Il convegno di Vienna

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IL CONVEGNO DI VIENNA

Commedia in tre atti

di R.E. SHERWOOD

PERSONAGGI

Kathie

Ernesto

Elena

Antonio Krug

II vecchio Krug

Ilse

Emilio von Stainz

Contessa von Stainz

Poffy

Strup

La signora Lucher

Conte Bredzì

Torlini

Poliziotto

Uno Chef

Rodolfo Massimi­liano

Gisella von Krett

Il generale Hetzler

Sofia Koeppke

Koeppke

Talisz

Jansei

Camerieri, facchini e « grooms » d'albergo.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

Un salone in casa del prof. don. Antonio Krug, a Vienna. Nel tardo pome­riggio del 18 agosto 1930, centenario della nascita di Francesco Giuseppe I.

L'ambiente è arredato in stile ultramodernistico nel­le decorazioni e nei mobili, ma attraverso le tinte dei tendaggi e delle tappezze­rie passa un'atmosfera di calore alla antica.

A destra, in primo piano, una porta, a due battenti, conduce nell'atrio e verso la scala. Nell'angolo de­stro, in fondo, un'ampia lunga finestra, da cui si scorge un mare d'ippocasta­ni. In fondo alla stanza, al centro, alcuni gradini conducono ad un piccolo rialzo, su cui s'apre l'una sinistra di questo, l'ingresso scio del boudoir della signora Krug, all'anticamera delle stanze da letto.

A sinistra, in fondo, la porta verso gli stuelli del dottor Krug e, in primo piano, un caminetto. Davanti ad esso, un seggio. Lievemente a sinistra del centro della scena un ampio canapè, il cui schienale è co­stituito da uno scaffale dì libri. Verso destra una poltrona ben imbot­tita e due o tre altre meno comode. Un sedile alla finestra e fra questo e il rialzo in fondo è collocato un apparecchio radiofonico americano.

All'alzarsi del sipario, la scena è vuota, ma la radio tramanda una melodia di jazz. Poco dopo, la porta di destra s'apre ed entra Kathie, domestica quarantenne, robusta, sicura di sé, seguita da Ernesto, rispettabile, gioviale commesso di lavanderia con un canestro colmo di biancheria pulita.

Kathie                           - Posate un po' qua! (Indica il canapè; poi s'avvicina alla radio).

Ernesto                          - Subito. (Posa il canestro presso il canapè).

Kathie                           - (borbotta mentre chiude la radio) Chiu­desse mai la radio, andando via. E lo sa quanto secchi il signor dottore! (Sale i gradini e bussa all'uscio della signora Krug) Signora Krug!

Elena                             - (di dentro) Cosa c'è?

Kathie                           - Hanno portato la biancheria. (Scende e si volge a Ernesto con tono perentorio) Vuol contare sem­pre lei... E il cielo v'aiuti, se manca qualche capo!...

Ernesto                          - Nemmeno un tovagliolo, ve lo giuro!

Elena                             - (viene dalla sua stanza e va verso il canapè. Ha trentadue anni, svelta, leggera, padrona di sé e quasi impercettibilmente maliziosa. È al di sopra di ogni cri­tica, quale moglie invidiata del rinomato dottor Krug. Indubbiamente è una donna di mondo, è nota tale, seb­bene indossi ora un camice di linea semplice e severa ed appaia un modello di svelta e competente nutssaia. Sorride amabilmente a Ernesto) Buongiorno, Ernesto!

Ebnesto                         - (con un inchino) Buongiorno, signora Krug! Comincia a far caldo, no?

Elena                             - Si, è una temperatura molto piacevole... Sta bene, Kathie! Ce l'ho io la lista! (Kathie comincia a tirar fuori alcune paia di mutande stirate, paio per paio, e le posa sul canapè. Elena tiene in mano un libro della biancheria e controlla i capi segnalati da Kathie).

Kathie                           - sette paia di mutande...

Elena                             - Sette. Sia bene... Fammi vedere come son state lavate. (Kathie mostra un paio che Elena esamina).

Ernesto                          - Tutto è stato lavato bene, non dubiti. Mor­bido e «onice come panna montata per carezzare meglio la sua pelle, signora Krug.

Elena                             - La mia, no! Quella di... mio marito.

Ernesto                          - (con un inchino) Mi scusi... tanto.

Elena                             - E le camicie?

Kathie                           - (ammucchiandole) Una... due... tre... quat­tro... cinque... sei... sette! (Da sinistra, il dottor Anto­nio Krug, un bell'uomo forte, robusto sui quarantacinque anni, porta le lenti, veste un abito da mattina, essenzial­mente germanico di iattura, con pantaloni a righe. Le mani sono più da contadino che da esperto chirurgo. Egli lo sa. farla calmo, ma nella sua voce profonda c'è un tono di sicurezza. Egli conosce a fondo ciò di cui parla),

Antonio                         - Elena... Cosa stai tacendo? (Le si avvi­cina).

Elena                             - Non seccarmi adesso, Antonio. Quante ma­glie?...

Kathie                           - Due... quattro... sei... sette.

Elena                             - Sette. Sta bene! (Ad Antonio) Sto contando la biancheria.

Kathie                           - (conta i pedalini) Uno... due... tre... quat­tro... (Continua).

Antonio                         - (sorridendo) Scusami, Elena!... Ma questo grave lavoro ti terrà occupata a lungo?

Elena                             - No. Perché?

Antonio                         - Ci sono due miei studenti, qui fuori!

Kathie                           - (borbotta) Undici paia di pedalini.

Antonio                         - Ti dispiacerebbe riceverli? Desidererei che ti osservassero bene.

Elena                             - No, per carità, mio caro! Falli entrare ad ogni modo. (A Kathie) Hai detto undici?

Kathie                           - Sissignora. Cinque di lana, sei di seta.

Elena                             - Bene... (Ad Antonio) Preferirei che non mi vedessero in mezzo a questa biancheria.

Antonio                         - (sorride) No, potrebbe dar loro una delu­sione. Essi ti credono una figura solenne, regale.

Elena                             - (interessata) Davvero?

Antonio                         - Chissà come si sono fatti quest'idea!?

Elena                             - Forse perché sono giovani. (Kathie rimette la biancheria nel cesto).

Antonio                         - Sono... giovani e d'una serietà paurosa. Hanno un maledetto bisogno di avere qualche lezione di bel garbo.

Elena                             - Ma nemmeno questo camice è molto... re­gale.

Il vecchio Kruc             - (viene da destra, tenendo in mano il giornale della sera. Egli è il padre di Antonio, un sim­patico vecchio, ex calzolaio. Non ama molto lo sviluppo delle cose, dacché l'Austria è in mano alla democrazia).

Antonio                         - No. So benissimo che puoi apparire molto più bella.

Elena                             - Se li trattieni un pochino, andrò a fare un po' di toilette. (S'avvia verso gli scalini, in fondo).

Antonio                         - Grazie, Elena. Li introdurrò qui. (Via da sinistra).

Kruc                              - Introdurre chi?

Elena                             - (sulla porta della propria stanza) Portate qua la biancheria. (Esce lasciando la porta aperta).

Ernesto                          - Volentieri, signora Krug! (Solleva il ce­sto. Kathie raccoglie le mutande e le camicie piegate, che stanno sul canapè, e va nella stanza. Ernesto vuol seguirla, ma il vecchio Krug gli sbarra il passo).

Krug                              - Ernesto!

Ernesto                          - (si volta e fa un inchino) Signor Krug!...

Krug                              - (sconvolto) Hai avuto altre notizie?

Ernesto                          - (con aria d'importanza) Oh, sì! Sono stato all'« Hotel Lucher », dove sono in gran movimento. Si aspettano per stasera più di cento persone!

Krug                              - (impressionato) Cento!? E la polizia non lo proibirà, eh?

Ernesto                          - (sicuro) Oh, no! La signora Lucher ha saputo comprare il silenzio delle autorità.

Kathie                           - (compare sull'uscio della stanza da letto) La signora vi ha detto d'andare di là.

Ernesto                          - Vengo, vengo! (Fa un cenno a Krug ed esce col cesto. Krug va verso la radio, l'apre. S'ode un discorso in russo. Egli ascolta con attenzione. Antonio entra du destra, seguito dagli studenti. Emilio Loibner e lise Hinrich. Emilio è bruno, occhialuto, vestito poveramente, senza accuratezza. lise potrebbe essere una bella ragazza bionda, se ci tenesse. È ardente e ambiziosa, ma un po' selvatica).

Antonio                         - Accomodatevi qua, senz'altro, per favore.

Ilse                                - Spero che non disturbiamo la signora Krug.

Antonio                         - No, no. Essa è molto desiderosa di co­noscervi.

Emilio                           - Molto gentile.

Antonio                         - (a Krug) Chiudi, babbo!

Kruc                              - Ma è quel processo a Mosca...

Antonio                         - Lo so. E tu non ci capisci una parola. Chiudi!

Kruc                              - (con rassegnazione avvilita) Sta bene!... (Chiude).

Antonio                         - Ecco mio babbo! (lise ed Emilio s'inchi­nano e mormorano: «Felicissimi, signor Krug! »). Que­sti sono due miei allievi: Ilse Hinrich ed Emilio Loib­ner. (Krug borbotta un saluto poco amabile e s'avvia verso il sedile alla finestra, dove si siede a leggere il giornale). Mia moglie sarà qui fra poco. Devo vedere» un'altra paziente, prima di metterci al lavoro. Una donna tremenda! È venuta nientemeno che dalla... aspettate... dalla Pensilvania per apprendere i fatti più elementari della vita umana. Ed è anche maritata! ( Ride). Ma che razza di mariti devono esserci in Pensilvania, se le mo­gli devono venire fino a Vienna per conoscere certi fatti!? (Emilio ed Ilse ridono per ossequio allo scherzo del professore). Quando verrà mia moglie desidero che voi siate entrambi molto amabili, anziché... troppo acca­demici... capito? (Esce da sinistra).

Emilio                           - Non c'è bisogno che lei ce lo dica, signor professore.

Ilse                                - Cosa le diremo?

Emilio                           - Oh Dio, penso sia bene farle dei compli­menti. Questa è la cosa migliore.

Ilse                                - Sì, ma a che proposito?

Emilio                           - Lei dovrebbe saperlo. Lei è donna.

Krug                              - (inattesamente) Ditele che ammirate questa stanza.

Ilse                                - Oh! (Hanno trasalito entrambi, essendosi scor­dati di Krug).

Krug                              - Essa gradisce gli elogi... per questa decora­zione! (Fa un cenno con la mano, poco consenziente).

Emilio                           - È... è opera sua?

Kruc                              - In ogni dettaglio. Ha sorvegliato i falegnami, i pittori, indicava loro come dovevano fare.

Ilse                                - Fa una fortissima impressione!

Krug                              - Può darsi! (S'alza e va verso lise). Ma, per conto mio, è... non so... non mi piace. Manca di natu­ralezza... Sapete cosa ha detto, quando aveva finito? Ha detto : « Non vogliamo un solo oggetto, in casa nostra, che possa rammentarci che vi fu un passato. Dobbiamo credere d'ignorare qualsiasi avvenimento del mondo, prima del 1920. Noi ricominciamo da capo! ». Così ha detto. Idee pazzesche! (Sogghigna). Comunque è una donna piacevole! Vi può raccontare, a voi giovani, cose che possono riescirvi utilissime. E, soprattutto, vi rac­conterà, se voi le chiederete, la vera...

Ernesto---------------- - (esce dalla stanza di Elena, col canestro vuoto) Oh! La lavandaia aveva mandato tutto in regola.

Krug                              - Ebbene, io desidero una camicia pulita.

Kathie                           - (esce dalla stanza d'Elena) Avanti! Andiamo. Abbiamo terminato con voi. (Va verso destra).

Ernesto                          - Sì, cara.

Ilse                                - (a Emilio) Cos'ha detto della signora King? (Emilio la prega di tacere).

Kruc                              - Arrivederci, Ernesto!

Ernesto                          - Arrivederla, signor Krug! (Esce da destra, seguito da Kathie).

Kruc                              - Signor Krug!! (Sogghigna, ritornando verso gli studenti). Lui ed io andavamo a scuola insieme e adesso mi chiama «signor» Krug! Perché sono il pa­dre di mio figlio. Come se fosse merito mio!...

Elena                             - (entra, in una graziosa vestaglia).

Emilio                           - (con un inchino) Signora Krug!

Elena                             - (stringe la mano ad lise, alzatasi) Buongior­no. Come va?

Ilse                                - Come sta lei, signora?

Elena                             - Babbo, non vuoi far le presentazioni?

Kruc                              - No so come si chiamino. Sono due studenti. (Si ritira a destra, dove legge il giornale, fumando la pipa).

Elena                             - (ad Emilio) Temo di avervi fatto atten­dere...

Emilio                           - (rigidamente) Oh, no!

Elena                             - Ebbene, sedetevi e raccontatemi come proce­dono i vostri studi. (Siedono).

Ilse                                - Temo di non sapere molto io. Io sono una principiante, come vede. Emilio è il discepolo predi­letto dal professore, invece.

Elena                             - Davvero?! E cosa v'insegna il professore?

Emilio                           - È una cosa molto complessa. Egli ha supe­rato la psicoanalisi. Egli c'insegna il Vangelo d'una vita migliore, la vita osservata attraverso il microscopio di un biologo e nei nei colori mutevoli del provino di un chimico. C'insegna che l'evoluzione umana deve essere regolata dalle inesorabili curve della statistica e non dalle encicliche dei preti o dagli ukase dei re.

Elena                             - Ebbene, questa è una scienza universale, non vi sembra? (Sorride a Emilio con una certa simpatia). E quando avrete assorbito tutta la scienza esistente, quale uso ne farete?

Emilio                           - Cercherò di distribuirla agli altri.

Elena                             - Ah, sì? Lei è un nuovo Paolo, allora!?

Emilio                           - Un nuovo Paolo?!

Elena                             - Ma sì, Paolo, l'apostolo.

Emilio                           - Già. (Antonio entra da sinistra). Lei è la consorte dello scienziato più illuminato dell'Austria.

Antonio                         - Emilio, ho udito casualmente questa sua ultima affermazione. C'è qui una copia di « Figli e amanti »?

Elena                             - Ce ne dev'essere una... Non so dove.

Antonio                         - Vorrei darla a quella donna della Pensilvania. Può giovarle, forse... Ah, eccola!

Elena                             - Di che male soffre?

Antonio                         - Il solito: un'altra delusione! Durante vent'anni, essa ha voluto misurare il suo povero marito, mettendolo a confronto col suo primo amore.

Elena                             - E cosa le prescrivi, oltre questo libro?

Antonio                         - Di ritrovare il suo primo amore e di osservarlo bene, così com'egli è attualmente. È un fabbricante di forniture per dentisti. Credo che rimarrà guarita... (Sorride a Elena ed esce da sinistra).

Elena                             - Speriamo che le giovi. Dev'essere tremendo sentirsi sempre insoddisfatta e... turbata...

Emilio                           - (con profonda convinzione) Egli la guarirà s'ella saprà comprenderlo...

Ilse                                - Desidererei rivolgerle una domanda...

Elena                             - Ebbene, avanti: qual'è la sua domanda?

Krug                              - Desidera che tu le dica quanto sai sugli Absburgo...

Emilio                           - Signora Krug... Le giuro che noi non pre­stiamo alcuna attenzione alle scandalose dicerie che per­fidi, maligni, borghesucci...

Elena                             - (troncando, a Ilse) La prego, che cosa voleva sapere lei?

Ilse                                - (titubante) Il guaio si è... che io non mi sento sicura di me stessa!

Elena                             - Oh!?

Ilse                                - Ho... ho fatto un'esperienza...

Elena                             - Ah, capisco! (Avvicina la sua sedia a quella d'Ilse. Anche Krug, che è stato a sentire, fa così). Mi racconti, mi racconti...

Ilse                                - (esitante) Una cosa molto strana. Ero a Nizza durante le vacanze. Chiamai un giorno un tassì. Dopo esservi montata, mi capitò di guardare nello specchietto, che si trovava in alto di fronte al conducente, e scorsi i suoi occhi. Egli mi fissava apertamente, sfacciatamente. Gli occhi più strani che io abbia mai visti. Continuai ad osservarli, mio malgrado. Ero sicura d'averlo già veduto. Correva terribilmente su quelle strade strette che si snodano lungo le rocce. Una corsa pazza! Non era lì ch'io ero diretta, ma non ci pensavo già più. Te­mevo che la vettura si rovesciasse da un momento al­l'altro. Finalmente gli gridai di fermarsi, ma ero così atterrita che non pensai a dirglielo in francese. Parlai tedesco. E allora, egli si fermò, scese dal suo posto, salì nell'interno della vettura e si sedette accanto a me. E mi disse: «Lo pensavo! C'era qualcosa nelle vostre pu­pille che vi rivelava una viennese. Anch'io sono vien­nese. Infatti io sono uno di coloro che procuravano a Vienna la gloria ormai tramontata ». Allora mi cinse col braccio e mi diede un lungo bacio.

Krug                              - (piano) Bene... bene...

Elena                             - (lentamente) Un autista di tassi!

Ilse                                - Mi baciò così da non farmi profferire una sola parola di protesta. Cercai di dire a me stessa che egli non era altro che un nevropatico, ma questo non mi giovava. Allora egli esclamò: «Permettete che io mi presenti! Sono l'arciduca Rodolfo Massimiliano d'Abs-burgo! ».

Elena                             - (con un cenno del capo) Ah, sì?... (Krug ride clamorosamente. Elena, sollevandosi) Babbo! (Krug frena la sua ilarità).

Emilio                           - Non lo credo. Era probabilmente qualche impostore.

Ilse                                - No. Chiesi di lui al mio albergo, quando vi tornai. Mi dissero ch'egli era molto conosciuto a Nizza.

Krug                              - Quanto tempo ci mise lei prima di tornare all'albergo ?

Ilse                                - Oh! Mi riaccompagnò subito. Vede? Aveva fer­mato la macchina in mezzo alla strada, ostruendo il traf­fico e vennero delle guardie, che gli fecero ricordare la sua condizione di... autista... (con lieve malinconia). Sembrava sceso dritto dritto da uno di quei ritratti nel vecchio palazzo.

Elena                             - Lo so. Labbra piene, carnose...

Ilse                                - (con fervido consenso) Sì, ecco perché mi sem­brava d'averlo già veduto... E quando volli pagare la corsa, fece un gesto di rifiuto e disse : « Per carità, mia «ara... Per questa corsa, siete stata mia ospite! ».

Kkuc                             - Direi anch'io! (Ride). Proprio Lui! Vero, Elena? Né più né meno come tutti loro.

Emilio                           - (con veemenza) Se ci fossi stato io, gli avrei dato un pugno nel muso.

Elena                             - Non lo credo.

Ilse                                - Oh, no di certo! A parole è facile, ma se lo avesse veduto, come l'ho visto io, lei non sarebbe stato capace di dir altro, se non: « Sì, Altezza! ».

Elena                             - (a Ilse) Credo che l'esperienza non le sia riu­scita assolutamente sgradevole.

Ilse                                - Non so di preciso cosa pensarne.

Elena                             - Ha consultato il dottor Krug?

Ilse                                - Non ho osato confessargli la mia debolezza.

Krug                              - È inutile che lei lo consulti... Elena, di queste cose tu te ne intendi assai meglio di Antonio. Narra loro quando il vecchio imperatore sorprese te e Rodolfo Massimiliano nella fontana di Schoenbrunn.

Ilse                                - (con voce ansante) Lei lo conosceva, dunque?

Krug                              - Lo conosceva?! (Non sa frenare la sua al­legria).

Ilse                                - Allora io... io ho detto qualcosa di... tremendo!

Emilio                           - Già!

Elena                             - No, mia cara. Non era affatto tremendo! Mi sono goduta ogni parola del suo racconto. (Antonio en­tra). Antonio, perché sei venuto? Ero in procinto d'im­partire una lezione ai tuoi allievi.

Antonio                         - Su quale argomento?

Elena                             - Sul passato!

Antonio                         - Di chi?

Elena                             - Sul mio.

Antonio                         - Continua, allora. M'interessa moltissimo.

Elena                             - Oh, no! È molto sciocco... Però... (A lise) Lei su un punto aveva ragione. E lei pure (a Emilio) aveva ragione parlando di una migliore vita. Oh, Anto­nio, saresti stato fiero di lui!

Antonio                         - (sorride) Avanti! Inizia la tua lezione.

Elena                             - (ai giovani) Questa è una vita migliore. Lo posso dire a ragion veduta. Io ero uno dei molti ma­lanni del vecchio regime... io e quel fatale autista che l'intrattenne nella sua vettura.

Antonio                         - Ma cosa significa tutto ciò?

Elena                             - Essa ha avuto un incontro con Rodolfo Mas­similiano.

Antonio                         - (perplesso) Qui a Vienna?

Elena                             - No. A Nizza.

Antonio                         - (sollevato) Ah!

Elena                             - (a lise) Lei deve narrargli ogni cosa. Egli analizzerà le sue reazioni emotive, come ha analizzato le mie. Avevo bisogno delle sue cure... (Essa guarda Antonio. Scambiano un'occhiata di comprensione). Di mol­te sue cure. Egli mi curò infatti... E io mi abbandonai anima e corpo, alla nuova divinità. (Posa la mano sulla spalla di Antonio). Non dovete avere alcun dubbio 6ulla legittimità di questo dio! Potete credere in lui, adorarlo, seguirlo fino nell'ultima sua statistica!

Emilio                           - (con fervore) Le 6ue parole sono animatrici, signora!

Elena                             - Così volevo che fossero!

Antonio                         - Bene! Tutto ciò porta i vostri studi su un piano pericolosamente elevato. (Kathie da destra, con un vassoio d'argento su cui sono posati vari biglietti). Co­munque, se questi neofiti vogliono passare nel mio stu­dio, celebreremo una messa solenne.

Kathie                           - Visite, signora.

Krug                              - (s'alza) Chi? Chi è?

Elena                             - Un minuto, Kathie! Arrivederla, lise. E non si preoccupi per le sue emozioni. Non sono affatto ecce­zionali.

Ilse                                - Lo so. È questo che mi preoccupa.

Krug                              - (s'avvicina a Kathie per vedere i biglietti).

Elena                             - Arrivederla, Emilio.

Emilio                           - Lei rammenta il mio nome.

Elena                             - Questo è uno dei buoni frutti della mia educazione... absburgica!

Krug                              - (turbato, agitato) Elena!

Elena                             - (senza fermarsi) Sono allenata al ricordo... (Ho uno sguardo dardeggiente verso Emilio).

Krug                              - Elena! Il conte e la contessa von Stainz.

Elena                             - (perplessa) Von Stainz? (Abbandona Emilio per osservare ì biglietti).

Krug                              - E la signora Lucher, la vecchia signora in persona... E Poveromo, sai? La guida.

Elena                             - (a Kathie) Sono qui?

Kathie                           - Sissignore.

Krug                              - Certo che son qui e ne so anche il motivo.

Kathie                           - Sono giù, nel vestibolo. La pregano di ri­ceverli.

Antonio                         - (ai giovani) Volete attendermi in istudio? Vengo subito!

Ilse ed Emilio                - (escono da sinistra).

Krug                              - Posso dirvi esattamente cosa desiderano, quelli là.

Antonio                         - Ebbene?

Krug                              - Che Elena partecipi alla loro serata all'Al­bergo Lucher.

Antonio                         - Serata?!... Quale serata?

Krug                              - Una grande commemorazione! Figurati che chiasso! (È tutto allegro per l'inatteso sviluppo degli eventi, ma nessuno bada a lui).

Elena                             - (ad Antonio) È il centesimo anniversario della nascita del nobile monarca Francesco Giuseppe I. La signora Lucher ha creduto necessario commemorarlo degnamente.

Krug                              - Sì, e lei ha ottenuto il silenzio della polizia.

Antonio                         - Ebbene, che c'è ancora?

Krug                              - Desiderano che Elena ci vada, ecco cosa c'è!

Antonio                         - Vuoi andarci, Elena?

Elena                             - Antonio!

Antonio                         - Cosa?

Elena                             - Non voglio vederli.

Antonio                         - Perché? Sono tuoi amici, no?

Elena                             - Lo erano, molto tempo fa.

Antonio                         - Ebbene... se è così... non saprei perché... (Scorge Kathie) Attendete nel vestibolo, Kathie.

Kathie                           - Sì, signor dottore. (Esce da destra, chiu­dendo la porta).

Kiujc                             - Perché la fai attender di là?

Antonio                         - Se sono vecchi amici tuoi, non so perché ti rifiuti di vederli... Ammenoochè...

Elena                             - Ammenocchè...?!

Antonio                         - Ammenocchè non vi siano sgradevoli asso­ciazioni d'idee.

Elena                             - (con sorprendente veemenza) Certo che ve ne sono! Il conte e la contessa von Stainz sono persone terribili. A corte erano due fra i più tipici esemplari di cortigiani.

Antonio                         - Ma quel Poveromo, scusa! È un « cice­rone » innocuo, piuttosto patetico. Non ha nulla di per­turbante.

Kruc                              - Ma non ricordi ch'era uno degl'intimi dell'arciduca?

Antonio                         - E la eignora Lucher che male ti può fare?

Elena                             - La detesto! Detesto la sola vista del suo albergo.

Antonio                         - Perché?... Perché fu teatro di molte tue indiscrezioni giovanili con lui?

Kruc                              - Stai parlando di Rodolfo Massimiliano?

Antonio                         - Daccapo, quel maledetto nome! (Va verso la porta di sinistra). Ebbene, Elena, se non desideri ve­derli, non li vedrai. Ma non chiedere consiglio a me. Ho quegli allievi di là. Sono molto occupato! (Esce).

Kruc                              - Hai sentito cos'ha detto? «Quel maledetto nome ». Non riesce a mandarlo giù.

Elena                             - (va verso destra)Kathie!

Kathie                           - Signora?

Elena                             - Falli salire.

Kathie                           - Sissignora.

Krug                              - (lieto) Brava, Elena! (Siede e s'accomoda confortevolmente). Ti farà bene chiacchierare con loro. Tante volte penso ebe tu non vedi abbastanza vecchi amici.

Elena                             - Va' nella tua stanza, babbo.

Kruc                              - Perché?

Elena                             - Perché così desidero.

Kruc                              - Ma se avrei avuto tanto piacere di vederli...

Elena                             - Va' per favore!

Kruc                              - (andando) Ah, Dio buono! Mi facessero mai assistere a qualcosa d'interessante in questa casa... (Si trascina ed esce da sinistra).

Kathie                           - (rientra, spalanca la porta) Prego, favori­scano! (Entra la signora Lucher, un tipo terribilmente antiquato, vestita assurdamente in abiti all'antica pur riuscendo imponente. Voce rude, espressioni costante­ mente ostili, modi arroganti e dispotici con tutti. La seguono ì conti von Stainz e Poffy. Il conte, sui cinquan­tacinque anni. Sulla sua figura grigia si notano i segni devastatori del tempo, della delusione e dell'alcool. È tuttavia d'una cortesia senza pari. La contessa, sulla cin­quantina, è sconclusionata e troppo propensa ad emozionarsi. Poffy, tragica ma galante figura di ex ufficiale dell'esercito austriaco, che ora fa il t cicerone » di tu­risti americani nella Hofburg, palazzo imperiale di Vienna).

Elena                             - Tatti! Come sono felice!...

Contessa                       - Elena! Angelo mio! (Si slancia ad ab­bracciarla).

Elena                             - (al conte, tendendogli la mano sopra la spalla della contessa) Allò, Franz: come va?

Conte                            - Non troppo bene, grazie!

Poffy e Lucher              - (si tengono indietro, quasi dubbiosi sul modo in cui saranno ricevuti).

Elena                             - Oh! Mi dispiace! Allò, Poffy!

Poffy                             - (s'inchina) Elena!

Elena                             - Buongiorno, signora Lucher.

Lucher                           - Buongiorno, signora Krug.

Contessa                       - Tesoro mio... sono trascorsi dieci anni e non sei invecchiata di un sol giorno! Ma osservala, Franz!

Conte                            - L'ho già osservata!

Lucher                           - Le dispiace se mi seggo? (Siede pesante­mente su una sedia a sinistra).

Elena                             - No. Accomodatevi tutti!

Lucher                           - Ho male ai piedi.

Contessa                       - Non posso toglierti gli occhi di dosso, angiolo mio. Sei un amore! Mi vien da piangere...

Elena                             - Non esagerare, Tatti!

Lucher                           - La lasci piangere, se ciò la rende più fe­lice...!

Conte                            - Non vi offendete, se vi fissiamo così, Elena! Ci fate credere di non esser invecchiati neppure noi...

Elena                             - Dove siete stati tutto questo tempo?

Contessa                       - In un orribile sobborgo di Londra... a respirare la nebbia inglese, a trangugiare l'orrenda cu­cina inglese...

Conte                            - E a bere anche birra inglese.

Elena                             - (va presso il tavolino, su cui si trovano una ca­raffa e alcuni bicchieri) Ho del Porto, qui. Vi va?

Conte                            - Benissimo! Grazie.

Contessa                       - Ti avevo detto di non bere nemmeno una goccia.

Conte                            - Abbiamo fatto un lungo viaggio e devo sciacquare la cenere che mi s'è ficcata in gola!

Contessa                       - Non gliene dare, Elena!

Elena                             - Oh! Un bicchierino di Porto non può mica fargli male, Tatti! (Gli porge un bicchiere).

Conte                            - No, davvero. Alla vostra salute, mia cara!

Lucher                           - Le dà fastidio se fumo?

Elena                             - No, ecco una sigaretta!

Lucher                           - (apre la sua grande borsa nera e ne trae un ampio porta-sigari d'argento) Non si preoccupi!... (Cava un sigaro e ne morde una punta).

Elena                             - Sempre la stessa marca fuma?

Lucher                           - Oh, no! Da Cuba ormai non mandano più la qualità più fine! (Poffy avanza per accenderle il si­garo).

Contessa                       - Tutto è mutato qui. Dieci anni d'esilio, per trovare questo bel risultato. Oh, Elena, se sapessi cosa abbiamo passato! Ho fatto la cucitrice, mia cara! Sì, la cucitrice di biancheria solida e pudica per vecchie dame inglesi. Da tre mesi non facciamo colazione pur di raggranellare i danari occorrenti per venire a Vienna. E ti giuro, quando stamane siamo arrivati e abbiamo gi­rato per la città, abbiamo pianto, letteralmente pianto, a vedere la nostra diletta Vienna in preda a questa sua ultima, spaventosa agonia!

Elena                             - Non è l'agonia della morte, che tu hai vi­sta, Tatti! Sono le doglie della nascita. Qui sorge una nuova vita.

Contessa                       - Tu potrai ben dirlo! (Si guarda attorno). La nuova vita sembra esserti stata propizia.

Elena                             - Già, proprio così! (C'è quasi un'ombra di sfida nelle sue parole).

Conte                            - (con molto tatto) A proposito, spero che ci presenterete a vostro marito!

Elena                             - Temo ch'egli sia piuttosto occupato adesso.

Contessa                       - Com'è questo tuo dottore?

Elena                             - Oh!... Brillante, simpatico, gentile...

Poffy                             - È famoso! Quando passo di qua con i miei turisti americani, indico loro con fierezza « la dimora dello eminente dottor Krug ». Ed essi hanno un sussulto d'emozione!

Elena                             - (sorride) Specie le donne!

Poffy                             - Oh, sì!

Lucher                           - Ma non è ora d'abbordare l'argomento principale? Almeno... se a voi sembra d'aver fatto ab­bastanza complimenti preliminari...

Elena                             - Non c'è fretta...

Poffy                             - Altro che! Parli, signora Lucher!

Lucher                           - Dunque, l'argomento principale eccolo cenza far tante chiacchiere : desideriamo che lei cambi parere sulla sua partecipazione al convegno di stasera. Mi hanno pregato di venir qui con loro, per parlare a lei, supponendo che io, con le mie maniere energiche, riesca a far fare a chiunque tutto quel che esigo. Detto fra noi, io non credo che lei ci perderà molto a non venire. A veder questa raccolta, non dovrebbe esser...

Contessa                       - E allora perché ha organizzato questa serata, lei?

Conte                            - Perché ci ha invitati?

Lucher                           - Perché ce li ho anch'io i miei momenti sentimentali, cara contessa. Ricordandomi di questo cen­tenario, ho pensato di far rivivere per una sera, a mie spese, le antiche pazzie. Ho pensato che ci divertiremmo un pochino. Tuttavia, ho concluso ora d'esser stata ultra­ottimista... E così lei sa il mio pensiero in merito, si­gnora Krug, perciò 6arà capace di dichiarare loro qual'è il sentimento suo e così sarà finita per sempre!

Conte                            - Elena, voi non potete deluderci. Noi non abbiamo desiderato altro, se non avervi fra noi lieta, ridente. Già col vostro bel riso d'un tempo!

Elena                             - Franz, ecco, appunto il grave: io non saprei ridere! Forse saprei piangere tutt'al più...

Contessa                       - Magnifico! Piangeremo tutti assieme e trascorreremo delle ore grandiose...

Lucher                           - E quando sarete diventati abbastanza fu­nebri, comincerete a buttar le bottiglie dalla finestra. Vi conosco!

Elena                             - Chi ci sarà?

Conte .......................... - È atteso il vecchio generale Hetzler...

Elena                             - Lui?

Conte                            - Sapete cosa fa adesso? Annunzia i treni alla stazione di Erfurt.

Elena                             - Povero, caro vecchio!

Contessa                       - E verrà Talisz e Sofia con suo marito. Non so cosa facciano quelli.

Lucher                           - Tengono una locanda a Zermatt...

Poffy                             - E la bella Gisella von Krett. È già arrivata.

Elena                             - Gisella?

Poffy                             - È governante in una famiglia a Palermo.

Elena                             - E chi ancora? Ce ne eon altri?

Poffy                             - Oh! Diversi volevano venire... ma manca­vano di fondi.

Conte                            - State certi, diversi si presenteranno all'ul­timo minuto per consumare con noi lo champagne di casa Lucher. Sarà di sicuro un convegno dei più diver­tenti...

Lucher                           - Ha detto che ei passerà lo champagne, lei?

Conte                            - E quale serata all'* Hotel Lucher » finiva senza champagne? ,

Poffy                             - Lei pensa ai giorni in cui pagavamo noi, e pagavamo bene, quello che si beveva!

Elena                             - Oh! Non credo che la signora Lucher lesi­nerà lo champagne, vero?

Conte                            - Giusto, Elena! Voi eravate la sola che po­tesse darle degli ordini. Voi e Rodolfo! (Lucher scop­pia in una risata). Dio mio, perché scoppia in così cla­morosa risata?

Lucher                           - Mi sono ricordata una scenetta! (Continua a ridere scrosciantemente).

Poffy                             - (a Elena) Scommetto che dev'essere qualcosa di poco divertente!

Lucher                           - Oh! Lei, Poffy, se ne rammenta certo della notte in cui Rodolfo le regalò la collana di perle. C'era pure lei presente!

Poffy                             - Sicuro!

Lucher                           - Entrò impettito nel mio caffè alle due del mattino, bestemmiando contro di me, contro Strup, of­frendo medaglie ai ragazzi d'albergo. Pretendeva una bottiglia di vino da due litri del milleottocentododici, un cesto di melagrane e una collana di perle per la signorina Vervesz. Tutto contemporaneamente! Sennò mi rompeva le ossa. Dovetti cacciar dal letto il gioiel­liere Bamoski per avere le perle!

Conte                            - (ride) Ben gli sta a quel vecchio furfante!

Lucher                           - (a Elena) E quando diedi la collana a Sua Altezza Imperiale, mi disse a mala pena : « Grazie ». La prese e la gettò in grembo a lei!

Elena                             - (a Lucher) No, no! Non fece, così, lui. Egli mi diede la collana, più tardi, quando eravamo di sopra. Prima, mi afferrò la mano e disse: « Non è ora di bal­lare un pochino? ». E mi fece uscire dalla stanza a passo di valzer e così piombammo da lei, con gran chiasso.

Antonio                         - (entra).

Lucher                           - Ma io gli bracciai il collo col sigaro. (Ri­sata generale, che muore alla vista di Antonio. Il conte e Poffy s'alzano).

Elena                             - Antonio, hai già finito con i tuoi allievi?

Antonio                         - Sì, li ho rimandati. Ero desideroso di conoscere i tuoi amici.

Elena                             - (sorpresa) Oh!... Ecco mio marito!

Antonio                         - Come va, signora Lucher?

Elena                             - Il conte e la contessa von Stainz. LI signor Povoromo! (Si mormorano frasi di saluto).

Antonio                         - Oh! Il signor Povoromo lo conosco...

Conte                            - Signor professore, permetta che io mi con­gratuli con lei per sua moglie. È la signora più graziosa, più simpatica, più adorabile ch'io mi conosca...

Antonio                         - (con una riverenza) Sono portato a condi­videre la sua opinione!

Contessa                       - Signor professore, siamo venuti a pregare Elena, anzi, a scongiurarla di passare la serata con noi.

Lucher                           - Il fatto si è che, senza la signora Krug, la serata si risolverà in un disastro.

Antonio                         - (amabilmente) Ebbene, se è così, spero che verrà!

Contessa                       - Ebbene, Elena, questo aggiusta tutto! Tuo marito acconsente.

Lucher                           - Vuol venire anche lei, forse, caro pro­fessore?

Antonio                         - Lei è molto cortese, ma proprio non posso. Temo che quello non sia un posto adatto per me.

Elena                             - Nemmeno per me, credo! Però, adesso co­mincio a pensare che potrebbe riuscire molto divertente.

Conte                            - Brava Elena!

Contessa                       - E bravo dottore! Lei è degno di sua moglie.

Conte                            - Lei farà di questa serata un avvenimento memorabile!

Lucher                           - (con aria decisa) E ora che tutto è siste­mato, possiamo andarcene.

Pofpy                            - (avanza esitante) Un minuto, Elena!

Elena                             - Che c'è, Poffy?

Poffy                             - Elena, io... credo di sapere... perché lei ha mutato parere.

Elena                             - Cioè?

Poffy                             - Perché lei immagina che questa celebrazione sarà soltanto una raccolta di vecchi sfiaccati aristocratici in rovina come me, cui nessuno saprà infondere un po' d'animazione, un'illusione di giovinezza. Ma... credo che la serata non sarà affatto come lei suppone...

Lucher                           - Ma di che sta parlando lei?

Poffy                             - (deciso) Ho ricevuto una notizia, quest'oggi!

Elena                             - Sì? (Come se si attendesse ciò).

Poffy                             - M'era stato ingiunto di non dirlo a nessuno. Ma credo che lei lo verrebbe a sapere lo stesso prima di recarsi alla serata. E anche lei, signor professore... Se permette una parola a quattr'occhi...

Contessa                       - A quattr'occhi?... Ma che succede mai?

Poffy                             - Mi perdoni...

Conte                            - (avanza verso Poffy) Rodolfo?

Lucher                           - No?!

Poffy                             - Ha lasciato ieri Nizza per raggiungere Vienna.

Contessa                       - Rodolfo!

Conte                            - (esultante) Non mi par vero! È troppo bello...

Antonio                         - Ma gli permetteranno di passare il con­fine?

Lucher                           - (con enfasi) No! Non lo lasceranno mai entrare dopo quanto ha detto e fatto! Gli ufficiali po­tranno essere così scemi da permettere che entrino di contrabbando dei vilissimi insetti, scusatemi, conte e contessa cari. Ma non permetteranno mai che ritorni in Austria il membro più violento della fazione absburgica.

Poffy                             - Non avevo pensato a tutto ciò. Elena, cre­devo che lei lo sapesse. La prego di perdonarmi, signor professore, per avere toccato questo argomento.

Antonio                         - Ma per carità!... Non ho nulla da dire io. È Elena che deve decidere.

Elena                             - Io non ci vado, allora... Contessa - Ma, angelo mio, la signora Lucher ha detto la verità. Egli non potrà assolutamente varcare il confine.

Elena                             - Io non vengo più...

Conte                            - Ma voi non potete cambiar daccapo idea, Elena. Noi abbiamo bisogno di voi. Siete stata sempre voi a dare animazione a una festa. Vi siete dimenticata quando...?

Elena                             - Sì, me ne sono dimenticata. E vi consiglio, miei cari amici, di dimenticarlo pure voi...

Contessa                       - Chiedi molto a delle persone che non vivono che dei loro ricordi, ormai.

Elena                             - Per l'appunto! Vivete di qualcosa che non esiste. Ecco perché siete così decaduti ed esauriti. Ecco perché dovete esaltarvi ricorrendo a puerili surrogati come codesto convegno. Navigate in mezzo alla senti­mentalità! Versate lagrime nella birra che bevete...

Contessa                       - M'auguro di non dover mai più sentire parole così dure e brutali. E meno che mai da te, Elena.

Elena                             - So che è brutale. E se ciò può confortarvi, mi sento desolata, d'avervi parlato così. Ma è la pura verità! E voi lo sapete!

Lucher                           - Certo che è la verità! Avrei voluto, però, che lei me l'avesse detta prima ch'io m'imbarcassi in questa idiozia...

Contessa                       - Sarebbe stato più gentile farci rimandare dalla tua domestica...

Elena                             - Sì.

Contessa                       - O averci sbattuto la porta in faccia.

Elena                             - Hai ragione, Tatti.

Conte                            - (a Poffy) Ma non poteva avere tanto cer­vello lei da obbedire agli ordini e tenersi la notizia per sé?

Elena                             - (interrompe) Non sgridatelo. Ha fatto benis­simo ad avvertirmi, Poffy! Ma tale avvertimento non ha cambiato niente. Lei può capire il perché. E pure lei, signora Lucher. Loro sono rimasti a Vienna tutto questo tempo. E sanno come tutto sia mutato.

Poffy                             - Lo so, lo so, mia cara Elena. Noi l'abbiamo messa in una situazione penosissima.

Contessa                       - Non è vero! Non è colpa nostra se si è rivoltata contro quelli del suo ambiente.

Poffy                             - È semplicemente una prova del suo buon senso.

Conte                            - Oh, sì! Osservi i risultati del suo buon senso. E dopo contempli noi, che non abbiamo voluto rassegnarci all'inevitabile.

Contessa                       - E non lo facemmo per non venir mai meno al nostro onore! (Va verso il conte e prende il braccio di lui).

Lucher                           - (s'alza con fatica) Non mi piace questa discussione. Andiamocene... Devo sistemare i fiori per la serata. Li avrò di seconda mano da Griin, quello delle pompe funebri... Arrivederci, signora Krug! Venga qualche volta a bere un caffè al mio albergo! (Esce da destra).

Contessa                       - Addio, Elena! Temo che non ci vedremo mai più! (Via).

Conte                            - (con sforzata cortesia) Già, domani ripren­diamo il viaggio per l'Inghilterra.

Elena                             - Addio, Franz!

Conte                            - Professore!... (S'inchina ed esce).

Poffy                             - Sono dolente, Elena... proprio dolente...

Elena                             - Arrivederci, Poffy! Venga presto a trovarci. Forse mio marito potrebbe...

Poffy                             - I miei doveri di guida professionale occu­pano gran parte del mio tempo... ma forse troverò una breve occasione. Arrivederla, dottore! Arrivederci, Elena! (Le bacia la mano ed esce. Per qualche secondo, Elena fissa tristemente la porta donde sono usciti).

Antonio                         - Non hai fatto una gran bella figura.

Elena                             - (con troppo calore) Cosa dovevo dire o fare perché quegli imbecilli capissero? Credevano che io po­tessi starmene lì con loro, a scherzare, a bere, come se niente fosse accaduto!...

Antonio                         - (amabile) Avevi detto che la cosa poteva riuscir divertente.

Elena                             - Divertente? Divertente sbevazzare con la contessa von Stainz? E ce ne saranno altri peggiori di lei a questa serata...!

Antonio                         - Quando sono entrato, ridevi insieme a loro. Stavi per accettare l'invito.

Elena                             - Ma perché sei venuto all'improvviso, se avevi tanto da fare?

Antonio                         - Ero giunto alla conclusione che ti saresti recata alla festa.

Elena                             - Cosa?

Antonio                         - Non vedo il motivo per non andarci...

Elena                             - (fissandolo) Hai deciso di partire all'attacco?

Antonio                         - Attacco di che cosa?

Elena                             - Della mia pace spirituale.

Antonio                         - Credevo che...

Elena                             - Oh! Immagino che, secondo te, mi dovrebbe far bene andare lì per sentirmi a disagio, come una po­vera disgraziata, pur di convincermi che seguo il metodo giusto. È per questo che dovrei andarci?

Antonio                         - Credi proprio di seguire il metodo giusto?

Elena                             - Perché me lo domandi?

Antonio                         - Se vuoi seguire il mio consiglio, Elena, vacci! Tu sai che non potresti essere quella creatura calma, superiore, che sei...

Elena                             - (l'interrompe) Mi prescrivi una cura come se io fossi...

Antonio                         - Già, è proprio quello che sto facendo! Il punto debole è stato scoperto. Ora dobbiamo prendere le misure per curarlo... Elena, sia come tuo medico cu­rante sia come tuo marito, ti ordino di andare stasera all'« Hotel Lucher » e di compiere quelle sciocchezze che solevi compiere in passato, pensando, però, in cuor tuo ch'esse hanno qualcosa di gloriosamente romantico.

Elena                             - Antonio! So che mi hai sottoposta ad un trattamento, dacché siamo sposati. Ma almeno agivi con riservatezza. Ora i tuoi metodi sono troppo palesi per avere efficacia.

Antonio                         - Ho mutato i miei metodi, poiché io stesso ho appreso qualcosa di nuovo, vedendoti con i tuoi amici d'un tempo. Ti abbandonavi a codeste chiacchiere sul passato e sul presente. Tu, la donna risorta dopo la rivoluzione... E ora alcuni tristi fantasmi ti appaiono dinanzi e non osi affrontarli.

Elena                             - Posso affrontare qualunque cosa, anche il tuo vasto, potentissimo ingegno.

Antonio                         - Ma ci sono cose1 che non sai affrontare, mia cara, perché non riesci a vederle. Sei sempre in uno stato di prigionia sentimentale. Sei legata a costoro da un vincolo che è saldo, pur essendo invisibile. Que­sto vincolo lo devi spezzare. E lì potrai farlo.

Elena                             - Quando avrò bisogno dei tuoi servigi pro­fessionali, fisserò un appuntamento e verrò al tuo studio.

Antonio                         - Questo è il nostro appuntamento! (Si fis­sano per un istante, in penoso silenzio. Poi Elena va verso di lui).

Elena                             - Antonio, è sciocco tutto ciò!

Antonio                         - No, non è sciocco. (Siedono vicini sul canapè).

Elena                             - Due persone serie, che gridano l'una contro l'altra...

Antonio                         - È necessario, talvolta!... Elena, non c'è mai stata un'assoluta comprensione tra noi. Uno spettro si è aggirato per questa casa, ostacolando il raggiungi­mento dello scopo della nostra esistenza in comune. Mille volte, allorché credevo d'aver ottenuto ciò di cui noi avevamo bisogno, esso è entrato nella stanza e si è beffato di me.

Elena                             - (guarda involontariamente la porta di destra) L'uomo, che porta quel... maledetto nome!

Antonio                         - Sì... Quando ho appreso ch'egli poteva venir lì stasera, ho provato una specie di scossa... Ma, dopo, mi sono rammentato del consiglio che io ho dato ad altri miei pazienti... Tu hai visto cosa sono diventati in dieci anni il conte e la contessa von Stainz. Ebbene, va' a vedere quale traccia abbiano lasciato su lui questi stessi dieci anni... Va' a questa serata, osservalo bene e poi torna qui a casa e ammetti che ho avuto ragione.

Elena                             - Tu hai sempre ragione, Antonio. È l'unico tuo errore.

Antonio                         - (ride) Sì. Mi sono spesso tormentato per questo motivo. (La bacia nei capelli). E ora, mia cara, vatti a vestire e cerca di persuadere i tuoi vecchi amici che sei sempre una di loro. Canta, balla, flirta... abban­donati! Lasciati completamente andare! E vedi un po' cosa succede.

Elena                             - Lasciarmi andare... È questa la prescrizione?

Antonio                         - Perché no?

Krug                              - (entra da sinistra, in fondo, tutto agitato) Sapete? Li ho veduti! Li ho potuti osservare molto bene dalla finestra e mai ho avuto sotto agli occhi una banda altrettanto scalcinata. Ho fatto certe risate! Ridevo, pen­sando ai tempi passati, quando...

Antonio                         - Chiacchieri troppo, babbo! (S'alza e va verso l'uscio che mena al suo studio).

Krug                              - Posso far suonare la radio, almeno?

Antonio                         - (a Elena) Indossa quella toilette bianca, sai? Quella che hai presa a Parigi. Sei così graziosa con quella! (Esce da sinistra).

Krug                              - (confuso) Egli desidera che tu ti vesta bene? E perché? Vuole mandarti forse a quella serata? (S'av­vicina a lei).

Elena                             - Ha fatto un po' di confusione. Mi ha scam­biato con la sua paziente di poco fa, quella venuta dalla Pensilvania.

Krug                              - Non capisco cosa tu voglia dire, Elena. È successo qualche guaio, forse?

Elena                             - No, babbo, non ancora... Perché non apri la radio?

Krug                              - Adesso?

Elena                             - Ho desiderio di sentire cosa si trasmette.

Krug                              - Oh, Elena!... Tu sì che mi sei amica! (Si china su lei, le dà un colpetto amorevole sulla guancia. Poi, felice, va ad aprire la radio. S'ode il valzer de « La principessa dei dollari »). Senti, Elena? È il valzer de « La principessa dei dollari »! Lo suona l'orchestra del " Bristol ". Tutte le sere, mezz'ora prima di cena, suo­nano le vecchie melodie per mettere appetito a noialtri del tempo antico... Bello, no? (Avanza verso destra).

Elena                             - No! (Tuttavia dondola il corpo a tempo con la musica. Il vecchio Krug la contempla affascinato. Alla fine, essa si alza, va verso l'uscio di sinistra e bus­sa. Krug, seduto a destra, osserva come si svolgono i fatti. Elena chiama) Antonio!

Krug                              - Perché lo chiami? Ci farà soltanto chiudere la radio, lui.

Antonio                         - (appare sulla soglia) Che c'è?

Elena                             - Vuoi guardare nella cassaforte, nello scrigno dei gioielli? Ci dev'essere una collana di perle.

Antonio                         - Te la vado a prendere. (Esce).

(Ondeggiando sempre più in tempo di valzer, con esu­beranza quasi, sul ritmo della melodia, Elena va verso il vecchio Krug).

Krug                              - Non dicevi mica sul serio, quando hai giu­dicato questa musica, vero, Elena? È proprio bella, no?

Elena                             - Sì, babbo. È proprio bella! (Allarga le braccia).

Krug                              - (s'alza in piedi e si mettono a ballare insieme).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

 Una saletta privata all'Hotel hacker, un edificio soffocante in orribile stile 1800. Sebbene tramandi quel certo odore di peluche stantìo che rammenta un'atmosfera di tetra antica correttezza, pure mantiene una lieve aria di capricciosità viennese. I suoi saloni oscuri possono ancora brillare per i lieti ricordi di frivolezze che non sussistono più, forse non sono mai esistite, ma che pur dovrebbero sussistere in eterno.

A destra, in primo piano, una porta dai battenti di cuoio imbottito, che si apre con una spinta, e mena alle dispense e alle cucine. A de­stra e a sinistra, in fondo, altre due porte. In mezzo alla parete di fondo si apre una porta a due battenti che conduce in una stanza con un enorme letto fornito di baldacchino. A sinistra, in primo piano, una porta a due battenti che dà in una grande stanza, dove avrà luogo il banchetto. Sopra la porta di fondo, che è di due o tre gradini più alta che il resto della scena, è appeso un ritratto ovale di Francesco Giuseppe I.

Un facchino, su una scaletta, aggiusta dei festoni d'alloro intorno a tale ritratto, mentre un altro facchino tiene la scaletta.

A sinistra, un divano dorato con tappezzeria di broccato color pru­gna. Vicino ad esso un tabouret dorato, con lastra di marmo. A destra, una tavola rotonda pure con lastra di marmo. Dietro ad essa, siede la signora Lucher che impartisce ordini ad un gruppetto di persone ri­spettose e palpitanti, composto dal vecchio maitre d'hotel Strup e da Bredzi, il direttore dell'orchestrina, in una giacca verde con alamari e col violino sottobraccio. Egli ha dato alla signora Lucher il programma delle musiche per la serata e attende ch'essa emani il verdetto... Ci sono pure due camerieri di categoria inferiore e due grooms frementi. Un altro groom sta sulla soglia della porta dì sinistra... Sedie addos­sate al muro, palme in vasi. Da sinistra, fra le quinte, giunge l'eco di un'orchestrina che suona una marcia vivace, con tutto il vigore per­messo dai suoi poveri strumenti e dai suoi scarsi talenti.

Lucher                           - (a Bredzi) Troppo Mozart! Troppo Mo­zart!...

Bredzi                           - Certo, signora Lucher.

Lucher                           - Certo un corno! Quelli là desiderano dei valzer, delle melodie appassionate, finché saranno ben ubriachi e allora vorranno degli altri valzer. Sono dei sentimentali scimuniti! (Rende il programma a Bredzi). Hanno una voglia matta di piangere l'uno sulla spalla dell'altro. Capito?

Bredzi                           - Perfettamente, signora.

Lucher                           - Accompagnamento alle lacrime, altro non pretendono! (S'è spento il suo sigaro. Un groom le por­ge rapidamente del fuoco. Essa esala una nuvola di fumo, poi si volta verso Strup) E adesso, Strup, eccomi pronta per i vini!

Strup                             - (le passa la carta dei vini. Con fierezza) Ho aggiustato ogni cosa.

Lucher                           - Ah sì?... (Scorre la carta con occhio pra­tico). Champagne! Cliquot 1911! E voi vorreste servire a quella banda del Cliquot 1911?

Strup                             - È il migliore che abbiamo, signora.

Lucher                           - E voi offrireste proprio ad essi la migliore qualità?

Strup                             - È una tradizione.

Lucher                           - Ah! E, secondo voi, la tradizione sta al di 6opra del buon senso, no?

Strup                             - (timoroso) Non è per questo, signora Lu­cher... Sentivo solo che...

Lucher.......................... - (battendo sul tavolo) Il personale di questo albergo verrà a farsi impartire i precetti di tradizione e di qualsiasi altra materia da me soltanto! (Con uno sguardo fiero che involge tutti) Con l'arrosto servirete il Tizane, mezza bottiglia per ciascuno! E quando avranno tracannato questo, birra, soltanto birra: capito? E birra di Vienna, non di Monaco, intendiamoci!

Strup                             - Sta bene, signora.

Lucher                           - Così mi piace, Strup... E ora, ricordatevelo tutti: cortesia, deferenza, riguardo come se essi fossero ancora i signori del creato e voi vi attendeste da loro grandi mance per i vostri servigi, mance che, vi assi­curo io, non riceverete mai. Trattateli con le antiche formalità, le antiche sciocchezze... finché non si mette­ranno a rompere le suppellettili. Allora, usate una mano ferma! E se non ci riuscite da soli, chiamate me.

Strup                             - Sissignora. Faremo così, signora!

Lucher                           - Servirete qui gli aperitivi. Altro non ho da dirvi!

Strup                             - Sta bene, signora. Ai vostri posti, marche! (Camerieri e groom. La Lucher si rivolge ai facchini).

Lucher                           - Ehi! Vi siete incaricati abbastanza dell'imperatore. Portatemi via quella scala. (Svelti, piegano la scala ed escono).

Groom                           - (appare sulla porta di destra, introducendo Poffy indossante un'uniforme che fu splendida e ora sente la naftalina e la benzina) Il signor Povoromo!

Strup                             - (con un profondo inchino) Signor barone!...

Poffy                             - (leggermente stupito) Come? Oh! Vi sono assai grato per la restaurazione di questo titolo. (Fa un inchino a Strup).

Lucher                           - Stanno per arrivare?

Poffy                             - Sì. Gli aperitivi sono pronti?

Strup                             - Sì, signor barone. (Bredzi e Strup escono da sinistra).

Poffy                             - (avanza gaio verso la Lucher) Sono venuto a parlarle per le ultime cose da sistemare.

Lucher                           - È tutto sistemato, ormai. (Lo musica cessa). Il messaggio che lei ha ricevuto, non diceva a che ora sarebbe arrivato?

Poffy                             - L'ho atteso col treno del pomeriggio da Salisburgo. Ma lui non c'era.

Lucher                           - (guarda il suo orologio) E adesso sono le otto e mezzo.

Poffy                             - C'è ancora un treno, con cui può arrivare.

Lucher                           - Sì, ma non arriverà nemmeno con quello. Sarà successo come dicevo io. L'hanno fermato alla frontiera. Ci sono forse stati altri arrivi imprevisti?

Poffy                             - No. Ecco l'elenco completo. Saremo in otto anziché in trenta, come ci aspettavamo. (Cava l'elenco di tasca).

Lucher                           - Mi faccia vedere. (Egli lo passa a lei. En­tra Tortini, il corriere dell'albergo, dalla seconda porta a sinistra, accompagnato da uno della polizia).

Tohlini                           - Signora Lucher!

Lucher                           - Che c'è?

Torlini                           - La polizia, signora.

Lucher                           - (imperturbata, continua ad esaminare la lista. Poi al poliziotto) Cosa cercate?

Poliziotto .................... - D signor ispettore riteneva opportuno ch'io dessi una occhiata qui nell'albergo. ......

Luchek                          - Avanti, osservate pure! Ma non troverete nulla che eia minimamente interessante.

Poliziotto                      - (fa un cenno col capo, guarda attorno nella stanza e osserva in particolar modo il ritratto di Fran­cesco Giuseppe).

Poffy                             - Per otto soli ospiti, potreste offrire almeno del Moet et Chandon!

Lucher                           - No. Su questa lista non c'è nemmeno uno con un palato degno del suo nome. Le bottiglie di Tizane saranno avvolte in salviette. Nessuno noterà la differenza.

Poffy                             - (con un inchino) Come crede lei, cara si­gnora!

Lucher                           - Proprio così! Come credo io... (Gli rende l'elenco. Il poliziotto è sulla porta a sinistra).

Poliziotto                      - (indicando fra le quinte, a sinistra) Si terrà lì la riunione?

Lucher                           - Già. Lì soltanto! (Il poliziotto esce da si­nistra. Lucher parla sottovoce a Poffy) Se fosse arri­vato lui, sarebbe stato diverso. Avrei servito la marca migliore. L'avrei fatto persino se la signora Krug avesse consentito a venire. Ma per voialtri basta il Tizanel

Poliziotto                      - (rientra) Chi assisterà a questa funzione?

Poffy                             - Ecco l'elenco! (Glielo porge).

Poliziotto                      - Non c'è altro?

Lucher                           - No. E ne avevo informato l'ispettore.

Poliziotto                      - (esaminato l'elenco, lo ficca in un taccui­no, che tiene nella tasca sul petto) Se non le dispiace, vorrei vedere questi suoi ospiti per accertarmi che l'e­lenco è esatto.

Lucher                           - Sicché voi mi date della bugiarda?

Poliziotto                      - No. Desidero solo esser preciso. (S'av­via per uscire da sinistra).

Poffy                             - Forse desiderate che io ve li presenti for­malmente... (Esce col poliziotto da sinistra).

Lucher                           - Torlini, offrite da bere a quel poliziotto.

Torlini                           - Sta bene, signora! (Esce da sinistra).

Lucher                           - (apre la borsetta, ne cava un taccuino e una matita d'oro. China sul tavolinetto a sinistra, calcola il costo della serata. Un vecchio che si precipita da destra. È tutto sconvolto, come il cameriere che lo segue).

Chef                              - Signora Lucher!

Lucher                           - (calma) Ebbene... che succede? (Essa volta le spalle allo chef così da non vedere il profondo in­chino che costui fa dinanzi all'arciduca Rodolfo Massi­miliano, entrato da destra).

Rodolfo                        - (è un uomo alto, magro, deliberatamente cupo, coscientemente matto, senza età precisa. Malgra­do l'assurdo e inappropriato costume tirolese, ch'egli indossa, con lui rientra all'Hotel Lucher l'aria di splen­dore imperiale nota allorché esseri così insolenti erano i padroni di Vienna... È seguito da un cameriere e due grooms, che recano il suo mantello, la sua bisaccia, una coperta arrotolata e la guaina d'una spada. Persino i due grooms, che saranno stati dei bambini quando ven­nero cacciati gli Absburgo, si sentono, sebbene intimi­diti, tutti trepidanti dinanzi ad uno splendore, che ad essi venne indicato come qualcosa di spregevole. Ro­dolfo va verso la Lucher e le dà una botta affettuosa sul suo ampio deretano) Buonasera, veneranda bagasciona!

                                      - (La Lucher si volta, lo fissa, mormora qualche bestem­mia dallo spavento, fa involontariamente una riverenza, poi si precipita a chiudere la porta a sinistra. Rodolfo la segue) Portate sempre le mutande di flanella rossa? (Le solleva la sottana) Meno male! Almeno c'è qual­cosa di non cambiato a Vienna...

Lucher                           - (ferocemente) Com'è venuto qui, lei?

Rodolfo                        - Grazie a diversi mezzi di trasporto, che non starò a descrivere dettagliatamente. Sono entrato in questo albergo dalla cucina... e questo è bastato per farmi sparire ogni voglia di mangiare. Non avete rice­vuto mie lettere?

Lucher                           - No.

Rodolfo                        - Già, non ne ho scritta nessuna. (Fa un giretto verso destra, si ferma e annusa l'aria) Il solito puzzo nauseante di pesce, in questo albergo! Scommetto che è ancora... lo stesso pesce!... Occuperò l'apparta­mentino imperiale...

Lucher                           - L'appartamentino imperiale è da quel dì che non esiste più...

Rodolfo                        - Riassesterete...!

Lucher                           - (ai grooms) È questo il suo bagaglio?

Groom                           - (emozionato) Sì, signora Lucher. Ci è stato ordinato di...

Chef                              - Sì, signora Lucher. Sua Altezza Imperiale ci ha comandato di portarlo di sopra.

Lucher                           - Mettetelo di là. (Indica la porta di fondo. Lo chef fa un cenno ai grooms che si precipitano su­bito. Il cameriere esce con loro). Lo sapete voi che la polizia si trova in questa casa?

Rodolfo                        - « Voi »?! State forse parlando col vostro chef?

Lucher                           - (a malincuore) Vostra Altezza Imperiale sa che... (Allo chef) Potete andare. (Lo chef s'avvia verso destra).

Rodolfo                        - Alt! (Lo chef si volta e fa un inchino). Voi mi avete riconosciuto, eh?

Chef                              - Sì, Altezza Serenissima. (Nuovo inchino).

Rodolfo                        - Ebbene, voi non mi avete riconosciuto. Io viaggio in incognito.

Chef                              - (inchinandosi) Sì, Altezza Serenissima... (Esce da destra).

Lucher                           - S'ella avesse miglior memoria ricorderebbe che proprio questo era l'appartamentino imperiale!

Rodolfo                        - (guardandosi attorno) È vero, perbacco! (Scorge il ritratto di Francesco Giuseppe, fa il saluto, poi siede sulla sedia dietro la tavola, a destra, e comin­cia a togliersi le scarpe. Il cameriere, seguito dai grooms, rientra dalla stanza di fondo). Desidero del cognac.

Lucher                           - Cognac!

Cameriere                      - (inchinandosi) Subito, Altezza Serenis­sima! (Esce).

Rodolfo                        - (scuote una scarpa per fare cadere delle pie-truzze in un portacenere che sta sul tavolo) Una si­garetta.

Lucher                           - Sigarette! (Un groom infila una sigaretta tra le labbra di Rodolfo. L'altro gliel'accende).

Grooms                         - (inchinandosi entrambi contemporaneamente) Altezza Serenissima!... (Corrono via da destra. Ro­dolfo esala una grossa nuvola di fumo. Poi ride).

 Rodolfo                       - Incredibile! Scommetto che persino i vec­chi vermi del vostro mobilio mi riconoscono e fremono d'emozione per il mio ritorno. Non ci do mica torto a quelli là, dopo tutti questi anni, in cui non hanno fatto altro che starsene a contemplare la propria decadenza. Come avete fatto voi perché questo decrepito stabili­mento continuasse a marciare?

Lucher                           - Abbiamo un sacco di lavoro. (Il cameriere rientra con un vassoio, su cui reca una bottiglia di co­gnac e un bicchiere enorme. Posa tutto ciò sulla tavola).

Rodolfo                        - Trovo tutto l'aspetto di questo locale de­primente e, al tempo stesso, piuttosto soddisfacente.

Lucher                           - (interrompendolo) Badi, non scherzavo mica quando dianzi le ho parlato della polizia...

Rodolfo                        - (mentre essa parla) Tacete, vi prego, quan­do parlo io! Sedete! (Protestando la Lucher smette di parlare e siede dall'altro lato della tavola, di fronte a lui). Lo capisce questa città d'essere bell'e defunta? È come un cadavere che si agita mostrando i riflessi della vita! Uno spettacolo che fa spavento! Non v'invidio, signora Lucher, di dover soggiornare qui fra questi ru­deri... Cioè, non intendevo dire così. Io v'invidio!... (Beve un sorso di cognac). Hanno dissanguato Vienna, cacciando noialtri! E adesso osservate i bei risultati. (Un altro sorso).

Lucher                           - Non desidera mutar d'abito?

Rodolfo                        - Certo. Non intendo mica mostrarmi in questo costume.

Lucher                           - (s'alza) Vada di là, allora, e ci resti, fin­che io non mi sarò levata di dosso la polizia.

Rodolfo                        - Sedete! (La Lucher siede, reprimendo al­arne bestemmie selezionate). Chi ci sarà oltre Poffy e quel vecchio rimbecillito del generale Hetzler?

Lucher                           - La baronessa von Krett, Koeppke e sua moglie, Talisz...

Rodolfo                        - Ed Elena Vervesz. Ci sarà pure lei?

Lucher                           - No.

Rodolfo                        - Verrà in ritardo.

Lucher                           - Non verrà affatto.

Rodolfo                        - Come? Non è a Vienna, lei?

Lucher                           - Sì, ma ha recisamente rifiutato di venire,

Rodolfo                        - Oh! Non sapeva che ci sarei stato io... È maritata, no?

Lucher                           - Sì, a un medico... una celebrità.

Rodolfo                        - Ho la netta sensazione ch'egli verrà chia­mato stanotte in qualche località lontana, per un caso urgentissimo... L'avete vista recentemente?

Lucher                           - Sono stata da lei quest'oggi. (L'orchestra, fra le quinte, suona « Il bel Danubio azzurro »).

Rodolfo                        - Com'è?... Invecchiata?

Lucher                           - No. (Sentendo la musica si ricorda che l'uscio a sinistra è aperto. S'alza e va verso sinistra).

Rodolfo                        - S'è ingrassata? (La Lucher non risponde. Egli urla) S'è ingrassata? (La Lucher si volta verso di lui). Qui? (Indica il petto).

Lucher                           - No!! (Chiude la porta. La musica s'ode appena).

Rodolfo                        - Mandatela a chiamare.

Lucher                           - Non verrà. La vita di lei è tutta diversa, ora...

 Rodolfo                       - (avanzando) Se, per disgrazia, essa non fosse qui, quando io sarò pronto, allora... (Afferra la Lucher per la gola) Le conseguenze voi le conoscete, eh, vecchia sudiciona? Voi le conoscete! (Ride, le dà ima botta per ischerzo, poi la bacia).

Lucher                           - (mentre lui la bacia) C'è qualcos'altro a Vienna che non è mutato! Lei! Lei... è lo stesso pazzo d'un tempo. Come tutta la sua maledetta famiglia...

Rodolfo                        - (ride, la lascia, va verso il tavolo a destra) No, non sono un pazzo. Sono solo costantemente intos­sicato dal mio stesso fascino. (Si mette a cantare al modo tirolese. Afferra bottiglia, bicchiere e il suo cappello da montanaro del Tirolo) Mi occorre un cameriere. (Ri­mette il cappello in testa e va verso la Lucher). Dite a Elena di non affrettarsi per vestirsi. Detesto le donne che si infilano gli abiti in fretta e furia come cavalli da pompieri. Deve compiere, invece, ogni possibile sfor­zo per apparire seducente. (Le dà un pizzicotto ed esce, cantarellando, nella stanza da letto. Comincia a spo­gliarsi. La Lucher salta su con insolita sveltezza e chiude nervosamente l'uscio. Poi, essa va alla porta di sinistra, l'apre).

Lucher                           - (chiama) Strup! (Lo musica suona forte). Strup!...

Strup                             - (di dentro) Eccomi, signora Lucher! (Ac­corre svelto).

Lucher                           - Toglierete dal ghiaccio il Tizane. Servi­remo lo champagne « Cliquot 1911»!

Strup                             - Cosa?

Lucher                           - Avete sentito?

Strup                             - (attonito) Cliquot 1911!

Lucher                           - (andando lentamente verso la tavola a de­stra) Sì, e ci saranno nove coperti, anziché otto. E farete portare di là la poltrona dorata che sta nell'uf­ficio. Sì, quella dorata! (Torlini e il poliziotto appaiono su la soglia. La Lucher non li vede subito).

Strup                             - Sissignora. Nove coperti. (Il poliziotto, uden­do ciò, cava il taccuino e l'elenco degli invitati datogli da Poffy).

Lucher                           - Metterete quella poltrona a capotavola. E servirete il caviale...

Torlini                           - Signora Lucher, lei mi ha fatto chiamare?

Lucher                           - Sì. (Scorge il poliziotto). Ma questo è...

Poliziotto                      - Nove coperti. Qui ce ne sono otto soli.

Lucher                           - Non avevo calcolato me stessa. Assisterò alla serata.

Poliziotto                      - E la poltrona dorata sarà per lei?

Lucher                           - Perché no? È o non è il mio albergo? Avanti, Strup, fate come vi ho detto io! (Strup esce da sinistra. Essa s'accostai a Torlini) Devo mandare un'am­basciata. (// poliziotto aguzza l'udito. La Lucher fa se­gni disperati a Torlini perché si sbarazzi del poliziotto)'. Sì, al fioraio. I fiori che ci ha mandati sono tutti sciu­pati. (Il poliziotto spia troppo da vicino. La Lucher si volta a lui con occhi lampeggianti) Quanto a voi, vi sarò grata se tornerete subito dal signor ispettore a dirgli che considero quest'intervento della polizia come un imper­donabile oltraggio! Avete sentito?

Poliziotto                      - Sì, signora Lucher! Ho sentito. Ma lei vorrà certo ammettere che la polizia deve...

Lucher                           - (scoppiando) Io non ammetto... un corno! Mi sono dato un mondo da fare per spiegare tutta que­sta faccenda alle autorità e loro m'hanno assicurato che non vi si sarebbero immischiate.

Poliziotto                      - Io so semplicemente d'aver ricevuto l'ordine di dare qui un'occhiata e...

Lucher                           - E avete obbedito agli ordini! (Apre la borsetta) Ora l'occhiata ce l'avete data e avete visto che non può venir nessun pericolo da questo convegno. È tutta una ridicola idiozia, codesta, un altro tipico esem­pio della somaraggine scervellata, che regna su la nostra città! (Pesca nella borsa alcuni biglietti di banca) Ecco, brav'uomo! (Glieli dà). E correte adesso dal vostro ispettore e presentategli i miei omaggi! (Lo spinge verso l'uscio).

Poliziotto                      - Sarà servita, signora Lucher! E se mi rimanda qui, la colpa non sarà mia.

Lucher                           - Si, sì. Andate! (Lo caccia. Si volta a Torlini, rapida, sottovoce, agitata) Guardate se quel poli­ziotto è uscito dall'albergo. Telefonate, poi, a casa del dottor Antonio Krug. Dite alla signora Krug che è ca­pitato il più grosso dei guai! Ditele che si precipiti in un'automobile e scappi da Vienna il più presto pos­sibile.

Torlini                           - E quanto al fioraio?

Lucher                           - (senza fiato) Buon Dio, lasciatemi in pace con questo fioraio! (S'apre l'uscio di fondo e compare Rodolfo, scamiciato).

Rodolfo                        - Ma dov'è questo maledetto cameriere?

Lucher                           - Torni in camera sua!

Torlini                           - (contemplando Rodolfo) Impossibile!

Lucher                           - Le avevo detto di non uscire di là...

Rodolfo                        - Manco un cameriere si trova in questo postribolo ?

Lucher                           - Sì. Viene subito.

Rodolfo                        - Grazie, cara! (Le pizzica una guancia).

Torlini                           - Altezza Imperiale!... (S'inchina. Rodolfo stende il braccio e solleva la testa di Torlini).

Rodolfo                        - Non ricordo chi siate. Ad ogni modo, buonasera! (Fa un inchino a Torlini poi si volta e se ne rientra, con grande dignità, nella sua stanza. La Lu­cher gli sbalte l'uscio alle spalle).

Lucher                           - Avete compreso ora quale 6Ìa il più grosso dei guai?

Torlini                           - (tremante) Oh, sì!...

Lucher                           - Ditele che è qui lui... Se lui scopre che essa non è venuta qui all'albergo, farà una rivoluzione! Le correrà appresso, piomberà a casa di lei, farà a pu­gni col marito. S'essa vorrà evitare questa scena disgu­stosa deve lasciare immediatamente questa città.

Il conte von Stainz        - (entra da sinistra, con un bic­chiere di cocktail in mano. Torlini esce) Senta, si­gnora Lucher, m'è capitato or ora di dare un'occhiata sotto al tovagliolo, in uno dei secchi del ghiaccio. Cosa ho visto? Del Tizanel Tizane, cioè gazzosa!

Lucher                           - (ha raccolto le carte sul tavolo e le ficca nella borsetta. Lanciando un'occhiata al conte) Lei è già ubriaco.

Conte                            - Questo non è degno di lei, signora Lucher! Non è stata facile cosa per noi venire a Vienna, lei lo sa. Se lei ha avuto il coraggio d'invitarci, credevo che lei avrebbe avuto pure tanta correttezza di offrirci al­meno un vino bevibile! (La Lucher è uscita da destra).

Gisella von Krett          - (entra da sinistra. Era una delle più altere bellezze della corte imperiale. Ora essa è una istitutrice amareggiata, devastala dagli anni, che s'av­vinghia fieramente a un sentimento di « snobismo », unica cosa che le è riuscita di salvare dal naufragio del passato. Indossa una toilette da sera ch'era di moda nel 1917) Ebbene, gliel'ha detto che noi pretendiamo lo champagne?

Conte                            - Sì, ma mi pare che non m'abbia sentito.

Gisella                           - (siede a sinistra) Dovevamo saperlo che sarebbe finita così. Essa ci ha attirati qua, solo per umiliarci e soddisfare così il suo volgare sentimento di inferiorità.

Conte                            - Ebbene, mia cara Gisella, il Tizane non è poi così insopportabile! Dopo le prime coppe 6Ì rico­nosce difficilmente cosa 6i sta bevendo. Vuol dire che manderò giù svelto svelto le prime tre coppe.

Hetzler                          - (di dentro) Mi lanciai contro il dicianno­vesimo corpo d'armata... o era il diciassettesimo?... Aspetti! (Entra da sinistra, dando il braccio a Sofia Koeppke). E dopo oltre dodici ore, avevamo schiacciato il fronte russo! (Scorge il conte) Franz!

Conte                            - Generale Hetzler!... (Inchino di prammatica, strette di mano).

Hetzler                          - (è pingue, però evidentemente raggrinzito. La carne non riesce a gonfiargli la pelle. Indossa una logora uniforme già da vari anni troppo larga per lui. Tuttavia è volutamente cordiale e deciso a che questa commemorazione riesca gaia e spensierata) È una cosa splendida, vecchio figliolone mio!

Sofia                             - (è una donna bionda, avvenente e, a differenza degli altri, troppo ben nutrita. Ma ha sempre un'aria di ragazza ardente. Corre verso Gisella) Mia cara Gi­sella! Che aspetto meraviglioso hai!

Gisella                           - (senza emozione) Buonasera, Sofia!

Hetzler                          - Gisella! Sempre elegante, sempre distinta e seducente! Stavo cercando di spiegare a Sofia quanto fosse strano che proprio al momento del trionfo...

Conte                            - (gli ha voltato le spalle. A Sofia) Posso dirle adesso che è un privilegio delizioso quello di rivedere una donna che abbia realmente un po' di stile.

Sofia                             - (con un risolino acuto) Franz!... Lei è troppo galante.

Conte                            - Mi ci provoca lei, mia cara.

Sofia                             - Ma! Koeppke ed io cerchiamo di mantenere le apparenze persino in quella tremenda atmosfera bor­ghese della Svizzera...

Conte                            - Così facciamo noi, nei sobborghi di Londra. Ma è una lotta disperata.

Sofia                             - Orribile! La gente, oggigiorno, si direbbe che non comprenda più il valore di certe cose. Ci sono tante idee errate in giro.

Conte                            - Precisamente! Proprio così! (Frattanto Hetz­ler s'è seduto sul divano accanto a Gisella e attacca co­raggiosamente il suo racconto).

Hetzler                          - Stavo narrando a Sofia che nei primi mesi del millenovecentoquindici avevamo messo in fuga i russi. Stavamo irrompendo nelle linee nemiche. Pensi! Non avevano altro che il plotone d'un caporale come riserva. Potevamo marciare fino a Pietroburgo, stermi­nare l'impero degli zar! Ma proprio nell'istante in cui il mio piano di campagna aveva raggiunto il culmine... (Il conte, che ha esclamato or ora « Proprio così! », è costretto dalla voce energica di Hetzler ad ascoltarlo), ... io ricevo un telegramma dal principe Max da Ber­lino, con l'ordine di ritirarmi! Ebbene, vi chiedo, sì, lo chiedo a voi tutti: cosa dovevo fare?

Conte                            - Ritirarvi.

Hetzler                          - Perfettamente. E il colmo di tutto ciò si è che quel telegramma da Berlino non è mai stato bene motivato. E le posso dir io, cara Gisella...

Contessa von Stainz     - (di dentro) Sono tutti di là! (Entra al braccio di Talisz. Essa indossa una toilette da sera, di propria confezione, con una piuma di struzzo nei capelli. Talisz è vecchissimo, un po' stordito e leg­germente sordo. Veste una giacca di frack frusto, senza età precisa, pantaloncini di satin nero e calze di cotone nero prestategli dalla sua padrona di casa. Saluti gene­rali, molto formali e cortesi) Oh! Gisella, Sofia...

Sofia                             - Come va ?

Gisella                           - (acida) Il generale ci stava narrando di un telegramma da Berlino.

Hetzler                          - Spiegavo solo che c'era una certa cama­rilla prussiana capeggiata da Hindenburg che non vo­leva che l'Austria...

Talisz                             - (a Sofia) Ma dov'è Koeppke? Non lo vedo. Non starà con noi stasera?

Contessa                       - (lo prende sottobraccio e gli fa cenno che egli ha interrotto il Generale).

Hetzler                          - (con un'occhiataccia a Talisz) Indubbia­mente, Hindenburg era invidioso dell'inevitabile esito del mio colpo. Sapeva che la mia vittoria avrebbe di­strutto la potenza russa e che l'Austria si sarebbe gua­dagnata la fama d'aver vinto la guerra.

Talisz                             - (che non capisce bene cosa succede) È già qui Sua Altezza Imperiale?

Sofia                             - No. Poffy è andato a vedere se sono arrivate sue notizie.

Talisz                             - Scusi, cos'ha detto lei?

Contessa                       - (scandendo le parole) Ha detto : « Poffy è andato a vedere se sono arrivate sue notizie ».

Talisz                             - Oh! Sì, lo sapevo. Ero sicuro che sarebbe venuto.

Hetzler                          - Hindenburg era, naturalmente, un ultra prussiano, pieno di disprezzo per l'Austria, deciso a...

Talisz                             - Cosa dice il generale?

Contessa                       - Sta parlando della guerra.

Talisz                             - Oh! Male! Male!... (S'allontana).

Hetzler                          - (irritato per le frequenti interruzioni, fa uno sforzo supremo per completare la sua storia) Lo sa­pevo in quell'epoca, ma i miei obblighi di militare verso i nostri alleati mi costringevano a tacere. Hinden­burg sabotò i miei piani e se ne appropriò deliberata­mente! Sì, per applicarli lui stesso nella regione dei laghi Masuriani... Ecco, amici miei, la vera spiegazione del...

Poffy                             - (entra. Conte, contessa e Sofia si precipitano ad interrogarlo).

Sofia                             - Poffy, ci sono notizie?

Conte                            - Verrà Rodolfo, eh?

Poffy                             - No. È arrivato l'ultimo treno da Salisburgo, ma lui non c'era.

Contessa                       - Oh! Non ci posso pensare al suo arresto. (Sta per piangere).

Sofia                             - Egli deve venire. Deve, assolutamente!

Poffy                             - Certo. Con Rodolfo c'è sempre speranza!

Hetzler                          - Sicuro. Rodolfo ha tardato sempre. Ri­corda, mia cara Gisella, quando l'imperatore aveva dato quel ricevimento in onore di re Edoardo VII?

Gisella                           - No!

Strup                             - (è entrato seguito da due camerieri con vassoi carichi di bicchieri di vermut. Mentre Hetzler parla, si volge agli ospiti) Signor barone, gli aperitivi!

Poffy                             - Serviteli, ad ogni modo.

Strup                             - Grazie, signor barone. (Gli aperitivi ven­gono serviti, sotto la sorveglianza di Strup, mentre Hetz­ler continua a narrare i suoi ricordi sul ricevimento di Edoardo VII).

Hetzler                          - (che considera il « no » di Gisella come un invito) Si trattava di questioni di somma importanza e l'imperatore aveva ordinato a tutti i membri della fa­miglia imperiale d'essere puntualissimi. E tutti lo fu­rono, beninteso, eccettuato uno! (Un cameriere gli of­fre un aperitivo. Egli lo prende e prosegue) Eccettuato Rodolfo, naturalmente! Era ancora un ragazzo, allora, ma, pure così, egli fece attendere il re d'Inghilterra quasi due ore, mentre lui... (Un domestico è entrato da destra, bussa all'uscio della stanza da letto).

Rodolfo                        - (da dentro) Avanti!

Hetzler                          - Chi c'è di là?

Sofia                             - (furba) Avanti, avanti, generale!

Hetlzer                          - Ma se c'è qualcuno di là che ci sta spiando...

Poffy                             - Allora costui rimarrà amaramente deluso. Dunque, se potete tutti alzarvi in piedi... (Tutti s'al­zano. Poffy si volta e alza il bicchiere verso il ritratto di Francesco Giuseppe) In onore di Sua Maestà Impe­riale! (Tutti bevono; poi, con una smorfia silenziosa, danno un attestato della cattiva qualità del vermut).

Tatti                              - In onore di Sua Maestà Imperiale!

Koeppke                       - (entra da sinistra, rompendo il silenzio op­primente. Egli è un ometto vivace, invadente. Troppo ben nutrito al pari di suo moglie Sofia. Esclama fresco fresco) Ebbene, eccomi qua!

Sofia                             - Sei in ritardo!

Koeppke                       - Sì, tesoro! (Guarda attorno) La riunione è già in pieno fervore?

Gisella                           - Già.

Poffy                             - Avanti, andiamo a pranzo.

Gisella                           - M'è passato l'appetito. Quel vermut dis­gustoso...

Poffy ........................... - Mia cara Gisella, lo so, a Palermo lei è abi­tuata a quello di prima qualità. Quanto a noialtri, siamo venuti qui per una commemorazione. Chiudiamo gli oc­ chi sul fatto che noi tutti abbiamo un aspetto un poco tarlato e pensiamo solo a trascorrere questa serata con un'apparenza di buona grazia. (// conte si mette a can­tare « Vilia o Vilia, o fata del bosco! ».

Gisella                           - Non saremo... gioiosi, «e dovremo bere il Tizane.

Heizlek                          - Gisella, la prego, sia tranquilla.

Sofia                             - (riferendosi al canto del conte) Ecco una can­zone allegra!

Gisella                           - (a Poffy) Se lei si fosse almeno dato la pena di avvertirci di che si sarebbe trattato...

Contessa                       - La colpa non è di Poffy.

Talisz                             - Personalmente, io proporrei di andarcene da questo locale.

Contessa                       - (s'è messa a piangere. Sofia tenta calmarla. Il conte è sprofondato in una poltrona a sinistra, can­tando sempre « Vilia ». Gisella siede a destra, contem­plando con disgusto la scena. Hetzler e Talisz stanno dietro a Gisella. Poffy è uscito per recarsi a chiedere all'orchestra di suonare qualcosa di più gaio. Koeppke è chino sul divano, cercando di persuadere la contessa. I seguenti discorsi sono fatti in una confusione).

Sofia                             - Vorrei che tutti avessero dato retta a Poffy. Perché non sforzarci d'esser gai e... divertenti?... Suv­via, Tatti, non concluderai nulla, piangendo come una fontanella...

Hetzleb                         - Se la Lucher volesse darci un po' di birra veramente buona, farebbe effetto più presto forse.

Talisz                             - (a Hetzler) Ma cosa stanno dicendo tutti quanti ?

Koeppke                       - (alla contessa e a Sofia) Vi farò io una proposta. E se noi tre scendessimo zitti zitti al bar e ci bevessimo qualche cognac, eh? Noi tre soli. Oh! Non si preoccupi, li posso pagare io. In questo momento ho più di centocinquanta marchi in tasca.

Elena                             - (entra alla battuta di Talisz : « Ma cosa stanno dicendo tutti quanti? ». Viene da destra, in fondo, così da esser vista da Talisz e Hetzler come primi) Oh, Talisz! Speravo proprio di trovarla qui. E anche lei, caro generale. Come mi fa piacere rivedervi!

Talisz                             - Elena! Elena! (Le bacia la mano).

Hetzleb                         - È proprio lei, Elena?

Poffy                             - (rientra. Vedendo Elena, dà quasi un urlo di gioia) Elena! (Gli altri s'accorgono pure di lei. Ces­sano di chiacchierare, piangere, cantare e formano un gruppo allegro, che le dà un festoso « benvenuto » at­torniandola).

Elena                             - Tatti! Tu avresti dovuto capirlo. Non potevo rimaner lontana ; Sofia, come sei graziosa! Koeppke, mi sembra incredibile. Allò, Franz, voi lo avete indovinato che io sarei venuta, no?

Conte                            - Che bello scherzo! Uno scherzo magnifico! Degno di voi, Elena. Portateci qualcos'altro da bere... Cameriere! Cameriere! (Esce rapido da sinistra).

Hetzler                          - Dov'è andata quella canaglia con i suoi aperitivi?

Elena                             - Ecco Gisella! Come stai, cara? Sempre così chic, sempre la medesima, eh?

Gisella                           - M'avevano detto che non saresti venuta.

Contessa                       - Voleva farci una sorpresa, per mettere più animazione.

Koeppke                       - Proprio riescila!

Elena                             - Ho mutato parere solo per un motivo egoi­stico. Volevo rivedervi... e sentirvi ridere e scherzare. (Una vera orgia di battute a soggetto è interrotta dall'arrivo del conte, che compare sulla soglia a sinistra).

Conte                            - (scoppiando di gioia) Venite a pranzo. Ci serviranno dello champagne autentico!

Sofia                             - Cosa?

Conte                            - Cliquot 1911! E caviale! (Il suo annunzio è salutato con grida di gioia. L'orchestra suona ora me­lodie vivaci. Movimento generale verso sinistra).

Hetzler                          - (porge il braccio a Elena) Se permette, credo di aver diritto io alla precedenza. (Elena accetta il braccio ed esce da sinistra, seguita da Koeppke con la contessa, Poffy con Gisella, Talisz con Sofia. Nel mo­mento in cui Elena traversa la soglia, la signora Lucher entra da destra e si precipita dietro a loro gridando).

Lucher                           - Signora Krug! Signora Krug! Ha avuto la mia ambasciata ? (Ma la voce si perde nel frastuono delle risate, delle chiacchiere e della musica... Elena è uscita. La Lucher vuol seguirla, ma si ferma, udendo grida di « Aiuto! » nella stanza da letto. S'apre la porta di que­sta stanza e ne precipita fuori il domestico cacciato da Rodolfo, che ora appare stupendo nella sua uniforme. La Lucher corre a chiuder l'uscio a sinistra).

Domestico                     - Signora Lucher, ha tentato di stroz­zarmi...

Rodolfo                        - Vorreste dirmi perché questo stalliere è stato gratificato col titolo di cameriere?

Domestico                     - (terrorizzato) Cercavo di pettinare Vo­stra Altezza!

Rodolfo                        - M'ha scorticato un orecchio! (Rodolfo gli dà uno schiaffo. Il domestico corre via da destra. Ro­dolfo aggiusta la sua fascia d'oro a tracolla).

Lucher                           - Lei resterà in quella stanza finché io le dirò se è possibile di...

Rodolfo                        - È venuta? (Tortini entra da sinistra in fondo).

Lucher                           - (a Rodolfo) Le ho già detto che non sa­rebbe venuta.

Torlini                           - M'hanno riferito che la signora era già escita di casa per venir qui...

Rodolfo                        - (voltandosi alla Lucher) Ah! È giunta, dunque?

Lucher                           - Io l'ho avvertita, Altezza, che la polizia sta in agguato.

Rodolfo                        - Essa è qui, vero?

Lucher                           - No! (Rodolfo le tira il naso). Sì!

Rodolfo                        - Bene. Avete agito con inattesa compe­tenza. Conducetemela qui.

Lucher                           - Ma se si sono messi a tavola or ora. Li raggiunga lei, piuttosto.

Rodolfo                        - Conducetela qui! E portatemi pure dello champagne. Non avrò fame per altri quarantatre minuti. (Va'verso destra a guardarsi nello specchio).

Lucher                           - (a Torlini) Pregate la signora Krug di ve­nire un momento qui! (Torlini esce da sinistra).

Rodolfo                        - Signora Krug?!

Lucher                           - Si chiama così adesso! (Rodolfo torna a voltarsi verso lo specchio, con un'espressione di disgu­sto). Dovrebbe badare a come le parlerà.

 Rodolfo                       - Andatevene adesso, signora Lucher!

Lucher                           - Non è più quella stessa donna con cui lei si permetteva certe libertà. Il marito è una persona fi­nissima... e un uomo famoso, anche... e...

Rodolfo                        - (monta su una seggiola per osservare meglio il riflesso della sua sciarpa nello specchio) Mi occor­rerà dello champagne... e un altro poco di cognac...

Lucher                           - Le ripeto... non rinnovi certi scherzi con lei. Essa è molto mutata. (La porta di sinistra s'apre. Compare Elena, che guarda verso le quinte; si volta e scorge Rodolfo sulla sedia, colle spalle rivolte a lei).

Rodolfo                        - Un'altra cosa: gli asciugamani nel bagno sono sporchi. Cambiatemeli... Fuori, signora Lucher!

Lucher                           - (lancia ad Elena uno sguardo di compassione, giunge le mani al di sopra del suo stomaco protuberante ed esce da destra. Elena contempla il dorso di Rodolfo. Egli osserva l'immagine di lei nello specchio. Dopo po­chi minuti, scende dalla sedia, si volta, la confronta... La porta a sinistra è chiusa, ma s'ode lievemente un val­zer... Rodolfo va verso di lei, si ferma, le gira attorno. Elena non si muove, ma lo segue con lo sguardo... Egli le sta alle spalle. Tende le braccia per toccarla, ma si trattiene. Le gira ancora attorno. Giunto di fronte ad Elena, la contempla, le dà un buffetto sul viso. La strin­ge fra le braccia, la bacia con foga... Un cameriere entra da destra con una bottiglia di cognac e bicchieri. Lo se­gue un groom con una secchia di ghiaccio contenente una bottiglia di champagne. Posa tutto ciò a destra, os­servando poi Elena e Rodolfo).

Rodolfo                        - Quanto tempo è che non sei stata baciata così? Dieci anni? Più di dieci anni! (Il cameriere fa un po' di rumore, mettendo a posto i bicchieri. Rodolfo, sempre stringendo Elena, fa cenno al cameriere, voltan­dogli il dorso, di andarsene. Questi obbedisce, seguito dal groom. Rodolfo bacia Elena più delicatamente). Avanti, beviamo qualcosa! (Egli va da una parte, le fa cenno d'avvicinarsi alla tavola. Elena avanza lentamente, poi siede. Egli riempie due coppe con uguali dosi di cognac e di champagne).

Elena                             - Sai? Ora mi rendo conto quanto io t'avessi dimenticato.

Rodolfo                        - Male, malissimo! Noi non abbiamo, pur­troppo, il potere di rievocare le sensazioni. È uno degli errori più grandi del Padreterno!... Comunque, stanotte rinfrescheremo i nostri ricordi. (Alza la coppa alla sa­lute di lei, poi la vuota. Anche lei la solleva, poi la posa sul tavolo senza averla accostata alle labbra). Ecco un gentile pensiero, Elena! Alludo alla collana... Ma, santo cielo, quella « fede »! (Ride clamorosamente e le afferra la mano per osservare meglio quell'anello).

Elena                             - Non c'è nulla da ridere! (Tenta ritrarre la mano, ma lui le tiene stretto il polso).

Rodolfo                        - Questi ornamenti borghesi sono un ana­cronismo addosso a te. Come un braccialetto sulla Ve­nere di Milo. Mi urta. Bisogna ch'io te lo levi! (Glielo toglie dal dito).

Elena                             - Restituiscimelo!

Rodolfo                        - Ho detto che mi urta.

Elena                             - (lottando) Me lo rendi, sì o no?

Rodolfo                        - Sì, cara, te lo renderò, allegramente, domattina. Ma frattanto... ebbene... mi avrai certo capito. Quell'anello al tuo dito sarebbe una stonatura.

Elena                             - Non intendo aver rapporti con te domattina. Dammelo! (Cerca di afferrarlo).

Rodolfo                        - (se lo ficca in tasca) Bada, Elena, sii pru­dente! Non irritarmi. Ricorderai che i membri della mia famiglia sono soggetti ad attacchi epilettici, pura e sem­plice esuberanza, lo sai, che si manifestano in una qual­che forma di violenza fisica... Non vorrei rispedirti a tuo marito con quel bel nasino rotto o con due o tre graziosi dentini di meno...

Elena                             - (fissandolo) Non è possibile!

Rodolfo                        - Un'altra allusione a quel tuo anello e ti proverò che è verissimo...

Elena                             - Non pensavo a questo. Pensavo che neppure questi dieci anni sono riesciti a trasformarti...

Rodolfo                        - Ho preferito restare quale ero.

Elena                             - Dieci anni d'esilio, d'umiliazioni, di po­vertà non hanno scrollato in te la convinzione che Fran­cesco Giuseppe continua a regnare qui a Vienna.

Rodolfo                        - No. Ammetto d'aver avuto, ogni tanto, dei dubbi. Talora ho sospettato che gli Absburgo non erano più quelli d'un tempo. Ma rivedendoti, mia eternamente diletta, rendendomi conto anche che tu hai avuto la for­tuna di conservare il tuo volto immutato per il giorno del mio ritorno, sento che non c'è stata nessuna rivolu­zione! (Siede sul tavolo, curvandosi su Elena col volto vicino a quello di lei).

Elena                             - Non accostarti!

Rodolfo                        - Non vuoi ch'io ti baci?

Elena                             - No.

Rodolfo                        - Sta bene... Se credi d'aver bisogno d'un altro poco di champagne per ispirarti, te ne verserò... (Vuole mescergliene una coppa, ma trova ch'essa non ne ha bevuto. La versa nel secchio del ghiaccio, torna a versargliene. Gliela porge. Lei la posa sul tavolo. Egli torna a versarne per se stesso).

Elena                             - (s'alza) Dobbiamo raggiungere gli altri di là.

Rodolfo                        - (mesce) Non ce n'è alcun bisogno!

Elena                             - Sono venuta qui stasera per ritrovarmi con loro...

Rodolfo                        - Mentre io sono venuto per stare con te! Questi pietosi avanzi del passato non m'interessano af­fatto. Suvvia, bevi!

Elena                             - Vado di là, io! (Egli le sbarra il passaggio).

Rodolfo                        - No, non ci andrai.

Elena                             - Lasciami passare. (Egli ride e beve ancora dello champagne, ma senza muoversi. Elena adotta un tono di voce più persuasivo) Oh! Rodolfo, dirò loro che ci sei tu. Basterà questo per mettere quei disgraziati in un completo stato di delirio. Pensa come si esalteranno, vedendoti così giovane e bello come sempre, in questa simpatica uniforme, con tutte codeste medaglie. Pensa come sarebbe lieto lui            - (indica il ritratto dell'imperatore) se sapesse che un Absburgo tiene nuovamente corte qui, a Vienna.

Rodolfo                        - (con un'occhiata verso il ritratto) Ebbene, mi mostrerò ad essi... per amor suo! (La bacia delicata­mente sulla fronte, va verso sinistra e cerca d'aprir la porta. È chiusa. Si volta, compiaciuto verso Elena) La Lucher ci ha chiusi dentro, quella vecchia mezzana ri­guardosa! (Dà un colpo alla porta. S'apre. I convitati, tra le quinte, stanno facendo un gran chiasso, segno di allegria ben nutrita. S'ode la voce di Strup gridare: « Sua Altezza Imperiale! ». Rodolfo se ne sta sulla so­glia. Il rumore delle voci cessa, appena essi lo scorgono. L'orchestrina attacca il vecchio inno nazionale. Rodolfo si volta e contempla Elena, che addita il ritratto di Fran­cesco Giuseppe. Egli va a piazzarsi sotto ad esso. Poffy entra e s'inchina. Gli altri lo seguono; le dame, anzi, gli baciano la mano. Rodolfo li saluta, chiamando ognu­no per nome. È impassibile, regale, delicatamente altero, proprio come essi desiderano ch'egli sia. La contessa si mette a piangere). Ora basta, basta! (Li manda fuori). Vi raggiungerò più tardi. (Tutti escono. Da dentro s'ode il conte dire forte: «Alla salute di Sua Altezza Impe­riale! ». Elena solleva la coppa ancora intatta e sorseg­gia. Rumore di bicchieri che si rompono. La porta si chiude, attenuando il tumulto delle grida di gioia). Ma perché sono tutti così vecchi? (Guarda verso sinistra, scoraggiato. Poi si decide di non pensar più a questo argomento deprimente. Si volta verso Elena) Ebbene? Ho fatto, sì o no, il mio dovere? (Avanza verso la ta­vola) Siediti, per favore! (Essa siede a destra del tavolo. Egli si china su lei e la bacia sui capelli) Dunque, direi di discutere brevemente su tuo marito, prima di passare ad altri argomenti più piacevoli per entrambi... L'ami?

Elena                             - Moltissimo.

Rodolfo                        - Non ho nulla da obbiettare... È un me­dico, no?

Elena                             - Si, un psicoanalista.

Rodolfo                        - Ah! Pratica la sola professione che ancora prosperi a Vienna..; M'hanno detto che è un uomo assai brillante. Ha scritto un libro, no?

Elena                             - Sì. Otto volumi.

Rodolfo                        - Devo incontrarmi con lui e farmi studiare. Può ricavarne abbastanza materiale per altri otto volumi.

Elena                             - Sa già tutto sul conto tuo.

Rodolfo                        - Ah! Gliene hai parlato tu?

Elena                             - Sì. Ritroverai il tuo tipo analizzato in uno dei suoi libri sotto il titolo: « L'elefantiasi dell'Io ».

Rodolfo                        - Dubito che m'interessi! (Siede alla sinistra del tavolo). Avete bambini?

Elena                             - No.

Rodolfo                        - Condoglianze! (Solleva la coppa. Essa s'in­china leggermente, quasi per consentire). Questi mariti puramente intellettuali non sono molto produttivi, vero?

Elena                             - Non è colpa sua, se non ci sono bambini. È colpa mia!... Hai altre domande da rivolgermi?

Rodolfo                        - Lasciami pensare... No, credo non ce ne siano altre. Possiamo piantare il triste soggetto della tua vita domestica. E passiamo piuttosto a considerazioni sul conto mio. Ma credo che sei al corrente di tutto, tu!

Elena                             - No, Rodolfo. Non ho seguito molto da vi­cino la tua carriera.

Rodolfo                        - No?

Elena                             - No. Come hai tirato avanti?

Rodolfo                        - In diversi modi. Ogni tanto, una bella puntata a baccarat! Una o due scritture nei films. Mi hai veduto ne « L'idolo infranto »?

Elena                             - No, non ci sono andata, deliberatamente.

Rodolfo                        - Hai fatto bene.

Elena                             - M'avevano detto che facevi l'autista di tassì.

Rodolfo                        - Un semplice ghiribizzo per divertirmi. Non conducevo altro che mie conoscenze.

Elena                             - E se non le conoscevi all'inizio della corsa, la conoscenza, al termine era sicuramente fatta.

Rodolfo                        - (ride) Hai certo sentito delle ciarle.

Elena                             - Sì. Ho saputo come eri amabile con i tuoi clienti. Devi aver stretto delle simpatiche amicizie in co­desto modo.

Rodolfo                        - (serio) Amicizie? Le puoi a mala pena definire così.

Elena                             - Non lo credo.

Rodolfo                        - Sul serio, Elena, Nizza è un luogo seccan­tissimo. Mi sono sentito molto solo.

Elena                             - M'aspettavo che tu lo dicessi.

Rodolfo                        - Non hai più simpatia per me?

Elena                             - No.

Rodolfo                        - Il tuo cuore non fu mica sempre così gelido.

Elena                             - Tu non sei mai stato solo, non hai mai me­ritato un grammo di simpatia da nessuno.

Rodolfo                        - Tu non mi capisci. Nessuno mi ha mai capito. Infatti, io sono imperscrutabile.

Elena                             - Forse. Comunque, io resto impassibile di­nanzi ai tuoi appelli di compassione.

Rodolfo                        - Compassione! Avresti la sfrontatezza di insinuare che io cerco la compassione altrui?

Elena                             - Sì.

Rodolfo                        - Bene... Smetterò allora questo tema. (Ride e si alza).

Elena                             - Che tema hai abbordato ora?

Rodolo                          - Nessuno. Vado dritto allo scopo... Di là è la mia camera.

Elena                             - Comodo!

Rodolfo                        - Sì. È una stanza, che occupammo in pas­sato.

Elena                             - Credo che le abbiamo occupate tutte.

Rodolfo                        - Certo, tesoro. Abbiamo fatto della storia in questo albergo. Su... andiamo a farne dell'altra.

Elena                             - (dopo una pausa) Rodolfo...

Rodolfo                        - Che c'è?

Elena                             - Credo sia giunto l'istante per dirti che non verrò a letto con te.

Rodolfo                        - (dopo un istante) Benissimo! (S'alza, quasi accettasse il rifiuto di lei, e s'allontana. Con la coppa in mano, si volta, la fissa) Posso attendere... (sorseggia) ... qualche minuto! (Guarda a sinistra) Chi suona di là?

Elena                             - Bredzi!

Rodolfo                        - (compiaciuto) Bredzi?! (Va sulla porta di sinistra e chiama: «Bredzi! Bredzi!». Bredzi appare col violino. Tutto febbrile ed eccitato, sa precisamente cosa esigono da lui. Lo segue Jansei, suonatore di fisar­monica, tutto commosso pure lui per questa chiamata) Un valzer! (Cominciano a suonare, con i debiti svolazzi, il valzer delle « Beltà viennesi ». Rodolfo si volta, va verso la tavola, presso cui siede Elena. I musicisti lo se­guono, suonando. Rodolfo s'inchina dinanzi a lei. Elena s'alza ridendo e fa la riverenza. Essi cominciano a ballare per la stanza con ritmo brioso, esuberante... Rodolfo fa in modo da sospingere Elena verso la stanza da letto. Con una pedata ne apre la porta; essi, ballando, scom­paiono in quella stanza. I musicisti mormorano, felici, qualche parola tra loro, perché così doveva svolgersi la cosa... 'tuttavia, dopo un minuto, riappare sola Elena, ridendo, seguita da Rodolfo. Essa si siede sul divano). Lo sai?... Ho avuto una pazienza da santo con te!

Elena                             - (sempre ridendo) Si, Rodolfo, lo so.

Rodolfo                        - Perché ti capisco anche troppo bene. Leg­go nei tuoi pensieri.

Elena                             - No!

Rodolfo                        - M'avvedo che, quale effetto del tuo ma­trimonio puramente spirituale, si è sviluppata in te una certa riluttanza, che io devo superare. Sta bene! Accetto fiducioso la sfida! (Beve, si volta a Bredzi) Suonate an­cora... ancora... (Bredzi capisce e lo favorisce con una appassionante selezione. Per un momento Rodolfo, in silenzio, guarda Elena) Non ti ricorda nulla tutto ciò?

Elena                             - Sì.

Rodolfo                        - Cosa?

Elena                             - Le giornate di Ischi! (Pronunzia: «Iscel»).

Rodolfo                        - (s'appressa al divano, vi si stende accanto a lei. Bredzi s'accosta ad Elena e suona delicatamente) ischi! Ricordi uno notte troppo calda per stare chiusi fra quattro mura?

Elena                             - Sì, andammo nel bosco e tu ti portasti ap­presso un'orchestra per accompagnare noialtri.

Rodolfo                        - Ho sempre adorato la musica.

Elena                             - Avevi bendato gli occhi a tutti i musicisti, poveretti! Non potevano suonare in armonia, perché non ci vedevano.

Rodolfo                        - Era orribile!

Elena                             - E maledicesti tremendamente il direttore e lo percuotesti col tuo bastone.

Rodolfo                        - E quando tu tentasti di trattenermi, pic­chiai pure te.

Elena                             - E rimandasti l'orchestra, e noi continuammo la nostra romanza, da soli!

Rodolfo                        - Che bei tempi, Dio mio! (Elena è adesso stesa languidamente sul divano. Rodolfo la bacia sulla gola, poi le bacia la caviglia. Bredzi capisce che è ora di cambiare melodia... Sollevandosi sul gomito, Rodolfo fa cenno ai suonatori di fermarsi) Credete forse che mi serva un eccitamento artificioso da parte vostra, eh?... Fuori! (Escono svelti da sinistra, chiudendo l'uscio. Rodolfo s'alza) È inutile canzonarmi così, Elena! Ades­so sento, anche se non lo avessi mai sentito prima, che non ho amato nessuna donna quanto te. Anzi, non ho mai amato nessuna donna. Tu fosti, tu sei e tu sarai l'unica passione della mia vita... E ora ardi pure di giusto orgoglio.

Elena                             - Ne ardo certamente... Quali altre donne hai conosciuto da allora?

Rodolfo                        - Molte. Di tutte le specie.

Elena                             - Di tutti i colori?

Rodolfo                        - Di tutte le sfumature. Francesi, inglesi, americane. Ho avuto diverse seducenti proposte di ma­trimonio; però io... E ci sono state russe, marocchine, siamesi...

Elena                             - Gemelle?

Rodolfo                        - No, purtroppo! Posso giurarti, Elena, tut­tavia, che sono state semplici incidenti nella mia esi­stenza. Qualunque godimento mi abbian dato, e sarò generoso dichiarando che godimento ce ne fu, è stato sempre un equivalente. Ognuna di esse, fremente, vi­brante, è stata un semplice surrogato tuo. Oh, Elena, se sapessi quanto ti sono rimasto legato, quanto ti ho voluto bene! La memoria è stata benevola verso di me, tesoro! Ti ha fatto sempre restare vicino a me, ogni notte, ogni giorno. (È ricaduto sul divano, accanto a lei. Essa balza in piedi, fugge via. Parla in tono nervoso).

Elena                             - Io sono felice con mio marito! (Egli ride).

Rodolfo                        - Ti accorgerai ch'io rido, spero.

Elena                             - E tu ti accorgerai, spero, che io non vengo con te. Io me ne torno di là.

Rodolfo                        - Non ci tornerai. (L'afferra per i polsi, la attira a se, la stringe fra le braccia) Devi gridare, adesso.

Elena                             - Non griderò affatto.

Rodolfo                        - Scusa, m'ero dimenticato che tu non sei di quella specie che grida. Questa era una delle tue più avvincenti qualità, Elena. Sapevi invariabilmente quando t'avrei picchiata. (La bacia più volte sugli occhi, sulle orecchie, sul naso, sulla gola. Essa non resisterà, corri­sponde in apparenza) Eiena, unico amore mio! Ti chie­do solo di amarmi ancora, per poco tempo. Perché man­tenere questa tremenda rigidezza? Lasciati andare, mia cara. Abbandonati pure! (Essa comincia a ridere). Ho detto qualcosa di spiritoso, eh? (Elena continua a ri­dere). C'è qualcosa nella tua risata che mi fa supporre che perdo il mio tempo, corteggiandoti!

Elena                             - Hai detto ch'io mi lasciassi andare.

Rodolo                          - Già, ma non lo dicevo mica per scherzare. (Egli è seduto. Lei è china su lui. Ad un tratto, essa afferra il suo viso e lo bacia altrettanto selvaggiamente di lui). Santo Cielo, Elena! Non m'aspettavo mica...

Elena                             - (passionale) Non t'aspettavi, eh?, ch'io se­guissi così presto il tuo consiglio? (Gli dà un buffetto). Credevi che io pretendessi di restare frigida per sempre, no? (Lo bacia ancora. Egli l'attira a se sul divano. Essa cade su lui) Sono ancora gelida adesso?

Rodolfo                        - No, è sopraggiunto un disgelo improvviso.

Elena                             - Mi freno adesso? Sono ancora soggiogata, legata, fredda? Lo sono, di'? (Gli dà un altro buffetto).

Rodolfo                        - No! Ma ora, Elena, tu passi la misura.

Elena                             - No, non è vero. Apri la porta.

Rodolfo                        - No.

Elena                             - Sì. Voglio che vedano ch'io non sono mu­tata, che ci sono cose che non mutano mai. (Va alla porta, la spalanca e grida: ce Venite! Venite! ». Poffy, Gisella e gli altri vengono ridendo, schiamazzando. Bredzi e Jansei li seguono, suonando il valzer della ce Vedova allegra»).

Rodolfo....................... - (in mezzo al chiasso festoso) Guardatela! Guardatela! Mi ha schiaffeggiato, mi ha schiaffeggiato con lo stesso vigore d'un tempo! Tesoro mio, mostra loro come hai fatto! (Lei torna a schiaffeggiarlo. Lui la bacia riconoscente. Poi la solleva fra le sue braccia e, ballando il valzer, scompare con lei nella stanza da let­ to. Koeppke si precipita dietro ad essi e, con una smorfia, chiude la porta. Gli altri applaudono con aria sen­suale ed agitano le coppe di champagne).

Talisz                             - Io auguro molta felicità ad entrambi!

Sofia                             - Felicità... e amore!

Poffy                             - Possa questa notte protrarsi per l'eternità! (È salito sul divano e canta, mentre Bredzi suona dol­cemente. La contessa va verso il conte che la bacia).

Contessa                       - È il più bel momento della mia vita!

Hetzler                          - (fa un inchino a Gisella ed entrambi si met­tono a ballare il valzer. Sofia siede sul divano).

Sofia                             - (trasportata) È la stessa deliziosa Vienna di un tempo...

Conte                            - Deliziosa come sempre! Nulla è mutalo.

Contessa                       - Che mi importa se domani dovrò mo­rire? Non me ne importa affatto.

Luche»                          - (piomba, terribilmente turbata, fra loro. A Hetzler) Ehi! Dov'è andato? (Hetzler, che balla con Gisella, non le dà retta. La Lucher si slancia verso si­nistra e grida a Koeppke) Dov'è?

Koeppke                       - Non vogliamo esser seccati adesso.

Talisz                             - Cosa sta dicendo la signora Lucher?

Lucheb                          - (tuonante) Alt, Bredzi! (La musica cessa. Poffy, sempre in piedi sul divano, cantando si volta verso la Lucher).

Poffy                             - (con una noncuranza sublime) È successo qualcosa?

Lucheb                          - Signor Povoromo! Scenda subito da quel divano di broccato. (Poffy scende fra le risa generali). È venuta qui la polizia! Hanno sentito questo baccano e per di più una delle bottiglie che avete lanciato in istrada ha ferito una persona. (Grida di gioia salutano questa consolante notizia).

Koeppk.e                      - (malizioso) Ma non sentiranno nessun ru­more, invece, dalla stanza arciducale.

Lucher                           - Dove s'è ficcato lui? E la signora Krug? Cosa ne ha fatto di lei?

Sofia                             - Non ne abbiamo la minima idea. (Risate).

Conte                            - Riprendete la musica, Bredzi. (Il ridere ge­nerale, lievemente intossicato, è interrotto dal rumore di forti colpi entro la stanza da letto).

Hetzleb                         - Che roba è?

Rodolfo                        - (di dentro) Elena! Elena! (Nuovi colpi. La Lucher va verso la porta. Hetzler, i Koeppke e Gi­sella la trattengono).

Lucher                           - Siete ammattiti? La polizia l'arresterà!

Sofia                             - Silenzio!

Rodolfo                        - (si slancia dalla stanza da letto, corre verso sinistra. Sul letto, attraverso l'uscio aperto, si scorge il vestito bianco di Elena) Elena! Elena! (Esce da de­stra, rientra). Ma dov'è? Cosa ve ne state tutti qui, ir­rigiditi?... Corretele appresso... Trovatela!... (Hetzler, i Koeppke, il conte e Talisz escono, borbottando : « La troveremo! », « La ricondurremo qui », ecc.). Non do­vevo fidarmi di lei e farla andare sola nel bagno.

Contessa                       - (spaventata) Com'è sortita?... È saltata dalla finestra?

Rodolfo                        - No, è uscita da un'altra porta. Non avrei avuto fiducia, se non m'avesse schiaffeggiato con tanto affetto. Elena! (Passeggia, sconvolto, agitato, da una porta all'altra. Sofia rientra).

 Sofia                            - Essa ha lasciato l'albergo.

Contessa                       - Dovrebbe vergognarsi!

Lucher                           - È tornata a casa sua.

Rodolfo                        - A casa sua?! E dov'è? Dove abita?

Lucheh                          - Lei deve restarsene qui.

Rodolfo                        - Perché?

Lucher                           - La polizia!

Poffy                             - È qui, nell'albergo.

Rodolfo                        - Datemi il mio mantello.

Lucheb                          - Le ho detto che è tornata da suo marito.

Rodolfo                        - Da quello della psicanalisi? Tanto meglio! Datemi il mantello! (Spinge la Lucher verso la stanza da letto) Chi di voi mi dirà dove essa abita?

Gisella                           - Io non lo so.

Rodolfo                        - (alla contessa) Lei lo sa?

Contessa                       - (timorosa) Poffy lo sa. Lui potrà dir­glielo, Altezza!

Rodolfo                        - (a Poffy) Mi accompagnerai.

Poffy                             - Se lei metterà un piede fuori di questo al­bergo, sarà una pazzia!

Rodolfo                        - Volete trattenermi ora con la scusa della polizia?

Poffy                             - Altezza, lo riconosceranno...

Sofia                             - Altezza, noi la scongiuriamo...

Rodolfo                        - Qualsiasi agente della polizia viennese, che mi metterà una mano addosso, finirà nel canale...

Lucher                           - (rientra col cappello tirolese) Ecco qua!

Rodolfo                        - No, voglio il mio mantello d'ufficiale.

Lucher                           - Ma non si usa più a Vienna tale uniforme.

Rodolfo                        - Me ne infischio di ciò che si usa...

Lucher                           - (strillando verso di lui) Ma la fucileranno. Profitteranno con gioia di questa bella occasione per tarla finita con lei.

Rodolfo                        - (calmo) Benissimo... benissimo... (Si è messo il cappello e un mantello recatogli da Poffy).

Lucher                           - Essa non vuol più saperne di lei!

Rodolfo                        - Lo vedremo! Mi sta stuzzicando. Ha bi­sogno di provare il brivido della caccia. E lo proverà, non dubiti! (Va verso destra, afferra la bottiglia del cognac sul tavolo). E se a casa sua ci si sta male, me la riporto qui. Perciò, voi badate che la festa continui sino al mio ritorno, anche se si trattasse di domani, dopodomani, d'un tempo indeterminato. Andiamo, Pof­fy! (Esce, seguito da Poffy).

Contessa                       - (fremente) Ci riescirà! Ci riescirà!

Gisella                           - Nulla potrà trattenerlo.

Sofia                             - La ricondurrà qui e la festa non avrà fine!

LucHEK                       - Pazzi! Pazzi che siete! Ma non lo vedete cosa gli capiterà? L'arresteranno, l'uccideranno! Doma­ni ci sarà un altro Absburgo che brucierà all'inferno...

Poffy                             - (rientra svelto) Signora Lucher!

Lucher                           - (ansante) L'hanno acchiappato?...

Poffy                             - No... Sua Altezza Imperiale le porge i suoi omaggi e la prega d'anticipargli qualche scellino per prendere un tassì!

Lucher                           - (borbotta una serie d'irriproducibili bestem­mie, mentre pesca dei danari nell'ampia sua borsa).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

La scena del primo atto, subito dopo l'azione svoltasi nel secondo atto. Nella stanza qua e là un po' di luce, ma le ombre attorno ad essa sono profonde. Antonio siede in una di queste zone d'ombra, ascoltando la radio. Guarda continuamente verso la finestra, verso la porta. Dopo un poco s'alza, va verso la finestra, sposta la tenda e scruta al di fuori.

Elena                             - (entra, trafelata e turbata, avvolta nel mantello di Rodolfo, che strInge al corpo per nascondere la man­canza del vestito bianco. Corre via, oltrepassando Anto­nio, e chiude la radio).

Antonio                         - (si volta) Ebbene, com'è andata?

Elena                             - Proprio come mi ero attesa.

Antonio                         - Divertita?

Elena                             - No.

Antonio                         - Non c'era animazione?

Elena                             - Nessuna.

Antonio                         - Non ti sei fermata a lungo.

Elena                             - Ah, no? (Va verso la propria stanza).

Antonio                         - (gentile) Ci sarà stato un po' di movi­mento...

Elena                             - Affatto, affatto.

Antonio                         - Non mi piace interrogarti, Elena, però temo che...

Elena                             - (con strana petulanza) Tu non ami nulla quanto lo starmi ad interrogare. (È giunta in fondo).

Antonio                         - (sempre presso la finestra, a destra) Tu sai che non è vero.

Elena                             - Di solito, no. Ma questa sera, perché... mi hai chiesto di andar lì? Perché?

Antonio                         - Credevo ti saresti divertita.

Elena                             - Hai avuto torto. Le tue prescrizioni non 6ono infallibili... Ma non parliamone più adesso. Sono stanca.

Kruc                              - (entra da sinistra, in fondo, in accappatoio, ca­micia da notte e pantofole) Ah! Sei tornata? M'è parso di sentirti rientrare. Com'è andata la serata? Non è successo nulla d'interessante? Raccontaci un pochino.

Antonio                         - Elena sta per andare a letto.

Kkuc                             - E chi c'era? Nessun personaggio famoso? (Elena va verso l'uscio della sua stanza). E... che n'è del tuo vestito?

Elena                             - Buonanotte, babbo. Buonanotte, Antonio! (Esce).

Kruc                              - Ehm! Che ne pensi tu? (Antonio va a sini­stra, accende nervosamente una sigaretta. Krug avanza lento) Non hai notato nulla nel suo modo di dirci « buonanotte »? Niente baci, niente « dormi bene », niente affettuosità! E quell'abbigliamento, poi! Aveva un vestito, uscendo, no? Dev'esser successo qualcosa. Non l'hai notato?

Antonio                         - No.

Krug                              - Io sì, però! E io non mi spaccio certo per un grande lettore di anime, come te... Io ho potuto indovinare che qualcosa deve essere accaduto lì, dalla Lucher...

Antonio                         - Essa è stanca, ecco tutto!

Krug                              - Già, ma perché è «tanca? Questo dovremmo sapere. E che n'è del suo vestito? Questo dovremmo sco­prire. Dovresti rivolgerle alcune domande su tale argo­mento... (S'ode un'irritante scampanellata).

Antonio                         - Non c'è nulla da scoprire.

Krug                              - È il campanello notturno.

Antonio                         - L'ho sentito.

Krug                              - Chi sarà, secondo te?

Antonio                         - Non ne ho la più pallida idea... (S'odono i colpi al portone, forti grida. Antonio esce da destra).

Krug                              - Senti che baccano!

Rodolfo                        - (di dentro) Non occorre che mi annun­ziate...

Kathie                           - (strilla di dentro) Signor professore, un pazzo...!

Krug                              - (eccitato) Avresti fatto bene a prenderti la rivoltella, Antonio. È un altro dei tuoi pazienti che s'è ammattito.

Kathie                           - (di dentro) Un maniaco! Il suo guardiano l'accompagna, ma lui non gli dà retta... È entrato con la violenza. Non potevo trattenerlo.

Poffy                             - (di dentro) Sono dolente, signor professore. Se ci fosse stato un modo qualsiasi per evitare questo...

Rodolfo                        - Scusi tanto per il disturbo, ma questa do­mestica scrupolosa sembrava sentisse il dovere di ne­garmi il passaggio. (Entra seguito da Antonio, Poffy e Kathie. Rodolfo ha sempre la bottiglia di cognac in mano, come se fosse un'arma. Si volta a Krug) Siete voi il dottore?

Kruc                              - No!

Rodolfo                        - No?

Krug                              - No! È lui... (Indica Antonio. Rodolfo si volta e lo squadra). Io sono suo padre.

Rodolfo                        - Ah! È lei il signor professor dottore? Sono francamente stupito. La mia immaginazione l'aveva ador­nato con una lunga barba grigia. (S'inchina) Fortuna­tissimo!

Antonio                         - Scusi, chi è lei?

Rodolfo                        - Eh? Lei mi chiede chi...?

Krug                              - Posso dirtelo io chi è...

Rodolfo                        - Poffy, egli non sa chi sono... Avanti! Presentami...

Poffy                             - Professor Krug, questo è l'ex arciduca Ro­dolfo Massimiliano.

Rodolfo                        - « Ex »! Si direbbe ch'io abbia già rag­giunto i miei antenati nel loro impero eterno!

Krug                              - Oh! No...

Rodolfo                        - Comunque, caro dottore, lei potrà osser­vare che non è così. Io mi trovo qui, nella sua simpatica casa e desidero vedere sua moglie.

Antonio                         - Mia moglie si è coricata.

Rodolfo                        - Essa sarà ben lieta d'alzarsi.

Antonio                         - (lo guarda un attimo, poi gli passa dinanzi e si volge a Krug) Va' a dormire, babbo!

Krug                              - Io?

Antonio                         - (spingendolo) Sì, fa come ti ho detto. (Seccatissimo, Krug si dirige lento verso gli scalini).

 

 Rodolfo                       - (si toglie il cappello. A Poffy) Non c'è più bisogno di te, Poffy. Torna dalla Lucher e bada che essi continuino la festa.

Poffy                             - Farebbe meglio a venir via con me.

Rodolfo                        - Potrò esser trattenuto qui un po' più di quanto attendevo.

Poffy                             - Se vuole, può chiamarmi all'albergo. (Esce da destra).

Krug                              - (all'uscio della stanza d'Elena. Chiama attra­verso la porta) Elena, l'arciduca Rodolfo Massimiliano di Absburgo è venuto qui da noi e mi stanno mandando a letto. (Krug esce da sinistra in fondo. Antonio esa­mina Rodolfo che brandisce sempre la bottiglia. Dopo un po', Antonio sorride e avanza verso Rodolfo).

Antonio                         - Vorrei... saperle dire quanto io sia lieto di vederla.

Rodolfo                        - (attonito) Lei... è lieto... di vedermi?

Antonio                         - Ne dovrebbe intuire il motivo. Lei è stato un personaggio sempre presente in questa casa, da quan­do Elena ed io ci siamo sposati. Una presenza non del tutto gradita, soggiungerò   - (ride). Ma non potevamo li­berarcene. Talora, lei s'aggirava impettito per la casa, come se fosse sua!

Rodolfo                        - (compiaciuto) Davvero?

Antonio                         - Io ne provavo un qualche risentimento, è naturale! Ma ora che ho l'occasione di vederla, di par­larle, posso nutrire sentimenti più amichevoli per co­desta sua presenza.

Rodolfo                        - (sconcertato) Senta! Ne ho conosciuti di mariti, ma lei è il primo che mi abbia detto delle pa­role gentili... (Avanza. Inchino, stretta di mano) Lieto di conoscerla, signor professore. (Entra Elena in vesta­glia) Elena, siamo amici!

Elena                             - (sul ripiano, li guarda a vicenda) Davvero?

Antonio                         - Certo. Vediamo allo stesso modo l'argo­mento più importante per noi.

Rodolfo                        - Siamo davvero una combinazione incredi­bilmente fortunata. Tuo marito rappresenta il colmo dell'intellettualità, io la quintessenza dell'uomo emotivo. Sai? Fra noi due... qui, su per giù         - (indica un luogo nel tappeto) dovrebbe trovarsi l'uomo perfetto! (Antonio ride. Elena scende, va a sinistra, vicino al marito).

Antonio                         - Continui pure, la prego.

Rodolfo                        - Volentieri! Ho varie cose interessanti da dire. (Siede in una sedia, in mezzo alla scena).

Elena                             - Spero che vi sbrigherete, Rodolfo. Non che io non riconosca il grande onore fatto alla nostra casa dalla vostra presenza... ma ho sonno. Abbiamo sonno.

Rodolfo                        - Le mie parole non sono per te, mia cara. Sono destinate al nostro comune amico, tuo marito.

Antonio                         - Sono ansioso di udirle.

Rodolfo                        - Credo bene! E sono pure certo che le ascol­terà con simpatia. Lei è un brillante psicologo, ma ancor più che questo, lei è un viennese. Lei saprà cosa intendo dire... (Antonio s'inchina). Mi sembra, però, ch'io sia l'unico a star seduto. Non vuole accomodarsi?

Antonio                         - No, se non le dispiace... (Elena siede sul margine del divano).

Rodolfo                        - (appoggiandosi indietro, sulla sedia) Non mi dispiace, no!... Ebbene, per cominciare dal punto di partenza, signor professore, io ho fatto delle proposte a sua moglie. Sono venuto qui per ripetergliele finché non avrò raggiunto l'obiettivo desiderato. Mi sono spie­gato chiaramente?

Antonio                         - E come!

Elena                             - Finora, almeno...

Rodolfo                        - Benissimo! Quindici anni fa divenni in­timo di Elena. E, dicendo così, spero ch'ella mi capirà...

Antonio                         - La prefazione mi è familiare. Può anche ometterla.

Rodolfo                        - No, non voglio ometterla. Voglio, anzi, soffermarmici. Essa era, allora, una ragazza squisitamente delicata. Era deliziosa, signor professore. Lei l'avrebbe certo adorata.

Antonio                         - Ne sono certo.

Rodolfo                        - Quanto a me, io ero né più né meno di adesso, un tenace idealista e, scorgendola la prima volta, giurai a me stesso: «Questa è l'ultima!...». E ne feci la mia amante. Per quattro splendidi anni io le fui de­votamente...

Elena                             - Sono stati poco più di due.

Rodolfo                        - Non interrompermi!

Elena                             - Non esagerate!

Rodolfo                        - (s'alza infuriato) Se devo essere inter­rotto...

Elena                             - Non esagerate.

Rodolfo                        - Lo faccio solo per il desiderio di adu­larti. (Si volta verso Antonio quasi per scusarsi) Per­metta ch'io continui: il nostro idillio ebbe termine a causa della rivoluzione. L'Austria fu costretta ad abban­donare la maggior parte dei suoi beni, compresa la mia famiglia. (Torna a sedere). Eravamo assieme all'Hotel Lucher, quando m'ingiunsero di lasciare Vienna. Ci fu negato il privilegio di separarci, come la maggior parte degli amanti, con il solito romantico eroismo. Noi fum­mo invece strappati l'uno all'altro           - (indica la separazione arbitraria con un gesto dei suoi pugni chiusi). Lei, si­gnor dottore, può certo capire il significato di questa separazione violenta.

Antonio                         - L'ho in gran parte capito.

Rodolfo                        - Durante dieci anni, sentii sempre quanto ella mi mancasse. Decisi, allora, di tornarmene a Vienna e di guardarla ancora attentamente, perché le mie illu­sioni giovanili s'infrangessero una volta per sempre.

Antonio                         - Una decisione molto intelligente, non è vero, Elena?

Elena                             - Non ne sono proprio certa.

Rodolfo                        - Oh! in teoria, lo era! Perché io suppo­nevo ch'ella fosse diventata una banale, grossa massaia borghese.

Antonio                         - Ha resistito alle influenze del suo am­biente.

Rodolfo                        - Certo, e ne sono stato amaramente deluso. Mi accorgo che quell'acuto bisogno di lei che provavo non era un'illusione. Resta una realtà! (Si alza) Una realtà          - (si muove e si ferma dietro al divano) che noi tutti dobbiamo guardare in faccia. Forse lei non la ri­tiene una realtà. Anche Elena credeva così da principio. Stasera però le ho detto qualcosa, qualcosa ch'io non avevo confessato a nessun'altra donna. Le ho detto che tutti i godimenti da me provati sono stati un semplice surrogato. Anch'io ho avvertito una presenza attorno a me. Elena ha assistito a tutte le mie piccole sordide av­venture. (Voltandosi verso Elena) Oh, mia cara, inor­ridiresti apprendendo quante forme fantastiche tu hai assunte! (Ad Antonio) Le mie parole fanno un effetto un po' disgustoso, no?

Antonio                         - Nulla riesce disgustoso, se vien dichiarato con una sincerità così poco artificiosa.

Rodolfo                        - (ad Elena) Che simpatico!... Proprio sim­patico, sì! (Ad Antonio) Lo sapevo che lei era l'uomo adatto per comprendere esattamente questa situazione. Sa, Elena mi ha detto che lei ha scritto un intero vo­lume su di me.

Antonio                         - Cosa?

Elena                             - Non ho mai detto una cosa simile.

Rodolfo                        - Sì, invece. Tu hai detto chiaramente che egli mi aveva analizzato...

Elena                             - (interrompendolo) Non è vero. Ho detto ch'egli aveva scritto molto su tale argomento, spiegando il vostro tipo.

Rodolfo                        - (ad Antonio) Lei non può certo dire dei volumi in poche parole. Oh, signor dottore! Lei è uno scienziato, grazie a Dio, e la prego di considerarmi qua­le un suo paziente. Mi analizzi. Ho bisogno di qualche consiglio professionale.

Antonio                         - Non posso darglielo.

Rodolfo                        - Ed io ripeto che lei può benissimo.

Elena                             - Egli non usa darne.

Rodolfo                        - Sciocchezze! Egli è un dottore, e rinomato per di più.

Elena                             - Con un processo di suggestione, egli porta il paziente a consigliarsi da se.

Rodolfo                        - (ad Antonio) Benissimo... allora mi sug­gerisca qualcosa.

Antonio                         - No, lei ha delle idee per conto proprio.

Rodolfo                        - Una varietà sorprendentemente estesa.

Antonio                         - Non ne dubito. Ma è inutile per me ten­tare di considerare ciò alla luce della mia esperienza personale, giacché non ho mai affrontato il problema in questa maniera, finora.

Rodolfo                        - Come? Con Elena per moglie, una tale questione dovrebbe tornare continuamente a galla.

Antonio                         - Ammetto che si possa istintivamente pen­sare così. (Egli comincia a rivelare sintomi d'impazien­za, che possono facilmente svilupparsi in ira violenta).

Elena                             - Ma si avrebbe torto.

Rodolfo                        - Ebbene ne sono lieto.

Antonio                         - Sono semplicemente uno psichiatra. Il suo caso richiede le cure speciali di un neuro-patologo. Ce n'è uno ottimo a Monaco.

Rodolfo                        - A Monaco? Ma è troppo lontano. E la notte scivola via tra le nostre dita, intanto.

Antonio                         - Questo è il solo consiglio ch'io possa dar­le, signor von Habsburg! Non posso far nulla per aiu­tarla.

Rodolfo                        - (sconvolto) « Signor von Habsburg »! È questo dunque il mio nome? « Signor von Habsburg »! Oh!... Io non protesto. Mi chiamo così, infatti. Scusi l'interruzione. (È andato, frattanto, verso sinistra, vicino ad Antonio, come se per un istante egli avesse con­siderato ciò una prova del suo risentimento per l'umi­liante « Signor von Habsburg ». Poi siede, abbattendosi su una sedia fra Antonio, in piedi dinanzi al caminetto, ed Elena, sul divano... Durante il dialogo Elena ha te­nuto d'occhio i due uomini con interesse trattenuto, at­tesa allarmante ed emozione crescente... Rodolfo conti­nua con apparente stanchezza) Lei stava dicendo qual­cosa circa un dottore di Monaco.

Antonio                         - Sì, le darò una lettera di presentazione per lui...

Rodolfo                        - (con uno scatto di rabbia) Ma io non vo­glio andare a Monaco. Voglio sistemare adesso questo problema.

Antonio                         - Io non sono un mago. Non posso raddriz­zare una massa di complicazioni glandolari con un sem­plice moto della mano.

Rodolfo                        - Ho un disperato bisogno di alimento, di alimento per la stima di me stesso. H mio « io » è come il ventre d'un uomo che muore di fame: è gonfio, ma vuoto.

Antonio                         - E lei crede ch'io possa fornirle l'alimento necessario ?

Rodolfo                        - Se non vi riesce lei, nessun altro potrà riescirvi.

Antonio                         - Se questo potesse venir fatto in una ma­niera razionale, sarebbe cosa semplice. Le direi di guar­dare attentamente Elena fino a che il suo cuore si senta sazio. Le direi di colmare di lei la sua immaginazione. (Rodolfo si volta, fissa Elena e continua a fissarla, men­tre Antonio pronunzia il seguente discorso) Per poi con­cludere che per lei essa non ha sostanza, essa è un sogno che lei ha decifrato e di cui si è liberato e che lei non potrà più riafferrare... Ma la cosa non è poi tanto sem­plice.

Rodolfo                        - (lentamente si volta, s'alza, guarda in viso Antonio) Lei ha ragione, amico mio. Non è così sem­plice... Non basta ch'io la guardi soltanto. (Antonio si allontana verso destra).

Elena                             - Ebbene, Antonio, cosa ne dici tu?

Antonio                         - (con una certa irritazione) Non ho nulla da dire al riguardo. Non desidero dir nulla. (Una pausa di tensione).

Rodolfo                        - Lo so, è una situazione maledettamente imbarazzante. E non sarebbe sorta, se non fosse stato per la sua correttezza. Entrando, io ero pronto a lottare, a essere cacciato o a portar via Elena con me. Ma... lei è stato così gentile, così amabile. Lei mi ha dimostrato che questa disputa poteva venir sistemata con la ragione anziché con la forza.

Antonio                         - Trovo che questa disputa è divenuta es­senzialmente irragionevole.

Rodolfo                        - Lei non è più così amabile con me. Perché? Crede forse ch'io le voglia portar via Elena de­finitivamente?

Antonio                         - Lei mi sta spingendo a forza nella peno­sissima situazione d'un marito geloso.

Rodolfo                        - Lei ha assunto volontariamente codesta po­sizione, sposando Elena.

Antonio                         - Sì, sì, lo so!

Rodolfo                        - Lei ha ammesso una certa presenza in casa loro. E ora che tale presenza s'è materializzata, lei ha paura di affrontarla?

Elena                             - No, Antonio, tu non gli lascerai dire questo.

Rodolfo                        - No, no, non Io credo, Lei è un uomo di intelligenza elevata. Lei sa che la gelosia è una semplice manifestazione di paura e lei ha espulso dal suo cuore la paura così come ha espulso gli odiosi Absburgo. Non è vero, eh?

Antonio                         - Dall'Austria li abbiamo espulsi, sì, gli Absburgo, ma non tutti noi siamo riesciti ad espellerli dai nostri cuori... No, desidero che lei ci lasci.

Rodolfo                        - Cosa?

Antonio                         - La prego d'andarsene.

Rodolfo                        - Portando via con me Elena?

Antonio                         - No.

Rodolfo                        - Anche s'ella desiderasse venir via?

Antonio                         - Le secca forse chiederlo ad Elena stessa?

Elena                             - (s'alza, va verso il commetto) Oh! Lasciatemi fuori da questa faccenda. Disponete di me fra di voi.

Antonio                         - Vada, dunque!

Rodolfo                        - Oh! Lei mi delude, signor dottore. Cre­devo che lei fosse uno che avesse soggiogato tutti i sen­timenti più bassi. Ma ora mi accorgo che lei è un vero marito, affatto migliore degli altri.

Antonio                         - Se lei non se ne va spontaneamente, sarò tentato di cacciarla... e credo che vi riescirò.

Rodolfo                        - Certo, ma non senza coprirsi di ridicolo.

Antonio                         - (togliendosi le lenti) Allora, non mi trat­terrò più dal farlo. (Comincia a togliersi la giacca, imi­tato da Rodolfo).

Rodolfo                        - Ecco, Elena! Ti ho rivelato chi sia quest'uomo, adesso. Questo colosso dell'intelligenza, questo trionfo della civiltà si comporta come uno scimmione vendicativo.

Antonio                         - Se ne vada!

Rodolfo                        - (posa la giacca sulla ringhiera del balcone) L'avverto che non mi batterò correttamente.

Antonio                         - Elena, è meglio che tu non vi assista.

Elena                             - Nulla potrà indurmi ad allontanarmi, pro­prio ora! (Siede sul banco dinanzi al caminetto). Mi sono accorta che ho atteso da anni questo momento.

Rodolfo                        - (ad Antonio) Avanti!... Sono disarmato, adesso. Sono un bravo spadaccino, ma non valgo nulla a fare a pugni. Sono costretto a trattare con lei, vergo­gnosamente. Le farò un'offerta.

Antonio                         - Svelto!

Rodolfo                        - Un'offerta bellissima...

Antonio                         - Svelto, ho detto!

Rodolo                          - (con fervore convincente) Mi conceda Elena per stanotte, e, in compenso, le darò l'unica cosa che posseggo, cioè questa carcassa, che riveste la mia anima immortale, questi chili di carne senza valore. Domani me ne andrò sul Ring. Prenderò a calci e insulterò i poliziotti. Si scoprirà chi sono, sarò buttato a terra, fu­cilato e morirò gloriosamente nel rigagnolo della strada, con la testa poggiata su un mucchio d'immondizie. Ma prima di compiere questo suicidio, firmerò dei docu­menti per cui lascerò in eredità incondizionatamente all'eminente professor dottor... Scusi, qual'è il suo nome?

Elena                             - Krug.

Rodolfo                        - Krug! Tutto ciò che rimarrà di me sarà suo. Lei apprezzerà il mio valore scientifico. Potrà sten­dermi sulla tavola operatoria, scrutarmi, sezionarmi e dire ai suoi allievi : « Ecco, signori, il ripugnante og­getto ch'io qui vi mostro, è il cuore d'un Absburgo! ». (Pausa prolungata). No? Lei rifiuta la mia offerta? Lei insiste nel suo contegno d'uomo primitivo? Benissimo, allora! Avanti, signor dottore... (Fa un passo indietro e assume una posizione di lotta) Aspetto questo assalto taurino.

Antonio                         - Lei sta raggiungendo il suo scopo.

Rodolfo                        - Raggiungendo... io?

Antonio                         - Già. Lei mi sta facendo passare per un pazzo. Ci sono invece mille eccellenti ragioni per giusti­ficare i miei pugni e lei le conosce, queste ragioni. Ma affrontarla in questo modo, alla presenza di mia moglie, alla quale desidero soprattutto far buona impressione, non mi è possibile. Potrei condurre a termine la lotta, ma non iniziarla.

Elena                             - No, Antonio, hai torto. Tu non potresti con­durla a termine. Io sola lo potrei. Avrei dovuto capire ciò all'Hotel Lucher. (S'ode il campanello notturno). Non avrei dovuto tentare di fuggire. È lo sbaglio che io ho sempre... (Nuova scampanellata) Ma chi sarà?

Rodolfo                        - Non dirmi che il dottore viene chiamato presso un ammalato! (Nuova scampanellata).

Elena                             - Devo andar io? (Va verso destra).

Antonio                         - No, Kathie è sveglia.

Krug                              - (entrando) Ho sentito il campanello! Ho cre­duto fosse qualcosa d'importante.

Kathie                           - (entrando da destra) Professore...!

Poffy                             - (si precipita dietro di lei) Professore, le mie più profonde scuse se le piombo così in casa, però...

Antonio                         - Che c'è?

Poffy                             - A causa della polizia!

Krug                              - La polizia ?!

Antonio                         - Che vuole?

Poffy                             - Sua Altezza Imperiale è stata vista mentre correva in tassì per la Kaerntnerstrasse... (Il vecchio Krug emette un fischio).

Elena                             - Dovete nascondervi. Andate là dentro.

Antonio                         - A che scopo? La polizia tanto farà che lo troverà ugualmente.

Rodolfo                        - Non mi nasconderò affatto! Preferisco re­star qui ad affrontarli.

Elena                             - No, non farete questo. Andate in quella stanza. Kathie di' alla polizia che il dottor Krug scen­derà tra un minuto per parlare con loro.

Kathie                           - Sissignora. (Esce).

Poffy                             - (a Rodolfo) Si nasconda! Tutta la forza pub­blica è in cerca di lei.

Rodolfo                        - (avanzando) È il colmo dell'ignominia.

Krug                              - Di qua, Altezza.

Elena                             - Ecco! (Gli porge il cappello tirolese).

Rodolfo                        - Non mi arresteranno con questo maledetto cappello! (Va nella stanza in fondo).

Elena                             - Chiudi la porta, babbo! (Krug obbedisce. Elena lo spinge verso la stanza di lui. Il vecchio fa il broncio ed esce da sinistra in fondo).

Antonio                         - Dovremo parlare con la polizia.

Poffy                             - La prego, professore, scenda e li mandi via.

Antonio                         - Lei crede che ciò farà smettere le loro ricerche ?

Poffy                             - Le daranno certo retta. La 6ua posizione...

Antonio                         - Sanno benissimo ch'egli poteva venire qui. Posso mandarli via da questa casa, ma non impedire che essi la sorveglino rigorosamente.

Poffy                             - Ma lei è una grandissima influenza sulle autorità. Può parlar loro, persuaderle...

Antonio                         - A far cosa? A permettere ch'egli conti-ani ad essere il mio ospite?

Poffy                             - No, a permettere ch'egli lasci tranquilla­mente l'Austria. Basta ch'ella dica una sola parola al prefetto. E le giuro che l'Arciduca accetterà qualsiasi accomodamento.

Antonio                         - (ad Elena) Andrò dal prefetto e tenterò di aggiustare le cose.

Elena                             - Si, Antonio. Tu devi far tutto il possibile per aiutarlo.

Poffy                             - Lei compirà un atto della massima gene­rosità!

Elena                             - Sì, Antonio.

Antonio                         - (la fissa un attimo, poi si volta a Poffy) Vuole attendermi, per favore, giù da basso?

Poffy                             - Sì, professore. (Si inchina ed esce. Nuova pausa).

Antonio                         - Un atto della massima generosità! E di grande saggezza, speriamo...

Elena                             - Dubiti forse che non sia un atto savio, An­tonio?

Antonio                         - Ne dubito, sì. Ma non devo ammetterlo. (Fa uno sforzo coraggioso per esser ironico). Vedi, Elena, sto attraversando la prova del fuoco per i miei in­flessibili principi personali. Tu hai udito che i miei al­lievi mi chiamano « il messia d'una nuova fede »... Eb­bene, stanotte io ho sentito l'aspro comando che viene impartito a qualsiasi messia: «Medico, cura te stesso! ». Non è un pensiero confortante, questo... Eppure, andrò dal prefetto, per tentare l'accomodamento. Tu hai visto la verità, Elena. L'hai vista quando egli mi punzecchiava perché io mi comportavo come... come uno « scimmione vendicativo ». Tu sei la sola che può rimediare a ciò. Se tu puoi guardarlo attentamente e ridere di lui e aver­le compassione, come di un bimbo deluso ; se potrai ve­derlo nella sua realtà e non secondo ciò che la memoria ti suggerisce sul suo conto, allora sarai salva. Egli non potrà più farti del male, qualunque cosa tu o lui com­piate...

Elena                             - Sta bene, Antonio.

Antonio                         - (la fissa un attimo) Arrivederci, Elena'.... E digli che non si preoccupi... (Si volta e s'avvia) Il pre­fetto sarà lieto di farmi un favore. Sua moglie è una delle mie pazienti. (Esce da destra. Elena resta immo­bile un momento, poi si volta e chiama: «Rodolfo!... Rodolfo!...»).

Rodolfo                        - (apre la porta, guarda. Elena va verso si­nistra).

Elena                             - Se ne sono andati. Puoi entrare.

Rodolfo                        - (entra in maniche di camicia, con la giacca dell'uniforme sul braccio. Nella scena seguente userà un tono elaboratamente sardonico) Sei sicura che non ci siano pericoli?

Elena                             - Perfettamente sicura.

Rodolfo                        - Dov'è tuo marito?

Elena                             - È uscito.

Rodolfo                        - Dov'è andato?

Elena                             - Dal prefetto di polizia.

Rodolfo                        - E cosa devo far io nel frattempo? Infi­lare la giacca e andarmene?

Elena                             - No, non puoi. La polizia è giù da basso. Ma puoi fidarti d'Antonio. Egli ha grande influenza sui personaggi ufficiali. Farà in modo che tu possa lasciar l'Austria senza rischi.

Rodolfo                        - (avanzando) Posso fidarmi di lui, dunque?

Elena                             - Nessuno potrebbe fare altrettanto per te.

Rodolfo                        - Un cuore davvero magnanimo, eh?

Elena                             - Certo.

Rodolfo                        - E leale anche?

Elena                             - Sì.

Rodolfo                        - E sublimamente fiducioso nella tua forza d'animo!

Elena                             - Sì.

Rodolfo                        - E pieno di disprezzo per me. (Essa tace. Egli getta la giacca sul divano e contempla l'uscio da cui è escito Antonio). Davvero è una pazzia come io non ne ho mai vedute! Egli con un raggiro si è accaparrata la mia riconoscenza. Ha messo in gioco il mio onore. Ed egli sa bene ch'io ho ancora un onore. Esso scorre nel sangue degli Absburgo, onore ed epilessia. Ce lo siamo meritati d'esser cacciati via non perché fossimo dei ti­ranni, ma perché tutti noi siamo, in fondo al cuore, dei rancidi sentimentali. Il medico ha indovinato la nostra debolezza capitale. Maledizione! Mi ha tolto ogni vita­lità, ogni virilità! (Siede sul divano. La sua ira e molto della sua insolenza l'hanno abbandonato). Mentre me ne stavo lì, nascosto, in attesa ch'egli mi difendesse dalla legge, guardavo la mia giacca, le medaglie antiquate, i galloni consumati. E una grande verità calò dinanzi al mio sguardo. Mi rivelò ad un tratto ch'io non sono più un arciduca, nipote d'un imperatore. Sono un condu­cente di tassì travestito!

Elena                             - E codeste rivelazioni ti mostrarono pure chi sono io adesso?

Rodolfo                        - Sì. Tu non sei più un'amante. Sei una moglie, una donna quindi non più attraente.

Elena                             - Oh! Te ne sei accorto, finalmente!

Rodolfo                        - Sì.

Elena                             - Lo sai che adesso io posso guardarti ridendo di te, avendo pietà di te come d'un bimbo deluso?

Rodolfo                        - Va' a letto e lasciami solo. Ti prometto di restar qui e mantenere la promessa...

Elena                             - (con repentina tenerezza) Faresti meglio a riposare un po'. Dovrai partire al mattino.

Rodolfo                        - La tua premura è commovente. Ma, ti pre­go, non occuparti di me.

Elena                             - La polizia potrebbe tornare. Faresti meglio andare di là, dove puoi «tenderti e dormire un po'.

Rodolfo                        - Come vuoi! (S'alza, va alla finestra, con­ templa lo spettacolo di Vienna, poi si volta) Riposerò tranquillo, blandito dal pensiero che persino io ho degli amici influenti in Austria... Buonanotte... E quando sarà di ritorno il buon dottore, esprimigli, per favore, in qualche modo, la mia riconoscenza. Assicuralo di ciò. Grazie alla sua generosità, lascerò Vienna per sempre e tornerò al mio tassì. (Va verso il pianerottolo in fondo).

Elena                             - (prende la sua giacca, sul divano) Ti sei di­menticato la giacca, Rodolfo.

Rodolfo                        - Oh, grazie!...

Elena                             - (esaminandola) Bisognerebbe rammendarla. (Va verso gli scalini).

Rodolfo                        - Oh, non preoccuparti! Non l'indosserò mai più.

Elena                             - Sì, invece, Rodolfo! L'indosserai bravamen­te, anche se i galloni sono un po' consumati. È la tua giacca. (Gliela porge).

Rodolfo                        - Sì, è una delle misere proprietà del si­gnor von Habsburg! (La posa sulla balaustra). Sei molto gentile, Elena. Non saprei davvero perché dovresti es­serlo, date tutte le ridicole seccature che ti ho procu­rato. Ma ricordati, per favore, che io sono grato... e anche dispiacente... (Essa prende la mano di lui).

Elena                             - No, Rodolfo, non devi esser dispiacente.

Rodolfo                        - Buonanotte, cara! (Le bacia la mano) Ar­rivederci! (Va nella stanza da letto. Essa resta un po­chino immobile. Finalmente, prende la giacca di lui, esamina i galloni consumati, le medaglie annerite. Si volta, spegne la luce. La camera è al buio. Solo un de­bole raggio di luce penetra dall'ingresso. Apre la porta della sua stanza. La luce di dentro l'illumina).

Elena                             - Rodolfo!

Rodolfo                        - (di dentro) Che c'è? (Essa va nella stanza e chiude l'uscio dietro a sé mentre cala la tela).

(La tela resta calata alcuni secondi per indicare il passaggio di al­cune ore. Quando si risolleva, la scena rivela che siamo al mattino, con un sole splendente, caldo e animatore. Kathie finisce di aggiustare la tavola, per la prima colazione, a sinistra del divano. È preparata per tre).

Krug                              - (entra da sinistra strascinando i piedi, col gior­nale del mattino in mano. Esclama disgustato) Proprio come avevo preveduto! Non una parola su quanto è av­venuto stanotte. Uno degli avvenimenti più emozionanti che abbiano avuto luogo da alcuni anni a questa parte qui a Vienna, viene passato così, sotto silenzio! (An­nusa, il volto gli muta d'espressione) Uhm! Rognoni!

Kathie                           - Non li tocchi, per favore! Sono per il pro­fessore.

Kruc                              - Credevo che... Oh! Sta bene...

Kathie                           - (s'avvia per escire).

Kruc                              - (la segue, chiacchierando) Oh, Kathie! (Esso si ferma). Cosa ne pensi del nostro ospite: di'? Ne hai mai veduto uno come lui, finora?

Kathie                           - (piena di sprezzo) No. (Torna a incammi­narsi).

Krug                              - Nemmeno io! M'intendo, così da vicino! Come si sono liberati di lui? Cos'è successo dopo che sono andato a letto? (La segue. Escono entrambi).

Kathie                           - (di dentro) Non ho la minima idea di quel che sia successo!

Krug                              - (di dentro) Ebbene, mi piacerebbe saperlo. Ma temo che nessuno me lo dirà. Tu non hai sentito nulla? (Rodolfo esce dalla stanza in fondo, posa man-tello e cappello sulla balaustra. Krug rientra borbottan­do) Dovrò scoprire tutto da me.

Rodolfo                        - Buongiorno! Buongiorno! Buongiorno!... Chiunque voi siate vi auguro il buongiorno e posso as­sicurarvi che lo faccio con la massima sincerità.

Krug                              - (vede chi è ed è così inebetito che riesce solo a fissarlo a bocca aperta. Rodolfo va alla finestra e guar­da fuori).

Rodolfo                        - Son anni che non vedo una cosa simile. Lo sapete? Vienna ha una specialità: in nessun altro posto al mondo le mattinate sono così belle. Ampie, complete, piene di carattere... Osservate un po'! È un nuovo giorno e badate ciò è assai diverso dal dire : « Un altro giorno »! Voi non sentirete mai un viennese escla­mare: « È spuntato un altro giorno »! Sarebbe la stessa cosa che dire: « È nato un altro cinese », una copia esatta cioè degli altri innumerevoli milioni e milioni di cinesi nati, vissuti, morti... Un pensiero sconvolgente, eh? (Va verso la tavola per la colazione, presso la quale se ne sta tutto stralunato il vecchio Krug). No, mio caro amico, noi viennesi siamo degli esseri privilegiati. Per noi, ogni mattino rappresenta un'avventura senza prece­denti, indimenticabile. Un nuovo giorno! (Ispeziona la colazione preparata) Cosa ci abbiamo qua?... Rognoni... (Prende il piatto e siede).

Krug                              - Sono per mio figlio.

Rodolfo                        - Gli piacciono, eh?... (Comincia a man­giarne).

Krug                              - Altro che! E nessuno può toccarglieli...

Rodolfo                        - Accomodatevi, ve ne prego!

Kruc                              - Dove ha dormito lei, stanotte?

Rodolfo                        - Sentite, amico mio... Siete un uomo di mondo, voi?

Krug                              - (indignato) Non appartengo affatto a codesta specie.

Rodolfo                        - V'invidio. Questo è un povero mondo. Fate bene a tenervene lontano. (Elena entra, raggiante). Oh! La nostra amabile padrona di casa!

Krug                              - Guarda, Elena, chi sta facendo colazione con me.

Elena                             - Buongiorno, babbo. Buongiorno, Rodolfo! (Va verso la finestra con passo leggero) Giornata splen­dida, eh?

Rodolfo                        - Stavamo discutendone dianzi.

Krug                              - Avresti dovuto sentirlo, Elena. Non mi ci raccapezzavo nei suoi discorsi.

Elena                             - (si ferma dinanzi alla loro tavola e prende la caffettiera) Volete una tazza di caffè, Rodolfo?

Rodolfo                        - Oh! Voglio un po' di tutto: caffè con panna montata, panini, miele, marmellata...

Elena                             - Mi sono dimenticata se voi prendete zuc­chero.

Rodolfo                        - (fissandola) Anch'io. (Krug ride cordial­mente).

Elena                             - Perché ridi, babbo?

Krug                              - Egli ha detto che s'è scordato se prende zucchero.

Rodolfo                        - Non vi rimprovero affatto per la vostra risata! È stata un'osservazione sciocca.

Krug                              - Cosa?

Rodolfo                        - Sì, una frase idiota. In realtà, ne prendo tre pezzi.

Elena                             - (ridendo con gli altri, a Krug) Che mat­to, eh?

Krug                              - Direi di sì. Pensa, sai cos'ha detto a propo­sito di questa mattinata? Che somigliava a un mucchio di cinesi! (Ride rumorosamente insieme con Elena e Rodolfo. L'allegria è troncata dall'arrivo di Antonio, accompagnato da Poffy).

Antonio                         - Buongiorno.

Elena                             - Antonio! (S'alza e gli va incontro).

Krug                              - (indicando Rodolfo) Guarda un po' chi c'è, Antonio!

Rodolfo                        - Prima di accusare un altro permettetemi di dichiarare che i rognoni li ho divorati io.

Elena                             - Kathie ne cuocerà degli altri. Siedi, Anto­nio. E anche lei, Poffy.

Antonio                         - No. Ho già fatto un'abbondante colazione all'Hotel Lucher. Ma temo che questo signore non l'ab­bia fatta. È stato tutta la notte ad attendere in istrada.

Rodolfo                        - Ma perché mai, santo Cielo?

Poffy                             - La polizia c'è rimasta tutto il tempo e ho creduto che ci potesse essere bisogno di me.

Rodolfo                        - Ed eri pronto a morire per il tuo prin­cipe. Ecco un atto di valore, che non deve passare inos­servato! (Stacca una medaglia dalla propria giacca e la lancia a Poffy che la prende).

Krug                              - (ad occhi spalancati) Avete visto?

Rodolfo                        - Lei ha detto d'esser stato all'Hotel Lucher?

Antonio                         - Sì.

Rodolfo                        - La festa continua?

Antonio                         - Sissignore. Tutti mi hanno tenuto compa­gnia a colazione.

Elena                             - E come sono?

Antonio                         - Cominciano ad avere un po' di sonno.

Rodolfo                        - (a Krug) Corriamo allora a ridestarli!

Krug                              - (s'alza, pieno di speranza).

Antonio                         - Temo che non potremo. M'intendo, lei ed io!

Rodolfo                        - Ah!

Antonio                         - Dobbiamo partire immediatamente per passare, dove le sarà permesso, la frontiera. Un'auto­mobile del Governo ci attende qui, a basso.

Rodolfo                        - Ah! Sì...?

Antonio                         - Mi rincresce di doverla portar via da qui.

Krug                              - (s'alza e getta a terra la salvietta) Accidenti! Deve andarsene adesso!

Elena                             - Ma perché devi accompagnarlo, Antonio?

Antonio                         - Ho dato la mia parola che assisterò alla sua partenza dall'Austria. Le autorità hanno tenuto a di­chiararmi che prenderanno misure eccezionali per non vederla tornare... Non sarò di ritorno che verso sera. Vuoi dire a Zenzi di cancellare i miei impegni per oggi?

Elena                             - Sì, glielo dirò. E avvertirò anche l'Univer­sità.

Rodolfo                        - Una moglie assai coscienziosa, 6Ìgnor pro­fessore. Io la raccomando a lei, e lei ad essa. È un'u­nione rimarchevole, la loro, e mi procurerà soddisfazione sino al termine della mia vita il pensare che forse io, nel mio piccolo, avrò contribuito un poco a tale unione.

Elena                             - È tempo d'andare, Rodolfo.

Rodoflo                        - Lo so. Ma prima di partire, signor pro­fessore, mi lasci dire che io considero il suo tetto bene­detto dal cielo. Infatti, sotto ad esso, un Absburgo è stato ospitato, regalmente ospitato, e per di più, gli è stata concessa una superba prova di psicologia applicata... Arrivederci, Elena! (Le bacia la mano) Niente lacrime di dolore, te ne prego! (Va da Poffy che s'inchina e bacia la mano di Rodolfo). Arrivederci, Poffy! Se ven­derai quella medaglia per un centesimo meno di mille franchi, mi terrò profondamente offeso. (Dà un buffetto a Poffy e si dirige verso Krug, che sta presso l'uscio a destra) Arrivederci, mio caro amico. Ricordatevi di me alla mattina. (Lo bacia sulle gote ed esce da destra. Poffy e Krug vanno alla finestra).

Antonio                         - (ad Elena) Non vi saranno complicazioni...

Elena                             - Antonio, ho da dirti qualcosa.

Antonio                         - (svelto) No, Elena, non hai nulla da dirmi. Basta che io ti guardi. (Le prende la mano) Ho fretta...

Elena                             - Sì, Antonio, però volevo dirti... quando sa­rete alla frontiera, richiedigli la mia « fede ». Poffy, venga : facciamo colazione.

Antonio                         - Sta bene. Ho poi lasciato un pacco in anticamera. Me l'ha dato la signora Lucher. È il tuo vestito bianco. (Le bacia la mano ed esce).

Krug                              - (alla finestra) Stanno partendo. E il poli­ziotto li saluta!

Elena                             - Sono finiti tutti i rognoni... Babbo, suona per Kathie che ne cuocia degli altri.

Krug                              - Anche per me? (Suona).

Elena                             - Certo.

Krug                              - Sta bene. (S'avvicina alla tavola).

Elena                             - (versando il caffè) Panna?

Poffy                             - No, Elena, grazie. Ho perduto l'abitudine di prender la panna. (Essa gli passa la tazza).

Krug                              - Sai, Elena, non mi sono mai divertito tanto in vita mia!

Elena                             - Già, nemmeno io! (Sorride al vecchio Krug, poi sorseggia il suo caffè).

FINE

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