Il litigio

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IL LITIGIO

Titolo originale: La brouille

Commedia in tre atti

di Charles Vildrac

Versione italiana di Suzanne Rochat

PERSONAGGI

GABRIELE PAIN, cinquant’anni.

ENRI­CO DUMAS, quarantasei anni.

ANDREA PAIN, figlio di Gabriele Pain, ventisei anni.

BOURDIN-LACOTTE, deputato.

UN DISEGNATORE. G

IOVANNA DUMAS, moglie di Enrico Dumas, quarant'anni.

ELISABETTA PAIN, moglie di Gabriele Pain, quarantacinque anni.

SILVETTA DUMAS, figlia di Enrico Dumas, dician­nove anni.

SIGNORA DUMAS, madre di Enrico, sessant’anni.

UNA CAMERIERA.

ATTO PRIMO

In casa di Enrico Dumas. Uno studio d'una sem­plicità confortevole e moderna. A destra, una porta, con i due battenti aperti, dà sulla sala da pranzo. A sinistra, una libreria. In fondo, nel mezzo, una porta. 'Divani, scrivania, tavola da tè. All'aprirsi del velario, una cameriera depone sulla tavola di mezzo, un po' a sinistra, un vassoio con il servizio da caffè. Per prima entra Giovanna, venendo dalla sala da pranzo da cui giunge un vocìo. Ella si accosta alla tavola. Dumas e Bourdin-Lacotte entrano dopo di lei.

Bourdin-Lacotte           - No, caro mio; scherzi a parte, abbiamo una seduta alle due e mezzo e sono già le due e venticinque.

Dumas                           - (guardando l'orologio) Quasi!... Con un taxi, in dieci minuti, lei sarà alla Camera. Ha tem­po di prendere una tazza di caffè! Andiamo! Gio­vanna!...

Giovanna                      - (versa il caffè) Certo! Ecco, onorevole! (Gli porge una tazza e la zuccheriera).

Bourdin-Lacotte           - (prendendo la tazza) Signora, dovrei vergognarmi... bevo questo caffè come le sar­tine al bar, quando è l'ora di entrare in laboratorio. Con la differenza che io scapperò senza lasciare nemmeno le trenta lire sul banco! (Ride sorseggian­do il caffè).

Dumas                           - Evidentemente questa discussione sul bilancio delle Colonie è del massimo interesse per lei.

Bourdin-Lacotte           - Per me tutto è del massimo interesse. Lei non mi vedrebbe meno puntuale se si trattasse del bilancio della Giustizia o di quello delle Belle-Arti. (Dumas sorride) Non scherzo  affatto. Rappresento, è vero, dei venditori di noccioline americane, ma penso, come un certo numero di colleghi, che la missione del parlamento passa un po' il mandato dell'eletta Ah,si (beve)

Giovanna                      - Vuol dire: l'ambizione parlamentare?

Bourdin-Lacotte           - No, signora: la missione, la mia missione! (Ridendo) Anche l'ambizione naturalmente. Eccellente il suo caffè. (entrano Elisabetta e Pain)

Elisabetta                      - (a bassa voce, a Pain) Non è una buona ragione per presentarsi con una faccia simile…

Pain                               - (c. s.) Mi presento con la faccia che mi pare.

Elisabetta                      - Non hai neanche aperto bocca….

Pain                               - E' stato più gentile. (Si avvicina alla tavola. Entra la signora Dumas).

La signora Dumas         - (voltandosi verso la sala pranzo) Su, ragazzi, venite a prendere il caffè.

(Andrea e Silvetta entrano, conversando e ridendo. La signora Dumas va a sedere verso la sinistra. Giovanna andrà a offrirle una tazza di caffè. Silvetta aiuta Giovanna a servire il caffè).

Silvetta                          - (a Elisabetta) Elisabetta, quanto zucchero?

Elisabetta                      - Due cucchiaini, grazie.

Bourdin-Lacotte           - Ve ne prego, non affretta­tevi per me. Ecco, ho finito.

Dumas                           - (va verso Bourdin-Lacotte con una botti­glia e un bicchiere) Un cognac?

Bourdin-Lacotte           - No, no, grazie; devo andare.

Dumas                           - E' speciale, sa! Su, a quest'ora l'avrebbe già bevuto.

Bourdin-Lacotte           - (prendendo il bicchiere) Lei è irresistibile. Basta, basta, grazie. (A Gabriele Pain, dopo aver bevuto) Signor Gabriele Pain, è a lei, vero, se non erro, che il mio amico, il dottore Fillot, deve la sua casa di Poissy?

Pain                               - (con reticenza) A me... sì...

Bourdin-Lacotte           - Le faccio i miei complimenti. E’ molto graziosa, è squisita...

Dumas                           - E' vero!

Pain                               - (scontroso) Non sono del suo parere, si­gnore. Il dottor Fillot ha preteso cose che hanno totalmente svisato le mie intenzioni, delle cose che sono contrarie a...

Giovanna                      - (interrompendolo) Signor Bourdin-Lacotte, non gli dia retta; nulla è stato cambiato al suo progetto. Il dottore non ha fatto che aggiun­gervi alcuni particolari insignificanti.

Pain                               - Insignificanti! Giovanna!

Bourdin-Lacotte           - Lei è troppo scrupoloso! (Beve).

Pain                               - Sì, sono scrupoloso, io.

Elisabetta                      - (a Pain, a mezza voce) Ma sta' zitto!

Pain                               - (c.s.) Ti lamenti che non parlo!?

Silvetta                          - (allegra, a Pain) Oh! che aria cattiva, oggi!

Bourdin-Lacotte           - (a Giovanna) Signora, sono confuso, spiacente, desolato, ma devo chiederle il permesso di andarmene, nonostante il piacere che avrei...

Giovanna                      - Oh! la prego, è ben naturale.

Bourdin-Lacotte           - Il dovere! Il dovere! Il dovere!

La signora Dumas         - (a Bourdin-Lacotte) Deve fare un discorso, onorevole?

Bourdin-Lacotte           - No, signora. Non ho inten­zione di dire nemmeno una parola, ma oggi si con­clude la discussione sul bilancio delle Colonie e si tratta di battere un po' la grancassa perché siano mantenute certe sovvenzioni. Sarebbe troppo lungo spiegarle. I miei rispetti, signora, non si scomodi, prego.

La signora Dumas         - (inchinandosi) Al piacere di rivederla, signore!

Bourdin-Lacotte           - (a Giovanna) Signora, molto grato!

Giovanna                      - Arrivederla. (Strette di mano).

Bourdin-Lacotte           - (a Elisabetta e a Pain) Si­gnora, signore, onorarissimo della conoscenza. (A Pain) Spero bene che, fra noi, avremo occasioni di conoscerci meglio.

Dumas                           - (mettendo la mano sulla spalla di Pain il quale rimane inerte e chiuso) Perbacco! (Stretta di mano alla quale Pain si decide forzatamente).

Bourdin-Lacotte           - (a Silvetta e ad Andrea) Arri­vederci! I miei auguri di piena felicità. A quando le nozze?

Elisabetta                      - (insinuante) Fra qualche mese...

Giovanna                      - Si sono appena fidanzati, hanno tanto tempo!

Dumas                           - Hanno tempo, sono giovani!

Bourdin-Lacotte           - (ai giovani) Per carità, non abbiate fretta. Da noi si dice: ci si stanca più in fretta d'esser sposi che di esser fidanzati! (Ride chiassosamente. 1 ragazzi fanno cenni di protesta). La signora

Dumas                           - Però, succede anche il contrario, signore!

Bourdin-Lacotte           - Certo, signora! Ma bisogna pure stuzzicarli un po'. (Ad Andrea, dopo aver guardato Silvetta) Ah! signorino, tutti i miei com­plimenti. (A Dumas) Arrivederci, signor Dumas. Non si disturbi. (Confidenziale) E conti su di me.

Dumas                           - Grazie! Arrivederla. (Bourdin-Lacotte esce dal fondo, accompagnato da Giovanna e Dumas) Che tipo!

Andrea                          - E' di quelli che tengono su la conver­sazione.

Elisabetta                      - Non ha smesso di parlare neanche mangiando.

Silvetta                          - E di mangiare parlando! Cosa non ha mandato giù!

La signora Dumas         - Di dov'è deputato?

Andrea                          - (a Dumas) Della Guiana, vero?

Dumas                           - Ma no, della Nigeria. La signora

Dumas                           - E' di quei paesi laggiù? (Risate).

Dumas                           - No, mamma. E' di Limoges. Però per essere eletto avrà ben dovuto almeno una volta andarci in Nigeria.

Pain                               - (con uno scatto) Non è del tutto certo.

Dumas                           - Gabriele comincia ad animarsi. Ga­briele, un cognac?

Pain                               - (scontroso) Sì!

Dumas                           - Un sigaro?

Pain                               - (c. s.) No!

Silvetta                          - In tutti i casi è un grande sfacciato questo signor Bourdin-Lacotte.

Giovanna                      - Sì, però non si può dire che sia del tutto antipatico. Ha un modo tutto suo particolare di sfiorare la volgarità, di fingere il cinismo.

Pain                               - Ah! Lei questo lo chiama fingere? Lei dice sfiorare!

Dumas                           - Eccolo che si risveglia del tutto! Ri­torna con noi. Ma dov'eri prima?

Pain                               - (aggressivo) Il più lontano possibile da Bourdin-Lacotte e ancora troppo vicino per gusto mio.

Dumas                           - Certo! Me lo immaginavo.

Pain                               - Avresti potuto immaginarlo anche prima e avvertirmi che avevi invitato questo signore. Non sarei venuto.

Dumas                           - Lo so, Gabriele, che non saresti venuto. Ma io volevo che tu venissi, capisci? Volevo fare vedere a Bourdin-Lacotte la tua nobile testa dura. (Pain si inalbera e dà segni di irritazione).

Silvetta                          - Ci siamo! Nuovo litigio!

Elisabetta                      - Era da tanto tempo...

Andrea                          - Signori! State per assistere a un in­contro di pesi massimi.

Dumas                           - (proseguendo) Ti avrà trovato per lo meno scontroso.

Giovanna                      - Oh! questo sì!

Dumas                           - No, intontito o intimidito. Quando non si conosce il tuo brutto carattere.

Pain                               - (scrollando le spalle) Non importa, caro mio, dal momento che non avrò mai nulla a che fare con questo filibustiere.

Andrea                          - Su, dai papà! (Elisabetta gli fa cenno di star zitto).

Dumas                           - (a Pain) Stai zitto. Non ne sai proprio nulla.

La signora Dumas         - (urtata) Ma è deputato.

Pain                               - (a Dumas) Lo so! E se qualcosa mi stu­pisce è proprio il fatto che tu ne possa dubitare un solo istante.

Dumas                           - Oh! Non scocciarmi!

Silvetta                          - (sottolineando la risposta) E dai!

Giovanna                      - (a Silvetta) Silvetta, silenzio!

Pain                               - (a Dumas, alzando il tono) Stammi bene a sentire: tu sei padrone di ricevere in casa tua rutti i mascalzoni e le canaglie che vuoi. Se lo vengo a sapere, ne sarò sempre addolorato e deluso...

Dumas                           - (interrompendolo) Che cuore!

Pain                               - (proseguendo) Però, una volta per sempre, sei avvertito di risparmiarmi la loro presenza!

Giovanna                      - Oh!

Dumas                           - (punto sul vivo) Non so, incosciente come sono, quali villani, quali canaglie, quali fili­bustieri io riceva in casa. Ma stai tranquillo, Ga­briele: rinuncerò d'ora innanzi a procurarti delle relazioni utili. Sei troppo stupido e troppo cafone!

Elisabetta                      - Enrico! E' molto gentile da parte sua di far conoscere delle persone importanti a Gabriele; però lo avverta prima! Non gli imponga nessuno! Lo sa come è.

Dumas                           - Precisamente perché so che...

Pain                               - (interrompendolo) Ci sono relazioni che io de-te-sto!

Giovanna                      - Anche se sono le nostre! Insomma, Gabriele, lei finisce per diventare offensivo! E che orgoglio insopportabile, che rigida virtù. Non vorrà farci credere davvero che lei abbia il monopolio della sensibilità e della probità. Siamo capaci anche noi di giudicare quanto lei un Bourdin-Lacotte; ma con un pochino più di serenità. Egli non ci turba affatto.

Dumas                           - Io lo piglio per quel che vale, Bourdin-Lacotte!

Pain                               - Tu lo pigli, io lo lascio!

Dumas                           - Oh! lo piglio, lo piglio! Sai benissimo ciò che intendo dire! Siamo costretti, in una società come la nostra, di ricorrere a delle compiacenze più o meno interessate. Quando poi si tratta di otte­nere una qualunque cosa dalla Pubblica Ammini­strazione, la cosa più semplice è di assicurarsi l'ap­poggio di un qualche Bourdin-Lacotte. Come se poi non capitasse anche a te...

Pain                               - E' differente! Io pago da bere a dei capi-cantiere, e basta. Ad ogni modo, non inviterei a pranzo, assieme ai miei amici, gente che poi devo « ungere»...

Giovanna                      - Ungere, ungere! lei vuole impressio­nare se stesso con delle parole grosse!

Dumas                           - Per essere uomo di spirito, non hai certo TI senso delle sfumature.

Pain                               - E' a te, Enrico, che manca. Dieci anni fa non eri ancora un uomo d'affari ma, ti ricorderai, dividevi le mie avversioni e mai, per nessuna ra­gione, ti saresti affiancato a un uomo come Bourdin-Lacotte che è tutto quello che si vuole, ma non un uomo onesto. Ricordati la sua deposizione nell'affare Artaud. Basta questo...

Dumas                           - Ma, sottospecie di idiota, dieci anni fa non sapevo che farmene di lui. In quanto alla mia avversione, essa vale la tua, ecco tutto; anche se non sento il bisogno di proclamarla!

Pain                               - Però la superi meravigliosamente bene.

La signora Dumas         - (a Pain) Lei però gli ha stretto la mano quando è andato via.

Pain                               - Sì, signora, e anche quando è arrivato; e non perdono a Enrico di avermi costretto a farlo.

Giovanna                      - Dio mio, non è poi così grave, Ga­briele.

Dumas                           - E poi non eri costretto a farlo.

Pain                               - Ti fa comodo dirlo ora. Tu sai benissimo che, sì, ci sono stato obbligato, per non offendere Giovanna e te. Non si rifiuta senza una dovuta spiegazione di stringere la mano a un signore col quale si è venuti a pranzo, da un amico.

Dumas                           - Meno male! Almeno capisci la civiltà puerile e onesta.

Andrea                          - Troppo puerile per preoccuparsi di es­sere onesta.

Silvetta                          - Io propongo che l'incidente sia chiuso.

Giovanna                      - Anch'io.

Elisabetta                      - Oh, anch'io.

Andrea                          - Match nullo, come al solito. Ma con un biasimo... diciamo vilmente un piccolo biasimo al signor Enrico Dumas che avrebbe dovuto avver­tire il signor Gabriele Pain dell'abominevole incon­tro che l'aspettava, accettando di venire a mangiare il cappone! (Risate).

Pain                               - (a Dumas) Che non succeda più, Enrico!

Dumas                           - Sta' tranquillo! Al di fuori del nostro lavoro comune, rinuncio ormai a occuparmi di te.

Pain                               - Esatto.

Dumas                           - Per concludere, tuttavia, desidero farti, osservare, signorino mio, che tu hai già lavorato per dei signori che non valevano molto di più di Bourdin-Lacotte.

Elisabetta                      - Oh! e chi?

Dumas                           - Per esempio: per quella specie d'avvo­cato... come si chiama...

Pain                               - (con una finta calma) Percheron.

Dumas                           - Percheron. E per Collinet: un affama­tore, un uomo che ha fatto la sua fortuna imbo­scando il grano durante la guerra. '

Pain                               - (contenendosi a stento ) Enrico, non co­stringermi a dirti delle cose sgradevoli.

Dumas                           - Non ne hai dette abbastanza?

Giovanna                      - Su, non ricominciate!

Pain                               - Ascolta-, Enrico. Ho lavorato, effettiva­mente, per Collinet, per Percheron. Ho lavorato per degli altri mascalzoni che mi hanno derubato, e tu lo sai. E anche per un certo numero di gente onesta. Ho lavorato indistintamente per tutti quelli che si sono rivolti a me. Faccio l'architetto, come altri fa il medico o il calzolaio. Fornisco delle idee, dei disegni, dei preventivi, faccio eseguire dei la­vori. Non ho obblighi con i miei clienti e i loro mezzi di esistenza mi rimangono del tutto estranei. Vivo del mio mestiere e solo da questo.

Dumas                           - (toccato sul vivo) Invece io, non è vero? non ho un mestiere.

Pain                               - Ebbene, no, caro mio, non hai un me­stiere! Sei intelligente, hai il senso degli affari. Compri e vendi terreni, immobili, valori di ogni specie. Vendi a lotti una spiaggia, dei boschi; sai lanciare un'acqua minerale servendoti di un casinò e viceversa. Tutto questo va bene, ma hai bisogno di appoggi, hai bisogno del concorso di persone in­fluenti. Sei legato a gente che non scegli... che non scegli più!

Dumas                           - (esasperato) Faccio quello che mi piace!

Pain                               - D'accordo! Però devi capire che non può farmi piacere fare da comparsa quando ricevi Bour­din-Lacotte.

Giovanna                      - Come comparsa? Ma lei è matto.

Dumas                           - Cosa intendi dire? Spiegati.

Pain                               - Dico che tu hai dichiarato a Bourdin-Lacotte che io lavoravo al progetto di un casinò del quale io stesso non so nulla.

Dumas                           - Del quale non sai nulla?

Pain                               - Gli volevi mostrare a che punto era l'af­fare, fargli vedere che avevi già l'architetto.

Dumas                           - Esattamente.

Pain                               - Ti sei servito di me come di un burattino senza nemmeno degnarti di informarmi delle tue intenzioni e delle tue manovre.

Dumas                           - Ma esse erano chiare e tu le avevi cer­tamente intuite.

Giovanna                      - (a Pain) Enrico ne aveva già parlato di questo casinò. Si trattava di impedire che un altro architetto...

La signora Dumas         - Ecco cosa significa favorire gli amici.

Elisabetta                      - (a Giovanna) Poteva anche mettere Gabriele al corrente... (La discussione continua tra loro, a mezza voce).

Dumas                           - Gabriele, mi è già successo, altre volte, di disporre di te nello stesso modo, senza che mai tu te ne sia lamentato. L'ho sempre fatto, come oggi del resto, nel tuo stesso interesse.

Pain                               - Nel mio interesse, lo so, lo so! Cosa non faresti nel mio interesse.

Elisabetta                      - Ammetta, Enrico, che curando gli interessi di Gabriele, lei serve qualche volta anche i suoi.

Dumas                           - Sì, Elisabetta, curo anche i miei...

La signora Dumas         - (interrompendolo) Non sempre.

Dumas                           - E rimpiango di non curare esclusiva­mente i miei; rimpiango di non avere maggiori ob­blighi verso Gabriele.

Pain                               - (interrompendolo) Imbecille. E tu, Elisa­betta, potevi far a meno...

Dumas                           - (proseguendo) Rimpiango che un uomo senza mestiere, un trafficante, un parassita sociale come me abbia avuto l'indiscrezione di rendere qualche servizio ad un produttore, ad un creatore come Gabriele e gli abbia impedito di commettere due o tre madornali corbellerie. Perché, in defini­tiva, è questo che lo rende nervoso e vendicativo.

Pain                               - Io?

Dumas                           - Sì, è proprio questo che tu non mi perdoni.

Pain                               - Tu sposti vilmente la questione. Non è possibile che creda davvero a quello che dici.

Dumas                           - Tocco il vivo della questione.

Pain                               - Obbligato o no, mi sono mai trattenuto di dirti tutto ciò che pensavo di te e delle tue azioni?

Dumas                           - Questo no. Ma da un po' di tempo lo fai con un tono così rabbioso... come se volessi pren­derti una rivincita.

Pain                               - E tu da un po' di tempo mi tratti con una disinvoltura che mi ricorda un po' troppo tutto quel che ti devo.

Giovanna                      - Tutto questo è penoso.

Dumas                           - Lo dicevo! Fra poco scoprirà che l'ho aiutato unicamente per farlo schiavo.

Pain                               - Tuo malgrado, Enrico, t'immischi assai più degli affari miei di quanto faresti se io ti dovessi del denaro! (Dumas sussulta, indignato).

Elisabetta                      - D'altronde è naturale, e lo dico a Gabriele.

Giovanna                      - Oh, Elisabetta!

Dumas                           - Perché naturale? Perché? Intendete dire che il debito m'interessi più dell'amico?

Elisabetta                      - Forse le due cose insieme.

Dumas                           - Ah, Gabriele. La disgrazia ha voluto che tu fossi travolto dal fallimento Hesdin, e che io abbia avuto la possibilità di tirartene fuori. No, Elisabetta, non è il debito che mi interessa, e lei lo sa bene. Me ne infischio di quei soldi.

Pain                               - Io, no.

Dumas                           - Tu no! Comincio ad accorgermi che sono per te tanto un creditore quanto un amico! E questa è la sola ragione che mi fa desiderare di essere rimborsato.

Pain                               - Sarai rimborsato tra poco. Lo spero bene!

La signora Dumas         - (a Pain) Ma cerchi di ca­pire che è proprio per aiutarla a rimborsare che Enrico cerca di procurarle degli affari!

Dumas                           - Sta' zitta, mamma. (Giovanna spiega a bassa voce alla signora Dumas che dice parole im­prudenti).

Pain                               - (alla signora Duvias) Lo capisco, signora, capisco anche troppo. Non voglio che mi aiuti.

Elisabetta                      - E in questo ti sbagli, Gabriele.

Dumas                           - Orgoglioso.

Pain                               - Orgoglioso sì, è possibile; ma non voglio doverti due volte questi soldi; non voglio che tu mi prenda sotto tutela e soprattutto non voglio es­sere mischiato in affari e in ambienti che mi ripu­gnano. Ecco tutto!

Dumas                           - D'accordo, d'accordo! Ormai saprò fare a meno della tua preziosa collaborazione. Sei libero di costruire gabbie da conigli alla periferia.

Giovanna                      - (a suo marito, rimproverandolo) En­rico!!

Dumas                           - Non sarò io che verrò a disturbarti.

Pain                               - Gabbie da conigli! Sei tu che vorresti far­ mene costruire.

Dumas                           - (proseguendo senza ascoltarlo) E così potrai rendermi al più presto i miei soldi che tanto ti urtano.

Silvetta                          - (allarmata, a suo padre) Papà!

Pain                               - (andando verso la porta) Sì, che mi urtano. E ora me ne vado. Ecco tutto!

Andrea                          - (trattenendolo) Papà! Ma scherzo

Dumas                           - Io non ti trattengo!

Pain                               - Elisabetta, Andrea, andiamo! Arrivo

Giovanna                      - Arrivederci, signora Dumas. Arrivo Silvetta. (Esce).

Elisabetta                      - (seguendolo) Gabriele! Gabriele sei pazzo?

Giovanna                      - Ma via! Gabriele!

Elisabetta                      - (a Giovanna) Non lo lasci così, Giovanna! (Escono tutte e due, brusìo. La porta rimane semichiusa e si sentono, fino al termine della scena, le voci di Pain, di Elisabetta e di Giovanna).

Silvetta                          - (ad Andrea, piangendo) Te ne vai via anche te? Papà! Dimmi! Anche Andrea se ne va?

Dumas                           - (irritato) Lasciami in pace! (Va verso sinistra, sposta bruscamente delle seggiole e si pianta davanti alla biblioteca, borbottando) Che villano… Che villano!

Andrea                          - (a Silvetta, a mezza voce) Bisogna che  me ne vada se poi voglio tornare, piccola mia…..Non è il momento di farsi notare. Capisci bene  che rimanendo darei l'impressione di essere contro papà e sciupargli il finale! (Le bacia le mani) Arrivederci bambina, arrivederci.

Elisabetta                      - (socchiudendo la porta del fondo) Andrea, noi andiamo.

Andrea                          - Eccomi, vengo! (A Silvetta frettolosamente) Vedi! E' serio, ma tutto si aggiusterà. Dai forza.

Silvetta                          - (avvilita) Oh, sì!

Andrea                          - Ti telefonerò prima di stasera per darti la temperatura.

Silvetta                          - D'accordo. Te la darò anch'io.

Andrea                          - (alla signora Dumas) Arrivederci signora Dumas.

La signora Dumas         - Arrivederci, figliolo, vai e spicciati!

Andrea                          - (dalla porta, esitando) Arrivederci Enrico...

Dumas                           - (trasalendo) Arrivederci, Andrea. (Andrea esce. Subito dopo rientra Giovanna).

Giovanna                      - (con malcelata agitazione) Questo è troppo. Ho fatto di tutto per trattenerlo, ma non potevo mettermi in ginocchio. (Va a prendere la borsa sopra un mobile e ne tira fuori un fazzoletto per asciugarsi gli occhi).

Dumas                           - (senza guardarla) Io mi domando perché volevi trattenerlo. (Voltandosi verso di lei) Giovanna! Ma tu piangi!

Giovanna                      - Non è nulla! Sono nervosa...umiliata.

La signora Dumas         - Che modi grossolani che ingrato!

Dumas                           - Fosse solo ingrato! Ma in lui ho sco­perto oggi qualcosa che non supponevo, un che di amaro, di astioso...

Giovanna                      - Ma no. Sai bene che tutto questo non viene da lui.

Dumas                           - (proseguendo) ... e dietro questo sfoggio di suscettibilità, di virtù offesa, potrebbero nascon­dersi anche, non so, stizza, invidia...

Giovanna                      - Soltanto orgoglio. Orgoglio attizzato dalla povera Elisabetta.

Dumas                           - No. Mi ha detto delle cose che non possono essere di Elisabetta.

Silvetta                          - Io, papà, penso che avete torto tutti e due, te e Gabriele.

Dumas                           - Meno male, ragazzina mia, che a tuo parere, non abbia torto solo io! Il tuo scrupolo d'es­sere imparziale è davvero ammirevole. La signora

Dumas                           - Mai dar torto ai propri genitori, figliola!

Dumas                           - (a Silvetta) Ma insomma, non hai sen­tito quel che mi ha detto il papà del tuo Andrea?

Silvetta                          - Andrea non c'entra per niente. Io sono certa che è il primo a riconoscere i torti di suo padre.

La signora Dumas         - (a se stessa) I ragazzi d'oggi!

Silvetta                          - (proseguendo) Volevo dire soltanto che invitando Bourdin-Lacotte con i Pain senza avvertire Gabriele, ti dovevi aspettare di vederlo seccato!

Dumas                           - E di sentirmi dire da lui che il mio de­naro gli sporcava le mani! e che la mia casa è un ritrovo di canaglie. E' così, non è vero?

Silvetta                          - Questo non l'ha detto.

Dumas                           - C'è mancato poco! La signora

Dumas                           - E' odioso.

Giovanna                      - Certo è stato molto villano.

Silvetta                          - (sconfitta) Sì.

Giovanna                      - (a Dumas) Bisogna ammettere però che quando  Gabriele va in collera non controlla quel che dice; accumula con una specie di frenesia parole violente, assurde, che feriscono anche lui, parole che sarebbero irreparabili se...

Dumas                           - Se, che cosa?

Giovanna                      - Se fra noce ne fossero d'irreparabili.

Dumas                           - Ti parecchie oggi non ce ne siano state?

Giovanna                      - No. Bisogna ben sperare...

Silvetta                          - Non è la prima volta che...

Dumas----------------- - (interrompendola) C'è un limite a tutto! E' la prima volta che mi sento offeso da Gabriele. E' la prima volta che esce da questa casa senza dar­mi la mano, senza nemmeno... d'altronde avrei ri­fiutato di stringerla, la sua mano!

Silvetta                          - No...

Dumas                           - (gridando) Sì, avrei rifiutato!

Giovanna                      - (a Silvetta) Stai zitta, Silvetta. (A Du­mas) Non importa ora quello che avresti fatto. Im­porta quello che farai, che farà Gabriele quando vi rivedrete.

Dumas                           - Non lo rivedrò tanto presto... (Gesto de­solato di Silvetta che sua madre esorta alla calma).

La signora Dumas         - (a Dumas) Lo spero bene. Ha bisogno d'una lezione.

Dumas                           - Una cosa è certa: o Gabriele mi ha in­sultato di proposito e intende che io consideri la sua partenza come una rottura; oppure ha agito senza controllo e sotto l'impulso della collera.

Giovanna                      - Questo è probabile.

Dumas                           - In un caso o nell'altro, non tocca a me fare un gesto verso di lui. La signora

Dumas                           - Sarebbe il colmo.

Dumas                           - E' impossibile. Aspetterò che mi faccia delle scuse per scritto o in qualche altro modo.

Silvetta                          - E se non lo facesse?

Dumas                           - Allora, mia piccola Silvetta, rimarremo così, per quanto possa essere penoso.

Silvetta                          - (in lacrime) Ma papà... e Andrea?

Dumas                           - Già, tu pensi ad Andrea. Sicuro! Il mio più caro e vecchio amico si comporta con me come un villano, ci sentiamo io e tua madre, umiliati, av­viliti, sconvolti e tu ti preoccupi solo dei tuoi piccoli fatti personali.

Silvetta                          - Ma come miei piccoli fatti personali? Io gli voglio bene e lui ne vuole a me. Potresti ben capire che...

Dumas                           - Ebbene, avrete modo così di mettere a prova il vostro amore! D’altronde per il momento An­drea non ha neppure una sistemazione.

Silvetta                          - Non è vero! Tu stesso ieri mi hai detto che era già bravo quanto suo padre. (Dumas alza le spalle).

Giovanna                      - Mia cara, potevi ben aspettare doma­ni a parlare d'Andrea. Come se non ci pensassimo anche noi. Tieni il mio fazzoletto.

Silvetta                          - No, vado a prendere il mio. (Sì alza e va verso la porta. A suo padre, prima dì uscire) Se penso che questa disgraziata lite era già finita, che Gabriele si calmava e che tu hai sentito il bisogno di ritornare sull'argomento, dicendogli che aveva la­vorato per... per Percheron, per...

Dumas                           - (alzando le braccia) Ci siamo! La colpa è mia, ora! (Silvetta esce velocemente sbattendo la porta).

La signora Dumas         - (alzandosi) Vado a parlare a quella piccola.

Giovanna                      - No, non ci vada.

Dumas                           - Lasciala piangere un po', le farà bene. La signora

Dumas                           - No, no, voglio parlarle. (Esce).

Giovanna                      - (dopo un silenzio) Certo, Enrico, tu non hai torto. Ed è un vero peccato.

Dumas                           - Perché?

Giovanna                      - Perché se il torto fosse tuo, non ti co­sterebbe nulla riconoscerlo. Ci metteresti anche una certa eleganza.

Dumas                           - (lusingato) Già.

Giovanna                      - Non è vero? E tutto sarebbe finito. Invece Gabriele non vorrà ammettere che è stato odioso e stupido, malgrado se ne renda perfetta­mente conto. E continuerà ad accumulare contro di te colpe immaginarie. Lo conosci.

Dumas                           - Lascialo accumulare.

Giovanna                      - Soprattutto se Elisabetta e Andrea commettono lo sbaglio di disapprovarlo.

Dumas                           - Giustissimo.

Giovanna                      - (dopo un silenzio) Tutto sommato sarebbe stato meglio che fossi stato tu e non io a corrergli dietro per trattenerlo.

Dumas                           - Ah no, grazie tante!

Giovanna                      - Ma sì, proprio perché aveva torto. Gli avresti sequestrato il cappello come hai fatto tante volte; lo avresti chiamato arcangelo Gabriele, e lui sarebbe rientrato in se stesso, beato e felice. Poi, ma­gari, ti avrebbe aggredito per sottolineare che la pace stava arrivando.

Dumas                           - (con un sospiro) E' poco probabile. Tut­tavia dopo quello ch'è stato e ciò che ho sentito, ti assicuro che non avevo proprio nessuna voglia di trattenerlo. (Un silenzio).

Giovanna                      - Cosa succederà ora?

Dumas                           - (abbuiato) Niente. Io non mi muovo.

Giovanna                      - (con prudenza) Non potete continuare questo litigio. Anzitutto ciò crea una situazione im­possibile a Silvetta e ad Andrea che...

Dumas                           - (con impazienza) Lo so, lo so... Ma non dire impossibile; nulla è impossibile. Per loro tutto s'accomoda e poi il matrimonio non si farà domani. Il più importante per ora è che devo cercarmi un ar­chitetto per il casinò!

Giovanna                      - Aspetta un po'.

Dumas                           - No, Gabriele non farà questo casinò. Lui non vuole e io non lo voglio più; a nessun costo. Ne faccio un punto d'onore. Bestia! Per una volta che mi era proprio indispensabile, che avevo bisogno di qualcuno su cui contare interamente e sotto tutti i punti di vista.

Giovanna                      - Ecco quello che avresti dovuto dirgli.

Dumas                           - Ma l'avrei fatto subito dopo il pranzo! Certo non davanti a Bourdin-Lacotte! Poi, è logico, non è stato più possibile. (Guarda l'orologio) Acci­denti, sto per far tardi! Ho un appuntamento a Neuilly. Tutto questo, infine, è molto triste!

Giovanna                      - Sì.

Dumas                           - (abbracciando Giovanna) A questa sera.

Giovanna                      - (abbracciandolo) Un amico di vent'anni, un uomo così caro, quando vuole esserlo.

Dumas                           - Lo vuole sempre meno. E ora...

Giovanna                      - Eppure, Enrico, in fondo gli vuoi bene, gli vogliamo sempre bene.

Dumas                           - Non lo so.

Giovanna                      - (sognante) Se penso che è stato lui a farci conoscere.

Dumas                           - (proseguendo) Non so più se gli voglio bene... ed è questo che non gli perdono. Arrivederci, Giovanna.

Giovanna                      - Arrivederci, caro. Non pensarci trop­po, va'!

Dumas                           - (prima di uscire con un residuo di rabbia) In questo momento ad ogni modo, lo detesto. (Esce).

Silvetta                          - (entra da destra asciugandosi gli occhi) Papà è uscito?

Giovanna                      - Sì. Ma come, piangi ancora? Ma cara, prima di desolarti così...

Silvetta                          - (interrompendola) Ho mandato la non­na a farsi benedire. Per lei non sono abbastanza alla Corneille, mi paragona a Cimène. (Giovanna scop­pia a ridere e poi anche Silvetta).

Giovanna                      - Povera nonna!

Silvetta                          - Prima che venga a sfidare papà a duel­lo, voglio provare a telefonare a Rodrigo. (Si avvi­cina alla scrivania, a sinistra, dov'è il telefono).

Giovanna                      - E se ti risponde suo padre?

Silvetta                          - Se risponde don Diego, sto zitta e riat­tacco. Pronto.

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Lo studio di Gabriele Pain. Porte al primo piano, a sinistra e a destra. In fondo una gran finestra, alla destra della quale c'è una scrivania con sopra il tele­fono. Altra finestra a destra. Tre tavole da disegno sui loro cavalietti, ornano lo studio, faccia alla ri­balta. Una, davanti alla finestra di destra, l'altra in mezzo, allo stesso piano della finestra di fondo, la terza contro il muro di sinistra. Sono ingombre di piani, di materiale per ricalcare, di oggetti da dise­gno, con ognuna uno sgabello davanti. Sedie in primo piano. La stanza è molto chiara, e poco pro­fonda. All'aprirsi del velario, Pain è seduto alla ta­vola di mezzo e lavora distrattamente. Elisabetta, con cappello e cappotto, è in piedi dall'altra parte del tavolo, appoggiata a questo. C'è un momento di si­lenzio, come accade durante una discussione.

Elisabetta                      - Di' un po'!

Pain                               - Cosa?

Elisabetta                      - Se prima di andare dalla mamma, provassi a vedere Giovanna? Sono, le tre passate, En­rico sarà certo uscito!

Pain                               - Ma no, ma no!

Elisabetta                      - Le direi che vengo a trovarla senza che tu lo sappia.

Pain                               - Sfortunatamente, lo saprei. E così non an­dare, ti prego.

Elisabetta                      - Non le parlerei di te!

Pain                               - Saresti ben obbligata a farlo!

Elisabetta                      - Io vedi, vorrei mantenere un qua­lunque contatto; parlare dei ragazzi, solo dei ra­gazzi. Se Andrea deve continuare a trovare Silvetta, bisogna almeno che Giovanna ed io ci si trovi d'ac­cordo su questo punto. Sono già passati cinque giorni da quella disgraziata colazione, e ogni giorno que­sta rottura si fa più profonda.

Pain                               - Quattro giorni!

Elisabetta                      - Cinque, contando oggi. Ed io che credevo vi sareste riconciliati la sera stessa, per tele­fono.

Pain                               - Non ti preoccupare dei ragazzi, per ora. Non è Andrea, per caso, che ti ha chiesto di andare a vedere Giovanna?

Elisabetta                      - No!

Pain                               - Allora aspetta che te lo chieda.

Elisabetta                      - Aspetterò un bel po'!

Pain                               - Andrea è abbastanza grande per incaricarsi da solo delle sue faccende, soprattutto con Giovanna.

Elisabetta                      - Gabriele, se per disgrazia questo ma­trimonio non si farà, ti auguro di non aver nulla da rimproverarti. (Un silenzio) E speriamo che An­drea possa trovare un partito come questo!

Pain                               - Mia piccola Elisabetta, proprio perché si tratta di « un partito come questo », io stimo che in questo momento, qualsiasi intervento da parte tua, da parte nostra, sarebbe fuori posto.

Elisabetta                      - Sei ridicolo.

Pain                               - Io penso, e te l'ho già detto, che hai sem­pre un po' mancato di discrezione verso i Dumas.

Elisabetta                      - (protestando) Ma come!

Pain                               - Sì. Due anni fa insinuavi a proposito e a sproposito che « avremmo finito per sposare quei ragazzi » e li facevi arrossire chiamandoli gli inna­morati.

Elisabetta                      - Lo erano.

Pain                               - Ma sì. Le cose andavano benissimo da sole, e non sfuggivano a nessuno. Non toccava a te farle rilevare in quel modo. Per conto mio, mi sono sem­pre fatto uno scrupolo di non intervenire in nulla...

Elisabetta                      - Ebbene, sì, mi sono occupata per­sonalmente di questo matrimonio, io, e mi congra­tulo con me stessa! In definitiva sono proprio io che ho orientato Andrea verso Silvetta.

Pain                               - La, la, la!

Elisabetta                      - E non provo nessuna falsa vergogna a dire che non ero indifferente alla loro situazione, compresa quella materiale. E' più che naturale che una madre abbia tali preoccupazioni per suo figlio. Io voglio che Andrea possa esercitare la sua profes­sione con una certa facilità. Voglio che ignori la me­diocrità che noi abbiamo conosciuta. Sissignore!

Pain                               - Anch'io lo auguro...

Elisabetta                      - Non si direbbe! Per Andrea, nei no­stri rapporti con i Dumas, sono passata sopra molte cose che mi irritavano e mi umiliavano. Avresti ben potuto fare altrettanto mercoledì scorso!

Pain                               - Ah questa, Elisabetta, è un po' grossa! Proprio tu dici questo, tu che mi hai rimproverato cento volte di sopportare troppo bene la disinvoltura e l'autorità di Enrico, e di sembrare, vicino a lui, un parente povero, un impiegato, o qualcosa di simile!

Elisabetta                      - Perfettamente. Io deploro che tu non sappia farti considerare per il tuo valore.

Pain                               - Mercoledì, prima di andare a pranzo da loro, mi hai oppresso di consigli e raccomandazioni per quell'affare del casinò. E sono arrivato laggiù pieno di diffidenza e d'ostilità...

Elisabetta                      - Ma certo, è colpa mia. E' anche col­pa mia se hai perso ogni controllo, se sei uscito dai gangheri con tale violenza?

Pain                               - Non è esatto!

Elisabetta                      - Ti avrei suggerito di tacere in certi momenti, se avessi potuto!

Pain                               - Avresti perduto il tempo! Avevo bisogno di sfogarmi.

Elisabetta                      - Mi sfogo, forse io? Tradisco forse la minima impazienza quando la pedantissima si­gnora madre Dumas mi sciorina che suo figlio è una vera provvidenza per i suoi amici, per noi tutti?

Pain                               - Sei liberissima di...

Elisabetta                      - (interrompendolo) E quando mi fa osservare che abbiamo lasciato prendere ad Andrea abitudini di lusso eccessivo, che spende troppo, che...

Pain                               - Per questo, non ha torto.

Elisabetta                      - E quando Giovanna ha insistito per mandarmi la sua cuoca, perché avevamo i Delcourt a cena?

Pain                               - Lo ha fatto molto gentilmente. Lei sa che la tua Matilde è una stupida, e che affogherebbe a bagno-maria.

Elisabetta                      - Non è vero. E poi c'ero io qui. Ho dovuto accettare lo stesso questa cuoca che mi era imposta, perché Enrico ti aveva procurato la clien­tela dei Delcourt.

Pain                               - Allora, eri felicissima di quella soluzione.

Elisabetta                      - Esattamente! Felicissima di avere da me una ragazza che si lamentava del poco vasel­lame che c'era in casa.

Pain                               - (impazientito) Tutto ciò non ha niente a che fare con i rimproveri che ho fatto ad Enrico, e che saresti la prima ad approvare se tu fossi un po' più logica con te stessa.

Elisabetta                      - Sono perfettamente logica con me stessa. Dico che dovevi far notare ad Enrico certe cose, ma con abilità e misura, senza ferirlo.

Pain                               - Il più ferito dei due, sono stato io.

Elisabetta                      - In quanto a criticare le sue relazioni, era l'ultima cosa da farsi.

Pain                               - Dovevo mostrarmi piacevolmente sorpreso e molto onorato di pranzare con Bourdin-Lacotre!

Elisabetta                      - Ma no, sai perfettamente...

Pain                               - (interrompendola) Anche tu, dunque, ti sei impressionata di questo signore.

Elisabetta                      - (irritandosi) Meno di te, Gabriele!

Pain                               - Bourdin-Lacotte m'intimorisce?

Elisabetta                      - Avrebbe potuto avere egli stesso quest'impressione!

Pain                               - (gridando) Non potevo sollevarlo dalla se­dia e scaraventarlo per le scale! Non ero in casa mia!

Elisabetta                      - Scaraventarlo per le scale! Ecco! Su­bito! Che segno di forza, o meglio di debolezza! Te l'ho sempre detto che i violenti sono dei deboli. Vedi, Gabriele: dovevi trattare Bourdin-Lacotte con mol­ta indifferenza. Invece di lasciare che tutti ascoltas­sero le sue facezie, dovevi interromperlo, parlare più di lui, parlare ad Enrico dei tuoi lavori, dei tuoi progetti, veri o immaginari, di quelli dove lui non ha nulla a che fare. (Pain lavora rabbiosamente mentre Elisabetta continua) Dovevi dare l'impres­sione che tu ed Andrea siete sovraccarichi di lavoro. Dovevi centuplicare l'importanza di quella casupola che hai in costruzione; dovevi... mi ascolti?

Pain                               - Ma sì, ti ascolto!

Elisabetta                      - Appena uscito Bourdin-Lacotte, do­vevi protestare ben inteso, ma senza far pensare che è uno di questi o uno di quelli, ma piuttosto per la disinvoltura con la quale Enrico si era servito di te nei suoi riguardi.

Pain                               - (con scatto) Santo cielo! L'ho fatto!

Elisabetta                      - Troppo brutalmente, caro, litigando con tutti, avvelenando la discussione! Potevi spiegar ogni cosa in cinque minuti, con tono calmo e fermo, un poco ironico se vuoi; il tono di un uomo che dando l'impressione di scherzare, non lascia sfug­gire nulla di ciò che gli dispiace. Enrico è maestro in queste cose.

Pain                               - Enrico è Enrico ed io sono io.

Elisabetta                      - (sottolineando ogni parola) Soprat­tutto dovevi lasciare ad Enrico la possibilità di par­larti del casinò.

Pain                               - (ironico) Naturalmente!

Elisabetta                      - Lui ne parlava, e tu acconsentivi compiacentemente a stendere un piano, ma solo per accontentarlo, riservandoti di decidere, dati i tuoi precedenti impegni.

Pain                               - E facendo chissà che impressione! Enrico è tanto stupido e io tanto furbo! Ah no, senti! Credi, i tuoi trucchi sono piuttosto grossolani. (Pausa) Cara  Elisabetta, non ho mai recitato la commedia a nes­suno, non avrei certo cominciato con Enrico e Gio­vanna. D'altronde, questi ripieghi sono indegni e non ingannano nessuno.

Elisabetta                      - Altroché! Tutti li usano, escluso te. E tutti ci cascano.

Pain                               - Io escluso.

Elisabetta                      - Tu soprattutto! E poi non si trattava d'ingannare Enrico e Giovanna! Cerca di capire che quello che assolutamente era necessario, quello che è necessario nell'interesse tuo e di tuo figlio, per venire incontro al nostro povero amor proprio, è, te l'ho ripetuto cento volte, che tu dia a Enrico l'im­pressione che puoi fare a meno di lui, che il tuo concorso...

Pain                               - (scattando) Non avrà solo l'impressione, posso fare a meno di lui; ne avrà la prova.

Elisabetta                      - (incredula) Davvero?

Pain                               - Sì, posso fare a meno di lui!

Elisabetta                      - (sospirando) Ma certo! Come puoi fare a meno di una nuova macchina, e io di una pelliccia.  (Pausa) Come Andrea può fare a meno della dote di Silvetta per mettersi a posto.

Pain                               - Sì, sì e ancora meglio...

Elisabetta                      - (indignata) Che superbia! Non hai esitato a sacrificare il casinò...

Pain                               - (interrompendola) Ancora il casinò!

Elisabetta                      - ... che avrebbe portato duecento mi­lioni di lavori...

Pain                               - Duecentocinquanta...

Elisabetta                      - (proseguendo) ...alla soddisfazione di dare una lezione « di morale » a Enrico, lezione perfettamente inutile e ridicola.

Pain                               - Inutile e ridicola poiché non frutta nulla, non è vero?

Elisabetta                      - Se credi che il tuo prestigio sia au­mentato di un dito!

Pain                               - Elisabetta, ti ripeto per l'ultima volta che ho obbedito solo al bisogno assoluto di dire ad un vecchio amico quello che pensavo. Non sono né un politicante né un commediante. Se mi addolora que­sto litigio con Enrico1, e ti assicuro che mi addolora, non è per il casinò, né per il mio prestigio; e ancora meno per la dote di Silvetta. Se Andrea deve spo­sare, non sposerà una dote. Aggiungo che non vo­glio nemmeno pensare ad un eventuale compromesso per riconciliarmi con Enrico. Dunque, è proprio inu­tile perseguitarmi tutto il giorno con questa storia. Saresti molto gentile se mi lasciassi lavorare.

Elisabetta                      - D'accordo, caro, d'accordo. Non pen­sare a nessun eventuale compromesso. E' inutile che mi preoccupi, tanto ho già capito come andrà a finire. Arrivederci.

Pain                               - Come andrà a finire?

Elisabetta                      - Sarai ancora tu a fare il primo passo verso Enrico.

Pain                               - No.

Elisabetta                      - (ironica) Verso un vecchio amico!

Pain                               - No.

Elisabetta                      - Ma sì, vedrai. Le parti non cam-bieranno. (Andrea entra da destra).

Pain                               - (battendo il pugno sul tavolo) No, no e poi no! Non farò il minimo gesto verso Enrico.

Andrea                          - (posa sul tavolo di destra una cartella che teneva in mano) Siamo daccapo!? Mamma, ti prego, lascia papà in pace con questa storia.

Elisabetta                      - Sarà davvero l'ultima volta che gliene parlo.

Pain                               - Lo ripeti ogni giorno.

Elisabetta                      - Me ne vado. Me ne vado. Arrive­derci, Gabriele. (Si avvicina a Pain e porge la guancia).

Pain                               - (baciandola con malumore) Arrivederci. (Elisabetta va verso la porta di sinistra accompa­gnata da Andrea che le dà consigli a bassa voce).

Andrea                          - Gli dici esattamente il contrario di quel che ci vorrebbe.

Elisabetta                      - (c. s.) No. Non sai quel che ho detto. Parlagli di Silvetta. Digli che vorresti ch'io vada a trovare Giovanna...

Andrea                          - (ad alta voce) Arrivederci, mammina!

Elisabetta                      - ... a trovare Giovanna per la tua questione.

Andrea                          - (la spinge verso la porta, le fa cenno di stare zitta) Arrivederci, arrivederci, mammina. Un ba­cio alla nonna, per me. (Si abbracciano. Elisabetta esce. Andrea, fischiettando va a sedersi alla sua ta­vola da disegno. E' di fronte alla finestra di destra e volta le spalle a suo padre) Sai, vengo dal cantiere.

Pain                               - Ah, sì!

Andrea                          - Gli idraulici portano il materiale. Co­minceranno domani.

Pain                               - Inizieranno senz'altro il tetto, immagino.

Andrea                          - Si capisce.

Pain                               - E Pelgrin a che punto si trova?

Andrea                          - Al quarto piano. Però quel cretino ha fatto fare sul pianerottolo del terzo piano delle aper­ture di porte di cinque centimetri più basse di quanto stabilito. Ho dovuto mettergli le piante sotto il naso perché si arrendesse all'evidenza. Rettificherà.

Pain                               - Spero che non si sia sbagliato a tutti i piani.

Andrea                          - No, me ne sono accertato io.

Pain                               - Come diavolo hai fatto a scoprire l'errore? Il falegname non ha ancora consegnato le porte.

Andrea                          - Un vero caso. Ero contro lo stipite della porta, e chiacchieravo con un amico che era salito con me...

Pain                               - Un architetto?

Andrea                          - No. Alzo il braccio lungo il muro mac­chinalmente e guardando in su mi accorgo che sfioro esattamente il trave superiore. Penso: ma guarda! Ecco una porta di due metri e tredici. Tale è la mia altezza a braccio alzato e teso.

Pain                               - (ridendo) Bravo, sei bene informato sulla tua anatomia!

Andrea                          - No, ma dispongo così di qualche misu­ra. E' molto comodo quando mi dimentico il metro. Ti farò notare che sono informatissimo anche dell'altezza delle porte. D'un tratto ho pensato: come, due metri e tredici? o sono cresciuto ora di cinque centimetri, o questa apertura è troppo bassa.

Pain                               - Doveva essere sbalordito il tuo amico; chi era?

Andrea                          - Il mio amico? Sì, era un po' sbalordito.

Pain                               - Chi era?

Andrea                          - Era... era semplicemente Silvetta.

Pain                               - Ah! era... (Pausa. Andrea si china sul ta­volo).

Andrea                          - (sospirando) C'è una cosa che io mi chiedo con ansietà. (Silenzio).

Pain                               - (rizzandosi vivacemente) Che cosa?

Andrea                          - (canticchiando) Mi chiedo dove ficcherò il bagno in quell'accidente di progetto Delcourt. (Silenzio. Pain si rimette a lavorare).

Pain                               - Di' un po', Andrea.

Andrea                          - Sì?

Pain                               - Cosa dice Silvetta di tutto questo?

Andrea                          - Tutto questo... cosa?

Pain                               - Non fare l'ingenuo... del mio litigio con...

Andrea                          - E' desolata, si capisce.

Pain                               - E i suoi cosa dicono? Cosa dice Giovanna?

Andrea                          - Non ne so nulla.

Pain                               - Ma via!

Andrea                          - Non ne so niente. Ho visto Silvetta qualche istante, giusto il tempo di sentirsi un po' vicini e di prendere appuntamento per andare la domenica mattina al Louvre. (Pausa, ha testa tra le mani) Il mio bagno andrebbe magnificamente al mezzanino, ma loro lo vogliono al primo piano. Vogliono camere da cinque per sette, vogliono un corridoio per poter passare in tre di fronte senza toccarsi e poi hanno ancora la pretesa di lavarsi.

Pain                               - Non hai niente in fondo al corridoio?

Andrea                          - Un armadio a muro.

Pain                               - Toglilo. Metti il tuo bagno in fondo al corridoio, di traverso, prendendo quaranta centi­metri da ogni camera. (Si alza e va a guardare il progetto di Andrea).

Andrea                          - Ma certo! E' infantile! Ancora un mo­mento e lo trovavo anch'io. (Disegna).

Pain                               - Bene. E piazza di qua e di là due piccoli armadi.

Andrea                          - E la luce gliela faccio arrivare da questo lato.

Pain                               - Certo... (Leggermente nervoso) Di' un po', ragazzo; lascia stare un momento. Devo parlarti se­riamente.

Andrea                          - (girandosi sullo sgabello verso il padre) Sì? E di che cosa? Ancora del litigio? Eravamo d'ac­cordo...

Pain                               - (interrompendolo) Voglio parlarti di Silvetta e di te. Dimmi, Andrea, andate sempre d'ac­cordo voi due, nonostante quel che è successo?

Andrea                          - Come no!

Pain                               - E' l'amico che ti parla in questo momento-, e puoi dirmi tutto. Avrai probabilmente rivisto Silvetta parecchie volte da mercoledì, e non avrete mancato di commentare i fatti. Questo non ha creato nessun disaccordo tra di voi, non ha sollevato qual­che discussione?

Andrea                          - Nulla.

Pain                               - Tanto meglio, tanto meglio. Non temevo che questo. E' vero che i giovani di oggi...

Andrea                          - Non credere che siamo indifferenti, papà. Silvetta è veramente desolata di questa triste storia. Venerdì, quando l'ho rivista per la prima volta, ha pianto.

Pain                               - (commosso) Ah?

Andrea                          - Ti vuole molto bene, sai? Piangeva e si sfogava contro di te, povera piccola.

Pain                               - (rizzandosi) Cosa diceva?

Andrea                          - Oh, delle cose carine, come quando ti prende a pugni. Diceva: « che antipatico, io che gli voglio tanto bene, io che non domando altro che credere a tutto quel che dice; che brontolone! che mastino!...». E tutto questo con tanta tenerezza. Io mi sforzavo soprattutto di persuaderla che questa rottura non poteva durare e che tutto presto o tardi si sarebbe aggiustato.

Pain                               - E lo crede?

Andrea                          - Lo crede e lo vuol credere.

Pain                               - E tu, cosa ne pensi?

Andrea                          - Di' un po'. Toccherebbe piuttosto a me farti questa domanda. (Pain si volta. Silenzio) Io penso che il peggio che possa succedere è che tu ed Enrico, tra qualche settimana, osserviate tacita­mente l'uno verso l'altro una specie d'affetto pieno di riserve.

Pain                               - Tra qualche settimana?

Andrea                          - Sì, insomma, quando si tratterà di rive­dervi per il matrimonio dei vostri figlioli.

Pain                               - Ah, sì-

Andrea                          - Sarebbe triste che rimaneste così. (Pausa) D'altra parte è evidente che non tocca a te fare il primo passo.

Pain                               - Non è vero? Non posso assolutamente.

Andrea                          - Certo che non puoi! A meno che... ma no, non puoi, non puoi!

Pain                               - Non posso e non voglio. (Pausa) Insomma, Silvetta mi dà torto?

Andrea                          - No, ora non più. Ti ho difeso.

Pain                               - Come mi hai difeso?

Andrea                          - Aumentando con tatto i torti di Enrico in questa faccenda.

Pain                               - Non avrà certo riconosciuto i torti di suo padre!

Andrea                          - Ma certo, anche troppo bene: ha osser­vato benissimo che suo padre facendo venire Bourdin-Lacotte sapeva benissimo quel che faceva, men­tre tu, quando eri in collera, non sapevi più quel che dicevi.

Pain                               - Ah, molto carino! Mi assolve per irrespon­sabilità!

Andrea                          - Ho messo le cose in chiaro, facendo no­tare la gravità, la precisione e anche la generosità dei tuoi rimproveri. Ho protestato che la collera non ti aveva del tutto sopraffatto e ciò mi ha por­tato a riconoscerti qualche torto.

Pain                               - Sei molto gentile!

Andrea                          - Ma torti simpatici. Silvetta si era messa con molto stile al disopra delle ragioni di Stato, vo­glio dire delle ragioni di famiglia.

Pain                               - A beneficio delle ragioni di cuore.

Andrea                          - Io ho dovuto fare altrettanto. Si è sta­bilito che avevate torto tutti e due. Enrico e te...

Pain                               - Come?!

Andrea                          - Tutti e due, ma non allo stesso modo. E vi abbiamo accusati, l'uno e l'altro, di essere due perturbatori della gioia.

Pain                               - (dopo un silenzio, misurando a lunghi passi la scena) Sì, ho dei torti. Non andrò certo a dire una cosa simile a tua madre che non ci vedrebbe altro che debolezza. Ma non ho saputo controllarmi. Ho mancato di sangue freddo. Non si rifa la propria natura. (Fermandosi davanti ad Andrea) Come posso fare se disprezzo Bourdin-Lacotte? Comportarmi come se non ci fosse stato. Non vederlo', non ascol­tarlo, non rispondergli. Interromperlo sistematica­mente, col sorriso sulle labbra. Conversare con Gio­vanna ed Enrico di persone e affari che quell'indi­viduo non conosce.

Andrea                          - Ecco! E' esattamente quel che dicevo a mamma, questa mattina.

Pain                               - E soprattutto non dargli la mano! Per l'amor del cielo! In seguito, uscito lui, avrei aspettato i rim­proveri di Enrico, anziché farglieli io. E ci saremmo divertiti per cinque minuti. Forse non mi avrebbe rimproverato perché è furbo, la canaglia! Avrebbe trovato il modo d'incassare il colpo, per far vedere che aveva capito, e in avvenire si sarebbe pruden­temente guardato dal ricominciare. (Pausa) Cosa vuoi, non ci si può cambiare.

Andrea                          - Sei troppo nervoso, caro papà. E in fondo, troppo cortese e caritatevole.

Pain                               - Tutto questo tra noi, eh?

Andrea                          - Certo!

Pain                               - Ma non è questo che ti volevo dire. Ritor­niamo al tuo matrimonio. (Pausa) Mio caro Andrea, Silvetta è ricca. Avrà una dote non solo dai suoi genitori, ma anche dalla nonna.

Andrea                          - Me l'aspettavo!

Pain                               - So che si tratta per te di un matrimonio di affetto; vi siete conosciuti e amati quasi bambini, tu e Silvetta, e la sposeresti anche se non avesse un soldo.

Andrea                          - Naturalmente.

Pain                               - Ebbene, visti tutti gli obblighi che abbiamo assunto con Enrico; visto che la nostra situazione, architetto padre e figlio, si è riassestata poco a poco grazie all'appoggio materiale dei Dumas; considerato soprattutto quanto Enrico mi ha messo nello spia­cevole obbligo di dirgli, voglio chiederti formalmente due cose, Andrea: l'una, di non sposarti prima di poter lavorare per conto tuo, senza di me, fosse an­che in condizioni modestissime.

Andrea                          - (con un po' d'impazienza) Ma è inteso!

Pain                               - Tuo suocero, d'altronde, ti darà del lavoro. L'altra: colmeresti i miei desideri, Andrea, rifiutando di amministrare o addirittura di utilizzare anche in minima parte, la dote di Silvetta. Magari anche ri­fiutandola, questa dote!

Andrea                          - Qui non sono del tuo parere, papà. E credo di aver ben esaminato la questione.

Pain                               - E' il solo mezzo di conservare la tua indi­pendenza e la tua dignità.

Andrea                          - Io credo esattamente il contrario.

Pain                               - Ragazzo mio, la vecchia Dumas trova già che spendi troppo per le tue cravatte.

Andrea                          - La mamma aveva proprio bisogno di raccontarti questo! Ma no, papà! La vecchia Dumas trova che il prezzo delle cravatte è terribilmente aumentato dalla sua prima comunione; non è la stessa cosa! Si scandalizza anche del prezzo delle uova o degli autobus. E' ancora al franco-oro! In quanto a te, papà, è incredibile come sei rimasto «romanzo di un giovane povero»!

Pain                               - (protestando) Sono rimasto...

Andrea                          - (interrompendolo) Certo, avrei preso Silvetta anche senza un soldo. Ma se ha dei quat­trini, ebbene, tanto meglio! Forse sarei capace di tirarmi su con la sola forza dei miei muscoli, ma se mi danno una spinta per aiutarmi, sarei davvero stupido, anzi colpevole, a volerne fare a meno. Do­vrei anch'io dichiarare a Silvetta che il suo denaro mi ripugna?

Pain                               - Non si tratta di questo, ma...

Andrea                          - Pretendi di disprezzare i soldi, papà, in­vece dai ad essi una tale importanza! Ne sei osses­sionato! Tutto sommato conviene di più averlo al proprio servizio, il denaro, che non essere al suo.

Pain                               - Oh! E' un servo che prende un terribile potere sul suo padrone! In quanto alla dote di Sil­vetta...

Andrea                          - (interrompendolo) In quanto alla dote di Silvetta, perché simulare dei pregiudizi che non ho, che non ho più?

Pain                               - Pregiudizi.

Andrea                          - Se mi mancano le sigarette, fumo le tue. A proposito, dammene una. Grazie. Con obbligo di ricambio! Non ne faccio un caso di coscienza, e non crederai, spero, che te le renderò scrupolosamente con l'interesse calcolato in ragione di cinque siga­rette per cento!

Pain                               - Sai perfettamente che i biglietti da mille non sono sigarette.

Andrea                          - Hanno la stessa durata.

Pain                               - Mi preoccupi! (Pausa) D'altronde, non per fartene un rimprovero, ma tu fumi le mie sigarette, e io raramente le tue. Non ne hai mai.

Andrea                          - (ridendo) Vedi come sei pignolo! Un po' di pazienza, Dio buono! Ho ventisei anni e un brillante avvenire davanti a me... fumerai i miei si­gari... In quanto ai biglietti da mille di Silvetta non credi che siano bilanciati dal valore che rappresento io, architetto laureato, giovane, lavoratore e per di più il tuo discepolo, o Gabriele Pain!?

Pain                               - Valore puramente ipotetico, caro mio! (Squilla il telefono).

Andrea                          - (dirigendosi verso il telefono, prima di pren­dere il microfono) Valore di cui non ho il diritto di dubitare! Ritengo che se rifiutassi          - (squillo di tele­fono) la dote di Silvetta, darei la prova che non ho nessuna fiducia in me. (Squillo di telefono) Pronto! Sì. (Pausa) No, è suo figlio. (Pausa) Ah! è lei, Gio­vanna! (Pain trasalisce e si agita) Sì è qui, lo vado a chiamare. (A Pain) Vieni, è Giovanna che ti chiama.

Pain                               - (indugiando, turbato) Giovanna? Che cosa vuole?

Andrea                          - (spingendolo) Su, va'!

Pain                               - (al telefono) Pronto, sì, buongiorno, Gio­vanna. (Pawsa) Ma, sicuro! (Pausa) Lei è fuori causa. (Pausa) Ma sì! (Pausa) Ma no! (Pausa) E quando? (Pausa) No, sta per uscire. (Pausa) No, no. Sta bene. Sì l'aspetto. (Pausa) Venga su dalla scala dei dise­gnatori, si fa prima. Va bene! Arrivederci! (Riattacca il ricevitore. Ad Andrea) Mi vuole vedere. Per rim­proverarmi, dice lei, ma aggiunge che non può ri­manere più a lungo sotto l'impressione della nostra brusca partenza di mercoledì. Sarà qui a momenti. Telefona dalla posta.

Andrea                          - Tanto meglio! Tanto meglio.

Pain                               - (va e viene agitandosi) Proprio ora ho im­pedito a tua madre di andarla a trovare... Come ho avuto ragione! Senti, caro, te la filerai prima che en­tri qui, va bene? Va' a fare due passi.

Andrea                          - Benone. (Pausa) E' Silvetta forse che le ha suggerito di venire?

Pain                               - No. Conosco Giovanna. E' una donna che agisce secondo il proprio impulso.

Andrea                          - D'accordo con Enrico.

Pain                               - Non lo so! E' possibile. In fondo, sai En­rico deve sentirsi molto a disagio. (Pausa) Ora c'è il casinò. Può darsi che voglia sapere se il mio rifiuto è definitivo. Non può credere che io rinunci delibe­ratamente a un tale affare. Manda Giovanna per tentarmi, per gettarmi un ponte! Ha bisogno di sa­pere come stanno le cose.

Andrea                          - (con prudenza) E... in nessun caso ritor­nerai sul tuo rifiuto?

Pain                               - (bruscamente irritato) Come puoi farmi una simile domanda? Come puoi concepire che dopo tutto quello che ho detto e sentito mercoledì, io possa...

Andrea                          - (interrompendolo) Per carità, per carità, non ho detto niente.

Pain                               - Sono un burattino io? Un cretino? E devo accorrere al primo cenno dopo che mi hanno riman­dato alle mie gabbie da conigli? (Pausa) Se Gio­vanna vuole intrattenermi sull'affare del casinò, eb­bene mi controllerò. La pregherò con dolcezza e de­cisione di non ritornare sull'argomento. Se dovremo pensare ad una riconciliazione, bisogna che sia uni­camente sul piano affettivo. Sono stato violento, lo ammetto. Però ho detto onestamente quello che pen­savo e continuerò a pensare come ho detto. Man­terrò... (Si sente suonare a destra).

Andrea                          - (interrompendo suo padre) Suonano. Sarà lei.

Pain                               - Sì, deve essere lei. Vai, caro, vai. Sicura­mente parleremo di te e di Silvetta.

Andrea                          - (prendendo il cappello) Ci conto. (Dopo un attimo di esitazione) Ah senti, papà:'..

Pain                               - Cosa? Spicciati.

Andrea                          - Se parli a Giovanna della dote di Sil­vetta... (Un giovane disegnatore col camice d'archi­tetto entra da destra dopo aver bussato).

Pain                               - (al disegnatore) E' la signora Dumas?

Il disegnatore                - Sì, signore.

Pain                               - Le chiedo un attimo solo. (Il disegnatore esce).

Andrea                          - Sì, se tiri in ballo con Giovanna la que­stione della dote, non essere sorpreso se per caso ti ripeterà più o meno ciò che ti ho detto io poco fa. Perbacco, sono il figlio di mio padre: ho tanti scrupoli quanto lui, e già da qualche mese ho avuto l'idea stramba di discutere con Giovanna della dote di sua figlia.

Pain                               - Tu?

Andrea                          - E i discorsi che ti ho fatto un momento fa, ebbene sono quelli di Giovanna cominciando dal più semplice: le sigarette. Sì vecchio papà. Arri­vederci.

Pain                               - (accompagnandolo gli dà manate affettuose sulle spalle) Ah! sornione, mistificatore! (Gli stringe le mani sorridendo) Fila, mascalzone! (An­drea esce sorridendo dalla porta di sinistra. Pain si affretta verso quella di destra, esce un istante e ritorna con Giovanna facendosi indietro per la­sciarla passare) Qui, saremo più tranquilli. (Si af­fretta ad andare a prendere una seggiola a destra, in primo piano e la mette vicino al suo tavolo da disegno. Durante la scena egli si terrà a tratti ap­poggiato coi gomiti al tavolo, a tratti seduto sullo sgabello o in piedi davanti a Giovanna) Ecco, s'ac­comodi, Giovanna. Non le pare che qui faccia caldo?

Giovanna                      - (sedendosi) Sì. (Pain l'aiuta a togliere la pelliccia).

Pain                               - Un bicchiere di Porto?

Giovanna                      - No, grazie, Gabriele.

Pain                               - (andando verso lo scrittoio) Una sigaretta, allora? Ne ho di quelle che piacciono a lei.

Giovanna                      - No, grazie, più tardi. (Pain ritorna vicino a lei) Ah mio caro! Ritrovarmi qui e soprat­tutto ritrovare lei, ritrovarla come piace a me, gen­tile, premuroso, normale ecco tutto. Non arrivo a immaginare il Gabriele di mercoledì scorso e ho l'impressione di aver fatto un brutto sogno. (Pausa) Allora, Andrea è uscito?

Pain                               - In questo momento.

Giovanna                      - So che Elisabetta va a trovare sua ma­dre ogni lunedì. E' per questo che ho pensato di venire oggi. Preferisco essere sola con lei.

Pain                               - Enrico sa che lei è venuta qui?

Giovanna                      - No, glielo dirò questa sera. Non sono come lei, Gabriele: quando voglio rimproverare qual­cuno, faccio in modo che ciò avvenga senza testi-moni, all'insaputa di tutti.

Pain                               - Confesso di non avere una tale padronanza di me stesso, Giovanna. Tuttavia, può verificarsi tal­volta che io sappia controllarmi. Per esempio, Trio fatto in casa sua davanti a Bourdin-Lacotte. Pei aprire bocca, ho aspettato che questa specie di ono­revole fosse andato via.

Giovanna                      - Sì! Ma non ha fatto il minimo sforzo per contenersi davanti a tutti. E questo non l'am­metto.

Pain                               - Abbiamo litigato spessissimo Enrico ed io davanti a voi tutti.

Giovanna                      - Mai come questa volta. Non c'è inti­mità che possa giustificare la mancanza di riguardo.

Pain                               - (con malumore) Se qualcuno deve lamen­tarsi di mancanza di riguardo...

Giovanna                      - Mi stia ad ascoltare: ciò che ha detto a Enrico era offensivo. Sapeva benissimo che lo era, tanto più che glielo diceva davanti alla figliuola, alla madre, alla moglie. Ed era offensivo anche per loro. Lo era particolarmente per me, Gabriele.

Pain                               - (sorpreso) Per lei?

Giovanna                      - Per me e l'ho crudelmente sentito. E' questo che le dovevo dire. Che la violenza delle sue parole abbia avuto o meno una ragione, che lei sia stato o non ingiusto, per il momento lo metto fuori discussione...

Pain                               - (interrompendola) Enrico...

Giovanna                      - (c. s.) Non parliamo di Enrico. Sono io personalmente che mi lamento di lei, amico mio. Lei mi ha disillusa e addolorata.

Pain                               - Giovanna, se ho potuto...

Giovanna                      - (con emozione) Non ha pensato mi­nimamente a risparmiarmi, io, la padrona di casa che ho fatto sedere alla mia destra, questo « fur­fante », questo « mascalzone ». io, la sua amica, la sua più vecchia amica... eppure credevo...

Pain                               - (prendendole la mano) Giovanna!

Giovanna                      - (scostandosi con dolcezza) Tutto quello che ha detto sembrava fatto per avvilirmi, per umiliarmi nella persona di mio marito.

Pain                               - Ah! Ero ben lontano dal pensare a lei!

Giovanna                      - (indignata) Ecco! Lo dice come se lo trovasse naturale! E' proprio perché non ha pensato a me che non posso perdonarlo.

Pain                               - Cara Giovanna, mi ascolti. Ero in collera, ero fuori di me. Enrico mi provocava, mi stuzzi­cava. Ero ben lontano dal pensare a lei. Mi scusi; avrei dovuto...

Giovanna                      - Eppure le sue prime parole sono state proprio per trattarmi sgarbatamente.

Pain                               - Ma via!

Giovanna                      - Sì, sì. Quando ho detto che Bourdin-Lacotte fingeva il cinismo, lei è scattato (imita Pain): «Lo chiama fingere questo?».

Pain                               - E' così sensibile alla minima alzata di tono?

Giovanna                      - Da parte sua, sì. (Pausa) Era la prima volta.

Pain                               - Davvero? (Pausa) Già, è possibile. Mi commuove molto, Giovanna, che lei abbia fatto questa osservazione.

Giovanna                      - Forse è anche la prima volta che lei mi è spiaciuto, che i suoi difetti mi sono stati antipatici, che mi sono apparsi brutti.

Pain                               - (malizioso) Prima le piacevano i miei difetti?

Giovanna                      - (dopo un attimo di riflessione) Mi intenerivano. Mi sembravano inseparabili da quan­to c'è di più generoso nella sua personalità.

Pain                               - Credevo che fosse venuta per dirmi delle cose spiacevoli.

Giovanna                      - Proprio così.

Pain                               - Ebbene, non sembrerebbe!

Giovanna                      - (mezza maliziosa) Come!? Se le sto dicendo che non le voglio più bene...

Pain                               - Lei sta soprattutto evocando qualche cosa... qualche cosa di caro di cui nessuno dei due ha mai avuto il coraggio di parlare.

Giovanna                      - (senza guardarlo) Che cosa?

Pain                               - La nostra amicizia. La qualità particolare dell'amicizia tra noi due.

Giovanna                      - Stia zitto. Non ne parlerei se non dovessi protestare in nome di essa e gliene voglio di avermi costretta ad alludervi, sia pure così, di­scretamente. Io non credo che abbiamo mancato di coraggio. Esistono sentimenti tanto complessi, tanto sottili che a dichiararli, si rischia di profanarli o di cambiarne il significato.

Pain                               - C'è, però, una certa vigliaccheria a tacerli del tutto.

Giovanna                      - No, caro signore. Sanno da soli te­stimoniare perfettamente la loro esistenza. E' me­glio tacerli che mancare loro di riguardo come ha fatto lei mercoledì.

Pain                               - Cattiva! In' fondo sa benissimo che ho mancato mio malgrado. Lei non era in causa.

Giovanna                      - C'ero. E più di quanto lei non possa credere.

Pain                               - Lei conosce benissimo non soltanto l'af­fetto profondo che ho per lei, ma anche la mia ammirazione, Giovanna, un'ammirazione rispettosa e tenera nella quale, cercando bene, si troverebbero naturalmente delle tracce...

Giovanna                      - (interrompendolo) Lo so. Stia zitto!

Pain                               - (proseguendo) Delle tracce che vent'anni non hanno potuto...

Giovanna                      - (lo ferma, commossa) Perché dirlo!

Pain                               - (a mezza voce) E' lei che mi ha provocato, Giovanna! (Allontanandosi da lei e con un tono volontariamente disinvolto) E d'altronde? Sarebbe questo una verità da temere? Dica un po'! Lei è Giovanna Dumas, Giovanna la saggia, la leale, l'ec­celsa.

Giovanna                      - E basta?

Pain                               - Oh! no! Ma è più che sufficiente per una persona che non mi vuole più bene.

Giovanna                      - (prendendogli la mano) Gabriele! e adesso come faccio a dirle delle dure verità?

Pain                               - Come, non ha ancora finito, Giovanna-la-Giusta?

Giovanna                      - Non sono che al principio. Ma non so più a che punto mi trovo.

Pain                               - E' impossibile che non capisca il mio furore di mercoledì. Eppure Enrico mi ha offeso.

Giovanna                      - Sì.

Pain                               - E se non avesse cominciato a introdurre di sorpresa questo Bourdin-Lacotte in una riunione di famiglia...

Giovanna                      - (interrompendolo) Enrico ha avuto torto sotto parecchi aspetti. Glie l'ho detto.

Pain                               - Ma lui ne conviene?

Giovanna                      - (dopo un'esitazione) Non le rispon­derò. Spetterebbe solo ad Enrico farlo. Io non pos­so che riconoscere i miei torti in questa incresciosa faccenda. Perché anch'io ho la mia parte.

Pain                               - (sor-preso) Verso di me?

Giovanna                      - Verso Enrico e... sì, anche verso di lei!

Pain                               - Perbacco! Sarei molto curioso di conoscerli. Me li dica subito.

Giovanna                      - Ora mi dia una di quelle sigarette. (Pain si affretta ad offrirle una sigaretta e gliela ac­cende) Grazie... Sono molto buone. Di dove vengono?

Pain                               - Dal Cairo.

Giovanna                      - Gabriele, è certo che Enrico, oltre ad essere di natura autoritaria, si atteggia un po' trop­po spesso a suo tutore.

Pain                               - Proprio così.

Giovanna                      - Ostenta a suo riguardo un senso pra­tico, un senso degli affari che a lei fa quasi difetto.

Pain                               - Che mi fa difetto!

Giovanna                      - A ognuno le proprie qualità! Lei è un poeta. Il suo amor proprio ne ha sofferto, non tanto per quello che Enrico ha fatto verso di lei, ma soprattutto per il modo in cui lo ha fatto. Piut­tosto... Dico tutto, vero?

Pain                               - Dica pure.

Giovanna                      - Ho l'impressione che Elisabetta abbia sofferto per lei più di lei stesso. La capisco1. Le don­ne sono soprattutto sensibili alle manifestazioni este­riori. Lei, in fondo, sa benissimo che Enrico ha per lei una stima e un affetto che sono al di sopra di tutto. (Pausa) Ebbene, Gabriele, questo interessa­mento un po' indiscreto di Enrico, questa dimostra­zione del suo potere, questo volerla accaparrare, che Elisabetta ha potuto credere interessato, di tutto questo sono un po' responsabile, io!

Pain                               - In che modo?

Giovanna                      - Pio reso Enrico geloso di lei, Gabriele, geloso di una certa superiorità che ho avuto l'infe­lice idea di riconoscerle.

Pain                               - Quale superiorità, Dio mio?

Giovanna                      - Ma che ingenuo! Precisamente quel­la di cui si è vantato mercoledì! Lei ha detto a En­rico che non aveva un mestiere, che non sapeva creare. Nulla poteva ferirlo più crudelmente. Lei glielo ha detto davanti a me, che già una volta avevo avuto il torto di pensarlo ad alta voce! Enrico sa che in lei ammiro l'artista, il costruttore, come d'altronde l'ammira anche lui. E Enrico è invidioso di questo.

Pain                               - No?

Giovanna                      - Ma sì. Enrico non è meno orgoglioso di lei. Vorrebbe eguagliarla, dominarla in qualche modo. Quando può esserle indispensabile, ne è dop­piamente fiero. Se ne vanta davanti a me. Deve farglielo sentire inconsciamente. Ecco la sua debolezza e l'assicuro che essa può essere ammirata quanto la sua, e che non ha nulla di umiliante per lei. Al contrario!

Pain                               - Ciò che mi sta dicendo mi confonde. Sen­ta, Giovanna: è impossibile che sotto .molti punti di vista Enrico non si giudichi molto superiore a me! Lo è! Ha doti meravigliose, pericolose anzi.

Giovanna                      - Ciò che si possiede è senza valore in confronto a ciò che manca.

Pain                               - Se gli ho detto che non aveva mestiere è perché lo credevo troppo persuaso del contrario, perché mi sembrava sempre più convinto della sua importanza!

Giovanna                      - E' persuaso della sua forza. Lei non ha idea a che punto ha mancato di generosità di­cendogli questo. Lei vive con lui da vent'anni e non lo conosce.

Pain                               - Lo conoscevo; ma ha cambiato.

Giovanna                      - Il fondo non cambia, non può cam­biare. Quando penso che lei ha potuto considerare Enrico come un finanziatore qualunque, preoccu­pato unicamente del suo credito!

Pain                               - Preoccupato, no. Ho potuto credere sola­mente che Enrico si sentisse forte del suo credito e che si sentisse autorizzato a...

Giovanna                      - (interrompendolo) Ma lui si sente autorizzato prima di ogni cosa in forza della sua amicizia, della sua fiducia.

Pain                               - Ciò non toglie che la signora Dumas ha dichiarato l'altro giorno...

Giovanna                      - (interrompendolo) La mia povera suocera! Come è possibile dare importanza a quello che dice! D'altra parte, Gabriele, che tristezza che lei non possa sopportare l'idea di doverci questa pic­cola somma e che questo povero debito le debba pesare tanto!

Pain                               - (con sorda irritazione) Non è a me che pesa.

Giovanna                      - A Elisabetta soprattutto, lo so. Ma anche a lei, e ha afferrato questa antipatica que­stione di denaro con una specie di frenesia, come se...

Pain                               - (interrompendola) Dumas ne ha parlato per primo.

Giovanna                      - No!

Pain                               - Sì.

Giovanna                      - Comunque con uno spirito del tutto diverso dal suo. Ma le pare che, tra amici come noi, possa aver valore il denaro? Ma non avrebbe lei prestato questa somma ad Enrico, se il caso avesse invertito le necessità?

Pain                               - Ma certo!

Giovanna                      - Vuole che le dica una cosa, Gabriele? Ha un bel proclamare a ogni occasione il suo di­sprezzo per la vile moneta! In realtà, gli dà un'importanza ridicola!

Pain                               - (sorride, pensando a suo figlio) Ah, sì lo so!

Giovanna                      - Perché ride? E' verissimo quello che le dico. D'altronde lei ha quella meschina fierezza, così comune in Francia, che spinge a rendere sem­pre l'equivalente di quanto' si è ricevuto.

Pain                               - Lei esagera.

Giovanna                      - Lei fa parte di quel genere di per­sone che essendo state invitate a pranzo, non pos­sono dormire tranquille finché non hanno potuto rendere altrettanto al loro ospite, con lo stesso esatto numero di portate e le stesse qualità di vini. Una simile contabilità è ridicola. Fra amici, addirittura offensiva. Ognuno deve naturalmente disporre dell'altro e dei suoi beni. Quando Enrico è senza siga­rette, si fa scrupolo, forse...

Pain                               - (guardando Giovanna con Un sorriso intene­rito) Di fumare le mie. Ed io fumo i suoi sigari.

Giovanna                      - Ecco!

Pain                               - Mia cara Giovanna, potrei farle obiezioni severe.

Giovanna                      - .No.

Pain                               - Non le farò. Mi sembra che sarebbe un sacrilegio. E poi, in fondo, lei ha ragione, la pre­gherò soltanto di portar via più tardi questa scatola di sigarette. Le piacciono e non le troverà da nessun tabaccaio. Sono di contrabbando. (Ride).

Giovanna                      - (a mezza voce, civettuola) Me le porti quando verrà a fare la pace con Enrico.

Pain                               - (di colpo, rabbuiato) No!

Giovanna                      - Dopo tutto quel che le ho detto! (Pausa) Lei sa bene che Enrico1 è molto infelice di questa rottura.

Pain                               - Anch'io! (Pausa) Giovanna, non verrò a casa vostra se non invitato da Enrico stesso, e se non avrò la certezza di non incontrarci più Bourdin-Lacotte.

Giovanna                      - Che sciocco! E così, un uomo come lei, pieno di vita e di curiosità, non trova che un Bourdin-Lacotte vale, almeno, come spettacolo.

Pain                               - Prego! Enrico non me l'ha proposto come spettacolo. -

Giovanna                      - Lei era padrone di considerarlo come tale! Del resto è più che probabile che questo si­gnore non metterà più piede in casa nostra.

Pain                               - Ve lo auguro.

Giovanna                      - Enrico era obbligato a garantirsi il suo appoggio, per l'affare di Sainte Fanny-les-Bains. Ecco tutto!

Pain                               - (scandalizzato) Ecco tutto!

Giovanna                      - Amico mio, se lei vuole rifiutare qual­siasi collaborazione con uomini non perfettamente puri, rinunci ad intraprendere qualunque cosa e si ritiri in un deserto.

Pain                               - Giovanna! Non voglio assolutamente discu­tere di nuovo questa faccenda con lei. Rinuncio a dispiacerle, come rinuncio senz'altro all'affare di Sainte Fanny-les-Bains.

Giovanna                      - Ma Gabriele, quello che soprattutto mi affligge e mi dispiace, è che abbia messo Enrico nell'impossibilità di contare su di lei, per il casinò di Sainte Fanny-les-Bains e che abbia ostentato tan­to disprezzo e mostrato tanta incoerenza. Enrico non meritava da parte sua d'essere così brutalmente rin­negato, né meritava l'affronto che lei gli ha fatto. Rinuncio, poi, a far presente ciò che lei sacrifica deliberatamente.

Pain                               - (agitato) No, mia cara Giovanna. Lasciamo stare. (Pausa) Enrico cerca un architetto?

Giovanna                      - (tristemente) Ma l'ha trovato! Subito. Lei capirà che dopo quel che gli ha detto. Immedia­tamente, l'ha trovato!

Pain                               - Tanto meglio! (Pausa) Così Giovanna, una riconciliazione sarà più facile, perché si farà unica­mente sul piano affettivo.

Giovanna                      - (con un sospiro) E' semplice. (Pausa) Allora, verrà a portarmi le sue sigarette?

Pain                               - No, Giovanna.

Giovanna                      - Non vuole che si dica che lei ha fatto il primo passo?

Pain                               - (debole) Non è questo.

Giovanna                      - Sì, è questo! Sia sincero. Si interroghi bene. E' proprio questo, brutto orgoglioso.

Pain                               - Mia cara, lei sa che sarebbe per me un or­goglio fare il primo passo, se...

Giovanna                      - Se... che cosa?

Pain                               - ... se fossi solo!

Giovanna                      - Ah, sì, non ci pensavo più.

Pain                               - Lei la conosce Elisabetta. Mi giudichereb­be un uomo debole e vigliacco, o - peggio - ap­prezzerebbe la mia saggezza da un punto di vista troppo pratico; e un malinteso, mi...

Giovanna                      - (fermandolo) Basta. Ha ragione, lo so. Aspettiamo ancora. Prenderò con me le sigarette, convinta come sono che sarebbe stato felice di por­tarmele lei. Non è vero? (Pain fa un gesto vago) Sì. (Pausa) E adesso è ora che vada; Elisabetta non tar­derà. Mi sembrava di avere ancora tanto da dirle. I figliuoli...

Pain                               - (distratto) Com'è strano, Giovanna!

Giovanna                      - Che cosa?

Pain                               - Sono anni che non abbiamo parlato assie­me così liberamente, con tanta fiducia, con un tale abbandono, e bisogna che sia proprio a causa di questo... litigio con Enrico.

Giovanna                      - Sì... ma potrebbe essere anche a causa di qualunque altra circostanza felice od infelice che ci toccasse al punto da farci uscire un po' da noi stessi.

Pain                               - Senza dubbio. Alla condizione, tuttavia, di trovarci assieme, soli, come siamo ora. E questo non succedeva da...

Giovanna                      - (interrompendolo vivacemente) Da molto tempo, sì... E' veramente strano.

Pain                               - (dopo una pausa) Giovanna, mi capita spes­so di pensare che abbiamo per ognuno degli esseri che si amano, un modo diverso di voler bene, di con­fidare noi stessi. E' come se istintivamente in quel momento prendessimo, per parlargli, una voce par­ticolare, e scegliessimo delle parole che si accordino solo con le sue. In famiglia, in società, diamo di noi solo il poco che conviene a tutti insieme, ma che particolarmente non è di nessuno.

Giovanna                      - Sì...

Pain                               - E' per questo che non si assaporano com­pletamente bene gli amici se non ad uno ad uno, così da poterci prodigare per ciascuno senza nulla togliere a ognuno degli altri.

Giovanna                      - E' vero.

Pain                               - E' anche per questo che esseri come lei ed io, che si vedono spesso, però mai soli, possono pro­vare, nonostante il loro vecchio affetto e un'appa­rente intimità, non so quale sensazione di allonta­namento, di separazione.

Giovanna                      - (colpita) Sì... sì... qualche volta.

Pain                               - Dato che è venuta oggi, Giovanna, penso che per molto tempo non proverò più questa sensa­zione. E pure, talvolta, mi sembrava che tacitamente rinunciassimo l'uno e l'altro, a quella parte della no­stra vita interiore che è, nonostante tutto, il nostro bene comune...

Giovanna                      - (interrompendolo, con tono di protesta) Ma no!

Pain                               - (proseguendo) ... il nostro bene indiviso e inalienabile, per parlare come un notaio.

Giovanna                      - Ma no, Gabriele! Mi sembra invece che quanto è tacitamente sottinteso tra noi sia la fedeltà a certi ricordi, una profonda stima reci­proca, una tenerezza di vecchi amici... D'altronde, per quello che mi riguarda, non è poi così tacita la cosa. Tutti quelli che ci sono vicini, Enrico per primo, le diranno che le voglio molto bene. Non risparmio di dimostrarlo e di dirlo... perfino a lei stesso.

Pain                               - Beh, non vale se lo dice davanti a tutti! Ho finito ora di spiegarle il perché. (Allegro) Preferisco cento volte sentirle dire a me solo1, che non mi vuole più bene.

Giovanna                      - (commossa) Mostro!

Pain                               - Anche a costo di dispiacerle bisognerà che trovi il modo, ogni due o tre anni, di litigare con Enrico, perché lei possa venire a dirmi, come oggi, che non mi vuole più bene.

Giovanna                      - (allegra) Non s'illuda! Non glielo dirò due volte! E, comunque, non creda di essermi di­spiaciuto soltanto un poco. Lei mi è dispiaciuto enormemente. C'è una cosa che mi lascia desolata, a cui mi ribello, e che è, in ogni caso, irreparabile

Pain                               - E cos'è?

Giovanna                      - Che lei non faccia il casinò di Sainte Fanny.

Pain                               - (affettando spensieratezza) Ah! Sì! Non è poi tanto grave.

Giovanna                      - E' assurdo. (Pausa) Pazienza. (Si alza).

Pain                               - Chi ha scelto Enrico per architetto?

Giovanna                      - (dopo un attimo di esitazione) La­melle.

Pain                               - (aggrottando le ciglia) Lamelle? Paulin Lamelle?

Giovanna                      - Sì.

Pain                               - (scattando) Ma è un mascalzone! Enrico è pazzo! Ma non lo sa? Lamelle! Quando non cor­rompe gli impresari, li ricatta! Lamelle ha avuto del­le cause edificanti e clamorose! Senza contare poi che gli farà una solenne porcheria! Gli architetti non mancano. C'è Bayet, c'è Pontcharreau, i fratelli Plantin, ce ne sono a diecine, gente in gamba, co­scienziosa, onesta. Lamelle! Potrei raccontarne delle belle sul suo conto!

Giovanna                      - (che lo ha ascoltato con un piacere e un'allegria mal contenuti) Senta, Gabriele: mij autorizza a ripetere ad Enrico ciò che mi sta di­cendo di Lamelle?

Pain                               - Senz'altro. Ma Enrico queste cose le co­nosce.

Giovanna                      - (prendendo nella borsa agenda e lapis) Non è certo. Come si scrive Bayet? y lungo?

Pain                               - (sillabando) B.A.Y.E.T. Poi ci sono i fra­telli Plantin che hanno costruito la chiesa della via d'Avilly e il Nuovo Alcazar. E Pontcharreau. Jean Pontcharreau. (Si sente suonare).

Giovanna                      - Oh! sarà Elisabetta. Scappo. Grazie. (Si alza e rimette agenda e lapis nella borsa).

Pain                               - (senza convinzione) Ma rimanga pure...

Giovanna                      - No. No. Bisognerebbe ricominciare daccapo. Scappo di là. (Mostra la porta di destra).

Pain                               - Ha tutto il tempo. Non verrà qui subito. Le devo dire che lei è venuta?

Giovanna                      - (non convinta) Come vuole. Faccia come le pare. In tutti i casi tutto ciò che abbiamo detto...

Pain                               - (proseguendo) ...rimane fra di noi, certo!... (Pausa) No, non le parlerò della sua visita. Avver­tirò Andrea.

Giovanna                      - Bene. Meglio non dover parlare del casinò a Elisabetta.

Pain                               - Precisamente.

Giovanna                      - (già alla porta) Oh, le mie sigarette.

Pain                               - (affrettandosi) Eccole. Scusi. (Gliele dà).

Giovanna                      - Una, non la fumerò.

Pain                               - Perché?

Giovanna                      - La terrò come ricordo.

Pain                               - Grazie. (Le stringe le mani poi l'attira a sé e le dà un bacio sulla fronte. Giovanna esce. Pain ritorna lentamente al suo tavolo, accende una siga­retta e siede distratto. Dopo qualche istante, Elisabetta entra da sinistra).

Elisabetta                      - (si è tolta il cappotto e il cappello) Buongiorno, mio caro. Andrea è uscito?

Pain                               - Sì. Come sta tua madre?

Elisabetta                      - Benissimo. Ma non torno diretta­mente da lei.

Pain                               - (senza alzare la testa) Ah?

Elisabetta                      - No. Ascolta Gabriele, sono andata lo stesso da Giovanna.

Pain                               - Non valeva la pena di chiedermelo, allora.

Elisabetta                      - Ma non c'era. Non c'era nessuno.

Pain                               - Tanto meglio.

Elisabetta                      - (volubile) Sì, a pensarci bene trovo che è preferibile così. Capisci, la cameriera le dirà che ci sono stata. E' una visita che non mi sarà costata nulla, una mossa tutta a nostro vantaggio. Dopo di che non ci rimane che aspettare. Non è vero?

Pain                               - (con un sospiro, dopo aver rialzato la testa e osservando Elisabetta un istante) Perfettamente!

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

All'alzarsi del sipario, la scena è vuota, Andrea en­tra dalla sinistra, richiude la porta pianissimo, cor­re verso la porta di destra, si accerta che nessuno venga da quella parte poi va al telefono.

Andrea                          - Mabillon 83-19. (Fa il numero) Pronto! Mabillon 83-19? (Meno forte) E' Silvetta? (Pausa) Sei tu, Silvetta? Certo, come d'accordo! Non aver paura di rispondere, topolino mio. Fai crac, crac! (Pausa) Proprio così. Buongiorno, piccina mia! Sei sola? Si può chiacchierare? (Pausa) Anch'io. Papà è di sopra dai disegnatori. Senti, prima di tutto: se arriva qualcuno, qui o lì, si riattacca subito, va bene? Falsa chiamata. E tu.mi richiami stasera alle undici. (Pausa) Bene. Verifichiamo gli orologi. (Guarda l'orologio) Il mio fa le quattro e trentasette. Benis­simo. Dunque, topolino, la situazione appare sta­zionaria. La visita di tua madre non ha determinato nulla di decisivo. Papà non ha voluto nemmeno par­larne a mamma per risparmiarsi, dice lui, chiacchie­re interminabili. In fondo, ha ragione. Mamma non avrebbe capito che tua madre è venuta per infor­marsi sul nome di un architetto per il casinò. (Pau­sa) Lo so, non è venuta per questo: io dò la ver­sione di papà, naturalmente. Intanto... (Pausa) Per­fettamente... Sì, tesoro mio! Ti vedo, mentre dici questo... Come sei bella! Hai ragione, è una storia che è durata già troppo e più dura e più s'imbroglia. Si calmeranno, sì! Ma potrebbero anche incaponirsi, capisci? Si può formare un fondo di rancore! E sarebbe troppo pericoloso. Bisogna impedirlo; biso­gna... far durare la crisi per risolverla e penso che tu debba scrivere subito questa lettera a papà. Io scrivo a tuo padre. (Pausa) Senti, fai una minuta e me la leggi stasera. In sostanza, devi dire questo: che sei sconvolta, sei malata dal dispiacere, che tuo padre è anche lui addoloratissimo... (Pausa) Sì, esa­geri un po'! Insomma, hai preso la segreta risolu­zione di chiamare in aiuto il tuo vecchio zio Pain-pain ch'è il tuo difensore... il tuo secondo padre e, per di più, l'autore dei giorni del tuo Andrea. (Pau­sa) No, scherzi a parte, capisci, gioia, bisogna che tuo padre e il mio possano scambiarsi le nostre let­tere, per posta, come due salvagenti. Tu non puoi immaginare quanto si può essere sentimentali alla loro età. (Pausa) Ma sì, sono due sentimentali e... (Trasalisce e s'interrompe: Elisabetta entra da sini­stra. Dopo ch'essa ha richiuso la porta, Andrea ri­prende con tono cambiato) No, signore, non è qui: ha sbagliato numero! (Riattacca il ricevitore, lascia il telefono e accende una sigaretta).

Elisabetta                      - Sei ancora qui? Credevo che fossi uscito.

Andrea                          - Infatti vado in cantiere.

Elisabetta                      - Vorrei chiedere qualche cosa a tuo padre. E' di sopra?

Andrea                          - Sì. Se vai su digli che non c'è nessuno qui per rispondere al telefono. Arrivederci, mamma! Ritorno in fretta.

Elisabetta                      - (abbracciandolo) Arrivederci. (Mi­steriosa) Vedrai Silvetta?

Andrea                          - No, oggi no. A fra poco! (Esce dalla sinistra. Rimane sola Elisabetta, esattamente come prima Andrea: va verso la porta di sinistra, sta un istante in ascolto, poi si affretta al telefono).

Elisabetta                      - (fa il numero ed attende) Sei tu, Sil­vetta? (Pausa) Ah è lei, Luisa? Qui la signora Pain. C'è la signora? è sola? (Pausa) Ah, benissimo. Sì, per favore, vorrei parlarle. Bene. (Attende: poi ri­prende) Buon giorno, Giovanna! (Pausa) ho rice­vuto il suo biglietto. Così caro! Mi ha fatto tanto bene! Esattamente quello che le avrei detto io se l'a­vessi trovata in casa! Tutti bene? Enrico, Silvetta, la cara mamma Dumas? (Pausa) Lo stesso qui... Ma uniremo insieme i nostri sforzi, vedrà!... Così è trop­po assurdo; è avvilente. Ho pensato... (Pausa) Oh, sì, me lo dica presto, cara! (Pausa) Benissimo!... E al­lora? (Pausa. Con emozione) Sta per venire? (Pausa) Ma certo! Gabriele è qui. Lo avverto subito. Natu­ralmente! Lei stava per telefonare, no? (Pausa) Non pensa che sia pericoloso questo incontro? Sono ca­paci di litigare più che mai! (Pausa) Ah! certo... me­glio questo che... (Pausa) Sì, bisogna augurarselo. E poi starò attenta a non lasciarli soli. (Pausa) No? crede? (Pausa) Va bene! E' un'ottima idea. Non suoni, bussi. Aspetteremo nel mio salottino la fine della conversazione e se grideranno troppo forte... (Pausa) Sta bene... sta bene... Esatto. D'accordo! (Pain entra dalla destra) Arrivederci!

Pain                               - Chi è?

Elisabetta                      - (con emozione) E' Giovanna.

Pain                               - (c. s.) Giovanna?

Elisabetta                      - Sì, Giovanna. Mi dice che Enrico è venuto a trovarti! E' per strada. Può arrivare da un momento all'altro. Vedi che ho avuto ragione di andar da loro l'altro ieri. Giovanna non c'era; ma il risultato della mia visita è evidente.

Pain                               - (con emozione mista a rincrescimento) Pe­rò, è Enrico che fa il primo passo.

Elisabetta                      - Ebbene, tu lo desideravi, no? Ma, attenzione! Enrico non agisce precisamente nel sen­so che tu credi. Nervoso, impaziente, egli ha bru­scamente deciso di avere delle spiegazioni con te... vuole andare in fondo alla questione. Naturalmente si può anche sperare che...

Pain                               - (interrompendola, con fermezza) Ha ragio­ne. E sono a sua disposizione. Sono tre giorni che ho voglia di farlo io.

Elisabetta                      - Di far che cosa?

Pain                               - Di andar a trovare Enrico, di andare in. fondo alla questione, di...

Elisabetta                      - Se è così, è proprio un peccato che tu non l'abbia fatto.

Pain                               - Se non l'ho fatto, è colpa tua!

Elisabetta                      - Colpa mia? Questa poi!

Pain                               - Sai benissimo che se soltanto avessi accen­nato di voler andare da Enrico, tu avresti protestato chissà in quale maniera! Ti avrei fatto compassione! Basta, invece, che Enrico prenda lui l'iniziativa di farlo, perché tu rimpianga che non sia stato io a prenderla prima di lui!

Elisabetta                      - Un momento. Prima di tutto, tu, te ne dispiaci più di me, e poi, se fossi andato tu da Enrico, non ti saresti certamente comportato come lo farà lui.

Pain                               - Staremo a vedere come lui si comporterà.

Elisabetta                      - In ogni caso, ci auguriamo una cosa sola, Giovanna ed io: che non ricominciate la sce­nata dell'altro giorno!

Pain                               - Giovanna ti ha detto questo?

Elisabetta                      - Ce lo siamo detti insieme. La ricon­ciliazione può e deve farsi oggi. Sii padrone di te, caro, te ne prego! Sii fermo e calmo! (Pain batte colpetti sul tavolo, l'aria volutamente distratta) I tuoi argomenti avranno molto più peso se saranno misu­rati e se adotterai una certa bonarietà. Ammetti che sei stato un po' impetuoso l'altro giorno, però stai fermo sulle tue lagnanze. Mi raccomando, non umi­liarti! Non prendere quell'aria avvilita che hai qual­che volta. (Ella imita l'aria avvilita): « Sono stato un po' impetuoso l'altro giorno». No (disinvolta):  « Sono stato un po' impulsivo l'altro giorno, ecco tutto, insomma». Mi ascolti!

Pain                               - (dominandosi) Sì.

Elisabetta                      - Insomma sai che Enrico è in gamba! Sta' in guardia! Non lasciarti né impressionare né sedurre. Evita anche che la discussione svii o si pro­lunghi indefinitamente. Siccome in fondo, non ser­virà ad altro che a sfogarvi entrambi, a un certo mo­mento, dovrai tagliare corto. Tu dici a Enrico: « Senti, caro, ci fermiamo qui. Facciamo la pace, par­liamo d'altro; parliamo dei nostri figliuoli, parlia­mo... ».

Pain                               - (continuando) Parliamo delle nostre mogli, se avessi ascoltato i consigli della mia, caro il mio Enrico, ecco quello che ti avrei detto...

Elisabetta                      - (offesa) Come sei spiritoso... Se li avessi sempre seguiti i consigli di tua moglie... (Bru­sca) Sta bene, mio caro, non dirò più niente.

Pain                               - (faceto) Ma sì, ma sì, me ne dirai ancora...

Elisabetta                      - No. (Pausa) Il tuo orgoglio ti pen­derà.

Pain                               - Tutto quello che in me si oppone ai tuoi piccoli concetti, lo chiami il mio orgoglio. (Un lun­go silenzio durante il quale Pain va ad appartare davanti alla finestra chiusa, mentre Elisabetta di­spone in modo ostensibile disegni e piani sul ta­volo di Andrea).

Elisabetta                      - Mi permetti ancora una parola, Gabriele?

Pain                               - (voltandosi) Prego.

Elisabetta                      - Non urlerai, vero? Con questo non faccio altro che darti il mio umile parere.

Pain                               - Dai pure!

Elisabetta                      - Al tuo posto, io, eviterei che la con­versazione si fermasse troppo a lungo, per oggi, sull'affare del casinò.

Pain                               - Come?

Elisabetta                      - Ne parlerete senz'altro. Però, biso­gnerebbe che fosse in un modo vago... e solo perché è stato causa del conflitto.

Pain                               - Ben inteso.

Elisabetta                      - E senza che nessuna soluzione intervenga ancora. (Pain si agita) Fra qualche giorno, in piena distensione, bisogna augurarsi che tutto si accomodi. Lascerai Enrico fare gli approcci, ti farai un po' pregare...

Pain                               - (scattando) Non ci ritorneremo sopra. Te l'ho detto e te lo ripeto, non farò quel casinò! Per un cumulo di ragioni...

Elisabetta                      - (le mani giunte e contenendosi) Sta] bene, caro! Non ho detto nulla, non ho detto nulla. Tutt'al più mi sono lasciata andare a parlare troppo.

Pain                               - Troppo presto o troppo tardi, parlerai sem­pre inutilmente su questo argomento. Non farò il casinò.

Elisabetta                      - Non farai il casinò. (Si sente suo­nare).

Pain                               - Suonano. Deve essere Enrico.

Elisabetta                      - (turbata) Sì. Lo farò entrare qui. Dimmi, Gabriele, non credi che sarebbe meglio che rimanessi con voi?

Pain                               - Ah! no, no.

Elisabetta                      - La discussione sarebbe per forza più...

Pain                               - (interrompendola con impazienza) No, Eli­sabetta, lasciaci soli, te ne prego.

Elisabetta                      - Va bene, va bene!

Pain                               - Vagli incontro, intanto... (Elisabetta esce dalla destra. Pain rimane solo, appoggiato al suo tavolo, di fronte al pubblico, lo sguardo rivolto alla porta. Poi si mette a camminare) Cosa mai gli sta raccontando? (Si ferma, ascolta un istante, poi cam­mina risoluta-mente verso la porta di sinistra coinè per andare egli stesso incontro ad Enrico. Prima che raggiunga la porta, questa si apre ed Enrico entra).

Elisabetta                      - (sulla soglia della porta) Ecco, vi lascio. (Chiude la porta. Al principio di questa sce­na, % due amici esprimono una premura un po' gof­fa, una emozione contenuta, una gravità che con­trasta con i loro discorsi. Progressivamente ritro­vano il tono di familiarità che è loro abituale).

Dumas                           - Buon giorno, Gabriele.

Pain                               - (mano tesa) Buon giorno, vecchio mio. (Stretta di matto).

Dumas                           - Non disturbo? Non devi uscire?

Pain                               - No, in un certo qual modo sono atteso a Vaugirard, ma è preferibile che ci vada domattina.

Dumas                           - Non sono io che...

Pain                               - Affatto, affatto.

Dumas                           - Toh, ci sono passato ieri a Vaugirard. Ho visto la tua casa. Sono andati ben avanti in un mese!

Pain                               - Sì. (Porgendo l'astuccio delle sigarette) Una sigaretta?

Dumas                           - (prendendone una) Grazie. Insomma, è finita questa casa. (Pain cerca i fiammiferi) Non cercare, ecco! (Accende a Pain).

Pain                               - Ci si potrebbe abitare fra due mesi, se i lattemieli e i pittori facessero un po' più in fretta.

Dumas                           - Ad ogni modo è una bella casa, sai!

Pain                               - Ah, ti piace? Ma siediti!

Dumas                           - Non si notano nemmeno i sette piani. Si nota solo un bel blocco puro, reso sontuoso e come alleggerito da due fasce. Sulla pianta non mi ero reso conto affatto dell'utilità di queste fasce e non capivo quanta abilità occorresse per determi­nare il loro posto, la loro larghezza, il loro rilievo.

Pain                               - (commosso) Infine, ti sembra riuscito?

Dumas                           - Ottimamente.

Pain                               - Non ti sembra troppo spoglio, troppo freddo?

Dumas                           - Per nulla. Anzi, c'è una grazia manifesta che sprigiona da non so che, forse dalle sole propor­zioni. Nulla in comune con questi pezzi di sapone che fanno adesso i nostri bravi colleghi.

Pain                               - Quello che mi dici mi fa tanto piacere. (Un silenzio).

Dumas                           - Ah, a proposito degli altri, ecco perché sono venuto: Giovanna mi ha comunicato le tue informazioni circa Lamelle. Ti ringrazio. Ci man­cava, poco...

Pain                               - (interrompendolo) Non conoscevi Lamelle?

Dumas                           - Personalmente, no. Però ho visto che ha fatto delle case con una certa abilità.

Pain                               - (interrompendolo vivacemente) Parliamone. Ti ricordi l'affare del Palazzo delle Feste?

Dumas                           - Vagamente.

Pain                               - Ebbene, era lui, Lamelle!

Dumas                           - Ah!

Pain                               - Era d'accordo con l'impresa generale Cyrille e C.; era d'accordo col relatore della commis­sione. I preventivi erano maggiorati d'un, terzo. Mangiava e faceva mangiare da tutte le parti. Po­trei farti conoscere due impresari che ha ricattati e uno che non se l'è lasciata fare. D'altronde, ha avu­to tutta'una serie di belle storie il signor Lamelle. L'hai visto?

Dumas                           - Sì, e avevamo già fissato un giorno per fare assieme il viaggio a Sainte Fanny-les-Bains. Nell'intervallo, Giovanna è venuta a trovarti, e...

Pain                               - (interrompendolo, confidenziale) Senti, En­rico, a proposito di questa visita di Giovanna, lo sai che non ho detto nulla a Elisabetta... perché...

Dumas                           - (complice) Lo so. Giovanna mi ha av­vertito.

Pain                               - (impacciato) Capisci... io...

Dumas                           - (vivacemente) Sì, sì... Dunque ora, ec­co: ho bisogno di consultarti. Mi sono sganciato svelto svelto da Lamelle. Tu hai segnalato i fra­telli Plantin, Bayet, Pontcharreau...

Pain                               - Sì. I fratelli Plantin.

Dumas                           - (interrompendolo) Di Bayet, non parlia­mone. E' intimamente legato al podestà di Sainte Fanny. In questo affare, Bayet sarebbe la creatura della giunta municipale. Ora, la giunta vorrebbe delle cose impossibili e deplorevoli. Sarebbe troppo lungo spiegarti.

Pain                               - Come mai la giunta non ti ha imposto Bayet?

Dumas                           - Ha provato. Ma ho obiettato che la mia società aveva il suo architetto, e in quel momento, avrei giurato che ne aveva uno. (Pausa. Pain guar­da in su) Siccome forniamo noi i capitali, senza i quali nulla si può realizzare, il sindaco non ha insi­stito.

Pain                               - (nervoso) Ebbene, ci sono i fratelli Plan­tin: gente molto qualificata.

Dumas                           - Infatti, ci sarebbero i Plantin. Tuttavia, ecco...

Pain                               - Che cosa?

Dumas                           - Siccome hanno saputo per primi ciò che volevo fare a Sainte Fanny-les-Bains, tre settimane fa sono venuti ad offrirmi la loro collaborazione. Sono gente intraprendente. Li ho ringraziati molto gentilmente, dichiarando che il mio 'migliore amico si chiamava Gabriele Pain. Oh, hanno capito benis­simo. Anzi, hanno avuto il buon gusto di lodare i tuoi meriti.

Pain                               - Avresti potuto mettermi al corrente della loro offerta.

Dumas                           - (con tono melanconico) Perché? (Pau­sa) Te n'avrei parlato presto o tardi, per caso, forse mercoledì scorso, se... In ogni caso, puoi credere che non lo farei oggi, se non fosse per spiegarti il mio imbarazzo. (Pausa).

Pain                               - (con una certa commozione nella voce) Eb­bene, se i fratelli Plantin sono già venuti, ragione di più per chiamarli. Puoi dire che il tuo amico Gabriele Pain... (Cerca).

Dumas                           - (continuando) ...è partito per la caccia delle zebre o delle foche; o per restaurare la Grande Muraglia della Cina. O semplicemente che il so­prannominato Gabriele Pain abbandona l'affare di Sainte Fanny-les-Bains in seguito ad un dissidio con uno dei più importanti accomandatari. Sì, caro, in un primo tempo avevo deciso di rivolgermi ai Plantin. Ma ripensandoci, ho rinunciato. Capirai bene che se andassi a cercarli adesso penserebbero senz'altro, nonostante tutte le mie storie, che hai presentato un progetto che non è piaciuto, al quale abbiamo rinunciato.

Pain                               - Non è detto!

Dumas                           - Una volta introdotti nell'affare, non penserebbero che ad una sola cosa: la loro riuscita dopo la tua disfatta. Si monterebbero la testa, se ne vanterebbero presso chiunque, perché mi sembra che hanno sviluppato il senso della pubblicità, que­sti signori!

Pain                               - (con tono che smentisce le parole) Mi sa­rebbe indifferente.

Dumas                           - Non lo credo. In ogni modo, a me, non sarebbe indifferente. (Con una commozione che non può contenere) Anzi, sarebbe intollerabile per me, capisci Gabriele?

Pain                               - Capisco...

Dumas                           - (riprendendosi) Ah, se non avessi fatto il tuo nome, tutto andrebbe liscio. Ma lo sanno, come Bayet lo sa, Bayet ed altri, conoscenti, amici. Poiché sono quasi il padrone di questa impresa, ap­pena si accorgeranno che c'è un altro architetto al tuo posto, non immagineranno certo i motivi veri di questo cambiamento: d'altronde sono inverosi­mili; farò la figura d'averti piantato. Carino! Concluderanno che abbiamo litigato o che ti ho sacri­ficato a qualche compromesso. Non ho pensato su­bito a questa conseguenza, ma ha colpito Giovanna e tutti e due stentiamo a rassegnarci. Te lo confesso proprio.

Pain                               - (commosso, posando le mani sulle spalle ài Dumas) Enrico mio caro, lo vedranno bene che non siamo arrabbiati. Non lo siamo, infatti. Mi è bastato vederti entrare qui per rendermene conto.

Dumas                           - (amaro) Supponiamo che ci siamo im­maginati di esserlo.

Pain                               - Ottima idea. Toh, prendi una sigaretta. (Pausa mentre ambedue accendono una sigaretta).

Dumas                           - C'è una cosa sola che desidero chiarire. Ti sei lamentato che ho disposto di te; è vero, l'avevo fatto. Ma questa volta, per l'appunto, non tanto per procurarti un affare, per «obbligarti», per farti profittare, tuo malgrado, salvaguardia perso­nale. Avevo disposto di te per me, capisci, molto più che per te. Avevo un urgente bisogno della tua partecipazione, del tuo aiuto, Gabriele. M'impegno in una partita seria. Sono circondato da trafficanti, lo sai fin troppo, e colui che hai visto in casa mia è il meno pericoloso. Mi sono trovato nella necessità di accettare dei contratti pieni di insidie. Cerche­ranno di interrompere i lavori, di tirarli per le lun­ghe; sono previsti dei termini di disdetta. Ho biso­gno che l'architetto di Sainte Fanny sia dalla mia parte e diffidi anche per me.

Pain                               - Non me Io potevi dire prima?

Dumas                           - Cosa vuoi, sono fatto così! Quando mi capita di prevedere delle difficoltà, ne parlo solo al momento in cui esse si presentano, e solo se è indi­spensabile per superarle. Per quel che riguarda Sainte Fanny, non ho nemmeno messo Giovanna al corrente. Il nostro dissenso ha già suscitato abba­stanza emozioni in casa mia. Non ho voluto aggiun­gere ad esse alcuna altra preoccupazione, soprat­tutto dopo i giudizi simpatici che hai espresso sui miei affari.

Pain                               - Enrico, sai benissimo - e anche Giovanna -quello che si deve prendere e lasciare; soprattutto lasciare di questi giudizi.

Dumas                           - Però, bisogna prenderne, vero? Bisogna prenderne l'essenziale.

Pain                               - Caro, è la presenza di Bourdin-Lacotte che mi ha esasperato.

Dumas                           - Non avrei dovuto invitarlo, d'accordo. Non avrei dovuto farlo per te, per riguardo verso di te.

Pain                               - Ma per te stesso, ecco!

Dumas                           - Per me? Non sono così formalista io, e non mi faccio nessuno scrupolo di ricevere Bour­din-Lacotte in casa mia, se i miei affari lo esigono, Sarebbe grave solo se io cessassi di giudicare e di­sprezzare la gente della sua specie.

Pain                               - Li disprezzi, ma tuttavia sei legato a loro; è per lo meno sconcertante.

Dumas                           - Sono legato ad individui di tutte le specie... dalla migliore alla peggiore! Senti, Gabrie­le: si può rispondere delle proprie amicizie, delle proprie simpatie, delle proprie opinioni, ma non si possono scegliere le proprie relazioni d'affari! Tu, scegli i tuoi clienti?

Pain                               - No, sono loro che mi scelgono. (Pausa).

Dumas                           - (sospirando) Già, dimenticavo che per te, è diverso Tu... è vero...

Pain                               - (sussultando) Ah, sì, sono un « artista », un «creatore»? Vero? è così? Ricordi ciò che ti ho spifferato mercoledì: non hai un mestiere! Enrico, non mi vorrai far credere che hai preso sul serio /un paradosso tale!

Dumas                           - Chiamalo paradosso!

Pain                               - Ma certo! Tu lo sai benissimo che Pain scatenato cade a capofitto nel paradosso. Ricordati quando sostenni che la tua attività non era altro che una forma di ozio! L'indomani, ne ho riso io stesso. Me ne rendo conto, dopo... Ah, caro mio, se c'è una cosa che salta agli occhi, è precisamente questa che il tipo del «creatore», dell'innovatore, del costruttore, sei tu, non io!

Dumas                           - Ma andiamo!

Pain                               - Ma sì, certo. Lo dicevo a Giovanna avanti ieri e non le scoprivo nulla di nuovo, te lo assicuro.

Dumas                           - (piacevolmente sorpreso) Davvero hai detto questo a Giovanna?

Pain                               - Tu non sei né un esecutore né uno spe­cialista, ma tu metteresti in piedi qualunque cosa: una città, un bilancio, un prestito, un'impresa di trasporti nel deserto.

Dumas                           - (sereno) Perbacco!

Pain                               - Sei fatto per realizzare, organizzare, diri­gere. Hai le doti del capo. Non ho conosciuto nes­suno che sappia con la tua sicurezza, qual è il mi­gliore partito che si può ricavare da tutto e da ognuno. Tu sai valutare esattamente ogni idea, anche le tue. Se fai degli affari, li fai non per il denaro ma come artista, per il piacere di verificare le tue previsioni, di esercitare il tuo potere, la tua immaginazione.

Dumas                           - Beh, non dico di no, ma mi confondi lo stesso.

Pain                               - Tuttavia, e mi devi capire, ciò che mi delude è l'ambiente che circonda la tua attività, è di vederti alle prese con tutta questa genia d'af­faristi, civettare con tanti profittatori. Preferirei vederti in piena giungla, con un bel terreno da dissodare o anche su una nave in balia delle onde. Sarebbe più degno di te.

Dumas                           - (dopo un silenzio) Sì. Anch'io prefe­rirei. Ma non credo di poter scegliere. Sono istin­tivamente portato là dove posso rendere di più. Anche tu. Volenti o nolenti siamo solidali con la nostra epoca, siamo al servizio della società, faccia­mo parte d'una squadra.

Pain                               - Se lo vogliamo.

Dumas                           - (sottolineando le parole) Se vogliamo esistere. Se non posso sopportare certe promiscuità e certi odori non mi rimane altro che abbandonare il mio posto.

Pain                               - O cambiarlo.

Dumas                           - Non dipende da me che il terreno sia da dissodare.

Pain                               - C'è sempre da dissodare.

Dumas                           - Non dipende da me che l'atmosfera sia pura.

Pain                               - Chi lo sa!

Dumas                           - Colla scusa che organizzerei il salva­taggio meglio di chiunque, non posso augurare che la nave stia per essere sommersa! Allora? Su questa nave per il momento destinata unicamente agli odori di cucina e all'orchestra del jazz, un uomo come me non ha altro da fare che andare nel salone per una partita a poker con i primi venuti e vincerli. Se questi signori sono della mia forza al poker, ti assicuro che può essere bello. (Sorriso indulgente di Pain) Cosa c'è?

Pain                               - Niente, niente.

Dumas                           - Bisogna per forza adattarsi alla squa­dra! Tu mi hai detto un giorno che sognavi di costruire in piena campagna, un « Palazzo dei Bimbi in vacanza».

Pain                               - Sì.

Dumas                           - Un giorno, forse, lo costruiremo, amico mio, ma per il momento non è questo che ti chiede la squadra. Essa ti chiede innanzi tutto succursali di banche, dancing, bische. E tu li fai, li fai con amore! Sei architetto: architettura innanzi tutto!

Pain                               - Certo.

Dumas                           - Credi, per esempio, che se tu avessi fatto il casinò di Sainte Fanny...

Pain                               - (interrompendolo) Come, se l'avessi fatto? Ma lo sai bene che lo faccio!

Dumas                           - Tu fai il casinò di Sainte Fanny?

Pain                               - (scontroso) Ma certo, andiamo. Dopo quello che mi hai detto, va da sé.

Dumas                           - (esultando) O vecchio papà Pain!

Pain                               - Dal momento che... siamo impegnati fin a jquesto punto... e (che tu hai bisogno di me...

Dumas                           - (c. s.) Vecchio simpaticone di papà Pain! Mi fai un piacere enorme. Ci credi?

Pain                               - Va bene, va bene, basta!

Dumas                           - (proseguendo) Non solo in ragione della posizione assurda, umiliante in cui mi met­teva il tuo rifiuto, di fronte a me stesso ed agli altri.

Pain                               - (con una manata sulla spalla di Dumas) Basta, basta così. Dunque, dicevi?

Dumas                           - Cosa dicevo?

Pain                               - Che se facessi il casinò...

Dumas                           - E sì, perbacco, che se tu facessi il casinò sarebbe una gran bella cosa...

Pain                               - Bella quanto la tua partita di poker!

Dumas                           - (ridendo) Nel suo genere, sì.

Pain                               - Sia detto fra di noi, furbacchione, con la tua parabola della nave, non mi hai convinto affatto che si debba ammettere alla propria tavola il primo furfante che capita, anche se si tratta d'una tavola da poker.

Dumas                           - Credi che non ne sia convinto anch'io'? Soltanto sono un po' più socievole di te, ecco tutto.

Pain                               - Siamo tutti troppo socievoli. Questa epoca è di una compiacenza!

Dumas                           - Sì. E ti confesserò in gran segreto, eccelso Pain, che i tuoi rimproveri a questo propo­sito mi avevano reso inquieto in questi ultimi giorni, non soltanto con te, ma anche con me stesso...

Pain                               - (commosso) Tanto meglio, tanto meglio... E io, in questi giorni ho preso la tua difesa.

Dumas                           - Contro chi?

Pain                               - Oh, non contro di te! contro di me! Non la finivo più di esaltare i tuoi meriti e ripetermi le villanie che ti avevo detto.

Dumas                           - Bestione!

Pain                               - Insomma, vedi, tutto il male è venuto per­ché mi sono sfogato davanti a tutti, mogli e figliuoli.

Dumas                           - (approvando) Ecco, precisamente, caro!

Pain                               - D'altronde, se fossimo stati soli, la discus­sione non avrebbe preso questa piega. Non mi avresti stuzzicato per divertire gli altri.

Dumas                           - E' vero.

Pain                               - Soprattutto le parole non avrebbero avuto lo stesso senso, lo stesso valore offensivo.

Dumas                           - Caro mio, non dovremmo mai discutere in presenza delle nostre mogli. Andrea ha ra­gione, finisce sempre per degenerare in un match. E' ridicolo. Quando ho ragione non lo vuoi ammet­tere davanti a Elisabetta, perché poi ti rimprovererebbe d'aver ceduto. Quanto a me, ho questa pic­cola debolezza: di non volermi dichiarare sconfitto davanti a Giovanna: cosa ci vuoi fare?

Pain                               - Oh! ti capisco benissimo. Io stesso davanti a Giovanna...

Dumas                           - Siamo due tipetti orgogliosi, ecco!

Pain                               - Però capaci di spogliarsi di ogni specie di orgoglio non appena ci troviamo a tu per tu.

Dumas                           - (c. s.) Sono d'accordo.

Pain                               - Capaci di toglierci le maschere, noi due, vero? Capaci di sbottonarci fino all'ombelico, vecchi complici che siamo!

Dumas                           - Toh! mi fai pensare a una cosa che Giovanna mi diceva ieri; una cosa giustissima: che abbiamo per ognuno un modo diverso di essere noi stessi. Spiegava questo in modo delizioso con un paragone tratto dalla musica... Non ricordo più. Capisci, non appena ci troviamo soli, tu ed io, ognuno di noi per istinto si comporta in un certo modo che si addice all'altro, che si addice solo a lui, Ci sono, d'altronde, certe reazioni, certi sentimenti, certi ricordi che costituiscono un dominio privato nel quale ci troviamo a nostro agio inconsciamente.

Pain                               - (con emozione contenuta) A proposito di che diceva questo, Giovanna?

Dumas                           - Lo puoi ben pensare! andiamo: a pro­posito di te e di me. Ella era persuasa che se ci fossimo trovati nel nostro dominio privato, tutto si sarebbe accomodato fra noi! Infatti, è venuta a trovare Pain per rendersene conto.

Pain                               - (come a se stesso) Come ha fatto bene!... (Bussano. La porta si socchiude).

La voce di Elisabetta    - Si può?

Pain                               - (va verso la porta) Sì, no, piuttosto, no! Un minuto, Elisabetta, un minuto. (La porta si richiude. Ritornando verso Dumas, confidenziale) Che cosa le diciamo?

Dumas                           - Cosa le diciamo? Ebbene, ma... che ognuno ha riconosciuto i propri torti, io per primo! Io per primo, hai capito bene? Le farà piacere.

Pain                               - Sei molto gentile, ma, per esempio, per il casinò?

Dumas                           - Caro mio, Elisabetta sarà felice che tu lo faccia!

Pain                               - Sì, però... avevo affermato che non te ne avrei parlato.

Dumas                           - Sono io che te ne ho parlato! Sono io che ti ho chiesto di farlo per farmi un piacere. E' la pura verità!

Pain                               - Non mi hai chiesto...

Dumas                           - Come? ho gridato aiuto; sapevo bene che saresti venuto!

Pain                               - Abbracciami.

Dumas                           - Come un fratello! (Si abbracciano).

Pain                               - E abbraccerai Giovanna da parte mia.

Dumas                           - Potrai farlo da te, deve essere qui!

Pain                               - Allora è una congiura? (Corre verso h porta di sinistra, apre e chiama fortemente) Elisa­betta! Elisabetta! Giovanna!

Voci                              - (tra le quinte) Eh? eccoci (Pain ritorna vicino a Dumas. Entrano Silvetta e Andrea lascian­do la porta semichiusa. Fanno qualche passo circo­spetto, poi si fermano e osservano "Pain e Dumas).

Pain                               - (a Dumas) Come, anche loro?

Dumas                           - (scoppia in una risata) Questo poi, caro mio, era inatteso!

Andrea                          - (a Silvetta) Senti, non mi sembra che vada tanto male!

Silvetta                          - (correndo verso la porta rimasta aperta) Potete venire voi, la retroguardia! (Andrea ha /aggiunto Pain e Dumas ai quali stringe la mano).

Dumas                           - E se ti fosse sembrato che andava male?

Andrea                          - Eravamo decisi Silvetta e io ad inter­venire.

Silvetta                          - (che ha raggiunto Andrea) Andrea chiedeva bruscamente a papà la mano di sua figlia...

Dumas                           - Ancora?

Silvetta                          - (proseguendo) E io mettevo Pain-pain alla tortura: così! (Salta al collo di Pain abbraccian­dolo. Entrano Giovanna ed Elisabetta).

Pain                               - Sarei stato sconfitto! Buongiorno, Gio­vanna!

Giovanna                      - Ebbene?

Elisabetta                      - E' la pace?

Dumas                           - Lieta e senza vittoria!

Pain                               - Nemmeno l'ombra di un'ombra fra questo individuo e me! Giovanna, un abbraccio! (Pain e Giovanna si abbracciano).

Dumas                           - (a Elisabetta) Abbracciamoci!

Andrea                          - (a Silvetta) Abbracciamoci! (Come sopra).

Elisabetta                      - Possono abbracciarsi! Senza di noi, a quest'ora, sarebbero ancora a fare il broncio ognuno dalla propria parte.

Pain                               - (guardando Giovanna) Senza dubbio!

Silvetta                          - (indicando Pain e Dumas) E loro? non si sono abbracciati?

Dumas                           - E' un bel po' che l'abbiamo fatto!

Pain                               - Piccola ingenua! Volevi che aspettassimo il tuo invito?

Andrea                          - E' mezz'ora che si raccontano barzel­lette, mentre noi aspettiamo nell'angoscia!

Elisabetta                      - (ingenuamente) E' vero?

Dumas                           - Rigorosamente vero.

Giovanna                      - Delle barzellette che vi hanno por­tato ad abbracciarvi?

Pain                               - Esattamente.

Elisabetta                      - Spero però, che vi sarete spiegati una buona volta!

Silvetta                          - Infine, diteci un po' come andata?

Elisabetta                      - (a Giovanna) Lo sapremo ognuna per conto nostro.

Andrea                          - Vogliamo una versione unica!

Pain                               - Non avrete un bel nulla! Porte chiuse! Segreto!

Giovanna                      - Perfettamente. Non ci riguarda.

Andrea                          - Non osano dirci che non hanno avuto il coraggio di spiegarsi!

Elisabetta                      - Possibilissimo.

Silvetta                          - Chiederemo alla nonna di confessarli.

Dumas                           - (a Elisabetta) Sì, Elisabetta, ci siamo spiegati. Suo marito è stato d'una violenza! E' arri­vato al punto di criticare il mio « Madera » che sa­peva di tappo, e non gli è bastato che gli chiedessi perdono in ginocchio, ho dovuto promettere di portargli la testa di Bourdin-Lacotte! (Risate) E l'avrà, dovessi scolpirgliela su una castagna.

Pain                               - (a Giovanna, Silvetta e Andrea che si trovano vicino a lui) E' inesatto! Sono obbligato a confi­darvi... (Prosegue a bassa voce fra le risate).

Dumas                           - (a Elisabetta) E' vero che da parte mia... eh, eh, da parte mia...

Elisabetta                      - (confidenzialmente) Mi dica, un po', mio caro Enrico, e per il casinò?

Dumas                           - (c. s.) Precisamente: da parte mia dun­que, ho chiesto a Gabriele un grosso piacere, di recedere dal suo rifiuto. Se dovessi rinunciare alla sua collaborazione, mi troverei in un terribile im­barazzo.

Elisabetta                      - E... ha accettato?

Dumas                           - Accetterà, ne ho la ferma impressione.

Elisabetta                      - Accetterà: conti su di me!

Silvetta                          - (fra le risate) No? è vero?

Pain                               - Chiedi a tuo padre. Enrico! Non è stato stipulato nel trattato di pace che restiate a cena?

Dumas                           - Aspetta, non mi ricordo molto bene...

Pain                               - Andiamo, sii sincero!

Dumas                           - Possibile, possibilissimo.

Elisabetta                      - Certo! Vi tratteniamo! Però, ragazzi miei, sarà una cena improvvisata.

Andrea                          - Non fa nulla.

Giovanna                      - Ma la nostra cena ci aspetta!

Pain                               - Telefonerò io alla vostra cuoca che può andare al cinematografo.

Dumas                           - Piuttosto le si potrebbe chiedere di ve­nire a fare il suo famoso «soufflé».

Elisabetta                      - (improvvisamente contrariata) Ma no, andiamo. Mi oppongo assolutamente.

Giovanna                      - Perché?

Pain                               - (vivacemente, con un gesto impedisce a Eli­sabetta di rispondere) Vi invito al ristorante!

Elisabetta                      - (rassicurata) Ecco!

Silvetta                          - Sì, sì!

Dumas                           - Allora, se non ceniamo qui, sono io che vi invito!

Pain                               - (alzando il tono) No, no, caro mio: nulla da fare!

Dumas                           - Staremo a vedere!

Pain                               - Sono io che vi ho invitato poco fa.

Dumas                           - Oh, non m'importa! Ora, sono io.

Pain                               - Dimmi, caro il mio Enrico, non ricomin­cerai per caso a fare il prepotente, eh?

Dumas                           - (dopo aver riflettuto, sorridendo) Hai ragione, non subito! Non dico più nulla. Sei tu che ci inviti.

Pain                               - Che cinismo!

Dumas                           - Su, telefona a casa, che risentano final­mente la tua voce!

Pain                               - (andando al telefono compone il mimerò. Ad alta voce) Mabillon 83-19.

FINE

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