Il giudice Fausto e l’avvocato Mefisto

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IL GIUDICE FAUSTO E L'AVVOCATO MEFISTO.

IL GIUDICE FAUSTO E L'AVVOCATO MEFISTO.

STORIA DI STRAORDINARIA CORRUZIONE.

  

       

di

Gennaro Francione

Deposito S.I.A.E - 12 dicembre '94

                           Ai miei crogiuoli d'amore

                           Astrid, David e Maya

                           che m'ispirarono

                           Elena-Margherita,

                           Mefisto, 

                           la Regale Fanciullina.

                          

PREFAZIONE

       

        L'opera Il giudice Fausto e l'avvocato Mefisto.  Storia di straordinaria corruzione s'inserisce in due filoni culturali, l'uno tedesco e l'altro italiano, destinati per  motivi diversi a varcare le frontiere dei rispettivi  paesi e ad assurgere  alle forme dell'universale. Intendiamo riferirci alla figura del Faust e al dramma della corruzione in giustizia di Ugo Betti.

        Il primo sentiero percorso è quello rappresentato dal mito faustiano, figura tra lo storico e il leggendario  la cui fama nacque in Germania e invase il mondo intiero, nel succedersi d'innumerevoli opere ispirate a quel topos. Al riguardo  accanto alla ripetuta rievocazione letteraria della figura reale del dottore maledetto, ribelle, chiromante, taumaturgo quattrocentesco, troviamo forme innovative che hanno voluto identificare il personaggio nel coinventore della stampa, il tedesco Johann Faust di Mainz(Maximilian Klinger), o nel geniale compositore Adrian Leverkuehn, che vende l'anima per riavere l'ispirazione musicale perduta(Thomas  Mann).

        L'attuale opera s'inserisce in quest'ultima linea perché per la prima volta si fa del Faust un giudice che vende l'anima nella forma più infamante: la corruzione in fatti di giustizia contro la potenza nell'avere ma soprattutto nel sapere.

        L'altro filone è più tipicamente italiano, ma pur esso universale, essendo il giudice-scrittore Ugo Betti rappresentato con Pirandello ed Eduardo all'estero presso i più grandi teatri del mondo.

        Mentre Betti interpreta la corruzione in una chiave realistica, ammantata comunque da un inquietante senso di mistero sulle cose umane, tanto più fitto in quanto si tratta dell'anima dei giudici, Il giudice Fausto e l'avvocato Mefisto tratta il fenomeno in chiave magica, spettacolarizzata, talora altamente trasgressiva.

        Per questo attinge a piene mani dalle trattazioni demonologiche, cartomantiche, alchemiche e in chiave più moderna dalle  cosiddette filosofie dell'underground, di cui le attuali generazioni di magistrati sono impregnate.

        Al di là delle modalità il testo affronta però con lo stesso ardore bettiano il problema dei dilemmi e della caduta del giudice, in un mondo più che mai gravido di tentazioni, di collusioni, di solitudini.

                        *  *  *

        Nel "Prologo",  dal titolo Il solitario di Temi, il vecchio giudice Giovanni Fausto mostra il suo eremitaggio perdendosi, con le fantasie di una vita perduta, nel gioco della carte. Il solitario è l'emblema della sua esistenza.

        Nell'"Atto Primo"(Il patto diabolico) sopraggiunge l'avvocato Mefisto, il diavolo. E' un demonio mondano perché, mentre avvolge Fausto con l'amicizia e un gioco di carte a due in cui fa vincere l'avversario, gli propone poi l'atto più immondo per un giudice: la corruzione.

        Il lavorio è lento, ai fianchi, con un colpo finale al cuore della mente. Di fronte al miraggio dell'oro e della giovinezza riconquistabile Fausto resiste bellamente, ma nulla può più  quando Mefisto gli propone, col vendersi, di toccare con mano la realtà di una conoscenza totale. Sapienza non più astratta, permeata eventualmente da una soffusa pietas per mitigare i rigori gelidi della legge, ma concreta, quando colui che predichi l'Essere Diverso lo sperimenti nella realtà.

        La criminalizzazione del giudice viene esaltata come atto sublime, che consente, dopo, di porsi al di là del bene e del male, nella totalità compatta dell'esperienza.

        Tra incubi, come  quello del magistrato corrotto squartato da Cambise, e dubbi della coscienza, rappresentati da implausibili voci del popolo di cui Fausto dovrebbe essere il portavoce numero uno, alla fine il patto orribile è accettato.

        Un processo gigantesco, tentacolare, viene sgonfiato dal Presidente, che si avvale, come inconsapevoli complici dei suoi due giudici a latere e del timor reverentialis che in loro incute.

        Il gioco è fatto. E' il momento d'incassare la busta.

        Ma soprattutto è il momento magico di uno changemant de la vie totale. Siamo all'Atto Secondo, intitolato "I mille fiori del Giudice Nero".

        Fausto comincia a frequentare taverne ricolme di birra e  di giovani studenti, case da gioco dove addirittura accetta di imbrogliare giocatori con un elettrizzante "violino" a due.

        Nella caduta inarrestabile verso il vizio Fausto entra nelle strade del sesso a pagamento  e, dopo aver posseduto la meretrice Margherita, se n'innamora, non riamato.

        Mentre appare misteriosa in scena un'antica fiamma, la ormai anziana Elena, Fausto invoca Mefisto di mantenere il patto. Vuole l'amore totale di Margherita. Qui Mefisto tresca alla maniera di Cyrano e propone strategie sopraffini di coinvolgimento dei sensi totali. Dopo aver abbagliato gli occhi con l'oro, si tratta di colpire le nari femminee riempiendosi di profumo, ma soprattutto le orecchie e il cuore con un'aria melodica meravigliosa. Apparirà Fausto ma canterà il fresco Mefisto dalla bella voce.

        L'amore scoppia ma ha vita breve. L'amore, come il resto, è caduco. Ancora Mefisto propone di annegare la pena dandosi ai viaggi.

        Volando come uccelli i due atterrano, dopo aver visto le 7 Meraviglie del Mondo, nel deserto del Messico. Qui Mefisto trova il cactus sacro, il peyotl, e ne offre  all'amico, compiendo l'ultima micidiale trasgressione: l'assunzione di stupefacente da parte di un giudice.

        La rapa magica priva a tal punto Fausto della ragione da fargli scorgere spaventosi fantasmi, ma soprattutto fa sì che egli assista ora alla chiara trasformazione di Mefisto in  demonio, con tanto di rosso e di corna.

        La radice diabolica ha modificato la percezione del mondo, facendo apparire altri universi al vecchio magistrato. Ma anche l'apertura artificiale di tutte le porte percettive finisce con lo stancare.

        Fausto è deluso. I suoi rimorsi sembrano riverberarsi sinistramente sulla sua vita.

        Scoperto, per sfuggire alla polizia si ritira nelle fogne. Altra scorpacciata di mescalina e là si verifica l'incubo finale.

        Siamo all'Atto Terzo: "Caduta e sabba processuale".

        E' il tempo della "Notte di Valpurga", con orribili stregoni e streghe che cavalcano le scope sotto il Grande Capro, con Mefisto in veste di maestoso sacerdote nero.       

        Fausto vorrebbe rinnegare il patto, e invece subisce il ricatto delle potenze infernali, sotto cui al di là della visione si potrebbe, per accenni fugaci di Mefisto, nascondere nel reale la Massoneria. Se vuole salvare la sua libertà fisica ed evitare l'infamia sul suo nome dopo la cattura, Fausto deve consacrare il patto pubblicamente nel Sabba, baciando la natica del Capro. E' l'osculum infame del rito di Bafometto.

        Il prezzo, in una nuova visione, è la perdita dell'intero mondo. Infatti la conquista dell'anima del giudice più onesto del mondo rappresenta per i diavoli la vittoria sulla stessa umanità.

        A questo punto il magistrato ritorna. E' pronto a sacrificare se stesso, per salvare la terra.  E così il Grande Peccato è pareggiato dal Grande Sacrificio. L'equilibrio della bilancia è ristabilito.

        Invocato nuovamente Dio e sottoposto all'ordalia della prova del fuoco, Fausto esce indenne, purificato.

       Il fuoco è il riflesso più perfetto e puro in cielo come in terra della Fiamma Unica. E' vita e  morte, origine e fine di ogni cosa materiale. Simbolo delle forze cosmiche di autopurificazione, brucia le impurità, libera dalle colpe.

        Ora il giudice redento è davvero pronto a tutto. Per una legge di bilanciamento il suo gesto d'amore verso l'umanità è ricompensato da un estremo atto d'amore ricevuto. Quello di Elena che gli rivela una verità clamorosa.

        E' l'Epilogo: "Il Crogiuolo d'Oro".

        Mefisto è figlio di loro due, nato da un'unica  meravigliosa notte d'amore su un lago.

        E qui c'è il paradosso dell'apparenza e della sostanza. La donna vecchia  che si mostrava così pura, ricorda che comunque divenne l'amante fedigrafa del magistrato e che il loro figlio diabolico, fu il frutto di un grave peccato.         

        Ora il padre va al figlio e in un abbraccio finale reciproco si assume il compito di salvare se stesso col figliuol prodigo non più diavolo. Lo convince  a darsi insieme alla polizia.

        Insieme fusi sotto la rete realizzano i due l'Uovo Alchemico, da cui fuoriesce l'Homunculus, ovvero la Fanciullina Regale.

        E' l'essere più prezioso, la creatura astratta globale, l'Eros concettuale che si fa carne.

  

                       *  *  *

        La struttura dell'opera ricalca naturalmente alcuni topos della vicenda faustiana, soprattutto nella versione fornita da Goethe, riassemblati in chiave del tutto innovativa e originale.

        In primis la figura del giudice in veste di Faust è cosa del tutto nuova, come abbiamo visto. Per contraccolpo inevitabile nella neostruttura Mefisto è diventato l'avvocato corruttore, libertino, giocatore, gran viaggiatore.

        Quanto agli elementi dinamici l'opera è tutto un uscire ed entrare nel tempo con onde a sinusoide, assimilando con armonia quasi melodica antichità e modernità.

        Il tempo nostro(col pentitismo, i viaggi in jet ad esempio) si fonde insensibilmente a un tempo altro(il costume medioevale di Elena  e Margherita), infilandosi ultradimensionalmente in un improvviso mondo da favola(la lampada di Aladino che s'intreccia come topos a quello del patto col  diavolo). Talora il rizoma è attuato con la storia leggendaria(la pelle del giudice corrotto squartato  da Cambise) ovvero  con i recenti miti della   cinematografia(il rapporto tra Fausto e Margherita riecheggia quello tra il professore e la chanteuse Lola-Lola in Angelo Azzurro).

        Stessa procedura è adottata per lo spazio.

        Lo spazio è del tutto ideale, cosmopolitano, universale e assume per questo nomi di fantasia assoluta ma strutturata(la città giudiziaria Onian, il cui nome riecheggia lontanamento l'onanismo mentale dei giudici) ovvero  tratti da terre mitiche(Ewaipanoma, paese citato da Sir Walter Raleigh e ricoperto da una giungla fittissima attorno al fiume Coara, affluente dell'Orinoco, dove abitano esseri strani con occhi sulle spalle e bocca in mezzo al petto). Ma poi ci sono repentini squarci con spazi quotidiani: una camera di consiglio di  giudici italiani, una birreria di Heidelberg, una pianura arida del Messico.

        In questo senso il viaggio tra peccato e morale di Fausto è un viaggio nel tempo  e nello spazio, ovvero oltre i tempi e gli spazi. Solo in questo  modo peraltro era possibile realizzare quel senso di coralità che non dev'essere solo riferito  a parole, ma simbolizzato e soprattutto visualizzato, spettacolarizzato con oggetti, situazioni, elementi tecnologici, topografie.

        E' bastato,talora,  un gesto iconografico per far intendere una situazione. La visualizzazione scenica dell'Innamorato nel tarocco di Marsiglia ad esempio. Al centro Fausto amante ai cui lati da una parte Margherita, giovane prostituta, dall'altra Elena, vecchia e pura. In questo senso la spettacolarizzazione si sposa alla pittura, come capace di esprimere nella statica il paradosso  di una dinamica silurante e intuitiva.

        In quella sintesi di elementi si sono utilizzate strutture della filosofia underground, che tipicamente realizza la fusione tra  elementi esoterici passati e  moderni.

        A partire dalla caverna di Platone, espressa in chiave giudiziaria, per arrivare all'uso del peyotl, che ricorda l'antropologo Castaneda portatosi nel deserto messicano  a fare esperienza diretta dei paradisi artificiali, sotto la guida dello stregone Don Juan. Un viaggio "serio" dell'antropologo che vuole studiare sul campo i fenomeni, non contentandosi delle enunciazioni libresche.

        E' la stessa cosa che capita a Fausto. La vera, sottile molla che lo spinge a vendersi non è il potere dell'oro e del corpo in sé, ma proprio la sete di una conoscenza assoluta, così galattica da implicare la vendita dell'anima e da annullare tutti i valori di giustizia, pur esplicitati santamente dall'uomo più     onesto del mondo.

        In questa chiave si spiega l'universalità dell'opera, fondata sulla caduta del giudice e sulla fusione inevitabile della sua sorte al destino di un'intera razza, influendo l'agire di Fausto in quello che è diventato attraverso di lui un vero Giudizio Universale.

                        *  *  *

        Un'ultima notazione.

        Dal punto di vista strutturale trattasi di  opera   rappresentabile con canoni classici o multimediali  parafilmici attraverso trasmissione di diapositive, attori   umani,  uso    di fantocci soprattutto per azionare i demoni del Sabba.

        Il Giudice Gabriele Cerminara, scultore in legno e drammaturgo, costruirà e animerà i fantocci infernali manovrandoli con l'aiuto della  sua équipe.

PERSONAGGI

(per ordine d'importanza)

GIOVANNI FAUSTO: IL GIUDICE

MEFISTO: L'AVVOCATO

MARGHERITA: LA BELLA PROSTITUTA

ELENA: L'AMANTE VECCHIA

UN PRETE

1° GIUDICE DI SINISTRA

2° GIUDICE DI DESTRA

LO STUDENTE FROSCH

LO STUDENTE BIRGAN

LO STUDENTE PERKEO

LO STUDENTE FLIK

IL BARISTA

ALTRI STUDENTI

2 GIOCATORI

LA MAITRESSE

3 PROSTITUTE

4 PERSONE ANONIME

STREGHE E STREGONI

L'HOMUNCULUS

PROLOGO

            

IL SOLITARIO DI TEMI

        Lo studio nella casa del giudice Fausto.

        Una libreria con molti volumi disordinati e ammassati copre il fondale per tre quarti e la quinta di sinistra.

        Sulla destra del fondale un lucernario lancia una luce cupa, crepuscolare, rossa. Sotto, un mappamondo. Accanto, vicino al punto d'inizio della biblioteca, la statua di Temi sorregge la bilancia della giustizia.

        Sulla quinta di destra, quadri classici e una porta di entrata, semiaperta.

        Sulla sinistra, ad angolo con la libreria, una vecchia poltrona.

        Sul proscenio, uno a destra e  uno a sinistra, due specchi.

        Al centro scena un tavolino dietro cui il vecchio giudice Fausto, con capelli arruffati, ciabatte e una vestaglia da camera logora, gioca al solitario.

FAUSTO(gettando giù le carte sul tavolo mestamente, a una a una):  

        Ahimè, vecchio. Presidente al vertice della Piramide... Che bella soddisfazione! Una vita intiera a giudicare, a trattare le persone come birilli abbattuti da un bambino inferocito e insipiente. E ora... decrepito, inutile, in questa giornata d'autunno, rossa e fredda. Qui  a gestire un solitario come quel tal Napoleone...

        Lui sì che era bravo. Giocava tra una guerra e l'altra per conquistare il mondo con le regine, i fanti, i suoi re. Ma io, con queste condanne, con le lacrime di gente inerme, cosa guadagnerò? Cosa vince mai un giudice?

        Mi sento disperso.  Inutile. Come questa vita che sembrava tanto lunga! Filata via... Fiuuuu... La giovinezza mi dava il senso di una vita eterna, eppure essa per prima se n'è volata via come una piuma.

        Gioca e annega la tua anima nelle carte di sant'Antonio, stupido fantoccio di Temi!

        Fausto spande davanti a sé le carte e ne tira via quattro.

FAUSTO:

        Cuori, quadri, fiori, picche.(Si alza e si aggira sulla scena) Come, quando, fuori, piove... Piove su quest'anima persa, priva d'affetto e d'amore(Mostra sbandierandola la carta di cuori). Piove su quest'onest'uomo cui l'oro della probità cosa ha prodotto!? Roba logora e una... ciabatta bucata(Mostra sbandierandola la carta di quadri e poi alzandola davanti al pubblico la ciabatta con un buco sotto)Guai ai giudici integerrimi poveri in canna! Fante di picche(Mostra mestamente la carta di picche)Forse arriva un messaggero di sventure. Qui, solo, senza famiglia, vecchio e disarmato! Rientro in casa e mi guardo alle spalle. Quante volte fremo a un minimo rumore e persino nella notte, quando il sonno degli anziani è già così fragile e lieve, basta un nonnulla per farmi sobbalzare... Il terrore di essere assalito da un malintenzionato, forse da un manigoldo  che condannai nella schiera dimenticata dei reietti, mi sorprende. Solo e indifeso col rischio di essere giustiziato a bastonate da un braccio crudele nella notte... Cosa mi rimane(Guarda sconsolatamente l'ultima carta) Solo un fiore: il piacere lontano della mia onestà.

        Io pretendo di essere giusto, ma davvero non c'è giustizia a questo mondo. Vedete come la terra ha ripagato le mie ansie quotidiane, i miei dubbi di coscienza sulla sorte degl'imputati, i miei sforzi di conoscenza critica misurati da una paradossale commistione di implacabilità  e di pietà?

        Fausto rimette a posto le quattro carte e si porta al tavolo. Dove mescola il mazzo e ridistribuisce la  carte, per un nuovo solitario.

ATTO PRIMO

                      IL PATTO DIABOLICO

SCENA 1

        Sopraggiunge l'avvocato Mefisto entrando sommessamente dalla porta di destra. Ha i capelli grigi, colore del male per eccellenza.

        Indossa un cappottone nero con sotto un  maglione dolce vita pure grigio. Il nero è il colore della notte, della magia nera, della messa nera e del sabba.

        Nel taschino del cappotto porta un fazzolettone azzurro colore dell'inganno e della truffa. Guanti e scarpe rosse, colore del sangue, del fuoco, degl'inferi, della sensualità.  Ha una     pipa tra le mani.

MEFISTO:

        Come sta caro giudice!

FAUSTO(sobbalzando):

        Come ha fatto  a entrare?

MEFISTO:

        Colpa sua e della sua età... Ha dimenticato l'uscio socchiuso. Di questi tempi farebbe bene a rinserrare la porta con doppio chiavistello e otto robuste mandate! Io l'avevo chiamato. Ho detto: Permesso. Non mi avrà sentito preso com'è dal suo monacale solitario. Il gioco, quando si è molto concentrati, rende un po' sordi... Buon per lei che sono solo il suo amico Mefisto(Si porta dal giudice per una stretta di mano, che l'altro ricambia in maniera spenta)Sta bene allora?

FAUSTO:

        Benino. Ma quando vedo lei, mi sento meglio. Lei ha il potere di rinfocolare la mia voglia di vivere...Lei... giovane, brillante, ricco, pieno di donne...

MEFISTO:

        Fortunato in amore. Sfortunato nelle carte. Ieri ho subito un salasso di 10 milioni... (Piegandosi sul tavolino). Beato lei che si diletta con giochini così innocui,  appartati!

FAUSTO:

         Talora mi vergogno di giocare a carte, qui, tutto da solo. La solitudine è una situazione in cui  capita di trovarsi spesso   e non è allegra. Ma bisogna saperla affrontare.

MEFISTO:

        Non c'è niente di male a giocare con se stessi. Distrarsi è un buon modo per patire di meno, mio caro giudice. Il ludo, se preso a giuste dosi, può essere addirittura bello. Un'oasi nella   vita, un momento di pace.

FAUSTO:

        Io sono amico di Napoleone. Il generale mi ha sempre affascinato. Soltanto che lui si ritirava tra le carte per allontanarsi dal chiasso delle battaglie. Io mi ritiro... solo.

MEFISTO:

        Ché forse le aule di giustizia non sono degli autentici campi da guerra?

FAUSTO:

        Buona metafora.  Solo che nelle nostre aule di giustizia, che vuole, più che tuonare i cannoni rombano i tromboni. Vociare inconcludente delle parti, avvocati gracchianti che confondono l'alzare  la voce con la forza del discorso.

MEFISTO:

        Si vede che lei è uno che ama le carte da gioco...(Ammiccando prende a carezzare il panno verde )Lo si vede dalla cura che mette nella stoffa, rispetto a tutto il resto intendo(strabuzzando gli occhi mostra il ribrezzo per lo squallore della stanza).

FAUSTO:

        Bravo.(Invita con un cenno della mano a sedersi Mefisto, che si accomoda alla sua destra)  Lei è un giovane d'intuito. Le carte per me sono un vero rito. Come un sacramento o un processo. Tante cose si accavallano nella mia casa, ma soprattutto libri, libri, libri. Ma almeno questo tavolo cerco di tenerlo sgombro. Ho comprato appositamente al mercato dell'usato questo panno morbido, verde. Rende facile maneggiare le carte e le preserva dall'usura(Carezza il panno e le carte).

MEFISTO:

        Quel délicatesse! Cura e ricercatezza! E che belle carte!

FAUSTO(compiaciuto):      

        Uso le patience che vanno bene per le mie manone grosse,   nodose. Carte piccole quel tanto che basta a realizzare un ingombro minimo... si fanno righe lunghe in orizzontale e colonne lunghe in verticale senza doversi sbracciare. E senza necessitare di un tavolo troppo grande!

MEFISTO:

        Un giudice vuole essere comodo. Anche in fase ludica... e ne ha ben donde.

FAUSTO:

        Quel che mi affascina di più è la scala di Piranesi...

MEFISTO:

        Non la conosco.

FAUSTO(distribuendo le carte sul tavolo):

        Basta fare una siringa di dieci colonne, nuda, appoggiata a destra, senza riserve, con un bel pozzetto. Quindi  una smazzata sola, regale, a basi celate, a colonne bicolori, snodata[1].  Spero di essere stato chiaro.

MEFISTO(perplesso):

     Mi sembra di sì.

FAUSTO:

     E' il senso che conta. Si tratta  di formare sequenze e metterle in ordine... la vita è tutta una ricerca di ordine. Il caos c'innervosisce, ci fa impazzire. Vuole giocare con me a Belladonna?

MEFISTO:

     Ma certo! con piacere.

     Fausto mischia. Mefisto smazza  e prendono  a giocare metodicamente mentre parlano.

MEFISTO:

     Lei bara, mio caro giudice con se stesso. Lei che sembra odiare tanto il disordine in effetti lo ama, da impazzire. L'imponderabile successione delle carte la intriga come nelle sentenze strutturate, dietro cui si maschera una perenne ordalia d'azzardo logico.

FAUSTO:

     Sta insidiando il mio mondo compatto, giovane collaboratore di giustizia. Direi piuttosto che come fate voi avvocati nei processi il mio compito è il controllo del profitto massimo col minimo dei rischi...

MEFISTO:

     Lei è troppo mentale, egregio consigliere. E più resiste, più dimostra la mia tesi. Gli occhi le brillano, lei che si mostra così ordinato di fronte alla lussuria di un calcolo inadeguato. E a che vale una prudenza eccessiva se il suo cuore reclama una disinvoltura di gioco, una garibaldina distrazione... E poi confessi che non ha mai barato!

FAUSTO:

     Touché. Devo ammettere il contrario. E' vero. Non nego che il solitario permette una certa elasticità mentale e... morale. Tornare indietro per vedere cosa sarebbe successo se... E vincere, dopo aver perso. Insomma cambiare il destino. Questo la vita non lo permette.

MEFISTO:

     Ed è qua che sbaglia. E' tutto nella sua testa. La vita è un gioco di carte e lei può barare con gli altri così come bara con se stesso.

FAUSTO(dopo aver fatto quattro prese):

     Oggi ho una strana fortuna. Io non vinco mai. (Guarda perplesso Mefisto) Immagino, lei che è esperto, che si possa barare anche facendo vincere  gli altri.

MEFISTO:

     La vita del giudice, mio caro  è un jolly, come questo che ho tra le mani. (In quel momento getta un jolly). Qua ora vinco... ma lei... la sua vita  è aperta nel passato a tutte le interpretazioni possibili. Nessuna esclusa. (Guardandosi in giro) Non vede che lei potrebbe apparire un poveraccio...

FAUSTO:

     La mia onestà è la mia ricchezza.

MEFISTO:

     Sta ingannando se stesso, mio caro. Vive sulla luna e continua a imbrogliare la sua anima. La truffa è nell'artificio di far credere valida un'esistenza a senso unico su cui poteva costruire almeno altre 15 vite!

FAUSTO:

     Cosa vuol dire? Non capisco.

MEFISTO:

     Cos'ha tratto dalla sua onestà? Mi perdoni... Nulla.

FAUSTO:

     Non è vero. Nel giudizio sono sempre stato dalla parte dell'uomo. Ho praticato a piene mani la carità...

MEFISTO(piegandosi in avanti):

     Metafisica pura, valida per gli allocchi. Per essere umani fino in fondo bisogna farsi ladro, magnaccio, assassino.

FAUSTO:

     Cosa vuole da me Mefisto? Oggi viene qua. Tutto misterioso a fare ragionamenti che non ha mai fatto. Mi fa vincere a carte... io che non sono capace neppure di vincere nei solitari... Scopra le sue carte.

MEFISTO(gettando tutte le carte a ventaglio davanti al magistrato):

     E' il nostro processo che mi spinge qui.

FAUSTO:

     Ah! Impudente!

MEFISTO:

     Mi perdoni in nome dell'amicizia e della simpatia reciproca che ci ha uniti in questi anni. Non le ho mai chiesto nulla... In fondo cos'è un processo. Un caso tra un milione di altre vicende giudiziarie.

FAUSTO(pensieroso):

     Quale processo.

MEFISTO:

     Quello sulla Massoneria pulita.

FAUSTO(Fausto si alza e va girando):

     Non sapevo che ci fosse anche lei tra i difensori.

MEFISTO:

     Sono stato officiato da poco. Appena da qualche ora...

FAUSTO(avvicinandosi a Mefisto):

     E lei è venuto subito da me!

     Fausto poggia fortemente le mani sulle spalle dell'amico che cerca invano di alzarsi.

FAUSTO:

     Stia giù. Cosa vuole!

MEFISTO(piegandosi in avanti, tutto d'un fiato):

     C'è un vantaggio per lei. Un regalo, molto forte.

FAUSTO:

     Vuole comprarmi?

MEFISTO:

     No, no, no! La giustizia non si compra. Ha tra le mani un innocente. L'oro può aiutarlo a salvarsi.

FAUSTO:

     Innocente? L'imputazione è di concussione, Mefisto. Un reato assai grave. Bustarelle postali fatte recapitare dall'imprenditore coatto in una strada buia a un compare del funzionario anche lui del tutto innocente. Vero? E' questo il suo cliente?

MEFISTO(alzandosi e girando attorno a Fausto):

     Niente corruzione, mio caro Fausto. Il male è comune. Dilaga. Non c'è più salvezza, perché non c'è più colpa nella comune Babele che crolla e tutto  e tutti travolge.

FAUSTO:

     Corruzione, Mefisto. Il male e la pena sono e restano individuali.

MEFISTO:

     Dimentica il sistema. E' il palazzo che vuol essere corrotto!

FAUSTO:

     Il palazzo del governo forse. Non della giustizia.

MEFISTO(ridacchiando):

     Lo crede lei. Povero, illuso, grande amico mio. Mi perdoni... C'è chi sta più in alto di lei, è più giovane di lei, e  vive meglio di lei...

FAUSTO:

     Impossibile.

MEFISTO:

     Tutto è possibile e più sali nella piramide più il potere giudiziario si confonde a quello politico, così come lo stagno si fonde al ferro coagulandosi a formare l'opera al rosso.

FAUSTO(risiedendosi al tavolino):

     I suoi richiami alchimistici non mi toccano.

MEFISTO(incombendo ora lui sul giudice):

     Lascia che io la paghi. I soldi sono tutto. Danno gioie, donne che non ha mai avuto. Fanciulle giovani... Potrà rigenerare la sua pelle con le carni di asine fresche, pascersi del loro latte allo stesso modo dei re che si servivano di giovinette per fare bagni di gioventù. I soldi sono l'elisir di lunga vita, l'eterna giovinezza che è un vuoto niente se non c'è godimento senza fine. E, visto che è senza eredi, se le andrà bene potrà anche far sgorgare dalla provetta un figlio, il delizioso homunculus. Non le sembra una buona prospettiva, di questi tempi?

FAUSTO:

     Mi sta tentando, diavolo d'un avvocato.(Si porta alla finestra, aggrappandosi al muro sottostante) Ha scelto con arte il tempo per circuire la mia volontà. L'ombra della giustizia è venuta nel crepuscolo, nell'ora degli spettri a iniettarmi veleno nel cuore.(Si avvicina a Mefisto e lo guarda fisso in faccia)Lei mi piace, ma oggi la sua faccia la vedo meglio, come non l'ho mai vista prima. E per la verità non mi ispira molto.(Muove la mano innanzi agli occhi dell'avvocato che continua imperterrito a sorridere) E' grigia dietro quel sorriso che non va via. In tutta    sincerità, oggi, lei mi fa un certo senso.

MEFISTO:

     E' la giustizia che mi rende grigio. I nostro corridoi dei passi perduti. Le nostre aule, scure, profonde dove s'affonda il sogno di libertà di colpevoli e  innocenti. Ho lavorato là sino ad ora tarda... Sì mio caro giudice Fausto, lo spazio segna i nostri volti.

FAUSTO:

     Poesia. Ora mi vuole prendere con metafore giudiziarie... 

MEFISTO:

     Mio caro magistrato, l'uomo si giudica male dalla cera(Si alza  e comincia   a declamare). 'Non sian le genti ancor troppo sicure/ A giudicar, sì come quei che stima/ Le biade in campo pria che sien mature'.

FAUSTO(si porta sotto sotto Mefisto e  lo squadra, toccandogli la fronte):

     Ch'i'ho veduto tutto il verno prima/ lo prun mostrarsi rigido  e feroce, poscia portar  la rosa in su la cima...

MEFISTO:

 

     Bravo!

FAUSTO(punta il dito al centro della fronte di Mefisto):  

     Dante, Paradiso XIII, versi 130 - 135.

MEFISTO:

     Ottima memoria... Non vorrà giudicarmi forse dalla fronte, misurandomi  naso, gola e occhi come quel tal Lombroso?(Si mette di profilo indicando elegantemente le forme scivolando con la mano sul volto) L'apparenza spesso inganna...(Prende le carte da gioco ed esegue un gioco di prestigio facendo sparire e riapparire le carte).

FAUSTO:

     Infernali trucchi! Le carte sono davvero il breviario del Diavolo come diceva quel sant'uomo di Bernardino da Siena. Lei, e glielo dico come se fosse mio figlio, è un emerito truffatore.

MEFISTO:

     Chi tosto giudica, tosto si pente.

FAUSTO:

     Lo so, lo so. Ma qua il giudizio val poco. L'avvocato Mefisto è qui e vuole corrompermi. E' una realtà.

MEFISTO:

     Lei è anziano, caro giudice. Parte da quella sete di giustizia antichissima, mitologica ed espressa già in letteratura  da Esiodo, Camus, Dostojewskji, Flaubert. E faccio nomi  a caso ma precisi... Dimentica un altro dilemma vecchio quanto il mondo. (Indicando la statua) Se Temi sia dea o bagascia...

FAUSTO(girando per la scena):

     Il giudice è come un topo. Si aggira tra le carte, ricolme d'inchiostro sbiadito, simili  a fogne di papiro, sentina di tutti i peggiori vizi del mondo. Carte umide, polverose, grondanti di sangue di cristiani, là tra foto orribili di sgozzati, corpi squartati, abbruciati per renderli irriconoscibili e intrasportabili sinanche all'inferno. Vi sono corpi che non si ricomporranno nel giorno del Giudizio Finale tanto sono decomposti, ibridati, sclerotizzati, sventrati, schiacciati.

MEFISTO:

     Lei non è mai sceso nel male fino in fondo, dottor Fausto. Ma ora ha intrapreso la via giusta... Corrotto è una parola che morde le viscere di una persona onesta. Ma all'origine non era così cattivo, il Verbo. Derivava da corruptio, era il degradarsi stesso della materia. Tutta la materia naufraga dolcemente nell'entropia, là dove tutta  l'energia si esaurisce. Nella notte del tempo si conoscerà tutta la verità. Vuole aspettare così tanto per riscoprire la corruzione primordiale?

FAUSTO:

     Basta, basta. Capisco la sua strategia. Vuole prendermi per la gola, riarsa dalla mia sete di conoscenza. Mi lasci crepare nel mio deserto senz'acqua, nella mia cecità di giudice col paraocchi della legge.

MEFISTO:

     Non si butti giù così con la sua falsa modestia. Lei è un giudice, la longa manus del numinoso. E allora compia il suo dovere di conoscenza totale. Pensi. Lei toccherà il fondo, esaminerà il vero male, conoscerà da uomo globale i sentieri dell'autentica giustizia.

FAUSTO:

     No, no, no.  La conoscenza totale non può percorrere i sentieri del male...

MEFISTO(indica col dito a 180° la povertà della casa, con aria di profondo disprezzo):

     Male? Guardi la trappola tribunalizia in cui l'hanno incastrata. Lei che si crede libero, è peggio di uno schiavo. (Pausa)Cos'ha ottenuto con la sua onestà? A voi giudici dovrebbero pagarvi a peso d'oro!

FAUSTO:

     E qua pesca bene. Io che ho trattato ponderose questioni giurisdizionali... Mi bastava una sola parola per decidere la libertà degli individui, per creare o distruggere patrimoni ingentissimi. E ora, cosa mi resta tra le mani? Finanche una scarpa bucata mi ritrovo.(Alza la ciabatta e la mostra a Mefisto che rivela orrore) Per far prendere un po' d'aria al piede destro, sudato, mentre si contorce contro il sinistro tra i casi dilemmatici della coscienza.

MEFISTO:

     Siete giudici e vi trattano come eremiti, barboni della legge. E invece dovrebbero darvi la Rolls Royce. Una  a testa.      Tutta fiammante, lucida, lussuosa...(Andando sotto a Fausto e prendendogli il piede tra le mani, odorando e guardando meglio) Si faccia furbo! Si riscatti con un atto assoluto!

FAUSTO:

     Cosa guadagno?

MEFISTO:

     Ogni cosa. Non dubiti... Materia e spirito. Tutto. La totalità.

FAUSTO:

     Lei mi sembra così onesto nella  sua disonestà... Ma forse è tutto solo un gioco. Ecco sono confuso. Io non so più se lei scherza con me o fa sul serio. La prego mi lasci. E ritorni domani. 

MEFISTO:

     Ossequi Eccellenza. A domani.

     Mefisto esce dalla porta.

SCENA 2

     Dal lucernario entra una luce lunare.

     Fausto si toglie le ciabatte e se le stringe al petto.

    

FAUSTO:

     E' ora di andare a dormire. Ma chi ci riuscirà in questa notte? Macbeth ha perso il sonno, Macbeth non dormirà mai più. Quel ragazzo mi ha sconvolto la mente con le sue proposte. Come posso accettare?

4 PERSONE ANONIME(gridando  dai quattro punti cardinali della platea):

     Resisti Fausto!

FAUSTO:

     Dopo un'intera vita di probità... Eppure quello che offre mi affascina. Non tanto il vile danaro, ma lo strumento del potere totale: la conoscenza. Farsi criminale per diventare un giudice perfetto come una sfera.

4 PERSONE ANONIME(gridando e retrocedendo):

     Non cedere!

FAUSTO:

     Ho indagato  i misteri della creazione.  Io avido di scienza, ora mi accorgo di aver solo perso tempo. E' prezioso il nostro tempo. E' tutto il vero, poco oro che abbiamo.

4 PERSONE ANONIME(gridando disperate e retrocedendo ancora):

     Guai a te, giudice!

FAUSTO:

     Gettate vie le ore dei godimenti, mi avvelena ora il bisogno d'agire e di bere alla coppa dei piaceri, della ricchezza, della lussuria per la sapienza: chi sono io?

4 PERSONE ANONIME(lanciando un ultimo urlo e sparendo via):

     Non ti dannare!

     Fausto si batte le pantofole al petto e gira  in cerchio, inquieto. Osserva la luce pallida che esce dal lucernario. Indi si sdraia sulla poltrona e cerca di dormire, ma si gira e si rigira, agitato, mentre la luce dalla finestra si fa più chiara.

FAUSTO(risvegliandosi e stropicciandosi gli occhi):

     E' di già l'alba. L'alba di una notte chiara chiara e il gallo non ha cantato.

     Un rumore a sinistra vicino alla porta.

FAUSTO:

     Chi va là?(Alza una ciabatta a mo' d'arma).

MEFISTO(entrando cautamente):

     Sono io, Mefisto.

FAUSTO:

     E' in anticipo. Forte. Le avevo detto di venire domani, ma nel pomeriggio intendevo.

MEFISTO:

     Passavo di qui per andare in udienza... Avevo dimenticato la pipa(Va al tavolo, prende la pipa e la mette in bocca). E poi sono mattiniero.(Pausa) Vado.

FAUSTO:

     No, no. Aspetti... Volevo dire che, forse sarà l'insonnia o il troppo sonno della coscienza, ma non ci vedo chiaro.

MEFISTO:

     Vuol evacuar dubbi? Scusi la volgarità(circuendo Fausto con gesti sinuosi).Non si lasci incantare dai rimorsi di quella là. Sono solo gli ultimi sussulti prima di arrendersi al tutto. Una vera corruzione, quella sì, del sano vivere. I pensieri fanno male alla salute. E poi a che serve? Oggi va a giudicare. La giustizia stessa è una scommessa, spacciata per raziocinio.

FAUSTO:

     Ho terrore. Un verme gigantesco mi si è stretto attorno allo stomaco rodendolo tutta la notte. Sudo. Sudo freddo. E poi quell'incubo del verme...

MEFISTO:

     La giustizia è una bella mela corrotta da un verme che vi rosicchia dentro. Sccci, sccci, sccci... inesorabile.

     Oscuramento totale tranne occhio di bue su Fausto.

FAUSTO:

     Mi giravo  e rigiravo nei soli cinque minuti di sonno concessimi dal beffardo Morfeo, quando improvvisamente mi sono visto incombere addosso il terribile re persiano Cambise. E accanto Othane, il bambino che non ho mai avuto...

     Eccolo fiero, crudele, accigliato Cambise dopo la scoperta del mio atto iniquo. Sento che i suoi carnefici mi squartano la pelle, brano a brano, mentr'egli incombe su mio figlio e tuona:

     "Osserva ragazzo con quanta cura i boia scorticano il tuo padre Sisamne. Il delitto più grave di un magistrato regale è la corruzione. Ascolta ragazzo come struscia la pelle tirata via dai muscoli sanguinolenti e già viene inchiodata sulla sedia.

     Guardala Othane, la pelle e medita!  Osserva più che mai ora che tu, figlio del giustiziato, sarai a tua volta giudice. Guarda bene, non smettere mai di guardare la sedia di tuo padre... E affinché in nessun atto tu abbia a essere simile  a lui, la sua pelle ti sia indisgiungibile compagna per la vita e per la morte!”[2].

     Fausto si porta sulla poltrona e prende a piangere senza freno.

FAUSTO:

    

     Piango per me e per ogni altro giudice, anche il più onesto. Perché, io o un altro, cosa conta? Su quella sedia maledetta, amico mio, c'è la pelle di chi ti ha preceduto.

     Luce su Mefisto che compare nel buio facendo sobbalzare Fausto.

MEFISTO(ammiccando):

  

     Perché mi racconta tutto questo? Mi pareva che quei problemi di coscienza fossero superati... d'emblée.

FAUSTO:

     Niente affatto. Rode! La bestiaccia rosica e mangia lo stomaco, ulcerandomi le idee, gli occhi che mi bruciano, i sentimenti rendendoli fuoco ghiacciato!

MEFISTO:

     Lei è come un bambino, grande, piccolo, tenero, giudice Fausto. Le racconterò una favoletta per augurarle finalmente la buona notte.

     Mefisto prende la sedia e si accomoda accanto a Fausto che si appoggia sulla sua spalla. L'avvocato carezza quella testa teneramente mentre racconta la sua favola.

MEFISTO:

    

     In una lontana civiltà, sulla riva del Fiume Sacro, il Sole  Aditi aveva generato sette orribili serpenti. I giovani Aditya si diffusero per il mondo disseminando veleno, distruzione e morte. Ci fu chi maledisse il Sole che pure portava luce e calore, malgrado i saggi invitassero gli stolti paria ad aspettare pazientemente.

     In effetti, com'era stato predetto, il Grande Padre aveva pensato per i figli. Un bel giorno gli Aditya, spogliatisi delle loro vecchie pelli, si mostrarono risplendenti di luce. Sostenendo ciò che si muove e ciò che sta fermo, si rivelarono per quel che erano, i bellissimi e salutari Dei-Guardiani dell'Universo. E ancor oggi, custodendo con la loro potenza ogni cosa, riscuotono i debiti, puniscono le colpe. Giudici eccelsi, supremi osservatori dell'Ordine...

FAUSTO(alzando la testa dalla spalla dell'avvocato):

     I rospi baciati dalla bella principessa diventano principi di giustizia... Cosa vuole da me?

MEFISTO(piegandosi sul giudice, mellifluo):

     Faccia come gli Aditya, non abbia paura della sua pelle, giudice, se ne liberi.  Domani fino al dilucolo lei soffrirà ancora. Ma, quando  si leverà l'alba, si lasci andare. Si sentirà leggero, senza pesi, senza pelle. Attenda fiducioso il pieno giorno e vedrà... Il bollettino metereologico di quest'estate di San Martino annuncia sole pieno e freddo. Il Sole si libererà della Notte, proprio come il Serpente Ahi si libera della sua    pelle.

FAUSTO:

     Lei, avvocato Mefisto, è uno che sembra avere dimestichezza coi draghi. Io no.

MEFISTO:

 

     Il Dio corpo che è in lei, il Soma, è  quel dio identificato col drago primordiale... Semplice, no?! Come Ahi è strisciato fuori dalla sua vecchia pelle. Strisci anche lei fuori  dall'animale che ha dentro. Così si libererà dell'uomo vecchio, ricoperto di una morale polverosa, ritroverà la giovinezza accedendo a uno stadio di vita superiore al di sopra del bene e del male. Alla fine vincerà la morte  acquisendo una fama immortale.

FAUSTO:

     Lei  è implacabile, mio caro amico. Così mi  porta fuori dalla grazia di Dio. Definitivamente, senza scampo!

MEFISTO:

     Quale dio? Si ricordi che in quella favola Dio o gli dei sono, sono stati o sono suscettibili di diventare Asura, ossia non-dei, mostri di nulla... E allora solve et repete... Assolva e riceverà quanto le spetta... la conoscenza, il tutto.

     Oscuramento su Mefisto.

     Dal pubblico si fa avanti un prete. Occhio di bue su di lui.

UN PRETE:

     Giudice, attento a quel diavolo!

FAUSTO:

     Non dica sciocchezze, padre. Lei cosa ne sa delle cose del mondo. Mefisto è giovane, pieno di vita. Un ammazzadraghi!

UN PRETE:

     Se è un san Giorgio, sarà bene decollarlo! Non mi faccia bestemmiare. E' solo per il suo bene, mi creda... (Fausto corre pericolosamente sul bordo del proscenio)  Cosa vuol fare, ora? Correre verso la cima del monte, precipitarsi  dalla rupe e perdere l'anima? Il coro dell'umanità reclama la sua onestà. Sia quello che sempre fu. In nome di Dio!

    

DAL PUBBLICO GENTE DEL POPOLO MONDIALE:

     Che cosa fanno le leggi dove solo il denaro regna.

     Grand don fait juge aveugler, /Droit abattre, tort éléver[3].

   Dàdivas quebrantan peñas[4].

     Es kann nicht sein ein recht Gericht,/ Wo der Pfennig das Urteil spricht[5].

     He that buyeth magistracy must sell justice[6].

     Donato ha rotto il capo a Giusto.

     Nuova luce su Mefisto.

MEFISTO(ghignando verso chi ha parlato):

     Basta! Mi chiamo Donato io?(Rivolto a Fausto) E lei forse Giusto? Pensi a me come al genio della lampada di Aladino, consigliere. Esprima tre desideri, ma tre soltanto ed io glieli li farò avverare. Viste le sue ottime condizioni di salute, potrà goderne per almeno vent'anni ancora...

     Oscuramento sul prete e sulla gente del popolo.

FAUSTO(con gli occhi brillanti):

     Io vorrei poter trasmutare il metallo in oro, sorseggiare il più metodicamente possibile l'elisir di lunga giovinezza, amare e avere quel figlio che non ebbi mai. Ecco mi basterebbe un homunculus generato dalla mia costola per un puro atto d'amore.

     Mefisto annuisce, fa un inchino compiaciuto e va via dalla porta di destra.

     Oscuramento totale. Fausto accende una lampada ad olio e avanza sul proscenio, ponendosi innanzi allo specchio di destra.

FAUSTO(carezzando la lampada): 

     Sto soffrendo ma ora già vedo più chiaro. Quante volte ho trincerato le mie cattive comprensioni dietro  il dire che si son  visti o letti uno o più articoli di legge!  Ma a volte la norma serve da schermo per chiudersi in un colpo solo all'intelligenza dei fatti. Un colpo di campanello a sedare gli ultimi rimorsi, uno squillo terribile in aula e uscire, leggere la sentenza, scaricarsi di ogni colpa del giudicare male... Basta sapere di aver rispettato le regole del gioco, come in un qualunque solitario,  e ci si sente la coscienza a posto(Si porta allo specchio di sinistra).

     No, no, no. Così non va. Basta con le piccole crisi mediocri. Bisogna sprofondare nel pozzo, per non solo vedere ma abbracciare la totalità della luna che vi si rispecchia!

     Ha ragione Mefisto! Davvero basta. Il vero scopo del patto è la compiutezza. Il potere esterno, l'oro, si alleano all'umanesimo globale. Sì, devo farmi delinquente per trasformarmi in Cristo, per assumere su di me il male totale. Solo dopo, purificato, potrò ritornare sul mondo a giudicare gli altri, con l'umanità, carne degli altri, assunta su me stesso.

     Fausto spegne il lucignolo. Oscuramento totale.

VOCE DEL FAUSTO:

     Summum ius, summa iniuria. Il soverchio rigore nel giudicare si risolve sempre in una grande ingiustizia. Summa iniuria, summum ius.

SCENA 3

     Luce dispiegantesi. Camera di Consiglio. Al centro un tavolo lungo, dietro cui campeggia il presidente Fausto, in toga,  in posizione frontale. Innanzi a lui due consiglieri togati, seduti di spalle, ne lasciano intravedere la figura.

FAUSTO:

            

     Questo processo è solo una grande rappresentazione scenica... Un vero dramma greco.

1° GIUDICE DI SINISTRA:

     Il pubblico ministero ha lavorato bene. L'indagine  nasce  dalla scoperta di un traffico internazionale di stupefacenti, che dalla Goresia fa capo a Vazia, da cui poi l'eroina è stata smistata alla mafia nostrana.

FAUSTO:

     Esaminate le prove col setaccio critico ragazzi!

1° GIUDICE DI SINISTRA:

    

     Quel teste sembrava inoppugnabile.

FAUSTO:

     Teste?! Imputeste, direi. Un ibrido, un mostro, costretto a dire una verità di comodo. Un canarino rinsavito e cicalante va sempre preso con robusti calappi!

1° GIUDICE DI SINISTRA:

     Non vorrà dar credito a quella tesi difensiva della tortura fisica... Roba sorpassata da Cesare Beccaria, smistata  come un veleno processuale degno di Cesare Borgia!

FAUSTO:

     L'infame crogiuolo della verità, egregio collega, non è solo la coazione materiale  a dire la verità che ritorna utile all'indagatore, ma anche la tortura morale, mascherata dai    vantaggi connessi alle attuali normative sul pentitismo, trasformate da sistemi eccezionali di incitamento alla fellonia a prassi.

     Abbiamo delegato i nostri poteri investigativi ai pentiti mio caro. Sono loro che fanno la giustizia, non noi!

2° GIUDICE DI DESTRA(tutto d'un fiato):

     Il vero colpo di scena è stato che il traffico riguardava armi pesanti, carri armati, missili, elicotteri militari, armi nucleari addirittura, nonché altri paesi come l'Argentina, l'Iraq, e la Pelorania.

FAUSTO:

     Non la si finiva più. Nel traffico, secondo l'accusa, si trovano implicati  servizi segreti deviati, italiani tedeschi e americani, il terrorismo nazionale e internazionale, per sfociare nella più generale criminalità economica e politica.

1° GIUDICE DI SINISTRA:

     Un'apocalisse! Possibile che sia tutto inventato?

FAUSTO:         

     Detto giusto collega. L'istruttoria è stata rivolta alla ricerca di tutti i mali del mondo  e dei punti  di crisi per individuare una sorta di genesi superiore che non esiste...(Alzandosi e incombendo sui colleghi) Colleghi, cari consiglieri. Qua non c'è un emerito nulla. Romanzo. Pura letteratura spacciata per verità giudiziaria!

     Oscuramento sul tavolo, mentre i giudici a latere piegano  il capo e Fausto viene sul proscenio.

FAUSTO:

     Al giorno del giudizio tanto vale il marchetto quanto il ducato. Sono riuscito a capovolgere un verdetto già confezionato. Uno contro due. Ma il presidente varrà bene qualcosa. Timor reverentialis. Al giorno del giudizio la piuma del saggio peserà come la spada del conquistatore. Giovani giudici intrisi di boria schermistica, di volontà distruttiva. Fenomeni complessi sociali    che con vuote parole assemblate a mosaico si cerca di sviscerare in soluzioni uniche. La marcia invade questa società e i capri espiatori, gente onesta rivolta alla difesa della gente, dell'economia, della nazione, vengono fuori come i funghi. I probi vanno dentro, e i delinquenti sguazzano fuori: spacciatori, assassini, ladri, pazzi, farabutti. E' bastata l'animosa lingua di un delatore con cappotto di cammello, copricapo Borsalino, sigaretta alla Humphrey Bogart  e tutto sembra crollato. Ogni filo riannodato come in una novella a farne scaturire una verità corrusca.

     Appare sul proscenio Mefisto.

MEFISTO:

     Bravo, giudice Fausto! I nostri amici sono contenti di lei. A sentire una campana sola si giudica male. E lei ha dato il giusto valore alle controprove. Solve et repete...  Ecco il prezzo.

     Mefisto offre una busta gonfia, che Fausto afferra  tremante e si chiude nel petto, guardandosi attorno.

     Luce saettante in sala.

UNA PERSONA SEDUTA TRA IL PUBBLICO:

     Da giudice che prende, /Giustizia invan s'attende.

MEFISTO(lancia uno sguardo furente verso colui che ha parlato, che si mette a sedere, subito oscurata):

     La verità diletta, è dolce, mio caro. Ma non la verità a pezzi... quella completa, coinvolgente. Il male ha posto radici irrecidibili nel mondo.

FAUSTO(con le mani sul petto, dolorante):

     Questo pacchetto mi brucia lo sterno. Vorrei tornare come infante, a far rotolare una trottola che girando t'incanta nel suo vorticare sulla scia di un'innocenza trainata verso l'alto come coda da un aquilone multicolore.

MEFISTO:

     Già i vecchi sono due volte fanciulli. Con l'oro, caro dottor Fausto, sarà tre volte infante. Quale stato di grazia... E come si può parlare di corruzione per una carne tenera, innocente, come la sua? Orsù sia allegro! Ché il mondo laggiù l'attende!

     Sipario.

ATTO SECONDO

I MILLE FIORI DEL GIUDICE NERO

SCENA                          1

    

     Sul proscenio appare Fausto con un bicchiere di birra in mano.  Ha un vestito casual, con jeans, ma elegante.

FAUSTO:

     O Mammona, dio del santo danaro! Come la mia vita è davvero cambiata tra le tue braccia rilucenti! Sono giovane come mai lo fui prima. Ah!  quel diavolo di Mefisto... Mi inietta i suoi veleni. Ama remare, giocare  a carte, partecipare  a balli in maschera. Ecco guardate il grande giudice Fausto com'è ricco  e se la spassa!

     Luce in scena. Compare l'interno di una birreria con l'insegna centrale dietro il banco delle mescite: Paradiso Terrestre. Là un barista continua  a spillare birra. Davanti al bancone due sgabelloni. Due tavolini uno all'estrema destra, un altro all'estrema sinistra, con sedie. Il locale è istoriato dapertutto con disegni di teste studentesche e scritte lasciate dagli studenti[7].

     Sulla destra, accanto alla porta d'entrata, è appoggiata una pipa lunghissima.

     Al centro una serie di studenti con coppole in teste, vestiti scuri, calzoni larghi e scarponi, che ballano e bevono.

     Frosch ha una cicatrice sulla guancia destra, frutto del rituale di virilità nelle Burschenschaften. E'  il capobanda.    Luogotenente è Birgan. Vengono  poi l'alticcio Perkeo e il flemmatico Flik.

     Fausto passa innanzi ai giovani che sembrano non vederlo. Solo Mefisto seduto su uno sgabellone, con la testa nel boccalone di birra e accanto un elegante bastone, lo fissa.

     Mefisto indossa una camicia a quadrettini rossi, farfallino, blazer, scarpe rosse.

FAUSTO:

     Sono naufragato con Mefisto in questa taverna brulicante di esseri. Giovani studenti, intellettuali, pittori  e il sangue mi ribolle nelle vene. Eppure ancora la coscienza mi morde.

MEFISTO:

     Il morso che nel tuo cuor ancora senti/ farà li tuoi desiri tutti spenti./Te l'appaleserò con grato sogno/ ché più che di parole tu hai bisogno(Gran risata).

     Fausto, dopo aver rivolto uno sguardo a Mefisto, si porta a fare cin cin con il piccolo, allegro Frosch.  Tutti i boccali degli avventori volano  a toccarsi.

CORO DI STUDENTI-FAUSTO E MEFISTO:

     Ein Prosit, Ein Prosit  der Gemütlichkeit. Ein Prosit, Ein Prosit  der Gemütlichkeit...

     Grande allegria, risa.  Frosch beve un boccalone intero a  forma di stivale senza prendere fiato. Tutti a seguire in suspense l'impresa.

CORO DI STUDENTI(all'ultima goccia tracannata):

     Urrà!

FROSCH(pulendosi la bocca, mentre uno degli studenti va a fumare la grossa pipa, sedendosi al tavolino di destra):

     Mi fate ricordare quando venni sbattuto in galera e voi mi accompagnaste festanti, con Flik(indica il fumatore) che trascinava sulla nuda terra la sua pipona falluta!

MEFISTO:

     Cosa avevi combinato, birba?

FROSCH:

     Una beffa a un povero contadinotto... Se ne veniva bel bello col suo carro pieno di cavoli. E io, da solo, con queste mani, mi sono aggrappato dietro e, sollevata la sponda, glieli ho fatti cadere a uno a uno.  Quando se n'è accorto era troppo tardi. Gli rimaneva solo polvere e paglia! Mi ha corso dietro per tutta la città, quel cialtrone... Ma col cavolo che mi ha preso... Se non fosse stato per una certa spia...

PERKEO(con voce impastata dalla birra):

     Se lo pigliamo... Ssss!(Fa il gesto di tagliare la gola).

BIRGAN(si avvicina di soppiatto al fumatore di pipa):

      Urrà che felicità la goliardia! Evviva il campus di Zondia!(Dà un colpo dietro la testa del fumatore assorto, che sobbalza, mentre gli altri ridono).

     Fausto, soddisfatto, va a mettersi al tavolino di sinistra dove ride e beve, beve e ride.

     Gli studenti in coro intonano un canto studentesco tipico di Heidelberg.

CORO DI STUDENTI:

     Gaudeamus igitur/ Juvenes dum sumus! / Post jucundam juventutem/ Post molestam senectutem / Nos habebit humus[8].

    

     Subito dopo, con sottofondo musicale di fisarmonica da tipica birreria tedesca, Mefisto diverte la compagnia facendo sparire un boccale in uno scoppio con nuvola di fumo, per poi  far apparire fiori dal suo bastone. Insomma scherzi da diavolo.

FAUSTO:

     Quel ragazzo è un gran negromante!

MEFISTO:

    

     Mai quanto i cupi giudici di Onian! Loro sono l'espressione diretta del Verbo Nero. Hanno il potere con una parola di liberare un serial killer con le mani ancora imbrattate di sangue o di mandare alla ghigliottina un burino buono, il più sant'uomo buzzurro di questo mondo.

FROSCH(avvicinatosi a  Mefisto):

     Bravo... bravissimo!(Pausa lunghissima mentre squadra l'avvocato) Indubbiamente Zondia è una gran bella città, una piccola Parigi. Ma perché si è spinto fin qua, messere? L'abbiamo vista sa, lei e quel suo amico là, (indica Fausto) fare i farfanicchi a ore con due nostre collegiali fresche come asine. Cosa cercava l'elisir di giovinezza per il suo collega forse? Lei è uno che con carte dorate e soldini sa far cantare  e spremere pulzelle e anime maschie. Non è vero avvocato?

MEFISTO:        

     Modestia  a parte! Sono maestro  nel cogliere il fiore delle vergini e i frutti delle esperte cortigiane!(Si appoggia al bancone e a un cenno si fa mescere birra dal barista).

BIRGAN(facendosi sotto a Mefisto):

    

     E smettiamola di gingillarci con le bamboline! Lei è uno che sa bene come far pendere certe bilance nel verso giusto...(Imita con le mani il tracollo della bilancia).

PERKEO(avvicinandosi a Mefisto e incombendo su di lui col suo bicchierone):

     Onian, la città della giustizia, è così lontana da qui...

FROSCH(continuando l'accerchiamento):

     Tutti noi la favoleggiamo  e un giorno contiamo di trasferirci laggiù. Ma niente è mai troppo  lontano per la voce che cavalca mari e monti raggiungendo infine la nostra minuscola isola universitaria...

BIRGAN(incalzando sempre più Mefisto):

     All power corrupts.

FROSCH(col dito puntato sulla faccia di Mefisto, che glielo allontana lentamente):

     I diavoli sono maestri nell'arte della corruzione, nel trattare la debolezze umane.

MEFISTO:

     Chi afferma il Diavolo, crea il Diavolo.

BIRGAN(con la testa contro quella di Mefisto):

     Ognuno ha un punto debole. Ogni carne ha un peso e un prezzo, anche quella dei giudici. Non è vero, avvocato?

MEFISTO(spingendo via Birgan e schizzando via in giro col boccale):

     Ehi ragazzi, imparate  a studiare bene la legge, piuttosto che a dar credito alle chiacchiere. Mettetevi ai piedi della piramide e salite di articolo in articolo fino alla norma base, la luce, la Grundnorm. E non vi lasciate  infinocchiare dalle cattive voci che corrono in giro come lepri impazzite al primo tiro di schioppo a salve...(Indicando Fausto)Qua c'è un maestro della difesa, l'avvocato Fausto che può confermare... Vero amico Fausto?

FAUSTO(intontito dalla birra):

     Penso di sì.

MEFISTO(girando attorno a Fausto):

     E' vero. Che forza mi ha inculcato quest'uomo qui, che vedete così semplice... Egli è un grande maestro!

FROSCH:

     Sembra un po' dimesso.

MEFISTO:

     Quando si scatena è una bestia! Devo tutto a  lui, il principe del foro. Ora sono in grado di abbassare un giudice, il più possente, a livello di un bruto. Volente o nolente io riesco  a impregnare di profumi sontuosi le loro toghe rese miasmatiche dai sudori delle decisioni escogitate dopo lunghi  pensamenti. Pfffff...(Annusa, mostrando disgusto, le vesti di Fausto che si è appisolato. Poi fa una serie di gesti osceni) Che ebbrezza ragazzi piegare quei soloni col  veleno delle mie logiche, degl'intrecci sotterranei, delle capziose invenzioni linguistiche capaci di far confondere le parole coi fatti.

BIRGAN:

     Sei un vero mago della parola, pandetta! Che sublime imbroglione d'aula!

MEFISTO:

     Oh, dunque, chi credete che io sia? Io non sono certo uno di quei gaglioffi che si avvalgono di testimoni  falsi!(Rivolto a  Fausto) Sveglia amico, è l'ora di Lapalisse! Ego sum abbas!

     Musica Ego sum abbas dai Carmina burana di C. Orff.

     Fausto si ridesta e si sposta a fatica sul proscenio, mentre viene oscurata la birreria.

SCENA 2

     Un club. Due persone sono sedute a un tavolo verde con le carte in attesa.

     Sul proscenio Fausto e Mefisto, con aria di trame. Fausto indossa un completo grigio, con foulard alla gola. Mefisto lo stesso blazer con accessori rossi.

FAUSTO:

     Mi vuol far barare... come quel gaglioffo di Bebaui? E' una tecnica criminale troppo esplicita per me. Decidere per l'innocenza di un cristiano colpevole è facile. Il giudizio si maschera facilmente col pensiero. Un flatus vocis ed hai    occultato la verità. Ma qui mi chiede troppo... Arte nel maneggiare carte. No, no. Non è cosa per me.

MEFISTO:

     Non è così difficile il violino, giudice. Lei  è maestro di cenni. Il suo occhio ginnico s'infila in trasparenza nei gesti  a capire l'animo umano. Vorrà perdersi di fronte  a quattro smorfie esplicite, codificate, che le faccio?

FAUSTO:

     Forse è così facile come dice. Ma sento che dentro è tremendo. Trasmettere il pensiero criminale al gesto. L'ho fatto talvolta giocando al solitario, ma era assai diverso...

MEFISTO:

     Imbrogliare con se stessi è più sottile che barare con gli altri. E' indubbio. Ma sappia che l'istrionismo potrà aiutarla... Immagini di stare su un palcoscenico a  fare alta prestidigitazione. All'inizio proverà il brivido del proibito. Quando la paura di essere scoperto passerà, è quella che blocca, proverà solo piacere. E ancora il poter essere scoperti diventerà per incanto un sottile brivido blu....

     Fausto viene trascinato da Mefisto. I due si mettono al tavolino, giocano  e portano via soldi agli altri due giocatori. Questi giocano legnosi, mentre i due compari fanno dei movimenti coordinati  avanti  e indietro, a destra e sinistra, sorretti da una musica grottesca. Gli occhi di Fausto all'inizio timorosi, poi si riempiono di soddisfazione. Indi il giudice si alza dal tavolo  e viene sul proscenio mentre si oscura il resto della scena.

FAUSTO(contando i danari):

     Immoralismo è pura abitudine. Basta farci il callo... e la  malvagità diventa foriera di gioia. Sì, è davvero passato il tempo della disperazione nel poker... Oggi è il tempo della moneta sonante!

MEFISTO(sbucando dal  buio e mettendo la mano sulla spalla):

     Bravo Fausto! Stai imparando bene la lezione! Andiamo a gozzovigliare. Bere e mangiare ci aspettano. Siamo ricchi. Chi vuol essere lieto sia, del doman non v'è certezza!

     Escono da destra.

     Musica da L'apprendista stregone di Paul Dukas.

     Riesce da destra Fausto con un tovagliolo alla gola, bocca impiastricciata di cibo, una bottiglia in una mano e una forchetta nell'altra.

FAUSTO(ruttando):    

     Strozzapreti al ragù di anatra, gnocchi con cozze, pecorino e zafferano, cinghiale in salsa d'arancia e vinello buono, francese, a volontà... Che santa abbuffata! (Pausa) Quest'uomo, Mefisto, dovrebbe essere il mio servo. Eppure talora vedo come in un lampo che sono io a pendere dalla sua catena, a mo' di un cane. Uuuuuh...  Uuuuhhh. Giudici e avvocati... tutti magnoni! I bulldog giusdicenti sono seduti sugli alti scranni, muti, silenziosi, intorpiditi dalle aride arringhe di bancarotte.  Un tempo si spaccavano i banchi dei falliti  e ora i decotti giudici si vedono spaccare le orecchie dai grandi loici che inneggiano squassanti   a verità di comodo. Dannati avvocati! Spocchiosi giudici sonnolenti! Razze di demoni gemellati... Ma sì ho fatto bene  a tirarmi vita da questa mota comune. La coscienza è a posto. Non morde più...

     Sopraggiunge da destra Mefisto con aria tronfia, sfumacchiando gioioso la pipa.

MEFISTO:

     Ehilà vecchietto. Oh cche tu fai! Ti sei ammosciato, forse? Carpe il diem!

FAUSTO:

     La festa continua.

MEFISTO:

     Ma certo che continua! Oggi, tanto per cambiare, non c'è udienza... Evviva! si ride, si fa baldoria e si va  a puttane!

     Mefisto esce scattante e a testa alta dalla sinistra, con  Fausto dietro  che lo segue come un cane.

SCENA 3

     Il bordello.

     Fausto veste casual, in jeans e camicia bianca col foulard alla gola. Mefisto è in jeans e camicia chiassosa.

     Sotto gli occhi di una maîtresse tutta impiastricciata di colori il giudice, seguito da Mefisto che lo incita, è travolto in danze sinuose (Bolero di Ravel) con tre prostitute velate di bianco come odalische che lo avvolgono e mimano atti erotici allusivi e  intriganti.

     Poi improvvisa da destra appare la bellissima Margherita e là Fausto allontana da sé le altre donne, incantato. La giovane che sorride accattivante ha capelli rossi e liberi sulle spalle. Veste un abito azzurro, con maniche bianche, e un mantello pure azzurro listato di rosso.

     A questo punto il giudice  balla con lei un Tango assai sensuale.  Nel buio totale l'occhio di bue li segue finché Fausto stende per terra la donna e la copre, mentre lei lancia falsi gridolini di piacere.

     Scarica di batteria in musica ossessiva.

     Oscuramento finale.

SCENA 4

     Luce sulla sinistra.

     Fausto avanza sul palcoscenico, rinserrato in un pastrano elegante blu, ampio tanto da sembrare una toga.

     Ecco da dietro apparire una vegliarda con occhialini. Ha capelli azzurri sotto un curioso cappello giallo. Il vestito rosso è guarnito d'ampie maniche blu. Sulle spalle un ampio scialletto.

ELENA:

     Fausto! Fausto!

FAUSTO(si gira lentamente):

     Chi siete? Non vi conosco.

ELENA(portandosi vicino):

     Come non vi ricordate di me? Elena. Sono Elena.

FAUSTO:

     Elena??  Venite sotto il lampione(Elena lo segue docilmente sotto la fonte di luce). No, non la conosco... E poi come sapete il mio nome.

ELENA:

     Non solo il vostro nome. Come è poca cosa, nel tempo che rapida la memoria cancella, una sola notte d'amore.

FAUSTO(sforzandosi):

     Elena... Sì ora... forse... ricordo.(Portandosi verso il buio a sinistra) Ma se siete la Elena che un solo giorno amai... ora non vi riconosco più. Voi siete un'altra.

ELENA:

     No, sono proprio io. Certo la vita mi ha cambiato. La vista non è più buona come prima e le rughe mi hanno devastato il volto. Ma nel cuore serbo un dolce ricordo di voi.

FAUSTO:

     Mi dispiace. Ma abbiamo già avuto la nostra occasione. E' tardi, domani ho udienza(Fa per andarsene).

ELENA:

     Aspettate. Quel giorno non avevate fretta con me, là sul lago. Era una sera di maggio e la natura era invasa dal profumo della primavera quando esplode di colori. Vi rammentate quante parole intesseste sul filo delle ore per conquistarmi, per portarmi via da mio marito?(Piangendo in maniera sommessa) Mi avete promesso la felicità  e io vi ho creduto, sola, disperata, con un uomo che non amavo e un matrimonio senza frutti.

FAUSTO:

     Cosa volete da me?

ELENA:

     Fausto io vi ho cercato in tutti questi anni per dirvi... No. Voglio solo rivedervi per parlare. Concedetemi questa grazia. Sono così sola...

FAUSTO:

     Mi dispiace, ma io sono fidanzato.

ELENA(tra lacrime sommesse e sorriso):

     No, no, non questo. Volevo solo un'amicizia. In tutti questi anni ho sempre pensato a voi. Mio marito è morto,  e per me non c'è stato mai nessun altro uomo. Solo voi... Vi prometto che non vi disturberò.

FAUSTO:

     Non vorrei creare illusioni...(Fissando intensamente Elena) Vediamoci domani alla Casetta della Villa Piccola. Le offro da bere. Va bene per lei alle 11?

ELENA:

     Alle 11 sarò là.

     Fausto saluta timidamente con la mano alzata Elena, che ricambia e sorride. Lui va via veloce da una parte, lei, lentamente, dall'altra.

     Oscuramento graduale.

    

SCENA 5

     Buio sulla scena.

TRE PERSONE AI TRE LATI DELLA PLATEA(gridando in coro):

     Tre cose rovinano l'uomo: il Diavolo, il Danaro e la Donna.

     Due occhi di bue sulla scena illuminano Fausto e Margherita che, con le spalle l'uno contro l'altra, hanno tra le mani due    telefoni, legati da un filo.

     Fausto indossa una ricca vestaglia da camera, blu, di seta. Margherita porta una calda pelliccia.

FAUSTO:

     Oggi ho i ferri... i cavalli ferrati davanti. I cavalli ferrati davanti che fanno ndlen ndlen dlen... così. Ti penso e mi va il sangue alla testa, Margherita, amore mio.

MARGHERITA(con voce affettata piena di arrotamenti della r):

     Ho bisogno di te, Giovanni. Ho bisogno di danaro. Oggi più di ieri.

FAUSTO:

     E' una bella giornata? Là, da te...

MARGHERITA:

     No, è coperta.

FAUSTO(aggrappandosi al telefono sentendo male):

     Scoperta?!

MARGHERITA:

     No, no è proprio coperta. Parapa para para, piombo molto piombo. Sì pare piombo... Con questo cielo di piombo ci manca solo l'ispettore Callaghan.

FAUSTO:

     Qui la giornata è chiusa. Un cielo velatissimo ma c'è un sole che si insinua ma molto molto molto velato... Il cielo è scuro e velato.

MARGHERITA(cominciando a tossire):

     Senti che tosse!

FAUSTO:

     Prendi un bicchiere d'acqua.(Margherita prende un bicchiere d'acqua e sorseggia. Oscuramento sulla stessa.)Margherita, mia acqua di fonte sorgente, che sarebbe la mia vita senza di te.

     Nuova luce su Margherita, che si è tolta la pelliccia  e prende a carezzarla. Ora la ragazza appare ricolma di gioielli   nella sua mise lussuosa, con maglione bianco di cachemire a collo alto, pantaloni, stivaletti.

MARGHERITA:

     Oh mon chéri, que je t'aime! Mon juge joujou!

FAUSTO:

  

     Quando c'incontriamo! Stasera...

MARGHERITA(carezzando la pelliccia sempre più voluttuosamente e lanciando qualche risolino):

     No, domani sera, mon chéri.

FAUSTO:

     Ho un cadeau pour toi!

MARGHERITA:

     Oh sì. Dimmi di che si tratta!

FAUSTO:

     Una sorpresa... Pas chinoiserie...

MARGHERITA:

     Portami anche soldini, tanti soldini. Devo fare acquisti.

FAUSTO:

     Cosa devi comprare, ma petite fleur...

MARGHERITA:

     Oh... tante cosettine. Profumi, gioielli, cappellini ma soprattutto una pelliccia nuova di cincillà. Il mio visone è già così vecchio, usato... E poi devo andare a trovare la mia anziana madre all'estero, laggiù in Ewaipanoma. L'aereo costa... ti penserò e ti scriverò perché non posso vivere un giorno senza di te.

 

     Margherita canta un'insensata canzoncina, mentre continua a carezzare la pelliccia tra le mani.

     Oscuramento totale.

SCENA 6

     Fausto, nel suo abbigliamento casual, con foulard al collo, è al centro scena. A destra c'è Margherita; a sinistra Elena. Le donne stanno immote, in iconografia tratta dal sesto Arcano Maggiore del Tarocco di Marsiglia.

     Margherita punta la mano sinistra verso il cuore di Fausto e la mano destra verso il suo proprio ventre, in modo che le braccia dei due amanti s'incrocino.

     Fausto intanto guarda verso Elena che è di spalle, col volto di profilo.

FAUSTO:

     Vorrei restare freddo tra queste due donne  rifiutando ogni illusorio imbarco per Citèra.(Fiotto di luce rossa dall'alto) Avverto sul mio cranio Cupido che scaglia una freccia di doppio veleno. Cuore e sesso, mente e vagina, morale  e tartaro... E lo strale scende giù, giù, giù, sempre più in basso. Laggiù la via infame delle tenebre si perde nei bassifondi del sentimento.(Margherita tira verso destra Fausto, invano ostacolata da Elena, e gli si aggrappa addosso, come una serpe,  avvinghiandogli con una gamba una natica) Un giorno effimero è passato ancora senza portare a nulla se non a una rapida notte dove ti trovi come prima, ancora più solo di prima. E' necessario che io percorra questa via illuminandola con la mia fosca luce, anche a costo del dolore sino in fondo.(Saettare di luci inquietanti. Fausto carezza lascivamente le gambe di Margherita) Luce, mostri, ombre lisce, giovane gambe e piedi nudi.

     Occhio di bue al centro dove schizza Mefisto, uscendo da sinistra.  Fausto molla Margherita  e si porta verso  di lui.

FAUSTO:

     Sono esitante, Mefisto. Due donne innanzi al cor mi son venute. Il cuore in bilico perfetto tra l'amore sublime e quello profano.

MEFISTO:

     E' la prova, Fausto. Attraverso l'amore ti si chiede di liberarti delle banalità del mondo. Scegli tra le due diavole quella che più ti aggrada.

FAUSTO:

     Io provo grande affetto per Elena. E' discreta, mi parla di cose sagge, eppure mi inquieta. Sembra la depositaria di un gran segreto. E' sempre sul punto di rivelarlo e non lo fa mai. E' quell'arcano che mi lega a lei. La sua antichità, che all'inizio mi repelleva, ora mi dà un senso di pace. Lei mi riporta alla mia giovinezza e le nostre vecchiaie si sincronizzano meravigliosamente.

MEFISTO:

     Ma senza sesso!

FAUSTO:

     No, no, no. Quello è tutto dall'altra parte. Margherita... Eppure là qualcosa mi sfugge. Io soffro Mefisto...

MEFISTO:

     La tua è la settima fatica di Ercole, Fausto. Il diavolo è la verità degli amanti  e senza sesso non c'è vita, ma freddo e noia...

FAUSTO:

     Secondo Boehme Adamo vide gli accoppiamenti degli animali e desiderò accoppiarsi al che Dio gli diede il sesso per evitare il peggio...

MEFISTO:

     Bravo! Vedi quanto sei colto? Basta. Non voglio dire di più. Ti consiglio di decidere da solo a  meno che tu non richieda esplicitamente il mio soccorso.

FAUSTO:

     Sì, aiutami amico.

MEFISTO:

     Due sono le strade. L'una conduce alla vita, l'altra alla morte...(Va ad abbracciare Margherita).

FAUSTO:

     Margherita, meravigliosa Margherita. Fa' che lei s'innamori di me, Mefisto. Questo mi manca. Io non so davvero se quell'angelo azzurro ama me, quello che sono in totale, o talune parzialità come l'oro che le propino, i regali, la mia intelligenza, il mio esser giudice. Il magistrato e la bella sgualdrina. Che cosa elettrizzante dev'essere per lei questo connubio! Aiutami, se ti è possibile.

MEFISTO(tornando sotto a  Fausto, mentre le due donne sembrano volar via):

     Ci si può provare. E' estremamente difficile perché l'amore gioca ai dadi. Azzardo puro amico  è l'eros che non si può vincere se non... barando. Come vedi il ritornello di Houdini è sempre lo stesso.

FAUSTO:

     Voglio il possesso perfetto di quella donna, Mefisto. Dammela affinché io sappia cosa significhi essere amato alla follia da una puttana!

MEFISTO:

     L'avrai.

FAUSTO:

     Come!

     Mefisto va in giro sulla scena meditando. Poi ritorna da Fausto ed esplode i due indici.

MEFISTO:

     Eureka! Bastano due cosettine per vincere il caso in amore... in questo tipo d'amore(Pausa studiata).

FAUSTO:

    

     Attendo lumi.

MEFISTO:

  

     L'innamoramento nasce dal coinvolgimento alla massima potenza di tutti i sensi. E i sensi se non si eccitano motu proprio, possono essere stimolati con tattiche adeguate. Tu sei già sulla buona strada Fausto. Hai riempito gli occhi della bella con regali, soldi, magie materiali. La vista, illuminata dall'oro, sta servita. Ora dobbiamo passare al naso.

FAUSTO:

     Il naso?!

MEFISTO:

     Certo! la tua bella meretrice la devi prendere per il naso!(Sghignazza).

FAUSTO:

     Non capisco!

MEFISTO:

     Riempiti di profumo, mio caro e un buon 40 % dell'opra sarà realizzato.(Tira fuori dal taschino uno spruzzatore e comincia  a spruzzare Fausto che invano cerca di evitarlo scappando saltellando per la scena). Che fai scappi?

FAUSTO:

     Oh! Oh!Oh!

MEFISTO:

    

     Fermati e lasciati avvolgere dalla quintessenza dell'incantamento femmineo.

FAUSTO(storcendo il naso  e odorandosi come un cane):

     Mi sembra buono!

MEFISTO:

     Ma sicuro! E' marca Trut-Chapel! (Declamando come negli spot)Usatelo ogni giorno, e ogni donna cadrà ai vostri piedi!

FAUSTO:

     Pubblicità insulsa!

MEFISTO:

     Credi? Pensaci... Margherita come ogni meretrice è costretta dal vile soldo, dall'immediatezza di certi atti - per quelle là il tempo è altro danaro - a sopportare i corpi mefitici di amanti in foia di tutte le risme! E, per quanto ti riguarda, senza offese, non è che il tuo corpo di vecchio giudice zozzone profumasse di lavanda!

FAUSTO:

     Oh... Oh... Funzionerà?

MEFISTO:

     Certo. Ma in parte... ci vorrà poi il colpo finale.

FAUSTO:

     E sarebbe?

MEFISTO:

     La tecnica di Cyrano!

FAUSTO:

     Di Bergerac?

MEFISTO:

     Proprio lui. Anche se non in persona... Si tratta di fare una serenata alla prostituta di Babilonia. E' il paradosso dell'amor cortese rivolto a una cortigiana. E' il colpo decisivo: quello che incanta l'orecchio e i cuori...

FAUSTO:

     L'idea è geniale. Peccato che non so cantare.

MEFISTO:

     Appunto. Io sarò il tuo Cyrano. Un po'  a rovescio naturalmente...

     Oscuramento.

SCENA 7

     Riaccensione delle luci. Chiarore d'aurora.

     A sinistra Fausto con addosso un mantello e dietro di lui, nascosto in un angolo d'ombra,  Mefisto. A destra Margherita affacciata alla finestra con aria sognante. Indossa una pelliccia di cincillà.

    

FAUSTO(lanciando fiori e fingendo di cantare la Mattinata di Leoncavallo)-MEFISTO(cantando):

L'aurora di bianco vestita

già l'uscio dischiude al gran sol

di già con le rose è svanita

corazza dei fiori pasqual...

   Metti anche tu la veste bianca

e schiudi l'uscio al tuo candor.

Dove tu sei la luce manca

dove tu sei nasce l'amor...

        Margherita si libera dalla pelliccia, rimanendo con un abito semplice fatto di veli. Si lancia leggiadra su Fausto e lo stringe e lo bacia appassionata. Poi entrambi vanno via abbracciati verso destra, lei sulla spalla di lui, lui carezzandola teneramente.

        Fausto lancia uno sguardo fugace a Mefisto che nell'ombra gli sorride complice e lo saluta.

        Oscuramento.

       

SCENA 8

        In una luce crepuscolare rossastra Fausto, coi capelli scomposti, da destra avanza mesto sulla scena.

FAUSTO:

        Quanto è bella giovinezza/ Che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto sia, Del doman non v'è certezza...

        Mefisto avanza galoppante  e s'imbatte nel giudice.

MEFISTO:

        Ehilà amico! Quanto tempo che non ti si vedeva! Mi hai abbandonato per quella là, acquattato nella tua alcova di Venere a intrecciare trame di vero amore... Quanto è durataquesta passione... troppo!

FAUSTO:

        Troppo poco, invece. Pensavo che quell'amore fosse eterno... Avevo la gioventù di nuovo tra queste mani... Ma forse era solo un'infatuazione che per i tuoi sistemi è diventata assai energetica. Talora ho l'impressione che tu mi voglia imbrogliare.

MEFISTO:

        Io!? il tuo umilissimo servo... Tu dimentichi che la vita è così mio caro giudice. Di eternità esiste ben poco, anzi assolutamente niente,  oltre la dannazione...

FAUSTO:

        E' questa, dunque, la felicità a orologeria che mi avevi promesso?

MEFISTO:

        Affermativo! Se tutto passa, il segreto della gioia è  di creare continui piaceri in un vortice senza fine.

FAUSTO:

        Ormai ti conosco. Cos'altro hai da propormi?

MEFISTO:

        Lascia le due tue donne così come sono. Ritorna allo stato antecedente alla tattica di Cyrano. Arretrare per non essere preso per il naso, essendo tanto più facile la presa quanto più sia lunga e sgangherata la canappa  di Pinocchio. Oh insomma facciamoci un bel viaggio attorno al mondo. Abbiamo soldi,  salute e gioia di vivere no?! Cos'altro vogliamo?

 

FAUSTO:

        E sia!

MEFISTO:

        Ti porterò a vedere ciò che mai prima hai visto. Universi meravigliosi che si nascondono non lassù tra le stelle, ma tra le crepe stesse di questa vecchia terra. Buchi dove i timorosi scorgono le aperture degl'inferni e i temerari le gioie del paradiso. Vola, vola con me Fausto.

        Mefisto, seguito da Fausto, alza le braccia  e correndo per la scena, in una luce azzurrina, imita il volo degli  uccelli. Musica da La Danza del Calabrone di Rimskij Korsakof.

FAUSTO:

        Quest'altezza m'inebria. Eppure l'uomo è un bipede implume...

MEFISTO:        

        Non temere. Diventa leggero e guarda giù solo per vedere le sette meraviglie del mondo: guarda le piramidi d'Egitto... La Sfinge guercia tritticante maestra che arzigogola indovinelli senza soluzioni. Là   le mura di Babilonia, da cui sgorga come spuma il sudore di orge ataviche. E il tempio di Gerusalemme, tra i cui plessi si annidano divinità moniche  e feroci. E laggiù il Partenone, coi suoi marmi svettanti nell'azzurro dove s'aggirano saggi parolai del nulla guidati da un superuomo cieco!

        Vola  Fausto e sfiora il Colosso di Roma, groviera e rifugio d'aquile morte, dove si annidano fantasmi di gladiatori fascisti. E ammira la Torre Eiffel griglia di ferro rugginoso e carcere ingegneristico della Bohème. E là, là  tuffati tra le strutture del ponte di Brooklyn,  dentiera di acciaio e cordami per masticare lo smog sfiatato dai motori a turbo...

FAUSTO:

        E' meraviglioso, Mefisto. Ma dove ci condurrà il nostro viaggio?

MEFISTO:

        Sei impaziente, giudice. Se farai volare la terra sopra la testa, con le sue penne convertirai le acque dei torrenti. Ecco planiamo... siamo nel deserto degli Aztechi(Imita l'atterraggio seguito da Fausto).

FAUSTO:

        Tutto questo viaggio per arrivare in quest'arida distesa... Una steppaia sassosa e fangosa.

MEFISTO:

        Solo chi vede le cose con gli occhi esterni può avanzare questo giudizio. Mi meraviglio di te, amico. Sarà il viaggio che ti ha reso stanco e impaziente. Dormi. Domani ci sveglieremo e troveremo ciò che cerchiamo.

        Oscuramento.

SCENA 9

        Luce. Appare sul centro sinistra un albero di cactus.

        Mefisto e Fausto, entrambi con un poncho addosso, si svegliano da sotto i loro goffi sombreri e si sgranchiscono sbadigliando.

        Mefisto si porta accanto al cactus  e comincia  a cercare. Fausto gli va accanto.

FAUSTO:

        Cosa stai cercando?

MEFISTO:

        Qualcosa di particolare. Tale che lui troverà noi e non il contrario. Lui acciufferà noi, se vuole.

FAUSTO:

        Che sarà mai!

MEFISTO(con aria di chi cerca):

       

        Cerco l'encatolite nel greto di questo torrente seccato.

FAUSTO:

        Mistero di Parigi. Ne so meno di prima.

MEFISTO:

        Una pietra magica introvabile secondo gli alchimisti che ne contiene altre 60 di diversa origine. La vera pietra filosofale. Eccola... si annida tra i cespugli.(Pulisce la terra e tira via il peyotl).

FAUSTO:

        Una rapa?

MEFISTO:

        Molto di più. E' peyotl, mio esimio giudice. Per questa roba saresti costretto a mandare in galera mandrie di umani... Droga! Assaggia!

FAUSTO(respingendo la pianta):

        No, no. Non se ne parla.

MEFISTO:

        Aspetta, aspetta. Non inorridire. Guarda almeno.

FAUSTO(esitante):

        Sembra un grosso dente molare.

MEFISTO:

        Questo modesto fiore di cactus è in effetti una robusta radice. Cresce molto lentamente come gli umani. Come gli umani pratica l'estasi e la follia. Puri boccioli secchi di peyotl, freschi come le rose...(Mette finalmente qualche pezzetto spezzato tra le mani di Fausto).

FAUSTO(palleggiando il peyotl tra le mani come se fosse una patata bollente):

        E' orribile.

MEFISTO:

        Liberati dalla tua legge, Giovanni. In questo deserto non c'è nessuna legge.(Fausto avvicina gli occhi al peyotl per vedere meglio)Mangiala! E' prodigiosa mescalina. Libera la mente e porta le rotelle alla conoscenza totale, quella per cui hai venduto la tua anima.

FAUSTO:

        Ho terrore Mefisto. Si dicono cose orrende sulle droghe. Vuoi iniettarmi la pianta del male  direttamente nel cervello...

MEFISTO:

        Gli uomini hanno paura dei sogni. Come se la loro vita reale non fosse cosparsa di incubi tanto più terribili di quelli che produce la loro mente. Prendi e assaggia questo cibo sacro, tu che pure credevi in Dio. Con questo allucinogeno diventerai uomo di vero sapere, un saggio totale.  Per te che sei giudice è il massimo attuale della trasgressione. Mirabile coincidentia oppositorum.

FAUSTO(alzando religiosamente innanzi a sé tra le due mani il peyotl):

        Mi farà male?

        Mefisto strofina uno o più volte i pezzetti tra il pollice e l'indice  canticchiando sottovoce. Poi   emette un urlo  e mastica il bocciolo invitando Fausto a fare altrettanto.

MEFISTO(dondolandosi):

        Non farà male più di quanto possa farlo la tua solitudine, nel dolore anonimo da apparente stato di veglia. Siediti per terra e mangia!(Fausto esegue l'ordine  e mastica lentamente,  a occhi socchiusi) Tu hai tra le labbra la pianta che rende gli occhi come cristalli sognanti. Potrai scoprire luoghi  e autori di delitti, senza ricorrere alla stupida ragione, vedere siti  in cui furono nascosti oggetti rubati. Vedrai con chiarezza la colpevolezza d'imputati che sbraitano la loro innocenza. Potrai camminare per giorni e giorni senza bisogno di bevande, cibo e riposo, qui nel lungo deserto del Messico. Il Dio rumoroso canta quando viene messo nel sacco.(Canticchiando s'inginocchia accanto a  Fausto che comincia  a dare segni d'imbambolamento)  Cosa vedi?

FAUSTO:

        Ho  paura. Acqua. Ho sete.

MEFISTO:

        Ecco bevi(Imbambolato anch'egli disseta Fausto con l'acqua della borraccia)E sogna.

        Oscuramento.

       

SCENA 10

        Esplosione, scariche di rumori tremendi  con fumo e musiche da Tchaikovsky 1812 overture.

        Saettare di luci e di colori. Al diradarsi appare Mefisto vestito da Diavolo: una tuta con strisce azzurre, rosse, gialle,  le maniche e una cintura gialle listate di rosso. Porta le corna in testa  e un libro in mano.

FAUSTO:

        Un'esplosione di bagliori, di forme  e di colori. Gli dei del fuoco, dalla luce e del vento sembrano essersi dati convegno in questa valle, apparendo sotto forma di Daino o... o...(Rivolto all'amico) Dove sei Mefisto. Diavolo d'un avvocato!

MEFISTO:

        Non aver paura. Sei in un mondo rovesciato, Giovanni. Ma ciò che è fuori coincide perfettamente con ciò che è dentro.

FAUSTO(ridacchiando):

        Ora ho il pieno e intero possesso di me e del mio esterno. Fluttuo nello spazio senza involucro di polvere.  Terrore!  In preda alla pazzia della paura, la mente non esce più. Ho  perduto il mio io esterno...(Buio totale, con minuscola luce su Fausto).

        Sono agl'inizi del mondo. Sono dio. Dio grande e solo, su una minuscola roccia di luce. Un atomo di chiarore in un oceano di oscurità dove si muovono acque galattiche tenebrose...(Rumore di ondate gigantesche). Un atomo d'infinito vuoto che urla: Se avessi un figlio, farei il mondo!

        Fausto sputa a ripetizione e il rumore delle acque diventa sempre più squassante, mentre un fiotto di luce s'ingigantisce  a partire da lui. Fausto con la lingua sembra come tagliare quella luce, finché dal fiotto che s'ingrandisce sembra spuntare Mefisto.

MEFISTO:

        Eccomi, o mio Signore! Ora mi hai generato e sei costretto a tenermi con te fino alla notte dei tempi. Diventiamo fratelli! Insieme creeremo il mondo.

FAUSTO:

        Non saremo fratelli, mai,  al più compagni(Stringe la mano a Mefisto)E insieme creeremo il mondo...

        Fausto cammina sulla scena, estasiato. Mentre racconta, Mefisto mima le visioni.

FAUSTO:

        Eccolo ora il gran fumatore di pipa. La succhia stando sdraiato sulla mezza luna in cielo e già l'accende coi fiammiferi marca Prometeo. Ecco lascia cadere i cerini, minuscole stelle cadenti, micrometeoriti filanti a creare gioia tra i fenomeni celesti. E ora che fa... Si diverte   a scrivere sulle mura di una chiesa sconsacrata il 666. Fa uscire latte azzurro dai capezzoli delle mucche. Ora tutto è assurdo, meraviglioso.  (Luce intensissima dappertutto, poi oscurità e poi ancora luce a intermittenza) Dio è giorno e notte, inverno e estate, guerra e pace, sazietà e fame. Tutti gli opposti assemblati insieme. L'agnello è vicino al leone; il diavolo accanto al buono. Paradiso e inferno. Ma cos'è la giustizia?

MEFISTO:

        Mastica i tuoi pezzetti, giudice. Mastica bene e non ti fermare. Ti riveleranno il futuro, che può essere il senso di  un presente mascherato di apparenze. Sapere la giustizia è un atto profetico. Il primo del mondo... una occulta retrocognizione.

FAUSTO:

        La droga mi fa scorgere meglio tra la nebbia. Nella Caverna di Platone la gente ammassata scorge ombre di figure che passano fuori. Cinematografo preistorico. Scambiano quelle ombre per i soggetti raffigurati. In quella caverna noi giudici siamo relegati nell'anfratto più fetido, lontano, nascosto. Grigliati da procedure astratte, da geometrie logiche inconcludenti al setaccio critico, di là vediamo ombre di ombre, immagini impregnate di puteolenti nullità dove reietti si muovono in aule ricolme di dolore.

MEFISTO:

        Vieni fuori! giudice. Allo scoperto... Rivelaci la tua santa procedura logica.

FAUSTO:

        Ora vedo più chiaro. Il vivere di più, quantitativamente intendo, mi rende  edotto che quella dei giudici è una pseudoscienza. Si fanno giudizi terribili, si proclamano ergastoli, giocando sulle parole e scambiandole per fatti. I fatti... Ecco ci vorrebbe un bagno nella vita, nel laboratorio della storia, per là solo attingere  dati sperimentali su quanto accaduto. Se ciò non è possibile, tutti fuori!

MEFISTO:

        Piglierete sempre più gusto alle mammelle della scienza. Ma bisogna stare attenti, perché anche in quel latte il demonio ha sapientemente infilato dei bacilli pestiferi...

FAUSTO:

        Basta, basta, basta. Così non si finisce più. Quale sarebbe allora il fondamento di questa giustizia?

MEFISTO:

        Il niente. Un emerito, sconcertante, meraviglioso niente! Pura forma, mio caro... Gusci vuoti dietro cui si spreme il sangue della gente. Toghe che ammantano  manichini fungibili!

FAUSTO:

        Sei figlio di Qohélet, nipote di Satana, o cos'altro diavolo!

MEFISTO:

        A scelta! Io vorrei spingerti solo a un mutamento di stato al di sopra del bene e del male. In questo ti chiedo di arrestarti nello stadio inferiore. Verweile doch! Resta ancora un po'.  Ferma la vita così com'è, banalità, morte, vuoto. Almeno ti procurerai l'eternità di una nuova fama. Sarai il profeta del Silenzio!

FAUSTO:

        Sì, tacerà la visione che mi è dentro. Ora vedo che devo agire. Far coincidere il fuori col dentro, l'alto col basso, il primo con l'ultimo, l'inizio con la fine, il maschio con la femmina e il  diritto col rovescio. Farò tutto questo e sposterò le montagne. E il Giudice tornerà a essere un Demonio incarnato nel mondo!

        Oscuramento repentino e totale, con scarica di tamburi.

ATTO TERZO

CADUTA E SABBA PROCESSUALE

SCENA  1

        Lo studio di Fausto. Ora è tutto in bell'ordine. Appaiono quadri e ricchezza, testimoniata da una luce aurea.  La toga è appoggiata sulla statua di Temi, coprendola interamente.

        Il giudice è nella sua veste da camera di seta che copre un pantalone grigio. E' intento a giocare stancamente al solitario. Accanto, sul tavolo, un grosso codice.

FAUSTO(stringendosi nella sua vestaglia):

        Il pozzo dei desideri si è colmato di dolore e l'ideale ha rivelato  solo una vaga chimera...(Abbandona le carte sul tavolo e si aggira per la scena) Mi aggiro per taverne, ville favolose, chiese simili a fortezze divine ma dappertutto m'imbatto nell'impudicizia e nel tradimento... I miei stessi vizi non sono che biglie colorate in mezzo al pullulare dello sterco sferoide lasciato da una miriade di buoi. Ecatombe! Guai a voi pecorai dell'anima!

        Si sente il suono delle campane.

FAUSTO:

        Basta. Sono davvero stanco. Dov'è la mia serenità perduta? Vorrei liberare le terre dalle acque fetide per inondarle con oceani puri, decontaminati, ammantare il mondo intiero di trasparenze marine... Mefistofele mi ha abbandonato lasciandomi da solo con sorella mescalina. (Ingurgita la droga) Vedo un precipizio sotto i miei piedi. Come le tombe sconsacrate sono pronte a spalancarsi per mangiarti e digerirti tra il loro letame di carni marce! (Si porta sul proscenio com a lasciarsi caere sotto)Voglio lasciarmi andare e annegare nella mota vampira che si agita qua sotto...

       

        Appare Mefisto nei panni del diavolo.

MEFISTO(tirando via al centro della scena Fausto):

        Pim! Poum! Pam! Patatrac! Dunque, ci risiamo... la tua morale non ti ha ancora abbandonato. Sei irrecuperabile, giudice. Risplende ancora sulla tua fronte la ineguagliabile luce della puttana di Temi...

FAUSTO:

        Io l'ho prostituita! La corruzione di un magistrato offende il senso del giusto, è odiosa perché ammantata di ipocrisia e falsità. Che mi hai fatto fare, dannato!

MEFISTO:

        Troppo tardi per pentirsi. Troppo facile... Patatrac! Pim! Poum! Pam!

FAUSTO:

        Non è giusto. Il ladro, l'omicida, il terrorista  hanno un loro momento di lealtà. Fanno una scelta chiara anche se deteriore. Ma soprattutto corrono un rischio equo.

        Il magistrato corrotto offende la giustizia nel momento in cui l'afferma, non rischia nulla. Froda la legge mentre finge di reintegrarla e per imbrogliare i codici si serve della forza espressa dalla sua stessa bibbia normativizzata.

MEFISTO:

        Che paroloni!

FAUSTO:

        Hai paura di perdermi?

MEFISTO:

        Come posso perderti, se un giorno ti ho ghermito l'anima e per sempre?

FAUSTO:

        E se ci fosse  una scappatoia... da qualche parte?

MEFISTO:

        E se fosse? Tu vuoi dunque rinunciare alla luna, al sole, alla vita, alla gioia, agli allegri festini, alle gaie canzoni, per sciupare il fiore della tua rinata giovinezza? Hai ancora tempo Fausto, perché vuoi rinunciare in anticipo  a tutto questo? Svanirebbe in un battibaleno la tua conoscenza totale...

FAUSTO:

        Rieccoti. Appena un dubbio mi sfiora, riappari. Sì, sì. Non ne posso più. Tutto mi è vuoto. Forse devo tornare a Dio...

MEFISTO:

        Tu credi che dio è uno e fai bene, anch'io lo credo.

FAUSTO:

        E allora perché non mi lasci andare? E' così importante per te la mia anima?

MEFISTO:

        Sì, perché è quella di un giudice. Il più buono, il più onesto, il più fragile del mondo. Almeno così era un tempo...

FAUSTO:

        Ma tu chi sei?

MEFISTO:

       

        Io sono colui che nega sempre e con ragione,  perché  quello che  tocchi con mano  merita  soltanto  di  essere  distrutto: dunque sarebbe meglio che nulla esistesse.

FAUSTO:

        Se non ci sarò più io, spazzerò l'infamia che ho commesso. Il mondo tenterà con un altro giudice più buono di me e si salverà, forse...

MEFISTO:

        Aspetta, aspetta il tuo tempo, consigliere dei miei stivali. Forse c'è una salvezza.

FAUSTO:

        Lasciami!

        Mefisto, sghignazzando, va via.  Fausto gli va dietro e sbatte la porta alle sue spalle. Indi, spasmodico, va  alla libreria.

FAUSTO(mentre cerca un libro, affannosamente):

        Devo combatterlo, almeno infastidirlo, sapendo cosa gli può dar disturbo. (Afferra un libro  e legge)Il segno della croce, il nome di Maria Vergine, il sale, il Natale, il suono delle campane, il canto del gallo, lo sputo dei santi, i parafulmini sulle chiese, la luce solare, l'agata, l'odore del fegato di pesce, gl'impiccati... Gl'impiccati? Strano.(Si avvicina al cordone della tenda, lo prende tra le mani, si carezza il collo. Poi continua a leggere) Hanno l'anima che non va in paradiso o all'inferno, ma resta a lamentare la fine orribile, irrequieta, sulla terra,  a popolare di paura le notti dei cristiani...

  

        Un urlo di sirena, scuote l'aria. Si avvicina sempre di più.

FAUSTO:     

        Forse mi hanno scoperto. Forse cercano me. Sì, ecco... vengono a prendermi. Devo salvarmi. Fuggirò nelle fogne reali!

       

        Fausto, liberatosi della vestaglia, indossa rapidamente la giacca grigia e  allaccia la cintura.

        Un altro urlo di sirena più vicino gli blocca il gesto di stringere la cravatta al collo. Frenetico afferra il codice ma soprattutto la toga dalla statua di Temi. Stringendola sotto il braccio, scappa.

SCENA 2

        Fausto scende in sala e comincia  a correre mentre una musica martellante da Carmina Burana(Fortuna imperatrix mundi) si sente per il teatro.

        Fiotti di luce cupa sulla scena e là appare la rappresentazione della Notte di Valpurga. Notte tempestosa con lampi e tuoni.

        Nel sottofondo musicale vanno ora La notte di San Giovanni sul Monte  Calvo di Modest Mussorgskj e le canzoni del sorcio e della pulce dal Faust di Berlioz.

        Al centro, sul fondale, trionfante il Grande Capro. Siede  su un trono nero, addobbato con gufi, pipistrelli, rospi e altri animali di  cattivo augurio. Accanto, a sinistra, Mefisto in veste da diavolo, con in mano  il suo bastone nero terminante con un gesso.

        Danza di stregoni armati di forconi e  streghe sulle scope, tutti coperti di toghe  e tocchi. Sono orribili: volti incartapecoriti, un solo occhio, un solo dente, orecchie lunghe e nasi aquilini. Una sola strega porta una maschera grigia.

        I partecipanti si pongono in fila, indi offrono doni (candele nere) e gesti di umiliazione, come il prosternarsi e grattare  la terra.

        La strega mascherata esegue un girotondo attorno al demonio.  E' la sacerdotessa suprema, che si colloca alla destra del Capro.

        A un suo cenno tutti bevono da bottiglie. Indi, inebriati, mimano i coiti, eseguiti in tutte le forme, soprattutto contro natura. Nulla è escluso: incesto, sodomia, bestialità.

        Fausto sale  sulla scena e corre verso il Capro cercando di colpirlo col grosso codice, ma le streghe prima gli fanno ostacolo  e poi lo accerchiano, aiutate dagli stregoni, catturandolo e immobilizzandolo. Nella concitazione la toga cade ai piedi del giudice.

LE STREGHE:

        Infame! Arteriosclerotico!

GLI STREGONI:

        Maledetto! Birbantone!

MEFISTO(fissando Fausto con aria satanica, fischiando a intervalli e invocando il Capro):

        O Grande Architetto dell'Universo. O Bafometto, re della Frammassoneria Universale. Io t'invoco! Hemen - Etan! Hemen - Etan! Hemen - Etan! El Ati Titeip Exe A EL EL EL A Hy! Hau! Hau! Hau!  Hau! Hau! Va! Va! Va! Va! CHAVAJOTH.

        Si ode un tuono. Mefisto s'inginocchia, mentre streghe e stregoni trattengono ancora Fausto. Indi Mefisto si rialza, afferra la toga di Fausto e la lancia verso la sinistra del proscenio, con disprezzo.

MEFISTO(rivolto  a Fausto):

        Il re dei sorci, dei topi, delle mosche, delle rane, delle cimici, dei pidocchi ti ordina di farti innanzi senza paura.

FAUSTO:

        Cosa volete da me?

        Fausto è calmo al che streghe e stregoni lo lasciano, creandogli attorno due ali. Mefisto gli traccia intorno col bastone il circolo goetico.

MEFISTO:

        L'atto finale. L'adorazione pubblica di Satana e il bacio della sua natica. Insomma il nuovo battesimo in nome del diavolo e la consacrazione del tuo patto.

FAUSTO:

        Osculum infame. Le vostre promesse sono state vane. Ora mi  ritrovo solo, con  la polizia alle calcagna e l'onta del mio nome infamato che mi sommergerà in un mare di sterco montante.

MEFISTO:

        E' proprio quello che vogliamo evitarti, Fausto. Sono i tuoi dubbi, le tue stesse ansie che hanno generato sospetti, indagini, imputazioni a tuo carico. Tutto filava così liscio senza sensi di colpa... Hai tradito la giustizia ma anche noi volevamo estirpare la tua moralità fin nelle fondamenta e non ci siamo riusciti.

FAUSTO:

        Cosa volete che io faccia?

MEFISTO:

        La tua anima c'interessa più che mai. Per essa ne va del destino del mondo intero.

FAUSTO:

       

        Non capisco.

MEFISTO:

        La tua salvezza fisica,  la tutela del tuo nome infangato possiamo offrirtele. Con la nostra potente organizzazione, con le sole armi della squadra e di un compasso, possiamo. Basta assai poco per i tagliapietre... Ma in cambio, finalmente, devi donarci tutto te stesso, tutto il tuo male.

FAUSTO:

        Perché? A cosa vi servo io?

MEFISTO:

        A dannare l'intera umanità.  Tu salvi libertà ed onore,  Fausto. In cambio danneremo queste masse di luridi cani che coprono le terre emerse.

FAUSTO:

        Come farete  a sapere che io non v'imbrogli...

MEFISTO:

        Sarai sottoposto alla prova del fuoco. Qua non vale più quello che dici di avere nelle zone superficiali, ma ciò che hai dentro e  che sfugge finanche a te stesso. Salvati  e distruggi il mondo!

FAUSTO:

        Abbiate pietà di me!

MEFISTO:

        Hai tempo per meditare. Anche se l'ora del Giudizio Universale incombe...

SCENA 3

        Fausto avanza sul proscenio dove è proiettata una luce rossa, da tramonto infuocato. Prende la toga gettata via da Mefisto e mastica pezzetti di peyotl.

FAUSTO(parlando con la toga):

        E' opera occulta del vero saggio aprire la terra affinché generi la salvezza per il popolo.

LA PRIMA STREGA(venendo sotto a Fausto):

        Dal mare in tempesta giungerà la grande  lussuria e molti uomini ne verranno travolti. Questo sarà uno dei segni che cambiano il mondo: quando un giudice buono è corrotto ciò segna la fine di un'epoca, irrefragabilmente.(Rivolta al pubblico) Ovunque troverete  Babilonia e la vista di tutti i giusti da quel momento  sarà offuscata dal fumo di Sodoma e Gomorra.

FAUSTO:

        Devo andare.

LA PRIMA STREGA(rivolta a Fausto):

        Solo allora gli occhi usciranno dalla testa del dragone di Temi e la lingua gli sarà fatta a pezzi dai denti taglienti degli arrabbiati defraudati della giustizia.

FAUSTO:

        Devo andare.

        Sopraggiunge uno stregone.

IL PRIMO STREGONE:

        Breve momento, attimo di giustizia cosmica dettato da un'insulsa rabbia.

FAUSTO:

        Devo andare.

IL PRIMO STREGONE:

        Presto ritorneranno gli occhi e la lingua e tutto sarà ricomposto. Quando giungerà la fine del mondo, il sole diventerà cupo, adombrato dallo smog del peccato, la luna si arrosserà coperta dal sangue degl'innocenti evaporato verso il cielo.

        Allora i grifoni vomitati dall'inferno scenderanno a beccare il grano e non  ci saranno spaventapasseri umani togati capaci di contenerli, perché pur essi verranno beccati(sghignazza) senza pietà. I regni si riempiranno di lacrime. I corsi degli astri ne resteranno sconvolti.

FAUSTO:

        Devo andare.

IL PRIMO STREGONE:

        Al tempo in cui  gli uomini e le donne figlieranno raramente, la fede sarà scomparsa  e il mondo verrà invaso dal male. I nanerottoli morali saranno più che mai schiacciati. E poi  i grifoni voleranno in Egitto per schiantarsi a uno a uno sulla faccia della Piramide di Cheope.

FAUSTO:

        Devo andare.

        Sopraggiunge un'altra strega.

LA SECONDA STREGA:

        Diventeremo mangiatori di stelle affondando la nostra colpa nella galassia immensa, dove i cuori degli uomini  più che mai insetti, si trasformeranno in Giganti che in una luce inondante cancelleranno ogni cosa.

        Sopraggiunge un nuovo stregone, seguito dagli altri stregoni e streghe, ad esclusione della sacerdotessa e di Mefisto che rimangono abbracciati di fianco sotto il Capro.

IL SECONDO STREGONE:

        Padroni del tempo, conquisteremo il potere sul bene e sul male.  Un potere immondo, disumano, da dèi terrificanti che non amiamo, mai.

STREGHE E STREGONI SUL PROSCENIO IN CORO:

        Giudizio Universale! Ecco sorgere mostri reincarnati che andranno  a defecare nelle galassie le loro meschinerie terrene...

MEFISTO(gridando):

        Deciditi giudice! Il tempo stringe!

FAUSTO:

        Che degenere farsa!(Pausa) Eppure la sorte degli omuncoli mi è cara. Malgrado tutto, io li amo. E se posso, li salvo. Ma salvandoli, come posso non perdermi!

        Gli officianti ritornano ai loro posti, facendo ala al Capro, mentre rimane sul proscenio il solo Fausto.

        Buio totale alle sue spalle e occhio di bue su di lui.

FAUSTO:

        Ora sono libero, conosco davvero tutto. Io voglio fare giustizia di me stesso. Solo io, il Giudice che è dentro di me, può giudicare il mio giudice corpo.

        Sono stato un profittatore,  un prevaricatore, un simulatore, un falsario. Merito il massimo della pena perché il discredito è proporzionale al credito di probità di cui godevo.

        Guardatevi dal colore nero, o giudici. Siate consapevoli! Giovani logici imperterriti nei gusci cerebrali senza succhi, falsi scienziati della prova ammantati di vetustà,  anziani dannati giudei del codice,  sgualdrine che abiurarono alla maternità per spocchia di quotidiana giustizia!

        Orrenda Toga che hai ammantato di candore i miei peccati, possa tu trasformarti in straccetto per mondare fetidi bagni urbani ricolmi di sterco e senz'acqua!  Nero funereo della giustizia.  Opera al nero, escrementizia nigredo, sentiero di materialità nella putrefazione percorso dai Grandi Corvi, gli Uccelli di Saturno dio di Giustizia.

        Il vostro colore sia il bianco, giudici! E rammentate: il colore del sangue chiamerà solo sangue. Risparmiate l'emoglobina della libertà... Espungete la calcinazione.  Assolveteli tutti!

        Ma ora, o giudici torvi armati di false coscienze ammantatevi di candore e punite solo il vostro consimile che si è fatto Giuda!

        Ritorna la luce sul palcoscenico, dove streghe e stregoni spandono  carboni ardenti, tirandoli fuori da cesti. Altri officianti hanno preparato sulla destra un tripode al cui interno viene riscaldata una bilancia di ferro.

MEFISTO:

  

        Si dia inizio alla prova!

        Fausto si avvicina al tripode, afferra la bilancia incandescente e si pone all'inizio del percorso di fuoco. Qui si toglie le scarpe, mentre un ronzio montante, terrificante, esce dal Capro che emette fumo fiammeggiante. Fumo esce anche dalla terra. Mefisto sorride trionfante.

FAUSTO:

        Già esce il fumo dalla bocca di Gug, e Magug se la ridacchia allegro. Chi sa bruciare acqua e lavare col fuoco fa della terra il cielo e del cielo la terra preziosa. Dammi la forza, mio Dio! Non colpirmi perché tu sei ora ciò che io ero.

        Fausto procede, reggendo alta innanzi a  sé la bilancia a due mani e tenendo i piatti in linea. Avanza lentissimamente uscendo indenne dalla prova.

        Dilucolo. Il canto del  gallo alle primissime luci dell'alba pone fine alla prova.

        Si alza un forte vento cui la congrega malefica tenta invano di resistere, prendendosi per mano e creando una catena oscillante.

        La sacerdotessa è l'ultima della fila. Si toglie la maschera: è Margherita.

MARGHERITA:(urlando con la mano invano tesa verso il giudice):

        Fausto! Fausto!!

        L'uragano trascina via streghe, stregoni, Mefisto, Margherità, infine abbattendo il  Capro.

        Fausto fissa intrepido la donna, senza batter ciglio.

EPILOGO

IL CROGIUOLO D'ORO   

        Luce lunare. Fausto è accanto al Capro abbattuto. Tra le sue mani è ritornato il codice. Rimangono i carboni e il tripode, all'in piedi. 

FAUSTO-VOCE FUORI CAMPO:

        L'amore si sceglie da solo. Ho vissuto di Gug e Magug questo momento mille  e mille volte. Mille e non più di mille per giungere al medesimo punto, sacrificare me stesso, e avere in questo dèjà vu, la visione della fata Viviana che d'incanto libera Mago Merlino imprigionato nel ghiaccio della mia coscienza.

        Quando l'azoto e il fuoco imbiancano Latona, Diana viene senza veste. Quando la notte è profonda una donna vestita di bianco giunge per il giudice Fausto. E' Elena, la donna del  lago, ricoperta da un mantello come fosse una toga chiara, che giunge  a darmi l'ultimo saluto.

        Giunge da destra Elena vestita di bianco e avanza lentamente verso Fausto, che sembra non accorgersene.

ELENA(abbracciando da tergo Fausto,  e carezzandogli la testa):

        Ti voglio bene Fausto.

FAUSTO:

        Troppo tardi, Elena. Per me è la fine.

ELENA:

        Non c'è mai fine all'amore. Ho un regalo da farti... Volevo prima, ma qualcosa mi tratteneva. Ora so che è il momento.

FAUSTO:

        Mi basta che tu mi sia accanto, prima che io vada.

ELENA:

        No. E' giusto che tu sappia. Un giudice deve sapere tutto della vita, della sua vita.

FAUSTO(girandosi):

        Presto perché laggiù mi aspettano.

ELENA:

        Mefisto è tuo figlio, Giovanni. Il frutto di quella notte d'amore sul lago. Quando nella tua casa i corvi neri partoriranno bianche colombe, allora sarai chiamato sapiente. Addio.

        Fausto è sorpreso. Elena lo sfiora con un bacio e va via, a sinistra, mentre da destra entra Mefisto. Ora indossa la camicia a quadrettini rossi, farfallino, blazer, scarpe rosse. Rimane interdetto davanti a Fausto che lo squadra   dall'alto verso il basso.

FAUSTO:

        Sapevi, ragazzo?

MEFISTO(incredulo):

        Ora ho saputo. Come te.

FAUSTO:

        Sei felice?

MEFISTO:

        Sì, ma quanto male ti ho fatto!

FAUSTO:

        Ci sarà molto rumore per la cattura di un giudice, saggio, onesto e gli  uomini ne rimarranno sconvolti... Sarà l'apocalisse. Perché io sono il capro di un'umanità che delega all'infinito le sue colpe. Ma anche noi dobbiamo salvarci, figlio mio. Nessuno ci scoprirebbe mai, forse, ma la verità è più forte degli uomini perché essa è figlia del tempo, che lentamente ma inesorabilmente,  tutto rivela.  Ci consegneremo. E' il tempo della Nuova Età dell'Acquario, della Giustizia Trasparente. Lasciamo che il Grande Pescatore ci acciuffi a suo piacimento.

       

        Padre  e figlio si abbracciano. Cade una rete dall'alto e i due s'irrigidiscono là sotto.

FAUSTO:

            

        Accusati sunt. Judicati sunt. Condemnati sunt.

MEFISTO(rantolando):

        Padre, ho paura qua dentro. Fa freddo. E le ore sembrano non passare mai...

FAUSTO:

        Non temere figlio.  Un giorno usciremo dalla gabbia e come pesci vagheremo nelle spume sotterranee del mare finché,  messe le ali, ci libreremo sulla superficie per volare verso il Grande Oceano di Latte... Gioisci  ora e fa' come gli studenti di Zondia nelle prigioni goliardiche.... Cantiamo nel silenzio totale delle celle  per parlarci e disegniamo sulle mura il nostro desiderio di libertà.

        Fausto e Mefisto si girano frontalmente, rimanendo abbracciati, sotto la rete. Il padre intona con voce stonata Ego sum abbas dai Carmina Burana imitato lentamente  ma sempre con maggior veemenza dal figlio.

        Esplosione di fumo e di fuochi d'artificio, con luce da alba finale. 

        Musica da Sheherazade di Rimsky Korsakov.

        Al posto di Fausto e Mefisto emerge ora un grande Uovo. E' l'Uovo Cosmico, dove i contrari si fondono nell'eternità.

VOCE CORALE DI FAUSTO-MEFISTO FUORI CAMPO:

        Il centro è nel triangolo del centro. E' stato scritto che quando tutti verranno presi dal morso della fame, gli uomini, anche i più savi, verranno a patti col  diavolo. Ma poi verrà un uomo a salvarli, un giusto. E quando il figlio del giusto si ricongiungerà al padre crocifisso allora dall'Eros sgorgherà l'homunculus. Sarà quello il giorno della Regale Fanciullina, in veste di Angelica Farfalla...

        Dall'Uovo che si frantuma fuoriesce una bambina bionda con una mantellina e una corona in testa. Tenendo in alto un aquilone con sopra raffigurata una farfalla e  canticchiando, la pupa attraversa tutta la sala per uscire da qualche parte.

INDICE

                           PREFAZIONE

                           PERSONAGGI

PROLOGO

IL SOLITARIO DI TEMI

ATTO PRIMO

                      IL PATTO DIABOLICO

SCENA 1

SCENA 2

SCENA 3

ATTO SECONDO

I MILLE FIORI DEL GIUDICE NERO

SCENA   1

SCENA   2

SCENA   3

SCENA   4

SCENA   5

SCENA                        6

SCENA                        7

SCENA   8

SCENA   9

SCENA   10

ATTO TERZO

CADUTA E SABBA PROCESSUALE

SCENA   1

SCENA   2

SCENA   3

EPILOGO

IL CROGIUOLO D'ORO   


[1]Gioco descritto  da  Giampaolo  Dossena in I giochi  dei grandi supplemento a "L'Europeo"  n. 51 - Milano, s.d..

[2]Quest'episodio, ricordato già da Erodoto(Le storie - Libro V, cap. 25 - Mondadori, 1956), ripreso da Sebastiano Erizzo nelle Sei giornate e raffigurato in due quadri da Gérard David(1460-1523), ha stuzzicato i giudici scrittori. Lo troviamo citato da Diego Curtò in La pelle del giudice(pagg. 83, 125; All'insegna del pesce d'oro di Schewiller -  Milano, 1984), ma anche da Luigi Grande, in Gli sbagli di Vostro Onore(p. 28 e segg.; Eura Press - Milano, 1988).

[3]Trad.: "Un grande dono fa un giudice accecare,/ Il diritto abbattere, il torto innalzare".

[4]"Coi doni si vince ogni resistenza".

[5]Trad. "Non vi può essere giusto giudizio, dove il soldo  fa  emettere una sentenza".

[6]Trad. "Chi compra un magistrato deve vendere la giustizia".

[7]Questi disegni e scritte  sono stati trovati nelle celle dove gli studenti venivano imprigionati, per i loro atti goliardici, realizzati con acquerelli  e fuliggine di candela.

[8]Trad. "Godiamo, dunque, finché siamo giovani!  Dopo la gioconda giovinezza, dopo la dolente vecchiaia,  la terra ci aspetta".

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