Il diavolo li fa e poi li accoppia

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Stefano Palmucci

(2007)

Commedia brillante in tre atti


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Il diavolo li fa e poi li accoppia

(commedia brillante in tre atti di Stefano Palmucci)

(tutti i diritti riservati: spalmucci@omniway.sm – 3382015713

Pos. SIAE 201804)

Personaggi:

Giovanni Darloni

Anna (moglie di Giovanni)

Lucio Ferro (il diavolo)

Fighini (il commercialista)

Tonino Bond (l’investigatore)

Marisa (colf)

Renato (il venditore di enciclopedie)

Arnaldo (il mediatore)

Silvia (infermiera)

Denise (infermiera)

Marino (Poliziotto)

Salotto di casa Darloni, comunemente ammobiliato. Ampio divano, poltrone, ta-volo, mobilia varia. Una entrata principale in fondo a sinistra, che dà sul corridoio. Una a destra verso il resto della casa e una a sinistra verso lo studio. In scena Lucio seduto sul divano e Giovanni, padrone di casa, in piedi.

Giovanni:        (serio) E così, lei sarebbe …il diavolo

Lucio:                (orgoglioso) in persona!

Giovanni:        proprio….il diavolo

Lucio:                né più e né meno

Giovanni:        (sempre serio) e non è neppure da solo, se ho capito bene

Lucio:                siamo quasi seicento, in tutto il mondo

Giovanni:        eh, la peppa!

Lucio:                senza contare quelli che stanno sottoterra. Ma quelli sono pochi, una de-

cina

Giovanni:        comunque siete sempre della stessa razza

Lucio:                sì, anche se quelli sono più importanti, comandano di più, e si chiamano

“Satana”.

Giovanni:        ah, ho capito

Lucio:                e poi ancora sopra, anzi no, sotto, c’è il capo, che è uno solo

Giovanni:        (come per indovinare) Belzebù!


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Lucio:                no, si chiama Lucifero, che poi significa “portatore di luce”. Anche se io

non ho mai capito il perché. Sta in un buio. L’altro giorno, quando mi ha

mandato a chiamare, ho inciampato in un sasso, ho fatto un ruzzolone per

terra, che mi sono scorticato tutto

Giovanni:        e cosa voleva?

Lucio:                mi voleva mandare qui da voi, ma non abbiamo potuto parlare molto per-

ché era incacchiato duro, aveva un diavolo per capello Giovanni: mi pare giusto…

Lucio:                bisogna capirlo: ormai è vecchio, ha quasi diecimila anni. Però è ancora in

gamba, eh? Ha ancora tutti i suoi denti. Due - trecento anni fa ha fatto un’ernia, ma adesso si è ripreso

Giovanni:        (lo guarda poi scoppia a ridere) giovanotto, sa che lei ha una bella fanta-

sia?

Lucio:                non mi crede?

Giovanni:        no. Però la ringrazio lo stesso, perché mi ha fatto fare quattro risate, e di

questi tempi, non è cosa da poco

Lucio:                perché non mi crede?

Giovanni:        mettiamola così. Ci siamo fatti due risate, abbiamo scherzato, ma il gioco

è bello finché dura poco. (per congedarlo) Adesso mi deve scusare, ma

avrei proprio da fare

Lucio:                ma io non ho scherzato per niente. E questo non è mica un gioco

Giovanni:        guardi, se è scappato da un manicomio, o ha voglia di prendermi in giro, a

me non interessa. Però, davvero, adesso si è fatto proprio tardi … (gli mo-

stra l’uscita).

Lucio:                mi deve spiegare perché non intende darmi retta

Giovanni:        (inizia a spazientirsi) perché lei non è il diavolo, va bene? E’ un uomo in

carne ed ossa, come me. Il diavolo non è così, è fatto differente

Lucio:                e come è fatto, secondo lei?

Giovanni:        lei non va mai al cinema? Eh? Non ha mai visto uno di quei quadri antichi?

Prima di tutto il diavolo è cornuto, e poi ha la coda rossa, e poi ha il forco-

ne e poi le zampe come un caprone. E poi quando arriva, arriva con un

bel botto, non suonando alla porta, come ha fatto lei …

Lucio:                scusi, ma se mi fossi presentato così combinato, come dice lei, e se mi

fossi fatto trovare nel suo bagno, o nella sua camera, cosa crede che sa-rebbe successo?

Giovanni:        (pensandoci un attimo) forse mi sarebbe venuto un colpo secco...


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Lucio:                bravo! Infatti stamattina prima di uscire per venire qui da lei, ho dovuto en-

trare dentro quest’uomo (indica se stesso) e imparare questa strana lin-gua, che non avevo mai sentito prima

Giovanni:        (sarcastico) ah però, ha fatto presto ad impararla

Lucio:                e pensare che senza questo vestito, tutto nudo, sono di una bellezza im-

pressionante

Giovanni:        eh, me lo immagino…

Lucio:                ma ormai lo sappiamo che quando ci presentiamo al cospetto di voi uomi-

ni, quando ci vedete come siamo davvero, vi viene un colpo

Giovanni:        allora vi potreste presentare davanti mia moglie, anche con un bel botto,

che se viene un colpo a lei, facciamo poco danno

Lucio:                allora si è convinto?

Giovanni:        meno di prima

Lucio                  e perché?

Giovanni:        perché il diavolo non veste così bene; è nero, è tutto impiastricciato, è

pieno di polvere, di carbone, di fuliggine. Si dice pure: diavolo sporco

Lucio:                Stamattina, per venire qui ho fatto un bagno che sono stato tre ore dentro

la vasca. Ed era un secolo che non toccavo un goccio di acqua. Vai a fare

del bene alla gente.…hanno proprio ragione i miei colleghi

Giovanni:        (non sa cosa dire) va bene, sono convinto, contento? Lei è il diavolo. E’ un

diavolo che mai. Un diavolo bellissimo. Adesso vada, vada pure contento

che se fa il bravo quest’altr’anno le daranno la promozione, la faranno “sa-

tana” e poi chissà, un giorno, se muore quel vecchietto …

Lucio:                (credendoci) si, sicuro. Troppa strada devo fare ancora…

Giovanni:        oh, bene, allora cominci a camminare, vada, vada (cerca di spingerlo fuo-

ri).

Lucio:                un momento, signor Giovanni, ancora non posso andare via: non le ho fat-

to la proposta

Giovanni:        che proposta?

Lucio:                sono venuto qui apposta

Giovanni:        per farmi la proposta?

Lucio:                e per chiedere quanto costa

Giovanni:        (spazientito) insomma volete capire si o no che io non ho il tempo di stare

dietro a tutti i suoi giochi?

Lucio:                solo due minuti, signor Giovanni. Abbia pazienza ancora due minuti e poi

la lascio ai suoi affari. Glielo prometto


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Giovanni:        e allora forza, faccia questa proposta alla svelta, così la schiantiamo e po-

tremo andare ognuno per la sua strada

Lucio:                io sono venuto per chiedere di comprare la sua anima. E per metterci

d’accordo sul prezzo

Giovanni:        (sbrigativo) gliela regalo!

Lucio:                ah no, no no. Non si può mica. La devo pagare, è scritto sopra il regola-

mento

Giovanni:        allora voglio dieci milioni. D’euri, naturalmente

Lucio:                (estrae taccuino e matita e calcola velocemente) sì, dovremmo starci den-

tro. E poi? Solo soldi? Può chiedere qualsiasi cosa

Giovanni:        allora voglio anche una villa del valore di dieci milioni. Sempre d’euri, natu-

ralmente

Lucio:                (scrive sul taccuino) va bene, e poi? Mi è rimasto ancora un buco. Chieda

pure l’ultima cosa

Giovanni:        (ci pensa un attimo) posso anche fare un cambio?

Lucio:                si capisce

Giovanni:        mia moglie ha cinquant’anni. La cambierei con due di venticinque

Lucio:                (scrive) va bene. Affare fatto. Adesso sono a posto

Giovanni:        oh, finalmente. Era ora. Adesso vada a cercare qualcun altro da prendere

in giro o matto come lei

Lucio:                (uscendo) le lascio il mio biglietto. Vedrà che mi cercherà presto

Giovanni:        (sarcastico) sicuro. Lo tengo da conto sopra la tavola, così non lo perdo

Lucio:                porco me!

Giovanni:        cosa c’è’?

Lucio:                scusi, volevo dire: porco diavolo

Giovanni:        cosa è successo?

Lucio:                ho preso i biglietti vecchi. Adesso che c’è internet li abbiamo fatti nuovi

Giovanni:        ah, ma è lo stesso, per me va bene anche questo

Lucio:                no no, voglio fare le cose per bene, altrimenti dicono ch facciamo le pento-

le senza i coperchi. Che poi, non è mica vero niente

Giovanni:        ah, no?

Lucio:                macché! E’ stato Dante, a mettere in giro questa voce

Giovanni:        Dante chi? Canducci? Quello che sta ai casetti?

Lucio:                no, Dante Alighieri, ma adesso è morto

Giovanni:        allora non l’ho conosciuto


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Lucio:                quella volta che passò con Virgilio, ha visto che c’erano molte pentole

senza coperchi, e ha cominciato a dire in giro che non eravamo capaci di farli

Giovanni:        e invece non è vero?

Lucio:                ma no. E’ solo perché noi non li adoperiamo. Se mettessimo il coperchio

sopra le pentole, non si creerebbe quel fumo nero che fa tanto “atmosfe-ra”.

Giovanni:        e con questo Dante, vi siete spiegati?

Lucio:                sì, ma era troppo tardi. Ormai lui aveva già cominciato a ricavarci sopra

tutta una commedia…

Giovanni:        ah, se la gente comincia a chiacchierare, la chiacchiera diventa verità

Lucio:                beh, cosa volete farci? Allora, ha una penna?

Giovanni:        (la prende dal taschino) sì!

Lucio:                abbia pazienza, dopo vado davvero

Giovanni:        voglio sperare! Cosa devo scrivere? (volta il bigliettino per scrivere dietro)

Lucio:                allora, se vuole andare nel sito è: vu vu vu….

Giovanni:        (scrive) vu vu vu….

Lucio:                …vall’inferno

Giovanni:        (risentito) a chi??

Lucio:                a nessuno, è il nome del sito: vu vu vu, vall’inferno, punto “com”

Giovanni:        ah dì (rassegnato scrive) …punto com

Lucio:                invece la mail è: diavolo sessantadue

Giovanni:        sessantadue?

Lucio:                sì, è il mio numero. Diavolo sessantadue, lumaca …

Giovanni:        lumaca?

Lucio:                sé, lumaca. Quella lumachina….

Giovanni:        ah, volete dire la chiocciola (scrive)

Lucio:                non sono ancora esperto

Giovanni:        me ne sono accorto

Lucio:                punto “inf”

Giovanni:        (finisce e mette via la penna) Ecco fatto, adesso vuole andare?

Lucio:                Sì, adesso posso andare. Allora aspetto la sua chiamata. Io sarò sempre

…qui d’attorno (esce al centro con satanica risata)

Giovanni:        (solo) Ma guarda te, tutti i matti capitano a me. Pareva uno tanto per bene,

pulito, l’avevo preso per un testimone di Genova, guarda te invece che ra-zza di matto è uscito fuori…(entra Anna)


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Anna:                chi era, Giovanni?

Giovanni:        da quando hanno chiuso i manicomi, non si campa più’…

Anna:                (sarcastica) e pensare che ti ci trovavi così bene, lì dentro. Era proprio il

tuo posto …

Giovanni:        (non cogliendo) era uno convinto di essere il diavolo

Anna:                allora potevate giocare insieme. Te credi di essere un signore

Giovanni:        no, io sono un signore, prego

Anna:                sì, sei il signore del piffero

Giovanni:        o piffero o no, adesso sono un signore

Anna:                sei solo un pidocchio rifatto

Giovanni:        sono uno che si è fatto da sé, e che è arrivato dove è arrivato

Anna:                (sarcastica) ah, ne hai fatta di legna. Da Montescudo a Carpegna

Giovanni:        è una colpa o una vergogna essere partito da niente, con le pezze sul se-

dere, e avere messo su un’impresa di sette operai? Dico sette! A me pare

che quando ti stacco l’assegno per le tue spese non ti vergogni per niente,

o mi sbaglio?

Anna:                che villano! Ecco dove vanno a finire tutti i tuoi discorsi: ai soldi. Te pensi

che ci siano solo quelli nella vita, eh? beh ti sbagli di grosso perché nella

vita c’è la cultura, c’è l’eleganza, c’è la raffinanza, ci sono dei traguardi

che con i soldi non li puoi comprare!

Giovanni:        ah, bei traguardi. Quelli che ti ha messo nella testa tua mamma, o quelle

quattro befane sgangherate che vengono a prendere il caffè tutti i giorni e

che crepano di invidia per tutti i soldi che abbiamo

Anna:                siccome ne abbiamo molti! Noi la mandiamo, ma se guardiamo i conti del-

la tua ditta, sei sempre in rosso

Giovanni:        che ignorante. Che ingenua. I debiti per un’impresa sono ricchezza. Lo di-

ce sempre il mio commercialista

Anna:                ah, bel commercialista. A parte il fatto che ci sei solo te a chiamarlo così, a

uno che è arrivato si e no a fare la quinta elementare. Vedrai che quando si fa lo stipendio per sé, i debiti non sono più una ricchezza

Giovanni:        la quinta l’ha finita e poi è diventato anche ragioniere, se proprio lo vuoi

sapere

Anna:                no, non è ragioniere, ha fatto l’Einaudi. E poi alle scuole serali. Me lo ha

detto la Gianna, che ha parlato con la cognata della moglie

Giovanni:        ecco, ecco i vostri discorsi raffinati! Chiacchiere, chiacchiere e invidia

Anna:                no, l’invidia ce l’hai te, perché tra di noi facciamo dei discorsi e dei ragio-

namenti che te non arrivi a capire


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Giovanni:        ci vorranno degli studi per capire dove hanno aperto un negozio nuovo, o

con chi si è fidanzata, questo mese, la figlia della Gianna

Anna:                che ignorante! Che ignorante!! Cosa vuoi capire te, che non sei neanche

buono di parlare l’italiano?

Giovanni:        puretta! Io quando mi metto sono buono di parlare l’italiano meglio cane

te.

Anna:                ah, sicuro!

Giovanni:        anche se ho fatto solo le scuole basse sono buono di parlare anche

l’italiano farcito.

Anna:                sì, farcito con le patate

Giovanni:        non bacilare, te, non bacilare

Anna:                ah, io non bacilo mica

Giovanni:        e poi te l’ho detto cento volte: se la storia non ti va bene, quella è la porta

Anna:                e te lo sai che non ti darò mai la soddisfazione di andare via da qui. A me-

no ché tu non scucia una buona fuoriuscita.

Giovanni:        la fuoriuscita è pronta sulla punta di queste scarpe vèh: un bel calcio nel

sedere, ecco la fuoriuscita che ti do (ride).

Anna:                la vedremo: chi la dura la vince. (suonano alla porta)

Giovanni:        intanto va a vedere chi è, che io stamattina, tra te e quel matto di prima,

non ho ancora combinato un cappero (esce verso lo studio)

Anna:                (mentre va ad aprire) sì sì, ha da venire anche per te …(rientra con Mari-

sa) oh allora Marisa, oggi ho un sacco di panni da stirare, poi c’è da fare ilbucato nuovo e ci sarebbe da pulire le finestre

Marisa:              ma signora, le ha dato di volta il cervello? Forse s’è scordata della mia

sciatica. Alle finestre non ci arrivo, per il bucato non mi posso piegare, for-se, le stirerò due fazzoletti

Anna:                allora cominci dalle mie camicie, che mi servono per domani

Marisa:              per carità, hanno quel pizzo di tulle che ci vuole un’ora e poi non vengono

bene lo stesso. Se ha fretta è meglio che vada in lavanderia

Anna:                va bene, vedrò come posso fare. Dopo, se facciamo in tempo, volevo an-

che sbrinare il frigorifero

Marisa:              allora non faccia affidamento su di me, per carità. Ho una bronchite che

mai, no posso stare molto davanti al frigorifero. Si farà dare una mano da suo marito

Anna:                dopo sentirò. E’ passata a prendere il latte con l’insalata fresca?

Marisa:              no, oggi mi ha portato il mio Valdo, non sono passata da nessuna parte


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Anna:                allora andrò io, farò tutto un giro. Tra due giorni, quando ritorna, dovremo

guardare quell’armadio di sopra, per vedere se c’è qualcosa da buttare via

Marisa:              ah, mercoledì non posso venire. Mi tocca badare i bambini di mia cognata,

che va a spasso. (suonano) Eh, è comoda la vita delle signore …(esce verso il resto della casa, mentre Anna va ad aprire, entra Fighini)

Anna:                a è lei? (ha un atteggiamento sarcastico e astioso) Il nostro commerciali-

sta …

Fighini:             (non coglie) suo marito c’è, signora? Avrei delle carte da fargli firmare

Anna:                non saranno altre cambiali?

Fighini:             no, signora, sono i documenti della consegna di domani

Anna:                no, perché, ultimamente gli porta solo cambiali. Pare che le cose non va-

dano tanto bene …

Fighini:             cerchiamo di mandarle meglio che si può, signora

Anna:                bisogna vedere per chi, cercate di mandarle

Fighini:             il padrone è suo marito. Si vede che a lui sta bene così...

Anna:                che vada pure, allora. E’ nel suo studio, la sua vacca da mungere

Fighini:             (inizia ad alterarsi) non si preoccupi, signora, che c’è poco da mungere in

una casa dove qualcuno ha le mani bucate

Anna:                per fortuna che qualcuno pensa di goderseli, quei due soldi. Se no sareb-

bero già finiti nelle tasche di qualche sanguisuga

Fighini:             se proprio lo vuole sapere, la sanguisuga che dice lei ha salvato la barac-

ca dal fallimento già un paio di volte. Se non fosse stato per merito di que-

sta sanguisuga qui, lei, cara la mia signora, adesso avrebbe le pezze sul

sedere, invece che gioielli e vestiti firmati

Anna:                questo lo dice lei! Io dico che se quello scemotto di mio marito avesse

preso un commercialista diplomato, a quest’ora navigheremmo in un mare di soldi

Fighini:             anche io dico che navighereste in un mare, ma di un’altra cosa

Anna:                come farà mio marito ad imparare un po’ di raffinanza, avendo appresso

un individuo simile?

Fighini:             e lei dove l’ha imparata? Da quei greppi da dove viene?

Anna:                stia attento signor Fighini, perché un giorno o l’altro manderò un perito del

tribunale a controllare tutti i suoi conti

Fighini:             troveranno “perito” suo marito, a sopportare una donna così!

Anna:                mangiapane a tradimento!!

Fighini:             che paura! Mi fa tremare l’orlo della camicia, signora delle mie scatole!!

(entra Giovanni)


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Anna:                parassita!!

Giovanni:        oh, a volete fare basta! Vi volete fare sentire da tutto il palazzo? (i due si

guardano in cagnesco)

Fighini:             avevo bisogno di un paio di firme, per la consegna di domani (fa firmare

due fogli sul tavolino)

Giovanni:        ecco fatto

Fighini:             grazie. (verso Anna) Vado a respirare un’aria un po’ più pulita …

Anna:                basta che si tolga dalle scatole, per adesso ….

Fighini:             (a Giovanni) allora ci vediamo domani, Giovanni, oppure oggi pomeriggio

passi in ditta?

Giovanni:        no, un passaggio lo faccio di sicuro, Claudio

Fighini:             allora a dopo. (esce)

Anna:                come fai? Come fai a sopportare un individuo così? Hai visto come dà su

a coda dritta? Quello deve avere la coscienza sporca come il bastone del pollaio...

Giovanni:        però nel suo mestiere è una lenza. Te bada alla casa che agli affari ci

penso io

Anna:                e allora dì ai tuoi dipendenti che stiano in ditta e che non vengano qui a

casa. Adesso vado che devo fare dei giri (prende la borsa il soprabito e fa

per uscire, entra da destra Marisa asciugandosi le mani con uno strofinac-

cio)

Marisa:              ah, signora, se va a prendere il latte, mi prenda anche sei uova e due ci-

polle, che stasera faccio la frittata al mio Valdo

Anna:                (sulla porta, alza gli occhi al cielo) va bene (ed esce)

Giovanni:        Marisa, dopo può passare a dare la polvere nel mio studio, che è ora di

darci?

Marisa:              eh, oggi non ce la faccio, mercoledì non ci sono. E’ meglio che provveda

da solo (suonano, i due si guardano)

Giovanni:        può andare ad aprire la porta?

Marisa:              perché? E’ più vicino lei (ed esce a destra. Giovanni guarda in alto poi và

ad aprire, entra Arnaldo)

Arnaldo:           (visibilmente trafelato) Porca boia Giovanni, ti devo dire una cosa da non

credere! Da non credere!!

Giovanni:        cosa è successo? Dai, datti una calmata e mettiti a sedere. Vuoi qualcosa

da bere? (lo invita a sedersi)

Arnaldo:           sì, sarà meglio. Dammi un goccio di quello buono …


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Giovanni:        (prende bicchiere e bottiglia da un mobile) Dai, su, sta calmo, cosa sarà

mai …

Arnaldo:           il tuo pezzo di terra. Quel calanco che mi hai dato da vendere tre anni fa

Giovanni:        sì. Non mi dirai che hai trovato da vendere

Arnaldo:           da vendere? Stai a sentire cosa è successo. Stamattina, mentre stavo fa-

cendo certi conti in ufficio, così all’improvviso, è entrato un signore, che non parlava neppure bene l’italiano

Giovanni:        allora vi capivate bene, perché anche te, scusa se te lo dico, ma non sei

un gran letterato

Arnaldo:           no, ma questo parlava un mezzo americano, una specie di americano, a-

veva un modo di fare come di uno che era stato in America, una pronuncia americana, perché poi lui era …(ci pensa) eh, americano

Giovanni:        sì, ma cosa voleva da te?

Arnaldo:           mi ha spiegato che i suoi non erano di qui. Erano andati in America prima

della guerra e avevano una casa proprio lì, sopra il tuo pezzo di terra

Giovanni:        nel mio calanco? Si vede che questa casa è caduta sotto i bombardamen-

ti, perché quando l’ho comprata io, non c’era niente

Arnaldo:           sì, deve essere andata così. Ma lui adesso lo vuole comprare, si è infor-

mato in giro ed è venduto da me apposta per domandarmi il prezzo

Giovanni:        ah, però! Stai a vedere che questa è la volta buona che ce la facciamo a

vederla!

Arnaldo:           aspetta, aspetta, stammi a sentire. Siccome che io sono furbo come una

volpe, quando ho capito che era una faccenda di ricordi, di sentimenti, ho cominciato a tirare che mai sopra il prezzo

Giovanni:        ah, bravo. Li freghi tutti così, te. Con quella faccia da mezzo demente, la

gente ti vede, ti senti parlare, e dice: questo è un cretino che non capisce

niente. E allora te: trach! Tutto d’un botto, gli dai la fregata

Arnaldo:           eggià! (soddisfatto, poi ci pensa, non sapendo se gli ha fatto un compli-

mento o no) Comunque a questo americano, che aveva l’aria di esserepieno di soldi, ho cominciato a dirgli che la terra non era in vendita

Giovanni:        allora non hai solo l’aria: sei un demente davvero! Ma sei matto ad andar-

gli a dire così?

Arnaldo:           stai tranquillo, Giovanni, io li conosco i miei polli. Lui, quando ha sentito di-

re così, ha cominciato ad alzare la posta

Giovanni:         (gli brillano gli occhi) davvero? E a quanto è arrivato?

Arnaldo:           (compiaciuto) prova a dire


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Giovanni:        abbiamo sempre detto che sei mi davano un paio di milioni era molto. Ci

da di più? Tre milioni?

Arnaldo:           questo è un Berlusconi, Giovanni, è uno che non sa più dove metterli. Do-

vevi vedere come era vestito: aveva un abito di sartoria, una camicia bian-

ca immacolata, una cravatta tutta dorata e poi un cappotto, oh, un cappot-

to, che un cappotto così io non l’avevo mai….no, aspetta, il cappotto non

l’aveva …

Giovanni:        lascia stare il cappotto, stupidone, e dimmi quanto ci da, che non ne posso

più

Arnaldo:           allora, siccome che, più io facevo no con la testa, più lui alzava la posta,

sono arrivato a dirgli che non era questione di soldi Giovanni: te vuoi farmi venire un colpo secco. E lui?

Arnaldo:           lui, siccome che era già arrivato ad offrire dieci milioni d’euro, mi ha detto

che anche lui aveva un bel pezzo di terra ed era disposto a costruirci so-pra una casa da altri dieci milioni, da aggiungere al prezzo

Giovanni:        oh Madonna santa, mi sta venendo la pelle d’oca!

Arnaldo:           abbiamo fatto tredici, Giovanni, questi sono colpi di fortuna che non capi-

tano due volte nella vita

Giovanni:        e quindi per quel calanco, mi darebbe una casa del valore di dieci milioni,

più altri dieci milioni di eur ….(si spegne l’entusiasmo e subentra una certa

perplessità).

Arnaldo:           si! E’ una cosa da non credere, eh?

Giovanni:        sei sicuro che ti ha offerto proprio dieci milioni?

Arnaldo:           si capisce che sono sicuro, l’ho sentito con le mie orecchie

Giovanni:        (sempre perplesso) proprio dieci? Non nove o undici?

Arnaldo:           dieci milioni di soldi e dieci milioni di casa, (compiaciuto) cifra tonda!

Giovanni:        ma guarda te che strano ….

Arnaldo:           lunedì ho fissato l’appuntamento con l’avvocato per fare il passaggio. Ci

vediamo alle nove, lì da Bacciocchi

Giovanni:         sì, va bene. Allora se non c’è altro, ci vediamo lì

Arnaldo:          (notando le perplessità) cosa c’è Giovanni? stai bene? Non farti venire un

infarto proprio adesso, eh?

Giovanni:       no, no, sta tranquillo. Mi devo solo abituare all’idea. Ci vediamo da Bac-

ciocchi, te fai preparare tutte le carte

Arnaldo:          va bene, faccio in un attimo, trullalerò trullalà (esce contento)

Giovanni:       (ripensandoci tra sé e sé) ma no, è impossibile, è tutta una coincidenza.Sì, il diavolo, ma lascia andare, dai, brigante che non sei altro. Non mi farò


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rovinare la festa da quel matto. E’ solo una coincidenza. (suonano alla

porta. Giovanni va alla porta di destra e chiama) Marisa vuole andare ad

aprire la porta?

Marisa:             (da fuori) sto guardando “sentieri”

Giovanni:       allora che provi di trovare il sentiero per andare ad aprire la porta!

Marisa:             (entra e va verso la porta d’entrata) è stato fortunato, c’è la pubblicità

(rientra con Silvia e Denise, due infermiere) la signora non c’è’. Se va be-ne lo stesso…c’è quello là (indica Giovanni e rientra a destra)

Denise:            scusate, noi cercavamo la signora Anna

Giovanni:       sì, è mia moglie, ma adesso è fuori, è andata a fare delle spese

Silvia:                (compassionevole) oh, lei è il marito? Poverino

Denise:            pover’uomo…così giovane

Giovanni:       eh già, ho fatto la mia quella volta che mi sono sposato con una donna co-

sì. Ma voi come fate a saperlo? La conoscete?

Silvia:                oh, ci scusi, signor Darloni, noi siamo due infermiere dell’ospedale. Io so-

no Silvia e lei Denise. Siamo passate perché avevamo bisogno di parlare con sua moglie

Denise:            ma forse è stato meglio che abbiamo trovato prima il marito, così potremo

dare la notizia un po’ alla volta

Silvia:                giusta, così lo prepariamo e potrà darci una buona mano quando dovremo

parlare con la moglie

Giovanni:       che notizia, cosa è successo?

Denise:            lei sa che sua moglie è venuta in ospedale la settimana scorsa, per fare le

sue solite analisi?

Giovanni:         sì, mi pare che me l’abbia detto

Silvia:                si tenga forte, signor Darloni: è risultato che sua moglie ha un bruttissimo

male

Giovanni:       mia moglie? Ma è sicuro?

Denise:            si, e di un tipo che non si può operare. Non c’è speranza. Il dottore ha det-

to che le rimangono al massimo due mesi di vita

Silvia:                di solito si mandano i risultati per posta, ma in questi casi ci vuole un in-

fermiere perché non si sa la persona come può reagire

Denise:            e allora stavolta siamo venute noi due, dato che a lavoriamo insieme e

siamo di strada

Silvia:                è la prima volta da quando abbiamo finito la scuola da infermiere che ci

capita questa triste incombenza. E’ di una tristezza disarmante, vero Deni-se (comincia a piagnucolare) ?


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Denise:            davvero. (piangnucola anche lei) C’è una bella differenza tra leggere una

notizia su un foglio e doverla comunicare all’interessato di persona

Silvia:                a me dispiace per quella donna, ma tra due mesi lei finirà di soffrire. Inve-

ce quest’uomo, poverino, nel fiore degli anni, dover sopportare una cosa così …

Giovanni:       no, ma lei non si preoccupi, signorina …

Denise:            (sempre piagnucolando) non ci dovremmo fare coinvolgere, ma è difficile.

Un bell’uomo così, nel fiore degli anni, dover rimanere senza la sua don-na…

Giovanni:       beh, a una volta finito il lutto stretto, le donne si trovano

Silvia:                se lei crede, signor…come si chiama?

Giovanni:       Giovanni

Denise:            Giovanni…che bel nome, poverino…

Silvia:                se lei crede, signor Giovanni, noi potremmo passare tutti i giorni, per vede-

re come sta sua moglie, e anche per vedere come se la passa lei Giovanni: ah, sarebbe un conforto da ridere …

Denise:            ci pensi Silvia, come farà quest’uomo da solo? Tutti i lavori della casa, la-

vare, stirare, cucinare, chi ci penserà?

Silvia:                eggià, in una coppia quello che parte starà male, ma a volte sta peggio

quello che resta

Denise:            avete dei figli, che stanno qui con voi?

Giovanni:       ne abbiamo due, a ormai sono grandi e fanno vita autonoma

Silvia:                poverino, tutto da solo, in una casa così grande …

Denise:            Silvia, e se noi venissimo ad abitare qui, dopo il lutto? Dove abitiamo a-

desso vogliono un affitto esagerato

Silvia:                ah, io lo farei con molto piacere. Potremmo dare una buona mano a

quest’uomo, fare le faccende, tirarlo un po’ su nei suoi momenti di sconfor-to …

Denise:            giusto, e non credo che ci faccia pagare più di quanto paghiamo adesso.

Lei cosa dice, signor Giovanni?

Giovanni:       (che ha seguito il dialogo incredulo) nooo…farvi pagare? Ma volete scher-

zare? Se poi mi darete una mano e mi starete vicino noi momenti di scon-

forto, di solitudine, semmai se c’è da mettere qualcosa per le spese, per

queste “prestazioni professionali”, ben volentieri ….

Silvia:                Ma scherzerà! Stia pure tranquillo che saremo a posto così. E vedrà che

staremo bene insieme, come una famiglia ….


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Giovanni:       (che non ci può credere) sì, come una famiglia, e la domenica mattina fa-

remo colazione tutti insieme, nel lettone grande …

Denise:            ma quella donna che è venuta alla porta, chi era?

Giovanni:       quella era…era la nostra vicina. Una mezza matta che quando le si rompe

la televisione, viene a rompere le scatole qui da noi

Silvia:                ho capito, signor Giovanni

Giovanni:       macchè signor. Se dobbiamo abitare tutti insieme, mi potete chiamare

semplicemente “Vanni”….

Denise:            (con malizia) mo non sarà che dopo lei farà il galletto, con due donne così

giovani..

Silvia:                deve essere una lenza, Vanni. Con un bel faccino così…

Giovanni:       ma no, per quello potete stare tranquille, potrei essere vostro padre. A proposito, so che non è galante chiedere l’età ad una donna, ma visto che

voi siete così giovani …

Denise:            abbiamo venticinque anni. Abbiamo fatto la scuola da infermiere e abbia-

mo finito due anni fa

Giovanni:       (resta un po’ turbato) ma guarda te, proprio venticinque …(entra Marisa)

Marisa:             (rivolta a Giovanni) prima aveva qualcosa da dire sul fatto che guardo la

televisione?

Giovanni:       (imbarazzato) eh? no no, può venire a vedere la televisione tutte le volte

che vuole

Marisa:             ah, ecco. Perché se no lo sa che io ci metto poco ad andare dai sindacati

eh?

Giovanni:       no no, non c’è bisogno. Vada pure a guardare tutto quello che vuole (cer-

ca di farla rientrare, facendo segno alle ragazze che è un po’ matta).

Marisa:             (rivolta alle ragazze) la guardo qui perché noi a casa non abbiamo ancora

la padella (e rientra)

Silvia:                la padella?

Giovanni:       sì, ve l’ho detto che è mezza matta. Voleva dire la parabola

Denise:            ah, e cosa diceva a proposito dei sindacati?

Giovanni:       sì…perché…i sindacati hanno installato una televisione grande per i pen-

sionati che hanno problemi di vista, e lei minacciava di andarla a vedere lì,

credendo di farmi un dispetto…

Silvia:                ho capito…beh, se sua moglie non ritorna, credo che non ci potremo trat-

tenere oltre, ormai si è fatto tardi

Denise:            uh, è vero. Abbiamo da fare altri giri


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Silvia:                torneremo domani. Mi raccomando, Vanni, non dica ancora niente a sua

moglie. Non sappiamo che reazione avrà, può darsi che abbia bisogno di un sedativo

Giovanni:       sicuro! Quella ne ha bisogno quando sta bene. Domani portatene una bel-

la scorta, fate conto di dover addormentare un elefante

Denise:            hi hi, che simpatico. Credo che staremo molto bene qui con lei

Silvia:                credo anche io. Potrei dire che non vedo l’ora

Denise:            allora ci vediamo domani, Vanni

Giovanni:       (ancora sognante) sì, bella…

Silvia:                ci vediamo…(escono)

Giovanni:   porca boia che fortuna che ho avuto!! Non ci posso credere!! Ho preso due piccioni con una fava. Mia moglie che va all’altro mondo e questi due pezzi di ragazza vengono a stare qui da me!!! Ma sarà vero? Se è un so-gno, non mi voglio svegliare. Due ragazze di venticinque…(si calma e re-sta perplesso) oddio. Non sarà che …qui le coincidenze cominciano adessere parecchie. Prima i dieci milioni di euri, più la villa, adesso perdo la moglie e guadagno queste due ragazze. Mmmm…la faccenda si ingarbu-glia un po’ troppo. E’ meglio che chiami il mio uomo di fiducia, solo lui può aiutarmi (va al telefono, compie un numero e resta in attesa) Claudio sei

te? Vieni qua, che qui stanno succedendo delle cose ….che cose? Cose

da non credere …da non credere!!!. (cala il sipario).


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Secondo atto

(in scena Fighini e Bond, attendono Giovanni)

Bond:                 di, Claudio, sei sicuro che quello se la berrà tutta, la storia?

Fighini:             sta tranquillo, io lo conosco bene. Sono il suo uomo di fiducia

Bond:                 mah, speriamo. Ma se vediamo che butta male, stiamo pronti a prendere

la porta

Fighini:             vedrai. Quello è un pesce che si mangia l’esca con la canna e tutto

Bond:                 sì, ma non sarà che poi comincerà a mordere anche al pescatore?

Fighini:             ma no, questo è uno scemo da competizione. Se sarai capace di dargli ad

intendere quello che abbiamo escogitato, vedrai che stavolta gli caveremo un bel po’ di quattrini

Bond:                 cercherò di fare la mia parte

Fighini:             hai capito bene cosa devi dirgli?

Bond:                 sì, per oggi ho capito tutto, non ci dovrebbe essere problema. E’ per pros-

simi giorni che prevedo un po’ più di fatica

Fighini:             perché? Basterà dargli un po’ di carne di lodola ogni tanto

Bond:                 si ma poi, quando sarò uscito da qui, come faccio a scoprire se quello è

uomo o un diavolo?

Fighini:             macché diavolo, quello è un imbroglione che vuole estorcere dei quattrini

al signor Giovanni, te lo dico io. E allora è meglio che glieli estorciamo noi, prima che lo faccia lui

Bond:                 va bene. Allora lo teniamo un po’ in cariola, finché non si stufa di pagare

Fighini:             sì, dobbiamo solo stare attenti a non tirare troppo la corda. Ma stai tran-

quillo che per quello ci penso io

Bond:                 l’importante è che dopo tu mi dia la mia parte

Fighini:             Tu tieni su il gioco, e poi faremo metà per uno (entra Giovanni)

Giovanni:        oh, Claudio, sei arrivato finalmente

Fighini:             si. E sono in buona compagnia, come puoi vedere. (Bond si mette “in po-

sa”)

Giovanni:        (guarda Bond scettico) e sarebbe quello, lo zero zero sette?

Fighini:             Proprio lui. E’ l’investigatore più bravo della Romagna. Qualcuno dice an-

che di Pesaro.

Giovanni:        Sei sicuro? Non mi pare che abbia l’aria tanto sveglia ….


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Fighini:             Ma cosa dici, Giovanni? Quello è un travestimento. Pare un mezzo defi-

ciente, per non dare nell’occhio. Nel suo mestiere, più dai l’impressione di essere un povero demente, più sei bravo

Giovanni:        allora faccio fatica a pensare ad uno più bravo di questo

Fighini:             Te guarda “Colombo”, quello della televisione. Non gli daresti una cicca, e

invece i ladri e gli assassini li manda tutti in galera

Giovanni:        ma questo lo conosci bene? L’hai visto all’opera?

Fighini:             ma scherzi o fai sul serio? Questo mangia il fumo alle pipe. Questo, se fai

una scoreggia è capace di dirti cosa hai mangiato ieri sera

Giovanni:        ah, mah, proviamo pure. (a Bond) piacere, Giovanni Darloni.

Bond:                 (impostato) mi chiamo Bond. Tonino Bond.

Giovanni:        Claudio mi ha detto che lei è un investigatore, e uno dei più bravi

Bond:                 diciamo così che, oggi come oggi, nel mio mestiere, è difficile trovare di

meglio

Giovanni:        è un po’ che fa questo mestiere?

Bond:                 è la prima volta (segni di Fighini). E’ la prima volta che mi fanno una do-

manda del genere. Ormai è più di vent’anni che sono nel giro

Giovanni:        e lavora qui nella zona? Perché, per dire la verità, io non l’avevo mai senti-

ta nominare prima

Fighini:             eh, non è un caso, Giovanni. La sua specialità è lavorare in incognito. Se

tutti lo conoscessero, che incognito sarebbe?

Giovanni:        giusto. Si vede proprio che non mi intendo. Ha lavorato anche a dei casi

importanti?

Bond:                 boh, non mi pare proprio

Fighini:             eh, Giovanni, adesso vuoi sapere un po’ troppo. Diciamo così che dietro i

casi di cronaca più importanti degli ultimi anni, c’era lui. Ma non si è mai potuto sapere, perché altrimenti salterebbe tutta la copertura

Giovanni:        oh capito. E che genere di investigazioni fa, di solito?

Bond:                 tutti i generi. Pedinamenti, travestimenti, appostamenti, spionaggio. Ma la

mia specialità, sono le corna. A volte i mariti sono così convinti che la mo-

glie abbia l’amico che, se non ce l’hanno, mi tocca farlo a me, he he he….

Fighini:             beh, adesso vogliamo venire al nostro caso, Tonino?

Bond:                 sì, giusto, scusate

Giovanni:        Claudio le ha spiegato la situazione?

Bond:                 sì. Mi ha spiegato tutto. Ma non ce n’era bisogno, perché io sono così fur-

bo che avevo già capito tutto da solo. Non si preoccupi che ai suoi guai adesso ci pensa Bond. Tonino Bond


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Giovanni:        (verso Fighini, sarcastico) allora siamo a posto, posso dormire sonni tran-

quilli

Bond:                 ora dovrei farle due o tre domande, se per lei va bene ….(tira fuori un tac-

cuino e una penna)

Giovanni:        come no? siamo qui apposta ….

Bond:                 dunque signor Giovanni. Se non mi sbaglio, questo signore che si è pre-

sentato a casa vostra, voleva darvi ad intendere di essere il diavolo, giu-sto?

Giovanni:        sì, giusto

Fighini:             vedi? Vedi come ha già inquadrato il problema? Questo è un dritto, te lo

dico io

Bond:                 e questo signore, secondo lei, era proprio il diavolo, oppure era un essere

umano?

Giovanni:        (basito, poi verso Fighini) sarebbe lui quello che mangia il fumo alle pipe?

Fighini:             ma Giovanni, non capisci? Questa era una domanda “retorica”, questo è

uno psicologo che ti studia, che vuole capire chi sei ….a questo non gli

sfugge una penna...

Giovanni:        mah, se lo dici te …

Fighini:             (a Bond) Tonino, qui non c’è bisogno di studiare niente, devi solo comin-

ciare a fare il tuo lavoro. Dunque, dovrai scoprire di quest’uomo che dice di essere il diavolo, chi è veramente e cos’ha in testa. Hai capito?

Bond:                 ho capito benissimo. Non ti preoccupare, che in due o tre giorni tornerò

qui con tutte le informazioni del caso

Fighini:             bene, bravo. Allora per il pagamento come facciamo? Vuoi una caparra o

paghiamo tutto alla fine del lavoro?

Bond:                 ah no, non c’è bisogno. Io mi fido. Faremo tutti i conti dopo, con calma

(Fighini si dispera)

Fighini:             sì, ma una caparra ci vorrà, un fondo spese …

Bond:                 ah, sì, giusto, il “fondo spese”. Lei, signor Giovanni, mi dia mille euro subi-

to, che poi il resto me lo darà quando sarà tutto finito Giovanni: ah, però, mi pare un po’ salata questa caparra

Fighini:             ti dirò, Giovanni, che per un professionista così qualificato, mi pare anche

poco …

Giovanni:        (stacca un assegno) ecco, tenga pure, se mi cava fuori dai pasticci, sa-

ranno ben spesa

Bond:                 (intasca) vedrà, vedrà, signor Giovanni, saranno i soldi meglio spesi della

sua vita


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Fighini:             va bene, allora noi aspettiamo che si faccia vivo lei, signor Bond. Quanto

pensa che dovremo aspettare?

Bond:                 (verso l’uscita) ah, in due o tre giorni, scoprirò qualcosa, non vi preoccupa-

te per quello

Giovanni:        mi raccomando, signor Bond, faccia un buon lavoro. Aspetterò sue notizie

sopra le spine

Bond:                 ci vediamo presto. Molto presto (esce)

Giovanni:        avremo fatto bene a metterci nelle mani di quel tipo? A me non da nessu-

na fiducia

Fighini:             stai tranquillo, è la persona giusta nel momento giusto. Ho mai sbagliato

su queste cose? Ti sei mai pentito di avermi dato la tua fiducia?

Giovanni:        hai ragione. Mi sono sempre fidato e te hai sempre trovato la via d’uscita.

Anche se a volte mi è costata cara …

Fighini:             Lascia perdere, Giovanni. Davanti ai guai della vita, non bisogna guardare

ai soldi (entra Marisa con uno spolverino in mano)

Marisa:              (a Giovanni) allora, dov’era la polvere? Nel suo studio?

Giovanni:        (contento) sì!

Marisa:              ecco! (Marisa gli da lo spolverino e se ne ritorna a destra. Delusione di

Giovanni. Da fuori entra Anna, con qualche borsa)

Anna:                è ancora qui, il nostro commercialista posticcio?

Fighini:             ha voglia di storie, signora?

Anna:                proprio per niente. Forse lei non è un commercialista posticcio?

Fighini:             posticcia sarà lei. Anche oggi vedo che le borse non le mancano. E sono

anche belle piene

Anna:                Giovanni, lo senti? Quest’uomo si permette di venire a vedere dentro la

borsa della tua spesa. E io dovrei farmi guardare dietro per accontentare questo tipo qui?

Giovanni:        per piacere Anna, lascia andare, non mettere becco nei miei affari

Fighini:             giusto, parli quando pisciano le galline

Anna:                e lei quando fa la neve rossa!!

Fighini:             se cerca storie, stia pur tranquilla che ha trovato pane per i suoi denti

Giovanni:        per piacere, anche te Claudio, lascia perdere

Fighini:             va bene, vado. Ho visto che a casa tua comanda la Francia

Anna:                se comandasse la Francia, lei sarebbe già licenziato da un bel pezzo, glie-

lo dico io!!

Fighini:             poverina. Io licenziato? Lei sogna l’asino che vola, signora mia


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Anna:                e lei non canti tanto da gallo, che verrà anche il suo momento..

Giovanni:        oh, vogliamo finirla qui?

Fighini:             sì, vado, vado, che ho cose più importanti cui pensare … Noi ci vediamo

più tardi (esce)

Anna:                allora? Quando ti decidi di licenziarlo?

Giovanni:        te piuttosto, quando ti decidi di licenziare la golf, che mi fa ammattire?

Anna:                quando ce ne potremmo permettere uno più brava, e per qualche ora di

più. Per quello che la paghiamo, oggi, si trovano solo quelle ragazze dell’est

Giovanni:        e perché quelle non vanno bene? Ce n’è qualcuna che non è male …

Anna:                povero sporcaccione. Quelle ti ribaltano come un calzetto e ti lasciano in

braghe di tela

Giovanni:        comunque io mi sono stancato di farmi prendere in giro da quella là. Le ho

detto di dare una spolverata nel mio studio, è stata solo capace di darmi questo coso e poi è sparita di là

Anna:                adesso ci parlo io

Giovanni:        (la guarda) te piuttosto, stai bene?

Anna:                sì, perché?

Giovanni:        hai qualche sintomo, ti gira la testa?

Anna:                no, sto bene, a cosa ti riferisci?

Giovanni:        no, a niente. Prima sono venute due ragazze che ti cercavano

Anna:                e cosa volevano?

Giovanni:        boh, parlottavano di qualcosa ma non ho capito bene. Comunque domani

ritornano

Anna:                devono essere quelle ragazze della lotteria della parrocchia

Giovanni:        ah, sì, mi sa che hai vinto il primo premio

Anna:                macché, la lotteria è ancora da cavare. Queste vendono solo i biglietti

Giovanni:        allora te è inutile che li compri

Anna:                perché?

Giovanni:        no, niente, dicevo così. Domani ci caveremo la curiosità

Anna:                (uscendo verso destra) capirai che curiosità …

Giovanni:        (si siede sul divano e inizia a leggere un giornale . Poco dopo entra Mari-

sa, si guarda un po’ attorno, poi prende una rivista e si mette a leggere

anche lei sul divano, vicino Giovanni. I due si guardano un po’) Noi, a lei,

la paghiamo?

Marisa:              a volte…e poco


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Giovanni:        e per quel poco che le diamo, lei, cosa fa?

Marisa:              mi rompo la schiena per pulire i suoi pavimenti e per lavare le sue mutan-

de.

Giovanni:        ah, sì?, allora com’è che mi tocca sempre comprarle nuove?

Marisa:              si vede che lei ha troppo potenza dentro i pantaloni. Sarà contenta sua

moglie. (suonano, i due si squadrano senza che nessuno si muova)

Giovanni:        (con intenzione) hanno suonato

Marisa:              sì, ho sentito anche io, non sono mica sorda (non si muove)

Giovanni:        se nessuno va ad aprire, quello va via

Marisa:              e a me cosa importa? La casa è sua …(e riprende a leggere)

Giovanni:        (si alza di malavoglia, sbuffando. Rientra con Bond) è già qui? Bene. Ci

sono novità?

Bond:                 sì. Ho fatto tutte le mie indagini e ho preparato un piano d’azione

Giovanni:        ha fatto in un lampo. Dica pure

Bond:                 (verso Marisa che ha continuato a leggere) lei può sentire?

Giovanni:        (a Marisa) le dispiace alzare il sedere e andare a leggere da un’altra par-

te?

Marisa:              (alzandosi) sua moglie ha proprio ragione: è proprio un ignorante! (esce a

destra)

Giovanni:        allora? Dica pure, cosa ha scoperto?

Bond:                 ho fatto tutte le mie indagini sul diavolo, e adesso sono così preparato

sull’argomento, che sono sicuro che se me ne trovo uno davanti, sto poco a stabilire se racconta frottole o è un diavolo veramente

Giovanni:        bene! Allora come facciamo?

Bond:                 avrei pensato di fare così: lei lo chiama al telefono, lo fa venire qui, io gli

faccio i raggi mentre lei aspetta dietro la porta

Giovanni:        giusta. Bell’idea. Lo chiamo subito. (fruga nelle tasche e prende il biglietto,

compone il numero) pronto Lucio? È lei? Sono Giovanni, Giovanni Darloni

si ricorda? E’ stato qui stamattina. Avrei bisogno di lei, se potesse venire

qui un momento, se non le dispiace. Va bene, l’aspetto. (chiude)

Bond:                 cosa ha detto?

Giovanni:        ha mangiato la foglia. Viene subito.

Bond:                 bene, allora lei può già andare di là. E stia attento di non fare venire qui

nessuno, intanto che io gli faccio i raggi

Giovanni:        non si preoccupi per quello. Alle donne ci penso io. Lei che faccia il suo

mestiere con la calma


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Bond:                 vedrà che starò poco a prendergli le misure. Sono quasi convinto che sia

un imbroglione, ma non si sa mai

Giovanni:        va bene, allora lascio fare a lei, che sa fare il suo mestiere. Poi se ha bi-

sogno, oppure quando ha finito, mi viene a chiamare

Bond:                 d’accordo, stia pure tranquillo. Qui ci pensa Bond. Tonino Bond

Giovanni:        allora vado (esce a destra, Bond si siede e suonano alla porta. Bond và ad

aprire e rientra con Lucio)

Bond:                 buongiorno

Lucio:                oh buongiorno. Mi scusi, io cercavo il padrone di casa, il signor Giovanni.

Mi aveva detto che mi aspettava qui. Forse ho sbagliato orario

Bond:                No no, non ha sbagliato per niente, che si accomodi pure. Il signor Gio-

vanni non c’è, ma ha incaricato me di occuparmi di lei

Lucio:                (sorpreso) a sì? E di cosa ci dobbiamo occupare?

Bond:                dobbiamo fare una prova. Una cosa da niente, non si preoccupi

Lucio:                mi scusi ma io non capisco. Dov’è il signor Giovanni?

Bond:                ha bisogno che glielo dica io? Dovrebbe saperlo da solo, se tutto quello

che dice in giro è vero

Lucio:                e cosa direi io, in giro?

Bond:                che lei non è un uomo di questo mondo …

Lucio:                credo di cominciare a capire dove vuole arrivare. Possa sapere lei chi è?

Bond:                mi chiamo Bond. Tonino Bond

Lucio:                ha un volto familiare. Dove l’ho già vista? Al cinema?

Bond:                può darsi. Viene anche lei al fulgor la domenica sera?

Lucio:                no, io non vado da nessuna parte

Bond:                allora si confonde con qualcun altro

Lucio:                può darsi. Non è che lei sia uno dell’altra sponda?

Bond:                non credo proprio, per quello può stare sicuro!

Lucio:                non ha capito. Dicevo se per caso lei è un angelo

Bond:                no, non sono un angelo. Sono solo uno incaricato dal signor Giovanni di

farle delle prove, per vedere se quello che racconta sia vero, oppure se ha solo intenzione di prenderlo in giro, va bene?

Lucio:                ho capito. Va bene, faccia pure tutte le prove che vuole, non c’è problema

Bond:                (estrae il taccuino) dunque, prima di tutto …(estrae da una tasca uno

specchietto) lei sa cosa è questo?

Lucio:                deve essere uno specchio, mi pare


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Bond:                eggià. Secondo le mie indagini e le mie investigazioni, il diavolo non si de-

ve vedere, specchiato allo specchio. Dunque, guardi lì dentro (glielo dà). Cosa vede?

Lucio:                (dopo aver guardato nello specchio) niente

Bond:                (stupito) come niente?

Lucio:                niente. (glielo rende) perché lei cosa vede?

Bond:                (si specchia) qui ci sono io. Lo specchio funziona. Lei non vede niente?

(glielo ridà)

Lucio:                (si riguarda) eh, no, io non vedo niente

Bond:                (scettico, prende lo specchio e lo depone) mmm…va bene, passiamo alla

seconda prova

Lucio:                va bene

Bond:                dunque, secondo le mie indagini il diavolo conosce tutte le lingue del

mondo. Lei le conosce tutte?

Lucio:                tutte!

Bond:                Allora cominciamo con l’inglese. Come si dice… “mano”?

Lucio:                (sicuro) men!

Bond:                mmm…“uomo”?

Lucio:                oumen!

Bond:                mmm…proviamo con lo spagnolo. Come si dice (si guarda intorno) “diva-

no”?

Lucio:                (pronto) divanos!

Bond:                porta?

Lucio:                portas!

Bond:                tavolo?

Lucio:                tavolos!

Bond:                sedia?

Lucio:                sedias!

Bond:                mmm…”caos”?

Lucio:                (titubante, poi) …casinos!

Bond:                mmm…sentiamo il francese. Come si dice … “venite qui”?

Lucio:                venèz ici!

Bond:                e… “andate là”?

Lucio:                (ci pensa, poi si reca nella zona del palco indicata da Bond) venèz ici!

Bond:                proviamo il tedesco. Come si dice “che ora è”?


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Lucio:                sie bitte wolkswagen?

Bond:                mmm, complimenti, seconda prova superata. Allora adesso facciamo la

terza, quella più difficile. La prova del fuoco

Lucio:                dica pure

Bond:                dalle informazioni che ho raccolto, al diavolo dovrebbe dare fastidio la vi-

sta di una croce

Lucio:                (imbarazzato) oh, mi scusi, ma adesso dovrei proprio andare via

Bond:                (lo ignora e si guarda attorno) qui in casa non mi pare di vedere una croce

Lucio:                (sempre più a disagio, si avvicina alla porta) devo proprio scappare …

Bond:                pare che basti incrociare le braccia come una croce, così (incrocia le brac-

cia a mo’ di croce davanti Lucio)

Lucio:                (preso da panico esagerato si accascia sul divano) aaaahahahah!!!!!!!!!

Bond:                o anche così (pospone le braccia sempre a mò di croce)

Lucio:                (ancora più addossato al divano) aaaahahahahhah!!!!!!

Bond:                però, le viene fastidio. Anche con le gambe, così? (incrocia le gambe)

Lucio:                (ulteriore panico) aaaahahahhahahaaaaaaaahh!!!!!!!!!!!!

Bond:                ma guarda un po’. Così? (incrocia le braccia a mo’ di ics)

Lucio:                (spalanca la bocca per urlare, ma poi ci ripensa, la chiude e si calma) no,

così no

Bond:                ah no? e com’è mai?

Lucio:                eh, quella è una ics, non è una croce

Bond:                è vero, ha ragione

Lucio:                adesso si è convinto, o vuole andare avanti a farmi venire un infarto?

Bond:                no, non si preoccupi. Non l’avrei mai detto ma mi tocca arrendermi

all’evidenza: lei è proprio un diavolo

Lucio:                oh, finalmente qualcuno che ragiona

Bond:                mi scusi pure, ma capirà che era una cosa difficile da credere

Lucio:                e adesso, cosa intende fare?

Bond:                adesso chiamo il signor Giovanni, che l’aspettava di là (si dirige verso la

porta dello studio e chiama) signor Giovanni! (dopo un momento entra Giovanni)

Giovanni:       (raggiante) allora?

Bond:                allora aveva ragione lui. E’ proprio un diavolo!

Giovanni:       (spiazzato) davvero?

Bond:                sì, non c’è più dubbio. Ha superato tutte le prove che gli ho fatto.

Quell’uomo non è uomo, è un diavolo!


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Giovanni:       (ancora incredulo) ma guarda te ….

Bond:                beh, allora io il mio lavoro l’ho fatto. Le lascio la fattura. (stacca un bigliet-

to). Le ho fatto bene, non ho messo su tutte le spese. Facciamo duemilaeuro e siamo a posto così

Giovanni:       ah però…per fortuna che ha fatto bene …

Bond:                sì, è la mia natura di essere generoso. Mi basta il pensiero di sapere che

ho chiuso un altro caso …oltre ai duemila euro naturalmente Giovanni: naturalmente (stacca un assegno)

Bond:                grazie mille, allora, anzi duemila. Arrivederci e buona fortuna da Bond.

Tonino Bond

Giovanni:       eh, anche a lei (Bond esce. Giovanni si volta verso Lucio) allora era pro-

prio vero

Lucio:                così pare. Non si era ancora convinto, dopo che le avevo servito su un

piatto d’argento tutto quello che mi aveva chiesto?

Giovanni:       mi pareva strano. Ma adesso che mi ha fatto sentire il profumo di questo

piatto, me lo vuole togliere?

Lucio:                neanche per sogno. Il nostro patto è sempre valido, per quel che mi ri-

guarda. E’ lei che adesso deve decidere se mi vuole vendere la sua anima

Giovanni:       la prenda pure! Basta che ci stringiamo la mano, oppure devo firmare

qualcosa?

Lucio:                no, non c’è niente firmare. Lei deve solo fare qualcosa per me

Giovanni:       ci mancherebbe…dica pure

Lucio:                subito. Ecco lei…dovrebbe ammazzare un uomo

Giovanni:       cosa? Ma è matto? e perché?

Lucio:                è il modo per vendere la sua anima

Giovanni:       devo ammazzare un uomo?? E chi?

Lucio:                uno qualsiasi, il primo che le capita alla porta

Giovanni:       ma come faccio? Non ho neanche un fucile, a caccia non vado

Lucio:                non c’è mica bisogno del fucile per ammazzare qualcuno. Lo può fare ac-

comodare qui, sopra questo divano e poi dargli una botta sulla testa, con questo posacenere (mostra un grosso posacenere sul tavolo).

Giovanni:       ma lei da i numeri. E dopo cosa faccio? Mi mettono in galera!

Lucio:                per quello, ci penserò io a fare sparire tutte le prove

Giovanni:       e come faccio a fidarmi? Lo sanno tutti che ad ammazzare un uomo, si

prende l’ergastolo


28


Lucio:                ma lei lo legge il giornale la mattina? Tutti quei politicanti che rubano, gli

assassini che spariscono, i mafiosi liberi…quella è tutta opera nostra Giovanni: davvero? Ma allora sono in parecchi ad avere venduto l’anima

Lucio:                eh, non faccio per vantarmi, ma siamo un pezzo in là

Giovanni:       si può dire che ci sia rimasto solo io

Lucio:                ah sì, siete rimasti davvero molto pochi

Giovanni:       non ci sarebbe un altro modo?

Lucio:                no, quello è l’unico modo per avere tutto quello che mi ha chiesto. E’ scrit-

to sul regolamento

Giovanni:       porca boia. Adesso come faccio? Io non voglio rinunciare a tutti i miei so-

gni. Ma anche ammazzare un uomo, non è una cosa da prendere così, al-la leggera …

Lucio:                ci pensi pure sopra. Poi quando ha deciso mi chiami. Io sarò sempre da

queste parti (suonano alla porta) Ecco. (solenne) E’ lui. La vittima designa-

ta. Ci pensi bene, signor Giovanni, una botta sulla testa e la sua vita

(schiocca le dita) … cambierà.

Giovanni:       porca boia, che situazione. Che stress…cosa faccio?

Lucio:                io vado, le lascio fare la sua conoscenza. Le do solo un ultimo consiglio:

non si affezioni troppo …ci vediamo (esce con risata satanica. Poco dopo entra Renato)

Renato:            (ha una ventiquattrore) Buongiorno, posso?

Giovanni:       oh buongiorno. (tra sé) Poverino, com’è giovane ….

Renato:            (non coglie) beh, mica tanto. Comunque grazie del complimento. Lei è il

signor Darloni, vero? Permette? Mi chiamo Renato, Renato Gentiloni e a-vrei piacere di parlare con lei, se avesse un po’ di tempo da dedicarmi

Giovanni:       (compassionevole) come no? Ma sicuro. Venga pure avanti. Vuole un caf-

fè?

Renato:            no grazie, l‘ho già preso

Giovanni:       (lo fissa strano, poi d’improvviso) Lei ha dei figli?

Renato:            (sconcertato, poi risponde) sì, due. Dodici e quattordici anni

Giovanni:       (tra sé) oh poverini…i due orfanelli …

Renato:            posso venire al motivo della mia visita?

Giovanni:       sicuro, dica pure

Renato:            dunque (estrae un volume dalla valigetta) volevo domandarle se aveva

avuto modo di vedere l’ultima opera della “De agostini”, un’enciclopedia che si chiama “Le meraviglie della natura”

Giovanni:       ne ho sentito parlare alla televisione, ma non la conoscevo …


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Renato:            oh, allora se permette vorrei farle vedere il primo volume …

Giovanni:       (come assente) lei sta bene, signor Renato?

Renato:            (sconcertato) sì, grazie

Giovanni:       le fa male qualcosa? Ha dei problemi?

Renato:            no no, tutto a posto, davvero.

Giovanni:       (deluso) ho capito

Renato:            dunque le dicevo che questo primo volume glielo lascio gratis, per una set-

timana, così se lo guarda con calma. Guardi anche la qualità della carta, la

copertina, oltreché naturalmente i contenuti. Qui comincia con tutte le me-

raviglie del mondo animale, dai pesci …

Giovanni:       (ancora deluso) mi scusi signor Renato, se vuole lasciare qui questo vo-

lume una settimana, faccia pure, ma a me non interessa proprio

Renato:            (lo fissa disperato, poi scoppia in un pianto dirotto) mi scusi signor Gio-

vanni. Non è colpa sua. Ma io sono disperato. Sono un fallito. Non sono capace di fare niente, neppure di vendere un’enciclopedia

Giovanni:       ma no, su, non faccia così

Renato:            sono un “buonannulla”. E’ un anno e mezzo che non batto un chiodo, non

si vende un’enciclopedia neanche a morire. Basta, voglio farla finita

Giovanni:       (si ingalluzzisce) come?

Renato:            non è colpa sua. Avevo già deciso prima di entrare qui dentro. Mi ero det-

to: basta, se non riesco a vendere una enciclopedia neanche qui, io mi ammazzo!

Giovanni:       (si illumina) bravo!

Renato:            eh?

Giovanni:       no, dicevo che un uomo così deciso, è da ammirare …

Renato:            e non prova a fermarmi?

Giovanni:       macché, è matto? Ormai, se è deciso, che posso fare io? Anzi, è inutile

cincischiare…bisogna farlo e basta

Renato:            mi scusi, mi aspettavo una reazione differente

Giovanni:       sa cosa farò invece? Mi piacerebbe mantenere i suoi figli agli studi

Renato:            grazie. Grazie, lei è troppo buono

Giovanni:       non lo dica neanche per scherzo. E…ha già pensato al “come”?

Renato:            eh, anche quello è un bel problema. Perché, vede, io sono delicato di sto-

maco, non posso vedere il sangue. Mi viene fastidio

Giovanni:       buttarsi da un palazzo? (Renato fa no con la testa schifato), sotto un tre-

no? (ancora) testate contro un muro?…


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Renato:            no, io pensavo di prendere dei sonniferi

Giovanni:       bravo! Bell’idea. Bisogna andarli a comprare in farmacia. (estrae il porta-

foglio) Posso offrire io?

Renato:            no grazie, fino ad una scatola di sonniferi, ci arrivo

Giovanni:       no no, davvero, insisto. Offro io. Ecco cinquanta euro, si prenda anche un

caffè. Ma prima eh? mi raccomando, non dopo, eh eh eh…

Renato:            non so cosa dire. Grazie, lei è proprio buono

Giovanni:       (improvvisamente perplesso) però mi viene un dubbio …mmm…mi scusi

signor Renato, le dispiace se lo faccio accomodare un momento nel mio

studio? Dovrei fare una telefonata

Renato:            se non le dispiace, vorrei andare subito a fare quello che devo fare. Non

mi sento troppo bene ….

Giovanni:       abbia pazienza solo due minuti. Faccio una telefonata che non può aspet-

tare e poi la vorrei salutare come si deve

Renato:            non sto proprio bene. Mi hanno preso dei brividi di freddo …

Giovanni:       (prende il proprio giacchetto dall’appendiabiti) ecco, prenda questo e si

accomodi un momento. Bisogna che si riprenda un attimo, prima di farlo

…(lo accompagna verso lo studio) faccio in un secondo e sono subito da

lei

Renato:            va bene…aspetterò di là, ma faccia presto, per piacere (Renato esce)

Giovanni:       porca miseria, mi è venuto un dubbio, dove ho messo quel biglietto? (si

fruga nelle tasche) ecco, è qua. (prende il telefono e compone un numero)

pronto Lucio? È lei? Sì. Volevo dirle che è tutto fatto. Si vuole ammazzare

da solo. Va bene, no? …a no? Così non è valido? E’ sicuro? Lo devo fare

io. Ho capito. Dopo però mi da una mano, come mi aveva promesso eh?

Sì, va bene, d’accordo. Ci vediamo (chiude, tra sè) porca boia, lo sape-

vo…

Renato:            (sulla porta dello studio. Sbatte gli occhi) mi scusi signor Giovanni, ma ho

perso una lente a contatto. Deve essere successo prima, quando ho pian-to. Senza quella sono cieco come una talpa

Giovanni:       porc….gliela cerco io, non si preoccupi, si metta comodo di là (Renato tor-

na in studio inciampando) ci mancava solo la lente a contatto. (Và verso l’altra porta e chiama) Marisa. Marisa!! (dopo un po’ esce Marisa)

Marisa:             cosa c’è?

Giovanni:       Marisa, dobbiamo cercare una lente a contatto, mi dia una mano (si mette

in ginocchio a cercare la lente)

Marisa:             ho appena messo su un goccetto di caffè, lei lo vuole?

Giovanni:       lasci stare il caffè e mi dia una mano, adesso!


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Marisa:             ah no, la pausa caffè è sacra. L’abbiamo scritto sul contratto di lavoro

Giovanni:       e sul contratto non c’è scritto che io sono il padrone?

Marisa:             no, lei è il “datore di lavoro”. C’è una bella differenza

Giovanni:       se lei non mi da una mano subito, il “datore di lavoro” la può anche licen-

ziare

Marisa:             ci deve solo provare. Vado diritta dai sindacati. (esce)

Giovanni:       che vada nel casino, lei, non dai sindacati ….porca boia, tutte a me capi-

tano, tutte a me!!!…(si inginocchia e inizia la ricerca con affanno. Cala il sipario).

Fine secondo atto


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Terzo atto

(scena vuota, dopo un po’ entra Fighini dalla porta principale)

Fighini:            è permesso…si può? (dalla porta di destra esce Anna)

Anna:                (fredda) ah…è lei?

Fighini:            suo marito c’è? Avrei delle carte da fargli firmare

Anna:                (guarda il portaabiti) il suo cappotto non c’è. Deve essere uscito

Fighini:            (si guardano poi, colpo di scena, si abbracciano) Anna!

Anna:                Claudio! Non possiamo andare avanti così. Quando potremo uscire dalla

clandestinità, e fare la vita di una coppia normale, che si vuole bene?

Fighini:            porta pazienza ancora un po’, Anna. La messa in scena che avevamo ar-

chitettato comincia a dare i suoi frutti. Ormai è questione di giorni

Anna:                io non ce la faccio più a reggere questa commedia. A che punto siamo?

Fighini:             ho parlato ora con quel tipo che fa il diavolo. Ha avuto una telefonata da

tuo marito che si è quasi convinto. Sono proprio venuto a vedere se aveva bisogno di un ultima spinta

Anna:                bisogna dire che i tuoi attori sono stati bravissimi. Anche se la storia ci ver-

rà a costare …

Fighini:            per quello hai ragione, ma pensa che dopo, quando sarà in galera, ci po-

tremo godere tutti i soldi che abbiamo messo da parte, più l’impresa di tuo marito

Anna:                io non ne potevo più, di dover tutte le volte fare la cresta sulla spesa, per

mettere da parte qualcosa per i nostri giorni futuri

Fighini:            anche io, mi ero quasi fuso i cervello, per cercare di imbrogliare le carte

della ditta, e fare sparire tutti i mesi qualcosa per noi due. Tieni duro un al-tro po’, Anna, ci siamo quasi

Anna:                oh, Claudio, che uomo sei, come hai fatto ad architettare tutto questo stra-

tagemma? E dove hai trovato tutti quegli attori?

Fighini:            ho affittato tutta una compagnia filodrammatica. Si chiama “piccolo teatro

Arnaldo Martelli”. E’ di San Marino, qui non li conosce nessuno, ma sono bravissimi

Anna:                ah, davvero, quello che fa il diavolo, quelle due ragazze, quello che ha fat-

to l’americano che dovrebbe comprare quel pezzo di calanco. Non hanno sbagliato una virgola

Fighini:            è stato l’anno scorso, quando sono stato in vacanza a San Marino una

settimana. Mi è capitato di andare a vedere uno spettacolo di questa com-


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pagnia, e siccome che erano bravissimi e facevano morire dal ridere, ho cominciato a rimuginare un piano per fregare tuo marito

Anna:                ti ricordi quando non trovavamo il nome di quel mediatore cui aveva dato

da vendere il suo calcanco?

Fighini:            è stato il momento più brutto. Per fortuna che poi l’ho trovato tra le sue

carte. Su quell’affare era sempre stato riservato

Anna:                già, chissà perché. E l’investigatore? Anche lui era un attore?

Fighini:            no, quello l’ho rimediato tra i miei vecchi amici di scuola. Per quello non

c’era bisogno di un attore, mi bastava un cretino qualsiasi che smuovesse le acque, e non troppo furbo da capire il resto dell’imbroglio

Anna:                allora quel Bond era proprio quello che ci voleva

Fighini:            sono andato a botta sicura. Capirai che ha fatto la prima sette volte

Anna:                bravo. Bravo. Come sono orgogliosa del mio uomo

Fighini:            non potevamo andare avanti così. A vederci sempre di sfuggita. A dover

inventare tutti quei viaggi per tuo marito, per poter approfittare di quei po-chi momento di felicità

Anna:                anche io non ce la facevo più. Claudio, sono quasi due anni che va avanti

questa storia

Fighini:            pensa che ce ne saranno cinquanta di felicità per noi due, con tuo marito

dietro le sbarre di una galera

Anna:                non vedo le ore, Claudio

Fighini:            adesso io vado. Fino che la faccenda non è finita non possiamo abbassa-

re la guardia. Vado a cercarlo per convincerlo di fare quest’ultimo passo

Anna:                sì, va bene. Ormai è nelle tue mani, su di te ha una fiducia cieca

Fighini:            allora ci vediamo presto, patatina mia …

Anna:                sì, a presto…squaquerone (Claudio esce dalla porta principale, Anna rien-

tra a destra. Giovanni emerge da dietro il divano, con una lente a contatto sul dito indice)

Giovanni:       ma guarda te dove era andata a finire, dietro il divano. L’ho trovata final-

mente. Solo che ho trovato anche un bel paio di corna e una tresca gran-

de come un covone di fieno (si affaccia Renato)

Renato:            mi scusi, signor Giovanni, ma io dovrei proprio andare via. Ha trovato la

mia lente a contatto?

Giovanni:       Sì, l’ho trovata, è qui. Ma lei dove va?

Renato:            come dove? A fare quello che abbiamo detto, no?

Giovanni:       ma è matto? Io pensavo che scherzasse

Renato:            no, io non scherzavo affatto. Sono proprio disperato


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Giovanni:       ma lasci perdere, per piacere. Non ci pensa alla sua famiglia, eh? ai suoi

figli?

Renato:            ma se ha detto che ci pensa lei …

Giovanni:       ma vuole mettere la differenza? E lei, solo perché non trova la sua enci-

clopedia, si vuole ammazzare? Lasci perdere, che c’è di peggio nella vita.

Mogli che fanno le corna ai mariti, amici che tradiscono la tua fiducia …

Renato:            sì, quello è vero …

Giovanni:       e poi, mi ascolti, adesso ho bisogno del suo aiuto. Se è disposto a darmi

una mano, le prometto che comprerò due enciclopedie.

Renato:            (si illumina) davvero? Addirittura due?

Giovanni:       se lei mi aiuta ad inscenare una farsa che mi è venuta in mente, anche

tre!!

Renato:            porca boia, con tre enciclopedie vendute, sono a posto per almeno sei

mesi

Giovanni:       ecco, si metta pure la sua lente a contatto e venga di qua. Dovrebbe scri-

vere una lettera per me...(escono nello studio. Giovanni si porta dietro il te-lefono cordless. Entrano da destra Anna e Marisa)

Marisa:             allora signora, io vado. Oggi ho lavorato per tre, mi sono spezzata la

schiena, sono stanca morta

Anna:                va bene Marisa, allora se mercoledì non può, ci vediamo venerdì

Marisa:             non so. Se la schiena non va meglio, credo che dovrò andare dal dottore

Anna:                addirittura? Sta così tanto male?

Marisa:             eh si. Per fare tutti i suoi lavori pesanti qui in casa sua, mi sono ridotta

proprio male

Anna:                va bene. Allora ci vedremo quando starà meglio

Marisa:             ecco, dato che forse salterò qualche giorno, non è che potrebbe pagarmi

subito la mesata?

Anna:                adesso mio marito non c’è. Se lo vuole aspettare …

Marisa:             non posso, perché il mio Valdo è qui di sotto che mi aspetta. Casomai

manderà lui il ventisette a ritirare la busta

Anna:                come crede

Marisa:             alle sette e mezza della mattina del ventisette, sarà qui

Anna:                va bene. Allora, auguri

Marisa:             a proposito, volevo dire: non è che la busta potrebbe essere un po’ più pe-

sante? Io vedo che tutto cresce..

Anna:                sentirò con mio marito …


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Marisa:             bisogna anche considerare che lei ha cominciato a chiedermi anche delle

prestazioni fuori orario

Anna:                io? Quando?

Marisa:             oggi non dovevo passare a prendere la sua spesa dal droghiere? Quello

era prima del mio orario di lavoro e non è previsto sul mio contratto

Anna:                lei però non è passata, se non mi sbaglio

Marisa:             sì, ma lei me lo ha chiesto ugualmente

Anna:                sentirò con mio marito. Anche se, bisogna che glielo dica perchè so che lui

lo tirerà fuori: lei ha maneggiato le bottiglie dei liquori, per caso?

Marisa:             io? Ma cosa dice, signora? Io ai liquori non vado davvero

Anna:                non sarebbe mica niente, ma lui fa una solfa lunga con questa storia

Marisa:             mi sarò messa un goccio di mistrà nel caffè, qualche volta …

Anna:                no, pare che manchi da parecchie bottiglie

Marisa:             ma questa è cosa grossa, signora, si rende conto di quello che dice?

Anna:                non è il caso di scaldarsi così, Marisa

Marisa:             (sdegnata) ma suo marito cosa fa? Ci mette un segnetto? Mi meraviglio di

lei, signora, che crede così alle accuse quell’uomo, senza nessuna prova

Anna:                il fatto è, Marisa, che noi non beviamo affatto, e le bottiglie sono quasi tut-

te a metà …

Marisa:             (inzia a piagnucolare) mi scusi, signora, ma io non posso stare oltre, in

una casa dove è venuta a meno la fiducia, la stima,,,

Anna:                sù, Marisa, adesso non faccia così…

Marisa:             (sempre piagnucolando) se ogni tanto mi faccio un goccetto, è solo per ri-

prendermi dalle fatiche che faccio qui, per tirarmi su da quei lavori pesanti che sono costretta a fare …

Anna:                su, Marisa, non la volevo offendere. Per piacere che smetta di piangere.

Le prometto che dopo farò un discorso con mio marito e le farà avere la busta più pesante

Marisa:             (smettendo immediatamente) grazie sgnora. Lei è una santa donna. Come

ha fatto a prendersi un uomo così?

Anna:                eh, Marisa, si vede che quella volta l’ho scelto nel mazzo

Marisa:             bisognerebbe schiacciargli la testa, delle volte

Anna:                verrà anche il suo momento, stia pure tranquilla

Marisa:             allora ci vediamo, signora. E mi raccomando…la busta pesante (esce. An-

na siede sul divano. Entra Fighini)

Fighini:            Anna, ancora non l’ho trovato. Dove può essere andato?


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Anna:                non ne ho idea. Il suo cappotto non c’è ancora

Fighini:            allora vuoi dire che siamo soli?

Anna:                sì. Ne vogliamo approfittare?

Fighini:            io ci sto!

Anna:                e se dovesse tornare, che ci trova di là?

Fighini:            tranquilla. Ho qui due o tre carte da fargli firmare. Quando lo sentiamo

cominceremo una della nostre solite litigate. Ormai abbiamo messo su un bel repertorio

Anna:                giusto, dai andiamo, vieni di qua (escono verso destra. Dallo studio esco-

no Giovanni e Renato).

Giovanni:       (sta leccando una busta per chiuderla) ecco fatto, venga pure. Ha scritto

proprio bene. Adesso si deve mettere disteso sul divano e fare finta di es-sere morto, fino che io non le dirò di svegliarsi

Renato:            va bene. (si accomoda) mi metto così?

Giovanni:       sì, così va bene. Lei faccia finta di essere morto. Adesso io mi metto que-

sti guanti (prenda da un cassetto un paio di guanti e se li infila), la sua let-

tera qui in tasca, do una spolverata a questo posacenere (col proprio faz-

zoletto) e poi possiamo iniziare la commedia

Renato:            dovrò anche trattenere il fiato?

Giovanni:       non c’è bisogno, se non vuole morire davvero …basta che faccia finta di

dormire. Il poliziotto è d’accordo con noi, qualche amico mi è rimasto

Renato:            va bene, da questo momento allora “sono morto”, (finge di spirare) ah!

Giovanni:       (controlla a piccoli passi la porta di destra, poi comincia ad urlare) Aiuto!!!

Aiuto!! Anna, vieni qua!! Uh madonna santa, cosa ho fatto!! è morto, è

morto!! (accorrono Anna e Fighini).

Anna:                (fingendo sorpresa e esagerando) Giovanni, cosa hai fatto! Cosa è suc-

cesso?

Giovanni:       l’ho fatto fuori! l’ho ammazzato!!

Anna:                ma ti ha dato di volta il cervello! Hai ammazzato un uomo!?!

Fighini:            o porca boia …Giovanni, stavolta l’hai fatta grossa. Ma perché?

Giovanni:       non lo so neanche io, un raptus, cosa vuoi che ti dica?

Anna:                o poveri noi, poveri noi…ma chi era?

Giovanni:       era uno che mi voleva vendere dei libri, ha insistito, ha insistito a me ha

dato su il nervoso e gli ho dato una botta in testa con questo posacenere

Fighini:            qui bisogna chiamare i carabiniere, non c’è altro da fare

Anna:                ma come hai potuto fare una cosa del genere, disgraziato che non se al-

tro?


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Giovanni:       non lo so, avevo questo posacenere nelle mani, toh! (glielo dà)

Anna:                (lo prende senza pensarci, poi realizza e lo passa a Fighini) ah! Che schi-

fo!

Fighini:            (lo posa sul tavolo) io chiamo i carabinieri, il telefono dov’è?

Giovanni:       (Giovanni si toglie i guanti) è di là, ma non c’è bisogno. Li ho già chiamati

io (suonano alla porta) ecco, sono arrivati (entra il poliziotto)

Poliziotto:      Buongiorno. Maresciallo Mezzanotti. (mostra un distintivo) E’ stato lei a

chiamare? Cosa è successo qui?

Fighini:            c’è stato un omicidio

Poliziotto:      un omicidio?

Giovanni:       (recuperando la calma) Sì, quei due hanno ammazzato quest’uomo (indica

Anna e Fighini, sopresa dei due)

Anna:                ma cosa dici, Giovanni? sei diventato matto del tutto?

Fighini:            (rivolto al poliziotto) Maresciallo, quest’uomo è fuori di sé. E’ comprensibi-

le, dopo quello che ha fatto

Giovanni:       sono tranquillo e innocente come una colomba. Siete voi due gli assassini

Anna:                e perché avremmo dovuto compiere un tale crimine?

Giovanni:       ve lo spiego subito. (estrae la lettera) Questo povero uomo sì e imbattuto

in una storia che gli è costata la pelle. Stia a sentire: (legge la lettera) Si-

gnor Darloni, posso testimoniare con i miei occhi che sua moglie e il suo

commercialista Fighini se la intendono. La cosa va avanti da molto tempo.

Oggi sarò lì da lei per spiegarle i particolari e per portargli le prove. Renato

Gentiloni.

Anna:                no, non è vero niente!!

Giovanni:       quando questo povero uomo è arrivato, loro hanno capito tutto e lo hanno

tolto di mezzo, con questo posacenere

Anna:                non siamo stati noi. E’stato lui!

Giovanni:       (verso il poliziotto) che controlli pure, maresciallo. Le lascio fare il suo me-

stiere

Poliziotto:       (avvicindandosi a Renato) sembrerebbe sia stato colpito da un corpo con-

tundente.

Giovanni:       gli hanno datto una pacca sulla testa, altro che “contro un dente”. Faccia

un controllo delle impronte digitali sopra il posacenere, vedrà che ci trova

quelle di loro due

Anna:                sì, quello è vero, ma è perchè (confusa)…. Claudio, io non capisco più

niente. Dì qualcosa, cosa succede?

Fighini:            (rassegnato) c’è poco da dire, Anna. Stavolta ci ha fregato


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Anna:                come sarebbe a dire?

Fighini:            sveglia Anna! Non capisci? Il nostro Giovanni ha capito la nostra tresca e

ha rivoltato le carte sulla tavola. Vero Giovanni?

Giovanni:       chi di spada ferisce….

Anna:                o madonnina santa, e adesso?

Giovanni:       (raggiante) e adesso tutti quegli anni di galera, invece che io, ve li fate voi!

Anna:                Claudio ma è vero? Fa qualcosa …(inizia a piangere)

Fighini:            non c’è niente da fare, Anna. Un buon giocatore deve riconoscere quando

ha perso. Complimenti Giovanni, non avrei mai detto che eri così furbo

Giovanni:       grazie. Non faccio per vantarmi, ma anche io quando mi ci metto, sono un

bagaglio …

Fighini:            quando ti sei accorto della tresca tra me e l’Anna?

Giovanni:       prima. Quando voi parlavate, io ero dietro il divano, a cercare la lente a

contatto di questo signore. A proposito, signor Renato, adesso può anche

alzarsi (Renato si rianima, sorpresa dei due)

Anna:                ma allora non era morto..

Giovanni:       no, vi è andata bene. Mi basta di avere due testimoni della vostra tresca.

Così posso licenziare in tronco questo serpente e divorziare da te. Ti la-

scio i tuoi stracci, ma per la buonuscita, te la prendi nel sacco! (Anna

scoppia a piangere, Fighini la consola).

Poliziotto:      allora Giovanni, io andrei. Mi dispiace per quello che hai scoperto oggi. Se

hai ancora bisogno di me, sai dove puoi trovarmi.

Giovanni:       eh, sì, grazie Marino. Sò che su di te posso sempre contare.

Poliziotto:      e poi pensa che almeno adesso hai saputo come stavano realmente le

cose. In fondo meglio tardi che mai.

Giovanni:       sì, per quello hai proprio ragione. Si vede che fino ad oggi sono stato cieco

e sordo, per non accorgermi di niente …

Poliziotto:      no, Giovanni. Ricordati che i mariti sono sempre gli ultimi ad accorgersi

delle corna che gli mette la moglie. Anzi, sai cosa faccio? Vado a casa a vedere cosa combina la mia, che non si sa mai…

Giovanni:       eh vai pure, tombolotto…(Marino esce)

Fighini:            Giovanni, non ci vuoi ripensare? La colpa è stata tutta la mia, sono stato io

che ad architettare tutta la commedia. Lei è solo una vittima

Anna:                non è vero. Sono stata io che l’ho portato nel peccato. Divorzia pure da

me, ma tienti il tuo commercialista

Giovanni:       com’è, ma mi volete fare piangere? Siete commoventi, ma io ormai ho de-

ciso e indietro non ritorno. Raccogliete i vostri stracci e poi fuori dalle sca-


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tole, e alla svelta. Lo sapete come si dice: la farina del diavolo, va tutta in

crusca. (i due escono mestamente a destra, Anna piange, Fighini la con-

forta. Poi verso Renato). E lei? Si vuole ancora ammazzare?

Renato:            neanche per sogno, signor Giovanni. Oggi ho imparato che sono altre le

cose importanti, nella vita

Giovanni:       giusto! Il mio povero nonno lo diceva sempre. Se felice vuoi campare, tre

cose devi fare: mangiare, cagare, caricare!

Renato:            eh! aveva proprio ragione

Giovanni:       io oggi comincio una vita nuova. E per cominciare (prende a braccetto Re-nato e si rivolge verso un mobile) qui pensavo di mettere su una bella li-

breria, dove metterci tre enciclopedie….(mentre di due confabulano cala il

sipario)

fine


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