Il grano è verde

Stampa questo copione

IL GRANO E’ VERDE

Titolo originale: The corn is green

Commedia in tre atti e cinque quadri

Di EMLYN WILLIAMS

Versione italiana di Sergio Cenalino

PERSONAGGI

JOHN GORONWY JONES

LA SIGNORINA RONBERRY

IDWAL MORRIS

SARAH PUGH

IL BARONE

BESSIE WATTY

LA SIGNORA WATTY

LA SIGNORINA MOFFAT

ROBBART ROBBATCH

GLYN THOMAS

WILL HUGHES

JOHN OWEN

MORGAN EVANS

IL VECCHIO TOM

Un palafreniere

Ragazzi, ragazze e genitori

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

Camera dì soggiorno di una casa di Glansarno, un piccolo villaggio in un remoto angolo del Galles. Un assolato pomeriggio del mese dì giugno, verso la fine del secolo scorso, ha casa è vecchia; il soffitto è inclinato verso la platea; a destra una stretta scala conduce ad un pianerottolo e poi ad un corridoio sul quale si affacciano le porte delle camere da letto. Proprio di fronte al pubblico - tutte le indicazioni si riferiscono sempre al pubblico - sì trova la porta della camera da letto della signorina Moffat, come si vedrà in seguito. Sotto il pianerottolo, una porta bassa conduce alla cucina. Ai piedi della scala, in un vano, si apre la porta di una piccola stanza, lo studio. Nella parete di fondo, a sinistra, la porta centrale che all'esterno dà su un piccolo atrio, leggermente ricoperto dì edera, presso il quale giunge - sulla sinistra - un sentiero; sempre sulla parete di fondo, ma a destra, un gradino conduce ad una loggia dove s'apre una finestra e dove vi è un sedile. Nella parete di sinistra, in primo piano, la porta del giardino, sopra la quale spicca una piccola finestra laterale; quando la porta resta aperta si vede un pergolato di rampicanti. Attraverso la spessa ten­dina di mussola che copre la finestra della loggia, si può scorgere il muro esterno di pietra tagliata della casa e un po' di cielo. Il pavimento, in pietra, è coperto in parte da due tappeti, di cui uno è posto di fronte al divano. Sbiadite tappezzerie floreali di carta alle pareti. I mobili costituiscono un curioso esempio di incrocio dello stile vittoriano col vecchio stile gallese. Un'ampia scrivania sotto la finestra e una sedia di fronte; un tavolo rotondo e una piccola sedia quasi al centro della stanza; un sedia a braccioli fra la scrivania e il tavolo; un divano fra il tavolo e la scala. Nella parete di destra presso la porta della cucina, un buffet in vecchio stile gallese con piatti di maiolica e cristalleria; contro la scala una lunga panca; nella loggia un tavolino e, poggiato a terra, un arcolaio. Nella parete di fondo, a sinistra dell'ingresso centrale, un orologio a pendolo. Una lampada ad olio sul tavolo e un'altra sulla scrivania. La cosa più appariscente nella camera è costituita dal gran numero di libri di tutti i formati e con svariati tipi di rilegature: alcuni sono posti in librerie aperte, altri in scansie nuove. Vi sono dei libri sul sedile della loggia presso la finestra, altri sui bordi del divano

 QUADRO PRIMO

 (Quando si alza il sipario, John Goronwy Jones e la signorina Ronberry stanno disponendo negli scaf­fali gli ultimi libri: lei sta seduta su un minuscolo sgabello e prende i libri da una scatola nella quale sono stati spediti e li pone in uno stretto scaffale fra la porta del giardino e la finestra laterale, spol­verandoli meccanicamente uno per uno con un fazzolettino di pizzo. E' una donna sulla trentina dotata di quella speciale grazia propria di quell'età, che si rileva in modo particolare quando sporadicamente accenna qualche gesto pieno di civetteria; tiene in testa il cappello. Luì è un povero insigni­ficante uomo di quarant'anni, vero tipo di gallese, occhialuto, malinconico, di carattere chiuso; un vul­cano innocuo anche se in eruzione. Sta appollaiato sulla cima di una scaletta per mettere a posto i libri nei piani più alti di uno scaffale che si trova fra la porta d'ingresso e il vano della finestra: lì spolvera vigorosamente prima di collocarli al loro posto).

 Jones                            - (canta con una dispettosa voce dì basso un inno in gallese accentuando le ultime note) «... Pechadur wyf, y dua'n fyw... 'O Uff erri! yw fy nghri; Gostwng dy glust, a'm llefain clyw... soooolasooo!

Ronberry                       - La vostra voce mi ha fatto venire un terribile mal di capo. Se volete proprio deliziarvi con la musica, non potreste almeno lasciar stare il gallese?

Jones                             - Non mi stavo deliziando con la musica, cantavo un inno. (Mette a posto l'ultimo libro e scende dalla scaletta) Se poi un inno vi fa venire il mal di capo, non è colpa sua, ma della vostra testa. (Parla con accento marcato, ma senza esa­gerare):

Ronberry                       - Con tutto questo non riesco però a capire qual è la ragione che vi spinge a cantare in gallese.

Jones                             - (prende la scatola in cui erano i libri e sì avvia verso la cucina) Canto per consolarmi.

Ronberry                       - Cosa dice quell'inno?

 Jones                            - «I malvagi bruceranno negli inferi». (Va in cucina, ha signorina Ronberry è scoraggiata; accomoda l'ultimo dei suoi libri poi va verso quelli che si trovano dietro il divano mentre Idwal Morris entra provenendo dal giardino con un mazzo di fiori in mano. E' un piccolo bambino di tredici anni, molto timido).

Ronberry                       - (con grazia, scuotendo uno per uno i libri) Il giardino è tutto in ordine?

Idwal                            - 'Sgwelwchi'n dda, d'wi'di torri'r bloda.

Ronberry                       - (chiamando Jones) Traduzione! (Jones ritorna dalla cucina, sale di nuovo lentamente la sca­letta e spolvera ancor più violentemente i libri).

Idwal                            - (a Jones, sempre in gallese) Os gwelwchi 'n dda, Mistar Jones, d'wi'di torri'r bloda, a mae'r domen yn hogla'n ofnadwy.

Jones                             - (rivolgendosi alla signorina Ronberry) Dice che ha raccolto per voi i fiori del pisello odoroso ma che il mucchio dei rifiuti manda un terribile odore.

Ronberry                       - Oh, che caro... (Prende il mazzo di fiori dalle mani di Idwal e con i suoi libri si dirige verso la scrivania) Però suo padre potrebbe metterci qualcosa sopra...

Jones                             - Questo è un ragionare da inglese! C'è il diavolo là dentro, vero? Bene, non mandatelo via, versateci piuttosto sopra un po' di profumo! (Si rivolge a Idwal e gli sussurra qualcosa. Idwal fa cenno d'aver capito e corre in cucina).

Ronberry                       - (aggiustando ì fiori in un vaso sulla scri­vania) Spero che sarà capace di far la commis­sione al padre.

Jones                             - Non è terribile la condizione della gente di questi verdi campi e di questi colli fioriti alla quale il paradiso è negato solo perché non sapranno rispondere a San Pietro allorché li chiamerà a sé in inglese? Non è una cosa perversa che il fanciullo gallese non nasca sapendo l'inglese? (Accentuando il tono ironico del suo discorso) Che il Dio dei cieli mi benedica!

Ronberry                       - Tutti vi diranno che le persone di questa zona sono praticamente dei barbari. Nel giro di quindici miglia non si trova una faccia nuova e anche quando... (Sarah Pugh esce dalla camera da letto e scende le scale. E' una donna rotondetta del paese, che parla con uno spiccato accento gallese).

Sarah                             - Scusi, signorina, ho fatto molto bene il letto e ho spolverato...

Ronberry                       - Basta così, cara. Il colonnello sta per arrivare con il suo servo.

Sarah                             - (indispettita, va verso la porta dell'ingresso centrale) E dire che credevo che sarebbe stato meglio mettere un altro nel mio ufficio postale.

Jones                             - (rude) Cosa avete contro il vostro ufficio postale?

Sarah                             - (voltando la schiena alla porta) Da sette settimane non s'è vista una lettera. AH'infuori di me nessuno può scrivere e nessuno ha motivo di scrivere perché solo io so leggere. Se mi arriva un telegramma lo metto sulla finestra del destinatario, ma mi viene una voglia matta di farlo a pezzi. (Esce).

Ronberry                       - Visto? Non posso immaginare come un colonnello abbia fatto a decidersi di venire a vivere qui. (Mette a posto l'ultimo fiore) Qui che... (Viene nel centro della camera e si guarda attorno) Non ho mai visto tanti libri. Voglio sperare che le tendine non sembrino troppo a quelle di una ca­meretta da signorina. (Si siede sul divano) Le ho scelte con tanta cura...

Jones                             - (misterioso) Perché vi preoccupate tanto di preparar loro la casa?

Ronberry                       - (confusa) Non dovevate aiutarmi se non vi interessa di metterla in ordine... (Finisce di cucire uno squarcio di un cuscino del divano) Sono preoccupata dell'arcolaio e delle porcellane perché la roba sua è così distinta... La sua scrivania, il suo cestino della carta... così... così virile...

Jones                             - Credete forse che il colonnello viva per il suo cestino della carta?

Ronberry                       - E' ridicolo.

Jones                             - Vivrà ben per qualcos'altro... o qualcos'altra. D'altronde voi ne avrete due uomini per casa: lui e il barone.

Ronberry                       - (piacevolmente scossa) Signor Jones!...

Jones                             - (implacabile) E se io fossi un po' più intraprendente, ne avreste poi tre. Preoccupazioni mondane, le vostre. « Suvvia, signor Jones, la mia vita è vuota come un guscio e priva di scopi, diven­tate mio marito prima che sia troppo tardi, diavo­laccio! ».

Ronberry                       - Siete un uomo spregevole che in­sulta... (Bussano all'ingresso centrale, la porta s'apre ed appare un palafreniere in livrea). Il Palafreniere    - (annunciando) Il signor barone. (Il barone entra. E' un simpatico nobiluomo di cam­pagna inglese, anch'egli sulla quarantina: indossa calzoni alla cavallerizza e uose; è un forte bevitore, baffuto, vanitoso, cortese, e alle volte ostinato e te­stardo. Il palafreniere esce e richiude la porta).

Ronberry                       - (affaccendandosi per stringergli la mano) Signor barone...

Il Barone                       - (con disinvoltura getta il cappello sul tavolo) E' una deliziosa sorpresa, trascorrere un allegro pomeriggio con voi, deliziosa signora... (Un compassato cenno del capo a Jones) Come fate, Jones, a trascorrere la maggior parte delle vostre mezze giornate?

Jones                             - (imbronciato fa uno sforzo per salire sulla scaletta) Buongiorno, sir...

Il Barone                       - Piano, caro, piano. Nessun compli­mento con me... (Fa sedere la signorina Ronberry sul divano poi si sprofonda nella sedia a bracciuoli) E ditemi un po', cara signora, perché non siete ve­nuta al matrimonio Traves-Ellis?

Ronberry                       - (sorpresa) Cattivo! Sedevo proprio vicino a voi a colazione...

Il Barone                       - Una colazione allora due volte deli­ziosa...

Jones                             - Scusatemi... (Va nello studio portando la scaletta).

Ronberry                       - E abbiamo sempre parlato di bambini.

Il Barone                       - Parlato di...? Beh, ci troveremo al prossimo matrimonio e non mi capiterà più di di­menticarvi, vero?

Ronberry                       - (col fiato sospeso) Perché?

Il Barone                       - Perché sarete la timida, stordita sposa!

Ronberry                       - E chi sarà... il...?

Il Barone                       - (in un accesso di giovialità) E' questo che adesso voglio sapere perché ho intenzione di portarvi io all'altare.

Ronberry                       - Oh! (Jones ritorna dallo studio).

Il Barone                       - Dunque, che intenzioni avete?

Ronberry                       - Ma signor barone, siete troppo im­paziente! (Tormentata) Sto guadagnando tempo! (Ride, ma sorprendendo uno sguardo di Jones, im­provvisamente si acquieta. Jones si siede al tavolino che c'è nella loggia e spolvera i libri).

Il Barone                       - Troppo cattiva... (Cambiando discorso) Nessun segno del nuovo abitante?

Ronberry                       - (cucendo) A momenti, credo. La carrozza è andata ad aspettare il treno di Londra alle dodici meno un quarto!

Il Barone                       - Quell'uomo non si è portata la sua vettura privata?

Ronberry                       - Non credo.

Il Barone                       - Spero che si trovi bene.

Ronberry                       - Scrisse al signor Jones molto cortese­mente, per dire come intendeva che la casa...

Il Barone                       - Oh, certo, ricordo, non vuole un club, ma neanche delle brutte stoffe. (Dubbioso) Uno strano tipo, no?

Ronberry                       - Perché strano?

Il Barone                       - Ma, tutti questi libri... (Bussano timi­damente alla porta. Entra Idwal molto intimorito).

Idwal                            - (al barone) Os gwelwchi'n dda, syr, mae Mistar Tomos wedi 'ngyrru i yma ich gweld chi!

Il Barone                       - (ridendo, di buon umore) Vedete, con questo pessimo dialetto è come trovarsi all'e­stero... ho trascorso qui metà della mia vita, ma non sono mai riuscito ad intenderlo.

Jones                             - (alzandosi e ridiscendendo dal vano della fi­nestra) Il palafreniere gli ha detto che voi, signore, desideravate vederlo.

Il Barone                       - Oh, sì... certo... bene, vieni qui che ti possa vedere, eh?... (Idwal, impacciatissimo, si av­vicina alla sedia del barone) Dunque, ragazzo mio, quanti anni hai?

Jones                             - Ne ha compiuti tredici poco fa.

Il Barone                       - Tredici? Bene, ma perché non lavori nelle miniere del villaggio qui vicino? Non è bello che i giovani perdano tempo, lo sai.

Jones                             - Ha un polmone intaccato.

Il Barone                       - Oh, vedo... brutta sorte questa... Qua, ragazzotto, c'è un penny per te, e ricordati che lavorar sempre e mai giocare rende tristi i ragazzi.

Idwal                            - (meravigliato, andandosene) Diolch yn fawr, syr...

Il Barone                       - E di' a tuo zio che ho bisogno di cal­zature robuste...

Idwal                            - Diolch, syr.

Il Barone                       - ... e che ripari la finestra...

Idwal                            - Diolch, yn fawr, syr... (Esce di corsa dalla porta dell'ingresso centrale).

Ronberry                       - Sono certa che non ha capito i vostri ordini.

Il Barone                       - Egli non ha neppure...

Jones                             - Avrà creduto che il signor barone stesse conversando. (Va alla finestra) Dirò io a suo zio...

Idwal                            - (chiamando ad alta voce i suoi amici per la strada) Tomos... Aneurin...

Ronberry                       - (si alza eccitata) Ci deve essere qual­cosa... (Idwal riappare all'ingresso respirando a fa­tica).

Idwal                            - (al barone) Pliss, syr, dyma'r cerbyd! (Poi sì riprecipita fuori lasciando la porta aperta).

Ronberry                       - Credo che voglia dire che arriva il colonnello... come ringraziamento per il penny...

Il Barone                       - Non c'è male... (Si alza, poi si ferma fra la sedia a braccioli e la porta del giardino, mentre Jones si ritrae nella loggia perché sta entrando Bessie Watty che, meravigliata, si è fermata sulla soglia a guardare. E' un bambina estremamente graziosa, di circa quattordici anni: ci vuole un po' di tempo per comprendere che la sua modestia è troppo bella per essere vera. Porta i capelli sulle spalle, è vestita molto semplicemente: tiene in braccio dei pacchi avvolti in pesante carta marrone. Resta immobile vicino al tavolo. E' seguita dalla signora Watty, una persona di servizio di mezza età, vestita da viaggio, con un cesto fra le braccia, sormontato da tanta altra roba tenuta assieme con dello spago; si vedono infatti una padella, un mattarello, e uno stampo per dolci, ha sua disinvoltura non è così irresistibile come quella del barone, ma è quasi altrettanto sincera e conserva le stesse buone maniere. Si guarda attorno incerta, incapace di decidere ove posare il suo fardello).

Watty                            - (al barone) Parlate inglese?

Il Barone                       - (sconcertato) Certo!

Watty                            - Siate tanto gentile di prendermi questo. (Gli porge il cesto, lei prende l'altra roba e la dispone sul tavolo, poi corre fuori, dall'ingresso centrale).

Il Barone                       - Perbacco! Un colonnello con una ser­vetta! (Guarda Bessie e si ferma) Perché non parlate?

Bessie                           - Non parlo mai finché mi parlano.

Il Barone                       - Oh, bene... E chi è quella? (Indica Watty che è uscita).

Bessie                           - Mia mamma. Non ho mai avuto il papà. (Il suo tono di voce non è naturale come quello della madre, spesso cerca di essere piacevole, come in que­sto momento. La signora Watty rientra portando due grossi involti coperti di stoffa).

Watty                            - Dio mio, come sono pesanti.

Ronberry                       - Cosa c'è in quei fagotti?

Watty                            - Libri. (Posa i pacchi sul pavimento, prende il cesto dalle mani del barone e lo pone sul tavolo).

Il Barone                       - Buona donna, il vostro padrone è con voi?

Watty                            - No, mi ha seguito per la maggior parte del percorso. (Si precipita nuovamente fuori dall'ingresso centrale e va a spiare se arriva qualcuno) Dovrebbe essere qui a momenti. (Chiamando ad alta voce) Ehi! Siamo qui! Ehi! Pensavamo già di avervi persa! (Pausa. La signorina Moffat entra dalla strada tenendo per mano una bicicletta. Deve avere una quarantina d'anni, una sana donna inglese, dal viso aperto, chiaro, bellissimi occhi, una bocca che de­nuncia molto spirito, di modi semplici e simpatica; sprizza smisurata vitalità che si palesa nel saper at­trarre lo spettatore mediante improvvisi silenzi e per il modo col quale sa ascoltare. La sua caratteristica prevalente è l'assenza completa di sentimentalismo. Ha un cappello di paglia, colletto e cravatta; indossa una sottana scura non esageratamente lunga; dalle spalle pende una borsa).

Moffat                          - Speravo di passarvi davanti, ma la salita dell'ultima collina era troppo forte. (Mostrando la bicicletta) Fuori c'è sempre poca gente ed ho pen­sato che sarebbe meglio tener dentro Priscilla. Watty, puoi trovarle un posto? (Dà un'occhiata alla stanza, guarda fuori dalla finestra laterale e saluta cordialmente con un cenno del capo il barone) Cre­devo ci fosse una vista sul giardino. (Va verso il giar­dino, mentre il barone la osserva stupito).

Watty                            - (conducendo per mano la bicicletta verso la cucina) Accidenti, sono certa che dovrà stare in cucina, e che l'appenderemo con i prosciutti. (A Bessie) Ehi, ragazza, vieni qua a darmi una mano e non stare lì con quell'aria stralunata!

Bessie                           - Ho paura di quell'affare li. (Indica la bicicletta).

Watty                            - Non ti morderà, stai tranquilla. Il mas­simo che può fare è prender fuoco, ma noi terremo sempre pronto un secchio d'acqua... (La sua voce si affievolisce quando entra in cucina)

Bessie                           - C'è qualcuno che ha un pasticcino da darmi?

Ronberry                       - No, nessuno.

Bessie                           - (scoraggiata) Oh... (Segue dì malavoglia la madre in cucina. La signorina Moffat ritorna; è molto affaccendata).

Moffat                          - E' più grande di quello che credevo... (Rinchiude la porta centrale, poi si toglie il cappello mentre gli altri stanno a guardarla) Buongiorno a tutti! (Va a posare il cappello sulla scrivania e si guarda attorno) Così questa è casa mia...

Il Barone                       - (spaccone) No, non è vero!

Moffat                          - Come, non è questa la Pengarth? Vo­glio dire se la casa non ha questo nome...

Ronberry                       - Sì, è questa... (Watty ritorna dalla cu­cina e prega Jones di disfare i pacchi dei libri. Lei si prende la padella e tutto quanto le è necessario e va in cucina. Jones disfa ì pacchi. La signorina Mof­fat nel frattempo seguita a parlare).

Moffat                          - (più sollevata) Ebbene, mi fu lasciata da mio zio, il dottor Moffat. Io sono la signorina Moffat. (Prende la sua borsa) Presumo che voi siate la signorina Ronberry, che con molto garbo corri­spose alle mie lettere, vero?

Il Barone                       - (secco) Ma quelle lettere non le scrisse un uomo?

Moffat                          - Beh, se fosse così, vorrebbe dire ch'io sono stata volgarmente ingannata per quarant'anni... (Si rivolge al barone come stesse parlando con un uomo del suo rango e non a un barone) Tutto que­sto è molto interessante. Perché mai non avete pen­sato che potevo essere una donna?

Il Barone                       - Prima di tutto la vostra carta da let­tere non era profumata...

Ronberry                       - E rivelava una tempra così ardita cosi forte...

Il Barone                       - Poi quel lungo scritto sul contratto d'affitto di novantanove anni fa, di cui non sapete...

Moffat                          - (interessata) Ho commesso qualche sbaglio?

Il Barone                       - No, no; questo è il bello.

Moffat                          - Capisco...

Ronberry                       - Però firmate in modo molto strano...

Moffat                          - Con le mie iniziali, L. C. Moffat. Non ho mai saputo che il nome, Lily Christabel, dovesse seguire il cognome...

Ronberry                       - (sì lascia cadere sul divano) E io che credevo volessero dire Lieutenant Colonel, tenente colonnello... però dopo veniva un'altra sigla, un ti­tolo militare...

Moffat                          - (dopo averci pensato un attimo) Ah, M. A.! E' un titolo superiore che si ottiene dopo due anni dalla laurea in lettere...

Il Barone                       - Come? Voi volete dire quel titolo che mio padre mi comperò quando tornai dall'università?

Moffat                          - Precisamente. Con la differenza che io ero ad Aberdeen, ed ebbi da lavorar forte per otte­nerlo.

Il Barone                       - Una donna con quel titolo? E da quanto tempo non s'era più verificato un fatto si­mile?

Moffat                          - (mettendo la borsa sulla scrivania, celiando) Credo un bel pezzo se si considera che l'abbiamo aspettato per due mila anni.

Jones                             - (che è rimasto in silenzio da quando la signo­rina Moffat è entrata) Siete credente?

Moffat                          - (si volge e scorgendolo per la prima volta) Oh, vi chiedo scusa...

Jones                             - Siete cattolica o protestante?

Moffat                          - Realmente non so più neanch'io... (Men­tre va al tavolo per posare dei libri, si rivolge al ba­rone) E adesso che sapete tutto di me, posso sapere cosa fate voi?

Il Barone                       - (con distacco, dirigendosi verso l'ingresso centrale) Temo di non far nulla. (Riprende il suo cappello dal tavolo).

Ronberry                       - (spaventata) Ma il signor Treverby è proprietario di mezzo paese!

Moffat                          - (sincera) Davvero? Non ho mai avuto occasione di trattare con la nobiltà terriera. Interes­sante!

Il Barone                       - (alla signorina Ronberry) Au revoir, gentile signora. 'Giorno Jones. (Esce con alterigia dall'uscita centrale).

Moffat                          - Beh, nessuno potrà dire che abbia fatto una conquista... (Si avvicina alle sedie) Si può sa­pere perché se l'è presa tanto? (Rientra Watty dalla cucina, portando un piccolo vassoio con tre tazze e relativi piattini).

Watty                            - (posando il vassoio sul tavolo) Ho trovato il thè, signora, e sembra molto buono...

Moffat                          - Bene...

Watty                            - Il grosso del bagaglio sta per raggiun­gerci...

Moffat                          - (apre la porta dello studio) Non è una brutta stanzetta... (Jones prende i libri dal,tavolo e li porta sulla scrivania).

Watty                            - (agli altri) Dov'è il barone?

Moffat                          - (salendo la scala) Si è offeso e se ne è andato. (Scompare nel corridoio).

Watty                            - Offeso? Per colpa sua? (Indica la signo­rina Moffat).

Ronberry                       - Temo di sì.

Watty                            - Accidenti! (Disponendo le tazze e i piat­tini) Che cosa ne pensate di lei? Non vi pare che sia un osso duro?

Ronberry                       - Non è come le altre, ecco...

Watty                            - E' un osso duro, ve lo dico io quello che è! Ha una forza di volontà terribile, veramente ter­ribile. Si metterà nei pasticci, ho tenuto a dirglielo: lei voleva che venissi qui e io, dato il mio passato, non volevo.

Ronberry                       - Dato il vostro passato?

Watty                            - Sì, prima che mi prendesse a servizio. Ma adesso, grazie a lei, sono rientrata in seno al Corpo, e il resto è ormai acqua passata.

Jones                             - In seno al Corpo?...

Watty                            - Sì, nel Corpo Militante della Giustizia. Mi gettai anima e corpo fra loro, corsi in strada a pregare, cantare e a raccogliere oboli e da quel mo­mento mi sono sentita una donna diversa. (Volgen­dosi a Jones) Voi, siete credente?

Jones                             - (irrigidendosi) Certo che lo sono.

Watty                            - Anch'io. Non è forse piacevole?

Ronberry                       - Ma qual era... quel vostro passato?

Watty                            - (dolorosamente) Mani lunghe...

Ronberry                       - Mani lunghe? (La verità la abbatte) ... volete dire che rubavate?

Watty                            - Tutto quello che vedevo. Una cosa ter­ribile. Monete, calze, spille, cucchiai, grembiuli, in­somma tutto quello che mi capitava; sembravo una gazza. Ad ogni occasione una piccola truffa, facevo fuori qualcosa... pur sapendo che l'autrice ero io... (La signorina Moffat scende la scala. Watty si di­rige verso la cucina) Stavo raccontando ai signori il mio tormento...

Moffat                          - Beh, adesso smettetela. La cucina è in ordine?

Watty                            - Non sono il tipo da lasciar venire i topi, io. (Entra in cucina. Moffat si guarda di nuovo at­torno. Di fuori giungono le voci di alcuni ragazzi che stanno cantando una vecchia canzone gallese).

Moffat                          - Ho trovato che l'ultimo padrone di que­sta casa aveva i miei stessi gusti, sebbene non mi riesca di vedermi intenta a filare... (Con calore) Mi avete messo in ordine le mie cose in modo splen­dido, signorina Ronberry e vi ringrazio... tutte e due vi ringrazio... (Quasi come stesse assaporando l'atmo­sfera della stanza) Mi piace questa casa... (Il canto dall'esterno si affievolisce) Cos'è questa canzone?

Jones                             - Sono i ragazzi che tornano dalla miniera.

Ronberry                       - Cantano in modo provocante. Non dovete farci caso...

Moffat                          - Mi piace... (Dopo aver ascoltato un poco, guardando fuori dalla finestra laterale)... Anche que­ste montagne attorno. Questo grande paese selvag­gio... ove vive un popolo che pare straniero... (12 canto sì spegne in lontananza) Ma il lavoro... Ho sentito parlare di una miniera. E' molto lontana?

Jones                             - E' la miniera di carbone di Glasynglo, a sei miglia di qui, sulla montagna.

Moffat                          - (avvicinandosi alla finestra della loggia) Già...

Ronberry                       - Noi speriamo che ce ne sia soltanto una, altrimenti verrà rovinata la nostra bella vista... un panorama così bello!

Moffat                          - (guardando fuori, poi improvvisamente) Cos'è quella grossa costruzione vuota vicino a que­sta casa?

Jones                             - Qui vicino? Ah, il vecchio granaio della cascina Gwalia, prima che quella cascina bru­ciasse...

Moffat                          - Così è libero?

Jones                             - (perplesso) Libero?... Sì...

Ronberry                       - (perdendo interesse al discorso, si alza e va a porsi di fronte al tavolo) Mi sono già intrat­tenuta troppo, dopo avervi dato un benvenuto... così grazioso...

Jones                             - (prendendo gli ultimi volumi dalla scrivania) Anch'io... Tutti i volumi sono spolverati e a posto...

Moffat                          - Niente affatto. Ho bisogno di voi due invinodo speciale. (Avvicinandosi alla signorina Ron­berry) Voi, signorina Ronberry, dovete sapere che a Londra ero abituata ad incontrarmi con i vostri amici alle conferenze e così so che vivete sola, avete denaro sufficiente per star bene, non avete una cattiva istru­zione e che vi lasciate scappare gli anni...

Ronberry                       - (risiedendosi improvvisamente sulla sedia a bracciuoli) I Wingroves! Cosa volete dire... non avrei mai pensato...

Moffat                          - Non è così?

Ronberry                       - No, non è così. Quando vedo il signor...

Moffat                          - Se voi siete una bella zitella sulla tren­tina è vero segno che il vostro uomo ha smarrito la strada e non ritorna. Perché non sfidate il destino e non ve ne rallegrate come faccio io?

Ronberry                       - Però quando foste costretta di rinun­ciare a sperare... oh, che cosa orribile...

Moffat                          - Non posso ricordarmi d'aver avuto delle speranze. (Sedendosi sul divano) Coloro che mi av­vicinano di solito mi fissano lungamente e dicono: «Quella sta facendosi una donna in gamba». Non dimenticherò mai cosa sembravo la sera in cui mia madre mi condusse alla prima festa di società: una botte con tanti nastri rosa infilati nei cerchi. L'unico giovanotto col quale avevo parlato mi disse che ero il tipo di donna che avrebbe avuto piacere di avere per sorella, e capii dopo cosa voleva dire.

Ronberry                       - Ma l'unico avvenire di una donna è il matrimonio e... adempiere ai doveri di...

Moffat                          - Storie. Io ad esempio avrei avuto un bel insuccesso come moglie.

Ronberry                       - Dunque non siete mai... stata inna­morata?

Moffat                          - Mai!

Ronberry                       - E' molto strano.

Moffat                          - Non ho mai parlato per più di cinque minuti ad un uomo senza che mi venisse una voglia matta di prenderlo a pugni. (Jones si dimostra un po' preoccupato).

Ronberry                       - E come avete fatto a vivere, dopo...

Moffat                          - Dopo che persi tutte le speranze? Oh, in modo molto attivo. Nell'Estremo Oriente.

Ronberry                       - (gentile) Opere per il miglioramento sociale?

Moffat                          - Forse, quantunque non sia una cosa molto sociale lavare gli ammalati colpiti dalle ma­lattie più orrende, sotto il sole... Ho letto molto, anche. Temo d'essere una di quelle donne che si dicono ben istruite e questo mi obbliga a rivolgermi al signor

Jones                             - (gli si avvicina) per dirgli che i Wingrowes mi hanno informata minuziosamente anche di lui.

Jones                             - (si avanza impacciato) La mia coscienza è pulita come la neve.

Moffat                          - Non ne dubito affatto, però siete un uomo disilluso.

Jones                             - (stupito) Come posso essere un disilluso se sono credente?

Moffat                          - Ma certo che potete esserlo! E' impos­sibile che voi proviate gioia a star seduto comoda­mente su una zattera che galleggia su un mare nel quale sono dispersi tutti quelli che conoscete. Siete disilluso proprio perché vi trovate fra due posizioni.

Jones                             - (imbarazzato) Fra due posizioni? Su una zattera?

Moffat                          - Precisamente. Vostro padre era un dro­ghiere che aveva i mezzi sufficienti per mandarvi a scuola; almeno alle scuole primarie, con il risultato che avete ricevuto un'istruzione superiore a quella dei vostri compagni, tuttavia vi manca parecchio per considerarvi alla pari con quelli delle classi supe­riori, perciò vi sentite avvilito e ripiegate sulla vostra fede. Non è così?

Jones                             - (voltando le spalle) Avete detto una cosa così terribile che ne avrò per un bel pezzo da pen­sarci su.

Moffat                          - Va bene, ma per ora vorreste smetterla tutti e due di rattristarvi ed essermi molto utili?

Ronberry                       - Utili?

Moffat                          - (camminando su e giù per la camera) Ditemi un po': in un raggio di cinque miglia quante famiglie vi sono qua attorno?

Ronberry                       - (senza soggezione per un momento) Famiglie? Vi è il barone, certo... poi vi è la signora Gwent-Price nella piccola villetta Plas Lodge, una casa molto carina...

Moffat                          - Ma io volevo dire famiglie del posto.

Ronberry                       - (di nuovo impacciata) Del villaggio?

Moffat                          - Sì quante sono?

Ronberry                       - Veramente, non ne ho la minima idea...

Jones                             - Ma... nel villaggio saranno circa venti, e nelle cascine una quindicina.

Moffat                          - Molti ragazzi?

Jones                             - Di che età?

Moffat                          - Dai sedici ai diciassette.

Jones                             - Qua esistono soltanto i ragazzi che hanno meno di dodici anni. Dopo quell'età vengono man­dati in miniera e in una settimana diventano uomini.

Moffat                          - Capisco... Quanti sanno leggere e scri­vere?

Jones                             - Quasi nessuno.

Ronberry                       - Perché vi interessate di queste cose?

Moffat                          - Perché ho intenzione di aprire per loro una scuola.

Ronberry                       - Aprire una scuola per loro? (Fredda­mente) A che scopo?

Moffat                          - A che scopo? Voi che certamente con­tribuite a creare quei fondi che servono a mandare nell'Africa pagana dei missionari, mi domandate a che scopo lo faccio? Vedete questi libri? Sono cen­tinaia, ed è una cosa meravigliosa leggerli, ma questi disgraziati debbono proprio essere tagliati fuori, per sempre, da questa gioia? Perché? Perché capitò loro di nascere in povertà e in una zona incivile, in cui il danaro lo si va a creare in quelle sordide prigioni sotterranee di qualche vecchio avaro che ha una mentalità bovina!

Jones                             - (eccitato) E' vero...

Moffat                          - Cos'è infatti la pagina stampata? Un eterno miracolo! E tuttavia quando questi poveri bambini ci posano sopra lo sguardo è come se fos­sero improvvisamente colpiti da cecità, e questo -per me - è veramente una cosa infame!

Jones                             - (mormorando, sempre più eccitato) Mio Dio, signorina, com'è giusto...

Ronberry                       - Volete dire i ragazzi comuni, no?

Moffat                          - Sì, mia cara, i ragazzi comuni, quelli che vennero al mondo nello stesso modo col quale voi ed io siamo venute! Quando mi giunse all'orec­chio che questa contrada era la vergogna del paese, capii che questa casa mi era mandata da Dio; perciò ho intenzione di aprire una scuola, subito, nel gra­naio qui vicino, e voi dovrete aiutarmi.

Ronberry                       - Io? (Da questo punto sino alla fine della scena, si reciterà a ritmo serrato).

Moffat                          - (torna e sedersi sul divano) Si, voi, pro­prio voi. Butterete via il vostro bel parasole, i guanti di pelle e comincerete a sporcarvi le dita affusolate con un piccolo, ma utile lavoro.

Ronberry                       - Oh, ma io non potrò mai insegnare a questi ragazzi... Puzzano!

Moffat                          - Se non ci avessero insegnato a lavarci, puzzeremmo anche noi. Quindi li metteremo sotto la pompa... Signor Jones, avete un'idea di ciò che ho intenzione di fare di quella vostra testa?

Jones                             - Della mia testa?

Moffat                          - Ho intenzione di aprirla con un apri­scatole, tirar fuori i resti delle vostre cognizioni im­parate a scuola, dar loro una bella spolverata e im­piegarle infine per qualcosa di utile...

Jones                             - Io... io faccio lo scrivano da un legale di Gwaenygam e guadagno trentatrè scellini alla set­timana...

Moffat                          - Io ve ne darò trentaquattro e in più anche la colazione.

Ronberry                       - Ho un'enorme casa da tenere in ordine e tanti fiori da coltivare...

Moffat                          - Chiudete la casa, tenetevi solo una camera e lasciate che i fiori muoiano di morte natu­rale... sul posto... (Dirigendosi ai piedi della scala) Mi sono avanzata un po' di denaro, e so benissimo come lo impiegherò...

Jones                             - Ma questi ragazzi, nella miniera... gua­dagnano dei soldi... Come possono...

Moffat                          - Rimborserò ai loro genitori quei mise­rabili quattro soldi che guadagnano... E quando vi avrò convinti tutti e due, uno non avrà più tempo di pensare d'aver perso il marito, e l'altro di vantarsi tanto della sua fede! Va bene?

Jones                             - (dopo una pausa, cattedratico) Non mi interessa più di sapere se siete o meno cattolica, sono con voi.

Moffat                          - Benone! (Va in fretta alla scrivania e prende la borsa) Ho con me tutti i dettagli del pro­gramma di lavoro, e vi spiegherò tutto... Venite qui, miei cari, attorno a me... (Prende la sconcertata si­gnorina Ronberry per un braccio, la fa sedere di fianco a lei sul divano e fa un cenno a Jones di se­dersi dall'altra parte. Apre la borsa e tira fuori un fascio di fogli che pone sulle ginocchia) Natural­mente si dovrà procedere con cautela, all'inizio, ma se ci impegnamo a fondo... (Con veemenza) Qua ci sono tre sciocche persone di mezza età comodamente rincantucciate nel loro buco, rimpinzate di comodità e di benessere, e fuori vi sono quei bambini allo sbaraglio nella miniera che non conoscono neppure più la gioia di respirare l'aria pura... Dio solo sa come finiranno, ma Lui ci offrirà l'occasione di mi­gliorare un poco il loro destino...

Jones                             - (religiosamente infervorato, quasi stesse per intonare un inno) Noi abbiamo la benedetta pos­sibilità di strappare i bambini dalle viscere della terra in cui il maligno li ha imprigionati nelle te­nebre, e riportarli alla luce della sapienza...

Watty                            - (viene dalla cucina e si dirige verso il tavolo con un'enorme fumante teiera. Nel momento in cui la signorina Moffat spiega le sue carte, dice) Il thè è pronto!

QUADRO SECONDO

 (Sei settimane dopo, una notte di agosto. Le tendine delle finestre sono tirate e la stanza è illuminata dalla lampada. La sedia a braccioli vicino alla scri­vania e una piccola panca di fronte al pubblico. Sui davanzali, vasi di gerani rossi. Il cappello di paglia della signorina Moffat è stato lanciato sopra il pomo della ringhiera della scala. La grossa scrivania, la sedia e il divano sono letteralmente ricoperti di libri, quaderni e fogli di carta. Il resto della camera è im­mutato. Sulla panca stanno seduti cinque pallidi minatori fra i dodici e i quindici anni che indossano berretti, cappucci, scarpe e abiti sporchi di carbone; stanno guardando in giro con l'aria di chi ha avuto ordine di aspettare. Si assomigliano tutti nel pallore: il caporione è Morgan Evans di quindici anni, vivace e sbarazzino; il secondo è Robbart Robbatch, un grosso, fiero ragazzo, di sedici o diciassette anni; gli altri sono Glyn Thomas, Will Hughes e John Owen).

Watty                            - (scende le scale portando un cesto di bucato e cantando) Io son credente... Io son credente.... Io son cre-den-te... (Vede i ragazzi e si ferma) Siete di nuovo qui?

Robbart                         - (dando uno spintone a Morgan) Be mai'n ddeud?

Watty                            - Vi ho chiesto se siete di nuovo qui.

Morgan                         - No, signorina.

Watty                            - Cosa volete dire con « no signorina »?

Morgan                         - (con uno strano accento) Noi non siamo qui di nuovo, signorina.

Watty                            - Allora chi siete?

Morgan                         - Non siamo gli stessi di questa mattina, signorina.

Watty                            - (scende di nuovo) Che fate?

Morgan                         - La signorina Ronberry ci ha detto di aspettare, signorina.

Watty                            - (chiamando) Signora!

Moffat                          - (dalla camera da letto) Sì?

Watty                            - Ci sono cinque moretti per voi! (Va in cucina. Morgan trae di tasca una bottiglietta, ne svita il tappo e beve; un altro alza la mano, prende la bottiglia, ne beve una sorsata e gliela ritorna, mentre un terzo comincia a canterellare distratta­mente una parte della stessa canzone che aveva prima attratto l'attenzione della signorina Moffat. Gli altri, compreso Morgan, si accodano e cantano sino alla fine).

Robbart                         - (con voce pesante, con l'intenzione di pren­dere in giro) Per favore, signorina, posso avere un bacio?

Morgan                         - No, tu non puoi, sporco discolaccio, mi sporcheresti il naso!

Robbart                         - Fuori dalla scuola, sporcaccione!

Morgan                         - Fuori dalla... (Dà uno spintone al vicino e manda tutti gli altri a ruzzolar per terra. Ne nasce un pandemonio tremendo, ravvivato da un torrente di imprecazioni in gallese. Nel frattempo dalla cu­cina giunge Watty con le braccia coperte di schiuma di sapone).

Watty                            - Ehi, ehi, ragazzi, venitevi a lavare con me anche questa sera!

Morgan                         - Per favore, signorina, posso avere un bacio?

Watty                            - (contrariata) Cattivacci! Aspettate che arrivi la signorina Moffat, poi ve le sentirete! (Ri­torna in cucina borbottando) Posso avere un bacio... ve lo darei io il bacio.

Robbart                         - (annoiato, canta con voce rauca) « I ra­gazzi e le fanciulle, fuori andarono a giocare»...

                                      - (Batte il tempo picchiandosi le ginocchia con le mani, e gli altri riprendono a cantare il ritornello. Jones entra dall'ingresso centrale).

Morgan                         - (blandamente) Buona sera, signore.

Jones                             - (sollevato, togliendosi il cappello) Buona sera. (Va verso la cucina).

Morgan                         - (all'improvviso) Vi ho visto con la si­gnora maestra dietro la porta. (Scoppia un coro di « ooooh » che vorrebbero imitare burlescamente una espressione dì disgusto).

Jones                             - (spaventato e con dignità al tempo stesso) Aspettate che arrivi la signorina Moffat, poi ve le sentirete.

Morgan                         - (mormora scimmiottando Jones) Aspet­tate che arrivi la signorina Moffat, poi ve le senti­rete.

Tutti                              - (mentre Jones va in cucina, ripetono) Aspettate che arrivi la signorina Moffat, poi ve le sentirete...

Morgan                         - Sssst... (Zittiscono tutti. La signorina Moffat esce dalla camera da letto e scende le scale. E' vestita quasi come prima e tiene in mano un ro­tolo di carte).

Moffat                          - (parlando ad alta voce) Vi dissi che la forma della camera da letto non permette che la porta del granaio... Oh, ma non c'è... (Prende il suo cappello dal pomo della ringhiera e se lo mette in testa) Mi spiace di avervi fatto aspettare, ragazzi, ma debbo andare da Rees, il carpentiere, e solo dopo potrò stare con voi. Intanto andrete nel giardino alla fontana a lavarvi le mani. Passate di qua, troverete la lanterna. (I ragazzi restano immobili di fronte a lei. La signorina Moffat sorride) Avete capito bene?

Morgan                         - (con falsa sottomissione) Sì, signorina. (Gli altri ragazzi con lo stesso tono) Grazie, signo­rina.

Moffat                          - Bene.

Morgan                         - (mentre la signorina Moffat sta per avviarsi all'uscita centrale, con voce acuta) Per favore, si­gnorina, posso avere un bacio? (Pausa).

Moffat                          - (voltandosi) Cosa hai detto?

Morgan                         - (si alza, salta fuori dal banco e facendo smorfie ai compagni) Per favore, signorina, posso avere un bacio?

Moffat                          - (dopo una pausa, calma) Ma certo che puoi. (Si avvicina a passi svelti a Morgan, poggia un piede sul predellino del banco, lo afferra, lo gira facendolo chinare sul suo ginocchio, lo picchia sodo con il rotolo di carte che ha in mano, poi lo lascia. Guarda gli altri con fermezza) Debbo accontentare qualcun altro? (Silenzio generale. La signorina Mof­fat esce mentre i ragazzi in silenzio la guardano at­territi).

Robbart                         - (imitando la voce di Morgan) Per fa­vore, signorina, posso avere una strigliata sul sedere? (Frastuono di risate frammiste a imprecazioni urlate in gallese. Alla fine vanno tutti nel giardino a la­varsi. Morgan borbotta furiosamente mentre gli altri chiacchierano e ridono. Le loro voci si perdono nell'oscurità. Timidamente Jones sporge il capo dalla cucina. Si assicura che i ragazzi siano usciti, dà un'occhiata in giro ed entra nella sala portando dei libri. Si siede alla scrivania e intona un inno. Bessie arriva nel frattempo dall'ingresso centrale avvilita e abbattuta. Sta mangiando avidamente un dolce. Via ì capelli arricciati e tiene un dito avvoltolato in uno di essi. Getta il cappello sul divano convincendosi che alla fine la compagnia dì Jones è sempre mi­gliore della solitudine).

Bessie                           - Vi farebbe piacere un dolce?

Jones                             - No, grazie, cara piccola. Avete fatto una passeggiata?

Bessie                           - Sì, signor Jones. (Sedendosi all'estremità del divano) E tutta da sola.

Jones                             - (con un interesse che palesandosi in lui sem­bra geniale) Avete visto qualcuno?

Bessie                           - Soltanto una signora e un signore sul sentiero, del resto la mamma mi ha detto di non guardare mai nessuno... (Accorgendosi che lui non ha sentito) Mi pare che qui manchino le botteghe. Londra ne è piena, invece. Lo sapete, no?

Jones                             - Piena di fantastici rifiuti, volete dire.

Bessie                           - A me piacerebbe far sempre delle com­pere. Alla domenica e tutti gli... Signor Jones, vi ricordate d'aver detto a qualcuno che chi non va in chiesa alla domenica andrà alla casa del diavolo?

Jones                             - (con fermezza) Certo.

Bessie                           - Ebbene, domenica scorsa la signorina Moffat ha lavorato tutto il giorno nel giardino. Fi­nirà per andare nell'inferno, vero?

Jones                             - La signorina Moffat è una donna buona. Sarebbe più buona ancora se andasse in chiesa; ma è buona lo stesso anche cosi.

Watty                            - (chiama dalla cucina) Bessie!

Bessie                           - (con malizia) Signor Jones, è vero che la faccenda della scuola non va avanti molto bene?

Jones                             - (dopo una pausa) Chi vi ha detto questo?

Bessie                           - La signorina Ronberry lo stava dicendo a mia madre... oh, non che io stessi ad ascoltare!... In fondo da sei settimane che siamo qui non si è visto ancora nulla di concreto.

Jones                             - E invece tutto va per il meglio.

Bessie                           - (contrariata) Oh, ne sono lieta. La signo­rina Moffat è stata molto severa con me, ma non le serbo rancore.

Jones                             - Severa con voi?

Bessie                           - Sì; non tollera i miei pasticcini. (Si avvia) E' un po' bugiarda.

Jones                             - Bugiarda?

Bessie                           - Lei dice che mi fanno male, mentre sul taschetto in cui li vendono è detto che sono nu­trienti... (Avviandosi verso la cucina, apre il taschetto e si china per annusare) Oh, e poi quell'idea di aprire una scuola a questi ragazzi...

Jones                             - Perché vi siete pettinata così?

Bessie                           - Mi sono fatta i ricci. Non vi pare che sia più graziosa?

Jones                             - Graziosa, sì, ma poco naturale.

Watty                            - (dalla cucina richiama strillando) Bessie!

Bessie                           - Mi sono arrotolata riccio per riccio attorno alle dita e li ho tenuti finché stavano su da soli. (Esce tenendo sempre la mano fra i capelli. E' con­trariata) Il dito mi fa già terribilmente male. (Va in cucina. Alla porta centrale bussano).

Jones                             - Avanti. (Entra Idwal con una piccola gab­bia di legno che si tira dietro. La porta di fronte al divano. La signorina Ronberry giunge contempora­neamente dallo studio, sprofondata nella lettura dì un libro. Idwal sussurra qualcosa in gallese a Jones, poi ritorna fuori dalla porta centrale. La signorina Ronberry sì siede sulla panca).

Ronberry                       - Qui si dice che otto per sette fanno cinquantasei. Poi, poco dopo, che sette per otto fanno di nuovo cinquantasei. Non mi raccapezzo proprio più. (Rientra la signorina Moffat. La sua gaiezza appare lievemente ostentata) Tutto bene?

Moffat                          - No.

Ronberry                       - Oh, poverina!

Moffat                          - (togliendosi il cappello) Il signor Rees, il carpentiere, dice che ha ricevuto ordine tassativo di non parlare del rivestimento del tetto fino a che non sia firmato il contratto d'affitto del granaio.

Jones                             - Chi è che ha dato quell'ordine?

Moffat                          - Ma è proprio quanto vorrei sapere.

Ronberry                       - E quando si arriverà a quella firma?

Moffat                          - Mai, penso. (Con ansia a Jones) Ne avete parlato all'avvocato?

Jones                             - (dì mala voglia) Hanno incaricato della storia sir Herbert Vezey, ma adesso lui è incerto se affittare o meno il granaio e vi comunicherà le sue decisioni per posta.

Moffat                          - Ma perché? Aveva sempre detto che non gli serviva quel granaio... E poi le mie referenze erano impeccabili... (Sì lascia cadere sul divano, su una pila di carte e di libri).

Ronberry                       - Mi sembrate stanca.

Moffat                          - Ho avuto una cattiva giornata. Una lettera dai miei dove si dice che nessun bambino può essere liberato dalla schiavitù della terra: è una bestialità ma tuttavia, lasciamo andare... Una ri­chiesta dell'esercente dell'osteria mi avvisa di non fare la scuola nel caso che dia fastidio ai suoi clienti, bevitori di birra e giocatori d'azzardo! Un messaggio della parrocchia in cui mi si dice chiaramente che sono un'avventuriera straniera dal piede forcuto, una diavolessa, e infine Priscilla, la bicicletta, ha bucato la gomma. Una giornataccia, insomma. (Watty viene dalla cucina portando una tazza dì thè).

Watty                            - Un goccio di thè, signora; penso che abbiate avuto una giornata dura.

Moffat                          - Chi c'era di là, qualche altra novità importante?

Watty                            - (porgendo a Moffat il thè, affaccendata ed eccitata) Oh, soltanto un'ambasciatrice di quella signora Gwent-Price. Vorrebbe che voi non faceste la scuola di fronte alla sua casa, perché la signora soffre di nevralgie.

Moffat                          - (aspra) Cosa le avete risposto?

Watty                            - L'ho polverizzata. (Sempre ..più eccitata) Le ho detto che sarebbe una vergogna, se si facesse un tal baccano dall'altra parte della strada da non permettere più a tutto il villaggio di sentire i litigi della signora Double-Barrel con il marito. L'amba­sciatrice, poveretta, non sapeva più dove stare. (Ri­torna fiera in cucina).

Jones                             - (raccoglie dei libri e si avvia verso lo studio) Non si può dire che lei aiuti la pace e la tran­quillità del vicinato.

Moffat                          - Lo so, ma sa fare il thè in modo squisito... (Vede la gabbia) Cos'è questo?

Jones                             - E' la campana, per la scuola.

Moffat                          - (con maggior interesse) Oh, la cam­pana?

Ronberry                       - (alzandosi) La campana? Lasciateci dare un'occhiata... (Moffat toglie dai cardini la por­ticina della gabbia e guarda la campana. E' molto vecchia, un po' più grossa di un panettone).

Jones                             - Era al monastero di Llantalon prima che andasse distrutto.

Moffat                          - Guardate, c'è persino ancora la fune e... (Diventando nuovamente dì cattivo umore) Bene, ad ogni modo fa piacere vederla.

Ronberry                       - Il muratore finì ieri, per lei, la piccola torre... Lasciate che dica a quei ragazzi di metterla su. Ci porterà fortuna!

Moffat                          - (seduta sul divano beve il suo thè) Se li distorna dal male sono anch'io d'accordo...

Ronberry                       - Signor Jones, andate a chiamarli! (Jones le dà un'occhiata, alquanto dubbioso, poi va verso il giardino. Improvvisamente dal di fuori echeg­giano rauche grida di insulti; Jones indietreggia, ma infine esce).

Moffat                          - Povero piccolo Jones! Quei diavoletti lo terrorizzano.

Ronberry                       - Oh, anch'io. Sono così maligni e così sporchi... (Bussano alla porta dell'ingresso centrale. Sarah giunge correndo, eccitata e lascia dietro di sé la porta aperta).

Sarah                             - Una lettera del signore che deve cedere il granaio. Ho dato un'occhiata al timbro!

Moffat                          - Finalmente... (Passa la sua tazza di thè alla signorina Ronberry, afferra rapidamente la let­tera che le porge Sarah e legge).

Ronberry                       - (posando la tazza sulla panca) Che dice?

Moffat                          - Sir Herbert non può prendere una deci­sione definitiva prima del diciassette. (Strappando la lettera) Un'altra settimana sprecata. E' una cosa che mi fa andare su tutte le furie. (Si alza e passeggia nervosa su e giù per la stanza).

Ronberry                       - Ma in sostanza vuol dire che non può lasciarcelo quel granaio?

Sarah                             - (disillusa) Oh... (Si avvia lentamente verso l'uscita).

Moffat                          - E dire che lui poteva... rovinerebbe ogni cosa, ecco...

Ronberry                       - Dite un po', Sarah, non ci sarebbe una costruzione vuota qualsiasi nei dintorni?

Sarah                             - (pensierosa) Ci sarebbe un porcile sulla strada di Moes, ma non è sufficientemente ampio. (Esce. La signorina Moffat si siede sulla poltrona della scrivania).

Ronberry                       - Non potremmo ricominciare tutto dac­capo in qualche altro posto?

Moffat                          - Ho già impiegato troppo tempo per i preparativi da quando sono qua... e non me la sento di ricominciare... Adesso non posso abbandonare... Sono una cristiana, ma ho una voglia matta di pren­dere a schiaffi sir Herbert finché le braccia mi fac­ciano male... (La porta dell'ingresso viene aperta e senza chiedere permesso il barone entra. E' vestito da sera, senza cappello e fuma un sigaro. E' legger­mente accalorato dal porto che ha bevuto. Sorride scioccamente alla signorina Moffat).

Il Barone                       - Vi porgo il mio grazioso buona sera, signora maestra. Vi ricordate di me?

Moffat                          - Vorreste farmi il piacere di ritornare fuori, bussare ed aspettare ad entrare fino a che non abbia detto « avanti »?

Il Barone                       - Magnifico. Voi scherzate, vero?

Ronberry                       - (inorridita) Ma signorina Moffat, è il barone! Barone, dovete perdonarmi di essermi la­sciata vedere vestita in questo modo... ne sono mor­tificata... Non ho mai un attimo... (Va di corsa nella sua camera da letto)

Il Barone                       - Pan, pan, pan! Uno, due, tre, quattro, entrate! Uno due tre quattro, avanti, march! Cara la mia signora, non siete in classe, adesso! (Bussano) Avanti! (Entra Robbart, con atteggiamento più cor­retto sebbene non abbia ancora visto il barone. E' se­guito dal signor Jones e da Morgan che tiene in mano una lanterna) Sono sgomento di constatare, miei cari ragazzi, che conservate ancora l'abitudine di andare a mettere le vostre mani in quella disgu­stosa miniera di carbone. (Pausa imbarazzata).

Jones                             - Scusatemi, per favore... (Si dirige verso lo studio. Robbart si muove con titubanza in direzione della gabbia dove è riposta la campana).

Il Barone                       - Che diavolo tenete lì dentro?

Robbart                         - La campana, sir, per la scuola.

Il Barone                       - (ridendo forte) Mettetela su, ragazzi, mettetela su. (Robbart alza la porticina e la porta fuori. Morgan esce con lui e richiude la porta dell'ingresso. Il barone, nel frattempo, scherza) Din, don, don... la maestra è nel... (Si interrompe. Spinge in un angolo alcuni libri e si siede sul divano) Adesso, cara la mia signora...

Moffat                          - Sono piuttosto irritata questa sera, e voglio sperare che ci sia una ragione della vostra visita...

Il Barone                       - Oh, ma certo che c'è! Un messaggio molto importante. Parola d'onore. E viene da uno che è stato a pranzo da me: sir Herbert Vezey.

Moffat                          - (con slancio) Davvero? Oh, dite in fretta...

Il Barone                       - Ha deciso che infine quel granaio non gli serve... ma... (si alza e la minaccia con un dito in modo scherzoso) ma... non vuol saperne che se ne faccia una scuola, lo lascerà così, come si trova, sicché con dispiacere vi deve annunciare che ritira, eccetera eccetera. (Si siede improvvisamente. Pensa. La signorina Moffat cerca vanamente di nascondere la sua afflizione).

Moffat                          - Nella prima lettera lasciava intendere che sarebbe stato propenso a vendere.

Il Barone                       - Ma in seguito, qualche parruccone deve avergli fatto cambiare idea, non vi pare?

Moffat                          - (lo guarda improvvisamente e chiede in­credula) Voi?

Il Barone                       - (si alza, serio, con autoritarietà) Non vi ho più fatto visita, signora, perché mi sono occu­pato di osservare la vostra attività molto attenta­mente, anche se da lontano... (Confuso) E' con di­spiacere... dispiacere e... eee... dis...

Moffat                          - E' da malaccorti, impegnarsi in un discorso avendo a disposizione il vocabolario di un ragazzo di cinque anni.

Il Barone                       - (diventando aggressivo tutto ad un tratto) Non voglio vedere nessuno di quei mocciosi nel mio villaggio!

Moffat                          - « Vostro » villaggio?

Il Barone                       - Sì, « mio » villaggio. Non sono uno spaccone, io, ed avrei dovuto farvi sapere prima che tutto quello che potete vedere dalla vostra finestra - e non avete del resto una cattiva veduta - « mi appartiene »! (Con gravità) Ora, cara la mia signora...

Moffat                          - (scoppiando, quasi) Piantatela lì di chia­marmi «cara la mia signora», alla francese. Io non sono sposata, non sono una francese, e voi non nutrite la minima simpatia per me.

Il Barone                       - Oh... prima di tutto, non sono un tipo da odiare una donna, io, e vorrei che ve ne convin­ceste. Bisogna sempre essere dolci, deboli... con il sesso debole... Per tutta la vita ho fatto del mio meglio per la gente di questo paese... essi mi chiamano barone, lo sapete; è un modo di esternare la loro affezione, grazioso, toccante... voglio dire che ogni anno a Natale regalo loro qualcosa, nel giorno del mio compleanno offro birra a volontà; quando ne compii ventuno tutti si...

Moffat                          - Andate avanti.

Il Barone                       - (cambiando discorso) Ciarlano a tutto spiano in questo buffo dialetto, ma - benedetti loro -questo è un paese libero. Provatevi a farli leggere l'inglese e mettere nelle loro teste delle idee! Se ci fossero molte persone come voi, credetemi, l'Inghil­terra sarebbe un luogo deliziosamente pericoloso per viverci! (Con un sorriso) Cosa avete intenzione di fare? Di trasformarli tutti in « gentlemen »? Qual è insomma la vostra intenzione? (Dal giardino giun­gono stridule grida).

Moffat                          - Comincio a meravigliarmi da sola.

Il Barone                       - (serio) Ad ogni modo questa vostra idea di tirarli fuori dalla miniera, è un po' una smargiassata. Metà di quella miniera è mia.

Moffat                          - Questo spiega già molte cose.

Il Barone                       - Ma perché non prendete i ferri da maglia? Vi tirerebbe su il morale! (La signorina Ronberry esce dalla camera da letto. Si è cambiata completamente e ha indosso i suoi gioielli) Comun­que, cara signora, qualsiasi cosa io possa fare per rendervi migliore il vostro soggiorno...

Moffat                          - Grazie.

Il Barone                       - Adesso, debbo andare. Sebbene co­nosca sir Herbert, temo che il mio vecchio e miglior porto non sia più...

Moffat                          - (si alza di scatto e lo affronta faccia a faccia) Aspettate un momento. (La signorina Ronberry, che stava scendendo le scale, si ferma e guarda incu­riosita ora l'una ora l'altro).

Il Barone                       - Se lo desiderate...

Moffat                          - Sono convinta che è come punzecchiare una balena con uno spillo, ma debbo dire due parole a vostro riguardo. Voi siete il Barone Generoso, vero? Adorato dai suoi felicissimi sudditi, intelligente e benignamente comprensivo, eh? Ebbene a me piace farvi sapere che vi è una considerevole quantità di sudiciume, di ignoranza, di miseria e di malcontento in questo paese e che gran parte di questo lo si deve a gente come voi, che siete uno stupido, un presun­tuoso, un avido, un buono a nulla, uno sventato babbeo e che meritate di andare al diavolo. Buona sera! (Gli volta la schiena. Pausa gelida. Il barone si dirige verso l'uscita, ma poi si volta indietro).

Il Barone                       - (con maestosità) Mi accorgo che avete bevuto. (Esce).

Moffat                          - Non sarà stato un discorso dignitoso, ma adesso mi sento meglio. (Sì siede affranta).

Ronberry                       - Sono lieta che parlavate a bassa voce. (Scende le scale) Si è comportato male con voi? E' così inverosimile che il barone...

Moffat                          - E' stato l'amorevolezza in persona. Mi pregò di andare a vivere in una spelonca portandomi dietro un lavoro a maglia. Ha persuaso il proprie­tario del granaio a non vendere.

Ronberry                       - Oh, cara... Naturalmente... (Sedendosi dietro dì lei sulla panca dopo averla prudentemente spolverata col fazzoletto) L'ho sempre giudicato me­glio io...

Moffat                          - Già...

Ronberry                       - Ed io che ho indossato il mio miglior abito di seta, non mi ha neppure guardata... Che farete adesso?

Moffat                          - (si alza volgendo le spalle al pubblico) Vendere la casa, prendere questo mio cervellino di ridicola zitella e nasconderlo. Avete un fazzoletto?

Ronberry                       - Sì, perché?

Moffat                          - Voglio soffiarmi il naso. (Allunga la mano, Ronberry le porge il fazzoletto, si soffia il naso, poi lo restituisce).

Ronberry                       - Dovete aver pianto, voi. (La signorina Moffat si dirige verso lo studio) A me piace pian­gere quando sono di cattivo umore. Penso sempre che questo sia un grande vantaggio che abbiamo nei confronti degli uomini...

Moffat                          - (aprendo la porta dello studio) Signor Jones, volete scrivere alcune lettere ai commercianti e a quelli della miniera? Stiamo per rinunciare alla scuola... (Torna indietro verso la scrivania e si mette a rovistare nel cestino della carta) Suppongo che faremo meglio a incominciare a metter un po' d'or­dine in questo caos e badare agli affari... (Sì siede sul divano, il cestino al suo fianco, e tira fuori cinque quaderni squinternati e sporchi, messi uno sopra l'altro) Cosa stanno a fare questi sozzi quaderni fra le mie carte?

Ronberry                       - (va alla scrivania a ripulire le carte) Son certamente di quei ragazzacci. Dissero che il signor Jones aveva scelto questi quaderni perché di­mostrano che i loro proprietari hanno del talento a scrivere e che io non mettessi il naso nei loro affari. (Raccoglie e getta alcuni pezzi dì carta nel cestino).

Moffat                          - (dando uno sguardo al primo quaderno della pila) Ho dato loro un compito sul tema «come vorrei trascorrere le mie vacanze». (Lo getta nel cestino) Devo proprio essere stata matta... (La signorina Ronberry le prende di mano un altro qua­derno e lo guarda mentre ritorna alla scrivania).

Ronberry                       - (leggendo a stento) « Se... fosse sempre vacanza... farei colazione e chiacchiererei, poi farei pranzo, un riposino, poi prenderei il thè, poi farei cena, poi un'altra chiacchierata e infine a letto a dormire».

Moffat                          - Perché esausto, suppongo. (Dalla cucina giunge Bessie che viene verso il divano a raccattare il suo cappello. La signorina Moffat sta strappando alcuni fogli) Dove vai?

Bessie                           - Andavo proprio a fare un'altra passeg­giata, signorina Moffat.

Ronberry                       - (nel momento in cui Bessie strascicando i piedi si dirige verso la porta centrale, stropicciandosi gli occhi) Che hai, cara?

Bessie                           - La mamma mi ha picchiato.

Ronberry                       - Oh, che mammina cattiva! E perché?

Bessie                           - Perché le ho detto che era volgare. (Esce).

Ronberry                       - (va al tavolo a prendere alcune carte) Quella bambina è infelice.

Moffat -                        - Non ho tempo di preoccuparmi di lei, (Dando uno sguardo ad un altro quaderno) In un altro momento sarei stata molto divertita da questa idea di passar le vacanze, espressa in modo piuttosto crudo.

Ronberry                       - Quale idea? (Si dirige verso la scri­vania ricoperta di carte).

Moffat                          - Un giro turistico in bicicletta con me.

Ronberry                       - Oh... oh...

Moffat                          - (leggendo da un terzo quaderno) « Tem­po di vacanze! Che magnifica inquietante parola! Come le trascorrerò quest'anno, galoppando fra le nevi eterne o gustando le gioie del Dio Nettuno? ».

Ronberry                       - Ma è magnifico! Straordinario!

Moffat                          - La penserei anch'io così, se non l'avessi già letto in un libro ch'era su questa scrivania. (Strap­pa il quaderno e lo getta via).

Ronberry                       - Oh...

Moffat                          - No, il vostro barone ha ragione... (I suoi occhi scoraggiati si fissano casualmente sull'ul­timo quaderno) Sono stata una stupida ed inesperta asina e non posso immaginare come... (Pausa. Sta afferrando qualcosa di ciò che è scritto sul quaderno, poi incomincia a leggere, adagio con difficoltà) « La miniera è buia... Se una luce si sprigionasse nella galleria... l'acqua si precipiterebbe rapidissima nella galleria portandosi dietro l'eco della voce di molte donne, le pareti cadrebbero e sarebbe la fine del mondo». (La signorina Ronberry sta ascoltando at­tentamente, curiosa. Morgan frattanto entra dall'in­gresso centrale. Non ha neppure fatto la prova dì lavarsi, ma ora che è solo dimostra di essere un ro­busto ragazzo, con una personalità latente molto forte che la sua immaturità e la naturale inclinazione gli impediscono dì rivelare).

Morgan                         - Per favore, signorina, quelli della cam­pana...

Ronberry                       - Ssst... nel giardino... (Alla signorina Moffat) Continuate... (Morgan si dirige verso la porta del giardino. La signorina Moffat non ha tolto gli occhi dallo scrìtto, riprende a leggere ad alta voce).

Moffat                          - « La miniera è così buia... ». (Morgan si ferma, si gira, vede ciò che la maestra tiene in mano e si arresta. Le donne non s'accorgono di lui) « ... Ma quando cammino nel buio lungo il Tan posso toc­care con le mie mani le foglie degli alberi e sentire sotto ai piedi... (volta la pagina) che il grano è verde ». (Pausa).

Morgan                         - Andate avanti a leggere.

Moffat                          - (lo guarda, poi riprende a leggere) ... « Vi è dell'aria buona lungo il fiume e non ossido di car­bonio, profumata come il mare, come se il mare fosse coperto di freschi fiori... e questa è la mia va­canza ». (Pausa. Guarda il nome che è scritto sul quaderno) Sei tu Morgan Evans?

Morgan                         - Sì, signorina.

Moffat                          - Sei tu che hai scritto questo?

Morgan                         - (dopo aver esitato molto, con tristezza) No, signorina.

Moffat                          - Ma è tuo il quaderno.

Morgan                         - Sì, signorina.

Moffat                          - Allora chi l'ha scritto?

Morgan                         - Non so, signorina. (La signorina Moffat fa cenno alla signorina Ronberry di lasciarli soli e questa, discretamente, si reca nello studio. Morgan fa per andarsene in giardino).

Moffat                          - Sei stato tu a scrivere questo? (E' difficile intuire dalla severità dei suoi modi che è inte­riormente eccitata. Morgan si ferma e la guarda sco­raggiato).

Morgan                         - Non so... signorina... (Esita, poi quasi disperato) Perché, che avete con quel compito?

Moffat                          - Siediti. (Morgan la fissa, dà un'occhiata alla porta del giardino, infine si avvicina alla panca) E togliti il berretto. (Morgan continua a fissarla. E' sul punto di ribellarsi, ma poi si toglie il berretto e si siede) La tua ortografia è un disastro, naturalmente. Scrivi miniera con due enne e « folie ».

Morgan                         - (prende interesse al discorso, malgrado non voglia) Come avrei dovuto scrivere perché fosse giusto?

Moffat                          - Con una «g».

Morgan                         - Nessuno me l'ha mai detto, signorina.

Moffat                          - Non chiamarmi signorina.

Morgan                         - Perché, non siete signorina?

Moffat                          - Sì, lo sono, ma non è educato dir così.

Morgan                         - (disinteressato) Oh...

Moffat                          - Devi dire: « Sì, signorina Moffat», op­pure «No, signorina Moffat». (Pausa) Dove stai?

Morgan                         - Sotto terra, signorina.

Moffat                          - Voglio dire, dove stai di casa.

Morgan                         - A Llyn-y-Mwyn, signorina... Moffat. A quattro miglia di qui.

Moffat                          - E' un paese grosso?

Morgan                         - Ci sono quattro case e un'osteria.

Moffat                          - Ti prendi qualche divertimento?

Morgan                         - Oh, sì.

Moffat                          - Quale?

Morgan                         - Il rum.

Moffat                          - Il rum? (Morgan tira fuori la bottiglietta del liquore, la mostra e se la rimette in tasca) Vivi con i tuoi genitori?

Morgan                         - No, da solo. Mia madre è morta e mio padre con i miei quattro fratelli maggiori, quando io avevo dieci anni, si trovavano nel pozzo grande dove successe quella disgrazia.

Moffat                          - E morirono tutti?

Morgan                         - Oh, sì, tutti morirono.

Moffat                          - Che tipo era tuo padre?

Morgan                         - Un bastardo.

Moffat                          - Cosa?

Morgan                         - Sì, sapeva un po' d'inglese e me lo fece imparare.

Moffat                          - Vai in chiesa?

Morgan                         - No, grazie.

Moffat                          - Chi ti insegnò a leggere e scrivere?

Morgan                         - Insenio?

Moffat                          - Insegnò, dal verbo insegnare.

Morgan                         - Ah...

Moffat                          - Chi ti insegnò?

Morgan                         - Io.

Moffat                          - E come?

Morgan                         - Non so.

Moffat                          - Che libri hai letto?

Morgan                         - Libri? Un po' della Bibbia e un libro che un taglialegna prese per me dalla cucina di Plas.

Moffat                          - Che libro è?

Morgan                         - « The Ladies' Companion ». (Pausa, ha signorina Moffat si alza e passeggia pensierosa, stu­diandolo. Morgan sta seduto con molta soggezione, facendo girare il berretto fra le mani. Alla fine si alza) Posso andare, adesso?

Moffat                          - (decisa) No. (Morgan si risiede. La si­gnorina Moffat gira attorno alla panca e va a porsi di fronte a lui presso la porta del giardino) Avresti piacere di imparare ancora tante cose?

Morgan                         - No, grazie.

Moffat                          - E perché?

Morgan                         - Gli altri mi prenderebbero in giro.

Moffat                          - Capisco. (Pausa. Va verso il divano, si gira e si pone di fronte al ragazzo) Non hai mai scritto altro prima di questo compito che ti ho dato?

Morgan                         - No.

Moffat                          - Come mai?

Morgan                         - Nessuno mi fece scrivere. (Altra pausa. Poi sentendosi osservato, scatta) Ma che avete con quel compito?

Moffat                          - (si siede e guarda pensierosa il quaderno) Niente. Se quelle tue righe promettono qualcosa, è ancora troppo presto perché possa dichiararlo con certezza, ma c'è del talento eccezionale per un ra­gazzo delle tue condizioni.

Morgan                         - (esitante) Che terribile frase lunga, si­gnorina Moffat.

Moffat                          - Si vede che a te piace la chiarezza. (Pausa. Il ragazzo la guarda dolcemente, incerto d'aver sentito bene, e spera d'afferrare un'occhiata di conferma. La sua fantasia sta certamente lavorando molto).

Morgan                         - Oh!

Moffat                          - Qualcuno ti aveva già detto una cosa del genere?

Morgan                         - No, mi è nuova.

Moffat                          - Che effetto ti ha fatto, dunque?

Morgan                         - Subito mi è sembrato un morso. (Pau­sa) Mi fa... (E' esitante, ma poi si incoraggia) Voglio diventare ancora più chiaro. (Guarda lentamente, meravigliato, le pareti della stanza ricoperte di libri) Vorrei sapere cosa c'è... dentro a tutti quei libri...

Moffat                          - (lo ha osservato con attenzione) Signo­rina Ronberry! (A lui) Puoi venire domani?

Morgan                         - (colto alla sprovvista) Domani... no... lavoro in galleria... dalle sei alle sedici...

Moffat                          - Allora potresti essere qui alle diciassette?

Morgan                         - Alle diciassette, no. Non prima delle diciannove, signorina... Ci sono sei miglia da fare a piedi...

Moffat                          - Ma certo, ma certo... dopo le diciannove. Nel frattempo correggerò l'ortografia e gli errori di grammatica del tuo compito.

Morgan                         - (la guarda ammirato e dopo una pausa) Sì, signorina Moffat. (La signorina Moffat va verso lo studio. Il ragazzo non s'è mosso, e quando la si­gnorina si volta, lo vede).

Moffat                          - Faremo così, va bene. Buona notte.

Morgan                         - (pausa, poi) Buona notte, signorina Mof­fat. (Si avvia verso l'uscita centrale, mettendosi il berretto).

Moffat                          - Sei tu quello che poco fa ho sculacciato? (Morgan si volta, la guarda, ammicca con gli occhi ed esce. La signorina Moffat chiama ad alta voce, eccitata) Signorina Ronberry, signor Jones! (La si­gnorina Ronberry arriva di corsa dallo studio).

Ronberry                       - Che succede?

Moffat                          - Sono stata due volte scema. Non c'è da preoccuparsi del granaio. Apro subito la scuola, pic­cola dapprincipio, in questa stessa camera. Tirerò fuori quei ragazzi dalla miniera a costo di dover andar giù io a prenderli. Chiamate Jones prima che imbuchi quelle lettere e dite a quei ragazzi che fra cinque minuti sarò pronta per loro. Stiamo per inau­gurare la scuola! (La signorina Ronberry che ha se­guito questo discorso acconsentendo con cenni del capo, fugge dallo studio alquanto stupita. Si sente però che ripete: « Stiamo per inaugurare la scuola ». La porta dello studio si richiude alle sue spalle. La signorina Moffat continua a guardare il quaderno che tiene in mano. Legge) «... e quando cammino nel buio... posso toccare con le mie mani... e sentire che il grano è verde... ». (Si ode il festoso richiamo della campana della scuola. Lei si arresta, eccitata e felice ad ascoltarla).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

QUADRO PRIMO

Sul far della sera, in agosto, due anni dopo. Il sole è ancora brillante. La stessa camera delle scene pre­cedenti è diventata un completo miscuglio di ca­mera di soggiorno e di aula, rivelando evidenti segni dell'abituale affollamento. Il tavolino nel vano della finestra è stato sostituito da due banchi di scuola; il tavolo e la piccola sedia sono stati spinti e accan­tonati dietro il divano; l'arcolaio è scomparso; un altro banco, isolato, è posto fra il divano e la scri­vania; fra il divano e la loggia della finestra, due file di quattro banchi ciascuna, stretti assieme e posti diagonalmente. Carte marittime, geografiche, una ta­bella dell'alfabeto e alcune lavagne coperte di scritte appese tutto attorno alle pareti, nascondono i libri. In una scansia un grosso mappamondo. Alcuni at­taccapanni irregolarmente affissi alla ringhiera della scala; molti libri gettati alla rinfusa un po' dapper­tutto, specialmente nel vecchio buffet, al posto dei piatti e della cristalleria. Gli attaccapanni sono co­perti di cappelli e berretti; la signorina Moffat, come al solito, ha lasciato il suo cappellino sul pomo della ringhiera delle scale, mentre il suo mantello è ap­peso ad un grosso libro nella scansia dietro la porta dell'ingresso centrale. Un cavalletto tiene su una grossa lavagna sulla quale, nella tremolante calligrafia della signorina Ronberry, è scritto: « Costantinopoli è la capitale della Turchia »; un pesce in una vasca di vetro su una scansia. La lampada sul tavolo è stata rimossa; vasi di fiori sui davanzali delle finestre. (Prima che il sipario si alzi si sente cantare in gallese « Bugeilio'r Gvoenyth Gvoyn »; sono i ragazzi con le loro voci acute, dolci e sicure, rafforzate da quelle dei più anziani e dei genitori e specialmente di Sa­rah. La stanza è piena di gente; la signorina Ron­berry sta appollaiata sul piccolo sgabello posto fra il divano e la scala, voltando la schiena al pubblico, molto fiera con una riga in mano; Jones è sprofon­dato nella poltrona a braccioli e sta correggendo al­cuni compiti. Sarah, due vecchie contadine ravvolte in scialli, e tre vecchi vestiti nel miglior modo pos­sibile, stanno in piedi dietro alle file dei banchi, nella loggia della finestra. Nella prima fila di banchi, hanno preso posto Robbart, ldwal, una ragazzina e Glyn Thomas; nella seconda un ragazzino, un'altra ragazza, Bessie e Will Hughes. In un altro banco, provvisoriamente avvicinato ai primi, è seduto John Owen, e in quello isolato vi è il vecchio Tom, un vecchio distinto contadino con una bella barba gri­gia. Ha abbandonato il berretto e il bastone dietro di se, trasportato dalla foga del canto. Bessie è silen­ziosa, annoiata, più graziosa che mai quantunque vestita come una scolaretta. I ragazzi che in prece­denza abbiamo visto come sporchi minatori, ora sono lindi e puliti. 1 loro genitori seguono con vivissima curiosità ogni gesto della signorina Ronberry. Ogni ragazzo ha sul banco una lavagnetta e un gessetto, ha canzone è stata cantata sino alla fine).

Ronberry                       - Adesso è andato molto meglio. .Un canto ricco di sentimento, grazioso e preciso quanto bello. Me ne avete fatta la traduzione inglese? Gli Alunni            - Sì, signorina Ronberry.

Ronberry                       - Avete compreso tutti il significato di: « Tu lo ami, biondina, più di quanto sii amata »?

Gli Alunni                     - (mentre lei scende dal suo sgabello) Sì, signorina Ronberry.

Il vecchio Tom              - (cantando il verso con voce sten­torea) ...« Più di quanto sii... amaataaa! ».

Ronberry                       - Precisamente, signor Tom. (Prende un piccolo campanello posto su un libro ai piedi delle scale, lo scuote vigorosamente, poi lo ripone allo stesso posto. Nessuno si muove) Ragazzi, a casa, a casa! (Gaiamente, vedendosi osservata) Ragazzi e ra­gazze, fuori a giocare!

Idwal                            - Per favore, signorina, non potremmo re­stare ancora un poco?

Ronberry                       - Sì, ma solo per pochi minuti. (Ritorna al suo sgabello) Dobbiamo attenerci al programma del corso degli studi. Ora cosa vorreste sapere? I fiumi dell'Europa, oppure la storia del Re Alfredo? Il vecchio Tom     - (estatico) Aritmetica! Moltipli­cazioni!

Ronberry                       - Due per sei, dodici!

Gli Alunni                     - Due per sette, quattordici, due per otto, sedici... (Continuano fino a « due per dodici, ventiquattro », poi si interrompono). Il vecchio Tom         - Due per tredici, ventisei!

Ronberry                       - Magnifico, molto bene. Adesso basta. La lezione è finita. (1 ragazzi e gli adulti incomin­ciano un vivace cicaleccio. Uno o due di essi con­tinuano a scrivere sulle loro lavagnette, un terzo osserva ciò che ha scritto; gli altri corrono a pren­dersi i cappelli e i cappotti).

Idwal                            - (dopo aver guardato fuori dalla porta del giardino, chiama gli altri) La signora maestra! (Tutti, ad eccezione di Bessie che continua a star­sene seduta, zittiscono rispettosamente, mentre la signorina Moffat entra dal giardino. E' più brillante e vivace che mai; porta sotto il braccio un seggiolino pieghevole e sta leggendo un quaderno. Fa un cenno dì saluto a tutti, grazioso, attraversa la stanza, sale le scale e sì ritira nella sua camera da letto. Allora il baccano ricomincia e i ragazzi, ciarlando, sì dirigono verso la porta dell'ingresso centrale. Nel frattempo Robbart prende il cavalletto della lavagna e lo spinge vicino alla panca, mentre John Owen chiude la porta del giardino e trascina il suo banco nell'angolo, presso l'orologio a pendolo. I ragazzi sono usciti tutti, guidati dalla signorina Ronberry, che chiude la porta alle loro spalle. Dentro son rimasti Bessie e il vecchio Tom che sta immobile accanto al suo banco a guar­dare la signorina Ronberry con tanta attenzione, quasi fosse un libro. Idwal gironzola per la stanza. La signorina Ronberry, dopo aver chiuso la porta, si gira e viene a trovarsi fra Idwal e il vecchio Tom) Per favore, signorina Ronberry, quanto fa quattro per quattordici?

Ronberry                       - A proposito, Idwal caro, grazie per i fiori.

Idwal                            - Oh, niente, signorina Ronberry. (Esce seguendo gli altri e li chiama per nome).

Ronberry                       - (un po' nervosa) Vi è qualcos'altro che vi piacerebbe sapere, signor Tom?

Il vecchio Tom              - Dov'è Shakespeare?

Ronberry                       - Dov'è?... Shakespeare, signor Tom, fu un grande scrittore.

Il vecchio Tom              - Scrittore?... Come la « Bibia »?

Ronberry                       - Come la « Bibbia ». (Accentua la «b» per correggerlo).

Il vecchio Tom              - (guardandola scoraggiato) Po­vero me, io che credevo che quell'uomo fosse un paese... (Esce anche lui, borbottando) Se fossi nato cinquant'anni più tardi, sarei oggi il primo della classe...

Ronberry                       - (chiude la porta appena il vecchio è uscito) Che caro... (Spolvera i banchi) La signo­rina Moffat ha fatto per un'ora lezione di gram­matica sotto il pero del giardino. Deve essere stanca morta... (A Bessie che si è arrampicata sul banco) Perché non ti sei alzata in piedi quando è passata?

Bessie                           - I miei piedi avevano sonno. (Il suo modo di fare è ancora più impudente delle volte prece­denti).

Ronberry                       - (andando verso il divano) Questa, cara mia, è una brutta menzogna.

Bessie                           - (andandosi a mettere nel banco del vecchio Tom) Se lo volete sapere, signorina Ronberry, spesso mi sento molto debole, come se il cuore si fermasse e il mondo stesse per finire. (La signorina Moffat, scende le scale, sempre con il quaderno fra le mani e il seggiolino pieghevole sotto il braccio).

Ronberry                       - (con sincera sollecitudine) Cara Bessie, ciò che dici è orribile!

Jones                             - Può essere un avvertimento.

Ronberry                       - Cosa? (Siede sull'orlo del banco nella loggia e cerca dì togliersi dalla punta delle dita al­cune macchie di inchiostro con polvere dì pomice. La signorina Moffat posa il suo seggiolino pieghevole sul tavolo e a passi misurati si avvia verso la porta dell'ingresso centrale, leggendo il solito quaderno).

Jones                             - Una volta ebbi anch'io un avvertimento: sembra ad un'onda dell'oceano che s'infranga sulla scogliera. Quel giorno qualcosa dentro di me andava dicendomi: « Passeggia, pensa e rifiuta ogni cibo per tredici ore ». Così feci e verso la fine della giornata, mentre ero seduto su un gradino, sprofondato nella meditazione, una voce sorse in me e disse: « John Goronwy Jones, domattina è la fine del mondo».

Moffat                          - E ci fu proprio?

Jones                             - (amaro) Successe otto anni fa. E' stata un'esperienza magnifica! (Riprende a correggere i suoi quaderni).

Moffat                          - E questo prova quanto il dono della preveggenza debba allo stomaco vuoto. Qualcuno di voi ha visto un libro di greco? (Tira fuori da una pila enorme di carte sul tavolo, un libro sottile) Questo è...

Ronberry                       - Greco?

Moffat                          - Morgan Evans, incomincerà questo mese a studiare il greco.

Ronberry                       - Ma no! Non sapevo che conosceste anche il greco!

Moffat                          - (sì affretta su per le scale) Io no. Ne so appena quel tanto che mi permette di insegnargliene un poco. (Entra nella sua camera).

Ronberry                       - E pensare che due anni fa non sapeva neppure l'inglese!

Bessie                           - Perché è nelle grazie della maestra.

Ronberry                       - Non devi dire questo, cara. La signo­rina Moffat dice che è intelligente.

Bessie                           - Lui fa sempre tutto bene, mentre io non imparo niente. Ne sono certa: è perché è nelle grazie della maestra. (Cambiando discorso) Mi sono data del profumo nelle mani, signor Jones, vi pia­cerebbe sentire come sono profumate?

Jones                             - (con timidezza) No, Bessie, di qui non posso sentirlo, grazie.

Bessie                           - (annusandosi le mani) Oh... è così dolce...

Ronberry                       - La signorina Moffat ha fatto dei ma­gnifici progetti per lui... lo arguisco dai suoi modi di fare. Penso che voglia mandarlo in qualche se­minario perché diventi un curato. Non sarebbe una cosa meravigliosa?

Bessie                           - (indolente, le mani fra le mani) Penso che lei stia per prendere un granchio.

Ronberry                       - Bessie! Perché parli così?

Bessie                           - Perché lei dispone a piacer suo di lui. Io ho buoni occhi, anche se lei non ne ha, e vedo che lui sta per ammalarsi. Lei invece non se ne ac­corge neanche. (La signorina Moffat appare al sommo delle scale, intenta ad asciugarsi le mani).

Moffat                          - Evans! (Pausa. Mordati arriva dallo stu­dio. Ora ha diciassette anni. E' vestito male ed è molto diverso dal primo atto. E' uno scolaro disci­plinato. Tiene in mano un foglio e una penna. L'at­teggiamento dì lei, nei suoi riguardi, sembra decìsa-mente impersonale. Gli altri lo guardano) Hai finito?

Morgan                         - Sì, signorina Moffat.

Moffat                          - Quante pagine ne hai fatte?

Morgan                         - Nove.

Moffat                          - Tre di più, bastavano sei. Hai tradotto quei versi di Voltaire?

Morgan                         - (mostrando il foglio) Sì, signorina Moffat.

Moffat                          - Sono le diciassette esatte, vai a fare la passeggiata ora. (Prende il berretto del ragazzo e glielo getta) Poi torna qui svelto.

Morgan                         - (si avvia ad uscire mettendosi la penna dietro l'orecchio) Sì, signorina Moffat.

Moffat                          - Se vuoi, va' pure a caccia d'uccelletti, ma impara a memoria quel pezzo di Voltaire e ri­torna fra mezz'oretta. Intanto togliti quella penna dall'orecchio. (Rientra nella sua camera da letto. E' evidente che fa di tutto per non apparire troppo gentile con Morgan, ma il ragazzo non ci bada nep­pure. Egli posa la penna sul banco di Bessie, sì ferma vicino a lei e la guarda).

Bessie                           - Adesso vai a fare due salti con il per­messo di... (Lui la guarda con disprezzo. Bessie volge attorno il suo sguardo sfacciato, mentre il ragazzo dimostra d'essere involontariamente attratto da lei. Osserva se è osservato. Ronberry è occupatissima a pulirsi le dita nella loggia della finestra e Jones è impegnato nel suo lavoro dì correzione. Bessie non li guarda, e parla con tono improvvisamente dolce e misterioso) Senti che profumo?

Morgan                         - (dopo una pausa) Sì.

Bessie                           - (trasognata) Buono, no?

Morgan                         - Non so, non sono pratico di profumi. (Poi sì corregge a malincuore) Non sono mai stato competente di profumo... prima di adesso...

Bessie                           - Non sei ancora stanco delle lezioni? (In­comincia a cantare, dolcemente. Morgan va alla porta dell'ingresso centrale, si gira colpito dal suo canto, poi esce. Bessie posa a terra la sua lavagnetta con noia) Adesco me ne vado perché mia mamma sarà di ritorno fra poco e mi porterà diverse notizie.

Jones                             - Perché? Dov'è andata?

Bessie                           - Alle sue riunioni. Fare venti miglia per andare ad elemosinare per le strade, è una cosa da pazzi. Dovrebbe ormai già essere di ritorno e poi sapremo tante cose.

Jones                             - Sul conto di chi?

Bessie                           - Di quel terribile Morgan Evans. Tutte le sere, dopo che esce dalla miniera, non viene forse a prendere lezione? E poi non fa delle lunghe passeg­giate? Ma nell'ultima settimana abbiamo spiato le sue mosse, così abbiamo saputo tutto.

Jones                             - Che cosa vuoi dire?

Bessie                           - (con soddisfazione) Un bicchiere di rum dopo l'altro senza misura.

Jones                             - (turbato) Oh... Chi ha detto questo?

Bessie                           - L'uccellino. (Va a sedersi al tavolo) E se la sciatica di mia madre va un po' meglio, andrà a spiarlo di nuovo e sapremo tutto. (La signora Watty grida entrando dalla porta centrale. Indossa la uni­forme dei membri del Corpo dei Militanti della Giu­stizia e porta un ombrello, ha in mano un pacco av­volto in carta marrone).

Watty                            - Guarda cosa mi è successo.

Bessie                           - Che cosa?

Watty                            - Sono diventata sergente maggiore! (La signorina Moffat è entrata nel frattempo senza esser vista; ha i capelli sulle spalle e sta pettinandosi).

Moffat                          - Watty, è proprio vero?

Watty                            - Oh, signora, non vi avevo vista...

Moffat                          - Su, parla!

Watty                            - Vi ricordate della sergente maggiore Opkins che disertò a Cardiff e che sposò poi un mari­naio?

Moffat                          - Sì.

Watty                            - Ebbene, l'altra settimana, non più di due mesi dopo che aveva abbandonato il Corpo, è morta.

Moffat                          - E tu le hai preso il posto?

Watty                            - L'uniforme mi va a pennello. (Si avvia verso la cucina) Vado a prepararvi una tazza di thè e un uovo, signora, poiché non siete abituata a man­giare dei cibi freddi, vero?

Moffat                          - Si mangia sempre troppo lo stesso. (Ri­torna nella sua camera).

Bessie                           - L'hai visto? (Allude a Morgan).

Watty                            - (rientrando nella stanza) L'ho proprio pescato. (Vede Jones e si rivolge a lui rattristata) Ha fatto una bella bevuta... (Poi a Bessie) E tu cerca di non aprir bocca, altrimenti ti strapperò le orecchie... (La signorina Moffat esce dalla sua camera da letto, scende le scale continuando a mettersi a posto i ca­pelli e tenendo il suo piccolo quaderno fra i denti).

Moffat                          - (a Watty) E' stata una bella cerimonia? (La signorina Ronherry gira attorno alla scrivania, incominciando a prendere interesse al discorso).

Watty                            - Meravigliosa, signora. Dissero che spe­ravano che l'ultima sergente maggiore fosse ora in quel posto che tutti noi vorremmo andare, ma avendo disertato non si poteva essere sicuri di questo. Poi abbiamo convertito tre peccatrici. (Tocca il signor Jones con il suo ombrello) Avreste dovuto esserci!... E poi che colletta! (Avviandosi) Non ho mai visto una colletta così redditizia dopo quella che si fece all'Esposizione di Liverpool.

Ronberry                       - Ma all'Esposizione di Liverpool non fecero nessuna colletta.

Watty                            - Loro no, ma io sì. (Va in cucina. Jones raddrizza la lavagna e cancella ciò che c'è scritto; poi ricopia da un foglio che ha in mano uno schema, ponendovi la massima attenzione).

Bessie                           - Per favore, signorina Moffat, mi darebbe i soldi per il biglietto?

Moffat                          - Quale biglietto?

Bessie                           - Il biglietto per andare domani a Tregarna Fair. Mi avete detto che ci potevo andare.

Moffat                          - Niente affatto, ti dissi che non dovevi andarci... nelle ore di scuola. (Ritorna ai suoi pen­sieri. Bessie sospira e cerca dì fingersi ammalata).

Ronberry                       - Ti senti meglio, cara?

Bessie                           - Proprio no, signorina Ronberry. E' perché sto sempre seduta. E pensare che ormai sono due anni. Ho sentito dire che questa storia finirà male.

Moffat                          - (guardandola) Cos'è che finirà male?

Ronberry                       - Bessie stava dicendomi che sono due anni che sta sempre seduta in classe.

Moffat                          - Beata lei. I miei piedi mi dicono che sono sempre stata in piedi per un periodo altrettanto lungo. (Va a sedersi alla scrivania, osservando alcuni fogli che ci sono sopra) Che cosa sono, Ronberry, questi fogli?

Ronberry                       - Temo siano due altre note di spese.

Moffat                          - Ah, sì. Quella di Liddell, di Scott... il nuovo abito di Evans... (Guarda l'importo totale) Già... ma dovrò liquidarne delle altre ancora più pe­pate.

Ronberry                       - Oh, poverina.

Moffat                          - Niente affatto. (Allacciandosi una scarpa) E' facile scialacquare il denaro come ad accumularlo. La cosa più difficile è usarlo bene. Ed è perché ho imparato ad usarlo bene che ho fatto qualcosa nella mia vita. E' meglio che... (Fregandosi le mani) Ho fatto i miei piani, mia cara Ronberry, ho fatto i miei piani. Ma non chiedetemi cosa sto covando, perché non posso dirvelo prima di domani.

Ronberry                       - Siete meravigliosa!

Moffat                          - Lasciate stare i complimenti, so ralle­grarmi da sola. (La signorina Ronherry va a sedersi sul divano e scruta le sue carte. La signorina Moffat, la testa appoggiata alle mani, consulta il dizionario greco. Bessie sospira forte, ostentata. La signorina Moffat la osserva) Bessie Watty, cosa vogliono dire tutti questi sospiri?

Bessie                           - Sì, signorina Moffat.

Moffat                          - Non dire: « sì, signorina Moffat », spie­gati piuttosto. (L'istintiva, reciproca ostilità, si ma­nifesta subito).

Bessie                           - Mia madre dice che tutte queste lezioni fanno del male alla mia salute.

Moffat                          - (ritorna con lo sguardo alla sua consulta­zione) Veramente mi disse che le lezioni servi­vano a impedirti di mangiare dei pasticcini, ma forse « io » racconto bugie.

Bessie                           - Signorina Moffat...

Moffat                          - Che male hai?

Bessie                           - Mi viene il capogiro anche se resto se­duta. Forse ho bisogno di un cambiamento...

Moffat                          - Hai bisogno dell'olio di merluzzo. (Ri­torna al suo dizionario e mormora: « Adelphos, fra­tello... ») Nessuno ti impedisce di fare quattro passi fra una lezione e l'altra. Adesso, ad esempio, puoi andare fino all'ufficio postale di Sarah a vedere se sono arrivati i gessetti. (Osserva Bessie che rimanendo immobile le fa accrescere la stizza) Svelta, march! (Bessie si alza, va verso l'ingresso centrale poi si ferma e si gira. Silenzio assoluto rotto soltanto dallo scric­chiolio del gesso di Jones sulla lavagna).

Bessie                           - Non ci vado! (Tutti e tre, la signorina Moffat, Ronberry e Jones, la guardano stupiti).

Moffat                          - Cosa hai detto?

Bessie                           - Che non ci vado. Tutti contro di me... Vado a buttarmi giù da una roccia, e così morirò... E sarà una cosa molto bella, ne parleranno i gior­nali... Divento matta, matta, vado a uccidermi... nes­suno me lo vieterà... avrò un monumento di pietra sulla cima della roccia... ah... ah... ah... ah... (Sì è via via eccitata sino all'isterismo, metà naturale e metà voluto. Il parossismo della crisi si accompagna con grida fortissime e torcimenti di mani, interrotti fortunatamente dal sopraggiungere della signora Watty che viene dalla cucina con una tazza d'acqua fredda che getta sulla faccia della ragazza. Bessie borbotta mezzo soffocata e si calma in gemiti inarti­colati protestando la sua pietosa condizione).

Watty                            - (alla signorina Moffat) Ho fatto un bell'impiastro sul vostro tappeto, ma era l'unica cosa da fare. E' un brutto soggetto questa ragazza, parola d'onore.

Ronberry                       - Finirà per uccidersi.

Watty                            - Macché, basta un po' d'acqua fredda. L'ho imparato con suo padre. Era un bastardo lui, lo sapete. (Ritorna in cucina. Bessie singhiozza, men­tre la signorina Moffat la scruta con avversione).

Moffat                          - E come ti senti dopo queste crisi?

Bessie                           - Non ricordo più nulla. Sono in coma.

Moffat                          - (prendendola per un braccio e conducen­dola su per le scale) Vieni, ci siederemo sul nostro letto per un'ora con la porta chiusa e cercheremo di ricordare, vero? E la prossima settimana tu andrai via in servizio e vedrai come a noi piace che... (En­trano entrambe nella camera. L'uscio si chiude alle loro spalle. Poi rumore di serratura che scatta. La signorina Moffat torna indietro, scende le scale met­tendosi la chiave nella tasca della sottana. Il signor Jones volta la lavagna) Debbo contarla fra i miei insuccessi, quella ragazza. E' un pesce fuori acqua, certamente. Rimarrà ancor di più in casa andando a servire... (Mormorando) « Dendron, albero»...

Ronberry                       - Scusatemi, signorina Moffat, mi sto tormentando dalla curiosità: quali sono i vostri piani per Morgan Evans?... Il seminario forse?

Moffat                          - (divertita) No, non si tratta di semi­nario. (Ride forte, gira attorno alla scrivanìa e ritira un quaderno).

Ronberry                       - Da parte mia non vedo proprio cosa ci sia di comico riguardo il seminario. (Al signor Jones) Voglio dire che non c'è nulla di male a farne un curato, vero?

Jones                             - Certo. Eccetto che dovrà andare in chiesa'.

Moffat                          - Chi è venuto a scrivere qui? (Watty giunge frattanto dalla cucina).

 

Watty                            - Il vostro uovo è pronto signora.

Moffat                          - (leggendo sulla lavagna) « Bessie Watty ha il volto di un angelo ».

Ronberry                       - E' straordinario!

Moffat                          - Però io la conosco quella calligrafia... (Osserva con maggior attenzione la scritta. Jones ammicca dietro gli occhiali, poi prende il suo cap­pello da un attaccapanni e fa per uscire) John Garonwy Jones, mi vergogno di voi.

Jones                             - Ci rivedremo domani, se saremo ancor vivi.

Ronberry                       - (colpita) Oh...

Jones                             - Giudicate male quella ragazza, voi. Ha il volto di una bella donna nel pieno dello sviluppo.

Moffat                          - Anch'io ho avuto il volto di una bella donna, e anche dopo il pieno sviluppo, ma credo di non averlo mai trovato scritto. (Va in cucina, borbottando mentre la signorina Ronberry si mette il cappello guardandosi in un piccolo specchio).

Watty                            - Ho mai pensato che sarei giunta a dirvi che siete un vecchio sporcaccione. (Segue la signo­rina Moffat in cucina. Jones esce dall'ingresso cen­trale. La signorina Ronberry sospira guardandosi nello specchio. Cerca di avere anche lei un volto da an­gelo ma non ci riesce e sospira di nuovo. La porta centrale viene bruscamente spalancata da Morgan che entra. Ha i capelli in disordine ed è evidente che ha bevuto molto).

Ronberry                       - Oh, sei tu, Morgan?... (Torna a guar­darsi nello specchio) La signorina Moffat è andata di là a prendere qualcosa da mangiare.

Morgan                         - E io sono andato a prendermi qualcosa da bere, così siamo pari.

Ronberry                       - (squadrandolo e accorgendosi che è mezzo ubriaco) Vorrei avvisarla che sei tornato...

Morgan                         - (non sorreggendo lo sguardo, con voce dura) Voglio vedere nessuna signorina Moffat.

Ronberry                       - (con tono di sfida) Devi dire: « non voglio vedere nessuna signorina Moffat»... la forma negativa...

Morgan                         - Non cominciamo... (Affrontandola) A me piace dire così; dico quello che voglio nel modo che mi fa comodo e non voglio che nessuno si intro­metta in ciò che dico e faccio. (Prende il suo foglio di tasca, ne fa una pallottola e la getta in un angolo della stanza) Anche Voltaire...

Ronberry                       - Morgan! Non ti ho mai visto così!

Morgan                         - Ah, non mi avete mai -visto, così, eh? (Scatta in un torrente di invettive) Ebbene, adesso mi vedete! Se mi sono tenuto per due anni, è un mi­racolo, mi stupisco da solo! Andare dentro un'osteria, infilarmi dei bei stivali, posare le mani su quel dete­stabile sporco banco: ecco quello che voglio fare! Tracannare dei rum fino a sbiancare i denti e spu­tare, sputare nella sputacchiera (Imitando la voce della signorina Moffat, ironico) Che ti prende, Morgan Evans? Torna indietro nella tua gabbia e se ti pettini, lavi le mani, studi la grammatica bene, e dimentichi che una volta sei stato campione dei me­dio-leggeri del circolo dei minatori di Glasynglo, noi possiamo darti un bel pezzo di stoffa da cucire... (Va all'uscita e poi si volta borbottando) Dov'è quella Bessie Watty che mi manda sua madre a spiare quel che faccio? Le romperò la testa...

Ronberry                       - (scandalizzata) Morgan Evans, bada come parli! E ricordati di non farti mai più sentire a dire quelle parole!

Morgan                         - (rivolgendosi a lei) Ne ho ancora tante altre di quelle parole da dire, e mi vengono tutte as­sieme alla bocca. Vi stupisce un poco ma... (Si in­terrompe e getta via il berretto, mentre entra la signorina Moffat proveniente dalla cucina).

Moffat                          - (sta versandosi da una brocca del latte nella tazza di thè) Hai fatto una buona passeggiata, Evans?

Morgan                         - (si controlla subito, evitando gli sguardi della signorina Ronberry) Sì, signorina Moffat.

Moffat                          - (si siede sul divano per bere il suo thè) Sapresti ripetermi a memoria quel passo di Voltaire?

Morgan                         - Non ancora.

Moffat                          - E' molto breve, però. ,

Morgan                         - Sì, ma ho perso il foglio.

Moffat                          - Oh, non hai che da ricopiarne un altro. Fallo subito, poi portamelo.

Morgan                         - (borbottando) Sì, signorina Moffat. (Va verso lo studio).

Moffat                          - (sollevando la brocca del latte) Vuoi bere qualcosa?

Morgan                         - (si ferma, guarda e scorgendo il latte) No, grazie. (Esce. La signorina Moffat riprende il suo quaderno dalla tasca e lo riapre).

Moffat                          - Mi auguro che non sia debole di fran­cese, altrimenti lo studio del greco diventerebbe ancora più difficile...

Ronberry                       - (timidamente) Non avete pensato che tutti questi studi... nelle sue condizioni... possano sconcertarlo? Voglio dire che...

Moffat                          - No, no, cara. Egli ha una capacità assi-milatrice meravigliosa. Non ho mai visto un cer­vello così. Non diteglielo, ma è vero.

Ronberry                       - Capisco, capisco...

Moffat                          - (assente) In complesso sono molto con­tenta dei progressi che ha fatto... (Bussano alla porta dell'ingresso centrale. La signorina Ronberry guarda incerta, poi va ad aprire, ma la signorina Moffat all'improvviso si ricorda di qualche cosa e la ferma) Aspettate un attimo! (Sì alza, va a nascondersi nella loggia della finestra e spia fuori) Sì, sì, è...

Ronberry                       - Chi è?

Moffat                          - (si siede sul divano e si mette a posto le scarpe slacciate) Sangue reale e sangue del gran Lama corrono in lui. E' il barone.

Ronberry                       - Il barone!? (Con panico timore) Oh, povera me!

Moffat                          - (allacciandosi le scarpe) Indubbiamente. (Imitandola) Oh, povera me!

Ronberry                       - Ma è da quella spaventosa sera che non lo si è più visto...

Moffat                          - Quella sera mi sono comportata in modo così stupido che non ricordo che mi sia successo altre volte nella mia vita.

Ronberry                       - E perché adesso è venuto?

Moffat                          - (mettendo sul tavolo la brocca del latte e la tazza) Non ve lo immaginate neppure... Tutto quello che posso dire è che viene per Morgan Evans e che è estremamente importante ch'io faccia un'ot­tima impressione...

Ronberry                       - (mentre la signorina Moffat corre su per le scale diretta nella sua camera) Impressione di che cosa?

Moffat -                        - Di una persona debole che è senza aiuti, quasi una disperata... (Entra nella sua camera da letto, mentre bussano di nuovo)

Ronberry                       - (timidamente) Avanti! (La porta si apre ed appare il palafreniere).

Il Palafreniere               - (annunciando) Il signor ba­rone. (Entra il barone e il palafreniere si ritira).

Il Barone                       - Buongiorno. (I suoi modi di fare sono ruvidi e sorvegliati. Veste un abito estivo e tiene il cappello in mano. Sì guarda attorno con fredda di­sapprovazione).

Ronberry                       - Il vostro cappello, signor barone...

Il Barone                       - No, grazie. Non mi fermo.

Ronberry                       - Oh, e io che credevo...

Il Barone                       - Così, questa sarebbe la sede dell'aula.

Ronberry                       - Come sono spiacente di non potervi offrire nulla!

Il Barone                       - E' andata di sopra?... Potete andarle a dire che non sono venuto qui per sentirmi nuova­mente insultare.

Ronberry                       - Ma sono certa che non lo sarete! Voglio dire...

Il Barone                       - (rimuginando) Mi ha dato dello stu­pido, dello sventato babbeo. (La signorina Moffat scende le scale. Ha uno scialle di pizzo sulle spalle. Tiene in mano un innaffiatoio).

Moffat                          - Signorina Ronberry, le rose stanno sec­cando, vi spiacerebbe andarle ad innaffiare? Io ho un terribile mal di capo e non credo che... (Fingendo di rimanere sorpresa) Oh, barone!

Il Barone                       - (mentre la signorina Moffat gli si avvi­cina) Mi avete scritto di venire e forse ve lo siete già scordato.

Moffat                          - Ma no, come avrei potuto dimenticar­mene! Solo pensavo che dopo quella spaventosa sera, voi avreste rifiutato d'accettare il mio invito... Signo­rina Ronberry, una sedia per il barone... (La signo­rina Ronberry va a prendere la sedia. Imbarazzato e cercando di non apparire affabile, il barone scruta la signorina Moffat).

Il Barone                       - Temo di non avere molto tempo a disposizione.

Moffat                          - (sì siede sul divano) Ma certo che non avete tempo da perdere; lo stavo proprio dicendo adesso alla signorina Ronberry! A proposito... (Al barone) Scusatemi... Signorina Ronberry, volete per cortesia andare ad innaffiare le rose? (Le porge l'in­naffiatoio e la signorina Ronberry scusandosi con il barone va nel giardino, sbalordita) Ditemi, barone, come è andata oggi l'assegnazione dei premi'?

Il Barone                       - E' stata una cosa un po' fiacca, come sapete,

Moffat                          - L'avevo proprio sperato di vedervi nella giuria. Dovete sapere che io amo i fiori.

Il Barone                       - Sì, ma non si trattava di premiare dei fiori, bensì delle mucche.

Moffat                          - Certo... certo... Ma quello che deside­ravo sentire era il vostro discorso. So che ne avete fatto uno divertentissimo al Croquet.

Il Barone                       - (sorridendo) Oh, vi hanno riferito qualcosa? Era un giochetto di parole spiritoso, no? (Ricordando, ride fragorosamente, poi) Posso sedere?

Moffat                          - Ma certo.

Il Barone                       - (prima guarda il banco dì Bessie con la intenzione di sedere lì, e alla fine sceglie il divano) Credevo proprio che Griffiths, il macellaio, mo­risse dal ridere quella volta.

Moffat                          - Oh, sì... (Pausa, poi) Ma sapete, barone, cos'è che mi rende orgogliosa?

Il Barone                       - (ridiventando rigido) Orgogliosa?

Moffat                          - (innocente) Sì, sono orgogliosa a pensare che Griffiths non avrebbe capito una sola parola se la sua bambina non fosse venuta a scuola da me.

Il Barone                       - Non ho mai pensato che... (Vedendo che la signorina Moffat si stringe la testa fra le mani) Mal di capo?

Moffat                          - Barone, avete dinanzi a voi una donna sfinita. Vivendo si impara ed io ho imparato che voi avevate ragione quella sera! Ho lavorato per sca­vare con le mie dita il sasso contro il quale ho poi battuto la testa.

Il Barone                       - (imbarazzatissimo) Ma io ho sentito dire che avevate ottenuto un ottimo risultato.

Moffat                          - Oh, no.

Il Barone                       - (sottovoce) Deve esser duro per voi ammetterlo.

Moffat                          - Vedete, nel proprio entusiasmo si di­mentica spesso, noi donne, che in questa specie di avventure le qualità essenziali al successo risiedono nel coraggio, intelligenza e autorità... Qualità pret­tamente maschili... dell'uomo.

Il Barone                       - Via, via, non dovete esser troppo cru­dele con voi stessa. Dopo tutto avete ottenuto dei discreti risultati.

Moffat                          - E' molto gentile da parte vostra dirmi questo...

Il Barone                       - Del resto non avete il bravo Jones?

Moffat                          - E' una deliziosa creatura, ma... (Seria­mente) Non voglio sembrare ineducata, ma volevo parlare di un uomo come voi.

Il Barone                       - Capisco.

Moffat                          - Ci si butta in certe situazioni, alle volte! Non ci credereste neppure.

Il Barone                       - Ma... Non sono mai stato dalla vostra parte, però mi spiace che siate arrivata a questa specie di collasso. Quando abbandonerete la partita?

Moffat                          - (presa alla sprovvista) Oh... anche questo è difficile, nel caso che... (Bussano alla porta dello studio. Entra Morgan con il foglio in mano. Ormai è ritornato normale. Esita vedendo che vi è un ospite e fa per tornare indietro)

Morgan                         - Scusatemi...

Moffat                          - (dura) Va bene, Evans. L'hai ricopiato? Mettilo sulla scrivania.

Morgan                         - (si inchina passando di fronte al divano) j Scusatemi, sir... (Si volta) Buon giorno, sir.

Il Barone                       - (guarda incuriosito il ragazzo) Buon giorno, ragazzo mio.

Morgan                         - (si inchina di nuovo ripassando davanti al divano) Grazie. (Esce).

Il Barone                       - Molto ben educato! Un vostro parente?

Moffat                          - No, un allievo. Prima era uno dei vostri minatori.

Il Barone                       - Ma no!

Moffat                          - Sono contenta che l'abbiate trovato molto ben educato.

Il Barone                       - (vago) Già... Uno dei miei minatori... j Interessante davvero...

Moffat                          - E' lui che rappresenta quel problema ch'io avrei piacere di risolvere col vostro aiuto.

Il Barone                       - Perché? E' stato sorpreso a cacciar di frodo?

Moffat                          - No, no.

Il Barone                       - Qualche altro guaio?

Moffat                          - (divertita) No, no. Non ci sono guai...

Il Barone                       - (all'improvviso, crede d'aver capito) C'è qualcosa con la figlia della vostra cuoca?

Moffat                          - Con Bessie Watty? Neppure, anzi vi assicuro... (divertita) anche lei d'altronde è una mia allieva.

Il Barone                       - Già... ma non trovate che tutta questa gioventù mischiata assieme... eh?

Moffat                          - Credo che sia un bene per loro... Comunque per tornare al nostro discorso vi garantisco che il problema non è di questa natura... ma in tutti i modi è sempre un problema. E come donna debbo invocare aiuto da un uomo. A voi, barone.

Il Barone                       - (dopo una pausa, ormai completamenti conquistato) Allora, cara signora, invocate pure...

Moffat                          - (parlando con serietà) Bene, quel ra­gazzo è molto in gamba.

Il Barone                       - Davvero? Un bel ragazzo in gamba? Se è così non c'è nessuna ragione che mi vieti di impiegarlo nei miei uffici della miniera. (Con atteg­giamento dì magnificenza) Che ne pensate?

Moffat                          - No, non è solo questione di un bel ra­gazzo. Voglio dire che può scrivere.

Il Barone                       - Scrive bene?

Moffat                          - Molto bene.

Il Barone                       - Potrebbe copiarmi le lettere, quindi?

Moffat                          - (paziente) Ma no, non parlo di calligra­fia. (Cerca con cura le parole) Questo ragazzo... è un'eccezione.

Il Barone                       - Sul serio?

Moffat                          - (con grande serietà) Sono sicura che è un ragazzo fuori dell'ordinario come lo sarebbe uno dei vostri minatori se fosse capace di tagliare un dia­mante senza romperlo. E' nato dotato di virtù rare, che debbono... che dovrebbero venire sviluppate.

Il Barone                       - Volete dire che potrebbe essere avviato alla carriera letteraria?

Moffat                          - Precisamente.

Il Barone                       - Sono meravigliato. Come fate a sa­perlo?

Moffat                          - Ma dai suoi lavori: sono ottimi!

Il Barone                       - E come fate a dire che sono ottimi?

Moffat                          - Allo stesso modo con il quale si conosce che Shakespeare è un grande scrittore.

Il Barone                       - Shakespeare? Che c'entra?

Moffat                          - Shakespeare fu un grande poeta.

Il Barone                       - Già, già. Fu un grande poeta... certo.

Moffat                          - Voi, ad esempio, come fate a saperlo?

Il Barone                       - (dopo averci pensato) L'ho sentito dire tante volte...

Moffat                          - Questo vostro giovane suddito, barone, ha in sé dei doni che potrebbero darvi gran credito.

Il Barone                       - Già... è un mio suddito, vero? Della miniera...

Moffat                          - Immaginate un po' se domani poteste dire d'aver conosciuto Lord Tennyson, ad esempio, quand'era ragazzo nei vostri poderi!

Il Barone                       - Non vi pare di burlarvi un poco di me? (Calmo) Sebbene sia una cosa alquanto diversa, Lord Tennyson fu a Cambridge nel mio vecchio collegio.

Moffat                          - (stupita) Oh... (Si alza e va verso la scrivania) Povero Evans. Peccato che non sia nato al principio del diciottesimo secolo!

Il Barone                       - (pensieroso) Al principio del diciot­tesimo secolo... quando si usava...

Moffat                          - (dirigendosi verso la libreria posta presso la finestra laterale e la porta del giardino) Avrebbe avuto così un protettore.

Il Barone                       - Come?

Moffat                          - Un benefattore. (Prende dalla libreria due libri e si avvicina al barone) Pope dedicò il fa­moso « Saggio sull'uomo » al suo protettore. (Gli fa vedere il frontespizio del primo volume).

Il Barone                       - (leggendo) «A H. St. John Lord Bolingbroke». Già... ne ho sentito parlare, adesso ricordo...

Moffat                          - Non è meraviglioso pensare che questa dedica verrà tramandata per sempre alla posterità? (Legge dal frontespizio del secondo libro) « All'Ec­cellentissimo Conte di Southampton... suo devotis­simo servo, William Shakespeare».

Il Barone                       - Oh.

Moffat                          - Spesso penso quale enorme premio ha avuto il conte di Southampton nell'aver collaborato indirettamente alla nascita di questo capolavoro scritto da un povero e umile scrittore.

Il Barone                       - Curioso, non ho mai pensato che Sha­kespeare fosse povero.

Moffat                          - Si dice che suo padre fosse un macellaio. Il conte di Southampton capì che il giovane aveva del genio e lo aiutò.

Il Barone -                    - Ehm... (La signorina Moffat prende i libri e li porta sul tavolo, osservando il barone con ansia. Il barone, seguendo il ragionamento di lei, con sorprendente facilità) Se questo ragazzo è ve­ramente intelligente, mi sembra un peccato non fare qualcosa per lui, vero?

Moffat                          - (con fervore) Un vero peccato. (Si siede accanto a lui, alla sua destra, pronta a passare all'of­fensiva) Ed io infatti mi sono rivolta a voi perché siete il solo che potete fare qualcosa.

Il Barone                       - In che modo?

Moffat                          - Istituire una borsa di studio.

Il Barone                       - Una borsa di studio? E per dove?

Moffat                          - Per Oxford.

Il Barone                       - (vacillando) Oxford?

Moffat                          - (pronta all'attacco) Una borsa di studio per il Trinity College di Oxford istituita per i ragazzi inglesi provenienti dalle scuole secondarie. La mia scuola molto difficilmente verrà considerata secon­daria, ma io ho già scritto a vostro fratello a Magdalen pregandolo di volermi aiutare in questo senso, ed egli mi ha risposto che lo farebbe molto volentieri a una condizione però... che ne rispondiate voi del ragazzo. Volete farlo?

Il Barone                       - Cara la mia signora, voi precipitate le cose... Non può quel figliolo rimanere intelligente a casa sua?

Moffat                          - No, non può e non lo deve. Per ciò che il suo destino lo chiama a fare, deve essere raffinato... e tante altre cose ancora. La sua partecipazione agli studi universitari dovrebbe essergli indispensabile... Volete farlo?

Il Barone                       - (si alza, alquanto pensieroso) Già, ma l'università, lo sapete anche voi, monta la testa...

Moffat                          - Lo so, però deve avere la possibilità di andarci.

Il Barone                       - Comunque, a pensare che uno dei miei minatori...

Moffat                          - (disperata, gioca l'ultima carta) Pensate a Shakespeare, invece!

Il Barone                       - (dopo averci ancora pensato un poco) State tranquilla. (Anche la signorina Moffat si alza) Scriverò due righe a Enrico, la prossima settimana. Una cosa un po' strana per me, vero? Debbo essere fuori...

Moffat                          - Vi sarei grata se vorreste spedire già do­mani la lettera. Vi spiacerebbe che vi facessi io un abbozzo della lettera di raccomandazione? Dovete essere molto affaccendato con i vostri poderi...

Il Barone                       - Sì, abbastanza. (Pausa) Ma sì, scrivete voi. (Si avvia) Arrivederci, cara signora!

Moffat                          - (accompagnandolo alla porta) Grazie infinite, barone...

Il Barone                       - Ma niente, sono contento che abbiate ripreso a ragionare con buon senso.

Moffat                          - Ancora tante grazie, barone!

Il Barone                       - Non c'è di che. Sto per dare un piccolo aiuto a un promettente scrittore. Ditelo pure a mio fratello, se credete... (Quando ormai è sulla soglia) Dovete sapere che non posso mai consolare mio fra­tello Enrico diventando un «signore», quantunque abbia sempre detto che questa storia sarebbe finita in modo abbastanza curioso... (Esce. La signorina Moffat chiude la porta, poi si mette a passeggiare su e giù per la stanza eccitata per la gioia. La signo­rina Ronberry giunge precipitosamente dal giardino con il suo innaffiatoio in mano).

Ronberry                       - Allora?

Moffat                          - Quell'uomo è così sciocco che c'è caduto in pieno.

Ronberry                       - (posa l'innaffiatoio sulla scrivania, alquan­to timorosa) Che è successo?

Moffat                          - Dieci minuti mi sono bastati per fargli credere che egli impiega tutto il suo tempo a sco­prire dei genii.

Ronberry                       - Ma come avete fatto?

Moffat                          - Vaselina e cortesia! Ci ho messo tutta la mia intelligenza, il mio cuore e la mia anima. Vi ho mandata a bagnare i fiori, bambina mia, e nel frat­tempo ho iniziato un flirt con lui. E adesso lui scri­verà a Oxford, anzi scriverò io per lui. Hurrà! Hip, hip, hip, hurrà!

Ronberry                       - A Oxford?

Moffat                          - (scuotendola festosamente) Sto per otte­nere al mio pupillo una borsa di studio per Oxford, ragazza mia, per l'università di Oxford!

Ronberry                       - (incredula) Ma non ci sono minatori all'università di Oxford...

Moffat                          - Bene, adesso ne avranno uno. (Arrin­gandola addirittura) Il giovanotto per più di ottan’tanni sarà un'eccezione in questo paese; lasciamo che quello sciocco orgoglioso strisci sulla terra e ci sia utile in qualche modo affinché Morgan possa fare poi qualcosa di meglio! Brucio dalla voglia di dire questo al signor barone, ma mi accontento di sfogarmi con voi... Grazie del vostro scialle, cara... (Se lo toglie e lo mette sulle spalle alla signorina Ronberry, poi la conduce verso la porta dell'ingresso centrale) E adesso che avete adempiuto il vostro compito, po­tete tornare a casa... però fareste meglio a tenere gli occhi ben aperti, potrei sempre accalappiarvi e con-durvi all'altare... (Le chiude la porta alle spalle ap­pena è uscita, e torna al centro della stanza. Si guarda attorno compiaciuta, poi chiama) Evans! (Morgan giunge dallo studio con penna, libri e fogli di carta in mano; il senso della sua interiore ribellione lo si può 'appena indovinare, tuttavia appare riservato come sempre. Prende una sedia e la pone dall'altra parte del tavolo di fronte a quella della signorina Moffat. Si comprende che questa seduta è una cosa che si ripete giornalmente sempre alla stessa ora. Morgan riempie di note il suo scritto. La luce del giorno comincia a svanire) E' questo il tuo esercizio?

Morgan                         - Sì. (Prende il quaderno e legge).

Moffat                          - (legge svelta, poi) Ricordati di sottoli­neare ciò che vuoi mettere in rilievo. Nulla irrita tanto gli esaminatori quanto questa specie di man­canza di precisione. (Traccia alcune righe, riprende a leggere, infine gli restituisce il quaderno) Non pos­so proprio finire di leggere questo esercizio.

Morgan                         - (prende il quaderno e legge) « Il diciot­tesimo secolo era un calderone. Il vizio e l'eleganza bollivano a fuoco lento finché la cucina della società rapidamente si trovò impregnata di vapori il cui odore filtrava attraverso le pareti di marmo».

Moffat                          - (mentre riprende il quaderno che il ragazzo le porge) Hai capito bene cosa vuoi dire?

Morgan                         - Sì, signorina Moffat.

Moffat                          - Meno male, io non ho capito niente. Chiarezza, ragazzo mio, chiarezza soprattutto... Hai scritto « acqua » con due « q »: è una brutta disatten­zione... (Riosserva il quaderno alla svelta, mentre Morgan sta rimuginando) Il passo su Adamo Smith non era male. Originale e abbastanza chiaro. (Scrive il voto) Sette! Non è un lavoro scadente, ma neppure ottimo, devi ancora sgobbare molto per arrivare a capire bene il significato degli scritti di questi autori. Altrimenti... (Gli restituisce il quaderno) Vuoi leg­gere?

Morgan                         - (si concentra con forza) Burke: « Le origini dell'attuale malcontento».

Moffat                          - Com'è il suo stile?

Morgan                         - Il suo stile mi pare... come se fosse troppo carico di sé... di...

Moffat                          - (meccanicamente) Il suo stile si impone: per la sua ricchezza.

Morgan                         - (ripetendo) Il suo stile si impone per la sua ricchezza.

Moffat                          - Ancora una volta.

Morgan                         - (mormorando) Il suo stile si impone per la sua ricchezza.

Moffat                          - L'argomento, qual è?

Morgan                         - Un argomento profondo, guastato in parte da... dall'intensità dei sentimenti.

Moffat                          - Ehm... quel « dall'intensità dei senti­menti » è abbastanza originale... Per la prossima volta... (Si mette a dettare e Morgan scrive) « Walpole e Sheridan, esponenti della loro epoca »... mi raccomando però nessun calderone, eh?! (Apre un altro libro) Frattanto sappi, già che ci siamo, che martedì prossimo incominceremo a studiare il greco.

Morgan                         - (la guarda simulando un certo interesse) Ah, sì? (Poi riprende a scrivere).

Moffat                          - (reprìmendo la sua eccitazione) Sto per prepararti per il concorso per una borsa di studio a Oxford. (Pausa).

Morgan                         - (si ferma stupito a guardarla) A Oxford? Dove vanno i signori?

Moffat                          - (divertita) Precisamente. (Si alza felice e prende dalla scrivania i due libri con i quali lusingò il barone) Per incominciare ho preparato un alfabeto semplificato. E' molto interessante dopo il latino... (Cerca alcuni fogli tra le sue carte. La sua abituale rigidità con gli allievi sta scomparendo sempre di più. Morgan la osserva, con amarezza) Me ne sono occu­pata da martedì scorso, cosicché possiamo incomin­ciare con maggior facilità... oh, prima continuiamo la nostra lezione... Ecco, ho trovato la limetta delle unghie di cui ti ho parlato... (Morgan getta violen­temente la penna sul tavolo, ha signorina Moffat non se ne accorge continuando a frugare) Ti insegnerò a usarla... Avevo messo in qualche posto quei fogli...

Morgan                         - (con calma) In galleria non c'è bisogno di limette per le unghie.

Moffat                          - (sempre intenta a frugare, non ha badato all'insinuazione di Morgan) Cosa?

Morgan                         - Tornerò a lavorare nella miniera.

Moffat                          - (si volge e lo guarda perplessa. Morgan si alza, affannato. Si squadrano a lungo) Non ti ca­pisco. Spiegati meglio.

Morgan                         - Non voglio imparare il greco, non voglio pronunziare lunghi discorsi in inglese e neppure tenermi le mani pulite.

Moffat                          - (vacillando) Che ti è successo? Perché non vuoi imparare?...

Morgan                         - (sfogandosi) Perché sono nato in una casa di campagna gallese mentre mia madre stava lavorando alla mietitura... sono sempre vissuto in una catapecchia... senz'acqua... e fino alla morte dei miei fratelli ho sempre dormito in tre in un letto... Poi so che la grammatica è terribile e...

Moffat                          - Vuoi dirmi che c'entra chi dorme in tre in un letto con la grammatica greca?

Morgan                         - E... sì, c'entra! Negli ultimi due anni in pratica non ho mai parlato con gli inglesi della miniera perché ero preoccupato di rispettare le re­gole della grammatica. Cercavo di migliorare... (al­zando la voce) cercavo di migliorare notte e giorno... No, no, non si può portare una limetta delle unghie al bar Gwesmor Arms!

Moffat                          - Ma ragazzo mio, non hai che da limarti le unghie a casa! (Constatando) Non ho mai sentito delle ragioni così ridicole. Incomprensibile. (Pausa) In secondo luogo tu non vai al Gwesmor Arms.

Morgan                         - Invece sì! Da una settimana ci vado tutti i pomeriggi a spendere i vostri soldi; ci sono stato anche oggi ed è proprio per questo che posso dirvi quello che penso.

Moffat                          - (lo guarda allarmata e stupita) Non avrei mai immaginato questo.

Morgan                         - Perché non vi interessate di me.

Moffat                          - (incredula) Non mi interesso di te?

Morgan                         - (perdendo completamente il controllo dì se) Come potete provar interesse per una macchina che la prendete a pugni se dopo averci infilato un penny non viene fuori niente? (Imitando la voce di lei) Evans fammi questo esercizio, Evans alzati e saluta, Evans, cos'è un soggiuntivo?... Mi chiamo Morgan Evans; tutti i miei amici mi chiamano Mor­gan e se c'è un modo di indispettirmi è proprio quello di chiamarmi Evans... E volete sapere come mi chia­mano già in paese? « Ci bach yr yrgol ». Il cagnolino della signora maestra. Che c'entrate voi se le mie mani o le unghie sono sporche? Impicciatevi dei vostri affari. (Scoppia in lacrime e si nasconde il volto fra le mani, ha signorina Moffat gli volta le spalle, istintivamente disgustata di questa scena).

Moffat                          - Non ti ho mai capito e non prevedevo questo. Ho speso del danaro per te... ( Morgan an­nuisce) non lo dico per rinfacciartelo, perché tanto il denaro, in un modo o nell'altro, lo avrei speso; ma per il tempo che ho perso è un'altra questione. La tua vita non è ancora incominciata, ma la mia, ormai è già passata quasi per la metà. Quando poi si è una zitella di mezza età, la gente vi dice subito che siete belle finita e in questi casi due anni hanno la loro importanza. Ho sprecato due anni per te. (Morgan si alza, fermo dinanzi a lei cercando di non sentirla) Fin dal primo giorno l'unica speranza per la mia scuola l'avevo riposta nella tua carriera. Alle volte, nel pieno della notte, quando la stanchezza non mi lasciava dormire, facevo dei progetti. Dei piccoli e grandi progetti. Progetti per te. E adesso tu mi dici che non provo nessun interesse a tuo riguardo... Non voglio dir altro altrimenti mi metterei a piangere anch'io ed è da quand'ero più giovane di te che non ho più pianto. (Si avvia bruscamente alla porta dell'ingresso centrale, buttandosi sulle spalle il mantello) Vado a fare due passi. Ti prego di non far parola con nessuno di questo nostro colloquio. Se vuoi con­tinuare a studiare, trovati a lezione domani, (uscendo) se non ne vuoi più sapere, non venire.

Morgan                         - (con fierezza) Non voglio i vostri soldi e non voglio farvi perdere del tempo!... Non voglio essere riconoscente per nessun motivo a una donna strana come voi... (Pausa).

Moffat                          - (scuotendo il capo) Non ti capisco... Non ti capisco proprio. (Esce. Morgan si siede emet­tendo un profondo sospiro. Sente qualcosa di pesante in tasca, si tocca e tira fuori una bottiglietta di rum, ne beve un sorso. Prende un quaderno, lo strappa e lo getta sul tavolo; infine ridiventa pensieroso. La luce del giorno è ormai svanita del tutto. Senza farsi sentire Bessie entra dal giardino. Ha i capelli arric­ciati e porta gli orecchini).

Bessie                           - Ohooo! (Morgan la guarda con freddezza, posa la bottiglia in mezzo al tavolo poi torna a guar­darla con ostilità. Bessie alza la gamba, con ostenta­zione) Mi sono fatta male al ginocchio scendendo giù per la grondaia... (Accorgendosi che Morgan non presta attenzione) Forse non si vede neppure... (Scuo­te altezzosamente il capo e si avvia verso la cucina cantando con voce rauca. Entra e si chiude la porta alle spalle. Da lontano giunge il canto degli uomini che tornano dalla miniera. Morgan si asciuga, stiz­zito, una lacrima che gli è colata sulla guancia, ma i suoi pensieri capricciosi lo assalgono di nuovo. Pau­sa. E' stato commosso dal canto. Bessie ritorna dalla cucina. Si è mutata d'abito e pare timida, sottomessa) Mamma è uscita. (Pausa, poi si dirige lentamente verso la scala che conduce al piano superiore) Credo sia andata a raccontare alla signora Roberts il risul­tato della cerimonia. Immagino che razza di discorsi farà con quella signora che non sa l'inglese e che è sorda come... (Pausa) Vuoi chiacchierare un poco con me?

Morgan                         - Sì...

Bessie                           - Bene, tanto io non sono sorda...

Morgan                         - (osservandola) ...per andare a spiare dietro le porte?

Bessie                           - Se mi chiudono in una camera e tolgono la chiave dalla toppa, non debbono poi lamentarsi se io li spio. (Vedendo che Morgan si allontana, cambia discorso) A proposito, penso che deve essere molto cattiva la signorina Moffat.

Morgan                         - (pungente) Pensa agli affari tuoi.

Bessie                           - Non ne ho voglia. (Prendendo confi­denza) A me piace conoscere gli affari degli altri, piace fare soltanto tutto quello che voglio, mi piac­ciono i pasticcini e non mi curo di sapere se mi fanno bene o male, e infine amo molto portare gli orecchini. Mi piace gettare all'indietro il capo come fanno le signore... (Si ferma, le mani sui fianchi; si è improvvisamente trasformata: non è più la solita fanciulla, è un essere astuto, malizioso e attraente. Dal di fuori il canto è cessato. Pausa) E' curioso... Siamo mai stati soli prima di adesso. (Morgan la guarda e lei regge il suo sguardo, finche il ragazzo si allontana sconsolato. Bessie si dirige verso la loggia della finestra, guardando fuori dalla finestra. Intona una canzone gallese con una voce pura e piacevole. Morgan alza il capo e ascolta. La ragazza si appoggia contro uno dei banchi posti nella loggia e volge lo sguardo verso il sole che tramonta. La sua voce si fa sempre più dolce. Pausa. Volge il capo e guarda Morgan, gli sorride, poi riprende a cantare sempre più sicura di se. Si muove lentamente fra i banchi, si ferma presso quello di destra appoggiandosi sopra i gomiti in un atteggiamento voluto. Sembra stia sognando mentre la sua voce diventa sempre più fievole. Morgan, ec-citato, la guarda. Dolcemente Bessie volge il capo verso di lui, gli sorride con astuzia, quasi invitanti) Non lo sapevi che anch'io conoscevo il gallese?... Ti piace molto questa canzone, eh? E' proprio per I questo che l'ho imparata.

Morgan                         - Sei diversa quando canti.

Bessie                           - Diversa?... (Prendendo la bottiglietta del rum dal tavolo) Cosa è, medicina? (Ne beve un sorso e si mette a tossire) Ha il gusto di gomma... però è buona... (Morgan le toglie di mano rudemente la bottiglietta, si alza, la scola e se la rimette in tasca) Hai fatto bene a ritirarla. Un ragazzo intelligente come te, che prende lezioni da una donna...

Morgan                         - E' vero...

Bessie                           - (dolce, persuasiva) Non devi andare a I Oxford! Intelligente come sei!...

Morgan                         - (flebile) E' vero... (Si volge a guardarla mentre lei le si avvicina sedendosi poi sul divano).

Bessie                           - L'uomo ha soprattutto bisogno di un po' di simpatia! (Morgan non le toglie gli occhi di dosso. Sta facendosi sempre più buio. Lei sorride e comincia a cantare senza cessare di osservarlo. Morgan spinge via la sedia, l'abbraccia violentemente e la bacia con ardore. Si stringono con le braccia avvinghiate l'uno all'altro mentre la sedia cade sul pavimento. La scena l si oscura completamente).

QUADRO SECONDO

Un mattino di novembre, tre mesi dopo. La stanza non ha subito dei cambiamenti sostanziali, solo sono stati tolti ì vasi di fiori. La luce del giorno è ancora debole per cui la scena è illuminata dalla lampada. (Watty sta trasportando dalla cucina un tavolino nuovo e lucido sopra il quale vi sono delle carte, in­chiostro, penne, matite, uno strofinaccio e una tazza di thè. La signorina Ronberry porta la sedia a braccioli dallo studio e mette il divano al vecchio posto, vicino alla scrivania).

Watty                            - (sta cantando il suo solito ritornello) Io son credente... io son credente, io son... (Poggia a terra il tavolino avvicinandovi poi la sedia della scri­vania; trascina a fatica il grosso tavolo presso il di­vano; riprende il tavolino e lo mette fra la sedia a braccioli e il divano. Prende un sedile sgangherato che era stato messo in un banco di scuola e lo pone dì fronte al tavolino, con lo schienale rivolto al pubblico. Mentre sta armeggiando, dice) A che servirà questa sedia a braccioli?

Ronberry                       - Arriva il barone che deve presiedere all'esame.

Watty                            - Di che si tratta, in sostanza?

Ronberry                       - (prende un pacco legato con dello spago da un cassetto del tavolino e lo slega) Quelli di Oxford hanno imposto a lui e alla signorina Moffat di tener d'occhio Morgan Evans mentre sta facendo l'esame di ammissione per il concorso, affinché non li imbrogli.

Watty                            - Che vergogna!... (Sempre affaccendata fra ì mobili) Avete già osservato che sono le nove e quasi non si vede ancora?

Ronberry                       - (dando un'occhiata dalla finestra laterale) Ha smesso di nevicare, però.

Watty                            - Meno male. Il lattaio ha detto che la strada era bloccata dopo il ponte.

Ronberry                       - Sarebbe un bel guaio se Morgan non potesse passare!

Watty                            - Stanotte ho contato tutte le ore e la si­gnorina Moffat non ha chiuso occhio. (Raccoglie due buste che erano sul pavimento vicino alla porta dell'ingresso centrale) Io ormai la sento persino quando pensa.

Ronberry                       - E' una giornata molto importante que­sta per lei.

Watty                            - (porgendole le buste) Mi pare siano di Bessie, volete guardare?

Ronberry                       - (aprendo la prima) Se sono arrivate queste lettere, vuol dire che Sarah ha potuto passare.

Watty                            - Deve però aver presa l'altra strada, quella della collina...

Ronberry                       - Già, è vero... (Legge) « Cara mamma - e pensare che le ho insegnato io a scrivere - Cheltenham è orribile. Avrei bisogno di uno scellino. Continuo a lavorare. La signora è terribile. Tua obbediente figlia...».

Watty                            - (riprende indietro la lettera mentre la signo­rina Ronberry dà un'occhiata all'altra che infila poi nella cintura) Obbediente... ah, sì... proprio ob­bediente. (Getta la lettera nel cestino) Adesso sono tre mesi che è via di casa e dovrebbe già essersi abi­tuata.

Ronberry                       - (affaccendata alla scrivania) Ma non ne sentite la mancanza voi?

Watty                            - (con enfasi, mentre spolvera il tavolino) Per niente. Non mi è mai piaciuta quella ragazza, mai!

Ronberry                       - Ma signora Watty, è pur sempre vo­stra figlia!

Watty                            - Eh, lo so, ma non sono mai stata capace di volerle bene; fin dalla prima volta che la vidi dissi: «No, non mi va». (Uscendo) Suo padre era un bastardo, lo sapete?...

PiOnberry                     - Però vostro marito sarebbe stato capace di mandarla lontano dalla famiglia?

Watty                            - Oh, mio marito era ben diverso. Era pro­fondamente inglese. (Va in cucina. La signorina Ronberry le dà un'occhiata severa e pone una risma di carta da scrìvere sul tavolino. Intanto la signorina Moffat, uscita dalla sua camera da letto, scende len­tamente le scale. E' spigliata come al solito, ma molto più abbattuta. La signorina Ronberry, con sollecitu­dine prende la tazza dì thè e le va incontro).

Moffat                          - Ha smesso di nevicare.

Ronberry                       - (sedendosi sul divano, centellinando il suo thè) Il mondo è candido... come si dice quando nevica... (Tiene d'occhio la signorina Moffat che sta guardando fuori dalla finestra laterale) Credete che riuscirà a passare con tutta questa neve?

Moffat                          - Oh, oggi Morgan passerà a tutti i costi.

Ronberry                       - Sono proprio contenta. Temo però che... non abbia studiato abbastanza...

Moffat                          - L'altra notte alle ventidue ho dovuto strappargli il libro di mano e mandarlo a dormire.

Ronberry                       - Meno male, meglio così.

Moffat                          - (sempre guardando fuori) Spero solo che non si bagni troppo... non deve avere dei guai in nessun modo. (Giocherella nervosamente con un pezzo dì spago che Ronberry ha lasciato sulla scri­vania) Cos'è che vi ha fatto pensare che non abbia studiato abbastanza?

Ronberry                       - (agitata) Niente... solo... Vi ricordate quella sera che eravate andata a fare una lunga pas­seggiata quando lui doveva decidere se continuare a studiare o tornare in miniera?

Moffat                          - (dopo una pausa) Sì.

Ronberry                       - Ebbene, il giorno dopo continuò a studiare, tuttavia era così mutato.

Moffat                          - Mutato in che senso?

Ronberry                       - Mi sembrava che facesse le cose per forza... è una cosa sciocca quella che dico ma... voglio dire che non avendogli più detto niente del suo pro­ponimento di tornare alla miniera...

Moffat                          - (continuando a giocherellare con lo spago) Non ne parlò più neppure lui. Tornò a filare sulla strada giusta e io non stetti lì ad abbracciarlo per questo, gli dissi solo: « Bravo», e da allora non ha più smesso di lavorare sodo.

Ronberry                       - Sono proprio contenta... (Prende la busta che si era messa nella cintura, soddifatta di poter così cambiare discorso) A proposito, è arrivata questa lettera: deve essere il certificato di nascita...

Moffat                          - Bene!... (Le prende rapidamente la lettera poi va alla scrivania) Debbo spedirlo subito al Preside del Trinity College. L'altra sera ho dovuto richiedere i documenti che comprovassero che è figlio legittimo e grazie al cielo Evans lo è. Tutti gli altri documenti sono a posto, le referenze ottime: sul suo conto non c'è macchia. Neppure che vada soggetto a ubbriachezza, e questo lo aiuterà, spero, nel con­corso.

Ronberry                       - Non sarebbe certo piacevole se non riuscisse a vincere il concorso.

Moffat                          - Davvero! (Pausa, si alza innervosita) La commissione dà piuttosto una grande importanza al grado di preparazione generale del candidato e la sua è un po' affrettata. Ho dovuto accelerare i tempi. Due anni soli, del resto, sono pochi per tutti, non solamente per lui. Se si frenasse un poco e non in­cominciasse a dire agli esaminatori ciò che essi do­vrebbero pensare di Milton, con un po' di fortuna se la caverebbe bene. Inoltre al concorso partecipe­ranno alcuni ragazzi molto ben preparati che ven­gono dalle scuole pubbliche. Speriamo. Tutto sta dal modo col quale quei professori apprezzeranno la sua originalissima intelligenza.

Ronberry                       - In tutti i modi non è questione di vita o di morte.

Moffat                          - (pausa, poi con calma) Sì, invece. In genere la gente disprezza le università e le disprez­zerà sempre; ma per Evans questa borsa di studio sarebbe veramente una cosa meravigliosa. E sarebbe anche una cosa meravigliosa per l'istruzione delle classi rurali di tutto il paese.

Ronberry                       - E soprattutto sarebbe una cosa mera­vigliosa per voi!

Moffat                          - Lo credo anch'io... (Dopo una pausa, quasi stesse parlando con se stessa) E' strano passare tante ore con un altro essere umano nella più stretta comunione intellettuale... perché succede che vengo a sapere tutto quello che passa nel suo cervello... vengo a sapere con esattezza quando si trova incerto e quando si sente più sicuro di me... e tuttavia non posso dire di conoscerlo. (Accorgendosi della presenza di Ronberry, si interrompe) Mi sono svegliata questa notte pensando a Enrico Vili. Mi era parso di sentire che l'esame di oggi si sarebbe volto su questo argomento. (Va verso uno scaffale posto fra la porta del giardino e la finestra laterale) All'ultimo minuto gli darò due o tre nozioni in merito... (All'improv­viso, quasi invocando con tutte le sue forze) Oh Dio, egli deve riuscire... (Watty giunge dalla cucina portando una tazza fumante su un sottocoppa. La signo­rina Moffat poggia il capo sulla libreria, con voce rotta dall'emozione) Deve... deve riuscire... (Watty si ferma e scambia un'occhiata significativa con la signorina Ronberry. Si avvicina alla signorina Moffat).

Watty                            - (accarezzandole il capo) Il thè... (La signorina Moffat si gira e la guarda. Watty le dà il thè cercando di apparire gaia) Adesso, signora, non rattristatevi più. Pensate quello che sarà fra pochi mesi!

Moffat                          - (riprendendosi rapidamente, prende un ap­punto da un libro) La prima tesi che trae a sorte è la più importante... e per le altre presumo che non avremo più tanto timore.

Ronberry                       - (ridiventando ciarliera, mentre Watty ri­tira le tazze vuote) E se il barone non venisse?

Moffat                          - Verrà, invece. Sta tenendo d'occhio quel ragazzo come fosse un cavallo di razza. .

Ronberry                       - Non pensate che la neve potrebbe impedirgli di venire:1

Watty                            - Ho visto poco fa il suo giardiniere che stava spalando la neve per aprire un viottolo. Peccato invece per il tappeto rosso che si bagnerà tutto. (Ri­torna in cucina).

Ronberry                       - (si alza e va a guardare dalla finestra laterale) Si sta schiarendo da questa parte... Oh, eccolo, eccolo Morgan!

Moffat                          - (guardando anche lei) Dove?

Ronberry                       - Non lo vedete, laggiù in mezzo alla neve?

Moffat                          - Che ore sono?

Ronberry                       - Le nove meno dieci.

Moffat                          - (si siede alla scrivania cercando qualcosa nel suo libro) Avrò appena dieci minuti di tempo... (Bussano alla porta dell'ingresso centrale) Dio mio, c'è già il barone...

Ronberry                       - (correndo ad aprire) Sarà anche lui eccitato come noi... (Apre. Si vede Bessie che entra seguita dal signor Jones tutto imbacuccato con uno sguardo timido. Ronberry chiude la porta e li segue nella stanza, meravigliata. Sono entrambi legger­mente infarinati di neve) Ma Bessie... come fai a esser qua? Tua madre ha appena ricevuto una tua lettera...

Bessie                           - Sono partita lo stesso giorno che l'ho im­bucata. (E' vestita male, con una mantellina sulle spalle. Il suo modo di fare è secco, diffidente; deve portare delle grosse notizie che possono essere buone come cattive. Si avvicina alla signorina Moffat che che la guarda imbarazzata).

Moffat                          - (senza alzarsi) Questa è una sorpresa.

Bessie                           - Davvero? Ho viaggiato infatti tutta la notte come un battello alla deriva. Svegliai il signor Jones che andò dal capo-stazione pregandolo di con­durci nella sua baracca in mezzo alla neve. Grazioso, vero? (Cerca di non lasciarsi intimidire. Da questo momento la conversazione diventa sempre più ner­vosa).

Moffat                          - Ti è successo qualcosa?

Bessie                           - Qualcosa di carino. (Si fa coraggio e si siede nella poltrona a braccioli. La signorina Moffat, aggrotta le ciglia e si alza. Ronberry è vicino alla porta della cucina; Jones accanto alla porta dell'in­gresso centrale).

Moffat                          - Hai da parlare a tua madre?

Bessie                           - No.

Moffat                          - Allora perché sei venuta?

Bessie                           - Ho da fare delle domande e chiedere delle spiegazioni. Proprio come a scuola.

Moffat                          - (al signor Jones) Perché avete condotta qua questa ragazza?

Jones                             - Non l'ho condotta, è lei che ha con­dotto me...

Moffat                          - (a Bessie) Per chi sei venuta?

Bessie                           - Per voi.

Moffat                          - Per me? (Bessie non risponde. Indecisa la signorina Moffat si avvicina alla poltrona a brac­cioli, guarda l'orologio poi dà una occhiata fuori dalla finestra laterale) Posso dedicarti due minuti. E' questione di danaro? (Vedendo che Bessie non risponde, si rivolge agli altri con impazienza) Volete aspettarmi nello studio? (Jones e Ronherry vanno nello studio. Quest'ultima è molto perplessa, spaventata. Dopo che se ne sono andati) Su, svelta, ho ancora un minuto di tempo.

Bessie                           - Perché tanta fretta?

Moffat                          - Morgan Evans questa mattina farà l'e­same d'ammissione per Oxford.

Bessie                           - Non è più necessario.

Moffat                          - Che vuoi dire?

Bessie                           - Voglio dire che non vorrà più andarci a Oxford.

Moffat                          - Perché?

Bessie                           - Sta per nascere un piccolo bastardo. (Pau­sa) Sto per averlo io... (Incomincia a piagnucolare immergendo la testa nel fazzoletto, in parte per il nervoso e in parte per finzione, ha signorina Moffat è pietrificata).

Moffat                          - Tu stai mentendo.

Bessie                           - No, me l'ha detto il dottor Brett, il pri­mario di Cheltenham... E se non credete che sia stato Morgan Evans chiedetegli di quella sera che mi avevate rinchiusa nella vostra camera, quella stessa che avevate litigato con lui che non voleva più studiare! (Pausa).

Moffat                          - Ricordo... (Gridando all'improvviso) Ma perché non ci ho pensato prima!... (Resta col capo chinato sulla scrivania, ma si riprende, disperata) Lo sa lui?

Bessie                           - No: sono venuta per dirglielo. Ero così sconvolta quando l'ho saputo... e adesso ho anche perso il posto... oh... è stato furbo lui, ma adesso dovrà sposarmi altrimenti lo dirò a tutti dal mo­mento che dovrà pur avere un nome, il bastardello...

Moffat                          - (esasperata) E piantala di chiamarlo « bastardello »: se devi avere un bambino, chia­malo un « bambino » e basta! (Pausa, poi) Lo hai detto a qualcuno?

Bessie                           - Solo al signor Jones. (La signorina Ronberry fa timidamente capolino alla porta dello studio).

Ronberry                       - Il barone sta arrivando. (Guarda an­siosa ora l'una ora l'altra poi ritorna nello studio).

Bessie                           - Aspetterò qui Evans.

Moffat                          - (con ansia) Per tre ore non deve essere disturbato. Non devi neppure vederlo...

Bessie                           - (trionfante) Non potete minacciarmi nelle condizioni che sono! (Si alza e l'affronta. Le spun­tano due lacrime prodotte questa volta da un vero attacco d'isterismo) Vi sto insegnando qualche cosa, vero? Non le conoscevate le cose che adesso vengono a galla, eh? E sapete perché? Non potevate vedere più in là del vostro naso, perché eravate troppo oc­cupata a dirigere tutto! Ebbene adesso non potete più farne quel che volete di Morgan, perché dovrà occuparsi di me, nelle condizioni che sono, deve diventare mio... (Jones sporge il capo dalla porta dello studio: è atterrito. La signorina Ronberry spia alle sue spalle).

Jones                             - Morgan Evans è già arrivato alla curva della collina...

Ronberry                       - Non c'è tempo da perdere... (Jones dà un'occhiata disperata a tutti gli altri, poi segue la signorina Ronberry nello studio).

Moffat                          - Temo invece che proprio adesso debba darti un esempio del come si dirigono le persone. Vai in cucina dove tua madre ti darà colazione; poi ti metterai a letto, e quando avrò finito di occuparmi di Morgan Evans e del barone, andremo su in ca­mera mia e parleremo di questo con maggior calma. (Bussano alla porta dell'ingresso centrale).

Bessie                           - E' qui. Adesso lo vedrò...

Moffat                          - (la prende per un braccio, scuotendola) Se non mi obbedisci o cerchi soltanto di disobbe­dirmi, non risponderò più di quello che succederà.

Bessie                           - (spaventata) Non oserete toccarmi nep­pure con un dito.

Moffat                          - Non mettermi alla prova. (Si guardano, faccia a faccia, ansanti, irriducibilmente ostili) Se cerchi di rimanere in questa stanza o metterti a parlare con qualcuno di questo affare, anche se con tua madre, sono già così nervosa stamane, che ti picchierei con tanta forza che potrei ucciderti ed essere poi impiccata come una perversa zitella... Mi hai capito. (Bussano di nuovo, con impazienza. La signorina Moffat fulmina Bessie con un'occhiata, sì alza e va ad aprire la porta della cucina).

Bessie                           - Non ha importanza. (Segue la signorina Moffat in cucina) Tre ore passano tanto in fretta... (Entra in cucina a testa alta. La signorina Moffat richiude la porta, si scuote e va aprire all'ingresso. Entra il barone con cappello e mantello da inverno; si libera della neve che gli si è fermata sulle scarpe. Ha in mano alcuni giornali settimanali).

Moffat                          - (chiudendo la porta) Sono così spiacente... siete stato tanto gentile... una giornata tanto brutta...

Il Barone                       - Niente affatto, signora Pedagogia... (Vedendo il tavolino) Non sarà mica per me, quello? (Sì siede sul divano, mentre la signorina Moffat gli prende il soprabito) Ho alcune belle notizie da darvi.

Moffat                          - Davvero?

Il Barone                       - Ho comprato da sir Herbert il gra­naio e dal mese di marzo potremo farne quello che vorremo. Che ne dite?

Moffat                          - (distratta) Meraviglioso...

Il Barone                       - (facendole vedere un disegno appena si è seduta) Potremmo aprire qui una porta... (Bussano) Non mi sembrate troppo entusiasta...

Moffat                          - (va alla scrivania, molto preoccupata di quello che sta facendo, mentre la signorina Ronberry corre ad aprire) Ma lo sono, entusiasta, solo do­vete capire che questo esame di Evans mi affanna molto...

Ronberry                       - (mentre attraversa la stanza per andare ad aprire) Buongiorno, barone! Che tempaccio...

Il Barone                       - (accennando un inchino) Bestiale... (La signorina Ronberry apre la porta ed entra Mor­gan. E' tutto coperto di neve. Deve aver corso, ma è calmo e tranquillo. I suoi occhi si fermano subito sul tavolino).

Moffat                          - Bagnato?

Morgan                         - (togliendosi l'impermeabile) No, grazie... buongiorno sir...

Ronberry                       - Dammi la tua roba che la faccio asciu­gare.

Morgan                         - Grazie... grazie...

Moffat                          - . Mi è venuto in mente che potrebbe esserci una tesi su Enrico Vili. (Tiene in mano il foglio sul quale ha scritto degli appuntì) Vuoi studiarti a memoria queste quattro righe? (Morgan prende il foglio mentre si sbarazza della neve dai capelli. La signorina Ronberry va nello studio por­tando via la giacca, la sciarpa e il berretto dì Morgan).

Morgan                         - Grazie...

Il Barone                       - In bocca al lupo, ragazzo mio.

Morgan                         - Grazie mille, sir... (Il signor Jones fa capolino dalla porta dello studio per porgere a Mor­gan i suoi auguri in gallese).

Jones                             - Pob llwyddiant, ywachgem!

Morgan                         - (ringraziando in gallese) Diolch... (Jones ritorna nello studio. Morgan restituisce alla signo­rina Moffat il foglio che lo accartoccia e lo getta nel cesto. Morgan si siede al tavolino voltando le spalle al pubblico).

Moffat                          - Per non perder tempo sii preciso. Scrivi nome e cognome e tutte le altre generalità. Non lasciarti prendere dalla tua solita esuberanza.

Morgan                         - No.

Moffat                          - E non scrivere mai in modo illeggibile.

Morgan                         - No. (Incomincia a scrivere. La signorina Moffat prende dalla scrivania una grossa busta in cui sono racchiuse le tesi ufficiali di esame).

Il Barone                       - Però non gli fate neppure un augurio al mio piccolo protetto?

Moffat                          - (pausa, poi a Morgan) Tanti auguri, caro.

Morgan                         - (guardandola, dopo un attimo dì sorpresa) Grazie. (L'orologio suona le nove).

Moffat                          - Sei pronto? (Morgan annuisce. Strappa la busta e porge le tesi a Morgan affinché ne estragga una a sorte. Morgan le osserva attentamente, poi sceglie. Guarda qual è. Ad un tratto gli sfugge in­volontariamente un'esclamazione dì riconoscenza).

Morgan                         - Enrico Vili! (La signorina Moffat sì lascia cadere sulla sedia a braccioli. Il barone si mette a leggere i suoi giornali. Morgan incomincia a scri­vere. La signorina Moffat, ogni tanto alza il capo e guarda la porta della cucina, poi osserva Morgan con le labbra tremanti. Pausa. Si sente solo lo scric­chiolio della penna sulla carta).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

(Un pomeriggio di luglio, sette mesi dopo. L'aula è stata portata nel vecchio granaio e la stanza è molto meno affollata. Sulla lavagna a caratteri cubitali è scritto: « Elisabetta, chiamata da tutti la Dolce Re­gina». Il signor Jones, in atteggiamento di comando sta di fianco alla lavagna. Nei due primi banchi hanno preso posto Idwal e Robbart, entrambi chini sulla loro lavagnetta. Sulla panca è seduto il barone con le braccia composte come un allievo: i suoi occhi fissano il signor Jones. Vicino a lui il vecchio Tom, in piedi, sta copiando l'iscrizione sulla sua lavagnetta).

Il vecchio Tom              - (sillabando sottovoce mentre scrive) E-li-sa-bet-ta... chia ma-ta...

Jones                             - (all'improvviso dettando) « Passeggiavo so­litario come una nube » di Wordsworth. (1 ragazzi si affrettano a scrivere. Il barone incomincia a son­necchiare).

Ronberry                       - (giungendo di corsa dal giardino) Si­gnor Jones, qual è la capitale della Svezia?

Jones                             - Stoccolma.

Ronberry                       - Grazie. (Ritorna di corsa in giardino).

Il vecchio Tom              - (dopo averci pensato molto, si ri­volge al barone) Per favore, sir, con quanti « gi » si scrive « passeggiavo »?

Il Barone                       - Sarei fortunato se lo sapessi. (Torna a chiudere gli occhi. John Owen giunge frattanto dallo studio).

John                              - Per favore, signor Jones, la signorina Moffat chiede se volete portarle quello schema di aritme­tica. (Esce. Jones prende alcune carte dalla credenza e segue John nello studio. Il barone russa e gli altri sì scambiano alcune parole. Idwal si alza, corre alla lavagna, cancella tutto, poi scrive «Bessie non. è buona ». Getta lo strofinaccio sotto la scrivania, torna al suo posto sprofondando il capo nella sua lava-gnetta. Jones rientra).

Jones                             - Adesso passiamo alla storia. (Passa vicino al barone, urtandolo leggermente) Scusatemi. (Va alla lavagna) Elisabeth.. (Vede la nuova scritta e si interrompe bruscamente. Si volge alla scolaresca ar­rabbiato e severo. Il vecchio Tom, lo guarda senza rendersi conto di nulla). Chi ha scritto questo?

Idwal                            - Forse, signor Jones, è stato qualche sciocco che voleva sapere cosa sta facendo in questi mesi Bessie Watty... (Pausa).

Jones                             - Chiunque sia... lo bastonerò! (Rivolgendosi al barone che si è alzato) Non siete mica stato voi, per caso, sir?

Il Barone                       - No, di certo... (Va nella loggia della finestra e guarda fuori) Bessie Watty? Quella pic­cola grullina con delle belle caviglie?

Jones                             - (imbarazzato) Non so, sir... (Idwal sghi­gnazza) Silenzio, ragazzi! Dov'è il mio strofinaccio?

Il Barone                       - (tornando indietro) Non lo si vede. (I ragazzi frignano e guardano il barone).

Jones                             - Parlate di Morgan Evans, sir? Non lo aspettiamo che con il treno che parte da Oxford alle tredici e trenta... (Il barone si risiede) Credete che al suo arrivo sappia già i risultati?

Il Barone                       - Ne dubito. La signorina Moffat dice che li riceveremo due o tre giorni dopo per posta. (Si alza e va alla porta dell'ingresso centrale).

Idwal                            - Scusatemi, sir, ma che razza di paese è Oxford?

Il Barone                       - Non so proprio. Io vengo da Cam­bridge. (Esce).

Jones                             - (mettendosi dinanzi alla lavagna) Ora fac­ciamo storia. Ripetete con me...

Idwal                            - (con voce stridula) Per favore, signor Jones, diteci qualcosa di Bessie Watty!...

Jones                             - (dopo una pausa, seccato) Se ritornate do­mani, faremo religione. Adesso ripetete. (Suona la campana) Beh... Fine! (Va alla credenza e ritira le sue carte nella borsa. Idwal e Robbart alitano sulle loro lavagnette per pulirle bene, racimolano i loro libri e li legano con dello spago. Sarah arriva di corsa dall'ingresso centrale. E' vestita con gli abiti migliori, nel costume tradizionale gallese con un cappello al­tissimo).

Sarah                             - Per favore, avete visto mio padre... (Scor­gendolo, lo rimprovera in gallese).

Il vecchio Tom              - (furioso) Per carità, in classe bisogna parlare inglese!

Sarah                             - (prendendolo per un braccio) Sei debole e vecchio, il tuo pranzo sta diventando freddo e poi devi andare a dormire...

Il vecchio Tom              - Ma io so che la Regina Eli­sabetta...

Sarah                             - (sorreggendolo mentre escono) E al mat­tino poi i tuoi reuma saltano fuori... Vieni... (La signorina Ronherry arriva dal giardino e va a posare le sue carte sulla scrivania).

Robbart                         - Sarah Pugh, perché vi siete vestita così?

Sarah                             - Per Morgan Evans.

Jones                             - (impaziente) Sapete qualcosa di lui?

Ronberry                       - Notizie di Morgan? Oh, ma ditele subito!

Sarah                             - Purtroppo niente, signor Jones. (Veden­dosi oggetto di curiosa impazienza) Ma quando ar­riva, e so già che porta delle buone notizie, sapete cosa faccio? Apro l'armadio butto via tutto e mi metto gli abiti più belli della domenica! Su an­diamo a casa, papà...

Jones                             - Però fare tutto questo prima di essere si­curi delle buone notizie è imprudente.

Sarah                             - John Goronwy Jones, scusatemi, ma siete proprio un vecchio debole anche voi. Sono tutti pronti in paese per andargli incontro. Il droghiere ha preso il suo violino...

Idwal                            - E William Williams ha preso la sua cor­netta.

Robbart                         - E io l'organino...

Sarah                             - E io canterò...

Robbart                         - (a Idwal) Vieni! (Escono di corsa dallaporta centrale).

Jones                             - (gridando loro dietro) E il poliziotto vi darà la contravvenzione per violazione della quiete pubblica.

Ronberry                       - Tutti questi preparativi, in un modo o nell'altro, sono di buon augurio.

Jones                             - Ogni cosa è prestabilita. (Enfatico) O Mor­gan Evans ha vinto la sua borsa di studio, oppure l'ha persa.

Ronberry                       - Gridiamo tutti assieme: « Morgan Evans ha guadagnato la sua borsa di studio ». (Tutti, eccetto Jones, ripetono l'augurio).

Sarah                             - Andiamo, papà. (Si ferma, per aggiustarsi lo scialle sulle spalle).

Il Vecchio Tom             - Non ho mai ricevuto una let­tera, e nessuno ha mai messo gli abiti della domenica per me... (Esce. La signorina Ronberry attraversa la stanza, quando scorge la scritta sulla lavagna. Sarah sta seguendo suo padre, quando la voce di Ronberry l'arresta).

Ronberry                       - (leggendo) « Bessie non è buona ». Perbacco, com'è gentile!

Jones                             - (cercando di nascondere la lavagna allo sguar­do di Sarah, ma troppo tardi) Dov'è lo strofinaccio?

Ronberry                       - A chi si riferisce quella scritta?

Sarah                             - A Bessie Watty. Signorina Ronberry, a proposito, dov'è la ragazza?

Ronberry                       - (dopo aver dato una terribile occhiata a Jones) Non so proprio, cara.

Sarah                             - La signorina Moffat riceve da lei delle lettere. La gente è tutta meravigliata. (Esce).

Ronberry                       - (a Jones) Bravo, mi meraviglio di voi. (Si siede sul divano, mentre Jones va alla scrivania) Bessie ritornò a casa quel mattino e ripartì subito... Morgan Evans mi disse, il giorno che parti per Oxford, che non l'aveva mai più vista. Dov'è?

Jones                             - (versando l'inchiostro nel piccolo calamaio della scrivania) Mi sembra che sia più importante sapere se Morgan Evans ha guadagnato o meno la sua borsa di studio.

Ronberry                       - E' vero... se non l'ha guadagnata il cuore della signorina Moffat si spezzerà.

Jones                             - Credete che se la prenderebbe tanto dopo quello che le disse Morgan quella sera?

Ronberry                       - E' una domanda che non mi sono mai fatta, ma posso però dire che da quel giorno sono diventati sempre più amici... era un piacere sentirli discutere assieme... forse perché nell'imminenza dell'esame... (Si interrompe mentre la signorina Moffat arriva dallo studio, leggendo un quaderno e sorri­dendo. Passeggia davanti alla lavagna).

Moffat                          - Gwyneth Thomas, il più giovane dei figli dello stuccatore, scrive: «Sii buona, dolce fan­ciulla, e lascia che chi sarà furbo... ». Come mi meraviglierei se il reverendo Kingsley si fosse fatta un'idea delle sorprese che avrebbero incontrato le insegnanti... E poi Gwyneth Thomas continua:  (leggendo) « Non è bello sapere tutto, a me piacerebbe essere come la signorina Ronberry... la signorina Moffat, invece, è diversa; lei sa tutto ». Eh, eh, non c'è male, vero? Ha colpito il segno... (Si interrompe scorgendo la faccia della signorina Ronberry, con apprensione) Ne sapete qualcosa?

Jones                             - Nulla, signora.

Moffat                          - (sollevata) Non penso che... (Vede la scritta sulla lavagna e s'interrompe. Trae di tasca il fazzoletto e con sveltezza va a cancellare. Gli altri la guardano) Dov'è andato il barone?

Jones                             - A vedere se arriva.

Moffat                          - Grazie a Dio, quell'uomo sta diventando veramente preoccupante. (Sedendosi sul divano) Ha persino piantato in asso Henley per essere qui, questa settimana... lo sapevate?

Jones                             - (avvicinandosi a lei) Ma non vi sentite anche voi nervosa?

Moffat                          - Ormai ho finito d'innervosirmi. Mi sem­bra però che se Morgan fosse riuscito a guadagnarsi la borsa di studio, lì per lì non ci crederei neppure.

Ronberry                       - E se non ci fosse riuscito?

Moffat                          - In tal caso... (dopo un po' di esitazione) noi dovremo comportarci come se niente fosse. Il sole sorge e tramonta tutti i giorni e c'è sempre tempo per rifare ciò che oggi non è riuscito. (Si alza brusca­mente) Intanto, Jones, andate a vedere sulla vostra scrivania il resoconto che vi ho lasciato e voi, signorina Ronberry, siete aspettata dai ragazzi della se­conda per la lezione di musica. (Entrambi si ritirano nello studio lasciando sola la signorina Moffat che guarda l'orologio con grande apprensione. La corazza d'indifferenza sta per sfasciarsi. Va verso la scala, ma nel frattempo s'apre la porta all'improvviso ed entra Morgan. Indossa un abito nuovo, porta una borsa da viaggio e il berretto. E' impolverato e stanco. Appare eccitato e nervoso, ora estremamente vivace, ora de­presso, ha signorina Moffat lo guarda non osando parlare).

Morgan                         - Ho preso il primo treno, ma siccome prevedevo che sarebbero venuti tutti quelli del paese ad aspettarmi, sono sceso prima a Llanmorfedd.

Moffat                          - (timorosa) Questo vuol dire che..

Morgan                         - No., non so ancora nulla. (Posa la borsa e il berretto vicino alla sedia a braccioli. La signorina Moffat va a sedersi, spossata, sul divano) Niente di preciso, però... non posso dire d'aver molta fiducia.

Moffat                          - E perché?

Morgan                         - (sedendosi sulla sedia a braccioli) Mi hanno interrogato per un'ora di...

Moffat                          - Questo non vuol dire niente. Vai avanti.

Morgan                         - Si misero a farmi un'infinità di domande sul Vecchio Testamento. Come mi avevate detto... (Si interrompe) Ma perché siete così pallida?

Moffat                          - Lascia andare, meglio così che una febbre da cavallo. Vai avanti.

Morgan                         - Ci misi più di cinque minuti a spiegar loro come fece San Paolo a giungere da un paese che si trovava a trecento miglia dalla costa.

Moffat                          - Oh, che caro. (I loro modi di fare sono compieta-mente mutati dall'ultima volta; non sono più quelli dell'insegnante e dell'allievo, dell'adulto e del ragazzo; sembrano di più a due amici legati fra loro dal sentimento del reciproco rispetto e fiducia. Morgan ha fatto degli enormi progressi e parla ora con disinvoltura e proprietà) T'hanno chiesto qual­cosa di Parnell?

Morgan                         - Parnell?... ah, sì... stavo appunto per finire quand'essi saltarono fuori con Parnell e io allora spiattellai per mezz'ora la sua storia... che volete non sono mica un gallese per niente!

Moffat                          - Già... e il francese?

Morgan                         - Non troppo bene. Ho abusato un poco di « naturellement », ma non so se erano tutti a proposito.

Moffat                          - E i verbi greci? .

Morgan                         - Mi sembravano un po' ironici i profes­sori...

Moffat                          - Ti ha chiamato il preside?

Morgan                         - Oh, sì, sono stato con lui per più di mezz'ora.

Moffat                          - Solo tu?

Morgan                         - No, anche altri candidati andarono da lui. Era un vecchio e gentilissimo signore seduto in una bella sala che dava sul Penlan Town Hall. Parlai di religione, come mi aveste consigliato...

Moffat                          - (correggendolo meccanicamente) Come mi avevate consigliato...

Morgan                         - Come mi avevate consigliato. Mi chiese anche se non avevo mai bevuto da ubriacarmi e io, guardandolo fisso negli occhi, risposi: «Noo!».

Moffat                          - (sorpresa) Ohi...

Morgan                         - Ero terribilmente... terribilmente ner­voso. Il bottone del colletto s'era staccato e dovevo tenerlo chiuso con le dita, ma il Preside mi parve che non se ne accorgesse... Era molto curioso di sa­pere vostre notizie. Lo sapevate, per esempio, che c'era un articolo sul « Morning Post » che parlava della scuola?

Moffat                          - (scartabellando fra i giornali) Ah, sì?... Però non m'hai detto cos'è che non ti permette di nutrire molte speranze.

Morgan                         - Sono gli altri candidati. Mi sembravano tutti molto brillanti... e io non avevo mai pensato che fossero così. Due venivano da Eton e uno da Harrow, uno poi era ricchissimo. Che uno studente potesse essere così ricco non lo supponevo neppure. Aveva un servo al suo fianco.

Moffat                          - Accipicchia!

Morgan                         - E quel servo assomigliava molto a mio padre... almeno credo che assomigliasse a mio padre quand'era giovane... E quando ebbi finito mi parve che mi compatisse. E' così che ho avuto l'impressione di aver fatto cilecca... (Avvilito, si alza e passeggia nervoso. Lei lo guarda).

Moffat                          - Quand'è che si sapranno i risultati?

Morgan                         - Dopo domani. Vi scriveranno.

Moffat                          - (si alza e va verso la scrivania) Quelli del paese si sono vestiti a festa per te. Sono stati sciocchi, perché se non hai guadagnato la borsa di studio, ti angustierai ancor di più.

Morgan                         - Se non ho guadagnato la borsa? (Con improvvisa disperazione) Non parliamone più.

Moffat                          - (voltandosi verso di lui, sorpresa) Sì, in­vece, parliamone. Una volta non volevi neanche sentir parlare di andare a Oxford.

Morgan                         - Lo so, ma poi ci sono andato. Ora sono già di ritorno. (Sedendosi di fronte a lei) Sono tor­nato... dal mondo vero. Dal giorno in cui nacqui sono stato prigioniero fra pareti di rocce e ora qual­cuno mi ha dato il mezzo di guardare fuori... (Con veemenza) ... adesso non possono più ributtarmi in­dietro, non possono e non debbono farlo... debbono aiutarmi a scavalcare la parete e raggiungere quel mondo!

Moffat                          - (gli si siede accanto, un po' commossa e un po' divertita) Non ti ho mai sentito ragionare così da quando ti conosco.

Morgan                         - E' vero, ma oggi posso parlare. Questi tre giorni che ho trascorso a Oxford mi hanno scon­volto la testa.

Moffat                          - Ohi, ohi... Se in tre giorni t'è successo questo, cosa ti capiterà dopo tre anni che sarai a Oxford?

Morgan                         - Anche questo è vero... Ma qualcosa dovrà pur succedermi. Starling ed io abbiamo tra­scorso quasi tutta una sera a discutere di leggi... Starling, non lo sapete, è uno dei più brillanti di quei giovani... Le parole mi venivano alla bocca-tutte quelle parole che ho imparato e scritto, ma che non ho mai pronunciato... credo che il mio discorso avesse poco senso, ma almeno sostenevo una discus­sione. Tutto ad un tratto mi accorsi che non l'avevo mai fatto in vita mia... che non ero mai stato capace di farlo. (Con uno spiccato accento gallese, imitando) « Come stai, Morgan? ». « Buongiorno, signor Jones, non c'è male...». Ecco il mio solito discorso. Un vo­cabolario di venti parole, tutto lì. Tutte le nozioni e i concetti che mi avete insegnato vennero imma­gazzinati, come cose inutili... chiuse a chiave in un deposito e lasciate marcire... come un mucchio di do­mande alle quali nessuno risponderà mai... un muc­chio di postulati che nessuno si occuperà di con­traddire... e così rimasi nella camera di Starling dalle ventuno a mezzanotte. (Acquietandosi) Quando uscii, quella sera, passeggiai lungo il fiume, sulla via principale... lo sapete, no?

Moffat                          - (affrettandosi ad annuire, felice di godersi quel torrente di impressioni) Sì, sì...

Morgan                         - Guardai in alto e vidi che dietro al Magd-Moudlin, c'era la luna. Non la solita luna che ho sempre visto qui specchiarsi sul Nant, ma una luna diversa. I passanti sembravano tutti molto af­fannati a rientrare alla svelta nelle loro case, mentre camminavano sotto il chiar di luna; le campane suo­navano e mi sorpresi a camminare svelto anch'io e sentivo un gusto in bocca... come di rum.

Moffat                          - Avanti.

Morgan                         - Ad un tratto, fra quella luna e la strada vidi... questa stanza; vidi voi ed io seduti qui a stu­diare, tutti questi libri... e tutto ciò che su questi libri avevo imparato, grazie a voi, certo, lo vidi illu­minato come in una lanterna magica.... la vecchia Roma, la Grecia, Shakespeare, Carlyle, Milton... ogni cosa aveva il suo significato, perché ero in un mondo nuovo... nel mio mondo! E allora mi chiesi perché avevate lavorato come una schiava per pre­pararmi a questo esame... Ho finito.

Moffat                          - (sorride, trasognata) Ma non t'ho detto di fermarti.

Morgan                         - Non andai mica a bere, poi.

Moffat                          - Ne sono convinta.

Morgan                         - Posso ancora parlare?

Moffat                          - Sì, mi fai tanto piacere. (Il barone entra dall'ingresso centrale, lasciando aperta la porta. Mor­gan si alza).

Il Barone                       - Nessun segno del nostro giovanotto... Evans! Ma sei qui?... Allora? ,

Morgan                         - Buongiorno, sir, manderanno i risultati per posta al più presto.

Il Barone                       - Ma tu sei il diavolo! (Alla signorina Moffat, sedendosi sulla sedia a braccioli) Lo sapete che a me quest'attesa pare un po' strana? (II signor Jones giunge di corsa dallo studio, eccitatissimo).

Jones                             - Qualcuno dice d'aver visto Morgan...

Morgan                         - Lo vedranno dopo domani. (Si siede, seccato, sulla panca).

Jones                             - Oh!... (Va verso l'ingresso centrale).

Il Barone                       - I professori com'erano, ragazzo mio?

Morgan                         - Piuttosto pedanti, sir.

Il Barone                       - Razza di ringrulliti, m'immagino. Si­gnorina Moffat, vi dissi che avreste fatto bene... (Entra la signorina Ronberry, anche lei eccitata te­nendo in mano un foglio di musica).

Ronberry                       - Qualcuno dice di aver visto... Il Barone e

Jones                             - (seccati, in coro) Lo vedranno dopo domani!

Ronberry                       - (colpita) Oh... Come stai, Morgan caro?... (Morgan accenna un inchino per salutarla poi ripiomba fra i suoi pensieri. Ronberry s'avvicina alla scrivania, mentre la signorina Moffat cerca di distrarsi con un libro preso da uno scaffale).

Jones                             - (sulla soglia, andando verso il portico) L'at­tesa è angosciosa!

Il Barone                       - Lo so.

Jones                             - Persino i piccoli sono tutti in agitazione per... (Si interrompe improvvisamente: ha visto qual­cuno venir giù dalla strada del villaggio; guarda meglio, è incerto d'aver visto bene, poi dà un'occhiata nella sala. Tutti sono preoccupati. Rientra, chiude la porta, appoggiandovi contro la schiena) Morgan, ra­gazzo mio... non sei stanco dopo il viaggio che hai fatto?... Non vorresti mangiare qualcosa?

Morgan                         - (liberandosi dei suoi pensieri) Sì, sono affamato, è vero...

Moffat                          - Ma come sono stata sciocca a non pen­sarci!... Watty, fate bollire un uovo... (Si avvia verso la cucina) Vieni.

Morgan                         - (alzandosi) Grazie... (Agli altri) Scusa­temi... (Jones va a chiudere la porta della cucina che hanno lasciato aperta).

Il Barone                       - Mi è parso che aveste una gran voglia di mandarli via da questa stanza. Perché? (ha porta dell'ingresso centrale si apre ed entra Bessie. E' completamente mutata: potrebbe avere dieci anni di più. Ha i capelli corti, indossa un abito stretto di poco costo. La sua personalità si è rivelata. E' graziosa­mente smagliante nella sua sciolta opulenza. Pausa. Tutti la guardano, ma lei è ben padrona di se).

Bessie                           - Salute!

Il Barone                       - (meccanicamente) Come state?

Bessie                           - Molto bene, grazie, e voi come ve la passate? (Il suo accento è ormai quello di una donna).

Il Barone                       - Eh, bene, grazie... (Agli altri) Chi è questa ragazza?

Ronberry                       - Veramente non saprei dire... Ma no, è Bessie Watty...

Bessie                           - Esatto. Salve, Ronberry, come va la geo­grafia? Il mondo continua sempre a girare? Salute, Jones, amoreggiate ancora? (Si siede sul divano, di­sinvolta. Si sente a casa sua).

Il Barone                       - E a che dobbiamo quest'onore?

Bessie                           - E' una faccenda un po'...

Jones                             - (alla signorina Ronberry, disperato) Signo­rina Ronberry, vi spiacerebbe tornare in classe?

Ronberry                       - (curiosa, chiudendo la porta dell'ingresso centrale) Gli allievi sono tranquilli, ho lasciato Mary Davies a sorvegliarli...

Bessie                           - (a Jones) Non preoccupatevi. Ci siamo rivelati molti segreti io e la signorina.

Jones                             - Tre giorni fa vi ho mandato dei soldi... Non avete ricevuto la lettera...

Bessie                           - Sì, l'ho ricevuta e anche le altre, quand'ero ancora indisposta.

Il Barone                       - Insomma, cosa siete venuta a fare?

Bessie                           - (togliendosi la mantellina) L'altra s°tti-mana stavo sfogliando un giornale e mi sono affret­tata a venire per congratularmi con un certo ragazzo | nel caso che abbia guadagnato la borsa di studio.

Jones                             - Oh!

Ronberry                       - Ma quel ragazzo perché vi interessa tanto?

Bessie                           - Vedete, signorina, è successo...

Jones                             - (tentando per l'ultima volta di non lasciarla parlare) Non dite nulla... per carità!

Bessie                           - Un mese fa, a domani, ho avuto un bam­bino. (Pausa. La signorina Ronberry e il barone re­stano allibiti. Jones dà segni della sua disperazione).

Il Barone                       - Avete avuto...?

Bessie                           - Un bambino. Sì, un bambino di tre chili e mezzo.

Il Barone                       - Dio mio, che orrore!

Jones                             - (passeggia nervosissimo, mentre la signorina Ronberry si sprofonda nella poltrona della scrivania) E' un argomento disgustoso e...

Bessie                           - Non è disgustoso per niente. Se avessi la fede al dito lo trovereste delizioso.

Watty                            - (uscendo di corsa dalla cucina) La roba di Morgan Evans... Oh, scusatemi, sir... (Raccoglie la borsa e il berretto e sta per ritornare in cucina quando s'accorge della faccia scura del barone) Oh... (Timo­ rosa) Avete ricevuto notizie? /

Il Barone                       - (alzandosi) Sì, anche queste sono no­ tizie... (Va alla porta dell'ingresso centrale, poi si volta per godersi la scena. Watty guarda ora la signo­rina Ronherry, ora Bessie che non ha riconosciuto).

Watty                            - (ad un tratto) Oh, Bessie! (Nello slancio, lascia cadere ciò che ha in mano) Oh, cara, sembri una bambolina!... (Riprendendosi) Scusatemi, sir...

Il Barone                       - Ma dite quello che volete...

Watty                            - (a Bessie) E da dove arrivano quei brac­cialetti?

Bessie                           - Regali!

Watty                            - Bene!... E dov'è stata la signora?

Bessie                           - A gironzolare nelle corsie della maternità.

Watty                            - Della mater... (Felice) Oh, un bambino?... (Entra la signorina Moffat dalla cucina).

Moffat                          - (rivolta a parlare a Morgan che è rimasto in cucina) Al posto tuo cercherei di riposare un poco.

Watty                            - Avresti però anche potuto avvisarmi. (Lo signorina, uscita dalla cucina, si avvia verso le scale).

Bessie                           - Salve! (La signorina Moffat sì ferma e guardandosi in giro, la scorge) Stavo appunto rac­contando alla compagnia ciò che voi sapete. (E' evi­dente che non la teme più. ha signorina Moffat è atterrita).

Il Barone                       - Però adesco mi pare che sia ora che ci diciate chi è il padre. Prenderò subito dei provve­dimenti energici...

Watty                            - E' vero, cara, chi è stato...

Bessie                           - Beh, per farla breve...

Moffat                          - (invocando) No! Non parlate! Se tacete vi compenserò in qualsiasi modo!...

Bessie                           - (con garbo) No, non è il caso, signorina. (Agli altri) E' stato Morgan Evans. (Pausa. La signo­rina Moffat le mostra i pugni serrati in un gesto di disperazione).

Il Barone                       - Così?

Ronberry                       - (imbarazzata) Non credevo mai più...

Watty                            - (realmente sorpresa, rivolgendosi alla signo­rina Moffat) Oh... signora...

Moffat                          - E' una cosa che mi ha torturato per mesi. Adesso in un certo senso è un sollievo che tutti lo sappiano.

Bessie                           - Lui mi ha minchionata!

Moffat                          - Tutte bugie! Io ero quasi contenta di dire a loro...

Ronberry                       - Non posso continuare a sentire queste cose! Non lo sopporto più. (Torcendosi le mani) Tutto ciò è successo causa la scuola... lei era nella mia classe... e chi avrebbe detto che Morgan era «pana». (Si abbandona sgomenta sulla sedia a brac­cioli) Che orribile cosa innaturale...

Moffat                          - (ormai esasperata) Non dite sciocchezze, non è orribile e non è innaturale! Al contrario è la natura che dà alla civiltà un brutto pizzicotto al naso. Noi tutti possiamo dire che è stata lei a indurlo a quell'azione, ma anche lei d'altronde non faceva altro che obbedire ai suoi istinti... ma il più grave è stata la mia enorme stupidità di non tener conto della natura umana. (Nervosamente va alla ringhiera della scala) Avrei dovuto cercare di comprendere e di prevenire invece di scorrazzare come una cavalla balzana. Sua madre mi chiese di non lasciarla qui... anche il barone mi consigliò... anche lui che cono­sceva più di me la natura umana...

Il Barone                       - Però sapevate...

Moffat                          - Ora debbo fare una piccola riforma alla mia scuola, se non vi spiace, e questo è il frutto dell'azione di Bessie. (Si siede con trascuratezza sulla panca, voltando il capo altrove) La maestra ha im­parato una lezione nuova, ma troppo tardi, ormai.

Bessie                           - (alzandosi) Dov'è lui?

Watty                            - (impedendole di andare in cucina, gridando) Dovrai passare sul mio corpo, figlia...

Bessie                           - (con le spalle al pubblico, le mani sui fianchi) Hai ragione, mamma, sono in ritardo. Ho un bambino di un mese, sano e vegeto, e non ho un marito: quindi suo padre dovrà diventare mio ma­rito. E' l'unica cosa giusta che c'è da fare, vero?

Il Barone                       - Mi spiace signorina Moffat, ma io sono del parere...

Bessie                           - Lo chiamerò...

Jones                             - (ammiccando) Non c'è bisogno di chia­marlo!

Il Barone                       - Che c'entrate voi?

Jones                             - (avanzando) Mi spiace dovervi avvisare che ho sempre provato un grande sentimento di affetto per questa giovane.

Bessie                           - (sedendosi nuovamente sul divano, divertita) Oh certo! Non avevo per voi un volto d'angelo?

Jones                             - E voglio fare tutto il mio dovere riabili­tandola di fronte agli occhi di tutto il mondo, co­minciando a beneficiare il bambino battezzandolo.

Moffat                          - (si volta verso di lui, all'improvviso) Ma parlate sul serio?

Jones                             - Parlo sempre sul serio.

Moffat                          - (si alza e sì rivolge a Bessie, supplichevole) So che tutto questo tu lo chiami sangue freddo... ma sarai d'accordo?

Bessie                           - No, non vorrei. (Divertita) Non voglio ferire i sentimenti di nessuno, ma debbo pur met­termi a posto.

Moffat                          - Oh, per favore, pensaci ancora!

Watty                            - (avvicinandosi a Bessie) Nessuno di noi pretende che questo bimbo sia manna caduta dal cielo, ma per una ragazza che ha preso una strada falsa è una bella fortuna. Se ti comporti bene in un modo o nell'altro avrai il tuo tornaconto, vero, sir?

Jones                             - (impulsivo) Certamente...

Moffat                          - Wattv ha perfettamente ragione. (Se­dendosi accanto a Bessie) Posso anche attendere che tu ti renda conto cosa significhi per me questa faccenda... ma sono disposta a chiedere... e non è facile ch'io chieda.

Bessie                           - Mi piacerebbe costringervi a... (guarda Jones e sogghigna) ... ma non posso proprio. (Jones si ritrae scoraggiato) Innanzi tutto il mio amico si arrabbierebbe molto.

Watty                            - (al volo) Amico?

Bessie                           - Sì, un bellissimo gentiluomo, sportivo, abbastanza elegante, padrone di un ippodromo. (Ve­dendo l'occhiata severa della madre) Non vedi guar­darmi in questo modo, l'ho incontrato solo tre mesi fa. Avevo incominciato a servire in un bar per ridere, ma ero il ritratto della salute ed ebbi fortuna a stare alla cassa...

Il Barone                       - Non ho mai sentito delle conversa­zioni del genere, neanche in commissariato. Io cerco di conservare la buona reputazione nelle mie terre e in tal senso posso fare qualsiasi cosa, signorina Moffat... (Si avvia all'ingresso centrale)

Bessie                           - (volgendosi al barone) Suppongo che non oserete suscitare uno scandalo, vero?

Il Barone                       - Molto carino, da parte vostra... (Le dà un'occhiataccia ed esce).

Moffat                          - Quel tuo amico non ha intenzione di sposarti?

Bessie                           - Per ora non vuol sentirne parlare, anche perché del bambino non vuol saperne. Dice che sa­rebbe molto diverso se il padre fosse lui... e si può capirlo, no? Allora ho deciso di piantarlo e di spo­sare Morgan Evans. (La signorina Moffat si alza esasperata e va a passeggiare nella loggia della fi­nestra) E dire che mi adorava, quel signore. Anche da quando l'ho abbandonato, mi manda sempre dei telegrammi. Ne ho ricevuto due alla stazione e credo che presto me ne arriveranno ancora degli altri. Non è vero segno che è ricco? Voi, Jones, non lo prendereste il bambino, lasciandomi libera?

Ronberry                       - Vi stacchereste dal bambino? Il vostro bambino? Ma dov'è andato a finire il vostro amore materno?

Bessie                           - Suppongo che penserete che io sia una ragazza perduta, ma debbo dire che non ne ho mai avuto.

Ronberry                       - Oh, che orrore, che viltà dire questo...

Bessie                           - (si alza) Adesso ascoltatemi... Voi par­late di questo bimbo come fosse vostro... ma avete mai pensato cosa vuol dire?

Ronberry                       - Vorrebbe dire che sarebbe tutto per me... (improvvisamente enfatica) tutta la mia vita...

Bessie                           - Non ho un'idea precisa di quanti anni possiate avere, non sono mai stata forte in aritmetica, ma penso che un paio d'anni fa dovevate averne il doppio di quanti ne ho io ora. Quando anch'io avrò la vostra età, mi appassionerà l'idea di un bimbo, ma per ora la vita non è ancora incominciata... me ne sono appena fatta un'idea, l'ho assaggiata... e che potrò fare in avvenire con un bimbo sulle braccia?

Watty                            - E' proprio quello che vogliamo sapere!

Bessie                           - Sta bene, ma tu sai cosa vuol dire...

Ronberry                       - (si alza) Siete inumana, ecco quello che siete! A pensare che non lo volete... (E' sul punto di scoppiare a piangere e perciò fugge nello studio).

Bessie                           - Non volevo essere disgustosa... anche se inumana! Non volevo il bimbo, nessuno al posto mio vorrebbe averlo, ma sono stata prudente affinché nascesse bene, e ora che lui è sano e vegeto mi serve perché mi permetterà di divertirmi, di divertirmi tanto! Avrei potuto abbandonarlo sui gradini di una porta, no? Ma io voglio vederlo in buone mani... (si volta verso la signorina Moffat) ed è per questo che sono venuta da Morgan Evans.

Moffat                          - (a Bessie) Vuoi sposarlo, sperando ch'egli ami tanto il figlio da preoccuparsi di assicurargli l'av­venire... (La sua voce s'inasprisce) La tua coscienza sarebbe tranquilla e in seguito tu potresti raggiun­gere il tuo amante eh? (Watty cerca di ridurle al silenzio).

Bessie                           - Non mi stupirebbe...

Moffat                          - E nel frattempo rovini un ragazzo... che è sul punto di...

Bessie                           - Non voglio più saperne nulla. (Chiama) Morgan!

Moffat                          - Sst. (Disperata) Aspetta un momento, aspetta... Ci deve pur essere una via d'uscita... ci deve pur...

Watty                            - Sia lodato Iddio... signora, m'è venuta un'idea!

Moffat                          - Quale?

Watty                            - . Perché non lo adottate voi? (Bessie e Jones la osservano).

Moffat                          - (volgendosi) Via, non siate ridicola!

Watty                            - Che ne diresti tu, Bessie?

Bessie                           - (colpita anche lei dall'idea) Ma... non ci avevo mai pensato...

Watty                            - E ci staresti?

Bessie                           - (dopo un attimo di riflessione) Accetto!

Moffat                          - (per la prima volta veramente colta alla sprovvista) Accetti? Ma... ma che cosa faccio con quel bambino?... Non... non... so neppure che faccia abbia!

Watty                            - Queste sono inezie... ormai tutto si è aggiustato...

Moffat                          - Però sarebbe veramente fantastico che...

Bessie                           - (avvicinandola, decisa) Oh, via, tutto è andato per il meglio! Volevo essere certa che il bimbo fosse in buone mani, Morgan Evans non ha bi­sogno di saper niente, e io posso sposare l'amico e tutti siamo contenti! Il bimbo potrà assomigliare al padre e diventare molto bello, in tutti i modi neanch'io sono poi tanto brutta... Prima di andarmene vi darò tutte le istruzioni in merito... perché dal mo­mento che ve lo lascio, non voglio tenermelo di più di quello che è necessario.... perché potrei innamo­rarmene...

Watty                            - (alla signorina Moffat) Via, signora, da tre anni a questa parte ci avete sempre stimolato, adesso saremo noi a darvi una spinta!

Moffat                          - Ma è pazzesco... vi dico che...

Watty                            - No, è meno pazzesco di quanto era paz­zesco prendermi al vostro servizio... con quella mia debolezza! Siete sempre stata tanto energica, ebbene continuate ad esserlo!... Dov'è andata a finire tutta la vostra forza?

Moffat                          - Ma finora non si era mai trattato di diventare madre... Io non sono come la signorina Ronberry... perché... «lei» sarebbe veramente il tipo per fare questo...

Jones                             - (con astio) Quella non si troverebbe mai d'accordo... stavamo discutendo di Marged Hopkins che va all'asilo e lei disse che non avrebbe mai potuto stare assieme a dei bambini come quelli.

Moffat                          - Oh... del resto suppongo che se si pren­desse il bimbo offenderebbe molti... Ma, a proposito, Watty, voi siete nonna e certamente...

Watty                            - No... io non posso proprio prendermi questa briga. Io sono tutta impegnata nel Corpo. No, no, voi siete l'unica che può fare questo, vera­mente l'unica.

Moffat                          - (dopo aver riflesso, rivolgendosi a Bessie Watty) Bessie Watty, vuoi dire che se io non adottassi il bimbo, tu...

Bessie                           - Sarei costretta a parlarne con Morgan Evans e mi dovrà sposare. Posso giurarlo.

Moffat                          - E potresti anche giurare che non dirai mai nulla a Evans?

Bessie                           - Certo. Se mi facesse qualche domanda, gli risponderei che il bimbo è del mio amico. (Pausa).

Moffat                          - Bene... (Sedendosi in un banco) Accetto.

Bessie                           - (sollevata) Magnifico! Il mio amico sarà più che felice. Torno subito all'osteria e gli mando un bel telegramma. (Prendendo la mantellina posata sul divano) Addio, amici, sugli ultimi particolari ci metteremo d'accordo più tardi, vero? (Mostrando una fibbia della mantellina) Questa fibbia me l'ha rega­lata il mio amico, è stupenda, no? Me ne offrì una piccolissima d'oro vero, ma penso che questa che è falsa sia più graziosa.

Jones                             - (mentre lei fa per uscire) Così partite per iniziare una vita di peccato?

Bessie                           - (sorridendo) Non mi spavento. Mi trovo a mio agio soltanto quando ho un uomo vicino, lo sapete., un bel bicchiere di porto non lo si deve mai rifiutare. (A Watty) Non c'è più bisogno del trucco di gettarmi acqua fredda in faccia, eh mam­mina... (Alla signorina Moffat, diventando seria per un momento) Addio... Facevo l'isterica soltanto perché vi odiavo, lo avrete capito...

Jones                             - Odiavate lei, mentre non siete neppure capace di farvi un orlo al vestito!

Bessie                           - (volgendosi a lui, divertita) Ma sì che son capace! Del resto l'odiavo proprio perché ha letto tanti libri. Libri... Libri... (Con un gesto che vorrebbe abbracciare tutta la stanza) Guardateli quei libri! Ne so più io della vita, alla mia età, che lei che li ha letti tutti... e sto per impararne ancora di più! Cosa scommettiamo? (Esce sorridendo dalla porta dell'ingresso centrale).

Watty                            - (richiude la porta, dandole un'occhiata se­vera) Siamo a posto... (Nel vicino granaio, ove si era insediata la scuola, ì bimbi cantano).

Jones                             - (avviandosi verso lo studio) Dobbiamo essere molto riconoscenti... (Morgan entra nella stanza provenendo dalla cucina. Va direttamente verso la signorina Moffat. E' pallido ed emozionato. Tutti lo guardano in silenzio).

Morgan                         - Ho aspettato che uscisse per venire.

Moffat                          - E perché?

Morgan                         - Il barone mi è venuto ad avvisare che...

Moffat                          - Quello stupido. Disgraziato, sciocco idiota!

Morgan                         - Del resto è la verità... (Pausa. I bimbi non cantano più. Morgan si guarda in giro) Credeva che lo sapessi. Poi mi disse che mi informava per il mio bene... che avrei dovuto considerarmi... E' cu­rioso tutto questo. Lei ed io non ci conoscevamo quasi... fu molto tempo fa e non avevo mai pensato... e neppure lei, credo... e adesso siamo... (Alla signo­rina Moffat) E' anche curioso perché se fra voi e me non fosse successa quella discussione, non sa­rebbe capitato niente... Avrebbe dovuto succedermi più tardi... mentre adesso mi sento più giovane che mai... (Sul punto di piangere) Oh Dio, perché è successo a me?...

Moffat                          - Stai tranquillo...

Jones                             - Non c'è motivo di disperare, ragazzo mio. La signorina Moffat proprio adesso ha deciso di...

Morgan                         - Cosa ha deciso?

Moffat                          - Lo adotto io!

Morgan                         - (alla signorina Moffat, facendo risorgere il suo vecchio senso di ribellione) Ma per Dio, per chi mi prendete?

Jones                             - Morgan, non bestemmiare!

Morgan                         - (arrabbiato) E ne dirò di peggio se con­tinuano questi discorsi! (Alla signorina Moffat) Per chi mi prendete?

Jones                             - Per quello che vorreste essere, ragazzo mio!

Morgan                         - Per quello che vorrei essere? (Con ac­cento gallese sempre più marcato) Non è Questione di quello che vorrei o che mi sia permesso di essere, ma di quello che sto per fare... quello che ogni uomo che ha un po' di spina dorsale « deve » fare! (Cam­minando nervosamente) La sposerò!

Moffat                          - (con un gemito) Lo prevedevo che l'a­vrebbe presa così... lo prevedevo.

Morgan                         - In tutti i modi, poiché sono stato la ro­vina di lei, di me e di quel povero... quel povero... non voglio più parlarne con nessuno per nessun motivo e dirò che io e Bessie ci sposeremo al più presto, appena sarà possibile. Ecco tutto! (Si getta sulla sedia a braccioli chiudendo gli occhi).

Moffat                          - (va a sedersi disperata sul divano) Ca­pisco. (Bussano alla porta dell'ingresso centrale ed entra di corsa Sarah, tutta eccitata. Va verso Watty).

Sarah                             - Ecco un telegramma dell'amico di Bessie... viene da Penlan... (Agli altri) Non ne avevo mai ricevuti finora!

Watty                            - (sbuffando) Povero diavolo, dovrà di nuo­vo disilludersi... (Posa il telegramma in grembo alla signorina Moffat) Che dice, signora? (Vedendola immobile, sussurra) Leggetelo, vi scaccerà tanti pen­sieri...

Moffat                          - (guarda il telegramma. Pausa, poi a Mor­gan) Hai vinto la borsa di studio. (Leggendo) « Primo, Evans; secondo, Fayver-Ues; terzo, Starling. Congratulazioni ». (Sarah batte le mani e corre fuori. Morgan ride con amarezza e si gira. La signorina Moffat piega con cura il telegramma, se lo infila nella cintura, con movimenti lenti, seppure eccitata) Volete chiudere la porta della scuola, Watty?

Watty                            - (a Jones, tremando) Andateci voi, signor Jones, io vi preparerò una tazza di thè... (Jones va in cucina, e Watty lo segue dopo aver chiuso la porta dello studio).

Moffat                          - Morgan, guardami! (Morgan la guarda, sfiduciato) Siamo finalmente soli: i nostri cuori sono faccia a faccia, nudi e senza vergogna, perché non c'è tempo da perdere, ragazzo mio. I minuti passano e sono preziosi. Se mai ci fu qualcuno sul punto di prendere una decisione definitiva quello sei tu.

Morgan                         - (si alza e va alla finestra laterale) No, no. La sposo.

Moffat                          - Voglio parlarti molto semplicemente. Voglio che tu improvvisamente ti trasformi da ra­gazzo in uomo. Capisco che per te questo sia un gran colpo, ma voglio vederti liberato dalla tua ap­passionata ostinatezza di fare le cose giuste, com'è naturale alla tua età, e voglio che tu cerchi di assume­re la compostezza di giudizio di qualcuno che abbia quasi la « mia » età... Le avevi promesso di sposarla?

Morgan                         - No, mai...

Moffat                          - Non le hai neppur detto che la amavi?

Morgan                         - (con repulsione) Nooo...

Moffat                          - Allora la tua condizione attuale non è che una conseguenza puramente accidentale. Con­seguenza spiacevole, d'accordo, ma appunto per que­sto,^ quella che ti è capitata prima non aggiungerne un'altra. Coraggio, non sei poi quel protagonista di una tragedia tanto terribile come tu pensi...

Morgan                         - Questo però non cambia le cose e io ho un dovere verso... quei due...

Moffat                          - Lei ha dei piani molto chiari e prima di tutto non vuole il bambino. Io mi occuperò del bimbo se tu ti comporti come ti dico io. Se la sposi, sai cosa succederà, vero? Tornerai alla miniera e lei, prima che sia passato un anno, pianterà te e il bam­bino. Ti metterai di nuovo a bere e questa volta non perderai più il vizio. E te la godrai un mondo di es­sere diventato un bizzarro e instupidito genio che in gioventù promise di farsi onore, ma allora non varrà più la pena di crucciarsi.

Morgan                         - (pronto a difendersi) Ma vi è un bimbo che vive e respira su questa terra e quel bimbo è qui per causa mia...

Moffat                          - (si volge a guardarlo in faccia con il vecchio cipiglio) Non mi interessa se tu hai cinquanta figli in terra!... (Morgan si siede di nuovo, affaticato) Hai pronunciato la parola « dovere » eh? Sì, tu hai un dovere, ma non verso quella ragazzaccia che si perderà o la sua creatura.

Morgan                         - Volete alludere a un dovere verso di voi?

Moffat                          - (scuote il capo sorridendo) No. (Morgan la guarda stupito) Un anno fa ti parlai di doveri verso di me, sì, ma quella sera non facevi altro che mostrare i denti... mi desti un mondo di preoccupazioni, lo sai. Mi prendesti alla sprovvista e io ti risposi nel peggiore dei modi; mi sentii ferire e ti accusai di ingratitudine. Fui una sciocca a non capire che un debito di gratitudine è uno dei debiti più umilianti che esistano e che una piccola dimostra­zione di affetto avrebbe risolto tutto. Oggi, quella dimostrazione d'affetto, te la offro.

Morgan                         - Perché me lo dite adesso?

Moffat                          - Perché i momenti che avevamo da tra il scorrere assieme ormai sono passati. Io riprenderò la mia strada e so che non ci rivedremo più. (Pausa).

Morgan                         - (incredulo) Mai più? (Alzandosi) E perché?

Moffat                          - Se tu non la sposi, sarebbe una pazzia rivederci, perché rivedresti anche il bambino. Se adotto il bimbo non potrai mai più venirmi a vedere, è naturale. Oggi come oggi non c'è più nessuna ra-gione che tu venga ancora a Glansarno. La spinta che volevi per scavalcare quel muro, l'hai avuta, e tu sei ormai già di là, nel « tuo mondo ».

Morgan                         - Ma voi... starete qui... come potrei fare a non ritornarci mai più... dopo tutto quello che avete fatto per me?

Moffat                          - (dopo una pausa, sorridendo) Ti ricordi che negli ultimi mesi andavo a fare delle lunghe passeggiate verso Moel Hiraeth, ogni mattina alle j otto, per la mia salute?

Morgan                         - (risedendosi) Sì...

Moffat                          - Vi è un sasso sulla strada, rotondo come un ciottolo e vi è una quercia... sotto, la vallata si apre profonda. Ogni mattina, regolarmente, andavo là, per una bizzarria della fantasia, e mi sorprendevo a pensare di te intento a lavorare per questa borsa di studio e sognavo che tu l'avresti guadagnata. Ho provato così qualcosa che dopo tutto deve essere molto raro: un sentimento... di completa felicità. (Improvvisamente si muove. Morgan non la guarda. Lei riprende) Quel sentimento lo proverò ancora. No, Morgan Evans, tu non hai nessun dovere verso di me... il solo dovere che hai... è verso il mondo.

Morgan                         - (osservandola) Verso il mondo?

Moffat                          - Adesso tu te ne andrai, non c'è nulla di male in quello che ti dico. Non so se comprendi quanto tu sia eccezionale, e quale sarà il tuo avve­nire se sarai tenace. Sono sempre stata molto precisa nelle cose che volevo fare, e ho sempre condotto a termine ogni cosa... forse è per questo che sono un po' turbata, non so... Ti ho compiuto come un'opera e ora dipende solo da te di riuscire o meno...

Morgan                         - Continuate.

Moffat                          - Ho detto al barone che mi sarebbe pia­ciuto tu fossi diventato uno scrittore... forse la verità ha sempre un suono un po' ridicolo, ma sono sem­pre le cose più strane che accadono... Tu hai intel­ligenza, finezza, eloquenza, fantasia e una spiccata personalità. Oxford ti darà il resto.

Morgan                         - Per che cosa?

Moffat                          - (con semplicità) Per diventare una gran­de figura del nostro paese. (Pausa. Lui continua a guardarla stupito) Non è questione di darsi alla po­litica... ma a qualcosa di più, molto di più... a qual­cosa di cui la nazione potrebbe essere orgogliosa di... Forse straparlo, non so. Vedremo. So che sei terribil­mente giovane per comprendere quello che ti dico e per ora hai soltanto delle basi per la costruzione che vorrei tu riuscissi a fare... So tutto, ma conosco le tue doti meglio di te. Dipende da te... (Pausa) E ora non trovi che Bessie e il suo bimbo siano cose della più piccola importanza? (Attende una risposta. Pau­sa. Morgan la fissa negli occhi).

Morgan                         - (a bassa voce) Sì. (Jones esce timida­mente dalla cucina).

Jones                             - E' giusto suonare la campana per avvisare che domani è vacanza?

Moffat                          - Sì. (Corre nello studio. La signorina Moffat si alza) Credo che sia tutto qui quello che avevamo da dirci. (Va a raccogliere la borsa e il ber­retto di Morgan dietro il divano).

Morgan                         - (alzandosi e affrontandola) Ma... io... io... non so cosa dire.

Moffat                          - (sorridendo) Allora non dirlo, caro.

Morgan                         - (guardandosi attorno) Ci sono stato per tanto tempo in questa stanza.

Moffat                          - Ma le lezioni ora sono finite.

Morgan                         - (si volge a lei con uno scatto impulsivo) Ma io... me ne ricorderò per sempre.

Moffat                          - (scuote il capo e sorride) Sì? Bene, sono contenta che tu lo creda. (Pone la borsa e il berretto nelle mani di Morgan. Frattanto giunge Idwal).

Idwal                            - Per favore, signorina Moffat, la banda è pronta e dicono che vogliono vedere Morgan per festeggiarlo! (Giunge anche Robbart).

Morgan                         - (svogliato) No, grazie.

Robbart                         - Non te lo permetteranno di scappare alla chetichella. (Dopo averci di nuovo pensato un po') Per favore, signorina Moffat, il signor Jones chiede se dopodomani la scuola si riaprirà alle nove come al solito.

Moffat                          - (si gira) Alle nove, sì, come al solito.

Robbart                         - Va bene, signorina Moffat. (Corre nello studio seguito da lldwal. ha signorina Moffat tende le mani a Morgan, sorridendo).

Moffat                          - Addio. (Si stringono le mani. Morgan sta per piangere) Col mio cuore ti sarò vicino.

Idwal                            - (fa capolino dalla porta del granaio, ora tra­sformata in aula, grida e poi scompare) Vieni, Morgan Evans, vieni! (Morgan cerca di dire qual­cosa, non vi riesce e corre via nello studio. Come chiude la porta, giunge dalla cucina Watty).

Watty                            - (sussurrando) E' andato?

Moffat                          - Sì. (Va alla scrivania) Tutto è finito.

Watty                            - Oh, no, signora. Tutto non è finito. Di là in cucina c'è qualcuno che ha bisogno di voi... l'ha mandato Bessie dall'albergo e vuole vedervi...

Moffat                          - Ditegli che non voglio veder nessuno...

Watty                            - Non capirebbe, signora... vedete, ha solo un mese. (Moffat la guarda. Pausa).

Moffat                          - (sottovoce) Avevo dimenticato... tutto.

Watty                            - Povero piccolino, nessuno lo vuole! (Con voce sommessa porgendole un foglio di carta) E' il certificato di nascita che Bessie ha mandato... (Va verso la cucina) Ho già preparato tutto e adesso guardo se il poppatoio... (Vedendo che la signorina Moffat non si muove) Venite, signora, incomincia un altro periodo di lavoro!

Moffat                          - Benvenuto. (Watty va in cucina. Si sente la folla che canta per le strade. Pausa. La si­gnorina Moffat guarda il certificato di nascita. I canti si affievoliscono. Pausa) Moffat, figlia mia, non devi far la sciocca questa volta. Non devi far la sciocca. (La campana della scuola suona in modo squillante, come fosse anch'essa fiduciosa. La signorina Moffat ascolta, come poco prima, e sorride. La folla del villaggio scoppia in un grido di applausi. Lei si volta e va in cucina).

FINE

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 0 volte nell' ultimo mese
  • 4 volte nell' arco di un'anno