Il cerchio di gesso del Caucaso


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IL CERCHIO DI GESSO

DEL CAUCASO

di BERTOLT BRECHT

traduzione di Edoardo Sanguineti

PERSONAGGI

I.Il nobile bambino

il narratore             Una volta, in tempi antichi, in tempi sanguinosi,

                                           comandava in questa città, che fu detta  “La Maledetta”

                                           un Governatore, di nome Georgi Abaschwili.

                                           Era ricco come Creso.

                                           Aveva una bella moglie.

                                           Aveva un figlio sano.

                                           Nessun altro Governatore in Georgia

                                           aveva tanti cavalli alla sua greppia,

                                           tanti mendicanti alla  sua soglia,

                                           tanti soldati al suo servizio,

                                           tanti postulanti nel suo cortile.

                                           Come faccio a descrivervi un Georgi Abaschwili?

                                           Si godeva la vita.

                                           Un mattino di Pasqua,

                                           il Governatore, con la sua famiglia,

                                           si recò in chiesa.

SOLDATO (BRUNO)     Indietro!

Mendicanti e              LIA          Di grazia, vostra grazia, ci sono troppe tasse.

postulanti                  LELLO Ho perduto il mio braccio in guerra.

                                           MARCO Ho perduto la mia gamba in guerra, in Persia, e come faccio…

                                           ADRIANO Mio fratello è innocente, vostra grazia, è uno sbaglio.

-Mi muore di fame.

NUNZIA Aiuto, il nostro ultimo figlio, esoneratelo dal servizio militare.

MARCO Aiuto, vostra grazia, l’ispettore delle acque è corrotto.

soldato                        Indietro! Sgomberare la porta della chiesa.

la folla                        LELLO Il bambino!

LIA Non spingete così

                                           NUNZIA Non riesco a vederlo,.

MARCO Dio lo benedica, vostra grazia.

il narratore             Per  la  prima volta, in questo  giorno  di Pasqua, il  popolo vide l’erede.

                                           Due medici non si scostavano di un passo dal nobile bambino,

                                           la pupilla dei suoi occhi, per il Governatore.

                                           Il potente principe Kazbeki, in persona,

                                           gli ha fatto la sua riverenza, davanti alla porta della chiesa.

il principe obeso    Felice Pasqua, Natella Abaschwili.

(SI SENTE UN GALOPPO, ENTRA UN CAVALIERE, COPERTO DI POLVERE)

il principe obeso    Che bella giornata! Quando ieri sera pioveva, io ho subito pensato: triste festa! Ma, stamattina: un cielo sereno. Io li adoro, i cieli sereni, Natella Abaschwili, il mio cuore è semplice. E il piccolo Michele, un vero Governatore, tititi, tititi. Felice Pasqua, piccolo Michele, tititi.

MOGLIE GOV.                 Lei che ne dice, Arsen? Georgi, finalmente, ha deciso di avviare lacostruzione dell’ala nuova, sul lato est. Tuttoil sobborgo, con le sue miserabili baracche, sarà spazzato via, per farci il giardino.

il principe obeso    Questa sì che è una buona notizia, dopo tante cattive. Che si dice della guerra, fratello Georgi? Una ritirata strategica, ho sentito. Ma, sono piccoli rovesci, ce ne sono sempre. Una volta meglio, una volta peggio. Sono i casi della guerra. Ha poco significato, no?

 MOGLIE GOV.                Ha tossito! Georgi, lo hai sentito?  Ha tossito.

primo medico             Posso ricordarLe, Niko Mikadze, che io ero contro il bagno tiepido? Una piccola svista intorno alla temperatura dell’acqua del bagno, vostra grazia.

secondo medico     Non posso essere assolutamente d’accordo con Lei,  Mikha Loladze, la temperatura dell’acqua del bagno è quella deliberata dal nostro amato e insigne Mishiko Obodoladze. Un filo d’aria nella notte, piuttosto, vostra grazia.

MOGLIE GOV.                 Ma guardatelo bene, insomma. Sembra che ha la febbre, Georgi.

primo medico             Nessun motivo di inquietudine, vostra grazia. L’acqua del bagno un pochino più calda, e non capiterà più.

secondo medico     Questa non la dimentico, caro Mikha Loladze. Nessun motivo di preoccupazione, vostra grazia.

il principe obeso    Ahi, ahi, ahi, ahi! Io dico sempre: il mio fegato mi pizzica, 50 colpi per il dottore, sulla pianta dei piedi. E tutto questo, perché noi viviamo in un’epoca di rammollimento. Una volta, semplicemente, si ordinava: via la testa!

MOGLIE GOV.                 Andiamo in chiesa, che è proprio qui, probabilmente, il filo d’aria.

(il corteo, con il principe obeso, entra in chiesa. L’aiutante esce dal corteo, e indica il cavaliere)

il governatore       Non prima del servizio divino, Shalva.

l’aiutante shalva  Il Governatore non desidera essere disturbato da informazioni, prima del servizio divino, particolarmente se, come immagino, sono di natura deprimente. Va’ in cucina, amico, a farti dare qualcosa da mangiare.

(L’aiutante raggiunge il corteo, mentre il cavaliere, varca il portone del palazzo. dal palazzo escONO DUE soldati e rimanGONO fermI sotto l’arco della  porta)

Il narratore             La città tace.

                                           Sul piazzale della chiesa si pavoneggiano i piccioni.

                                           Un soldato della guardia del palazzo

                                           scherza con una ragazza della cucina

                                           che ritorna dal fiume, con un fagotto.

(una ragazza va verso il portone, sotto il braccio ha un fagotto di grandi foglie verdi)

soldato                        Ebbene? La signorina non è in chiesa, e marina il servizio divino?

gruscha                      Ero già vestita, ma ci è mancata un’oca, per il pranzo di Pasqua, e mi hanno chiesto di andarla a prendere, che, per le oche, io la so lunga.

soldato                        Un’oca? Vorrei proprio vederla prima, io, quest’oca.

Bisogna andarci prudenti, con le donne. Dicono: “Sono andata soltanto a prendere un’oca”, e poi era tutta un’altra cosa.

gruscha                      Eccola qua. E se non è un’oca da 15 libbre, e non l’hanno ingrassata a granturco, io ci mangio le piume.

soldato                        L’oca regina! Questa, sarà mangiata dal Governatore in persona. E così la signorina è ritornata un’altra volta al fiume?

gruscha                      E sì, là dal pollame.

soldato                        Ah così, dal pollame, giù al fiume, e magari un po’ sopra, là da certi salici?

gruscha                      Là dai salici, io ci vado soltanto quando lavo la biancheria.

soldato                        Proprio.

grusCha                      Proprio cosa?

soldato                        Proprio così.

grusCha                      Perché non dovrei lavarla là dai salici, la biancheria?

soldato                        “Perché non dovrei lavarla là dai salici, la biancheria?” Questa è buona, è buona davvero.

GRUSCHA                      Io, il signor soldato, non lo capisco. Cosa c’è che è buona, qui?

soldato                        Se una sapesse quello che uno sa, e il freddo e il caldo se li sentirà.

GRUSCHA                      Non so che cosa si potrebbe sapere su questi certi salici.

soldato                        Nemmeno se, là di fronte, ci fosse un cespuglio, dal quale si potesse vederci tutto? Tutto quello che capita, quando una certa persona “lava la biancheria”?

gruscha                      Tutto quello che capita? Vuole dirmi, il signor soldato, tutto quello che ha in testa, e basta?

soldato                        Capita qualche cosa, per cui, forse, si può vedere qualche cosa.

gruscha                      Il signor soldato non avrà in testa che io, in un giorno caldo, una volta, mi metto nell’acqua le mie dita dei piedi, perché, se no, niente.

soldato                        Di più, di più. Le dita dei piedi, e di più.

gruscha                      Più cosa? Ma il piede, al massimo.

soldato                        Il piede, e un po’ di più.

gruscha                      Simon Chachava, dovresti vergognarti. Stare lì in un cespuglio e aspettare finché una persona, in un giorno caldo, mette la sua gamba nel fiume. E magari, anche insieme con un altro soldato.

soldato                        (dietro a Gruscha, gridando) No, con un altro no!

il narratore             La città tace, ma perché tanti armati?

                                           Il palazzo del Governatore è quieto,

                                           ma perché è una fortezza?

(dalla porta della chiesa, a sinistra, esce, a passi veloci, il principe obeso. si ferma, si guarda intorno. alla porta del palazzo, a destra, due corazzieri. il principe li vede, passa lentamente davanti a loro, fa un segno, e poi via, in fretta. un corazziere entra nel palazzo, l’altro rimane di guardia)

il narratore             E il Governatore ritornò nel suo palazzo.

                                           E la fortezza era una trappola.

                                           E l’oca era spiumata e arrostita.

                                           E l’oca non fu più mangiata.

                                           E mezzogiorno non fu più il tempo di  mangiare.

                                           E mezzogiorno fu il tempo di morire.

MOGLIE GOV.                 e’ proprio impossibile vivere in questa baracca, ma Georgi, naturalmente, edifica soltanto per il suo piccolo Michele, e per me niente. Michele è tutto, tutto è per Michele!

il governatore       L’hai sentito, il “felice Pasqua” dal fratello Kazbeki! Benissimo, ma, a quanto ne so, qui a Nukha non è piovuto, ieri sera. Dov’era il fratello Kazbeki, ci pioveva. E dov’era il fratello Kazbeki?

L’aiutante shalva  Bisogna indagare.

il governatore       Sì, subito. Domani.

(ENTRA IL CAVALIERE POLVEROSO)

L’aiutante shalva  Eccellenza, non vuole ascoltare il cavaliere che è venuto dalla capitale? E’ arrivato questa mattina, con documenti confidenziali.

il governatore       Non prima di pranzo, Shalva.

L’aiutante shalva  Il Governatore desidera non essere disturbato, prima di pranzo, con informazioni militari, e, questo pomeriggio, Sua Eccellenza, lo consacrerà a conversazioni con eminenti architetti, che ha anche invitato a pranzo. Ecco, sono già qui, appunto.

(il cavaliere esce)

L’aiutante shalva  Signori, Sua Eccellenza vi aspetta a pranzo. Tutto il suo tempo sarà consacrato a voi soltanto. Ai nuovi grandi progetti! Presto, venite!

un architetto          Noi siamo ammirati che Sua Eccellenza pensi a costruire, malgrado le voci inquietanti sulla cattiva piega che ha preso la guerra in Persia.

L’aiutante shalva  Ma diciamo,piuttosto: a causa di queste voci! Non è niente. La Persia è lontana! La guarnigione, qui, si farebbe tagliare a pezzi, per il suo Governatore.

(giunge frastuono dal palazzo. il grido acuto di una donna, ordini. entra un corazziere puntando la sua lancia contro l’aiutante)

L’aiutante shalva  Cosa succede? Giù quella lancia, cane! (Alla guardia del palazzo) Disarmatelo! Non vedete che è un attentato contro il Governatore?

(la guardia non si muove. Assiste indifferente a quanto accade. L’aiutante penetra a forza nell’ingresso del palazzo)

un architetto          I principi!  Stanotte, nella capitale, c’è stata una riunione dei principi che sono contro il Granduca e i suoi Governatori. Signori miei, faremo meglio a sparire.

(fuggono veloci)

il narratore             O cecità dei grandi! Camminano come immortali

                                           grandi sopra schiene ricurve, tranquilli

                                           per i mercenari che acquistano, confidando

                                           nella violenza, che già così lungamente è durata.

                                           Ma lungamente non è eternamente.

                                           O tempo che muti! Speranza del popolo!

(Esce il governatore in catene, tra due soldati)

il narratore             Addio, gran signore! E procura di marciare diritto!

                                           Dal tuo palazzo, ti seguono gli occhi di tanti nemici!

                                           Non hai più bisogno di architetti, ti basta un falegname.

                                           Non stai più andando in un nuovo palazzo, ma in un piccolo buco di terra.

                                           Guardati in giro, ancora, una volta, tu, cieco!

                                           Quello che tu avevi, ti piace? Tra la messa e il festino di Pasqua,

                                           te ne vai là, da dove nessuno ritorna.

(Lo trascinano. Tumulto)

Il NARRATORE             Quando crolla la casa di un grande,

                                           molti piccoli vengono schiacciati.

                                           Non partecipavano alla fortuna dei potenti,

                                           ma partecipano spesso alla loro sventura.

SERVITORI                     MARCO             Le ceste. Tutto nel terzo cortile!

ADRIANO I viveri, per cinque giorni.

PIERGIORGIO La signora padrona è svenuta.

                                           Bisogna portarla giù,  deve partire.

MANUELA E noi?

MARIANGELES Noi, si sa, ci macellano come polli.

LIA Gesù Maria, cosa succederà?

NUNZIA In città, deve già scorrere il sangue.

MARCO Sciocchezze, il Governatore è stato soltanto invitato cortesemente a presentarsi a un’adunanza dei principi, e tutto sarà accomodato amichevolmente, lo so da una fonte sicura.

PRIMO MEDICO             Niko Mikadze, è Suo dovere di medico prestare assistenza a Natella Abaschwili.

SECONDO MEDICO     Mio dovere? E’ dovere Suo!

PRIMO MEDICO             A chi tocca il bambino, oggi, Niko Mikadze, a Lei o a me?

SECONDO MEDICO     Lei crede davvero, Mikha Loladze, che io, per il moccioso, rimarrò un minuto di più in una casa appestata?

(SI AZZUFFANO. SI SENTONO SOLTANTO FRAMMENTI DI FRASI)

PRIMO MEDICO             Lei non fa il suo dovere!

SECONDO MEDICO     Dovere qua, dovere là!

(IL SECONDO MEDICO ABBATTE IL PRIMO, E FUGGE)

SECONDO MEDICO     Oh, va all’inferno!

SERVITORI                     LIA Abbiamo tempo fino a questa sera, i soldati non sono

 ubriachi fradici, prima.

MANUELA Si è poi saputo, se si sono già ammutinati?

MARCO La guardia del palazzo è sparita a cavallo.

NUNZIA Ma non c’è ancora nessuno, allora, che sa come è andata?

GRUSCHA                      Il pescatore Meliwa dice: nella capitale, si è vista in cielo una cometa, con una coda rossa: che significa disgrazia.

SERVITORI                     ADRIANO Ieri, nella capitale, si dev’essere saputo che la guerra di Persia è perduta, completamente.

MARCO I principi hanno fatto una rivolta. E il Granduca, pare, è già sparito. Tutti i suoi governatori saranno giustiziati.

MANUELA A quelli come noi, non fanno niente. Io ho mio fratello, tra i corazzieri.

(IL SOLDATO SIMON ARRIVA; E CERCA GRUSCHA NELLA RESSA)

L’AIUTANTE SHALVA  Tutti nel terzo cortile! Tutti a fare i bagagli!

SIMON                              Sei qua, Gruscha! Che cos pensi di fare?

GRUSCHA                      Niente. Se va male, ho un fratello con una fattoria, in montagna. Ma tu, allora?

SIMON                              Io niente. Gruscha Vachnadze, la tua domanda intorno ai miei progetti mi colma di compiacimento. Io sono incaricato di accompagnare, come guardia del corpo, Natella Abaschwili.

GRUSCHA                      Ma la guardia del palazzo non si è ammutinata?

SIMON                              Sì, è così.

GRUSCHA                      Ma non è pericoloso accompagnare la signora?

SIMON                              Si dice, a Tiflis: è pericolosa, per il coltello, la coltellata?

GRUSCHA                      Ma tu non sei un coltello, tu sei un uomo, Simon Chachava. Cosa c’entri, tu, con la Signora?

SIMON                              Con la Signora io non c’entro niente, ma sono stato incaricato, e così parto.

GRUSCHA                      Il signor soldato è uno che ha la testa dura, allora, visto che si cerca il pericolo per niente, niente via niente. Devo andare nel terzo cortile, e ho premura.

MANUELA                       Grusha!

SIMON                              Visto che hai premura, noi non dovremmo litigare, perché, per una bella litigata, ci vuole un bel po’ di tempo. E’ lecito chiedere se la signorina ha ancora i genitori?

GRUSCHA                      No. Soltanto il fratello.

SIMON                              Dato che c’è poco tempo, la seconda domanda sarebbe: la signorina è sana come un pesce nell’acqua?

GRUSCHA                      Forse un dolore alla spalla destra, certe volte, ma, se no, adatta per qualunque lavoro, che nessuno si è ancora mai lamentato.

SIMON                              Questo si sa. Quando si tratta di vedere, la domenica di Pasqua, chi va comunque a prendere l’oca, c’è lei. Domanda numero tre: la signorina è giudicata impaziente? Ha voglia di ciliegie d’inverno?

GRUSCHA                      Impaziente no, ma se c’è uno che va in guerra senza zucca, e non arrivano notizie, è brutto.

SIMON                              Le notizie arriveranno.

MANUELA                       Grusha!

SIMON                              Per chiudere, la domanda più importante…

GRUSCHA                      Simon Chachava, dato che io devo andare nel terzo cortile, e ho premura, la mia risposta è “Sì”.

SIMON                              Si dice: ”Si chiama fretta il vento che rovescia l’impalcatura”. Ma si dice anche: ”I ricchi non hanno nessuna fretta”. Io sono di…

GRUSCHA                      Kutsk.

SIMON                              Allora la signorina si è informata? Io sono sano, non ho da provvedere a nessuno, guadagno 10 piastre al mese e, se furiere, 20, e, onestamente, chiedo la mano.

GRUSCHA                      Simon Chachava, per me va bene.

SIMON                              La croce viene da mia madre, Gruscha Vachnadze, la catena è d’argento: prego di portarla.

GRUSCHA                      Grazie, Simon.

(SIMON METTE LA CROCE AL COLLO DI GRUSCHA)

SIMON                              Devo attaccare i cavalli, la signorina comprenderà. E’ meglio, se la signorina va nel terzo cortile, se no ci saranno problemi.

GRUSCHA                      Sì, Simon.

(RIMANGONO INDECISI)

SIMON                              Io accompagno soltanto la Signora alle truppe che sono rimaste fedeli. Quando la guerra è finita, io ritorno. Due settimane o tre. Io spero che, per la mia fidanzata, non sarà un tempo troppo lungo, finché non ritorno.

GRUSCHA                      Simon Chachava, ti aspetterò.

                                           Va’ tranquillo, in battaglia, soldato,

                                           la sanguinosa, l’amara battaglia,

                                           dalla quale non tutti ritornano:

                                           quando tu tornerai, sarò qui.

                                           Ti aspetterò sotto l’olmo verde,

                                           ti aspetterò sotto l’olmo spoglio,

                                           e aspetterò finché l’ultimo è tornato,

                                           e dopo, ancora.

                                           Se ritorni, dalla battaglia,

                                           non ci stanno stivali, alla mia porta,

                                           il cuscino, lì accanto al mio, è vuoto,

e la mia bocca non è stata baciata.

                                           Quando tu tornerai, se tornerai, potrai dire:

tutto è come allora.

SIMON                              Ti ringrazio, Gruscha Vachnadze. E arrivederci!

L’AIUTANTE SHALVA  Attacca i cavalli alla carrozza grande, non stare lì a girare, stronzo!

(DUE SERVITORI, SOTTO ENORMI CASSE. UNA DONNA PORTA IL BAMBINO)

MOGLIE GOV.                 Non c’è più nessuno che si cura di niente. Non so più dove sto con la testa. Dov’è Michele? Non tenerlo così goffamente! Le casse sulla carrozza! Si sa qualcosa del Governatore, Shalva?

L’AIUTANTE SHALVA  Lei deve partire, subito.

MOGLIE GOV.                 Si sa qualcosa dalla città?

L’AIUTANTE SHALVA  No, finora tutto è tranquillo, ma non c’è da perdere un minuto. Per le casse, non c’è posto sulla carrozza. Scelga Lei, quello che Le serve. (ESCE DI CORSA)

MOGLIE GOV.                 Soltanto lo stretto necessario. Su, aprite le casse, vi indico io cosa c’è da prendere. Quello verde e naturalmente quello con le pellicce! Dove stanno i medici? Mi viene di nuovo questa spaventosa emicrania, che mi comincia sempre alle tempie. Quello con i bottoncini di perla…

(ENTRA GRUSCHA)

MOGLIE GOV.                 Allora, te la prendi calma, no? Presto, le bottiglie calde, cercale! (A UNA GIOVANE CAMERIERA) Non strappare la manica!

LA GIOVANE                  Mi perdoni, gentile signora, ma l’abito non si è fatto niente.

CAMERIERA

 MOGLIE GOV.                Ma perché io ti ho bloccata. E’ già da un pezzo che ti tengo d’occhio. Nient’altro in testa, che rivolgere occhiate all’aiutante! Finirà che ti ammazzo, te, cagna. (LA PICCHIA)

L’AIUTANTE SHALVA  La prego di fare in fretta, Natella Abaschwili. In città si combatte.

 MOGLIE GOV.                Dio mio! Pensate che mi metteranno le mani addosso? Ma perché? Cerca la giacchetta di broccato! Aiutale! Cosa fa Michele? Dorme?

LA BAMBINAIA               Sì, gentile signora.

MOGLIE GOV.                 Allora, posalo giù un attimino, e cercami gli stivaletti di marocchino in camera da letto, che mi servono per il vestito verde (ALLA GIOVANE CAMERIERA) Non stare lì ferma!

(LA GIOVANE CORRE VIA)

MOGLIE GOV.                 Resta qui, o ti faccio frustare. Come è stato imballato, tutto questo, senza amore, senza buon senso. Se uno non spiega tutto… E’ in momenti come questi che si vede che domestici si hanno. Mascha! Per mangiare, mangiate, ma non c’è niente riconoscenza. Ma me ne ricorderò, io.

L’AIUTANTE SHALVA  Natella, venga via subito. Il giudice della suprema Corte, il nostro Illo Orbeliani, è stato appena impiccato dai tessitori in rivolta.

MOGLIE GOV.                 Ma perché? Quello argentato devo prenderlo, mi è costato 1000 piastre. E questo qua, e tutte le pellicce, e dov’è quello color vino?

L’AIUTANTE SHALVA  Nei sobborghi sono scoppiate sommosse. Dobbiamo partire subito.

(BRUNO SCAPPA)

L’AIUTANTE SHALVA  Dov’è il bambino?

MOGLIE GOV.                 Maro! Prepara il bambino! Dove sei finita?

L’AIUTANTE SHALVA  Probabilmente dobbiamo rinunciare alla carrozza e montare a cavallo.

(TAMBURI. IL CIELO INCOMINCIA A FARSI ROSSO)

MOGLIE GOV.                 Non riesco a trovarlo, quello color vino. (A MASCHA) Prendi tutto il mucchio, e portalo in carrozza. E perché Maro non ritorna? Siete diventate tutte matte? L’avevo detto, è proprio lì in fondo.

L’AIUTANTE SHALVA  Presto, presto!

MOGLIE GOV.                 (A MASCHA) Corri! Gettali soltanto in carrozza!

L’AIUTANTE SHALVA  Non si prende la carrozza. Venga, o vado via da solo, a cavallo.

MOGLIE GOV.                 Maro! Porta il bambino! Cercalo, Mascha! No, porta prima i vestiti in carrozza. E’ una follia, non ci penso nemmeno, io, a partire a cavallo. Brucia!

(Corre via. Dietro, l’aiutante. Mascha la segue con il mucchio dei vestiti)

LA CUOCA                      Dev’essere la porta dell’est, là, che brucia.

IL CUOCO                       Sono andati. E senza la carrozza dei viveri. Come faremo a sparire, noi?

UNO STALLIERE           Sì, questa è una casa malsana, per un po’ di tempo. Sulika, io prendo un paio di coperte, e filiamo via.

LA BAMBINAIA               (CON GLI STIVALETTI) Gentile Signora!

NINA                                 E’ già andata.

LA BAMBINAIA               E il bambino? L’hanno piantato qua, queste belve. (A GRUSCHA) Reggimelo qui un momento. (MENTENDO) Vado a vedere per la carrozza.

GRUSCHA                      Cos’hanno fatto, con il signore?

IL CUOCO                       Zac!

NINA                                 O Diodiodiodio! Il nostro signore Georgi Abaschwili! Bianco e rosso come una mela, a messa, stamattina, e adesso… Portatemi via! Siamo tutti perduti, moriremo in peccato mortale. Come il nostro Signore Georgi Abaschwili.

MASCHA                         Si calmi, Nina. La porteranno via. Lei non ha fatto niente a nessuno.

NINA                                 O Diodiodiodio, presto, presto, tutti via, prima che arrivino, prima che arrivino!

MASCHA                         Nina se la prende più a cuore che la signora. Persino piangere, lo fanno fare agli altri! (A GRUSCHA) Il bambino! Cosa te ne fai?

GRUSCHA                      E’ rimasto qui.

MASCHA                         Lo ha abbandonato? Michele, che non doveva stare nelle correnti d’aria?

GRUSCHA                      Si sta svegliando.

LO STALLIERE               Mollalo lì, tu, che è meglio! Preferisco non pensarci, cosa gli capita, a una, se la trovano con il bambino. Prendo le mie cose, aspettate qui.

LA CUOCA                      Ha ragione. Quando incominciano, si sgozzano famiglia per famiglia. Mi prendo le mie quattro cose…

MASCHA                         Non hai sentito? Devi mollarlo, via.

GRUSCHA                      La bambinaia me l’ha dato da tenere un momento.

LA CUOCA                      Quella non ritorna più, tonta!

MASCHA                         (Devi lavartene le mani.) Ma lascia stare!

LA CUOCA                      Andranno più dietro a lui che dietro alla signora, quelli. E’ l’erede, lui. Gruscha, tu sei di buon cuore, ma non sei di buon senso. Te lo dico io, se ci avesse la lebbra, non sarebbe peggio. Vedi tu, come cavartela.

(LO STALLIERE E’ TORNATO CON FAGOTTI, E LI DISTRIBUISCE TRA LE DONNE. A PARTE GRUSCHA, SI PREPARANO TUTTE A PARTIRE)

GRUSCHA                      Non ha la lebbra. Ti guarda come un essere umano.

LA CUOCA                      Non guardarlo, allora. Tu sei veramente la scema di servizio, che uno ci scarica tutto addosso. Se uno ti dice: tu corri a prendere l’insalata, tu hai le gambe più lunghe, tu ci corri. Noi prendiamo il carro a buoi, puoi saltarci su, se fai presto. Gesù, a quest’ora brucia tutto il quartiere!

MASCHA                         Non hai preparato i tuoi fagotti? Tu, non ci vuole mica tanto tempo, prima che i corazzieri arrivano dalla caserma.

(LE DONNE E LO STALLIERE ESCONO)

GRUSCHA                      Vengo.

(GRUSCHA DEPONE GIU’ IL BAMBINO, LO CONSIDERA PER QUALCHE ISTANTE, TIRA FUORI LI’ DALLE CASSE ALCUNI CAPI DI VESTIARIO, E COPRE COSI’ IL BAMBINO, CHE DORME ANCORA. POI CORRE NEL PALAZZO, A PRENDERE LE SUE COSE. SI SENTONO CAVALLI CHE SCALPITANO. RIENTRA IL PRINCIPE OBESO CON LA TESTA DEL GOVERNATORE)

 IL PRINCIPE OBESO   Qui, al centro! Quello non è il centro, più a destra, così. Quello che faccio fare, io, lo faccio fare a perfezione. Questa mattina, alla porta della chiesa, dicevo a Georgi Abascwili: ”Io adoro i cieli sereni”, però, a dire la verità, preferisco il fulmine a ciel sereno, ah sì sì. E’ un peccato, soltanto, che se lo sono portato via, il moccioso, mi serve d’urgenza. Cercatelo in tutta la Georgia! 1000 piastre!

(Mentre Gruscha, guardandosi intorno cautamente, esce dal portone, il principe obeso va via con i corazzieri. Si sentono di nuovo cavalli che scalpitano. Gruscha porta il suo fagotto, e si avvia per uscire. E’ quasi uscita, e si volta, per vedere se il bambino è ancora lA’. parla il narratore, Gruscha rimane immobile)

IL NARRATORE             Mentre stava lì, tra portale e portone, sentì

                                           o le sembrò di sentire un lieve richiamo: il bambino

                                           la chiamò, non è che vagiva, ma la chiamò molto chiaramente,

                                           così fu per lei, almeno. “Donna”, le disse, “aiutami”.

                                           E continuò, non è che vagiva, ma le parlò molto chiaramente:

                                           “Senti, donna, chi non ascolta un grido di aiuto,

                                           ma tira avanti, e distrae le sue orecchie, mai più

                                           sentirà il lieve richiamo del suo amato,

                                           né il merlo all’alba, né il sospiro di sollievo

                                           del vignaiuolo stanco, all’Angelus”.

(GRUSCHA FA UN PAIO DI PASSI VERSO IL BAMBINO E SI CURVA SOPRA DI LUI)

IL NARRATORE             Sentendo questo, tornò indietro, per vedere

                                           il bambino ancora una volta, per sedergli vicino

                                           soltanto qualche istante, soltanto finché venisse

                                           un altro, la madre, o non importa chi,

                                           soltanto prima di andarsene, perché il pericolo

                                           era troppo grande, e la città piena

                                           di fiamme e di lamenti.

(LA LUCE SI ABBASSA, COME SE VENISSE LA SERA, LA NOTTE. GRUSCHA E’ ANDATA NEL PALAZZO, E HA PRESO UNA LAMPADA E DEL LATTE)

IL NARRATORE             Terribile è la tentazione della bontà!

(Gruscha è seduta, adesso, evidentemente per vegliare il bambino tutta la notte. ora accende la piccola lampada per illuminarlo, ora lo copre con un mantello di broccato per scaldarlo. talvolta tende l’orecchio e si guarda intorno, per vedere se qualcuno viene)

IL NARRATORE             A lungo rimase seduta accanto al bambino,

                                           finché venne la sera, finché venne la notte,

                                           finché venne il crepuscolo dell’alba.

                                           Troppo a lungo rimase lì seduta, troppo a lungo vide

                                           il suo respiro tranquillo, i suoi piccoli pugni

                                           finché, al mattino, la tentazione divenne troppo forte,

                                           e si alzò, e si curvò, e sospirando prese il bambino,

                                           e lo portò via.

                                           Come una preda lo prese,

                                           come una ladra fuggì via.

II.La fuga verso le montagne del nord

IL NARRATORE             Gruscha Vachnadze ha lasciatola città,

                                           sopra la strada imperiale della Georgia,

                                           in cammino verso le montagne del nord,

                                           canta una canzone,  compera latte.

I MUSICISTI                     Come fa un essere umano a scampare

                                           ai cani sanguinari, ai cacciatori di teste?

                                           Va errando per montagne deserte,

                                           va errando sopra la strada imperiale della Georgia,

                                           canta una canzone,  compera latte.

GRUSCHA                      Quattro generali

                                           partono per l’Iran.

                                           Il primo la sua guerra non la fa,

                                           il secondo la vittoria non ce l’ha

                                           per il terzo il maltempo non conviene

                                           per il quarto i soldati non van bene.

Quattro generali,

e non uno arriva là.

                                           Sosso Robakisde

                                           marcia sull’Iran.

                                           Lui sì che l’aspra guerra se la fa

                                           la sua vittoria in fretta lui ce l’ha

                                           ha il suo beltempo come a lui conviene

                                           e i suoi soldati a lui gli vanno bene.

                                           Sosso Robakisde

                                           è l’uomo che ci va.

(COMPARE UNA CAPANNA DI CONTADINI)

GRUSCHA                      (AL BAMBINO) Mezzogiorno, che si mangia! Allora, noi ce ne stiamo qui seduti in attesa nell’erba, finché la buona Gruscha non si è procurata una brocca di latte. (POSA A TERRA IL BAMBINO, E BUSSA ALLA PORTA DELLA CAPANNA. UN VECCHIO CONTADINO LE APRE) Potrei avere una brocca di latte, nonno, e una focaccia di granturco, magari?

UN VECCHIO                 Latte? Non abbiamo niente latte. I signori soldati della città ci CONTADINO                                           hanno preso le nostre capre. Andate dai signori soldati, se volete

                                           avere latte.

GRUSCHA                      Ma, nonno, una piccola brocca di latte, per un bambino, non ce l’avete proprio?

UN VECCHIO                 E tutto per un “Dio ve ne rimeriti!”, no?

CONTADINO

GRUSCHA                      Chi parla di un “Dio ve ne rimeriti!” (TIRA FUORI IL SUO PORTAMONETE). Qui si paga da principi. La testa nelle nuvole, il culo nell’acqua!

(IL VECCHIO PORTA LA BROCCA)

GRUSCHA                      Allora, quanto costa la brocca?

UN VECCHIO                 Tre piastre. Il latte è aumentato.

CONTADINO

GRUSCHA                      Tre piastre? Per tre gocce?

(IL VECCHIO LE SBATTE LA PORTA IN FACCIA)

GRUSCHA                      Hai sentito, Michele? Tre piastre! E’ un lusso che non ci possiamo concedere. (GLI DA’ IL SENO). Dobbiamo provare così ancora una volta. Succhia su, pensa alle tre piastre! Non c’è niente, dentro, ma tu immagina che bevi, e questo è già qualche cosa. (RITORNA DAL VECCHIO) Apri, nonno, che noi paghiamo! (SOTTOVOCE) Ti venga un colpo. (A VOCE ALTA) Io pensavo che poteva costare una mezza piastra, ma il bambino deve avere qualche cosa. Va bene, una piastra?

UN VECCHIO                 Due.

CONTADINO

GRUSCHA                      Non chiudere un’altra volta. Qua sono due. Deve  nutrirti bene, questo latte, abbiamo ancora una strada lunga, davanti a noi. E’ prenderci per il collo, è un peccato mortale.

UN VECCHIO                 Fateli fuori, i soldati, se volete latte.

CONTADINO

GRUSCHA                      Questo scherzo costa caro. Manda giù, Michele, è una mezza settimana di salario. La gente, qui, crede che ci siamo guadagnati il nostro denaro con il culo. Michele, Michele, mi sono preso su un bel peso, con te. Un mantello di broccato da 1000 piastre, e non una piastra per il latte!

IL NARRATORE             Mentre Gruscha Vachnadze fuggiva verso il nord,

la inseguivano i corazzieri del principe Kazbeki.

I MUSICISTI                     Come può, a piedi nudi, scampare ai corazzieri,

                                           ai cani sanguinari, ai cacciatori di teste?

                                           Anche di notte le danno la caccia. I persecutori

                                           non conoscono la stanchezza. I macellai

                                           dormono poco.

(DUE CORAZZIERI, A PIEDI, SULLA STRADA IMPERIALE)

IL BRIGADIERE             Non si cava niente da te, Testa di legno. Perché non ci sei, con il cuore. Il superiore se ne accorge da minimi dettagli. Come quando l’ho fatto con quella grossa là, l’altro ieri, tu trattenevi l’uomo, come ti avevo ordinato, e gli davi i calci nel ventre, ma lo facevi con gusto, come un buon militare, o soltanto per la forma? Io ti ho osservato, testa di legno. Sei vuoto come una paglia, sei un sonaglio stonato, e non avrai promozione. Non credere che non me ne accorga, che tu, in tutti i modi, tu fai sabotaggio. Ti proibisco di zoppicare. Lo fai, di nuovo, perché io ho venduto i ronzini, perché a un simile prezzo non ci arrivavo mai più. Con il tuo zoppicume mi vuoi dire che non ci vai volentieri, a piedi, io ti conosco. Non ti servirà, e ti fa danno. Cantare!

I DUE CORAZZIERI      (CANTANO) Io vado triste, seguendo l’armata,

                                           la mia ragazza a casa l’ho lasciata.

                                           Gli amici le tutelano l’onore,

                                           poi si ritorna, e ritrovo il mio amore.

IL BRIGADIERE             Più forte!

I DUE CORAZZIERI      Se mi andrò, nella tomba, a coricare,

                                           un po’ di terra mi verrà a gettare.

                                           Dirà: ecco i piedi, che da me correva,

                                           e qui le braccia, che a me mi stringeva.

IL BRIGADIERE             Un buon soldato ci mette il corpo e l’anima. Per un suo superiore si fa fare a pezzi. E vede ancora, con l’occhio che gli crepa, che il suo brigadiere gli fa un segno che lo approva. Questo, per lui, è il compenso che  gli basta, e non vuole nient’altro. Ma, per te, non ci sarà niente segno, e crepare, ci creperai comunque. Cristo santo, con un subalterno così, come faccio a trovarmelo il bastardino del Governatore, è quello che vorrei sapere.

(CAMMINANO OLTRE)

IL NARRATORE             Quando Gruscha Vachnadze arrivò al fiume Sirra,

la fuga era già troppo lunga, e l’abbandonato troppo pesante.

GRUSCHA                      Adesso ti sei bagnato di nuovo, e lo sai che non ho le fasce, per te. Michele, noi due dobbiamo separarci. Siamo abbastanza lontani dalla città. Poi, non ce l’avranno talmente con te, piccola cacchetta, da inseguirti fin qui. La contadina ha l’aria gentile, e tu annusa, che c’è l’odore di latte! Allora addio, Michele, io dimenticherò come mi hai preso a calci nella schiena, tutta la notte, per farmi correre bene, e tu dimentica il pasto misero, l’intenzione era buona. Ti avrei tenuto ancora volentieri, perché il tuo naso è così piccolo, ma non va. Ti avrei fatto vedere la prima lepre e che non ti bagnassi più. Ma devo ritornare indietro, a Nukha, perché anche il mio amore, il soldato, può ritornare presto, e non dovrebbe trovarmi là? Non puoi pretendere questo, Michele. (DEPONE IL BAMBINO DAVANTI ALLA PORTA. SI NASCONDE DIETRO UN CESPUGLIO)

LA CONTADINA             (ESCE) Cristo Gesù, cosa c’è, qui? Marito!

IL CONTADINO              Cosa c’è? Lasciami mangiare la mia minestra.

LA CONTADINA             Dov’è tua madre, allora, non ce l’hai? E' un maschio. E la biancheria è da ricchi, è un bambino ricco. Lo hanno messo, semplicemente, qui davanti alla porta, che tempi!

IL CONTADINO              Se quelli credono che gli diamo da mangiare, si sbagliano. Tu lo porti al villaggio, dal parroco, e amen.

LA CONTADINA             Cosa può farci il parroco, ha bisogno di una madre. Ecco, si sveglia. Non credi che ce lo potremmo anche tenere?

IL CONTADINO              (GRIDANDO) No!

LA CONTADINA             Se me lo corico lì nell’angolo, vicino alla poltrona, mi basta una cesta, e nei campi me lo porto con me. Lo vedi, come ride? Marito mio, noi abbiamo un tetto sopra la testa, e lo possiamo fare. Non voglio sentire altro.

(LO PORTA DENTRO, IL CONTADINO LA SEGUE PROTESTANDO, GRUSCHA VIENE FUORI DALL’ALBERO, RIDE E CORRE VIA NELLA DIREZIONE OPPOSTA)

IL NARRATORE             Perché sei contenta, tu che ritorni a Nukha?

GRUSCHA                      Poiché l’abbandonato, sorridendo,

si è trovato i suoi nuovi genitori, io sono contenta.

Poiché del piccolino mi sono sbarazzata, io sono felice.

IL NARRATORE             E perché triste?

GRUSCHA                      Poiché sono libera e sola, io sono triste

come chi fu depredato,

come chi si è impoverito.

(DOPO UN BREVE PERCORSO, INCONTRA I DUE CORAZZIERI, CHE LE PUNTANO LE LANCE ADDOSSO)

IL BRIGADIERE             Verginella cara, sei inciampata nelle forze armate. Da dove sei venuta? Quando sei venuta? Hai relazioni illegali con il nemico? Dove si trova? Che movimenti compie alle tue spalle? Come va sulle colline, come va nelle valli? Come sono difese, lì, le calze?

GRUSCHA                      Sono solidamente difese. E’ meglio se fate una ritirata.

IL BRIGADIERE             Io batto sempre in ritirata, che c’è da fidarsi, di me. Perché la guardi così, la lancia? “Il soldato, in campo, non lascia mai la sua lancia, nemmeno un istante”, questo è il regolamento, imparalo a memoria, testa di legno. Allora, verginella, dove te ne vai?

GRUSCHA                      Dal mio fidanzato, signor soldato, tale Simon Chachava, della guardia del palazzo di Nukha. E se io gli scrivo, vi spacca tutte le ossa.

IL BRIGADIERE             Simon Chachava, ma sicuro, lo conosco. Mi ha dato la chiave, da venire a darti un’occhiata, a te, di tanto in tanto. Testa di legno, stiamo diventando impopolari, noi. Dobbiamo far vedere che abbiamo intenzioni oneste. Verginella, io sono una natura seria, che si nasconde sotto apparenze scherzose, e allora te lo dico ufficialmente: voglio un bambino da te.

(GRUSCHA GETTA UN GRIDO SOMMESSO)

IL BRIGADIERE             Testa di legno, questa qui ci ha capito. E’ un dolce spavento, no? “Devo prima togliere la pasta dal forno, signor ufficiale. Devo prima cambiare la mia camicia strappata, signor colonnello”. Scherzi a parte, lancia a parte, verginella: noi stiamo cercando un certo bambino, in questa regione. Hai sentito parlare di un simile bambino, che è comparso qui, dalla città, uno ricco, con biancheria ricca?

GRUSCHA                      No, non ho sentito niente.

IL NARRATORE             Corri via, vengono gli assassini!

O abbandonata, non abbandonare l’abbandonato! Eccola lì che corre.

(GRUSCHA SI VOLTA, E CORRE. I SOLDATI LA INSEGUONO BESTEMMIANDO. GRUSCHA IRROMPE NELLA FATTORIA; DOVE LA CONTADINA E’ CURVA SULLA CESTA DOV’ E’ IL BAMBINO)

GRUSCHA                      Nascondilo subito. Arrivano i corazzieri. L’ho messo io, davanti alla porta, ma non è mio, è di gente ricca.

LA CONTADINA             Chi è che arriva? Quali corazzieri?

GRUSCHA                      Non fare tante domande. I corazzieri che lo cercano.

LA CONTADINA             Non hanno niente da cercarmi in casa, quelli. Ma io ho una parolina da dirti, a te, mi sembra.

GRUSCHA                      Togli quella ricca biancheria, che ci può tradire.

LA CONTADINA             Biancheria di qua, biancheria di là. In questa casa comando io, e non vomitarmi in cucina, perché lo hai abbandonato? E’ un peccato mortale.

GRUSCHA                      (GUARDA FUORI) Adesso arrivano, usciranno dal bosco da un momento all'altro. Non avrei dovuto correre via, questo li ha irritati. Cosa posso fare?

LA CONTADINA             (ATTERRITA DI COLPO) Gesù Maria! I corazzieri!

GRUSCHA                      Corrono dietro il bambino.

LA CONTADINA             E se vengono dentro?

GRUSCHA                      Non glielo dare. Di’ che è tuo.

LA CONTADINA             Sì.

GRUSCHA                      Lo infilzano su una lancia, se glielo dai.

LA CONTADINA             E se lo vogliono? Ho il denaro per il raccolto, qui in casa.

GRUSCHA                      Se glielo dai, lo infilzano qui, nella tua cucina. Devi dirle che è tuo.

LA CONTADINA             Sì, ma se non ci credono?

GRUSCHA                      Se tu lo dici decisa…

LA CONTADINA             Quelli ci bruciano il tetto sulla testa.

GRUSCHA                      Perciò devi dire che è tuo. Si chiama Michele. Questo non dovevo dirtelo.

(LA CONTADINA FA SI’ CON LA TESTA)

GRUSCHA                      Non fare sì con la testa. E non tremare, che si vede.

LA CONTADINA             Sì.

GRUSCHA                      Finiscila con i tuoi ”sì”, non posso più sentirli. (LA SCUOTE) Ce l’hai, un figlio?

LA CONTADINA             In guerra.

GRUSCHA                      Allora, forse è anche lui un corazziere, adesso. Vuoi che infilzi i bambini? Tu te lo scrolleresti per bene: “Smettila di frugare in giro con la lancia, nella mia cucina, ti ho allevato per questo? E sciacquati la bocca, prima di parlare con tua madre”.

LA CONTADINA             E’ vero, non mi farebbe così.

GRUSCHA                      Promettimi che gli dici che è tuo.

LA CONTADINA             Sì.

GRUSCHA                      Sono qui.

(ENTRANO I CORAZZIERI.)

IL BRIGADIERE             Eccola lì. Cosa ti ho detto? Il mio naso. Io la fiutavo. Avrei una domanda per te, verginella: perché mi sei scappata via? Cosa pensavi che volevo, io, da te? Qualche cosa di sporco, ci scommetto. Confessa!

GRUSCHA                      Avevo lasciato il latte sul fuoco. Poi, me ne sono ricordata.

IL BRIGADIERE             Avevo pensato che era perché avevi creduto che ti guardavo sporco. E’ come che io potessi pensare qualche cosa, tra di noi. Come uno sguardo carnale, mi capisci?

GRUSCHA                      Io non l’ho visto.

IL BRIGADIERE             Ma poteva essere, no? Devi ammetterlo. Io potrei anche essere un porco. Io te lo dico chiaro, a te: io potrei pensare un sacco di cose, se noi fossimo soli. (ALLA CONTADINA) Tu non hai niente da fare, in cortile? Dare da mangiare ai polli?

LA CONTADINA             (SI GETTA IN GINOCCHIO, DI COLPO) Signor soldato, non sapevo niente, io. Non bruciatemi il tetto sulla testa!

IL BRIGADIERE             Ma di cosa parli, tu?

LA CONTADINA             Io non ho niente a che fare, signor soldato. Me lo ha messo davanti alla porta, lo giuro.

IL BRIGADIERE             Ah, qui c’è un piccolo coso, nella cesta, testa di legno, io ci fiuto 1000 piastre. Porta fuori la vecchia e tienila forte, che io ho da fare un interrogatorio, mi sembra.

(LA CONTADINA SI LASCIA PORTARE VIA DAL SOLDATO, IN SILENZIO)

IL BRIGADIERE             Allora lo hai tu, qui, il bambino che io volevo avere da te.

GRUSCHA                      E’ mio, signor ufficiale. Non è quello che cercate.

IL BRIGADIERE             Adesso ci guardo io. (SI CHINA SULLA CESTA)

GRUSCHA                      E’ mio, è mio!

IL BRIGADIERE             Biancheria ricca.

(GRUSCHA SI GETTA SU DI LUI, CHE LA RESPINGE E SI CURVA DI NUOVO SULLA CESTA. GRUSCHA VEDE UN GROSSO PEZZO DI LEGNO E COLPISCE IN TESTA IL BRIGADIERE, DI DIETRO, CHE  CADE A TERRA. PRENDE IL BAMBINO E CORRE VIA)

IL NARRATORE             Quando Gruscha Vachnadze, inseguita dai corazzieri,

arriva alla passerella del ghiacciaio Janga-Tau,

che porta ai villaggi del versante orientale,

rischia due vite.

(VENTO. NELLA LUCE CREPUSCOLARE SI VEDE UNA PASSERELLA. UNA FUNE E’ ROTTA, E QUELLA PENDE A META’SULL’ABISSSO. I MERCANTI, DUE UOMINI E UNA DONNA, STANNO LI’, INDECISI, DAVANTI ALLA PASSERELLA, QUANDO ARRIVA GRUSCHA CON IL BAMBINO. UNO DEGLI UOMINI CERCA DI RIPESCARE LA FUNE, CON UNA PERTICA)

PRIMO UOMO                Prendila calma, signorina, che tanto non ci passi, di qua.

GRUSCHA                      Ma io, con il mio piccolo, devo andare sul versante est, da mio fratello.

LA MERCANTESSA      Devo! Cosa significa devo! Io devo passare, perché devo comperare due tappeti a Atum, che una deve vendere, perché suo marito ha dovuto morire, cara mia. Ma posso fare quello che devo, io, e lei può? Andrej è già lì da due ore che si pesca la fune, e come faremo a fissarla, se mai la pesca, mi chiedo.

PRIMO UOMO                Fa’ silenzio, mi sembra di sentire qualche cosa.

GRUSCHA                      La passerella non è marcia del tutto. Io credo che potrei provare a passare.

LA MERCANTESSA      Io non ci proverei, nemmeno se ci avessi il diavolo alle mie spalle. Perché, è un suicidio.

PRIMO UOMO                Ooooh!

GRUSCHA                      Non chiamare! (ALLA MERCANTESSA) Digli che non deve chiamare.

PRIMO UOMO                Ma chiamano, là sotto. Forse hanno perso la strada, laggiù.

LA MERCANTESSA      E perché non deve chiamare? Hai dei guai, tu? Ti corrono dietro?

GRUSCHA                      Allora vi dirò tutto. Mi corrono dietro i corazzieri. Ne ho fatto fuori uno.

SECONDO UOMO         Fate sparire le merci!

(LA MERCANTESSA NASCONDE UN SACCO DIETRO A UNA ROCCIA)

PRIMO UOMO                Perché non lo hai detto subito? (AGLI ALTRI) Se quelli le mettono le mani addosso, ne fanno carne a spezzatino.

GRUSCHA                      Levatevi, che devo andare sulla passerella.

SECONDO UOMO         Ma non puoi. Il precipizio è di 2000 piedi.

PRIMO UOMO                Nemmeno se potessimo ripescare la fune, avrebbe un senso. Noi potremmo tenerla con le mani, ma i corazzieri ci potrebbero poi passare nello stesso modo.

GRUSCHA                      Ma levatevi!

GRIDA DAL BASSO      Di là, lassù!

LA MERCANTESSA      Sono piuttosto vicini. Ma non puoi portarlo, il bambino, sulla passerella. Si rompe quasi di sicuro. Guarda giù.

DAL BASSO                   Oh Oh!

SECONDO UOMO         2000 piedi.

GRUSCHA                      Ma quegli uomini sono peggio.

PRIMO UOMO                Già per il bambino, non puoi. Rischia la tua vita, tu, se ti corrono dietro, ma non quella del bambino.

SECONDO UOMO         E’ anche più pesante, con il bambino.

LA MERCANTESSA      Forse lei deve passare davvero. Dallo a me, che lo nascondo, e tu ci vai sola, sulla passerella.

GRUSCHA                      Questo no. Noi siamo una cosa sola, insieme. Io ci provo.

LA MERCANTESSA      Questo è mettere Dio alla prova.

GRUSCHA                      Vi prego, gettate via la pertica, se no ripescano la fune, e mi vengono dietro.

(SALE SULLA PASSERELLA, CHE SEMBRA SPEZZARSI. LA MERCANTESSA GETTA UN GRIDO. MA GRUSCHA PROSEGUE E RAGGIUNGE L’ALTRA SPONDA)

PRIMO UOMO                E’ passata.

LA MERCANTESSA      Però, ha fatto un peccato mortale.

IL BRIGADIERE             Avete visto qualcuno con un bambino?

PRIMO UOMO                (MENTRE IL SECONDO GETTA LA PERTICA NEL PRECIPIZIO) Sì. E’ laggiù. E la passerella non vi porta.

IL BRIGADIERE             Questa me la pagherai, testa di legno.

(SULL’ALTRA SPONDA GRUSCHA RIDE E MOSTRA IL BAMBINO AI CORAZZIERI. VA OLTRE, E SI LASCIA INDIETRO LA PASSERELLA. SOFFIA IL VENTO)

GRUSCHA                      Per il vento, non devi avere niente paura, che, anche lui, è una povera bestia. Deve soltanto spingere le nuvole, e così è lui che ha più freddo.

(INCOMINCIA A NEVICARE)

GRUSCHA                      E la neve, Michele, non è il peggio. Deve soltanto coprire i piccoli pini, che così non ci muoiono, d’inverno. E adesso canto una canzone, che è per te. Senti!

                                           Tuo padre è un bandito,

                                           tua madre è una puttana,

                                           e a te si inchinerà

                                           l’uomo di buona fede.

                                           Il figlio della tigre

                                           nutrirà i puledrini,

                                           il serpente bambino

                                           porta il latte alle madri.

III.Nelle montagne del nord

IL NARRATORE             Sette giorni ha camminato la sorella.

Ha  camminato su per i ghiacciai, giù per i pendii.

Quando entrerò a casa di mio fratello, pensava,

si alzerà e mi abbraccerà.

E dirà : ”Sei qua, sorella?

Da tanto tempo ti aspettavo. Questa è la mia cara moglie.

E questa è la mia fattoria, che mi è arrivata con le nozze.

Con 11 cavalli e 31 vacche. Siediti!

Siedi alla nostra tavola, con il tuo bambino, e mangia”.

La casa del fratello era in una valle amena.

Quando la sorella arrivò dal fratello, era distrutta dal viaggio.

Il fratello si levò da tavola.

(UNA COPPIA DI GRASSI CONTADINI SI E’ APPENA MESSA A TAVOLA. LAVRENTI HA IL TOVAGLIUOLO AL COLLO. GRUSCHA ENTRA, SORRETTA DA UN GARZONE, MOLTO PALLIDA, CON IL BAMBINO)

LAVRENTI                       Da dove arrivi, Gruscha?

GRUSCHA                      Ho varcato il passo dello Janga-Tau, Lavrenti.

IL GARZONE SOSSO   L’ho trovata davanti al fienile. E’ qui con un bambino.

LA COGNATA                 Va’ a strigliare il baio.

(IL GARZONE ESCE)

LAVRENTI                       Questa è mia moglie, Aniko.

LA COGNATA                 Noi credevamo che eri a servizio a Nukha.

GRUSCHA                      Sì, ero là.

LA COGNATA                 Non era un buon posto? A noi dicevano che era buono.

GRUSCHA                      Il Governatore è stato ammazzato.

LAVRENTI                       Sì, devono esserci stati dei disordini. Anche tua zia lo raccontava, ti ricordi, Aniko?

LA COGNATA                 Da noi, qui, è tutto tranquillo. La gente di città deve sempre inventarsi qualche cosa. Sosso, Sosso, la focaccia non toglierla ancora dal forno, hai sentito? Dove sei finito? (ESCE CHIAMANDO)

LAVRENTI                       (A BASSA VOCE, IN FRETTA) Hai un padre per lui?

(GRUSCHA SCUOTE LA TESTA)

LAVRENTI                       E’ quello che pensavo. Dobbiamo inventare qualche cosa. Lei è molto religiosa.

LA COGNATA                 (RIENTRANDO) Questi servi! (A GRUSCHA) Hai un bambino?

GRUSCHA                      E’ mio. (Crolla giù, Lavrenti la sorregge)

LA COGNATA                 Giuseppe e Maria, è ammalata, cosa facciamo?

LAVRENTI                       Siediti. Siediti. E’ soltanto la debolezza.

LA COGNATA                 Se non è la scarlattina!

LAVRENTI                       Ci sarebbero le macchie. E’ debolezza, sta’ tranquilla, Aniko. (A GRUSCHA) Seduta, va meglio, no?

LA COGNATA                 Il bambino è suo?

GRUSCHA                      E’ mio.

LAVRENTI                       Sta andando da suo marito.

LA COGNATA                 Bene. La tua carne si raffredda. Fredda, non ti fa bene, il grasso non deve essere freddo. Tu sei debole di stomaco, lo sai. (A GRUSCHA) Se tuo marito non è in città, dov’è allora?

LAVRENTI                       Si è sposata là oltre i monti, dice.

LA COGNATA                 Bene, oltre i monti.

GRUSCHA                      Credo che dovreste mettermi giù da qualche parte, Lavrenti.

LA COGNATA                 Se è la tisi, ce la prendiamo tutti. Tuo marito ha una fattoria?

GRUSCHA                      E’ un soldato.

LAVRENTI                       Ma ha ereditato una fattoria, da suo padre, piccola.

LA COGNATA                 Non è in guerra? Perché no?

GRUSCHA                      (A FATICA) Sì, è in guerra.

LA COGNATA                 Perché vuoi andare alla fattoria, allora?

LAVRENTI                       Quando ritorna dalla guerra, lui va alla sua fattoria.

LA COGNATA                 Ma tu vuoi andarci già adesso?

LAVRENTI                       Sì, per aspettarlo là.

LA COGNATA                 Sosso, la focaccia!

GRUSCHA                      Una fattoria. Soldato. Aspettare. Siediti, mangia.

LA COGNATA                 Questa é la scarlattina.

GRUSCHA                      Sì, ha una fattoria.

LAVRENTI                       Io credo che è debolezza, Aniko. Vuoi andare a vedere la focaccia, cara?

LA COGNATA                 Ma quando ritornerà, se poi la guerra, a quanto dicono, è scoppiata di nuovo?  Sosso, ma dove sei finito? Sosso! (ESCE)

LAVRENTI                       Avrai subito un letto, nel solaio. E’ un’anima buona, ma soltanto dopo mangiato.

GRUSCHA                      Prendilo!

(LO PRENDE, guardandosi intorno)

LAVRENTI                       Però non potete rimanere a lungo. Lei è molto religiosa, lo sai.

(GRUSCHA SVIENE. IL FRATELLO LA SORREGGE)

IL NARRATORE             La sorella era troppo malata.

Il vile fratello dovette ospitarla.

L’autunno passò. Arrivò l’inverno.

L’inverno fu lungo.

L’inverno fu breve.

La gente non doveva sapere.

I topi non dovevano rodere.

La primavera non doveva venire.

(GRUSCHA NEL RIPOSTIGLIO, AL TELAIO. LEI E IL BAMBINO, CHE E’ ACCOCCOLATO PER TERRA, SONO AVVOLTI IN COPERTE)

GRUSCHA                      Michele, dobbiamo essere furbi. Se noi ci facciamo piccoli come le blatte, la cognata si dimentica che siamo qui in casa. Allora possiamo rimanere finché la neve si scioglie. E non piangere per il freddo. Essere poveri, e avere anche freddo, rende sgradevoli.

LAVRENTI                       (ENTRA E SI SIEDE ACCANTO ALLA SORELLA) Perché state lì imbacuccati come i carrettieri? C’è troppo freddo, qui nella camera?

GRUSCHA                      (togliendosi subito lo scialle) Non fa freddo, Lavrenti.

LAVRENTI                       Se ci fosse troppo freddo, non dovresti stare qui con il bambino. Aniko si farebbe dei rimproveri. (UNA PAUSA) Spero che il pope non ti ha interrogato sul bambino, eh?

GRUSCHA                      Mi ha interrogato, ma non ho detto niente.

LAVRENTI                       Bene. Volevo parlarti di Aniko. E’ un’anima buona, soltanto che è molto, molto sensibile. La gente non trova nemmeno ancora qualche cosa da dire sulla fattoria, e lei è già spaventata. Tutto la colpisce così profondamente, sai. (TENDE L’ORECCHIO) Sei sicura che qui non ci sono topi? Se no, non potreste rimanere a vivere qui.

(SI SENTE COME UN RUMORE DI GOCCE CHE CADONO DAL TETTO)

LAVRENTI                       Cos’è che gocciola?

GRUSCHA                      Deve essere una botte che perde.

LAVRENTI                       Sì, deve essere una botte. Adesso è già un mezzo anno che sei qui, no? (Ascoltano le gocce della neve che si scioglie). Ti parlavo di Aniko? Te l’immagini che si preoccupa per il tuo soldato ”Se quello ritorna, e non la trova?”, dice lei, e rimane lì sveglia. “Prima della primavera non può ritornare”, dico io. Quanto è buona! Quando credi che ritorna, ne hai un’idea?

(GRUSCHA TACE)

LAVRENTI                       Non prima della primavera, sei d’accordo?

(GRUSCHA TACE)

LAVRENTI                       Vedo che nemmeno tu ci credi, ormai, che ritorna.

(GRUSCHA NON DICE NIENTE)

LAVRENTI                       Ma quando arriva la primavera, e la neve si scioglie qui e sui valichi, non puoi più rimanere qui, perché allora potrebbero venire a cercarti, e la gente parlerebbe di un bambino illegittimo.

(LA CADUTA DELLE GOCCE RISUONA PIU’ FORTE)

LAVRENTI                       Gruscha, la neve si scioglie sopra il tetto. E’ primavera.

GRUSCHA                      Sì.

LAVRENTI                       (IN FRETTA) Lasciami dire quello che faremo. Hai bisogno di un posto dove ci puoi andare, e poiché hai un bambino (SOSPIRA), devi avere un marito, che così la gente non parla. Allora io mi sono cautamente informato, come potremmo trovare un marito, per te. Gruscha, ne ho trovato uno. Ho parlato con una donna che ha un figlio, proprio al di là della montagna, una fattoria, una piccola e lei è d’accordo.

GRUSCHA                      Ma io non posso sposare nessuno, io devo aspettare Simon Chachava.

LAVRENTI                       Sicuro. E’ tutto previsto. Tu non hai bisogno di un marito a letto, ma di un marito sulla carta. Ne ho trovato uno così. Il figlio della contadina, con cui mi sono accordato, sta proprio per morire. Non è magnifico? Lui è all’ultimo respiro. E tutto è come abbiamo affermato: ”un marito al di là della montagna” con la sua fattoria, piccola. E quando tu sei arrivata da lui, lui dà l’ultimo respiro, e tu sei diventata vedova. Che ne dici?

GRUSCHA                      Io potrei avere bisogno di un foglio di carta con i timbri, per Michele.

LAVRENTI                       Un timbro risolve tutto. Senza un timbro, nemmeno lo Scià di Persia potrebbe affermare che è lo Scià. E tu hai un rifugio.

GRUSCHA                      E la donna, per cosa lo fa?

LAVRENTI                       400 piastre.

GRUSCHA                      Dove le prendi?

LAVRENTI                       E’ l’incasso del latte di Aniko.

GRUSCHA                      Laggiù nessuno ci riconoscerà. Io ci sto.

LAVRENTI                       Lo faccio sapere subito alla contadina. (ESCE DI CORSA)

GRUSCHA                      Michele, tu mi procuri una quantità di noie. Io sono stata per te come un pero per i passeri. Perché un cristiano si china e raccoglie una crosta di pane, che niente si spreca. Michele, era meglio se scappavo via di corsa, quella domenica di Pasqua, a Nukha. Adesso, sono soltanto la scema di sevizio.

IL NARRATORE             Quando è arrivata la sposa, lo sposo era in punto di morte,.

La  madre dello sposo aspettava davanti alla porta, e le faceva fretta.

La sposa portava un bambino, il testimone lo nascose durante le nozze.

(UNO SPAZIO DIVISO IN DUE DA UNA PARETE. DA UNA PARTE UN LETTO, CON IL MORIBONDO DIETRO UNA ZANZARIERA. DALL’ALTRA PARTE ENTRA LA SUOCERA, CHE TRASCINA GRUSCHA PER MANO. DIETRO, LAVRENTI CON IL BAMBINO)

LA SUOCERA                Presto, presto, altrimenti ci crepa, ancora prima del matrimonio. (A LAVRENTI) Ma che aveva già un bambino, non se ne è parlato.

LAVRENTI                       Cosa importa? (INDICANDO IL MORIBONDO) Gli è del tutto indifferente, nel suo stato.

LA SUOCERA                A lui sì. Ma io non sopravviverò a questa vergogna. Noi siamo gente onorata. (SI METTE A PIANGERE) Il mio Jussup non aveva bisogno di sposare una che ha già un bambino.

LAVRENTI                       Va bene, ci aggiungo 200 piastre. La fattoria va a te, ce l’hai per iscritto, ma lei ha il diritto di abitare qui, per due anni.

LA SUOCERA                Sono appena le spese del funerale. Spero che mi darà sul serio una mano, per il lavoro. E adesso, dov’è finito il monaco? Deve essermi sparito via dalla finestra della cucina. Avremo tutto il villaggio addosso, se si viene a sapere che è finita, per Jussup, Dio mio! Vado a cercarlo, ma non deve vedere il bambino.

LAVRENTI                       Ci penserò io, che non lo vede, ma perché proprio un monaco e non un prete?

LA SUOCERA                Uno vale l’altro. Soltanto ho commesso l’errore, che gli ho dato la metà del dovuto già prima del matrimonio, così poteva andare all’osteria. Io spero che… (CORRE VIA)

LAVRENTI                       Ha risparmiato sul prete, miserabile. Si è presa un monaco da quattro soldi.

GRUSCHA                      Mandami qui Simon Chachava, se arriva da voi.

LAVRENTI                       Sì. (ACCENNANDO AL MALATO) Non vuoi guardarlo un po’?

(GRUSCHA, CHE HA PRESO IN BRACCIO MICHELE, SCUOTE LA TESTA)

LAVRENTI                       Non si muove niente, ma proprio per niente. Speriamo di non essere arrivati troppo tardi.

(TENDONO L’ORECCHIO. DALL’ALTRA PARTE ENTRANO I VICINI CHE SI GUARDANO INTORNO E SI STRINGONO ALLE PARETI. SI METTONO A  BORBOTTARE PREGHIERE. ENTRA LA SUOCERA CON IL MONACO).

LA SUOCERA                Ci siamo. Per piacere, un momento di pazienza. La sposa di mio figlio è arrivata dalla città, e qui si farà un matrimonio di emergenza. (ENTRA CON IL MONACO IN CAMERA DA LETTO) Lo sapevo che lo raccontavi in giro. (A GRUSCHA) Il matrimonio si può celebrare subito. Qui c’è il contratto. Io e il fratello della sposa -

(LAVRENTI HA RIPRESO IL BAMBINO A GRUSCHA, E CERCA DI NASCONDERLO SUL FONDO. LA SUOCERA FA UN GESTO, PERCHE’ SI ALLONTANI).

LA SUOCERA                Io e il fratello della sposa siamo i testimoni.

(GRUSCHA SI E’ INCHINATA DAVANTI AL MONACO. VANNO VERSO IL LETTO. LA SUOCERA APRE LA ZANZARIERA. IL MONACO SI METTE A RECITARE IN LATINO IL TESTO LITURGICO. LA SUOCERA FA SEGNO A LAVRENTI DI SBARAZZARSI DEL BAMBINO, MA LUI VUOLE FARGLI VEDERE LA CERIMONIA PERCHE’ NON PIANGA. A UN CERTO PUNTO, GRUSCHA SI GIRA PER GUARDARE IL BAMBINO, E LAVRENTI LA SALUTA AGITANDO LA MANO DEL BAMBINO)

IL MONACO                    Sei tu disposta a essere, per tuo marito, una buona moglie, fedele e obbediente, e a rimanergli vicino, finché morte non vi separi?

GRUSCHA                      Sì.

IL MONACO                    (AL MORIBONDO) Sei tu disposto a essere, per tua moglie marito premuroso, finché morte non vi separi? (POICHE’ IL MORIBONDO NON RISPONDE IL MONACO RIPETE LA SUA DOMANDA E POI SI GUARDA INTORNO)

LA SUOCERA                E’ naturale che è disposto. Non hai sentito il suo “sì”?

IL MONACO                    Bene, noi dichiariamo celebrato il matrimonio, ma come stiamo con l’estrema unzione?

LA SUOCERA                No, niente. Il matrimonio è stato abbastanza caro. Adesso devo occuparmi degli invitati al funerale. (A LAVRENTI) Abbiamo detto 700?

LAVRENTI                       600. (PAGA) E non voglio sedermi qui con gli invitati, e magari farne conoscenza. Allora addio, Gruscha, e se mia sorella, una volta vedova, verrà a trovarmi, avrà un “benvenuta” da mia moglie, se no io ci litigo (ESCE).

(GLI INVITATI AL FUNERALE LO SEGUONO CON LO SGUARDO, INDIFFERENTI)

IL MONACO                    Posso chiedere cos’è questo bambino?

LA SUOCERA                C’è un bambino, qui? Non vedo nessun bambino, io. E anche tu non ne vedi. Capito? Se no, anche io ho visto cose di ogni genere, magari, andando là all’osteria. E adesso, vieni.

(VANNO DALL’ALTRO LATO IN CUCINA, DOPO CHE GRUSCHA HA DEPOSTO IN TERRA IL BAMBINO, E GLI HA FATTO SEGNO DI STARE LI’ TRANQUILLO. VIENE PRESENTATA AI VICINI)

LA SUOCERA                Questa è mia nuora. Se lo è trovato giusto ancora vivo, il caro Jussup.

UNA DONNA                  E’ già un anno che è coricato, no? Quando hanno arruolato il mio Wassili, era ancora là, alla partenza.

ALTRA DONNA              E’ spaventoso, in una fattoria, il granturco maturo e il contadino a letto. E’ una liberazione, per lui, se ha finito di soffrire, dico io.

PRIMA DONNA              (CONFIDENZIALMENTE) E al principio, pensavamo già che era per il servizio militare che si era messo a letto, Lei capisce. E adesso, è arrivato alla fine.

LA SUOCERA                Vi prego, sedetevi, e mangiatevi due dolci.

(LA SUOCERA FA SEGNO A GRUSCHA, E LE DUE DONNE VANNO IN CAMERA DA LETTO A PRENDERE VASSOI DA FORNO, PER TERRA, CON I DOLCI. GLI OSPITI, SEDUTI PER TERRA, SI METTONO A CHIACCHIERARE SOTTOVOCE. IL MONACO PASSA A UN CONTADINO UNA BOTTIGLIA CHE HA TIRATO FUORI DALLA SUA SOTTANA)

IL CONTADINO              C’è qui un bambino, Lei dice? Come può essergli capitato, a Jussup?

LA TERZA DONNA        In ogni caso, quella ha avuto la fortuna di arrivare ancora a sposarlo, se sta davvero così male.

LA SUOCERA                Sono già lì a chiacchierare, adesso, e intanto si divorano i dolci del funerale, e se quello non muore oggi, domani devo infornarne altri.

GRUSCHA                      Li farò io.

IL MONACO                    Cari invitati al matrimonio e al funerale, noi siamo qui emozionati, a un letto di morte e di nozze, perché la sposa sale all’altare e il marito va sottoterra. Lo sposo è già lavato per la bara, e la moglie è già trepidante per la notte. Perché, nel letto nuziale c’è un’ultima volontà, che rende vogliosi. Come sono diversi, miei cari, allora, i destini degli uomini, ahimè! Uno muore qui, per avere un tetto sopra la testa, e l’altra si sposa perché la carne ritorni polvere, di cui è fatta, amen!

LA SUOCERA                Si è vendicato. Non avrei dovuto prenderne uno da quattro soldi, che vale altrettanto. Quando sono andata a prenderlo all’osteria, faceva un discorso, e gridava: ”La guerra è finita, guardatevi dalla pace!”. Dobbiamo rientrare.

GRUSCHA                      (DA’ un dolce a Michele) Mangia il dolce, e sta lì bravo. Siamo gente rispettabile, adesso.

(ESCONO A PORTARE I DOLCI AGLI INVITATI.  DIETRO LA ZANZARIERA, IL MORIBONDO SI TIRA SU E TIRA FUORI LA TESTA, SEGUENDO LE DUE DONNE CON LO SGUARDO. POI RICADE INDIETRO. IL MONACO HA TIRATO FUORI DUE BOTTIGLIE, SOTTO LA SOTTANA, E LE HA DATE AL CONTADINO CHE GLI E’ SEDUTO VICINO. SONO ENTRATI TRE MUSICANTI, E IL MONACO GLI FA UN SEGNO, SGHIGNAZZANDO, CON LA MANO)

LA SUOCERA                Cosa volete fare, qui, con questi strumenti?

UN MUSICANTE            Il fratello Anastasio qui (INDICANDO IL MONACO) ci ha detto che qui c’è un matrimonio.

LA SUOCERA                Cosa, me ne porta addosso altri tre? Lo sapete che c’è un moribondo, lì dentro?

IL MONACO                    E’ un incarico allettante, per un artista. Potrebbe essere una malinconica marcia nuziale o una scatenata danza funebre.

LA SUOCERA                Suonate, almeno, visto che non si può impedirvi di mangiare.

(I MUSICANTI SUONANO UNA MUSICA MISTA. LE DONNE DISTRIBUISCONO DOLCI)

IL MONACO                    La fisarmonica suona come il piagnucolìo di un bambino.

IL CONTADINO              (VICINO AL MONACO) E se la sposa muovesse un piedino?

IL MONACO                    Un piedino o un ossicino?

IL CONTADINO              (VICINO AL MONACO CANTA)

                                           Madamina Culona si è presa un suo vecchione.

                                           E’ quello che ci vuole, ha detto, per marito.

                                           E quando a lei le viene la voglia di giocare

                                           sarà con il contratto, che se la fa passare.

                                           Qui ci vogliono i ceri, i ceri accesi.

INVITATI                           (A VOCE ALTA)

ADRI Avete sentito, è tornato il Granduca.

GIO Ma i principi sono contro di lui, però.

ADRI Si dice che lo Scià di Persia gli ha prestato un grande esercito, che può riportarci l’ordine, in Georgia.

GIO Ma com’è possibile? Lo Scià di Persia è pure il nemico del

Granduca!

ADRI Ma è anche un nemico del disordine.

GIO In ogni caso, la guerra è finita. I nostri soldati sono già di ritorno.

-

(GRUSCHA LASCIA CADERE IL VASSOIO DEI DOLCI)

UNA DONNA                  (A GRUSCHA) Ti senti male? E’ tutta questa agitazione per il povero Jussup. Siediti, e riposati un po’, cara.

(GRUSCHA RIMANE IN PIEDI, BARCOLLANDO)

INVITATI                           MARIANG Adesso tutto ritorna com’era.

ALESS  Soltanto che adesso le tasse aumentano, perché ci dobbiamo pagare la guerra.

GRUSCHA                      Qualcuno ha detto che i soldati ritornano?

UN UOMO                       Io.

GRUSCHA                      Non è possibile.

L’UOMO                           (A UNA DONNA) Fa vedere lo scialle. Lo abbiamo comperato da un soldato. Viene dalla Persia.

GRUSCHA                      (UNA LUNGA PAUSA. GRUSCHA SI INGINOCCHIA COME PER RACCOGLIERE I DOLCI. POI TIRA FUORI DALLA BLUSA LA CROCE D’ARGENTO APPESA ALLA CATENA, LA BACIA E SI METTE A PREGARE. GLI INVITATI GUARDANO GRUSCHA IN SILENZIO)

LA SUOCERA                Cosa ti succede? Non vuoi più occuparti dei nostri ospiti? Che cosa ci importa, a noi, delle scemenze della città?

(GRUSCHA RIMANE IMMOBILE, CON LA FRONTE A TERRA. LA CONVERSAZIONE RIPRENDE A VOCE ALTA)

INVITATI                           MARIANG Dai soldati si possono comperare selle persiane, alcuni le danno in cambio di stampelle.

ADRI Tra i comandanti, soltanto quelli di una parte possono vincere una guerra, ma i soldati la perdono da una parte e dall’altra.

-Adesso, almeno, la guerra è finita. Questo è già qualche cosa, se non vi possono più chiamare alle armi.

(JUSSUP SI E’ SOLLEVATO SUL LETTO, E ASCOLTA)

INVITATI                           MARIANG Quello che ci vorrebbe, per noi, sono due settimane di bel tempo.

LIA I nostri peri, quest’anno, non ci portano quasi niente.

LA SUOCERA                (OFFRENDO DOLCI) Prendete ancora un po’ di dolci. Gustatevene un po’. Ce ne sono ancora.

(LA SUOCERA VA IN CAMERA CON IL VASSOIO VUOTO. NON GUARDA IL MALATO, E SI CHINA VERSO UN VASSOIO PIENO, LI’ A TERRA, QUANDO LUI INCOMINCIA A PARLARE, CON VOCE RAUCA)

JUSSUP                          Quanti dolci gli infilerai ancora nella gola, a quelli? Credi che io cago denari?

(LA SUOCERA SI GIRA DI COLPO E LO GUARDA ATTERRITA. LUI ESCE FUORI DALLA ZANZARIERA)

JUSSUP                          Hanno detto che la guerra è finita?

MARIANGELES             (NELL’ALTRA STANZA, A GRUSCHA, AMICHEVOLMENTE) La nostra sposina ha qualcuno in guerra?

LIA                                     E’ una buona notizia che ritornano, no’?

JUSSUP                          Non stare lì a spalancare gli occhi. Dov’è quella che mi hai scaricato come moglie?

(POICHE’ NON RICEVE RISPOSTA, SCENDE DAL LETTO E VA BARCOLLANDO, IN CAMICIA, PASSANDO DAVANTI ALLA MADRE, NELL’ALTRA STANZA. LEI LO SEGUE TREMANDO, CON IL VASSOIO DEI DOLCI)

invitati                           Maria e Giuseppe! Jussup!

(SI ALZANO TUTTI, SPAVENTATI, URTANDOSI PER USCIRE. GRUSCHA, ANCORA IN GINOCCHIO, GIRA LA TESTA E FISSA JUSSUP)

JUSSUP                          Una mangiata da funerali, è questo che vi andrebbe! Fuori, prima che vi prenda a calci!

(GLI INVITATI LASCIANO DI CORSA LA CASA)

JUSSUP                          (A GRUSCHA, cupo) Questo è un guaio, per i tuoi calcoli, no? (SICCOME LEI NON DICE NIENTE, SI GIRA E PRENDE UN DOLCE DI GRANTURCO SUL VASSOIO DI SUA MADRE)

IL NARRATORE             Che pasticcio! La sposa scopre di avere un marito!

Di giorno c’è il bambino. Di notte c’è il marito!

Il suo amato è in cammino, di giorno e di notte.

Gli sposi lì si squadrano. E la camera è stretta.

(JUSSUP STA SEDUTO NUDO IN UN ALTO MASTELLO DA BAGNO, IN LEGNO. LA SUOCERA GLI VERSA L’ACQUA CON UN SECCHIO. DI FIANCO, NELLA CAMERA, GRUSCHA E’ SEDUTA IN TERRA ACCANTO A MICHELE, CHE GIUOCA A RIPARARE UNA STUOIA DI PAGLIA)

jussup                          E’ un lavoro per lei, questo, non per te. Dove è finita, adesso?

LA SUOCERA                (GRIDA) Gruscha! Il padrone ti vuole.

GRUSCHA                      (A MICHELE) Qui ci sono ancora due buchi, che devi ancora aggiustare.

JUSSUP                          (A GRUSCHA CHE ENTRA) Strofinami la schiena!

GRUSCHA                      Non può farlo da solo, il padrone?

JUSSUP                          “Non può farlo da solo, il padrone?” Prendi la spazzola, accidenti! Tu sei la moglie o sei un’estranea? (ALLA SUOCERA) Troppo fredda!

LA SUOCERA                Corro a prendere acqua calda.

GRUSCHA                      Lascia, che vado io.

JUSSUP                          Tu stai qui!

(LA SUOCERA CORRE VIA)

JUSSUP                          Sfrega più forte! E non stare lì così, che l’avrai visto altre volte, un tipo nudo. Il tuo bambino non è mica fatto d’aria.

GRUSCHA                      Non è stato concepito nel piacere, il bambino, se è questo che il padrone intende dire.

JUSSUP                          (LA GUARDA GHIGNANDO) A guardarti, non si direbbe.

(GRUSCHA SMETTE DI STROFINARLO, ENTRA LA SUOCERA)

JUSSUP                          Mi hai scaricato una bella rarità, una moglie che è uno stoccafisso.

LA SUOCERA                E’ la buona volontà che manca.

JUSSUP                          Versa, ma sta’ attenta. Ahi! Te l’ho detto, attenta. (A GRUSCHA) Sarebbe ben strano, se ti fosse capitata qualche cosa, in città. Se no, perché saresti qui? Ma non ho voglia di parlarne. Non ho neanche detto niente per il bastardo che mi hai portato in casa, ma con te la mia pazienza, tra poco, è alla fine! E’ contro natura. (ALLA SUOCERA) Ancora! (A GRUSCHA) Anche se ritornasse il soldato, tu sei una donna maritata.

GRUSCHA                      Sì.

JUSSUP                          Ma il tuo soldato non ritorna più, e non ti serve niente che lo credi.

GRUSCHA                      No.

JUSSUP                          Mi prendi per il culo, tu. Sei mia moglie e non sei mia moglie. Dove tu ti corichi, non c’è niente che si corica, e non c’è un’altra che si può coricare. Quando vado nei campi, all’alba, sono stanco morto. E alla sera, quando mi corico, ho il diavolo in corpo. Dio ti ha fatto un sesso, e tu cosa ci fai? Il mio campo non produce abbastanza, da potermi comperare una donna, in città, e poi ci sarebbe anche la strada. La donna sarchia il terreno e allarga le gambe, dice così l’almanacco, da noi. Mi stai a sentire?

GRUSCHA                      Sì. (A BASSA VOCE) Non mi piace prenderti per il culo.

JUSSUP                          Non ti piace! Versa ancora!

(LA SUOCERA VERSA)

JUSSUP                          Ahi!

IL NARRATORE             Quando sedeva là al ruscello, a lavare i panni,

vedeva lì nell’acqua l’immagine di lui,

e la sua faccia diventava più pallida,

da una luna all’altra.

Quando si alzava, per torcere i panni,

sentiva la sua voce, nell’acero che mormorava,

e la sua voce diventava più debole,

da una luna all’altra.

Si moltiplicarono scuse e sospiri,

si versarono lacrime e sudori,

da una luna all’altra è cresciuto il bambino.

(GRUSCHA E’ INGINOCCHIATA SULLA RIVA DI UN PICCOLO RUSCELLO E IMMERGE I PANNI NELL’ACQUA. PIU’ LONTANO, UN PAIO DI BAMBINI. GRUSCHA PARLA CON MICHELE)

GRUSCHA                      Puoi giocare con loro, Michele, ma non lasciarti comandare perché sei il più piccolo.

(MICHELE OBBEDISCE E VA DAGLI ALTRI BAMBINI. GRUSCHA SI VOLTA E VEDE SIMON CHACHAVA DALL’ALTRA PARTE DEL RUSCELLO. LA SUA UNIFORME E’ TUTTA LACERA)

GRUSCHA                      Simon!

SIMON                              Gruscha Vachnadze?

GRUSCHA                      Simon!

SIMON                              (CERIMONIOSO) Dio benedica e protegga la signorina.

GRUSCHA                      (SI ALZA ALLEGRA E SI INCHINA PROFONDAMENTE) Dio benedica e protegga il signor soldato. E Dio sia lodato, che è ritornato sano e salvo.

SIMON                              Hanno trovato pesci migliori di me, disse il nasello, e così non mi hanno mangiato.

GRUSCHA                      E’ bravura, disse lo sguattero. E’ fortuna, disse l’eroe.

SIMON                              E qui, come va? L’inverno è stato sopportabile, il vicino riguardoso?

GRUSCHA                      L’inverno è stato un po’ rigido, il vicino come sempre, Simon.

SIMON                              E si può domandare: una certa persona ha ancora l’abitudine di mettere la sua gamba nell’acqua, quando sciacqua i panni?

GRUSCHA                      La risposta è “no”, a causa degli occhi nei cespugli.

SIMON                              La signorina parla di soldati. Ma qui c’è un furiere.

GRUSCHA                      Non fa 20 piastre?

SIMON                              E alloggio.

GRUSCHA                      (CON LE LACRIME AGLI OCCHI) Dietro la caserma, là sotto i datteri.

SIMON                              Proprio là. Vedo che siamo andati a guardare.

GRUSCHA                      Siamo andati.

SIMON                              E non abbiamo dimenticato.

(GRUSCHA SCUOTE LA TESTA)

SIMON                              Così la porta è ancora sui suoi cardini, come si dice?

(GRUSCHA LO GUARDA IN SILENZIO E POI SCUOTE DI NUOVO LA TESTA)

SIMON                              Cosa c’è? Qualche cosa non funziona?

GRUSCHA                      Simon Chachava, io non posso più ritornare a Nukha. E’ capitata una cosa.

SIMON                              Cosa è capitato?

GRUSCHA                      E’ andata così, che ho fatto fuori un corazziere.

SIMON                              Allora, Gruscha Vachnadze avrà avuto un suo buon motivo.

GRUSCHA                      Simon Chachava, c’è anche che non mi chiamo più come mi chiamavo, prima.

SIMON                              (DOPO UNA PAUSA) Questa non la capisco.

GRUSCHA                      Quando è che le donne cambiano il loro nome, Simon? Lascia che ti spiego. Non è successo niente, tra noi due, tutto è rimasto tale e quale, tra noi due, tu devi credermi.

SIMON                              Com’è che non è successo niente, tra noi due, però è tutto diverso?

GRUSCHA                      Come faccio a spiegartelo, così in fretta e con il ruscello qui in mezzo? Non puoi passare il ponticello?

SIMON                              Forse non è più necessario.

GRUSCHA                      E’ assolutamente necessario. Vieni di qua, Simon, presto!

SIMON                              La signorina vuole dire che siamo arrivati troppo tardi?

(GRUSCHA LO GUARDA DISPERATA, LA FACCIA COPERTA DI LACRIME. SIMON GUARDA DAVANTI A SE’. HA PRESO UN PEZZO DI LEGNO, E LO TAGLIA)

IL NARRATORE             Tante parole sono dette, tante parole sono taciute.

Il soldato è ritornato. Da dove viene, non lo dice.

Sentite cosa pensava, e non lo diceva:

La battaglia incominciò all’alba, diventò sanguinosa a mezzogiorno.

Il primo è caduto davanti a me, il secondo è caduto dietro di me, il terzo di fianco a me.

Il primo l’ho calpestato, il secondo l’ho abbandonato, il terzo il capitano lo ha infilzato.

Un mio fratello è morto di spada, un altro mio fratello è morto di unfumo .

Scoppiava fuoco, alle mie spalle, le mie mani gelavano nei guanti, le mie dita dei piedi negli stivali.

Ho mangiato germogli di pioppo, ho bevuto brodo di acero, ho dormito su pietre, nell’acqua.

SIMON                              Vedo un berrettino, nell’erba. C’è forse già un piccolino?

GRUSCHA                      C’è sì, Simon, come potrei nasconderlo, ma non stare a tormentarti, non è mio.

SIMON                              Si dice: quando il vento si mette a soffiare, soffia per tutte le fessure. La signora non deve dire più niente.

(GRUSCHA ABBASSA IL CAPO E NON DICE PIU’ NIENTE)

IL NARRATORE             C’è stato il desiderio, ma non c’è stata l’attesa.

Il giuramento è rotto. Perché, non viene detto.

Sentite cosa pensava, e non l’ha detto:

Quando tu combattevi nella battaglia, soldato,

nella sanguinosa battaglia, nell’amara battaglia,

ho trovato un bambino, io,  che era abbandonato,

e non ho avuto cuore di lasciarlo.

Dovevo prenderne cura, che si sarebbe perduto.

Dovevo curvarmi sulla briciola di pane, lì in terra.

Dovevo farmi a pezzi, per questo che non è mio,

l'estraneo.

Qualcuno ci deve essere, che aiuta.

Perché vuole la sua acqua il piccolo albero,

si smarrisce il vitellino se il pastore si addormenta,

e il grido rimane inascoltato.

SIMON                              Dammi indietro la croce che ti ho dato, o meglio gettala lì nel ruscello. (SI VOLTA PER ANDARE)

GRUSCHA                      Simon Chachava, non andare via, non è mio, non è mio!

(DUE CORAZZIERI SI AVVICINANO, PORTANDO MICHELE)

UN CORAZZIERE         Sei tu la Gruscha?

(LEI FA SEGNO DI SI’)

UN CORAZZIERE         E’ tuo figlio, questo?

GRUSCHA                      Sì.

(SIMON VA VIA)

GRUSCHA                      Simon!

IL CORAZZIERE            Abbiamo l’ordine del tribunale di portare in città questo bambino, trovato in tua custodia, perché c’è il sospetto che sia Michele Abaschwili, il figlio del Governatore Georgi Abaschwili e di sua moglie Natella Abaschwili. Questo è il documento, con il sigillo.

(PORTANO VIA IL BAMBINO)

GRUSCHA                      (CORRE DIETRO, CHIAMANDO) Lasciatelo qua, vi prego, è mio!

IL NARRATORE             I corazzieri portano via il bambino, il caro bambino. La sventurata li ha inseguiti in città, nel pericolo.

La madre carnale lo rivoleva indietro, la madre putativa andò in giudizio.

Chi risolverà il caso, a chi sarà assegnato il bambino?

Chi sarà il giudice, sarà buono, sarà cattivo?

La città era in  fiamme. Sul seggio di giudice sedeva Azdak.

IV.La storia del giudice

IL NARRATORE             Ascoltate ora la storia del giudice:

come diventò giudice, come pronunciava i giudizi, che razza di giudice è stato.

In quella domenica di Pasqua della grande rivolta, quando il Granduca fu rovesciato

e il suo Governatore Abaschwili, padre del nostro bambino, ci ha rimesso la testa,

Azdak, scrivano del villaggio, trovò nel bosco un fuggiasco, e lo nascose nella sua capanna.

(AZDAK, CENCIOSO E UBRIACO, AIUTA UN FUGGIASCO, TRAVESTITO DA MENDICANTE, A ENTRARE NELLA SUA CAPANNA)

AZDAK                             Non sbuffare, tu non sei un cavallo. E non ti aiuta con la polizia, se vai così di galoppo. Sta’ fermo, ti dico. (BLOCCA IL FUGGIASCO, CHE TROTTA COME SE VOLESSE ATTRAVERSARE LA PARETE DELLA CAPANNA) Siediti giù e mangia, questo è un pezzo di formaggio. (FRUGA IN UNA CASSA E TIRA FUORI UN FORMAGGIO TRA GLI STRACCI) E’ tanto che non ci mastichi niente? Perché correvi così, buco di culo? Il poliziotto nemmeno ti guardava.

IL FUGGIASCO              Dovevo.

Azdak                             Fifa?

(IL FUGGIASCO LO GUARDA STRALUNATO, SENZA CAPIRE)

AZDAK                             Cacarella? Paura? Hmm. E non masticare così, come un Granduca o un maiale! Non lo sopporto. Un fetente di buona famiglia, soltanto, bisogna prenderlo come Dio lo ha fatto. Ma te, no. Ho sentito di un giudice della Corte suprema, che a un pranzo nel Bazar, ha scoreggiato per spirito di indipendenza. Ma se ti guardo qui che mangi, mi vengono soltanto pensieri spaventosi. Perché non dici una parola? (CON DUREZZA) Fammi un po’ vedere la tua mano! Non senti? Devi farmi vedere la tua mano.

(IL FUGGIASCO, ESITANTE,GLI MOSTRA LA MANO)

AZDAK                             Bianca. Allora, non sei affatto un mendicante! Sei una contraffazione, una frode ambulante! E io che ti nascondo come una persona rispettabile! Ma perché corri, allora, se sei un proprietario terriero, perché tu lo sei, non dire di no, io te la leggo in faccia, la colpevolezza! (SI ALZA) Fuori!

(IL FUGGIASCO LO GUARDA INCERTO)

AZDAK                             Che cosa aspetti, tu, spremicontadini?

IL FUGGIASCO              Sono inseguito. Grande attenzione, prego. Faccio proposta.

AZDAK                             Cosa vuoi fare, tu? Una proposta? Questo è il colmo della sfacciataggine. Fa una proposta, lui! Il morsicato si gratta a sangue con le dita, e la sanguisuga fa una proposta. Fuori, ti dico!

IL FUGGIASCO              Capisco punto di vista, convinzione. Pago 100.000 piastre per una notte, sì?

AZDAK                             Cosa? Tu pensi che mi puoi comperare? Per 100.000 piastre? Un miserabile podere. Diciamo 150.000. Dove sono?

IL FUGGIASCO              Non con me, naturalmente. Saranno mandate, spero, non dubitare.

AZDAK                             Dubito molto. Fuori!

(IL FUGGIASCO SI ALZA E TROTTA VERSO LA PORTA. UNA VOCE DI FUORI)

SCHAUWA                      Azdak!

(IL FUGGIASCO FA MARCIA INDIETRO, TROTTA VERSO L’ANGOLO OPPOSTO, SI FERMA)

AZDAK                             (GRIDA) Non ho tempo di conversare. (VA ALLA PORTA) Sei qui di nuovo a fiutare in giro, Schauwa?

SCHAUWA                      (DA FUORI, CON RIMPROVERO) Tu hai preso di nuovo una lepre, Azdak. Mi avevi promesso che non capitava più.

AZDAK                             (SEVERO) Non parlare di cose che non capisci, Schauwa. La lepre è una bestia pericolosa e dannosa, che divora le piante, specialmente quelle che chiamano erbacce, e perciò bisogna che sia sterminata.

SCHAUWA                      Azdak, non essere così terribile con me. Io perdo il mio posto, se non procedo contro di te. Lo so che tu hai il cuore buono, però.

AZDAK                             Non ho niente buon cuore, io. Quante volte te lo devo dire che sono un uomo di intelletto?

SCHAUWA                      (FURBO) Lo so, Azdak. Tu sei un uomo superiore, lo dici anche tu. Allora ti chiedo, io che sono un povero cristo e un ignorante, se si ruba una lepre al principe, e io sono un poliziotto, cosa devo fare, allora, io, al delinquente?

AZDAK                             Schauwa, Schauwa, vergognati! Tu stai lì, e mi poni una questione, e non c’è niente di più seducente di una questione. E’ come se tu fossi una donna, metti la Nunowna, quella cattiva creatura, e mi mostri la tua coscia, da Nunowna e mi chiedi: che cosa devo fare con la mia coscia, che mi prude, è innocente, quella, se fa così? No. Io prendo una lepre, ma tu prendi un uomo. Un uomo è fatto a immagine di Dio, ma una lepre no, lo sai. Io sono un mangiatore di lepri, ma tu sei un mangiatore di uomini, Schauwa, e Dio ti giudicherà, per questo. Schauwa, va’ a casa e péntiti. No, fermo lì, forse qui c’è qualche cosa per te. (GUARDA VERSO IL FUGGIASCO, CHE E’ LI’ CHE TREMA) No, ma no, non c’è niente. Va’ a casa e péntiti. (GLI SBATTE LA PORTA IN FACCIA. AL FUGGIASCO) Adesso sei tutto stupefatto, eh? Che non ti ho consegnato. Ma a questa bestia di un poliziotto io non gli consegnerei nemmeno una cimice, mi ripugna. (LO GUARDA) Ti corrono dietro, e questo parla a tuo favore, soltanto come faccio, io, a sapere che non si sbagliano sul tuo conto? In una parola: io, di te, non mi fido.

IL NARRATORE             Così Azdak, al vecchio mendicante, gli ha dato un rifugio, quella notte.

Poi venne a sapere che era il Granduca in persona, lo strangolatore.

Si vergognò, si denunciò, e diede ordine, al poliziotto, di portarlo a Nukha, in tribunale, in giudizio.

(NEL CORTILE DEL TRIBUNALE, TRE CORAZZIERI SEDUTI IN TERRA, CHE BEVONO. DA UNA COLONNA PENDE UN UOMO, VESTITO DA GIUDICE. ENTRA AZDAK LEGATO, TRASCINANDOSI DIETRO SCHAUWA)

AZDAK                             (URLANDO) Io ho aiutato a scappare il Granduca, il granladro, il granstrangolatore! Io esigo una sentenza severa, per me, in pubblico dibattimento, in nome della giustizia!

1° CORAZZIERE            Che razza di uccello è? Fa ridere!

SCHAUWA                      E’ il nostro scrivano Azdak.

AZDAK                             Io sono l’abominevole, il traditore, il maledetto! Fa’ il tuo rapporto, piedipiatti, io ho ordinato di essere portato qui in catene, nella capitale, perché per sbaglio ho ospitato il Granduca, cioè il grandelinquente, come più tardi mi è stato chiarito mediante questo documento, che ho trovato nella mia capanna.

(I CORAZZIERI STUDIANO IL DOCUMENTO)

AZDAK                             (A SCHAUWA) Non sanno leggere. Guarda, il maledetto accusa se stesso. Fa’ il tuo rapporto, come ti ho costretto a correre con me, metà della notte, perché tutto sia chiarito.

SCHAUWA                      Tutto sotto minaccia, che non è bello da parte tua, Azdak.

AZDAK                             Chiudi il becco, Schauwa, che tu non capisci. E’ incominciata una nuova era, che ti schiaccerà tuonando, tu sei liquidato, i poliziotti sono soppressi, pfft. Tutto sarà indagato, chiarito. Allora uno è meglio che si dichiara da solo, perché al popolo non può sfuggire. Fa’ il tuo rapporto, come ho gridato nel vicolo dei calzolai. (RIPETE LA SCENA CON GRANDI GESTI, GUARDANDO VERSO I CORAZZIERI) “Io ho lasciato scappare il grandelinquente, per ignoranza, tagliatemi a pezzi, fratelli!”. Così io prevengo ogni cosa.

1° CORAZZIERE            E cosa ti hanno risposto?

SCHAUWA                      Nel vicolo dei macellai lo hanno un po’ confortato, nel vicolo dei calzolai crepavano dal ridere. E’ tutto.

AZDAK                             Ma con voi è un’altra cosa, lo so, voi siete di ferro. Fratelli, dove sta il giudice? Devo essere interrogato.

1° CORAZZIERE            (INDICANDO L’IMPICCATO) Ecco il giudice. E smettila di fraternizzarci, siamo di orecchio sensibile, questa sera.

AZDAK                             “Ecco il giudice!” Questa è una risposta che non si è ancora mai sentita, in Georgia. Cittadini, dov’è sua eccellenza, il signor Governatore? (INDICA LA FORCA) Ecco sua eccellenza, straniero. Dov’è l’esattore capo? L’ufficiale reclutatore? Il patriarca? Il capo della polizia? Eccoli, eccoli, eccoli: eccoli tutti! Fratelli, è questo che mi ero aspettato da voi.

2° CORAZZIERE            Alt! Cosa ti aspettavi, buffone?

AZDAK                             Quello che è successo in Persia, fratelli, quello che è successo in Persia.

2° CORAZZIERE            E cosa è successo, in Persia?

AZDAK                             40 anni fa. Impiccati, tutti. I visir, gli esattori. Mio nonno, un uomo curioso, lo ha visto. Per tre giorni, dappertutto.

2° CORAZZIERE            E chi ha preso il comando, quando il visir fu impiccato?

AZDAK                             Un contadino.

2° CORAZZIERE            E chi comandava l’esercito?

AZDAK                             Un soldato, soldato.

2° CORAZZIERE            E chi faceva da pagatore?

AZDAK                             Un tintore, un tintore faceva da pagatore.

2° CORAZZIERE            Non era per caso un tessitore di tappeti?

1° CORAZZIERE            E perché è successo tutto questo, eh, persiano?

AZDAK                             Perché è successo tutto questo? Ci vuole una ragione speciale? Perché ti gratti, tu, fratello? Guerra! Guerra troppo lunga! E niente giustizia.

1° CORAZZIERE            Lo vedi quel rosso laggiù?

(AZDAK SI GUARDA INTORNO. IN CIELO, ROSSO DI INCENDIO)

1° CORAZZIERE            E’ nei sobborghi. Quando il principe Kazbeki, stamattina, ha fatto tagliare la testa al Governatore Abaschwili, anche i nostri tessitori di tappeti si sono presi il “mal di Persia”, e si sono chiesti se anche il principe Kazbeki non si mangia troppe portate. E oggi a mezzogiorno hanno impiccato il giudice di città. Ma noi ne abbiamo fatto poltiglia, per due piastre ogni tessitore, capisci?

AZDAK                             (DOPO UNA PAUSA) Capisco. (LI GUARDA CON TIMORE, E SCIVOLA VIA DI LATO, SI SIEDE PER TERRA, LA TESTA TRA LE MANI)

1° CORAZZIERE            (DOPO CHE HANNO BEVUTO TUTTI, AL TERZO) Aspetta, vedrai cosa succede.

(IL PRIMO E IL SECONDO CORAZZIERE VANNO DA AZDAK E GLI BLOCCANO L’USCITA)

SCHAUWA                      Io non credo che sia proprio un cattivo, signori miei. Un po’ a rubare galline, e qua e là una lepre, forse.

2° CORAZZIERE            (ANDANDO VERSO AZDAK) Tu sei venuto qui a pescare nel torbido, eh?

AZDAK                             Io non lo so, perché sono venuto qui.

1° CORAZZIERE            Sei uno che se la intende con i tessitori?

(AZDAK SCUOTE LA TESTA)

2° CORAZZIERE            E com’è quella del tintore che faceva il pagatore?

AZDAK                             Ma questo era in Persia.

1° CORAZZIERE            E la storia dell’autoaccusa, che non hai impiccato il Granduca con le tue proprie mani?

AZDAK                             Non ve l’ho detto che l’ho lasciato scappare?

SCHAUWA                      Ne sono testimone, io. Lo ha lasciato scappare.

(I CORAZZIERI TRASCINANO AZDAK, CHE URLA, VERSO LA FORCA. POI LO LASCIANO ANDARE, E RIDONO SPAVENTOSAMENTE. AZDAK SI ASSOCIA ALLA RISATA, E RIDE PIU’ FORTE DI LORO. POI VIENE SLEGATO. TUTTI INCOMINCIANO A BERE. ENTRA IL PRINCIPE OBESO, CON UN GIOVANE)

1° CORAZZIERE            (A AZDAK) Eccola qui, la tua era nuova!

IL PRINCIPE OBESO    Cosa vi può far ridere così, amici miei? Con il vostro permesso, una parola seria. I principi della Georgia, ieri mattina, hanno rovesciato il bellicoso governo del Granduca e liquidato i suoi governatori. Purtroppo, il Granduca in persona è riuscito a fuggire. In quest’ora fatale, i nostri tessitori, questi eterni agitati, non hanno avuto il coraggio di suscitare una rivolta, e di impiccare il nostro caro Illo Orbeliani, il nostro giudice di città, unanimemente amato? Ts, ts, ts. Amici miei, noi abbiamo bisogno di pace, pace, pace, in Georgia. E di giustizia! E io vi porto qui il caro Bizergan Kazbeki, mio nipote, una persona valente, che diventerà il nuovo giudice. Io dico: il popolo ha la scelta.

1° CORAZZIERE            Questo significa che noi eleggiamo il giudice?

IL PRINCIPE OBESO    E’ così. Il popolo nomina una persona valente. Consultatevi, amici.

(MENTRE I CORAZZIERI ACCOSTANO LE LORO TESTE)

IL PRINCIPE OBESO    Sta’ tranquillo, volpacchiotto, che il posto è tuo. E quando avremo beccato il Granduca, non avremo più bisogno di leccare il culo alla plebaglia.

I CORAZZIERI                (TRA LORO)

-Se la fanno addosso, perché non hanno ancora beccato il Granduca.

-Dobbiamo dire grazie a questo scrivano di villaggio, è lui che lo ha lasciato scappare.

-Non si sentono ancora sicuri, è questo quello che significa “amici miei” e “il popolo ha la scelta”.

-Adesso vuole persino giustizia, per la Georgia.

-Farsa per farsa, sarà farsa davvero.

-Adesso chiediamo allo scrivano, che sa tutto sulla giustizia. Ehi, mascalzone…

AZDAK                             Dite a me?

1° CORAZZIERE            …lo vorresti avere come giudice, il nipote?

AZDAK                             Chiedete a me? Mica chiederete a me, no?

2° Corazziere            Perché no? E’ tutto per scherzare!

AZDAK                             Mi sembra di capire, che volete vagliarvelo a fondo. Ho ragione? Non avete qui pronto un criminale, così il candidato può dimostrare quello che sa fare, o un furbastro, almeno?

3° CORAZZIERE            Vediamo un po’. Abbiamo qui giù i due dottori di quel porco del Granduca. Prendiamo quelli.

AZDAK                             Alt, non va. Non potete prendere veri criminali, se il giudice non è ancora ufficialmente in funzione. Può essere un bue, ma deve essere in funzione, altrimenti è leso il diritto, che è una cosa molto suscettibile. E’ più facile che pronuncino una sentenza la toga e il tocco di un giudice, senza un uomo sotto, che un uomo senza niente di tutto questo. Il diritto sparisce via in un soffio, se non si sta bene attenti.

1° CORAZZIERE            Dunque, visto che spacchi in quattro un capello, che cosa proponi?

AZDAK                             Io vi faccio da accusato. Ho già in mente chi. (PARLA A QUELLI ALL’ORECCHIO)

1° CORAZZIERE            Tu?

(RIDONO RUMOROSAMENTE)

IL PRINCIPE OBESO    Cosa avete deciso?

1° CORAZZIERE            Abbiamo deciso che facciamo una prova. Il nostro caro amico qui farà l’accusato, e qui c’è la poltrona da giudice per il candidato.

IL PRINCIPE OBESO    Questo è inusuale, ma perché no? (AL NIPOTE) Una formalità, volpacchiotto. Cosa ti hanno insegnato, chi è che va lontano, chi va piano o chi va a rotta di collo?

IL NIPOTE                        Chi va piatto di soppiatto, zio Arsen.

(IL NIPOTE SI SIEDE SULLA POLTRONA, IL PRINCIPE OBESO SI METTE ALLE SUE SPALLE. I CORAZZIERI SI SIEDONO SULLA SCALINATA. AZDAK SI AVANZA CON IL PASSO CARATTERISTICO DEL GRANDUCA)

AZDAK                             C’è qui qualcuno che mi conosce? Io sono il Granduca.

IL PRINCIPE OBESO    Chi è?

2° CORAZZIERE            Il Granduca. Lo conosce sul serio.

IL PRINCIPE OBESO    Bene.

1° Corazziere            Forza con il dibattimento.

AZDAK                             Senti, sono accusato per scatenamento di guerra. Ridicolo. Dico: ridicolo. Basta così? Se non basta, ho portato avvocati, 500 credo. (FA UN SEGNO DIETRO DI LUI, COME CI FOSSERO MOLTI AVVOCATI LI’ ATTORNO) Abbisogno tutti i seggi disponibili in sala, per avvocati.

(I CORAZZIERI RIDONO, E CON LORO IL PRINCIPE OBESO)

IL NIPOTE                        (AI CORAZZIERI) Desiderate che io tratti questo caso? Devo dire che io lo trovo almeno un po’ inusuale, dal punto di vista del buon gusto, voglio dire.

1° CORAZZIERE            Va’ avanti.

IL PRINCIPE OBESO    (SORRIDENDO) Sbranalo, volpacchiotto.

IL NIPOTE                        Bene. Il popolo della Georgia contro il Granduca. Che cosa può opporre in Sua difesa, imputato?

AZDAK                             Di tutto. Ho letto, naturalmente, guerra è perduta. Ho dichiarato guerra, a suo tempo, su consiglio di patrioti, come zio Kazbeki. Chiedo zio Kazbeki come testimone.

(I CORAZZIERI RIDONO)

IL PRINCIPE OBESO    (AI CORAZZIERI, AFFABILE) Un bel pazzo. No?

IL NIPOTE                        Richiesta respinta. Non La si può accusare, naturalmente, di aver dichiarato una guerra, cosa che ogni sovrano, di tanto in tanto, deve fare, ma di averla condotta male.

AZDAK                             Sciocchezza. Non l’ho condotta niente. L’ho fatta condurre. L’ho fatta condurre da principi. L’hanno scassata tutta, naturalmente.

IL NIPOTE                        Lei nega, forse, di aver avuto il comando supremo?

AZDAK                             Per niente. Tengo sempre comando supremo. Appena nato, strapazzata balia. Educato a destituire merda in cesso. Abituato a comandare. Sempre ordinato miei funzionari a derubare mia cassa. Ufficiali a bastonare soldati, soltanto se ordino. Proprietari terrieri a dormire con donne di contadini, soltanto se ordino rigorosamente. Zio Kazbeki qui ha pancia, soltanto su ordine mio.

CORAZZIERI                  Bravo! Viva il Granduca!

IL PRINCIPE OBESO    Volpacchiotto, rispondigli. Ci sono io, qui con te.

IL NIPOTE                        Gli risponderò, e proprio in conformità con la dignità del tribunale. Imputato, rispetti la dignità del tribunale.

AZDAK                             Certamente. Le ordino andare avanti con interrogatorio.

IL NIPOTE                        Lei non ha niente da ordinare, a me. Lei sostiene, dunque, che i principi L’hanno costretta a dichiarare guerra. Come fa a sostenere, allora, che i principi hanno scassato la guerra?

AZDAK                             Non mandata abbastanza gente, frodato denari, adoperati cavalli malati, durante assalti sbronzati nei bordelli. Chiamo zio Kaz come testimone.

(I CORAZZIERI RIDONO)

IL NIPOTE                        Lei vuole sostenere la mostruosa tesi che i principi di questo paese non hanno combattuto?

AZDAK                             No. Principi combattevano. Combattevano per contratti forniture di guerra.

IL PRINCIPE OBESO    Questo è troppo. Quell’individuo parla come un tessitore.

AZDAK                             Veramente? Dico soltanto verità.

IL PRINCIPE OBESO    Impiccarlo! Impiccarlo!

1° CORAZZIERE            Piano piano. Prosegui, altezza.

IL NIPOTE                        Silenzio! Adesso emano sentenza: Lei deve essere impiccato. Per il collo. Lei perduta guerra. Sentenza pronunciata. Irrevocabile. Portatelo via!

IL PRINCIPE OBESO    (ISTERICAMENTE) Portatelo via! Portatelo via! Portatelo via!

AZDAK                             Giovanotto, La consiglio seriamente non cadere in pubblico in modi di parlare rotti, spezzati. Impossibile usarla come cane da guardia, se mugola come lupo. Capito?

IL PRINCIPE OBESO    Impiccarlo!

AZDAK                             Se la gente si accorge anche principi parlare parole come Granduca, insieme impiccare Granduca e principi. Intanto, cassare sentenza. Motivo: guerra perduta, ma non per principi. Principi guadagnata loro guerra. Hanno fatto pagare 3.863.000 piastre per cavalli, non consegnati.

IL PRINCIPE OBESO    Impiccarlo!

AZDAK                             8.240.000 piastre per vettovagliamento truppe, non fornito.

IL PRINCIPE OBESO    Impiccarlo!

AZDAK                             Sono vincitori, dunque. Guerra perduta soltanto per Georgia, come tale non presente a questo tribunale.

IL PRINCIPE OBESO    Credo che basta, amici miei. (A AZDAK) Tu puoi andare, pendaglio da forca. (AI CORAZZIERI) Adesso penso che potete confermare il nuovo giudice, amici miei.

1° CORAZZIERE            Sì, possiamo. Tirate giù la toga del giudice.

(UNO SALE SULLA SCHIENA DELL’ALTRO E TIRA GIU’ LA TOGA ALL’IMPICCATO)

1° CORAZZIERE            E adesso (AL NIPOTE) va’ via, che sul seggio giusto ci vada il culo giusto. (A AZDAK) Vieni avanti, su, mettiti sulla poltrona del giudice. ( AZDAK ESITA)  E siediti sopra, buon uomo.

(AZDAK E’ SPINTO A SEDERSI DAI CORAZZIERI)

1° CORAZZIERE            Era sempre un farabutto, il giudice, così adesso un farabutto dovrà essere giudice.

(GLI E’ MESSA ADDOSSO LA TOGA, E UN CESTO DA BOTTIGLIE SULLA TESTA)

1° CORAZZIERE            Guardate lì, che giudice!

IL NARRATORE             C’era la guerra civile, allora, nel paese, e il potente temeva.

C’era Azdak, allora, che fu fatto giudice dai corazzieri.

C’era il giudice Azdak, allora, per due anni.

Quando ardevano i grandi fuochi, e le città stavano nel sangue,

sono saliti su, dalle fogne, il ragno e lo scarafaggio.

Nel castello sta un macellaio, all’altare un bestemmiatore

e Azdak stava assiso nella sua toga di giudice.

(Azdak E’ seduto sulla poltrona di giudice, sbucciando una mela. Schauwa con una scopa spazza il locale. Da un lato un invalido su una sedia a rotelle, il medico accusato e uno zoppo vestito di stracci. Dall’altro lato un giovane accusato di ricatto. Un corazziere fa la guardia con lo stendardo dei corazzieri)

AZDAK                             In considerazione del grande numero di casi, la Corte, oggi, tratterà sempre due casi alla volta. Prima di incominciare, una breve comunicazione: Io ci sto. (TENDE LA MANO. SOLTANTO IL RICATTATORE TIRA FUORI DENARO E GLIELO DA’). Io mi riservo di imporre una pena (GUARDANDO L’INVALIDO) a una delle parti per oltraggio alla Corte. (AL MEDICO) Tu sei un medico, e tu (ALL’INVALIDO) lo accusi. Il medico è responsabile della tua condizione?

L’INVALIDO                     Sissignore. Ho avuto un colpo, per causa sua.

AZDAK                             Sarebbe trascuratezza professionale.

L’INVALIDO                     Peggio che trascuratezza. Ho dato denaro, a quest’uomo, per i suoi studi. Non mi ha mai restituito niente, e quando ho sentito che curava pazienti gratis, mi è preso un colpo.

AZDAK                             A buon diritto. (ALLO ZOPPO) E tu cosa vuoi, qui?

LO ZOPPO                      Io sono il paziente, vostra grazia.

AZDAK                             Ti ha curato la gamba?

LO ZOPPO                      Non quella giusta. Io avevo il reumatismo a quella sinistra, e sono stato operato a quella destra, e così adesso zoppico.

AZDAK                             E questo era gratis?

L’INVALIDO                     Gratis, un’operazione da 500 piastre! Per niente. Per un “Dio te ne renda merito”. E io, a quest’uomo, gli ho pagato gli studi! (AL MEDICO) Te l’hanno insegnato a scuola a operare gratuitamente?

IL MEDICO                      Vostra grazia, è consuetudine, effettivamente, ricevere l’onorario prima di una operazione, perché il paziente, prima dell’operazione, paga più volentieri che dopo. Nel caso presente, io ho creduto, quando mi sono messo a operare, che il mio domestico avesse già ricevuto l’onorario. Ma in questo, io mi sbagliavo.

L’INVALIDO                     Si sbagliava! Un buon medico non si sbaglia! Visita, prima di operare.

AZDAK                             Questo è giusto. (A SCHAUWA) Di cosa si tratta nell’altro caso, signor accusatore pubblico?

SCHAUWA                      (SCOPANDO ENERGICAMENTE) Ricatto.

IL RICATTATORE          Alta Corte, io sono innocente. Io ho soltanto voluto informarmi, presso il proprietario terriero in questione, se egli aveva effettivamente violentato sua nipote. Egli mi ha dichiarato amichevolmente di no, e mi ha dato il denaro soltanto perché io potessi farci studiare musica a mio zio.

AZDAK                             Aha! (AL MEDICO) Tu invece, dottore, per la tua colpa, non hai nessuna circostanza attenuante da esibire, no?

IL MEDICO                      Al massimo, che errare humanum est.

AZDAK                             E tu lo sai che un buon medico è conscio delle sue responsabilità, se si tratta di una faccenda di denaro? Io ho sentito di un medico che da un dito slogato ha cavato 1000 piastre, in quanto ha scoperto che avrebbe avuto a che vedere con la circolazione sanguigna, cosa che a un medico meno abile sarebbe forse sfuggita, e un’altra volta, con un accurato trattamento, di una qualunque cistifellea ne ha fatto una miniera d’oro. Tu non hai nessuna scusa, dottore. Uxu, il negoziante di grano, ha fatto studiare medicina a suo figlio, per fargli imparare il commercio, tanto sono efficaci, da noi, le facoltà di medicina. (AL RICATTATORE) Qual è il nome del proprietario terriero?

SCHAUWA                      Non vuole essere nominato in pubblico.

AZDAK                             Allora, io pronuncio le sentenze. Il ricatto è considerato come comprovato, dalla Corte, e tu (ALL’INVALIDO) sei condannato a 1000 piastre di ammenda. Se ti viene un colpo una seconda volta, il dottore deve curarti gratis, e eventualmente amputarti. (ALLO ZOPPO) Tu ricevi, come risarcimento, l’assegnazione di una bottiglia di acquavite francese. (AL RICATTATORE) Tu dovrai versare la metà del tuo onorario al pubblico accusatore, poiché il tribunale tace il nome del proprietario terriero, e inoltre ti viene impartito il consiglio di studiare medicina, poiché tu sei dotato per questa professione. E tu, dottore, per il tuo imperdonabile errore, nella tua specialità, sei assolto. Avanti altri casi!

IL NARRATORE             Ahiahi, se ci compiace costa caro, e se è caro non è sicuro,

e il diritto è una gatta nel sacco.

E perciò ci vuole un tipo che ci arrangia e ci raddrizza:

questo per noi lo fa, per quattro soldi, Azdak.

(DA UN CARAVANSERRAGLIO SULLA STRADA IMPERIALE ESCE AZDAK, SEGUITO DALL’ALBERGATORE, UN VECCHIO CON UNA LUNGA BARBA. DIETRO, UN SERVITORE E SCHAUWA CHE PORTANO LA POLTRONA DEL GIUDICE. UN CORAZZIERE CON LO STENDARDO SI METTE DI GUARDIA)

AZDAK                             Mettetela qui. Così si ha un po’ d’aria, almeno, e un po’ di profumo dal boschetto di limoni, laggiù. La giustizia va meglio, se agisce all’aria aperta. Il vento le soffia sulla gonna, su, e si può vedere cosa ci ha sotto. Schauwa, abbiamo mangiato troppo. Questi viaggi di ispezione sono logoranti. (ALL’ALBERGATORE) Si tratta di tua nuora?

L’ALBERGATORE         Vostra grazia, si tratta dell’onore della famiglia. Io presento denuncia a nome di mio figlio, che, per affari, è al di là della montagna. Questo è il servitore che si è reso colpevole, e questa è la mia sventurata nuora.

(SI FA AVANTI LA NUORA, UNA PERSONA IMPONENTE. E’ VELATA)

AZDAK                             (SI SIEDE) Io ci sto.

(L’ALBERGATORE GLI DA’ IL DENARO, SOSPIRANDO)

AZDAK                             Bene, le formalità sono rispettate, così. Si tratta di stupro?

L’ALBERGATORE         Vostra grazia, ho sorpreso il ragazzotto nella stalla dei cavalli, proprio mentre buttava giù sulla paglia la nostra Ludovica.

AZDAK                             Ottima, la stalla dei cavalli. Cavalli splendidi. Specialmente un piccolo fulvo mi è piaciuto.

L’ALBERGATORE         Naturalmente, a nome di mio figlio, ho subito interrogato Ludovica.

AZDAK                             (CON GRAVITA’) Ho detto che mi è piaciuto.

L’ALBERGATORE         (FREDDO) Davvero? Ludovica mi confessò subito che il servitore le era saltato addosso contro la sua volontà.

AZDAK                             Leva via il velo, Ludovica.

(LEI LO TOGLIE)

AZDAK                             Ludovica, tu piaci alla Corte. Racconta come è andata.

LUDOVICA                      (COME AVENDO IMPARATO A MEMORIA) Quando entrai nella stalla, per vedere il nuovo puledro, il servitore mi ha detto improvvisamente: ”Fa caldo, oggi”, e mi ha messo la mano sul seno sinistro. Io gli ho detto:” Non farlo”, ma lui ha continuato a palparmi indecentemente, e questo mi ha fatto rabbia. Prima che io potessi comprendere la sua peccaminosa intenzione, mi è venuto anche troppo vicino. Era fatta, quando mio suocero entrò e, sbagliando, mi ha preso a calci.

L’ALBERGATORE         (SPIEGANDO) A nome di mio figlio.

AZDAK                             (AL SERVITORE) Lo ammetti, che hai incominciato tu?

IL SERVITORE               Sissignore.

AZDAK                             Ludovica, li mangi volentieri, i dolci?

LUDOVICA                      Sì. I semi di girasole.

AZDAK                             Ci stai seduta a lungo volentieri nella tinozza del bagno?

LUDOVICA                      Una mezz’ora, o giù di lì.

AZDAK                             Signor accusatore pubblico, posa lì il tuo coltello per terra.

(SCHAUWA LO FA)

AZDAK                             Ludovica, va’, e prendi su il coltello dell’accusatore  pubblico.

(LUDOVICA VA, ANCHEGGIANDO, E RACCOGLIE IL COLTELLO. AZDAK LA INDICA)

AZDAK                             La vedete? Vedete come ancheggia? La parte colpevole è scoperta. Lo stupro è dimostrato. Con il tuo mangiar troppo, specialmente dolci, con il tuo rimanere a lungo nell’acqua tiepida, con la tua mollezza e con una pelle troppo delicata, tu lo hai violentato, questo poveretto. Tu credi di poter andare in giro con un sedere simile e poi di farla franca in giudizio? Questa è un’aggressione premeditata con un’arma pericolosa. Sei condannata a consegnare alla Corte quel piccolo fulvo, che tuo suocero è solito cavalcare a nome di suo figlio, e adesso vieni con me nella scuderia, affinché la Corte possa esaminare il luogo del delitto, Ludovica.

(SULLA STRADA IMPERIALE DELLA GEORGIA AZDAK, SEDUTO SULLA SUA POLTRONA, E’ PORTATO DA UN LUOGO ALL’ALTRO DAI SUOI CORAZZIERI. DIETRO A LUI SCHAUWA, CHE TRASCINA LA FORCA E IL SERVITORE CHE CONDUCE IL PICCOLO FULVO)

IL NARRATORE             Quando i grandi se le danno, quelli in basso festa fanno,

non soffrono rapine e dammiquà!

In Georgia sempre a spasso, tra una pena e un contrappasso,

ci va il giudice dei poveri, che è Azdak.

                                           Lui dai ricchi via portava, ai suoi pari regalava,

                                           il suo segno era una goccia, cade giù, di ceralacca.

                                           Dai bricconi era protetto, quel corrotto benedetto,

                                           piace molto al poveretto, quell’Azdak.

                                           Dal tuo prossimo hai da andare, lame aguzze ha da portare,

                                           e non biblici versetti, non precetti!

                                           No le prediche noiose, sì le lame portentose:

                                           e ai prodigi, tante volte, crede Azdak.

(LA POLTRONA DA GIUDICE DI AZDAK E’ IN UN’OSTERIA. TRE GRANDI PROPRIETARI TERRIERI STANNO DAVANTI A AZDAK, AL QUALE SCHAUWA PORTA VINO. IN UN ANGOLO STA UNA VECCHIA CONTADINA. SULLA PORTA APERTA, E FUORI, GLI ABITANTI DEL VILLAGGIO COME SPETTATORI. UN CORAZZIERE FA LA GUARDIA CON LO STENDARDO DEI CORAZZIERI)

AZDAK                             Il signor accusatore pubblico ha la parola.

SCHAUWA                      Si tratta di una vacca. L’accusata ha nella sua stalla, da cinque settimane, una vacca che appartiene al grande proprietario Suru. E’ stata anche trovata in possesso di un prosciutto rubato, e al grande proprietario Schuteff sono state uccise diverse vacche, quando ha invitato l’accusata a pagare l’affitto di un campo.

GRANDI PROPRIET.    -   Si tratta del mio prosciutto, vostra grazia.

-Si tratta della mia vacca, vostra grazia.

-Si tratta del mio campo, vostra grazia.

AZDAK                             Mammina, cosa hai da rispondere?

LA VECCHIA                  Vostra grazia, cinque settimane fa, una notte, verso il mattino, si è bussato alla mia porta, e fuori ci stava un uomo barbuto con una vacca, e ha detto:” Cara donna, io sono il miracoloso San Bandito, e dato che tuo figlio è caduto in guerra, io ti porto questa vacca come un ricordo. Prendine cura”.

GRANDI PROPRIET.    -   Il brigante Irakli, vostra grazia!

-Suo cognato, vostra grazia, il ladro di bestiame, l’incendiario!

-Bisogna tagliargli la testa!

(DA FUORI, IL GRIDO DI UNA DONNA. LA FOLLA SI AGITA, CEDE IL PASSO. ENTRA IL BRIGANTE IRAKLI, CON UNA SCURE GIGANTESCA)

GRANDI PROPRIET.    Irakli! (SI FANNO IL SEGNO DELLA CROCE)

IRAKLI                              Gran buona sera, miei cari! Un bicchiere di vino!

AZDAK                             Signor pubblico accusatore, un boccale di vino per l’ospite. E chi sei, tu?

IRAKLI                              Io sono un eremita pellegrino, vostra grazia, e sono riconoscente di questa elemosina. (SVUOTA IL BICCHIERE CHE SCHAUWA HA PORTATO) Ancora uno.

AZDAK                             Io sono Azdak. (SI ALZA E FA UN INCHINO, ANCHE IL BRIGANTE SI INCHINA) La Corte dà il suo benvenuto all’eremita straniero. Prosegui il racconto, mammina.

LA VECCHIA                  Vostra grazia, la prima notte io non sapevo ancora che San Bandito poteva fare miracoli, c’era soltanto la vacca. Ma un paio di giorni dopo sono venuti di notte i servitori del grande proprietario e volevano riprendermi la vacca. Ma allora, davanti alla mia porta, si sono voltati e sono tornati indietro senza la vacca, e a quelli gli sono spuntati bernoccoli grossi come un pugno, in testa. Allora ho saputo, così, che San Bandito aveva trasformato i loro cuori e ne aveva fatto tanta buona gente.

(IL BRIGANTE RIDE)

1° PROPRIETARIO        Io lo so cosa li ha trasformati.

AZDAK                             Molto bene. Ce lo dirai più tardi. Prosegui!

LA VECCHIA                  Vostra grazia, quello dopo, che è diventato un buon uomo, è stato il grande proprietario Schuteff, un demonio, lo sanno tutti. Ma San Bandito ha fatto in modo che quello mi ha condonato l’affitto del piccolo campo.

2° PROPRIETARIO        Perché le mie vacche sono state sgozzate al pascolo.

(IL BRIGANTE RIDE)

LA VECCHIA                  E poi è arrivato il prosciutto, un mattino, volando attraverso la finestra. Mi ha beccato qui nella schiena, che ci zoppico ancora adesso, Lei vede, vostra grazia. (FA UN PAIO DI PASSI)

(IL BRIGANTE RIDE)

LA VECCHIA                  Io chiedo, vostra grazia: Quand’è che uno ha portato a una povera vecchia un prosciutto, a meno di un miracolo?

(IL BRIGANTE PRENDE A SINGHIOZZARE)

AZDAK                             (LASCIANDO LA POLTRONA) Mammina, questa è una questione che colpisce al cuore la Corte. Sii gentile, siediti qua.

(LA VECCHIA SI SIEDE TREMANDO SULLA POLTRONA DA GIUDICE. AZDAK SI SIEDE PER TERRA, CON IL SUO BICCHIERE DI VINO)

AZDAK                             Mammina, io quasi ti chiamerei Mamma Georgia, l’addolorata,

                                           la depredata, che i suoi figli sono in guerra,

                                           la massacrata a pugni, piena di speranza,

                                           quella che piange, perché ha ricevuto una vacca,

                                           quella che si meraviglia, se non la picchiano.

                                           Mammina, giudica, noi dannati, con clemenza! (URLANDO, AI GRANDI PROPRIETARI) Confessate che non credete nei miracoli, voi miscredenti! Ognuno di voi è condannato a 500 piastre di ammenda per empietà. Fuori!

(I GRANDI PROPRIETARI ESCONO DI SOPPIATTO)

AZDAK                             E tu, mammina, e tu, sant’uomo, vuotatevi un boccale di vino con il pubblico accusatore e con Azdak.

IL NARRATORE             Così ha spezzato le leggi come un pane che li nutre

                                           e ha trasportato il popolo alla riva sui rottami del diritto,

                                           e i miseri e i semplici hanno avuto, finalmente, finalmente,

                                           uno che si corrompe a mani vuote, il nostro Azdak.

                                          

                                           Settecentoventi giorni ha pesato con le sue false bilance

                                           tutte quelle querele, e parlò da plebe a plebe,

                                           sopra la poltrona di giudice, sotto il palo della forca,

                                           ha spartito il suo diritto adulterato, il nostro Azdak.

                                          

                                           Allora ebbe fine il tempo del disordine, ritornò il Granduca,

                                           ritornò la moglie del Governatore, e si è fatto un processo,

                                           molta gente è morta, sono bruciati di nuovo i sobborghi, ebbe paura Azdak.

(LA POLTRONA DA GIUDICE DI AZDAK E’ DI NUOVO NEL CORTILE DEL TRIBUNALE. AZDAK E’ SEDUTO IN TERRA, AGGIUSTANDOSI UNA SCARPA, E PARLA A SCHAUWA. CHIASSO DA FUORI. DIETRO AL MURO PASSA LA TESTA DEL PRINCIPE OBESO, SOPRA LA PUNTA DI UNA LANCIA)

AZDAK                             Schauwa, i giorni della tua servitù sono ormai contati, forse anche i minuti. Ti ho tenuto il più a lungo possibile con il morso ferreo della ragione, che ti ha lacerato a sangue la bocca, ti ho frustato con argomenti razionali e ti ho maltrattato con la logica. Tu sei, per natura, un uomo debole, e se ti si butta astutamente un motivo, tu devi divorartelo avidamente, non sai  trattenerti. Tu devi, per natura, leccare le mani a un essere superiore, ma ci possono essere esseri superiori di vario genere, e adesso arriva la tua liberazione, e tu puoi seguire di nuovo, tra poco, le tue pulsioni, che sono basse, e il tuo infallibile istinto, che ti insegna che tu devi piantare le tue spesse suole sopra la faccia della gente. Perché il tempo della confusione e del disordine è passato, e non è ancora arrivata la grande epoca che io ho trovato scritta nella canzone del Caos, che adesso noi canteremo insieme, ancora una volta, pensando a questa età meravigliosa. Siediti, e cerca di non stonare. E niente paura, che si può ascoltare, e ha un ritornello che piace.

                                          

                                           Sorella, velati la faccia, fratello, prendi il tuo coltello,

                                           il tempo è sottosopra.

                                           Il figlio del notabile, chi più lo riconosce?

                                           Il figlio di signora è un figlio della serva.

                                           Già i consiglieri cercano rifugio su in soffitta,

                                           chi stava sotto i ponti, adesso dorme in letto.

                                           Chi faticava al remo, adesso ci ha le navi,

                                           le guarda il proprietario, che non sono più sue.

                                           Cinque uomini spediti a servire i padroni

                                           dicono: Andate voi, che noi siamo arrivati.

SCHAUWA                      Oh, oh, oh, oh!

AZDAK                             Dove sei, generale? Ti prego e ti riprego, ristabilisci l’ordine! Sì, sarebbe andata così, all’incirca, se l’ordine fosse stato trascurato più a lungo. Ma adesso è ritornato nella capitale il Granduca, che io, bue, gli ho salvato la vita, e i persiani gli hanno prestato un esercito, per ristabilire l’ordine. I sobborghi sono già in fiamme. Prendimi quel grosso libro, che è stato sempre la mia base.

(SCHAUWA gli prende il grosso libro dalla poltrona di giudice, e Azdak lo apre)

AZDAK                             Questo è il codice, e io l’ho adoperato sempre, tu puoi testimoniare.

SCHAUWA                      Sì, come base per starci seduto sopra.

AZDAK                             E’ meglio che me lo consulti, adesso, quello che possono spararmi addosso. Perché con i miserabili io sono stato indulgente, questo mi costerà caro. Ho aiutato la povertà a tenersi su, con le sue deboli gambe, e adesso mi impiccheranno per ubriachezza. Ho guardato nelle tasche dei ricchi, e questa è una bestemmia. E non posso nascondermi in nessun posto, perché ho aiutato tutti quanti.

SCHAUWA                      Viene qualcuno.

AZDAK                             E’ la fine. Ma a nessuno io farò il piacere di dimostrare grandezza umana. Ti prego in ginocchio di avere compassione, non andartene via, adesso, la saliva mi è asciugata in bocca. Ho paura di morire.

(ENTRA NATELLA ABASCHWILI, LA MOGLIE DEL GOVERNATORE, CON L’AIUTANTE SHALVA E UN CORAZZIERE)

MOGLIE GOV.                 Che animale è quello, Shalva?

AZDAK                             Un animale domestico, vostra grazia, uno docile nel servire.

L’AIUTANTE SHALVA  Natella Abaschwili, la moglie del defunto Governatore, è appena ritornata, e cerca suo figlio di due anni, Michele Abaschwili. E’ venuta a sapere che il bambino è stato trascinato via sulle montagne da una donna che fu già alle sue dipendenze.

AZDAK                             Sarà ritrovato, altezza illustrissima, agli ordini.

L’AIUTANTE SHALVA  Quella persona, sembra, fa passare il bambino per suo.

AZDAK                             Sarà decapitata, altezza illustrissima, agli ordini.

L’AIUTANTE SHALVA  Questo è tutto.

MOGLIE GOV.                 (ANDANDO VIA) Quest’uomo non mi piace.

AZDAK                             Sarà sistemato tutto quanto, altezza illustrissima. Agli ordini.

V.Il cerchio di gesso

IL NARRATORE             Ascoltate ora la storia del processo per il figlio del Governatore Abaschwili

                                           con l’identificazione della vera madre

                                           mediante la famosa prova del cerchio di gesso.

(NEL CORTILE DEL TRIBUNALE A NUKHA. I CORAZZIERI PORTANO MICHELE DENTRO, E POI OLTRE IL CORTILE, SUL FONDO. UN CORAZZIERE CON LA SUA LANCIA TRATTIENE GRUSCHA SOTTO LA PORTA, FINCHE’ IL BAMBINO NON E’ CONDOTTO VIA. POI VIENE FATTA ENTRARE. ACCANTO A LEI LA CUOCA DELLA CASA DEL FU GOVERNATORE ABASCHWILI. DA LONTANO, RUMORI E FUOCHI)

GRUSCHA                      E’ in gamba, sa lavarsi già da solo.

LA CUOCA                      Hai fortuna, tu, che non è affatto un giudice autentico, è Azdak. E’ un ubriacone e non capisce niente, e i più grandi ladri, con lui, l’hanno già fatta franca. Poiché rimescola tutto e la gente ricca non lo corrompe mai abbastanza, certe volte, con lui, ce la caviamo bene, noi.

GRUSCHA                      Ne ho bisogno, oggi, di fortuna.

LA CUOCA                      Zitta, che porta male. (SI FA IL SEGNO DI CROCE) Credo che è meglio che dico un altro rosario, perché il giudice sia ubriaco. (PREGA MUOVENDO LE LABBRA IN SILENZIO, MENTRE GRUSCHA SI GUARDA INTORNO, CERCANDO INVANO IL BAMBINO) Soltanto non capisco perché vuoi tenertelo per forza, se non è tuo, di questi tempi.

GRUSCHA                      E’ mio, me lo sono allevato io.

LA cuoca                      E non hai pensato, allora, cosa capitava, se quella ritornava?

GRUSCHA                      Prima ho pensato che glielo davo indietro, e poi ho pensato che quella non ritornava.

LA CUOCA                      E anche un vestito in prestito tiene caldo, no?

(GRUSCHA FA SEGNO DI SI’)

LA CUOCA                      Io, per te, ti giuro quello che vuoi, perché sei una brava persona. (RECITA A MEMORIA) Io l’ho preso a balia per 5 piastre, e Gruscha lo ha ripreso la domenica di Pasqua, la sera, perché c’erano i disordini. (VEDE IL SOLDATO CHACHAVA CHE SI AVVICINA) Ma con Simon hai agito male, io ho parlato con lui, non riesce a capire.

GRUSCHA                      (CHE NON LO VEDE) Adesso non posso mica preoccupami per quell’uomo, se non capisce niente.

LA CUOCA                      Lo ha capito, che il bambino non è tuo, ma che tu sei maritata e non sei più libera, finché la morte non ti separa, questo non lo riesce a capire.

(GRUSCHA LO VEDE E LO SALUTA)

SIMON                              (CUPO) Vorrei dichiarare alla signora che io sono pronto a giurare. Il padre del bambino sono io.

GRUSCHA                      (A BASSA VOCE) Va bene, Simon.

SIMON                              Vorrei anche dichiarare che così non mi impegno a niente, e la signora nemmeno.

LA CUOCA                      Non ce n’è bisogno. Lei è sposata, lo sai.

SIMON                              Questo è affar suo, e non c’è bisogno di insisterci sopra.

(ENTRANO DUE CORAZZIERI)

CORAZZIERI                  -   Dov’è il giudice?

                                           -   Qualcuno ha visto il giudice?

GRUSCHA                      (CHE SI E’ GIRATA E NASCONDE LA FACCIA) Mettiti qui davanti a me. Non avrei dovuto venire a Nukha. Se incontro il corazziere, che l’ho picchiato in testa…

UNO DEI CORAZZIERI     (CHE HA PORTATO IL BAMBINO, ENTRANDO) Il giudice non sta qui.

(I DUE CORAZZIERI CERCANO ANCORA)

LA CUOCA                      C’è da sperare che non gli è capitato niente. Con un altro, hai meno probabilità di quanti denti in bocca ha una gallina.

(ENTRA UN ALTRO CORAZZIERE)

UNO DEI CORAZZIERI     (CHE HA CERCATO IL GIUDICE, ANNUNCIA) Qui ci stanno soltanto due vecchi e un bambino. Il giudice è filato via.

IL BRIGADIERE             Cercare ancora!

(I DUE PRIMI CORAZZIERI ESCONO IN FRETTA, IL TERZO RIMANE IMMOBILE. GRUSCHA GETTA UN GRIDO. IL CORAZZIERE SI VOLTA. E’ IL BRIGADIERE, E HA UNA GRANDE CICATRICE SU TUTTA LA FACCIA).

IL CORAZZIERE            (SULLA PORTA) Cosa succede, Schotta, La conosci?

IL BRIGADIERE             (DOPO AVER GUARDATO A LUNGO GRUSCHA) No.

IL CORAZZIERE            (SULLA PORTA) Dev’essere quella che ha rapito il figlio di Abaschwili. Se ne sai qualche cosa, puoi farti un bel mucchio di soldi, Schotta.

(IL BRIGADIERE ESCE BESTEMMIANDO)

LA CUOCA                      Era lui?

(GRUSCHA FA SEGNO DI SI’)

LA CUOCA                      Credo che terrà chiuso il becco. Altrimenti, dovrebbe confessare che correva dietro al bambino.

GRUSCHA                      (CON SOLLIEVO) L’avevo dimenticato, quasi, che io lo avevo salvato da quelli, il bambino…

(ENTRA LA MOGLIE DEL GOVERNATORE CON L’AIUTANTE SHALVA E DUE AVVOCATI)

MOGLIE GOV.                 Dio sia lodato, che almeno qui non c’è gente del popolo. Non posso sopportarne l’odore, mi viene subito l’emicrania.

1° AVVOCATO                La prego, gentile signora. Sia prudente quanto più è possibile, con quello che dice, finché non avremo un altro giudice.

MOGLIE GOV.                 Ma io non ho proprio detto niente, ancora, Illo Schuboladze. Io amo il popolo, con il suo animo semplice e sincero, è soltanto l’odore che mi fa venire l’emicrania.

2° AVVOCATO                Non ci saranno quasi spettatori. La maggior parte della gente sta in casa, a porte chiuse, per i disordini nei sobborghi.

MOGLIE GOV.                 E’ questa, quella persona?

1° AVVOCATO                La prego, gentile Natella Abaschwili, si astenga da ogni invettiva, finché non sarà sicuro che il Granduca ha nominato il nuovo giudice e noi ci siamo liberati dal giudice che, al momento, è in funzione, che è di sicuro il più ignobile che si è mai visto in toga. Ma sembra che le cose si stanno già muovendo, guardi.

(NEL CORTILE ENTRANO CORAZZIERI. DUE CORAZZIERI HANNO INCOMINCIATO A FISSARE UNA CORDA ALLA COLONNA. AZDAK E’ PORTATO IN CATENE. DIETRO A LUI, PURE INCATENATO, SCHAUWA).

(DIETRO ANCORA, I TRE GRANDI PROPRIETARI)

UN CORAZZIERE         Volevi tentare di fuggire, eh? (COLPISCE AZDAK)

UN PROPR. TERR.       Via la toga, prima che sia impiccato!

(CORAZZIERI E GRANDI PROPRIETARI STRAPPANO VIA LA TOGA A AZDAK. SI VEDONO I SUOI ABITI STRACCIATI. POI UNO GLI DA’ UN COLPO)

1° CORAZZIERE            (SPINGENDOLO VERSO UN ALTRO) Vuoi un sacco di giustizia? E’ qua!

2° CORAZZIERE            (SPINGENDOLO VERSO L’ALTRO) Non ne voglio!

1° CORAZZIERE            (SPINGENDOLO VERSO L’ALTRO) Io nemmeno!

2° CORAZZIERE            (SPINGENDOLO VERSO L’ALTRO) Prendine!

1° CORAZZIERE            (SPINGENDOLO VERSO L’ALTRO) Ma niente affatto!

2° CORAZZIERE            (SPINGENDOLO VERSO L’ALTRO) Me ne frego, io!

(GRIDANDO SI GETTANO AZDAK L’UNO VERSO L’ALTRO, FINCHE’ NON CROLLA A TERRA, POI VIENE RISOLLEVATO E TRASCINATO SOTTO IL NODO SCORSOIO)

MOGLIE GOV.                 (che durante questi passaggi di palla con azdak ha applaudito istericamente) Quell’uomo mi è stato antipatico già al primo sguardo.

AZDAK                             (SANGUINANDO E ANSANDO) Non ci vedo più, datemi uno straccio.

UN ALTRO CORAZ.      Cosa vuoi vedere, tu?

AZDAK                             Voi, cani. (SI ASCIUGA CON LA CAMICIA IL SANGUE SUGLI OCCHI) Che Dio vi benedica, cani! Come va, cani? Come sta il mondo dei cani, puzza bene? C’è di nuovo uno stivale da leccare? Avete ricominciato a sbranarvi a morte, cani?

(UN CAVALIERE COPERTO DI POLVERE E’ ENTRATO CON IL BRIGADIERE. HA ESTRATTO CARTE DA UN SACCO DI CUOIO, E LE HA SFOGLIATE. ORA INTERVIENE)

IL CAVALIERE               Alt. Qui c’è il decreto del Granduca, che riguarda le nuove nomine.

COPERTO DI POLV.

IL BRIGADIERE             (URLANDO) Silenzio.

(TACCIONO TUTTI)

IL CAVALIERE               A proposito del nuovo giudice, si legge: Noi nominiamo un uomo,

COPERTO DI POLV.     al quale è dovuta la salvezza di una vita preziosissima per il paese, un certo Azdak di Nukha. Chi è?

SCHAUWA                      (INDICANDO AZDAK) Quello sotto la forca, eccellenza.

IL BRIGADIERE             (URLANDO) Cosa succede, qui?

UN CORAZZIERE         Permettetemi di informarvi che sua grazia era già sua grazia e su denuncia di questi grandi proprietari è stato segnalato come nemico del Granduca.

IL BRIGADIERE             (AI GRANDI PROPRIETARI) Portateli via!

(VENGONO TRASCINATI FUORI MENTRE FANNO CONTINUE RIVERENZE)

IL BRIGADIERE             Pensateci voi, che sua grazia non abbia più alcuna molestia.(ESCE CON IL CAVALIERE COPERTO DI POLVERE)

LA CUOCA                      (A SCHAUWA) Lei ha battuto le mani. Spero che lui l’abbia vista.

1° Avvocato                E’ una catastrofe.

(AZDAK E’ SVENUTO. VIENE PORTATO GIU’, RITORNA IN SE’, VIENE VESTITO DI NUOVO CON LA TOGA, ESCE VACILLANDO DAL GRUPPO DEI CORAZZIERI)

CORAZZIERI                  -   Non ci porti rancore, vostra grazia!

                                           -   Cosa desidera, vostra grazia?

AZDAK                             Niente, fratelli cani. Uno stivale da leccare, se mai. (A SCHAUWA) A te concedo la grazia.

(SCHAUWA VIENE SLEGATO)

AZDAK                             Portami un po’ di vino rosso, dolce.

(SCHAUWA ESCE)

AZDAK                             Sparire, che ho un caso da giudicare.

(ESCONO I CORAZZIERI. SCHAUWA RITORNA CON UN BOCCALE DI VINO. AZDAK BEVE A LUNGO)

AZDAK                             Qualche cosa sotto il mio culo!

(SCHAUWA PORTA IL CODICE, LO METTE SULLA POLTRONA DA GIUDICE. AZDAK SI SIEDE SOPRA)

AZDAK                             Io ci sto!

(LE FACCE DEGLI ACCUSATORI, TRA I QUALI HA LUOGO UNA CONSULTAZIONE PREOCCUPATA, MOSTRANO UN SORRISO DI SOLLIEVO. SI SENTE BISBIGLIARE)

LA CUOCA                      Ahimè!

SIMON                              “Con la rugiada non si riempie un pozzo”, come si dice.

1° AVVOCATO                (SI AVVICINA CON IL SECONDO A AZDAK, CHE LI GUARDA SPERANZOSO) Un caso assolutamente ridicolo, vostra grazia.

2° AVVOCATO                La parte avversa ha rapito il bambino e si rifiuta di restituirlo.

AZDAK                             (TENDE A QUELLI LA MANO APERTA, GUARDANDO VERSO GRUSCHA) Una persona molto attraente.

(GLI DANNO DI PIU’)

AZDAK                             Il dibattito è aperto, e chiedo la piena verità. (A GRUSCHA) Da te, specialmente.

1° AVVOCATO                Alta Corte! Il sangue, si dice proverbialmente, non è acqua. Questa antica saggezza…

AZDAK                             La Corte desidera sapere qual è l’onorario dell’avvocato.

1° AVVOCATO                (STUPITO) Come dice?

(AZDAK SI SFREGA AMABILMENTE POLLICE E INDICE)

1° AVVOCATO                Ah, bene! 500 piastre, vostra grazia, per rispondere all’inconsueta questione della Corte.

AZDAK                             Avete sentito? La questione è inconsueta. Io la pongo perché io La sto a sentire ben diversamente, se so che Lei è in gamba.

1° AVVOCATO                (SI INCHINA) Ringrazio vostra grazia. Alta Corte! I legami di sangue sono i più forti fra tutti i legami. Madre e figlio, c’è una relazione più intima? Si può strappare, a una madre, il suo bambino? Alta Corte! Lo ha concepito nella sacra estasi dell’amore, lo ha portato nel suo corpo, lo ha nutrito con il suo sangue, lo ha partorito nel dolore. Alta Corte! Si può vedere bene come la stessa tigre selvaggia, privata dei suoi piccoli, va errando senza tregua per i monti, diventando magra come un’ombra. La natura medesima…

AZDAK                             (Lo interrompe. A Gruscha) Che cosa puoi rispondere, tu, a questo e a tutto quello che il signor avvocato ha ancora da dire?

GRUSCHA                      E’ mio.

AZDAK                             Questo è tutto? Io spero che lo potrai provare. In ogni caso, ti consiglio di dirmi perché credi che io ti devo assegnare il bambino.

GRUSCHA                      Io l’ho allevato meglio che sapevo e credevo, e gli ho sempre trovato qualche cosa da mangiare. Ha avuto un tetto sopra la testa, di solito, e per lui mi sono arrivate disgrazie di tutti i generi, e per lui molte spese. Non ho mai guardato alla mia comodità. Il bambino l’ho educato alla gentilezza con tutti quanti, e al lavoro, fin dal primo momento, appena ha potuto, che è ancora piccolo.

1° AVVOCATO                Vostra grazia, è significativo che questa stessa persona non faccia valere per niente i legami di sangue tra lei e il bambino.

AZDAK                             La Corte ne prende atto.

1° AVVOCATO                Grazie, vostra grazia. Permetta che una madre, profondamente abbattuta, che già ha perduto suo marito e adesso deve ancora temere di perdere anche il suo bambino, Le rivolga qualche parola. Gentile Natella Abaschwili…

MOGLIE GOV.                 (A BASSA VOCE) Signor mio, un destino terribilmente crudele mi costringe a chiederLe che mi sia restituito il mio caro bambino. Non tocca a me descriverLe gli strazi spirituali di una madre derubata, le angosce, le notti insonni, le …

2° AVVOCATO                (INTERROMPENDO) E’ inaudito, come si tratta questa donna. Le si vieta l’ingresso nel palazzo di suo marito, le vengono bloccati i redditi dei suoi beni, le si dice a sangue freddo che questi sono vincolati all’erede, e lei non può intraprendere niente senza il bambino, non può pagare i suoi avvocati! (AL PRIMO AVVOCATO, CHE, DISPERATO DEL SUO INTERVENTO, GLI FA FRENETICAMENTE SEGNO DI TACERE)  Caro Illo Schuboladze, perché non si deve dire che, alla fine, si tratta dei beni degli Abaschwili?

1° AVVOCATO                La prego, egregio Sandro Oboladze! Eravamo d’accordo… ( A AZDAK) E’ esatto, ben inteso, che l’esito del processo decide anche di questo, se la nostra nobile cliente ottiene di poter disporre degli enormi beni degli Abaschwili, ma io dico apposta questo “anche”, e cioè che, in primo piano, c’è l’umana tragedia di una madre, come Natella Abaschwili ha ricordato con ragione all’inizio delle sue sconvolgenti dichiarazioni. Se anche Michele Abaschwili non fosse l’erede dei beni, sarebbe pur sempre il figlio, ardentemente amato, della mia cliente!

AZDAK                             Alt! La Corte è sensibile alla menzione dei beni, come a una dimostrazione di umanità.

2° AVVOCATO                Grazie, vostra grazia. Caro Illo Schuboladze, in ogni caso noi possiamo provare che la persona che ha rapito con sé il bambino non è la madre del bambino! Mi permetta di sottoporre alla Corte i nudi fatti. Il bambino Michele Abaschwili fu abbandonato, alla fuga della madre, per uno sventurato concatenarsi di circostanze. La Gruscha, sguattera a palazzo, era presente in quella domenica di Pasqua, e fu osservata che si dava da fare con il bambino…

LA CUOCA                      La signora si preoccupava soltanto dei vestiti da portare via.

2° AVVOCATO                (IMPASSIBILE) Circa un anno più tardi, la Gruscha è comparsa con un bambino in un villaggio di montagna e si legò in matrimonio con…

AZDAK                             Come ci sei arrivata, in quel villaggio di montagna?

GRUSCHA                      A piedi, vostra grazia, e quello era il mio.

SIMON                              Io sono il padre, vostra grazia.

LA CUOCA                      Era a balia da me, vostra grazia, per 5 piastre.

AZDAK                             Sei tu, che lei ha sposato nel villaggio di montagna?

SIMON                              No, vostra grazia. Ha sposato un contadino.

AZDAK                             (FA SEGNO A GRUSCHA DI ACCOSTARSI) Perché? (ACCENNANDO A SIMON) Non vale niente, a letto? Di’ la verità.

GRUSCHA                      Non ci siamo arrivati, fin là. Io mi sono maritata per il bambino. Così ha avuto un tetto sopra la testa. (ACCENNANDO A SIMON) Lui era in guerra, vostra grazia.

AZDAK                             E adesso vuole ritornare con te, eh?

SIMON                              Vorrei far mettere a verbale…

GRUSCHA                      (IRATA) Io non sono più libera, vostra grazia.

AZDAK                             E il bambino, tu dici, ti è arrivato prostituendoti? (POICHE’ GRUSCHA NON RISPONDE) Ti faccio una domanda: che razza di bambino è questo? E’ un cencioso bastardo di strada o un ricco di buona famiglia?

GRUSCHA                      (IRATA) E’ un bambino come ce n’è tanti.

AZDAK                             Intendo dire: piccolo piccolo, aveva lineamenti fini?

GRUSCHA                      Aveva un naso in faccia.

AZDAK                             Aveva un naso in faccia. Io, questa, la considero una risposta importante. Si racconta di me che, una volta, prima di dare una sentenza, sono uscito fuori, a respirare il profumo di un cespuglio di rose. Sono astuzie che oggi sono ancora necessarie. Adesso taglio corto, e non starò più a sentire le vostre menzogne (A GRUSCHA), specialmente le tue. Posso immaginare bene (AL GRUPPO DEGLI ACCUSATORI) quello che vi siete fabbricati insieme, per fottermi, io vi conosco. Siete tutti truffatori.

GRUSCHA                      (IMPROVVISAMENTE) Ci credo, io, che Lei vuole tagliar corto, dopo aver visto quello che ha preso.

AZDAK                             Chiudi il becco. Ti ho preso qualche cosa?

GRUSCHA                      (PER QUANTO LA CUOCA TENTI DI TRATTENERLA) Perché non ho niente.

AZDAK                             Proprio così. Da voi, morti di fame, non prendo niente, da poterci crepare io, di fame. Voi volete la giustizia, ma la volete pagare? Se andate dal macellaio, lo sapete che dovete pagare, ma andate dal giudice come a un banchetto funebre.

SIMON                              (A VOCE ALTA) Si dice: ”Quando portarono a ferrare il cavallo, fu un tafano a tendere le zampe”.

AZDAK                             (ACCETTANDO LA SFIDA, ALLEGRO) “Meglio un tesoro nel letamaio, che una pietra nella sorgente”.

SIMON                              “Disse al verme il pescatore: Bella giornata, non andiamo a pescare?”

AZDAK                             “Sono padrone di me stesso, disse il servo, e si tagliò via un piede”.

SIMON                              “Io vi amo come un padre, disse lo zar ai contadini, e fece tagliare la testa allo zarevic”.

AZDAK                             “E’ il pazzo il peggior nemico del pazzo”.

SIMON                              Però “Il peto non ha naso”.

AZDAK                             10 piastre di ammenda per parole sconvenienti davanti al tribunale, che così impara cosa è la giustizia.

GRUSCHA                      Questa è giustizia pulita. Tu ci ripulisci, perché non possiamo parlare così raffinato come quella lì, con i suoi avvocati.

AZDAK                             E’ così. Siete troppo scemi, voi. E’ soltanto giusto, che vi bastonano sulla zucca.

GRUSCHA                      E’ perché tu vuoi dare il bambino a quella là, mentre quella è troppo fine per aver imparato come si fa per asciugarlo! Tu non ne sai più di me, di giustizia, te lo dico io.

AZDAK                             E’ piuttosto vero. Sono un uomo ignorante, ho calzoni stracciati, sotto la mia toga, guardaci tu! Con me, tutto finisce nel mangiare e nel bere, sono stato educato in un seminario. In ogni caso, anche a te do una multa di 10 piastre, per oltraggio alla Corte. E, in più, sei una persona totalmente stupida, che mi esasperi contro di te, invece di mandarmi occhiate dolci e girarmi un po’ il tuo sedere, tanto da rendermi benevolo. 20 piastre!

GRUSCHA                      Diventassero 30, ti dico cosa penso della tua giustizia, zucca sbronza che sei. Come puoi avere tanto coraggio, da parlarmi come un signore, come quell'Isaia che spunta là alla vetrata della chiesa? Quando ti hanno tirato fuori da tua madre, non era già previsto che le avresti dato una botta sulle dita, se prendeva da qualche parte una ciotolina di miglio, e non ti vergogni quando vedi che tremo davanti a te? Ma tu hai lasciato che ti riducessero a loro schiavo, che non si tolgano le  case a quelli, perché se le sono prese, e da quando le case appartengono alle cimici? Ma tu ci fai la guardia, altrimenti non potrebbero trascinarci gli uomini in guerra, tu, venduto!

(AZDAK SI ALZA, RAGGIANTE, CON IL SUO PICCOLO MARTELLO BATTE MOLLEMENTE SUL TAVOLO, COME PER IMPORRE SILENZIO, MA POICHE’ GLI INSULTI DI GRUSCHA CONTINUANO, LE BATTE SOLTANTO IL TEMPO)

GRUSCHA                      Io non ho niente rispetto, davanti a te. Niente più che davanti a un ladro o un bandito con il coltello, che fa quello che vuole. Tu puoi portarmelo via, il bambino, cento contro uno, ma io ti dico soltanto una cosa: Per un mestiere come il tuo, si devono scegliere soltanto violentatori di minorenni e prestatori per usura, per castigo, che così devono stare seduti sopra i loro simili, che è peggio che stare appesi a una forca.

AZDAK                             (SI SIEDE) Adesso sono 30, e non sto più qui a litigare con te come all’osteria, che ne andrebbe di mezzo la mia dignità di giudice. E poi, non ci provo più gusto, per il tuo caso. Dove sono i due che devono divorziare? (A SCHAUWA) Portali qui. Metto da parte il caso presente per un quarto d’ora.

1° AVVOCATO                (MENTRE SCHAUWA ESCE) Se noi non dichiariamo più niente, abbiamo la sentenza in tasca, gentile signora.

LA CUOCA                      Ti sei guastato tutto, con quello. Adesso te lo toglie, il bambino.

(ENTRA UNA COPPIA VECCHISSIMA)

MOGLIE GOV.                 Shalva, la mia boccetta dei sali.

AZDAK                             Io ci sto.

(I VECCHI NON CAPISCONO)

AZDAK                             Sento che volete divorziare. Da quanto state insieme?

LA VECCHIA                  40 anni, vostra grazia.

AZDAK                             E perché volete divorziare?

IL VECCHIO                    Non ci siamo simpatici, vostra grazia.

AZDAK                             Da quando?

LA VECCHIA                  Da sempre, vostro onore.

AZDAK                             Rifletterò sopra la vostra richiesta e pronuncerò la mia sentenza quando avrò terminato con l’altro caso.

(SCHAUWA LI ACCOMPAGNA SUL FONDO)

AZDAK                             Ho bisogno del bambino. (Fa segno a Gruscha e si china verso di lei, non ostilmente) Ho visto che tu ce l’hai, con la giustizia. Io non ci credo che il bambino è tuo, ma se fosse tuo, donna, non vorresti che fosse ricco? Allora, dovresti soltanto dire che non è tuo. E subito avrebbe un palazzo e avrebbe molti cavalli alla sua greppia e molti mendicanti alla sua porta, molti soldati al suo servizio e molti postulanti nel suo cortile, no? Allora, cosa mi rispondi? Non vuoi averlo ricco?

(GRUSCHA TACE)

IL NARRATORE             Sentite adesso quello che lei, in collera, pensava, e non diceva.

                                           Ci avesse scarpe d’oro,

                                           ci schiaccerebbe i deboli:

                                           così farebbe il male,

                                           ridendoci poi su.

                                           Ahi, portarlo giorno e notte,

                                           cuor di pietra troppo pesa:

                                           perché porta troppa pena

                                           star potente e fare il male.

                                           Per la fame avrà paura,

                                           ma per gli affamati no:

                                           per il buio avrà paura,

                                           per la luce, però, no.

AZDAK                             Io credo di capirti, donna.

GRUSCHA                      Io non lo restituisco. Io l’ho allevato, e lui mi conosce.

(SCHAUWA FA ENTRARE IL BAMBINO)

MOGLIE GOV.                 Va vestito di stracci!

GRUSCHA                      Non è vero. Non mi hanno dato il tempo di mettergli la sua camicia buona.

MOGLIE GOV.                 Stava in un porcile!

GRUSCHA                      (FUORI DI SE’) Non sono una maiala, altri sono i porci, qui. Dove lo hai lasciato, tu, il tuo bambino?

MOGLIE GOV.                 Ti sistemo io, persona volgare. (VUOLE GETTARSI SU GRUSCHA, MA E’ TRATTENUTA DAGLI AVVOCATI) E’ una criminale! Deve essere frustata, subito!

2° AVVOCATO                (CHIUDENDOLE LA BOCCA) Gentile Natella Abaschwili! Aveva promesso… Vostra grazia, i nervi della querelante…

AZDAK                             Querelante e querelata! La Corte ha esaminato il vostro caso e non è arrivata a nessuna conclusione, su chi è la vera madre di questo bambino. Io, come giudice, ho il compito di scegliere una madre per questo bambino. Farò una prova. Schauwa, prendi un pezzo di gesso. Disegna un cerchio per terra.

(SCHAUWA DISEGNA UN CERCHIO PER TERRA CON IL GESSO)

AZDAK                             Metteteci dentro il bambino!

(SCHAUWA COLLOCA NEL CERCHIO MICHELE, CHE SORRIDE A GRUSCHA)

AZDAK                             Querelante e querelata, mettetevi lì vicino al cerchio, tutti e due!

(LA MOGLIE DEL GOVERNATORE E GRUSCHA SI AVVICINANO AL CERCHIO)

AZDAK                             Prendete per mano il bambino. La vera madre avrà la forza di tirare a sé il bambino, fuori dal cerchio.

2° AVVOCATO                (RAPIDAMENTE) Alta Corte, io protesto, che il destino dei grandi beni degli Abaschwili, che sono vincolati al bambino come erede, abbiano a dipendere da un così incerto duello. E aggiungo: la mia cliente non dispone di forze pari a quelle di questa persona, che è abituata a fare lavori manuali.

AZDAK                             A me sembra nutrita bene. Tirate!

(LA MOGLIE DEL GOVERNATORE TIRA A SE’ IL BAMBINO, FUORI DAL CERCHIO. GRUSCHA LO HA LASCIATO ANDARE, E RIMANE LI’ INCANTATA)

1° AVVOCATO                (COMPLIMENTANDOSI CON LA MOGLIE DEL GOVERNATORE) Cosa vi avevo detto? I legami di sangue!

AZDAK                             (A GRUSCHA) Cosa ti prende? Non hai tirato.

GRUSCHA                      Non l’ho tenuto. (CORRE VERSO AZDAK) Vostra grazia, io ritiro quello che ho detto contro di Lei, La prego di perdonarmi. Se soltanto potessi tenerlo finché sa tutte le parole. Ne sa un paio appena.

AZDAK                             Non influenzare la Corte! Scommetto che tu ne sai venti, soltanto. Bene, io faccio la prova ancora una volta, che sarà la volta buona.

(LE  DUE DONNE RIPRENDONO POSTO)

AZDAK                             Tirate!

(GRUSCHA LASCIA DI NUOVO IL BAMBINO)

GRUSCHA                      (DISPERATA) L’ho allevato io! Devo farlo a pezzi? Io non posso.

AZDAK                             (SI ALZA) E con questo la Corte ha stabilito chi è la vera madre. (A GRUSCHA) Prendi il tuo bambino e portalo via. Ti consiglio di non rimanere qui in città con lui. (ALLA MOGLIE DEL GOVERNATORE) E tu sparisci, prima che io ti condanni per frode. I beni spettano alla città, perché si faccia un giardino d’infanzia, ce n’è bisogno, e delibero che, in ricordo di me, sia intitolato “Il Giardino di Azdak”.

(LA MOGLIE DEL GOVERNATORE E’ SVENUTA E L’AIUTANTE LA PORTA FUORI, MENTRE GLI AVVOCATI SONO GIA’ ANDATI VIA. GRUSCHA RIMANE IMMOBILE. SCHAUWA LE PORTA IL BAMBINO)

AZDAK                             E adesso mi tolgo la toga, perché mi fa troppo caldo. Io non faccio l’eroe per nessuno. Ma vi invito ancora a un piccolo ballo, lì fuori sul prato, per un commiato. Ma sì, stavo quasi per dimenticarmene, nella mia ebbrezza. Insomma, devo dichiarare il divorzio.

(USANDO LA POLTRONA DI GIUDICE COME TAVOLO, SCRIVE QUALCHE COSA SU UN FOGLIO, E FA PER ANDARE. LA MUSICA DA BALLO E’ INCOMINCIATA)

SCHAUWA                      (che ha letto il foglio) Ma non è esatto. Lei non ha fatto divorziare i due vecchi, ma Gruscha e suo marito.

AZDAK                             Ho fatto divorziare quelli sbagliati? Mi dispiace, ma rimane così, non ritiro niente, non ci sarebbe ordine, altrimenti. (AI DUE VECCHI) In compenso, vi invito alla mia festa, e voi vi concederete ancora questo ballo. (A GRUSCHA E SIMON) E a voi due, io chiedo 40 piastre in tutto.

SIMON                              (TIRANDO FUORI IL BORSELLINO) E’ un buon prezzo, vostra grazia. E molte grazie.

AZDAK                             (PRENDENDO IL DENARO) Ne avrò bisogno.

GRUSCHA                      Sarà meglio che già stanotte andiamo via dalla città, eh, Michele? (VUOLE PRENDERSI IL BAMBINO SULLE SPALLE. A Simon) Ti piace?

SIMON                              (LE PRENDE IN SPALLA IL BAMBINO) Obbedisco: mi piace.

GRUSCHA                      E adesso te lo dico: Io l’ho preso, perché mi sono fidanzata con te, quel giorno di Pasqua. E così, è un figlio dell’amore. Michele, balliamo.

(DANZA CON MICHELE. SIMON PRENDE LA CUOCA E BALLA CON LEI. ANCHE I DUE VECCHI BALLANO. AZDAK E’ IMMOBILE, PENSIEROSO. PRESTO I DANZATORI LO NASCONDONO. DI TANTO IN TANTO LO SI VEDE DI NUOVO, MA SEMPRE PIU’ DI RADO, QUANTE PIU’ COPPIE ARRIVANO E BALLANO)

IL NARRATORE             E dopo quella sera Azdak è sparito e non fu mai più visto.

Ma il popolo della Georgia non lo ha dimenticato e ricordò ancora

lungamente il tempo in cui fu giudice come una breve

età dell’oro, e quasi di giustizia.

(I DANZATORI ESCONO BALLANDO. AZDAK E’ SCOMPARSO)

IL NARRATORE             Ma voi, spettatori della storia del cerchio di gesso,

imparate la sentenza degli antichi:

quello che c’è deve appartenere a coloro che ne fanno buon uso:

i carri ai buoni guidatori, che così procedono bene,

la valle ai buoni irrigatori, che così porta  frutti,

i bambini alle donne materne, che così crescono bene.

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