Il festino

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La presente Commedia di carattere, in cinque Atti, inversi che diconsi Martelliani, fu la prima volta rappresentata in Venezi

Carlo Goldoni

Il festino

La presente Commedia di carattere, in cinque Atti, in versi che diconsi Martelliani, fu la prima volta rappresentata in Venezia verso la fine del Carnovale dell'anno 1754.

AL NOBILISSIMO ED ORNATISSIMO CAVALIERE

IL SIGNOR CONTE

DON PIETRO VERRI

PATRIZIO MILANESE

CIAMBELLANO DELLE LORO M.M. R.R. I.I.

CONTE DI LUCCINO E DI S. PIETRO DONATE

PIEVE DI SETTALA

FRA GLI ARCADI DI ROMA

MIDONTE PRIAMIDEO

A chi dirigo il presente foglio? Al Cavaliere, o al Poeta? Il Conte Verri mi ricorda la sua Nobiltade e la mia bassezza; Midonte Priamideo il suo sapere e la mia ignoranza. Ma nell'uno o nell'altro grado ch'io vi consideri, nobilissimo ed eruditissimo Signor Conte Pietro, ho prove tali della gentilezza e cortesia vostra, che dietro al mio desiderio spingendomi, potrò senza tema e senza rossore ragionare con Voi scrivendo, ed una mia Commedia raccomandarvi. Il mio Festino lo avete veduto parecchie volte rappresentare. La vostra Città Magnifica lo accolse con sì allegro animo, che cinque volte in pochissimi giorni obbligò i Comici a rappresentarlo, crescendo sempre il concorso de' spettatori benevoli, in verso di me e delle opere mie cortesemente inclinati. Il giudizio rispettabile di una Città erudita, brillante in ogni genere di buon gusto, è bastevole ad accreditare quest'opera della mia mano, malgrado i difetti che la circondano. Ma i favori del Pubblico e i viva teatrali finiscono col suono delle voci, e senza una singolare protezione non può sperar di vivere lungamente nella memoria del Popolo, che con festevoli segni sonoro plauso le fece universale e sincero. A Voi dunque, amatissimo Signor Conte, la gloria durevole di quest'opera mia raccomando, la quale fregiata essendo del vostro nome, ricorderà non solo agli amanti suoi la prima benevoglienza, ma un maggior numero le acquisterà di persone a favorirla inclinate, e passerà nel concetto dei posteri per cosa degna di qualche lode. Grazia non vi domando che negar mi possiate, né che di malavoglia da Voi mi si abbia a concedere, poiché de' miei Comici studi vi dichiaraste in sì fatto modo parziale, che l'onore sostenendo della mia causa, la vostra non meno a difendere vi conducete. Quel vostro elegantissimo Poemetto, di bei poetici voli e di soda erudizione fornito, La vera Commedia, coi versi Martelliani vestita, a me dalla vostra vezzosa penna festevolmente diretta, porta il mio nome all'apice della Gloria?, lavora per me un saggio onorato fra gli accreditati Scrittori della Commedia, e mi corona la fronte col più bel frutto dei miei sudori.

Con quanto maestrevole brio andate Voi divisando nei primi versi i caratteri alla società degli uomini più molesti, e della correttrice Commedia più bisognosi! Voi mi offrite abbondevole messe di Curiosi arditi, di Parlatori seccanti, di Pedanti garruli e Letterati impostori, di Poeti stucchevoli, Giuristi indotti, Millantatori ridicoli, sciocchi Formalisti e Cerimoniosi importuni, de' quali tutti rimedio utile sembra a Voi giudiziosamente la Comica arte, siccome le Sacre leggi e Profane rimediano al più importante disordine della malvagità e delle colpe. Lo specchio posto dinanzi agli uomini sulla scena, può correggerli, può moderarli. Fu questo l'oggetto primo della Commedia; tale a noi la mandaron i primi Autori di essa, tale ne' buoni secoli l'Italia nostra la coltivò, e Voi piangete a ragione la miserabile sua decadenza per l'incursione de' Barbari distruttori non meno di queste amene contrade, che delle Scienze e delle Arti di cui mirabilmente fiorivano. Piacemi la giustizia che sapete rendere ai Fiorentini e ai Milanesi vostri compatrioti, i quali in mezzo alle scorrezioni della Commedia, maltrattata dagli Istrioni, andavano di tratto in tratto sollevandola dal suo fango, ma poi mi fate arrossire, allorché dare a me il vanto vi compiacete d'averla a miglior destino condotta. Voi rilevaste assai bene la mia maggiore fatica nel combattere di principio gli abusi e le corruttele dell'infelice Teatro movendo guerra alla Mimica, ma in guisa tale che più per assedio che per violento assalto mi avesse a cedere la vittoria. Non può essere meglio adattato il parallelo del cannocchiale astronomico, in cui si frappone l'affumicato cristallo, per reggere ai violenti raggi del sole, volendo l'arte del Comico manifestare, che al regolato sistema delle opere sue va meschiando qualche licenza dell'Arte, per non colpire soverchiamente l'animo de' Spettatori male avvezzati, con animo di convertirli gradatamente a detestare gli abusi, e ad invaghirli della migliore condotta, della verità, della critica e del buon esempio. Bellissima è la descrizione che Voi faceste deIle Maschere nella Commedia usate, rilevandone i difetti loro; e giudiziosamente lodaste che delle parti serie ridotte all'arte comica al dispregio del Popolo pensassi io ricavarne migliori soggetti per la derisione del vizio, e per l'esaltamento della virtù; considerando Voi saggiamente, che il riso non è il primario fine della Commedia, ma il mezzo salutevole ed opportuno che trattiene gli Spettatori a ricevere, loro malgrado, quella parte di derisione, che ai difetti loro conviene. Bruyère, Loke, Noble, Pope da Voi allegati, e da Voi perfettamente conosciuti ed intesi, parlano, coi principii della buona Filosofia, delle proprietà e delle vere cagioni del riso, ma a loro modo l'intendono quei garruli letterati che Voi segnate col titolo di Pedanti, che vogliono a ciaschedun soprastare, che il nero si credono, coll'autorità che si arrogano, far apparire per bianco, che delle opere altrui presumono di acremente decidere; gente inutile, presuntuosa, di cui elegantemente diceste:

In fra cinquanta retori non trovi un oratore.

Pur troppo è vero, Signor Conte umanissimo, che da parecchi di tale schiatta s'alzarono contro di me alte grida, ed attaccandomi nelle parole, volevano che per qualche termine preso ad imprestito dalla Senna, dall'Adda, dal Po, o dalle nostre Lagune, mi facessero esiliar dal Parnaso i sacri custodi della purezza dell'Arno, ma questo, come Voi dite, non è che un arrestarsi alla scorza, e non curare il midollo dell'albero, dovendosi dai severi giudici delle opere mie considerar piuttosto, se io abbia eseguito i precetti de' gran Maestri dell'arte, la nostra età dipingendo, come essi hanno le età loro dipinte; poiché, parlando coi vostri termini, la volubile ruota, che su l'universo ha impero, cambia i costumi degli uomini, e dee a seconda di essi cangiar d'aspetto la Commedia medesima, e in luogo di esporre alla derisione il Parassito ingordo, il Soldato vanaglorioso, la Balia seduttrice, l'astuto Greco, dobbiamo valerci de' Damerini affettati, de' Maldicenti maligni, de' Critici ignoranti, e dei Bocaccevoli caricati. Io ho posto arditamente la mano in caratteri di maggior conto. Sull'orme del rispettato Molière, ho fatto argomento delle mie scene il Nobile, il Togato, il Ministro, e Voi su di ciò mi difendete nei vostri carmi contro coloro che la Commedia tratta vorrebbero dalla bassa plebe. Questa è la Tabernaria, ed io medesimo più d'una volta l'ho posta in uso, ma Voi, Signore, dite benissimo: Il dardo comico non assi a scoccar solamente contro lo sciocco e il vile, ma contro tutti coloro che nella Società degli uomini hanno il loro ridicolo, lo che ritrovasi in tutti i gradi. Voi passate a riflettere gentilmente se la Commedia abbia ad essere scritta colla prosa, o col verso, e vi dichiaraste neutrale, bastandovi che in una o nell'altra maniera conservi il carattere, il verisimile, la condotta, condannando assai giustamente quegli ornamenti dì stile, che seducono ad una falsa bellezza, e tolta via la vernice, il quadro resta difforme, parendo al giudizio vostro che la poesia del mio Filosofo Inglese e del mio Terenzio, e la prosa della mia Pamela e della mia Locandiera facciano egualmente a proposito dei rispettivi soggetti; burlandovi delle dispute sciocche sul numero degli atti in cui dev'essere l'azione divisa, e di certe regole antiche inutili, e dei rigorosi antiquari che sprezzano tutto ciò che è moderno, in grazia di un'affettata venerazione all'antichità. La prova delle buone Commedie pare a Voi, con ragione, che trovisi allora quando l'uditore s'inganna da per se stesso, crede vero ciò che gli viene rappresentato per verisimile, e non siete persuaso degl'intrecci soverchiamente intricati, col chiarissimo fondamento che l'ansietà di vedere il fine toglie il piacere dei sali, della critica, della morale. Lodate la semplicità dei lavori Comici, dicendo elegantemente:

Tanto intrecciar conviene, quanto ad unirlo è d'uopo

Sicché sia un corpo solo, ed abbia un solo scopo.

Vi consolate con ragione coll'Italia nostra, non per quel poco di bene che io ho studiato recarle sul proposito della Commedia, ma per vederla arricchita della bellissima traduzione del Terenzio Francese Monsieur Destouches, opera di nobile virtuosa Dama.

Ma sono compiante tuttavia con ragione dalla vostra fervida mente le Scene Italiche per la scarsezza de' buoni Attori, de' quali Voi conoscete il bisogno, non tanto nelle parti giocose, quanto nelle nobili, interessanti, vezzose, terminando l'opera con una esclamazione per me onorevole, e a me diretta:

...Per ciò adoprar ti dei;

Risorta è la Commedia, sorga l'Attor con lei..

Questa, di cui ho fatto brevemente l'analisi, è la parte succosa del Poemetto ammirabile che mi ha onorato. Celaste l'illustre nome sotto quello di Arcadia, ma il Mondo vi conosce egualmente, e vi venera Pastor letterato e Cavaliere egregio. La vostra Illustre Famiglia vanta quei rispettabili gradi di nobiltà, che tanto singolarmente si apprezzano da chi non è Filosofo quanto Voi siete, persuaso nell'animo vostro che le virtù personali prevalgano a tutti i beni della Fortuna, e di queste siete così abbondevolmente fornito, che nulla vi resta ad invidiare nel Mondo. Degnissimo Figliuolo vi dimostrate di Lui, che attualmente nella dignità Senatoria in Milano sostiene della Patria il decoro, e quello della Giustizia, e con sì bell'esempio dinanzi agli occhi, e col genio alle grandi imprese rivolto, sarete Voi la corona del merito degli Avi vostri, e della vostra antica Prosapia.

L'inclita Patria vostra, famosa sino dai primi secoli, e nelle sventure intrepida e poderosa; quella Città magnifica, capo di una sì vasta Provincia, metropoli di tante altre che la circondano, oggetto di tante guerre, che l'hanno per soverchio amor lacerata; Milano, che a verun'altra Città cospicua non cede in nobiltà, in ricchezza, in magnificenza, e quel che più la rende ammirabile, in dottrina, in sapere, lealtà di costume, in schietto cuore e in gentilezza di tratto; essa che si fa pregio nel conoscere il merito e nel premiarlo, fa stima grande di Voi, e di un tal Figlio si vanta; ed io, che larghissimi doni di grazia e onori singolarissimi ho colà ricevuti nelle opere mie e nella persona medesima, desiderando costantemente l'affetto suo conservarmi, alla vostra protezione validissima mi raccomando, sicuro che il benemerito vostro nome confermerà nel cuore dei Milanesi verso di me affezione che valmi per un tesoro, né mai di questa potrò temere scemato il pregio, per quanto indegno ne sia, e quanto si accrescano i miei difetti. Quel bene che a me procuro, lo desidero in special modo a questa mia Commedia partecipato; ella si dona al pubblico sotto gli auspici vostri, ed io in faccia del mondo, e di coloro che invidiano l'altrui bene, affidato nella vostra benignità e gentilezza, mi do l'onore di dirmi ossequiosamente

Di V. S. Illustrissima

Umiliss. Dev. Obblig. Servidore

Carlo Goldoni


L'AUTORE A CHI LEGGE

Questa Commedia fu da me scritta nel brevissimo giro di cinque giorni, dando a copiare un atto, mentre stavami scrivendo l'altro. Ciò non ostante vi applicai sopra sì di proposito, che ebbi l'ardire di lusingarmi in sì brieve tempo poter riuscire con soddisfazione del popolo, e senza mio disonore. Confuso, e dirò anche arrabbiato per l'infelice riuscita della precedente Commedia, pensai che la miglior vendetta che far col pubblico si poteva, era quella di faticare per ismentire i maligni e per consolare gli amici, e che siccome una Commedia riuscita male fece dimenticare il merito di una che riuscì bene, un'altra di buona riuscita potea far sì che si scordassero la cattiva. Pareva che maggior tempo per una simile impresa si richiedesse, ma in noi Poeti l'ardire è necessario talvolta, e lo sdegno ci fa eseguir dei prodigi. Mi riuscì mirabilmente il dissegno. In cinque giorni schiccherai la Commedia; in pochissimo tempo i Comici se ne impossessarono; si provò esattamente; fu posta in scena con una decenza assai conveniente; fu ricevuta dal popolo con soddisfazione, e si durò a recitarla ogni sera sino all'ultima di Carnovale. Nessuno ha più parlato del Cortesan Vecchio, il magazzino ch'era finito, aprì un'altra porta con nuove merci, e restò il pubblico persuaso che in avvenire potea sperare di divertirsi colle mie fatiche, giacché la prontezza di questa non dimostrava che la fantasia fosse stanca od isterilita. Per facilitarmi con sollecitudine la costruzione di una Commedia di cinque atti, pensai ad un fatto familiare, con episodi di facile invenzione, perché tratti da originali de' nostri giorni, e queste sono le cose che incontrano più delle altre. Piace la critica; ed io in quest'incontro non l'ho risparmiata. Il cicisbeato che è in tanta voga oggidì, l'ho posto in veduta in quasi tutti gli aspetti, ne' quali suol campeggiare. Il vecchio servente della vecchia Dama è il più ridicolo della Commedia; il più critico è quello della Dama moglie col Cavaliere ammogliato, e di questo ho mostrato le pessime conseguenze, siccome i pregiudizi di quelli che per gl'impegni del mondo sagrificano l'interesse, la convenienza e la propria riputazione.

Ho voluto innestarvi alcune critiche state fatte alle Commedie mie di quest'anno per giustificarmi in qualche parte, e per isfogarmi un poco col pubblico istesso. Ebbe tanta bontà l'udienza, che lo soffrì di buon animo, e mi diede veri segni di amore e di compatimento. Allora tutto anch'io mi scordai il passato rammarico, e dentro di me ho fatto la pace con chi mi aveva insultato; anche colla signora Maschera del Ridotto. Stampandosi ora la Commedia, ho voluto lasciarvi le critiche e le apologie suddette, per un divertimento di più al Lettore benevolo che mi favorisce; e in fine della Commedia vi ho posto il ringraziamento al Pubblico, recitato l'ultima sera dalla prima Donna, giacché, come dissi, con questa Commedia medesima si terminò il Carnovale.

Fu dopo in altre parti il mio Festino rappresentato ed ebbe dappertutto estraordinaria fortuna. A Roma non hanno ancora provato su quei Teatri il verso alla martelliana. Non si fidano, non so se per l'orecchie degli uditori, non avvezzati a sentirlo, o se per l'abilità de' Comici, non pratici ancora a recitare il verso senza declamazione. Mi fu ordinato ridurlo in prosa; lo feci, e riuscì pure mirabilmente.

Ebbe il povero mio Festino in alcun paese la sua disgrazia. Non già nell'universale di verun popolo, ma nel particolare di alcune persone. Operò il caso che si trovassero degli originali simili troppo a qualche personaggio ridicolo della Commedia medesima, e non mancò chi dicesse che a bella posta l'avessi fatto. Non valse la bella ragione che la Commedia era composta degli anni prima. Le Donne principalmente, quando fissano, non vi è rimedio. Ma lo stesso mi è accaduto in altre opere ancora; ed in altri luoghi delle mie stampe ho procurato disingannare il mondo su questo articolo. Non son capace di usare una simile villania; non prendo di mira alcuno. Sono un pescatore che getta l'amo alla cieca; chi si sente prendere, procuri levarselo dalla bocca senza gridare; in questa maniera ritornerà l'amo vuoto: altrimenti, scuotendosi soverchiamente, s'internerà assai più nelle fauci, ed io sentendo il peso nel ritirarlo, dirò che il pesce è attaccato, e si manifesterà la mia preda.


PERSONAGGI

Il CONTE di BELPOGGIO

La CONTESSA sua moglie

Don MAURIZIO padre della Contessa

Madama DORALICE

Don ALESSIO di lei marito

La baronessa OLIVA

La marchesa DOGLIATA

Don PEPPE

Donna ROSIMENA

Donna STELLINA di lei figliuola

BALESTRA cameriere del Conte

LESBINO paggio del Conte

BODINO cuoco del Conte

TARGA servitore di Madama

STANGA servitore di Madama

RISMA garzone del caffè

Due Mascherati, che non parlano

Persone invitate al festino, che non parlano

Un Ballerino

La scena si rappresenta in Venezia.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera in casa del Conte

Il Conte e Balestra.

BAL.

Creda, signor padrone, la cosa è naturale,

Mancano i sonatori sul fin del carnovale.

Non se ne trova uno di buona o trista razza;

Sono impegnati in feste sino gli orbi di piazza.

CON.

Tant'è, son nell'impegno; stassera io vuò la festa:

Due trombe e due violini trovar solo mi resta.

S'han da trovar, Balestra, s'han da trovar costoro;

Li voglio, s'io credessi di spender un tesoro.

BAL.

Ma come si ha da fare?

CON.

Come, ti dirò io:

Con dodici zecchini verranno al cenno mio.

Trovali tutti e quattro. Se fossero impegnati,

Di' loro che con arte si fingano ammalati.

Di notte a casa mia, guidati da Balestra,

Vengano mascherati e suonino in orchestra.

BAL.

Ma se nessun volesse...

CON.

Il denar tutto può.

Non bastan tre zecchini? sei per un ne darò.

Son nell'impegno, e uscirne ad ogni costo io voglio.

BAL.

Creda, signor padrone, vi sarà dell'imbroglio.

Se fosse a un altro giorno l'invito trasportato,

Può darsi che s'avesse l'orchestra a buon mercato.

Perché...

CON.

Si perde il tempo; svolgermi in van si spera.

Corso è l'invito, e il ballo dee farsi in questa sera.

Tu sai chi sono; avverti non mi trovar obbietto.

Vuò quattro sonatori; accordali, e ti aspetto.

Basta che non ti veda tornare inutilmente.

Balestra, sai chi sono, si spenda allegramente.

BAL.

Allegramente dunque si spenda e si profonda,

E l'esito felice al genio corrisponda.

Intanto, per far breccia nel cuor dei sonatori,

Mi dia, signor padrone, la borsa con degli ori.

CON.

La borsa ci sarà, ci saran le monete;

So ben che i sonatori son persone discrete.

Essi non temeranno ch'io non mantenga il patto,

Non si usa in casi tali pagare innanzi tratto.

BAL.

Non si usa, e non si paga; ma il caso è differente:

Ci voglion de' zecchini, se no non farem niente.

CON.

Ne aspetto.

BAL.

Differire si può dunque la festa.

CON.

Non posso differirla. Ti romperei la testa.

Vattene per pietà.

BAL.

Vado.

CON.

Dove anderai?

BAL.

Vorrei di questa casa andar lontano assai.

CON.

Vieni qui.

BAL.

Mio signore.

CON.

Impegna quest'anello.

BAL.

(Ecco, i divertimenti fan perdere il cervello). (da sé.)

CON.

Prendilo.

BAL.

Sì, signore.

CON.

Per otto giorni al più,

Trova zecchini trenta.

BAL.

(Non lo riscuote più). (da sé.)

CON.

Che hai? Questo accidente per me ti reca duolo?

Se son senza denari, Balestra, io non son solo;

E solo non sarò forse in un caso pari,

Ad essere in impegno e non aver denari.

BAL.

È ver; ma fa da piangere, caro signor padrone,

Saper che in men d'un anno andò una possessione;

Saper che alla consorte...

CON.

Basta così, va via.

BAL.

La dote consumata... (camminando.)

CON.

Balestra, in cortesia.

BAL.

E per chi... (camminando.)

CON.

Ei! Balestra.

BAL.

Per una cicisbea... (camminando.)

CON.

Balestra, di che parli?

BAL.

Fra me la discorrea.

CON.

Vanne, impegna l'anello, e trova i sonatori,

E taci, ch'io bisogno non ho de' seccatori.

BAL.

Vi servo, e non vi secco. Madama Doralice

del vostro borsellino sarà la seccatrice. (parte.)

SCENA SECONDA

Il Conte solo.

CON.

Temerario! Ah, conviene ch'io lo sopporti e taccia;

È un servitore antico che mi riprende in faccia.

So che gli cal non poco l'onor, la gloria mia;

E sa con il decoro unir l'economia.

Così mi prevalessi talor de' suoi consigli,

Che or non mi troverei fra debiti e perigli.

Oh dura condizione di chi seguir s'impegna

Quel che la moda e l'uso, quel che l'esempio insegna.

Oh quanti sacrifici si fanno all'ambizione!

Questa trionfa in oggi sopra ogni altra passione.

Ah sì, lo provo io stesso, io che servire or bramo

Donna d'orgoglio piena, che tollero e non amo.

E sol perché non rida il mondo che mi osserva,

L'impegno vuol per ora ch'io soffra e ch'io la serva.

Ecco mia moglie. Ah, questa merta d'esser servita;

Ma servitù di sposo dopo tre dì è finita. (vuol partire.)

SCENA TERZA

La Contessa e detto.

CONT.

Conte.

CON.

Che comandate? (voltandosi.)

CONT.

Udite una parola.

CON.

Eccomi.

CONT.

Vuò pregarvi di una finezza sola.

CON.

Dite pure.

CONT.

Vorrei, se la domanda è onesta,

Saper per qual ragione dar vogliate una festa.

Non dico che padrone di darla voi non siate,

Ma l'uso vuol che sieno le mogli consultate.

Se deggio uscir di casa, v'andrò senza contesa;

Se ho da ricever io, giust'è che ne sia intesa.

CON.

Altra cagion, Contessa, non muove il genio mio,

Che di goder gli amici sollecito desio.

Di feste e di banchetti anch'io son favorito;

Giust'è che in casa mia diasi un ballo e un convito.

CONT.

Anche la cena?

CON.

A pochi, dagli altri separati.

CONT.

Posso sapere almeno chi sieno i convitati?

CON.

Li sceglierete voi.

CONT.

Ben volentier, signore.

Ad invitar io mando sorella e genitore,

Aspasia mia cugina, la vostra genitrice…

CON.

Benissimo, e per quarta madama Doralice.

CONT.

Caro signor consorte, stupire io mi volea

Che in mezzo non ci fosse la vostra cicisbea.

CON.

È dama come le altre, può star d'ogni altra al paro.

CONT.

Sì, sì. Di tutto il resto or son venuta in chiaro.

La festa ed il convito son fatti per Madama;

Per me non aspettate che inviti alcuna dama.

Anzi da mia cugina andar son persuasa;

Madama potrà fare gli onori della casa.

CON.

Contessa, in altro tempo andate ove volete;

Non cerco se ci siete in casa o non ci siete:

Ma vuò che questa sera le dame convitate

Sieno dalla padrona servite ed accettate.

CONT.

Madama Doralice godrà ch'io non ci sia.

CON.

Vergogna è in una dama nutrir tal gelosia.

CONT.

Gelosa non son io del volto peregrino:

Forse sarà Madama la peggio del festino;

Ma son più di sei mesi che qui non è venuta:

Quando m'incontra, o fugge, o appena mi saluta.

Segno che nel vedermi poco piacer risente,

Che l'amicizia vostra non è tanto innocente.

No, che non son gelosa; ma stolida sarei,

Se una rival soffrissi ancor sugli occhi miei.

CON.

Che favellare è il vostro? che termini son questi,

Indegni di una dama che ha sentimenti onesti?

Rival d'una consorte dirsi non può colei,

Cui tratto come sogliono trattare i pari miei.

In casa, e fuor di casa, so fare il mio dovere,

Amar so da consorte, servir da cavaliere.

L'onor d'una famiglia così non si strapazza.

CONT.

Conte, non vi scaldate. Vorrei...

CON.

Siete una pazza. (parte.)

SCENA QUARTA

La Contessa, poi Lesbino.

CONT.

Pazza a me? Sventurato! Pazzo sei tu, che presso

D'una femmina ingrata sacrifichi te stesso;

Non ho per gelosia perduto il chiaro lume,

D'onesta servitute non spiacemi il costume:

Ma duolmi che si perda miseramente il Conte

Con una che lo paga solo coi scherni e l'onte;

Con una che superba mi sprezza e m'odia a morte,

E cerca screditarmi nel cuor del mio consorte.

Come poteo scordarsi sì presto il caro sposo

Di quell'amor che il fece delle mie nozze ansioso?

Quel nodo che dovrebbe dar alimento al foco,

Farà che anzi si spenga, o almen che duri poco?

Dunque in amor di bene non vi è che un sol momento:

Prima il desio tormenta, e poscia il pentimento.

Ma che farò frattanto, se il ballo ed il convito

Persiste a voler dare il Conte mio marito?

Nol so. Del padre mio giovar potriami un lume;

Ma dell'inquiete donne abborrisco il costume.

Quando sarò forzata, farollo a mio dispetto;

Finché si può, allo sposo serbisi amor, rispetto.

Ci penserò.

LES.

Signora, mandano l'imbasciata

La baronessa Oliva, la marchesa Dogliata.

CONT.

Vengano, son padrone. (Lesbino parte.) Che sì che l'indovino?

Che sì che son venute per causa del festino?

Vengono a visitarmi per essere invitate;

Ma se n'andran, lo giuro, deluse e mal gustate.

SCENA QUINTA

La marchesa Dogliata, la baronessa Oliva, la suddetta e Lesbino.

MAR.

Serva, Contessa.

BAR.

Serva.

CONT.

Signore, a voi m'inchino.

Da seder. (a Lesbino.)

MAR.

(Non si vede principio di festino). (alla Baronessa, e siedono.)

CONT.

Per qual destin felice di tant'onor m'ha resa

Degna la Baronessa e degna la Marchesa?

BAR.

Nuovo non è per voi, Contessa, il mio rispetto.

MAR.

Ci amammo da fanciulle; lo stesso è in me l'affetto.

CONT.

All'espression sincera dell'una e l'altra io credo,

Poiché senza alcun merito favorita or mi vedo.

BAR.

Come vi divertite? (alla Contessa.)

CONT.

Nol so, tutto m'attedia.

Io vado qualche volta soltanto alla Commedia.

BAR.

Oh! ne ho veduta una quindici sere sono.

Che cosa scellerata! Mai più gliela perdono.

MAR.

Di quel Vecchio Bizzarro vorrete dir, m'avveggio.

BAR.

Ci siete stata? (alla Marchesa.)

MAR.

E come!

BAR.

Non si può far di peggio.

Voi l'avete veduta? (alla Contessa.)

CONT.

Dirò, se dir mi lice...

BAR.

Lo so che dell'autore voi siete protettrice.

Ma affé che questa volta la protezion non vale

Per un che ha disgustato l'udienza in generale.

Io credo che per lui sarà minor strapazzo

Il dir che questa volta sia diventato pazzo.

MAR.

Non vi è una scena buona.

BAR.

Non vi è un bell'accidente.

MAR.

Il dialogo è cattivo.

BAR.

In somma non val niente.

CONT.

Vi siete ancor sfogate?

BAR.

Difenderla vorreste?

MAR.

Affé! sarebbe bella che voi la difendeste.

CONT.

Difenderla non voglio, non son di senno priva;

Se tutti la condannano, dirò ch'ella è cattiva.

Anche l'autore istesso, sentito un tal flagello,

Pregò che la mattina levassero il cartello:

Del pubblico i giudizi ha sempre rispettato;

Anch'ei la maledice, ed è mortificato.

MAR.

Se il pubblico temeva, dovea studiarla bene.

CONT.

A un uom che ha tanto scritto...

BAR.

Da ridere mi viene.

Un uom che ha tanto scritto, Contessa mia diletta,

Che scriva sempre meglio l'universale aspetta.

CONT.

È vero, ed abbiam visto di sue fatiche il frutto;

Ma un uom che scrive assai, bene non può far tutto.

MAR.

Se non fa bene bene, almeno sia ordinata

La cosa, che non riesca cotanto scellerata.

Sentito avrete pure il popolo commosso

Cogli urli e con i fischi strillare a più non posso.

CONT.

Amiche, permettete che dica quel ch'io sento,

Non dell'autor per scusa, ma per compatimento.

Quest'ultima commedia dal mondo condannata

Forse cinqu'anni addietro sarebbesi apprezzata.

Ma il poco non soddisfa a chi assaggiò il migliore;

La colpa, lo confesso è solo dell'autore.

E l'ho sentito io stessa dir che, più degli evviva,

Gli scherni a tal commedia del popolo gradiva:

Da ciò per l'avvenire messo in maggiore impegno,

L'udienza delicata mirando a questo segno;

Pronto a sudar più ancora negli anni che verranno,

Contento che in Italia si sparga il disinganno.

Poiché talor gli applausi, talor l'indiscrezione,

Producono col tempo del buon la perfezione.

BAR.

Faccia commedie buone, e allor sarà lodato.

MAR.

Se le farà cattive, fia sempre strapazzato.

CONT.

Se ne facesse sei di belle, e due di brutte?

BAR.

Una cattiva basta per scordarsi di tutte.

CONT.

Povero autor! Compiango lo stato suo infelice.

MAR.

Di quello che mi annoia, non fo la protettrice.

CONT.

Ma si può bene...

BAR.

Oimè! La cosa ormai m'attedia.

Per tutto ove si va, si parla di commedia.

Cara Contessa mia, quel poco che ci avanza

Di carnovale, è meglio goderlo nella danza.

Or mando alla Commedia le serve ed i bambini

In questi ultimi giorni mi piacciono i festini.

MAR.

Anch'io, per verità, me ne compiaccio assai.

E voi, Contessa?

CONT.

Oh! io, davver, non ballo mai.

BAR.

Ancor che non si balli, a veder si ha diletto.

CONT.

Anzi che sulla sedia, meglio si dorme in letto.

MAR.

Con questo freddo in letto sola sola agghiacciata?

CONT.

Perché sola nel letto? Non son io maritata?

MAR.

Sì, ma il marito vostro, cara Contessa mia,

La notte si diverte con buona compagnia.

CONT.

Ehi! chi è di là? (non volendo badare a quel che dicono.)

LES.

Signora.

CONT.

Porta la cioccolata. (Lesbino parte.)

BAR.

(Non sarà ver che ballino). (alla Marchesa.)

MAR.

(Son stata assicurata).

BAR.

Gli altri anni in casa vostra faceasi qualche festa.

Quest'anno... (alla Contessa.)

CONT.

Son dei giorni che ho un gran dolor di testa.

Non so da che derivi.

MAR.

Sarà malinconia.

BAR.

Il chiacchierar fa peggio. Marchesa, andiamo via.

MAR.

Spiacemi, Contessina, d'avervi incomodata. (si alza.)

CONT.

Fermatevi, signore; beviam la cioccolata. (Lesbino con cioccolata, e la bevono tutte.)

SCENA SESTA

Il Conte e dette.

CON.

Oh, che fortuna è questa? Marchesa, Baronessa. (s'inchina.)

MAR.

Serva, Conte.

BAR.

Son serva.

CON.

Vi ha detto la Contessa?

BAR.

Che cosa?

CON.

Del festino

BAR.

Non siam privilegiate.

CONT.

(Ora son nell'impegno). (da sé.)

CON.

Perché non le invitate? (alla Contessa.)

CONT.

Il festino si fa?

CON.

Si fa, si fa, signora. (alla Contessa.)

CONT.

Come? Se i sonatori voi non trovaste ancora?

CON.

Li ho ritrovati. In vero, assai difficilmente.

Signore, la Contessa di ciò non sapea niente.

Temea non si facesse, e non ardia per questo

Pregar di favorirci...

CONT.

Nulla sapea. Del resto

Pregate vi averei, come vi prego adesso. (freddamente.)

BAR.

Riceverò gli onori.

MAR.

Tenuta io mi professo.

CONT.

(Stupisco che si accetti da lor simile invito). (da sé.)

BAR.

(Verrò per suo dispetto). (da sé.)

MAR.

(Verrò per suo marito). (da sé.)

CON.

Udite. Se il digiuno talor non vi dà pena,

V'invita la Contessa a parchissima cena.

BAR.

A cena ancora?

MAR.

È troppo.

BAR.

Troppo gentil, Contessa.

MAR.

Voi siete, per dir vero, la gentilezza istessa. (alla Contessa.)

CONT.

Indegna di tai dame sarà la mensa mia.

BAR.

Bastami il vostro cuore.

MAR.

La vostra compagnia.

CON.

Si farà preparare in luogo confidente;

Tra i suoni e le bottiglie staremo allegramente.

MAR.

Vi sarà, mi figuro, madama Doralice.

BAR.

Si sa; senza di lei la festa far non lice.

CONT.

(Sentite?) (al Conte.)

CON.

(E che per questo?) (alla Contessa.) Ci sarà, sì, signora.

Dama non è che possa esser fra l'altre ancora?

BAR.

Anzi sarà Madama il miglior condimento.

MAR.

Dove non vi è Madama, non vi è divertimento.

BAR.

Verremo questa sera al generoso invito.

MAR.

Godremo, Contessina, la festa ed il convito.

CON.

Compatirete.

BAR.

Addio

MAR.

Addio, Contessa mia.

BAR.

(Di rabbia si divora). (da sé.)

MAR.

(Di rabbia e gelosia). (partono accompagnate da tutti e due, ma il Conte le segue.)

CONT.

Non so quel che mi faccia, non so se il mio dispetto

Vada a sfogar altrove, o s'io mi ponga in letto.

Vorrei dissimulare, ma estrema è la mia pena;

Resister non mi fido al ballo ed alla cena.

De' miei dolenti casi inteso è il padre mio;

Da lui prudente e saggio tutto sperar poss'io.

S'ha da trovar rimedio. Un dì s'ha da finire;

Ma intanto la prudenza m'insegna a sofferire.

Farò dei sforzi, e spero di superar l'affanno.

Per una notte al fine... ma torna il mio tiranno.

Barbaro, ti amo ancora. Questo è il mio mal peggiore;

Meglio per me, se meno amassi il traditore. (parte.)

SCENA SETTIMA

Il Conte ed il Cuoco

CON.

Tant'è, vuò che ci sieno e pernici e cotorni;

Difficile non vedo trovarli in questi giorni.

Voglio il pasticcio, e voglio almen sei piatti buoni;

Voglio un fagiano ancora: e tu che mi ragioni?

CUO.

Tutto si troverà, ma tutto a prezzo caro.

CON.

Trovisi, e che si paghi.

CUO.

Favorisca il denaro.

CON.

Balestra è ritornato?

CUO.

Ancor non l'ho veduto.

CON.

Maledetto Balestra! Va a veder s'è venuto.

CUO.

Passa il tempo, signore, e se ho da far gli estratti...

CON.

Cerca Balestra.

CUO.

Dove?

CON.

Va a preparare i piatti.

CUO.

La roba è necessaria…

CON.

La roba ci sarà.

CUO.

Ma quando?

CON.

Va in cucina.

CUO.

Il tempo passerà.

CON.

Quando verrà Balestra, avverti di far presto;

Se manchi, ti bastono, Bodin, te lo protesto.

CUO.

(Che lavorare è questo! che vivere arrabbiato!

Se resto in questa casa, io muoio disperato). (parte.)

SCENA OTTAVA

Il Conte, poi Lesbino.

CON.

Balestra non si vede. Trovati ha i sonatori,

E a casa non ritorna col resto di quegli ori.

Dovrian venti zecchini bastar per questa cena.

Ma s'egli non si vede? Che diavol fa? Che pena!

LES.

Signor.

CON.

Tornò Balestra?

LES.

Non è venuto ancora.

È qui di fuori il padre...

CON.

Di chi?

LES.

Della signora.

CON.

Mio suocero? Che vuole? Gli hai detto che ci sono?

LES.

Sì, signor…

CON.

Maledetto...

LES.

Signor, chiedo perdono.

CON.

Dovevi dir... che passi... fermati... gli dirai...

Ma no, digli che venga.

LES.

Non l'indovino mai. (parte.)

SCENA NONA

Il Conte, poi don Maurizio.

CON.

Verrà don Maurizio al solito a seccarmi,

Ma studierò la guisa di presto liberarmi.

MAU.

Conte, vi riverisco.

CON.

Signore, a voi m'inchino.

MAU.

È ver che questa sera preparasi un festino?

CON.

È vero.

MAU.

E non lo dice al genitor la figlia?

Del suocero si lascia da un canto la famiglia?

CON.

Signor, siete padrone del ballo e della cena.

MAU.

No, Conte, vi ringrazio. Non vi mettete in pena.

Amante non son io di tai trattenimenti,

E so che in tal incontro si sfuggono i parenti.

CON.

Questo rimbrotto acerbo non so di meritarmi.

In casa mia vietato sarà di soddisfarmi?

MAU.

Potete in casa vostra sfogar le oneste voglie;

Ma un po' più di rispetto si deve ad una moglie.

CON.

Ella di me si lagna?

MAU.

Si lagna, e con ragione.

Io compatisco in tutti l'impegno e la passione;

Ma la ragion insegna, insegna la prudenza,

Che deggia l'onest'uomo salvar la convenienza.

Non portasi in trionfo, ad una moglie in faccia,

Cosa che le dia pena, oggetto che le spiaccia.

CON.

Come, signore?...

MAU.

Amico, sfuggite un tal pericolo.

Su ciò dissi abbastanza. Passiamo ad altro articolo.

La Piazza ed il Ridotto di voi si burla e ride;

E il pubblico assai presto degli uomini decide.

Si sa che a braccia quadre spendete e profondete;

Si sa che il patrimonio anche intaccato avete.

E quei che in questa sera da voi piacere avranno,

Per solita mercede di voi si rideranno.

Che bel piacere è il vostro sentir mentita lode,

Allor che la coscienza vi macera e vi rode?

Partiti i commensali, partiti i danzatori,

Succeder nella sala in folla i creditori?

La notte al chiaro lume brillare in lieta danza,

E il giorno per vergogna star chiuso in una stanza?

Questo è piacer? Piacere degli uomini bennati

È il viver con decoro, è l'esser rispettati.

Né basta il van rispetto dei falsi adulatori,

Che aiutano lo stolto a struggere i tesori;

Ma il cavaliere onesto si venera e si acclama,

Che innalza il proprio nome sull'ali della fama,

Che accresce alla famiglia il pregio degli onori,

Che render sa giustizia al sangue dei maggiori,

E che nel di lui cuore serbar con egual zelo

Sa i doveri dell'uomo, e rispettare il cielo.

CON.

Signor... (vedendo Balestra, si ferma di parlare.)

SCENA DECIMA

Balestra e detti.

MAU.

Genero amato, siete convinto?

CON.

Il sono.

MAU.

Posso sperar che voi...

CON.

Signor, chiedo perdono.

Veggo il mio servo, e seco grave dover mi vuole.

MAU.

Con voi gettasi invano il tempo e le parole.

CON.

No, no, vedrete, il giuro... (Hai tu il denar portato?) (a Balestra.)

BAL.

Sì, signor.

CON.

Permettete... Prendo per or commiato.

Ci rivedremo. (a don Maurizio.)

MAU.

Ah Conte, veggo il vostro periglio.

CON.

Ci rivedrem.

MAU.

Stassera?

CON.

Signor, non vi consiglio. (parte con Balestra.)

MAU.

Misero! sei perduto. Il vizio in cuor ti regna.

Il vizio sulla fronte spiega l'audace insegna.

Temi fra' tuoi trastulli del suocero la faccia,

E sotto al tuo consiglio si asconde una minaccia.

In braccio al tuo destino ti lascio e ti abbandono;

Ma della sposa oppressa tenero padre io sono.

Finché si può si salvi l'onor di tua famiglia;

Soffra disagi ed onte la virtù della figlia,

Ma quando il vizio eccede, anche natura insegna

A scuotere dal fianco una catena indegna:

Che se della tua fama, stolido, a te non cale,

Che val la sofferenza, il non parlar che vale?

Il mondo che mal pensa, che sa dei tristi ogni arte,

Dirà ch'è l'innocente de' tuoi deliri a parte.

Onde se nulla giova virtù, costanza, amore,

A lei renda giustizia il cielo e il genitore. (parte.)


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera in casa di madama Doralice.

Don Alessioe Targa servitore.

ALE.

Che diavolo ha mia moglie, che grida in tal maniera?

L'ha con me? l'ha con te? l'ha colla cameriera?

TAR.

Vada, signor: non sente che strilli? che schiamazzo?

ALE.

Andar quand'è infuriata? affé, non son sì pazzo.

Madama è una bestiaccia, e per poter soffrirla

Non trovo altro rimedio che quello di sfuggirla.

Ma si sa perché grida?

TAR.

Grida perché dal sarto

Di certa guarnizione si è errato nel comparto.

Mancano dieci braccia di pizzo, e questa sera

Dee andar ad un festino, e smania e si dispera.

ALE.

Ho inteso; del suo sdegno se la cagione è questa,

Sulle mie spalle avrebbe a cader la tempesta;

Ma dica quel che vuole, la cosa è disperata:

Tutti li ho spesi, e in erba ci mangiammo l'entrata.

Lo sai che per comprare un abito per lei,

Venduti ho l'altro giorno due de' vestiti miei;

E ieri, per il pizzo per far la guarnizione,

Speso ho il denar che a parte avea per la pigione.

Non posso più. Trar sangue chi può da una muraglia?

Altro non ho da darle, se il naso non mi taglia.

TAR.

Eccola qui.

ALE.

Sto fresco. Meglio è ch'io me ne vada.

Targa, Targa, fa presto, il cappello e la spada. (Targa parte.)

SCENA SECONDA

Madama Doralicee detto.

MAD.

Vi è nota, don Alessio, la bella bricconata?

ALE.

Di chi?

MAD.

La guarnizione il sarto ha rovinata.

Mancano dieci braccia, e me lo dice adesso.

ALE.

Ma come? la misura l'ha data il sarto istesso.

MAD.

È vero, egli l'ha data: è un stolido, è un briccone.

ALE.

Che n'abbia qualche pezzo trafugato il garzone?

MAD.

Potrebbe darsi ancora.

ALE.

Andiamo a misurarlo.

MAD.

Pensate se ora voglio dall'abito staccarlo!

Intorno vi lavorano tre donne, per far presto;

E della guarnizione s'ha da comprare il resto.

ALE.

(Buon, per bacco!) (da sé.)

MAD.

Che Targa sen vada in Merceria,

E compri i dieci bracci, e presto a me li dia.

ALE.

Si dice facilmente: si mandi dal mercante;

Ma il pizzo non l'avremo senza il denar contante.

MAD.

Spropositi! Il denaro so anch'io che vi vorrà.

ALE.

Ma ch'io ne sono senza vossignoria non sa.

MAD.

Ridicola sarebbe. Non ha denar? Cospetto!

Che l'abito per poco mi restasse imperfetto!

Tra le maledizioni mancherebbe anche questa,

Per voi ch'io non potessi andarmene alla festa.

ALE.

Avete pur quell'altro nuovo, alla moda e bello.

MAD.

Il diavol che vi porti; vuò comparir con quello.

ALE.

Bene. (Targa colla spada, il cappello e il bastone.)

MAD.

E voi, don Alessio, pensare ci dovete.

ALE.

Ci penserò. (si mette la spada.)

MAD.

Ma quando?

ALE.

Ci penserò, il vedrete. (prende il cappello e il bastone.)

MAD.

Ite a comprarlo voi?

ALE.

Vedrò.

MAD.

Che si vedrà?

Date il denaro a me.

ALE.

Denaro? Eccolo qua.

Vi do la borsa tutta, tale e quale com'è;

Due soldi pel tabacco non mi tengo per me.

Cara consorte mia, vi prego, compatite;

Non so quel che ci sia; ma il mio buon cuor gradite. (parte.)

SCENA TERZA

Madama Doralicee Targa.

MAD.

La spesa non è molta; bastan zecchini sei.

Che ci fossero questi, almeno io crederei. (apre la borsa.)

Come! Olà, don Alessio. Chiamalo. (a Targa.) Ha tanto ardire?

Darmi una borsa in cui non ci son dieci lire?

Così da me s'invola? Mi lascia nelle peste?

Dieci lire a una moglie? Non vuò nemmeno queste. (getta la borsa, e coglie Targa che viene.)

TAR.

Signora...

MAD.

L'hai veduto?

TAR.

L'ho visto e l'ho sentito.

MAD.

Che cosa?

TAR.

Il borsellino che in petto m'ha colpito.

MAD.

Foss'egli una sassata, tristo briccon che sei.

TAR.

Son tutte sue finezze contro i meriti miei.

MAD.

Ma che farò?

TAR.

Signora...

MAD.

Che vuoi?

TAR.

Un'imbasciata.

MAD.

Di chi?

TAR.

Vi è il signor Conte.

MAD.

Digli ch'io son spogliata.

TAR.

Ma ch'è padron...

MAD.

No, dico: son spogliata, non senti?

TAR.

Ei di passar è solito senz'altri complimenti.

MAD.

Sono arrabbiata a segno, che al diavol manderei

Gli amici ed i serventi, e anco i parenti miei.

SCENA QUARTA

Il Conte e detti.

CON.

Madama non è in casa?

MAD.

Ci sono e non ci sono.

Si aspetta la risposta.

CON.

Vi domando perdono.

So che mi concedeste finor libero accesso.

MAD.

Quel che si accorda un giorno, sempre non è concesso.

CON.

Siete sdegnata meco? qual novitade è questa?

MAD.

Lasciatemi, di grazia; ho altro per la testa. (si volge arrabbiata dall'altra parte.)

CON.

Pazienza; questa sera a che ora comandate

Ch'io la gondola mandi?

MAD.

No, non v'incomodate.

CON.

Bene; ma vi sia noto, che principiar trattengo

La festa al vostro arrivo.

MAD.

Stassera io non ci vengo.

CON.

Ma perché mai, signora? Pensate in quale imbroglio

Sarei, se non veniste.

MAD.

Non posso; e poi non voglio.

CON.

L'ora è troppo avanzata. Son le dame invitate;

Verranno per ballare. Io che farò?

MAD.

Ballate.

CON.

Senza di voi?

MAD.

Che importa?

CON.

Madama, per pietà.

MAD.

Così la moglie vostra più contenta sarà.

CON.

Lasciam la moglie in pace coi pregiudizi suoi.

Vi è noto che il festino è ordinato per voi.

Per aver sonatori, usata ho la violenza;

Mi può qualche malanno costar la prepotenza.

MAD.

Sia come esser si voglia, Conte, vi torno a dire

Non vengo.

CON.

Non venite?...

MAD.

Se credo di morire.

CON.

Eccomi in un impegno. Destino maledetto!

Il ballo ed il convito farassi a mio dispetto?

MAD.

Si farà dunque?

CON.

E come poss'io farne di meno?

MAD.

Io starò sola in casa a rodere il veleno.

CON.

Madama, per pietà, deh! venite da noi.

MAD.

Se ballano, se cenano, che bisogno han di voi?

CON.

Ma che direbbe il mondo, s'io non ci fossi?

MAD.

Andate;

Divertitevi bene, e più non mi annoiate.

CON.

Ma in carità, Madama...

MAD.

A me codesti torti?

CON.

Farò quel che volete.

MAD.

Il diavol che vi porti. (parte.)

SCENA QUINTA

Il Conte, poi Targa.

CON.

Oh vita di chi serve miserabile e trista!

Ecco a servir le donne il premio che si acquista.

Ma che farò?

TAR.

Signore, ora ch'ella è partita,

Tutta vi narrerò la cosa com'è ita:

Son dieci braccia sole di guarnizion d'argento

Che fan della padrona l'affanno ed il tormento.

CON.

Non altro?

TAR.

Per comprarlo è ricorsa al marito,

Ed ei con uno scherzo s'ha sciolto, e se n'è ito.

Smania, delira e freme, e si è cacciata in testa

Che senza quel vestito non vuol ire alla festa.

CON.

Targa, se si potesse porvi rimedio! Quanto

Costa la guarnizione?

TAR.

Dieci zecchini.

CON.

Tanto?

TAR.

Si è vista e si è pesata; da battere non c'è.

(Ne voglio, se mi riesce, una porzion per me).

CON.

Ma come far? sai pure ch'ella i regali sdegna.

TAR.

Quando una cosa preme, chi ha giudizio s'ingegna.

CON.

Non posso col marito pigliar tal confidenza.

TAR.

Troverò io il rimedio, se mi date licenza.

CON.

Ma come?

TAR.

Stanno in dubbio che il sarto abbia rubato;

Dirò che fu l'argento dal sarto ritrovato.

Con lui s'andrà d'accordo, e la maniera è questa

Di far che abbia il vestito, e veggasi alla festa.

CON.

Facciasi pur. (Dieci zecchini!) (da sé.) Andiamo.

Dieci braccia d'argento.

TAR.

Signor, sollecitiamo.

CON.

Averete la mostra.

TAR.

L'argento so com'è:

Contatemi i zecchini, fidatevi di me.

CON.

Andiamo da Balestra, ei tiene il mio denaro.

(L'impegno in cui mi trovo, mi costa troppo caro). (da sé; e partono.)

SCENA SESTA

Madama Doralice, poi Stanga servitore.

MAD.

Senza di me la festa? senza di me, per cui

Dice di farla il Conte, si ballerà da lui?

Dirà, se non mi vede, la critica brigata,

O ch'io non so ballare, o che non mi ha invitata.

Ma l'uno e l'altro è poco; diran: non è venuta,

Forse perché non l'ha la Contessa voluta.

E il Conte che mi teme almen, se non mi ama,

Ardisce a un tale insulto esponere una dama?

In casa mia finito ha di venir l'audace...

Ma si farà la festa; questo è quel che mi spiace.

Per far che non seguisse, lo giuro, pagherei

Tutte le gioje ancora, non che i vestiti miei.

Chi sa? farò di tutto per ritrovar maniera...

Può darsi che mi riesca qualcosa innanzi sera.

Stassera tu non balli, Conte, te lo prometto,

A costo anche di farti precipitare il tetto.

STA.

Signora, c'è il padrone?

MAD.

Fuori di casa è andato.

Per qual ragion ne chiedi?

STA.

Egli era domandato.

MAD.

Da chi?

STA.

Da don Maurizio.

MAD.

Digli ch'egli è sortito.

Ma... aspetta. (Che mai puote voler da mio marito?

Son curiosa). (da sé.) Va, digli che ci son io, che onore

Mi farà s'egli passa, ch'io l'avrò per favore. (Stanga va via.)

Chi sa ch'egli non tenti, spronato dalla figlia,

La pace per vendetta turbar di mia famiglia?

Se accorgermi potessi ch'ei ciò tentasse, il giuro...

Ma in tempo egli è venuto che il Conte più non curo;

E posso cautamente con lui giustificarmi,

Merto acquistando, allora ch'io penso a vendicarmi.

SCENA SETTIMA

Don Maurizio, Stangae la suddetta.

MAU.

Madama. (inchinandosi.)

MAD.

O mio signore, qual onore è mai questo?

Presto una sedia.

MAU.

Io sono...

MAD.

Un'altra sedia, presto. (Stanga dà la sedia, e parte.)

Favorite. (lo vuol far sedere alla dritta.)

MAU.

Madama, così non si sta bene.

MAD.

No, signor, favorite. So quel che mi conviene. (siedono.)

Sortito è don Alessio ma se comandi avete,

Senza riguardo alcuno esporli a me potete.

Comuni son gli arcani, comuni son le voglie

In questa casa nostra fra il marito e la moglie.

MAU.

Invidiabil fortuna! felice matrimonio

Dove della discordia non penetra il demonio!

Volesse il ciel, che tale fosse quel di mia figlia;

Ma il Conte è giovinotto, non pensa alla famiglia.

MAD.

Il Conte, per dir vero, non ha molto giudizio;

Se libera favello, perdoni don Maurizio.

Egli è genero vostro, ma d'esserlo non mostra;

Ha una consorte degna, onor dell'età nostra.

Fa torto ad ambidue la vita ch'egli mena.

Ecco qui: questa sera dà un ballo ed una cena!

Non dico ch'ei non possa spender cento zecchini,

Ma mormoran di lui gli amici ed i vicini;

E dicono (io non soglio entrar ne' fatti altrui),

Dicono ch'ei rovina la casa e i beni sui.

MAU.

Madama, una tal frase mi giunge inaspettata.

Al ballo ed alla cena voi pur siete invitata;

E so...

MAD.

Mi maraviglio: non vado alla sua festa;

Chi avesse un tal pensiero, sel levi dalla testa.

Lo so che il mondo parla di me senza rispetto;

Il Conte non vedrete venir più nel mio tetto.

Finor, se lo trattai, lo feci in mezzo a tanti

Che vengono a graziarmi, amici e non amanti.

Appena me ne accorsi ch'egli era il più osservato,

Signore, immantinente gli diedi il suo commiato.

Non son di senno priva, non vuò fra le mie soglie

Un uom che per me faccia temer la propria moglie.

Vi prego alla Contessa parlar per parte mia.

Ella mi fa gran torto, di me se ha gelosia.

Però la compatisco, e voglio esserle amica,

E vuò che il mondo insano lo sappia, e si disdica.

Pur troppo il mondo è pieno d'inganni e di malizia;

Ma cavalier voi siete, mi farete giustizia.

MAU.

(Le credo, o non le credo?) (da sé.) Madama, io non saprei...

Dell'espressioni vostre temer non ardirei.

Solo dirò che lodo il vostro pensamento

Di non andar stassera a un tal divertimento.

MAD.

Non vi anderei, lo giuro, nemmen per un milione.

Oltre quel che vi dissi, evvi un'altra ragione.

Il Conte, non so dire per qual novella ardenza,

Rapiti ha i sonatori altrui con prepotenza;

Schernite ed affrontate due case a questo segno,

Vorranno vendicarsi, a costo d'un impegno.

E certo del festino vedrassi in sul più bello

Da gente puntigliosa produr qualche flagello.

Per me non mi vedranno entrar in quelle porte;

Ma spiacemi soltanto, davver, per sua consorte.

MAU.

Madama, voi mi dite cosa che mi sorprende.

MAD.

Il Conte, quand'è acceso, non vede e non intende.

Signor, in quella casa vedrassi una tragedia,

Se il vostro buon consiglio a tempo non rimedia.

MAU.

Farò... ma che far posso?

MAD.

Cercate di Balestra.

Egli vi saprà dire l'istoria dell'orchestra.

Scoperti i sonatori, saputo il loro nome,

Di metterli in dovere non mancheravvi il come.

MAU.

Questo si potrà fare.

MAD.

Ma se per l'attentato

Gli offesi una vendetta avesser preparato,

Tardo sarebbe e vano un tal provvedimento.

Compatite, signore, dirò il mio sentimento.

Il differir la festa, il differir la cena,

La povera Contessa esime da ogni pena.

Mancan dell'ore tante all'ora del convito,

Si può colle imbasciate distruggere l'invito.

S'io fossi in caso tale, sull'onor mio v'accerto,

Vorrei cercar la strada di mettermi al coperto.

Ma voi prudente siete; in simile periglio

Bisogno non avete di norma e di consiglio.

MAU.

(Stupisco sempre più. Strano mi par tal zelo). (da sé.)

MAD.

(Se il suocero mi crede, mi vendico e mi celo). (da sé.)

MAU.

Madama, inutilmente da voi non son venuto,

Se di consigli e lumi mi avete provveduto.

Partirò per non darvi più lungamente un tedio. (s'alza.)

MAD.

Ponete al precipizio sollecito il rimedio.

Vada il festino a monte, e al genero s'insegni

Dal suocero prudente sfuggir cotali impegni.

MAU.

Madama, vi ringrazio.

MAD.

Di che?

MAU.

Perdon vi chiedo. (inchinandosi.)

MAD.

(Il vecchio l'ha bevuta).

MAU.

(A lei tutto non credo). (da sé, e parte.)

SCENA OTTAVA

Madama Doralice, poi Targa.

MAD.

Se ama la figlia, e se ama il genero davvero,

Ha da impedir la festa. L'impedirà, lo spero.

La rabbia mi divora, l'invidia mi tormenta;

Ed altro non vi vuole per rendermi contenta.

TAR.

Signora.

MAD.

E tu, che vuoi?

TAR.

Un'imbasciata.

MAD.

Evviva.

TAR.

La marchesa Dogliata, la baronessa Oliva.

MAD.

Padrone.

TAR.

Ho poi da darle una novella buona.

MAD.

Di che?

TAR.

Sarà contenta oggi la mia padrona.

MAD.

Perché?

TAR.

Perché il sartore l'argento ha ritrovato,

E l'abito stassera l'avremo terminato.

MAD.

Come? Che dici?

TAR.

Il sarto trovò la guarnizione,

L'aveva trafugata un discolo garzone.

Con quattro bastonate l'indegno ha discacciato.

MAD.

E l'abito?

TAR.

Stassera è bello e terminato.

MAD.

Povera me!

TAR.

Signora, dovrebbe in lei rivivere

La gioia, l'allegria.

MAD.

Povera me! Da scrivere.

TAR.

Ma le dame?

MAD.

Le dame... non so che far.

TAR.

Signora,

Dopo che hanno aspettato...

MAD.

Vengano in lor malora. (Targa parte.)

SCENA NONA

Madama Doralicesola.

MAD.

Affé, l'ho fatta bella. L'abito è ormai finito;

Ed io il povero Conte ho messo a mal partito.

Ma in ogni guisa ei merta l'ira e lo sdegno mio;

La festa si faceva senza che vi foss'io.

Ma non potea, per dirla, sottrarsi dall'impegno.

Troppo presto m'accendo! Maledetto il mio sdegno!

Se il suocero impedisce che facciasi il festino?

Bene, sarà cogli altri comune il mio destino.

Ma se la festa segue, grazie alla sorte amica,

Ch'io sia delle scartate non voglio che si dica.

Che dirà don Maurizio, se vedemi al convito?

Dirò che mi ha costretta andarvi mio marito.

Il Conte che dirà, se il suocero gli parla?

Col Conte in due parole m'impegno d'aggiustarla.

Gli scriverò un viglietto, l'avviserò di tutto;

Dirò che d'altra parte il suocero fu instrutto.

Dica quel che sa dire, son pronta all'occasione,

E a forza di gridare io voglio aver ragione.

SCENA DECIMA

La marchesa Dogliata, la baronessa Oliva, la suddetta, poi Stanga.

BAR.

Madama, vi son serva.

MAR.

Madama, riverente.

MAD.

M'inchino a queste dame divotissimamente. (Stanga porta da sedere, e parte.)

BAR.

Siamo da voi venute, Madama gentilissima,

Bramando una notizia, che certo è importantissima.

MAR.

Un consiglio da voi avere si desidera.

MAD.

Mi onora chi di darlo capace mi considera.

BAR.

Saprete che una festa si fa dal Conte... e poi,

Che occorre dir saprete, s'egli la fa per voi?

MAD.

Non merto questi onori, ma pur la sua bontà...

MAR.

Non dite d'avvantaggio, il resto già si sa...

MAD.

Amica, andiam bel bello. Se voi vi supponete...

MAR.

Non vi pensate, amica...

BAR.

Eh via, si sa chi siete.

MAD.

Orsù, parliamo d'altro, che avete a comandarmi?

MAR.

Son qui da voi venuta, Madama, ad informarmi

Di cosa che, per dirla, mi pare interessante;

Se devesi stassera venir col guardinfante.

MAD.

Io credo che si possa andar come si vuole.

BAR.

Andar tutte uniformi è meglio, se si puole.

MAR.

Io so che in qualche festa si sta in osservazione,

Che non ci sia negli abiti veruna distinzione.

MAD.

La festa che fa il Conte, è cosa assai privata,

Ciascuna può ballare e vestita e spogliata.

BAR.

Voi come andate? (a Madama.)

MAD.

Ancora non ci ho pensato su.

MAR.

Coll'abito di stoffa?

MAD.

Oh, non lo porto più.

MAR.

Vi mettete quel rosso?

MAD.

Non credo.

BAR.

Il giallo?

MAD.

Oibò!

MAR.

Ora capisco: un nuovo.

BAR.

Dite davver?

MAD.

Non so.

BAR.

Brava, brava, un vestito novissimo. L'ho a caro.

MAR.

Ma! così fa chi può.

BAR.

Lo fa chi ha del denaro.

MAD.

Cosa di poca spesa. Non è di soggezione.

BAR.

Di broccato?

MAD.

Oh pensate! Un po' di guarnizione.

MAR.

D'oro, o d'argento?

MAD.

Argento.

BAR.

Le mostre, o tutto il resto?

MAD.

Vi dirò, Baronessa, son delicata in questo.

Non voglio che le genti mi dicano a un invito:

Guardate quella voglia di abito guarnito.

MAR.

Se lo dico, mi aspetto vedere un abitone.

MAD.

Sarà quel che sarà.

BAR.

Ma dite, col cerchione?

MAD.

Cerchio grande.

MAR.

Vedete? e noi porre in periglio

Vorreste di una critica col facile consiglio.

BAR.

Noi pur col guardinfante ci avremo da vestire.

MAR.

Non ho vestiti nuovi, ma posso comparire.

SCENA UNDICESIMA

Targa e dette.

TAR.

Vien donna Rosimena.

MAR.

Oh bella!

BAR.

Oh la vecchiona!

MAD.

È sola?

TAR.

È con don Peppe.

BAR.

Passi pure, è padrona. (Targa parte.)

MAR.

Oh, questa si può dire ch'è donna fortunata!

Ha settant'anni, e è ancora servita e corteggiata.

MAD.

Questo, per dire il vero, è un caso inusitato,

Che s'abbia per tant'anni l'amico conservato.

MAR.

Tarda molto a venire.

BAR.

Sentitela, che sale.

MAD.

Povera vecchierella! le pesano le scale.

BAR.

Eccola. Com'è brutta!

MAR.

Vi par poco lisciata?

MAD.

Non siam di carnevale? La vecchia è mascherata.

SCENA DODICESIMA

Donna Rosimena, don Peppe e detti. Targa mette le sedie.

ROS.

Madama, vi son serva. Marchesa, Baronessa.

BAR. MAR.

Serva.

MAD.

Serva divota.

PEP.

M'inchino.

MAR.

(È ognor la stessa). (da sé.)

MAD.

Si servano, di grazia, si servano, signore.

Oh donna Rosimena, che vuol dir quest'onore?

ROS.

Scusatemi, Madama, s'io vengo a incomodarvi;

D'una finezza, amica, son venuta a pregarvi.

Io so che questa sera il Conte dà una festa,

So che sarà composta di gente tutta onesta;

So quanto voi potete, dicendo una parola;

Vorrei col vostro mezzo condur la mia figliuola.

MAD.

Ben volentier, signora.

BAR.

Ma le fanciulle oneste

Pare non sia ben fatto condurle sulle feste.

ROS.

Che cara Baronessa! correggere mi vuole.

È peggio le ragazze lasciarle in casa sole.

MAR.

Le madri che han giudizio...

ROS.

So che volete dirmi;

Ma vecchia ancor non sono, e voglio divertirmi.

MAD.

Dunque voi pur, signora...

ROS.

Sì sa, vengo ancor io.

E meco mi lusingo verrà don Peppe mio.

PEP.

Se mi sarà permesso.

MAD.

Non so, perché ristretto

È il luogo della festa; di ciò non mi prometto.

ROS.

Madama Doralice, parlo col cuore aperto,

Quando non vien don Peppe, anch'io non vengo certo.

MAR.

Sì, donna Rosimena, vi lodo in verità;

Un po' di cicisbeo fa bene in quella età.

ROS.

Don Peppe onestamente mi serve e mi ha servito,

E gli voleva bene ancora mio marito.

MAR.

Vostro marito in fatti era buon uomo assai.

ROS.

Che tu sia benedetto! Non mi gridava mai.

MAD.

Voi mi permetterete, che pria ne parli al Conte.

ROS.

Mi piacciono, Madama, le femmine più pronte.

Dite di sì a drittura; il Conte non disdice,

Allora che comanda madama Doralice.

Anch'io, quando una grazia voluta ho da don Peppe,

A donna Rosimena negarla egli non seppe.

Chiedetegli, s'è vero. Don Peppe eccolo qui;

Non ha mai detto un no, quando gli ho chiesto un sì.

PEP.

A una discreta dama negar non si dee nulla.

ROS.

Basta dir che mi amava ancor da fanciulla.

MAD.

Amica, compatite; non prendo alcun impegno.

Vi darò la risposta.

ROS.

Ma presto.

MAD.

Sì, m'impegno.

ROS.

E dove?

MAD.

Questa sera, innanzi, dove andate?

ROS.

Dove andiamo, don Peppe?

PEP.

Dove voi comandate.

MAD.

Datemi il luogo certo.

ROS.

Se una chiave si trova,

Andremo questa sera alla commedia nuova.

MAD.

Forse anch'io v'anderò.

ROS.

Bene, ci troveremo.

MAD.

Ci troveremo tutti.

BAR.

Noi altre non ci andremo.

MAD.

Perché?

BAR.

Perché mai più vogliam commedie nuove,

Se prima non si sentono dell'esito le nuove.

MAD.

Io poi la prima sera, sia buona o sia cattiva,

Per dubbio che mi spiaccia, non voglio esserne priva.

MAR.

A tante commediaccie avrete avuto gusto.

MAD.

Ho ben colla Persiana compensato il disgusto.

MAR.

Ecco qui: la Persiana sempre si mette in campo,

Eppur la sua bellezza sparisce come un lampo.

È buona, se vogliamo, diletta, e non attedia;

Ma in verità, Madama, non si può dir commedia.

BAR.

Cogli abiti, col verso, col merto degli attori,

Con qualche novità l'autor la porta fuori.

MAD.

Eppure è un'opra tale, che trentaquattro sere

Ha sempre fatto gente, e a tutti diè piacere.

MAR.

A tutti? Se sentiste quel che ne dicon tanti!

Vi è chi l'ha esaminata ben ben da tutti i canti;

E vi ha trovato dentro di molte improprietà.

BAR.

Dicon che nei caratteri non ci sia verità.

ROS.

Oh, qui poi perdonate: di questo me n'appello.

Carattere può darsi di Curcuma([1])più bello?

Veder una vecchiaccia che fa da giovinetta,

È cosa veramente che piace e che diletta,

Vederla disperata per causa dell'eunuco,

È cosa che da ridere farebbe ad un sambuco.

E quando della schiava in vece si offeriva,

Guardando un po' don Peppe! da rider mi veniva

BAR.

Appunto con tal donna l'autor preso ha dei sbagli.

Son savie, son matrone le vecchie dei serragli.

Meglio doveva gli usi esaminar dei popoli.

Vi sono dei serragli anche in Costantinopoli.

MAD.

L'autor di quei di Persia dipinto ha il ver costume.

Dai viaggiatori ha preso norma, consiglio e lume:

E accordano i migliori, che sono tai custodi

Esperte nell'inganno, maestre delle frodi.

MAR.

E quando quella vecchia discorre del caffè,

E fa da semplicista senza saper perché?

MAD.

Lo fa, perché ad Alì vuol dar trattenimento.

L'autor ve l'ha innestato per suo divertimento.

È ver che si poteva ancora farne senza;

Ma prendersi un poeta può ben questa licenza.

PEP.

E poi lo fa la vecchia, perché è una linguacciuta,

Che entrar volendo in grazia, per ogni via s'aiuta:

Che parla d'una cosa che a lei non disconviene.

ROS.

Oh caro quel don Peppe! oh come parla bene!

BAR.

Condannano poi molto di Fatima l'amore.

Dicono che non puossi accendere in poche ore.

E dicon che sia falsa l'ipotesi galante,

Che fosse innamorata pria di veder l'amante.

MAD.

Chi parla in guisa tale, mostra che le sia oscura

La condizion di donna chiusa fra quattro mura.

L'unico ben di donna in Oriente è lo sposo,

E tanto di ottenerlo è il di lei cuore ansioso,

Che quando l'europea principia a essere amante.

L'amor nell'orientale divenuto è gigante.

ROS.

Viva Madama, e viva.

MAR.

E poi, che donna strana,

Che donna indiavolata è mai la schiava Ircana?

MAD.

Amica, a piacer vostro tutt'altro criticate;

Ma Ircana io la proteggo, e non me la toccate.

MAR.

Non parlo dell'attrice, favello con modestia;

Mi piace di vederla smaniar come una bestia;

Del carattere suo sol favellare intendo.

MAD.

Ircana, la sua parte, il suo smaniar difendo.

Finor son stata cheta, or mi si scalda il sangue:

Se mi toccate Ircana, io fremo come un angue.

Io trovo il suo carattere bellissimo, perfetto.

Mille volte al poeta io dissi: oh benedetto!([2])

BAR.

Credetemi, Madama, che vi è da dire assai.

MAD.

L'ho caro. (s'alza.)

BAR.

Ma sentite.

MAD.

Orsù, ho sentito assai.

Restate, se volete, io vi domando scusa;

So che piantar le visite la civiltà non usa,

Ma un affar di premura m'obbliga un sol momento

Passar, se il permettete, nell'altro appartamento.

Tre dame che son piene di tanta discrezione,

Spero che mi daranno benigna permissione.

MAR.

Io vi levo l'incomodo.

MAR.

Faccio lo stesso anch'io.

ROS.

Attenderò l'avviso, Madama, al palco mio.

Ricordatevi bene parlar per tutti tre:

Per la figliuola mia, pel mio don Peppe e me. (parte, inchinandosi, con don Peppe.)

MAR.

Madama, compatite. (inchinandosi.)

MAD.

Giust'è che a voi domande...

BAR.

Dunque vi metterete stassera il cerchio grande.

MAD.

Può darsi.

BAR.

V'ho capito, già me lo metto anch'io.

Riverisco Madama.

MAR.

Serva, Madama.

BAR.

Addio. (Madama s'inchina, e le accompagna alla porta.)

SCENA TREDICESIMA

Madama Doralice sola.

MAD.

Perduto ho più di un'ora con queste vanarelle.

Perché io sarò col cerchio, lo vogliono ancor elle.

Si rodon dalla rabbia, perché ho il vestito nuovo;

Ma quando viene il sarto? Ma quando me lo provo?

E il Conte che lasciommi ripiena di dispetto,

Perché non lo consolo almen con un viglietto?

Farlo volea; ma il diavolo mandò più d'un imbroglio.

Ora con quattro versi formo un tenero foglio.

Farò che a me ne venga, l'informerò del tutto;

Non voglio più vederlo per amor mio distrutto.

Un misto di finezze, un misto di strapazzi,

Mantiene a noi soggetti tanti poveri pazzi.


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Stanza inserviente ad una bottega di caffè, con vari tavolini e sedie.

Risma, garzone della bottega del caffè, con altri garzoni che ripuliscono i tavolini e le sedie;

poi il Conte di Belpoggio.

CON.

Risma.

RIS.

Signor.

CON.

Balestra s'è qui veduto ancora?

RIS.

Non signor.

CON.

Ci doveva essere a ventun'ora.

Credo le ventidue saran poco lontane.

Voglio essere obbedito da chi mangia il mio pane.

RIS.

Signor, vorrei pregarla...

CON.

Di che?

RIS.

So che una festa

Fa ella questa sera, se la domanda è onesta,

Desidero...

CON.

Che cosa?

RIS.

Servirla dei rinfreschi.

CON.

L'impegno è grande; io temo che poi non ci rieschi.

RIS.

Signor, di me le genti son meglio persuase;

Io soglio di Venezia servir le prime case.

Vengono alla bottega, e in queste stanze mie,

La sera e la mattina le meglio compagnie.

Saran tre anni almeno, se forse non è più,

Che noi al signor Conte prestiamo servitù.

Anzi la pregherei, or che mi viene in mente,

Saldar quel contarello ch'è una cosa da niente.

CON.

Tempo or non ho; stassera tieni le cose in pronto;

Viemmi a servire, e poi si farà tutto un conto.

RIS.

Ringrazio vossustrissima, e vado a preparare

Tutto quel che stassera potrebbe abbisognare.

(Ma gli darò, col rischio d'esser pagato male,

Rinfreschi scellerati, e un conto da speziale). (da sé, e parte.)

SCENA SECONDA

Il Conte solo.

CON.

Disgraziato Balestra! gli dissi a ventun'ora.

Che diamine sarà, che non si vede ancora?

Se due fette di zuppa son state il pranzo mio,

Dovea spicciarsi anch'egli, e far quel ch'ho fatt'io.

Servirà la Contessa; ella non ha mai fretta.

Si dice alla padrona: il padrone mi aspetta.

Bisogno ho di denari; stassera convien spendere:

L'anello che ho impegnato, necessario è di vendere.

E se costui non viene, mi vedo disperato.

Non so per mio malanno dove l'abbia impegnato.

SCENA TERZA

Targa e il suddetto.

TAR.

Oh signor, per l'appunto in traccia ero di lei,

M'han detto ch'era qui.

CON.

Un grand'uomo tu sei.

Hai qualche novità?

TAR.

Una ne ho assai buona.

Un viglietto per lei. (presentandoglielo.)

CON.

Di chi?

TAR.

Della padrona.

CON.

Viene alla festa?

TAR.

Viene.

CON.

L'argento?

TAR.

Va benissimo.

CON.

L'abito sarà fatto?

TAR.

A momenti.

CON.

Bravissimo..

Sentiam che cosa dice Madama gentilissima. (aprendo il viglietto.)

Ti par che sia contenta?

TAR.

Contenta ed allegrissima.

CON.

Buono buono. Leggiamo. Manda i suoi complimenti

Al Conte di Belpoggio Doralice Studenti.

L'avvisa che stassera sarà a goder la festa,

Cessato il fier dolore di stomaco e di testa.

(Il mal dell'emicrania guarito ha coll'argento;

E uscì dalla mia borsa il suo medicamento).

Se stranamente accolto da lei fu questa mane,

Sa ben che qualche volta le donne sono strane.

(Lo so, lo so per prova; dacché le vado intorno,

Senza che mi maltratti non è passato un giorno).

Per altro lo assicura la mano che gli scrive,

Che al Conte sarà grata la dama, finché vive.

E a titol si protesta di mera confidenza,

Trattarlo qualche volta con qualche inavvertenza.

(Se questa cosa è vera, si vede certamente

Ch'io sono di Madama il maggior confidente).

E se di tal protesta scontento egli non è,

L'attende in propria casa a bevere il caffè.

(Ho inteso, andar conviene a prendere il mio resto:

Di già se mi strapazza, il mio destino è questo).

Va pur dalla padrona; falle i miei complimenti,

Dille che a riverirla mi porterò a momenti.

Che intanto la ringrazio dei sentimenti umani;

Che intorno a tutto il resto, io son nelle sue mani

TAR.

Glielo dirò, signore. Ma Targa, il poveretto…

CON.

Che vuoi?

TAR.

Non ho tabacco...

CON.

Vanne, Balestra aspetto;

Mi spiccio d'un affare, e poscia vengo subito.

Vanne, sarai contento.

TAR.

Eh sì, signor, non dubito. (parte.)

SCENA QUARTA

Il Conte solo, poi Risma.

CON.

Ecco, spendere è forza, chi vuol cotesti onori,

Se non colla padrona, almen coi servitori.

E Balestra non viene. Chi diamine sarà

Quella maschera donna?... mi par... si volta in là.

Affé, l'ho conosciuta; quella è la moglie mia.

Ha un uom che l'accompagna; non so chi diamin sia.

Ella si è travestita, ma la conosco all'aria.

Per qual motivo in giro la donna solitaria?

Vi sarà il suo mistero, vi sarà il suo perché.

Chi sa ch'ella non venga a ricercar di me?

È meglio da Madama andarmene a drittura,

Prima che mi assalisca con qualche seccatura. (in atto di partire.)

RIS.

Signor, è domandato.

CON.

Da chi?

RIS.

Non so chi sia.

CON.

Rispondi a chi mi cerca, ch'io sono andato via.

RIS.

Ci giocherei la testa, che il povero signore

Si crede che lo cerchi un qualche creditore.

Ma se saputo avesse ch'era donna...

SCENA QUINTA

La Contessa e Balestra mascherati, e detto.

BAL.

E così

Non viene il signor Conte?

RIS.

Già un momento partì.

CONT.

(Oh! questo mi dispiace). (da sé.)

BAL.

Sai dove andato sia?

RIS.

Nol so.

BAL.

Non vorrai dirlo.

RIS.

Nol so in parola mia.

BAL.

E pur qui m'aspettava.

CONT.

Che ci abbia egli veduti?

BAL.

Non crederei potesse averci conosciuti.

CONT.

Questo di mia sorella novissimo vestito

Credo anch'io conosciuto non sia da mio marito.

BAL.

Ed io son mascherato in guisa tal, che certo

Non mi conoscerebbe un uom di lui più esperto.

CONT.

Aspettiamolo dunque. (si pone a sedere.)

BAL.

Dubito ben che irato

Mi sgridi, se con voi mi vede mascherato.

Ma a costo anche di perdere la grazia del padrone,

Mi sprona e mi consiglia per voi la compassione.

A tante inconvenienze, in verità, signora,

Rimedierei, potendo, con il mio sangue ancora.

CONT.

Caro Balestra mio, tu sei un uom da bene;

Ma dolce qualche volta sei più che non conviene.

I quattro sonatori trovar non si doveva;

E d'impegnar l'anello sospender si poteva.

BAL.

Lo so, ma nell'impegno sì caldo l'ho veduto,

Che esimermi di farlo davver non ho potuto.

CONT.

Basta, vediamo il Conte, sentiam che cosa dice.

Ricever io non voglio madama Doralice.

BAL.

Oh! signora padrona, veda il suo genitore.

CONT.

La vista di mio padre mi dà qualche timore.

Conosco il suo costume, egli mi sgriderà,

Veggendomi al caffè.

BAL.

Non vi conoscerà.

CONT.

Stiamo zitti.

BAL.

Non parlo.

CONT.

Certo vi son de' guai.

Mio padre in questi luoghi non suol vedersi mai.

SCENA SESTA

Don Maurizio, Risma e detti.

MAU.

Vi è stato, ed è partito?

RIS.

Sì, signor.

MAU.

Tornerà?

RIS.

È facil ch'egli torni.

MAU.

Dunque l'aspetto qua. (Risma parte.)

CONT.

(Cerca di mio marito). (a Balestra.)

BAL.

(Qualcosa avrà saputo).

CONT.

(Qualche cosa io gli ho detto).

BAL.

(Per questo è qui venuto).

MAU.

(Quell'abito è simile a quello di mia figlia.

Giocherei ch'ella fosse, cotanto l'assomiglia.) (osserva il vestito della Contessa.)

(Lucrezia non sarà, di ciò non è capace.

Una fanciulla onesta troppo sarebbe audace.) (da sé.)

CONT.

(Molto attento mi guarda). (a Balestra.)

BAL.

(Ch'ei conosca il vestito?)

CONT.

(Povera me! gli è vero). (si copre col tabarro.)

BAL.

(Or siamo a mal partito).

MAU.

(Si copre? Dal mio sguardo nasconderlo procura?

Fosse Lucrezia? Oh cieli!)

CONT.

(Smania, mi fa paura).

MAU.

(Conoscerla vogl'io). Maschera, umil perdono

Chiedovi, se m'avanzo. Mi pare... in dubbio sono

Se siate o se non siate tal che conoscer parmi.

CONT.

(Egli mi ha conosciuta; più non posso celarmi). (da sé.)

MAU.

Maschera, un tal silenzio a scoprirvi mi appella.

Foste per avventura...

CONT.

Ah sì, signor, son quella. (s'alza e si smaschera.)

MAU.

Voi?

CONT.

Sì, signor.

MAU.

Ma come intorno col vestito

Della germana?

CONT.

In traccia men vo di mio marito.

MAU.

Ah Contessa, il marito s'attende in propria casa;

Di rintracciarlo altrove chi mai vi ha persuasa?

Se mal con voi si regge, convien rimproverarlo

In guisa che non possa giustamente irritarlo.

Lagnarvi pretendete invan de' torti suoi,

In luogo ov'ei potrebbe lagnarsi anche di voi.

Figlia, per una dama, credetemi, non è

Opportuna dimora la stanza d'un caffè.

E se di mal condotta potrà intaccarvi il Conte,

Cambiar voi l'udirete i rimproveri e l'onte,

Tutto perdendo il merto di vostra sofferenza

Per un delitto solo di poca convenienza.

Non fate che vi acciechi furor geloso e rio.

Tornate al tetto vostro. Questo è il consiglio mio.

CONT.

Signor, dall'amor vostro l'util consiglio accetto.

Ritornerò fra poco, ritornerò al mio tetto.

L'uso della città, che in pratica si vede,

Alle più oneste mogli la maschera concede.

Entrar negli onorati caffè qui non disdice.

Far scena collo sposo in pubblico non lice.

S'ei non mi ascolta in casa, lo cerco in altro sito.

MAU.

No, non è questo il luogo da parlare al marito.

CONT.

È ver, ma questa sera ei condurrammi in faccia

Madama a mio dispetto; e sarà ver ch'io taccia?

MAU.

Madama Doralice di voi parlò con stima.

CONT.

Se fingere sapesse, non sarebbe la prima.

Quel cor non conoscete.

MAU.

Io pur di lei sospetto;

Ma giova in ogni guisa accogliere il rispetto.

Poiché se in lei non spiega verso di voi l'amore,

Almen la soggezione dimostra ed il timore.

E allor che un cuor superbo umiliato si veda,

Politica l'accetta, ancor che non gli creda.

CONT.

Dunque voi mi volete esposta a sì gran prova?

E si farà il festino...

MAU.

Balestra ove si trova?

CONT.

Balestra eccolo qui.

MAU.

Balestra è il cavaliere?

CONT.

Sola non son che in maschera conduca il cameriere.

MAU.

E ben, signora maschera, la cosa come andò?

Trovaste i sonatori? (a Balestra.)

BAL.

Questa sera li avrò.

MAU.

L'opera in fatti è degna d'un peregrino ingegno:

Si ama il padrone a costo di metterlo in impegno,

E d'una prepotenza condotta con valore,

E della sua rovina Balestra avrà l'onore.

BAL.

Signor, chiedo perdono. Fermati ho i sonatori

Senza oltraggiar nessuno. Non vi saran rumori.

Un accidente ha fatto ch'eran disimpegnati;

Li ho avuti senza briga, e poco li ho pagati.

MAU.

Quand'è così, son pago. Figlia, può tollerarsi

Che possa col festino il Conte soddisfarsi.

CONT.

Facciasi pur, nol niego, se divertirsi ei brama,

Ma tollerar non posso che vengavi Madama.

MAU.

Ella non vi sarà.

CONT.

Signor, se l'ha invitata...

MAU.

Meco di non venirvi Madama si è impegnata.

CONT.

Possibile?

MAU.

Lo dico; crederlo a me dovete.

CONT.

Madama vi deride, signor, voi lo vedrete.

MAU.

Sì facile non credo ch'ella cotanto ardisca.

CONT.

Stassera lo vedrete. Voglia il ciel ch'io mentisca.

MAU.

No, no, ne son sicuro.

CONT.

Ma perché mai non viene?

MAU.

Vi basti che non venga; cercar più non conviene.

CONT.

Eppur non me ne fido.

MAU.

Figlia, la diffidenza

Che in donna è sì comune, mi muove ad impazienza.

Non vi verrà, vi dico; e s'ella vi venisse,

Son cavalier, lo giuro, farei che si pentisse.

Credete o non credete, su ciò garrir non soglio.

CONT.

Ascoltate, signore.

MAU.

Altro ascoltar non voglio. (parte.)

SCENA SETTIMA

La Contessa e Balestra.

CONT.

Balestra, che Madama non venga, sarà vero?

BAL.

Se 'l dice don Maurizio, verissimo lo spero.

CONT.

Se così è, si balli; ch'ei si diverta è giusto.

Che nato sia fra loro qualche novel disgusto?

BAL.

Può darsi.

CONT.

S'è così, venir tu la vedrai.

Di questi lor disgusti ne hanno aggiustati assai.

Oh quante volte il Conte da lei fu strapazzato,

E sempre alla sua bella s'è poi raccomandato.

Capace è di pregarla, capace è il babbuino

Di porsi anche in ginocchio per averla al festino.

Sì, mi par di vederla sì, ci verrà l'audace.

Chi sa che ora non sia il Conte a far la pace?

Perdoni il padre mio, se ora non l'obbedisco.

A casa non ritorno, se pria non mi chirarisco.

BAL.

Vien gente.

CONT.

Mascheriamoci.

BAL.

Andiam, padrona mia.

CONT.

Il Conte ha da venire. Per or non vado via.

BAL.

(Oh povero Balestra! Sono bene imbrogliato!) (da sé.)

CONT.

(Mio padre colle donne ha poco praticato). (da sé.)

SCENA OTTAVA

La marchesa Dogliata, la baronessa Oliva mascherate, servite da un uomo in maschera,

che non parla, e detti; poi Giovane del caffè. Vanno a sedere ad un tavolino,

dirimpetto a quello ove sta la Contessa.

MAR.

Vede, signor Barone? si pratica così:

Il caffè si suol bere tre quattro volte al dì;

E par che quel di casa non piaccia, e non sia buono;

E piene le botteghe di gente ogni ora sono.

BA.

(S'inchina senza parlare.)

BAR.

(S'inchina e non risponde). (alla Marchesa.)

MAR.

Niente niente italiano? (al Barone.)

BA.

(Inchinandosi fa cenno di no.)

MAR.

Che dite, Baronessa?

BAR.

Mi pare un bel baggiano.

Possiamo tralasciare di più complimentarlo.

MAR.

Possiam, quanto vogliamo, francamente mandarlo.

CONT.

(Le conosci?) (a Balestra.)

BAL.

(Mi pare).

CONT.

(La marchesa Dogliata,

La baronessa Oliva).

BAL.

(L'avea raffigurata). (vien portato il caffè, le due si levano la maschera.)

CONT.

(Quella maschera uomo chi diamine sarà?)(a Balestra.)

BAL.

(Mi pare un forestiere, non lo so in verità).

BAR.

(Si smascheri, signore). (al Barone.)

MAR.

(Io non gli parlo più). (da sé.)

BAR.

Così, si levi il volto. (gli leva la maschera.)

MAR.

(Oh che bel turlulù!) (bevono il caffè.)

BAR.

Stassera vuol venire con noi ad una festa? (al Barone.)

BA.

(S'inchina.)

BAR.

Egli non sa far altro che dimenar la testa.

BA.

(S'inchina.)

BAR.

Egli non sa far altro che dimenar la testa.

MAR.

Buono questo caffè? (al Barone.)

BA.

(S'inchina.)

BAR.

Servitor umilissimo. (burlandolo con una riverenza.)

Mi fa crepar di ridere. (ridendo forte.)

MAR.

Vi assicuro è bellissimo. (ridendo forte.)

BA.

(S'alza, prende la sua maschera, e parte.)

MAR.

Padrone.

BAR.

Riverito.

MAR.

Che grazia!

BAR.

Se n'è andato.

MAR.

Affé, se n'è avveduto che l'abbiamo burlato.

Se vedo mia cugina, vuò dirle in fede mia

Se ha più di tai foresti da darmi in compagnia.

BAR.

Fa cento mille inchini, e non sa dir parole.

MAR.

Da bravo ci ha piantate, e ci ha lasciate sole.

CONT.

(Ha fatto ben davvero; perch'ei non sa parlare,

Chi sa la civiltà, non l'ha da corbellare).

BAR.

A casa con chi andremo?

MAR.

La gondola è vicina.

BAR.

Bene: verrò con voi, mia cara Marchesina.

MAR.

Anche al festin poss'io servirvi, se vi aggrada.

BAR.

Sì, mi farete onore; già anch'io sto sulla strada.

MAR.

Vedrem questo bell'abito, che sfoggierà Madama.

BAR.

Secondo me, la sua superbiaccia si chiama.

MAR.

Quel caro suo marito mi par che abbia del matto.

BAR.

Eh, non mi fate dire. Chi sa chi gliel'ha fatto?

MAR.

Certo che don Alessio non può far certe spese.

BAR.

Egli non ha d'entrata cento ducati al mese.

MAR.

Ed ella a tutta moda sempre ha le cose pronte.

BAR.

Per niente non coltiva l'amicizia del Conte.

CONT.

(Senti?) (a Balestra.)

MAR.

Non dite forte.

BAR.

Non san di chi si parli.

MAR.

Cento ducati al mese fa presto a consumarli.

BAR.

Per questo dalla gente si pensa e si ragiona,

E poi chiaro si vede, che del Conte è padrona.

Avete voi sentito, che al ballo ed alla cena

Condurrà la figliuola di donna Rosimena?

MAR.

E condurrà la madre e il suo don Peppe ancora.

BAR.

Madama è la padrona.

MAR.

Il Contino l'adora.

CONT.

(Senti?) (a Balestra.)

BAL.

(Non so che dire).

MAR.

E la consorte?

BAR.

Oh bella!

Conviene che stia zitta.

MAR.

Perché è una scioccarella.

CONT.

(Non posso più). (a Balestra.)

BAL.

(Signora, andiam per carità).

CONT.

(Zitto, non inquietarmi. Io voglio restar qua).

BAR.

Vedrete questa sera Madama esser padrona,

E la moglie in un canto.

CONT.

(No, non sarò sì buona.

Padrone altre non voglio in casa mia soffrire;

Non si farà la festa, se credo di morire). (da sé.)

MAR.

Quella maschera chi è? (osservando di dentro.)

BAR.

Se il core il ver mi dice

Esser quella dovrebbe...

MAR.

Madama Doralice.

BAR.

Senz'altro. Ha il suo vestito che aveva stamattina.

Per dirla in veneziano, in maschera fa mina.([3])

CONT.

(Senti?) (a Balestra.)

BAL.

(Qualche periglio la sorte ci minaccia).

CONT.

(Par che il demonio istesso me la conduca in faccia).

BAL.

(Andiamo via).

CONT.

(Sta cheto).

SCENA NONA

Madama Doralice con una maschera, uomo, e detti.

MAD.

Amiche, oh ben trovate. (alle dame.)

Già sono in compagnia; se andar volete, andate. (alla sua Maschera, che parte.)

MAR.

(È ardita a questo segno).

BAR.

(Ammiro la franchezza).

CONT.

(Resistere non posso. Il cuore mi si spezza). (a Balestra.)

BAL.

(Andiamo via).

CONT.

(Sta cheto).

MAD.

(Eccola lì. Il vestito

È quello che mi disse il Conte suo marito). (osservando la Contessa.)

MAR.

Madama, che fortuna vi guida ora da noi?

MAD.

(Quella maschera chi è?) (Alla Marchesa, additando la Contessa.)

MAR.

(Non la conosco. E voi?)

MAD.

(Né anch'io).

BAR.

(Prima di noi era colà seduta).

MAD.

(Ho piacer che non sia da loro conosciuta). (da sé.)

MAR.

Chi è quel che vi ha lasciato? (a Madama.)

MAD.

È un dottor.

MAR.

Un dottore?

BAR.

L'avete licenziato?

MAD.

Lo mandai dal sartore.

BAR.

Vi servite di lui per galoppino.

MAD.

Appunto.

Servirmi e riservirmi a lui par un pan unto.

CONT.

(Così fa mio marito). (da sé.)

MAR.

Questa sera al festino

Lo condurrete?

MAD.

No.

MAR.

Perché no, poverino?

MAD.

Non son sì temeraria condur gente in un loco,

Ove, se andar io posso, ancor non sarà poco.

Il Conte mi ha invitata; ma l'ora ormai s'appressa,

E a me giunto l'invito non è dalla Contessa.

Da ciò par ch'ella poco gradisca ch'io ci sia;

Andar non mel permette la convenienza mia.

Può darsi che tornando a casa mio marito,

Mi porti della dama il grazioso invito.

Allor tutta contenta andrò per ringraziarla,

Ma certo non v'andrei, se avessi a incomodarla.

BAL.

(Sentite?) (alla Contessa.)

CONT.

(Sto a sentire).

BAR.

Non venne il suo consorte

Ad invitarvi? (a Madama.)

MAD.

Il Conte non venne alle mie porte.

Dopo che mi fu detto un certo non so che,

Da me non fu veduto.

BAR.

È vero?

MAD.

Così è.

Della Contessa amica io sono, ed esser voglio.

Recare altrui spiacere non devesi, e non soglio:

A lei principalmente, che tanto stimo ed amo.

Anzi l'unica cosa che ardentemente io bramo,

È di giustificarmi, ed il momento attendo

Per renderle giustizia.

BAL.

(Sentite?) (alla Contessa.)

CONT.

(Io non l'intendo).

MAR.

Madama, voi parlate con un linguaggio nuovo.

Che il creda la Contessa, sì facile non trovo.

MAD.

Voi conoscete poco, signora, al parer mio,

Chi è la Contessa, e meno sapete chi son io.

Ella è una saggia dama, che ha virtuoso il cuore;

Io sono una che apprezza le massime d'onore.

In lei non si condanna l'amor che ha per lo sposo;

Fa torto all'onor mio, chi lo dipinge odioso.

Esempio è la Contessa di nobile costume;

Io venero ed apprezzo della mia fama il nume.

Chi lei, chi me tentasse schernir con lingua ardita,

Son dama, e son capace di dargli una mentita.

BAR.

Non vi scaldate, amica.

MAR.

Schernirvi io non pretendo.

MAD.

In ciò son delicata.

BAL.

(Sentite?) (alla Contessa.)

CONT.

(Io non l'intendo).

MAR.

A donna Rosimena non deste voi parola

Di condurla al festino unita alla figliuola?

MAD.

Allor che di servirla tempo a risponder presi,

Di pregar la Contessa per introdurla intesi.

BAR.

Se attender voi volete che la Contessa il dica,

In casa sua al festino andrete con fatica.

MAD.

Protesto che del ballo non spingemi il desio;

Ma s'ella lo gradisse, v'andrei per l'onor mio.

Il mondo scellerato di noi parla in tal guisa,

Che siamo ingiustamente l'una e l'altra derisa.

Di noi che si direbbe, se non foss'io invitata?

Di me non so, ma lei sarebbe criticata.

Chi mi conosce appieno, sa ch'io non son capace

Di rendermi molesta, di turbar l'altrui pace.

E la Contessa istessa, che la giustizia apprezza,

Che in seno ha per costume nutrir la gentilezza,

Che ha un'anima sì bella, un cuor sì onesto e saggio,

A me si pentirebbe d'aver fatto un oltraggio.

Volesse il ciel che a lei parlar mi fosse dato;

Vorrei che chi m'insulta, restasse svergognato.

Vorrei gettarmi al collo della Contessa mia:

Scaccia, le vorrei dire, l'ingiusta gelosia.

L'amato tuo consorte il ciel ti benedica.

Contessa, ti son serva, ti son verace amica.

MAR.

(Che vi par, Baronessa?) (alla Baronessa, piano)

BAR.

(Di più dir non si può).

MAD.

(Arrendersi dovrebbe). (da sé, osservando la Contessa.)

CONT.

(Che deggio far?) (a Balestra.)

BAL.

(Nol so)

CONT.

(Andiamo). (s'alza.)

BAL.

(Un tal discorso...)

CONT.

(Sieguimi, ho già risolto). (parte.)

BAL.

(Per dir la verità, Madama ha detto molto). (parte.)

SCENA DECIMA

Le suddette Baronessa, Marchesa, Madama.

MAR.

La maschera è partita.

BAR.

(Chi sa chi diavol sia?) (da sé.)

MAD.

(Che mai sperar io posso della invenzione mia?) (da sé.)

MAR.

Ora sarà che andiamo.

BAR.

Andiam, se lo bramate.

MAD.

Son sola; ancora un poco, care amiche, aspettate.

MAR.

Possiam restare ancora.

MAD.

Voi mi farete onore.

BAR.

Restiam, finché ritorni il povero dottore.

SCENA UNDICESIMA

Balestra smascherato, e dette.

BAL.

Madama, al vostro albergo io fui, né vi trovai;

Finora in più d'un loco in van vi rintracciai.

A caso al caffettiere chiesi se foste qui,

Egli con mio piacere mi ha risposto di sì.

Pregavi la padrona vogliate in cortesia

Favorirla al festino, o sola, o in compagnia.

MAD.

Ditele che gradisco il generoso invito:

Goderò le sue grazie, unita a mio marito;

E che, se mel permette, con donna Rosimena

E colla sua figliuola verrò al festino.

BAL.

E a cena.

MAD.

Fatele i miei divoti sinceri complimenti;

Avrà poi da me stessa i miei ringraziamenti.

BAL.

(Sarà servita. Ancora non so s'io vegli o sogna;

Ma il Sospettar di tutto mi pare una vergogna). (da sé, e parte.)

SCENA DODICESIMA

La Marchesa, la Baronessa, Madama.

MAD.

Amica, che ne dite?

BAR.

Con voi me ne consolo.

MAD.

(Questo sì che può dirsi della finezza un volo). (da sé.)

MAR.

Oh, oh, guardate, amica.

BAR.

Che maschera da scena!

MAR.

Chi è quella?

BAR.

Non saprei.

MAD.

È donna Rosimena.

MAR.

Vecchia pazza!

BAR.

Tacete.

MAD.

Dirolle del festino.

BAR.

Chi è quel che l'accompagna?

MAR.

Il caro don Peppino.

SCENA TREDICESIMA

Donna Rosimena  con don Pepemascherati, e dette col giovine Caffettiere.

ROS.

Oh chi vedo! Madama! Oh Baronessa, addio.

Oh Marchesa, anche voi? Che bell'incontro è il mio?

MAD.

Per me posso ben dire che una fortuna è questa,

Per dirvi che senz'altro vi servirò alla festa.

ROS.

Anche don Peppe?

MAD.

Certo.

ROS.

Davver?

MAD.

Ve lo prometto.

ROS.

Don Peppe, noi faremo il nostro minuetto.

MAR.

(Sarà una bella cosa). (alla Baronessa.)

BAR. (

(Bellissima per certo).

PEP.

Madama, favorito son io senz'alcun merto.

MAD.

È gloria mia, signore, servire un cavaliero.

ROS.

Don Peppe è tanto buono! è tanto un uom sincero!

Vi ricordate voi quando in commedia han fatto

L'Uomo sincero? Egli era di don Peppe il ritratto.

BAR.

Sì, sì, me ne ricordo di quella commediaccia.

Vi è piaciuta?

ROS.

Sì certo.

BAR.

Davver, buon pro vi faccia.

ROS.

Mi piace tanto tanto sentir parlar latino;

Mi fa crepar di ridere quel bel don Pirolino.

MAD.

Ma qui si torna sempre al proposito antico.

Sempre, sempre commedie.

MAR.

Questo è quello ch'io dico.

Finiamola una volta.

BAR.

Andiam, che il tempo vola.

ROS.

Don Peppe, andiamo a casa a dirlo alla figliuola.

MAD.

Ecco il mio mascherotto. (viene chi l'ha accompagnata.)

MAR.

Or siete accompagnata.

MAD.

Amiche, ci vedremo. (Alfin l'ho superata.

Andrò alla festa, e androvvi con grazia e con decoro.

Un po' di buona testa affé val un tesoro). (da sé, e parte con la sua Maschera.)

MAR.

Andiamo, Baronessa.

BAR.

Eccomi, con voi sono.

MAR.

A donna Rosimena domandiamo perdono. (si inchinano.)

ROS.

Serva; ci rivedremo.

BAR.

Ci vedremo al festino.

ROS.

A principiar la festa verrò con don Peppino.

(Madama e la Contessa le ho fisse nel pensiero;

Che sian fra loro amiche, ancor non mi par vero. (alla Marchesa, e parte.)

MAR.

(De' dubbi anch'io ne ho. Ancora ho nella testa

Che senza qualche imbroglio non termini la festa).

ROS.

Andiamo, il mio don Peppe.

PEP.

Vi servo.

ROS.

Senza fallo.

Fra voi e me stassera vedranno Amore in ballo.


ATTO QUARTO

Notte

SCENA PRIMA

Camera in casa del conte, e lumi

Il Conte e Balestra.

CON.

Ha dunque la Contessa, per quel che mi si dice,

Mandata ad invitare madama Doralice?

BAL.

Sì signore, ed io stesso l'invito le ho recato.

CON.

Questo per me è un prodigio, un caso inaspettato.

Come andò la faccenda? come cambiò il pensiero?

Chi mai l'ha consigliata? Dimmi, Balestra, il vero.

BAL.

Nol so, signor.

CON.

Veduta l'hai tu con don Maurizio?

BAL.

Sì signore.

CON.

Suo padre è un uomo di giudizio.

Ei l'avrà persuasa, con un civile invito,

Salvar le convenienze di lei, di suo marito.

BAL.

Tutto andrà ben, signore.

CON.

Finora io vissi in pene.

Denaro...

BAL.

Egli è finito.

CON.

Or va, che anderà bene.

BAL.

Ecco qui il vostro conto.

CON.

Tu pure mi dicesti,

Che con quattro zecchini i sonatori avesti.

BAL.

Ecco il conto, vi dico: quattro nei sonatori,

Sei nelle cose dolci, nei vini e nei liquori.

Dieci ne diedi a voi, dieci ne ha avuti il cuoco.

Ecco trenta zecchini, e per la cena è poco.

CON.

È poco certamente, il cuoco mi ha parlato:

Pochissimo salvatico finora ha comperato.

E questi bottegai vili, scortesi, avari,

Non vogliono dar nulla, se lor non do denari.

BAL.

Guardi che brutta usanza!

CON.

Balestra, che faremo?

L'anello?

BAL.

È già impegnato.

CON.

E ben, lo venderemo.

BAL.

Venderlo a precipizio, signor, non è ben fatto.

CON.

Trovami del denaro; ne voglio ad ogni patto.

BAL.

Trovami del denaro? mostratemi la strada.

CON.

Eccola. Quell'anello a vendere si vada.

BAL.

Ma perché?

CON.

Non più ciarle. Io vendere lo vuò.

BAL.

Per quanto?

CON.

Che si venda per quello che si può.

Allor ch'io lo comprai, costò zecchini ottanta.

Di venderlo procura almeno per sessanta.

BAL.

Ma a quest'ora?

CON.

A quest'ora.

BAL.

Può darsi che un avaro

S'incomodi a quest'ora, e contimi il denaro.

Ma lo vorrà per niente.

CON.

Si venda a precipizio.

BAL.

(Donne, festini e gioco fan perdere il giudizio). (da sé, e parte.)

SCENA SECONDA

Il Conte, poi la Contessa

CON.

Son nell'impegno, e siamo al fin del carnovale.

Col tempo e coll'entrate rimedierò a ogni male.

CONT.

Conte, mi permettete che io dicavi una cosa?

CON.

Ditela, cuor gentile, anima generosa.

So quel che avete fatto, amabile Contessa.

CONT.

Da chi vi è stato detto?

CON.

Da Doralice istessa.

CONT.

(Dunque si va da lei). (da sé.)

CON.

Dite quel che bramate.

CONT.

Dove vel disse?

CON.

In casa.

CONT.

Dunque in sua casa andate.

CON.

V'andai per un affare... V'andai per suo marito...

Per un'informazione... ed anche per l'invito.

CONT.

Quattro ragioni unite che non stan bene insieme.

CON.

Ma che vorreste dire?

CONT.

Si vede che vi preme.

CON.

No davver, ve lo giuro...

CONT.

Basta per or si taccia.

Direi un'altra cosa, ma temo vi dispiaccia.

CON.

No, dite pur...

CONT.

Balestra... con lui non vi sdegnate.

CON.

No, non mi sdegnerò; presto, via terminate.

CONT.

Mi ha detto dell'anello che avete...

CON.

(Disgraziato!) (da sé.)

CONT.

E dice che ora venderlo pensate.

CON.

(Scellerato!) (da sé.)

CONT.

In verità mi spiace di quella gioja...

CON.

(Indegno!) (da sé.)

CONT.

Serbarla, se volete, potrei...

CON.

(Ardo di sdegno). (da sé.)

CONT.

Potrei qualche denaro somministrarvi anch'io.

Se dodici zecchini vi bastan... (con la borsa in mano.)

CON.

Sì, amor mio.

CONT.

Compatite Balestra; lo fa per il decoro

Della famiglia nostra.

CON.

Val Balestra un tesoro.

CONT.

Gradite l'amor mio?

CON.

Sì, cuor pietoso umano.

Vado a supplir... lasciate ch'io vi baci la mano. (parte.)

SCENA TERZA

La Contessa, poi Lesbino.

CONT.

Egli la man mi bacia; ma non gli vedo il cuore.

Non so per interesse se 'l faccia, o per amore.

LES.

Vengono delle dame.

CONT.

Se son delle invitate,

Passin liberamente senza far imbasciate.

Quel che alla porta bada, la lista ha dell'invito;

Se nasce qualche impegno, s'avvisi mio marito.

LES.

Sì, signora. (in atto di partire.)

CONT.

Ma senti: pian piano, e con bell'arte,

Quando Madama viene, avvisami in disparte.

LES.

Sarà servita. (come sopra.)

CONT.

Ascolta. Quand'ella viene, allora

Non lo dir al padrone, dillo a me.

LES.

Sì, signora.

CONT.

S'ella chiedesse il Conte, dille: la servo, e lesto

Viemmi a dare l'avviso senza dir nulla, e presto.

LES.

La servirò. (come sopra.)

CONT.

Se mai, ascoltami, se mai (richiamandolo.)

Ti prevenisse il Conte, tanto e tanto verrai.

LES.

E s'egli non volesse...

CONT.

E tu lascialo dire.

Che il paggio da me venga, nessun lo può impedire.

Sento l'orchestra in moto. Principiano la festa.

Gran cose questa sera mi passan per la testa.

LES.

La povera padrona ha nella fantasia

Impresso il brutto male che ha nome gelosia.

Mi pare una gran cosa. Tre case ho già servito,

E mai di gelosia parlar non ho sentito.

Veduto ho dei mariti levarsi di buon'ora,

Senza veder in faccia nemmeno la Signora;

E qualchedun trovando su per le scale in fretta,

Dir con indifferenza: andate, che vi aspetta.

Veduto ho delle mogli che ridon del marito,

Se san ch'egli si lagni d'avere il cuor ferito.

E due, marito e moglie, da me serviti in prima,

Avevano l'un l'altro di lor cotanta stima,

Che per non abusare di troppa confidenza,

Scontrandosi per casa faceansi riverenza.

E se per accidente chiedean: dove si va?

Dicean: vo dove voglio con tutta civiltà.

Qui pur si fa lo stesso, ma vi è un divario solo,

altrove si sta in pace, e qui si vive in duolo.

Onde chi faccia peggio di lor non so decidere;

Ma so che questi e quelli il mondo fanno ridere.

SCENA QUARTA

Madama Doralice, don Alessio e detto.

MAD.

Andiam per questa parte, che tanto si va bene.

ALE.

Passiamo alla Contessa l'uffizio che conviene.

MAD.

Alla Contessa o al Conte la stessa cosa è questa.

Dimmi, dov'è il padrone? (a Lesbino.)

LES.

Ei sarà sulla festa.

MAD.

Il ballo è principiato?

LES.

Oh sì, signora.

MAD.

Che?

LES.

Mezz'ora è che si balla.

MAD.

(Ballan senza di me?) (da sé.)

ALE.

Possiamo andar innanzi.

MAD.

Chiamami il tuo padrone.

LES.

Sì signora.

MAD.

Non farti sentir dalle persone.

Puoi dirgli nell'orecchio che tosto ei venga qui.

LES.

(Avviso la padrona). Vado, signora sì. (parte.)

SCENA QUINTA

Madama e don Alessio

ALE.

Perché dirglielo piano? Che cerimonia è questa?

MAD.

Faccio per non recare disturbi sulla festa.

ALE.

Bene.

MAD.

(Dell'aspettarmi così mantiene il patto?

Vuò che mi paghi il Conte l'affronto che mi ha fatto). (da sé.)

ALE.

Ma dirlo alla Contessa mi par più convenienza.

MAD.

Il disturbar la dama sarebbe un'insolenza.

ALE.

Benissimo.

MAD.

(Per poco me n'anderei di qua

Se non si scusa il Conte, se non sa far... chi sa?) (da sé.)

ALE.

Pericolo non vi è, che mormorin di noi?

MAD.

Apprender non ho d'uopo a vivere da voi.

ALE.

Non parlo più.

MAD.

(Non viene, s'accresce il mio dispetto). (da sé.)

ALE.

Ecco qui la Contessa.

MAD.

(Oh paggio maledetto!) (da sé.)

SCENA SESTA

La Contessa e detti.

CONT.

Madama.

MAD.

Vi son serva.

ALE.

Con il rispetto mio...

CONT.

Perché non inoltrarvi?

ALE.

Glielo diceva anch'io.

MAD.

Tacete. (a don Alessio.)

ALE.

Tacerò.

CONT.

Bisogno d'imbasciata

Non vi è per una dama che fu da me invitata.

ALE.

Sentite? (a Madama.)

MAD.

Don Alessio, tacete in cortesia.

Lasciatemi parlare, che l'incombenza è mia.

ALE.

Andrò, se il permettete, Contessa, in sulla festa. (alla Contessa.)

MAD.

Andate, seccatore.

ALE.

Ma la gran bestia è questa! (parte.)

SCENA SETTIMA

La Contessa e madama Doralice.

CONT.

Madama, ad un marito tai scherni e tai parole?

MAD.

Ciascun, Contessa mia, l'intende come vuole.

CONT.

È ver; voi dite bene: entrarvi non degg'io,

Basta che dei mariti lascino stare il mio.

MAD.

Amica, io non intendo quello che dir vogliate.

CONT.

Possiamo sulla festa andar, se comandate.

MAD.

Spiegatevi, se avete di me qualche sospetto.

CONT.

No, Madama: che dite? troppo ho per voi rispetto.

Solo mi parve strano, che sendo mio l'invito,

Mandaste dell'arrivo l'avviso a mio marito.

MAD.

È ver, chiesi del Conte. Per questo? Vi dirò...

La civiltà, Contessa, mi piace; e anch'io la so.

Incomodar la dama pareami inconveniente,

Immersa in complimenti in mezzo a tanta gente.

CONT.

Troppo gentil, Madama. (con una riverenza.)

MAD.

E poi quell'imbasciata

Non io, ma don Alessio al paggio ha incaricata.

CONT.

Scusate se non venne il Conte al suo dovere.

Ei balla; e quando balla, vi ha tutto il suo piacere.

Ei lascia a peso mio cotai ricevimenti,

E mandami in sua vece a far suoi complimenti.

MAD.

Ei vi mandò a onorarmi?

CONT.

A me diè quest'onore. (inchinandosi.)

MAD.

Possibile?

CONT.

Vi prego d'aggradir...

MAD.

Troppo onore. (inchinandosi.)

(Manda la moglie il Conte; ei balla, e me non cura.

Ah! vorrei, se potessi, andarmene a drittura). (da sé.)

CONT.

Andiam; sono a servirvi.

MAD.

Vi è molta gente?

CONT.

Molta.

MAD.

La sala sarà piena.

CONT.

Certo la sala è folta.

MAD.

Caldo grande?

CONT.

Eccessivo.

MAD.

Il caldo è il mio tormento.

CONT.

Due dame, per il caldo, caddero in svenimento.

MAD.

Dunque è meglio ch'io vada.

CONT.

Perché?

MAD.

Perché la festa

Non abbia a rovinarmi, scaldandomi la testa.

CONT.

Non crederei... ma siamo soggette a cento mali,

Da che le convulsioni son rese universali.

MAD.

Voi ne patite?

CONT.

Assai; perciò fa il mio Contino

Per mio divertimento la cena ed il festino.

Tanto il pregai, che alfine fece per me l'invito,

In cui l'amor si vede spiccar di mio marito.

MAD.

Per voi la festa è fatta?

CONT.

Per me; sembravi strano,

Che sia colla sua sposa sposo gentile e umano?

Non usasi, egli è vero, che soglia far la corte

Con tai divertimenti lo sposo alla consorte;

Ma in casa mia per altri, lo giuro e lo protesto,

Farlo non ardirebbe un cavaliere onesto.

E chi è colei che avesse spirti sì vili e rei,

D'esser da lui servita in fin sugli occhi miei?

Tutte le dame, tutte, furo da me invitate,

Venute da me sola, qual foste voi, pregate.

E se scoprir potessi che fossevi un mistero,

Che alcuna mascherasse colla menzogna il vero,

Qual mi vedete umile, avrei spirito ardito

Per discacciarla ancora in faccia a mio marito.

MAD.

Par vi scaldiate meco; e intanto state qui,

E il Conte si diverte, né sapete con chi.

CONT.

Lascio ch'ei si diverta; a me non preme niente

Ch'ei tratti, ch'ei conversi, col cuore indifferente.

Sceglier lo vidi al ballo la vaga e la vezzosa;

In pubblico può farlo.

MAD.

(Son di lei più gelosa). (da sé.)

CONT.

Andiamo, egli ci aspetta.

MAD.

Dite che mi perdoni.

CONT.

Perché venir negate?

MAD.

Ho le mie Convulsioni.

CONT.

(Maschera, ti conosco). (da sé.)

MAD.

Voglio partir, Contessa.

Chiamisi don Alessio.

CONT.

Il Contino si appressa.

SCENA OTTAVA

Il Conte e dette.

CON.

Qui Madama? Contessa, le fate compagnia?

V'attendono alla festa.

CONT.

Vuol Madama andar via.

CON.

Ma perché? Don Alessio, il mio gentile amico,

Balla, v'aspetta e cerca.

MAD.

Voglio partir, vi dico.

CON.

Eh via!

CONT.

Non so che dire, anch'io pregata l'ho;

Ma quando vuol partire, fermarla non si può.

CON.

La fermerò ben io. Cara Madama...

CONT.

Cara?

CON.

Termine d'amicizia.

CONT.

Ogni dì più s'impara.

MAD.

Ma non c'è un uomo, un paggio, un diavolo vestito?

CON.

Che volete, Madama?

MAD.

Io voglio mio marito.

CONT.

Lasciate che si servi; quest'è il minor de' mali,

Prima che le si destino gli effetti matricali

CON.

Tacete. (alla Contessa.)

MAD.

Troppo amore ha per me la Contessa.

CONT.

Volete don Alessio? lo chiamerò io stessa.

CON.

Non tocca a lei, signora.

CONT.

Supplisco al suo dovere.

Se vuol partir Madama, non si dee trattenere.

MAD.

(Or di restarci ho voglia). (da sé.)

CON.

So da che il mal procede;

Che siete ognor più pazza in pratica si vede.

CONT.

Sì, lo sarò; ma intanto le mie pazzie raffreno;

Vi lascio colla bella in libertade appieno. (parte.)

SCENA NONA

Madama Doraliceed il Conte

MAD.

L'udiste?

CON.

Non badate. Sentite una parola...

MAD.

O venga don Alessio, o partirò io sola.

CON.

Se parte don Alessio, se voi tornate via,

Che mai di tale evento dirà la compagnia?

Se preme a voi l'onore, venir dovete al ballo,

Andarvene in tal guisa sarebbe il maggior fallo.

MAD.

Pensi, come l'intende, ciascuno a' casi suoi.

Apprender non ho d'uopo a vivere da voi.

CON.

Via, Madama.

MAD.

Son stanca. (gli volta le spalle.)

CON.

Volgete a me quegli occhi.

MAD.

Non serve.

CON.

(Maledetta! vorrà ch'io m'inginocchi). (da sé.)

Per questa sera sola deh siate sofferente.

Eccomi a' vostri piedi in atto riverente.

Vi supplico, vi prego pel mio, pel vostro onore;

Donate a chi vi serve quest'ultimo favore. (in atto di prostrarsi.)

SCENA DECIMA

Don Maurizio e detti.

MAU.

Come! il genero a' piedi di femmina prostrato?

Qui, Madama? m'avete in tal guisa ingannato?

MAD.

Non v'ingannai, signore, qui non m'avrei portata,

Se la figliuola vostra non mi avesse invitata.

Al ballo ora m'invio. Femmina vil si mostra

Colei che grazia nega ad uomo che si prostra. (parte.)

MAU.

Son fuor di me; che intesi?

CON.

Avete il ver sentito.

Mia moglie, e figlia vostra, a lei mandò l'invito.

S'ora è pentita e freme, che farle io non saprei:

Non voglio comparire ridicolo per lei. (parte.)

SCENA UNDICESIMA

Don Maurizio, poi la Contessa.

MAU.

Credere a chi degg'io? A lei dalla Contessa

Fu mandato l'invito. Nol credo; ella s'appressa.

CONT.

Ah signor, riparate i miei scorni, i miei danni.

Per tutto ove mi volgo, non ritrovo che inganni.

MAU.

Ditemi, è ver che voi invitaste alla festa

Madama?

CONT.

È ver, signore, ma la ragione è questa...

MAU.

Non odo altre ragioni; così mi basta, e vedo

Che siete forsennata assai più che non credo.

Doletevi di voi, cagion d'ogni periglio;

Da me più non chiedete né aiuto, né consiglio.

CONT.

Signor...

MAU.

Più non ascolto gli stolidi lamenti

D'una che può sì tosto cambiar di sentimenti.

CONT.

Ah genitor pietoso, uditemi, vi prego:

Io fui che l'ho invitata, l'accordo, e non lo nego.

Ma dove mi vedeste quest'oggi nel caffè,

Con tal sincero affetto mostrò parlar di me;

Mostrò cotanta pena degli spiaceri miei,

Che d'ogni mio sospetto pentimmi, e le credei.

MAU.

Quel labbro v'ha ingannata; figlia, se così è,

Voi foste nell'udirla più debole di me.

CONT.

È ver.

MAU.

Qual nuovo avete motivo di lagnarvi?

CONT.

Mi sprezzano, m'insultano. Oh Dio! non vuò annoiarvi.

MAU.

Povera figlia! andiamo.

CONT.

Dove, signore?

MAU.

Al ballo.

CONT.

Ah, non ho cuore.

MAU.

Il piede por non si deve in fallo.

Si termini il festino, consumisi la cena;

Frenate per poch'ore nell'animo la pena;

E questa cautamente agli occhi altrui celata,

Ridicola sfuggite di farvi alla brigata.

In tempo della festa, o in tempo del convito,

Io stesso di Madama ragionerò al marito.

Con lei più non favello, starò da lei lontano,

Scorgendo che con donna si getta il tempo invano.

Mi udirà il Conte vostro, saprà la mia intenzione

E al nuovo sol farassi miglior risoluzione.

Intanto la prudenza di regola vi sia.

Andiam, venite meco; andiam, figliuola mia. (parte.)

CONT.

Vengo; pietoso il cielo conservi a me l'amore,

Se non del sposo ingrato, almen del genitore.

Oimè! mi dà conforto il genitor pietoso;

Ma quel che più mi preme, è il cuor del caro sposo. (parte.)


ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Sala del festino illuminata

La Contessa, Madama, la Marchesa, la Baronessa, il Conte, don Alessio, don Maurizioed altre persone di vario sesso, sedendo e ballando.

(Aprendosi la sala del ballo, vedesi fare il minuetto la Marchesa con uno dell'invito. Terminato questo la Marchesa va a prendere il Conte, e fanno il loro minuetto, dopo del quale il conte va a prendere in ballo Madama. La Contessa, sdegnata che suo marito balli con Madama, s'alza e si ritira, mentre ballano. Don Maurizio la segue. Madama finisce il minuetto, l'orchestra si ferma, e vengono i rinfreschi.)

MAD.

La Contessa dov'è? (al Conte, sedendogli vicino.)

CON.

Non so. Sarà partita.

MAD.

Perché ballaste meco, affé che se n'è ita.

CON.

Non crederei per questo.

MAD.

Con questi grilli suoi

Or ora mando al diavolo la festa, lei e voi.

CON.

Io che colpa ne ho? Non merto un tal strapazzo.

MAD.

Voi siete un insensato, uno stordito, un pazzo.

CON.

(S'alza sdegnato, e va a sedere dall'altra parte.)

MAD.

(Fa lo stesso, e siede presso d'un altro.)

BAR.

(Madama e la Contessa sono nemiche ancora). (alla Marchesa.)

MAR.

(E saran sempre tali; non ve lo dissi allora?) (alla Baronessa.)

SCENA SECONDA

Don Maurizio e detti.

MAU.

Signor, con buona grazia, mi spiace incomodarvi. (a don Alessio.)

ALE.

Che avete a comandarmi? (s'alza.)

MAU.

Bisogno ho di parlarvi.

ALE.

Eccomi. (s'incammina.)

MAU.

Favorite nella vicina stanza.

MAD.

Dove andate? (a don Alessio.)

ALE.

Nol so. (camminando.)

MAU.

Passate. (a don Alessio, e partono.)

MAD.

Che creanza!

BAR.

(Certo vi è qualche imbroglio!) (alla Marchesa.)

MAR.

(Così pare anche a me).

BAR.

(Pagherei sei zecchini a sapere com'è).

MAD.

Dite. (al Conte.)

CON.

Son qui. (accostandosi.)

MAD.

(Badate che non vi sien schiamazzi).

CON.

(Rispondere non sanno i scimuniti, i pazzi). (torna al suo posto.)

MAD.

(Bravo, signor Contino, gli prendo più concetto;

Ch'ei sia tre volte al giorno ben bene maledetto).

BAR.

(Per quello che si vede, vi è qualche gran rottura).

MAR.

(Un'amicizia simile lungamente non dura). (fra di loro.)

BAR.

(Superba è come il diavolo).

MAR.

(Spezialmente stassera,

Perché ha il vestito nuovo, non ci ha guardate in cera).

BAR.

(Si vede ben che avvezza non è a portar vestiti).

MAR.

(Ne ho sette in guardarobe degli abiti guarniti).

BAR.

(Questo de' miei vestiti è forse dei più brutti).

MAR.

(Anch'io mi ho messo intorno il peggiore di tutti).

SCENA TERZA

Don Maurizio e detti.

MAU.

Genero, una parola. (al Conte.)

CON.

Signor, sono con voi. (s'alza.)

MAD.

Conte, Conte, sentite.

CON.

Verrò a servirla poi. (parte con don Maurizio.)

MAD.

(Contro di me si macchina qualche altra impertinenza). (da sé.)

MAR.

(Madama si fa brutta). (alla Baronessa.)

BAR.

(Saprà la sua coscienza).

MAD.

(Voglio sentire anch'io. Il passo non è ardito,

Se vuol veder la moglie che fan di suo marito). (s'invia per andare da sé.)

SCENA QUARTA

La Contessa e dette.

CONT.

Dove si va, Madama? (arrestandola.)

MAD.

Di mio consorte in traccia.

CONT.

Lasciarlo anche un momento per or non vi dispiaccia.

MAD.

Io voglio andar dov'è.

CONT.

Padrona, non si può.

MAD.

Eh sì, che si potrà.

CONT.

Ed io dico di no.

MAD.

A me un affronto?

CONT.

Eh via, Madama, siate buona.

Di tutta questa casa voi siete la padrona.

Offendervi non credo se, per divertimento,

Vi prego don Alessio attendere un momento.

MAD.

Qui vi è qualche mistero.

CONT.

No, certamente, amica.

Quello che fan là dentro, volete ch'io vel dica?

D'accordo tutti tre dispongono la cena.

Oh! guardate chi viene. Vien donna Rosimena.

Venite qua, sedete, che ballerem di nuovo.

(A finger m'insegnasti, e fingere mi provo). (da sé.)

MAD.

(Attendo ancora un poco). (siedono.)

BAR.

Ecco la vecchiarella.

MAR.

E vien colla figliuola.

BAR.

E con don Peppe. Oh bella!

SCENA QUINTA

Donna Rosimena, donna Stellina, don Peppe e dette.

CONT.

(Va incontro a donna Rosimena.)

Oh donna Rosimena! Ecco la vostra sedia.

Sì tardi?

ROS.

Sono stata a veder la commedia.

CONT.

Come riesce?

ROS.

Non so.

STE.

Mi ha fatto tanto ridere.

PEP.

Or ora nel Ridotto si sentirà a decidere.

CONT.

È in versi?

PEP.

Sì signora; ma naturali e piani.

ROS.

Venuta è la diarrea de' versi martelliani.

CONT.

Un verso ch'era morto appena dopo nato,

Chi mai creduto avrebbe veder risuscitato?

STE.

Per me non me n'intendo; ma il verso mi consola.

ROS.

Donna Stellina intende. E poi è mia figliuola.

MAR.

(Anch'io voglio sentire). (s'alza e s'accosta agli altri.)

BAR.

(Voglio sentire anch'io). (fa lo stesso.)

MAD.

Si parla di commedie? Vuò dire il parer mio. (s'alza.)

Come riuscì il Festino?

ROS.

Don Peppe lo dirà.

PEP.

Che volete ch'io dica? doman si sentirà.

Per me non mi dispiace, perché ci trovo il vero;

La veritade è quella che appaga il mio pensiero.

CONT.

In fatti il grand'onore che si acquistò Moliere,

Fu perché con il vero studiava di piacere.

Dipingere i Francesi vedeano con diletto

In scena quel che spesso vedean nel loro tetto.

E stanchi d'ammirare l'ara, lo stilo, il nume,

Amavan di godere la critica e il costume.

Anche l'Italia nostra, se di variare è vaga,

Del vero, se lo trova, con più ragion s'appaga,

E questo è quel che puote durare in ogni età,

Quel che dà gusto a tutti, e sempre piacerà.

ROS.

Contessa, sono qui colla figliuola mia...

CONT.

Si destino in orchestra, si suoni in cortesia. (scuotendola.)

Che si ripigli il ballo.

ROS.

Sì, cara Contessina.

CONT.

Un ballo con don Peppe farà donna Stellina.

ROS.

Balli con mia figliuola qualcun altro, se c'è.

Don Peppe, compatite, non balla che con me.

CONT.

Ballerà quel signore con lei, se non vi preme. (accenna un Ballerino.)

ROS.

Sì, sì fan bel vedere due giovinotti insieme.

BAR.

(Che buona madre!) (alla Marchesa.)

MAR.

(Apposta la conduce all'invito).

BAR.

(Perché poi senza dote ritrovisi il marito). (Tutti siedono. Si ripiglia il ballo. Donna Stellina balla col Ballerino. Poi donna Rosimena invita don Peppe e fanno il minuetto.)

SCENA SESTA

Il Conte e detti.

CON.

Basta così, per ora. Sospendano, signori.

Vadasi a cena, e diasi riposo ai sonatori.

Dopo quel della cena brevissimo intervallo,

Si tornerà a riprendere, finché vi piace, il ballo.

CONT.

Le dame favoriscano d'andar, s'è loro in grado.

MAR.

Io non mi fo pregare. (s'alza e parte.)

BAR.

Sì, Contessina, io vado. (s'alza e parte.)

ROS.

Don Peppe, don Peppino, favorite la mano.

Il ballo mi ha stancata; servitemi pian piano.

PEP.

Andiam, come v'aggrada.

ROS.

Seguitemi, figliuola. (a donna Stellina, alla quale il Ballerino porge la mano.)

Lasciatevi servire. (Quel giovane consola) (parte con don Peppe.)

STE.

Signor, bene obbligata; se degnasi onorarmi,

La prego qualche volta venire a ritrovarmi. (parte col Ballerino.)

SCENA SETTIMA

La Contessa, Madama, il Conte.

CONT.

(Poca prudenza è questa di donna Rosimena,

Condurre una fanciulla al ballo ed alla cena).

MAD.

(L'ultima son di tutti, e nulla a me si dice?)

CON.

Non passa, non fa grazia madama Doralice?

MAD.

Non ceno mai, Contessa, e poi sturbar io dubito...

Don Alessio dov'è?

CONT.

Vado a chiamarlo subito. (le fa una riverenza e parte.)

SCENA OTTAVA

Madama ed il Conte.

MAD.

Prontissima in graziarmi! Che dice il signor Conte?

CON.

Dico che stanco sono di sofferir vostr'onte.

Non credo meritarmi che in mezzo ad un invito

I titoli mi diate di pazzo e scimunito.

MAD.

Oh oh, che cosa nuova! offeso ella si chiama?

L'ho detto cento volte.

CON.

Per grazia di Madama;

E l'ho potuto in pace soffrir da sola a solo;

Ma in pubblico non voglio.

MAD.

No da ver? Mi consolo.

CON.

Favorite alla cena.

MAD.

Eh no, voglio andar via,

Non voglio disturbarvi la dolce compagnia.

Dell'altre non si lagna la vostra cara sposa;

Trattar tutte vi lascia, di me solo è gelosa.

CON.

Madama, il tempo passa; si mormora di noi.

Venite, se vi aggrada.

MAD.

Signor no, andate voi.

CON.

Sarò costretto andarvi.

MAD.

Andate. Niun ci sente;

Posso senza sdegnarvi parlar liberamente.

Posso fra voi e me seguir lo stile usato,

E dirvi un incivile, chiamarvi un malcreato.

CON.

Ed io risponder posso, con stil novello e franco,

Che di cotali ingiurie sono annoiato e stanco.

MAD.

Ah! ah! (ridendo.)

CON.

Ridete pure; ma altrove non si ride;

Di me, di voi, là dentro si parla e si decide.

Con me, con don Alessio parlato ha don Maurizio:

Preveggo di due case vicino il precipizio.

Onde fra noi, Madama, vi dico in confidenza

Essere necessaria un po' più di prudenza.

MAD.

Per me ci penso io. Alfin sono una dama.

Voi lasciatemi in pace.

CON.

Vi servirò, Madama.

MAD.

Ah! non so chi mi tenga... non faccia un criminale.

CON.

Moderate, signora...

MAD.

Sento che mi vien male.

CON.

Presto, presto, sedete. (le dà una sedia.)

MAD.

Soccorretemi, Conte. (gettandosi sulla sedia.)

CON.

(Quando voglion le donne, le convulsioni han pronte).

MAD.

Oimè! (s'abbandona.)

CON.

Ehi, chi è di là? (chiama.)

SCENA NONA

La Contessa, don Alessio, don Maurizio e detti.

CONT.

Madama è qui seduta?

ALE.

Che si fa? non si viene?

CON.

La misera è svenuta.

CONT.

Ella, signor Contino, fatta l'ha tramortire? (con ironia al Conte.)

ALE.

Io, io che so il suo male, la farò rinvenire.

Animo, signorina, si desti in cortesia.

MAD.

Cosa fu? dove sono? (rinviene.)

ALE.

Animo; andiamo via.

MAD.

Dove?

ALE.

A casa per ora, poi domani mattina

A prendere le poste.

MAD.

Quali poste?

ALE.

A Fusina([4]).

MAU.

Giunse la trista nuova di don Alessio al cuore,

Esser vicino a morte in patria il genitore;

Egli è per ciò dolente, egli perciò destina

Partir velocemente.

ALE.

Partir doman mattina.

MAD.

(Ho capito il mistero). Partiamo in sul momento

Or non mi si poteva recar maggior contento.

Contessa, se in mia casa il Conte ha frequentato,

Colà non potrà dire d'aversi rovinato.

S'io lo stimassi o no, svelare or non intendo;

Ma l'onor mio che apprezzo, difendere pretendo.

E se la mia condotta vi diè qualche tormento,

Protesto averlo fatto per mio divertimento.

Per me, di lui mi scordo con il più forte impegno;

Se torna in casa mia, lo reputo un indegno.

ALE.

E ben?...

MAD.

La non si scaldi. Andiam, signor marito. (parte.)

ALE.

(Si pagheran le poste coll'abito guarnito). (da sé.)

CON.

Schiavo, signori.

CONT.

Serva.

CON.

Vi domando perdono.

ALE.

Niente. (Questo succede all'uom ch'è troppo buono). (da sé, e parte.)

SCENA DECIMA

Don Maurizio, la Contessa ed il Conte

MAU.

Conte, non vi affliggete.

CON.

Deh, lasciatemi in pace.

CONT.

D'aver la grazia sua perduta vi dispiace?

CON.

No, la conobbi alfine; era già stanco e lasso

Donna servir che ingrata di me prendeasi spasso.

Perdono a voi domando...

CONT.

Per me non vi dia pena.

Basta che non torniate...

SCENA ULTIMA

Donna Rosimena e detti.

ROS.

Quando venite a cena?

MAU.

Eccoci.

ROS.

Ov'è Madama?

MAU.

Madama è andata via.

ROS.

Ho piacer; più contenta sarà la compagnia.

CONT.

Perché?

ROS.

Perché, vedete? Madama è una di quelle

Che con quanti s'abbattono far vogliono le belle.

E quando esse ci sono, san fare e san dir tanto,

Che le fanciulle giovani si lasciano in un canto.

Per me non son così. Far torto altrui non seppe

Il cuor di Rosimena. Mi basta il mio don Peppe.

CONT.

Contenta sono anch'io per ciò non men di voi.

Il ciel non abbandona coi benefizi suoi.

Or sì contenta al ballo, contenta andrò alla cena,

Tratta dal cuor la spina che lo teneva in pena.

Ringrazierò la sorte, ringrazierò il destino,

Con pace e con letizia se termina il Festino.

Fine della Commedia.


([1]) Il personaggio medesimo rappresentato aveva quello di Curcuma.

([2]) L'attrice medesima rappresentò nell'anno stesso il personaggio d'Ircana.

([3]) Bell'aria brillante

([4]) La prima posta dopo la laguna di Venezia.

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