Il conte di Carmagnola

Alessandro Manzoni

IL CONTE DI CARMAGNOLA

TRAGEDIA

PERSONAGGI STORICI

Il Conte di Carmagnola.

Antonietta Visconti, sua moglie.

Una loro Figlia, a cui nella tragedia si attribuito il nome di Matilde.

Francesco Foscari, Doge di Venezia.

Condottieri al soldo dei Veneziani:

Giovanni Francesco Gonzaga,

Paolo Francesco Orsini,

Nicol Da Tolentino,

Condottieri al soldo del Duca di Milano:

Carlo Malatesti,

Angelo Della Pergola,

Guido Torello,

Nicol Piccinino, a cui nella tragedia si attribuito il cognome di Fortebraccio,

Francesco Sforza,

Pergola Figlio.

PERSONAGGI IDEALI

MARCO, Senatore Veneziano.

MARINO, uno de Capi del Consiglio dei Dieci.

PRIMO COMMISSARIO veneto nel campo.

SECONDO COMMISSARIO.

UN SOLDATO Del CONTE.

UN SOLDATO prigioniero.

senatori, condottieri, soldati, prigionieri, guardie

ATTO PRIMO

SCENA I

Sala del Senato, in Venezia.

IL DOGE e SENATORI seduti.

IL DOGE

giunto il fin de lunghi dubbi, giunto,

nobiluomini, il d che statuito

fu a risolver da voi. Su questa lega,

a cui Firenze con s caldi preghi

incontro il Duca di Milan cinvita, 5

oggi il partito si porr. Ma pria,

se alcuno qui cui non sia noto ancora

che vile opra di tenebre e di sangue

sugli occhi nostri fu tentata, in questa

stessa Venezia, inviolato asilo 10

di giustizia e di pace, odami: al nostro

deliberar rileva assai che alcuno

qui non lignori. Un fuoruscito al Conte

di Carmagnola insidi la vita;

fallito il colpo, e lassassino in ceppi. 15

Mandato egli era; e quei che a ci mandollo

ei lha nomato, ed ... quel Duca istesso

di cui qui abbiam gli ambasciatori ancora

a chieder pace, a cui pi nulla preme

che la nostra amist. Tale arra intanto 20

ei ci d della sua. Taccio la vile

perfidia della trama, e lonta aperta

che in un nostro soldato a noi vien fatta.

Due sole cose avverto: egli odia dunque

veracemente il Conte; ella fra loro 25

chiusa ogni via di pace; il sangue ha stretto

tra lor deterna inimicizia un patto.

Lodia... e lo teme: ei sa che il pu dal trono

quella mano sbalzar che in trono il pose;

e disperando che pi a lungo in questa 30

inonorata, improvida, tradita

pace restar noi consentiamo, ei sente

che sia per noi questuom; questo tra i primi

guerrier dItalia il primo, e, ci che meno

forse non , delle sue forze istrutto 35

come dellarti sue; questo che il lato

sapr tosto trovargli ove pi certa,

e pi mortal sia la ferita. Ei volle

spezzar questarme in nostra mano; e noi

adoperiamla, e tosto. Onde possiamo 40

un pi fedele e saggio avviso in questo,

che dal Conte aspettarci? Io linvitai;

piacevi udirlo?

(segni di adesione)

Sintroduca il Conte.

SCENA II

IL CONTE, e detti.

IL DOGE

Conte di Carmagnola, oggi la prima

occasion saffaccia in che di voi 45

si valga la Repubblica, e vi mostri

in che conto vi tiene: in grave affare

grave consiglio ci abbisogna. Intanto

tutto per bocca mia questo Senato

si rallegra con voi da s nefando 50

periglio uscito; e protestiam che a noi

fatta loffesa, e che sul vostro capo

or pi che mai fia steso il nostro scudo,

scudo di vigilanza e di vendetta.

IL CONTE

Serenissimo Doge, ancor nullaltro 55

io per questa ospital terra, che ardisco

nomar mia patria, potei far che voti.

Oh! mi sia dato alfin questa mia vita,

pur or sottratta al macchinar de vili,

questa che nulla or fa che giorno a giorno 60

aggiungere in silenzio, e che guardarsi

tristamente,tirarla in luce ancora,

e spenderla per voi, ma di tal modo,

che dir si possa un d, che in loco indegno

vostralta cortesia posta non era. 65

IL DOGE

Certo gran cose, ove il bisogno il chieda,

ci promettiam da voi. Per or ci giovi

soltanto il vostro senno. In suo soccorso

contro il Visconte larmi nostre implora

gi da lungo Firenze. Il vostro avviso 70

nella bilancia che teniam librata

non far piccol peso.

IL CONTE

E senno e braccio

e quanto io sono cosa vostra: e certo

se mai fu caso in cui sperar mattenti

che a voi pur giovi un mio consiglio, questo. 75

E lo dar: ma pria mi sia concesso

di me parlarvi in breve, e un core aprirvi,

un cor che agogna sol desser ben noto.

IL DOGE

Dite: a questa adunanza indifferente

cosa che a cor vi stia giunger non puote. 80

IL CONTE

Serenissimo Doge, Senatori;

io sono al punto in cui non posso a voi

esser grato e fedel, sio non divengo

nemico alluom che mio signor fu un tempo.

Sio credessi che ad esso il pi sottile 85

vincolo di dover mi leghi ancora,

lombra onorata delle vostre insegne

fuggir vorrei, viver nellozio oscuro

vorrei, prima che romperlo, e me stesso

far vile agli occhi miei. Dubbio veruno 90

sul partito che presi in cor non sento,

perchegli giusto ed onorato: il solo

timor mi pesa del giudizio altrui.

Oh! beato colui cui la fortuna

cos distinte in suo cammin presenta 95

le vie del biasmo e dellonor, chei puote

correr certo del plauso, e non dar mai

passo ove trovi a malignar lintento

sguardo del suo nemico. Un altro campo

correr deggio, dove in periglio sono 100

di riportar, forza pur dirlo, il brutto

nome dingrato, linsoffribil nome

di traditor. So che de grandi luso

valersi dopra chessi stiman rea,

e profondere a quel che lha compita 105

premi e disprezzo, il so; ma io non sono

nato a questo; e il maggior, premio che bramo,

il solo, egli la vostra stima, e quella

dogni cortese; e, arditamente il dico,

sento di meritarla. Attesto il vostro 110

sapiente giudizio, o Senatori,

che dogni obbligo sciolto inverso il Duca

mi tengo, e il sono. Se volesse alcuno

de benefizi che tra noi son corsi

pareggiar le ragioni, noto al mondo 115

qual rimarrebbe il debitor dei due.

Ma di ci nulla: io fui fedele al Duca

fin che fui seco,e nol lasciai che quando

ei mi vastrinse. Ei mi balz dal grado

col mio sangue acquistato: invan tentai 120

al mio signor lagnarmi. I miei nemici

fatto avean siepe intorno al trono: allora

maccorsi alfin che la mia vita anchessa

stava in periglio: a ci non gli diei tempo.

Ch la mia vita io voglio dar, ma in campo, 125

per nobil causa, e con onor, non preso

nella rete de vili. Io lo lasciai,

e a voi chiesi un asilo; e in questo ancora

ei mi tese un agguato. Ora a costui

pi nulla io deggio; di nemico aperto 130

nemico aperto io sono. Allutil vostro

io servir, ma franco e in mio proposto

deliberato, come quei ch certo

che giusta cosa imprende.

IL DOGE

E tal vi tiene

questo Senato: gi tra il Duca e voi 135

ha giudicato irrevocabilmente

Italia tutta. Egli la vostra fede

ha liberata, a voi lha resa intatta,

qual gliela deste il primo giorno. nostra

or questa fede; e noi saprem tenerne 140

ben altro conto. Or dessa un primo pegno

il vostro schietto consigliar ci sia.

IL CONTE

Lieto son io che un tal consiglio io possa

darvi senza esitanza. Io tengo al tutto

necessaria la guerra, e della guerra, 145

se oltre il presente mai concesso alluomo

cosa certa veder, certo levento;

tanto pi, quanto fien lindugi meno.

A che partito il Duca? A mezzo vinta

da lui Firenze; ma ferito e stanco 150

il vincitor; voti gli erari: oppressi

dal terror, dai tributi i cittadini

pregan dal ciel su larmi loro istesse

le sconfitte e le fughe. Io li conosco,

e conoscer li deggio: a molti in mente 155

dura il pensier del glorioso, antico

viver civile; e subito uno sguardo

rivolgon di desio l dove appena

dun qualunque avvenir si mostri un raggio,

frementi del presente e vergognosi. 160

Ei conosce il periglio; indi ludite

mansueto parlarvi; indi vi chiede

tempo soltanto de sbranar la preda

che gi tiensi tra lugne, e divorarla.

Fingiam che glielo diate: ecco mutata 165

la faccia delle cose; egli soggioga

senza dubbio Firenze; ecco satolle

le costui schiere col tesor de vinti,

e pi folte e anelanti a nove imprese.

Qual prence allor dellalleanza sua 170

far rifiuto oseria? Beato il primo

chei chiamerebbe amico! Egli sicuro

consulterebbe e come e quando a voi

mover la guerra, a voi rimasti soli.

Lira, che addoppia lardimento al prode 175

che si sente percosso, ei non la trova

che ne prosperi casi: impaziente

dogni dimora ove il guadagno certo,

ma ne perigli irresoluto: a suoi

soldati ascoso, del pugnar non vuole 180

fuor che le prede. Ei nella rocca intanto,

o nelle ville rintanato attende

a novellar di cacce e di banchetti,

a interrogar tremando un indovino.

Ora il tempo di vincerlo: cogliete 185

questo momento: ardir prudenza or fia.

IL DOGE

Conte, su questo fedel vostro avviso

tosto il Senato prender partito;

ma il segua, o no, v grato; e vede in esso,

non men che il senno, il vostro amor per noi. 190

(parte il Conte)

SCENA III

IL DOGE, e SENATORI

IL DOGE

Dissimil certo da s nobil voto

nessun saspetta il mio. Quando il consiglio

pi generoso il pi sicuro, in forse

chi potria rimaner? Porgiam la mano

al fratello che implora: un sacro nodo 195

stringe i liberi Stati: hanno comuni

tra lor rischi e speranze; e treman tutti

dai fondamenti al rovinar dun solo.

Provocator dei deboli, nemico

dognun che schiavo non gli sia, la pace 200

con tanta istanza a che ci chiede il Duca?

Perch il momento della guerra ei vuole

sceglierlo, ei solo; e non questo il suo.

Il nostro egli , se non ci falla il senno,

n lanimo. Ei ci vuole ad uno ad uno; 205

andiamgli incontro uniti. Ah! saria questa

la prima volta che il Leon giacesse

al suon delle lusinghe addormentato.

No; fia tentato invan. Pongo il partito

che si stringa la lega, e che la guerra 210

tosto al Duca sintimi, e delle nostre

genti da terra abbia il comando il Conte.

MARINO

Contro s giusta e necessaria guerra

io non sorgo a parlar; questo sol chiedo,

che il buon successo ad accertar si pensi. 215

La met dellimpresa nella scelta

del capitano. Io so che vanta il Conte

molti amici tra noi; ma duna cosa

mi rendo certo, che nessun di questi

lama pi della patria; e per me, quando 220

di lei si tratti, ogni rispetto nulla.

Io dico, e duolmi che di fronte io deggia,

serenissimo Doge, oppormi a voi,

non il duce costui quale il richiede

la gravit, lonor di questo Stato. 225

Non cercher perch lasciasse il Duca.

Ei fu loffeso; e sia pur ver: loffesa

tal che accordo non pu darsi; e questo

consento: io giuro nelle sue parole.

Ma queste sue parole importa assai 230

considerarle, perch tutto in esse

ei s dipinto; e governar s ombroso,

s delicato e violento orgoglio,

o Senatori, non mi par che sia

minor pensier della guerra istessa. 235

Finor fu nostra cura il mantenerci

la riverenza de soggetti; or altro

studio far si dovria, come costui

riverir degnamente. E quando egli abbia

la man nellelsa della nostra spada, 240

potrem noi dir daver creato un servo?

Dovr por cura di piacergli ognuno

di noi? Se nasce un disparer, fia degno

che nellarti di guerra il voler nostro

a quel dun tanto condottier prevalga? 245

Segli erra, e nostra dellerror la pena,

ch invincibil nol credo, io vi domando

se fia concesso il farne lagno; e dove

si riscotan per questo onte e dispregi,

che far? soffrirli? Non vaggrada, io stimo, 250

questo partito; risentirci? e dargli

occasion che, in mezzo allopra, e nelle

pi difficili strette ei ci abbandoni

sdegnato, e al primo altro signor che il voglia,

forse al nemico, offra il suo braccio, e sveli 255

quanto di noi pur sa, magnificando

la nostra sconoscenza, e i suoi gran merti?

IL DOGE

Il Conte un prence abbandon; ma quale?

un che da lui tenea lo Stato, e a cui

quindi ei minor non potea mai stimarsi; 260

un da pochi aggirato, e questi vili;

timido e stolto, che non seppe almeno

il buon consiglio tor della paura,

nasconderla nel core, e starsi allerta;

ma che il colpo accenn pria di scagliarlo: 265

tale il signor che inimicossi il Conte.

Ma, lode al ciel, nulla in Venezia io vedo

che gli somigli. Se destrier, correndo,

scosse una volta un furibondo e stolto

fuor dellarcione, e lo gett nel fango; 270

non fia per questo che salirlo ancora

un cauto e franco cavalier non voglia.

MARINO

Poich s certo di questuomo il Doge,

pi non moppongo; e questo a lui sol chiedo:

vuolsi egli far mallevador del Conte? 275

IL DOGE

A s preciso interrogar, preciso

risponder: mallevador pel Conte,

n per altruom che sia, certo, io non entro;

dellopre mie, de miei consigli il sono:

quando sien fidi, ei basta. Ho io proposto 280

che guardia al Conte non si faccia, e a lui

si dia larbitrio dello Stato in mano?

Ei diritto,ander; tale io diviso.

Ma sei si volge al rio sentier, ci manca

occhio che tosto ce ne faccia accorti, 285

e braccio che invisibile il raggiunga?

MARCO

Perch i princpi di s bella impresa

contristar con sospetti? E far disegni

di terrori e di pene, ove nullaltro

che lodi e grazie pu aver luogo? Io taccio 290

che allutil suo sola una via gli schiusa;

lo star con noi. Ma deggio dir qual cosa

dee sovra ogni altra far per lui fidanza?

La gloria ondegli gi coperto, e quella

a cui pur anco aspira; il generoso, 295

il fiero animo suo. Che un giorno ei voglia

dallaltezza calar de suoi pensieri,

e riporsi tra i vili, esser non puote.

Or, se prudenza il vuol, vegli pur locchio;

ma dorma il cor nella fiducia; e poi 300

che in cos giusta e grave causa, un tanto

dono ci manda Iddio; con quella fronte,

e con quel cor che si riceve un dono,

sia da noi ricevuto.

MOLTI SENATORI

Ai voti, ai voti!

IL DOGE

Si raccolgano i voti; e ognun rammenti 305

quanto rilevi che di qui non esca

motto di tal deliberar, n cenno

che presumer lo faccia. In questo Stato

pochi il segreto hanno tradito, e nullo

fu tra quei pochi che impunito andasse. 310

SCENA IV

Casa del Conte.

IL CONTE

Profugo, o condottiero. O come il vecchio

guerrier nellozio i giorni trar, vivendo

della gloria passata, in atto sempre

di render grazie e di pregar, protetto

dal braccio altrui, che un d potria stancarsi 315

e abbandonarmi; o ritornar sul campo,

sentir la vita, salutar di nuovo

la mia fortuna, delle trombe al suono

destarmi, comandar; questo il momento

che ne decide. Eh! se Venezia in pace 320

riman, deggio chiuso e celato ancora

in questo asilo rimaner, siccome

lomicida nel tempio? E chi dun regno

fece il destin, non potr farsi il suo?

Non trover tra tanti prenci, in questa 325

divisa Italia, un sol che la corona,

onde il vil capo di Filippo splende,

ardisca invidiar? che si ricordi

chio lacquistai, che dalle man di dieci

tiranni io la strappai, chio la riposi 330

su quella fronte, ed or nullaltro agogno

che ritorla allingrato, e farne un dono

a chi sapr del braccio mio valersi?

SCENA V

MARCO, e IL CONTE

IL CONTE

O dolce amico; ebben qual nova arrechi?

MARCO

La guerra risoluta, e tu sei duce. 335

IL CONTE

Marco, ad impresa io non m accinsi mai

con maggior cor che a questa: una gran fede

poneste in me: ne sar degno, il giuro.

Il giorno questo che del viver mio

ferma il destin: poi che questalma terra 340

mha nel suo glorioso antico grembo

accolto, e dato di suo figlio il nome,

esserlo io vo per sempre; e questo brando

io consacro per sempre alla difesa

e alla grandezza sua.

MARCO

Dolce disegno! 345

non soffra il ciel che la fortuna il rompa...

o tu medesmo.

IL CONTE

Io? come?

MARCO

Al par di tutti

i generosi, che giovando altrui

nocquer sempre a s stessi, e superate

tutte le vie delle pi dure imprese, 350

caddero a un passo poi, che facilmente

lultimo de mortali avria varcato.

Credi ad un uom che tama: i pi de nostri

ti sono amici; ma non tutti il sono.

Di pi non dico, n mi lice; e forse 355

troppo gi dissi. Ma la mia parola

nel fido orecchio dellamico stia,

come nel tempio del mio cor, rinchiusa.

IL CONTE

Forse io lignoro? E forse ad uno ad uno

non so quai siano i miei nemici?

MARCO

E sai 360

chi te gli ha fatti? In pria lesser tu tanto

maggior di loro, indi lo sprezzo aperto

che tu ne festi in ogni incontro. Alcuno

non ti nocque finor; ma chi non puote

nocer col tempo? Tu non pensi ad essi, 365

se non allor che in tuo cammin li trovi;

ma pensan essi a te, pi che non credi.

Spregia il grande, ed obblia; ma il vil si gode

nellodio. Or tu non irritarlo: cerca

di spegnerlo; tu il puoi forse. Consiglio 370

di vili arti chio stesso a sdegno avrei,

io non ti do, n tal da me laspetti.

Ma tra la noncuranza e la servile

cautela avvi una via; vha una prudenza

anche pei cor pi nobili e pi schivi; 375

vha unarte dacquistar lalme volgari,

senza discender fino ad esse: e questa

nel senno tuo, quando tu vuoi, la trovi.

IL CONTE

Troppo il tuo dir verace: il tuo consiglio

le mille volte a me medesmo io il diedi; 380

e sempre alluopo ei mi fugg di mente;

e sempre appresi a danno mio che dove

semina lira, il pentimento miete.

Dura scola ed inutile! Alfin stanco

di far leggi a me stesso, e trasgredirle, 385

tra me fermai che, segli mio destino

chio sia sempre in tai nodi avviluppato

che mestier faccia a distrigarli appunto

quella virt che pi mi manca, sella

pur virt; se mio destin che un giorno 390

io sia colto in tai nodi, e vi perisca;

meglio senza riguardi andargli incontro.

Io ne appello a te stesso: i buoni mai

non fur senza nemici, e tu ne hai dunque.

E giurerei che un sol non tra loro 395

cui tu degni, non dico accarezzarlo,

ma non dargli a veder che lo dispregi.

Rispondi.

MARCO

ver: se vha mortal di cui

la sorte invidii, sol colui che nacque

in luoghi e in tempi ovuom potesse aperto 400

mostrar lanimo in fronte, e a quelle prove

solo trovarsi ove pi forza duopo

che accorgimento: quindi, ove convenga

simular, non ti faccia maraviglia

che poco esperto io sia. Pensa per altro 405

quanto pi m concesso impunemente

fallire in ci che a te; che poche vie

al pugnal dun nemico offre il mio petto;

che me contra i privati odii assecura

la pubblica ragion; chio vesto il saio 410

stesso di quei che han la mia sorte in mano.

Ma tu stranier, tu condottiero al soldo

di togati signor, tu cui lo Stato

d tante spade per salvarlo, e niuna

per salvar te... fa che gli amici tuoi 415

odan sol le tue lodi; e non dar loro

la trista cura di scolparti. Pensa

che felici non son, se tu nol sei.

Che dir pi? Vuoi che una corda io tocchi,

che ancor pi addentro nel tuo cor risoni? 420

Pensa alla moglie tua, pensa alla figlia

a cui tu se sola speranza: il cielo

di loro unalma per sentir la gioia,

unalma che sospira i d sereni,

ma che nulla pu far per conquistarli. 425

Tu il puoi per esse; e lo vorrai. Non dire

che il tuo destin ti porta; allor che il forte

ha detto: io voglio, ei sente esser pi assai

signor di s che non pensava in prima.

IL CONTE

Tu hai ragione. Il ciel si prende al certo 430

qualche cura di me, poich mha dato

un tale amico. Ascolta; il buon successo

potr, spero, placar chi mi disama:

tutto in letizia finir. Tu intanto

se cosa odi di me che ti dispiaccia, 435

lindole mia ne incolpa, un improvviso

impeto primo, ma non mai lobblio

di tue parole.

MARCO

Or la mia gioia intera.

Va, vinci, e torna. Oh come atteso e caro

verr quel messo che la gloria tua 440

con la salute della patria annunzi!

FINE DELLATTO PRIMO

ATTO SECONDO

SCENA I

Parte, del campo ducale con tende.

MALATESTI e PERGOLA

PERGOLA

S, condottier; come ordinaste, in pronto

son le mie bande. A voi commise il Duca

larbitrio della guerra: io vho ubbidito,

ma con dolor; ve ne scongiuro ancora,

non diam battaglia.

MALATESTI

Anzian danni e di fama, 5

o Pergola, qui siete; io sento il peso

del vostro voto; ma cangiar non posso

il mio. Voi lo vedete; il Carmagnola

ci provoca ogni d: quasi ad insulto

sugli occhi nostri alfin Maclodio ha stretto: 10

e due partiti ci rimangon soli;

o lui cacciarne, o abbandonar la terra,

che saria danno e scorno.

PERGOLA

A pochi dato,

a pochi egregi il dubitar di novo,

quando han gi detto: ell cos. Sio parlo 15

che tale vi tengo. Italia forse

mai da barbari in poi non vide a fronte

due s possenti eserciti: ma il nostro

lultimo sforzo di Filippo. In ogni

fatto di guerra entra fortuna, e sempre 20

vuol la sua parte: chi nol sa? Ma quando

ne va il tutto, o Signore, allor non vuolsi

dargliene pi chella non chiede; e questo

esercito con cui tutto possiamo

salvar, ma che perduto in una volta 25

mai pi rifar non si potria, non dssi

come un dado gittarlo ad occhi chiusi,

avventurarlo in un s piccol campo,

e in un campo mal noto, e quel che peggio

noto al nemico. Ei qui ci trasse: un torto 30

argin divide le due schiere: a destra

e a sinistra paludi, in esse sparsi

i suoi drappelli; e noi fuori de nostri

alloggiamenti non teniamo un palmo

pur di terren. Credete ad un che larti 35

conosce di costui, che ha combattuto

al fianco suo: qui c uninsidia. Forse

la miglior via di guerreggiar questuomo

saria tenerlo a bada, aspettar tempo,

tanto che alcun dei duci ai quali sopra 40

prendesse a noia il suo superbo impero;

e il fascio chegli or nella mano ha stretto

si rallentasse alfin. Pur, se a giornata

venir si deve, non questo il loco:

usciam di qui, scegliamo un campo noi, 45

tiriam quivi il nemico: ivi in un giorno,

senza svantaggio almanco, si decida.

MALATESTI

Due grandi schiere a fronte stanno; e grande

fia la battaglia: duna tale appunto

abbisogna Filippo. A questi estremi 50

a poco a poco ei venne, e coi consigli

che or proponete: a trarnelo, fia duopo

appigliarci agli opposti. Il rischio vero

sta nellindugio; e nel mutare il campo

rovina certa. Chi sapria dir quanto 55

di numero e di cor scemato ei fia,

pria che si ponga altrove? Ora egli quale

bramar lo puote un capitan; con esso

tutto lice tentar.

SCENA II

SFORZA, FORTEBRACCIO, e detti.

MALATESTI

Ditelo, o Sforza,

e Fortebraccio; voi giungete in tempo: 60

ditelo voi, come trovaste il campo?

Che possiamo sperarne?

SFORZA

Ogni gran cosa.

Quando gli ordini udir, quando lor parve

che una battaglia si prepari, io vidi

un feroce tripudio: alla chiamata 65

esultando venino, e col sorriso

si fean cenno a vicenda. E quando io corsi

entro le file, ad ogni schiera un grido

salzava; ognuno in me fissando il guardo

parea dicesse: o condottier, vintendo. 70

FORTEBRACCIO

E tai son tutti: allor chio venni a miei,

tutti mi furo intorno. Un mi dicea:

quando udremo le trombe? Altri: noi siamo

stanchi desser beffati; e tutti ad una

la battaglia chiedean, come gi certi 75

dellottenerla, e dubbi sol del quando.

Ebben, compagni, io rispondea, se il segno

presto sudr, mi date voi parola

di vincere con me? Gli elmi levati

sullaste, un grido universal dassenso 80

fu la risposta, ondio gioisco ancora.

E a tai soldati ci venia proposto

dintimar la ritratta? e che alle mani,

che gi posate sulle spade aspettano

lordin di sguainarle e di ferire, 85

si comandasse di levar le tende?

Chi fronte avria di presentarsi ad essi

con tal ordine ormai?

PERGOLA

Dal parlar vostro

un novo modo di milizia imparo;

che i soldati comandino, e che i duci 90

ubbidiscano.

FORTEBRACCIO

O Pergola, i soldati

a cui capo son io, fur da quel Braccio

disciplinati, che per tutto ancora

con maraviglia e con terror si noma;

e non son usi a sostener gli scherni 95

dellinimico.

PERGOLA

Ed io conduco genti

da me, qual chio mi sia, disciplinate;

e sono avvezze ad aspettar la voce

del condottiero, ed a fidarsi in lui.

MALATESTI

Dimentichiamo or noi che numerati 100

sono i momenti, e non ne resta alcuno

per le gare private?

SCENA III

TORELLO, e detti.

SFORZA

Ebben, Torello,

siete mutato di parer? Vedeste

lanimo ardente de soldati?

TORELLO

Il vidi;

udii le grida del furor, le grida 105

della fiducia e del coraggio; e il viso

rivolsi altrove, onde nessun dei prodi

vi leggesse il pensier che mal mio grado

vi si pingeva: era il pensier che false

son quelle gioie e brevi; era il pensiero 110

del valor che si perde. Io cavalcai

lungo tutta la fronte: io tesi il guardo,

quanto lunge potei; rividi quelle

macchie che sorgon qua e l dal suolo

uliginoso che la via fiancheggia: 115

l son gli agguati, il giurerei. Rividi

quel doppio cinto di muniti carri,

onde assiepato del nemico il campo.

Se lurto primo ei sostener non puote,

ha una ritratta ove sfuggirlo e uscirne 120

preparato al secondo. Un novo questo

trovato di costui, per torre ai suoi

il pensier primo che saffaccia ai vinti,

il pensier della fuga. Ad atterrarlo

due colpi duopo: ei con un sol ne atterra. 125

Perch, non giova chiuder gli occhi al vero,

non son pi quelle guerre, in cui pe figli

e per le donne e per la patria terra

e per le leggi che la fan s cara,

combatteva il soldato; in cui pensava 130

il capitano a statuirgli un posto,

egli a morirvi. A mercenarie genti

noi comandiamo, in cui pi di leggieri

trovi il furor che la costanza: e corrono

volonterosi alla vittoria incontro; 135

ma sella tarda, se son posti a lungo

tra la fuga e la morte, ah! dubbia troppo

la scelta di costoro. E questo evento

pi che tuttaltro antiveder ci forza.

Vil tempo in cui tanto al comando cresce 140

difficolt, quanto la gloria scema!

Io lo ripeto, non questo un campo

di battaglia per noi.

MALATESTI

Dunque?

TORELLO

Si muti.

Non siam pari al nemico; andiamo in luogo

dove lo siam.

MALATESTI

Cos Maclodio a lui 145

lascerem quasi in dono? I valorosi,

che vi son chiusi, non potran tenersi

pi che due giorni.

TORELLO

Il so; ma non si tratta

n dun presidio qui, n duna terra;

trattasi dello Stato.

SFORZA

E di che mai 150

se non di terre si compon lo Stato?

E quelle che indugiando, ad una ad una

gi lasciammo sfuggir, quante son elle?

Casal, Bina, Quinzano e... e se vi piace

noveratele voi, ch in tal pensiero 155

troppo caldo io mi sento. Il nobil manto,

che a noi fidato ha il Duca, a brano a brano

soffriam cos che in nostra man si scemi,

e che a lui messo omai da noi non giunga

che una ritratta non gli annunzi. Intanto 160

superbisce il nemico, e ai nostri indugi

sfacciato insulta.

TORELLO

E questo segno, o Sforza,

chei brama una battaglia.

SFORZA

Oh, che puotegli

bramar di pi, che innanzi a s cacciarne

con la spada nel fodero?

PERGOLA

Che puote 165

bramar di pi? Dirovvel io: che noi

tutto arrischiam lesercito in un campo

ovegli ha preso ogni vantaggio. Or questo

poniamo in salvo; ch le terre lieve

riprender con gli eserciti.

FORTEBRACCIO

Con quali? 170

Non, per mia f, con quelli a cui sinsegna

a diloggiar quando il nemico appare,

a non mirarlo in faccia, a lasciar soli

nelle angosce i compagni; ma con genti

quali or le abbiam dira e di scorno accese, 175

impazienti di pugnar, con queste

si riparan le perdite, e si vince.

Che dobbiamo aspettar? Brandi arrotati,

perch lasciarli irrugginir?

SFORZA

Torello,

voi temete dagguati? Anchio dirovvi: 180

non son pi quelle guerre, in cui minuti

drappelletti movean, con locchio teso

ogni macchia guatando, ogni rivolta.

Unoste intera sopra unoste intera

oggi rovescerassi: un tanto stuolo 185

si vince s, ma non saccerchia; ei spazza

innanzi a s glintoppi, e fin ch unito,

dovunque sia, sul suo terreno sempre.

FORTEBRACCIO

(a Pergola e Torello)

Siete convinti?

TORELLO

Sofferite...

MALATESTI

Io il sono.

Omai vano pi dir. Certo io mi tengo 190

che tutti andrete in operar daccordo

pi che non foste in divisar disgiunti.

Poi che un partito e laltro ha il suo periglio,

scegliamo almen quel che pi gloria ha seco.

Noi darem la battaglia: alla frontiera 195

io mi pongo coi miei; Sforza vien dietro

e chiude la vanguardia; il mezzo tenga

della battaglia Fortebraccio: e il nostro

ufizio sia con impeto serrarci

addosso al campo del nemico, aprirlo, 200

e spingerci a Maclodio. Voi, Torello,

e voi, Pergola, a cui s dubbia sembra

questa giornata, io pongo in vostra mano

lassicurarla: voi, discosti alquanto,

il retroguardo avrete. O la fortuna, 205

pur come suol, seconda i valorosi,

e rompiamo il nemico; e voi piombate

sopra i dispersi. Ma sei dura incontro

limpeto nostro, e ci vedete entrati

donde uscir soli non possiam; venite 210

a noi, reggete i periglianti amici;

ch, per cosa che avvenga, io vi prometto,

retrocedere a voi non ci vedrete.

FORTEBRACCIO

Non ci vedrete, no.

SFORZA

Siatene certi.

FORTEBRACCIO

Sia lode al ciel, combatteremo alfine: 215

mai non accadde a capitan, chio sappia,

per fare il suo mestier contender tanto.

PERGOLA

O Carmagnola, tu pensasti che oggi

il giovenil corruccio alla prudenza

prevarrebbe dei vecchi; e ti apponesti. 220

FORTEBRACCIO

S, la prudenza la virt dei vecchi:

ella cresce con gli anni, e tanto cresce

che alfin diventa...

PERGOLA

Ebben, dite.

FORTEBRACCIO

Paura;

poi che volete ad ogni modo udirlo.

MALATESTI

Fortebraccio!

PERGOLA

Lhai detto. Ad un soldato 225

che gi pi volte avea pugnato e vinto

prima che tu vedessi una bandiera,

oggi tu il primo hai detto...

MALATESTI

Da quel lato,

presso Maclodio posto il Carmagnola.

Quegli fra noi che avere oggi pensasse 230

altro nemico che costui, sarebbe

un traditor: pensatamente il dico.

PERGOLA

Ritratto il voto che dapprima io diedi;

e il do per la battaglia: ella fia quale

predissi allor; ma non importa. Allora 235

potea schifarsi; or la domando io primo:

io son per la battaglia.

MALATESTI

Accetto il voto

ma non laugurio: lo distorni il cielo

sul capo del nemico.

PERGOLA

O Fortebraccio,

tu mhai offeso.

MALATESTI

Or via...

FORTEBRACCIO

Se cos credi, 240

sia pur cos: perch a te spiaccia, o a quale

altro pur sia, non crederai chio voglia

una parola ritirar che uscita

dalle labbra mi sia.

MALATESTI

(in atto di partire)

Chi resta fido

a Filippo, mi segua.

PERGOLA

Io vi prometto 245

che oggi darem battaglia, e che di noi

non mancheravvi alcuno. O Fortebraccio,

non giunger onta ad onta; io ti ripeto,

tu mhai offeso. Ascolta, io toffro il modo

che tu mi renda lonor mio, serbando 250

intatto il tuo.

FORTEBRACCIO

Che vuoi?

PERGOLA

Dammi il tuo posto.

Ovunque tu combatta, a tutti noto

che tu volesti la battaglia, ed io,

io devo ad ogni modo essere in luogo

che lamico e il nemico aperto veda 255

chio non ho... tu mintendi.

FORTEBRACCIO

Io son contento.

Prendi quel posto; poi che il brami, tuo.

O forte, or modi: ora m dolce il dirti

chio non toffesi, no: per la fortuna

del signor nostro tu soverchio temi: 260

questo dir volli. Ma il timor che nasce

in cor di quel che ama la vita, e lama

pi dellonor, ma che nel cor del prode

muore al primo periglio chegli affronta,

e mai pi non risorge, o valoroso, 265

pensavi tu?...

PERGOLA

Nulla pensai: tu parli

da generoso qual tu sei.

(a Malatesti)

Signore,

voi consentite al cambio?...

MALATESTI

Io ci consento;

e son ben lieto di veder tantira

tutta cader sovra il nemico.

TORELLO

(allo Sforza)

Io stava 270

col Pergola da prima; ingiusto, io spero,

non vi parr...

SFORZA

Vintendo; e con lui state

alla vanguardia: ultimi e primi, tutti

combatterem; poco mimporta il dove.

MALATESTI

Non pi ritardi. Iddio sar coi prodi. 275

(partono)

SCENA IV

Campo veneziano. Tenda del Conte.

IL CONTE, un SOLDATO

SOLDATO

Signor, loste nemica in movimento:

la vanguardia sullargine, e savanza.

IL CONTE

I condottieri dove son?

SOLDATO

Qui tutti

fuor della tenda i principali; e stanno

gli ordin vostri aspettando.

IL CONTE

Entrino tosto. 280

(parte il Soldato)

SCENA V

IL CONTE

Eccolo il d chio bramai tanto. Il giorno

chei non mi volle udir, che invan pregai,

che ogni adito era chiuso, e che deriso,

solo, io partiva, e non sapea per dove,

oggi con gioia io lo rammento alfine. 285

Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,

ma condottier de tuoi nemici, ingrato!

Io lo dicea; ma allor pareva un sogno,

un sogno della rabbia; ed ora vero.

Gli sono a fronte: ecco mi balza il core: 290

io sento il d della battaglia... E sio...

No: la vittoria mia.

SCENA VI

IL CONTE, GONZAGA, ORSINI, TOLENTINO,

altri CONDOTTIERI

IL CONTE

Compagni, udiste

la lieta nova: linimico ha fatto

ci chio volea; cos voi pur farete.

E il sol che sorge, a ognun di noi, lo giuro, 295

il pi bel d di nostra vita apporta.

Non tra voi chi una battaglia aspetti

per farsi un nome, il so; ma questa sera

lavrem pi glorioso; e la parola

che al nostro orecchio soner pi grata, 300

omai fia quella di Maclodio. Orsini,

son pronti i tuoi?

ORSINI

S.

IL CONTE

Corri allimboscate

sulla destra dellargine; raggiungi

quei che vi stanno, e prendine il comando.

E tu a sinistra, o Tolentino. E quindi 305

non vi movete, che non sia lo scontro

incominciato; quando ei fia, correte

alle spalle al nemico. Udite entrambi.

Se dellinsidie egli savvede, e tenta

ritrarsi, appena avr voltato il dorso, 310

siategli addosso uniti: io son con voi.

Provochi, o fugga, oggi devesser vinto.

ORSINI

E lo sar.

(parte)

TOLENTINO

Tubbidirem, vedrai.

(parte)

IL CONTE

(agli altri)

Tu, Gonzaga, al mio fianco. I posti a voi

assegner sul campo. Andiam, compagni; 315

si resista al primurto: il resto certo.

CORO

Sode a destra uno squillo di tromba;

a sinistra risponde uno squillo:

dambo i lati calpesto rimbomba

da cavalli e da fanti il terren.

Quinci spunta per laria un vessillo; 5

quindi un altro savanza spiegato:

ecco appare un drappello schierato;

ecco un altro che incontro gli vien.

Gi di mezzo sparito il terreno;

gi le spade rispingon le spade; 10

lun dellaltro le immerge nel seno;

gronda il sangue; raddoppia il ferir.

Chi son essi? Alle belle contrade

qual ne venne straniero a far guerra?

Qual quei che ha giurato la terra 15

dove nacque far salva, o morir?

Duna terra son tutti: un linguaggio

parlan tutti: fratelli li dice

lo straniero: il comune lignaggio

a ognun dessi dal volto traspar. 20

Questa terra fu a tutti nudrice,

questa terra di sangue ora intrisa,

che natura dallaltre ha divisa,

e ricinta con lalpe e col mar.

Ahi! Qual dessi il sacrilego brando 25

trasse il primo il fratello a ferire?

Oh terror! Del conflitto esecrando

la cagione esecranda qual ?

Non la sanno: a dar morte, a morire

qui senzira ognun dessi venuto; 30

e venduto ad un duce venduto,

con lui pugna, e non chiede il perch.

Ahi sventura! Ma spose non hanno,

non han madri gli stolti guerrieri?

Perch tutte i lor cari non vanno 35

dallignobile campo a strappar?

E i vegliardi che ai casti pensieri

della tomba gi schiudon la mente,

ch non tentan la turba furente

con prudenti parole placar? 40

Come assiso talvolta il villano

sulla porta del cheto abituro,

segna il nembo che scende lontano

sopra i campi che arati ei non ha;

cos udresti ciascun che sicuro 45

vede lungi le armate coorti,

raccontar le migliaia de morti,

e la pieta dellarse citt.

L, pendenti dal labbro materno

vedi i figli che imparano intenti 50

a distinguer con nomi di scherno

quei che andranno ad uccidere un d;

qui le donne alle veglie lucenti

de monili far pompa e de cinti,

che alle donne diserte de vinti 55

il marito o lamante rap.

Ahi sventura! sventura! sventura!

Gi la terra coperta duccisi;

tutta sangue la vasta pianura;

cresce il grido, raddoppia il furor. 60

Ma negli ordini manchi e divisi

mal si regge, gi cede una schiera;

gi nel volgo che vincer dispera,

della vita rinasce lamor.

Come il grano lanciato dal pieno 65

ventilabro nellaria si spande;

tale intorno per lampio terreno

si sparpagliano i vinti guerrier.

Ma improvvise terribili bande

ai fuggenti saffaccian sul calle; 70

ma si senton pi presso alle spalle

anelare il temuto destrier.

Cadon trepidi a pi de nemici,

gettan larme, si danno prigioni:

il clamor delle turbe vittrici 75

copre i lai del tapino che mor.

Un corriero salito in arcioni;

prende un foglio, il ripone, savvia,

sferza, sprona, divora la via;

ogni villa si desta al rumor. 80

Perch tutti sul pesto cammino

dalle case, dai campi accorrete?

Ognun chiede con ansia al vicino,

che gioconda novella rec?

Donde ei venga, infelici, il sapete, 85

e sperate che gioia favelli?

I fratelli hanno ucciso i fratelli:

questa orrenda novella vi do.

Odo intorno festevoli gridi;

s orna il tempio, e risona del canto; 90

gi sinnalzan dai cori omicidi

grazie ed inni che abbomina il ciel.

Gi dal cerchio dellalpi frattanto

lo straniero gli sguardi rivolve;

vede i forti che mordon la polve, 95

e li conta con gioia crudel.

Affrettatevi, empite le schiere,

sospendete i trionfi ed i giochi,

ritornate alle vostre bandiere:

lo straniero discende; egli qui. 100

Vincitor! Siete deboli e pochi?

Ma per questo a sfidarvi ei discende;

e voglioso a quei campi vattende

dove il vostro fratello per.

Tu che angusta a tuoi figli parevi, 105

tu che in pace nutrirli non sai,

fatal terra, gli estrani ricevi:

tal giudizio comincia per te.

Un nemico che offeso non hai,

a tue mense insultando sasside; 110

degli stolti le spoglie divide;

toglie il brando di mano a tuoi re.

Stolto anchesso! Beata fu mai

gente alcuna per sangue ed oltraggio?

Solo al vinto non toccano i guai; 115

torna in pianto dellempio il gioir.

Ben talor nel superbo viaggio

non labbatte leterna vendetta;

ma lo segna; ma veglia ed aspetta;

ma lo coglie allestremo sospir. 120

Tutti fatti a sembianza dun Solo,

figli tutti dun solo Riscatto,

in qual ora, in qual parte del suolo,

trascorriamo questaura vital,

siam fratelli; siam stretti ad un patto: 125

maledetto colui che linfrange,

che sinnalza sul fiacco che piange,

che contrista uno spirto immortal!

FINE DELLATTO SECONDO

ATTO TERZO

SCENA I

Tenda del Conte.

IL CONTE e IL PRIMO COMMISSARIO

IL CONTE

Siete contenti?

PRIMO COMMISSARIO

Udir lalto trionfo

della patria; vederlo; essere i primi

a salutarla vincitrice; a lei

darne lannunzio; assistere alla fuga

de suoi nemici; e mentre al nostro orecchio 5

rimbomba il suon della minaccia ancora,

veder la gloria sua fuor del periglio

uscir raggiante e pi che mai serena,

come un sol dalle nubi; gioia questa

forse, o signor, cui la parola arrivi? 10

Voi la vedete: essa vi sia misura

della riconoscenza; e ben ci tarda

di rendervi tai grazie in altro nome

che non il nostro, e del Senato a voi

riferir la letizia e il guiderdone. 15

Ei sar pari al merto.

IL CONTE

Io gi lo tengo.

Venezia salva; ho liberata in parte

una grande promessa; ho fatto alfine

risovvenir di me tal che mavea

dimenticato; ho vinto.

PRIMO COMMISSARIO

Ed or si vuole 20

assicurar della vittoria il frutto.

IL CONTE

.... Questa mia cura.

PRIMO COMMISSARIO

Or che dal vostro brando

sgombra la via, noi ci aspettiam che tutta

voi la farete, n starem fin tanto

che non si giunga del nemico al trono. 25

IL CONTE

Quando fia tempo.

PRIMO COMMISSARIO

E che? Voi non volete

inseguire i fuggenti?

IL CONTE

Ora non voglio.

PRIMO COMMISSARIO

Ma il Senato lo crede... E noi ben certi

che pari allalta occasion, che pari

alla vittoria il vostro ardor saria 30

nel proseguirla, abbiamo a lui...

IL CONTE

Vi siete

troppo affrettati.

PRIMO COMMISSARIO

E che dir mai quando

udr che ancor siam qui?

IL CONTE

Dir, che il meglio

di fidarsi a chi per lui gi vinse.

PRIMO COMMISSARIO

Ma... che pensate far?

IL CONTE

Ve lavrei detto 35

pi volentier pochi momenti or sono;

pur convien chio vel dica. Io non mi voglio

allontanar di qui pria chespugnate

non sian le rocche che ci stan dintorno.

Voglio un solo nemico, e quello in faccia. 40

PRIMO COMMISSARIO

Or dunque i nostri voti...

IL CONTE

I vostri voti

pi arditi son del brando mio, pi rapidi

de miei cavalli;... ed io... la prima volta

che mi sento dir pur chio maffretti.

PRIMO COMMISSARIO

Ma pensaste abbastanza?

IL CONTE

E che! S nova 45

mi giunge una vittoria? E vi par egli

che questa gioia mi confonda il core

tanto che il primo mio pensier non sia

per ci che resta a far?

SCENA II

IL SECONDO COMMISSARIO, e detti.

SECONDO COMMISSARIO

(al Conte)

Signor, se tosto

non correte al riparo, una sfacciata 50

perfidia saffatica a render vana

s gran vittoria; e gi lha fatto in parte.

IL CONTE

Come?

SECONDO COMMISSARIO

I prigioni escon del campo a torme;

i condottieri ed i soldati a gara

li mandan sciolti, n tener li puote 55

fuor che un vostro comando.

IL CONTE

Un mio comando?

SECONDO COMMISSARIO

Esitereste a darlo?

IL CONTE

questo un uso

della guerra, il sapete. cos dolce

il perdonar quando si vince! e lira

presto si cambia in amist ne cori 60

che batton sotto il ferro. Ah! non vogliate

invidiar s nobil premio a quelli

che hanno per voi posta la vita, ed oggi

son generosi, perch ier fur prodi.

SECONDO COMMISSARIO

Sia generoso chi per s combatte, 65

signor; ma questi, e ad onor lhanno, io credo,

al nostro soldo han combattuto; e nostri

sono i prigioni.

IL CONTE

E voi potete adunque

creder cos: quei che gli han visti a fronte,

che assaggiaro i lor colpi, e che a fatica 70

su lor le mani insanguinate han poste,

nol crederan s di leggieri.

PRIMO COMMISSARIO

questa

dunque una giostra di piacer? Non vince

per conservar, Venezia? E vana al tutto

fia la vittoria?

IL CONTE

Io gi ludii, di novo 75

la devo udir questa parola: amara,

importuna mi vien come linsetto

che, scacciato una volta, anco a ronzarmi

torna sul volto... La vittoria vana?

Il suol destinti ricoperto, sparso 80

e scoraggiato il resto... il pi fiorente

esercito! col qual, se unito ancora

e mio fossegli, e mio davver, torrei

a correr tutta Italia; ogni disegno

dellinimico al vento; anche il pensiero 85

delloffesa a lui tolto; a stento usciti

dalle mie mani, e di fuggir contenti

quattro tai duci, contro a quai pur ieri

era vanto il resistere; svanito

mezzo il terror di que gran nomi; ai nostri 90

raddoppiato lardir che agli altri scemo;

tutta la scelta della guerra in noi;

nostre le terre chegli han sgombre... nulla?

Pensate voi che torneranno al Duca

que prigioni? che lamino? che a loro 95

caglia di lui pi che di voi? chegli abbiano

combattuto per esso? Han combattuto

perch alluomo che segue una bandiera,

grida una voce imperiosa in core:

combatti, e vinci. E son perdenti; e sono 100

tornati in libert; si venderanno...

oh! tale ora il soldato... a chi primiero

li comprer... Comprateli, e son vostri.

PRIMO COMMISSARIO

Quando assoldammo chi dovea con essi

pugnar, comprarli noi credemmo allora. 105

SECONDO COMMISSARIO

Signor, Venezia in voi si fida; in voi

vede essa un figlio; e quanto allutil suo,

alla sua gloria pu condur, saspetta

che si faccia da voi.

IL CONTE

Tutto chio posso.

SECONDO COMMISSARIO

Ebben, che non potete in questo campo? 110

IL CONTE

Quel che chiedete: un uso antico, un uso

caro ai soldati violar non posso.

SECONDO COMMISSARIO

Voi cui nulla resiste, a cui s pronto

tien dietro ogni voler, s chuom non vede

se per amore o per timor si pieghi, 115

voi non potreste in questo campo, voi

fare una legge, e mantenerla?

IL CONTE

Io dissi

chio non potea: meglio or dir: nol voglio.

Non pi parole; con gli amici questo

il mio costume antico, ai giusti preghi 120

soddisfar tosto e lietamente, e gli altri

apertamente rifiutar. Soldati!

SECONDO COMMISSARIO

Ma... che disegno il vostro?

IL CONTE

Or lo vedrete.

(a un Soldato che entra)

Quanti prigion restano ancora?

IL SOLDATO

Io credo

quattrocento, signor.

IL CONTE

Chiamali... chiama 125

i pi distinti... quei che incontri i primi:

vengan qui tosto.

(parte il Soldato)

Io l potrei certo... Ovio

dessi un tal cenno, non sudria nel campo

una repulsa; ma i miei figli, i miei

compagni del periglio e della gioia, 130

quei che fidano in me, che un capitano

credon seguir sempre a difender pronto

lonor della milizia ed il vantaggio,

io tradirli cos! Farla pi serva,

pi vil, pi trista che non !... Signori, 135

fidente io son, come i soldati il sono;

ma se cosa or da me chiedete a forza,

che mi tolga lamor de miei compagni,

se mi volete separar da quelli,

e a tal ridurmi chio non abbia appoggio 140

altro che il vostro, mio malgrado il dico,

mastringerete a dubitar...

SECONDO COMMISSARIO

Che dite!

SCENA III

I PRIGIONIERI, tra i quali PERGOLA figlio, e detti.

IL CONTE

(ai Prigionieri)

O prodi indarno, o sventurati!... A voi

dunque fortuna pi crudel? voi soli

siete alla trista prigionia serbati? 145

UN PRIGIONIERE

Tale, eccelso signor, non era il nostro

presentimento allor che a voi dinanzi

fummo chiamati, udir ci parve il messo

di nostra libert. Gi tutti lhanno

ricovrata color che agli altri duci, 150

minor di voi, caddero in mano; e noi...

IL CONTE

Voi, di chi siete prigionier?

IL PRIGIONIERE

Noi fummo

gli ultimi a render larmi. In fuga o preso

gi tutto il resto, ancor per pochi istanti

fu sospesa per noi lempia fortuna 155

della giornata; alfin voi feste il cenno

daccerchiarci, o signor: soli, non vinti,

ma reliquie de vinti, al drappel vostro...

IL CONTE

Voi siete quelli? Io son contento, amici,

di rivedervi; e posso ben far fede 160

che pugnaste da prodi: e se tradito

tanto valor non era, e pari a voi

sortito aveste un condottier, non era

piacevol tresca esservi a fronte.

IL PRIGIONIERE

Ed ora

ci fia sventura il non aver ceduto 165

che a voi, signore? E quelli a cui toccato

men glorioso il vincitor, lavranno

trovato pi cortese? Indarno ai vostri

la libert chiedemmo; alcun non osa

dispor di noi senza lassenso vostro; 170

ma cel promiser tutti. Oh! se potete

mostrarvi al Conte, ci dicean: non egli

certo dei vinti aggraver la sorte;

non fia certo per lui tolta unantica

cortesia della guerra,... ei che sapria 175

esser piuttosto ad inventarla il primo.

IL CONTE

(ai Commissari)

Voi gli udite, o signori... Ebben, che dite?...

Voi, che fareste?...

(ai Prigionieri)

Tolga il ciel che alcuno

pi altamente di me pensi chio stesso.

Voi siete sciolti, amici. Addio: seguite 180

la vostra sorte, e sella ancor vi porta

sotto una insegna che mi sia nemica...

ebben, ci rivedremo.

(segni di gioia tra i Prigionieri, che partono;

il Conte osserva il Pergola figlio, e lo ferma)

O giovinetto,

tu del volgo non sei; labito, e il volto

ancor pi chiaro il dice; e ti confondi 185

con gli altri, e taci?

PERGOLA FIGLIO

O capitano, i vinti

non han nulla da dir.

IL CONTE

La tua fortuna

porti cos, che ben ti mostri degno

duna miglior. Quale il tuo nome?

PERGOLA FIGLIO

Un nome

cui crescer pregio assai difficil fia, 190

che un grande obbligo impone a chi lo porta:

Pergola il nome mio.

IL CONTE

Che? Tu sei figlio

di quel valente?

PERGOLA FIGLIO

Il son.

IL CONTE

Vieni ed abbraccia

lantico amico di tuo padre. Io era

quale or tu sei, quando il conobbi in prima. 195

Tu mi rammenti i lieti giorni, i giorni

delle speranze. E tu fa cor: fortuna

pi giocondi princpi a me concesse;

ma le promesse sue sono pei prodi;

e o presto o tardi essa le adempie. Il padre 200

per me saluta, o giovinetto, e digli

chio non tel chiesi, ma che certo io sono

chei non volea questa battaglia.

PERGOLA FIGLIO

Ah! certo,

non la volea; ma fur parole al vento.

IL CONTE

Non ti doler: del capitano lonta 205

della sconfitta; e sempre ben comincia

chi da forte combatte ove fu posto.

Vien meco;

(lo prende per mano)

ai duci io vo mostrarti, io voglio

renderti la tua spada.

(ai Commissari)

Addio, signori;

giammai pietoso coi nemici vostri 210

io non sar, che dopo averli vinti.

(partono il Conte e Pergola figlio)

SCENA IV

I due COMMISSARI

SECONDO COMMISSARIO

(dopo qualche silenzio)

Direte ancor che a presagir perigli

troppo facil son io? che le parole

de suoi contrari, il mio sospetto antico,

lodio forse, chi sa? mi fanno ingiusto 215

contro costui? chegli sdegnoso, ardente,

ma leal? che da lui cercar non dessi

ossequi, ma servigi, e quando in grave

caso il nostro volere a lui sintimi,

il dubitar chegli resista un sogno? 220

Vi basta questo?

PRIMO COMMISSARIO

C di pi. Gli dissi

che a noi premea che sinseguisse il vinto:

ei ricus.

SECONDO COMMISSARIO

Ma che rispose?

PRIMO COMMISSARIO

Ei vuole

assicurarsi delle rocche... ei teme...

SECONDO COMMISSARIO

Cauto ad un tratto divenuto... e dopo 225

una vittoria.

PRIMO COMMISSARIO

La parola a stento

gli uscia di bocca: ella parea risposta

allindiscreto che tassedia, e vuole

il tuo segreto che per nulla il tocca.

SECONDO COMMISSARIO

Ma lha poi detto il suo segreto? E questo 230

motivo ondegli accontentar vi volle,

vi parve il solo suo motivo, il vero?

PRIMO COMMISSARIO

Nol so, non ci badai, tempo non ebbi

che di pensar chio mi trovava innanzi

un temerario, e chio sentia parole 235

inusitate ai pari nostri.

SECONDO COMMISSARIO

E segli

al suo signore antico, al primo ondebbe

onor supremi, allalta creatura

della sua spada, pi terror che danno

volesse far? fargli pensar soltanto 240

quel chegli era per lui, quel che gli contro?

Tal nemico mostrarglisi, chei brami

daverlo amico ancor? Sei non potesse

tutto staccare il suo pensier da un trono

chegli alz dalla polve; ovebbe il primo 245

grado dopo colui che v seduto?

Se un duca ardente di conquiste, e inetto

a sopportar duna corazza il peso,

che duna mano ha duopo e dun consiglio,

e al condottier lo chiede, e gli comanda 250

ci chei medesmo glinspir, pi grato

signor, pi dolce al condottier paresse,

che molti, e vigilanti, e pi bramosi

di conservar che dacquistar, cui preme

sovrogni cosa il comandar davvero? 255

PRIMO COMMISSARIO

Tutto io maspetto da costui.

SECONDO COMMISSARIO

Teniamo

questo sospetto: il suo contegno, i nostri

accorgimenti il faran chiaro in breve,

o ad altro almen ci guideranno. Ei trama

certo. Colui che trama, e del successo 260

si pasce gi, come se il tenga, ardito

parla ancor che nol voglia; e quei che sprezza

in faccia il suo signor, gi in cor ne ha scelto

un altro, o pensa a diventarlo ei stesso.

No: da Filippo ei non sciolto in tutto. 265

A quella stirpe onde la sposa egli ebbe

non stranier: troppo gli caro il nodo

che ad essa un d lo strinse. In quella figlia,

che ha tanta parte in suo pensier, non scorre

col suo confuso de Visconti il sangue? 270

PRIMO COMMISSARIO

Come parl! Come pass dallira

al non curar! Con che superba pace

disubbid! Siam noi nel nostro campo?

Di Venezia i mandati? Eran costoro

vinti e prigioni? E pi sicuro il guardo 275

portavano di noi! Noi testimoni

del suo poter, del conto in cui ci tiene,

de nostri acquisti cos sparsi al vento,

di tal gioia, di tai grazie, di tali

abbracciamenti! Oh! ci durar non puote. 280

Che avviso il vostro?

SECONDO COMMISSARIO

Haccene due? Soffrire,

dissimular, fargli querela ancora

dunoffesa che mai creder non puote

dimenticata, e insiem la strada aprirgli

di ripararla a modo suo; gradire 285

che chei ne faccia; chiedergli soltanto

ci che siam certi dottenerne; opporci

sol quanto basti a far che vera appaia

condiscendenza il resto; a dichiararsi

non astringerlo mai; vegliare intanto; 290

scriverne ai Dieci, ed aspettar comandi.

PRIMO COMMISSARIO

Viver cos! Che si diria di noi?

Dellalto ufizio che ci fu commesso,

a cui venimmo invidiati, e or tale

diviene?

SECONDO COMMISSARIO

sempre glorioso il posto 295

dove si serve la sua patria, e dove

si giunge ai fini suoi. Soldati e duci

tutti sono per lui, lammiran tutti,

nessun linvidia; a sommo onor si tiene

bene ubbidirlo; e in questo sol c gara 300

che ad essergli secondo ognuno aspira.

Voce s cara e riverita in prima,

che forza avrebbe in lor poscia che udita

lhanno in un tanto d, che forza avrebbe

se proferisse mai quella parola, 305

che in core han tutti, la rivolta? Guai!

Che pi? gli udimmo pur; come de suoi,

nel pensiero de nemici in cima.

PRIMO COMMISSARIO

Ma siamo a tempo? Ei gi sospetta.

SECONDO COMMISSARIO

Il siamo.

Essi armati, e sol essi; avvezzi tutti 310

a prodigar la vita, a non temere

il periglio, ad amarlo, e delle imprese

a non guardar che la speranza, alfine

pi chuomini nel campo: ah! se fanciulli

non fosser poi nel resto, ed i sospetti 315

facili a palesar come a deporli;

se una parola di lusinga, un atto

di sommessa amist non li volgesse

a talento di quel che lusa a tempo;

a che saremmo? ubbidiria la spada? 320

Saremmo ancora i signor noi?

PRIMO COMMISSARIO

Sta bene.

Riesca, o no, questo partito il solo.

FINE DELLATTO TERZO

ATTO QUARTO

SCENA I

Sala dei Capi del Consiglio dei Dieci, in Venezia.

MARCO Senatore, e MARINO uno dei Capi.

MARCO

Eccomi al cenno degli eccelsi Capi

del Consiglio de Dieci.

MARINO

Io parlo in nome

di tutti lor. Vi si destina un grave

incarco, fuor di qui: se un argomento

di confidenza questo sia... la vostra 5

coscienza il diravvi.

MARCO

Essa mi dice

che scarsa al merto ed allingegno mio

dee la patria concederla, ma intera

alla fede ed al cor.

MARINO

La patria! un nome

dolce a chi lama oltre ogni cosa, e sente 10

di vivere per lei; ma proferirlo

senza tremar non dee chi resta amico

de suoi nemici.

MARCO

Ed io...

MARINO

Per chi parlaste

oggi in Senato? Per la patria? I vostri

sdegni, i vostri terrori eran per lei? 15

Chi vi rendea s caldo? Il suo periglio,

o il periglio di chi? Chi difendeste...

voi solo?

MARCO

Io so davanti a chi mi trovo.

Sta la mia vita in vostra man, ma il mio

voto non gi: giudice ei non conosce 20

fuor che il mio cor; n daltro esser pu reo

che davergli mentito. A darne conto

pur disposto son io.

MARINO

Tutto che puote

por la patria in periglio, essere inciampo

allalte mire sue, dargli sospetto, 25

in nostra man. Perch ci siate or voi,

se nol sapete, se mostrar vi giova

di non saperlo, uditelo. Per ora

doggi si parli; non vogliam di tutta

la vostra vita interrogar che un giorno. 30

MARCO

E che? forsaltro mi si appon? Di nulla

temer possio; la mia condotta...

MARINO

nota

pi a noi che a voi. Dalla memoria vostra

forse assai cose ha cancellato il tempo:

il nostro libro non obblia.

MARCO

Di tutto 35

ragion dar.

MARINO

Voi la darete quando

vi fia chiesta. Non pi: quando il Senato

diede il comando al Carmagnola, a molti

era sospetta la sua fede; ad altri

certa parea: potea parerlo allora. 40

Ei discioglie i prigioni, insulta i nostri

mandati, i nostri pari; ha vinto, e perde

in perfidozio la vittoria. Il velo

cade dal ciglio ai pi. Nel suo soccorso

troppo fidando, il Trevisan sinnoltra 45

nel Po, le navi del nemico affronta;

sopraffatto dal numero, richiede

al Capitan rinforzo, e non lottiene.

Freme il Senato; poche voci appena

salzano ancor per lui. Cremona presa, 50

basta sol chei vaccorra; ei non vaccorre.

Giunge lannunzio oggi al Senato: alfine

pi non gli resta difensor che un solo:

solo, ma caldo difensor. Per lui

innocente costui, degno di lode 55

pi che di scusa; e se ci fu sventura,

colpa soltanto del destino... e nostra.

Non giustizia che il persegue: solo

odio privato, invidia, basso orgoglio

che non perdona al sommo, a chi tacendo 60

grida co fatti: io son maggior di voi.

Certo inaudito un tal linguaggio: i Padri

nel lor Senato oggi ludiro; e muti

si volsero a guardar donde tal voce

vena, se uno straniero oggi, un nemico 65

premere un seggio nel Senato ardia.

Chiarito il Conte un traditor; si vuole

torgli ogni via di nocere. Ma larte

tanta e laudacia di costui, che reso

ei s tremendo a suoi signori; forte 70

di quella forza che gli abbiam fidata;

egli ha il cor de soldati; e larmi nostre,

quando voglia, son sue; contro di noi

volger le puote, e il vuol. Certo follia

aspettar che lo tenti; ognun risolve 75

chei si prevenga, e tosto. A forza aperta

impresa piena di perigli. E noi

starem per questo? E il suo maggior delitto

sar cagion perch impunito ei vada?

Sola una strada alla giustizia schiusa, 80

larte con cui lingannator singanna.

Ei ci astrinse a tenerla; ebben, si tenga:

questo il voto comun. Che fece allora

lamico di costui? Ve ne rammenta?

Io vel dir; ch men tranquillo al certo 85

era in quel punto il vostro cor, dellocchio

che imperturbato vi seguia. Perdeste

ogni ritegno, oltrepassaste il largo

confin che un resto di prudenza avea

prescritto al vostro ardor, dimenticaste 90

ci che promesso veravate, intero

ai men veggenti vi svelaste, a quelli

cui parea novo ci che a noi non lera.

Ognuno allor pens che oggi in Senato

cera un uom di soverchio, e che bisogna 95

porre il segreto dello Stato in salvo.

MARCO

Signor, tutto a voi lice: innanzi a voi

quel che ora io sia, non so; per non posso

dimenticarmi che patrizio io sono,

n a voi tacer che un dubbio tal moffende. 100

Sono un di voi: la causa dello Stato

la mia causa; e il suo segreto importa

a me non men che altrui.

MARINO

Volete alfine

saper chi siete qui? Voi siete un uomo

di cui si teme, un che lo Stato guarda 105

come un inciampo alla sua via. Mostrate

che nol sarete; il darvene agio ancora

gran clemenza.

MARCO

Io sono amico al Conte:

questa laccusa mia; nol nego, io il sono:

e il ciel ringrazio che vigor mi ha dato 110

di confessarlo qui. Ma se nemico

della patria? Mi si provi, il mio.

Che gli si appone? I prigionier disciolti?

Non li disciolse il vincitor soldato?

Ma invan pregato il condottier non volle 115

frenar questa licenza. Il potea forse?

Ma limit. Non ve lo astrinse un uso,

qual chei sia, della guerra? ed al Senato

vera non parve questa scusa? e largo

dogni onor poscia non gli fu? Laiuto 120

al Trevisan negato? Era pi grave

periglio il darlo; era limpresa ordita

ignaro il Conte; ei non fu chiesto a tempo.

E la sentenza che a s turpe esiglio

il Trevisan dann, tutta la colpa 125

non rovesci sovra di lui? Cremona?

Chi di Cremona medit lacquisto?

Chi lordin di che si tentasse? Il Conte.

Del popol tutto che a rumor si leva

non pu scarso drappel linaspettato 130

impeto sostener; ritorna al campo,

non scemo pur dun combattente. Al Duce

buon consiglio non parve incontro un novo

impensato nemico avventurarsi;

e abbandon limpresa. Ella , fra tante 135

s ben compiute, una fallita impresa;

ma il tradimento ov? Fiero, oltraggioso

da gran tempo, voi dite, il suo linguaggio:

un troppo lungo tollerar macchiato

ha lonor nostro. Ed uninsidia, il lava? 140

E poi che un nodo, un d s caro, ormai

non pu tener Venezia e il Carmagnola,

chi ci vieta disciorlo? Unamistade

s nobilmente stretta, or non potria

nobilmente finir? Come! anche in questo 145

un periglio si scorge! Il genio ardito

del condottier; la fama sua si teme,

de soldati lamor! Se render piena

testimonianza al ver, colpa si stima;

se a tal trista temenza oppor non lice 150

la lealt del Conte; il senso almeno

del nostro onor la scacci. Abbiam di noi

un pi degno concetto; e non si creda

che a tal Venezia giunta sia, che possa

porla in periglio un uom. Lasciam codeste 155

cure ai tiranni: ivi il valor si tema

ove lo scettro in una mano, e basta

a strapparlo un guerrier che dica: io sono

pi degno di tenerlo; e a suoi compagni

il persuada. Ei che tentar potria? 160

Al Duca ritornar, dicesi, e seco

le schiere trar nel tradimento. Al Duca?

Alluom che unonta non perdona mai,

n un gran servigio, ritornar colui

che gli compose e che gli scosse il trono? 165

Chi non pot restargli amico in tempo

che pugnava per lui, ridivenirlo

dopo averlo sconfitto! Avvicinarsi

a quella man che in questo asilo istesso 170

compr un pugnal per trapassargli il petto!

Lodio solo, o signor, creder lo puote.

Ah! qual sia la cagion che innanzi a questo

temuto seggio fa trovarmi, unalta

grazia mi fia, se fare intender posso

anco una volta il ver: qualche lusinga 175

io nutro ancor che non fia forse invano.

S, lodio cieco, lodio sol potea

far che fosse in Senato un tal sospetto

proposto, inteso, tollerato. Ha molti

fra noi nemici il Conte: or non ricerco 180

perch lo siano: il son. Quando nascoste

allombra della pubblica vendetta,

le nimist private io disvelai;

quando chiedea che a provveder savesse

lutil soltanto dello Stato, e il giusto; 185

allora ufizio io non facea damico,

ma di fedel patrizio. Io gi non scuso

il mio parlar: quando proporre intesi

che sotto il vel di consultarlo ei sia

richiamato a Venezia, e gli si faccia 190

onor pi dellusato, e tutto questo

per tirarlo nel laccio... allor, nol nego...

MARINO

Pi non pensaste che allamico.

MARCO

Allora,

dissimular nol vo, tutte sentii

le potenze dellalma sollevarsi 195

contro un consiglio... ah fu seguito!... Un solo

pensier non fu; fu della patria mia

lonor chio vedo vilipeso, il grido

de nemici e de posteri; fu il primo

senso dorror che un tradimento inspira 200

alluom che dee stornarlo, o starne a parte.

E se piet dun prode a tanti affetti

pur si mischi, dovea, poteva io forse

farla tacer? Son reo daver creduto

che util puote a Venezia esser soltanto 205

ci che lonora, e che si pu salvarla

senza farsi...

MARINO

Non pi: se tanto udii

fu perch ai Capi del Consiglio importa

di conoscervi appien. Piacque aspettarvi

ai secondi pensier; veder si volle 210

se un pi maturo ponderar v avea

tratto a pi saggio e pi civil consiglio.

Or, poich indarno si sper, credete

voi che un decreto del Senato io voglia

difender ora innanzi a voi? Si tratta 215

la vostra causa qui. Pensate a voi,

non alla patria: ad altre, e forti, e pure

mani commessa la sua sorte: e nulla

a cor le sta che il suo voler vi piaccia,

ma che sadempia, e che non sia sofferto 220

pure il pensier di porvi impedimento.

A questo vegliam noi. Quindi io non voglio

altro da voi che una risposta. Espresso

sovra questuomo del Senato il voto;

compir si dee; voi, che farete intanto? 225

MARCO

Quale inchiesta, signor!

MARINO

Voi siete a parte

dun gran disegno; e in vostro cor bramate

che a voto ei vada: non ver?

MARCO

Che importa

ci chio brami, allo Stato? A prova ormai

sa che dellopre mie non misura 230

il desiderio, ma il dover.

MARINO

Qual pegno

abbiam da voi che lo farete? In nome

del Tribunale un ve ne chiedo: e questo,

se lo negate, un traditor vi tiene.

Quel che si serba ai traditor, v noto. 235

MARCO

Io... Che si vuol da me?

MARINO

Riconoscete

che patria questa a cui bastovvi il core

di preferire uno stranier. Sui figli

a stento e tardi essa la mano aggrava;

e a perderne soltanto ella consente 240

quei che salvar non puote. Ogni error vostro

pronta ad obbliar; vapre ella stessa

la strada al pentimento.

MARCO

Al pentimento!

Ebben, che strada?

MARINO

Il Mussulman disegna

dassalir Tessalonica: voi siete 245

col mandato. A quale ufizio, quivi

noto vi fia: pronta la nave; ed oggi

voi partirete.

MARCO

Ubbidir.

MARINO

Ma unarra

si vuol di vostra f: giurar dovete

per quanto sacro, che in parole o in cenni 250

nulla per voi traspirer di quanto

oggi s fisso. Il giuramento questo:

(gli presenta un foglio)

sottoscrivete.

MARCO

(legge)

E che, signor? Non basta?..

MARINO

E per ultimo, udite. Il messo in via

che porta al Conte il suo richiamo. Ovegli 255

pronto ubbidisca, ed in Venezia arrivi,

giustizia trover... forse clemenza.

Ma se ricusa, se sta in forse, e segno

d di sospetto; un gran segreto udite,

e tenetelo in voi; lordine dato 260

che dalle nostre man vivo ei non esca.

Il traditor che dargli un cenno ardisce,

quei luccide, e si perde. Io pi non odo

nulla da voi: scrivete; ovvero...

(gli porge il foglio)

MARCO

Io scrivo.

(prende il foglio e lo sottoscrive)

MARINO

Tutto posto in obblio. La vostra fede 265

ha fatto il pi; vinto ha il dover: limpresa

compirsi or dee dalla prudenza: e questa

non pu mancarvi, sol che in mente abbiate

che ormai due vite in vostra man son poste. (parte)

SCENA II

MARCO

Dunque deciso!... un vil son io!... fui posto 270

al cimento; e che feci?... Io prima doggi

non conoscea me stesso!... Oh che segreto

oggi ho scoperto! Abbandonar nel laccio

un amico io potea! Vedergli al tergo

lassassino venir, veder lo stile 275

che su lui scende, e non gridar: ti guarda!

Io lo potea; lho fatto... io pi nol devo

salvar; chiamato ho in testimonio il cielo

duninfame vilt... la sua sentenza

ho sottoscritta... ha la mia parte anchio 280

nel suo sangue! Oh che feci!... io mi lasciai

dunque atterrir?... La vita?... Ebben, talvolta

senza delitto non si pu serbarla:

nol sapeva io? Perch promisi adunque?

Per chi tremai? per me? per me? per questo 285

disonorato capo?... o per lamico?

La mia ripulsa accelerava il colpo,

non lo stornava. O Dio, che tutto scerni,

rivelami il mio cor; chio veda almeno

in quale abisso son caduto, sio 290

fui pi stolto; o codardo, o sventurato.

O Carmagnola, tu verrai!... s certo

egli verr... se anche di queste volpi

stesse. in sospetto, ei penser che Marco

senator, che anchio linvito; e lunge 295

ogni dubbiezza scaccer; rimorso

avr daverla accolta... Io son che il perdo!

Ma... di clemenza non parl quel vile?

S, la clemenza che il potente accorda

alluom che ha tratto nellagguato, a quello 300

chegli medesmo accusa, e che gli preme

di trovar reo. Clemenza allinnocente!

Oh! il vil son io che gli credetti, o volli

credergli; ei la nom perch comprese

che bastante a corrompermi non era 305

il rio timor che a goccia a goccia ei fea

scender sullalma mia: vide che duopo

mera un nobil pretesto; e me lo diede.

Gli astuti! i traditor! Come le parti

distribuite hanno tra lor costoro! 310

Uno il sorriso, uno il pugnal, questaltro

le minacce... e la mia?... voller che fosse

debolezza ed inganno... ed io lho presa!

Io li spregiava; e son da men di loro!

Ei non gli sono amici!... Io non doveva 315

essergli amico: io la cercai; fui preso

dallalta indole sua, dal suo gran nome.

Perch dapprima non pensai che incarco

lamist dun uom che agli altri sopra?

Perch allor correr solo io nol lasciai 320

la sua splendida via, sio non potea

seguire i passi suoi? La man gli stesi;

il cortese la strinse; ed or chei dorme,

e il nemico gli sopra, io la ritiro:

ei si desta, e mi cerca; io son fuggito! 325

Ei mi dispregia, e more! Io non sostengo

questo pensier... Che feci!... Ebben, che feci?

Nulla finora: ho sottoscritto un foglio,

e nulla pi. Se fu delitto il giuro,

non fia virt linfrangerlo? Non sono 330

che allorlo ancor del precipizio; il vedo,

e ritrarmi possio... Non posso un mezzo

trovar?... Ma sio luccido? Oh! forse il disse

per atterrirmi... E se davvero il disse?

Oh empi, in quale abbominevol rete 335

stretto mavete! Un nobile consiglio

per me non c; qualunque io scelga, colpa.

Oh dubbio atroce!... Io li ringrazio; ei mhanno

statuito un destino; ei mhanno spinto

per una via; vi corro: almen mi giova 340

chio non la scelsi: io nulla scelgo; e tutto

chio faccio forza e volont daltrui.

Terra ovio nacqui, addio per sempre: io spero

ch ti morr lontano, e pria che nulla

sappia di te: lo spero: in fra i perigli 345

certo per sua pietade il ciel minvia.

Ma non morr per te. Che tu sii grande

e gloriosa, che mimporta? Anchio

due gran tesori avea, la mia virtude,

ed un amico; e tu mhai tolto entrambi. 350

(parte)

SCENA III

Tenda del Conte.

IL CONTE e GONZAGA

IL CONTE

Ebben, che raccogliesti?

GONZAGA

Io favellai,

come imponesti, ai Commissari; e chiaro

mostrai che tutta delle vinte navi

riman la colpa e la vergogna a lui

che non le seppe comandar; che infausta 355

la giornata gli fu perch la imprese

senza di te; che tu da lui chiamato

tardi in soccorso, romper non dovevi

i tuoi disegni per servir gli altrui;

che larmi lor, tanto in tua man felici, 360

sempre il sarian, se questa guerra fosse

commessa al senno ed al voler dun solo.

IL CONTE

Che dicon essi?

GONZAGA

Si mostrar convinti

ai detti miei: dissero in pria, che nulla

dissimular volean; che amaro al certo 365

de perduti navigli era il pensiero,

e di Cremona la fallita impresa;

ma che son lieti di saper che il fallo

di te non fu; che di chiunque ei sia,

da te lammenda aspettano.

IL CONTE

Tu il vedi, 370

o mio Gonzaga; se dai fede al volgo,

sommo riguardo, arte profonda duopo

con questi uomin di Stato. Io fui con essi

quel chesser soglio; rigettai lingiuste

pretese lor, scender li feci alquanto 375

dallalto seggio ove si pon chi avvezzo

non a vedersi altri che schiavi intorno;

io mostrai lor fino a che segno io voglio

che altri signor mi sia: dallora in poi

mai non lhanno passato; io li provai 380

saggi sempre e cortesi.

GONZAGA

E non pertanto

dar consiglio ad alcuno io non vorrei

di tener, questa via. Te da gran tempo

la gloria segue e la fortuna; ad essi

util tu sei, tu necessario e caro, 385

terribil forse: e tu la prova hai vinta;

se pur pu dirsi che sia vinta ancora.

IL CONTE

Che dubbi hai tu?

GONZAGA

Tu, che certezza? Io vedo

dolci sembianti, e dolci detti ascolto:

segni damor; ma pur, lodio che teme, 390

altri ne ha forse?

IL CONTE

No: di questo io nulla

sono in pensier. Troppo a regnar son usi;

e san che alluom da cui sottiene il molto

chieder non dessi improntamente il meno.

E poi, mi credi, io li guardai dappresso: 395

questa cupa arte lor, questi intricati

avvolgimenti di menzogna, questo

finger, tacere, antiveder, di cui

tanto li loda e li condanna il mondo

meno assai di quel che al mondo appare. 400

GONZAGA

Se pur non era di lor arte il colmo

il parer tali a te.

IL CONTE

No: tu li vedi

con locchio altrui: quando col tuo li veda,

tu cangerai pensiero. Havvene assai

di schietti e buoni; havvene tal che unalta 405

anima chiude, a cui pensier non osa

avvicinarsi che gentil non sia:

anima dolce e disdegnosa, in cui

legger non puoi, che tu non sia compreso

damor, di riverenza, e di desio 410

di somigliarle. Non temer; non sono

di me scontenti; e quando il fosser mai,

io lo saprei ben tosto.

GONZAGA

Il Ciel non voglia

che tu tinganni.

IL CONTE

Altro mi duol: son stanco

di questa guerra che condur non posso 415

a modo mio. Quandio non era ancora

pi che un soldato di ventura, ascoso

e perduto tra i mille, ed io sentia

che al loco mio non mavea posto il cielo,

e delloscurit laria affannosa 420

respirava fremendo, ed il comando

s bello mi parea,... chi mavria detto

che lotterrei, che a gloriosi duci,

e a tanti e cos prodi e cos fidi

soldati io sarei capo; e che felice 425

io non sarei perci!...

(entra un Soldato)

Che rechi?

SOLDATO

Un foglio

di Venezia.

(gli porge il foglio, e parte)

IL CONTE

Vediam.

(legge)

Non tel dissio?

mai non gli ebbi pi amici: a loro il Duca

chiede la pace, e conferir con meco

braman di ci. Vuoi tu seguirmi?

GONZAGA

Io vengo. 430

IL CONTE

Che d tu di tal pace?

GONZAGA

Ad un soldato

tu lo domandi?

IL CONTE

ver; ma questa guerra?

O mia consorte, o figlia mia, tra poco

io rivedrovvi, abbraccer gli amici:

questo contento al certo. Eppur del tutto 435

esser lieto non so: chi potria dirmi

se un s bel campo io rivedr pi mai?

FINE DELLATTO QUARTO

ATTO QUINTO

SCENA I

Notte. Sala del Consiglio dei Dieci illuminata.

IlDOGE, i DIECI, e il CONTE seduti.

IL DOGE

(al Conte)

A questi patti offre la pace il Duca;

su ci chiede il Consiglio il parer vostro.

IL CONTE

Signori, un altro io ve ne diedi; e molto

promisi allor: vi piacque. Io attenni in parte

quel che promesso avea: ma lunge ancora 5

dalle parole il fatto; ed or non voglio

farle obbliar per: sul labbro mio

imprevidente militar baldanza

non le mettea. Di novo avviso or chiesto,

altro non posso che ridirvi il primo. 10

Se intera e calda e risoluta guerra

far disponete, ah! siete a tempo: questa

la miglior scelta ancora. Ei vi abbandona

Bergamo e Brescia; e non son vostre? Larmi

le han fatte vostre: ei non pu tanto offrirvi 15

quanto sperar di torgli v concesso.

Ma, da un guerrier che vi giur sua fede

voi non volete altro che il ver, se il modo

mutar di questa guerra a voi non piace,

accettate gli accordi.

IL DOGE

Il parlar vostro 20

accenna assai, ma poco spiega: un chiaro

parer vi si domanda.

IL CONTE

Uditel dunque.

Scegliete un duce, e confidate in lui:

tutto ei possa tentar; nulla si tenti

senza di lui: largo poter gli date; 25

stretto conto ei ne renda. Io non vi chiedo

chio sia leletto: dico sol che molto

sperar non lice da chi tal non sia.

MARINO

Non leravate voi quando i prigioni

sciolti voleste, e il furo? Eppur la guerra 30

pi risoluta non si fea per questo,

n certa pi. Duce e signor nel campo,

forse concesso non lavreste.

IL CONTE

Avrei

fatto di pi: sotto alle mie bandiere

venian quei prodi; e di Filippo il soglio 35

voto or sarebbe, o sederiavi un altro.

IL DOGE

Vasti disegni avete.

IL CONTE

E ladempirli

sta in voi: se ancor nol son, n cagion sola

che la man che il dovea sciolta non era.

MARINO

A noi si disse altra cagion: che il Duca 40

vi commosse a piet, che lodio atroce

che gi portaste al signor vostro antico,

sovra i presenti il rovesciaste intero.

IL CONTE

Questo vi fu riferto? Ella sventura

di chi regge gli Stati udir con pace 45

limpudente menzogna, i turpi sogni

dun vil di cui non degneria privato

le parole ascoltar.

MARINO

Sventura vostra

che a tal riferto il vostro oprar saccordi,

che il rio linguaggio lo confermi, e il vinca. 50

IL CONTE

Il vostro grado io riverisco in voi,

e questi generosi in mezzo a cui

vha posto il caso: e mi conforta almeno

che il non mertato onor di che lor piacque

cingere il loro capitan, lo stesso 55

udirvi io qui, mostra chessi han di lui

altro pensiero.

IL DOGE

Uno il pensier di tutti.

IL CONTE

E qual?

IL DOGE

Ludiste.

IL CONTE

del Consiglio il voto

quello che udii?

IL DOGE

S: il crederete al Doge.

IL CONTE

Questo dubbio di me?...

IL DOGE

Gi da gran tempo 60

non pi dubbio.

IL CONTE

E minvitaste a questo?

E taceste finor?

IL DOGE

S, per punirvi

del tradimento, e non vi dar pretesti

per consumarlo.

IL CONTE

Io traditor! Comincio

a comprendervi alfin: pur troppo altrui 65

creder non volli. Io traditor! Ma questo

titolo infame infimo a me non giunge:

ei non mio; chi lha mertato il tenga.

Ditemi stolto: il soffrir, che il merto:

tale il mio posto qui; ma con nullaltro 70

lo cambierei, chegli il pi degno ancora.

Io guardo, io torno col pensier sul tempo

che fui vostro soldato: ella una via

sparsa di fior. Segnate il giorno in cui

vi parvi un traditor! Ditemi un giorno 75

che di grazie e di lodi e di promesse

colmo non sia! Che pi? Qui siedo; e quando

io venni a questo che alto onor parea,

quando pi forte nel mio cor parlava

fiducia, amor, riconoscenza, e zelo... 80

Fiducia no: pensa a fidarsi forse

quei che invitato tra gli amici arriva?

Io veniva allinganno! Ebben, ci caddi;

ella cos. Ma via; poich gettato

il finto volto del sorriso ormai, 85

sia lode al ciel; siamo in un campo almeno

che anchio conosco. A voi parlare or tocca;

e difendermi a me: dite, quai sono

i tradimenti miei?

IL DOGE

Gli udrete or ora

dal Collegio segreto.

IL CONTE

Io lo ricuso. 90

Ci che feci per voi, tutto lo feci

alla luce del sol; renderne conto

tra insidiose tenebre non voglio.

Giudice del guerrier, solo il guerriero.

Voglio scolparmi a chi mintenda; voglio 95

che il mondo ascolti le difese, e veda...

IL DOGE

Passato il tempo di voler.

IL CONTE

Qui dunque

mi si fa forza? Le mie guardie!

(alzando la voce, si move per uscire)

IL DOGE

Sono

lunge di qui. Soldati!

(entrano genti armate)

Eccovi ormai

le vostre guardie.

IL CONTE

Io son tradito!

IL DOGE

Un saggio 100

pensier fu dunque il rimandarle: a torto

non si pens che, in suo tramar sorpreso,

farsi ribelle un traditor potria.

IL CONTE

Anche un ribelle, s: come vaggrada

ormai potete favellar.

IL DOGE

Sia tratto 105

al Collegio segreto.

IL CONTE

Un breve istante

udite in pria. Voi risolveste, il vedo,

la morte mia; ma risolvete insieme

la vostra infamia eterna. Oltre lantico

confin linsegna del Leon si spiega 110

su quelle torri, ove allEuropa noto

chio la piantai. Qui tacerassi, vero;

ma intorno a voi, dove non giunge il muto

terror del vostro impero, ivi librato,

ivi in note indelebili fia scritto 115

il benefizio e la merc. Pensate

ai vostri annali, allavvenir. Tra poco

il d verr che dun guerriero ancora

uopo vi sia: chi vorr farsi il vostro?

Voi provocate la milizia. Or sono 120

in vostra forza, ver; ma vi sovvenga

chio non ci nacqui, che tra gente io nacqui

belligera, concorde: usa gran tempo

a guardar come sua questa qualunque

gloria dun suo concittadin, non fia 125

che straniera alloltraggio ella si tenga.

Qui c un inganno: a ci vi trasse un qualche

vostro nemico e mio: voi non credete

chio vi tradissi. tempo ancora.

IL DOGE

tardi.

Quando il delitto meditaste, e baldo 130

affrontavate chi dovea punirlo,

tempo era allor dantiveggenza.

IL CONTE

Indegno!

Tu mi rendi a me stesso. Tu credesti

chio chiedessi piet, chio ti pregassi:

tu forse osasti di pensar che un prode 135

pe giorni suoi tremava. Ah! tu vedrai

come si mor. Va; quando lultimora

ti coglier sul vil tuo letto, incontro

non le starai con quella fronte al certo,

che a questa infame, a cui mi traggi, io reco. 140

(parte il Conte tra i Soldati)

SCENA II

Casa del Conte.

ANTONIETTA, e MATILDE

MATILDE

Ecco laurora; e il padre ancor non giunge.

ANTONIETTA

Ah! tu nol sai per prova: i lieti eventi

tardi, aspettati giungono, e non sempre.

Presta soltanto la sventura, o figlia:

intraveduta appena, ella c sopra. 145

Ma la notte pass: lore penose

del desio pi non son: tra pochi istanti

quella del gaudio soner. Non puote

ei pi tardar; da questo indugio io prendo

un fausto augurio: il consultar s lungo 150

tratto non han, che per fermar la pace.

Ei sar nostro, e per gran tempo.

MATILDE

O madre,

anchio lo spero. Assai di notti in pianto,

e di giorni in sospetto abbiam passati.

tempo ormai che, ad ogni istante, ad ogni 155

novella, ad ogni susurrar del volgo

pi non si tremi, e allalma combattuta

quellorrendo pensier pi non ritorni:

forse colui che sospirate, or more.

ANTONIETTA

Oh rio pensier! ma almen per ora lunge. 160

Figlia, ogni gioia col dolor si compra.

Non ti sovvien quel d che il tuo gran padre

tratto in trionfo, tra i pi grandi accolto,

port linsegne de nemici al tempio?

MATILDE

Oh giorno!

ANTONIETTA

Ognun parea minor di lui; 165

laria sonava del suo nome; e noi

scevre dal volgo, in alto loco intanto

contemplavam quelluno in cui rivolti

eran tutti gli sguardi: inebbriato

il cor tremava, e ripetea: siam sue. 170

MATILDE

Felici istanti!

ANTONIETTA

Che avevam noi fatto

per meritarli? A questa gioia il cielo

ci trascelse tra mille. Il ciel ti scelse,

il ciel ti scrisse un s gran nome in fronte;

tal don ti fece, che a chiunque il rechi, 175

nandr superbo. A quanta invidia segno

la nostra sorte! E noi dobbiam scontarla

con queste angosce.

MATILDE

Ah! son finite... ascolta;

odo un batter di remi... ei cresce... ei cessa...

Si spalancan le porte... ah! certo ei giunge: 180

o madre, io vedo unarmatura; lui.

ANTONIETTA

Chi mai saria segli non fosse?... O sposo...

(va verso la scena)

SCENA III

GONZAGA, e dette.

ANTONIETTA

Gonzaga!... ov il mio sposo? ov?... Ma voi

non rispondete? Oh cielo! il vostro aspetto

annunzia una sventura.

GONZAGA

Ah che pur troppo 185

annunzia il vero!

MATILDE

A chi sventura?

GONZAGA

O donne!

Perch un incarco s crudel m imposto?

ANTONIETTA

Ah! voi volete esser pietoso, e siete

crudel: tremar pi non ci fate. In nome

di Dio, parlate; ov il mio sposo?

GONZAGA

Il cielo 190

vi dia la forza dascoltarmi. Il Conte...

MATILDE

Forse tornato al campo?

GONZAGA

Ah! pi non torna...

Egli in disgrazia de Signori... preso.

ANTONIETTA

Egli preso! perch?

GONZAGA

Gli danno accusa

di tradimento.

ANTONIETTA

Ei traditore?

MATILDE

Oh padre! 195

ANTONIETTA

Or via, seguite: preparate al tutto

siam noi: che gli faran?

GONZAGA

Dal labbro mio

voi non ludrete.

ANTONIETTA

Ahi lhanno ucciso!

GONZAGA

Ei vive;

ma la sentenza proferita.

ANTONIETTA

Ei vive?

Non pianger, figlia, or che doprare il tempo. 200

Gonzaga, per piet, non vi stancate

della nostra sventura; il ciel vaffida

due derelitte: ei vera amico: andiamo,

siateci scorta ai giudici. Vien meco,

poverella innocente: oh! vieni: in terra 205

c ancor piet: son sposi e padri anchessi.

Mentre scrivean lempia sentenza, in mente

non venne lor chegli era sposo e padre.

Quando vedran di che dolor cagione

una parola di lor bocca uscita, 210

ne fremeranno anchessi; ah! non potranno

non rivocarla: del dolor laspetto

terribile alluom. Forse scusarsi

quel prode non degn, rammentar loro

quanto per essi opr; noi rammentarlo 215

sapremo. Ah! certo ei non preg; ma noi,

noi pregheremo.

(in atto di partire)

GONZAGA

Oh ciel, perch non posso

lasciarvi almen questa speranza! A preghi

loco non c; qui i giudici son sordi,

implacabili, ignoti: il fulmin piomba, 220

la man che il vibra nelle nubi ascosa.

Solo un conforto v concesso, il tristo

conforto di vederlo, ed io vel reco.

Ma il tempo incalza. Fate cor; tremenda

la prova; ma il Dio deglinfelici 225

sar con voi.

MATILDE

Non c speranza?

ANTONIETTA

Oh figlia!

(partono)

SCENA IV

Prigione.

IL CONTE

A questora il sapranno. Oh perch almeno

lunge da lor non moio! Orrendo, vero,

lor giungeria lannunzio; ma varcata

lora solenne del dolor saria; 230

e adesso innanzi ella ci sta: bisogna

gustarla a sorsi, e insieme. O campi aperti!

o sol diffuso! o strepito dellarmi!

o gioia de perigli! o trombe! o grida

de combattenti! o mio destrier! tra voi 235

era bello il morir. Ma... ripugnante

vo dunque incontro al mio destin, forzato,

siccome un reo, spargendo in sulla via

voti impotenti e misere querele?

E Marco, anchei mavria tradito! Oh vile 240

sospetto! oh dubbio! oh potessio deporlo

pria di morir! Ma no: che val di novo

affacciarsi alla vita, e indietro ancora

volgere il guardo ove non lice il passo?

E tu, Filippo, ne godrai! Che importa? 245

Io le provai questempie gioie anchio:

quel che vagliano or so. Ma rivederle!

ma i lor gemiti udir! lultimo addio

da quelle voci udir! tra quelle braccia

ritrovarmi... e staccarmene per sempre! 250

Eccole! O Dio, manda dal ciel sovresse

un guardo di piet.

SCENA V

ANTONIETTA, MATILDE, GONZAGA, e il CONTE

ANTONIETTA

Mio sposo!...

MATILDE

Oh padre!

ANTONIETTA

Cos ritorni a noi? Questo il momento

bramato tanto?...

IL CONTE

O misere, sa il cielo

che per voi sole ei m tremendo. Avvezzo 255

io son da lungo a contemplar la morte,

e ad aspettarla. Ah! sol per voi bisogno

ho di coraggio; e voi, voi non vorrete

tormelo, vero? Allor che Dio sui boni

fa cader la sventura, ei dona ancora 260

il cor di sostenerla. Ah! pari il vostro

alla sventura or sia. Godiam di questo

abbracciamento: un don del cielo anchesso.

Figlia, tu piangi! e tu, consorte!... Ah! quando

ti feci mia, sereni i giorni tuoi 265

scorreano in pace; io ti chiamai compagna

del mio tristo destin: questo pensiero

mavvelena il morir. Deh chio non veda

quanto per me sei sventurata!

ANTONIETTA

O sposo

de miei bei d, tu che li festi; il core 270

vedimi; io moio di dolor; ma pure

bramar non posso di non esser tua.

IL CONTE

Sposa, il sapea quel che in te perdo; ed ora

non far che troppo il senta.

MATILDE

Oh gli omicidi!

IL CONTE

No, mia dolce Matilde; il tristo grido 275

della vendetta e del rancor non sorga

dallinnocente animo tuo, non turbi

questistanti: son sacri. Il torto grande;

ma perdona, e vedrai che in mezzo ai mali

unalta gioia anco riman. La morte! 280

Il pi crudel nemico altro non puote

che accelerarla. Oh! gli uomini non hanno

inventata la morte: ella saria

rabbiosa, insopportabile: dal cielo

essa ci viene; e laccompagna il cielo 285

con tal conforto, che n dar n torre

gli uomini ponno. O sposa, o figlia, udite

le mie parole estreme: amare, il vedo,

vi piombano sul cor; ma un giorno avrete

qualche dolcezza a rammentarle insieme. 290

Tu, sposa, vivi; il dolor vinci, e vivi;

questa infelice orba non sia del tutto.

Fuggi da questa terra, e tosto ai tuoi

la riconduci: ella lor sangue; ad essi

fosti s cara un d! Consorte poi 295

del lor nemico, il fosti men; le crude

ire di Stato avversi fean gran tempo

de Carmagnola e de Visconti il nome.

Ma tu riedi infelice; il tristo oggetto

dellodio tolto: un gran pacier la morte. 300

E tu, tenero fior, tu che tra larmi

a rallegrare il mio pensier venivi,

tu chini il capo: oh! la tempesta rugge

sopra di te! tu tremi, ed al singulto

pi non regge il tuo sen; sento sul petto 305

le tue infocate lagrime cadermi;

e tergerle non posso: a me tu sembri

chieder piet, Matilde: ah! nulla il padre

pu far per te; ma pei diserti in cielo

c un Padre, il sai. Confida in esso, e vivi 310

a d tranquilli se non lieti: Ei certo

te li prepara. Ah! perch mai versato

tutto il torrente dellangoscia avria

sul tuo mattin, se non serbasse al resto

tutta la sua piet? Vivi, e consola 315

questa dolente madre. Oh chella un giorno

a un degno sposo ti conduca in braccio!

Gonzaga, io toffro questa man che spesso

stringesti il d della battaglia, e quando

dubbi eravam di rivederci a sera. 320

Vuoi tu stringerla ancora, e la tua fede

darmi che scorta e difensor sarai

di queste donne, fin che sian rendute

ai lor congiunti?

GONZAGA

Io tel prometto.

IL CONTE

Or sono

contento. E quindi, se tu riedi al campo, 325

saluta i miei fratelli, e d lor chio

moio innocente: testimon tu fosti

dellopre mie, de miei pensieri, e il sai.

D lor che il brando io non macchiai con lonta

dun tradimento: io nol macchiai: son io 330

tradito. E quando squilleran le trombe,

quando linsegne agiteransi al vento,

dona un pensiero al tuo compagno antico.

E il d che segue la battaglia, quando

sul campo della strage il sacerdote, 335

tra il suon lugubre, alzi le palme, offrendo

il sacrifizio per gli estinti al cielo,

ricordivi di me, che anchio credea

morir sul campo.

ANTONIETTA

Oh Dio, piet di noi!

IL CONTE

Sposa, Matilde, ormai vicina lora; 340

convien lasciarci... addio.

MATILDE

No, padre...

IL CONTE

Ancora

una volta venite a questo seno;

e per piet partite.

ANTONIETTA

Ah no! dovranno

staccarci a forza.

(si sente uno strepito darmati)

MATILDE

Oh qual fragor!

ANTONIETTA

Gran Dio!

(sapre la porta di mezzo, e saffacciano genti armate; il capo di esse savanza verso il Conte: le due donne cadono svenute)

IL CONTE

O Dio pietoso, tu le involi a questo 345

crudel momento; io ti ringrazio. Amico,

tu le soccorri, a questo infausto loco

le togli; e quando rivedran la luce

d lor... che nulla da temer pi resta.

FINE DELLA TRAGEDIA

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