Eccoli qui.

POSS.

Vedete? vanno alla moda uniti.

Si cambiano le mogli, si cambiano i mariti.

CON.

Mia cognata non vi è?

PED.

Or or verrà anche lei.

CON.

Un imbroglio più grande non ebbi a' giorni miei.

CAV.

Sediamo un poco qui.

LIS.

Sedetemi vicino.

CAV.

Voi sederete appresso al vostro pellegrino. (a madama Possidoria.)

PED.

Noi sediamoci qui. Col favor della luna,

Godrem di belle scene. L'occasione è opportuna.

CON.

Amico, voi che avete occhi miglior de' miei,

Ditemi, è mia cognata quella che viene?

PED.

È lei.

CON.

Smania al solito, e grida.

PED.

Con chi l'avrà al presente?

CON.

L'avrà col cavaliere, col povero paziente.

SCENA QUARTA

Madama di Bignè, don Alessandro e detti.

MAD.

Di voi non ho bisogno. So andarmene da me.

Ancor non conoscete madama di Bignè.

Ciascun segua a sua voglia le inclinazioni sue;

Chi me n'ha fatto una, non me ne farà due.

ALES.

Perdonate, Madama...

MAD.

Un cavalier bennato

Tratta meglio le dame, con cui vive impegnato.

Un'ora d'orologio farmi aspettar così?

ALES.

Spero, se mi udirete...

MAD.

Farmi aspettar? per chi?

Per una che voi stesso essere confessaste

Femmina vil, che un tempo prodigamente amaste.

ALES.

Non gridate sì forte. Su via, siate bonina.

MAD.

Andate a trattenere la vostra pellegrina.

ALES.

Sederò qui con voi, se a me non lo negate.

MAD.

La vostra pellegrina a trattenere andate.

ALES.

Madama, io ci anderò.

MAD.

Andate, fate presto.

ALES.

Io ci anderò, Madama, e se ci vo, ci resto.

MAD.

Restateci, di voi non m'importa niente.

ALES.

Madama di Bigné, servitor riverente. (si scosta da lei e va vicino a Lisaura.)

MAD.

(Cavaliere malnato!)

LIS.

(Colei grida per me?) (piano a don Alessandro.)

ALES.

Posso seder con voi?(al Cavaliere e Lisaura.)

CAV.

Ci stiamo tutti tre.

POSS.

(Vostra moglie n'ha due; l'altra è restata sola). (piano a Gianfranco.)

GIAN.

Lisaura, per dir vero, è una buona figliuola.

PED.

Donna Marianna in pace sta col suo favorito.

CON.

Non ha da render conto né a padre, né a marito;

E poi di mia cognata non fa le triste scene.

MAD.

Conte.

CON.

Signora mia.

MAD.

Venite qui.

CON.

Sto bene.

MAD.

Venite qui, vi dico. Vo' dirvi una parola.

CON.

Or mi chiama in aiuto, perch'è restata sola.

PED.

E voi siete sì buono? (al Conte, e s'alza.)

CON.

Ha da durar per poco. (va vicino a madama di Bignè.)

ALES.

Cresce dell'aria il fresco. (a Lisaura.)

LIS.

(Ed io son tutta foco). (a don Alessandro.)

MAD.

Cercate i servitori, che saran qui d'intorno.

Dite lor, che partire io voglio appena giorno.

L'alba, per quel ch'io vedo, non è molto discosta;

Sveglino i postiglioni, avvisino la posta.

S'ha da partir.

CON.

Ma prima...

MAD.

S'ha da partir, vi dico.

CON.

Uh che donna! che donna! che maledetto intrico! (parte.)

MAD.

Pria di partir per altro voglio almeno il piacere

Di far qualche vendetta. Ehi, signor Cavaliere. (al Cavalier Giocondo.)

CAV.

Madama.

MAD.

Favorisca, se non è troppo ardire.

CAV.

Permettete ch'io vada?

LIS.

Sì, andatela a servire.

CAV.

Da me che mai vorrà?

ALES.

Vorrà lagnarsi, io dubito...

MAD.

Se favorir volete...

CAV.

Eccomi, vengo subito. (s'accosta a madama di Bignè.)

PED.

Ciascuno si diverte, ciascuno ha la sua tresca;

Io anderò a divertirmi con un po' d'acqua fresca. (va a bevere dove sono le acque.)

MAD.

Sedete un poco qui. (al Cavalier Giocondo.)

CAV.

Obbedisco, signora.

MAD.

Cotesta pellegrina la conosceste ancora?

CAV.

Vi dissi in confidenza la cosa come fu.

Fuggita è dal serraglio, e non ne so di più.

MAD.

Signor, siete ingannato. Quelli son due birbanti,

Che per gabbare i creduli far sogliono i viandanti.

Può dir don Alessandro, se voi siete in abbaglio:

Ei sa dove Lisaura sia stata nel serraglio.

La conosce, l'ha amata, non ve ne siete accorto?

Tutti d'accordo han fatto a casa vostra un torto.

E voi lo soffrirete? e voi terrete mano

A una pessima tresca, facendogli il mezzano?

CAV.

Come! in questo momento voglio cacciarli via.

MAD.

No, tacete per ora.

CAV.

Birbanti in casa mia?

Il Cavalier Giocondo, che ha in casa sua alloggiati

Conti, marchesi e principi, ed altri titolati?

A me per trappolarmi narrar quel che non è?

Da cavalier ch'io sono...

MAD.

Venite via con me.

CAV.

Dove?

MAD.

A pensar il modo di vendicar l'azione.

CAV.

Di doppie e di zecchini vantarmi un centurone?

Favole raccontarmi?

MAD.

Ora il parlarne è vano.

Discorrerem per via.

CAV.

Farmi fare il mezzano?

MAD.

Andiam, venite meco. Non vi perdete qui.

CAV.

Col Cavalier Giocondo non si tratta così.

MAD.

Venite, o non venite?

CAV.

Vengo.

MAD.

Son stanca ormai.

CAV.

A un uom della mia sorte? Non lo credeva mai. (parte con madama di Bignè.)

LIS.

Parte col Cavaliere. Che cosa mai vuol dire? (a don Alessandro.)

ALES.

Se vuol partir Madama, lasciamola partire. (a Lisaura.)

POSS.

Parte il signor marito, e a me non dice niente? (a Gianfranco.)

GIAN.

Siete da me servita. È un cavalier prudente.

POSS.

Andiamo ancora noi. (a Gianfranco, alzandosi.)

GIAN.

Andiam, se ciò v'aggrada.

Voi venite, signori? (a Lisaura e don Alessandro.)

LIS.

Sì, fateci la strada.

GIAN.

Lasciatevi servire, giacché ho la bella sorte. (a madama Possidaria.)

POSS.

Andiamo a ritrovare il mio signor consorte. (parte con Gianfranco.)

ALES.

Essi già s'incamminano, andiamo ancora noi. (a Lisaura.)

LIS.

Io non ho tanta fretta. Li seguiremo poi.

Dunque voi non volete darmi la man di sposo?

ALES.

Lo farei, se potessi.

LIS.

Se foste più amoroso,

Non trattereste meco con tanta indifferenza.

ALES.

Deggio a' parenti miei usar tal convenienza.

LIS.

Dunque mi lascerete?

ALES.

V'offro la servitù.

LIS.

Ma che dirà Madama?

ALES.

Io non ci penso più.

Delle impazienze sue, del suo gridar son stanco.

LIS.

Andiam.

ALES.

Più non si vedono Madama con Gianfranco.

Non so la via.

LIS.

Chiedendo, si va per tutto il mondo.

Signor, per dove vassi dal Cavalier Giocondo? (a don Pedro.)

PED.

Non so, io non ho pratica gran cosa del paese.

Direi... Ma non ardisco di chiederlo al Marchese.

ALES.

D'andar al Cavaliere, signor, qual è la via? (al Marchese.)

MAR.

Possiam, qual siam venuti, tornare in compagnia.

PED.

(Oh via, n'hanno abbastanza).

MAR.

Don Pedro.

PED.

Mia signora.

MAR.

Superfluo è andare a letto, già vicina è l'aurora.

Possiamo col Marchese andar di buon mattino

A riveder un poco il nostro Rinaldino.

PED.

Per me n'ebbi abbastanza delli favori suoi:

Vi prego dispensarmi; andateci da voi.

MAR.

Già siete stato sempre con lui uomo selvaggio,

La mala educazione fa un giovane malvaggio.

Lode al ciel, che in collegio starà per sua fortuna;

Apprender non poteva da voi maniera alcuna.

Voi liberato siete da un peso sì aggravante,

Io voglio liberarmi da un critico pedante.

Senza di me potete tornarvene al paese,

Io resterò in Bologna con il signor Marchese.

PED.

Già lo so che l'amore...

MAR.

Che dir vorreste, ardito?

Il marchese di Sana or sarà mio marito.

PED.

Con lei me ne rallegro.

ALES.

Me ne rallegro anch'io.

LIS.

Così fa chi vuol bene, don Alessandro mio.

MAR.

Andiam, signori miei.

LIS.

Vi seguitiamo; andate.

ALES.

Favorite la mano.

SCENA QUINTA

Fabio con uomini armati, e detti.

FAB.

Alto, alto, fermate. (Prendono Lisaura e la levan da don Alessandro. Donna Marianna e il Marchese partono.)

LIS.

Ahimè!

ALES.

Simile affronto si fa ad un cavaliere? (mette mano alla spada.)

FAB.

Signor don Alessandro, vi consiglio tacere;

Scoperta è di Lisaura ogni caricatura.

Voi non fate, per dirla, bellissima figura.

Da voi, dai pellegrini, offeso è il mio padrone:

Anche Madama è offesa, e vuol soddisfazione.

LIS.

Dove mi conducete?

FAB.

Non temete di male:

Ma se si fa rumore, faremo un criminale.

Zitto, che se a saperlo arriva la Giustizia,

Voi pagherete il fio della vostra malizia.

ALES.

Non soffrirò un insulto.

LIS.

Deh, se ben mi volete,

Caro don Alessandro, vi scongiuro, tacete.

Rimordere pur troppo mi sento la coscienza.

Andiamo, in casi tali è meglio usar prudenza. (parte con Fabio.)

ALES.

Tacciasi da noi dunque, s'anche Lisaura il brama.

Vada la pellegrina, tornerò da Madama,

Le chiederò perdono. Soffrirò ogn'insolenza.

Piacemi servir donne. Non ne posso star senza.

SCENA SESTA

Camera del Cavalier Giocondo.

Il Cavalier Giocondo e Madama di Bignè.

CAV.

Voi la pensate bene. Avete una gran testa.

MAD.

La via di vendicarvi, credetemi, è sol questa:

Gravemente vi offesero i pellegrini, è vero;

Ma più don Alessandro, malnato cavaliero.

Se i vostri servitori hanno eseguito bene,

Anche don Alessandro ad affrontar si viene.

CAV.

A vendicarmi apprendo sotto la vostra scuola.

MAD.

(Ma questa volta i' penso a vendicarmi io sola).

CAV.

Si conosce, Madama, che avete assai viaggiato.

Questo sistema nuovo dove avete imparato?

MAD.

Così, quando s'è offesi, s'usa al paese mio.

CAV.

Voglio viaggiare ancora, voglio imparare anch'io.

Sento gente. L'han presa. Affé, ch'io l'indovino.

MAD.

Questa è la moglie vostra unita al pellegrino.

SCENA SETTIMA

Madama Possidaria, Gianfranco e detti.

POSS.

Voi ci avete piantati, caro signor marito.

CAV.

Favorisca, signore Gianfranco riverito.

Le doppie ed i zecchini ch'eran nella cintura,

Ditemi, dove sono?

GIAN.

(Son scoperto. Ho paura). (da sé.)

CAV.

Birbante, disgraziato, famoso mercadante,

Fatto schiavo in Algeri, vestito col turbante,

Corsaro di Marocco, di Tunisi bassà,

Che ha mercanzie in Levante, che ha doppie in quantità,

Che in Tunisi una donna dal serraglio ha levato,

Così foss'egli vero, t'avessero impalato.

A me frottole tali? a me? Sai tu chi sono?

GIAN.

Ah signor Cavaliere, vi domando perdono.

POSS.

Come, signor marito?

CAV.

Razzaccia malandrina!

MAD.

Acchetatevi tutti, che vien la pellegrina.

SCENA OTTAVA

Fabio con Lisaura, e detti.

FAB.

Signore, eccola qui.

CAV.

Ah, ci siete venuta!

LIS.

Gianfranco, soccorretemi.

GIAN.

Siete già conosciuta.

LIS.

Son femmina onorata.

CAV.

Ben bene, si vedrà.

MAD.

Gianfranco v'ha sposata?

LIS.

Un dì mi sposerà.

MAD.

Qua, signor Cavaliere, ci va del vostro onore.

Se vedonsi da voi partir con mal odore.

Per rimediare in parte a simile insolenza,

Fate che si maritino alla vostra presenza.

CAV.

Presto alla mia presenza si faccia il matrimonio,

Il mio mastro di casa serva di testimonio.

MAD.

Cosa avete in contrario?

GIAN.

Per me ne son contento.

Finora per Lisaura soffrii qualche tormento.

Ella non mi voleva...

LIS.

Perché speravo ancora,

Sposata a un cavaliere, di diventar signora.

Or che don Alessandro m'ha detto i suoi pensieri,

Gianfranco, se mi vuole, lo sposo volentieri.

GIAN.

Sì, cara, eccomi qui.

MAD.

Presto la man si dia;

Sposatevi d'accordo, e tosto andate via.

GIAN.

Sposarci senza dote è un po' la cosa dura.

CAV.

Non bastavi le doppie aver nella cintura?

GIAN.

Signor, son poveruomo.

LIS.

Io sono un'infelice.

MAD.

Cavalier, principiate, sarovvi imitatrice:

Fate lor qualche dono, che sia degno di voi.

Anch'io farò lo stesso, e partiran dipoi.

CAV.

Mastro di casa, a loro si diano dieci lire.

MAD.

Capperi, da mangiare lor date e da vestire!

Eccovi cento scudi.

CAV.

Lor datene altri cento. (a Fabio.)

Siete così contenti?

GIAN.

Sì signor, son contento.

MAD.

Via; sposatevi presto.

GIAN.

Ecco, signora sì.

Siamo marito e moglie.

MAD.

Or partite di qui.

Ma subito si parta.

GIAN.

Si parte in sul momento.

Signor, io vi domando umil compatimento.

Servavi ciò d'avviso, che sonvi tra i viandanti

Degli uomini dabbene, e ancora dei birbanti.

E dall'inganno nostro cavatene tal frutto,

Che a chi cammina il mondo non s'ha da creder tutto;

Che l'esser generoso a un cavalier conviene,

Ma chi riceve in casa, dee pria conoscer bene.

Perché fra il lungo stuolo di tanti viaggiatori,

Vi sono i vagabondi, vi sono gl'impostori;

E se tale son stato, almeno io mi consolo,

Che ne conosco tanti, e che non son io solo. (parte.)

LIS.

Ora ch'è mio marito, non lo sarà più certo;

Di farlo galantuomo aver io voglio il merto.

Poiché per sperienza ho appreso anch'io da tanti,

Che sempre è lacrimoso il fine dei birbanti. (parte.)

CAV.

Voi, presto, i cento scudi andatele a contare. (a Fabio.)

FAB.

Essi alla barba vostra li andranno a scialacquare. (parte.)

CAV.

Sentite? Io li regalo, e mi diranno il matto.

MAD.

È sempre bene il bene, e quel ch'è fatto, è fatto.

SCENA NONA

Il conte di Bignè e detti.

CON.

Ecco, la sedia è qui.

MAD.

Cavalier, vado via.

Avrò in memoria sempre la vostra cortesia,

Pregovi che venghiate a ritrovarci poi.

CAV.

Madama, trattenetevi, voglio venir con voi.

MAD.

Padron, ma fate presto.

CAV.

Subito. Voi verrete?... (a madama Possidaria.)

Sì, se siete contento.

MAD.

Ma presto, se volete...

POSS.

Subito. (parte.)

CAV.

Io vo alla posta.

MAD.

S'aspetterà poi troppo.

CAV.

Ecco, vado di trotto e torno di galoppo. (parte.)

MAD.

Sono lesti i bauli? (al conte di Bignè.)

CON.

Li lega il postiglione.

Ma se aspettate gli altri...

MAD.

Gli altri avran discrezione.

SCENA DECIMA

Donna Marianna, il  Marchese e detti.

MAR.

Lasciate che per poco si sfoghi la natura.

Lascio un figliuol, non posso scordarmene a drittura.

È ver che l'ho veduto lietissimo e contento,

Ma sente un cuor di madre ancor qualche tormento.

MARC.

Vi compatisco, un giorno vedrovvi consolata.

MAD.

Che ha donna Marianna, che parmi addolorata?

MARC.

Lascia un unico figlio.

MAD.

Di voi non è invaghita?

MARC.

Meco in questo momento s'è in matrimonio unita.

MAD.

Brava, me ne rallegro; e voi piangete? Affé,

Tempo in giorno di nozze da piangere non è.

Fate che il nuovo sposo v'accheti e vi consoli;

Un marito che piace, val per dieci figliuoli.

Guardate se i bauli avessero legato. (al Conte.)

CON.

Ma se aspettate gli altri...

MAD.

Gli altri m'hanno annoiato.

Voglio partir.

CON.

Benissimo. Vi manderò l'avviso. (parte.)

MAD.

Ecco don Alessandro; non vo' mirarlo in viso.

SCENA UNDICESIMA

Don Alessandro e detti; poi Fabio.

ALES.

Ah Madama, vi supplico placare il vostro sdegno.

Partir con voi desidero, se dell'onor son degno.

MAD.

Ehi, chi è di là?

FAB.

Madama.

MAD.

Partì la pellegrina?

FAB.

Tutta contenta e lieta partì la poverina;

Si prese i cento scudi, e con il suo consorte

Montata in un calesse, sarà fuor delle porte.

MAD.

Presto, don Alessandro, correte dietro a lei.

FAB.

Mai più, disse giurando, non voler cicisbei:

Ora ch'è maritata, vuol far vita migliore.

ALES.

Madama, di servirvi donatemi l'onore.

MAD.

Guardate se i bauli hanno legati ancora. (a Fabio.)

FAB.

Aspettate un momento. Torna il padrone or ora. (parte.)

ALES.

Della mia servitute così voi mi pagate?

MAD.

A trattar colle donne ad imparare andate.

Chi di servir s'impegna, dee farlo ad ogni costo:

Dee meritar, soffrendo, di mantenersi il posto;

Prendere in buona parte rimproveri ed asprezze,

Pagare a caro prezzo i scherzi e le finezze;

Sfuggir ogni occasione di darle un dispiacere,

E quei che le dispiace, saperlo prevedere.

Lasciar ogni amicizia, star seco in compagnia,

Cambiar, quand'ella cambia, il pianto o l'allegria.

Non deve dir ch'è buono quello che piace a lui,

Ma regolar si deve con il piacere altrui.

Come la bella impone, no deve dire, e sì.

Deve vegliar le notti, e sospirare il dì.

Soffrire anche talvolta qualche rivale al fianco,

Venir per gelosia rosso nel viso, e bianco;

Ma non ardir giammai di dir quel che ha veduto,

Di risarcir sperando il poco che ha perduto.

Cedere talor deve la mano al forestiere;

Mai parlar di vendetta, mai pretensioni avere.

Parlar quand'ella parla, tacer quand'ella tace;

Saper quando il parlare, quando il tacer le piace.

Soffrir qualche insolenza, soffrir qualche strapazzo,

A costo anche talvolta d'esser creduto un pazzo.

Chi non sa far, s'astenga; chi lo vuol far, lo faccia:

Voi non sapete farlo, e ve lo dico in faccia.

Io sono intollerante; voi siete un agghiacciato;

Con pena e con dispetto finor v'ho tollerato.

Mi faceste un insulto, vo' vendicarmi anch'io;

Mi lasciaste per poco, ed io per sempre. Addio. (parte.)

ALES.

Servitor umilissimo.

MARC.

Finor voi la serviste,

E così corrisponde?

MAR.

Così vi lascia?

ALES.

Udiste?

SCENA ULTIMA

CAV.

Eccomi qui, fra poco verrà la sedia mia.

Dov'è andata Madama?

ALES.

Madama è andata via.

CAV.

Non può essere ancora. Ehi, chi è di là?

FAB.

Signore.

CAV.

Dite presto a Madama, se vuol farmi l'onore,

Che fra un momento io vado, che partiremo uniti.

FAB.

Madama e suo cognato sono di già partiti.

CAV.

Bella! senz'aspettarmi?

FAB.

Ell'è tutta impazienza.

CAV.

Con questa buona grazia? È una bella insolenza.

MAR.

Voi, Cavalier, con tutti voi siete di buon cuore,

Ma per lo più gl'ingrati s'abusan del favore.

Madama è una di quelle, che quanto a lor si fa,

Credono sia dovuto tutto alla lor beltà.

Le grazie compensando coll'averle accettate,

Degli incomodi loro vonn'esser ringraziate.

ALES.

Se a me ne domandate, risponderò di sì:

Madama i miei servigi compensati ha così.

CAV.

Capisco qualche cosa, ma tutto ancor non so.

Spero, viaggiando il mondo, che tutto imparerò.

Spiacemi che la sedia qui giungerà fra poco;

Sol colla moglie mia, non vado in nessun loco.

Anche allor da Bologna partimmo accompagnati,

Quando a Ferrara, e a Modona, e a Chiozza siamo andati.

MAR.

Se con noi comandate venir, ci fate onore.

CAV.

So che sposati siete, riceverò il favore.

ALES.

Io, se vi contentate, entro nella partita:

Madama vostra moglie da me sarà servita.

CAV.

Sì signor, mi contento. Son uomo di buon cuore,

E diverrò più franco facendo il viaggiatore.

Basta che chi ci ascolta, popol clemente e saggio,

Alzi le mani e dica: Viaggiatori, a buon viaggio.

Fine della Commedia

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