Il gioco di Prometeo

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POPOLOCROIS

               

                    Il gioco

 

    di  Prometeo

  

                      Atto unico di:

                                                                                                                                            Claudio Trionfi

                                                                             e-mail: claudiotrionfi@tiscali.it

                                                                                                                                                        tel.:  347-7663764

Personaggi:   

Dedalo     -     Icaro     -     Prometeo     -     Evemero     -     Uomo

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(Sotto un nero firmamento punteggiato di stelle i personaggi si muoveranno in una scena buia illuminati soltanto da una lanterna che essi stessi avranno in mano

DEDALO              Fermati, figlio! Arresta, ti prego, questa corsa insensata! Desisti dalla tua folle impresa! Vano è l’intento!

ICARO                  Vane sono le tue parole, pavido padre! Io non ti ascolto. Dovrei rinunziare all’uso delle ali che tu stesso forgiasti  per me?

DEDALO              Non all’utile uso ti chiedo di rinunziare ma all’abuso sfrontato foriero di morte.

ICARO                  Non parlavi di morte allorché me le ponesti sulle spalle e me ne indicasti lo scopo. ‘Solo se esse ci sosterranno, potremo tornare alla vita’. Furono queste le tue parole quando, ostaggi del crudele Minosse, eravamo condannati a vagare fino all’ultimo dei nostri giorni nei meandri di quel Labirinto dalla tua mente ideato.  

DEDALO              E non siamo forse riusciti ad eludere la sorveglianza dell’atroce tiranno, volando oltre le mura dell’intricato palazzo? Non è stato emulando gli uc-celli dal rapido volo che abbiamo potuto fuggire da Cnosso e attraversare il pelago dal quale tu ora per ottusa albagia rischi di essere inghiottito?

ICARO                  Evidentemente tu, padre, ormai vecchio e pago forse di ciò che la vita ti ha dato, con lo spirito saturo di soddisfazioni e vacuo di prospettive, evidentemente tu, dico, per poterci librare oltre i confini di Creta prendesti a modello i gabbiani dal volo radente il cui sguardo non riesce a seguire più che l’onda schiumosa sotto la quale si muove l’ascondita preda. Altre sono le mie aspettative; più alti traguardi mi pongo. Ora che mi hai insegnato a volare non mi accontento più di lambire il mare e la terra; è il cielo che miro con avido sguardo! Non più l’ottuso gabbiano sarà il mio mentore in volo. Seguirò l’aquila dalle lunghe ali spiegate che mi aprirà finalmente alla vista gli spazi celesti.

DEDALO              Icaro, figlio diletto, ascolta ti prego le mie parole. E’ giusto, anzi degno di lode, tentar di appagare l’anelito all’alto. Ma gli Dei abitatori e padroni dell’aere infinito hanno disposto  per ciascuna creatura limiti e veti.

ICARO                  Nessun dio potrà più arrogarsi il diritto di pormi limiti e impormi veti! Grazie all’acume del tuo intelletto, padre, e all’abilità delle tue mani ora sono in grado di raggiungere altezze che darebbero le vertigini anche al nibbio veloce o al superbo sparviere. Posso finalmente sfidare la potenza divina raggiungendo con ali artificiali financo la vetta dell’Olimpo; e lo farò! Ne ho il potere e addirittura il dovere.

DEDALO              Non contro la potenza divina, che spero non voglia dar peso al tuo vaniloquio, ma contro le leggi della natura andrai a scontrarti e ad infrangere le tue vane ambizioni, figlio protervo. Anche l’aquila che vorresti emulare, per quanto potrebbe, essa sì, affiggere senza alcun danno lo sguardo alla sfera infuocata che ci dà luce e calore, volge sempre la vista cerviera sulla terra o nel mare o per l’aria sottesa. Mai oserebbe spiegare le ali puntando verso l’alto gli artigli affilati o il becco ricurvo.

ICARO                  Ma l’aquila, padre, ha le ali sulla schiena; l’uomo le ha nella mente. La vista acuta sta negli occhi del pennuto rapace; quella dell’uomo sta nel suo cervello. Ciò che può l’aquila è nulla appetto al potere dell’uomo.

DEDALO              Ma ciò che può l’uomo è nulla appetto al potere degli Dei!

ICARO                  Non si sa, padre; né si potrà sapere finché un ardimentoso non abbia scalato l’Olimpo e lacerato le nebbie dietro le quali si celano gli autocratori despoti che sanno soltanto vessarci e umiliarci. La nostra intelligenza ci garantirebbe il dominio assoluto su questo pianeta, eppure siamo costretti a vivere in un continuo stato di angoscia, paventando la divina onnipotenza imprevedibile e occulta. Mai alcun dio si palesò ai nostri occhi! Per quale motivo? Hanno forse paura di noi? Perché, Poseidone, ti celi sul fondo dei mari quando muovi le onde a tempestosa procella? Perché tu, Eolo, dio dalle gonfie gote, svelli con perfidia irridente, protetto da nembi e da cirri, tanto gli alberi radicati al terreno quanto quelli infissi sui ponti dei nostri vascelli? E tu, Zeus, sovrano assoluto, perché scagli i tuoi mortiferi dardi senza concederci facoltà di difesa? Dubiti forse di subire la sorte che infliggesti a Crono, tuo padre? O temi di soffrire da noi mortali la stessa disfatta che inferisti ai possenti Titani? Vi affronterò, superbi immortali! Non ambisco alla conquista del vostro regno celeste, ma non sopporto più, a nome della mia specie, le vostre terrene angherie! Chiedo equità che forse altri Dei potrebbero darci. Con queste ali, che sono l’emblema della nostra sagacia, saprò attraversare le nebbie remote che avete effuso tra voi e il resto del creato. Verrò a fissare il mio sguardo nel vostro per dirvi che qui sulla terra siamo noi gli attuali monarchi e della nostra se pur effimera vita vogliamo essere padroni assoluti!  

DEDALO              Perché vuoi sfidare gli Olimpi? a che pro? Perché non ti prostri piuttosto davanti ai loro altari e rendi grazie con lauti sacrifici alla loro magnanimità?

ICARO                  Ma quale magnanimità del cazzo?! Non dire stronzate!

DEDALO              Eh no, no, scusa. Certe parole non si possono usare. Stai uscendo dalle regole.

ICARO                  Sì, hai ragione. Scusa, questa frase mi è scappata. Ma insomma non mi pare così grave. Ogni tanto può succedere. L’importante è non uscire dall’ argomento.

DEDALO              Eh, no, caro, le regole vanno rispettate fino in fondo, altrimenti non è più divertente, si perde il gusto e l’interesse per il gioco.

ICARO                  Va bene, dai, riprendiamo. Starò più attento a quello che dico.

DEDALO              D’accordo. Allora riprendo io dalla mia ultima frase. Perché vuoi sfidare gli Dei? A che pro? Perché non ti prostri piuttosto davanti ai loro altari e rendi grazie con lauti sacrifici alla loro magnanimità?

 ICARO                 Arroganza, padre! Chiamala spietata arroganza, non magnanimità! Essi ci scagliano contro terremoti, catastrofi, pestilenze senza riguardo alcuno, senza rimorso. Non ci è neanche concesso determinare l’esito delle guerre che noi umani per umane vertenze tra noi combattiamo! Essi intervengono a favore degli uni o degli altri, spesso negando la vittoria a chi per valore o per giusta causa la meriterebbe. Che combattano le loro eterne battaglie! Che si annientino tra loro per la primazia universale! Ma lascino che noi mortali  scaviamo il solco del nostro caduco destino.

DEDALO              E’ questo il tuo abbaglio, malaccorto figliuolo! Ti inganni se credi di essere soltanto un effimero segmento. La morte interrompe l’esistenza terrena; ma la vita si inoltra nell’Erebo oscuro; e una volta varcata la porta dell’Ade e chiusa alle nostre spalle dal ringhioso Cerbero, siamo destinati a trascorrere un tempo infinito attraverso infiniti spazi. E inflessibili giudici incaricati da Zeus destineranno ciascuno di noi al placido Eliso o al Tartaro tormentoso o al prato degli asfodeli a seconda del nostro ossequio e rispetto alle leggi divine.

ICARO                  Ma sono appunto queste leggi che anelo di poter sovvertire! Come fai a non comprendere, o peggio a non condividere, i miei intendimenti? Perché vuoi che a valutare il nostro operato e a decidere del nostro destino siano i sodali di Zeus? Se, come dici, noi esseri umani siamo rivoli destinati ad affluire nel grande lago dell’eternità attraverso la corrente  degli inferi fiumi, per quale iniquo motivo ci viene interdetto di determinare il nostro corso e scegliere il punto d’approdo che sia nel Cocito echeggiante di pianto oppure nel Lete che induce all’oblio? Perché dobbiamo ottenere la gioia perpetua o la perpetua afflizione a seconda che ossequiamo o meno un dio piuttosto che un altro offrendo loro servigi?

DEDALO              Non ossequenti ma bensì grati; non servili ma bensì rispettosi dobbiamo mostrarci agli Onnipotenti i quali, pur essendo padroni del creato, hanno concesso a noi e non ad altra creatura il dominio assoluto sulla terra, i frutti della quale sono a nostra completa disposizione. Se non altro per questo, ma per molto di più, essi meritano la nostra riconoscenza. E in quanto al rispetto, che è ben diversa cosa dal servilismo, noi meschini mortali lo dobbiamo tribuir loro con reverente zelo al pari che la luna e gli altri remoti pianeti si inchinano al chiarore dell’astro di fuoco. Troppo a noi superna è la loro possanza perché non si guardi ad essi come l’esile filo d’erba guarda con deferenza al tronco della quercia che incombe su di lui oscurandolo con la sua imponente chioma ma che al contempo gli dà ristoro dalla canicola per la quale altrimenti esso arsirebbe.

ICARO                  E chi ti dice che quel filo d’erba non sia il virgulto di un latente platano che toglierebbe linfa e spazio al rovere invadente, se potesse crescere come la sua natura gli permetterebbe? Zeus brandendo le sue saette con dispotica intimidazione vuole impedirci di esprimere le nostre potenzialità per tema di essere un giorno sopraffatto da una schiera di rivali divenuti per numero e sagacia più potenti di lui. Io questo credo, padre; e  voglio dimostrare alla mia genia che ciò che credo è il vero anche a costo di procombere di fronte alla supremazia olimpica.     

DEDALO              L’unico esito che raggiungerai sarà quello di ottenere che venga offerto il tuo nome, per irridente rimembranza, al mare nel quale annegherai. Non era questo il destino che mi ero figurato per te quando Naucrate tua madre ti diede alla luce. Fui io a forgiare il tuo carattere inculcando nella tua mente infantile l’ambizione al progresso, la bramosia di conoscere. Ma evidentemente fui un pessimo fabbro: se avessi supposto a quali assurdi pensieri la tua smania ti avrebbe condotto e a quali inumani cimenti la tua superbia ti avrebbe istigato giuro che avrei preferito lasciarti in pasto al Minotauro divoratore di fanciulli. Ora purtroppo, a quanto vedo, null’altro mi resta che temere e tremare per te, figlio incauto e caparbio.

ICARO                  Temi e trema per te piuttosto, trepido padre! Offri ecatombi agli dei se tanto timore ti incute la loro ominosa ingerenza! Dunque a tal punto il terrore può ottundere l’intelletto? Tu che con acuto ingegno favoristi ai tuoi simili l’asservimento della Terra, ideando e plasmando formidabili strumenti, vuoi renderti ora strumento dell’edace Zeus e prono servo della sua voracità? Ma non comprendi che non avrebbe più scampo senza i sacrifici che gli uomini gli offrono per pusilla latria! Sarebbero i suoi stessi parenti Olimpii a ribellarsi e a cacciarlo come egli fece con Crono suo padre e quegli, prima di lui, col padre Urano. Sono inetti questi Dei; inetti e infingardi. Non sono in grado di sostentarsi senza l’ausilio coatto degli asserviti Titani o dei servizievoli umani. Sono privi di ingegno. Se solo ponessimo fine alle offerte di capri e vitelli e lasciassimo sguarniti gli altari, potremmo liberarci dalla loro incombente tirannia. Noi uomini, padre, siamo superiori agli Dei per ingenza e intelligenza. Essi ne sono ben consapevoli; e per ciò dal cielo tuonano e mugghiano dal mare, perché sanno che solo incutendo il timore e il tremore che sviliscono gli animi e offuscano le menti potranno impedirci di far buon uso del nostro acuto pensiero  per annientarli e asservirli. 

DEDALO              Ma che cosa ti manca che essi non ti abbiano dato? Non sei pago di aver ricevuto il dominio del mondo in cui vivi? Che più vorresti ottenere sfidando la loro pazienza o peggio la loro ira funesta?

ICARO                  L’arbitrio voglio ottenere! Il libero arbitrio disgiunto dalle loro ingiunzio-ni! Voglio rispettare una morale da me concepita e non piovuta dall’alto! Voglio mettere la mia e la tua intelligenza, padre, al servizio dei miei simili perché possano finalmente svellere le superne catene e farsi liberi di scegliere i comportamenti che ritengono migliori!

DEDALO              Anche a costo di scannarsi tra loro? Sì, perché non troverai due uomini e a maggior ragione due gruppi di uomini che vogliano condividere gli stessi ideali, gli stessi costumi; e quindi, potendo, ognuno a forza impor-rebbe il proprio arbitrio. Se non intervenisse Zeus con i suoi probi parenti a stabilire e imporre una morale comune vivremmo in uno stato di terrore e violenza al cui confronto l’attuale divino regime ti parrebbe l’Elisio. 

PROMETEO         Oh! Avete finito di blaterare, voi due? Qua c’è gente che vuole dormire. Andate a fare il vostro gioco da qualche altra parte.

DEDALO              Scusa, professore, hai ragione; ma l’argomento di stanotte è interessantis-simo. Anzi, perché non entri nel gioco anche tu?

PROMETEO         No, non ne ho nessuna voglia. Voglio solo dormire fin che posso. Ho ancora una mezz’oretta di tempo.

ICARO                  Ma proprio perché manca poco non ti conviene riaddormentarti. Dai professore, entra nel gioco. Con te è più divertente. Tu sei il più bravo di tutti noi.

PROMETEO         Per forza: l’ho inventato io; e ve l’ho insegnato. Sono stato io ad aprirvi gli occhi alla speculazione intellettuale.

ICARO                  Allora adesso apri gli occhi anche tu e gioca con noi.  

PROMETEO         E va bene; tanto ho capito che non mi fareste dormire. Quale sarebbe l’argomento tanto interessante di questa notte?

ICARO                  Ma non far finta di non saperlo. Altro che dormire! Tu hai seguito parola per parola tutto quello che abbiamo detto finora.

PROMETEO         Come fai a sostenerlo con tanta sicumera?

ICARO                  Quando dormi sul serio, grugnisci come un cinghiale. Fino adesso  invece non è uscito nemmeno un sibilo dalla tua ugola d’oro.

PROMETEO         E va bene, lo ammetto, ho seguito il vostro dialogo; e devo dire che mi sono anche abbastanza divertito ad ascoltare tutte le bestialità che vi ho sentito proferire.

DEDALO              Perché bestialità? Non è un argomento interessante quello sul rapporto tra l’uomo e la divinità?

PROMETEO         Oh, mamma mia! Ma che male ho fatto per essere costretto a trascorrere il resto dei miei giorni con individui come voi, condizionati da millenni di pseudo-cultura?

DEDALO              Non capisco perché dici che parlare del rapporto tra l’uomo e Dio è una bestialità.

PROMETEO         E va bene, entro nel gioco e spero che vi serva a qualcosa. Riprendete da dove vi ho interrotto e io mi inserisco.

EVEMERO           Potrei entrare nel gioco anch’io?

ICARO                  Ma dove vuoi entrare tu, fratellino? Dormi, dormi. Non credere che giocare a questo gioco sia tanto semplice.

EVEMERO           E chi dice niente? Voi siete sicuramente più bravi di me; io vi ho conosciuto da poco. Ma se non mi permettete di cominciare, non potrò mai raggiungere il vostro livello.

PROMETEO         Il fratellino ha ragione. Anche lui ha diritto ad elevare lo spirito verso le vette della conoscenza. Facciamo così: (ad Evemero) io parteciperò al gioco assumendo il ruolo di un personaggio del Mito in cui loro due si sono immersi; tu per questa volta, considerando anche che affrontare l’argomento in questione sarebbe per te abbastanza scabroso, ti limiterai ad ascoltare senza partecipare.

EVEMERO           In che senso sarebbe scabroso? Qual è l’argomento che non posso affrontare?

DEDALO              Si parla di Dei e di religione.

EVEMERO           E allora? Chi meglio di me può discutere di certe cose?

DEDALO              Il fatto è che le tue argomentazioni sarebbero anacronistiche rispetto all’ambito in cui ci stiamo muovendo noi questa notte.

PROMETEO         Farai la parte di un semplice testimone; come avrebbe potuto essere, per esempio, Evemero.

EVEMERO           E chi è Evemero?

PROMETEO         Ah! Benedetta ignoranza! Chi vuole dirglielo di voi due?

DEDALO              (ad Icaro) Diglielo tu; io mi sto concentrando sull’argomento che debbo riprendere.

ICARO                  Bè, francamente per quanto abbia letto molti libri nelle varie biblioteche, questo Evemero non l’ho mai sentito nominare. (a Prometeo) D’altronde tu stesso ci hai sempre detto che non sono i nomi e le date che contano, ma i concetti e le idee; che l’importante è alimentare la mente, non ingolfare la memoria con inutili nozioni.

PROMETEO         Leggi i frammenti della ‘Ierà anagrafè’, che attraverso le citazioni di Lattanzio ci sono pervenuti, ignorante che non sei altro, e poi mi dirai se ciò che ha scritto Evemero nel 3° secolo avanti Cristo è inutile nozionismo o non piuttosto una stilla di limpida acqua di fonte che potrebbe appagare qualunque uomo assetato di verità.

EVEMERO           Va bene, ma in concreto allora io che devo fare?

PROMETEO         Tacere, fratellino; ascoltare e tacere. E visto che probabilmente, come ti ho detto, ciò che ascolterai ti farà inorridire, dovrai prendere nota e poi alla fine del gioco meditare su quanto avrai ascoltato.

EVEMERO           Allora mi servirebbe una penna e un taccuino.

PROMETEO         Oh, santa pazienza! Fingi! Fingi di averli! e affidati alla memoria se riesci ad usarla per fermare qualcos’altro che non siano le solite giaculatorie che dovrebbero farti guadagnare il paradiso.

EVEMERO           Se è per questo, sto esercitando la memoria; ho già imparato i primi 190 versi del ‘Paradiso perduto’ che ho letto, come tu mi hai suggerito, e che mi è piaciuto moltissimo. 

PROMETEO         Bravo, mi compiaccio con te. Ma per questa volta Milton dovrà rimanere  nel tuo cassetto, nel cassetto virtuale intendo, visto che uno reale non lo possiedi. I personaggi del gioco di questa notte sono legati alla mitologia greca quindi lontani dalla tradizione giudaico-cristiana; anche se in realtà le radici afro-egizie accomunano le due culture e quindi le due religioni.

(da questo momento la scena inizierà ad illuminarsi molto flebilmente lasciando intuire

uno spazio roccioso e frastagliato)

DEDALO              Professore ti faccio notare che il cielo si sta già schiarendo e quindi se vogliamo arrivare alla fine del gioco dobbiamo darci una mossa.

PROMETEO         Hai ragione non possiamo perdere altro tempo perché come dice il poeta..

DEDALO              ‘Il perder tempo a chi più sa più spiace’.

PROMETEO         Appunto. Forza, riprendi da dove ti ho interrotto; io cercherò di esprimermi nel modo più sintetico possibile, anche a costo di essere  generico e superficiale.

DEDALO              (riprendendo il gioco) Non troverai due uomini e a maggior ragione due gruppi di uomini che vogliano condividere gli stessi ideali, gli stessi costumi; e quindi, potendo, ognuno a forza imporrebbe il proprio arbitrio. Se non intervenisse Zeus con i suoi sacri parenti a stabilire e imporre una morale comune vivremmo in uno stato di terrore e violenza al cui confronto l’attuale divino regime ti parrebbe l’Elisio.

ICARO                  Io non contesto l’ineluttabile necessità degli Dei, padre, e non auspico la loro scomparsa. E’ il tuo Zeus che disprezzo ed aborro; contro la sua nequizia infierisco; e vorrei che l’umana specie lo rinnegasse come io lo rinnego. Per quale perverso motivo non possiamo aspirare alla protezione e al giudizio di Dei più equanimi nei nostri confronti? Altri regnarono  sull’universo prima di questa congerie; perché dunque altri non potranno regnarvi in futuro?       

PROMETEO         Stolta progenie della più deprecabile delle genie! Disquisite sul nulla! Zeus è un abbaglio!

DEDALO              Donde proviene questo flato blasfemo? Chi è quell’ardito che osa mettere in dubbio l’esistenza della suprema divinità?

ICARO                  Guarda, padre! Un’ombra si muove avvinta a quella solida roccia; pare appartenga a figura vivente su di essa scolpita.

DEDALO              Qualunque sia la tua essenza e qualunque il motivo della tua presenza in codesto luogo impervio appropinquati e rivela te stessa, rupicola creatura.

PROMETEO         Vorrei poter svincolare le mie membra da queste catene che mi tengono avvinto alla roccia. Vorrei poter difendermi dagli assalti del vorace avvoltoio che mai si stanca di rodermi fegato e cuore. Ma nemmeno uno dei vostri Dei, se pure esistesse, sarebbe in grado di liberarmi da questa tortura perché il nemico che mi ha sconfitto e incatenato è troppo potente.

ICARO                  E non possiamo noi svincolarti e restituirti la perduta libertà e al tuo fianco dar battaglia a questo potente nemico?

PROMETEO         Sì, sarebbe possibile e anzi auspicabile, oh ardimentoso giovane; ma dovreste rinnegare le convinzioni che pocanzi vi ho sentito esprimere e che ottundono la vostra mente offuscata.

ICARO                  Perché ci denigri a tal modo, senza nemmeno sapere chi siamo? Perché non ci reputi capaci di nobili ed eroiche gesta?

PROMETEO         Modera la tua indignazione, focoso fanciullo. Non su di te vuol pesare il mio scetticismo, né su costui. Ma chiunque volesse affrontare il nemico di cui vi parlo avrebbe due sole alternative: cedere di fronte alla sua forza e quindi soccombere, ciò che è accaduto a me, oppure annientarlo, ma ciò varrebbe come distruggere se stesso e quindi in ogni caso soccombere.

DEDALO              Rivelaci dunque il nome di questo possente nemico acciocché possiamo evitarlo o almeno renderci a lui sodali.

ICARO                  Pavido padre! Sei sempre pronto a leccare il culo…

DEDALO              Eh, no, no! Insisti con le parolacce! Devi farla finita!

ICARO                  Scusate, scusate, m’è scappato. E’ che certe volte non ci penso e dimentico le regole del gioco. Riprendo.

PROMETEO         Sì, ma fa più attenzione.

ICARO                  Pavido padre sei sempre pronto a chinare il capo di fronte ai potenti allo stesso modo che cedi le armi di fronte agli Dei. Io no! Io per amore di giustizia sono pronto a sfidare financo l’Olimpo, anche a costo di subire la stessa sorte toccata a costui. Dimmi, eroe sventurato, dove s’annida il nemico che ti ha privato della libertà e io lo raggiungerò e ti vendicherò.     

PROMETEO         Ammiro il tuo giovanile coraggio e comprendo anche la prudenza del tuo anziano padre. Ma entrambi brancolate avvolti dalle tenebre dell’ ignoranza. Le forze che tu (a Icaro) vorresti combattere e che tu (a Dedalo) preferiresti compiacere sono ombre inconsistenti proiettate ad arte nelle vostre fragili menti dal vero comune nemico.

DEDALO              Che intendi dire? Parla chiaro. Non celarti dietro astrusi sofismi.

PROMETEO         Non esistono Dei che vogliano annientarci o renderci schiavi; è la specie cui noi apparteniamo che ci rende nemici a noi stessi, unica tra tutte quelle apparse finora in natura che tenda per istinto ad autodistruggersi.

ICARO                  Come trovi l’ardire, incongruo peraltro nella tua situazione, di denigrare gli Dei soprattutto, ma anche la nostra genia? Donde ti viene tanta arroganza, incatenato come sei e martoriato nel corpo? Dicci dunque chi sei. Rivela il tuo nome.

PROMETEO         Per le gesta da me compiute mi chiamano Preveggente; ma considerata la fine che ho fatto, sarebbe stato meglio che mi avessero dato l’appellativo di Tardo a capire.    

ICARO                  Tu dunque saresti l’eroico Titano che ha rubato il fuoco a Zeus per donarlo a noi mortali?! Saresti Prometeo, il preveggente benefattore dell’umanità?!

PROMETEO         Sono io. Ma, come ho detto, sarebbe più giusto chiamarmi Epimeteo, cioè colui che capisce in ritardo; perché troppo tardi ho compreso di aver combattuto e perduto una battaglia, forse una guerra, contro nemici subdoli e potenti che hanno ideato un’arma sofisticata in grado di renderli invincibili.

DEDALO              Ma se tutti sanno che fosti sconfitto e punito da Zeus, il re degli Dei!

PROMETEO         E’ vero, si dice che fui vinto da Zeus. Ma egli non fu il mio nemico, fu appunto soltanto l’arma di cui si servì il vero nemico.

DEDALO              Che intendi dire? Non capisco.

PROMETEO         Pochi individui, sicuramente dotati di intelletto sagace, scoprirono il modo di accendere e, se spento, riattizzare il fuoco che si è rivelato strumento indispensabile per la sopravvivenza della nostra specie. Io fui tra costoro e volli comunicare all’umanità intera la nostra scoperta. Ma gli altri, astuti e ambiziosi, prevedendo (essi sì Prometei, non io!) che l’importanza della nostra scoperta li avrebbe resi padroni assoluti dell’umanità e dispensatori di vita e di morte per il mondo intero; gli altri, dicevo, me lo hanno impedito incatenandomi a questa roccia caucasica. Ed hanno escogitato appunto l’arma subdola e micidiale di cui vi parlavo. Questi oligarchi dell’intelletto per conservare il controllo e il potere sul resto degli uomini inculcarono nelle loro menti ingenue e ignoranti l’idea che il fuoco fosse gestito e distribuito da un’entità invincibile e irraggiungibile cui diedero nome Zeus e che contornarono in modo fittizio di una schiera di altre sotto-divinità.

DEDALO              Ma se tu sei quel Prometeo di cui ovunque si parla, questa dovrebbe essere la vetta più elevata del Caucaso che nessun uomo è mai riuscito a scalare. Soltanto un dio agli ordini di Zeus può aver compiuto l’impresa di condurti fin quassù.

PROMETEO         Tu sei forse un dio?

DEDALO              No, sono un semplice mortale.

PROMETEO         Eppure sei qui con tuo figlio, anch’egli semplice mortale.

DEDALO              Ma io ho inventato le ali con le quali posso sorvolare i monti più alti.

PROMETEO         Ma chi non conosce questo congegno meccanico che è il prodotto di un tuo lungo studio sui fenomeni naturali, credi che sarebbe nel giusto se considerasse il tuo volo un evento divino?

DEDALO              No di certo; per mera ignoranza attribuirebbe agli Dei ciò che è invece il prodotto del mio umano ingegno.

PROMETEO         Che cosa ti impedisce, allora, di credere che altri uomini possano aver inventato un sistema di trasporto al limite dell’incredibile con il quale siano riusciti a farmi giungere fin quassù?

DEDALO              Hai ragione, non posso negare che ciò sia possibile. 

ICARO                  Ma si verificano eventi in natura che non puoi in alcun modo attribuire allo studio e alla creatività umana. Se una saetta piombata dal cielo fulmina un uomo o una bestia o una pianta, come fai a dubitare che sia stata la mano di Zeus a lanciare quel dardo infuocato? Se all’improvviso una tempesta scuote i marosi inghiottendo le più solide navi, come fai a non credere che sia stata l’ira di Nettuno ad agitare le acque? Se il solido terreno su cui hai costruito la tua abitazione, inizia a tremare e a squarciarsi inghiottendo le case con i loro abitanti, puoi tu supporre che questa catastrofe sia avvenuta per opera di un uomo o non credi piuttosto che sia dipesa dal volere di un essere soprannaturale?    

PROMETEO         Non vi è nulla in natura che non sia naturale! Noi releghiamo nella sfera del soprannaturale tutti i fenomeni di cui, per ignoranza, non conosciamo la causa. E purtroppo alcuni uomini più scaltri e indubbiamente più intelligenti degli altri hanno compreso che sfruttando la paura e l’ignoranza comune avrebbero dominato il mondo dichiarandosi sacerdoti di quelle forze soprannaturali da loro stessi inventate e che hanno chiamato divinità. Annota, Evemero e medita, e fa in modo che le tue note giungano alle future generazioni perché anche esse possano meditare.

EVEMERO           Professore, scusa ma non capisco se ti stai rivolgendo come Prometeo ad Evemero o come professore al Piccolo Fratello che sono. Perché in quanto Evemero posso divertirmi ad annotare e a prendere in considerazione qualsiasi astruseria; ma capirai che in quanto Piccolo Fratello certe tue affermazioni mi sgomentano.

PROMETEO         Te l’avevo detto che saresti inorridito, fratellino. Ma vedi, il gioco consiste proprio nel sostenere con fermezza tesi che non c’entrano nulla con le nostre convinzioni religiose o politiche o ideologiche. Perché solo entrando nei panni di chi pensa in modo diametralmente opposto al nostro si riesce a comprendere che la verità non sta mai da una parte sola e che la tolleranza verso le idee altrui è l’unico modo per fare accettare le proprie. Quindi ripeto: medita su quanto hai ascoltato, fratellino.

EVEMERO           Ho capito. Le prossime notti, quando avrete voglia di rigiocare, cercherò di adeguarmi alle regole. Nel frattempo mediterò su quanto ho ascoltato come Evemero.  

PROMETEO         Bravo. E se vorrai, quando decideremo di rifare questo gioco, lasceremo a te la scelta dell’argomento sul quale confrontarci.

DEDALO              A patto che tu assuma il ruolo dell’avvocato del diavolo. (tutti sorridono

EVEMERO           Non sarà facile ma ci proverò.

PROMETEO         Comunque per oggi basta così perché il sole è già spuntato e vedo spuntare dal cancello anche il nostro caro amico guardiano. 

(la luce del giorno ha ormai rivelato il vero ambiente: sullo sfondo si stagliano palazzi

dalle cui finestre si vanno man mano spegnendo quelle che sembravano stelle e che

non sono altro che luci elettriche che illuminavano le stanze degli appartamenti; i

personaggi si sono mossi in un giardinetto pubblico con qualche panchina e inoltre

un’altalena, uno scivolo e una piccola giostra coperti da teli di plastica.)

UOMO                  Buon giorno, signori. Si apre il parco. E’ ora di sloggiare.

TUTTI                   Buon giorno, signor guardiano.

UOMO                  Ben alzati. Dormito bene stanotte?

PROMETEO         Magnificamente, grazie. Dormire con questa temperatura sotto un cielo così terso e stellato è uno dei piaceri più sublimi che la vita possa offrire.

UOMO                  Eh, certo; anche perché non si ha il problema dell’affitto di casa.

DEDALO              Basta rinunciare ad avere una casa e il problema dell’affitto non esiste più

UOMO                  E’ facile a dirsi, caro mio, ma non tutti possono decidere di fare la bella vita che fate voi barboni.

ICARO                  (un po’ alterato) Sì, noi barboni facciamo la bella vita. E cos’è che impedisce a voi sbarbati di fare altrettanto?

PROMETEO         (ammonendo amabilmente Icaro) Calma, calma!

UOMO                  Eh! Non ti agitare, giovanotto. Non volevo offendere nessuno. Non è colpa mia se quelli che vivono come voi sono chiamati barboni.

ICARO                  Perché? Come viviamo noi?

UOMO                  Non lo vedi come vivete? In mezzo a una strada, senza arte né parte.

PROMETEO         Lasci stare l’arte, signor guardiano, che è una cosa seria e pochi ne conoscono l’utilità. Per quanto riguarda la parte, invece, tutti ne abbiamo una, per il solo fatto di esistere.

UOMO                  Sì, ma c’è una bella differenza tra noi persone normali e voi vagabondi.

EVEMERO           E quale sarebbe questa differenza?

UOMO                  Che noi dobbiamo sgobbare tutto il giorno per guadagnarci da vivere e voi non fate niente dalla mattina alla sera.

PROMETEO         Mi spiace contraddirla, ma noi sappiamo sempre come riempire le nostre giornate, dalla mattina alla sera e talvolta anche dalla sera alla mattina; non è vero, amici?

I TRE                     Certo. Sì. E’ vero.

UOMO                  E come no! Seduti su un marciapiede a chiedere l’elemosina o dentro un’osteria a ubriacarvi. Io perché sono uno tollerante, di vedute aperte, ma la gente normale, giustamente, sarebbe felice di vedere ripulita la città da voi, come dagli zingari o da tutti quei negri delinquenti che ormai ci stanno invadendo.

EVEMERO           Per fortuna dice di essere tollerante e di vedute aperte!

UOMO                  No, non voglio dire che tra voi e loro non c’è differenza; Ci mancherebbe. Voi siete innocui, quelli sono pericolosi. Dico che un cittadino normale comunque è infastidito se gli passa accanto uno sporco e maleodorante come voi. (i quattro si guardano divertiti) Che avete da ridacchiare? Ammetterete che c’è una bella differenza tra noi e voi.

PROMETEO         Sa qual è la vera differenza tra noi vagabondi e voi persone normali? E’ che voi sgobbate e vi affannate tanto per ottenere il superfluo o addirittura l’inutile; e per questo vi logorate e spesso diventate, voi sì, pericolosi e violenti. Noi invece ci industriamo per ottenere ciò che è necessario, al corpo e allo spirito, e siccome riusciamo facilmente ad ottenerlo siamo mansueti, innocui e talvolta addirittura utili, a noi stessi e in alcuni casi anche agli altri.

UOMO                  Ah, sì? E allora rendetevi utili e aiutatemi a togliere questi teli di plastica. (si siede su una panchina mentre Evemero e Icaro cominciano a togliere i teli che coprono la giostra e lo scivolo) La verità è che voi non avete voglia di lavorare; vivete alle spalle della società, di chi paga le tasse lavorando onestamente. Senza offesa, per la società i tipi come voi valgono meno dei vucumprà e dei clandestini. Quelli sarebbe meglio che fossero rispediti a casa loro ma almeno vorrebbero integrarsi, trovare un lavoro, magari togliendolo ai nostri disoccupati, questo è un altro discorso. Voi invece non avete voglia di faticare, è questo il fatto. Vi accontentate del necessario, dici; E quale sarebbe questo necessario?

PROMETEO         Ciò che ci consente di sostentare il corpo e lo spirito.

UOMO                  Sì, buona notte! Belle parole, ma chi ve lo dà questo sostentamento, eh? lo andate a elemosinare senza vergogna, senza dignità. Certo, tu dici che voi almeno siete innocui e gli extracomunitari invece sono dei delinquenti.

DEDALO              Il professore non ha detto questo e non lo pensa nemmeno.

UOMO                  (con sorriso ironico) Professore?! Professore di che? I professori stanno nelle scuole, non stravaccati sulle panchine di un giardinetto pubblico.

PROMETEO         (a Dedalo) Il signor guardiano ha ragione, non sono professore; non più.

EVEMERO           (che nel frattempo ha tolto insieme a Icaro il teli e li hanno piegati) Dove mettiamo i teli?

UOMO                  Dentro quel casotto là in fondo. (i due escono di scena e poi tornano) E si può sapere che insegnavi? fannulloneria? (ridacchia)

PROMETEO         Divertente come neologismo. Ne devo inventare uno anch’io altrettanto divertente: insegnavo…antropologia culturale; le piace come termine?

UOMO                  Sì, è carino; solo che il mio significa qualcosa, il tuo non significa niente.

PROMETEO         Ha ragione, non significa niente. Forse è il motivo per cui ho smesso di insegnare questa materia in teoria e ho deciso di impararla nella pratica.

UOMO                  Spiegati meglio, professore; non fare il vago. Li conosco i tipi dalla parlantina facile come te.

EVEMERO           Glielo spiego io: il professore per studiare il comportamento degli emarginati ha deciso di vivere per un periodo la loro stessa esperienza; ma quando si è reso conto che questa vita è di gran lunga più sana di quella di voi integrati, non ha più voluto abbandonarla.

UOMO                  E bravo il giovanotto che prende le difese del vecchio ciarlatano. E tu invece quella specie di tonaca l’hai rubata a qualche frate o l’hai trovata in un secchio della spazzatura?

ICARO                  Quella specie di tonaca è un saio e lui è un vero frate, dell’ordine dei Piccoli Fratelli che hanno deciso di condividere la vita di chi, per volere o per forza, si trova ai margini della società.

UOMO                  Ma che fate? vi difendete a vicenda? ognuno fa l’avvocato difensore dell’altro? Non sapete difendervi da soli?

DEDALO              Nessuno deve difendere nessuno. Siamo soltanto solidali tra di noi.  

UOMO                  E allora dimmi signor solidale come mai questo qui (indica Icaro) grande e grosso com’è, non si cerca un lavoro come tutte le persone normali?

DEDALO              Lui in effetti è l’unico tra noi che sia finito in mezzo a una strada perché era un po’ scapestratello; non è vero? ( a Icaro che sorride). Usciva e entrava dalle patrie galere per furtarelli e piccole truffe perché non aveva voglia di lavorare.

EVEMERO           (sorridendo) E adesso è quello tra noi che lavora di più. 

UOMO                  Sì? E che fa? Il gioco delle tre carte sotto i portici della stazione?

DEDALO              Nessun gioco delle tre carte. Le spiego subito come si svolge la sua giornata. Noi ora andiamo a lavarci, come ogni mattina, all’albergo diurno poco distante da qui. E affinché possiamo usufruire gratuitamente dei bagni, lui dopo rimane qualche ora a fare le pulizie dei locali. Alla fine del servizio porta i nostri indumenti, diciamo sporchi, in una lavanderia che ce li riconsegna lavati e stirati senza farci pagare nulla perché in cambio lui effettua le consegne a domicilio per altre tre o quattro ore. Dopo di che è libero fino alle cinque del pomeriggio quando va alla mensa dove noi solitamente mangiamo e fino a sera rimane lì a fare l’aiuto cuoco. Le pare che questo non significhi lavorare?

UOMO                  Se è così, certo che lavora. Ma allora spiegami una cosa: (a Icaro) perché non lo fai per i fatti tuoi? Perché non ti prendi una casetta in affitto invece di vivere in mezzo a una strada sfruttato da questi qui? Non ti trovi una brava moglie e non metti su famiglia come fanno tutte le persone civili?

ICARO                  Forse un giorno lo farò, non lo escludo. Per ora sono felice di condividere i piaceri e le fatiche quotidiane insieme a loro senza l’assillo di dover guadagnare soldi per ottenere e ostentare il superfluo.  

UOMO                  Ma i tuoi genitori che dicono? Non credo che saranno contenti di avere un figlio come te. A loro non ci pensi? Ti fai sfruttare da questi furbacchioni e non pensi al dolore che sicuramente procuri a tuo padre e a tua madre, vivendo in mezzo a una strada come un vagabondo?

ICARO                  Potrei dirle che non ho genitori, che vivo solo da quando sono nato e che sono scappato da un orfanotrofio. Potrei dirle che i miei genitori mi hanno sempre odiato e che sono ben contenti di essersi liberati di me. Potrei dirle che invece mi amano alla follia e che quindi sono felici di vedermi felice. Potrei raccontarle un sacco di storie sulla mia vita e sulla mia famiglia ma sarebbe inutile perché lei crede soltanto a ciò in cui vuol credere.

UOMO                  Io credo a quello in cui credono tutte le persone ragionevoli, che per fortuna sono la stragrande maggioranza.

EVEMERO           La stragrande maggioranza dell’umanità crede di essere ragionevole ma in effetti usa poco e male la ragione. Segue sempre ciecamente delle idee che le vengono imposte, senza mai metterle in discussione, quasi per un atto di fede.  

UOMO                  Senti chi parla di atto di fede! Proprio tu che dici di essere un prete!

ICARO                  Un frate.

UOMO                  Va bene, un frate; è lo stesso. Sempre preti sono, che hanno rinunciato alla cosa più bella della vita per un atto di fede.

PROMETEO         Quale sarebbe, secondo lei, la cosa più bella della vita?

UOMO                  E me lo domandi? Crearsi una famiglia; condividere con una moglie tutte le gioie e i dolori quotidiani; educare dei figli secondo sani princìpi. Il legame familiare è la cosa che tutte le persone normali desiderano e che solo i preti o la gente sradicata come voi rifiutano.

PROMETEO         E’ interessante; senza volerlo lei ha usato due espressioni che sono emblematiche dell’equivoco in cui la maggioranza delle persone cade pur di non ammettere che potrebbe esistere un’altra forma di società, magari più giusta di questa in cui viviamo.

UOMO                  Spiegati meglio, professore. Te l’ho detto: i paroloni non li capisco e non mi piacciono. Che vuoi dire?  

PROMETEO         Vede, lei ci ha definito gente sradicata perché non sentiamo la necessità di un legame familiare come avete voi persone normali. Nella lingua dei nostri avi, cioè il latino, Gens e Familia hanno un significato che è l’esatto contrario di quello che oggi diamo noi ai due termini. La Gens, la gente, era un gruppo di persone che si riconosceva in un ceppo comune; mentre la Familia, la famiglia, era l’insieme dei servi e degli schiavi che appartenevano ad un unico padrone. Bene, noi preferiamo riferirci al significato antico e perciò non ci sentiamo affatto degli sradicati; anzi, ci sentiamo appartenenti ad una grande famiglia dove i vincoli non sono quelli del sangue né tanto meno quelli degli interessi economici, ma quelli del rispetto, della solidarietà e della tolleranza. Voi, invece, che vi credete così uniti e solidali all’interno dei vostri nuclei famigliari, non siete altro che degli individui tragicamente soli e schiavi di regole e valori che avete codificato e che ritenete universali.

UOMO                  E allora? Ci mancherebbe pure che non ci fossero dei valori universali in cui credere! Se voi non ci credete, siete voi i diversi che non volete rispettare le regole.

EVEMERO           Noi siamo diversi, questo è indubbio; ma pur rispettando le vostre regole, ci permettiamo sommessamente di non condividerle e di credere in altri valori che non sono universali, come d’altronde non lo sono i vostri; e abbiamo scelto di vivere secondo i nostri princìpi, cercando di dare meno fastidio possibile. Voi persone civili invece non solo non comprendete le diversità, ma le disprezzate, le osteggiate e potendo le eliminereste.  

UOMO                  E bravo! Mi pare che abbiate tutti la parlantina facile; ma state tranquilli che non mi faccio abbindolare da voi. Vi piacerebbe farmi passare per razzista; ma non casco nel vostro trabocchetto. Se fossi davvero razzista non vi avrei dato il permesso di dormire qua dentro, non credete? Vi avrei già cacciato da un pezzo, come faccio coi marocchini e gli albanesi. Io rispetto tutti i punti di vista.

ICARO                  Non quelli dei marocchini e degli albanesi, mi pare.

UOMO                  Che c’entra? Se uno viene a derubarmi e ad ammazzarmi in nome delle sue tradizioni e del suo dio, be’, lo ammazzo prima io se posso.

EVEMERO           Il dio per cui ci si ammazza è qui, su questa terra, ed è lo stesso per tutti.

DEDALO              (guarda sorridendo Evemero) Parola di Evemero?

EVEMERO           (sorridendo a sua volta) Parola di Evemero!

UOMO                  E allora che ognuno si ammazzi a casa propria e non venga a invadere il nostro paese, a levarci il lavoro, a rubarci le mogli, le figlie. Ma sapete come trattano le donne quelli? Sono dei trogloditi. Voi almeno avete deciso di vivere da soli, non volete farvi una famiglia.       

DEDALO              Ecco! La famiglia! Questo potrebbe essere un bell’argomento da dibattere nel nostro gioco: il ruolo che ha la famiglia nella cultura occidentale.

PROMETEO         E la possibilità, forse utopistica, che nasca una società alternativa alla nostra in cui la famiglia come la intendiamo noi occidentali non esista più.

UOMO                  E come no! Sai che bellezza! Alla fine di una giornata di lavoro uno torna a casa e non trova nessuno; si cucina da solo, si lava i piatti, si stira le camicie, senza una donna che pensi alle faccende di casa. Sai che bellezza! Per non parlare dei figli: se non c’è la famiglia che fine fanno i figli? Me lo dici?

EVEMERO           Forse quando faremo il nostro gioco qualcuno di noi sosterrà le sue idee.

UOMO                  Ma che idee vuoi sostenere tu che sei un frate? Come puoi parlare di famiglia proprio tu che hai scelto di rinunciare ai piaceri della donna e dei figli?

DEDALO              Nel nostro gioco ognuno di noi sostiene delle idee che non devono necessariamente corrispondere alle proprie convinzioni.  

PROMETEO         Se poi sarà stato tanto bravo da convincere addirittura se stesso della giustezza della tesi che ha sostenuto, tanto meglio: avrà fatto un passo avanti sulla via della conoscenza.

UOMO                  Boh! Io non vi capisco. Non so di che gioco state parlando. Mi sembrate quattro matti. Sono vent’anni che faccio il guardiano dei parchi pubblici; di barboni ne ho conosciuti a bizzeffe; ma strani come voi non ne ho mai incontrati; siete particolari, diversi da tutti gli altri.

DEDALO              Chissà, se giocasse al nostro gioco e facesse l’avvocato difensore di uno di noi, forse alla fine si troverebbe a condividere la nostra vita.

UOMO                  Non credo proprio. Solo il pensiero di vivere come voi mi fa impressione. Senza uno scopo nella vita, senza una donna, un figlio che ti aspettano a casa, mi sentirei un fallito. Voi sarete innocui e pure divertenti e magari migliori di altri vostri simili; ma ciò non toglie che restate dei rifiuti della società.

ICARO                  (alterato) Non so se siamo miglior di altrinostri simili; so che  siamo migliori di molti suoi simili.

PROMETEO         (si rivolge ad Icaro ammonendolo pacatamente) Ah, ah, ah! Ricorda: ‘Humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari…

ICARO                  (continuando la frase)…sed intelligere’. Sì, sì, lo so, professore; ma certe volte si fa fatica a giustificare tutto senza reagire.

PROMETEO         Eppure soltanto se riuscirai ad assimilare questo concetto avrai compreso il senso e l’utilità del nostro gioco.

UOMO                  Parla chiaro, professore; non usare quella strana lingua per intendervi solo tra di voi. Di che gioco stai parlando? Voglio capire anch’io.

DEDALO              Quando ne abbiamo voglia, in genere durante la notte, ci divertiamo a scegliere un argomento su cui discutere e ad assumere il ruolo di personaggi realmente vissuti oppure di fantasia che hanno sostenuto idee magari lontanissime dalle nostre. E qualche notte fa, a proposito della tolleranza, il professore aveva assunto la parte di Spinoza e aveva citato quella frase dal Tractatus Theologico-politicus.

PROMETEO         Ma non credo che lei abbia bisogno degli ammonimenti di Spinoza, signor guardiano.

UOMO                  E chi sarebbe questa Spinoza? (i quattro sorridono)

PROMETEO         Benedetto Spinoza. E’ un filosofo olandese morto un po’ di tempo fa.

UOMO                  Bè, io l’olandese non lo capisco; quindi parla in italiano e spiegami perché non ho bisogno dei suoi ammonimenti, ammesso che li voglia?

DEDALO              Perché lei e i suoi simili non smetterete mai di considerarci degli esclusi, degli esseri da eliminare perché per opportunismo, per ignoranza, per pigrizia intellettuale, non sapete o non volete riconoscere che vivere equivale a con-vivere e che quindi chi non sa con-vivere non sa vivere.   

UOMO                  Ah, adesso sarei io, con altri sei miliardi di persone, che non sappiamo vivere! Mentre voi, che avete capito tutto, vivete da parassiti alle spalle della società come le pulci sulla groppa dei cani. Ma fatemi il piacere! E’ comodo sfruttare gli altri senza dare niente in cambio.

EVEMERO           Il maestro non ha parlato di sfruttamento ma di convivenza.

UOMO                  Maestro? Eccone un altro! Ma qui siete tutti maestri! Tu che insegneresti?  

EVEMERO           E’ maestro di musica. Suonava in una grande orchestra.

UOMO                  Ah sì? E che suonava? il piffero?

EVEMERO           Il violino.

UOMO                  E anche lui ha capito che vivere da barbone è meno faticoso che vivere da persona normale?

ICARO                  Una grave forma di artrosi gli ha impedito di continuare la sua professione

DEDALO              Mia moglie ad un certo punto si è stancata di mantenermi e mi ha cacciato di casa. Ho cominciato a suonacchiare il violino sotto una fermata della metropolitana. Un giorno due fratellini di 10 e 12 anni si sono fermati ad ascoltare e non volevano più andarsene. La madre ha fatto fatica a staccarli da me. Il giorno dopo li ho visti ricomparire. La madre era stata costretta a riportarli. E quelle visite sono andate avanti per vari giorni fin quando non sono stato invitato ad andare a casa loro per dare lezioni di musica. Dopo qualche mese ai due fratellini si erano aggiunti altri tre loro compagni. E quindi per la povera mamma risultava complicato ospitarli tutti ogni pomeriggio. Allora con le altre madri si rivolse al preside della scuola per chiedere uno spazio dove io potessi insegnare musica a quei ragazzi. Lo spazio mi fu concesso e anzi il preside mi mise a disposizione un vecchio pianoforte che giaceva inutilizzato nella sala riunioni. Sono passati quattro anni e il numero di allievi è triplicato. Io ovviamente non chiedo alcun compenso, ma le famiglie dei ragazzi comprano tutto il materiale necessario: la carta da musica, i vari strumenti per i loro figli, le corde per il mio violino; e il preside mi lascia a disposizione il locale dove tengo le lezioni ogni pomeriggio durante tutto l’anno scolastico.

UOMO                  Ma che bella storia! (ironico) Mi viene quasi da piangere! Certo che ne avete di fantasia per esservi inventati ognuno una sua storia tanto assurda ma che sembra vera!

PROMETEO         Se invertisse i termini sarebbe nel giusto.

UOMO                  Quali termini dovrei invertire?

PROMETEO         Secondo lei le nostre sono storie assurde ma che sembrano vere. In verità sono storie vere che a lei sembrano assurde. Se un autore di teatro volesse scrivere una commedia su di noi, dovrebbe usare uno stile che definirei realismo improbabile.

UOMO                  Be’, io non sono un autore di teatro; e non so se voi siete degli attori che stanno recitando una parte.

ICARO                  No, non siamo attori. Se mai, quando giochiamo, diventiamo personaggi.

UOMO                  Per me siete soltanto quattro sbandati non tanto normali di testa.

DEDALO              Ma se fossimo realmente quelli che le abbiamo detto di essere, ci considererebbe ancora degli sbandati fuori di testa?

UOMO                  Se foste quelli che dite di essere non stareste qui stamattina a fingervi normali, ma ognuno starebbe a casa sua o al lavoro a guadagnarsi da vivere, come tutte le vere persone.

PROMETEO         Mh! Questa congiunzione lessicale è molto interessante; l’antonimia che lei ha usato è efficacissima per definire la differenza che c’è tra noi e voi.

UOMO                  Che ho usato io? Professore, sta attento a quello che dici. Io non ho usato proprio niente. (i quattro sorridono)

PROMETEO         Vede, per tornare alla lingua dei nostri avi, in latino ‘persona’ significa ‘maschera’ e la maschera è la finzione per antonomasia.

UOMO                  Per chi?! (i quattro sorridono) E’ inutile che sghignazzate, signori sapientoni. Parla chiaro professore; che vuoi dire coi tuoi paroloni difficili?

PROMETEO         Voglio dire che senza volerlo, usando una contraddizione in termini, lei ha colto nel segno. Se diamo al vocabolo ‘persona’ il significato originario di ‘maschera’, voi siete delle ‘vere finzioni’: vi presentate nel vostro ambiente sociale quotidiano con una maschera in volto che nasconda i vostri veri sentimenti ed eviti di rivelare la vostra struttura autentica e profonda. Noi invece, ha ragione, non siamo ‘vere persone’; Tutt’al più, come diceva lui (indica Icaro), durante il gioco diventiamo personaggi, e anche in quel caso non abbiamo maschere che ci proteggano; non ci vergogniamo di essere quelli che siamo, e non abbiamo paura di mettere in discussione le nostre convinzioni. Forse per questo diventiamo facile bersaglio per tutte quelle ‘persone’ che si sentono orgogliose di appartenere a questa società ipocrita e superficiale.

UOMO                  Io non ci sto capendo più niente. Con i vostri discorsi strampalati mi avete confuso le idee. Comunque fate quello che volete e campate come vi pare; l’importante è che non diate fastidio a nessuno. E siccome non credo che le mamme saranno contente di farvi avvicinare ai loro figli, raccattate le vostre robe e smammate dal giardino prima che arrivino i ragazzini. Di notte vi ho dato il permesso di usare la giostra come letto, ma di giorno dovete andare a farneticare da qualche altra parte.

PROMETEO         Sì, ce ne andiamo signor guardiano e la ringraziamo per la sua disponibilità. La giostra, che per noi questa notte era diventata una vetta del Caucaso, fra qualche minuto diventerà, per i piccoli che arriveranno, una prateria selvaggia, o un mare in tempesta, o lo spazio interstellare, o un circuito automobilistico. Vede, per voi ‘persone normali’ la macchinina, il cavalluccio, il delfino, non sono altro che oggetti finti che servono a distrarre i vostri figli. Per loro invece, e anche per noi, la giostra non è una finzione ma diventa uno spazio reale dove la fantasia si muove in assoluta libertà e ci permette di vivere, anche nel solo breve spazio di un giro, sensazioni ed emozioni alle quali voi adulti savi avete rinunciato quando siete scesi da questa giostra.

UOMO                  Ma io non lo so come ragionate! Che razza di individui siete che vi paragonate ai bambini?! Io mi vergognerei se fossi in voi! I bambini a un certo punto crescono, diventano uomini maturi e devono faticare per  crearsi un futuro.

PROMETEO         Bene, noi abbiamo scelto di emulare i bambini e come loro di non curarci del futuro ma di immergerci quanto più possibile in una realtà presente ma lontana da quella di voi adulti che avete dimenticato quali e quanti sentimenti possano nascere da un giro di giostra.   

UOMO                  E’ facile vivere così finché c’è qualcuno che la fa girare, la giostra! Ma pensate se tutti volessero starsene comodi sui cavallucci o sulle macchinine, senza preoccupazioni, senza responsabilità, chi la farebbe girare? Me lo dite? Si fermerebbe tutto; sarebbe la fine del mondo.

DEDALO              Sarebbe la fine di questa società se mai, non del mondo. Il mondo andrebbe avanti ugualmente; e forse potrebbe nascere una nuova società.

UOMO                  Certo, fatta di cicale che cantano e che vivono alle spalle delle formiche che faticano.

DEDALO              No, fatta di formiche che abbiano imparato a cantare come le cicale. Una società in cui gli adulti col crescere acquisiscano, giustamente, il senso di responsabilità che i bambini non possono avere, ma che non perdano la genuina spensieratezza di questi.

UOMO                  Belle parole. E’ facile a dirsi ma la realtà è un po’ diversa. C’è poco da essere spensierati quando si tratta di tirare avanti una famiglia.

EVEMERO           Lei ha ragione, finché la famiglia e la società saranno queste.

UOMO                  Ahhh!! Ricominciamo! Io sto dentro questa società e con questa devo fare i conti. E’ ridicolo vivere nel mondo delle favole come fanno i bambini.

EVEMERO           Anche noi stiamo dentro questa società, eppure, lo dice lei stesso, siamo diversi da voi; cerchiamo di vivere in un modo diverso, in un mondo diverso.

ICARO                  Un mondo che potrebbe essere salvato dai ragazzini.

PROMETEO         (rivolto ad Icaro) Complimenti per la puntuale citazione.

ICARO                  (compiaciuto) Grazie.

UOMO                  E come no? Mando a lavorare i miei figli a dieci anni, così campo di rendita alle loro spalle e canto come una cicala. Ma fatemi il piacere!

EVEMERO           Non si tratta di questo ma di abbandonare l’idea che la vita debba essere, per così dire, scritta solo in forma prosastica e non anche e soprattutto in forma poetica, con fantasiosa fanciullesca spensieratezza.

DEDALO              Si è mai trovato davanti a una scuola elementare all’ora di uscita dei bambini? Quando la strada viene invasa improvvisamente da quel garrulo cinguettio, non le sembra di ascoltare una composizione polifonica carica di poesia?

UOMO                  Ma dove vivete voi? Nel mondo dei sogni! Bisogna essere dei dementi a pensare che un adulto possa comportarsi come un bambino.

PROMETEO         Ha ragione. Ma immagini che meraviglia sarebbe vedere dei compassati impiegati statali o degli operosi metalmeccanici uscire, alla fine di una giornata lavorativa, dal ministero o dalla fabbrica, schiamazzando, rincorrendosi allegri e prendendosi a cartellate sulle spalle, e poi correre ai giardinetti per fare un giro sulla giostra e approdare per qualche istante in un altro mondo.  

UOMO                  Che devo dire? Di fronte a certi ragionamenti mi cascano le braccia. Siete così sprovveduti che fate tenerezza; e se siete veramente quelli che dite di essere, quasi quasi sareste pure da invidiare. Certo che in effetti se tutti fossero come voi, forse si vivrebbe meglio.

DEDALO              E che ci vuole? Noi non facciamo alcuna fatica ad essere come siamo.

UOMO                  Be’, Beati voi. E adesso dove ve ne andate? Che fate fino a questa sera?

PROMETEO         Io me ne andrò all’Università, nel mio studio, a continuare a scrivere il mio saggio sugli emarginati.

DEDALO              Io sono invitato a pranzo a casa dei miei due amichetti perché domani partono per il mare e vogliono salutarmi e ricevere i compiti per le vacanze: gli darò da studiare un duo per violino e viola che ho composto appositamente per loro.

ICARO                  Io, lo sa quello che farò; e nelle due ore libere penso che me ne andrò in biblioteca. Mi aspetta Baruch Spinoza e il suo trattato teologico-politico che ho quasi finito di leggere.

EVEMERO           Io mi aggirerò per le strade e se qualcuno avrà bisogno, sarò ben lieto di offrire il mio aiuto. Nel frattempo cercherò di imparare a memoria un’altra decina di versi del ‘Paradiso perduto’.

UOMO                  Mi sembra che voi il paradiso ve lo siate già guadagnato.

EVEMERO           E già, perché se non lo si trova qui, sulla terra, chissà se ce ne sarà un altro in un’altra vita. (i tre lo guardano stupiti e sorridenti)

ICARO                  E’ sempre Evemero che parla?

EVEMERO           No, questa volta sono io.  

UOMO                  Arrivederci, amici miei. Ricordate di essere qui prima del tramonto perché a quell’ora si chiude e chi è fuori è fuori. (i quattro se ne vanno)

                              Ehi, voi, aspettate! prima di andarvene venite a darmi una spinta. Voglio fare un giro in giostra!  (buio)

                                   

                                                            Fine

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