Carlo Goldoni
IL GELOSO AVARO
La presente Commedia di carattere, in tre Atti in prosa, fu rappresentata per la prima volta in Livorno nell'Estate dell'anno 1753.
A SUA ECCELLENZA
IL SIGNOR
ALVISE VENDRAMINI
PATRIZIO VENETO
Sanno tutti quelli che mi conoscono, ch'io scrivo in Venezia presentemente le opere mie per uso di quel Teatro, di cui Padrone l'Eccellentiss. Signor Francesco, Padre di V. E., e mio benignissimo Protettore. Tutti per non sanno con quanta generosa bont mi tratti il Cavaliere umanissimo, e questo avrei voluto che si sapesse, ringraziandolo con una lettera mia ossequiosa, posta in fronte ad alcuna delle mie Commedie. Egli che, fra le altre Virt, ha quella della pi esemplare molestia, col pi grazioso artifizio del mondo ha penetrato sin nell'animo mio, e mi ha impedito di farlo, temendo forse sentirsi dir quelle lodi ch'ei merita, e che in faccia sua sdegna di sofferire. Buon per me, che in un s rigoroso divieto non ha compreso la venerata persona di Vostra Eccell., onde a Lei potr rivolgermi impunemente, e favellando col Figlio, mi sembrer in un tempo di favellare col Padre, essendo, e per natura, e per legge, una stessa persona considerati.
Pure per questa istessa ragione dorr trattenere il corso della mia penna, ove lodar tentassi o la di Lei Famiglia, o i di Lei meriti personali, perch'egli, se non lo aggradisce, non condanni almeno quest'atto del mio sincero rispetto. Ma che giova parlare della Famiglia antichissima de' Vendramini, s'ella bastantemente conosciuta dal Mondo? Ne parlai brevemente, vivente ancora l'Eccellentiss. Signor Antonio, Zio Paterno di Vostra Eccell., di onorevole ricordanza, e fra le lettere della edizione mia Fiorentina non lasciai di dargli in allora un pubblico testimonio del mio ossequio e della mia gratitudine. Ora dunque dovrei parlare soltanto dell'Eccell. Vostra, ma nell'et giovanile in cui tuttavia si ritrova, non potrei che additare i semi di quelle Virt, che luminose un giorno risplenderanno a pro della Patria e del suo glorioso Casato.
Vedesi in Lei accoppiato all'avvenenza della persona il brio dello spirito; e la dolcezza de' suoi costumi, e la chiarezza della sua mente presagiscono, in Lei ai gradi eminenti della Repubblica un degno erede de' suoi gloriosi antenati. Ma questo rispettoso mio foglio non ha da essere un panegirico alle di Lei Virt, ch io atto non sono per s grand'opera, e male collocato vedrebbesi fra le Commedie. Mia intenzione soltanto manifestare per questa via il mio sincero giubbilo, per l'onore onde vengono le mie fatiche illustrate. Sono oramai quattr'anni ch'io scrivo per il teatro rinomatissimo de' Vendramini, e spero di continuar fin ch'io viva, o almeno fin che avr lena per scrivere. Il nuovo mio Reale Padrone lasciami in libert di poterlo fare, e tanto pi volentieri lo faccio, quanto veggo le opere stie dalla comica compagnia valorosamente eseguite.
Il Teatro de' Vendramini sempre fu rispettabile e accreditato, ma ora pi che mai pu vantarsi di essere di egregi attori fornito, capaci di ogni pi difficile Rappresentazione, Tragica sia, o sia Comica, trovando in essi partitamente l'abilit di rappresentare i caratteri pi originali del mondo. Non ho riguardo di replicare in pubblico una proposizione detta da me sinceramente in privato: Se le mie Commedie recitate da una tal compagnia non incontreranno, non sar per difetto dei Comici, ma di me soltanto. Sono parecchi anni ch'io mi struggo in un tal mestiere, ed eccedente il numero delle cose fatte da me sinora, e per il mondo ha da aspettare di quando in quando dei frutti secchi. Le piante ancora, dopo un abbondante prodotto de' loro frutti, in qualche anno si mostrano meno feconde, e il Giardiniero le soffre, colla speranza di rivederle pi fertili nell'avvenire. Chi mai creduto avrebbe, Eccellenza, ch'io dar dovessi in quest'anno al di Lei Teatro una Commedia s fortunata qual fu l'Ircana in Ispaan? Io stesso non me ne sarei lusingato. Dopo la Sposa Persiana, dopo il seguito alla medesima, intitolato Ircana, dopo un argomento consumato in due rappresentazioni, fu temerario l'azzardo di lavorarvi sopra la terza; e pure sa l'Eccellenza Vostra se miglior esito si poteva desiderare. Voglio dire con ci, che lavorando quasi continuamente, con animo di far il meglio che far si possa, escono dei parti pi e meno felici, e di questi non si ha l'uomo da insuperbire siccome per la sfortuna degli altri non dee avvilirsi. Ma io l'aver ben bene annoiata con questo foglio in cui saltando, come dir si suole, di palo in frasca, dir Ella che prima di scrivere non sapeva io medesimo l'argomento della mia lettera. Ma se mi hanno traviato alcune cose fuor del proposito, l'argomento per soltanto per manifestare al mondo l'ossequio mio verso la di Lei Eccellentissima casa, e protestarmi con il pi profondo rispetto
Di V. E.
Umiliss. Dev. Obblig. Servitore
Carlo Goldoni
L'AUTORE A CHI LEGGE
L'avaro un buon carattere comico originale; l'hanno trattato i migliori Poeti, ed io pure l'ho adoperato per episodio nella Commedia che ha per titolo Il vero amico. Il Geloso parimenti un carattere da Commedia ed io e tutti gli scrittori comici se ne sono serviti. Un uomo con due difetti notabili diviene ancora pi comico, e molto pi se i due difetti si contrastino fra di loro. La gelosia e l'avarizia possono facilmente verificarsi in uno stesso soggetto, senza che una passione si risenta dell'altra, ma dar si possono delle occasioni, in cui divengano fra di loro nemiche. L'arte del Poeta pu ritrovare in natura dei punti essenziali per un tale contrasto, senza escire dalla ragione, dal verisimile e dall'esempio ancora. Io non dir aver copiato a puntino il mio geloso e avaro Protagonista, ch di tali pitture inoneste e pericolose sono costantemente nemico, ma confessare degg'io averlo bens disegnato sul modello rappresentatomi al vivo da persona degna di fede, che ebbe la carit e la prudenza di non nominarmi il soggetto. Ignaro io dunque della persona, non ebbi scrupolo di valermi del suo carattere, tanto pi che son certo trovarsi lo sconosciuto da noi lontano. Se mai per avventura per giungesse questa mia Commedia alle di lui mani (giacch per la sua avarizia non sperabile ch'ei la veda in teatro rappresentare) gli servirebbe di un bel rimprovero, e forse di correzione. Ma non sar egli solo al mondo con questi due malanni d'intorno, e il caso forse ne far incappare pi d'uno. Questa la prima Commedia mia, che fu rappresentata in Venezia nel teatro che dicesi di San Luca, della nobilissima casa de' Vendramini. Non ebbe, per dir il vero, molto felice incontro, e il personaggio che rappresentava il Geloso Avaro, quantunque abilissimo in altre parti giocose, in questa non riusc bene. Ci mi fece risolvere appoggiar tal carattere al Pantalone, ch'era in allora il graziosissimo Francesco Rubini; e non m'ingannai, poich alle di lui mani comparve mirabilmente, e la Commedia fece in Genova un buon effetto. Mor poco dopo il valoroso Rubini, e la mancanza dell'incomparabile attore fe' s che di tal Commedia non si parlato pi oltre. Conosco anch'io che il carattere troppo odioso, col confronto massime di una moglie afflitta, virtuosa, che merita compassione, e senza una grazia originale del personaggio non pu universalmente piacere. Anche il fine un poco tragico della Commedia pu riuscire pericoloso, ma io ho voluto condurre la peripezia di quest'uomo pi al morale, che al fin giocoso. Non manca la Commedia per questo del suo ridicolo, non manca d'intreccio e di episodi, ed ha avuto i suoi partigiani. Ella esce presentemente alla vista del pubblico colle stampe, soggetta al destino di tante altre, e se non avr la fortuna di soddisfare il genio de' leggitori, potr nascondersi facilmente tra la folla delle cinquanta che la precedono, e di quelle che dopo di lei nel nuovo mio Teatro compariranno.
PERSONAGGI
PANTALONE mercante veneziano, avaro e geloso
Donna EUFEMIA sua moglie
Don LUIGI
Donna ASPASIA sorella di don Luigi
Don ONOFRIO marito di donna Aspasia, smemoriato
Don GISMONDO auditore della Vicara
IL DOTTORE BALANZONI padre di donna Eufemia
Ser AGAPITO procuratore
BRIGHELLA servitore di don Luigi
TRACCAGNINO servitore di Pantalone
ARGENTINA cameriera di donna Eufemia
La SANDRA donna
La GIULIA donna
PASQUINA ragazza
FELICINA ragazza
GIANNINO servitore del Dottor Balanzoni
La Scena si rappresenta in Napoli.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Camera in casa di don Luigi.
Don Luigicon un ritratto in mano, e poi Brighella.
LUI. E sar vero che tu m'abbia a far sospirare? Maledetto ritratto! ti getter tra le fiamme. E poi, incenerito che sar il ritratto, mi staccher dal cuore l'originale? Ah no, s'io non mi strappo il cuore medesimo, in cui il perfido amore ha stampato l'effigie della mia tiranna.
BRIGH. Signor...
LUI. Va al diavolo.
BRIGH. Servitor umilissimo. (vuol partire)
LUI. Che cosa vuoi?
BRIGH. Voleva darghe una lettera, che m' stada dada alla Posta.
LUI. Da' qui.
BRIGH. Eccola, signor.
LUI. Hai nulla da dirmi di donna Eufemia?
BRIGH. Niente, signor.
LUI. T'ho pur detto che tu andassi per la risposta del mio viglietto.
BRIGH. Son and; ma no gh' niente.
LUI. Niente?
BRIGH. Niente affatto.
LUI. Che tu sia maledetto. Niente?
BRIGH. Che colpa ghe n'oia mi?
LUI. Perch non cercare di Traccagnino, servitore di casa? Perch non introdurti con Argentina, cameriera di donna Eufemia? Perch non procurare tu stesso questa risposta, che cotanto sai che mi preme?
BRIGH. Ho procur; ho fatto el possibile, e se la savesse...
LUI. Via, parla.
BRIGH. No vorria che la se alterasse. La va in collera facilmente.
LUI. Parla, parla, non vi pericolo che mi riscaldi.
BRIGH. La signora donna Eufemia non vol risponder.
LUI. Non vuol rispondere? Oh maledetta la mia fortuna! (batte i piedi, e straccia la lettera che gli diede Brighella)
BRIGH. (Schiavo, siori! l' and). Caro signor padron...
LUI. Va via.
BRIGH. Vado. (Vuol partire)
LUI. Vieni qui.
BRIGH. La comandi.
LUI. Donna Eufemia non vuol rispondere?
BRIGH. La perdoni. No sala in che soggezion che la tien el signor Pantalon so marido, geloso come una bestia?
LUI. Non mi aver risposto, perch non aver avuto tempo.
BRIGH. Comandela altro da mi?
LUI. Vuoi forse ritornare da donna Eufemia?
BRIGH. Se la se contenta, vorria andar a comprar el bisognevole per el pranzo.
LUI. Va dove vuoi.
BRIGH. Cossa comandela ella da pranzo?
LUI. Del veleno.
BRIGH. Per amor del cielo, signor padron...
LUI. Son disperato.
BRIGH. La so passion l' granda, ma la me permetta che diga. El mal mazor l' questo, che no la vol ascoltar nissun; se l'ascoltasse, fursi fursi la ghe remedierave al so mal.
LUI. Hai tu nulla da dirmi per rimediar al mio male?
BRIGH. Se la me dasse permission de parlar, me par a mi che qualcossa diria in sto proposito...
LUI. Parla.
BRIGH. No vorria po...
LUI. Parla.
BRIGH. Cossa sar mai? parler. Caro signor padron, gh' tante donne in sta citt de Napoli, e la va a incapricciarse in una donna maridada: in una donna, che ha el marido pi fastidioso del mondo, geloso, avaro, sufistico, sospettoso. E po la signora donna Eufemia l' la pi savia, la pi onesta donna del mondo: no la se lassaria guadagnar da nissun amor, quand'anca l'avesse la libert de farlo; figurarse po adesso, che dal marido con tanta gelosia l' custodida. No gh' pericolo. No la far niente...
LUI. Non vi pericolo? Non far niente? Sei una bestia.
BRIGH. Servitor umilissimo. (parte)
SCENA SECONDA
Don Luigie poi Donna Aspasia.
LUI. Il diavolo che ti porti; non far niente? Se Pantalone geloso, non mancano mezzi per deludere le sue cautele. S'egli avaro, molto meglio per me. L'oro, pascolando la sua avarizia, vincer i stimoli della gelosia. Sia pure onestissima donna Eufemia; nulla pretendo da lei, che possa offendere la sua modestia: bramo solo un'amichevole corrispondenza, e questa tanto meno sapr negarmela, quanto pi le si rende odioso il marito. E tu dici non far niente? Se torni a dirlo, ti spezzo il capo, come spezzata ho quella lettera. Ma! l'ho stracciata senza sapere cosa contenga; la collera mi ha acciecato. La legger alla meglio. (la prende da terra)I pezzi si possono unire insieme. Oh diamine! cosa vedo? L'ordine per le cento doppie che aspettavo con tanta ansiet: eccolo fatto in pezzi. E mi si dovean pagar subito; e questo era il pi valido fondamento per guadagnare il signor Pantalone. Un buon regalo me lo potrebbe rendere amico. Ed ora come far? non ho denari. Se torno a scrivere, ci vuol tempo. Fortuna indegna, tu mi perseguiti, tu mi vuoi morto.
ASP. Che cosa avete, signor fratello?
LUI. Sorella mia, son disperato.
ASP. Disperato? Perch?
LUI. Per queste due bagattelle: sono innamorato, e non ho denari.
ASP. Per quel ch'io sento, la vostra amante una di quelle che fanno mercanzia della loro grazia.
LUI. No, v'ingannate. Ella una onestissima moglie.
ASP. Moglie? Siete pazzo andarvi a incapricciare con una femmina maritata?
LUI. Pazzo! A incapricciarmi di una femmina maritata son pazzo? Signora sorella, voi avete marito.
ASP. Bene, e per questo?
LUI. E per questo, nessuno vi serve, nessuno vi vede volentieri?
ASP. Chi sente voi, pare ch'io abbia un sortimento di cicisbei
LUI. Se li avete, buon pro vi faccia. Cos il marito di donna Eufemia fosse docile come il vostro.
ASP. Ora capisco. Voi sospirate per donna Eufemia.
LUI. S, cara sorella, io deliro per lei.
ASP. Povero don Luigi, voi non farete niente.
LUI. Non far niente? Anche voi mi dite che non far niente? Giuro al cielo! non far niente?
ASP. Ma non andate in bestia.
LUI. Possa seccar la lingua a chi dice ch'io non far niente.
ASP. Se volete parlar voi solo, me n'ander.
LUI. Venite qui, non mi abbandonate per carit.
ASP. Cosa pretendete da donna Eufemia?
LUI. Niente altro che la sua amicizia.
ASP. Niente altro?
LUI. Niente altro.
ASP. Ma vorrete andar in casa.
LUI. Qualche volta.
ASP. Servirla alle conversazioni.
LUI. S, come si accostuma.
ASP. Insomma essere il di lei servente.
LUI. Questo, e non altro.
ASP. Voi non farete niente.
LUI. Il diavolo che vi porti.
ASP. Io lo dico, perch so...
LUI. Se mi dite pi di quelle maledette parole non farete niente, giuro a Bacco, mi scorder che mi siate sorella.
ASP. (Povero mio fratello innamorato come una bestia). (da s)Ma conoscete il di lei marito?
LUI. Lo conosco: geloso; e per questo? Sarebbe il primo geloso, che soffrisse veder la moglie servita?
ASP. Egli non portato per le conversazioni.
LUI. ben portato per l'interesse.
ASP. Dunque lo vorreste vincere con i contanti.
LUI. Non dico con i contanti, ma con i regali. Se mi metto a regalare un avaro, direte voi ch'io non far niente?
ASP. Per questa via pu essere che vi riesca. Animo dunque, principiate a metter mano alla borsa.
LUI. Il diavolo , ch'io presentemente non ho denari.
ASP. Non avete denari? Ora mi darete licenza ch'io dica: non farete niente.
LUI. Donna Aspasia, non mi mettete alla disperazione.
ASP. No, caro fratello; sapete ch'io vi amo teneramente. Per l'amor ch'io vi porto, non so staccarmi da voi. Per non lasciarvi solo, obbligo mio marito a star qui, ed abbandonare la propria casa.
LUI. Felice voi, che avete un marito che tutto fa a modo vostro.
ASP. Oh s! di questo poi me ne posso vantare. Non ha altro difetto, se non che smemoriato.
LUI. Ah, se ora gli faceste fare una cosa per me!
ASP. Che cosa?
LUI. Tutti due mi potreste aiutare.
ASP. Via, dite il come.
LUI. Voi dicendo due parole per me a donna Eufemia, che vostra amica. Vostro marito prestandomi cento scudi.
ASP. I cento scudi fate conto d'averli. Mio marito, solo ch'io gliene dica, ve li dar. Ma che io poi parli per voi a donna Eufemia...
LUI. Che difficolt ci trovate?
ASP. un certo uffizio che non mi finisce.
LUI. Per un fratello?
ASP. Rispetto a voi va bene, ma non rispetto a donna Eufemia: che concetto formerebbe di me?
LUI. Eh, fra voi altre donne questi servizi ve li cambiate.
ASP. Donna Eufemia una donna assai sostenuta.
LUI. E per questo?
ASP. Ho paura che non faremo...
LUI. Niente.
ASP. Questa parola non la voleva dire.
LUI. Ed io non la voglio sentire.
ASP. Dunque?
LUI. Dunque parlate.
ASP. E se poi...
LUI. Parlatele in buona maniera. Spiegatele il mio carattere ed il mio desiderio. Io sono un uomo onesto, e da lei non voglio niente di male.
ASP. Benissimo, cercher l'occasione...
LUI. Ecco vostro marito. Ora sarebbe il tempo delli cento scudi.
SCENA TERZA
Don Onofrioe detti.
ONOF. Donna Aspasia, non venite questa mattina a bevere la cioccolata?
ASP. Non l'ho bevuta? Non vi ricordate che l'abbiamo bevuta insieme?
ONOF. Oh veh! non me ne ricordavo. Io l'ho bevuta anche adesso: dunque l'ho bevuta due volte.
LUI. Non c' male, signor cognato, la cioccolata fa bene allo stomaco.
ONOF. Il medico me l'ha ordinata.
ASP. Anzi il medico ve l'ha proibita.
ONOF. Quando?
ASP. Non ve ne ricordate? Saranno due settimane.
ONOF. Io non me ne ricordo.
LUI. Eh, non abbadate al medico. Se vi d piacere, bevetela.
ONOF. Mio cognato mi piace. un uomo fatto come me. Quando sto male, faccio a modo del medico; quando sto bene, faccio a modo mio.
ASP. Dite, don Onofrio, vi hanno portato quei mille scudi del grano, che avete venduto ieri?
ONOF. Non me ne ricordo.
ASP. Se li averanno portati, ci saranno.
ONOF. Sicuramente. Ma non mi ricordo se li abbiano portati. Aspettate... venuto ier di sera... No, non venuto il sensale. Era... chi diavolo era quello che venuto ier di sera?
ASP. Io ho veduto il signor Pantalone.
ONOF. Ah s, il signor Pantalone. Mi pare che egli mi abbia portati li mille scudi.
LUI. (Il fortunato posseditore di donna Eufemia). (da s) vostro amico il signor Pantalone?
ONOF. Oh s, mio amico. Il mio grano quasi tutto lo vendo a lui. Mi paga subito, ed io glielo do a buon prezzo.
ASP. Signor consorte carissimo, vorrei pregarvi d'una finezza.
ONOF. Comandate, cara consorte: voi sapete che non vi nego mai cosa alcuna. Ella cos, signor cognato, mia moglie non pu dire ch'io l'abbia mai scontentata in niente. Saranno... che so io?... tre anni che siamo insieme, e sempre...
ASP. Tre anni? Oh, sono ben sei.
ONOF. Basta; a me par l'altro giorno.
ASP. Vorrei che mi prestaste cento scudi. Me li darete?
ONOF. Ve li dar... ma...
ASP. Che cosa?
ONOF. Non mi ricordo bene se io li abbia.
ASP. Datemi le chiavi dello scrigno, che guarder io.
ONOF. Oh no, cara, le chiavi non le do mai. Siccome ho poca memoria, le tengo sempre attaccate alla cintola de' calzoni.
ASP. Andate dunque a vedere; e se ci sono, portatemi li cento scudi.
ONOF. Cento scudi! Vado subito; e poi beveremo la cioccolata. (parte)
SCENA QUARTA
Donna Aspasia, Don Luigi, e poi Don Onofrio.
LUI. Ah, se mi d questi cento scudi, mi d la vita. Non passeranno per otto giorni, ch'io glieli render.
ASP. Come pensate di volerli impiegare?
LUI. Ci penser. Una guantiera d'argento per il signor Pantalone, con sopra della cioccolata, un ventaglio di Francia per donna Eufemia, non saranno princpi tanto cattivi.
ASP. Sperate voi che donna Eufemia voglia ricevere il ventaglio di Francia?
LUI. Lo ricever, se voi glielo presenterete con grazia.
ASP. Io gliel'ho da esibire? Mi meraviglio.
LUI. Ecco qui: in tutto vi ha da essere la sua difficolt; sia maledetto quando parlo con voi.
ASP. Zitto, acchetatevi. Ecco qui mio marito.
LUI. Il ventaglio glielo darete?
ASP. Glielo dar.
ONOF. Oh, i mille scudi vi sono. Il signor Pantalone me li ha portati iersera.
ASP. Ho piacere davvero.
ONOF. Eccovi qui li cinquanta scudi.
LUI. Cinquanta?
ONOF. S, non mi avete detto cinquanta?
ASP. Ho detto cento.
LUI. Cento ha detto, e non cinquanta. (adirato)
ONOF. O cento, o cinquanta, voi non ci entrate, signor cognato.
LUI. C'entro per mia sorella.
ASP. Badate a me. Vi ho pregato di cento.
ONOF. Oh, sentite un poco questo signore che si scalda.
LUI. Se siete uno stolido senza memoria.
ONOF. Ors, ve l'ho detto cento volte. In questa casa non ci voglio stare.
ASP. (Fratello, voi non avete prudenza).
LUI. Via, signor cognato, compatitemi. Il mio naturale cos di parlar forte; per altro ho per voi tutta la stima, tutto il rispetto.
ONOF. Gi lo sapete, chi mi piglia colle buone, mi cava anche la camicia.
ASP. E cos, mi date questi denari? S, o no?
ONOF. Non ve li ho dati?
ASP. Non m'avete dato nulla.
ONOF. Come?
LUI. (Che pazienza!) (da s)Li avete messi in tasca.
ONOF. Ah s. Ora me ne ricordo. Eccoli.
LUI. Ma quelli sono cinquanta, e non cento.
ONOF. Se volete venir con me, ve li dar tutti cento.
ASP. S, andiamo.
LUI. Verr anch'io, se mi volete.
ONOF. Siete padrone.
LUI. Caro signor cognato, siete il pi buon uomo del mondo.
ONOF. Io voglio bene a tutti. Andiamo a contentar donna Aspasia.
LUI. E poi beveremo la cioccolata.
ONOF. E poi beveremo la cioccolata. (ridendo parte)
ASP. Oh che bernardone! (parte)
LUI. Cos li vorreste voi altre donne. (parte)
SCENA QUINTA
Camera di Pantalone con tavolino, bilanciette da oro, e varie monete.
Pantalone e Traccagnino.
PANT. Traccagnin.
TRACC. Signor.
PANT. Va a vder cossa che fa mia muggier.
TRACC. M'imagino che la star ben.
PANT. Va a vder se la laora, se la leze, se la scrive, se la sta alla fenestra.
TRACC. E se la fusse al licet?
PANT. Voggio saver cossa che la fa.
TRACC. Gnor s. (Per el salari ch'el me d, ho anca da far el spion). (vuol partire)
PANT. Senti, sora tutto varda ben se la parla segretamente con Argentina. Ascolta tutto, e vienmelo a contar a mi.
TRACC. Ma se quelle do donne le se n'accorze, le me sflazella.
PANT. De cossa gh'astu paura?
TRACC. Delle so ongie e della so lengua: colle ongie le sgraffia, e colla lengua le pela. (parte)
SCENA SESTA
Pantalone solo.
PANT. La donna xe per mi un gran intrigo. Xe vero che la ne d qualche diletto, ma el ne costa assae caro. Una donna costa un tesoro. Se gh'avesse tutti i bezzi che me costa mia muggier, ghe n'averave un sacco. E perch songio and a maridarme? Per quel poco de dota; m'ha lusing dodesemile scudi de dota. E no vedeva che li toleva a livello al diese per cento? Quando morir donna Eufemia, bisogner restituir la dota, e l'aver mantegnua per tanti anni. Con ella stago pochissimo; ghe voggio ben: ma delle donne no me n'importa troppo; e no vorave spender mi l'osso del collo per mantegnirla, e che ella po se tolesse coi altri devertimento, e che altri i godesse el frutto delle mie fadighe. E s che in sta citt de Napoli a vadagnar quattro carlini bisogna suar. Pesemo un poco sti zecchini. Vedemo se ho fatto bon negozio a comprarli. Oh, quante volte sti zecchini i me sar passai per le man! I taggiadori li vol scarsi, e mi ghe vadagno; chi venze, li scambia con dei boni, e mi ghe vadagno; onde in cao a qualche anno, fra i taggiadori e i pontadori, tra chi venze e chi perde, se raddoppia i zecchini. Oh, l'oro xe molto bello! e pur ghe xe de quei che lo strapazza, che lo mette fina su le scarpe, che indora fina el logo comun. Mi no, veh! caro el mio oro! che siestu benedetto!
SCENA SETTIMA
Traccagnino e detto.
TRACC. Sior padron, son qua.
PANT. Cossa gh'? Cossa vustu? Perch vienstu senza dir gnente? (nasconde l'oro)
TRACC. Oh, gh' delle novit, signor.
PANT. Cossa fa mia muggier?
TRACC. Cossa che la fazza mi nol so.
PANT. No ti l'ha vista?
TRACC. Signor no.
PANT. Perch no l'astu vista?
TRACC. Perch l'era serrada in camera.
PANT. Sola?
TRACC. Oh, signor no, sola.
PANT. Colla serva?
TRACC. Colla serva e con el servo.
PANT. Come? Un omo in camera de mia muggier?
TRACC. Alla voze el m'ha parso un omo sigura.
PANT. Ah desgraziada! presto: l'astu cognoss alla ose?
TRACC. Sior no, perch i parlava pian.
PANT. Furbazzi! el mio onor; el mio pan: mi spendo, e i altri gode. (va ponendo i denari in borsa)Allocco, no ti ha inteso gnente, gnente?
TRACC. Non ho sentido altro che una parola sola.
PANT. Coss'ela sta parola?
TRACC. Ho sentido la padrona a dir: vogliatemi bene.
PANT. Vogliatemi bene? La mazzer... Ma la Giustizia? La ripudier: ah, ste lite le costa troppo! La bastoner, la far star in letto. Presto, la voggio trovar sul fatto. Ma no vorave entrar in qualche brutto impegno. No so chi diavolo possa esser col. Traccagnin, presto, torna alla camera de mia muggier, procura de sentir; varda, sntime ben, varda una quarta in circa de sotto alla serraura, ti trover un buso, e per de l ti veder pulito.
TRACC. Come sav che ghe sia sto buso? Mi no l'ho visto.
PANT. El ghe xe; l'ho fatto mi. Va subito, che te aspetto.
TRACC. Vado. (Vard, se l' maledetto: el va a far un buso in te la porta, per spiar i fatti de so muier; e s, el pol far quel che el vol, che se la muier ghe n'ha voia, no serve n busi, n cadenazzi). (da s, parte)
SCENA OTTAVA
Pantalone, poi Traccagnino che torna.
PANT. Intanto finir de pesar sti zecchini. Maledetta! in camera con un omo? Questo el xe rotto, bisogna darlo via presto, avanti ch'el se rompa affatto. Un omo in camera? Chi diavolo porlo esser? No crederave mai, che la me la fasse sui occhi. Sti do i pol passar per de peso, no i voggio metter in ti scarsi. Traccagnin no torna mai. Son impaziente de saver... Oh, questo cala pulito: questo bisogner salvarlo per don Onofrio. Quello xe un omo da ben; el tol tutto quello che se ghe d.
TRACC. Son qua. Ho visto tutto. (correndo)
PANT. Frmete: non tanta furia. (copre l'oro)
TRACC. Indivin mo chi l'?
PANT. Chi xelo? (mette via i denari nella borsa)
TRACC. Indovinlo. (s'accosta, guarda la borsa)
PANT. Tirete in l.
TRACC. Mo l' giusto...
PANT. Aspetta; (lega la borsa, e la ripone)adesso parla: chi elo col che xe in camera con mia muggier? Presto, voggio saverlo.
TRACC. L' so pader.
PANT. So padre?
TRACC. Sior s, el sior dottor Balanzoni.
PANT. In casa mia no lo voggio. El vien a sollevar so fia. In casa soa, quando ghe gera Eufemia, se tegniva conversazion, e adesso el sar capace quel vecchio matto de portarghe qualche saludo.
TRACC. Oh diavolo! vol che el pader fazza el mezzan alla fiola?
PANT. El poderave farlo anca innocentemente. Qualchedun ghe dise: Sior Dottor, salud vostra fia; e lu: Sior s, la sar servida. Ella se mette in ardenza, e po... so mi quel che digo. No voggio el Dottor, no voggio nissun. No voggio che mia muggier pratica con nissun. Adesso in sto ponto voggio scazzarlo de casa mia in una maniera che no l'aver pi ardir de vegnirghe.
TRACC. Per amor del cielo, sior patron, no la fazza sussuri.
PANT. Eh, che quel vecchio no me fa paura.
SCENA NONA
Agapito e detti.
AGAP. Si pu venire?
PANT. Oh sior Agapito, ve reverisso.
AGAP. Vi ho da parlare.
PANT. Compatime, gh'ho un affar de premura.
AGAP. Si tratta di guadagnare cento ducati in tre o quattro giorni.
PANT. Oe, Traccagnin, va al solito buso, va a vder cossa che i fa, e sppieme dir. (piano a Traccagnino)
TRACC. Sior s, vado. (Eh, co se tratta de quattrini, el se scorda la zelusia). (da s, parte)
SCENA DECIMA
Pantalone e Agapito.
PANT. Son qua: son da vu. Cossa comandeu?
AGAP. Vi un amico mio, che ha bisogno di mille scudi, pu essere per tre o per quattro giorni, e ancora per pi, ma il mese non lo ha da passare; e a chi gli d i mille scudi, ne doner cento di regalo.
PANT. Cento scudi de regalo per un mese? Ve preme, sior Agapito? Se ve preme, veder de servirve.
AGAP. Mi preme per l'amico, e mi preme per voi, il mio caro signor Pantalone. Perch cento scudi in un mese...
PANT. E chi xelo quello che vol i mille scudi?
AGAP. Egli il contino Giacinto, figlio di quel ricco signore.
PANT. El xe fio de fameggia.
AGAP. vero, ma...
PANT. No faremo gnente. (Traccagnino no torna; quel vecchio sa el cielo quanti desegni el metter in testa a mia muggier). (da s)Sior Agapito, con so licenza.
AGAP. Ma sentite. vero che il contino figlio di famiglia; ma vi un mercante, che far la sigurt per lui.
PANT. Un mercante seguro?
AGAP. Sicurissimo. Avete tutte le vostre cautele; sarete, come si suol dire, in una botte di ferro.
PANT. Basta, se ve preme, quando che sia seguro, lo far.
AGAP. Andiamo nel vostro studio a far due righe di minuta per far il contratto.
PANT. S, andemo. Aveu carta? Perch mi ho paura de no averghene.
AGAP. Ci sar la carta, ci sar ogni cosa. Spero che non avrete difficolt a dare a me un due per cento del vostro guadagno.
PANT. Oh, mi po ve parlo schietto. I cento scudi li voggio netti: de quelli no sper un soldo. Andemo. S mio bon amigo, no ve voggio far aspettar.
AGAP. Andiamo pure.
PANT. Favor. Vago avanti per insegnarve la strada. (parte)
AGAP. Avarone! indiscreto! Eppure conviene cascarci per forza nelle mani di questi usurai. (parte)
SCENA UNDICESIMA
Camera di donna Eufemia.
Donna Eufemia, Dottore ed Argentina.
DOTT. Cara la mia figliuola, vi ho sempre voluto bene, e sempre ve ne vorr.
EUF. Non ho altro in questo mondo che mi consoli, che voi.
ARG. Caro signor Dottore, io non credo niente che abbiate voluto bene alla padrona.
DOTT. No? per qual cosa? la mia figliuola, ed il mio cuore, la mia contentezza.
ARG. Se le aveste voluto bene, non l'avreste maritata con questo vecchio arrabbiato del signor Pantalone.
EUF. Temeraria! cos parli di mio marito? Se ti sento pi a dire una simile impertinenza, ti caccio subito dalla mia casa.
ARG. (Oh vi ander, perch impossibile ch'io taccia). (da s)
DOTT. Dunque, per quel ch'io sento, questo vostro marito un uomo cattivo.
EUF. No, signor padre, non crediate a colei. Ella non sa quello che si dica. Mio marito un uomo d'onore.
ARG. ( usuraio, e tanto basta). (sottovoce al Dottore)
EUF. Che cosa dici?
ARG. Niente, signora; diceva che un uomo di garbo.
DOTT. Mi dispiacerebbe assaissimo, che voi doveste patire. Una figliuola unica ch'io avevo a questo mondo, alla quale ho dato dodicimila scudi di dote, e che avr da esser erede di tutto ci che possiedo, mi sarebbe un dolor troppo grande se la vedessi a star male. Ho creduto di mettervi in una buona casa. Un uomo solo, ricco, senza vizi, pontuale e onorato. Tutti mi hanno detto che era la vostra fortuna, ed ho creduto di far bene; e mi mangiarei le dita, se credessi d'aver fatto male.
EUF. No, signor padre, non vi rammaricate. Voi non avete errato, ed io non mi dolgo di mio marito.
DOTT. Siate benedetta; voi mi consolate.
EUF. (Povero padre! non lo voglio inquietare). (da s)
ARG. (Domandatele se suo marito niente geloso). (piano al Dottore)
DOTT. Ditemi, figliuola mia, geloso il vostro marito?
EUF. Siccome egli mi ama, non sarebbe gran cosa che fosse anche geloso.
DOTT. vero: amore padre della gelosia. Ma vi tormenta? Vi strapazza? Cara la mia figliuola, ditemi la verit.
EUF. Caro signor padre, che cosa volete ch'io vi dica? Non nego che qualche volta mio marito non dia in qualche impazienza. Tutti hanno le loro stravaganze, ed io le aver pi di tutti. Mio marito, vi dico, non cattivo, ma quando fosse anche pessimo, voi me l'avete dato, io l'ho preso, sarebbe pazzia il dolersene, e poca riputazione il pentirsi.
DOTT. Brava; queste sono massime di donna savia e prudente. In questo mondo bisogna soffrir qualche cosa. Quando non manca il bisognevole in casa, per il resto si tira avanti.
ARG. (Domandatele se ha nemmeno da comprarsi una carta di spille). (piano al Dottore)
DOTT. Ditemi un poco: m'immagino che vostro marito vi passer un tanto per le piccole spese. (a donna Eufemia)
EUF. Quel che occorre, lo compra.
DOTT. Vi d denari?
EUF. Io non gliene chiedo.
DOTT. Una donna senza denari non sta bene. Tutti i giorni fa di bisogno qualche cosa. Si ha sempre d'andare dai mariti? Si vien loro in fastidio. Venite qui, prendete questi quattro zecchini.
EUF. Non v'incomodate, signor padre.
ARG. Eh prendeteli, signora padrona, che ne avete bisogno.
EUF. Tu non puoi tacere.
ARG. Se mi cucite la bocca.
DOTT. Via, fatemi questo piacere. Prendeteli, e servitevi nelle vostre occorrenze.
EUF. Quando cos volete, li prender. Vi ringrazio, signor padre.
DOTT. (Poverina! una colomba. Mi stato detto che suo marito un avaro). (da s)
ARG. Signor Dottore, non ci niente per me?
DOTT. Prendi questo ducato: servi con amore la tua padrona.
ARG. Che siate benedetto! Voi almeno non siete avaro, come il padrone.
EUF. E bada a seguitare, la disgraziata.
ARG. Io vorrei tacere, ma ho un non so che di dentro, che mi caccia fuori le parole per forza.
EUF. Quel non so che, lo mortificher io.
DOTT. Figliuola mia, non so cosa dire. Se vostro marito vi vuol bene, ringraziate il cielo, se vi tratta bene, consolatevi; e se mai fosse un uomo cattivo, se vi trattasse male, abbiate pazienza, raccomandatevi al cielo, e considerate che ci saranno tante e tante che staranno peggio di voi.
EUF. Io vi assicuro che non mi lamento della mia sorte.
DOTT. Quando cos, sono contento. Figliuola mia, state allegra, e se avete bisogno di qualche cosa, domandate liberamente; mandatemi a chiamare, che in tutto quello che posso, vi contenter.
ARG. Avrebbe bisogno d'una cosa la mia padrona.
DOTT. Di cosa?
ARG. Avrebbe bisogno che le faceste crepar il marito.
EUF. Signor padre, io ho bisogno che mi ritrovate un'altra serva. Costei non la posso pi sopportare.
DOTT. Taci, fraschetta, ed abbi giudizio. Non si prende tanta confidenza.
EUF. Ditele che moderi quella lingua, altrimenti la caccer via sicuramente.
DOTT. Senti? modera quella lingua.
ARG. Caro signor Dottore, non posso.
DOTT. Ma perch non puoi?
ARG. Perch la mia lingua parla da s, senza che io me ne accorga.
DOTT. Eh, so ben io qual gastigo ci vorrebbe per te.
ARG. Che cosa, signore?
DOTT. Un marito che ti bastonasse.
ARG. Oh, se il marito mi bastonasse, la vorressimo veder bella.
DOTT. Alla larga con questa sorta di bestie. Figliuola mia, vi saluto, ci rivedremo, conservatevi, e vogliatemi bene.
EUF. Caro signor padre, ve lo dico con il cuor sulle labbra, non ho altra consolazione al mondo che voi.
DOTT. Ed ancor io ho tutto il mio bene, ho tutto il mondo con voi. Prego il cielo che stiate bene, che non abbiate disgrazie, che non abbiate travagli. Se sapessi che stassivo male, se vi vedessi a patir, cara figliuola mia, mi creperebbe il cuore, piangerei dalla disperazione. (parte)
SCENA DODICESIMA
Donna Eufemia, Argentina, poi Pantalone.
EUF. (Povero padre, s'egli sapesse la vita che mi tocca soffrire)! (da s)
PANT. (Apre, ed entra zitto zitto)
ARG. Oim! mi avete fatto paura.
EUF. Voi sempre venite cos, zitto zitto. Avete veduto mio padre?
PANT. L'ho visto.
EUF. andato via in questo momento.
PANT. El so.
ARG. Eh gi; non si pu sputare, ch'ei non lo sappia.
PANT. Tasi l, ti.
ARG. (Gli si vede proprio la rabbia negli occhi). (da s)
EUF. Che cosa avete, signor Pantalone?
PANT. Gnente, siora.
EUF. Mi parete alterato.
PANT. No gh'ho gnente, ve digo. (con asprezza)
ARG. (Gli va colle buone! un maglio sulla coppa). (da s)
PANT. Cossa xe vegn a far qua vostro padre?
EUF. venuto un poco a vedermi.
PANT. A vderve solamente?
EUF. S: era tanto che non ci veniva.
PANT. Manco ch'el vegnir, el far meggio.
EUF. Che fastidio vi d mio padre?
PANT. No lo voggio.
EUF. Pazienza. Se non ce lo volete, non ci verr.
PANT. Certo che nol vegnir.
ARG. (Mi fa proprio rimescolar le budelle). (da s)
EUF. Almeno fatemi un piacere.
PANT. S, gioia mia! un piaser ve lo far volentiera.
ARG. (Gioia mia! Chi non lo conoscesse!) (da s)
EUF. Ditemi la cagione perch non volete in casa vostra mio padre.
PANT. Quando no vol altro, ve la dir.
ARG. (Sentiamo). (da s)
EUF. Via, ditemela: che sappia almeno il perch.
PANT. Perch no lo voggio.
ARG. (Che ti venga la rabbia!) (da s)
EUF. Questa non ragione.
PANT. Siora s: questa xe la meggio rason de tutte. In casa mia son paron mi; e quando no voggio uno, la mia volont xe la mia rason.
EUF. Ma questa una picca senza proposito.
PANT. Basta cuss; son stufo. (arrabbiato)
EUF. Via, non andate in collera.
ARG. (Mi vien voglia di rompergli una seggiola sulla testa). (da s)
PANT. Che bei saludi v'alo port el sior padre?
EUF. Saluti di chi?
PANT. Saludi dei amici vecchi della conversazion de casa.
EUF. Io non mi ricordo pi di nessuno. Dopo che sono in questa casa, vedete la bella vita ch'io faccio.
ARG. Signor s, stiamo qui che facciamo la muffa.
PANT. Ma! cossa vorla far? In casa mia se vive all'antiga: no se fa conversazion; no se zioga; no se va a spasso coi cicisbei.
EUF. Io di queste cose non me ne sono curata mai, e non me ne curo.
ARG. Povera donna! si pu ben dire sagrificata davvero.
PANT. Mi te dar un schiaffo, che la terra te ne dar un altro. (ad Argentina)
ARG. Aff di bacco, signor padrone, se mi darete degli schiaffi non li prender.
PANT. Ho inteso: fenio el mese, ti ander a bon viazo.
ARG. Ander anche adesso, se volete.
PANT. Desgraziada! Ti ha av el salario anticip. Dame indrio undese zorni, che ghe manca a finir el mese, e po va quando che ti vol.
ARG. Si pu sentir di peggio?
PANT. E po gh' un altro no so che da discorrer, prima con donna Eufemia e po con ti. Diseme un poco, patrona, cossa v'ha d vostro padre?
EUF. Mio padre? Niente.
PANT. Come gnente? Ho visto che el v'ha d qualcossa, e vu l'av messo in scarsella. Voggio saver cossa che el ve ha d.
ARG. Oh, quest' bella! Viene a spiare tutti i fatti nostri.
PANT. E anca ti, frasconcella, ti ha tolto e messo via. Voggio vder; voggio saver.
ARG. Marameo.
PANT. Presto: diseme tutto, se no vol che ve metta le man in scarsella.
EUF. Via, via, non andate in collera. Ecco qui: mi ha dato questi quattro zecchini.
PANT. Lass vder.
EUF. Eccoli.
PANT. V'alo d questi soli? Nol ve n'ha d altri?
EUF. No certo; se non credete ecco la tasca.
PANT. E a ti cossa t'alo d? (ad Argentina)
ARG. Con me, signore, compatitemi, voi non ci entrate.
PANT. Lo voggio saver.
EUF. Via, ve lo dir io: le ha dato un ducato.
PANT. Lassa vder.
ARG. Oh, questo non me lo pigliate.
PANT. Baroncella! se tol i ducati, ah? Avzzate a far la mezzana.
ARG. Oh cospetto di bacco! Me l'ha dato suo padre.
PANT. Vostro padre donca v'ha d sti quattro zecchini. (ad Eufemia)
EUF. Non l'avete veduto da voi medesimo?
PANT. E per cossa ve li alo dai?
ARG. Via, v'aver fatto un affronto il signor Dottore a dare quattro zecchini a vostra moglie?
PANT. Mi no digo che el sia un affronto. Ma perch ve li alo dai?
EUF. Acci mi compri dei nastri, delle spille, della polve di cipro e simile corbellerie.
PANT. Cosse che con tre lire se provede per un anno. Mi ve li impiegher ben. Veder che figura che ve far far con sti quattro zecchini.
EUF. Li volete tener voi?
PANT. S ben, i tegnir mi. Vu no sav custodir i bezzi.
ARG. (Non glieli d pi). (da s)
EUF. Se non mi lasciate quei denari, cosa volete che dica mio padre?
PANT. Vostro padre v'ho dito che no lo voggio.
EUF. Poverino! se mi dona qualche cosa, lo volete impedire?
PANT. Se el vien in casa mia per comandar, no lo voggio. Se el vien po per farne qualche finezza, per darne qualche segno d'affetto, lo sopporter. Ma in casa mia son paron mi, e nissun a mia muggier ha da portar ambasciate. Ve serva de regola, e se semo intesi. (va per partire)
ARG. Eh via, date i suoi denari alla povera mia padrona.
PANT. E se ti butter via quel ducato, lo scriver a to mare. L'oro e l'arzento costa sudori. El Dottor el vadagna i bezzi con poca fadiga, a forza de chiaccole e de scritture. Ma mi so cossa che costa i bezzi: mi che li vadagno onoratamente. (parte)
SCENA TREDICESIMA
Donna Eufemiae Argentina.
EUF. (Ma! toccata a me). (da s)
ARG. (Maledetto!... non si pu soffrire. Ed ella sta l come una marmotta). (da s)
EUF. Cosa dici, Argentina, da te stessa?
ARG. Niente; s'io parlo, sono una bestia.
EUF. Parla, parla, che hai ragione di farlo.
ARG. Siete troppo buona.
EUF. Che vuoi ch'io faccia? Da una delle due non c' scampo; o tacere, o andarmene da mio marito.
ARG. Quest'ultima la pi bella di tutte.
EUF. Vorrei pur vedere se ci fosse modo...
ARG. stato picchiato.
EUF. Guarda chi .
ARG. Subito. Oh, io a quest'ora, se fossi stata in vece vostra, una delle tre: o qui non ci sarei pi, o la bestia saria cangiata, o lo avrei pelato come un cappone. (parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
Donna Eufemia, poi Argentina.
EUF. Bella differenza che c' da una donna civile a una donna ordinaria. Argentina potrebbe condursi in una maniera che a me non conviene. Io poi son di cuore assai tenero. Il signor Pantalone mi ha preso sulle prime con amore e con tenerezza, me ne ricordo sempre, e sempre spero ch'ei ritorni com'era. Se la rompiamo del tutto, non si accomoda pi. Soffrendo e dissimulando, posso sperare d'intenerirlo. Alfine mio marito, e sia o per un affetto che i primi giorni gli ho concepito; o sia perch il matrimonio medesimo infonda nelle mogli onorate un rispetto, una soggezione al marito; o sia una mia natural timidezza, di cui per non mi pento: so che io non sono capace d'una violente risoluzione, e mi ridurr a morire sotto le mani di mio marito, prima che recare un'ombra di disonore al suo nome, alla sua famiglia, alla nostra riputazione.
ARG. Signora, una visita.
EUF. Una visita! chi ?
ARG. La signora donna Aspasia.
EUF. Che stravaganza! In casa mia non credo ci sia pi stata.
ARG. E cos, che facciamo?
EUF. Non vorrei che il signor Pantalone...
ARG. Il signor Pantalone uscito di casa. E poi una donna, non gi un uomo.
EUF. Dille che padrona.
ARG. (Mi pare impossibile che si dia al mondo una donna che abbia tanta soggezione di suo marito). (da s, parte)
SCENA QUINDICESIMA
Donna Eufemia, poi Donna Aspasia.
EUF. Eppure, se viene mio marito, capace d'adirarsi anche per questa visita. Sono in una constituzione d'aver paura di tutto.
ASP. Serva di donna Eufemia.
EUF. Serva umilissima, donna Aspasia.
ASP. Sono venuta a vedervi, desiderosa di star mezz'ora con voi.
EUF. Sono finezze ch'io non merito. Favorite d'accomodarvi. (siedono)
ASP. Cara amica, che vita mai la vostra? Possono ben venire feste, carnevali, funzioni, donna Eufemia non si vede mai.
EUF. Sapete il mio naturale: anche da fanciulla mi piaceva vivere ritirata.
ASP. Da fanciulla va bene, ma da maritata poi qualche volta conviene farsi vedere. In verit, credetemi, ne sento parlare da tutti con del dispiacere.
EUF. Ringrazio infinitamente quei che di me si ricordano; ma non vorrei che si prendessero tanta pena.
ASP. Sapete che cosa dicono? Dicono che non andate in nessun luogo, perch vostro marito geloso.
EUF. S'ingannano. Mio marito non geloso.
ASP. Oh, ne dicono una pi bella.
EUF. Davvero, che cosa dicono?
ASP. Che avaro, che non vi fa il vostro bisogno... che so io? Cose che fanno venir la rabbia.
EUF. Mi pare che le dicerie di codeste persone che praticate, eccedano un poco troppo; e voi, compatitemi, non fate la miglior cosa del mondo a venirmele a riportare.
ASP. Cara donna Eufemia, sapete se vi voglio bene e se vi sono amica di cuore. Non intendo riportarvi queste ciarle n per mortificar voi, n per iscreditar chi le dice: ma sono venuta a posta per avvertirvi, perch mi preme il vostro decoro, la vostra estimazione, e voglio assolutamente che facciate questa volta a mio modo.
EUF. Che cosa vorreste ch'io facessi?
ASP. Voi mi avete a promettere di fare quello che vi dir.
EUF. Ditemi prima, che cosa intendete ch'io debba fare.
ASP. Avete paura che vi proponga una cosa che non vi convenga? Avete un bel concetto di me! Obbligata, donna Eufemia, obbligata.
EUF. Ma voi sapete ch'io sono maritata; che ho un marito, galantuomo certo, ma un poco difficile. Non geloso, ma ha sempre paura ch'io m'impegni in cose che non convengono allo stato nostro e al modo suo di pensare. Ecco la ragione per cui non posso impegnarmi, senza prima intendere cosa vogliate da me.
ASP. Via, ve lo dir. Voglio che questa sera veniate meco alla conversazione. Questa non una cosa che abbiate a dirmi di no.
EUF. Oh certissimo. una cosa da niente. Non potrei dire di no. Ma... sappiate, amica, che questa sera ho un impegno di restare in casa.
ASP. Bene, e noi verremo alla conversazione da voi.
EUF. Bisognerebbe che lo sapesse il signor Pantalone.
ASP. Che? avete da dipendere dal marito per tenere un poco di conversazione? Siete ben particolare davvero! Nella nostra compagnia siamo otto donne, ognuna delle quali si vergognerebbe dir queste cose al marito. Basta ch'egli lo sappia, quando paga la cera, il caff, o le carte; e qualche volta lo sa, quando gli tocca pagare la perdita della consorte.
EUF. Ciascheduna famiglia ha le sue regole particolari.
ASP. Oh, la vostra regola non mi piace.
EUF. Il mondo non sarebbe s bello, se tutti fossero di un umore.
ASP. Dunque in casa vostra non ci volete.
EUF. Io non dico di non volervi, dico che lo ha da saper mio marito. Potrei anch'io prendermi la libert di far senza dirlo, e son certa che non oserebbe rimproverarmi; pure gli ho sempre usato questo rispetto e glielo user sempre mai. Credetemi, donna Aspasia, a lungo andare non poi cosa tanto cattiva questa discreta soggezion della moglie. Alla fine dell'anno si trova l'economia in bilancio e la riputazione al sicuro.
ASP. Oh, oh, che massime antiche! Queste le avete studiate sui libri, non le avete certo imparate da veruna donna del nostro secolo.
EUF. Queste sono massime che ho imparate da me medesima, e sarebbero le vostre ancora, se un altro mondo non vi occupasse.
ASP. Per me son contenta cos. Ho un marito, grazie al cielo, che non sa dirmi di no di niente. Vado dove voglio, e non glielo dico. Lo faccio venir con me se sono sola, lo licenzio se sono accompagnata. Invito a casa chi voglio; vado a pranzo fuori, quando mi pare. Se spendo, egli non dice nulla; se perdo, egli paga: questo mi par che si chiami vivere.
EUF. S; questo si chiama vivere alla vostra maniera.
ASP. E la mia maniera la pi comune.
EUF. Cara donna Aspasia, dunque vero che di me si mormora?
ASP. S; e me ne dispiace infinitamente.
EUF. Si dice ch'io non pratico, perch ho il marito geloso; che non comparisco, perch ho il marito avaro.
ASP. Cose che mi fanno arrossire per parte vostra.
EUF. E di quelle che vivono come voi vivete, che cosa credete voi che si dica?
ASP. Io non saprei che cosa si potesse dire.
EUF. Ve lo dir io quello che si dice. La tale non fa stima di suo marito, suo marito non fa stima di lei, perch tutti e due hanno degli attacchi di cuore; quell'altra si serve di suo marito, come farebbe d'uno staffiere; l'altra rovina la casa; colei una civetta, una vanarella...
ASP. Di me si dice questo?
EUF. Non dico che si dica di voi; ma di chi vive all'usanza vostra.
ASP. Ors, mutiamo discorso.
EUF. S, mutiamolo, che mi farete piacere.
ASP. Mio fratello vuol venirvi a fare una visita.
EUF. Sono molto tenuta alla bont che ha per me il signor don Luigi.
ASP. Spero che voi lo riceverete.
EUF. Se fossi in grado di non poterlo ricevere, tanto gentile che mi compatirebbe senz'altro.
ASP. Lo conoscete voi mio fratello?
EUF. Ho avuto l'onor di vederlo pi volte in casa di mio padre.
ASP. In verit, per tutta la vostra casa non so che cosa non facesse.
EUF. pieno di bont il signor don Luigi.
ASP. Quante volte mi ha parlato di voi!
EUF. (Donna Aspasia una sorellina pietosa). (da s)
ASP. Qualche volta cos per ischerzo, diceva egli: un peccato che il signor Pantalone lasci cos sepolta una donna di spirito, come donna Eufemia.
EUF. Don Luigi compitissimo. Lascier che tutti vivano a modo loro.
ASP. Guardate un regalo che mi ha fatto mio fratello.
EUF. Bel ventaglio! veramente di buon gusto.
ASP. Vi piace, donna Eufemia?
EUF. Certamente, non si pu negare che non sia bello.
ASP. Se lo volete, siete padrona.
EUF. No, no, vi ringrazio.
ASP. Davvero, mi fate la maggior finezza di questo mondo.
EUF. In verit, vi sono obbligata; sta bene nelle vostre mani.
ASP. Se non lo prendete, mi fate torto.
EUF. Eh via, fate pi conto d'un regalo di vostro fratello.
ASP. Don Luigi non mi dar dei rimproveri, se sapr che a voi l'ho donato, anzi si consoler, intendendo che una sua finezza sia passata nelle vostre mani. Prendetelo.
EUF. Ma se vi dico di no.
ASP. Mi fate venire la rabbia. (s'alza)
EUF. Mi dispiacer vedervi arrabbiata, ma io non ne ho colpa.
ASP. Donna Eufemia, vi levo l'incomodo.
EUF. Voi mi levate le grazie.
ASP. Il ventaglio non lo volete.
EUF. No certamente, vi prego di compatirmi.
ASP. Alla conversazione non volete venire! qui non si viene senza il passaporto di vostro marito! mio fratello non si sa se lo riceverete!
EUF. Guardate che stravaganze si sentono in questa casa! Chi ha giudizio, non ci dovrebbe venire.
ASP. Ma io vi voglio bene, e ci verr. Mi caccierete via, se ci verr?
EUF. Non son capace di un'azione cattiva.
ASP. Addio, donna Eufemia.
EUF. Serva, donna Aspasia.
ASP. (Che diavolo mi sono ridotta a fare per mio fratello! Ma non faremo niente. In questa casa si vive troppo all'antica). (da s, parte)
EUF. Pu sentirsi di peggio? Sotto pretesto di buona amicizia, viene una donna a sviarmi, vorrebbe introdurmi il fratello in casa, vorrebbe farmi prendere dei regali? Oh mondo, mondo, tu sei pur tristo! Cominciano a piacermi le stravaganze di mio marito, poich queste affliggono, vero, la persona in segreto, ma in pubblico non la fanno ridicola a questo segno. Codesto si chiama vivere? Codesto si chiama impazzire. Vera vita dell'uomo quella che regolata dallo spirito dell'onore.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera di donna Eufemia.
Argentina e Traccagnino.
TRACC. Vien qua, Argentina, che t'ho da contar una bella cossa.
ARG. Eccomi; che cosa hai da raccontarmi?
TRACC. M' successo ozi quel che no m' successo mai pi.
ARG. Che cosa mai ti successo?
TRACC. M' st regal un ducato.
ARG. (Oh bella! questo il giorno delli ducati!) (da s)Chi te lo ha regalato?
TRACC. Me l'ha d Brighella, me paesan, el servidor de sior don Luigi.
ARG. S, s, lo conosco. Per qual causa ti ha regalato un ducato? Per il tuo bel viso no certo.
TRACC. Se no fusse per certa ambassada che ho da far alla patrona, per un certo regaletto che i ghe vol mandar.
ARG. Oh bravo davvero! c' questa bagattella di mezzo e vai mendicando il perch?
TRACC. Mo, se per ogni ambassada i donasse un ducato, el saria el pi bel mestier de sto mondo.
ARG. Traccagnino, ti ho da dire una cosa.
TRACC. Cossa m'at da dir?
ARG. Quel ducato mio.
TRACC. L' to? mo per cossa?
ARG. Le ambasciate alla padrona tocca a me a farle, e se quel ducato l'hanno dato per questa causa, il ducato mio.
TRACC. Donca no i me l'aver d per sta causa.
ARG. Senti, Traccagnino: non faccio gi per mangiarti un ducato, che sai benissimo ch'io non sono interessata. Ma quella moneta senz'altro te l'hanno data per questo; e se vuoi servire l'amico, hai da passare per le mie mani; e s'io m'incomodo, giusto che le mie fatiche siano ricompensate.
TRACC. Cossa intendet mo de dir? Mi no te capisso...
ARG. Intendo dire, che se tu hai avuto un ducato, io non te lo levo, ma mettiti le mani al petto, me ne toccava uno anche a me.
TRACC. Se me metto le man al petto, no me par che te tocca gnente.
ARG. E l'ambasciata non si far.
TRACC. E se no se fa l'ambassada, m'ha dito Brighella che ducati no ghe ne vien pi.
ARG. Vedi dunque, se te l'hanno dato per questo? Ma senza un altro ducato a me, non si fa l'ambasciata.
TRACC. Adesso ander a dirgh'a Brighella, che el me daga un altro ducato per ti.
ARG. No, facciamo cos; non perdiamo tempo. Dammi intanto quello che tu hai; poi lo dirai a Brighella, e te ne farai donare un altro per te.
TRACC. E se nol me lo volesse dar?
ARG. Fidati di me e non pensar altro. Sai chi sono. Non son ragazza capace di mangiarti un ducato.
TRACC. Ti, tel dago colle lagrime ai occhi.
ARG. (Quanto ci ha voluto! Me lo son guadagnato a forza di parole). (da s)
TRACC. El primo ducato che ho av a sto mondo.
ARG. Dimmi l'ambasciata che s'ha da fare alla nostra padrona.
TRACC. L'ha dit cuss Brighella...
ARG. Ecco la padrona. Falle l'ambasciata, e non perder tempo.
TRACC. Tocca a ti, che ti ha av el ducato.
ARG. Aiuter la barca; seconder l'intenzione, faciliter il negozio. Vedrai che questa moneta me l'aver guadagnata.
SCENA SECONDA
Donna Eufemiae detti.
EUF. Che fai tu in questa camera? Sai pure che il padrone non ti ci vuole. (a Traccagnino)
ARG. Signora, egli ha da farle un'ambasciata.
TRACC. (Brava!) (da s)
EUF. Un'ambasciata? Per parte di chi?
ARG. Via, di' alla padrona quello che tu devi dire.
TRACC. Ghe dir, signora. Conossela Brighella, servidor de sior don Luigi?
EUF. Lo conosco. Lo manda forse donna Aspasia, di lui sorella?
TRACC. Gnora no. Lo manda proprio sior don Luigi con un bazil tanto fatto d'arzento, pien de cioccolata.
EUF. Un bacile di cioccolata? A chi la manda? (alterata)
TRACC. Tutta sta roba el dis cuss che la vien a vussoria.
EUF. A me un regalo di cioccolata?
TRACC. Eh, no la vaga miga in collera. Nol ghe manda miga la cioccolata sola; m'ha dit Brighella, che el gh'ha ordene de lassar el bazil.
EUF. Temerario! Di' a colui che se ne vada immediatamente. Riporti il bacile, come sta, al suo padrone; e tu, frasconcella, tu che sai la mia delicatezza in simili cose, ardisci favorire un'ambasciata di tal natura?
ARG. Signora, io non credeva...
EUF. Sei una temeraria.
TRACC. Poverazza, no la ghe staga a criar; no la l'ha fatt miga con nissuna malizia: la l'ha fatto per el ducato.
EUF. Che dici tu di ducato? Avresti preso forse qualche moneta per s bell'uffizio? Se me lo potessi sognare, ti caccierei via in questo momento.
ARG. Possa morire, se ho neanche veduto in faccia colui che vi volea parlare.
EUF. Va subito: fa che Brighella se ne vada immediatamente, prima che il signor Pantalone ritorni a casa. (a Traccagnino)
TRACC. Arzentina, me raccomando a ti.
ARG. Dice bene la mia padrona. Le signore della sua sorta non ricevono regali.
TRACC. Recrdete, Arzentina...
ARG. Animo, obbedisci la tua padrona.
EUF. Vattene, prima che colui ardisca passare avanti.
TRACC. Ma! el ducato.
ARG. Il ducato mio. Tu non ci entri.
TRACC. Ghel dir alla patrona.
ARG. S, ora glielo dico io, e vedrai se ho ragione. Signora, se viene il padrone e vede quell'uomo in casa, saranno guai.
EUF. Presto, dico, vallo a licenziare, e poi torna qua.
TRACC. Sia maledetto! Tol, el ducato no lo vadagno pi.
EUF. Senti.
TRACC. S'ela pentida?
EUF. Di' a Brighella che ringrazi per me il suo padrone, che scusi se gli rimando indietro la cioccolata, perch mi fa male e non ne bevo.
TRACC. Pi tosto, per giustarla, la bever mi.
EUF. Mi hai inteso. Vattene ed obbedisci.
TRACC. (No m'arrecordo pi cossa che gh'abbia da dir; quel ducato m'ha messo in confusion). (da s, parte)
SCENA TERZA
Donna Eufemiaed Argentina, poi Traccagnino che torna.
EUF. Bene, signorina, che vuol dire Traccagnino del suo ducato? Che mistero vi sotto?
ARG. Sentite che pretensione ridicola ha colui. Il signor Dottore, come sapete, mi ha donato un ducato; l'ho detto cos per modo di discorso a Traccagnino, e egli pretende ch'io gliene dia la met.
EUF. Con qual fondamento lo pretende?
ARG. Perch un sciocco; ma un sciocco malizioso.
EUF. Quello mio padre l'ha dato a te, ed roba tua.
TRACC. Signora patrona, la me bastona, che la gh'ha rason.
EUF. Perch? Che hai tu fatto?
TRACC. No m'ho record gnanca una parola de quel che la m'ha dito de dir a Brighella.
EUF. Bravissimo! al tuo solito. Mio marito spende bene con te il suo denaro.
TRACC. El ghe ne spende tanto pochetto.
EUF. Ora con colui cosa si far?
TRACC. Mi diria debolmente, che ella in persona ghe disesse la so rason.
ARG. Traccagnino non dice male; la risposta ander pi a dovere.
EUF. Che infelicit con costoro! Fallo passare.
TRACC. Gnora s.
ARG. Domanda, Traccagnino, alla padrona del ducato. vero, signora, che tutto mio, che a Traccagnino non ne tocca?
EUF. Certamente: questa giustizia.
TRACC. De sta sentenza me ne appello.
ARG. A qual tribunale?
TRACC. Al tribunal delle patrone che no recusa i regali. (parte)
ARG. (Maledetto!) (da s)Costui uno stolido. Non sa che diavolo si dica.
EUF. S'egli sciocco, non l'esser tu. Bada bene a non mi mettere in qualche impegno.
ARG. Oh, signora mia, per me non c' dubbio. Sapete la mia delicatezza in proposito di queste cose. Se vedessi l'oro tant'alto, non c' dubbio che io vi parli.
SCENA QUARTA
Brighella con bacile, e dette.
BRIGH. Servitore umilissimo. Padrona mia riveritissima.
EUF. Voi siete il servitore di don Luigi.
BRIGH. Per servirla.
ARG. (Oh peccato! tanta bella cioccolata!) (da s)
BRIGH. El me padron el ghe fa umilissima reverenza, e el la prega a degnarse de sentir un poca della so cioccolata.
ARG. (Anche il bacile?) (piano a Brighella)
BRIGH. (S). (piano ad Argentina)
EUF. Dite al vostro padrone che lo ringrazio infinitamente, che cioccolata io non ne bevo perch non mi conferisce allo stomaco; e riportatela dove l'avete presa.
BRIGH. Cara signora, se la ghe fa mal, la bever la so cameriera.
ARG. Certo; a me non fa male.
EUF. M'avete inteso? Ve ne potete andare.
BRIGH. E al me padron la ghe vol far sto affronto? Poveretto mi, se ghe porto indrio sta cioccolata e sto bacil!...
EUF. Anche il bacile era destinato per me?
ARG. S, signora, che vi pare?
EUF. troppo compito il signor don Luigi. Ditegli che la cioccolata mi fa male, ed il bacile mi offende.
ARG. (In quanto a me non mi offenderebbe nemmeno se me lo dessero nella testa). (da s)
BRIGH. Certo l' un gran affronto, ma ghe vorr pazienza.
EUF. Meno ciarle, galantuomo. Andate.
BRIGH. Vado subito. Pazienza. Servitor umilissimo. (va per andare, incontra Pantalone)
SCENA QUINTA
Pantalone e detti.
PANT. Cossa gh'? (a Brighella)
BRIGH. (Oh diavolo!) (da s, sorpreso)
EUF. Vedete, marito? Il signor don Luigi manda a voi quel bacile di cioccolata. Io non lo volevo ricevere senza ordine vostro.
PANT. Lo mandelo a mi, o lo mandelo a vu?
EUF. Io credo lo mandi a voi. Con me non ha niente che fare.
PANT. Amigo, a chi mandelo el sior don Luigi tutta sta roba? A mi? o a mia muggier?
BRIGH. (Ho inteso el zergo). (da s)El me padron la manda a vussoria, el ghe fa reverenza, e el lo prega de farghe l'onor de assagiar la so cioccolata.
PANT. E el bacil?
BRIGH. Se no la sa dove metterla, ho ordine de lassarghe anca el bacil.
PANT. Veramente xe tutto pien in casa; no saveria dove metterla.
ARG. (Questo l'intende bene; altro che la padrona!) (da s)
PANT. (M'immagino per cossa che don Luigi me manda sto regalo). (a donna Eufemia, piano)
EUF. (E perch mai?) (piano a Pantalone)
PANT. (El vorr domandarme dei bezzi in prstio, ma senza pegno no ghe ne dago). (piano a donna Eufemia)
EUF. (Povero mio marito, l'interesse l'accieca!) (da s)
ARG. (Che dite eh? Il marito pi discreto della moglie). (piano a Brighella)
BRIGH. (Me piase quelle muier che anca in ste cosse le vol dipender dai maridi). (piano ad Argentina)
PANT. Ors, lass qua, e ringrazi sior don Luigi. Quando lo veder, far le mie parte. (a Brighella)
BRIGH. Consegner el bacil alla cameriera.
PANT. No, no; dmelo a mi. Custa la xe golosa, la la magneria mezza, e po la ghe farave mal.
ARG. (Addio cioccolata. Quella non si vede pi). (da s)
PANT. Ecco fatto. Deme el bacil, e ve ringrazio.
BRIGH. Signor...
PANT. Cossa gh'? Aveu gnente da dirme?
BRIGH. Niente. Ghe son servitor.
PANT. Parl, se me vol dir qualcossa.
BRIGH. Diria, ma ho rossor.
PANT. (St a veder). (da s)Parl, parl liberamente.
BRIGH. Se la me donasse da bever l'acquavita.
PANT. Che! st qua per questo? Me rincresce che no gh'ho monea, no gh'ho gnente da darve; se vol un poco de cioccolata, ve la dar.
BRIGH. Anca quella no la saria cattiva.
PANT. Aspett. (da un bastone ne rompe un pezzo)
ARG. (Non poco, che usi questa generosit). (da s)
PANT. Tol, cerchla anca vu. (a Brighella)
BRIGH. Grazie, grazie, la me fa mal. (Avaro maledetto! se pol dar de pezo?) (da s, parte)
SCENA SESTA
Pantalone, Donna Eufemiae Argentina.
PANT. Se nol la vol, a so danno; anca questa la sar bona per una chicchera almanco.
ARG. Datemelo a me quel pezzetto di cioccolata.
PANT. La te far mal, la te far calor. Ti xe una zovene, ti xe de sangue caldo. La cioccolata no xe per ti.
ARG. Oh benedetto il mio padrone, che ha tanta carit per me! (Affrica! maledetta!) (da s)
EUF. Povera ragazza! dategliene un pezzolino.
PANT. No ghe voggio dar gnente. Vu no ve n'impazz.
EUF. Per me non ve ne domando.
PANT. Se me ne domandessi, no ve ne daria.
EUF. Pazienza!
ARG. Siete pur crudele, signor padrone.
PANT. Va via de qua.
ARG. Perch, signore?
PANT. Va via de qua.
ARG. Ma io...
PANT. Va via, impertinente. Te bastoner.
ARG. Diavolo! Satanasso! Mummia maledetta! (parte)
SCENA SETTIMA
Donna Eufemiae Pantalone.
PANT. Se te chiappo...
EUF. ( alterato; sarebbe meglio ch'io me ne andassi). (da s)
PANT. (Un bacil de cioccolata!) (da s)
EUF. Io me n'ander, se vi contentate.
PANT. Siora no. (Anca el bacil!) (da s)
EUF. (Principia a farmi paura). (da s)
PANT. Quel staffier che ha port sta cioccolata, gera un pezzo che el gera qua?
EUF. Non era molto.
PANT. No gera molto. L'ha parl con vu un pezzetto per.
EUF. Voleva lasciar il bacile senza di voi, ed io non l'ho voluto ricevere.
PANT. Se el cercava de mi, che necessit ghe gera che el vegnisse in te la vostra camera?
EUF. stato quello sciocco di Traccagnino: io non ne ho colpa.
PANT. La patrona no ghe n'ha colpa. Eppur sta cioccolata, sto bacil, ghe zogheria che nol vegniva a mi.
EUF. Avete pur sentito che cosa ha detto Brighella.
PANT. Ghe son dreto anca mi la mia parte. Ella l'ha dito che el regalo vegniva a mi. El s'ha tacc al parto; e se crede che mi l'abbia bevua.
EUF. Ma caro signor Pantalone, compatitemi, con tali sospetti in mente perch prendere il bacile e la cioccolata?
PANT. L'ho fatto per politica. Perch no se veda quel bacil a tornar fora de sta casa; perch el visinato no mormora; e anca per non entrar in qualche impegno con don Luigi, che el xe un omo bestial.
EUF. Non so che dire. Tutto quello che fate voi, ben fatto.
PANT. E tutto quel che fe vu, xe mal fatto; e s una donna senza giudizio, una femena senza reputazion.
EUF. Come? Per qual ragione mi dite questo?
PANT. Perch se a don Luigi no gh'avessi d qualche bona speranza, nol ve mandarave i regali.
EUF. Ma non avete detto che ve l'aver mandato per indurvi a prestargli qualche denaro?
PANT. Scuse magre. Se el gh'avesse bisogno de bezzi, nol comprarave i bacili d'arzento. Scuse magre, ve torno a dir.
EUF. Questa non mia scusa, stato un vostro pensamento.
PANT. Busiara! falsa! frascona!
EUF. Voi m'ingiuriate a torto.
PANT. Se no vegniva a casa mi, el bacil se scondeva.
EUF. Non vero.
PANT. No xe vero? a mi se responde no xe vero? No so chi me tegna...
EUF. Ammazzatemi una volta, e levatemi da queste pene.
PANT. S, ve coper.
SCENA OTTAVA
Dottore e detti.
DOTT. Perch accopparla, signore? perch accopparla?
PANT. Cossa vegniu a far vu in casa mia?
DOTT. Vengo a vedere mia figliuola, il mio sangue, la mia creatura.
EUF. (Il cielo lo ha mandato). (da s)
PANT. In casa mia no se vien senza mia licenza.
DOTT. Ma chi porta i bacili d'argento, pu venire liberamente.
PANT. Vostra fia xe quella che li riceve.
DOTT. Eh, acchetatevi, che farete meglio. Ho saputo ogni cosa. Mia figliuola non lo avrebbe ricevuto, se voi non lo aveste preso per la vostra maledetta avarizia. Argentina mi ha detto come la cosa sta.
PANT. (Lenguazza del diavolo!) (da s)
DOTT. E mi ha ancora detto, che avete levati ad Eufemia persino i quattro zecchini che le avevo dati.
EUF. (Gran ciarliera colei! Mi dispiace assaissimo che gliel'abbia detto). (da s)
PANT. Mi no gh'ho tolto i quattro zecchini per no ghe li dar. I xe sempre si; quando la li vol, i xe l per ella.
DOTT. Se ne avete a male ch'io gli dia dei denari, non gliene dar pi.
PANT. Mi no digo ste bestialit. S so pare, la saria bella che no ghe podessi dar qualche zecchin.
EUF. (Manco male, si va rasserenando). (da s)
DOTT. Ma mi dispiace che sempre in casa vostra siano delle liti.
PANT. Mi no parlo mai. Domandghelo a ella. Dislo liberamente, siora donna Eufemia, crio mai mi? songio fastidioso? ve tormentio mai?
EUF. No certamente, signor padre. Il signor Pantalone con me discretissimo.
PANT. Sentiu? Un mario come mi no se trova.
DOTT. Potete gloriarvi di avere una moglie che una pasta di zuccaro.
PANT. Ella e mi semo do colombi.
DOTT. Non vi pericolo di alcuna cosa. In mia casa stata bene allevata.
PANT. E mi vivo coi occhi serrai; conosso che la xe una donna, e no son zeloso. vero, muggier? mi no son zeloso.
EUF. verissimo. (sospirando)
PANT. Sospir? per cossa?
EUF. Perch son cose che mi consolano.
PANT. (Eh, te cognosso! Ander via to pare). (da s)
DOTT. Mi dispiace dell'accidente di questo bacile. Sono cose che possono dar da dire. Credetemi, genero mio caro, che questa volta non vi siete contenuto da vostro pari.
PANT. I m'ha chiapp all'improvviso; no ho av tempo de pensarghe suso.
DOTT. Sareste ancora a tempo per rimediarvi.
PANT. Come?
DOTT. Dovreste a quel signor rimandare la roba sua.
PANT. Adesso no xe pi tempo. No saveria come far.
DOTT. Lasciate fare a me: datemi quel bacile, e non dubitate. La cioccolata non importa. Il male sta nel bacile. Consegnatelo a me, che trover la maniera di rimandarlo.
PANT. Sior missier, vu no me conseggi ben. Questa xe la maniera de trovar un impegno. Saveu cossa che far? Ghe ne far far un compagno, ghe metter suso del caff e del zucchero, e lo mander a regalar a don Luigi. Cuss saremo del pari, con nobilt, con pulizia. Ah! cossa ve par?
DOTT. Ancora cos anderebbe bene. Basta che si ritrovino dei fatti.
PANT. Senz'altro.
DOTT. Dei bacili vi saranno de' fatti.
PANT. Seguro.
DOTT. Da bravo dunque, non perdiamo tempo.
PANT. Vago subito (a vender questo, ma no a comprarghene un altro). (da s, partendo)
EUF. (Mi pare impossibile che lo faccia). (da s)
PANT. (Sto vecchio resta qua con mia muggier... Eh! el ghe poderave donar qualcossa). (da s, parte)
SCENA NONA
Donna Eufemiaed il Dottore.
DOTT. Sapete, figliuola mia, per qual cosa sono tornato da voi questa mattina?
EUF. Perch mai, signor padre? Ogni volta che vi vedo, mi consolate.
DOTT. Son tornato da voi, perch nell'andare a casa mi stato raccontato di questo gran bacile pieno di cioccolata che stato portato in vostra casa, in tempo che non vi era vostro marito, e mi stato detto che in bottega dello speziale la gente si messa a ridere, ed ha principiato a mormorare. Io non sapevo cosa fosse questo negozio. Son corso per vedere e per sentire. Ma poi Argentina mi ha raccontato il tutto, ed ho saputo quello che ha fatto il matto di vostro marito.
EUF. Per dirla, io non avrei voluto ch'egli prendesse il bacile.
DOTT. Perch non glielo avete detto? perch non glielo avete suggerito?
EUF. Gliel'ho detto io, ma...
DOTT. Se glielo aveste detto in buona maniera, forse lo avrebbe fatto; si vede che vi vuol bene e che fa stima di voi.
EUF. (Piange)
DOTT. Cosa vi di nuovo? vi scorrono le lacrime dagli occhi? Forse non vero che vostro marito vi voglia bene? Egli lo ha fatto confermare da voi medesima. L'avete pur detto alla mia presenza.
EUF. (Piange)
DOTT. Ah figliuola mia, voi piangete? Qui vi del male. Avete avuto qualche disgusto? Vi ha fatto qualche cosa vostro marito? Parlate, confidate con me.
EUF. Ah signor padre, non posso pi.
DOTT. Oh cielo! Qual novit mai questa?
EUF. Non cosa nuova ch'io peni, sar cosa nuova che io parli. Mio marito son anni che mi tormenta; non mi lascia avere un momento di pace. geloso senza motivo di esserlo: sospettoso senza ragione. Non basta ch'io lo secondi, ch'io l'obbedisca, ch'io taccia. Pare ch'egli gioisca nel tormentarmi; pare ch'io sia la sua maggior nemica. Non parlo del poco cibo, non mi lagno del miserabile trattamento. Una veste mi basta, una vivanda mi sazia; ma oh Dio! pi strapazzi che pane! E una miserabile vita che mi fa bramar di morire.
DOTT. Oh me infelice! Voi mi cavate le lacrime dal fondo del cuore. Cara figliuola mia, voi avete per consorte una tigre, e lo sopportate per s lungo tempo? Vi ho ancor io consigliato a soffrirlo, finch ho creduto che la di lui cattivezza si potesse tollerare; ma ora che sento che si rende insoffribile e che siete tormentata in questa maniera, sono qua, Eufemia, son vostro padre, venite con me, voi starete con me. Fin che sono vivo, voi sarete padrona della mia casa e di tutto il mio cuore.
EUF. (Oim! che ho fatto mai? Perduto ho in un punto tutto il merito della tolleranza? Impegnata a sostenere il decoro di mio marito, per s lieve cagione l'aver io calpestato?) (da s)Ah signor padre, compatite la mia debolezza. Noi donne abbiamo de' momenti inquieti, de' momenti funesti. Mi avete presa in un punto che mi sentiva oppressa, n saprei dire il perch. La vita che mi fa vivere mio marito, non s trista che possa ridurmi ad una violente risoluzione. Compatitemi; scordatevi delle mie doglianze; non mi credete, allorch io parlo senza pensare. S, mio marito mi ama; e se ora mi sgrida, padrone di farlo, ed io meriter che mi sgridi. L'ambizione talora mi eccita a desiderare quello ch'io non ho; ma finalmente quello che ho mi basta. Credetemi, or che vi parlo senza passione. Ponete in quiete l'animo vostro; il mio calmato. Mi pento di quel che ho detto; arrossisco di me medesima; e queste lacrime che ora mi grondano dagli occhi, non sono effetti delle mie disgrazie, ma del mio giustissimo pentimento. (parte)
DOTT. Venite qui; sentitemi; vi credo e ci rimedier. Infelice! (parte)
SCENA DECIMA
Camera di Pantalone: tavolino e sopra la cioccolatta e bacile, bilancie, calamaio e carta.
Pantalone solo.
PANT. Sto bacil l'averave da esser de vinti onze almanco. Voggio pesarlo. No voggio che i oresi me gabba in tel peso. Quando l'aver pes mi, me saver regolar. A sto mondo tutti cerca de ingannar; no gh' pi fede, no gh' altro che interesse. (pesa il bacile)
SCENA UNDICESIMA
Traccagnino e detto.
TRACC. Sior patron.
PANT. Cossa vustu? (copre)
TRACC. Una visita.
PANT. Che visita? adesso no recevo visite. Ho da far, no posso recever nissun.
TRACC. Ah sior patron...
PANT. Cossa gh'?
TRACC. L' un odor che me consola el cuor.
PANT. Va via de qua.
TRACC. Za che patisse la gola, lass almanco che se consola el naso.
PANT. Gola de porco, va via de qua.
TRACC. Pazenzia!
PANT. Chi xe che me domanda?
TRACC. El sior don Luigi, quello che gh'ha mand...
PANT. No lo posso recever. Dighe che no posso, che el me perdona... no lo posso recever.
TRACC. Ghe lo dir. Sior patron...
PANT. Cossa vustu?
TRACC. Almanco una nasadina, per carit.
PANT. Presto, va da don Luigi, che nol vegnisse avanti. El sarave capace de farlo. Dighe che sar da ello.
TRACC. Sior s. (Ghe ne vi magnar, se ghe fusse la forca). (da s, parte)
SCENA DODICESIMA
Pantalone, poi Traccagnino che torna.
PANT. Caspita, el xe lesto sior ganimede! Sta civilt no la me piase. E pur sarave ben che sentisse un poco cossa che el sa dir, e che scovrisse terren.
TRACC. El dis cuss el sior don Luigi, che vussoria s'accomoda, se l'ha da far; che intanto l'ander a dar el bon zorno alla patrona.
PANT. No, no, dighe che nol s'incomoda. Pi tosto, che el vegna da mi se el vol... Aspetta, debotto ho finio. Anca questa x fatta. Presto, falo vegnir. (ripone la cioccolata)
SCENA TREDICESIMA
Pantalone, poi Don Luigi
PANT. Cossa diavolo vorralo da mi don Luigi? Oh bella! el voleva andar da mia muggier. S ben, la cioccolata, el bacil d'arzento, no la gera roba destinada per mi. So arriv a tempo.
LUI. Caro signor Pantalone, voi mi fate bestemmiare una mezz'oretta.
PANT. La compatissa. Fava un non so che... no podeva recever un galantomo.
LUI. Questo era poco male; sarei andato a riverire la signora.
PANT. Mia muggier xe in camera retirada; la se sente puoco ben.
LUI. Ha qualche incomodo la signora donna Eufemia?
PANT. Sta mattina ghe doleva la testa.
LUI. Oh! permettetemi dunque ch'io vada a vedere com'ella sta.
PANT. No, no v'incomod. No l'ha dormio sta notte. Lassemola un puoco in quiete.
LUI. Io per il dolor di capo ho un segreto mirabile.
PANT. Qualche spirito fursi?
LUI. S, uno spirito eccellente. Eccolo qui in questa boccettina d'oro. Quattro goccie di questo spirito sono capaci di dar la vita; rinvigoriscono, levano ogni dolore di capo.
PANT. Me faressi la grazia de darmene do giozze sole?
LUI. Per donna Eufemia?
PANT. Sior no, le vorria bever mi. Me sento debole assae.
LUI. Servitevi, siete padrone. (gli d la boccettina)
PANT. (L'apre, vuol bevere, poi si ferma ). Xela d'oro sta bozzetta?
LUI. S, d'oro.
PANT. (Povero oro! vard in cossa che l'impiega quei matti che no lo cognosse!) (da s, assaggia)
LUI. Che vi pare di quello spirito? Non grato? non gentile?
PANT. Credo che a mia muggier nol farave mal.
LUI. Anzi vi assicuro che le farebbe benissimo. Volete che gliel'andiamo a presentare?
PANT. Bisognerave che la me permettesse, che ghe ne mettesse un puoco in t'una mia bozzetta.
LUI. Oib, madama si servir di questa. Favorir di tenerla. Io ne ho delle altre.
PANT. La vuol favorir mia muggier anca della bozzetta?
LUI. una piccola cosa; mi onorer, se si compiacer di riceverla.
PANT. Cancarazzo! la la ricever seguro, e la ghe sar obligada. Vago, se la se contenta, a portarghe le so grazie.
LUI. Oh, in quanto a questo poi, favorisca. (gli leva la boccetta)Voglio aver io quest'onore di presentarla a madama.
PANT. (Diavolo! son imbroggi: no vorria perder quella bozzetta). (da s)
LUI. Padron mio, che difficolt ha vossignoria ch'io faccia una visita alla signora?
PANT. Oh! la vede ben...
LUI. Io sono un galantuomo, un uomo onesto e civile, e so trattare colle persone di garbo, e non son capace di prendermi quelle libert che non si convengono.
PANT. Son persuasissimo.
LUI. E questo che vossignoria mi fa, un affronto.
PANT. No la se scalda...
LUI. Cosa crede? ch'io le voglia rubar la moglie? Per la signora donna Eufemia ho tutto il rispetto. Ella una signora piena di merito; ma io so le mie convenienze.
PANT. No gh'ho gnente in contrario.
LUI. E se crede ch'io le abbia mandata quella cioccolata per qualche secondo fine, s'inganna. L'ho fatto per un atto di buona amicizia. Perch la signora donna Eufemia ho avuto l'onor di conoscerla prima che fosse moglie di vossignoria, e col bacile non intendo affrontarvi. So che non avete bisogno di queste cose. Siete padrone di rimandarlo.
PANT. Via, sior don Luigi, no la me creda cuss incivil che no sappia aggradir una finezza. Queste le xe cosse che se passa, in grazia della bona amicizia.
LUI. Ma voi non mi trattate da amico, vietandomi di usare un atto di stima e di rispetto verso vostra consorte.
PANT. La ghe vorria dar quella bozzetta?
LUI. S, per soccorrerla, se le duole il capo.
PANT. E lassarghe el remedio per i so futuri bisogni?
LUI. Certamente; amo la salute delle persone di merito.
PANT. Via, la lassa che vaga a vder cossa fa donna Eufemia.
LUI. E io dunque?...
PANT. La se lassa servir; o anderemo da ella, o la far vegnir qua. In ogni maniera voggio che sior don Luigi gh'abbia el piaser de darghe quella bozzetta con quel prezioso liquor, che per la so testa sar una manna.
LUI. Tutto quel che da me dipende, sar sempre a vostra disposizione, non meno che della signora.
PANT. Obligatissimo alle so finezze. Oe, Traccagnin.
SCENA QUATTORDICESIMA
Traccagnino e detti.
TRACC. Sior.
PANT. (Resta qua, fin che torno: varda che sto sior no portasse via qualcossa). (parte)
LUI. Traccagnino, che ha la tua padrona?
TRACC. La sta ben, per servirla.
LUI. (Pantalone bugiardo!) (da s)Sai che le dolga il capo?
TRACC. Mi credo de no.
LUI. (Se continua a burlarsi di me, voglio che se ne penta). (da s)
TRACC. No so se vossignoria sia informada de un certo ducato.
LUI. So che Brighella ti ha donato un ducato.
TRACC. No so se la sappia, che quel ducato no l'era mio.
LUI. E di chi era dunque?
TRACC. I dise cuss che l'era de Arzentina, cameriera della patrona; e mi poveromo son rest senza.
LUI. Chi ha detto che quel ducato non fosse tuo, ma si dovesse alla cameriera?
TRACC. L'ha dit la patrona; l' stada li che ha fatto sta giustizia.
LUI. (Dunque donna Eufemia sa le mance ch'io do, sa la premura che ho per lei, e l'approva; non occorr'altro, siamo a cavallo). (da s)
TRACC. E cuss, sior, mi son rest senza el ducato.
LUI. Eccone un altro, e di pi se vuoi.
TRACC. La fazza ella; mi no dir mai basta. L' qua el patron. Vago via, ghe son servitor. (parte)
LUI. Ecco Pantalone con donna Eufemia. Per quel ch'io vedo, il denaro pu tutto. Quasi, quasi, questa troppa facilit mi raffredda. La credeva pi sostenuta; e quei stolti dicevano: non farete niente.
SCENA QUINDICESIMA
Pantalone, Donna Eufemiae detto.
PANT. Ecco qua siora donna Eufemia, che vuol riverir el sior don Luigi.
EUF. (Imprudentissimo uomo! Vuol farmi fare di quelle figure che non mi convengono). (da s)
LUI. Signora, ho l'onore di rassegnarvi la mia umilissima servit.
EUF. Sono tenuta alle generose finezze.
PANT. (Pronta! la responde con spirito ai complimenti). (da s)
LUI. Mi aveva fatto credere il signor Pantalone, che aveste un eccessivo dolor di capo; ci mi recava una pena infinita.
EUF. Grazie al cielo...
PANT. Grazie al cielo la sta qualcossa meggio, ma ancora el dolor xe ustin. El gh'ha un spirito eccellente el sior don Luigi per el mal de testa. (a donna Eufemia)
LUI. S signora; per dir il vero, questo mio spirito un cefalico esperimentato.
EUF. Occorrendo vi pregher.
PANT. Occorrendo? In ste cosse no ghe vol complimenti. Le medesne no se recusa.
LUI. Ecco, signora, se vi degnate.
EUF. In verit non mi occorre.
PANT. Che smorfiosa! ghe diol la testa come una bestia, e per suggizion no la vol el remedio. La me fa una rabbia che la coperia.
LUI. Via, signora, compiacetevi...
PANT. Via, grad, tolla. Se tratta della vostra salute. No me fe andar in collera.
EUF. Per compiacervi; ne bever due sorsi.
PANT. Sior don Luigi ve la lassa per quando ghe n'aver bisogno; no xe vero? (a don Luigi)
LUI. Verissimo; cos desidero.
EUF. Non permetter certamente...
PANT. Via, tolla. Queste le xe cosse lecite e oneste. Se tratta d'un medicamento. Se fusse qualcoss'altro, no lo permetteria. D qua, la metter via mi, acciocch no la perd, acciocch no i ve la roba. (gliela prende)
EUF. (Oh, questo mio marito diventa ogni d peggio). (da s)
LUI. Signora, non voglio vedervi in piedi. Ecco, mi prender l'ardire di presentarvi una sedia.
PANT. (El principia a voler far da padron). (da s)
EUF. Sono tenuta alle vostre grazie. (siede)
PANT. (Maledetta! l'accetta, e la se senta). (da s)
LUI. Mia sorella m'ha imposto di riverirvi.
EUF. Obbligatissima alla signora donna Aspasia. Ma voi, signore, state in piedi?
LUI. Seder anch'io, se mi permettete. (prende una sedia)
PANT. (Meggio!) (da s) Donna Eufemia, faressi meggio a andarve a ripossar. El spirito opera pi, quando se repossa.
EUF. Ander dove comandate. (s'alza)
LUI. Aver l'onore a servirvi alle vostre stanze.
PANT. No la s'incomoda, signor, la servir mi.
LUI. Signor Pantalone, per quel ch'io vedo, voi siete geloso. Non parmi di meritare un simile trattamento.
EUF. (Arrossisco per lui e per me). (da s)
PANT. Mi zeloso? v'ingann. (Sto senza creanza el vorr rimproverarme quelle freddure che el m'ha don). (da s)Mi no son zeloso, e che sia la verit, vago a far un interesse; rest qua co mia muggier. (a don Luigi)
EUF. No, no; andiamo.
PANT. Rest, ve digo. (a donna Eufemia)
EUF. Ma se io...
PANT. Ma se mi voggio che rest. Quando voggio, no se responde. (parte)
SCENA SEDICESIMA
Donna Eufemia, DonLuigi, Pantalonesotto la portiera.
EUF. (Gran pazienza la mia!) (da s)
LUI. Donna Eufemia, permettetemi ch'io dica che voi meritereste un migliore marito.
EUF. Signore, io ne sono contenta: e voi, perdonatemi, non avete ragione di parlar cos.
LUI. Certamente; non dovrei dolermi di lui, se mi concede di poter restare da solo a sola con voi.
EUF. Egli l'ha fatto per disingannarvi del mal concetto che avete del suo costume.
LUI. Lodo una moglie che sa difendere il suo marito.
EUF. Ed io non lodo quelli che del marito parlano con poco rispetto alla moglie.
LUI. Non temete ch'io voglia pi dispiacervi per questa parte. Troppo vi stimo, per non evitare il pericolo di non disgustarvi.
EUF. Effetto della vostra bont.
PANT. (Vela qua, parole tenere). (da s, di lontano)
LUI. Perdonate, signora, se ho ardito stamane farvi a parte della nuova mia cioccolata.
EUF. Non era necessario che v'incomodaste per favorirmi.
PANT. (El l'ha mandada a ella, e no a mi). (come sopra)
LUI. Mi consolo per altro, che spero le mie attenzioni gradite.
EUF. Io non voglio usare degli atti d'incivilt; per non credo avervi dato verun segno di essermi di ci compiaciuta.
LUI. vero che voi non avete voluto insuperbirmi con espressioni di troppa bont; per altro la fortuna ha voluto beneficarmi, assicurandomi che non sono da voi sprezzate le mie premure.
EUF. Di grazia, don Luigi, chi vi ha fatto credere che i vostri regali non mi dispiacciano?
LUI. Signora, non parlo de' miei regali, perch sono cose delle quali mi vergogno parlarne; ma trattandosi della premura che per voi nutro, so che vi degnate gradirla. Non vi sdegnate: me ne assicurano i vostri servi.
EUF. Costoro non possono dirlo...
PANT. Siora s, i saver quel che i dise. E se no basta l'asserzion dei servitori, anca mi assicurer sior don Luigi della sa bona grazia. Sfazzada! Me maraveggio che se parla cuss. (verso don Luigi)
LUI. Come? che impertinenza la vostra? Cos vi rivoltate contro di me?
PANT. Mi no la gh'ho con ella, patron. De ella parlo colla bocca per terra. Un zovene lo compatisso, se el cerca de devertirse. Me maraveggio de sta matta de donna, che no gh'ha gnente de reputazion.
EUF. Se non avessi riputazione, vi risponderei come meritate. Il tacere ch'io faccio, la maggior prova della mia onest, della mia prudenza. Esaminate voi stesso, e troverete di chi la colpa e di chi l'innocenza. (parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
Don Luigie Pantalone.
LUI. Giuro al cielo, mi avete fatta un'azione indegna.
PANT. Mi? cossa gh'oio fatto? No l'ho lass qua con mia muggier? Mi no son zeloso.
LUI. Siete stato ad udirci dietro d'una portiera.
PANT. No xe vero.
LUI. Non vero? Uomo incivile! Non siete degno d'una moglie di quella sorta; e giuro al cielo, voi non la possederete pi lungamente.
PANT. Vorla fursi...
LUI. Voglio farvi vedere chi son io, chi vostra moglie, e chi siete voi. S, io sono un uomo d'onore, vostra moglie una savissima donna, e voi...
PANT. E mi?
LUI. E voi siete un indegno. (parte)
PANT. Corpo de bacco! le xe cosse che le me fa vegnir rabbia. Se el precipitar no costasse bezzi, vorria far vder chi son. Sento che la collera me soffega. Presto, un poco de sto spirito. Sta bozzetta che la sia d'oro? Voggio andarla a toccar colla piera de paragon. (parte)
SCENA DICIOTTESIMA
Camera di don Onofrio.
Don Onofrioe Agapito.
ONOF. Cos , signor Agapito, qui mi mancano cento scudi. Non occorre sospettare che mi sieno stati rubati. Le chiavi le tengo sempre attaccate qui alla cintola.
AGAP. Dunque, come pensa che sieno andati li cento scudi?
ONOF. Ho venduto mille cinquecento tumoli di grano a dieci carlini il tumolo a Pantalone de' Bisognosi, ed ecco qui la polizza che parla chiaro. Ieri sera mi ha portati Pantalone i denari. Li ha contati da lui medesimo. Io aveva sonno, non ci ho abbadato; ora conto li mille scudi, e trovo che ne mancano cento.
AGAP. Ergo il signor Pantalone le aver dato cento scudi di meno.
ONOF. La conseguenza va in forma. Qui non ci stato nessuno.
AGAP. Quell'avarone capace di questo e d'altro. E poi, favorisca, vossignoria vende il grano a questo prezzo?
ONOF. Mi ha fatto credere Pantalone che se tardavo una settimana, sarebbe calato molto di pi. Dice che se ne aspetta una gran quantit dalla Puglia.
AGAP. Non vero niente, anzi di giorno in giorno va crescendo di prezzo, e vossignoria l'ha dato per un terzo meno di quello che lo averebbe venduto in piazza.
ONOF. E poi mi ha gabbato di cento scudi.
AGAP. Mi faccia una grazia, mi lasci vedere le monete che le ha date il signor Pantalone, perch solito anche nelle monete a fare il pi bel negozio del mondo.
ONOF. Ecco qui: doppie e zecchini.
AGAP. Le ha pesate queste monete?
ONOF. Pesate? non mi ricordo, ma mi pare di no.
AGAP. Questi sono tutti zecchini che calano almeno sei o sette grani l'uno.
ONOF. Dunque mi ha gabbato in tre o quattro maniere.
AGAP. Sicuramente. Io, se fossi in lei, non vorrei passarmela con questa bella disinvoltura.
ONOF. Certamente voglio i miei cento scudi.
AGAP. Benissimo, lasci operare a me. Vado alla Vicara. un pezzo che ho volont di far scorgere questo usuraio. Egli presta col pegno, fa degli scrocchi, e vuol tutto per lui. Se un galantuomo gli va a proporre un negozio da guadagnar un centinaio di scudi, non si vergogna a negargli una ricognizione d'un carlino. un cane, lo vogliamo precipitare. (parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
Don Onofrioe poi Donna Aspasia.
ONOF. Darmi cento scudi di meno? Oh, questa non gliela perdono mai pi. Pazienza il calo delle monete, il prezzo basso pazienza! Ma i cento scudi sono una trufferia.
ASP. Signor don Onofrio, che interessi avete col signor Agapito? Lo vedo partir frettoloso. Vi accaduto qualche inconveniente?
ONOF. Mi accaduto che Pantalone mi ha gabbato di cento scudi. Ho riscontrati li mille che mi ha portati ieri sera, e trovo che ne mancano cento.
ASP. Vi mancano cento scudi?
ONOF. Certo mi mancano.
ASP. Oltre a quelli che avete dati a me stamattina?
ONOF. Ho dato a voi cento scudi?
ASP. S, non vi ricordate?
ONOF. Oh! saranno quelli dunque.
ASP. Voi non avete memoria.
ONOF. Ho tante cose per il capo.
ASP. Se il signor Agapito fa qualche passo per i cento scudi, vi renderete ridicolo.
ONOF. Gli ander dietro. Far che non faccia altro.
ASP. Caro signor don Onofrio, non vi fidate della vostra memoria. Qualche volta dite a me i vostri interessi, chiamatemi quando fate qualche contratto, e quando vi portano dei denari. In verit, se tirerete di lungo cos, vi rovinerete.
ONOF. Ecco qui: mi ha dato delle monete tutte calanti.
ASP. E i cento scudi che mi avete dati in oro, calavano sei zecchini.
ONOF. Dice il signor Agapito, che il grano me l'ha pagato un terzo meno.
ASP. Peggio! Bisogna che vi facciate risarcire.
ONOF. Lasciate fare al notaro.
ASP. Ma per i cento scudi levategli l'ordine.
ONOF. Ah s, vado subito a vedere se lo ritrovo.
ASP. Per l'avvenire regolatevi meglio; fidatevi di me, pi che di voi medesimo.
ONOF. Lasciate fare a me, che uno di questi giorni voglio darvi il maneggio di tutto.
ASP. (Non sarebbe cattiva cosa per me). (da s)
ONOF. Vado a cercar il notaro. Ehi, ricordatevi che i cento scudi li avete avuti voi.
ASP. S, li ho avuti io.
ONOF. Badate bene che non vi sparisse dalla memoria. (parte)
SCENA VENTESIMA
Donna Aspasia, poi Don Luigi.
ASP. In tutti gli stati vi il suo male e il suo bene. Un marito che non ha memoria, che non abbada, che lascia fare, non certamente cattiva cosa per una moglie; ma se la sua stolidezza pregiudica la famiglia, anche la moglie se ne risente. Non c' altro rimedio che questo: prender io il maneggio, l'economia della casa; e quello che ora si manda a male per l'inavvertenza di mio marito, impiegarlo con pi proposito in qualche gioja, in qualche divertimento per me.
LUI. Sorella mia, son disperato!
ASP. Non ve l'ho detto io, che non farete niente?
LUI. Voi avete detto una bestialit.
ASP. Dunque avete fatto.
LUI. Ho fatto il diavolo che vi porti.
ASP. Chi v'intende, bravo. Come andata con donna Eufemia?
LUI. Con lei non anderebbe male: ma suo marito insoffribile.
ASP. La cioccolata l'ha ricevuta?
LUI. S, la cioccolata, il bacile, una boccetta d'oro, tutto.
ASP. Dunque va bene.
LUI. Va malissimo. Pantalone accetta i regali, poi strapazza la moglie, mortifica le persone, e tira a cimento di precipitare.
ASP. Dunque finita.
LUI. finita? principia ora. Sono impuntato, e non son chi sono, se a colui non gliela faccio vedere.
ASP. Ma come?
LUI. Ditemi, ditemi: il ventaglio a donna Eufemia l'avete dato?
ASP. Non vi stato rimedio, non l'ha voluto.
LUI. L'ho detto: non siete buona da niente.
ASP. Oh bella! ma se...
LUI. Ma se ha preso da me una boccetta d'oro, poteva molto meglio prendere da voi un ventaglio.
ASP. Ha presa dunque una boccetta d'oro?
LUI. S, l'ha presa.
ASP. Colle sue proprie mani?
LUI. Colle sue proprie mani. S' fatta un poco pregare, poi l'ha accettata.
ASP. Oh falsa bacchettona sguaiata! e meco fa tanti fichi per un ventaglio? Vo' che mi senta, vo' dirle quel che si merita.
LUI. Ecco qui: voi non guarderete per un puntiglio precipitarmi.
ASP. Voi che cosa avete divisato di fare?
LUI. Mille cose mi passano per la mente; ma la migliore di tutte mi sembra questa. Vi il dottor Balanzoni, padre di donna Eufemia, che credo non sappia niente degli strapazzi che soffre la sua figliuola.
ASP. Non volete che il padre li sappia?
LUI. Tutto non sa certamente. Ho parlato con lui pi volte, e convien dire che non lo sappia. Donna Eufemia per timor di quel cane non parler. Ma io l'informer d'ogni cosa, e mi unir seco lui per levargliela dalle mani.
ASP. Voi per questa strada non farete niente.
LUI. Maledetta voi ed il vostro niente. (parte)
SCENA VENTUNESIMA
Donna Aspasiasola.
ASP. una gran bestia. Subito si riscalda. Io gli voglio bene: gli presto denari, gli faccio quasi la mezzana, e per una parola mi maltratta. Non far niente, lo dico e lo manterr; per questa strada non far niente. Se donna Eufemia vuol l'amicizia di don Luigi, trover ella il modo di coltivarla; ma s'ella non la desidera, ogni cosa buttata via. Noi altre donne siamo cos, per genio siamo capaci pur troppo di qualche debolezza, ma quando non vogliamo, non vagliono n monti d'oro, n catene di ferro; e ci pregiamo qualche volta di chiamare col titolo di costanza una patentissima ostinazione. (parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera in casa di Pantalone.
Argentina, Sandra, Giulia, Pasquinae Felicina.
ARG. Cosa fate qui, donne mie? Cosa volete? Chi domandate?
SAN. Aspettiamo il vostro padrone.
GIU. Che diamine fa oggi, che non si vede?
ARG. Contro il suo solito, appena ha finito di desinare, escito subito. Ma cosa volete da lui?
SAN. Non lo sapete? Siamo qui per fare dei pegni.
ARG. Pegni? anche voialtre ragazze siete venute a fare dei pegni? (a Pasquina e Felicina)
FEL. Signora s; mi ha mandato mia madre.
PASQ. Non le credete: venuta di nascosto di sua madre.
FEL. (Via, non mi fate vergognare). (piano a Pasquina)
ARG. (Gi, queste ragazze fanno i loro contrabbandetti). (da s)
GIU. Vorrei che venisse: povera me! il tempo passa.
ARG. Avete qualche gran premura?
GIU. Premura grandissima. Si tratta a drittura di cambiare stato.
ARG. Cambiare lo stato? E che s, che siete una che gioca al lotto?
GIU. S signora, sono una che gioca al lotto, e che cambier questi stracci in vesti d'oro e d'argento.
ARG. Avete guadagnato molto dunque.
GIU. Non ho guadagnato, ma guadagner. Questa sera chiudono, e se non viene il signor Pantalone, e se non mi d uno scudo su questa gonnella, povera me, io perdo la mia fortuna.
ARG. (Fanno cos queste donne. Colla speranza di vincere impegnano quel che hanno). (da s)E voi, quella giovine, fate pegni per giocare al lotto? (a Sandra)
SAN. Io non son qui per me; sono mandata da una persona.
ARG. Che cosa avete di bello da impegnare?
SAN. Una scatola d'argento dorata.
ARG. Si pu vedere?
SAN. Non vorrei, mostrandola, che si venisse a sapere chi la manda a impegnare. Io sono una donna delicatissima in queste cose; quando mi fanno una confidenza, non vi dubbio che da veruno si sappia.
ARG. Fate benissimo; ma io, se vedo la scatola, non vi pericolo che la conosca.
SAN. Eccola, osservate: nuova, nuova.
ARG. S, ed bella; aver costato almeno sei zecchini.
SAN. A chi l'ha avuta, ha costato poco.
ARG. S? lo sapete voi come l'abbia avuta?
SAN. Vi dir. Era da lei l'altro giorno un mercante che conoscerete anche voi, perch l'ho veduto qui qualche volta
ARG. Quel mercante di panni.
SAN. Oh, non dico poi niente di pi. Non voglio palesar le persone. E cos si trovava in compagnia di questa signora, caccia fuori la scatola, e le d del tabacco. Ella subito dice: Gran bella scatola, signor Odoardo! Ed egli: A' suoi comandi, signora Costanza...
ARG. E che s, che questa la signora Costanza che sta sul canto della strada?
SAN. La conoscete?
ARG. E come!
SAN. Zitto; non dite niente a nessuno.
ARG. Ora so chi il signore Odoardo.
SAN. Basta; le ha detto: a' suoi comandi; ella l'ha accettata, e s' pigliata la tabacchiera con questo bel garbo.
ARG. Oh che cara signora Costanza!
SAN. Zitta, per amor del cielo, non lo fate sapere a nessuno. Quando confidano una cosa a me, ho piacere che per bocca mia non si sappia. Voi la conoscete, non gran cosa; ma se qualcheduno non la conosce... Non so se mi capite... Basta, la segretezza sempre una cosa buona.
ARG. (Bella segretezza! ecco qui: chi si fida di queste donnette, pubblica i fatti suoi. Credono di far le cose segretamente, e tutto il mondo le sa). (da s)E voialtre ragazze, che cosa avete di bello da impegnare?
FEL. Ho un anellino.
ARG. E voi? (a Pasquina)
PASQ. Eh, io non ho niente; sono in compagnia di Felicina. Sono ancor troppo ragazza per aver degli anelli.
ARG. S eh? verr il vostro tempo. Dov' l'anellino che volete impegnare? (a Felicina)
FEL. Eccolo qui.
ARG. Bello!
FEL. vero, non bellino?
ARG. Ehi! chi ve l'ha donato? (a Felicina)
FEL. La signora madre.
PASQ. Eh s, la signora madre! (ridendo)
FEL. Via! (le fa cenno che taccia)
ARG. Dite, dite, chi gliel'ha donato? (a Pasquina)
FEL. Via, dico. (a Pasquina, come sopra)
PASQ. Quell'anellino! gliel'ha donato un bel parigino.
ARG. Brava! (a Felicina)
FEL. (Mi fa una rabbia!) (da s)
GIU. Sentite? una compagna per invidia scopre quell'altra. (a Sandra)
SAN. Sono ragazze che non sanno tacere. (a Giulia)
ARG. E perch lo volete impegnare quell'anellino? (a Felicina)
FEL. Me l'ha detto mia madre.
ARG. vero? (a Pasquina)
PASQ. Oh, sua madre! (ridendo)
ARG. Dite, dite. (a Pasquina)
FEL. Vado via, veh! (a Pasquina)
PASQ. Cosa serve? non roba vostra? Si dice la verit.
FEL. (Mi fa venir rossa, rossa). (da s)
PASQ. Vuol comprare un paio di manichini, per donarli a quello che le ha dato l'anello.
FEL. (Linguacciona!) (da s)Con me non ci vieni pi. (a Pasquina)
ARG. Ecco il padrone: figliuole, vi riverisco. Donna Sandra, vi raccomando la segretezza. (parte)
SCENA SECONDA
Pantalone e dette.
PANT. Cossa feu qua? Cossa voleu? And via.
SAN. Vorrei su questa scatola...
GIU. Caro signore, uno scudo su questa gonnella.
PANT. And via, qua no se fa pegni.
SAN. Come non si fanno pegni? questa la prima volta?
PANT. Se qualche volta v'ho fatto la carit, adesso no ve la posso pi far.
SAN. S, la carit! Un dodici per cento col pegno in mano.
PANT. And via, ve digo. (Maledetti. Accusarme che fazzo pegni! che togo l'usura! Metterme in desgrazia della Giustizia!) (da s)
PASQ. (Ditegli dell'anello). (a Felicina)
FEL. (Mi fa paura). (a Pasquina)
PASQ. (Via, spicciatevi). (a Felicina)
FEL. Signore... (a Pantalone)
PANT. And via. (gridando)
FEL. Oim! vado. (parte tremando)
PASQ. Vecchiaccio rabbioso. (a Pantalone)
PANT. Via de qua, impertinente.
PASQ. Eh! (gli fa una boccaccia, e parte)
PANT. E vu cossa feu, che no and via?
GIU. Per carit, vi prego...
PANT. No ghe xe carit che tegna. And via, se no vol che ve cazza zo dalla scala.
GIU. Se mi fate perdere la mia fortuna, povero voi! Corro al Monte; se perdo al lotto per causa vostra, da donna onorata, vengo a darvi fuoco alla casa. (parte)
PANT. Ghe mancarave anca questa. E vu, no and?
SAN. Signor Pantalone, vede questa scatola?
PANT. No fazzo pegni, no dago bezzi.
SAN. Eppure questa scatola si potrebbe guadagnare con poco.
PANT. Come!
SAN. Vogliono impegnarla per due zecchini; e v'assicuro che chi l'impegna non la riscuote pi. Mi faccia questo piacere.
PANT. Se credesse che no se savesse... se fusse sicuro che no parlessi... vorria anca farve sta carit.
SAN. Io non parlo, signor Pantalone. Sa che donna ch'io sono, non vi pericolo.
PANT. Do zecchini? lass vder.
SAN. Eccola.
PANT. El sar arzento basso. (lo tocca colla pietra)
SAN. Queste scatole si sa cosa sono.
PANT. No i vol manco de do zecchini?
SAN. No certamente; e poi, se credesse mai... la scatola qui della signora Costanza. Basta, non si ha da sapere.
PANT. Mi no so altro; ve cognosso vu, e no cognosso altri. Tol do ongari, perch zecchini no ghe n'ho.
SAN. Vagliono qualche cosa meno.
PANT. La imbatte in puoco. Sent, tegno la scatola otto zorni; se dopo i otto zorni no me port do zecchini, la scatola xe persa.
SAN. Cos presto?
PANT. Tant', la scatola xe persa.
SAN. Quand' cos, piuttosto mi dia la scatola...
PANT. El contratto xe fatto; ma trattandose de vu, aspetter qualche zorno de pi.
SAN. (Oh che usuraio del diavolo!) (da s)
PANT. Sora tutto ve raccomando la segretezza.
SAN. Non dubiti, che sar servito. (Creperei se non lo dicessi). (da s)
PANT. Via, and, destrigheve.
SAN. Serva sua.
PANT. Co vegn, vegn sempre segretamente.
SAN. Non occorr'altro. (La scatola andata. La signora Costanza non la riscuote pi. Dice bene il proverbio: la farina del diavolo va tutta in crusca). (da s, parte)
SCENA TERZA
Pantalone, poi Traccagnino.
PANT. A sto mondo no se pol pi far servizio. Quel maledetto Agapito, che tante volte ha av bisogno de mi, che sui stocchi che l'ha fatto far ai fioi de famegia l'aver vadagn pi de mi, col el me accusa, el me perseguita, el me fa formar un processo. Questa la xe la mia rovina. Bisognerave che gh'avesse un mezzo con qualche auditor della Vicara. Quando mia muggier gera putta, so che el sior auditor Pandolfi andava in casa soa, el gera amigo de so pare. Poderia pregar sior Dottor; ma con quel vecchio fastidioso no tratto volentiera; e po el vorr saver la mia premura, e mi no voggio che se sappia i fatti mii. Mia muggier ghe poderave parlar... Si ben! mia muggier? mandarla in bocca al lovo?
TRACC. Sior patron.
PANT. Cossa gh'?
TRACC. Cattive nove.
PANT. Nove cattive? de cossa?
TRACC. Per dirghela in confidenza, ho trov Brighella me paesan, e el m'ha dit certe cosse che no capisso, de querela, de quattrin, de lusuria...
PANT. D'usura?
TRACC. Gnor s, e i dis cuss che a vussignoria i ghe forma un possesso.
PANT. Come un possesso? Ti vorr fursi dir un processo.
TRACC. Sior s; za mi no so cossa che el voggia dir.
PANT. Poveretto mi! Presto, dighe a mia muggier che la vegna qua.
TRACC. Com'ala da far a vegnir, se l' serrada in camera?
PANT. Ah s: tien le chiave. Averzi, e dighe che la vegna qua.
TRACC. (Vard che matto! El serra la muggier in camera per paura dell'onor. Nol sa che l'onor l' come el vento, che el va fora per tutti i busi). (da s, parte)
SCENA QUARTA
Pantalone, poi Donna Eufemia.
PANT. Mi no dago fastidio a nissun, e tutti me vol mal. Se i se lamenta che fazzo qualche vadagno sulle imprestanze dei mi bezzi, perch vienli a seccarme per levarmeli dalle man? I vorria che ghe donasse el frutto, el capital, el cuor, la coraella, e el diavolo che li porta quanti che i xe, sti avari malignazi.
EUF. Son qui, signor consorte: la ringrazio che mi ha fatto aprire. (con un poco di sdegno ironico)
PANT. Le cosse preziose le se custodisse con zelusia.
EUF. Questo torto io non me l'aspettava.
PANT. L'ho fatto... So mi perch l'ho fatto.
EUF. Una moglie onorata non ha bisogno d'esser rinchiusa. Questo, signor Pantalone, il maggior dispiacere che dato mi abbiate, dopo che siete mio marito.
PANT. Vegn qua, ho bisogno de vu.
EUF. Non merito certamente di essere cos trattata.
PANT. Finimola, ve digo. Ho bisogno de vu.
EUF. Soffrir tutto; ma non mi toccate nell'onore.
PANT. L'onor semo in procinto de perderlo, se no se demo le man d'attorno.
EUF. Come! vi qualche cosa di nuovo?
PANT. Ghe xe che certi baroni, fursi in vendetta de no aver mi serr un occhio, per rabbia de no poder cicisbear co mia muggier, i vol vderme precipit.
EUF. Voi non ci avete colpa; son io che non voglio codesti ganimedi d'intorno.
PANT. La conclusion xe questa, i m'ha accus... Baroni! I xe andai a dir che fazzo pegni, che togo l'usura, che compro la roba con inganno, che inchieto el gran, e altre falsit de sta sorte!
EUF. Dunque non vi accusano per la moglie.
PANT. Qua bisogna remediar: se no, va la reputazion, va la roba, i bezzi, e per conseguenza la vita.
EUF. Rimediateci dunque.
PANT. Ho bisogno de vu.
EUF. Eccomi; che posso fare io povera donna?
PANT. Cognosseu el sior Pandolfi, auditor della Vicara?
EUF. Lo conosco. un amico di mio padre.
PANT. Nol vegniva in casa, quando geri putta?
EUF. S, ci veniva.
PANT. El sar st anca ello uno dei vostri adoratori.
EUF. Appena gli parlavo, lo salutavo appena.
PANT. Za, chi ve sente vu, no av pratic nissun.
EUF. E chi sente voi, sono stata di mal costume.
PANT. Lassemo andar. Ho bisogno della protezion del sior auditor. Mi no gh'ho mai parl, e no voggio andar senza un poco d'introduzion. Vu che lo conoss, vu me pod introdur.
EUF. Ditelo piuttosto a mio padre.
PANT. Vostro pare no ha da saver gnente. Voggio che lo fe vu.
EUF. Ma io, compatitemi, col signor auditore non posso prendermi questo ardire.
PANT. Za, co se tratta del mario, no la se vol incomodar. Se vede l'amor che av per mi. S, se vede che xe vero quel che mi diseva. Sar d'accordo con vostro pare; vorr vderme precipit.
EUF. Ma voi giudicate troppo barbaramente di me. Son qui, far tutto quello che voi volete. Andiamo dal signor auditore.
PANT. Siora no, no la s'incomoda, no voggio che la vaga ella dal sior auditor. Altro che dir: no ghe voggio dar confidenza! Senza difficolt l'anderave a trovarlo a casa... in so poder a drettura: bella reputazion!
EUF. Io non so pi in che mondo mi sia. Tutto dico male, tutto s'interpreta male. Ditemi cosa devo fare, e far.
PANT. Siora s, adesso ghe lo dir. (tira innanzi un tavolino)
EUF. (Oh cielo! dammi pazienza con quest'uomo indiscreto). (da s)
PANT. Scriv un viglietto al sior auditor.
EUF. Scrivetelo voi.
PANT. L'av da scriver vu. Ve par gran fadiga a scriver per mi do righe?
EUF. Non vorrei poi che diceste...
PANT. El tempo passa, e me sento i zaffi alle spalle. Scriv subito.
EUF. Povera me! scriviamo. (siede al tavolino)Cosa volete ch'io scriva?
PANT. Preghlo, se el vol vegnir da vu a sentir do parole.
EUF. Da me?
PANT. S, da vu.
EUF. Eh via!
PANT. Fe quel che ve digo. No me fe andar in collera.
EUF. Scriver. (scrive )
PANT. (Se el vegnir qua, el pregheremo con pi libert. Se se va alla Vicara, i ministri vede, e i vorr magnar). (da s)E cuss cossa aveu scritto?
EUF. Guardate se cos va bene.
PANT. Affidata alla di lei esperimentata bont. Coss' sta bont esperimentada? (stracciando la carta)L'aveu esperiment el sior auditor?
EUF. Io non so come scrivere.
PANT. Ve detter mi; scriv.
EUF. (Pazienza, non mi abbandonare). (da s, e scrive)
PANT. Illustrissimo Signore...
EUF. Signore.
PANT. Avendo un'ardente brama di riverirla...
EUF. Questo mi pare qualche cosa di pi.
PANT. Scriv.
EUF. Di riverirla.
PANT. Son a pregarla teneramente...
EUF. (Cosa mai mi fa scrivere!) (da s) Teneramente.
PANT. Scass quel teneramente.
EUF. S, voleva dirvelo: non mi piaceva. Cosa vi ho da mettere?
PANT. Metteghe umilmente.
EUF. Piuttosto: sono a pregarla umilmente.
PANT. Degnarsi di favorire in mia casa...
EUF. In mia casa.
PANT. Questo la l'ha scritto senza difficolt. Quando se tratta de recever zente in casa, no la se fa pregar.
EUF. Ors, non voglio scriver altro. (s'alza)
PANT. Scriv, ve digo.
EUF. Siete... ah!
PANT. Cossa songio?
EUF. Non voglio dir niente.
PANT. Voggio che dis cossa che son.
EUF. Non posso pi. Siete un marito cattivo.
PANT. Scriv. (con pacatezza)
EUF. (Or ora m'aspetto qualche insulto novello). (da s, siede)
PANT. Scriv. (come sopra)
EUF. (Quanto pi finge, tanto pi lo temo). (da s)
PANT. So che ella ha della bont per me...
EUF. Per me.
PANT. Scass dove dise per me, metteghe per la mia casa.
EUF. Per la mia casa.
PANT. Onde son certa...
EUF. Son certa.
PANT. Ch'ella verr a favorirmi... Aspett ch'ella verr a graziarmi... xe l'istesso; ch'ella verr ad onorare questa mia casa.
EUF. Questa mia casa.
PANT. Sottoscriv. Devotissima, obbligatissima serva... No, quel obbligatissima no va ben.
EUF. Obbligatissima il solito termine...
PANT. Se po gh'av delle obbligazion, scriv: obbligatissima.
EUF. Ma io...
PANT. Via, presto! Obbligatissima serva... el vostro nome
EUF. Eufemia Bisognosi.
PANT. Bravissima. Se vede la franchezza.
EUF. (Piega la lettera)
PANT. Brava: che pulizia! che franchezza! Se vede chi solito a scriver viglietti.
EUF. Avete ancor finito di tormentarmi? (s'alza)
PANT. La mansion. (con flemma)
EUF. La mia sofferenza non ha pi limiti da contenersi. Il cuore manca, e le lagrime non mi permettono di far di pi. Barbaro! Il cielo ve lo perdoni. (parte)
PANT. La sorascritta... la far mi. All'illustrissimo signore, signore, padrone colendissimo. Il signore... No me recordo el nome. Eufemia. No la sente, o no la vol sentir. Bisogner che m'incomoda mi, e che vada da ella. Gran pazienza co ste donne. Varda el cielo che mi fusse un mario cattivo! (parte)
SCENA QUINTA
Camera di donna Eufemia.
Donna Eufemiaed Argentina.
ARG. Che c', signora padrona? Vi vedo pi del solito addolorata.
EUF. Lasciami stare, per carit.
ARG. Ditemi ci che vi molesta, se mi volete bene.
EUF. Dammi da sedere.
ARG. Subito. (Oh, vi del male: quel suo marito la vuol far crepare, la poverina). (da s)
EUF. Posso essere tormentata pi di quello che sono?
ARG. Ecco la sedia.
EUF. (Sar poi sforzata a raccomandarmi a mio padre). (da s)
ARG. A pranzo non avete n meno mangiato.
EUF. (Che cosa finalmente pu dire il mondo, se vado a stare con mio padre?... Non lo vorrei fare... Ma questa vita non si pu durare). (da s)
SCENA SESTA
Donna Aspasiae dette.
ASP. Amica, compatitemi se vengo innanzi.
EUF. (Ci mancava costei). (da s)
ARG. Signora, se avesse chiamato, sarei venuta a servirla.
ASP. Ho chiamato benissimo, e nessuno ha risposto.
ARG. Se avesse chiamato, non siamo sorde.
EUF. Chetati.
ASP. Donna Eufemia, avete una cameriera insolente.
ARG. Se non le piaccio, non mi dia il salario. (a donna Aspasia)
EUF. Sta in cervello, ragazzaccia.
ASP. Mi meraviglio come la soffrite.
EUF. Animo. Dalle da sedere.
ARG. (La farei seder volentieri sulla cima d'un campanile). (da s)
ASP. Mi parete turbata donna Eufemia.
EUF. S, sono turbata assaissimo.
ARG. Servita della seggiola. (sostenuta, a donna Aspasia)
ASP. Scusi, signora, se l'ho incomodata. (ad Argentina)
ARG. (E meglio ch'io vada via. Mi sento troppo la gran volont di pettinarla). (da s, e parte)
SCENA SETTIMA
Le dette, e poi Pantalone.
EUF. Che vuol dir, donna Aspasia, che siete venuta ad incomodarvi per me?
ASP. Sono venuta per quel ventaglio s fatto.
EUF. Vi ho pur detto, signora... (Ecco mio marito). (da s)
ASP. (Gran brutta creatura!) (da s)
PANT. (Guarda donna Aspasia e non dice niente)
ASP. Serva sua. (a Pantalone)
PANT. La reverisso. Saveu vu el nome del sior auditor Pandolfi? (a donna Eufemia)
EUF. Non lo so. (sostenuta)
PANT. Non lo sa. (caricandola)
ASP. Ve lo dir io. Don Gismondo. (a Pantalone)
PANT. Ho inteso. (a donna Aspasia)
ASP. Ecco, io l'ho servita. (a Pantalone)
PANT. Obbligatisslmo alle sue grazie. (Cossa fala qua sta seccaggine?) (piano ad Eufemla)
EUF. (Io non lo so). (piano a Pantalone)
PANT. (Gnanca questo non lo sa! pulito!) (da s, in atto di partire)
ASP. Serva sua, signor Pantalone.
PANT. La reverisso. (parte)
SCENA OTTAVA
Donna Eufemiae donna Aspasia.
ASP. grazioso quel vostro marito!
EUF. Ha questo difetto: in casa non vede volentieri nessuno. Mi dispiace che siate venuta a ricevere una mala grazia.
ASP. Io poi di queste cose mi prendo spasso. Sono venuta, come io diceva, per questo ventaglio.
EUF. Che volete dirmi di quel ventaglio?
ASP. Voglio dire, che se questa mattina l'avete ricusato, oggi averete la bont di riceverlo.
EUF. Cara donna Aspasia, io non sono volubile a questo segno. Torno a pregarvi che mi dispensiate.
ASP. Bisogner ch'io studi la maniera di farvelo prendere.
EUF. Sar difficile.
ASP. Lo vedremo: ecco il ventaglio. Donna Eufemia, non son io che ve lo d, mio fratello che ve lo manda.
EUF. Se prima l'ho ricusato soltanto, ora vi dico che mi meraviglio di voi.
ASP. Ed io mi meraviglio di voi, che dalle mani di mio fratello vi degnate ricevere ed aggradire qualche segno della sua stima, e meco vi affrontiate per un ventaglio.
EUF. Donna Aspasia, voi siete male informata.
ASP. Don Luigi non capace di dirmi delle bugie.
EUF. Don Luigi, se uomo d'onore, dir il modo con cui le cose da lui a me offerte sieno in questa casa restate.
ASP. S, me l'ha detto che vi avete fatto pregare.
EUF. N le sue preci mi hanno indotto a riceverle.
ASP. Saranno stati i buoni uffizi di vostro marito.
EUF. Se mio marito li ha ricevuti per atto di civilt...
ASP. Oh che uomo civile!
EUF. Signora, in casa mia parlate con pi rispetto.
ASP. Mi riscaldo, perch con me voi non siete sincera.
EUF. Sono una donna onorata.
ASP. Io non pregiudico il vostro onore.
SCENA NONA
Don Luigi, il Dottore e dette.
DOTT. Cosa questo strepito?
LUI. Che altercazioni sono queste?
EUF. (Mio padre con don Luigi?) (da s)
DOTT. Ma, caro signore, come c'entra in questa casa? Le ho pur detto che mi lasciasse venir solo, che per condurre a casa mia figliuola non ho bisogno di vossignoria.
EUF. (Condurmi a casa?) (da s)
LUI. Vi faccio disonore a venir con voi? (al Dottore)
ASP. Venite, don Luigi, presentatelo voi il ventaglio a donna Eufemia; dalle vostre mani lo prender.
EUF. Signor padre, io sono insultata; in casa mia si viene a posta per insultarmi.
DOTT. Donna Eufemia, andiamo, venite con me.
EUF. Dove?
DOTT. A casa vostra.
EUF. La casa mia non questa?
DOTT. No, figliuola, questa la casa d'un barbaro privo di umanit. Tutto mi noto. Non pi tempo di ascondere i trattamenti che offendono la riputazione. Venite via con me.
EUF. Lasciatemi prender fiato; datemi tempo a pensare: non so a qual risoluzione appigliarmi.
LUI. Via, donna Eufemia, risolvete. Uscite di questa casa, fintanto che non vi vostro marito. Finalmente vostro padre vi guida, ed io vi sar di scorta.
EUF. Se mio padre voleva seco condurmi, avea da venir solo, e non in compagnia di uno che sa poco trattare colle persone civili.
DOTT. Sente, signore? Vada a buon viaggio.
ASP. Caro fratello, voi non sapete trattare colle persone civili. La boccetta d'oro doveva essere di diamanti.
EUF. Mi meraviglio di voi.
SCENA DECIMA
Giannino e detti.
GIANN. Presto, signor padrone
DOTT. Che vi di nuovo?
GIANN. Mi manda il notaro Malazzucchi... Lo conosce il notaro Malazzucchi?
DOTT. S, lo conosco; che vuole da me?
GIANN. Presto, non vi tempo da perdere
DOTT. Ma dimmi che vi di nuovo.
GIANN. M'ha detto ch'io cerchi di vossignoria, che lo trovi subito: manco male che l'ho trovato.
DOTT. E bene?
GIANN. Mi lasci prendere un poco di fiato
DOTT. Ma sbrigati, se vi qualche cosa di premura.
GIANN. M'ha detto che avvisi vossignoria subito, ma subito, subito.
DOTT. Subito?
GIANN. Che in questa casa... La padrona aver paura.
DOTT. Di chi?
GIANN. Il signor notaro Malazzucchi manda ad avvisare il padrone, che in questa casa ora, subito, in questo punto, vengono trenta sbirri.
EUF. Birri in casa mia? Ah povera me! (parte)
DOTT. Sentite, fermatevi. I sbirri? E tanto vi voleva a dirlo a Eufemia? (parte)
LUI. Son qui, non vi abbandono, sono in vostro soccorso. (parte)
ASP. Sono venuta a tempo per vedere una bella scena. (parte)
GIANN. Capperi! la cosa preme. Ho fatto bene io a dirglielo presto; quando preme, so far le cose come van fatte. (parte)
SCENA UNDICESIMA
Altra camera di Pantalone, con armadio e scrigno.
Pantalone e Traccagnino.
PANT. Aiuto!
TRACC. Misericordia!
PANT. Vien i zaffi.
TRACC. Salveve.
PANT. Salvemo el scrigno.
TRACC. Pens a salvar la patrona.
PANT. Me preme i bezzi.
TRACC. Sento zente.
PANT. Me sconder qua dentro. (s'asconde)
SCENA DODICESIMA
Donna Eufemia, Traccagninoe il Dottore.
EUF. Dov' mio marito?
TRACC. Mi no so gnente.
DOTT. Dov' Pantalone?
TRACC. Mi nol so, ma el doverave esser poco lontan.
EUF. Sento gente.
TRACC. Salva, salva. (parte)
DOTT. Non abbiate paura.
SCENA TREDICESIMA
DonLuigie Brighella con gente armata.
LUI. Che bricconata questa? I sbirri si prendono una simile libert? Giuro al cielo, se non usciranno da questa casa, li far saltare dalle finestre.
SCENA QUATTORDICESIMA
Argentina e detti.
ARG. Oh cospetto di bacco! Si pu vedere una bricconata pi indegna?
EUF. Oim! Cos' stato?
ARG. Quei disgraziati dei sbirri hanno voluto visitare tutta la roba mia; hanno messo le mani per tutto; mi hanno rovinato tutte le mie bagattelle.
BRIGH. Se i gh'ha rovin qualcossa, ghe la faremo pagar.
SCENA QUINDICESIMA
Donna Aspasiae detti.
ASP. Don Luigi, non fate il pazzo: qui il signor auditore Pandolfi.
EUF. Il signor auditore?
ASP. S, egli in persona.
EUF. Lode al cielo, venuto a tempo.
SCENA SEDICESIMA
Don Gismondoe detti.
EUF. Ah signore auditore, vedete la mia casa, piena di birri.
ARG. Illustrissimo signore auditore.
GIS. Che cosa c'?
ARG. I birri mi hanno fatto un'impertinenza.
GIS. Che cosa vi hanno fatto?
ARG. Hanno guardato in un luogo, ch'io non voleva che vi guardassero.
EUF. Sta cheta.
GIS. Donna Eufemia, il vostro viglietto mi fu recato in istrada poco lungi da questa casa; sono venuto a ricevere gli ordini vostri. Vi ho trovato in un sconcerto assai grande. Ditemi il bisogno vostro, ed io, fin dove pu estendersi l'arbitrio mio senza offesa della giustizia, ve lo esibisco di cuore.
EUF. Signore, le lingue malediche hanno caricato d'imposture il povero mio consorte.
GIS. No, donna Eufemia, non sono imposture le accuse contro vostro marito. Egli pur troppo noto alla curia, alla Corte, e a tutto Napoli ancora.
DOTT. Illustrissimo signore auditore, la povera mia figliuola tormentata e assassinata.
LUI. Signore, liberate quella virtuosa donna dalle mani di un barbaro, che non merita di possederla. Egli, con una gelosia indiscreta, l'affligge, la macera, la tormenta.
ASP. E con tutta la sua gelosia, prende i regali, se gliene portano.
EUF. Ah signore auditore, se liberarmi volete da quelle persone che mi tormentano, scacciate dalla mia casa questi due che m'insultano. Don Luigi ardisce sollecitarmi; donna Aspasia in favore del di lei fratello m'infastidisce; ambi insidiano l'onor mio, e prevalendosi di qualche debolezza di mio marito, calpestano la riputazione di questa casa, strapazzano il nome mio per le conversazioni, e tentano di macchiar quel decoro, che con tanti stenti ho procurato sempre di conservare.
ASP. Ridete, signor auditore, ch'ella da ridere. Crede che un poco di servit possa macchiare il decoro?
LUI. Pare a voi ch'io l'offenda, esibendomi di servirla?
GIS. Pare a me che a troppo in faccia mia vi avanziate. Sono informato delle persecuzioni vostre a questa moglie onorata. I servi ne parlano, il vicinato ne mormora, le conversazioni vi si trattengono sopra. Don Luigi, la servit d'un uomo onesto verso una donna onorata non condannabile: ma non pu credersi servit onesta in colui che tenta con violenza servire. Allontanatevi da questa casa; non ardite pi di venirci; desistete affatto da ogni pensiero contro l'onest di questa virtuosa donna; consideratela sotto la protezione mia, sotto quella della Corte medesima, a cui nota la di lei prudenza, la di lei onest; e guardatevi che note io non faccia le vostre insidie, le vostre persecuzioni. Fate pi conto della riputazion delle donne, consideratene il pregio; e siccome ogni ombra di sospetto pu denigrarla, togliete sin da questo momento il pericolo coll'allontanarvi da lei, e dimostrate a me nella vostra rassegnazione, che se una cieca passione vi aveva sedotto, siete poi ragionevole nel pentirvi, siete discreto nel moderarvi, siete saggio e prudente nell'intendere, nel risolvere e nel tacere.
LUI. (Resta sospeso)
EUF. (Il cielo lo ha qui fatto venire in tempo. Don Luigi dovrebbe lasciar di perseguitarmi). (da s)
ASP. (Che fa don Luigi, che non risponde? L'hanno forse avvilito le parole di questo signore auditore? Se toccasse a me, gli vorrei rispondere per le rime). (da s)
LUI. Signori, vi riverisco.
DOTT. Padrone riveritissimo.
ASP. Cos partite, senza dir nulla?
LUI. S, parto, e in questa casa non ci verr mai pi.
EUF. (Voglia il cielo ch'egli dica la verit). (da s)
GIS. Siete voi persuaso dalle mie ragioni?
LUI. Le vostre ragioni per una parte, l'ostinazioni di donna Eufemia per l'altra, mi convincono che persistendo in amarla sarei un pazzo. A chi ha merito, non mancano occasioni di servir donne. Se lascio una che mi disprezza, posso scegliere fra le tante che mi sospirano; e se mi aveva tentato il demonio di servire una che ha il marito geloso, ne trover mille i di cui mariti faranno pregio della mia amicizia, della mia servit e della mia protezione. (parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
Donna Eufemia, Don Gismondo, Donna Aspasiaed il Dottore.
ASP. Poteva anche aggiungere: della sua borsa.
EUF. Voi non parlate senza offendere le persone onorate.
ASP. Le persone onorate non ricevono i bacili d'argento, le boccette d'oro.
EUF. Ah signore auditore, sappiate...
GIS. So tutto, sono informato di tutto. Donna Aspasia, assicuratevi che donna Eufemia non ha ricevuto i regali de' quali parlate. Rispettatela e formate miglior concetto di lei.
ASP. Eh signore auditore, ci conosciamo.
GIS. Che cosa vorreste dire?
ASP. A buon intenditor poche parole.
GIS. Spiegatevi.
ASP. Voglio trovarmelo anch'io.
GIS. Che cosa?
ASP. Un protettore che mi difenda.
GIS. Voi ne avreste bisogno per la vostra imprudenza; ma niuno sar cotanto sciocco di proteggere una donna di tal carattere. Vergognatevi di voi stessa, e temete che dicasi di voi con giustizia ci che d'altrui sognate senza ragione.
ASP. La non si scaldi, padron mio, la non si scaldi. Non dubiti che donna Eufemia non la toccheranno. Far conto di non averla mai conosciuta, e se il signore auditore mi perder il rispetto...
GIS. Cosa farete, signora?
ASP. Lo dir a mio marito, e ci faremo bandir di Napoli, se bisogna. (parte)
SCENA DICIOTTESIMA
Donna Eufemia, Don Gismondoed il Dottore; poi Pantalone.
GIS. La compatisco; la passione la fa parlare.
EUF. Voi mi avete sollevata dal maggior peso di questo mondo, levandomi d'attorno queste due persone moleste.
DOTT. Adesso che questa gente andata via, e che siamo soli, pensiamo a noi, signore auditore. Mia figliuola non pu vivere con suo marito, ho risoluto di condurla a casa mia. Che mi consiglia ch'io faccia?
GIS. S, necessario di far conoscere al signor Pantalone il pregio di una moglie di tanto merito, col minacciarlo di levargliela dalle mani; staccandola per qualche tempo dal di lui fianco, pu essere che si ravveda. Donna Eufemia, andate per qualche giorno a vivere con vostro padre.
DOTT. Venite con me, Eufemia; e dopo ci faremo restituire la dote.
GIS. Non sarebbe mal fatto di minacciarlo anche di questo.
DOTT. Eccolo qui quel maledetto scrigno. Facciamolo sequestrare, assicuriamoci dei dodeci mila scudi di questa mia sventurata figliuola. (in questo Pantalone esce dall'armadio)
PANT. Oimei! Muggier, no me abbandon. Ah sior auditor, no me la lev per carit! Sior Dottor, vostra fia sar ben trattada, no la tormenter pi. No, cara la mia zoggia, no ve tormenter pi. V'ho sempre volesto ben, e adesso che ho sentio la vostra fedelt, el vostro amor, m'av fatto pianzer per tenerezza. Eufemia, no me abbandon. Siori, per carit, no me assassin.
GIS. Conoscete voi di averla maltrattata contro giustizia?
PANT. Sior s, lo conosso.
GIS. Mi promettete di meglio trattarla per l'avvenire?
PANT. S, lo prometto. Eufemia, no se crier pi; no se crier pi, sior Dottor.
DOTT. Il ciel lo voglia.
PANT. Vien qua, muggier, dame un abbrazzo.
EUF. (Cielo, ti ringrazio, sar libera da una gran pena). (da s)
DOTT. Caro signor genero, se vero che avete superata la gelosia, bisognerebbe che superaste anche un'altra cosa.
PANT. Coss'oio da superar?
DOTT. L'avarizia.
PANT. Mi no son avaro.
GIS. Su questo particolare so ancor io qualche cosa. Signor Pantalone, dov' lo scrigno?
PANT. Mi no gh'ho scrigno.
GIS. Aprite quella cassa di ferro.
PANT. Ah! me vol ammazzar. (grida forte)
GIS. Convien rendere il mal acquistato.
PANT. Ah! che sieu maledetti. (si getta sullo scrigno)
GIS. Se continuate cos, non meritate piet. Vostra moglie torner con suo padre.
PANT. And al diavolo quanti che s.
GIS. Questo l'amore che avete per vostra moglie?
PANT. S, ghe voggio ben.
GIS. Pagate i vostri debiti.
PANT. No gh'ho debiti, no gh'ho bezzi. (stringe lo scrigno)
EUF. (Signore, abbiate carit del povero mio marito. Questa passione non la pu superare. La gelosia pare che l'abbia superata, ma l'interesse impossibile). (a don Gismondo)
GIS. Dunque non dovr rendere la roba d'altri?
EUF. La render; con il tempo la render. Fidatevi di me, signore, e non dubitate.
DOTT. (Signore auditore, m'ascolti: io pagher tutti e quieter tutti; sagrificherei anche il mio sangue per veder quieta la mia figliuola). (a don Gismondo)
GIS. (Ma usure non ne ha da far pi).
EUF. (Ci bader ancor io. Non ne far pi).
PAN. (Maledetti! i me vol cavar el cuor). (da s, sopra lo scrigno)
GIS. Signor Pantalone, vi si lascia lo scrigno, ma avvertite bene, la prima volta che voi prestate denari con pegno, o senza pegno, con un denaro d'usura, vi far marcire in una prigione.
PANT. Se impresto pi un soldo a nissun, che el diavolo me porta via.
GIS. Ors, rasserenatevi. Eccovi vostra moglie.
PANT. Sior s. (tiene lo scrigno avvinto)
GIS. Abbracciatela almeno.
PANT. No mancher tempo.
DOTT. Andiamo via da questa camera; qui dentro sento serrarmi il cuore.
PANT. And dove che vol.
DOTT. Andiamo, Eufemia.
EUF. Venite con noi, marito mio.
PANT. And, che vegnir.
GIS. Vi servir io, signora. (d braccio a donna Eufemia)
PANT. (Guarda un poco donna Eufemia, poi seguita ad abbracciare lo scrigno)
GIS. Non avete gi dispiacere ch'io serva vostra moglie?
PANT. Sior no, no son zeloso.
EUF. Marito mio, vi prego volermi bene.
PANT. S, ve ne voggio, ve ne vorr, ma lasseme un poco in quiete per carit.
EUF. Andiamo, signor don Gismondo, lasciamolo in pace; qualche cosa conviene ancora soffrire; ma s'egli non mi tormenta pi colla gelosia, sono la pi contenta donna del mondo. Benedir le lagrime che ho versate, se queste mi hanno acquistato il bel tesoro della pace, della tranquillit, dell'amore. (parte)
GIS. Bel carattere di moglie onesta. Misero Pantalone, aveva egli in due passioni diviso il cuore, ora una sola con maggior empito lo tiranneggia. (parte)
DOTT. Genero amato, venite con noi. Non lasciate sola la vostra consorte.
PANT. Mia muggier no gh'ha bisogno de mi.
DOTT. Sia ringraziato il cielo! ha lasciato una volta la gelosia; se poi avaro, pazienza. Almeno non tormenter pi la mia figliuola. (parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
Pantalone solo.
PANT. Mia muggier coll'auditor... e per questo? mia muggier xe una donna onorata. L'ho scoverta, l'ho cognossua; no ghe voggio pensar. Povero scrigno! questo xe quello che me sta sul cuor. Mi gera combatt da do passion: dalla zelosia e dall'amor dell'oro. La maledetta zelosia la me xe passada, l'amor dell'oro me cresse. Ho venzo la zelosia per rason del disinganno, chi poder disingannarme che l'oro no sia adorabile? S, l'amer in eterno. In eterno? Ah no, bisogner lassarlo quando s'aver da morir. Morir? lassar l'oro, lassar l'arzento? S, dover lassarlo! Caro el mio scrigno, che ti me costi tanti spasemi, tanti suori, dover lassarte? E quando te lasser, de ti cossa averoggio godesto? che pro m'averastu fatto? Rimorsi, affanni, desperazion. Ti, ti m'ha fatto perder la reputazion; ti me far perder la vita, ti me far perder ogni bella speranza: e mi te amer? e mi te coltiver? Oro, cossa mai gh'astu de bello? Che incanto xe el too, che innamora la zente! Lassete un poco vder. (apre lo scrigno)S, ti xe bello, ti xe lusente, ti xe raro: ma se te devo lassar? Ti ti provvedi a tutti i nostri bisogni: ma se de ti no me servo, ma se quando morir ti me sar de peso, ti me sar de tormento! Maledettissimo oro! Va al diavolo. Voggio abbandonarte avanti che ti me abbandoni. Va l, prezzo infame delle mie tirannie. Va, va, che el diavolo te porta via. (getta lo scrigno in terra, e spande il denaro)Oim! el mio oro, el mio cuor, le mie vissere. Me sento morir; no posso pi. Aiuto! (gridando si getta a sedere svenuto)
SCENA VENTESIMA
Donna Eufemia, Don Gismondo, il Dottore, Argentinae detto.
EUF. Oim!
DOTT. Cosa stato?
ARG. Quant'oro, quant'argento per terra!
GIS. Pantalone svenuto?
EUF. Povero mio marito!
DOTT. Il scrigno in terra! Ho paura che sia diventato matto.
EUF. Signor Pantalone, marito mio, sollevatevi per carit.
PANT. Amici, muggier, no me abbandon.
EUF. Perch non siete venuto con vostra moglie?
PANT. Perch una muggier onorata no gh'ha bisogno della custodia de so mario.
DOTT. Perch buttare in terra lo scrigno ed i denari?
PANT. Perch se mor; e un zorno el s'ha da lassar.
GIS. Amico, parmi di vedere in voi una gran mutazione. (a Pantalone)
PANT. Muggier, (bacia la mano a donna Eufemia)sior missier, sior auditor, compatime, aiuteme, lasseme respirar. (va per andar via, si ferma a guardar lo scrigno, poi gli d un calcio e parte)
DOTT. Grazie al cielo, cambiato del tutto.
GIS. Donna Eufemia, ringraziate il cielo.
EUF. S lo ringrazio di cuore. La mutazione totale; io spero di vivere pi felice. Questo suo cambiamento sollecito, e quasi instantaneo, cosa strana, cosa che non sarebbe forse creduta, se altrui si narrasse e si rappresentasse sopra una scena. Ma niente impossibile alla provvidenza del cielo, e molte cose accadono portentose nell'ordine istesso della natura. Vinse la mia costanza del marito la gelosia; vinsero i pericoli ed i rimorsi la sua avarizia. Ecco disingannato e convinto il pi affascinato geloso, il pi tenace avaro. Ecco resa contenta e felice la pi sventurata donna del mondo, in grazia dell'onest e in virt della tolleranza.
Fine della Commedia.
- Questo copione è stato visto:


