Il fischio del treno

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giallo in due parti e un epilogo

di IVANO BERTOLETTI

Personaggi:

Stefania

Lorenzo

Monica

Il commissario Ruperti

Davide

Castelli

Salone di un appartamento con arredamento moder­no e lussuoso. La porta di sinistra conduce alla parte in­terna della casa, mentre la porta d'ingresso è a destra. Contro la parete di fondo c'è la libreria e in uno dei suoi scomparti, centralmente, c'è un giradischi.

            

« EPILOGO »

Una donna, con i capelli sciolti sulle spalle e con in­dosso una vestaglia azzurra, è di spalle al proscenio, il viso non riconoscibile, e sta mettendo un disco. Solo la sua persona è in penombra, mentre il resto della scena è completamente al buio. Le voci dei Beatles rompono il silenzio, ma, quasi contemporaneamente, il silenzio è devastato da due spari. La donna ha un sussulto e, sen­za un gemito, scivola lentamente sul pavimento, con il volto nascosto, rivolto verso la parete di fondo...

(si chiude il sipario.)

PRIMA PARTE

All'aprirsi del sipario la scena è vuota. Sul divano c'è una borsa di plastica con stampigliata la scritta di un negozio di abbigliamento. Dopo alcuni secondi entra da sinistra Stefania, vestita elegantemente. Ha in mano un sacchetto dell'immondizia, pieno e chiuso con un legac­cio. Esce a destra. Poco dopo rientra, mette sul giradi­schi « Yesterday » dei Beatles, va al mobile bar, pren­de un bicchiere e una bottiglia di whisky e ne versa un poco. Si siede sul divano e, con più sorsi, beve il whi­sky. Tra un sorso e l'altro rimane con lo sguardo fisso nel vuoto. Terminato di bere, esce a sinistra con il bic­chiere, e rimette la bottiglia al suo posto. Apre la bor­sa di plastica, ne estrae un maglione dal disegno e dai colori giovanili. Lo guarda per qualche istante, quindi lo indossa. Se lo sistema e sta per uscire a sinistra, quan­do suona il campanello. Stefania compie con il capo uno scatto improvviso, quasi spaventata dallo squillo. Ri­mane bloccata a fissare la porta d'entrata. È tesa. Se­condo squillo.

Stefania - (ancora immobile) Chi è?

Monica - (da fuori) Sono io, Monica.

Stefania - Ah, sei tu. (si rilassa) Ti apro subito. (toglie il disco, va alla porta e apre. Entra Monica con una borsa-valigia che depone subito sul pavimento. Le due donne si abbracciano.)

Monica - Ciao. Come stai?

Stefania - Bene. E la mia nipotina come va?

Monica - Ottimamente. Anche se, ormai, non sono più una « nipotina », visto che da poco sono già ventidue.

Stefania - (ha un sorriso amaro) « Già ventidue ». Che cosa dovrei dire dei miei trent’otto? Se i tuoi sono « già » così tanti, allora io cosa sono, un fossile?

Monica - (arretra di un passo, guardandola) Sei in splen­dida forma, Stefania. Sei sempre una donna di clas­se. Che bel maglione! È nuovo?

Stefania - Doveva essere una sorpresa, invece mi hai colta in flagrante.

Monica - Una sorpresa?

Stefania - (indicando il maglione) Questo è per te; l'ho appena comperato in un negozio del centro. È il mio regalo, anche se in ritardo di qualche giorno, per il tuo compleanno. Spero che ti piaccia.

Monica - (sorride) Oh, grazie, Stefania, grazie tante. (la bacia) È veramente originale. Toglimi una curiosità, però, come mai lo indossi?

Stefania - L'avevo già provato in negozio, in quanto ab­biamo la medesima taglia. E, non so, così, adesso ho voluto rimetterlo. Forse perché mi fa sembrare più giovane. (guarda la nipote) O forse più stupida.

Monica - Insisti, eh? Non vuoi proprio rinunciare alla tua autocommiserazione. E fai male; per me ti sta be­nissimo.

Stefania - Ti ringrazio per la tua comprensione. (amara) Almeno da parte tua, perché per il tempo questo vo­cabolo non esiste. Il tempo è implacabile: dapprima lentamente, poi sempre più veloce macina i tuoi an­ni, li schiaccia inesorabilmente.

Monica - Lo sai che ho letto una frase di non so più chi, che diceva: « Non è il tempo che passa, ma siamo noi che passiamo ».

Stefania - (abbozza un sorriso) Il risultato non cambia. Il tempo è una corrente eterna che spesso rischia di affogarti.

Monica - Che cosa vuoi dire?

Stefania - (scuotendo il capo) Niente. Lasciamo perdere queste tristi elucubrazioni. (si toglie il maglione, si siede sul divano e mentre lo ripiega) Dimmi piutto­sto come mai sei arrivata in anticipo. Ti aspettavo fra un'ora.

Monica - Beh, sono partita prima del previsto e poi, stranamente, ho trovato poco traffico dalla mia citta­dina alla grande Milano.

Stefania - (ripone il maglione nella borsa di plastica) O forse hai esagerato con la velocità. So che ti piace premere sull'acceleratore. È un difetto di voi giovani.

Monica - (ride) Devo ammettere che hai indovinato. Non ho mai impiegato così poco tempo a percorrere i chi­lometri che mi dividono da casa tua.

Stefania - (porge la borsa di plastica a Monica) Tieni. Se vuoi portare la tua borsa di là (indica a sinistra), la camera è sempre quella.

Monica - Grazie ancora. (prende il maglione, si alza, e raccoglie la borsa da viaggio.)

Stefania - Ti preparo qualcosa da bere?

Monica - Sì, prenderei volentieri un aperitivo.

Stefania - (alzandosi) Ottima idea. Ti farò compagnia.

(Monica si avvia a sinistra e poi esce. Stefania, in pie­di, rimane a fissarla. Quindi va al mobile bar e pre­para i due aperitivi. Rientra Monica.)

Monica - Come sta Lorenzo? (prende il bicchiere che Stefania le porge.)

Stefania - (sedendosi sul divano) Lui sta bene. (guarda l'orologio) Fra non molto sarà a casa, sempre che qualche riunione improvvisa con il Direttore Generale non lo trattenga più del solito.

Monica - (si siede anche lei sul divano; entrambe co­minciano a sorseggiare gli aperitivi) Beh, un Diretto­re Commerciale come lo è Lorenzo non ha limiti d'o­rario. La sua è una posizione di primo piano nell'am­bito aziendale e questo comporta vantaggi, soprat­tutto economici, ma anche svantaggi, come la più completa disponibilità.

Stefania - Già, è vero. (fissa il proprio bicchiere) Vedo che conosci molto bene l'attività di mio marito.

Monica - Indirettamente, in quanto ritengo che sia mol­to simile a quella del Direttore Commerciale della mia azienda. (breve pausa) Pensi che Lorenzo riusci­rà a facilitare la mia assunzione?

Stefania - Credo proprio di sì. Anche se toccherà a te fa­re una buona impressione. Domani avrai il primo colloquio, vero?

Monica - Sì, con il Direttore del Personale.

Stefania - Come mai questa decisione? Sei stanca del tuo ambiente di lavoro?

Monica - Così, un insieme di motivi. Voglia di novità, di provare in un'azienda più grande, di vivere a Milano giorno e notte. Il desiderio di cambiare, di fare nuove esperienze. Se non lo faccio a questa età...

Stefania - Giusto. È la ricerca del nuovo una delle ca­ratteristiche della gioventù. Anche se alcuni la defi­niscono « insoddisfazione ». (Ha terminato di bere e depone il bicchiere sul tavolino.)

Monica - (brusca) Non è il mio caso.        

Stefania - E la mamma?                            

Monica - Oh, mamma sta benissimo. (beve, poi depone il bicchiere ormai vuoto) Forse si risposa. (Stefania, pensierosa, ha ancora lo sguardo perso nel vuoto. Non risponde) Ho detto che forse si risposa.

Stefania - (come destandosi) Scusami, Monica. Chi si ri­sposa?

Monica - (sorridendo) Mia mamma, tua cognata.

Stefania - (meravigliata) Virginia?! Ma non mi ha mai detto nulla. Anche durante l'ultima telefonata non ne ha accennato minimamente.

Monica - Beh, è un argomento delicato; poi niente è an­cora sicuro, e tu lo sai che la mamma su queste cose è molto riservata.

Stefania - Sono veramente sorpresa.

Monica - È più che naturale, non sono fatti che succe­dono tutti i giorni.

Stefania - E lui, chi è?

Monica - (scherzosa) Ecco la sua scheda: proprietario di un maneggio; cinquant'anni, quindi solo quattro in più della mamma; vedovo pure lui, con una figlia già sposata.

Stefania - E quando si sono conosciuti?

Monica - Mi sembra circa quattro mesi fa. Sì, poco pri­ma delle mie ferie estive. La mamma ha accompagna­to un'amica al maneggio e da lì è nato tutto quanto,

(con ironia) insomma, è sbocciato il grande amore.

Stefania - (risentita) Perché usi questo tono ironico? Non credi possibile l'amore a quell'età? Pensi che sia un privilegio di voi giovani?

Monica - Ma no, figurati. So che l'amore non conosce età. È che mi devo abituare all'idea di vedere la mam­ma comportarsi come una ragazzina: l'attesa della te­lefonata, il prepararsi all'appuntamento... Io, comun­que, sono molto felice per lei. La vedo più serena, con tanta voglia di vivere. Ti dirò, spero tanto che tutto finisca in un bel matrimonio.

Stefania - Avrai un nuovo padre.

Monica - Non credo proprio. Se mi stabilirò qui, a Milano, i miei rapporti con lui saranno sporadici. Sin­ceramente però devo ammettere che come uomo non mi dispiace, è molto simpatico.

Stefania - (dopo una pausa) E tu? I tuoi legami senti­mentali? Sei sempre con Giorgio?

Monica - (per un attimo è confusa) Che cosa? io?... no, ci siamo lasciati, anzi, se devo essere sincera, l'ho la­sciato io, cinque mesi fa.

Stefania - Come mai? ti eri stancata di lui?

Monica - Non lo so. La verità è che mi sono innamorata di un altro. (silenzio)

Stefania - Se preferisci non parlarne.

Monica - È che la mia situazione tu la definiresti signo­rilmente « irregolare ».

Stefania - (intreccia le dita, stringendole) Cioè?

Monica - Beh, sono innamorata di un uomo con alcuni anni in più dei miei. Anche lui è completamente paz­zo di me.

Stefania - Non credo che la differenza di età sia un osta­colo all'amore. Conosco alcune di queste coppie che vivono felicemente, forse meglio di tante altre.

Monica - Pienamente d'accordo. Però, Stefania, nel mio caso la vera « irregolarità » non è la differenza di età.

Stefania - (quasi sottovoce) E quale, allora?

Monica - Lui è sposato da parecchi anni. (Stefania tace) Ti ho scandalizzata?

Stefania - E la moglie lo sa?

Monica - No.

Stefania - Non voglio fare la moralista, ma ti rendi con­to che stai rovinando una famiglia? Hanno figli?

Monica - Fortunatamente no. Non credere che la col­pa sia solo mia. I colpevoli sono sempre in due, anzi, magari la vera e unica colpevole è la moglie che non riesce a renderlo felice.

Stefania - (contrariata) La tua mi sembra un'affermazio­ne alquanto paradossale. La moglie, la vittima, di­venta la responsabile di questo disordine. Assurdo. Quindi tu ti ritieni nel giusto.

Monica - Non dico questo. Io sono solo innamorata. Lo voglio, capisci. Sei una donna e certamente sai cosa voglio dire. Noi donne innamorate siamo angeli ma, se occorre, anche diavoli e siamo disposte a tutto.

Stefania - È vero. Anche la moglie però caverà fuori le unghie per non perderlo.

Monica - (sicura) Non le basterà. È una battaglia im­pari, perché io ho un'arma che lei non possiede più: i miei ventidue anni.

Stefania - (alzandosi, amara) Oggi non esistono più sche­mi morali. Tu sei una degna figlia del nostro tempo.

Monica - Cara Stefania, se vuoi emergere, non solo de­vi saper nuotare, ma devi lottare per non finire affo­gata.

Stefania - Magari affogando gli altri.

Monica - Se occorre, sì.

Stefania - Mors tua, vita mea.

Monica - Già.

(Da destra entra Lorenzo con una ventiquattrore).

Lorenzo - Oh, Monica, sei già qui? Ciao, Stefania. (la bacia, mentre Monica si alza) Ciao, Monica. (la bacia)

Stefania - (guarda l'orologio) Oggi sei riuscito a tornare presto. Sono le sei meno un quarto.

Lorenzo - Eh, sì, mezz'ora fa avevo già lasciato il mio ufficio, per correre a casa a ricevere nostra nipote, in­vece sono stato preceduto. (a Monica) A proposito, come va?

Monica - Tutto bene.                                             

Lorenzo - Anche il viaggio?     

Monica - Sì.

Stefania - A parte la forte velocità.

Lorenzo - Il solito vizio, vero Monica?

Monica - (con ironia) Ti prego, Lorenzo, non comincia­re con la predica; ci ha già pensato Stefania a redar­guirmi.

Stefania - Senza risultato.

Lorenzo - Me ne guardo bene, lo so che sarebbero pa­role al vento.

Monica - Sono una nipote ribelle. E la nipote ribelle vuole sapere cosa deve fare domani.

Lorenzo - Ah, sì, certo. Prima fammi sistemare questa. (indica la valigetta e si dirige a sinistra, poi si ferma) E non dimenticatevi che questa sera siete invitate a cena, da me. Ho già prenotato.

Monica - Bene. E dove si va?

Lorenzo - In un nuovo locale. Sarà una sorpresa anche per te, Stefania. (esce)

Monica - Cosa c'è? Non mi sembri molto entusiasta del­l'idea di uscire.

Stefania - Diciamo che non ne sono dispiaciuta, anche perché non dovrò occuparmi della cena.

Monica - Però a te è sempre piaciuto cucinare.

Stefania - È vero. Solo che questa sera non ne ho voglia e non ho molta fame.

Monica - Su, vedrai che davanti a piatti prelibati, già pronti, ti tornerà l'appetito.

Stefania - Lo spero. (rientra Lorenzo) Non ti ho ancora chiesto sino a quando ti fermi.

Monica - Tre o quattro giorni dovrebbero bastare per i miei colloqui, vero Lorenzo?

Lorenzo - Senz'altro. (sorridendo) In settimana si deci­derà il tuo destino.

Stefania - Beh, adesso vi lascio, vado a farmi una doc­cia, ne sento proprio il bisogno.

Monica - Ciao.

Lorenzo - A dopo. (Stefania esce. Lorenzo e Monica si guardano) Vedo che avete già bevuto. (indica i bic­chieri) Per favore, mi prepari qualcosa?

Monica - E cioè?

Lorenzo - Whisky. (Monica esegue) È da molto che sei arrivata? Monica - Un quarto d'ora. (Con il bicchiere pronto si avvicina a Lorenzo, glielo porge e la matto di lui lo prende, sovrapponendosi a quella di lei. Monica fa per avvicinarsi ancora di più. ) Lorenzo - (a voce bassa) No. (Monica stacca la mano dal bicchiere e Lorenzo allora sì dirige alla porta di sini­stra, e con voce normale) La mamma come sta? (soc­chiude la porta e tende l'orecchio.)

Monica - Benissimo. È solo un po' preoccupata dell’eventuale mio trasferimento a Milano. (Lorenzo, sempre fermo accanto all'uscio, fa un cenno negativo con l'indice della mano.)

Lorenzo - Beh, si abituerà, ormai non sei più una bam­bina.

Monica - Ho l'impressione che per lei lo sarò sempre.

Lorenzo - (ancora immobile presso la porta) Come tutte le madri.

Monica - Per che ora è fissato il colloquio?

Lorenzo - Domani pomeriggio, alle due. (le fa cenno di tacere; ascolta attentamente per qualche secondo, poi chiude la porta e con il capo annuisce, avvicinandosi alla nipote. Depone il bicchiere vuoto. Ora sono una di fronte all'altro. Si fissano per pochi attimi e quin­di si abbracciano) (sussurrando) Amore mio.

Monica - (anche lei in un sussurro) Amore, amore. (si baciano, ma Monica si stacca quasi subito) Dobbiamo fare attenzione. Non possiamo rischiare di farci sco­prire proprio ora.

Lorenzo - Hai ragione. Ma non corriamo nessun peri­colo; Stefania è sotto la doccia e per un po' potremo stare tranquilli. Vieni, sediamoci.

Monica - (mentre si siedono sul divano) Non sospetta nulla?

Lorenzo - Assolutamente no.

Monica - Ne sei sicuro?

Lorenzo - Perché me lo chiedi? Ti ha forse fatto capire di sapere della nostra relazione?

Monica - (dubbiosa) Mah, non so. Prima che tu arri­vassi ha volutamente fatto cadere il discorso sui miei legami sentimentali, come se volesse mettermi alla prova.

Lorenzo - (allarmato) Che cosa?

Monica - Mi ha domandato se stavo ancora con Giorgio.

Lorenzo - E tu, come hai risposto?

Monica - (scrollando le spalle) Le ho solamente detto che mi sono innamorata di un uomo sposato, con al­cuni anni in più dei miei. Non può averti collegato a me solo per questo. (breve pausa) A meno che non fosse già a conoscenza di qualcos'altro.

Lorenzo - Impossibile. Ti posso assicurare che non sa niente di noi due.

Monica - Sei certo di non esserti mai tradito?

Lorenzo - Sì, perché nei suoi confronti mi sono sempre comportato come prima che tu entrassi nella mia vi­ta. Per Stefania io continuo a essere un ottimo e fe­dele marito.

Monica - (sempre dubbiosa) Eppure... devi sapere che poi ha proseguito con un certo discorso sulla morali­tà del mio comportamento che mi ha lasciata molto perplessa.

Lorenzo - (le prende le mani) Non ti preoccupare. Lo sai già che Stefania è molto rigida sulla fedeltà co­niugale. Non ammette sbandate di nessun tipo. In questo è una donna d'altri tempi. Mi immagino la sua reazione davanti alla realtà di una nipote che le confida di andare con un uomo sposato. (Si fissano, in silenzio, per alcuni istanti.)

Monica - Non c'è alternativa alla nostra decisione?

Lorenzo - Purtroppo no. Solo due giorni fa parlavamo di una coppia, nostri amici. Lui ha lasciato la moglie e Stefania ha detto: « Ricordati, Lorenzo, io non per­metterò mai che ci succeda una cosa del genere. Tu sei mio, per sempre ».

Monica - (sarcastica) Proprio una donna tutta d'un pez­zo, la zietta. Non ci lascia nessun'altra possibilità. (abbozza un sorriso) Si può dire che è lei a rendere obbligatoria la nostra scelta.

Lorenzo - Basta, non parliamo più di lei. Dobbiamo pro­cedere come stabilito.

Monica - Sì, ma occorre che rivediamo il tutto in ogni dettaglio. Come la prova generale di una compagnia teatrale, prima del debutto.

Lorenzo - Va bene. (si alza) Meglio non correre rischi. (esce a sinistra, mentre Monica si accende una siga­retta. Lorenzo rientra quasi subito.)

Monica - Possiamo parlare?

Lorenzo - Sì, è ancora sotto la doccia. Ne avrà per pa­recchio tempo prima che esca dal bagno. (si siede)

Monica - È indispensabile vedere le cose con l'occhio della polizia e sollevare tutte le obiezioni possibili, anche le più stupide.

Lorenzo - Analizziamo ogni fase: il prima, il durante, il dopo. La pistola?

Monica - È sul fondo della mia borsa da viaggio.

Lorenzo - Carica?

Monica - No, la caricherò poco prima di usarla. Ho sei proiettili.

Lorenzo - Quanti colpi?

Monica - Non più di due. Meno colpi, meno rumore.

Lorenzo - Provenienza dell'arma?

Monica - Sconosciuta. Con i tuoi soldi non è stato dif­ficile procurarla.

Lorenzo - Sei sempre convinta che spetta a te compiere il delitto?

Monica - Più che mai. Quando una moglie viene ucci­sa, il primo indiziato è il marito. Non è roba da ro­manzi gialli, è la realtà. Il tuo dovrà essere un alibi di ferro, inattaccabile.

Lorenzo - Ora del delitto?

Monica - Domani, quando ritornerò qui dopo il collo­quio che avrò avuto con il tuo Capo del personale.

Lorenzo - Io sarò impegnato tutto il pomeriggio in a-zienda con dei clienti stranieri. Quindi il mio alibi sarà perfetto.

Monica - I vicini degli altri tre appartamenti?

Lorenzo - I due del piano superiore non ci sono. Un appartamento è vuoto, l'altra famiglia tornerà soltan­to la settimana prossima. Valeria, la nostra amica del­l'appartamento accanto, domani, come ogni mercole­dì, sarà da sua madre.

Monica - Perfetto, tutto come previsto.

Lorenzo - Come avverrà il delitto?

Monica - Quando sarò rientrata mi cambierò d'abito. Poi chiederò a Stefania di mettermi un disco per fe­steggiare il buon esito del primo colloquio. Così la musica coprirà un poco il rumore dei colpi. (pausa) Poi le sparo.

Lorenzo - Con i guanti?

Monica - Sì, con i guanti.

Lorenzo - Cosa fai subito dopo?

Monica - Mi rimetto il vestito di prima, così qualsiasi eventuale analisi della polizia su di esso darà esito negativo. Poi devo simulare un furto riuscito, con l'assassinio della padrona di casa. Apro alcuni cas­setti lasciando in disordine il contenuto. Prendo i gioielli di Stefania e il poco contante che avete in ca­sa. Il contante lo tengo io, mentre i gioielli, insieme alla pistola e ai miei guanti, li metto nel sacchetto dell'immondizia. Lo chiudo ed esco a buttarlo nel­l'apposito contenitore. Rientro e quindi telefono al­la polizia.

Lorenzo - E le chiavi di casa?

Monica - Saranno nella toppa, all'interno. Un indizio in più: Stefania ha aperto all'assassino.

Lorenzo - Interrogatorio. « Quando e come ha trovato il cadavere? »

Monica - « Sono rientrata a casa direttamente dall'azien­da di mio zio, dove ho avuto un colloquio pre-assunzione. Ho trovato la porta aperta. Appena entrata ho visto il corpo di mia zia sul pavimento. »

Lorenzo - « Ha toccato il cadavere? »                   

Monica - « No, ho capito dal sangue e dalla rigidità che

era morta. » Lorenzo - « Ha notato qualcuno prima di entrare? »

Monica - « Nessuno. » Non pensi che sia meglio che di­ca di aver incontrato un uomo che usciva dalla palaz­zina. Potrebbe avvalorare di più la tesi del furto.

Lorenzo - (deciso) No, mai. Ti chiederebbero l'identi­kit, come era vestito e tutto il resto. E alla fine si ac-corgerebbero che hai inventato tutto. No, non avrai visto nessuno. È più semplice, più lineare. Il delitto è avvenuto solo pochi minuti prima che tu entrassi. La sparizione dei gioielli, del denaro e il disordine saranno più che mai sufficienti per addossare la re­sponsabilità a uno sconosciuto. Chiaro?

Monica - Va bene.

Lorenzo - « Cosa ha fatto quando è giunta dinanzi al­l'uscio di casa? »

Monica - « Ho suonato ripetutamente, ma non riceven­do risposta ho provato a girare la maniglia e mi so­no accorta che la porta non era chiusa a chiave. »

Lorenzo - « A che ora è rientrata? »

Monica - « Un minuto prima che vi telefonassi. Ero ter­rorizzata dalla scoperta e ho pensato subito alla po­lizia. Così vi ho chiamati immediatamente. »

Lorenzo - « La serratura non presenta segni di scasso e la chiave era nella toppa, quindi sua zia ha aperto al­l'assassino. Le risulta che apriva facilmente a sco­nosciuti? »

Monica - « Veramente, non lo so come si comportava in queste occasioni. » Lorenzo, questo lo chiederan­no anche a te.

Lorenzo - Dirò che io le raccomandavo di fare atten­zione quando si presentava gente estranea. Solo que­sto.

Monica - Beh, la polizia penserà che il ladro è riuscito a convincerla a farlo entrare.

Lorenzo - « Che cosa ha toccato? »

Monica - « Niente. Solo il telefono. »

Lorenzo - (con un gesto della mano) Aspetta. Fammi con­trollare di nuovo. (esce a sinistra, per rientrare poco dopo) È ancora in bagno. (si siede nuovamente) « Co­me erano i rapporti tra i suoi zii? »

Monica - « Ottimi. Per me si volevano veramente bene. Penso che i loro amici possano confermarlo. » La polizia scaverà comunque nella tua vita.

Lorenzo - Non troveranno nulla. I nostri incontri sono avvenuti sempre lontano da Milano, in altre città, quando io ero in trasferta per motivi di lavoro. « Fa­remo il possibile per trovare l'assassino. »

Monica - « Ne sono convinta. Arrivederci. »

(I due si appoggiano soddisfatti alla spalliera del di­vano. Si sorridono, mentre Lorenzo le stringe la mano.)

Lorenzo - È fatta, amore.

Monica - Sì, amore mio, sì. (rimangono in silenzio per alcuni attimi) E dopo?

Lorenzo - Dopo sarà necessario fare attenzione come pri­ma, forse più di prima. La polizia non mollerà l'osso con facilità.

Monica - Ma dovrà arrendersi all'evidenza. Un delitto perfetto.

Lorenzo - No, Monica, non esiste il delitto perfetto. Esi­stono solo casi rimasti insoluti. E il nostro andrà a ingrossare il numero.

Monica - E la polizia sarà costretta ad archiviare il caso.

Lorenzo - La mia vita sarà irreprensibile. Un uomo so­lo, distrutto dalla tragica perdita dell'adorata moglie, troverà nel proprio lavoro la forza per continuare a vivere. Tu tornerai a casa tua sino al momento del­l'assunzione, che potrà avvenire non prima di un me­se. Poi, a Milano, abiterai per alcuni mesi in un al­tro appartamento e in questo periodo i nostri saran­no normali rapporti tra zio e nipote. Dopo, finalmen­te, il nostro amore potrà diventare pubblico, con tutti i sacri crismi dell'ufficialità.

Monica - Ancora lunghi mesi di sentimenti nascosti.

Lorenzo - (deciso) Non abbiamo alternative. Dobbiamo agire con accortezza se vogliamo chiudere definiti­vamente e nel migliore dei modi il cerchio.

Monica - Lo so, Lorenzo, lo so che è meglio così. Tutti dovranno credere che lo zio, rimasto solo nel dolore, troverà una nuova ragione di vita nell'amore che è nato tra lui e la propria nipote. (ironica) Dopo la not­te, l'alba; dopo la violenza, la speranza; dopo la tra­gedia, l'amore. Veramente una bella commedia.

Lorenzo - Che dobbiamo recitare al meglio, sino in fon­do, se non vogliamo destare sospetti e rischiare di ri­trovarci tra i piedi la polizia.

Monica - E questa casa?

Lorenzo - Costituirà il degno epilogo. La venderò. E i due colombi costruiranno altrove il loro nido d'amo­re. Un motivo più che valido per gli altri, perché que­ste mura, testimoni dell'omicidio della moglie, non si addicono a ricominciare una nuova vita. I terribili ricordi di quel giorno sarebbero troppo vivi, palpa­bili. Ed è così, anche se la verità non è la loro verità. (Monica, silenziosa, con lo sguardo lontano, sorride) A cosa stai pensando?

Monica - Sognavo. Domani e tutti i mesi d'attesa erano volati via, nel nulla. C'eravamo noi due, liberi, feli­ci, innamorati.

Lorenzo - (sussurrando all'orecchio di Monica) Non è un sogno. Basta saper attendere e tutto si compirà.

Monica - E la commedia sarà finita. (accentuando) Il sipario calerà definitivamente. (ridono. Squillo di campanello. Entrambi reagiscono con uno scatto del capo, fissando la porta d'ingresso. Attimi di silenzio) Chi può essere?

Lorenzo  (nervoso) Non so, non aspetto nessuno.

Monica - Calmati, non abbiamo nulla da temere, alme­no per ora. (nuovo squillo) Su, vai ad aprire.

(Lorenzo si alza e va ad aprire. Entra il commissario Ruperti. )

Ruperti - Buonasera. Sono il commissario Ruperti del­la Squadra Mobile, sezione omicidi.

(Lorenzo, in piedi, e Monica, seduta, restano come paralizzati, senza proferire parola. Ruperti li osserva, in silenzio, per alcuni secondi, poi si chiude il sipa­rio.)

Fine Prima Parte


SECONDA PARTE

Senza soluzione di continuità. Ancora qualche secon­do di silenzio.

Ruperti - Ho forse detto qualcosa che non va?

Lorenzo - No... è che... un commissario di polizia...

Monica - Non ci aspettavamo...

Lorenzo - È l'ultima persona che pensavo di trovare sull'uscio.

Ruperti - (fa alcuni passi, volgendo loro le spalle e guar­dando intorno) È vero. Noi siamo sempre inattesi e la nostra improvvisa comparsa in scena, di solito, cau­sa apprensione. (si ferma e si gira verso i due) Ma voi mi sembrate addirittura scioccati dalla mia intru­sione.

Monica - (non più titubante) Beh, è la prima volta che vedo un commissario in carne e ossa, e, lo ammetto, sono al massimo della sorpresa.

Lorenzo - Anch'io, quasi stento a crederci.

Ruperti - E già. Come se fossimo degli extraterrestri. Invece esistiamo e facciamo parte di questo mondo che magari ci snobba, ma che, quando occorre, ci chiama. (sorride) E allora, come adesso, può succe­dere che il semplice cittadino abbia un incontro rav­vicinato del terzo tipo.

Lorenzo - È certo che non ci sia un errore?            

Ruperti - Me l'aspettavo. Questa è la domanda di pram­matica che immancabilmente mi viene rivolta da una persona su due. Beh, direi di iniziare con le presen­tazioni; io l'ho già fatto. (a Lorenzo) lei è...

Lorenzo - Lorenzo Pasetti, e lei è Monica, mia nipote.

Ruperti - Nipote per quale vincolo di parentela?

Monica - Mio padre era il fratello della moglie di Lorenzo.

Ruperti - Era?

Monica - È morto quattro anni fa.

Ruperti - Mi spiace. Abita con lo zio?

Monica - No, da oggi sono ospite per tre o quattro gior­ni. Vivo a Luino, con mia madre.

Ruperti - La conosco, Luino, non sua madre. Bella cit­tadina. Ci sono stato più di una volta. Quand'ero ra­gazzo ho trascorso parecchie vacanze estive in un pae-sino di montagna, vicino a Luino. Mia zia aveva una casa in affitto. Viene spesso a Milano?

Monica - Raramente.

Lorenzo - È da me in quanto sta per essere assunta nel­lasocietà dove lavoro.

Ruperti - C'è qualcun altro in casa?

Lorenzo - Mia moglie. È di là, è sotto la doccia.

Ruperti - (breve pausa, poi a Lorenzo ancora in piedi) Non è meglio che ci sediamo?

Lorenzo - (distratto) Come?... ah, sì, certo. (si siede sul divano,. accanto a Monica, mentre il commissario si accomoda su una sedia attorno al tavolo.)

Ruperti - (guardandoli) Sono meravigliato. Monica - (sospettosa) Di che?

Ruperti - Di voi due. È forse la prima volta che non mi si chiede « che faccio qui ».

Monica - Volevo porle questa domanda, ma mi sembra­va troppo scontata.

Ruperti - Signor Pasetti, ritengo che lei conosca i vicini dell'appartamento accanto.

Lorenzo - Davide e Valeria? Certo. Sono amici miei e di mia moglie.

Ruperti - (a Monica) E lei?

Monica - Solo di vista.

Ruperti - Il motivo della mia presenza è dovuto a Va­leria, la sua amica, sig. Pasetti. Vede... dovrei essere abituato a dare certe notizie, ma non è così, glielo assicuro.

Lorenzo - (allarmato) Che cosa le è successo?

Ruperti - (breve pausa) Valeria è morta. È stata uccisa.

Lorenzo - (balzando in piedi) Cosa?!

Monica - (con gli occhi sbarrati) No.

(Ruperti tace e li osserva. Monica, freneticamente, si accende una sigaretta; Lorenzo, teso, fa due passi ver­so il proscenio, si gira, va al mobile bar e si versa del whisky.)

Lorenzo - Ne vuole?

Ruperti - No, grazie, sono in servizio. E poi non bevo mai superalcoolici. Mi piace il vino, quello sì. Io be­vo vino dei colli piacentini. Ogni anno faccio il pie­no direttamente dal produttore e poi lo imbottiglio insieme a un mio amico. Non è vino pregiato come quello che certamente beve lei, ma è buono, vivo, gustoso. (Lorenzo con due sorsi ha vuotato il bicchie­re. Monica fuma, senza guardare il commissario. Han­no entrambi paura di porre domande, soprattutto te­mono le risposte. Dopo una pausa e scuotendo leggermente il capo) Siete sorprendenti, lo sapete, tutti e due.

Monica - (fissandolo) Perché?

Ruperti - Ma, scusatemi, non mi chiedete nemmeno co­me è stata assassinata Valeria. Almeno per curiosità.

Lorenzo - Ha ragione. È che sono stato... come dire... folgorato dalla notizia. Valeria è una mia cara amica.

Ruperti - Era, ormai.

Monica - Io, in pratica, non la conoscevo, ma sono scon­volta dalla sua morte per assassinio. Chi l'ha uccisa?

Ruperti - (accenna un sorriso) Ehi, adesso corre troppo. È mio compito scoprirlo e sto lavorando per questo. E mi occorre anche il vostro aiuto.

Monica - Come possiamo...

Ruperti - (interrompendola) È semplice, dovete solo ri­spondere a qualsiasi tipo di domande, anche le più strane e indiscrete.

Lorenzo - (sedendosi vicino a Monica) Come vuole. Sia­mo a sua completa disposizione.

Ruperti - Valeria è stata uccisa nel suo appartamento, con due colpi di pistola.

Lorenzo - (sorpreso dal particolare) Quando è avvenu­to il delitto?

Ruperti - Secondo la mia esperienza, approssimativamen­te un'ora fa. Il medico legale sarà in seguito più pre­ciso. (guarda l'orologio) Quindi verso le diciassette e un quarto, diciamo dalle diciassette in poi.

Monica - (incredula) Due colpi, ha detto?

Ruperti - Sì, due colpi all'altezza del cuore. Ha sentito qualcosa?

Monica - No, impossibile. Vede, io sono arrivata ver­so le cinque e mezza, e in casa c'era Stefania, mia zia. Da allora non abbiamo udito alcun colpo. (Ruperti, nel frattempo, estrae da una tasca un quadernetto e una penna biro, e prende nota dell'orario di Monica. Sul quadernetto, che lascerà sempre sul tavolo sino a quando se ne andrà, segnerà soltanto gli orari che ver­ranno dichiarati dagli interrogati.)

Ruperti - (a Lorenzo) E lei, quando è rientrato?

Lorenzo - Alle sei meno un quarto. (a Monica) Ti ricor­di che Stefania ha detto l'ora, perché ero tornato pri­ma del solito. (Monica annuisce, mentre il commis­sario annota nuovamente.)

Ruperti - (a Lorenzo) Quando ha visto per l'ultima vol­ta Valeria?

Lorenzo - Ieri sera, a casa sua. Io e mia moglie siamo stati invitati a cena. Abbiamo trascorso una tranquil­la serata in compagnia e niente faceva presagire...

Ruperti - A che ora vi siete lasciati?

Lorenzo - Poco prima delle undici; non facevamo mai tardi.

Ruperti - Erano frequenti questi incontri?

Lorenzo - Beh, ogni tanto si cenava insieme, o da noi o da loro.

Ruperti - Facevate altro in comune?

Lorenzo - Sì, gliel'ho detto che siamo amici. Ad esem­pio, più di una volta siamo andati a teatro insieme.

Monica - Mi scusi, ma tutto questo lo può chiedere al marito.

Ruperti - Signorina, lasci a me i metodi d'indagine. Le dico solamente che più risposte si hanno alle mede­sime domande, più ci si avvicina alla verità.

Lorenzo - E Davide lo sa? dov'è?

Ruperti - È stato il marito a scoprire il cadavere e ad avvertirci.

Lorenzo - Quando l'ha trovata?

Ruperti - (guarda il quadernetto) Dice di essere arrivato a casa alle sei meno dieci. Noi abbiamo ricevuto la sua telefonata alle sei meno otto. Alle sei eravamo qui.

Monica - Siete stati rapidi.

Lorenzo - Il commissariato non è molto distante dalla nostra palazzina.

Monica - Ma non c'è alcun indizio che possa far sup­porre il perché dell'omicidio?

Ruperti - Qualche cosa c'è. (a Lorenzo) Lei sa se Vale­ria apriva facilmente a sconosciuti? Lorenzo - (meravigliato) Perché?

Ruperti - La prego, non mi risponda con una domanda.

Lorenzo - Mi scusi. Per quello che ne so, Valeria era molto prudente. Non si fidava di nessuno.

Ruperti - Lo stato in cui abbiamo trovato l'appartamen­to fa pensare a un ladro. Alcuni cassetti erano a soq­quadro e, secondo il marito, sono spariti i gioielli del­la moglie e tre o quattrocentomila lire. (Lorenzo e Monica si guardano allibiti) La porta non presenta segni di effrazione. (c'è smarrimento, paura negli oc­chi dei due)

Monica - Perché l'avrebbe uccisa?

Ruperti - Non so, forse Valeria ha reagito. Anche se, stranamente, è stata colpita alle spalle. I fori d'entra­ta dei proiettili non lasciano dubbi.

Lorenzo - Magari Valeria cercava di fuggire dalla casa, di nascondersi.

Ruperti - (si alza, pensieroso) Può darsi. (va alla fine­stra) Come erano i rapporti tra Davide e Valeria? (voltandosi) Naturalmente lo chiedo a lei, signor Pasetti.

Lorenzo - (resta indeciso un attimo) Buoni, per non di­re ottimi. Era una coppia molto unita.

Ruperti - (guarda oltre il vetro) Sta calando la nebbia. Un fine novembre degno del suo nome. Mi piacciono le giornate nebbiose. Milano, avvolta in questa ovatta impalpabile, mi affascina, sembra più intima, più rac­colta. Mi piace l'autunno. È una stagione gonfia di malinconia, non di tristezza però, una malinconia cal­ma, silenziosa, che mi procura sensazioni segrete e mi fa misteriosamente riflettere. (Breve pausa, poi torna a guardarli) Sinceramente devo ammettere che amo tutte e quattro le stagioni, rappresentano il divenire della vita. Non riuscirei a vivere in quei luoghi dove per quasi tutto l'anno non esiste il rinnovarsi della natura.

Lorenzo - (fissando il commissario) Perché mi ha chie­sto dei rapporti esistenti tra Valeria e Davide?

Ruperti - Il marito, in casi del genere, è il primo sospet­tato, sempre.

Monica - Ma se lei stesso ha detto che è opera di un rapinatore. I cassetti in disordine, il denaro e i gioielli rubati.

Ruperti - (sta nuovamente scrutando dalla finestra) Già, è vero. Farà freddo stasera. (si gira verso i due) Io però sento che qualcosa non mi convince. È solo una sensazione, ma difficilmente il mio fiuto mi ha in­gannato.

Lorenzo - Davide ha affermato di essere rientrato alle sei meno dieci, e io so che c'impiega mezz'ora dal­l'ufficio a casa. Quindi alla presunta ora del delitto era ancora in ufficio.

Ruperti - Giusto, e questo lo stiamo verificando. Ma lei dimentica una cosa: si può uccidere facendo ucci­dere.

Monica - (colpita) Un mandante?, e l'assassino fa cre­dere a un furto.

Ruperti - Un mandante che può aver fornito al killer una copia delle chiavi di casa.

Lorenzo - Non ci credo. Queste sono fantasie.

Ruperti - Se non avessimo queste fantasie, lo sa quante celle vuote ci sarebbero nelle nostre carceri. Quando è giunto davanti a casa ha notato la macchina di Davide, parcheggiata fuori?

Lorenzo - Ma se le ho detto che io sono arrivato alle...

Ruperti - (deciso) Signor Pasetti, forse non mi ha capito. Io credo a tutto e a niente. Lei risponda soltanto, toc­cherà poi a me trarne le conclusioni.

Lorenzo - No, non c'era, anche perché di solito Davide la mette direttamente nel box.

Ruperti - (si siede; a Lorenzo) Dov'era oggi pomeriggio?

Lorenzo - In ufficio, sono uscito alle cinque e mezza. (sottolineando) Io, in un quarto d'ora sono a casa. (Ruperti prende appunti.)

Ruperti - (a Monica) E lei?

Monica - (sorpresa) Io? ero in viaggio da Luino a Milano. Appena arrivata ho parcheggiato la macchina nella via adiacente la palazzina. Davanti non c'era posto.

Ruperti - Alle cinque e mezza?

Monica - Sì, alle cinque e mezza circa.

Ruperti - La Scientifica è già al lavoro. Secondo lei, signor Pasetti, che impronte digitali troverà, oltre a quelle di Davide e Valeria?

Lorenzo - Beh, senz'altro le mie e quelle di mia moglie, visto che ieri sera eravamo da loro. (dopo una pau­sa) E sicuramente quelle della signora Marisa.

Ruperti - (meravigliato) La signora Marisa? e chi è?

Lorenzo - La domestica di Valeria. Valeria insegnava alle superiori e due otre volte alla settimana la si­gnora Marisa veniva per qualche ora ad aiutarla nel­le faccende di casa.

Ruperti - Anche oggi?

Lorenzo - Non lo so. Ma Davide non gliene ha parlato?

Ruperti - No, probabilmente non ci ha pensato.

Lorenzo - Comunque mia moglie lo sa.

Ruperti - Dovrò sentire anche lei.

Lorenzo - Vado a chiamarla?

Ruperti - No, aspettiamo ancora un poco.      

Monica - Lei crede che rileveranno le impronte dell'as­sassino?

Ruperti - Ne dubito. Usare i guanti è la cosa più logica per un malvivente, oltre a essere normale in questa stagione. (si alza e va alla libreria; fa scorrere lo sguar­do sui titoli dei libri) È un appassionato di gialli, sig. Pasetti? Vedo libri di Patricia Highsmith, di Mary Higgins Clark e della « signora del delitto », Agatha Christie.

Lorenzo - Mi piacciono i gialli psicologici. Mia moglie legge solo Agatha Christie.

Ruperti - Ah, i tre volumi del « Teatro di Agatha Chri­stie ». (ne prende uno) « Trappola per topi ». Una commedia fortunata. Lo sa che a Londra è ininter­rottamente rappresentata dal 1952?

Lorenzo - Sì, lo so, l'ho anche letta.

Ruperti - La Christie è stata accusata più volte di com­portamento sleale verso il lettore. Barava, capite, e, secondo me, barava bene. E così il povero lettore, alla fine del libro, restava a bocca aperta. È successo anche a me, letta l'ultima pagina, di pensare, al col­mo dello stupore e dell'ammirazione, che ancora una volta la vecchia Agatha mi aveva giocato. (mentre ri­mette il libro al suo posto) Eh, sì, veramente la re­gina della narrativa gialla. (a Monica) E lei, signo­rina, legge i gialli?

Monica - Alcuni, soprattutto quelli di Perry Mason.

Ruperti - « L'avvocato del diavolo ». Piace anche a me, mi appassionano i suoi trucchi, la sua abilità.

Monica - Non sapevo che i commissari leggessero i gialli.

Ruperti - (sorridendo) Non solo, io scrivo commedie gialle.

Lorenzo - Mi sorprende, commissario.

Ruperti - Beh, che c'è di tanto strano? I gialli li scrivo­no: vecchie signore, professori, casalinghe, avvocati, persino i ragionieri, perché non dovrebbe scriverli un poliziotto? Anzi, direi, che è la persona più adatta, non crede?

Lorenzo - In effetti, è vero. (compare da sinistra Stefania. Ha i capelli sciolti sulle spalle e indossa una vestaglia azzurra. Lorenzo si alza e si avvicina alla mo­glie) Stefania, (indicandolo) il commissario Ruperti.

Ruperti - Buonasera, signora.

Stefania - Buonasera. Mi scusi per l'abbigliamento, ma ho udito una voce sconosciuta e la curiosità...

Ruperti - Non si preoccupi, per me non è un problema.

Lorenzo - (le prende le mani) Cara, è successo una cosa terribile. (Stefania lo fissa negli occhi) Valeria... Va­leria è stata uccisa.

Stefania - (quasi urlando) Che cosa?! Non è possibile! (Stefania abbraccia il marito.)     

Lorenzo - Purtroppo è vero. Le hanno sparatocon una pistola. Il commissario è incaricato delle indagini. Stefania - (scossa) Ma solo ieri sera... eravamo...

Ruperti - Signora, forse è meglio che si accomodi. Devo farle alcune domande, anche se capisco che non è il momento migliore.

Lorenzo - Vieni. (l'accompagna al divano e si siedono, mentre Ruperti ritorna a sedersi sulla sedia di prima.)

Ruperti - Lei, oggi pomeriggio, non ha sentito nell'ap­partamento accanto dei rumori insoliti, degli spari, delle urla, non so, qualsiasi cosa di strano?

Stefania - (scuotendo il capo) No, nulla, né rumori, né spari, né grida d'aiuto.

Ruperti - Cosa ha fatto oggi pomeriggio? (apre il suo quadernetto. )

Stefania - Sono uscita poco dopo le tre e mi sono recata in centro ad acquistare un maglione per mia nipote Monica. Un regalo per il suo compleanno. Sono ritornata a casa verso le cinque e un quarto, cinque e ven­ti. (Ruperti scrive) A che ora hanno sparato i due colpi?

Ruperti - Prima mi dica se ha incontrato qualcuno che usciva dalla palazzina.

Stefania - Nessuno. Perché?

Ruperti - Quasi con certezza il delitto è avvenuto verso le cinque, forse appena prima del suo rientro. E se ricordasse di aver notato una persona sconosciuta...

Stefania - No, non c'era nessuno, nemmeno sul marcia­piede.

Ruperti - ... una macchina partita all'improvviso. Ci pen­si bene.

Stefania - (rimane qualche attimo pensierosa) No, era tutto tranquillo.

Ruperti - Peccato, poteva essere una traccia.

Stefania - E Davide?

Lorenzo - Ha trovato lui il corpo.                 

Stefania - (con un filo di voce) Mio Dio.

Ruperti - La porta era chiusa, ma non a chiave, e la ca­sa era stata messa sottosopra. I gioielli e il denaro sono spariti.

Stefania - Un ladro, quindi.

Ruperti - (ironico) Un ladro sfacciatamente fortunato. Una palazzina di quattro appartamenti completamen­te disabitata, se si eccettua la presenza di Valeria. E lei avrebbe aperto a uno sconosciuto?

Monica - E se il ladro studiava da qualche tempo le abi­tudini degli abitanti di questa palazzina? Potrebbe aver scelto il momento giusto.

Lorenzo - È vero, può essere una possibilità, commis­sario.

Ruperti - Certo, ma allora devo chiedere a lei e a sua moglie se avete visto qualcuno intorno alla palazzina nei giorni precedenti. (Stefania guarda il marito.)

Lorenzo - No, che io ricorda, tutto era come sempre.

Stefania - Anche per me non c'è mai stato niente di anormale.

Ruperti - (a Stefania) Oggi, ha visto Valeria?

Stefania - No. Lei al mattino insegnava e io nel pome­riggio sono uscita. Però c'era Marisa.

Ruperti - La domestica? oggi pomeriggio? Stefania - Sì, al martedì viene dalle due e mezza alle quattro e mezza.

Monica - Probabilmente è stata l'ultima persona a ve­dere Valeria viva.

Ruperti - A parte l'assassino. Dovrò sentirla. Quindi l'omicidio è avvenuto tra le quattro e mezza e le cin­que e un quarto. (Entra Castelli, l'aiutante del commissario.)

Castelli - Buonasera. Scusa, Ruperti, ma ho notizie dei movimenti del marito. Posso parlare liberamente?

Ruperti - Di' pure, Castelli.

Castelli - Abbiamo rintracciato la sua segretaria e due suoi colleghi. Tutti hanno confermato che egli ha lasciato l'ufficio verso le cinque e un quarto.

Ruperti - Per favore, di' al marito di venire da me. Pri­ma fatti dare il numero di telefono della domestica e chiamala. Nel pomeriggio era con la signora.

Castelli - Subito. (esce)

Stefania - Che cosa c'entra Davide, se è stato un rapina­tore?

Ruperti - Signora, le apparenze fanno credere a un fur­to, ma io, per principio, non credo all'evidenza. O meglio, ci credo soltanto quando ho provato che l'e­videnza è la verità.

Stefania - Mi scusi, commissario, ma in questo caso a che è dovuta la sua incredulità?

Ruperti - Un misto di intuito professionale e di incon­gruenze. Per esempio: non c'è alcun segno di col­luttazione. E allora perché il rapinatore deve uccider­la? Ammettiamo che Valeria si rifiuti di mostrargli dove sono i gioielli e i soldi. Lui cosa fa? le spara e si mette a cercarli, correndo il rischio di farsi scopri­re con un cadavere tra i piedi. Dopo un omicidio non preparato, si pensa solamente a lasciare il luogo del delitto. E se invece Valeria ha subito indicato dov'era­no gioielli e denaro, perché la uccide? e, soprattutto, perché si prende la briga di buttar per aria la casa? Cos'altro poteva cercare ancora? una mappa del te­soro? (si alza e si avvicina nuovamente alla libreria. A Stefania) Come vede tutto puzza di falso, di indi­zi lasciati appositamente per far credere a un rapi­natore.

Stefania - Ho capito quello che sta pensando. Lei cre­de che Valeria sia vittima di un piano studiato me­ticolosamente, addirittura uccisa per mano di una per­sona che conosceva bene.

Monica - È vero, commissario? È questo che crede?

Ruperti - (prende un trentatre giri) I Beatles. (guarda gli altri trentatre giri) Tutti dei Beatles. (si volta ver­so i tre) Chi è il patito in famiglia?

Stefania - Io. Già da ragazzina impazzivo per loro. E non hanno mai smesso di piacermi.

Ruperti - Come a me. Io e lei siamo più o meno coeta­nei, e a quei tempi i Beatles rappresentavano qual­cosa di incredibile per gli adolescenti come noi. La sua è proprio una bella raccolta, io ho solo qualche quarantacinque giri dell'epoca. (depone il disco)

Monica - Non ha risposto alla mia domanda.

Ruperti - È un'altra delle eventualità che io devo pren­dere in considerazione.

Stefania - È terribile se fosse così.

(Entra Davide. Lorenzo e Stefania si alzano subito, Monica dopo qualche attimo. Il commissario Ruper­ti rimane accanto alla libreria, appartato, a osservare ogni movimento, ogni reazione.)

Lorenzo - (gli stringe la mano nelle sue mani) Davide, sono... sono senza parole, è tremendo quello che è successo. Ti sono vicino.

Davide - Grazie, Lorenzo.

Stefania - (lo bacia sulla guancia; è commossa) Devi,es­sere forte, Davide.                                           

Davide - Sì... cercherò...                                      

Lorenzo - Ti ricordi mia nipote, Monica?

Davide - Certo.                                                         

Monica - (si danno la mano) Mi spiace, veramente. 

Davide - Grazie.

Lorenzo - Siediti. (lo fa sedere sul divano) Come ti sen­ti? (si siede vicino a lui) Posso aiutarti?

Davide - Non so. Quasi non mi sono ancora reso conto di quanto è avvenuto. Mi sembra di vivere in una di­mensione irreale. Come... come... non riesco nem­meno a spiegarmi.

Lorenzo - Sei confuso. È normale, dopo un fatto del ge­nere.

Davide - (disperato) Ma perché Valeria ha fatto entrare uno sconosciuto? È sempre stata prudente. E io spes­so le raccomandavo di fare attenzione, con tutti i tipi strambi che girano in città.

Stefania - Può essersi presentato in diversi modi. Pro­prio l'altra settimana leggevo sul giornale di un la­dro che si è spacciato per un fattorino delle poste che doveva consegnare un telegramma.

Lorenzo - Non hai notato nei giorni scorsi qualche per­sona che si aggirava intorno alla nostra palazzina?

Davide - No, nessuno.

Lorenzo - Vedrai che lo troveranno.

Davide - Non ho più voglia di niente. Mi sento comple­tamente svuotato.

Stefania - Ti preparo qualcosa?

Davide - Lascia stare. Non riuscirei a mandar giù nep­pure una goccia d'acqua. Non dovevano farmi questo, capisci. Valeria era tutto per me.

Lorenzo - Lo so, lo so...

Davide - (dopo una breve pausa) Così, in pochi secon­di, è stata spezzata la sua vita... la nostra vita... (pau­sa) Dov'è il commissario?

Ruperti - Sono qua, sig. Corsi.

Davide - Mi ha fatto chiamare, mi dica.

Ruperti - (fa dei passi verso di loro) Volevo sapere per­ché non mi ha parlato della sua domestica?

Davide - Ha ragione. Non ci ho pensato. Ero troppo sconvolto.

Ruperti - La capisco.

Davide - Oggi la signora Marisa ha fatto dalle due e mez­za alle quattro e mezza, è il suo orario del martedì. (pausa) Quando faranno l'autopsia?

Ruperti - Forse domani.

Davide - Commissario, ho accettato l'invito di mia so­rella, vado da lei. Abita a Milano. Non me la sento di rimanere in casa, in quella casa.

Ruperti - Vada pure. Lasci soltanto il nuovo recapito a Castelli; può darsi che avrò ancora bisogno di lei.

Davide - (si alza) Buonasera, commissario. (saluti asog­getto, poi Davide esce.)

Monica - Com'è ridotto, poverino.

Stefania - Mi sembra un altro uomo.

Lorenzo - (a Ruperti) Ha visto il suo stato oppure per lei questo non conta niente?

Ruperti - Quando avrò trovato l'assassino, ragionerò co­me voi.

Monica - Commissario, mi sono ricordata un partico­lare. Dove ha trovato la chiave di casa di Valeria?

Ruperti - Bella domanda, degna di un detective. Era al­l'interno, nella toppa.

Monica - Quindi è stata Valeria ad aprire.

Ruperti - Non è detto. Davide può averla messa lui quan­do è tornato a casa. (sorride) Come vede, le pensia­mo proprio tutte, noi poliziotti. Beh, io tolgo il di­sturbo. (si rimette in tasca il quadernetto e la biro che erano rimasti sul tavolo) Ho bisogno di riflettere. (si indica la fronte) Qua dentro ho una specie di regi­stratore, ma devo ripassare il nastro in determinate condizioni, altrimenti non funziona. Devo riuscire a far silenzio dentro di me e intorno a me, per poter leggere nella mia mente. Purtroppo non sempre è possibile. (prende un biglietto dalla tasca e lo depone vicino al telefono) Vi lascio questo; se ricordaste qualche nuovo particolare, chiamatemi pure. Buona­sera. (tutti e tre rispondono al saluto, mentre Ruper­ti esce.)

Stefania - (brusca) Che cosa vuole che ricordiamo, se nessuno di noi era in casa al momento dell'omicidio.

Monica - Non ti preoccupare. La polizia è strana e noio­sa.

Lorenzo - È il loro mestiere. Diciamo che sono fastidio­si a fin di bene.

Stefania - Quel commissario! Ha il coraggio di sospet­tare di Davide. Scommetto che anche noi siamo nel suo mirino.

Lorenzo - Non c'è da stupirsi. Per lui siamo tutti po­tenziali colpevoli. (Rientra Ruperti.)

Ruperti - (accanto alla porta aperta) Scusate, mi sono scordato di chiedervi se qualcuno di voi possiede una pistola.

Stefania - Io, no.

Monica - Nemmeno, io.                             

Lorenzo - Sino a due mesi fa, sì. Mi è stata rubata dal­l'auto, insieme ad altri oggetti, un giorno che mi tro­vavo nello studio dell'avvocato della mia società. Ho fatto immediatamente la regolare denuncia.

Ruperti - Come mai aveva un'arma?

Lorenzo - Così, per difesa personale. Sono anni che ho il porto d'armi. Non sempre la tenevo in macchina, il più delle volte la lasciavo in casa.

Ruperti - Era certo che quel giorno fosse in macchina?

Lorenzo - Sì, perché prima di partire metto sempre il libretto di circolazione nel vano porta oggetti, e la pistola c'era.

Ruperti - Grazie e arrivederci di nuovo. (i tre salutano Ruperti. Pausa di silenzio.)

Monica - E per questa sera?

Lorenzo - È inutile cambiare programma. Non possia­mo fare niente né per Valeria né per Davide.

Stefania - Allora vado a mettermi qualcosa di decente. (esce)

Lorenzo - (a Monica, ma come chiedendolo a se stesso) Che cosa è successo?

Monica - (muovendosi nervosamente, con tono secco) Non lo so. Non lo so.

Lorenzo - (stringe i pugni e scuote il capo) È incredibile, allucinante. Ma lo capisci, lo stesso delitto. Il nostro delitto, in tutti i particolari, è stato eseguito qui.

(indica l'appartamento accanto) da un'altra persona. L'abbiamo ideato, maturato, preparato in ogni detta­glio e ora scopriamo che qualcun altro se neè appropriato, mettendolo in pratica prima di noi. Lo capi­sci questo?

Monica - (rabbiosa) Sì che lo capisco! Cosa credi? che sia rimbecillita? La mia mente sta lavorando da quan­do il commissario ce l'ha comunicato. (pausa.) E se fosse stato un ladro, si tratterebbe solamente di una coincidenza, di una pura e stramaledetta coincidenza.

Lorenzo - Se fosse stato un ladro... ma questo non è cer­to. Anche il commissario Ruperti non ne è troppo convinto. (si avvicina a Monica. Sono viso a viso) E adesso? noi due? (le accarezza il volto.)

Monica - Non ci fermiamo, non ci fermiamo. (appoggia il capo contro la spalla di Lorenzo. Questi la cinge, solo un attimo, poi si staccano.)

Lorenzo - Che cosa possiamo fare?

Monica - Quello che abbiamo deciso. Non è cambiato nulla. Un secondo omicidio simile al primo. Un altro tentativo di furto, magari compiuto dalla stessa per­sona.

Lorenzo - Con una grossa differenza:  che a sparare sa­ranno state due pistole diverse.

Monica - Coincidenza per coincidenza. O due rapinatori differenti o lo stesso rapinatore con due pistole. (sarcastica) Sarà un problema per il nostro commis­sario ficcanaso, solo per lui. Noi saremo al sicuro per­ché non potranno mai provare che a sparare sarò sta­ta io.

Lorenzo - (si siede sul divano) Sta diventando tutto più difficile.

Monica - È sempre stato difficile, Lorenzo. (si siede ac­canto a lui) Ma le difficoltà si superano con la volon-tà, e noi vogliamo, con tutto il nostro essere, che l'ostacolo che si frappone alla nostra felicità sia eliminato.

Lorenzo - (fissandola intensamente negli occhi) Sì, lo vogliamo.

Fine Seconda Parte


EPILOGO

Una donna, con i capelli sciolti sulle spalle e con in­dosso una vestaglia azzurra, è di spalle al proscenio, il viso non riconoscibile, e sta mettendo un disco. Solo la sua persona è in penombra, mentre il resto della scena è completamente al buio. Le voci dei Beatles rompono il silenzio, ma, quasi contemporaneamente, il silenzio è devastato da due spari. La donna ha un sussulto e, sen­za un gemito, scivola lentamente sul pavimento, con il volto nascosto, rivolto verso la parete di fondo. Dopo alcuni istanti, la scena torna in piena luce e accanto al­la porta d'ingresso c'è Stefania con in mano una pistola. Fissa il corpo esanime di Monica, quindi si muove velocemente. Lascia la pistola sul tavolo ed esce a si­nistra. Rientra con un sacchetto dell'immondizia, quasi del tutto vuoto. Prende un quotidiano e ne appallotto­la alcuni fogli che butta nel sacchetto, gonfiandolo in tal modo. Prende la pistola, toglie i proiettili, poi av­volge con un'altra pagina di giornale sia i proiettili sia la pistola, buttandoli nel sacchetto. Esce a sinistra e so­lo dopo un po' rientra con in mano alcuni oggetti d'oro e alcuni biglietti da cinquantamila lire. Avvolge il tutto nuovamente in un'altra pagina e li mette dentro il sac­chetto. Va altrettanto con i guanti che si toglie in que­sto momento. Poi spiegazza quanto resta del giornale e lo usa per ingrossare il contenuto del sacchetto. Lo chiu­de con un laccio ed esce a destra. Rientra dopo alcuni secondi senza il sacchetto.  Toglie il disco, guarda la chiave nella toppa, osserva tutt'intorno, poi va al tele­fono e compone il numero che legge sul bigliettino la­sciato dal commissario.

Stefania - Pronto, vorrei parlare con il commissario Ruperti... grazie... (pausa) sono la signora Pasetti... sì... esatto... dove ieri c'è stato un omicidio... mi può pas­sare il commissario Ruperti?... come?!... è venuto da me?... dovrebbe ormai essere qui... ho capito... va bene, grazie. (depone la cornetta; e spaventata. Spa­zia con lo sguardo tutta la scena, esce a sinistra, ri­torna poco dopo e infine si siede.)

(Passano alcuni secondi. Squillo di campanello. Stefania si alza e va ad aprire: è il commissario Ruperti.)

Ruperti - Buongiorno.

Stefania - (concitata) Commissario, l'ho appena chia­mata... un altro omicidio... Monica... (si commuove, indicando il cadavere. Ruperti, sorpreso, la scosta bruscamente e si avvicina al corpo di Monica; si chi­na su di lei, le mette una mano sul collo e rimane qualche istante immobile, curvo. Poi si rialza. È adi­rato.)

Ruperti - È appena successo.

Stefania - Non so, l'ho trovata così.

Ruperti - (assorto) Sono stato uno stupido.

Stefania - Che cosa dice?

Ruperti - (alzando la voce e fissando Stefania) Ho detto che sono stato uno stupido, un maledetto stupido.

Stefania - Ma... che significa?

Ruperti - (secco) Il perché me lo dovrà spiegare lei.

Stefania - Io?!... ma... non capisco...

Ruperti - Ne è sicura?

Stefania - (ormai spaventata) Si può sapere cosa sta far­neticando? Mia nipote è morta e lei...

Ruperti - (interrompendola) Sua nipote è stata uccisa.

Stefania - Sì, è stata uccisa. (insicura) Io ero fuori que­sta mattina... sono rientrata da pochi minuti... la por­ta era aperta... lo stesso delitto di ieri... sono spariti i gioielli e il denaro...

Ruperti - È vero, un omicidio uguale a quello di Valeria. Lo stesso assassino, o meglio, la stessa assassina. (pausa) Lei.

Stefania - (ha gli occhi sbarrati, le trema la voce) Lei... lei è pazzo.

Ruperti - No. Della sua colpevolezza sono certo.

Stefania - (quasi urlando) Non può incolparmi di ciò che non ho commesso. Io ero assente sia ieri, sia oggi.

Ruperti - Quando passano a svuotare i bidoni della spaz­zatura? (Stefania lo guarda allibita, con la bocca se­mi-aperta) Devo ripetere la domanda?

Stefania - Ma... che cosa c'entra? (Ruperti la fissa senza parlare) Oggi è mercoledì, nel pomeriggio.

Ruperti - Bene. Ora le dimostrerò come sono arrivato a lei.

Stefania - Non potrà... non potrà...

Ruperti - Si ricorda che le avevo detto che la mia me­moria è simile a un registratore. Ieri sera mi manca­va la giusta concentrazione e alcuni particolari mi sfuggivano. Ma questa mattina, con la mente fresca, ho risentito il nastro e una sua frase mi ha illumina­to, di colpo, e così ho saputo.

Stefania - Quale frase?

Ruperti - Lei ha affermato di essere stata in centro ad acquistare il maglione per Monica e di essere rinca­sata verso le cinque e un quarto. L'ora l'ho scritta.

Stefania - Questo è vero. Ebbene?

Ruperti - Ma subito dopo mi ha chiesto: « A che ora hanno sparato i due colpi? ». Si ricorda?

Stefania - Sì. Cosa c'è che non va?

Ruperti - Due colpi, signora. Due colpi!

Stefania - (non capisce) Perché? Valeria è stata uccisa con due colpi di pistola, o no?

Ruperti - Indubbiamente. Ma lei come poteva saperlo?

Stefania - (colpita) Lei... o Lorenzo l'avete detto quan­do mi avete comunicato la notizia.

Ruperti - (scuote il capo) No. Quando ne abbiamo par­lato lei era in bagno. In sua presenza si è detto sol­tanto « sparato con una pistola » e « se ha sentito de­gli spari ». Certo, « spari », al plurale, ma perché allora non tre o quattro? Due. Lei sapeva che erano due.

Stefania - Non... non mi ricordo di aver parlato di « due colpi ». Lei si sbaglia.

Ruperti - Ho sbagliato solamente a non accorgermene prima. E questo è costata la vita a sua nipote, pur­troppo. Stefania - (isterica) Le sue sono solo parole, parole e basta!

Ruperti - Ha ragione. Sino a pochi minuti fa, sì. Ora ho anche le prove. (Stefania tace) E tutto per un colpo di fortuna. Vede, io avevo appena parcheggiato po­co distante dalla palazzina e stavo scendendo dalla macchina,  quando  l'ho  vista buttare  un  sacchetto dell'immondizia nell'apposito contenitore. E sin qui tutto regolare. Soltanto quando, entrato, ho saputo del nuovo omicidio, il suo gesto è diventato strano, illogico. Perché la zia, con il cadavere della nipote in casa, va a gettare via l'immondizia? (Stefania, anni­chilita, si lascia andare sul divano, con il capo abbas­sato, gli occhi chiusi. Ruperti si avvicina al tavolo. Rimangono in silenzio per parecchi secondi. Egli ap­poggia le mani sul tavolo) Lei sa che nel sacchetto troverò i suoi gioielli e la sua pistola.

Stefania - (con un filo di voce) E i miei guanti.

Ruperti - (va alla finestra e guarda fuori) Il cielo si è rannuvolato. Ieri nebbia, oggi probabilmente piove­rà. Farà meno freddo, speriamo. (ritorna al tavolo e si siede) Lei ha ucciso due persone: una sua cara ami­ca e sua nipote. E io non riesco a capirne il movente. Potrei azzardare delle ipotesi, ma sento che sono lon­tane dalla verità. Perché questi due omicidi? Perché?

Stefania - (dopo una pausa, rialza il capo) Due mesi e mezzo fa ho avuto la certezza che mio marito mi tra­diva... mi tradiva con Monica, mia nipote. Capisce, lei me lo aveva portato via. E questo io non potevo permetterlo. Lorenzo era ed è mio. Tutta la mia vita è costruita su di lui, per lui. Lei, con la sua gioventù, me l'ha stregato, rovinando la nostra felicità.

Ruperti - Ne ha parlato a suo marito?

Stefania - Lui crede che io non sappia niente. Ho volu­to che fosse così. Io lo rivolevo completamente, perciò l'intrusa andava eliminata, senza destare sospetti in lui. E mi sono adeguata fingendo. Esternamente dovevo essere quella di sempre, mentre dentro di me il dolore mi riduceva a pezzi. Io ho sempre amato mio marito e sapere che mi ingannava per colpa di lei, di Monica, mi faceva impazzire.

Ruperti - Come ha fatto a scoprire l'infedeltà di suo ma­rito?

Stefania - Lorenzo, a volte, deve recarsi per motivi di lavoro in altre città. Quando succede, alla sera prima di coricarsi, mi telefona sempre. Poco più di quattro mesi fa era a Firenze, al solito albergo. Ricevo la te­lefonata e, durante la conversazione, sento distinta­mente il fischio di un treno. Al momento non do ri­lievo alla cosa, ma, finita la telefonata, quel partico­lare mi ronza nel cervello. Di un fatto sono sicura: l'albergo dove alloggia Lorenzo è molto distante dal­la ferrovia. Il dubbio diventa parte di me. Non pen­so ad altro. E faccio l'unica cosa che posso fare: ri­chiamo l'albergo, chiedendo di Lorenzo. La risposta è lancinante: mio marito non è ancora rientrato. Ca­pisce? Lorenzo non poteva incontrarsi con Monica in un albergo che frequentava da anni, e quindi quella sera telefonava da un altro luogo vicino alla ferrovia. E lui mi faceva credere di essere nella sua camera.

Ruperti - Lei aveva scoperto che suo marito le aveva mentito, ma non il perché.

Stefania - Io ho pensato subito a un'altra donna. Il tar­lo si era insinuato e non cessava di rodermi. Una don­na che vedeva a Firenze... o una donna che... Quindici giorni dopo era a Torino, e anche in quella oc­casione tutto si ripete come in un copione. Volevo sa­pere, dovevo sapere. Non potevo vivere nell'angoscia più grande. E fu così che mi rivolsi a un investiga­tore privato. E fu così che due mesi e mezzo fa egli, nel suo ufficio, mi mostrò alcune fotografie scattate a Verona. Rimasi senza fiato quando i miei occhi vi­dero Lorenzo insieme a Monica, la mia immorale ni­pote. E fu così che cominciai a pensare a come estirpare quella pianta bacata. Dovevo fare in modo che nessuno sospettasse di me. Uccidere con la certezza di non venire scoperta, per riavere Lorenzo. Archi­tettai il mio piano, un duplice omicidio: assassinare Valeria facendo credere a un ladro, e nello stesso mo­do assassinare Monica. Nemmeno lei, commissario, sarebbe arrivato al vero movente.

Ruperti - (esterrefatto) È aberrante. Lei ha ucciso Valeria, una sua amica, così, solamente perché le serviva per allontanare eventuali sospetti sulla sua persona. L'ha usata come carne da macello.

Stefania - Io odiavo Monica, la odiavo immensamente. E l'odio, spesso è come l'amore, non conosce limiti.

Ruperti - Valeria è diventata la vittima innocente del suo odio. Nonostante nella mia professione sia abi­tuato a vederne di ogni genere, questo suo delitto ra­zionale, programmato di un innocente mi sconvolge. Forse è vero che non ci sono confini alla malvagità umana. E tutto è ancora più assurdo se si pensa che non è servito a nulla.

Stefania - Se lei non mi avesse scoperto, io sarei tornata a vivere felicemente con Lorenzo.

Ruperti - (picchiando il pugno sul tavolo) No! (si alza) Lei non si rende ancora conto di quello che ha com­piuto. Non avrebbe potuto tornare a una vita felice. No! Lei dimentica una cosa: il rimorso.

Stefania - Si sbaglia. Non c'è, assolutamente.

Ruperti - Per ora. E come quando si subisce il trauma di una ferita. A caldo non si sente niente, ma poi il sangue sgorga e il dolore diventa vivo, violento. È solo questione di tempo e quando capirà il male fat­to, il rimorso l'avvolgerà completamente, diverrà il suo padrone e la sua esistenza sarà distrutta. Come ha distrutto la sua vita (indica il corpo di Monica) e quella di Valeria. Perché soltanto allora compren­derà l'inutilità di questi due omicidi. (si porta alla finestra, si è calmato) Sta piovendo. Giornata uggio­sa. (c'è un lungo silenzio.)

Stefania - (abbattuta) Commissario, come ho fatto a ridurmi così? Io ho sempre cercato di condurre un'e­sistenza corretta, onesta ed eccomi qui, invece, as­sassina. Come può succedere questo? La vita che co­s'è? Ha il valore di quattro pallottole, sparate alle spalle, perché non avevo il coraggio di toglierla con i loro occhi nei miei?

Ruperti - Mah, forse è cambiato il senso della vita. Lo so che già all'inizio Caino uccide il fratello, ma oggi sembra che conti solo il possedere. Non ci si arresta dinanzi a nulla, e la vita degli altri passa in secondo piano. Vince l'egoismo, e nel suo nome si calpesta ogni principio, ogni valore, ogni rapporto tra uomo e uomo. Lei è diventata succube dell'odio e si è com­portata di conseguenza, cancellando dal suo animo ogni residuo di tolleranza e di rispetto verso gli al­tri. A uno sgarbo morale, ha risposto con una rea­zione moralmente inaccettabile, togliendo la vita. (si siede. Pausa) La pistola è quella di suo marito?

Stefania - Sì, è stato facile. Sapevo dove andava quel giorno. Sono arrivata nella via dove la macchina era parcheggiata, e con la seconda chiave sono salita e ho potuto tranquillamente rubare la pistola, lascian­do poi la macchina aperta. Un furto lontano da casa non poteva essere collegato a questi delitti, anche perché la pistola è di un calibro molto comune.

Ruperti - Intelligente. Senza l'arma del delitto non a-vremmo potuto provare nulla. Come ha fatto a pa­gare l'investigatore senza destare sospetti in suo ma­rito, visto il costo di quel tipo di indagini?

Stefania - Ho un conto corrente personale. Lorenzo è sempre stato del parere che io debba avere una mia indipendenza economica. Una cifra fissa del suo sti­pendio finisce mensilmente sul mio conto corrente, e quindi...

Ruperti - (rimane un poco pensieroso) Voglio essere sin­cero con lei, anche se quanto le dirò la farà soffrire di più. Ieri, quando sono entrato in questa casa, Lorenzo e Monica sono rimasti terrorizzati dalla mia presenza. Ho letto dentro i loro occhi la paura, lo smarrimento totale, soltanto perché io ero lì. Mi te­mevano come se fossero dei colpevoli.

Stefania - (tesa) Che cosa vuol dire?

Ruperti - Voglio dire che lei li ha preceduti. (Stefania lo fissa con gli occhi sbarrati) Secondo me stavano tramando nei suoi confronti. Lei era il loro obietti­vo, o meglio, la loro vittima.

Stefania - (scossa) No, Lorenzo, no. È impossibile.

Ruperti - Già. E anche Lorenzo non crederà che sua mo­glie abbia ucciso due persone. E invece...

Stefania - (si copre il volto con le mani) È terribile... non ho più speranze... non ho più niente...

Ruperti - Si può sempre risalire dal fondo, se si vuole. L'animo umano è un mistero e in questo mistero c'è sempre posto per la risurrezione. (lunga pausa) Mi permette di venire a trovarla?

Stefania - Lei ha sbagliato mestiere.

Ruperti - (accenna un sorriso) Quand'ero ragazzino ebbi l'occasione di ascoltare un missionario che era venu­to nella mia parrocchia. La storia della sua vita mi affascinò. E già mi vedevo vivere coraggiosamente in paesi lontani e selvaggi per aiutare i più deboli. Solo più tardi mi accorsi che non bastava essere coraggiosi per fare il missionario, ma ci voleva una gran fede. E così eccomi qua a fare il commissario di polizia. Con un unico e grande rammarico, che purtroppo questo mestiere, come lo chiama lei, non mi permette di prevenire il male. Quando intervengo, quasi sem­pre è già avvenuto.

Stefania - Perché il tempo non si ferma al periodo del­l'adolescenza? L'età dei sogni, degli entusiasmi, dei grandi ideali. Forse l'età più bella... Perché strada fa­cendo si diventa sempre più complicati?...

Ruperti - (non risponde; dopo una pausa) Ora devo chia­mare i miei colleghi.

Stefania - (guardandolo) Un favore. Mi mette « Yesterday »?

(Ruperti si alza, va a mettere il disco e, mentre là mu­sica si diffonde, si dirige alla finestra. Da uno sguardo oltre il vetro. Stefania ha il capo leggermente chino. Ruperti si allontana dalla finestra e va al telefono. Compone un numero. Si vede solo il movimento delle sue labbra, senza udire alcuna parola.)

F i n e

NOTA: per le interpreti di Stefania e Monica è richie­sta solo una somiglianza nella struttura fisica. Entram­be, a parte quando indossano la vestaglia azzurra, hanno sempre ì capelli raccolti.

                    

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