Il frappatore

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IL FRAPPATORE

IL FRAPPATORE

di Carlo Goldoni

AL CHIARISSIMO

SIGNOR

MARCO PITTERI

Quello che abbiamo di più prezioso al mondo, Signor Pitteri, amico mio dilettissimo, si è la buona riputazione, in cui ci lusinghiamo di essere presso degli uomini. La morte istessa, che per natura nella parte nostra inferiore dee rattristarci, reca a noi minor pena colla speranza di vivere nella memoria dei Posteri, e di tenere per molti secoli un posto assai decoroso fra i nonni e. fra le immagini delle persone onorate. Qual sarà dunque l’obbligo mio verso di Voi, celebratissimo Signor Pitteri, poiché avete voluto eternarmi coi vostri Rami preziosi, noto perciò rendendo il mio nome alle più straniere nazioni, e a tutti quelli che dopo di noi per lunghi secoli succederanno? Non vi siete sol contentato di imprimere il mio Ritratto nella breve pagina che onora il primo Tomo della mia presente Edizione, ma sul disegno istesso dell’illustre nostro Piazzetta, di gloriosa memoria, vi siete compiaciuto di estendere il vostro egregio bulino, dando al pubblico in foglio grande il mio Ritratto medesimo. Quattro soli Ritratti si contano fra la serre preziosissima de’ vostri Rami in grande, quello cioè dell’ornatissimo Signor marchese Scipione Maffei, quello del celebrato Piazzetta, il vostro elegantissimo ed il mio sopraddetto. Quale opinione non avrà il mondo per me avvantaggiosa, veggendo la mia effigie andar del pari con quelle di sì grandi uomini? Voi, per accreditare vieppiù ancora il mio nome, studiato avete di far palese al pubblico, che non il caso o l’altrui desiderio ha eccitata la vostra mano al lavoro; ma l’opera è solo parto dell’amore e dell’amicizia che a voi mi lega, spiegando la somma liberalità dell’animo vostro colle parole alla mia immagine sottoposte, onde tutti quelli che Voi apprezzano, dovranno concepire di me onorevole stima. E da chi mai non è apprezzata la vostra mano, resa per tante opere insigni cognita e rispettata per tutto il mondo? Non è soltanto l’Italia nostra che vi esalti, e in voi riconosca il più celebre, il più famoso sostenitore dell’arte mirabile d’incidere in rame con il bulino, reso ancora più singolare dalla maniera particolare ed inusitata d’incidere ad un taglio solo, ma gli Oltramontani medesimi, fra’ quali abbondano i Maestri di cotal arte, hanno di voi tal concetto, che a Voi ricorrono nelle grandi imprese e credono di accreditare le loro stampe, promettendo al pubblico nei manifesti l’opere della vostra mano. Le gallerie più insigni d’Europa affidano alla vostra virtù la reputazione de’ loro quadri, e i Rami ch’escono dal vostro torchio vogliono a disputare la gloria ed il merito ai Pittori più celebri, che ne hanno somministrato il disegno. Infatti il già lodato Piazzetta sarà famoso per tutti i secoli per le opere insigni del suo pennello, ma più ancora per le rinomate incisioni vostre, onde avete arricchito il pubblico coi suoi pensieri scolpiti, de’ quali chi è, che amante sia del disegno, che non ami di provvedersi e non sappia di avere in essi il più bell’ornamento di uno studio, di una camera, di un ritiro? Fortunato sarà egualmente il nostro comune amico celebratissimo Pietro Longhi, Pittore insigne, singolarissimo imitatore della natura, che, ritrovata urna originale maniera di esprimere in tela i caratteri e le passioni degli uomini, accresce prodigiosamente la gloria dell’arte della Pittura, che fiorì sempre nel nostro Paese. Fortunato egli pure, voleva dire, poiché intraprendeste Voi a intagliare l’opera insigne dei Sette Sacramenti in sette quadri mirabilmente da lui disegnati, e così al vivo espressi, che meritano certamente per onor suo e per gloria nostra essere al pubblico comunicati. Tutti rallegrati si sono all’apparire del manifesto, con cui una così bell’opera promettete, aggiuntavi, per pareggiare il numero, la Sacra Famiglia, del medesimo rispettabile Autore; e aspettatevi pure un numero prodigioso di soscrizioni, giacché col miserabile esborso di tre paoli anticipati, e sei al ricevimento per ogni carta, si può provvedere una sì vaga e singolare raccolta. Merita il gran concorso degli Associati il credito dell’Autore, lo merita la fama delle opere vostre, e lo merita il carattere vostro delicatissimo nel mantenere esattamente la fede, potendo assicurarsi il pubblico della vostra più accurata attenzione e della più sollecita esecuzione al progetto, e che quantunque non abbiate, appunto per delicatezza di animo, espresso il tempo della pubblicazione di ciascheduna delle otto carte, le darete in un termine assai discreto, e non farete desiderare le vostre stampe, come ho fatt’io penare il Tomo Decimo della mia Edizione. Orsù, questo è alfin terminato e con lieto animo l’ho compito, allora quando mi suggerì l’amicizia di dare a Voi, carissimo Signor Pittieri, una pubblica testimonianza della mia gratitudine. La mia presente Edizione principiò col mio Ritratto, opera decorosa della vostra mano, giust’è che termini con una offerta rispettosa della mia penna al vostro illustre nome. Voi vedete che, dal canto mio, tento la via di rendervi il bene, che da voi riconosco. Vorrei eternarvi ne’ fogli miei, come voi di me faceste nei vostri Rami, ma troppa disparità vi passa dal credito che hanno presso degli uomini i lavori vostri, a quello che possano meritare i miei, e il maggior pregio di cui lusingare mi vaglia, si è quello che Voi medesimo mi avete colla reputazione vostra acquistato. Gradite non pertanto la buona inclinazione dell’animo che vi dimostro, e se non vogliono i miei fogli ad innalzare la vostra fama, consolatevi che non avete d’uopo né di me, né di altri, per rendervi meritamente immortale. Siete assai conosciuto mercè le opere vostre da tutto il Mondo, e qui nella nostra Patria comune, oltre il pregio in cui si tengono i vostri lavori, viene giustamente stimata, per il bel carattere che l’adorna, la degna vostra persona. Nemico del fasto e della ostentazione di Voi medesimo, vi compiacete di un picciolo mondo, mal persuaso del grande, in cui si affollano gli ambiziosi. Non siete avido delle lodi che a Voi si convengono, e darne solete a tutti discretamente, mai biasimando le opere altrui, col saggio riflesso che i periti si devono magnificare, e gl’imperiti animare. Niuno direbbe mai che sotto il velo della vostra esemplare modestia si ricovrasse un valore eccellente, che vi rende stimabile a tutto il Mondo. Siamo cotanto avvezzi a vedere il talento degli Uomini misto di abilità mediocre e di massima prosunzione, che gli umili a prima vista non paiono i più virtuosi; ma conosciuti col tempo, questi sono quelli che esigono la vera stima ed il vero rispetto. Buon per noi che l’amor della Patria, e fors’anche il disprezzo delle maggiori fortune, vi ha trattenuto costantemente fra le nostre Lagune, altrimenti noi vi avremmo perduto, e privo sarebbe il Paese nostro di un sì prezioso ornamento. Io più di tutti ne avrei risentito il danno, poiché senza l’aiuto vostro non andrebbe il mio nome per le bocche degli estimatori degli Uomini, ed ora le genti da noi lontane, e coloro che indi succederanno, non crederanno mai che l’ingenuo, saggio Pitteri, abbia voluto impiegare gli studi suoi per una persona indegna del di lui amore e della di lui amicizia. So che profitterei più largamente del benefizio, se scorgere non mi facessi da me medesimo colla fiacchezza delle mie produzioni, ma almeno vo’ consolarmi che troveranno di buono in me le oneste persone il grato animo in verso di Voi, argomentando da questo, che più volentieri vi avrei offerto cosa migliore, se capace ne fossi stato. Le mie Commedie possono essere dissimili fra di loro nell’argomento, nei caratteri, nell’intreccio, ma tutte figlie di un Padre istesso avranno tutte l’originario difètto della debolezza del mio talento, laonde faticato avrei vanamente a scegliere per Voi la migliore, considerandole tutte eguali; prendetevi dunque questa, rimasta l’ultima per accidente, e graditela come s’ella fosse una cosa buona, perché tale io l’avrei resa, se stesse in mano mia il migliorarla. Voi che siete l’uomo il più onesto, il più sincero del Mondo, non isdegnate di leggere le male arti di un Frappatore, che immerso nei vizi, cerca il modo di coltivarli alle spese di un semplice Giovanotto, e siate certo che alfine della Commedia ritroverete il vizio punito, e l’animo vostro si consolerà certamente del buon esempio che ne potranno avere i malvagi, ch’è l’onesto fine delle morigerate Commedie. Questa mira che ho avuto nel dar le Opere mie alla scena, so che vi ha innamorato e vi ha ricondotto al Teatro, dopo che l’avevate compianto ed abbandonato per- la detestabile sua scorrezione; e da qui nacque, cred’io, l’amore che avete per me concepito, e che pregovi di conservarmi, che di un bene così prezioso vi protesto di essere, fin ch’io viva, con vera e perfetta rico noscenza

Vostro Serv. Ed Amico, ed Estimatore sincero

Carlo Goldoni


L’AUTORE A CHI LEGGE

Eccoti, Lettore umanissimo, l’ultima Commedia della edizione mia Fiorentina, ultima delle cinquanta in dieci Tomi comprese. Sospendo ora di far teco i miei complimenti, poiché all’ultimo mi riserbo dir qualche cosa, che vaglia a conciliarmi l’amore e il compatimento de’ miei cortesi associati, e leggitori, ed amici.

Questa Commedia, che ora ha per titolo Il Frappatore, l’intitolai da prima Tonin bella grazia, facendone Protagonista il povero Veneziano, mal condotto da un perfido ravvolgitore. Ora di costui mi valgo principalmente, e sopra di lui fo cadere la peripezia, esemplare a quelli del suo cattivo carattere, mettendo in una vista migliore e più compassionevole il semplice mio Compatriota. Non era già necessario che per dipingere un giovane di poco spirito fuori del suo Paese, lo scegliessi della mia stessa nazione, da dove escono tutto dì delle persone di spirito, che sanno brillare anche fuori del loro centro. Ma siccome fu la Commedia da me composta per compiacere con tal carattere sciocco un bravo comico Veneziano, eccellente in simili caricature, non ho pensato che a soddisfarlo. Questa posso dir che sia stata la Commedia fatale che mi ha nuovamente tentato per il Teatro, dopo che avea risolto di abbandonarlo, e che stavami in Pisa ad esercitare l’avvocatura. Parmi ancor di vedere il sopraddetto Comico valoroso, venuto a posta da Livorno a trovarmi; mi par di vederlo dinanzi al mio tavolino, battersi colle mani la sua pingue rotonda pancia, dimenare graziosamente il capo, dirmi cento ragioni per contentarlo, e con un bellissimo lazzo comico mettermi alquanti zecchini sotto di un libro, mostrando volerlo fare che non vedessi, dopo che era sicuro che io li aveva veduti. Mi piacque la sua franchezza, non mi dispiacque l’anticipato danaro, il genio comico mi bolliva in testa, e anch’io ho saputo fare i miei lazzi per far valere il mio sì. Ma questo sì accordato allora, mi ha poi condotto ad impegni novelli, ed è accaduto ciò che altre volte in altre mie prefazioni ho narrato.

La Commedia presente formata era essa pure parte a soggetto e parte in dialogo scritta, e in questa seconda parte più abbondante di molto, per non far spendere male i zecchini al Comico generoso. Ora dovendola ridurre in grado di comparire stampata, non solo ho dovuto scrivere le Scene che si facevano all’improvviso, ma le dialogate ancora sono stato costretto di riformare. Ecco dunque che in questo Tomo, per cui credeva di avere cinque Commedie allestite, mi sono trovato in necessità di formare cinque Commedie quasi novissime, cioè la prima del tutto nuova, le altre quattro nuove nelle tre parti almeno; ed ecco una ragione del mio ritardo... Ma di ciò non mi conviene ora parlare.


Personaggi

OTTAVIO uomo di mala vita;

TONINO veneziano semplice;

FABRIZIO mercante romano;.

ROSAURA nipote di Fabrizio;

BEATRICE in abito da uomo;

ELEONORA moglie di Ottavio;

FLORINDO amante di Rosaura;

BRIGHELLA locandiere;

COLOMBINA cameriera nella locanda;

ARLECCHINO servitore di Eleonora;

SERVITORE di Beatrice;

SERVITORI di Fabrizio.

La Scena si rappresenta in Roma.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Sala nella locanda dell’Aquila.

Eleonora e Colombina

COL.

Compatitemi, signora, se entro in un proposito in cui non ci dovrei entrare; ma l’amore che ho concepito per la vostra persona, mi obbliga a farlo.

ELEON.

Cara Colombina, conosco che siete una buona giovine, e ho piacere nel trattenermi con voi. So che voi vorreste conoscermi, e che vi svelassi l’esser mio e le mie contingenze, ma questa è l’unica cosa, da cui vi prego di dispensarmi.

COL.

Non so che dire, mi avete prevenuta appunto di quello volea pregarvi. Sono sei giorni che alloggiate in questa locanda, e vi ho veduta tanto afflitta e addolorata, che ho desiderato sempre di saperne il motivo, affine di potervi in qualche conto giovare, se non altrimenti, almeno colle parole.

ELEON.

Assicuratevi che non è senza un forte motivo la mia tristezza; ma per ora ho risolto di non parlare. Aspetto ancora due giorni, per vedere se capita una persona qui in Roma, che vi dovea capitare, e poi dopo risolverò, e forse pria di partire vi farò quella confidenza che desiderate.

COL.

Roma è una città assai grande; come volete fare ad essere informata di tutti quelli che arrivano?

ELEON.

Ho qualche indizio, che la persona che aspetto possa venire ad alloggiare in questa istessa locanda; e quando ciò non accada, Arlecchino mio servitore va girando per la città espressamente, per informarsi nei caffè, negli alberghi e nei luoghi più frequentati, se capita quegli che non dovrebbe tardar molto a venire.

COL.

Dite la verità, è qualche amante quegli che voi aspettate?

ELEON.

No, non è amante; non m’impegnate a dirvi di più.

COL.

Veramente una serva di una locanda non merita la vostra confidenza.

ELEON.

Non vi offendete del mio silenzio. Tacerei con una dama, con un principe, con chi che sia.

COL.

Almeno ditemi se siete maritata o fanciulla.

ELEON.

Colombina, per ora non mi tormentate d’avvantaggio. Ho da scrivere una lettera che mi preme. Lasciate ch’io vada a spicciarmi di quest’affare. Ci rivedremo. Può essere che domani vi scopra tutto. Addio. (parte)

SCENA SECONDA

Colombina, poi Arlecchino.

COL.

E ho da star fin domani con questa curiosità in corpo? Quanto più ella continua a nascondermi l’esser suo, tanto più mi cresce la volontà di saperlo. Ecco il suo servitore che torna in casa; vo’ provarmi se da lui potessi rilevar qualche cosa. È un poco semplice di natura; chi sa che con un poco di arte non mi riesca farlo parlare?

ARL.

La patrona dov’ela?

COL.

 È ritirata; e mi ha detto che non entri nessuno, se ella non chiama.

ARL.

Gnanca mi no posso entrar?

COL.

No, certo; quando vi vorrà, chiamerà. Ehi, dite, è capitato ancora?

ARL.

Chi?

COL.

L’amico.

ARL.

Qual amigo?

COL.

Quello che aspetta la vostra padrona.

ARL.

El savì donca, che l’aspetta uno.

COL.

Lo so, certo.

ARL.

Savìu mo chi l’è quel che l’aspetta?

COL.

Lo so, mi ha confidato ogni cosa.

ARL.

Gran donne! la me dis’a mi che no diga gnente a nissun, e po l’è la prima a dirlo.

COL.

Con me si può confidare. Ditemi, è capitato?

ARL.

Ancora no se sa gnente.

COL.

Mi dispiace, povera signora, vorrei vederla contenta.

ARL.

Me despias anca mi, perché son stuffo de far sta vita.

COL.

Siete venuti qui a caso, o con qualche sicurezza di ritrovarlo?

ARL.

L’ha da arrivar qua, se el diavolo no lo porta in un qualch’altro logo.

COL.

Come lo avete saputo che abbia da capitar qui?

ARL.

L’è stà scritto alla mia patrona da un so parente, che sta a Venezia.

COL.

Deve venir da Venezia, dunque.

ARL.

Siguro, da Venezia. No la ve l’ha dito?

COL.

Mi par di sì che me l’abbia detto. E dove lo ha ricevuto questo avviso?

ARL.

Al so paese, a Napoli.

COL.

Ah sì, non me ne ricordavo. La vostra padrona è napolitana.

ARL.

Oibò, no l’è miga napolitana. No la ve l’ha dito che l’è bergamasca, maridada in t’un napolitan?

COL.

Mi ha parlato di Napoli, mi ha detto che suo marito è napolitano; ho creduto che fosse napolitana essa pure.

ARL.

No voria che me dessi da intender che la v’ha dito tutto, e che no fusse vero, e che fessi per tirarme zo.

COL.

Oh guardate che cosa si va immaginando! So tutto, vi dico, mi ha detto tutto, e mi ha confidato che per amore è fuggita.

ARL.

Ella è fugida?

COL.

Oh appunto. Ella no; sarà egli fuggito.

ARL.

Seguro; so marido è scampado via.

COL.

Ed ha abbandonato la moglie.

ARL.

Seguro.

COL.

E si è portato in Venezia.

ARL.

Giusto cussì.

COL.

Ed ora se ne viene in Roma.

ARL.

Bravissima.

COL.

E la vostra padrona, avvisata da un suo parente in Venezia, è venuta qui per incontrarsi con lui.

ARL.

Pulito.

COL.

Vedete se io so tutto?

ARL.

L’è vero, e ho gusto, perché da qua avanti parleremo con libertà.

COL.

Mi ha detto anche il nome di suo marito, ma ho poca memoria e me l’ho scordato.

ARL.

V’ala dito: Ottavio Aretusi?

COL.

Appunto Ottavio Aretusi. (Maledetto! lo conosco costui) (da sé)

ARL.

Colombina, vardè ben che sia la verità che la mia patrona ve l’abbia dito, no me sassinè, che son un omo che, co se tratta de taser, me faria mazzar più tosto che dir una mezza parola.

COL.

Vi dirò di più, ch’ella mi ha confidato essere il signor Ottavio suo marito un cabalone di prima riga, nato assai bassamente, che vive d’industria, che la vuol spacciare da grande e che, dopo di averla condotta a Napoli, l’ha crudelmente piantata.

ARL.

Co l’è cussì, son contento. V’ala mo dito che semo qua senza un paolo, e che el patron della locanda stamattina n’ha fatto el complimento de licenziarne?

COL.

Questo me l’ha detto il padrone. Ma il signor Brighella è un uomo di buon cuore, e non è capace di usare una crudeltà. Quello che gli dispiaceva era il non sapere chi fosse la vostra padrona, ma ora che lo saprà, avrà qualche maggior tolleranza.

ARL.

Mi no ghe digo gnente siguro.

COL.

Glielo dirò io.

ARL.

E a vu l’è la patrona che l’ha dito, mi no.

COL.

Certamente.

ARL.

De mi no la v’ha parlà gnente?

COL.

Niente affatto.

ARL.

No la v’ha dito che son bergamasco?

COL.

Questo lo so, perché voi me l’avete detto sino dal primo giorno.

ARL.

V’oggio mai dito, che son stuffo de servir e che me voria maridar?

COL.

Questo no l’avete detto.

ARL.

Se non ve l’ho dito prima, vel digo adesso.

COL.

Per dir la verità, me n’importa poco.

ARL.

Pol esser che v’importa d’un’altra cossa, che v’ho da dir.

COL.

Cioè?

ARL.

Cioè che, se anca vu avessi genio de maridarve, poderessi far capital de mi.

COL.

Perché questa cosa m’importi, conviene ch’io sappia che fondamento avete per prender moglie.

ARL.

Mi credo d’aver i fondamenti che pol aver ogni galantomo che se vol maridar.

COL.

Avete niente al vostro paese?

ARL.

Niente affatto.

COL.

Che mestiere sapete fare?

ARL.

Niente affatto.

COL.

E volete ammogliarvi?

ARL.

Elo un mestier difficile el maridarse? l’imparerò.

COL.

Bene, bene, discorreremo.

ARL.

Ma no gh’è tempo da perder.

ELEON.

Arlecchino. (chiama per di dentro)

ARL.

La servo. Adessadesso se vederemo.

COL.

Non dite niente alla vostra padrona di quello che abbiamo fra di noi parlato.

ARL.

Circa al matrimonio?

COL.

No, circa all’esser suo e di suo marito.

ARL.

Mo no v’ala ella contà tutto?

COL.

Sì, è vero, ma non vorrà che voi lo sappiate. Fate a mio modo, non le dite niente.

ARL.

No dirò gnente. A revederse. (in atto di partenza)

COL.

Addio.

ARL.

Me scordava de dirve una cossa.

COL.

Che cosa?

ARL.

Voième ben, che ve ne voio anca mi. (parte)

COL.

Affè che l’ho indovinata. Il semplice è caduto, ed ho saputo ogni cosa. Povera disgraziata! è moglie di Ottavio Aretusi! Sta bene con quel birbone. (parte)

SCENA TERZA

Beatrice, vestita da uomo, e Brighella

BEAT.

Eccovi, signor Brighella, una lettera che vi dirà chi sono. (dandogli un foglio chiuso)

BRIGH.

Con so licenza, che leza. (apre la lettera)

Carissimo Messer Brighella.

La presente vi sarà recata da una giovane fiorentina, che a voce vi dirà l’esser suo. Ve la raccomando, fino al mio arrivo, che sarà probabilmente il giorno sei del corrente...

Oggi ne avemo sei, el doveria capitar a momenti.

BEAT.

Così credo. Io dovea arrivare tre giorni prima, ma per le nevi non ho potuto passare.

BRIGH.

Date alla segnora che vi dirigo un comodo appartamento, e un altro riserbatene per me, con due camere. Conduco meco un giovane veneziano, ricco e semplice, raccomandato alla mia custodia; il che vi serva di regola, e caramente salutandovi sono

Vostra affett. amico

Ottavio Aretusi

(L’è ben raccomandà sto pollastro. Se el gh’averà delle penne, sior Ottavio ghe darà una bona pelada). (da sé) E ella, padrona, chi xela? (a Beatrice)

BEAT.

Io sono Beatrice Anselmi, fiorentina.

BRIGH.

Ela amiga o parente de sior Ottavio?

BEAT.

Per confidarvi la verità, sono a lui promessa in consorte.

BRIGH.

 Promessa in consorte? (Se so che l’è maridà, e che so muggier l’è a Napoli!) (da sé)

BEAT.

Sono rimasta vedova in Venezia, dove morì mio marito, che mi ha lasciato dei mobili e del danaro. Il signor Ottavio non ha potuto colà sposarmi per la mancanza de’ suoi attestati; doveva egli partire sollecitamente per Roma; onde, per non perder tempo, mi ha spedito qui innanzi di lui, ove per la vicinanza di Napoli, che è la sua patria, potrà più facilmente sposarmi.

BRIGH.

Ala portà con ella i danari?

BEAT.

Li ho consegnati al signor Ottavio.

BRIGH.

(Anca ella la sta fresca). (da sé)

BEAT.

Sento gente. Non vorrei esser veduta. Datemi il mio appartamento.

BRIGH.

La resta servida con mi. Ghe n’ho tre in libertà, la se scieglierà quello che più ghe piase.

BEAT.

Prego il cielo che arrivi presto. Non vorrei che gli fosse accaduto qualche sinistro. (parte)

BRIGH.

Povera diavola! el gh’ha dà da intender de esser da maridar, per magnarghe quei pochi de quattrini. (parte)

SCENA QUARTA

Ottavio, da viaggio. Tonino, parimente da viaggi,

 cogli stivali da cavalcare e goffamente vestito.

OTT.

Animo, signor Tonino. Siamo in Roma; vi riposerete, vi cesserà l’incomodo cagionatovi dal cavalcare.

TON.

Sior Ottavio, ve lo digo e ve lo protesto, mai più in cavallo.

OTT.

Voi dite in cavallo, come si dice in gondola. Dovete dire a cavallo.

TON.

O a cavallo, o in cavallo. El m’ha rotto le tavarnelle, son sconquassà, son desnombolà; nol me cucca più.

OTT.

Per causa delle nevi non si è potuto proseguire il viaggio in calesse, ha convenuto venire come si è potuto.

TON.

Gnanca el calesse no me piase troppo. Sia pur benedetto le gondole. Almanco se sta comodi, stravaccai, no se se sbatte, no se se rompe i ossi. Sior Ottavio, per un mese fe conto che mi no ghe sia.

OTT.

Perché? che cosa volete fare in un mese?

TON.

Star in letto, e remetter la carne che ho perso in sto viazo.

OTT.

Vergogna! Giovane come siete, essere così poltrone! Non voglio sentirvi parlar così.

TON.

Via, no andè in collera. Farò tutto quel che volè. Almanco per carità feme cavar sti stivali, che me par de aver le gambe incastrae in t’una montagna.

OTT.

Or ora andremo nelle camere che ci avranno preparate. Aspettiamo Brighella, il padrone della locanda.

TON.

No ghe xe donne in sta locanda?

OTT.

Che cosa vorreste far delle donne?

TON.

Che le me vegnisse a cavar i stivali.

OTT.

Queste sono cose che si fanno dagli uomini, e non dalle donne.

TON.

Ma mi, caro sior Ottavio, compatime, gh’ho più gusto a farme servir dalle donne, che no xe dai omeni.

OTT.

Lo so che in questa parte siete male inclinato, ma ve lo leverò questo vizio. Imparate da me: le donne le lascio stare.

TON.

No songio vegnù a Roma a posta per maridarme?

OTT.

I vostri congiunti non vi fanno viaggiare per questo, ma per isvegliarvi, per farvi apprendere un poco di mondo.

TON.

Se i vol che me desmissia, che i me daga muggier.

OTT.

Se capiterà una buona occasione, o qui, o altrove, non dubitate che procurerò che siate contento.

TON.

Sieu benedetto! lassè che ve daga un baso. (vuol abbracciare Ottavio, e gli stivali gl’impediscono di poter camminare) Co sti stivali no me posso mover.

OTT.

Ora ve li caverete. Chi è di là? c’è nessuno?

SCENA QUINTA

Brighella e detti.

BRIGH.

Oh signor Ottavio, ben arrivado.

OTT.

Ben trovato il mio caro messer Brighella.

BRIGH.

Questo elo quel signor venezian?...

TON.

Sior sì, mi son un lustrissimo da Venezia, che xe vegnù a Roma per maridarse.

BRIGH.

La troverà delle fortune quante che la vol.

OTT.

(È capitata l’amica?) (piano a Brighella)

BRIGH.

(Sior sì. No sarà mezz’ora). (piano ad Ottavio)

OTT.

(Dove si trova?) (come sopra)

BRIGH.

(Nella camera della Stella). (come sopra)

OTT.

Amico, fate cavare al signor Tonino gli stivali, e accompagnatelo nella sua camera, che or ora vengo.

TON.

Caro sior Ottavio, no me lassè solo per carità; a Roma no ghe son più stà, no son pratico, no so gnente.

OTT.

Brighella v’informerà di tutto, e poi or ora sarò con voi. (parte)

SCENA SESTA

Brighella e Tonino

BRIGH.

Ala fatto bon viazo, signor?

TON.

Oh che viazo cattivo! Son tutto rotto.

BRIGH.

La se comoda qua, la se metta a seder, fina che i omeni i dà una spazzadina alla camera, perché l’è un pezzo che no gh’è stà nissun dentro. (gli dà una sedia)

TON.

Se poderave per finezza, per grazia, per carità, cavarme sti maledetti stivali?

BRIGH.

No i ha nissun servitor con lori?

TON.

A Venezia ghe n’aveva do. I xe vegnui con mi fina a Bologna, e po sior Ottavio li ha licenziai.

BRIGH.

(Capisso. Sior Ottavio no vol zente che ghe dia suggizion). (da sé) Adessadesso vegnirà qualcun dei mi omeni a servirla.

TON.

Vardè se son un omo desfortunà. Xe tre dì e tre notte che nevega. Se rompe el calesso, no se pol vegnir avanti, bisogna andar in cavallo, e a mi m’ha toccà quello dalle stanghe, che m’ha fatto tanto insaccar, che me andava le buele fora del corpo.

BRIGH.

No l’era mai più stà a cavallo?

TON.

Mai più. No son mai stà fora de Venezia. Mio lustrissimo sior padre m’ha tegnù in collegio fina a vintidò anni. Col xe morto, son stà sempre a casa co mia lustrissima siora madre. Adesso anca ella la xe morta, e mio lustrissimo sior barba l’ha volesto che fazza sto viazo, acciò che impara el viver del mondo, perché po, co torno a casa, possa dir che son stà, che ho visto, e che possa contar quel che ho visto.

BRIGH.

L’è vegnù a Roma donca solamente per spasso, no per nissun interesse.

TON.

Gh’averia un interessetto da far, se me capitasse.

BRIGH.

Cossa vorielo far?

TON.

Per dirvela in confidenza, me voria maridar.

BRIGH.

A Venezia no l’ha trovà nissun partido a proposito?

TON.

Ve dirò; a Venezia me son provà a far l’amor, ma quelle galiotte de quelle putte no le fava altro che minchionarme. Gera deventà el barònzolo de tutti. E po le veneziane no le me piase. Ho sentìo a dir che a Roma ghe xe de le belle romane; e quel che stimo, le romane i dise che le xe de bon cuor, e che le xe virtuose; e mi, co me marido, voggio una muggier virtuosa.

BRIGH.

Virtuosa de musica?

TON.

Ve par che un par mio abbia da tor una cantatrice? Voggio una vertuosa, figuremose, che la sia poetessa; perché anca mi son poeta.

BRIGH.

La xe poeta? me ne rallegro. (Gh’ho un gusto matto co sto pandòlo). (da sé)

TON.

Gh’aveu gnente vu per le man?

BRIGH.

Cussì presto la vol pensar a sta cossa?

TON.

Mi, se me capitasse, me mariderave anca adesso.

BRIGH.

De che condizion la voravela?

TON.

Civil, da par mio.

BRIGH.

Se è lecito, de che condizion elo vussignoria?

TON.

Vussignoria. Coss’è sto vussignoria? poderessi dir vussustrissima. Mio lustrissimo sior padre gera uno che viveva d’intrada, e mia lustrissima siora madre gera una cittadina, cascada in bassa fortuna, ma de una casa che xe più antiga del ponte de Rialto.

BRIGH.

Vussustrissima sarà ricco, m’imagino.

TON.

Se son ricco? Domandeghe a sior Ottavio. Son fio solo e gh’averò d’intrada... no so gnente, domandeghelo a sior Ottavio; el lo sa ello meggio de mi.

BRIGH.

Se la vol maridarse, vederemo de trovar qualche bon partido.

TON.

Via, me raccomando a vu, che saverò le mie obligazion.

BRIGH.

Certo che qualcossa bisognerà spender; bisognerà regalar qualchedun; per mi niente, ma se l’avesse intanto un per de zecchini per metter in bona speranza uno de questi, che ha pratica del paese, se poderia prencipiar a far delle diligenze.

TON.

Volentiera, se no basta do zecchini, anca quattro, anca sie, ma bisogna domandargheli a sior Ottavio.

BRIGH.

A sior Ottavio? Vussustrissima no gh’ha soldi in scarsela?

TON.

Mi no gh’ho gnanca un bezzo. Tutti i mi bezzi li tien sior Ottavio.

BRIGH.

(Cattivo negozio co s’ha da dipender da sior Ottavio). (da sé) Se la se vol cavar i stivali, andemo in camera; vedo che i servitori i ha fenio de giustar.

TON.

Andemo. (si alza da sedere) Deme man, che no posso camminar.

BRIGH.

La se comoda. (gli dà braccio)

TON.

Oh poveretto mi! no me posso mover. Mai più cavallo, mai più stivali. (parte con Brighella, zoppicando)

SCENA SETTIMA

Ottavio, poi Brighella

OTT.

Sono in un imbarazzo grandissimo con questa donna. L’avidità d’aver nelle mani la roba sua e il suo danaro, mi ha fatto fare una risoluzione, di cui ne sono oramai pentito. Se fosse morta mia moglie in Napoli, forse forse la sposerei; chi sa? Sono mesi che non ho nuova di lei, potrebbe darsi che più non vivesse. Ma intanto come contenermi con Beatrice? Ella è un’onestissima donna, che colla fiducia di essere da me sposata, si è lasciata condurre sin qui, e mi ha fatto padrone di tutto il suo. L’inganno non può durar lungamente; sono imbrogliato, ma troverò la via d’uscirne.

BRIGH.

Oh che bel mobile, sior Ottavio, che avè condotto a Roma! Sto sior Tonin l’è el più bel capo d’opera che abbia visto.

OTT.

È uno sciocco, consegnatomi da certi parenti suoi, che si vergognano di averlo vicino.

BRIGH.

Alo dei quattrini?

OTT.

È ricco, ma non sa egli medesimo che cos’abbia. I suoi congiunti possedono molti de’ suoi effetti, e vorrebbono che più non tornasse, per goderseli pacificamente. Ciò non ostante, l’assegnamento che gli hanno fatto è bastante a farlo vivere comodamente; tutto passa per le mie mani ed io gli faccio l’economo.

BRIGH.

E no ghe dè gnanca un soldo da comprar del tabacco?

OTT.

Credete voi che in questo viaggio non voglia io avanzarmi un migliaio di scudi?

BRIGH.

Lo credo benissimo, e credo che meggio incontro de questo no podessi trovar. Ma digo, sior Ottavio, quella zovene vestia da omo elo negozio vostro, o del venezian?

OTT.

Tonino non l’ha nemmen da vedere. È cosa mia quella.

BRIGH.

Cossa penseu de farghene? In casa mia no voggio pastizzi.

OTT.

È una vedova, che ho da sposar quanto prima.

BRIGH.

Ela morta vostra muggier?

OTT.

Sì, è morta che saranno due mesi.

BRIGH.

Vardè ben quel che fe. Semo in t’un paese che ste cosse no le se passa cussì facilmente.

OTT.

Fidatevi di me, non dubitate. Vi farò veder tutto. Ora debbo andare col signor Tonino a fare una visita.

BRIGH.

Da chi?

OTT.

Dal signor Fabrizio del Mantice, mercante romano, presso di cui ho una lettera di raccomandazione, per introdurlo in qualche luogo, affine di tenerlo divertito, acciò non si stufi, perché mi preme tirar di lungo colla mia direzione.

BRIGH.

El dise che el se vol maridar.

OTT.

Pensate voi, se quella è figura da dargli moglie. Lo tengo anch’io in isperanza di contentarlo, ma fin che posso, non me lo lascio sfuggire. Quando capita un boccon buono, è pazzo chi non se ne sa profittare. (parte)

BRIGH.

Nol podeva capitar in meggio man de quelle de sior Ottavio. Povero semplice! el me fa compassion. (parte)

SCENA OTTAVA

Camera in casa di Fabrizio, con sedie.

Florindo e Rosaura

ROS.

Ma signor Florindo, questo passare sì francamente nelle mie camere, mi pare un coraggio troppo avanzato.

FLOR.

Fra gli amanti, cara signora Rosaura, non si osservano le cerimonie.

ROS.

Che dirà mio zio, se qui vi trova?

FLOR.

Non so che dire... Eccolo ch’egli arriva.

SCENA NONA

Fabrizio e detti.

FABR.

Nipote mia, abbiamo de’ forestieri.

ROS.

Ci penso poco, signore.

FLOR.

La signora Rosaura vorrebbe che il suo signor zio pensasse un poco più seriamente alle sue premure.

FABR.

Domani ne parleremo. Intanto vediamo chi sono questi forestieri, che mi vengono raccomandati da un amico di Venezia. Mi hanno mandata l’ambasciata, e or ora li aspetto.

ROS.

Riceveteli pure, che io mi ritiro.

FABR.

No, ho piacere che ci siate anche voi, ed anche il signor Florindo.

FLOR.

Io resterò, se si tratta di soddisfarvi.

ROS.

Ma, caro signor zio, vi prego...

FABR.

Eccoli, eccoli.

SCENA DECIMA

Ottavio e Tonino in abito di soggezione, e detti.

TON.

(Vien facendo molte riverenze caricate, alle quali tutti ragionevolmente corrispondono)

FABR.

Signori, bramo l’onor di conoscerli, per avere il vantaggio di poterli servire.

OTT.

Questa lettera, che vi presento, vi darà conto di noi. (Dà una lettera a Fabrizio, che la riceve e legge. Frattanto ch’ei legge piano, Tonino seguita a far le sue riverenze affettate principalmente a Rosaura, che mostra di infastidirsi; e Ottavio di quando in quando guarda bruscamente Tonino, che si mortifica)

FABR.

Ho inteso. Il signor Ottavio napolitano, il signor Tonino veneziano non hanno che a comandarmi, che io non mancherò di servirli. Nipote mia, questi signori sono venuti a godere la nostra città; mi sono addirizzati da un amico mio di Venezia. Questa è mia nipote, e vostra serva. (ad Ottavio e a Tonino)

TON.

(Le sue solite riverenze)

OTT.

Ho il vantaggio di conoscere persone di merito, per le quali professo tutta la stima e la venerazione. Non dite niente, signor Tonino?

TON.

Dirò, dirò; son ancora un poco stracco dal viazo.

FABR.

Ehi! da sedere a questi signori. Favoriscano accomodarsi. (tutti siedono, fuor che Tonino, incantato a mirar Rosaura)

OTT.

(Via, che fate, che non sedete?) (piano a Tonino)

TON.

(La xe bella! bella da galantomo!) (fa varie riverenze, poi siede)

FABR.

Quel signor veneziano è più stato a Roma? (verso Tonino)

TON.

(La gh’ha un non so che, che m’incontra). (da sé)

OTT.

Parla con voi; dice se siete più stato a Roma. (a Tonino)

TON.

No, védela, no ghe son più stà. Cossa gh’ala nome quella signora? (verso Rosaura)

ROS.

Rosaura, per servirla.

TON.

Rosaura! mo che bel nome! Rosa aurea: una rosa d’oro. Le rose le se ghe vede in tel viso, l’oro m’imagino che la lo tegna sconto.

FLOR.

I nomi non hanno che fare colle qualità personali.

TON.

Sì, patron, anzi i nomi i par più bon, co i xe compagni della persona. Per esempio, mi son Tonin bella grazia; ghe par che al nome corrisponda la macchina? (fa qualche atteggiamento ridicolo)

OTT.

(Non istate a far delle sgarbatezze). (piano a Tonino)

TON.

(Se me criè, me confondo). (piano ad Ottavio)

FLOR.

Veramente è grazioso il signor Tonino. (con ironia)

ROS.

Anzi graziosissimo. (con ironia)

TON.

Obbligatissimo alla bontà della so compitezza.

FABR.

Come gli piace questa nostra città?

TON.

Assae, assaissimo, infinitamente, massimamente perché la xe bella assae.

OTT.

(Per dire degli spropositi non vi è il più bravo). (da sé)

ROS.

Quanto tempo è che vossignoria è in Roma? (a Tonino)

TON.

Son arrivà stamattina.

ROS.

E così presto ha veduto le belle cose di Roma?

TON.

Eh, mi in t’una occhiada vedo tutto. E po cossa ghe xe de meggio da veder de quel che vedo?

FABR.

Che cosa è quello che voi vedete? (a Tonino)

TON.

Vedo el bel visetto de sta patrona, che lo stimo più del Tevere e del Culiseo.

ROS.

(Questa mi pare un’impertinenza). (da sé)

OTT.

(Non occorre che mi fidi più di condurlo). (da sé)

FABR.

Signore, qual confidenza vi prendete voi con mia nipote? (a Tonino)

TON.

La compatissa. Sala per cossa che sia vegnù a Roma?

FABR.

Non lo so, se non me lo dite.

TON.

Son vegnù a Roma per maridarme.

OTT.

(Che bestia!) (da sé)

FABR.

A Venezia non ci sono partiti per maritarvi?

TON.

A Venezia non ho trovà gnente, che me daga in tel genio; e sì, tutte le putte me correva drio. Co passava per strada, l’istà spezialmente, senza tabarro, colla perucca stuccada, ziogando alla bandiera col fazzoletto de renso, le correva tutte al balcon, le se buttava de logo; le se diseva una con l’altra: Putte, xe qua sior Tonin bella grazia: vardè el lustrissimo sior Tonin bella grazia. Le me buttava dei fiori, mi li chiappava per aria, me li metteva in sen. Gh’aveva una camisa de renso, che sfiamegava. Un per de maneghetti de recamo, alti fin su le ongie. Fava luser i anelli; tirava fora una scatola da tabacco, che m’aveva donà siora nona. Putte de qua, putte de là, no saveva da che banda vardarme. Le me fava un mondo de burle. Chi me spuava adosso, chi mi schizzettava dell’acqua, chi buttava dei scorzi; ma gnente mostrava de aggradir le finezze, ma no le me piaseva nissuna. Le me pareva tutte senza sesto e senza modello. Mi son un putto che m’ha sempre piasso le cosse... cussì... alla romana. Me piase toscaneggiar. No me piase sentirme a dir: sioria, patron, lustrissimo, la reverisso; gh’ho gusto che le me diga: serva sua, serva divota, sì signore, illustrissimo sì signore. E cussì in circa; giusto come ella, patrona. (a Rosaura)

ROS.

(È la cosa più ridicola di questo mondo). (da sé)

OTT.

(Credo che lo soffrano per divertimento). (da sé)

FLOR.

A lei dunque si deve dare dell’illustrissimo. (a Tonino)

TON.

No vorla? Son zentilomo da Torzelo. Mio sior pare xe stà marcante, i mi parenti i xe tutti marcanti, ma mi m’ho volesto nobilitar; ho volesto comprar la nobiltà de Torzelo.

FABR.

Che è questo Torcello?

TON.

El xe un paese... mi no ghe son mai stà veramente; ma so che el ghe xe sto paese. Diseghelo vu, sior Ottavio, che saverè dir più pulito de mi.

OTT.

Torcello è una città antichissima, poche miglia distante da Venezia: distrutta quasi del tutto dalle guerre dei barbari, ma che conserva ancora alcuno de’ primi suoi privilegi, e specialmente un’immagine dell’antica sua nobiltà.

FLOR.

Quanto costa il farsi nobile di quel paese?

TON.

Diese ducati.

FLOR.

(Costa più un asino). (da sé)

OTT.

La maggior nobiltà del signor Tonino consiste in una entrata ch’egli avrà di sette o otto mila ducati l’anno.

TON.

E gh’ho un orto alla Zuecca, che gh’ha de tutto: peri, pomi, fighi, ua marzemina, e fina delle zizole e dei lazarioli.

FABR.

(Per ragione delle sue facoltà, non sarebbe cattivo partito per mia nipote, ma alle mani di questo suo condottiere, non è da compromettersi). (da sé)

TON.

E cussì, tornando al nostro proposito...

OTT.

Signori, è tempo che vi leviamo l’incomodo. (si alza)

TON.

Volè andar via cussì presto? (ad Ottavio)

OTT.

Non dobbiamo essere più importuni.

TON.

Dasseno che gh’aveva chiappà gusto a star qua.

FABR.

Perché, signore?

TON.

Perché co vedo una bella putta, m’incanto; mo in verità, siora... no m’arecordo più el so nome.

ROS.

Rosaura.

TON.

Sì, siora Rosaura, dasseno, più che la vardo, più la vardarave. La someggia tutta tutta a una bella putta che ho visto a Venezia, fia de un zaffo da barca.

ROS.

Un bell’onor che mi fate: paragonarmi alla figliuola di un birro. (parte)

TON.

Patrona... (salutandola)

FLOR.

In Roma non vi è bisogno di simili malagrazie. (a Tonino, e parte)

TON.

Sior marzocco caro.

OTT.

Compatite, signore, le sue stravaganze; non ha avuto educazione finora. Spero col tempo di regolarlo. Vi sono umilissimo servitore. (a Fabrizio)

FABR.

Ha bisogno veramente di essere meglio istruito.

TON.

Patron reverito. Co no saverò dove andar, vegnirò a favorirla. La me voggia ben, e se la vol maridar la so putta, la fazza capital de mi, e la s’arecorda che el lustrissimo sior Tonin bella grazia el xe vegnù a Roma a posta per maridarese. (parte)

OTT.

(Sciocco, bestia, ignorante). (da sé, e parte)

FABR.

Non ho veduto niente di più ridicolo. Ma è ricco, e questo basta per una giovane che ha poca dote. Chi sa? non lo voglio perder di vista. (parte)


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Sala nella locanda.

Eleonora ed Arlecchino

ELEON.

È così, ti dico; l’ho riconosciuto alla voce.

ARL.

Donca vostro marido l’è qua, in sta locanda?

ELEON.

Sì, pur troppo, per mia maggiore disperazione.

ARL.

Bella da galantomo! sì vegnuda a posta a cercarlo, l’avì trovà, e avì rabbia d’averlo trovà. Vualtre donne avì la testa come un libro, sempre se volta foggio, se trova sempre delle novità.

ELEON.

Le novità sono queste, che il perfido ha la compagnia di una donna.

ARL.

Pol esser che la sia la balia che l’ha lattà.

ELEON.

Ho sentito io dall’uscio qualche parola, ma parlavano piano, ed era la porta per di dentro così difesa, che non li ho potuti vedere in faccia.

ARL.

Chi sa che non abbiè tolto un ravano per una zucca.

ELEON.

No, non mi sono ingannata. La camera dove sono, è di là di quest’altra. Va tu, Arlecchino, entravi con un pretesto. Vedi se vi è tuttavia mio marito, vedi se vi è la donna, e narrami s’ella è giovane, s’ella è vecchia; vedi di rilevar chi ella sia, acciocché io possa prendere le mie risoluzioni, senza mettere piede in fallo.

ARL.

Mi ve conseggio de aspettar che i vegna qua da so posta, senza andar in camera a precipitar.

ELEON.

Io non ho bisogno de’ tuoi consigli.

ARL.

Ho ben bisogno mi de non andar a farme romper el muso.

ELEON.

E di che cosa hai paura?

ARL.

Me recordo che son stà bastonà cinque volte; no voria che fessimo la mezza dozzena.

ELEON.

Vien gente, mi pare, da quella camera.

ARL.

Lassè che i vegna.

ELEON.

È mio marito. Non vo’ per ora ch’egli mi veda. (entra in una camera)

SCENA SECONDA

Arlecchino, poi Ottavio

ARL.

La gh’ha più paura de mi. Le fa cussì ste donne: co le xe sole, le fa le brave, co arriva el mario, le gh’ha paura dell’orzo. Ho ben gusto de vederlo sto sior Ottavio; no l’ho mai né visto, né cognossù.

OTT.

Siete voi della locanda? (ad Arlecchino)

ARL.

Me par, se no m’inganno, de esser in te la locanda.

OTT.

Siete servitore?

ARL.

Son servitor.

OTT.

Andatemi a comprare della carta da scrivere.

ARL.

Son servitor, ma no son miga servitor della comunità.

OTT.

Non siete servitore della locanda?

ARL.

Son in te la locanda, son servitor, ma la mia patrona no la gh’ha nome locanda.

OTT.

(O è sciocco, o lo finge). (da sé) Chi è dunque la vostra padrona?

ARL.

Una donna femmena.

OTT.

È alloggiata in questa locanda?

ARL.

Patron lustrissimo, signor sì.

OTT.

È giovane la vostra padrona?

ARL.

Più tosto.

OTT.

È bella?

ARL.

No ghe xe mal.

OTT.

Di che condizione?

ARL.

Cussì e cussì.

OTT.

Sarà persona privata.

ARL.

Più tosto pubblica che privata.

OTT.

Pubblica? in qual maniera?

ARL.

La va per el mondo in abito da pellegrina.

OTT.

Come si chiama?

ARL.

Colla bocca.

OTT.

Eh scioccherie! Come si può fare a vederla?

ARL.

Per vederla bisogneria vardarla coi occhi.

OTT.

Ho inteso; voi siete un furbo; non mi volete dire la verità. Per ora non ho tempo da trattenermi. Ho da scrivere di premura. Tornerò e me la farete vedere, e sappiate ch’io son galantuomo. (Ho curiosità di vedere se è qualche cosa di buono). (da sé, parte)

SCENA TERZA

Arlecchino, poi Eleonora

ARL.

L’è un omo de bon stomego. A tutto el se tacca, tutto ghe comoda, per quel che sento.

ELEON.

Che ne dici di mio marito? Tu non l’avevi prima veduto.

ARL.

Digo che l’è un bel pezzo de omo, e che l’è un signor de bon gusto, amante delle novità.

ELEON.

Sì, ho inteso la curiosità ch’egli ha di vedermi; non sa ch’io sia la pellegrina che vuol conoscere. Lo saprà a suo malgrado. Ora che non c’è più nella camera il signor Ottavio, va tu a scoprire chi sia la donna colà rimasta.

ARL.

Trattandose de una donna, gh’ho un poco manco de suggizion. Vado subito.

ELEON.

Avverti di tornar presto.

ARL.

No so, no m’impegno. Co se tratta de parlar con una femmena, delle volte anca mi me perdo in te le felicità. (entra nella camera)

SCENA QUARTA

Eleonora, poi Arlecchino che torna.

ELEON.

Ma che sono mai questi uomini così volubili, così incostanti? Quando Ottavio mi prese, parea che delirasse d’amore. Ora mi odia, mi perseguita, mi aborrisce, e tutte gli sembrano vaghe, fuori della povera sua consorte.

ARL.

No ve l’oggio dito?

ELEON.

Che cosa?

ARL.

No la xe una zucca; el xe un ravano.

ELEON.

Non ti capisco.

ARL.

Son stà in quella camera. Invece de una donna femmena, ho trovà un omo maschio. Per veder se s’aveva scambià el forestier colla forestiera, ho domandà de sior Ottavio; el m’ha dito che el giera andà via in quel momento, che el giera stà là con ello; onde se vede che gh’avè le orecchie fodrae de persutto.

ELEON.

Fa una cosa, Arlecchino. Va da quel signore, e digli che favorisca di venir qui, che una giovane gli vuol parlare.

ARL.

No poderessi andar vu a trovarlo?

ELEON.

Se è un uomo, non mi conviene andare nella sua camera. Gli parlerò qui in sala.

ARL.

Mo andè là, che sè una donna de garbo! (torna nella camera)

SCENA QUINTA

Eleonora, poi Arlecchino e Beatrice in abito da uomo.

ELEON.

Può essere che mi sia ingannata, ma non lo credo. Tuttavia bramo chiarirmi, e saprò almeno se sia maschio o femmina questa tale persona, e che cosa pensi di fare presentemente quell’ingrato di mio marito.

ARL.

Semo qua. Questa l’è la mia patrona, che ve vol parlar. (a Beatrice)

ELEON.

(Al volto pare una femmina). (da sé)

BEAT.

Che mi comanda signora?

ELEON.

(Anche la voce è donnesca). (da sé) Scusate l’ardire, e prima che altro vi dica, favorite certificarmi se siete un uomo o una donna.

BEAT.

Parmi che non vi voglia molto a conoscere ch’io son donna.

ELEON.

Arlecchino?

ARL.

Siora padrona?

ELEON.

Che cosa dici?

ARL.

El ravano è deventà una zucca.

BEAT.

Qual motivo avete di maravigliarvi di questo?

ELEON.

Ditemi in grazia, non era con voi poc’anzi il signor Ottavio?

BEAT.

Verissimo. E lo aspetto fra poco.

ELEON.

Qual confidenza avete voi col signor Ottavio?

BEAT.

Quella che può avere la moglie col marito.

ELEON.

Voi moglie del signor Ottavio?

BEAT.

Io, sì signora.

ARL.

(Questa la godo da galantomo). (da sé, e parte)

ELEON.

Voi mi fate maravigliare.

BEAT.

E voi chi siete, che di lui mostrate tanta premura?

ELEON.

(Non vo’ scoprirmi per ora). (da sé) Sono di lui germana.

BEAT.

Ho piacere di conoscervi e abbracciare una mia cognata. (s’accosta per abbracciarla)

ELEON.

No, signora, non so se da voi questo titolo mi convenga.

BEAT.

Perché?

ELEON.

Perché Ottavio aveva in Napoli un’altra moglie, e ho ragion di credere che ancora sia viva.

BEAT.

No certo, assicuratevi ch’ella è morta.

ELEON.

Lo sapete di certo?

BEAT.

Ne son certissima.

ELEON.

(Te ne avvedrai, s’io son morta). (da sé)

BEAT.

Ma come siete qui con questo abito?

ELEON.

Vado in traccia di mio marito. Il perfido mi ha abbandonata.

BEAT.

Vostro fratello non vi ha per anche veduto?

ELEON.

Non ancora. Sono pochi momenti, che qui son giunta.

BEAT.

Se io lo vedo prima di voi, volete che glielo dica?

ELEON.

Se a lui lo dite, non ve lo crederà.

BEAT.

Perché?

ELEON.

Perché tutti si aspetterà di vedere, fuori di me.

BEAT.

La sorpresa gli sarà piacevole.

ELEON.

Può essere che molto non gli sia cara.

BEAT.

Non vi ama forse?

ELEON.

Pochissimo.

BEAT.

E pure il signor Ottavio è un uomo di ottimo cuore.

ELEON.

Signora, voi ancora non lo conoscete. Ottavio è un perfido. Lo proverete voi stessa. Ditelo a lui, che poco mi preme; e se vi domanda chi ha parlato così, ditegli che la persona a lui più congiunta lo sa, lo ha detto, ed è prontissima a sostenerlo. (parte)

SCENA SESTA

Beatrice sola, poi Tonino

BEAT.

Costei mi pare una pazza. Dice mal del fratello, dice mal del marito. Questi l’ha abbandonata, quegli non ha amore per lei; segno che non merita di essere amata.

TON.

Oe, putti, zoveni, camerieri. Caro quel zovene, feme un servizio; ho curà delle ostreghe che ho portà da Venezia, porteme da lavar le man.

BEAT.

Signore, mi maraviglio di voi. Per chi mi avete preso? per un servitore?

TON.

Chi seu, sior?

BEAT.

Sono una persona forestiera, alloggiata qui, come siete voi.

TON.

Via, no gh’è un mal al mondo. Ho fallà, e la xe fenia.

BEAT.

Mi pare peraltro...

TON.

Da che paese xela, patron?

BEAT.

Di Firenze.

TON.

Dove che i magna le fortaggie de un vovo solo?

BEAT.

E voi di dove siete?

TON.

Venezian, per servirla.

BEAT.

Il vostro nome?

TON.

Tonin bella grazia.

BEAT.

(Questi è il giovane che conduce Ottavio a viaggiare). (da sé)

TON.

La diga, xela la verità che qua no se usa troppo a dar del lustrissimo?

BEAT.

Certamente, tra galantuomini questo titolo si risparmia.

TON.

E a Fiorenza?

BEAT.

A Firenze ancora. Non si dà che dai servitori e dalla gente bassa.

TON.

Co l’è cussì, torno a Venezia. Me piase sentirme a dar del lustrissimo. Sentirme a dir, co passo per strada: lustrissimo sior Tonin, bondì a vussustrissima, vussustrissima sarà servida. Me sgionfo; vegno tanto fatto.

BEAT.

(Me l’ha detto il signor Ottavio, che è debole di cervello). (da sé)

TON.

(Sto sior el me par un musico che ha cantà a Venezia). (da sé)

BEAT.

(Mi guarda con attenzione. Conoscerà che sono una donna). (da sé)

TON.

(Certo me par de cognosserlo, ma no vorave fallar). (da sé)

BEAT.

(È meglio che mi dia da conoscere). (da sé)

TON.

La prego, in grazia... se se pol.. se xe lecito...

BEAT.

Parlate pure con libertà.

TON.

No xela ella?... no credo de ingannarme seguro.

BEAT.

Probabilmente non v’ingannerete.

TON.

No certo, perché la ciera no falla.

BEAT.

Mi avete conosciuto dunque.

TON.

Subito, alla prima. So chi sè; la memoria me serve.

BEAT.

Mi avete forse veduto a Venezia?

TON.

Giusto, a Venezia. No v’arecordè quella volta...

BEAT.

Quando, signore?

TON.

Quando che ve sbatteva le man.

BEAT.

Le mani? non me ne ricordo.

TON.

No ve recordè? in teatro.

BEAT.

Mi ha veduto in teatro?

TON.

Sì ben, là v’ho cognossù. Quando che fevi de qua, de là, con quel bel spazzizo, con quei motti, con quella bella azion. (fa vari atteggiamenti sgarbati, volendo imitare l’azione di un musico)

BEAT.

Io non so di aver fatto simili scioccherie.

TON.

Giusto! no ve recordè, co cantevi quell’aria: La la ra la la la la la ra la la la...

BEAT.

Ma, signore, per chi mi prendete?

TON.

Oh bella! per un musico.

BEAT.

Io musico? credevo che mi conosceste, ma siete in errore.

TON.

Ma chi seu, sior?

BEAT.

Sior? Siora, dovete dire, signor veneziano.

TON.

Cossa? Siora?... Xela forsi?... oh magari! (allegro)

BEAT.

(È curioso costui). (da sé)

TON.

Me pareva e no me pareva... donna... femmena!

BEAT.

Vi vuol tanto a capirlo?

TON.

Donna! colle braghesse! oh cara! co te godo!

BEAT.

Adagio, adagio; non mi state a far l’insolente.

TON.

Me xe vegnù el ballon sul brazzal, e la vol che perda una botta?

BEAT.

Siate prudente, altrimenti...

TON.

Mi vegno alle curte. Cossa fala qua in sta locanda? xela vegnuda a posta per mi?

BEAT.

Non signore, non vi ho nemmeno per il pensiero.

TON.

No importa. Sala per cossa che mi son vegnù a Roma?

BEAT.

Per che cosa?

TON.

Per maridarme.

BEAT.

E vi vorreste maritare così su due piedi?

TON.

Mi son cussì; le mie cosse le fazzo presto.

BEAT.

Che cosa direbbe il signor Ottavio?

TON.

Lo conossela sior Ottavio?

BEAT.

Lo conosco sicuro.

TON.

No la ghe diga gnente, che avemo parlà. Faremo le cosse in scondon.

BEAT.

Avete soggezione di lui?

TON.

No gh’ho suggizion, ma gh’ho gusto che nol lo sappia.

SCENA SETTIMA

Ottavio e detti.

OTT.

(Che fa costui con Beatrice?) (da sé, non veduto)

BEAT.

(Mi divertisco moltissimo con questo sciocco). (da sé)

TON.

Se me vorè ben, ve darò dei zecchini.

BEAT.

Avete del danaro dunque.

TON.

I mii bezzi li tien sior Ottavio, ma aspetterò che el dorma, e ghe li roberò fora de scarsella.

BEAT.

Volete rubare la roba vostra? Piuttosto domandategli il vostro bisogno.

TON.

Co ghe ne domando, nol me ne vol dar. El xe un can, el xe un fio... (vede Ottavio, e si perde)

OTT.

Bravo, signor Tonino.

TON.

Una donna con le braghesse. (ad Ottavio, ridendo)

OTT.

Andate nella vostra camera.

TON.

Tolè; no me posso mai devertir un poco. Sempre el me cazza in camera, sempre el me cria. Vôi tornar a Venezia.

OTT.

(Bisogna ch’io lo diverta un poco per non perderlo). (da sé) Andate a casa del signor Fabrizio; trattenetevi colà fin ch’io vengo.

TON.

Oh sì; anderò da quella putta romana, che la me dirà: sì signore.

BEAT.

È grazioso il signor Tonino.

OTT.

Sì eh? me ne consolo. (a Beatrice, ironico)

TON.

Sior omo e donna, la reverisso. (No la ghe diga gnente). (piano a Beatrice)

OTT.

Che sono questi secreti?

TON.

Gnente. Vago via. (La me voggia ben). (piano a Beatrice, e parte)

SCENA OTTAVA

Ottavio e Beatrice

BEAT.

Quanto mi ha fatto ridere.

OTT.

Ho inteso i concerti che si facevano.

BEAT.

Concerti di che?

OTT.

Vi piacerebbe ch’egli avesse degli zecchini.

BEAT.

Che importa a me del denaro degli altri? non ho il mio bisogno?

OTT.

Perché animarlo dunque a domandarmene? Ho inteso tutto.

BEAT.

Mi credete capace di una simile debolezza?

OTT.

Io non so di che siate capace.

BEAT.

Mi maraviglio che mi parliate così.

OTT.

Ed io mi maraviglio della vostra mala condotta. (Se sapessi come fare a liberarmene di costei). (da sé)

BEAT.

È questa la ricompensa di quel che ho fatto per voi?

OTT.

Eccoci sempre ai consueti rimproveri. Sono stanco di soffrirli.

BEAT.

Ed io sono stanca di vivere in questo stato. O sposatemi, o mettetemi in libertà.

OTT.

Chi è che vi lega? Fate quel che vi aggrada.

BEAT.

Datemi il mio denaro, e penserò a qualche risoluzione.

OTT.

Il denaro è in mano di mercadanti. Non si può avere per ora. Non vi ho mangiato un baiocco; e parlate bene di me.

BEAT.

Via, caro Ottavio, sapete pur che vi amo.

OTT.

Poco m’importa dell’amor vostro.

BEAT.

Povera me! così mi parlate, dopo di aver io per voi lasciata la patria, i parenti, e dopo avervi dato tutto il mio nelle mani?

OTT.

Queste seccature mi annoiano.

BEAT.

Signor Ottavio, risoluzione.

OTT.

Son pronto a prenderla quando volete.

BEAT.

Sposatemi, ch’è ormai tempo.

OTT.

Perché questo succeda, mi resta molto a pensare.

BEAT.

Ah sì, vedo pur troppo che quello che di voi mi fu detto, è la verità.

OTT.

Che vi hanno detto di me?

BEAT.

Che siete un perfido.

OTT.

Chi è che ha avuto ardire di dirlo?

BEAT.

Una persona a voi congiunta; anzi la più congiunta del mondo.

OTT.

(Fosse qui venuta mia moglie?) (da sé)

BEAT.

(Si confonde per la reità del suo cuore). (da sé)

OTT.

Si può sapere chi vi abbia di me parlato?

BEAT.

Ve lo dirò per mortificarvi. Chi vi conosce e vi accusa, è la vostra istessa germana.

OTT.

Mia germana? (Io non ho mai avuto germane). (da sé)

BEAT.

E quando ella lo dice, non può esser che vero.

OTT.

L’avete voi veduta questa mia germana?

BEAT.

Sì, l’ho veduta e le ho parlato.

OTT.

Dove?

BEAT.

In questa istessa locanda.

OTT.

(Che imbroglio è questo?) (da sé)

BEAT.

Però, pensateci bene. O risolvete di rendermi buona giustizia, o troverò chi saprà farmela a vostro malgrado. (parte)

SCENA NONA

Ottavio, poi Arlecchino

OTT.

Sono in una confusione grandissima. Che questa mia sorella fosse Eleonora, mia moglie?

ARL.

Oh apponto. Son qua a reverirla, e a dirghe che la pellegrina l’aspetta.

OTT.

Ma chi è questa pellegrina?

ARL.

La mia padrona.

OTT.

Come si chiama? Non mi rispondete al solito con degli spropositi. Come ha nome?

ARL.

No ve lo posso dir.

OTT.

Ha detto che non me lo diciate?

ARL.

Giusto cussì.

OTT.

Un zecchino sarebbe bastante a farmelo dire?

ARL.

Chi sa, se pol provar.

OTT.

Eccolo. Proviamo. (dà un zecchino ad Arlecchino)

ARL.

La gh’ha nome Eleonora.

OTT.

(Povero me!) (da sé)

ARL.

Vienlo in camera?

OTT.

Ditele che ora vengo.

ARL.

Vorlo saver altro?

OTT.

Mi basta così.

ARL.

(A forza de zecchini, mi digo tutto). (da sé, e parte)

SCENA DECIMA

Ottavio, poi Colombina, poi Brighella

OTT.

Mia moglie in Roma? Sono precipitato.

COL.

Signor Ottavio, la sua signora consorte è in una camera, che l’aspetta.

OTT.

Mia consorte? Quando è venuta?

COL.

Questa mattina, in abito di pellegrina, e si lamenta di vossignoria.

BRIGH.

Sior Ottavio, gh’è dei guai. So siora consorte s’ha informà del palazzo del governator, e la va a ricorrer contra de vu.

OTT.

Eleonora?

BRIGH.

No siora Eleonora, siora Beatrice.

COL.

Questa vestita da pellegrina ha nome Beatrice, o Eleonora? (a Brighella)

BRIGH.

Beatrice gh’ha nome quella ch’è vestida da omo.

COL.

Che imbroglio è questo? Quante mogli ha il signor Ottavio?

OTT.

(Sì sì; convien partire bentosto, e lasciarle tutte due nell’impiccio. Andrò dal signor Fabrizio a ricercar di Tonino). (da sé) Se di me vi domandano, dite che sono andato per un affare. (a Colombina e Brighella) (Prendo il danaro, lascio i bauli, e qui non mi lascio più ritrovare). (da sé, e parte)

COL.

Mi pare il bel farabutto. (parte)

BRIGH.

De ste bone teste ghe ne capita spesso per le locande. (parte)

SCENA UNDICESIMA

Camera in casa di Fabrizio.

Rosaura ed un Servitore

ROS.

Oh, questa cosa m’incomoda. Il signor veneziano potrebbe tornare. L’ho io da ricevere così sola? Non vi è mio zio... Ma egli mi ha detto appunto che io lo tratti con cortesia; lo crede per me un buon partito ed io non voglio se non quello ch’ei mi consiglia. Lo riceverò dunque. Ditegli ch’è padrone. (al Servitore, che parte) Il signor Florindo ci patisce un poco, ma che serve? egli non è al mio caso. Penso a star bene, se posso, e non m’importa di lasciar Roma. Il signor Tonino è un po’ scioccarello, ma questo suo difetto non mi darà grande incomodo.

SCENA DODICESIMA

Tonino e la suddetta.

TON.

(Viene cantando:

Ritorna al caro bene,

Rinnova i dolci amplessi;

Il cor che vive in pene,

Ritorna a consolar.

ROS.

Viva il signor Tonino.

TON.

Ah? cossa disela? Tutto per ella.

ROS.

Ella è un signore garbato.

TON.

Oh, me scordava el meggio. Patrona riverita. Bondì a vussustrissima; me rallegro e me consolo de reverirla. Stala ben? Ala dormio ben stanotte? Cossa disela de sto caldo? Cossa fa so sior barba? Vala a spasso? Se divertela? Gh’ala morosi? Come staghio in te la so grazia?

ROS.

Tutte queste cose in una volta?

TON.

Fazzo per no me le desmentegar.

ROS.

Le ha imparate a memoria?

TON.

No fazzo altro che studiar cerimonie.

ROS.

Si vede che ha dello spirito, del talento.

TON.

Se la savesse quante belle cosse che so!

ROS.

Sarei virtuosa di molto. Ella averà studiato.

TON.

Oh, siora sì, assae. Specialmente de istorie ghe ne so un spettacolo. So anca le istorie romane, siben che no son più stà a Roma. M’arecordo Lugrezia Romana, che xe stada sforzada... me par da Silvestro... o da Tranquillo, da uno de sti do certo. Ala letto ella quando che Guerino, detto el Meschino, ha trovà i àlbori del sol? Ala letto quando che Bertoldin xe stà portà in aria dalle grue? Ala letto ste cosse?

ROS.

Io non ho letto tanto. Voi siete assai erudito.

TON.

So anca recitar.

ROS.

Avete mai recitato coi dilettanti?

TON.

Siora sì, tante volte.

ROS.

Che parti avete fatto?

TON.

Ho sempre fatto da prima donna.

ROS.

Ditemi qualche bella scena.

TON.

Volentiera; mi no me fazzo pregar. Vorla sentir una scena de quella bell’opera intitolada el gran Didon?

ROS.

Il Didone? Didone era uomo o donna?

TON.

Omo, omo; no séntela? Didon, Didon, omo senz’altro.

ROS.

Ed Enea, che cos’era?

TON.

Enea? no séntela? Enea: donna, come Jarba.

ROS.

(Si puol dare maggior ignoranza?) (da sé)

TON.

La senta, la stima la memoria e la bona grazia; quando quel bravo Didon parlava d’amor colla so cara Enea, colla so morosa:

«Idolo mio, che pur sei

Onta nell’intestino, idolo mio.

Che posso dir? che giova

Rovinar coi sospiri il tuo dolore?

Ah, se per me in tel cuore

Qualche tenero affetto avesti mai...

Spacca l’ordegno... ah mia

Serena... ahi!»

(affettando somma caricatura) Ah, cossa disela; no gh’oggio bona disposizion?

ROS.

Anzi ottima. Ella, che è veneziano, dovrebbe far bene da Pantalone.

TON.

Ho anca fatto. La senta se la burlo. «Flaminia. Fia mia. Dove seu? Dove diavolo ve cazzeu? Portème el panimbruo. Mio compare xelo vegnuo? Cossa xe stao? Mio fradelo Stefanelo dove diavolo xelo andao? Oimei, oimei, el mio catarro. Son vecchio. Son cotecchio. No posso più; o che catarro becco cornù».

ROS.

Certo che per una conversazione vale un tesoro.

TON.

Se la vol che ballemo, ghe farò vedar se so ballar.

ROS.

Se ci fosse un violino.

TON.

No la gh’ha nissun in casa, che sappia sonar el cimbano?

ROS.

Non vi è in casa né il gravicembalo, né la spinetta.

TON.

No digo el caocimbano, digo el cimbano che se sona alla veneziana; quel cosso tondo de carta bergamina co le campanelle, che se batte coi dei e colla palma della man, e che se canta:

E nio, e nio e nio,

Putte care, coreve drio;

Coreve drio fin domattina;

Rosaura bella, ti xe la mia nina.

ROS.

Sempre più bravo, sempre più spiritoso. Sa recitar, sa cantar, sa ballar, sa un poco di tutto.

TON.

No la sa che son anca poeta?

ROS.

Caspita! Poeta ancora?

TON.

Vorla che ghe diga un sonetto?

ROS.

Lo sentirò volentieri.

TON.

Un ritratto in t’un sonetto. Pittor e poeta.

ROS.

Ma di chi è il ritratto?

TON.

Per dirghe la verità, el xe un sonetto che xe stà fatto per far el ritratto de mia siora nona, ma el va giusto pulito anca per ella.

ROS.

Io dunque somiglio a vostra nonna?

TON.

Co la giera zovene, siora sì; tutta ella. La senta se el ghe piase.

SONETTO

Occhi belli, più bei della bellezza;

Fronte, del Dio d’amor spaziosa piazza;

Naso, maschio real della fortezza;

Bocca, più dolce assae de una smeggiazza.

Petto, più bianco d’ogni altra bianchezza,

Ondeselle d’un mar che xe in bonazza;

Vita dretta e zentil, come una frezza;

Fianchi, pan de botirro, o sia fugazza.

Man, puina zentil, che alletta e piase;

Penin, fatto col torno, o col scarpelo;

Gamba, d’un bel zardin colona e base.

Quel che vedo, ben mio, xe tutto belo.

Son pittor, son poeta, e me despiase

Che de più no so far col mio penelo.

ROS.

Ma come fate mai ad avere in mente tante belle cose?

TON.

Mi gh’ho una mente che pensa a diese cosse alla volta; ma adesso, in sto ponto, penso a una cossa sola.

ROS.

Ora a che cosa pensate?

TON.

«Risponderò come da me si suole:

Liberi sensi in semplici parole.»

ROS.

Di chi son questi bei versi?

TON.

Del Tasso. El Tasso lo so tutto a memoria. Anca là dove che el dise:

«Intanto Erminia infra le ombrose piante

D’antica selva s’ha cavà la scuffia.»

ROS.

Dice così veramente?

TON.

O Cussì, o colà. Vegnimo alle curte. Me vorla per so mario?

ROS.

Piacemi questa maniera laconica.

TON.

Oh, mi no patisso la colica.

ROS.

Voglio dire che andate alla breve.

TON.

Cossa serve? I brui longhi a mi no i me piase. Son vegnù a Roma per maridarme. Se la me vol, son qua.

SCENA TREDICESIMA

Florindo e detti.

FLOR.

Signora, vi domanda il signor Fabrizio, e vi aspetta nella sua camera.

ROS.

Andiamo dunque a vedere quel che comanda il signor zio.

TON.

Andemo? Vegnirò anca mi.

FLOR.

Lasciatevi servire. (vuol dar la mano a Rosaura)

TON.

Cavève, sior; tocca a mi, che son forestier, a servirla. Ho studià anca mi el Galateo. Vardè come se fa a servir la macchina. (dà braccio a Rosaura, con caricatura)

FLOR.

Questa è un’impertinenza.

ROS.

Chetatevi, che avete il torto. (a Florindo)

TON.

Me voressi insegnar a mi? Son zentilomo da Torzelo, e so trattar co le donne civili, e so le regole della zentilomenaria.

FLOR.

Che pretendete voi sopra di questa giovane?

TON.

I fatti mii no ve li digo a vu, sior martuffo.

FLOR.

Così si parla con un par mio?

ROS.

Signori, dovreste usare un poco più di prudenza.

TON.

Brava, la parla con vu. (a Florindo)

FLOR.

Mi maraviglio che la signora Rosaura vi soffra. So perché lo fa, e perché tace. Ma s’ella tace, non tacerò io: signor veneziano, fuori di questa casa mi renderete conto dell’ingiuria che mi avete detto, colla spada alla mano.

TON.

Co la spada? Mi, compare, la spada la porto per usanza e no la so manizar. Se volè che femo una mostra de pugni, ve servirò.

FLOR.

Sentite che bello spirito!

ROS.

Orsù, signor Florindo, contentatevi di andare altrove. In casa mia voi non ci comandate.

FLOR.

Ho inteso. Con quel signore ci parleremo con comodo. Intanto andrò a fare le mie doglianze con vostro zio. (parte)

SCENA QUATTORDICESIMA

Rosaura e Tonino

ROS.

Andiamo, signor Tonino.

TON.

Per dirghe la verità, gh’ho un pochetin de paura.

ROS.

Fin che siete con noi, non dubitate di niente.

TON.

Donca stago con ella, no vago più via de qua.

ROS.

Andiamo dal signor zio.

TON.

Andemo da sior barba. La me daga man, che la voggio servir.

ROS.

Mi farete grazia. (gli dà la mano)

TON.

La varda se son un omo che serve con pulizia. Me par adesso esser giusto... come sarave a dir... giusto cussì... con una nave d’alto bordo. Subito do versi all’improvviso:

«Cara, vu sè una nave alla moderna:

Mi sarò el capitan che la governa» (partono)


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera in casa di Fabrizio.

Fabrizio e Tonino, poi il Servitore

FABR.

Per quel che sento, signor Tonino, voi siete un giovane benestante, unico di vostra casa e con un zio solamente che, invece di farvi da padre, vi si dimostra nemico.

TON.

Giusto, come che la dise ella.

FABR.

Egli vi tien lontano da lui, per maneggiare il vostro a suo modo, e profittare della poca pratica che voi avete del mondo.

TON.

Giusto, come che la dise ella.

FABR.

E vi ha consegnato alle mani di questo buon direttore, ministro delle sue cattive intenzioni.

TON.

Giusto, come che la dise ella.

FABR.

Ma non vedete che questo Ottavio è un birbone, il quale menando la vita che voi mi dite, con giuoco, donne e divertimenti, fa che le vostre sostanze mantengano i di lui vizi?

TON.

Saveu che disè ben?

FABR.

Qual educazione potete voi sperare da un uomo di tal carattere? Che figura vi farà egli far per il mondo? Vi mangia il vostro, vi tien soggetto, si serve di voi per zimbello, e poi vi pone in ridicolo dove andate.

TON.

Saveu che disè ben?

FABR.

S’io fossi in voi, vorrei liberarmi dalle mani di costui. Siete negli anni della discrezione. Potete dir voglio, potete dispor del vostro con miglior maniera, e vivere da uomo civile come siete nato, a misura delle vostre fortune.

TON.

Da galantomo, che disè ben.

FABR.

Dovreste liberarvi dalle mani di vostro zio, ch’è il maggior nemico che abbiate, e riconoscere il vostro, e mettervi sotto la direzione di una persona onesta e da bene.

TON.

Ve digo, che disè ben.

FABR.

E rimessa in buona maniera la vostra casa, pensare a prender moglie.

TON.

Oh! vedeu, qua semo al ponto. Me vôi maridar.

FABR.

 Fintanto che non avete accomodate le cose vostre non vi consiglio di farlo.

TON.

Cossa oggio da comodar? Mi no me par d’aver gnente de rotto.

FABR.

Dovete accomodare i vostri interessi. Farvi padrone del vostro. Liberarvi da costui, che vi tiene legato.

TON.

Se resto senza sior Ottavio, cossa faroggio? Mi no so gnente; lu me fa tutto. El m’ha promesso de maridarme; se lu no me marida, chi me mariderà?

FABR.

Vedo la vostra semplicità. Ho compassione di voi; liberatevi dal signor Ottavio, ed io prenderò cura dei vostri interessi e della vostra riputazione.

TON.

E de maridarme.

FABR.

Di questo ancora.

TON.

Sieu benedetto. Me raccomando a vu, me metto in te le vostre man.

FABR.

Scriverò a Venezia a’ miei corrispondenti; e con una vostra procura vi farò render giustizia contro di vostro zio.

TON.

Son qua, toleme per fio; ve cognosserò per mio pare.

FABR.

Ma prima di tutto, liberatevi da quel birbone di Ottavio, da quel frappatore.

TON.

Cossa vol dir sfrapador?

FABR.

Vuol dire ravvolgitore, raggiratore, uomo di mal costume e di mala fede.

TON.

Ho capio; lassè far a mi.

FABR.

Ma fatelo con buona maniera.

TON.

Farò pulito. Co voggio, so anca mi parlar come che parla i omeni.

SERV.

Signore, è qui un certo signor Ottavio, che dimanda del signor Tonino.

FABR.

Eccolo per l’appunto. (a Tonino)

TON.

Dirò co dise quello: Lupus est in tabula.

FABR.

In fabula volete dire. Facciamolo venire innanzi. (a Tonino) Di’ al signor Ottavio che venga qui, che il signor Tonino l’aspetta. (parte il Servitore) Parlategli con prudenza: ditegli il vostro sentimento, ma civilmente, con pulizia e con buona grazia. (parte)

SCENA SECONDA

Tonino, poi Ottavio

TON.

Sta volta bisogna chiamar i spiriti a capitolo. Ghe vol coraggio e franchezza. Ghe parlerò civilmente e con pulizia.

OTT.

Signor Tonino, preparatevi subito, che dobbiamo partire.

TON.

Con vu, sior Ottavio, no vegno altro.

OTT.

Perché?

TON.

Ve lo dirò civilmente e con pulizia. Da vu no vôi altro, perché sè un frappador, che vol dir un razirador, un omo de cattivo costume e de mala fede.

OTT.

A me questo? (con isdegno)

TON.

Ve n’aveu per mal? Ve lo digo con civiltà.

OTT.

Così si parla meco? Asino impertinente.

TON.

Tolè, el va in collera.

OTT.

Non so chi mi tenga, che non vi dia tanti calci, quanti ne potete portare.

TON.

Se me darè, chiamerò sior Fabrizio.

OTT.

È egli quello che vi ha consigliato a parlarmi sì indegnamente?

TON.

Sior sì, ma nol dise miga per offenderve; el lo dise per ben.

OTT.

Vi pare piccola offesa dirmi frappatore, raggiratore, uomo cattivo e di mala fede? Giuro al cielo, me ne farò render conto. Ma vorrei sapere da voi, bestia ignorantissima, a che motivo vi ha egli detto questo di me.

TON.

Mo via, no stè andar in collera. Ve digo che el l’ha dito per ben. El dise cussì, che vu sè quello... Ma no vu, che mio barba xe un poco de bon, e che vu sè un galantomo, ma che coi mi bezzi e co la mia roba volè mantegnir la donna, el zogo e tutti i vostri vizietti.

OTT.

Ha detto questo?

TON.

Sior sì. Xele mo cosse da andar in collera?

OTT.

(Ho capito; per me la cuccagna è finita. Partirò solo). (da sé)

TON.

Via, femo pase. Co me marido, sarè mio compare.

OTT.

Sarò un malanno che vi colga fra capo e collo. Andate al diavolo, dove volete, che di voi non voglio altri pensieri. (in atto di partire)

TON.

Me lasseu cussì?

OTT.

Sì, vi lascio per non vedervi mai più.

TON.

Mi resto a Roma. (ridendo)

OTT.

Restate, burattino mal fatto.

TON.

E vu dove andeu?

OTT.

Dove voglio.

TON.

Deme i mi abiti, la mia roba e i mi bezzi.

OTT.

Che abiti? che danari? Voi non avete niente del vostro. Son creditore del viaggio, e se non mi pagherete, vi farò metter prigione.

TON.

Poveretto mi! agiuto, zente, el me vol far metter in preson.

SCENA TERZA

Fabrizio e detti.

FABR.

Che cos’è questo strepito?

OTT.

(Era meglio ch’io me n’andassi). (da sé)

TON.

Sior Fabrizio, me raccomando a vu; sior Ottavio me vol far metter in preson. Cossa dirà i zentilomeni da Torzello?

OTT.

Signore, vi riverisco. (a Fabrizio, in atto di partire)

FABR.

Signor Ottavio, favorite venire nella mia stanza; ho bisogno di discorrer con voi.

TON.

El se n’ha per mal, perché gh’ho dito quel che m’avè dito. (a Fabrizio)

OTT.

Con che fondamento potete voi parlare di me in sì fatta guisa? (a Fabrizio)

FABR.

Signore, voi conoscete la semplicità del signor Tonino. Fatemi il piacere di venir meco. Sono un galantuomo; e spero che resterete di me soddisfatto.

OTT.

Compatitemi. Ho qualche premura. Non posso più trattenermi.

FABR.

Se ricusate di parlare con un uomo onesto qual io sono, darete da sospettare che sia vero quello che di voi si dice. Fidatevi della mia puntualità, della mia onoratezza, e vi assicuro che sarà meglio per voi.

OTT.

Bene, verrò a sentire quel che volete dirmi. (Che cosa posso perdere nell’ascoltarlo?) (da sé)

FABR.

Signor Tonino, restate qui fino che noi torniamo. (parte)

TON.

Sior sì, comodeve.

OTT.

(Spicciatomi da costui, parto immediatamente). (da sé, e parte)

SCENA QUARTA

Tonino solo.

TON.

No vedo l’ora de maridarme. Che i me daga che muggier che i vol, pur che la sia una donna, mi son contento. Sta siora Rosaura la me piase assae; la toria volentiera; ma gh’ho un pochetto de suggizion de quel sior romano, che me vol sfidar alla spada. Gh’ho paura che el me mazza, e a mi me preme salvar la panza per i fighi. Se no la sarà questa, la sarà un’altra. A un putto della mia sorte no manca muggier. Tutte gh’averà ambizion de sposar sto tocco de omo. Per diana, bisogna dir la verità, son un zovene molto ben fatto. Che bel taggio de vita! Che aria da zentilomo! In sto portego no ghe xe gnanca un specchio. Me vôi vardar in tel mio specchietto. (cava di tasca un picciolo specchio) Oh bello! oh bello! questa perucca è proprio tagliata sull’aria del mio bel volto. Se toscaneggia a rotta de collo. La bella perucca fa più bella la bellezza del volto, ed il bel volto fa più bella la bellezza della perucca, onde fra la gara di queste bellezze spicca sempre più la bella grazia del signor Tonin bella grazia. Gran mi! gran spirito! co presto che ho imparà a parlar romano! che profitto che ho fatto a camminar el mondo! Roma sarà incantada. Venezia se butterà de logo. I me metterà sui foggietti. Sarò nominà più de Pasquin e Marforio. Che bella bocca ridente! che sguardo vezzoso! Voggio cresser alla bellezza natural dei altri artifiziali artifizi. (si mette dei nèi sul viso)

SCENA QUINTA

Rosaura, Florindo e detto, poi il Servitore

TON.

(Oimei! xe qua quel sior dalla spada). (timoroso)

ROS.

Signor Tonino, non vi dia ombra alcuna vedermi venir col signor Florindo. Egli è un uomo assai ragionevole. Sapete come a lui ha parlato mio zio. Avete da essere buoni amici.

TON.

Mi son amigo de tutti. Ghe vôi ben, ghe vorrò sempre ben, basta che nol me fazza paura.

FLOR.

Basta che voi trattiate con termini civili ed onesti. (a Tonino)

TON.

Diseme, caro vecchio, se sposasse siora Rosaura, ve ne averessi per mal?

FLOR.

Le ragioni addottemi dal signor Fabrizio mi hanno disposto ad una perfetta rassegnazione.

TON.

Bravo, cussì me piase. Saremo amici.

FLOR.

E voi vi dolerete di me, qualora essendo vostra sposa la signora Rosaura, mi procuri l’onore di onestamente servirla?

TON.

Gnente affatto; anzi me farè finezza, ve sarò obbligà.

ROS.

Viva il signor Tonino.

TON.

E viva ella e le so bellezze.

FLOR.

Viva il signor Bella grazia.

TON.

Per servirla, obbedirla e reverenziarla.

ROS.

È molto bello, molto grazioso.

TON.

Sempre per favorirla.

FLOR.

Mi piacciono quei nèi sul viso. Siete il ritratto della galanteria.

TON.

Tutto effetto della sua dabbenaggine.

FLOR.

Anzi della vostra.

ROS.

Sediamo un poco in conversazione.

TON.

Tutto quello che la comanda. La donna in mezzo. Dirò come che se dise: In medio stabat virtutis.

FLOR.

(Quanti spropositi!) (da sé)

ROS.

Chi dice questo bel latino?

TON.

Credo che el sia o dell’Ariosto, o del Tasso.

FLOR.

Prendete tabacco? (gli offre tabacco)

TON.

Obbligatissimo. Ne tengo, ma non ne prendo.

FLOR.

Perché non ne prendete?

TON.

Per no sporcarme, con reverenza, el naso.

ROS.

Favorisca a me una presa delle sue grazie.

TON.

Subito la favorisso.

FLOR.

(Che complimenti obbliganti!) (da sé)

TON.

(Tira fuori una tabacchiera involta in un foglio)

FLOR.

Di che mai è quella sua tabacchiera? È una qualche gioja preziosa?

TON.

La xe d’arzento massizzo. La tegno incartada, acciò che no la se insporca.

FLOR.

Che pulizia ammirabile!

TON.

Prenda e s’imbalsami. (a Rosaura)

FLOR.

Favorisca.

TON.

La senta che roba. Siviglia d’Albania. (a Florindo)

ROS.

È molto secca questa vostra Siviglia Albanese. Quant’è che l’avete?

TON.

Me l’ha donada sior santolo, che sarà debotto tre anni.

FLOR.

La lascierete ai vostri figliuoli per fideicommisso.

TON.

La diga, sior Florindo, no la gh’ha gnente da far adesso?

FLOR.

Niente affatto.

TON.

No l’anderave a dar una ziradina?

FLOR.

Sto qui per voi, per tenervi conversazione.

TON.

Per mi la vaga pur, che la mando.

FLOR.

(Siamo alle solite). (a Rosaura)

ROS.

(Compatitelo; lo conoscete). (a Florindo)

TON.

Per dirghela, sior Florindo, la me dà un pochetto de suggizion.

FLOR.

Non vi prendete soggezione di me. Fate conto che io non ci sia. Parlate e trattate con libertà.

TON.

Bravo; cussì me piase. La diga, patrona, cossa fala? Stala ben? Come staghio in te la so cara grazia? Me par che sia un bel caldo; con so bona licenza. (si cava la parrucca, e l’attacca alla sedia)

FLOR.

(Oh la bella figurina!) (da sé)

ROS.

Perdonatemi, signore; questa è una mala creanza.

TON.

La compatissa; ghe remedieremo. (si mette un berrettino)

ROS.

Peggio. Parete un villano con quella berretta.

TON.

Scondemola. (si pone un fazzoletto in capo)

FLOR.

Sono cose da crepar di ridere.

ROS.

Eh via, mettetevi la vostra parrucca.

TON.

Mo se xe caldo.

ROS.

Se vien gente, che volete che si dica di voi?

TON.

La gh’ha rason. Me metterò la perucca. (si rimette la parrucca in capo, e tira lo specchietto, e se l’accomoda con caricatura)

ROS.

Ora siete un giovane pulito.

TON.

Ah? cossa disela? ghe piasio? (a Rosaura) (Caro sior, andè via de qua). (a Florindo)

SERV.

Signor Tonino, il padrone la dimanda.

TON.

Vegno subito. (si alza, e parte senza dir niente a nesuno)

FLOR.

Che vi pare di questo bel garbo? (a Rosaura)

ROS.

Certamente ha delle cose stravagantissime.

FLOR.

E voi vi adattereste a pigliarlo?

ROS.

Signor Florindo, il signor Tonino ha d’entrata all’anno quattromila scudi. (parte)

FLOR.

Per questa parte la compatisco; io non ne ho quattrocento. (parte)

SCENA SESTA

Altra camera di Fabrizio.

Fabrizio e Tonino, poi il Servitore

FABR.

Orsù, signor Tonino, io ho ridotto le cose vostre in ottimo grado. Il signor Ottavio si è persuaso di ritirarsi dal vostro fianco e di lasciarvi in pienissima libertà. Voleva andarsene immediatamente, ma io l’ho impedito, perché prima desidero che facciate con lui i vostri conti.

TON.

Mi no so miga far conti. No so dir altro che un fia un, fa un; do fia do, fa quattro, e po basta; al tre no gh’arrivo.

FABR.

Pel conteggio vi assisterò io, basta che vediate se le partite camminano bene. Vi darà una nota, la leggerete...

TON.

Pian, pian. Bisogna che ve confessa una cossa.

FABR.

Che cosa?

TON.

So poco lezer.

FABR.

Ma come mai avete impiegati gli anni della fanciullezza e della più tenera gioventù?

TON.

Mio sior padre xe morto a bonora. Mia siora madre s’ha tornà a maridar. Mi son restà in te le man de mio barba, e lu el me fava star in campagna, solo, coi contadini, diese mesi dell’anno. Nol m’ha fatto studiar, non ho imparà gnente. Tutto quel che so, lo so per via del mio gran spirito, della mia bona testa. Ho imparà a cantar, a ballar, a far el poeta, cussì, senza che nissun m’insegna. Ho sempre avudo, siben che giera in campagna, delle massime da gran signor. Un fattor m’ha messo in testa de farme nobile. Avemo robà sie sacchi de gran a mio barba, avemo spartio el vadagno mezo per omo. Mi son andà a Torzelo a farme zentilomo, e lu li ha godesti co la so morosa.

FABR.

Una simile educazione non poteva riuscire diversamente. Basta, il mio buon core, portato a far del bene a chi può, mi consiglia a non abbandonarvi. Parmi che in voi vi possa essere un fondo buono, ed una docilità da poter sperare buon frutto.

TON.

Per mi, mettème lesso, mettème rosto, stago a tutto. Basta che me dè muggier, mi no cerco altro.

FABR.

Ve la darò, se avrete giudizio.

TON.

Ve digo e ve prometto che farò tutto quel che volè.

FABR.

Andiamo dal signor Ottavio, che di là ci aspetta nella camera del mio negozio; terminiamo questa faccenda, e penseremo al resto.

TON.

Andemo pur dove che volè.

SERV.

Una signora, vestita da uomo, vorrebbe parlare con vossignoria. (a Fabrizio)

FABR.

E chi è costei?

SERV.

Non ha voluto dirlo. Dice che lo dirà a vossignoria.

FABR.

Qualche novità. Signor Tonino, andate di là dal signor Ottavio...

TON.

Vegnì anca vu; se no, no ghe vago.

FABR.

Andate, di che avete paura?

TON.

El m’ha manazzà de darme delle peae, de farme metter in preson.

FABR.

Non dubitate; non vi è pericolo che ardisca più di dir niente. State sulla mia parola.

TON.

Anderò, per farve servizio; ma ve prego de vegnir presto. Co vedo sior Ottavio, se me giazza el sangue; col me varda, el me fa paura; e co me l’insonio la notte, me desmissio tremando. (parte)

SCENA SETTIMA

Fabrizio, il Servitore, poi Beatrice

FABR.

Che venga questa signora. E vieni tu ancora con lei, non mi lasciar solo; non si può mai sapere. (al Servitore che parte, e poi ritorna con Beatrice) Il partito è buono per mia nipote, quando mi riesca tirarlo in Roma sotto la mia educazione, e quando possa assicurarmi che riesca bene.

BEAT.

Signore, compatite l’incomodo che vi reco.

FABR.

In che cosa vi posso servire?

BEAT.

In casa vostra mi dicono vi sia certo signor Ottavio Aretusi; è egli vero?

FABR.

Verissimo; è di là nel mio studio.

BEAT.

Bramerei di vederlo e di potergli parlare in presenza vostra.

FABR.

Chi siete voi, signora?

BEAT.

Sono la di lui sposa.

FABR.

Quand’è così, vi servo subito. Ma perché gli volete parlare in presenza mia?

BEAT.

Per vedere se coll’aiuto vostro mi riesce di renderlo al suo dovere. Egli mi tratta male. Non fa più conto di me, vuole abbandonarmi, e di più nega di rendermi quello ch’è mio. Ho fatto qualche ricorso contro di lui, ma ne sono quasi pentita, perché prevedo il suo precipizio; onde a voi mi raccomando, e per la sua salvezza, e per la mia quiete, e per la comune nostra riputazione.

FABR.

Son qui a far tutto quello ch’io posso per il vostro bene. Andatemi a chiamare il signor Ottavio. (al Servitore, che parte)

BEAT.

Dubito che lo ritroverete assai pertinace.

FABR.

Gli avete dato motivo di essere con voi sdegnato?

BEAT.

No certo, da me non ha avuto che benefizi e rassegnazione.

FABR.

Eccolo ch’egli viene.

SCENA OTTAVA

Ottavio, il Servitore e detti.

OTT.

(Costei mi perseguita). (da sé)

FABR.

Signor Ottavio, conoscete questa signora?

OTT.

Così non la conoscessi.

BEAT.

Qual motivo avete di dolervi di me?

OTT.

Ne ho cento dei motivi.

FABR.

O via, tutti i mariti hanno da soffrir qualche cosa dalle loro mogli, e le mogli non meno dai loro mariti. Scordatevi di ogni cosa, e in grazia mia ripigliatevi la vostra sposa, e partite di Roma unitamente, di buon amore.

OTT.

A riguardo vostro voglio fare quest’ultimo sacrifizio.

FABR.

E voi siate docile e sofferente. (a Beatrice)

BEAT.

Non gli darò motivo di lamentarsi.

FABR.

Se avete fatto qualche passo falso contro di lui, correggetelo fin che vi è tempo.

BEAT.

È necessario ch’egli faccia quello che gli dirò, perché mi rimova da quel che ho fatto.

OTT.

E che faceste, signora?

BEAT.

Ve lo dirò fra voi e me.

FABR.

Andate là, in quella camera. Parlate con libertà fra di voi, e dove possa impiegarmi a pro vostro, lo farò volentieri.

BEAT.

Venite, signor Ottavio, che tutte le cose si aggiusteranno. (parte)

OTT.

(È necessario il fingere, per liberarmene più facilmente). (parte)

SCENA NONA

Fabrizio ed il Servitore

FABR.

Fra maritati spesso spesso vi sono de’ guai. Ho fatto bene io a non prender moglie. Parmi che vi sia qualcheduno in sala. Guarda chi è. (al Servitore, che parte) Credo per altro, fra questi due, che la moglie abbia più ragion del marito. Sia come esser si voglia, ho piacere che col mezzo mio si riuniscano per ora almeno.

SERV.

Signore, vi è una pellegrina che ha premura di parlarvi.

FABR.

Una pellegrina? che venga. (il Servitore parte) Vorrà l’elemosina, ed io le darò qualche cosa. Non mi ritiro dal far del bene, se posso.

SCENA DECIMA

Eleonora, il Servitore ed il suddetto.

ELEON.

Serva del signor Fabrizio.

FABR.

Chi siete voi, signora?

ELEON.

Sono Eleonora degli Aretusi, moglie di Ottavio che trovasi in casa vostra.

FABR.

Oh diancine! Cosa sento? Voi moglie del signor Ottavio?

ELEON.

Così è; ho meco le prove, se mi venisse negato.

FABR.

(Come va la faccenda? quante mogli ha costui?) (da sé) Chiamami subito il signor Ottavio. (al Servitore, che parte)

ELEON.

Per qual motivo vi siete maravigliato che io sia moglie d’Ottavio?

FABR.

Niente, niente. Eccolo qui per l’appunto.

SCENA UNDICESIMA

Ottavio, il Servitore ed i suddetti.

OTT.

Che mi comandate, signore? (non vedendo il volto di Eleonora)

FABR.

Conoscete voi questa pellegrina?

OTT.

Oh! siete qui, sorella?

ELEON.

Sorella? Che sorella! Ho finto di esser tale una volta, per salvare la vostra e la mia riputazione. Son vostra moglie, pur troppo, per mia disgrazia; ed ora son qui venuta per salvare la vostra vita. Quell’altra che avete barbaramente ingannata, fingendo di volerla sposare, vi ha accusato alla Giustizia. I birri hanno cercato di voi alla locanda, ed io per carità sono venuta ad avvisarvi.

OTT.

Ah Beatrice indegna! (vuol andare nella camera, ove sta Beatrice)

FABR.

Fermatevi. In casa mia non si fanno rumori.

OTT.

E voi meritereste che vi ricompensassi, come mi suggerisce lo sdegno. (contro Eleonora)

FABR.

Zitto, dico. Rispettate la casa mia.

ELEON.

Son vostra moglie...

OTT.

Siete la mia rovina. I birri mi cercano. Dove potrò salvarmi? Se mi trovano, son perduto.

SCENA DODICESIMA

Beatrice e detti.

BEAT.

Ho inteso tutto con mio rammarico, con mio rossore. Andrò io medesima a rimediare.

OTT.

Andate che un fulmine v’incenerisca. Ma a che pro mi trattengo col pericolo di esser preso? Signor Fabrizio, vado a procurar di salvarmi. (in atto di partire)

SCENA TREDICESIMA

Florindo e detti.

FLOR.

Dove andate, signor Ottavio? I birri sono alla porta.

FABR.

In casa mia questi affronti?

OTT.

O morire, o fuggire. (parte correndo)

ELEON.

Ah povero disgraziato!

BEAT.

Lo assista il cielo.

SCENA QUATTORDICESIMA

Tonino e detti, poi Arlecchino

TON.

Poveretto mi! agiuto, un gotto de acqua per carità.

FABR.

Che cosa è stato?

TON.

Sior Ottavio xe deventà matto. El s’ha tratto zo dal balcon.

ELEON.

Povera me!

BEAT.

Aiutatelo.

ARL.

Siora Eleonora, no v’incomodè più de cercar vostro marido.

ELEON.

Oimè! è egli morto?

ARL.

Siora no, el s’ha fatto solamente un poco de mal, ma l’ha trovà della zente caritatevole, che l’ha agiutà.

BEAT.

È in luogo sicuro?

ARL.

Sicurissimo. I sbirri l’ha chiappà con amor, e con tutta carità i l’ha menà in preson.

BEAT.

Ah infelice!

ELEON.

Ah sventurato!

FLOR.

La galera, a quel ch’io sento, non la può fuggire.

FABR.

Ecco il fine meritato dal Frappatore.

SCENA QUINDICESIMA

Rosaura e detti.

ROS.

Gran cose, signor zio, ho veduto e sentito.

FABR.

Non si poteva aspettare diversamente un perfido come lui. Vedete, signor Tonino, se io vi diceva la verità?

TON.

Sior Fabrizio, per carità, no me abbandoné.

FABR.

Se piacevi di restar meco e dipendere da’ miei consigli, vi chiamerete contento.

TON.

Farò tutto quel che volè, me basta una cossa sola.

FABR.

Che cosa?

TON.

Un bocconcin de muggier.

ARL.

Fe come ho fatto mi, sior Tonin.

TON.

Cossa aveu fatto?

ARL.

M’ha piasso la cameriera della locanda, e me l’ho sposada.

TON.

Se podesse, farave l’istesso anca mi con quella cara colonna. (verso Rosaura)

FABR.

Vi piace mia nipote? (a Tonino)

TON.

Assae, assae; ghe lo zuro su la mia nobiltà.

FLOR.

Un giuramento che costa dieci ducati.

FABR.

Voi che ne dite, Rosaura?

ROS.

Io mi rimetto a tutto quello che fate voi. (a Fabrizio)

FABR.

Bene dunque. Datevi la parola, e prendiamo tempo un anno a stabilire le nozze. Vedremo in questo tempo che cosa ci possiamo compromettere dal signor Tonino. Nel corso di quest’anno il signor Florindo favorirà di non frequentar la mia casa, così volendo ogni riguardo ed ogni onestà. Voi, donne, andate al vostro destino. (a Beatrice ed Eleonora) E voi, signor Tonino, se volete essere un giorno contento, ascoltatemi e fidatevi dell’amor mio. Il cielo vi ha liberato da un assassino; e da quello che gli è succeduto, e dal fine che a lui sovrasta, imparate a seguire l’onestà e la virtù, e a detestare perpetuamente il vizio, gl’inganni ed il mal costume.

Fine della commedia.

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