IL GIORNO DOPO
Atto unico
di LUIZ FRANCISCO REBELLO
Traduzione di Arrigo Repetto
PERSONAGGI
LEI
LUI
IL GIUDICE
IL CANCELLIERE
LA FIGLIA
IL FIGLIO
Commedia formattata da
La scena rappresenta una stanza triangolare dalle pareti molto alte e spoglie. La parete che parte dall' estrema destra del proscenio, molto pi lunga dell'altra, forma con quest'ultima un angolo il cui vertice si trova all'incirca ad un quarto dall' estrema sinistra. La linea di incontro delle due parti non perpendicolare al pavimento, ma obliqua, con una inclinazione da destra a sinistra. Sulla parete pi grande - cio quella di destra - si apre una porta ad arco alta e stretta. Fra l'estrema destra e questa porta una lunga panca di legno rozzo accostata alla parete. Sulla parete di sinistra, abbastanza in alto, una specie di finestrella munita di inferriate. Dal soffitto pende una lampadina senza paralume che, quando accesa, illumina la scena di una luce cruda e violenta. Contro la parete di sinistra un tavolo ed una sedia - (obliqui, rispetto alla ribalta). Sul tavolo un telefono. Le indicazioni di sinistra e destra vanno intese sempre rispetto al pubblico.
Quando s alza il sipario la scena illuminata da una vaga luce mattutina che penetra dalla finestrella. Anche dalla porta, che aperta, la stessa luce grigia, incerta. La lampadina spenta. Nella semi oscurit, quasi una macchia indistinta, si intravvedono sdraiati sulla panca addossata alla parete due corpi: un ragazzo ed una ragazza - (Lui e Lei) che dormono abbracciati. Passa qualche Secondo - Fin quando dalla porta compare il Cancelliere, che ha sotto il braccio un fascicolo di incartamenti. Va al tavolo di sinistra, posa i dossiers, e mentre li scorre ad uno ad uno lancia qualche occhiata furtiva sulla coppia addormentata. Finalmente, separa un incartamento dagli altri.
Il Cancelliere - E' proprio questo. (Sfogliando il dossier e scuotendo il capo in segno di dubbio) Hum... Sembra un brutto affare... (Alza gli occhi dall'incartamento e guarda i due ragazzi) Non so come ne usciranno. (Sta per rimettersi a sfogliare le carte, quando squilla il telefono. Solleva il microfono) Pronto... S... S, sono io... Ah, lei eccellenza... D'accordo, signor giudice... No... No, signor giudice... Soltanto un processo... (Di nuovo guardando i due) Due persone, ma la causa la stessa... Come? Lei dice eccellenza? No, no... Non mi sorprende: l ancora presto... D'accordo, signor giudice... Quando vuole, eccellenza... Ai suoi ordini eccellenza... (E posa il microfono. Lascia in disparte, bene in evidenza, il dossier che stava sfogliando. S avvia alla porta e prima di uscire d un'ultima occhiata ai due che stanno dormendo. E con un cenno del capo tra l'ironico ed il compassionevole mormora) Poveretti...
Una lunga pausa. Dopo, il corpo del ragazzo comincia lentamente a muoversi, come se stesse per svegliarsi. Si separa dall'abbraccio della donna. Si stropiccia gli occhi, si passa una mano tra i capelli spettinati. E raddrizzandosi sulla panca, dice:
Lui - Matilde... (E siccome lei non risponde, pi forte) Matilde...
Lei - (non ancora sveglia del tutto). Cosa c'?
Lui - (scuotendola leggermente). Su, Matilde! E' l'ora. Svegliati.
Lei - (come prima). Che ora? Di che cosa?
Lui si alza. E' un giovane nemmeno trentenne, stanco, scoraggiato. Ha il viso molto pallido, come esangue, leggermente ombrato dalla barba. Indossa un vecchio impermeabile scolorito.
Lui - Presto sar giorno. (Con sconforto) Ancora un altro giorno... (Fa due o tre passi. Accende una sigaretta. Comincia a fumare).
Lei, adesso completamente sveglia, si mette a sedere. E' una giovane di ventiquattro anni, ancora ardente, selvaggia, nonostante tutto.
Lei - Che ora ?
Lui - Non lo so. Ma sicuramente presto.
Lei - E' ancora cos grigio, triste... Cosa ne del sole?
Lui - Chi lo sa! Forse gli passata la voglia di spuntare...
Lei - Con una giornata come questa l'ufficio sembrer ancora pi freddo e pi buio. E il rumore delle macchine pi fastidioso che mai. (Pausa. Poi, con altro tono) Hai dormito?
Lui - Poco. Era quasi mattina. E tu?
Lei - Credo di s. E ho sognato anche...
Lui - (stringendosi nelle spalle). Ora! Sogni!...
Lei - Ho sognato che nostro figlio, qui dentro, batteva, batteva, disperatamente, con i pugni chiusi, come se volesse per forza uscire... E noi gli tappavamo la bocca perch non gridasse... Ma lui batteva e gridava ancora di pi, nel buio...
Lui - (brusco). Taci! (Lei nasconde la testa fra le mani. Un silenzio. Dopo, Lui, lentamente, come se parlasse a se stesso) Questo, o altrimenti il buio, il silenzio. E le domande che inseguono le risposte senza mai raggiungerle, come i cavalli della giostra...
Lei - (all'improvviso). Ascolta! (Rimane come in attesa).
Lui - Cosa stato?
Lei - Non hai sentito? Hanno bussato alla porta.
Lui - (ascolta un momento, in silenzio. Poi). Io non sento niente. Ti sar sembrato. Chi potrebbe essere a quest'ora?
Lei - A me sembrato di sentire... Forse la padrona di casa.
Lui - Il mese finir dopodomani.
Lei - (con un'ironia amara e dolorosa). E' vero, dopodomani! Abbiamo ancora due giorni da vivere!
Lui - Per amor di Dio, Matilde!
Lei - (come prima). Due giorni di vita! La vita intera!
Lui - Non ricominciare, ti prego. Fin qui ci siamo arrivati, no?
Lei - Sono io che comincio? Sono io che comincio? Adesso sarai capace di dire che colpa mia. Dillo, su!
Lui - No, Matilde. Sai bene che non cos. La colpa non tua n mia. E' di... di qualcosa che io non so cosa sia, qualcosa pi grande di noi, pi forte di noi, che ci costringe a precipitare nel baratro... La tua colpa un'altra, Matilde: i tuoi silenzi, le tue parole che mi feriscono...
Lei - E tu? Anche tu hai un'altra colpa, quella di guardare solo per terra... E la vita ci passa davanti, distante da noi... dimenticata da noi...
Lui - Ma cosa vuoi che faccia? Cosa vuoi che faccia?
Lei - Non lo so. Qualcosa. Non possibile restarcene in un vicolo senza uscita. Ci dev'essere una soluzione. Deve esserci. Mi senti, Carlo? Deve esserci. A costo di... (Si interrompe, come se esitasse a proseguire).
Lui - A costo di che cosa?
Lei - Niente. (Guarda altrove. Un silenzio).
Lui - A cosa stai pensando?
Lei - (stringendosi nelle spalle). A questo altro giorno che comincia... E alle parole inutili, ai gesti inutili, ai passi inutili che faremo perch le ore passino, perch faccia buio un'altra volta... (Prendendogli le mani con forza) No, Carlo, cos non pu continuare!
Lui - Lo so, lo so anch'io. E credi che non ne soffra? Che non mi senta mortificato a vivere alle tue spalle? (A un gesto di lei) Alle tue spalle, s! Per lo meno fin quando non trover un lavoro. E' con il tuo stipendio che abbiamo tirato avanti. Ma il tempo dei miracoli, se mai c' stato, passato da un pezzo...
Lei - Qui non si tratta di miracoli. Si tratta di vedere cosa possibile fare, cosa necessario che si faccia. Non te ne accorgi, Carlo, che mi mancano meno di due mesi? E che se fra due giorni non pagheremo la stanza ci getteranno in mezzo alla strada?
Lui - (bruciando la battuta). Taci.
Lei - ... S, in mezzo alla strada! Come tutte le altre volte! Ma lo non ho pi la forza di passare quel che ho gi passato!
Lui - Stai zitta o no?
LEI - Taci! Taci! E' tutto quello che sai dire! Ma poco, capisci? Non basta. Perch dopo dovrai sentire anche lui, e anche se gli ordinerai di tacere la sua voce coprir tutto, tutto... Come net mio sogno di stanotte... E allora sar tardi davvero.
Lui - Cosa intendi dire con questo? Non ti capisco.
Lei - Lo capisci e come. Sai bene cosa intendo dire. E in fin dei conti ero io che avevo ragione...
Lui - Di nuovo con quella storia?
Lei - Non ne siamo mai usciti. E quando eri ancora in tempo non hai voluto. Adesso...
Lui - Ma era un delitto, Matilde!
Lei - E per caso non un delitto costringerlo a venire al mondo, vivere questa nostra squallida, sporca vita? Vivere in questo mondo che ci ha sbattuto tutte le porte in faccia? S. lo , lo ! E ancor peggiore di quell'altro.
Lui - (lentamente, dopo un breve silenzio). E sono stato io a prometterti che un giorno saresti stata felice...
Lei - Oggigiorno tutto si compera. Anche la felicit. E noi non abbiamo denaro...
Lui - (con rabbia). Il denaro, sempre il denaro! Il denaro che rovina tutto, che insudicia tutto e tutti... Chi l'ha e chi non lo ha...
Lei - E ci rende meschini, ci toglie il gusto della vita...
Lui - Quando ti ho conosciuta, Matilde, tu credevi nella vita...
Lei - ... e la vita mi ha deluso!
Lui - Credevi anche nell'amore...
Lei - ... e l'amore si guastato, giorno per giorno, ora per ora. Le macchine da scrivere dell'ufficio sono come mitragliatrici, distruggono tutto quel che vita.
Lui - E tra non molto dovrai smettere di lavorare. Ma pu darsi che da qui a l...
Lei - L, dove? Gli annunci dei giornali? Le ore perdute nelle sale di aspetto? La solita preghiera, ripetuta mille volte? E la risposta di sempre, sempre, sempre... Un no enorme gridato su tutti gli angoli delle strade, scritto su tutti i tetti della citt... E' questo che ti aspetti da qui a l?
Lui - Senti, Matilde. E' necessario che mi ascolti. Con attenzione. Ma soprattutto con calma. Lo so che la vita andata sempre alla rovescia di come sognavamo, che ci ha messo sotto i piedi senza piet, che ha ridotto il nostro amore a un legame, questi poveri sentimenti che ci uniscono ancora, che ci ha gi tolto la gioia di veder nascere
Lui - Ma non pu essere sempre cos. Deve pur cambiare. Vedrai. Verranno giorni migliori...
Lei - Che vuoi riuscire a convincermi se tu sei il primo a non crederci...
Lui - Trover un lavoro. Tu, dopo che sar nato il piccolo, potrai tornare in ufficio. E allora le cose si raddrizzeranno...
Lei - Quando sar troppo tardi... Quando non varr pi la pena...
Lui - (sedendosi sulla panca, i gomiti appoggiati sulle ginocchia e la testa tra le mani). Ma che nome pu darsi a questa ventata di guai che si abbattuta su di noi?
Lei - Lo ha. Puoi chiamarla il diritto di morire...
Lui - (come un'eco ripete). Diritto di morire...
Lei - (con una eccitazione che va gradualmente crescendo). Tutti i giorni si legge nei giornali... Sono notizie che passano inosservate, che non legge nessuno... Un edile che caduto da una impalcatura al quinto piano... Un uomo che si avvelenato per errore... (Ironicamente) Per errore!... Un fornello rimasto acceso durante la notte... (Appena pronunciate queste parole si alza, come sospinta da una molla, impallidendo all'improvviso. E aggrappandosi con forza al braccio di
Lui - fissandolo in viso, grida, con voce soffocata) Carlo!
Lui - (impressionato, alzandosi a sua volta). Cosa c'?
Lei lascia il braccio di Lui. Si sfrega gli occhi. Lentamente guarda attorno. E poi, in un tono spaventato, quasi senza voce:
Lei - Carlo, dove siamo?
Lui - Dove siamo? Ma che domanda! In casa! Dove dovremmo essere?
Lei - No, Carlo... No... Ho l'impressione di... S, proprio cos... Di essere entrata all'improvviso in una stanza al buio... E' come se avessi ancora negli occhi la luce di fuori e non riuscissi a distinguere le cose che vi si trovano... Soltanto ombre, macchie... (Voltandosi di nuovo verso di Lui) Dove siamo, Carlo?
Lui - (senza comprendere). Ma... non capisco... Matilde... Cos'hai?
Lei - C' qualcosa... qualcosa... Ma non sono capace di... Si avvicina e poi... Sembra che si trovi a portata di mano e all'improvviso la sento lontana, lontana... (Facendo uno sforzo per vedere meglio) Tutti i giorni... nei giornali... Un edile che caduto da una impalcatura... Un fornello acceso tutta la notte... Un fornello acceso... (Con un grido soffocato gli si getta tra le braccia e lui la stringe con forza a s) Oh! Carlo! Ho paura! Ho paura!
Un breve intervallo, interrotto dall'apparizione sulla porta del Cancelliere. Per nessuno dei due lo vede, poich Lei nasconde il viso sul petto di Lui che volta le spalle alla porta. Fin quando il Cancelliere, dopo averli osservati per qualche tempo in silenzio, dice rivolgendosi verso d essi:
Il Cancelliere - Allora? Vi siete detti tutto quello che dovevate dirvi?
Nel sentire una voce estranea i due si separano immediatamente. Nei loro volti si legge la sorpresa. Stando sulla porta il Cancelliere sorride tranquillamente.
Lui - (attirando la donna verso di s, come per proteggerla). Lei chi ? Cosa vuole da noi?
Il Cancelliere - (dirigendosi verso di essi). Non spaventatevi. Il conto che vi verr presentato non si paga col denaro. Ed io immagino che sia questo che vi preoccupa quando qualcuno bussa alla porta... Ma adesso non si tratta di questo. E poi io non ho nemmeno bussato. Scusate...
Lui - Ma lei chi ? Come entrato qui?
Il Cancelliere - (incisivo, tagliente). Qui? Ma dove crede di essere?
Lui - Questa bella! In casa mia. Nella mia camera.
Il Cancelliere - Se lei sapesse come lontana la sua camera... Se sapesse come irrimediabilmente lontana...
Lei - Senti, Carlo? Cosa ti dicevo?
Lui - Finiamola! Non mi va che mi s parli per enigmi! Dove ci troviamo allora? (Il Cancelliere continua a guardarlo con lo stesso sorriso ironico) Su, risponda! Lo dica? Perch ci troviamo qui?
Il Cancelliere - (calmo). Tra poco lo saprete. Il signor giudice non tarder a venire.
Lui - Capisco sempre di meno! Di quale giudice sta parlando adesso? Se si tratta di uno scherzo, lo trovo di pessimo gusto, e tengo a farle sapere che non sono disposto a...
Il Cancelliere - Si calmi. Non precipiti le cose. Non appena sar qui lui saprete tutto.
Lui - Tutto! Ma tutto che cosa, per la miseria?! (Lo afferra per i risvolti della giacca e lo scuote) Una volta per tutte ci dica dove siamo e chi ci ha portato qui!
Lei - (mal celando, sotto una calma apparente e forzata, una crescente eccitazione nervosa). Lascialo stare, Carlo. Mio Dio! Possibile che tu non abbia ancora capito...
Lui - Anche tu?! Ma capito che cosa?
Lei - (con una specie di risata nervosa). Che siamo morti! Finiti, morti!... Capisci adesso?
Lui - (lasciando andare il Cancelliere, che si riassetta la giacca). Ma tu sei impazzita! Morti!... Come se una cosa del genere avesse senso! E camminiamo, parliamo, ci muoviamo... Questa una panca, quello un tavolo, l c' una porta... E tu mi vieni a dire che siamo morti! Che sproposito!
Lei - S, Carlo, morti. Cerca di ricordarli. La nostra conversazione di stanotte. Tutte le strade che si sono chiuse davanti a noi. La miseria nascosta dietro l'angolo in attesa che nascesse nostro figlio per saltargli addosso... E il fornello acceso... Quella nausea, quella specie di sogno. Poi il risveglio nell'aldil... Dove non c' pi vita, dove non c' pi niente...
Lui - Taci! Sei uscita di senno! Non sai quel che dici!
Lei - Poco fa non lo sapevo, ma ora s.
Lui - Ma allora... allora... Questo... Cos'?
Il Cancelliere - La sala dove sarete pro cessati.
Lui - Processati? Ma perch? Cosa abbiamo fatto? E chi che ci deve giudicare?
Il Cancelliere - Il giudice di cui parlavo poco fa.
Lei, in una improvvisa esplosione nervosa, scoppia in una risata angosciosa, quasi un singhiozzo.
Lui - Perch ridi, Matilde! Perch ridi a questo modo?
Lei - (si lascia scivolare a sedere sulla panca. Sempre ridendo). Morti! Siamo morti! Capisci cosa vuol dire? Lo capisci? Morti!... Tutto il nostro passato d'un tratto fermo li, come in una istantanea da mettere in un album... E le pagine seguenti resteranno bianche, definitivamente bianche... Per sempre! E' bastato chiudere la porta e le finestre, accendere il fornello, e nient'altro... Morti! Mio Dio, non avevo mai pensato che potesse essere cos! (E continua a ridere istericamente).
Lui - Smettila, Matilde! Smettila di ridere. Questo non che un incubo. Da un momento all'altro ne usciremo. E la vita...
Lei - (si alza e con un grido bestiale). Ah, no! Questo no! Non voglio! D nuovo la stessa angoscia, di nuovo le solite cose... Non voglio! Sono stufa! Stufa! Era l'ora che finisse!
Lui - Ma non ti accorgi che non pu essere... Che tutto questo non ha senso...
Lei - Ti sbagli. Tutto questo ha senso. Ma non l'hai ancora capito?" A questo modo tutti i nostri problemi sono risolti. Non ci sono pi difficolt per noi. E nemmeno dopo dovremo pi preoccuparci. Non c' pi futuro. Non l'abbiamo mai avuto un futuro! (Ride, istericamente).
Il Cancelliere - Stia attenta!... Se il signor giudice la sentisse...
Lei - E se sente? Non vero, forse? Il futuro non mai esistito. L'unico futuro la morte.
Il Cancelliere - No! Il futuro la vita. La vita che continua per gli altri. Che continua sempre.
Lei - Ma nemmeno gli altri esistono. Credono di esistere, e nient'altro. Perch un giorno anche ad essi capiter come a noi. Si ridesteranno dall'altra parte, da questa parte, e allora tutti i loro problemi, tutte le meschinit della loro esistenza, non avranno pi senso.
Il Cancelliere - Il signor giudice sa spiegarle bene queste cose. Ma a me personalmente mi sembra che sia esattamente il contrario di come dice
Lei - Perch la vita di tutti e la morte solo di ognuno... Ed l nel mondo che accadono tutte le cose...
Lei - E' quello che dico io! Dopo non pu accadere pi niente. N di bene n di male. Dopo tutto finito!
Il Cancelliere - (per qualche attimo la guarda in silenzio. Poi, come se le parole gli fuggissero di bocca). Ma c' sempre il processo.
Un silenzio imbarazzato.
Lui - (rompendo finalmente il silenzio). Ma lei chi ? Si pu sapere chi ?
Il Cancelliere - Semplicemente un modesto e anonimo funzionario. Soltanto un cancelliere di tribunale... (Pausa, quindi andando alla porta e guardando fuori) Sta arrivando il giudice.
Come istintivamente Lei e Lui retrocedono fino ad appoggiarsi alla parete d destra.
Un breve intervallo. Entra il Giudice, che si dirige al tavolo. Il Cancelliere accende la luce premendo un pulsante che s trova alla sinistra della porta. La luce cruda della lampadina accentua violentemente i contorni, ingigantisce le ombre. In particolare l'ombra del Giudice, seduto, dovr riflettersi sulle pareti come a dominare gli altri personaggi.
Il Giudice - (entrando, rivolgendosi al Cancelliere). Buon giorno.
Il Cancelliere - (premuroso). Felice giorno, signor giudice. (Va a mettersi alla sinistra del Giudice, tra il tavolo e la parete di destra).
Il Giudice - Quanti processi abbiamo per adesso?
Il Cancelliere - Solo uno, signor giudice. E' il caso di cui ho parlato poco fa con sua eccellenza al telefono. Una coppia...
Il Giudice - Sono qui tutti e due?
Il Cancelliere - Sono quei due l, signor giudice. (Indica i due, che rimangono immobili. Pausa. Il Giudice inforca gli occhiali e li guarda di sfuggita).
Il Giudice - La pratica?
Il Cancelliere - E' quella l. L'ho tirata fuori io, signor giudice.
Il Giudice - (sfogliando il dossier e parlando tra s). Un altro caso di diserzione... E' sempre la solita storia... Ma, vediamo un po'. (Rivolgendosi ai due) Avvicinatevi. (In silenzio, Lui e Lei vanno a mettersi di fronte al tavolo del Giudice).
Il Cancelliere - Fermatevi l. (I due si irrigidiscono, quasi sull'attenti).
Il Giudice - (li fissa in silenzio per qualche attimo. Essi abbassano il capo. E poi comincia a parlare). Prima di passare alla causa voglio farvi avvertiti della sua importanza e del suo significato. Insomma, si tratta di giudicare due vite umane. Di giudicare il modo in cui sono state vissute. Di come hanno riempito le loro giornate. Come si dice sulla terra, il tempo che si incarica di far giustizia agli uomini... (A mo' di conclusione) Ecco il compito di questo tribunale. (Cambiando tono) Passiamo all'interrogatorio. (In questo momento, il Cancelliere si china su di lui e mostrandogli un punto del dossier gli parla all'orecchio. Egli annuisce) S, s, ho visto. C' anche quella aggravante...
Lei - (bruscamente). Dovevamo farlo, signor giudice! Non c'era altra soluzione. Non ci restava che quella via di uscita.
Il Giudice - (facendole cenno di tacere). Andiamo per ordine. E cominciamo dal principio. Quando vi siete conosciuti?
Le risposte che seguono sono sempre dette dai personaggi, che restano immobili tutto il tempo, in direzione del pubblico.
Lui - Quasi un anno fa, signor giudice.
Lei - Un anno la prossima primavera, quando nascer nostro figlio...
Lui - Un anno che stato molto pi lungo di un anno...
Lei - Che durato un'intera vita...
Lui - Giusto il tempo perch tutto nascesse e morisse...
Lei - Tutto. Il nostro amore, la nostra fiducia nella vita... La stessa vita...
Lui - Quando alla sera uscivo dall'ufficio -perch allora ero ancora impiegato - incontravo Matilde che tornava dal lavoro. E un giorno mi accorsi che solo a vederla respiravo meglio, le strade erano pi larghe, il sole pi tiepido... Mi accorsi che fuori dalle scartoffie, dalle fatture, dai conti correnti, c'era vita... E la vita aveva gli occhi, i capelli, il corpo di Matilde...
Lei - Nel mio ufficio non si sentiva che il ticchettio delle macchine da scrivere, dalla mattina alla sera. Era come una scarica di mitragliatrice. Guastava tutto e riduceva tutto a un foglio di carta bianca pieno di lettere e di numeri. Alla fine della giornata era Carlo, ritrovarmi con lui, che mi ridava la voglia di ricominciare il giorno dopo...
Lui - Fu cos che cominci...
Lei - (voltandosi verso di Lui). Ma come abbiamo potuto, Carlo, arrivare a questo! Che tutto finisse strada facendo!
Il Giudice - Vi prego di evitare i commenti. Continuate a limitarvi ai fatti.
Lui - Una sera... Eravamo gi in primavera. Durante il giorno era piovuto e le strade erano bagnate. E l'erba del giardino brillava come un cielo pieno di stelle...
Lei - Senza nemmeno accorgercene ci prendemmo per mano... (1 due si afferrano le mani).
Lui - Ci sedemmo su una panchina, ancora umida di pioggia, a parlare... (Sempre tenendosi per mano i due siedono sulla panca).
Lei - E la sera, intorno a noi, ci faceva stringere l'uno all'altra... Ci faceva stare vicini...
A partire dalla quarta risposta le luci hanno cominciato ad abbassarsi gradatamente e adesso soltanto i due seduti sulla panca sono illuminati.
Lui - (mutando tono, rivivendo il dialogo di allora). E' una bella serata, non le sembra?
Lei - Bella. E la terra odora di bagnato. E' bello...
Lui - Le piace?
Lei - Molto. E l'erba cos verde... Guardi che colore ha il cielo! Che meraviglia! Come fa piacere tutto questo dopo che si passato tutto il giorno chiusi in un ufficio scuro e squallido!
Lui - Si sente bene qui?
Lei - Come non mi sono mai sentita, mi creda!
Lui - Anch'io, Matilde. Se sapesse... Ah, se fossi capace di dirle... (Si interrompe, imbarazzato).
Lei - (incoraggiandolo). Dica, dica!
Lui - Tutto quello che lei, Matilde, significa per me... In ufficio, durante il giorno, come se il tempo si fermasse... Sospeso, in attesa dell'ora in cui ci incontreremo... E solo allora mi sembra che cominci il vero giorno... Lei - (chiudendo gli occhi). Continui... Mi piace sentire la sua voce. Mi fa bene sentirla dopo tutto quel rumore delle macchine!
Lui - Vuol sapere una cosa, Matilde? Dal giorno che l'ho conosciuta, cambiato tutto... Mi crede?
Lei - S che la credo, Carlo. (Pi basso, posando una mano su quelle di lui) Anche per me.
Lui - Ho smesso di sentirmi solo. E lo sa? E' come se la mia vita di prima non fosse mai esistita... O che appartenga a qualcun altro... Mi piacerebbe riuscire a spiegarmi meglio.
Lei - Ma io la capisco, Carlo!
Lui - Non neppure un mese che ci conosciamo e ho l'impressione di conoscerci da sempre!
Lei - Anche a me capita lo stesso, Carlo. (Una pausa. Dopo, mutando tono ed indicando un albero, che adesso non si vede) Il sole sta per andarsene. Guardi come sono belle, con questa luce, le gocce di pioggia sui rami...
Lui - (attirandola a s e baciandola sui capelli). E sui tuoi capelli, Matilde...
Lei - (dopo una pausa, appoggiando la testa alla spalla di lui). Oh! Carlo! ma possibile che sia sempre cos? Che sia sempre cos per tutta una vita?
Lui - (accarezzandole i capelli). S, Matilde... Tenendoci per mano saremo pi forti di ogni cosa. E un giorno...
Lei - (in un sussurro). Un giorno...
I due restano immobili, silenziosi, per qualche tempo, ciascuno seguendo i propri pensieri. Poi Lei, scostandosi, dice:
Lei - Hanno acceso i fanali... Sar una notte meravigliosa. Il cielo tutto stellato... (Di nuovo appoggiandosi alla spalla di Lui) Sarebbe tanto bello che questo momento non passasse mai! (Un'altra pausa, pi breve).
Lui - Ho in mente tanti progetti, tante idee... Vedrai. Quando mi aumenteranno lo stipendio...
Lei - (raddrizzando il busto). Te ne hanno gi parlato?
Lui - Non ancora. Ma non dovrebbe passare molto. Il direttore contento di me. E stando a qualche mezza parola che ho sentito...
Lei - Oh Carlo, che bellezza!
Lui - Se le cose vanno come spero io, alla fine di quest'anno le cose andranno meglio.
Lei - (con una punta d sconforto nella voce). Alla fine dell'anno!
Lui - Cinque o sei mesi passano in fretta. E poi abbiamo la vita davanti a noi.
Lei - (aggrappandosi a Lui, ansiosa). Ma saremo felici, non vero, amore mio?
Lui - S, Matilde. Saremo felici.
Lei si alza all'improvviso e nel mentre si riaccendono le luci illuminando la scena come prima di questo dialogo evocativo. Bruscamente, con ferocia, grida:
Lei - E non lo siamo stati! Non siamo stati felici! La vita ci ha tradito, ci ha mentito. Ha distrutto tutti i nostri sogni, tutti i nostri progetti. E' giusto questo? Domando: giusto che sia cos?
Il Giudice - Continuate con la vostra storia.
Lui - (mentre Lei torna a sedersi sulla panca, scoraggiata, abbattuta). Nonostante le difficolt il nostro amore cresceva. Per noi il mondo andava dalla latteria sull'angolo, dove ci incontravamo tutte le sere all'uscita dell'ufficio, alle strade della citt che percorrevamo a braccetto, tenendoci stretti. E un giorno - era domenica - la vita ci leg con l'ultimo filo, il pi forte, quello che ci mancava per sentirci ancora pi uniti...
Lei - (alzando la testa, uno sguardo selvaggio negli occhi). Fu tutto cos semplice, cos naturale... Come se dal principio del mondo uomini e donne non fossero esistiti che per farci incontrare un giorno, perch le nostre strade ci unissero...
Una pausa.
Il Giudice - E poi?
Lui - (tristemente). Dopo... Dopo le cose cominciarono ad andare male. In ufficio ci furono dei licenziamenti e a fine d'anno, invece dell'aumento che speravo, mi trovai con una lettera di raccomandazione in tasca... Quante scale ho salito! A quante porte ho bussato! E sempre la stessa risposta, sempre la stessa parola: crisi! La stessa parola a martellarmi nelle orecchie, a perseguitarmi giorno e notte, da ogni parte, da ogni parte!
Il Giudice - (indicando la donna con un cenno del capo). E lei?
Lui - Una sera ci demmo appuntamento ai giardini, alla stessa panchina dove la nostra storia era cominciata. (Come in precedenza, le luci di scena cominciano ad abbassarsi) Erano tre quarti d'ora che aspettavo... (Lei si alza lentamente dalla panca dove seduta e gli va incontro)... che ti aspettavo con trepidazione. Ma nello stesso tempo avevo paura di parlarti, di dirti quello che dovevo dirti. Finalmente arrivasti.
Adesso soltanto i due sono illuminati. Lui si volta verso di Lei, come se fosse giunta in quel momento e come poco prima rivivono il dialogo di allora.
Lui - Oh, finalmente! Temevo che non venissi. (La conduce verso la panca. Si siedono).
LEI - Ho dovuto convincere mia madre a farmi uscire. Non le piace restare sola in casa la sera. E' tanto che aspetti?
Lui - Mezz'ora, pi o meno. Di preciso non lo so, ho dimenticato l'orologio a casa.
Lei - (guardandolo negli occhi). Anche l'orologio?
Lui - (dopo un breve silenzio, evitando lo sguardo di lei). Oggi mi scadeva l'affitto della camera.
Lei - (posando una mano sulle sue). Mio povero Carlo! (Un altro silenzio. Dopo, quasi con paura) E allora?
Lui - (senza guardarla). Allora, cosa?
Lei - Hai trovato qualcosa?
Lui - (si leva in piedi senza rispondere, fa qualche passo in silenzio. Poi parla, voltandole le spalle). Niente.
Lei - Oh, Carlo! (Si alza a sua volta, lo prende sottobraccio e si stringe a lui) E adesso? Cosa faremo?
Lui - E che ne so! Aspetteremo...
Lei - (dolorosamente). Aspetteremo!...
Lui - S, aspetteremo! Cos'altro posso dirti se quanto mi sento dire in tutti i posti? Se vuole aspettare... Forse il mese prossimo... Ci sono altre domande prima della sua... Ripassi tra qualche tempo . Aspettare, aspettare! Nemmeno questo vale pi la pena. Forse troppo tardi! (Si separa bruscamente da lei e va a sedersi sulla panca, la faccia nascosta tra le mani).
Un silenzio. Lei resta immobile, lo sguardo fisso innanzi a s. Gli passa un braccio sulle spalle.
Lei - (con dolcezza). Carlo... (Lu conserva la stessa posizione di prima) Carlo... Ormai non pi possibile tenere la cosa nascosta per molto tempo...
Lui - Lo so.
Lei - Mia madre non si ancora accorta di niente. Ma prima o poi...
Lui - Lo so.
Lei - Se si trattasse solo di noi due... Ma cos...
Lui - (guardandola in modo interrogativo). E allora?
Lei - Mi venuto in mente che... (Ma si interrompe, come se le mancasse il coraggio di proseguire).
Lui - Che cosa? Su, continua!
Lei - (evitando di guardarlo). Mi hanno dato un indirizzo...
Lui - (senza capire dove lei voglia parare). Un indirizzo?! (Lei china la testa. E il suo silenzio una risposta. Lui si alza e le prende i polsi con forza) Ah, no! No! Questo mai, capisci? Sarebbe un delitto!
Lei - (quasi gemendo). Ma dobbiamo fare pure qualcosa...
Lui - Sia quel che sia. Ma questo mai.
Lei - (sollevando su di lui un povero sguardo angosciato). E allora?
Lu - (la guarda in silenzio, come rinsavendo. Le lascia liberi i polsi. Fa qualche passo. E dice). E' vero. E allora?
Lei - (con timore). Se ci andassi.
Lui - (con violenza). Taci! Non devi pi parlarne, capito? (Lei abbassa il capo. Una pausa. Poi, con poca convinzione) Ho incontrato un amico e mi ha promesso di trovarmi qualcosa da fare. Lo vedr dopodomani.
Lei - Chiss se si far vedere...
Lui - In giro c' parecchia gente nelle mie condizioni, che non sa come arrivare a domani!
Una pausa
Lei - (con decisione). Dir tutto a mia madre.
Lui - Matilde!
Lei - Le dir tutto. E' meglio. Pu darsi che ci aiuti a trovare una soluzione.
Lui - Pu essere peggio...
Lei - Peggio? Peggio di cos? Com' possibile!
Lui - Se lei non capisse...
Lei - E perch non dovrebbe capire? Non stata giovane anche lei? Nemmeno lei ha avuto la vita facile...
Lui - Erano altri tempi...
Lei - E questo che importanza ha? Le dir tutto. Prima o poi l'avrebbe dovuto sapere. Preferisco che lo sappia subito da me.
Lui - Forse hai ragione.
Lei - Ti ricordi di quella sera, seduti su questa panchina? Ti ricordi che io ti chiesi se sarebbe sempre stato cos, come allora, tutta la vita? Se avremmo potuto essere sempre felici? Allora non lo sapevo che fosse tanto difficile... E non immaginavo nemmeno che l'avrei capito cos presto. Ma io voglio essere felice! Ne ho il diritto, come le altre, di esserlo! E voglio essere felice. Ho ancora abbastanza coraggio, sai?
Lui - (attirandola a s). Te ne sono grato, Matilde.
Mentre la scena torna ad illuminarsi completamente, Lei si separa" bruscamente da Lui e rivolta verso il Giudice grida.
Lei - Ma oggi non ho pi coraggio. Il destino ha voluto che non fossi felice e che ogni cosa morisse come il mio bambino prima ancora di nascere!
Il Giudice - Continui. Allora, disse tutto a sua madre?
Lei - (con un altro tono). Tutto, signor giudice.
Il Giudice - E lei?
Lei - (abbassando il capo). Fu come Carlo temeva. Non volle capirci.
Le luci cominciano di nuovo ad abbassarsi. Lentamente Lui si avvicina a Lei.
Lui - (posandole una mano sulla spalla). Non te l'avevo detto, Matilde? Tua madre ha vissuto in tempi diversi. Era tutto diverso. Adesso...
Un fascio di luce illumina soltanto Lei lasciando il resto della scena avvolto nel buio.
Lei - (con crescente intensit, rivolgendosi ad un personaggio invisibile che reso per presente dalle pause che intercalano le battute che seguono). No, mamma. Non possibile che tu non capisca. Anche tu sei stata giovane come me. Anche tu hai sentito crescerti dentro quest'ansia, questo desiderio smisurato di stringersi al petto il mondo intero. Anche tu hai desiderato con la stessa forza, con la stessa impazienza, che la vita luccicasse nei tuoi occhi, sorridesse sulle tue labbra, si accendesse nel tuo corpo. E se te l'avessero impedito, se ti avessero negato il diritto di essere felice, se ti fossi sentita tradita e derubata come me, anche tu avresti gridato, come grido io. Perch io non devo essere felice, mamma? Perch devo lasciarmi sfuggire di mano le cose belle della vita? Perch? Domani potrebbe essere tardi, potrei ritrovarmi con le mani vuote... Vuote, mamma! Capisci cosa vuol dire questo? Vuote... No, mamma, non coprirti gli occhi, non tapparti le orecchie... Non voltare la faccia, mamma! E' impossibile che tu non capisca. Se sapessi cosa significa passare l'intera giornata chiusa tra quattro pareti, con quel maledetto ticchettio nelle orecchie, nella testa... Se sapessi, mamma! Quando esco e trovo Carlo ad aspettarmi come se spuntasse solo allora il sole, come bere un bicchiere d'acqua quando si muore d sete. Bisogna che tu mi capisca, mamma. Bisogna che tu capisca che oggi ho ventitr anni e ho paura, s, mamma!, paura di svegliarmi domani a cinquanta, seppellita in un abito nero, paura di morire senza avere sentito la vita scorrere dentro di me. Mi senti, mamma? Mi senti? Devi, devi capirmi... (E si lascia cadere in ginocchio, il viso nascosto tra le mani, il corpo scosso da singhiozzi, che non si sentono).
Una pausa abbastanza lunga. Finalmente Lui - mentre le luci si riaccendono a poco a poco - le si avvicina, le posa dolcemente una mano sulla spalla.
Lui - Matilde...
Lei rabbrividisce. Un'altra pausa. Si scopre il viso. E poi, lentamente, si rialza. Con voce incolore, senza in flessioni.
Lei - Fu tutto inutile. Non volle ascoltarmi. Scrisse a mia sorella che sposata, che vive in provincia. E and ad abitare con lei.
Lui - (lentamente). Cosa ti dicevo, Matilde? Sono tutti contro di noi...
Lei - (appena un sussurro). Tutti contro di noi...
Il Giudice - E allora rimaneste soli in citt?
Lei - (in un altro tono). Andai a vivere con Carlo. Prendemmo in affitto una camera. Ma il nostro amore, il nostro povero amore fin per seccare, come un fiore strappato dalla terra...
Lui - Trovai un posto in una ditta, che fall poco tempo dopo. Non mi diedero nemmeno tutto quello che mi spettava. E c'era la camera che bisognava pagare tutti i mesi. E nostro figlio stava per nascere...
Lei - Dopo un mese dovetti smettere di lavorare. Quali prospettive ci offriva il futuro? Per noi e per Lui..
Lui - Tutto divenne una catena... Anche il nostro amore.
Lei - Non facevamo che bisticciare...
Lentamente, le luci cominciano ad abbassarsi di nuovo.
Lui - E ieri sera...
Lei - Ieri sera mi prese pi forte, fino ad ossessionarmi, quell'idea che di quando in quando mi passava per la mente. Non mi riusciva di pensare ad altro. E allora...
Nel pronunciare queste ultime battute i due riprendono la stessa posizione in cui si trovavano alla fine della prima scena. Il riflettore puntato su di essi. Ripetono il dialogo.
Lui - Ma non pu essere sempre cos. Deve pur cambiare. Vedrai. Verranno giorni migliori...
Lei - Come vuoi riuscire a convincermi se tu sei il primo a non crederci...
Lui - Trover un lavoro. Tu, dopo che sar nato il piccolo, potrai tornare in ufficio. E allora le cose si raddrizzeranno.
Lei - Quando sar troppo tardi... Quando non varr pi la pena...
Lui - (sedendosi sulla panca, i gomiti appoggiati sulle ginocchia e la testa tra le mani). Ma che nome pu darsi a questa ventata di guai che si abbattuta su di noi?
Lei - Lo ha. Puoi chiamarla il diritto di morire...
Lui - (come un'eco ripete). Diritto di morire...
Lei - (con una eccitazione che va gradualmente crescendo). Tutti i giorni si legge nei giornali... Sono notizie che passano inosservate, che non legge nessuno... Un edile che caduto da una impalcatura al quinto piano... Un uomo che si avvelenato per errore... (Ironicamente) Per errore!... Un fornello rimasto acceso durante la notte...
Una pausa.
Lui - (voltandosi verso di lei, con un grido soffocato, come se avesse capito solo adesso il significato di quelle parole). Matilde!
Si spegne il riflettore e si riaccendono le luci.
LEI - (voltandosi verso il Giudice). Per questo ci troviamo qui. Per colpa di un fornello rimasto acceso durante la notte.
Il Giudice - Che avete lasciato acceso. E' diverso.
Lei - Non ci restava altra soluzione, signor giudice. Qualunque strada tentassimo, signor giudice. Non c'era scampo. E poi, fra due giorni scadeva l'affitto della camera...
Lui - E nostro figlio doveva nascere fra un mese, un mese e mezzo.
Il Giudice - Ma chi ve l'ha detto che la morte poteva essere una soluzione?
Lei - Con la morte finito tutto, signor giudice. Tutti i problemi, tutte le preoccupazioni.
Il Giudice - Eppure tutto questo passato continua a pesarvi sulle spalle. Continua a seguirvi passo a passo come un'ombra alla quale non possibile sfuggire, alla quale sarete legati per sempre. E vi accusa, implacabile!
Lei - Non potevamo farne a meno di rinunciare a quella vita che ci impediva di essere felici. Dovevamo dire no a quel mondo dove tutto denaro, denaro sonante, anche l'amore...
Lui - La vita ci ha tolto tutto, tutto... Amore, fiducia, coraggio...
Il Giudice - E invece era proprio questo il momento di lottare! Per questo siete accusati di tradimento.
Lei - Tradimento?! Ma se stata la vita a tradire noi!
Il Giudice - Spettava a lei l'ultima parola.
Lei - E poi, c'era lui! Che mi sentivo scorrere nel sangue come un fiume sotterraneo e che non avevamo il diritto di far venire al mondo, di costringerlo ad accettare questa esistenza angosciosa... Perch un giorno non dovesse chiedercene conto, perch non ci chiedesse...
Quando Lei pronuncia le parole Che mi sentivo scorrere nel sangue , compare sulla porta una figura di donna, che resta immobile ad ascoltare il resto della battuta, con un sorriso di scherno sulle labbra, la mano sinistra sul fianco e la destra appoggiata allo stipite della porta, all'altezza del capo. Appena Lei pronuncia le ultime parole, la donna, come se le rispondesse, dice, restando sulla porta.
La Figlia - Perch mi avete messa al mondo? Se non l'aveste fatto non sarebbe accaduto niente di tutto questo...
Lei - (alle prime parole della Figlia retrocede, spaventata. Ed esprimendosi a fatica, balbettando, dice). Questa donna... Ma no, non possibile... Non possibile che sia...
La Figlia - (ridendo, rauca). S, vostra figlia, s! Sono io vostra figlia! Ed perch mi riducessi a questo che mi avete messa al mondo!
Lei - (rifugiandosi tra le braccia di Lui). Non vero! Questa donna non ...
Lui - No, Matilde. Questo non altro che un incubo. Una allucinazione. Vedrai che usciremo da questa storia assurda e inverosimile...
La Figlia - (in tono ironico). Vi piacerebbe che fosse cos, non vero? Un incubo! Come tutto si semplificherebbe... Come tutto quanto diventerebbe facile e persino piacevole... Una semplice sfregatina agli occhi e via! Di nuovo tutto al proprio posto. Ma il guaio che non si tratta di un incubo. Sono io, io, vostra figlia, capite?, sono io che mi trovo qui...
Lei - (sollevando la testa dal petto di Lui e voltandosi lentamente verso la Figlia). Perch sei tornata?
La Figlia - (avvicinandosi a Lei). Sarebbe una storia lunga da raccontare... E' la vita... Se qualcuno mi avesse detto, quando lasciai questa casa, che un giorno sarei tornata, gli avrei riso in faccia! E invece, come vedete, sono di nuovo qui...
Lei - Ma sei tornata per restare?
La Figlia - Macch restare! Ci mancherebbe altro! Sono bastati i sedici anni che ho dovuto passare tra queste pareti. Soffocavo. Ero stufa della vostra miseria! Stufa di invidiare le altre, i loro vestiti, i loro gioielli, la loro vita... Cosa erano, in fin dei conti, le altre... Cosa avevano pi di me?
Lei - Se avessi seguito i nostri consigli...
La Figlia - Ah! Ma non capite che io non mi facevo illusioni. Lo sapevo benissimo cosa mi aspettava. (Per un attimo la sua voce acquista un tono malinconico, ma subito torna ad essere dura, come in precedenza) Lui mi piaceva, vero... E forse avremmo potuto essere felici insieme... Eppure non ho mai dubitato che prima o poi lui mi avrebbe lasciata, che ne sarebbero venuti altri... Ma era un'occasione, l'unica che mi si offriva di uscire da questa vita di miseria, da questa vita che ho sempre odiato!
Lui - Ti dimentichi che tua madre l'ha vissuta.
La Figlia - Proprio per non dimenticarlo sono scappata. O credevate che io fossi disposta a fare la stessa fine? Ma guardala! Guarda i suoi capelli bianchi, la sua faccia piena di rughe, le sue mani rovinate... E ha poco pi di quarant'anni! Come avrei potuto adattarmi a una vita del genere?!
Lei - Taci! Non sai quel che ti dici!
Lui - Dovresti vergognarti!
La Figlia - (voltandosi rapidamente verso due). Vergognarmi? E con quale diritto mi accusate quando la colpa di voi due, unicamente di voi due? Con quale diritto potete giudicarmi se siete stati voi a mettermi al mondo? Io non ve l'ho mai chiesto di nascere!
Lui - E nemmeno noi volevamo darti una vita come la tua.
La Figlia - (scuotendo le spalle). Quando uno nasce non pu pi aspettarsi niente di peggio...
Lei - (coprendosi le orecchie). Taci! Taci! Non voglio sentirti! Non ti voglio pi sentire!
La Figlia - Adesso tardi. Adesso mi devi sentire. La colpa vostra! Di tutti e due!
Lui - Ma allora perch sei tornata? Per renderci la vita ancora pi infelice? E' cos?
La Figlia - Voglio che sappiate che non mi sono pentita di quello che ho fatto. Lo rifarei, anche ora, dopo tutto quello che mi accaduto. In questa casa non si respirava. In questa casa non si viveva. In questa casa non si mai vissuto!
Lei - (precipitandosi verso il Giudice). L'ha sentita, signor giudice? La sente? E fu perch questo non accadesse, perch da qui a vent'anni questa scena non potesse accadere, che chiudemmo la porta e le finestre e lasciammo il fornello acceso. Qualunque cosa era preferibile che sentire un giorno questa donna, nostra figlia!, insultarci a questo modo...
La Figlia - (accanto alla porta, nella stessa posizione del principio della scena). Vi ho chiesto qualcosa? Se non mi aveste messa al mondo tutto questo non sarebbe accaduto... (E scompare).
Un lungo silenzio.
Lei - (lasciando cadere le braccia lungo il corpo, quasi sussurrando). S... Qualunque cosa, piuttosto che sentire tutto questo...
Un'altra pausa.
Il Giudice - Non avete altro da aggiungere a vostra discolpa?
Lei - Ci comprenda, signor giudice... Quale diritto avevamo di costringerla a vivere una esistenza miserabile e senza speranza come la nostra?
Il Giudice - E perch vostro figlio doveva essere infelice? Se l'aveste lasciato decidere da solo del suo destino, forse un giorno lui sarebbe venuto a bussare alla vostra porta, sarebbe entrato in casa vostra, e forse sarebbero state altre le sue parole...
Questa volta una figura di uomo che si inquadra sulla porta. La scena seguente dev'essere condotta in maniera estremamente viva, in evidente contrasto con quelle precedenti ma con grande semplicit, evitando qualsiasi eccesso declamatorio.
Il Figlio - Pap! Mamma!... Se sapeste come sono felice!
Lei - (staccandosi da Carlo e poi rivolgendosi al Giudice esclama). Felice?! Nostro figlio, felice?! Ma mai possibile, signor giudice!...
Il Giudice - Ascoltatelo... Sentite, adesso, quello che vi avrebbe detto Lui ..
Il Figlio - Maria, mamma...
Maria - .. Non appena me l'ha detto sono corso a dirvelo...
Lui - A dire cosa?
Il Figlio - Ma non l'avete capito? Maria deve avere un bambino! Un figlio mio! Dovrebbe nascere in primavera...
Lei - (come ricordando). Anche tu sei nato in primavera...
Il Figlio - Me l'ha detto poco fa quando sono tornato a casa. Non so dirvi come mi ha fatto contento... Un figlio mio! Ha un senso la vita a questo modo! E come...
Lei - (lentamente, rivolgendosi a Lui). Ti ricordi, Carlo... Quando lui stava per nascere... Ti ricordi come tutto era diverso... Cos diverso...
Lui - E' vero.
Lei - Tutti quei pensieri che ci tormentavano... La paura, gli interrogativi che ci ponevamo... Che potesse diventare un infelice...
Lui - Che un giorno potesse accusarci di averlo messo al mondo...
Il Figlio - Accusarvi? E perch?
Lei - Avevamo paura, figlio mio...
Lui - Paura che la vita ti riservasse quello che aveva dato a noi...
Il Figlio - Ma i tempi cambiano, pap. Il mondo non si ferma. E oggi la vita diversa per tutti...
Lei - I primi tempi sono stati duri. Se tu sapessi...
Lui - Sembrava che tutto fosse contro d noi...
Lei - Adesso, quando mi guardo dietro, provo una sorta di vertigine. Mi sembra tutto un sogno, un incubo... Eppure tutto questo realt... Le nostre ansie, i nostri dubbi... Adesso, vederti cos contento... (In un passaggio brusco, rivolgendosi al Giudice) No, non pu essere, signor giudice! Non pu essere accaduto. E' una menzogna! Menzogna! Lui non nostro figlio. Non avrebbe potuto parlare cos...
Il Figlio - (vicino alla porta, come all'inizio della scena). I tempi cambiano... La vita non si ferma... Ha un senso la vita a questo modo! (E scompare).
Lei - (gridando). Figlio!... (Si porta le braccia al seno, come se tenesse un bambino in braccio, e a voce bassissima sussurra) Figlio...
Lui le si avvicina in silenzio e la stringe a s.
Il Giudice - Per colpa vostra, solo per colpa vostra non potrete mai sentire queste parole...
Lei - Che colpa ne abbiamo noi?
Lui - Anche noi abbiamo creduto nella vita. Ma poi...
Lei - Poi fu lei a tradirci, che distrusse i nostri sogni, le nostre speranze... E a cosa pu servire la vita quando non ci si crede pi?
Il Giudice - Ma chi pu mai dirlo cosa ci aspetta? I giorni non sono mai uguali...
Lei - Per noi la vita era finita...
Il Giudice - Eppure non passa giorno che la vita ricominci.
Lei - (come con paura). Ma allora...
Il Giudice - Ecco la vostra colpa! Il vostro delitto! Le avete voltato le spalle. Avete perduto la fiducia nella vita. Sarebbe bastata una possibilit, una sola, che vostro figlio fosse felice, perch valesse la pena di aspettare il giorno dopo.
Lei - Allora... stato tutto inutile?
Il Giudice - Inutile, s. La causa chiusa. E chi vi ha condannato non sono io, ma vostro figlio. E i figli che non potrete mai avere. La linea della vita che si spezzata nelle vostre mani...
Lei - (supplice). Io non lo sapevo, signor giudice... Noi non lo sapevamo...
Lui - Sembrava impossibile che potesse esserci un giorno dopo...
Lei - E adesso? Cosa possiamo fare ora?
Il Giudice - Niente. Assolutamente niente. Ve l'ho detto: la causa chiusa.
Il Giudice si alza, si toglie gli occhiali, li mette in tasca, ammucchia le carte sul tavolo, ecc. Intanto Lei parla.
Lei - (con disperazione). Signor giudice!... Io non lo sapevo... Non lo sapevo! Non l'ho mai saputo che potesse essere possibile... che le cose potessero svolgersi diversamente... Ma adesso, adesso che lo so... La prego, signor giudice! Mi lasci tornare in vita! Adesso lo so. Voglio che mio figlio nasca, che cresca, che diventi uomo come gli altri. Mi lasci, signor giudice! Mi lasci tornare alla vita!
Il Giudice - (stando sulla porta). Si vive soltanto una volta. E quando si rinuncia alla vita non si torna indietro.. Ormai troppo tardi. (Ed esce).
Dopo l'uscita del Giudice, il Cancelliere spegne la lampadina e rimane accanto alla porta da dove filtra la luce del giorno che sorge.
Lei - Signor giudice!...
Le sue braccia disegnano nell'aria un ultimo gesto supplice in direzione del Giudice, per poi ricadere inermi lungo i fianchi. S volta lentamente fino a collocarsi di fronte al pubblico ed osserva dolorosamente e in silenzio le sue mani inutili e vuote. A lenti passi Lui le si avvicina.
Lui - Matilde...
Lei - (voltandosi a guardarlo, in un tono di profondo sconforto). E' finito tutto, Carlo... Tutto. (Lu la stringe a s, in silenzio).
Il Cancelliere - (che rimasto accanto alla porta). Solo per voi finito tutto. L fuori quasi giorno, sta per spuntare il sole. Le prime sirene delle fabbriche, la gente nelle strade. E in un quartiere povero, una camera come la vostra, amore e miseria, disperazione e speranza, sta per nascere una creatura nei cui occhi c' gi la luce del giorno dopo...
Mentre il Cancelliere parla, Lui e Lei, curvi sotto il peso del loro destino sbagliato, vanno a sedersi sulla panca. Non sono altro che una macchia scura ed indistinta. Per contro, di l della porta si scorge irrompere il giorno.
FINE
- Questo copione è stato visto:


