Il lungo cammino degli elefanti

Il lungo cammino degli elefanti

di

Gaspare Dori



PERSONAGGI
Luigi Carlo
Marco
Elena
Carlo
Nicoletta
Loris

ATTO PRIMO


SCENA PRIMA


Una stanza apparentemente spoglia. Su tre panche in legno giacciono altrettanti bozzoli avvolti in lenzuola di identico colore: la prima panca disposta sul lato destro della scena, la seconda su quello sinistro, e la terza al centro. Sullo sfondo, verso la quinta destra, una porta blindata con una finestrella a grate, come in una cella. Le pareti sono completamente spoglie. Non c nessun altro arredo.

MARCO (disteso sulla panca di sinistra - si risveglia, si toglie il lenzuolo, tasta attorno a s in cerca di qualcosa o qualcuno): Hmm, Elisa! Elisa, dove sei? Vieni qui, dai! (Nel tentativo di abbracciarla, si sporge l dove immaginava essere una seconda piazza del letto, e cade). Ma... dove sei finita? Ahio che male! (Ancora insonnolito, cammina carponi alla ricerca di Elisa. Vede un altro giaciglio sulla panca al centro e riconosce il contorno di una figura umana sotto il lenzuolo. Gli si avvicina ed inizia ad accarezzare il corpo sotto il lenzuolo). Elisa... (Toglie il lenzuolo e scopre con sua somma sorpresa che sotto c un uomo). Aaah!

LUIGI CARLO: Ma la smetta! Un po' di contegno, insomma!

MARCO: Ma lei chi , scusi?

L.C. (con naturalezza): Beh, se non lo sa lei che mi ha rapito (si alza)

MARCO (sorpreso): Come rapito?

L.C.: S, senta, tagliamo corto eh, che non ho tempo da buttar via in chiacchiere, mi faccia parlare subito col suo capo.

MARCO: Quale capo?

L.C.: Ah, andiamo bene, non mi dica che questo rapimento se l congegnato tutto da solo, perch non ci credo ma dove mi ha portato? E curioso, come nascondiglio, questo! Beh, in fin dei conti non mi posso lamentare, almeno qui non c puzzo di pecore

MARCO (sempre pi stralunato): Pecore?

L.C.: Ma lei deve ripetere a pappagallo tutto quello che dico? E scritto nel suo contratto di lavoro? Di chi dipendente lei, della mafia, della ndrangheta...? Senta, mi comincio ad impazientire, mi dica solo quanto.

MARCO: Quanto cosa?

L.C.: Senta, mi tolga una curiosit, ma nella vostra organizzazione si fa un minimo di selezione prima di far entrare qualcuno? I suoi capi avrebbero bisogno di un bravo direttore del personale, mi dia retta Va b, ho capito, non mi vuole dire niente, invier una comunicazione ai miei cari tramite il solito giornale scelto a caso almeno fate presto, che fra tre giorni devo firmare un contratto importante col Sultano del Brunei una fornitura per un anno intero maledizione! Nelle mani di questa banda di incompetenti dovevo finire proprio ora! 

Marco completamente inebetito.

L.C.: Mi dica una cosa, in confidenza nelle altre occasioni, dico gli anni scorsi nessun rapitore si mai fatto vedere a faccia scoperta, cos non che mi farete del male eh perch guardi che io sono molto pi influente di quanto non possa immaginare. Non le conviene, non vi conviene. Mi stia a bene a sentire, giovane: lei deve essere senzaltro un novellino di questo tipo di operazioni, mentre io sono diciamo un veterano, e non lo dico per vantarmi. Guardi, guardi questa cicatrice, me la fecero in Barbagia cinque anni fa a proposito, ma lei non sardo?

MARCO: No, perch?

L.C.: Siciliano?

MARCO: No.

L.C.: Calabrese? Campano?

MARCO: No, noo

L.C.: Pugliese, per caso?

MARCO: Nooo

L.C.: Ma insomma, si pu sapere da dove viene?

MARCO: Da Roma.

L.C.: Uhm, Roma, la citt eterna (lo scruta) non sar mica della Banda della Magliana?

MARCO: Ma quale Banda della Magliana?

L.C. (ha un sussulto): Un indipendente! Lei vuole farmi credere di essere un indipendente! E cos sarebbe riuscito a superare i miei cavalli di frisia ad alta tensione, ad addomesticare i miei ferocissimi dobermann, a neutralizzare prima le guardie del muro di cinta e poi i miei gorilla personali, che dormono nella stanza accanto alla mia, a clorformizzarmi, perch lei mi ha anche cloroformizzato tutto da solo?

MARCO: Macch

L.C.: Eh, lo dicevo io, fuori i complici!

MARCO: Ma quali complici, mi lasci in pace

L.C.: Eh no non la lascer in pace fino a quando non me li avr chiamati, e prima di tutti il capo io non tratto con la teppaglia, non dopo trentanni di attivit.

MARCO: Io non la conosco, lo vuole capire s o no?

L.C.: E certo, ha agito su commissione cominciate a esternalizzare anche voi, eh? Tutto fuori dallazienda, manodopera costo zero, eh s, outsourcing! No, eh, linglese lei non lo parla. No (riflettendo) esternalizzate anche voi, insomma. Beh, indubbiamente conviene, c un abbattimento netto dei costi per, proprio un subappaltatore mi doveva capitare, che vergogna, che vergogna essere rapito da un subappaltatore, magari senza nessuna esperienza!

MARCO: Insomma, si vuole mettere in testa che io non lho rapita?

L.C. (sorpreso, sembra non voler prestare ascolto alle parole di Marco): Cosa sta dicendo?

MARCO: Io non ho rapito nessuno mi sono risvegliato qui da poco anchio 

L.C.: Come sarebbe a dire che si risvegliato da poco? Anche lei ha dormito qui?

MARCO: S.

L.C.: E si appena risvegliato.

MARCO: S.

L.C.: Quindi non c venuto, ce lhanno portato

MARCO: S.

L.C.: Ma allora hanno rapito anche lei! Che stupido, dovevo capirlo subito che lei non aveva la stoffa del rapitore, troppo vabb, adesso bisogna fare una cosa sola: cerchiamo di comunicare con la banda.

MARCO: Un attimo, aspetti un attimo. Come rapiti? Io mi trovavo ieri sera a letto con la mia Elisa, eravamo tornati un po' ubriachi dalla festa per il mio compleanno e ci siamo buttati subito a letto, senza nemmeno spogliarci, per quanto eravamo cotti questo tutto quello che so, poi mi sveglio e mi trovo qui

L.C.: E in casa non cera nessun altro, oltre la sua Elisa.

MARCO: No, chi vuole che ci fosse?

L.C.: La sua Elisa non stata rapita insieme a lei.

MARCO: Ma non lo so, non lo so, non so dove si trovi, non so nemmeno io dove mi trovo. Non lo so!

L.C.: Allora evidente, no?

MARCO: Evidente cosa?

L.C.: Che la sua Elisa complice dei rapitori!

MARCO: Ma quale complice, la pianti di dire sciocchezze!

L.C.: Eh amico mio, si vede che lei ancora molto giovane, non ne sa abbastanza in fatto di donne lo sa qual la prima regola che ho imparato da mio padre? Mai, dico mai fidarsi! Sono esseri diabolici, capaci di qualunque cosa per i soldi per che cosa crede che labbia sposata la sua Elisa, eh? Per la bellezza, per il fascino, per la giovent? Balle! Tutte balle, che ci fanno credere i registi di Hollywood! La donna non punta ad altro che al soldo, e quando lo ha trovato, non lo molla pi!

MARCO: Ma quali soldi? Io non ho una lira

L.C.: Prego?

MARCO: Ho detto che non ho una lira. Lavoro come bidello in una scuola elementare.

L.C.: S, ho capito, adesso ha paura di rivelarmi cose indiscrete fa bene, eh? Anchio fossi al suo posto forse farei lo stesso non si sa pi a chi poter parlare il fisco ha orecchie dappertutto... ah, ah! Sapesse quanto ho denunciato nella mia ultima dichiarazione dei redditi... ancora rido! Ma non si deve preoccupare, sa? Qui tra amici, tra colleghi mi presento: Luigi Carlo Burlan, presidente dell'associazione liberi industriali del Nord-Est.

MARCO: Piacere, Marco Galosci. Ma guardi che faccio davvero il bidello.

L.C.: Ah, ah, ah! Che simpatico! Che gran senso dellumorismo! Adesso basta con le presentazioni, eh? Andiamo a conoscere i nostri rapitori, i nostri carnefici se credono di farmi paura con i loro mezzucci (si avvicina alla porta) mi mettono un altro rapito per farmelo scambiare per un rapitore (ha un ripensamento, torna indietro verso Marco). Dica un po', ma lei sul serio un bidello? 

MARCO: S, glielho gi detto.

L.C.: To, questa poi! Non mi era mai capitata e perch avrebbero dovuto rapirla, per caso? Lei comunista?

MARCO: No.

L.C.: E un camerata?

MARCO: Camerata, per carit, no.

L.C.: Ebreo, terrorista, arabo, mormone, massone, servizi segreti?

MARCO: No, no, niente di tutto questo.

L.C.: E allora, me lo spiega perch una gang di rapitori dovrebbe decidere di rapire un ricco industriale e, allo stesso tempo, un bidello, e di metterli nella stessa stanza nella stessa cella in attesa di giudizio?

MARCO: Ma che ne so io? Io pensavo che Elisa mi avesse voluto fare uno scherzo Elisa! Eliiisaaa! (Corre alla porta sprangata ed inizia a bussare urlando) Elisaaaaaaa! Aiuutoooooooo!

Risvegliata dalle grida, una terza figura umana, distesa sulla panca di sinistra, si toglie il lenzuolo, ed inizia a riprendere lentamente conoscenza. E una donna, intorno ai trentanni di et, capelli castani, magra, pallida, il trucco sfatto.

L.C.: Eccola la sua Elisa.

MARCO (verso la donna): Ma quella non Elisa!

ELENA (vedendo i due uomini nella stanza a lei sconosciuta): Aaaaaaah! Non mi toccate! Che volete da me? (Si mette seduta, con le ginocchia serrate contro il petto e le mani sulle orecchie). Aiutoooo! Non mi toccate, non mi toccate, schifosi!

L.C.: Ehi signora cara, iniziamo a moderare il linguaggio eh? Qui siamo in presenza di gentiluomini!

ELENA (avendo le mani premute sulle orecchie non sente quello che dice Luigi Carlo): Bastardi, bastardi, che volete da me, non mi toccate, non mi toccate, non mi toccate!

Luigi Carlo cerca di calmarla togliendole la mano dallorecchio e parlandole, ma si becca un calcio nello stomaco. Pur dolorante torna alla carica e stavolta riesce a vincere la sua resistenza e a parlarle.

L.C.: Non-sia-mo-ra-pi-to-ri-non-vo-glia-mo-vio-len-tar-la!

ELENA (leggermente pi rilassata, ma al tempo stesso sorpresa): Ah no? Non siete dei violentatori?

L.C.: Signora, mi guardi bene, ho laspetto di uno che va in giro a violentare le donne del prossimo?

ELENA: No, effettivamente no 

L.C.: Ci credo bene, con quello che mi costato questabito quattromila euro lho pagato stai a vedere che mi prendono pure per un bandito torno dal sarto e gli faccio ingoiare forbici, rocchetto e quaranta metri di filo!

ELENA: Allora, lei chi ?

L.C.: Lasci che mi presenti, madame (con fare sussieguoso): Luigi Carlo Burlan, imprenditore padano.

ELENA (sempre pi esterrefatta): Ah s, e dove siamo, e dov mia sorella?

L.C.: Ah, ci risiamo! Mi avete preso per unagenzia persone scomparse? E che vuole che ne sappia io?

ELENA (voltandosi in direzione di Marco, sempre intento a cercare di vedere qualcosa al di l della grata): E lui chi ?

L.C.: Chi? Quello? Mah un povero cristo certamente non un bandito, guardi, troppo fragilino 

MARCO: Non si vede niente, tutto buio eppure, dovrebbe essere mattino o no? 

ELENA: Ma voi da quanto tempo siete qui dentro? E che cos questo posto?

L.C.: Guardi, signora, dirle precisamente da quanto tempo dormo in questa topaia non mi possibile, visto anche il grave stato confusionale in cui mi trovo so solo che una ventina di minuti fa questo giovane ha cominciato a massaggiarmi sotto il lenzuolo, e tocca e tocca mi sono svegliato!

MARCO (avvicinandosi verso il centro della scena passa vicino a Elena): Pensavo che sotto il lenzuolo ci fosse

ELENA: Aaaah! Non mi tocchi! Non mi tocchi!

MARCO: Ma chi la tocca? Ma insomma, ma chi questa (rivolto a L.C.)?

L.C.: Boh!

ELENA (nel frattempo, corsa anche lei alla porta): Fateci uscire! Fateci uscireee! Apriiteee! Apriteeee!

L.C.: Cara signora, non basta la parolina magica per far aprire la porta, mica siamo nella favola di Al Bab! E chiaro che se quella porta chiusa, e noi siamo qui dentro, nessuno ha intenzione di aprirla.

MARCO: Che cosa sta dicendo?

L.C.: E semplice, ragazzo mio, tutto lampante come la luce del sole! Qui siamo in presenza di un triplice rapimento. Non ci resta che cercare di comunicare con i nostri amici e capire quali sono le loro condizioni, senza lasciarci prendere da facili isterismi, eh signora? Che qui siamo tutti nella stessa barca... (guardando Marco) o quasi; insomma, potrebbero chiedere un riscatto unico, per la signora, per me, e per lei un bidello! Rapire un bidello! Che tempi! Che tempi!

ELENA (sempre vicina alla porta): Come, rapiti? Ma perch? Perch noi? Perch io? Non voglio! Voglio uscire! Voglio uscireee!

L.C.: E no, signora, non ricominciamo, eh? Ho detto: niente crisi isteriche non servono a nulla, cos consuma solo pi ossigeno, e potremmo averne bisogno, dellossigeno

ELENA: Come, dellossigeno?

L.C.: Signora, venga qui, con calma, che le spiego daccapo come stanno le cose, venga!

ELENA: Non mi tocchi!

L.C.: Non la tocco, stia tranquilla! Ma una fissazione la sua! Che, in mezzo alla strada gira in armatura? Perch se la toccano tanto quanto lei dice mah! Venga, si sieda

ELENA: Non

L.C.: mi tocchi! S, ho capito, calma eh, si sieda da sola qui (va verso Marco, sottovoce) questa qui non regge, non ce la fa, non abituata alla tensione

MARCO: E perch, io sono abituato?

L.C.: Lei? (Guardandolo con disprezzo) S effettivamente (Torna verso Elena) Allora, signora mia, ricominciamo: che mestiere fa, non mi dica che fa la lavapiatti?

ELENA: No, sono una psicologa.

L.C.: Ah, ecco, cominciamo a ragionare. (A Marco) E evidente, a questo punto, che lintruso qui lei! Molto lieto, Luigi Carlo Burlan, imprenditore padano.

ELENA: Elena Malfatti, piacere.

L.C.: Mi dica, dottoressa Malfatti, lei deve essere una psicanalista di fama convegni, studio privato, una lista clienti zeppa di gente importante

ELENA: No, non faccio attivit privata. Lavoro al consultorio: assisto i tossicodipendenti.

L.C.: Eh no! Qui c qualcosa che non va! Ha detto consultorio?

ELENA: S.

L.C.: Assiste i tossicodipendenti?

ELENA: S.

L.C.: Niente studio privato?

ELENA: No.

L.C.: Niente convegni?

ELENA: No.

L.C.: Niente lista clienti?

ELENA: No, le ho detto di no, quante volte glielo devo ripetere!

L.C.: E no, perdiana, qui mi si inganna ancora una volta! Vorreste farmi credere che, oltre a me, vengono rapiti un bidello ed uninfermierina da consultorio?

ELENA: Psicologa, prego.

L.C.: E uguale, non ha una lira lo stesso. (Guardandoli entrambi ad intermittenza, con frequenza sempre maggiore) Vi siete messi daccordo! Siete due attori, eh? Volevate farmici cascare, eh? Chi sono i vostri complici?

MARCO: Eccolo che ricomincia.

L.C.: Tu parlerai solo quando sarai interrogato, caro il mio bidello! Dove sono i vostri complici? 

MARCO: Glielho detto duecento volte, non ho nessun complice, sono qui come lei!

L.C.: Come me? Ehi, piano con le offese, eh? (Verso Elena) E tu, volevi sedurmi, eh? Ti hanno mandato perch usi le tue armi migliori? Allora forza, fammi vedere quello che sai fare!

ELENA: Non mi tocchiii! Non mi tocchiii!

L.C.: Io non ci capisco pi niente, ho la testa che mi scoppia, devo sedermi, devo sedermi, devo (sviene, Marco ed Elena si precipitano a soccorrerlo)

Buio.

SCENA SECONDA

Elena e Marco sono seduti, uno sulla panca di sinistra, laltra su quella centrale, e mangiano del pollo con le patate. Luigi Carlo ha un terzo piatto sulle gambe, lo guarda ma non lo tocca.

MARCO: Hmm per, in fin dei conti, non male avete sentito che buone le patate, sono croccanti fuori e morbide dentro. Mi ricordo che mia nonna le faceva sempre

L.C.: Ma per favore, la smetta di dire sciocchezze! Marco ammutolisce. Piuttosto (ad Elena), mi dica, erano proprio l?

ELENA (che sta mangiando con una notevole voracit): Mmm, s, erano l, in quellangolo.

L.C.: A un certo punto lei si voltata, ed erano l.

ELENA: S.

L.C.: E non era entrato nessuno.

ELENA: Mmm gi, nessuno.

L.C. (si alza e consegna a Marco il suo piatto): Tenga.

MARCO: Eh?

L.C.: Le ho detto tenga! Non penser che me ne vada in giro per la stanza tenendo un piatto in mano?

MARCO: No, per carit.

L.C. lancia unocchiataccia a Marco e va ad esplorare langolo indicato da Elena, in fondo a destra, langolo opposto a quello della porta.

MARCO: Ma non mangi cos di fretta, le viene lulcera!

ELENA: Lo so, che quando sono nervosa (guarda Marco, poi riprende a mangiare). 

L.C.: Ora vorreste farmi credere che, mentre io ero svenuto, sono comparsi dal nulla tre piatti pieni di pollo con le patate, caldi fumanti, come se fossero appena usciti da una rosticceria! No, dico, ma ci rendiamo conto di quello che stiamo dicendo? Qui (prende ad esplorare langolo) non c traccia di nessuna apertura, non c una botola, non c un montacarichi, non c assolutamente niente! Com possibile che degli oggetti entrino in questa stanza se non ce li porta qualcuno? Signora, lei proprio sicura che non sia entrato nessuno, anche per un solo istante?

ELENA: Le dico di no.

L.C.: Allora questo vuol dire una cosa sola. Siccome i nostri rapitori non sono n dei maghi n dei santi, ci deve essere un passaggio segreto da qualche parte, qui, nella parete. (Inizia a bussare ad ogni parete cercando di sentire la cavit). Insomma, fate qualcosa invece di stare l a mangiare, cercate di coprire il mio rumore, parlate, parlate!

MARCO: Parliamo? (Timido) E di che cosa parliamo?

ELENA: B, mi dica lei siamo qui, chiusi in una stanza senza finestre, prigionieri, non sappiamo nemmeno se riusciremo a rivedere i nostri cari di che vuole parlare? Del tempo, di sport, di cucina

MARCO: Lei lo sa fare il pollo cos? Che aromi usa?

ELENA (sbalordita): Il pollo? Il pollo? Ma guardi, lasci perdere, meglio

Un silenzio.

L.C.: Ma cosa fate? Parlate, parlate, non vi fermate!

ELENA: Ci prova lei a trovare un argomento di conversazione con il signore, qui? Ho trovato: parliamo di lei.

Squilla un cellulare. Il suono viene dalla borsa che era nascosta sotto il lenzuolo. Elena lo cerca. L.C. si avventa su di lei e spegne il cellulare.

L.C.: Lei una sconsiderata, una pazza! Aveva un cellulare e non ci dice niente? Ma si rende conto?

ELENA: Non sapevo di avere la borsa con me.

MARCO: La prego, mi faccia telefonare ad Elisa.

L.C.: Ma quale Elisa ed Elisa, qui bisogna avvertire la polizia! Piuttosto, cerchi di capire dove siamo.

MARCO: E come faccio?

L.C.: Ma si faccia venire in mente qualcosa! Che pretende, che chiami la polizia e dica: siamo qui, chiusi in una cella di tre metri per quattro, veniteci a prendere? Non sappiamo neppure se siamo in Italia o siamo altrove

ELENA (trasognata e malinconica): Il Per

L.C.: Come in Per? E lei come lo sa?

ELENA: Io e mia sorella dovevamo andare in Per. Si era appena laureata, la mia sorellina, e le avevo offerto un viaggio premio per la sua laurea.

L.C.: Vabb, vedo che qui ognuno pensa ai cavoli suoi. (Digita il numero.) Pronto? Pronto? Non prende, dannato cellulare! Lui e tutti i telefoni del mondo! Riprova. Il numero di mia moglie, in qualunque paese siamo, deve per forza prendere! (Un nuovo tentativo fallito.) Che disastro! Che disastro! (Continua a provare camminando nervosamente per la stanza).

MARCO (avvicinandosi ad Elena, sottovoce): Vuole sapere quello che penso?

ELENA: Prego?

MARCO: Anche secondo me non entrato nessuno, e qui non c nessun passaggio segreto. Lavremmo visto, no, anche per una sola frazione di secondo, sono sicuro che lavremmo visto.

ELENA: Ma pu essere entrato quando stavamo soccorrendo il signore svenuto, l. Eravamo tutti e due di spalle, no?

MARCO: Lei forse, io ero di tre quarti, ne sono sicuro, e poi  

ELENA: Poi cosa?

MARCO: Niente.

Un silenzio.

MARCO: Ma lei vuole davvero sentire la mia storia?

ELENA: Cosa?

MARCO: No, dico, davvero vuole che le parli di me?

L.C.: Non c campo. Non c campo. Non c campo, per tutte le barbe di commercialista!

MARCO: Che significa?

ELENA: Lasci stare, non si avveleni il cervello, con i tipi come lui non ne vale la pena.

L.C.: Ehi dico, potreste anche collaborare, invece di stare l senza fare niente! Se sto cercando una via di uscita lo faccio anche per voi... (guarda prima Elena, poi, con disgusto, Marco) s, insomma, mi sa che sono mosso da carit cristiana. (A Marco) Senta, se la polizia dovesse liberarci insieme, lei dica che stava in unaltra cella, che faceva parte di un altro rapimento. Occhei?

MARCO: Cosa?

L.C.: S, insomma che lavevano messa in unaltra cella, che faceva parte di un altro turno.

MARCO: Eh, certo, qua stiamo al villaggio vacanze! Fanno i turni, per i rapimenti 

L.C.: Mi scusi, ma a lei che gliene frega se io cerco di salvaguardare la mia immagine? Tanto, una volta libero, lei non dovr preoccuparsi di altro che di dimenticare questa brutta avventura, no?

MARCO: S, ma qui parliamo di liberazione, a me sembra che stiamo mooolto lontani. Questo posto pieno di cose strane. Per esempio, avete notato che non si sentono gli odori?

ELENA: Come sarebbe a dire?

MARCO: Io non riesco a percepire nemmeno il minimo odore persino il pollo

L.C.: Sar stato un pollo sintetico

MARCO: Normalmente gli oggetti, i vestiti, la pelle, persino le pareti, emanano degli odori. Io non sento assolutamente niente. 

ELENA: E vero.

L.C.: Signori, vi prego, non facciamoci trasportare dallemotivit. Ra-zio-na-li-zzia-mo, va bene? Ci troviamo qui dentro in tre, non ci siamo mai conosciuti, non abbiamo nulla o quasi in comune, probabilmente stata la stessa mano a portarci qui. Giusto?

ELENA e MARCO: Giusto.

L.C.: Io svengo. Mentre sono l svenuto, allimprovviso si materializzano dei polli, senza che in questa stanza ci sia la minima apertura non ci sono passaggi, siamo sigillati qui dentro. Non si sentono odori. Allimprovviso squilla il cellulare di una signora che non ricordava neppure di avere la borsa con s; il cellulare squilla ma questa stanza completamente isolata, non passano onde, non passa nulla. Come ha fatto a squillare? E chiaro!

MARCO: E chiaro?

L.C.: E chiaro che qui siamo in presenza di una cosa ben nota alla scienza psichiatrica: allucinazioni! Abbiamo solo immaginato di mangiare il pollo, di sentire il suono del cellulare, e compagnia bella! E dal momento che queste allucinazioni, se uno non ce le ha da s se le deve far venire, c solo un modo per farsele venire.

MARCO: Quale?

L.C.: Ma attraverso le droghe, amico mio, attraverso gli allucinogeni, gli acidi, le droghe sintetiche ed chiara anche unaltra cosa.

ELENA: Quale?

L.C.: Che per imbottirci di sostanze stupefacenti, e per disorientarci in questo modo, per solleticare tutti i nostri nervi e farci sentire degli idioti, avevano bisogno di qualcuno che li aiutasse, che li aiutasse dallinterno, insomma di una talpa! 

MARCO: Ma no!

L.C.: Ma s, le dico, e chi meglio di qualcuno che conosce la psiche umana e che si occupa di tossicodipendenti? (va verso Elena)

ELENA (estrae una rivoltella dalla borsetta e la punta contro L.C.): Non mi tocchi!

MARCO: Elena?

L.C.: Eh gi, proprio lei il complice dei rapitori, la guardi bene in faccia! Non ci avevo creduto neppure per un attimo alla storia della borsetta poi, a pensarci bene, io sono svenuto quando mi sono avvicinato a lei ma a me non la si fa, cara mia! 

ELENA: Invece lei non ha capito proprio niente!

L.C.: Ah s? E allora mi spiega una psicologa che ci fa con una pistola nella borsetta?

ELENA: Provi a lavorare lei in mezzo ai tossicodipendenti mattina e sera e poi me lo viene a raccontare! Guardi che ha preso un abbaglio colossale io sono qui come voi. 

MARCO: E se fossimo morti?

L.C.: Ma non diciamo baggianate, per favore! E lei, mi tolga quella rivoltella di dosso!

MARCO: No, dico sul serio, mettiamo che siamo tutti e tre morti nel sonno.

L.C.: E che da morti si mangia e si beve, si sentono i sapori? Forse da morti ci si arrabbia e ci si esaspera? La vede questa vena qui (indica la fronte), sono bello pieno di sangue, e non credo che scoppierei di salute, stessi nellaldil

Elena esplode un colpo verso il soffitto. Si staccano dei pezzi di calcinaccio. L.C. con un balzo le sopra e le strappa larma.

L.C.: Questa la prendo io.

ELENA: Faccia pure, tanto a salve, la uso solo per spaventare i malintenzionati, non sono mica una violenta, io.

L.C.: Maledetta, mi ha fatto prendere un accidenti. Comunque la pistola la tengo io, non si sa mai. Lei stia attenta, la tengo docchio sa? La tengo docchio, ne ho fatte di vedette io Mentre parla si addormenta su una panca.

Buio.


SCENA TERZA

Marco ed Elena sono seduti luno accanto allaltra sulla panca centrale. Elena mostra a Marco delle foto. Luigi Carlo dorme sulla panca di destra.

ELENA: e questa la mia sorellina.

MARCO: Carina.

ELENA: S, un amore. E la mia unica consolazione. Sai, abitiamo insieme, e quando torno a casa la sera, dopo una giornata faticosa, vedere lei come entrare in unaltra dimensione, mi fa sentire pi leggera, mi aiuta a dimenticare le brutture della nostra vita. Io me ne starei sempre nella mia stanza con i miei libri. Lei invece piena di gioia di vivere, non ha paura di niente

MARCO: Devi amarla davvero molto.

ELENA: Nacque quando avevo undici anni, unet nella quale non si sa bene se si pu ancora restare legati ai giochi dellinfanzia o se si deve correre forte, verso il mondo adulto che ci attende con tutte le promesse di unesistenza felice nacque in un giorno di aprile, cera il sole io tornavo da scuola ed ero contenta, sapevo che la mamma mi avrebbe preparato i tortellini con la panna, che mi piacevano tanto invece quando arrivai trovai mia zia ad attendermi dov mamma? le dissi non ti preoccupare, sta bene, torner presto, vieni in casa che ti ho preparato una cosa buonissima. La cosa buonissima era un minestrone, per giunta senza pasta. Io odiavo il minestrone cos larrivo di mia sorella fu segnato da una rinuncia. Ma perch ti sto raccontando tutte queste cose?

MARCO: Boh! Forse perch anchio, del resto 

ELENA: Ad ogni modo, adesso diverso, lei la mia luce, il mio riparo, il mio conforto 

MARCO: Eh gi, capisco (Un silenzio). Ti piacciono i boschi?

ELENA: S, io adoro i boschi. Prima che nascesse la mia sorellina io e i miei genitori facevamo delle grandi passeggiate nei boschi. Riconoscevo gli alberi. Adoro il leccio, lacero, e poi lodore della terra dopo la pioggia quante volte ho sognato di rotolarmi tra le foglie bagnate, e impossessarmi di quellodore ma poi non ne avevo il coraggio il piacere del contatto con la terra era meno forte della paura che avevo delle terribili reprimende di mio padre. 

MARCO: Io lho fatto.

ELENA: Cosa, hai fatto? 

MARCO: Mi sono rotolato in mezzo alle foglie bagnate di fresco. Mi toglievo i vestiti e mi piegavo poco a poco, per gustarmi di pi il momento del contatto lodore della terra saliva piano piano verso le narici fino a quando non riuscivo a trattenermi, e mi gettavo prono, a raccogliere labbraccio della natura. Avevamo una casa in collina, vicino a una pineta, ed io portavo il mio fratellino a scoprire il mondo. I miei erano tranquilli se cero io. Lui si divertiva tanto a fare pip sulle foglie, gli piaceva il rumore, faceva pip e rideva, rideva, rideva, era la gioia in persona. 

ELENA: S, va bene ma adesso? Che succeder? Parlare non ci permetter di uscire da qui, non ci far rivedere i nostri cari. Ho paura. (Dimprovviso, ha lo sguardo fisso, lespressione a met tra il malinconico ed il trasognato). Che far? Che far in questi campi

MARCO (declama, ma con estrema semplicit): Che far in questi campi? (Elena lo guarda, incredula. Lui le sorride, con aria complice). 

Che far in questi campi, 
cogliendo nidi e rami, 
circondato dallaurora
e pieno di notte il cuore!

ELENA (con stupore): Conosci Garcia Lorca?

MARCO (continuando): Che far se i tuoi occhi sono morti alla luce
e la mia carne non pu sentire
il calore dei tuoi sguardi! 

E il mio preferito. Sai, mentre i ragazzi sono a lezione, i miei colleghi giocano a carte o leggono il giornale. A me, piacciono le poesie. E sempre stato cos, fin da quando ero piccolo. Sono stato preso dal morbo 

ELENA: Hai ragione, proprio un morbo, quasi non puoi farne a meno

MARCO (continuando a declamare, ma con maggiore intimit, rivolto verso Elena): Perch ti ho perduta per sempre in quella chiara sera? 
Oggi il mio cuore arido come una stella spenta.

Elena si avvicina a Marco con la testa, sembra quasi voglia baciarlo, poi si riprende, ed assume il contegno originario.

ELENA: La poesia anche una grossa consolazione, per una che fa il lavoro che faccio io alla fine, sai strana la vita. Da adulta sono arrivata ad odiare la pioggia io ci pensi? Persino in citt avevo una ragione per amare la pioggia, sapevo che mi sarei bagnata, e che, una volta tornata a casa, la mamma mi avrebbe messo in una vasca piena dacqua calda e poi mi avrebbe messo il borotalco una nuvola di borotalco invece, adesso, quando piove arrivo al consultorio con i piedi bagnati, mi sento umida, ho freddo e quando incontro i miei pazienti... loro non hanno pi niente dentro. Niente. Solo una grande voglia di prendere la loro dose quotidiana di schifezza. Ho freddo, ho tanto freddo.

Marco la abbraccia.

ELENA: Sai cosa mi succede, a volte? Che ho paura, ho una terribile paura di non riuscire a controllare le mie emozioni. Mi rendo conto che pu sembrare strano, se pensi che sono una psicologa; dovrei conoscere le emozioni, essere in grado di dominarle invece, la conoscenza non ti aiuta, anzi ho paura della mia paura

MARCO: Qual il tuo animale preferito?

ELENA: Il mio animale preferito? Penso il cane, mi hanno sempre fatto tanta compagnia, i cani.

MARCO: A me piacciono gli elefanti.

ELENA: Ah s?

MARCO: S, fin da quando ero piccolo. Sono animali misteriosi, gli elefanti. Ci pensi leffetto che fanno sui bambini? Un bambino fa fatica a capire che et ha un elefante. Un cucciolo di leone, di tigre, di rinoceronte, si vede che un cucciolo. Un cucciolo di elefante gi immenso, sproporzionato rispetto agli altri cuccioli. Lelefante un animale grande, forte, e al tempo stesso buono, saggio. Sa stare in gruppo e da solo. E uno degli animali pi socievoli che esista. Un gruppo di elefanti non il branco, qualcosa di pi. E come una piccola comunit. Poi, un bel giorno, gli elefanti partono, lasciano il loro paese. Nessuno sa dove vanno, nessuno sa perch hanno preso questa decisione. Nessuno conosce la loro meta.

Nel mentre, Luigi Carlo si sveglia e, senza che gli altri due lo vedano, osserva la scena.

L.C.: B, vedo che qui non si perde tempo! Mi compiaccio!

Elena e Marco si distaccano, imbarazzati.

ELENA: Ma no, cosa ha capito? E molto umido qui

L.C.: S, umido non si preoccupi, che adesso ci facciamo portare una stufetta e lei, che tanto spasimava per la sua Elisa, l? Lha dimenticata presto, vedo ma non mi dica niente, io scherzo, sono uomo di mondo, io so come vanno certe cose.

MARCO: Quali cose?

L.C. (lo guarda mentre Marco ha assunto unespressione interrogativa): Mi dica un po', ma lei c o ci fa? Comunque, ho capito voi siete due poveri disgraziati coinvolti per caso nel mio rapimento. Almeno non star solo.

MARCO: Ah, grazie tanto!

L.C.: Non se la prenda, su. Bisogna saper accettare i propri limiti e rispettare le differenze di ceto. Non sono io a dirlo. E la societ che lo richiede, non ci si pu fare niente. Prenda me, per esempio. Avrei mai potuto fare il bidello, io? (Nessuno risponde). No, non avrei mai potuto fare il bidello. E perch? Perch ho altre qualit, altri mezzi, cari miei ed ero destinato a grandi cose, grandi obiettivi. Niente, dico niente succede per caso.

MARCO: Davvero? Se niente succede per caso, mi spiega perch ci troviamo tutti e tre qui? Qual il motivo? Non mi dica ancora che perch siamo rimasti coinvolti nel suo rapimento non regge non regge proprio. Abitiamo in tre citt diverse, io sono di Roma, la signora viene da Ferrara, e lei

L.C.: Da Padova.

MARCO: Ecco, lo vede? Non c nessun legame, nemmeno geografico, non pu nemmeno essere successo che ci trovavamo nello stesso luogo e siamo stati presi tutti e tre per un banalissimo errore ora siamo qui, che lo vogliamo o no. 

ELENA: Io continuo a non capirci niente.

MARCO: Evidentemente qualcuno ha voluto che stessimo qui tutti insieme.

L.C.: Ah insomma, che adesso un bidello si metta a fare ragionamenti fini mi sembra francamente troppo 

MARCO: Sto solo facendo delle ipotesi...

L.C.: E poi qui comincia a fare veramente freddo. (Va verso la porta). Ehi voi, maledetti, mi sentite? Fa freddo! Ci portate delle coperte, qualcosa, o volete che moriamo congelati?

ELENA: Bastaaa! Smettetela, tutti e dueee! Ho paura, ho pauraaa!

Marco va verso di lei per tranquillizzarla. 

MARCO: Non ti preoccupare, stai calma, ci sono qua io. Vedrai, non ci tratterranno molto

ELENA (tra le lacrime, ma parzialmente tranquillizzata): Ah s? Un silenzio. Ma scusa, tu come lo sai?

MARCO: No, che no, prima stavo solo scherzando, lo facevo per infastidire un po' il nostro condomino, ma certo che lui che hanno voluto rapire, eh poi, figurati se uno cos non trova subito i soldi voglio dire, figurati se la famiglia

ELENA: Ma che coshai? Stai sudando?

MARCO: No, non niente. Niente.

L.C. (verso Elena): Mi permetta, ma lei non un po' troppo fragilina per fare la psicologa?

ELENA: Che cosa intende, scusi?

L.C.: No, dico lei mi sembra suscettibile, debole di nervi per giunta

ELENA: Venga a lavorare dove sto io le basta una mezza mattinata ed pronto per lelettroshock, mi creda. Fragilina ma come si permette? Ma chi la conosce, poi?

L.C.: Eeeeh, quante storie! Non se la prenda per cos poco che se io dovessi assumere un nuovo direttore commerciale, certo non prenderei uno che quando vede i fornitori se la fa sotto dalla paura

ELENA: Ma che razza di esempio ?

L.C.: No, dicevo cos, per dire (A Marco) senta, venga qui, mi aiuti 

MARCO: A fare cosa?

L.C.: Mi aiuti, le dico! Voglio solo cercare di capire perch fa tanto freddo le pareti sono gelate, secondo me stiamo in un capannone, esposti alle correnti venga, che voglio vedere su nel soffitto, c un forellino, voglio vedere se d sullesterno 

Marco si avvicina, si inginocchia e Luigi Carlo gli sale a cavalcioni. Marco si alza in piedi e Luigi Carlo inizia a scrutare. 

L.C.: E tutto buio! Non si vede un fico secco! Mah, aspetti, mi faccia vedere pi in l

Marco nello spostarsi cade e rovescia Luigi Carlo.

L.C. ( per terra sdraiato): Ahi, che botta! Ahhhhhhh, che dolore! (Comincia a fremere ed a dibattersi, mettendosi una mano sul petto. Marco gli si avvicina e comincia a praticargli un massaggio cardiaco. Luigi Carlo d segni di ripresa). Che dolore adesso va meglio grazie.

MARCO: Dovere.

L.C.: Ma cosa mi ha fatto?

MARCO: Le ho praticato soltanto un massaggio cardiaco, ha avuto delle fibrillazioni niente di grave, ma va curato.

L.C.: E vero, io soffro di cuore, ma lei come fa a sapere tutte queste cose?

MARCO: Mi diletto di medicina. Sa, mio padre era medico, ho avuto sempre tanti libri per casa

L.C. (stupito, ancora disteso per terra): Suo padre era medico? E come mai non ha come mai ha fatto

MARCO: Ah, vuole sapere com mai possibile che un giovane che viene da una famiglia che si presume agiata, (detto volutamente con enfasi) che dovrebbe avere lopportunit di fare un lavoro di prestigio, remunerativo, si trova ad intraprendere unattivit socialmente negletta? In altri termini, vuole sapere com possibile che il figlio di un medico finisca a lavare i cessi?

L.C.: Ecco s.

MARCO: Ma perch io non do importanza alla posizione sociale, il lavoro che faccio mi piace.

L.C.: Le piace?

MARCO: S, ho un rapporto splendido con i ragazzi e questo mi appaga. Mi dica, con la massima sincerit: le capita mai di sentirsi solo?

L.C.: Ehmm

MARCO: Allora?

L.C.: Qualche volta 

MARCO: Lo vede? A me non succede mai grazie ai miei ragazzi

L.C.: Senta, io non ho voglia di stare qui ad ascoltare le sue stronzate, ho troppo freddo. Devo trovare una soluzione. (Inizia a correre per la stanza).

ELENA: Ma che fa?

L.C. (continuando a correre): Non lo vede? Non lo vede? Non lo veedeee che cosa sto facendo? Sto dipingendo un bel quadro e, allo stesso tempo, organizzo una riunione e mangio una mela!

ELENA (spaventata): Marco!

L.C. (correndo): Non si preoccupi, cara mia, non sono impazzito, sto solo cercando di non morire di freddo.

MARCO: Ma si fermi, non le fa bene, con quello che ha appena avuto

L.C.: Non le fa bene, non le fa bene, gnagnagna gnagnagna mi fa ridere, mi fa! Piuttosto, venga qui anche lei, mi faccia vedere quello che sa fare, mostri che sa essere uomo (afferra Marco ed inizia a fare delle flessioni, esortandolo a fare altrettanto. Marco lo segue).

ELENA: Marco! Marco! Marcooo!

L.C. (continuando a fare delle flessioni): Ma le si incantato il disco, a quella l? Dica un po', lha davvero conquistata, eh? Bravo, mi sembra che lei abbia la stoffa giusta e in fin dei conti pure simpatico!

ELENA: Marco, ma che fai, lassecondi? Marco non risponde. Marco, non ci posso credere, dai retta a questo pazzo?

L.C. (con noncuranza, rialzandosi): B, credo che possa bastare, adesso. (A Marco, che si rialza insieme a lui) Bravo, si fatto valere mi dica un po' dove lha fatto il militare?

ELENA: Marco, non possibile, come puoi non vedere che questuomo sta diventando pazzo? 

L.C.: Senta, carina, andiamoci piano con gli insulti. Qui se c qualcuno che comincia a dare di matto proprio lei, con i suoi isterismi e i suoi urletti.

ELENA: Non vero! Non veroooo! (Colpisce con dei pugni Luigi Carlo, il quale cerca di proteggersi con lavambraccio. Marco interviene e la ferma).

MARCO: Su, calmati, calmati adesso. Non c niente di cui avere paura, nessuno ti far del male, nessuno.

ELENA: Ma lui (indica Luigi Carlo) sta impazzendo, non lo capisci, e far impazzire anche noi dobbiamo correre ai ripari, dobbiamo neutralizzarlo tu mi devi aiutare, tu devi farlo, Marco

MARCO: Faremo tutto quello che necessario, stai tranquilla. Vedrai, Elena, ne usciremo, prima o poi dovremo uscirne.

ELENA: Ma quando?

MARCO: Adesso per, se permetti, vorrei farmi un riposino. Sono stanco, sono davvero molto stanco. (A Luigi Carlo, indicando la panca centrale, sulla quale si gi seduto). Le d fastidio se mi allungo qui? 

L.C.: Guardi, gliela cedo volentieri. Semmai, facciamo un contrattino quando si sveglia, eh? 

ELENA (seduta sulla panca di sinistra, si stringe le ginocchia con le braccia, in una posizione quasi da autistica; tra s): Come sarebbe bello lasciarsi andare. S, appoggiare la testa, sentire che il corpo a poco a poco si abbandona, il calore delle coperte, il fresco delle lenzuola. Sarebbe davvero bello, s. Mi sveglier e tutto questo sar finito. Vedr il viso sorridente della mia sorellina. Le far una carezza. Mangeremo insieme, faremo colazione insieme. Voglio mangiare le fragole. S, voglio delle fragole, rosse rosse. Poi andremo al mercato delle pulci. Domani c il mercato delle pulci. Voglio comprare dei vasi. Zia Marta aveva sempre tanti fiori. Non lo feci apposta. Non lo feci apposta a farle cadere il vaso. Tutti se la presero con me. Ma io non lavevo fatto apposta. Pap mi tenne rinchiusa. Puzzava, la stanza di Zia Marta. Cerano solo mobili vecchi. Era un ripostiglio, in effetti. L non cerano fiori. Non volevo farlo cadere, il vaso. (Quasi si risvegliasse da un torpore, a Luigi Carlo) Lo so cosa sta pensando. Si sta chiedendo com possibile che una professionista, una che lavora tutti i giorni con gli squilibrati, con gli psicopatici o con i tossicodipendenti, perda cos facilmente il controllo

L.C.: Ma guardi che io

ELENA: lo so, lo so che sta pensando questo, lo capisco da come mi guarda, la smetta di guardarmi cos. La smetta.

L.C.: Senta, signora, io non sono abituato a scervellarmi per delle domande insulse, a chiedermi il perch e il percome di tutto quello che mi circonda, altrimenti diventerei pazzo. Io sono abituato a produrre, uso la testa per risolvere i problemi pi immediati e per costruire il futuro, mio e della mia famiglia. E questo quello che mi interessa. Il resto, le riflessioni sottili, i ragionamenti da professoroni universitari, il resto lo lascio a voi intellettuali. Mi segue?

ELENA: C qualcosa che non va nel suo discorso.

L.C.: Come sarebbe a dire? Fila alla perfezione.

ELENA: Da bambino, le hanno mai affidato un animale domestico? Che so, un cane, un gatto, un canarino?

L.C.: No, mio padre detestava gli animali. Diceva che sono soltanto delle perdite di tempo.

ELENA: Eh gi, il tempo.

L.C.: E poi, mia madre non sopportava gli odori. Ma mi scusi, a lei che gliene frega?

ELENA: Gli odori. Certo, capisco. Ma lei lo sa quanto importante per un bambino essere responsabile di unaltra creatura? Dovergli dare da mangiare, farlo giocare, portarlo a fare i bisogni... vivere tutti i giorni con un esserino accanto che ti guarda con gli occhi spalancati, un esserino con un corpo caldo, un cuore che pulsa, e che dipende da te, che non potrebbe vivere senza di te. Lei lo sa quanto importante tutto questo?

L.C.: No, francamente mi sfugge. 

ELENA:- Si impara a guardare al di fuori di se stessi. Quelli che una volta erano dei valori fondamentali sfumano, perdono gradatamente di importanza, per essere sostituiti da altri valori, che sono quelli del rispetto, dellamore, della socialit.

L.C.: Ma di che diamine sta parlando? Che mi fa una lezione di psicologia adesso? Non abbiamo niente di meglio da fare?

ELENA: Guardi, glielo dico con parole semplici: lei si comporta come un bambino al quale non hanno mai regalato un cane. 

L.C.: Io? Un bambino? Ma come si permette?

ELENA: Lei evidentemente non si rende ancora conto ci pensi un attimo: lei si trova qui, insieme a due persone che non ha mai visto, prigioniero in un luogo sconosciuto, senza sapere quale destino la attende, senza sapere se vivr oppure no, senza avere la minima certezza; non ha nessuna possibilit di uscire da questo posto con le sue forze: lei non solo. Si trova con altre due persone che sono nella sua stessa situazione, che, come lei, hanno paura, ma che hanno anche la speranza, esattamente come lei, che questincubo finisca presto. La sua unica ricchezza sono queste due persone: potrebbero diventare dei formidabili alleati. Potrebbe cercare di conoscerli. Potrebbe ascoltarli. Invece che cosa fa? Strilla, strepita, li disprezza, e poi si scioglie come un ragazzino quando uno dei due si mette a fare le flessioni con lei eh s, lo sa perch? Perch la prestanza fisica uno dei pochi valori della sua vita, una delle poche cose che apprezza.

L.C.: Ha finito? Ma si rende conto di essere ridicola? E poi, chi la conosce?

ELENA: Appunto. La cosa che mi irrita che lei non si interessa minimamente agli altri, men che mai ai suoi modesti compagni di sventura, troppo impegnato ad incensarsi, ad adorarsi! Ma lo sa quante volte dice io in una frase? Io so, io voglio, io conosco, io, io io io. 

L.C. (sorride, poi, progressivamente, si libera in una fragorosa risata, che sembra spiazzare Elena): Ah ah ah ah!

ELENA: Che c da ridere?

L.C.: Ah ah ah ah! (ride sempre pi rumorosamente).

ELENA: Ma insomma, faccia silenzio!

MARCO (si sveglia): Che c? Che succede?

L.C.: Niente, che ah ah ah ah la sua amica davvero spassosa, lo sa? Ha un cervello sempre in movimento, non si riposa mai, sempre l che guarda gli altri, una specie di radiologa ambulante. Ha fatto la lastra anche a lei, sa? S, s, s, ha fatto la lastra a tutti e due gli altri, gli altri, sempre gli altri, mai se stessi, sempre e solo gli altri, guardi, non mi ha affatto convinto con tutte le sue teorie psicoanalitiche, freudiane o come diavolo si dice per devo riconoscere che lei in gamba

ELENA: Mi prende in giro, adesso?

L.C.: No, dico sul serio, mi piace il suo stile, signorina gli altri. Dica un po', ma se dovessimo uscire di qui, ci verrebbe a lavorare nella mia azienda?

ELENA: Nella sua azienda?

L.C.: Ma s, mi manca qualcuno come lei, che sappia orientare i dipendenti, qualcuno che li sappia capire, insomma, perch io sono bravo a farmi rispettare, a farmi ubbidire, ma forse ha ragione lei, dovrei imparare a conoscerli, i miei dipendenti.

MARCO: Beh, stavolta mi sembra che abbiate davvero fatto pace.

ELENA: Ma, veramente, io

L.C.: No, guardi, lasci fare a me. Penseremo dopo ai dettagli, adesso la cosa fondamentale che ci siamo capiti 

ELENA (guarda Luigi Carlo con unespressione di sconcerto, torna verso la porta): Ma che faccia tosta no, no, mi lasci stare, no, piuttosto vado a parlare con i rapitori ma aperto! Mi sentite? E aperto! La porta aperta!

L.C.: Ma che dice? (Va a controllare. Marco resta fermo). E vero! La porta aperta, come ha fatto? 

ELENA: Non sono stata io, qualcuno lha aperta dallesterno

L.C.: S, adesso abbiamo dei rapitori gentili, che ci lasciano uscire e, magari, ci mandano un telegramma di scuse. Andiamo, non scherziamo!

ELENA: E cos, le dico! La porta era chiusa a chiave prima, mi dovete credere! Mi sono avvicinata, ho girato la maniglia, e si aperta almeno tu, Marco, mi credi?

MARCO: S, Elena, ti credo.

ELENA (a Marco): Abbracciami, Marco, ho tanta paura!

L.C.: B, mentre voi vi scambiate effusioni, io vado a vedere che sta succedendo fuori.

ELENA: Non lo faccia, pu essere pericoloso!

L.C.: Non meno pericoloso restare qui, dove chiunque pu entrare in qualunque momento e farci la pelle. Bisogna fare almeno un tentativo. (Prende le tre lenzuola, vi si avvolge). Se non mi vedete tornare entro un quarto dora, venitemi a cercare. Ma con molta prudenza. Diamine, non si vede un fico secco l fuori! (A Elena) Ah, volevo dirle una cosa prima di andarmene: il mio cane si chiamava Flipper, eravamo inseparabili, avevo anche un gatto col quale giocavo tutti i giorni, un pelosino di nome Spelacchio (Esce).

ELENA: Che razza di carogna! Ha giocato, ti rendi conto, ha recitato? Ma lo sapevo che non era cos, non era cos cinico e freddo come voleva apparire a tutti i costi. Comunque, volevo dirti una cosa, Marco. Non so cosa sar di noi, non so se riusciremo a venirne fuori vivi, ma di una cosa sono certa: non ti dimenticher, Marco, non ti dimenticher. (Un silenzio). Ma perch, perch tutto questo? Non capisco.

MARCO: Evidentemente qualcuno ha voluto tenerci tutti insieme fino ad un certo momento.

ELENA: Ma perch? Che vogliono da noi?

MARCO: Sai, Elena, non sempre si possono dare delle risposte.

ELENA: Che vuoi dire?

MARCO: Quello che ho detto. Ora vieni qui, riposati, distenditi.

ELENA: Non mi trattare come se fossi una povera pazza! Tu sai qualcosa e non me lo vuoi dire! Tu sai perch ci hanno tenuti qua dentro, a insultarci, a scannarci luno con laltro! E cos? Dimmi, cos?

MARCO: Quando siete arrivati qui dentro tu e Luigi Carlo eravate talmente distanti, non ce lavreste fatta nemmeno a bere un caff insieme, non avevate la minima cosa in comune, tutto vi divideva, e lavete mostrato fin dal primo momento. Era necessario che vi trovaste, che cominciaste a entrare luno nel mondo dellaltra. Io non ho fatto nientaltro che aiutarvi. Non ho nessun merito.

ELENA: Tu? Aiutarci?

MARCO: Un lungo cammino vi aspetta. Siete stati prescelti per percorrerlo insieme. Non avreste mai potuto sopportarlo senza questo piccolissimo aiuto. Adesso vi conoscete, i vostri mondi, per quanto ancora lontani, si parlano. 

ELENA: Che significa? Di quali mondi parli? Ma che delirio mai questo?

MARCO: Non un delirio, la verit. Dovrete fare un lungo percorso insieme.

L.C. (rientrando, con voce affannosa e pallido come un cencio): Non possibile, non possibile!

MARCO (liberandosi dalla presa di Elena): Che cosa, non possibile?

L.C: Ho camminato per unora e mezza almeno

ELENA: Ma quale ora e mezza, non sono nemmeno cinque minuti che uscito!

MARCO: Lascialo continuare, Elena.

L.C.: Non ho trovato niente, non c una strada, non c una luce, un albero, un suono, un filo derba, un sentiero, un animale, un soffio di vento, non c altro se non questa porta, questa maledetta porta fuori c

MARCO: il nulla!

L.C. (tremando): E cos, c il nulla! 

Un silenzio. Elena lancia un urlo. Marco accorre.

MARCO: Dai, Elena, non fare cos. Non il caso, non il momento, non il momento, calmati. Adesso siamo qui tutti e tre, questo quello che importa. Dobbiamo andare.

ELENA: Ma allora noi siamo? Tu sei ?

MARCO: Shhh...

Marco afferra gli altri due per la mano e li conduce fuori.


FINE PRIMO ATTO


AVVERTENZA

Tra il primo e il secondo atto devono passare non pi di cinque minuti, necessari unicamente al cambio di scena. Gli spettatori non dovrebbero lasciare i loro posti. Tale accorgimento necessario per permettere loro di non perdere la concentrazione necessaria a raccordare mentalmente lazione del secondo atto a quella del primo.


SECONDO ATTO


SCENA UNICA

Interno di una trattoria. Alcuni tavoli non sono ancora stati sparecchiati, il bancone del bar sulla destra sembra abbandonato. Sulla destra, una scala porta al piano di sopra. Un uomo entra, con una busta di plastica in testa, e corre in tondo per la stanza, mimando un aeroplano.

CARLO: Brrrrrrrrrrr (Si ferma, poi sembra posizionarsi sulla pista e comincia a prendere una forte rincorsa, quasi volesse veramente decollare). Brrrrrr

Nel frattempo, una donna sui trentacinque anni, con un grembiule legato intorno alla vita, entrata nella stanza, ha osservato la scena in silenzio ma esprimendo un certo disappunto; prevedendo la traiettoria dellaeroplano, si piazza in mezzo alla stanza. La donna dovr essere la stessa attrice che ha impersonato Elena nel primo atto. Laeroplano prende la rincorsa e va a sbattere contro la donna.

NICOLETTA: Carletto, Carletto, basta eh! Basta adesso!

Carlo fa finta di niente e riprende a fare laeroplano. Nicoletta costretta a corrergli dietro e bloccarlo.

NICOLETTA: Insomma, Carletto, quante volte te lo devo dire che non ti devi mettere le buste di plastica in testa, eh? (Slaccia il nodo alla base della busta di plastica, che sfila dalla testa di Carlo. Lattore che interpreter Carlo dovr essere lo stesso che ha impersonato Luigi Carlo nel primo atto, ma nel secondo atto dovr sembrare pi giovane, intorno alla trentina. Carlo appare subito come un ragazzo con dei problemi psichici). Guarda che soffochi a metterti le buste di plastica in testa. E cos che pensi di aiutarmi, eh? 

CARLO: Ma tu lo sai come fanno gli aeroplani?

NICOLETTA: No, sentiamo, come fanno gli aeroplani?

CARLO: Io lo so come fanno gli aeroplani, fanno brrrrrr (Si libera dalla presa di Nicoletta e ricomincia a correre per la stanza).

NICOLETTA: S, Carletto, ho visto come fanno gli aeroplani, basta adesso per eh? Carletto! Carletto, fermati, ti prego!

CARLO: Non posso, non ho ancora finito il volo, devo ancora atterrare. Ma tu che ne sai di queste cose, sei una femmina!

NICOLETTA: S, hai ragione Carletto. Allora, sentiamo, tra quanto tempo previsto latterraggio?

CARLO: Non lo so, devo chiederlo al comandante, io mica sono il comandante, sono laereo!

NICOLETTA: Daccordo allora, chiedilo al comandante.

CARLO: Allora lo chiedo al comandante, eh?

NICOLETTA: S, Carletto, chiedilo al comandante, per favore.

CARLO: Comandante, quand che atterriamo? Ah, ho capito. 

NICOLETTA: Allora?

CARLO: Tra due giorni e mezzo, cos ha detto il comandante.

NICOLETTA: Va bene Carletto, ora basta.

CARLO: Ma stiamo facendo il giro del mondo! Mica lo fai in dieci minuti il giro del mondo brrrrr ma certo, e che ne sai tu, sei una femmina!

NICOLETTA: Basta, Carletto, ne ho abbastanza adesso. (Lo blocca).

CARLO: Ma insomma che vuoi da me, parlane al comandante! Non sono io che decido, io sono solo laereo!

NICOLETTA: S, hai ragione, ora vieni qua e siediti, ti devo parlare.

CARLO: Ma come faccio, mica mi posso fermare, con tutti i passeggeri a bordo, poi se la prendono con me!

NICOLETTA: Ci parler io, con i tuoi passeggeri, ora calmati.

CARLO: Ma poi potr ripartire?

NICOLETTA: Certo, potrai ripartire e finire il tuo viaggio intorno al mondo.

CARLO: S, il viaggio intorno al mondo! E bello in alto, sai? E fresco, c tanto vento sbatti la faccia contro le nuvole, qualche volta incontri gli uccelli, ma noi aeroplani siamo molto pi veloci degli uccelli s, ma inutile che te ne parlo, tanto tu non ne capisci niente, sei una femmina!

NICOLETTA: Carletto, oggi verr a trovarci qualcuno.

CARLO: S, quello che porta il pane, lo so. Mi piace tanto quando arriva, io mi nascondo sempre dentro il grande cesto con la farina, e faccio finta di essere un panino, mi faccio piccolo piccolo.

NICOLETTA: No, Carletto, non quello che porta il pane, qualcuno che non abbiamo mai visto.

CARLO: E chi che non abbiamo mai visto? Limperatore?

NICOLETTA: No, Carletto, lasciami parlare.

CARLO: Ah ho capito, deve essere un agente segreto, una spia. Ma non ti preoccupare, lo far salire a bordo e far il giro del mondo insieme a me puzza?

NICOLETTA: Come, puzza?

CARLO: No, perch se puzza non lo posso far salire insieme a tutti i miei passeggeri, come faccio? Il comandante se la piglia con me! 

NICOLETTA: Carletto, adesso basta, per favore

CARLO: Non ti preoccupare, Letta, lo far salire lo stesso, andremo tutti insieme, e pure tu verrai con noi, faremo il giiiiirooooo del moondoooo (gira vorticosamente per la stanza), faremo una grande festa in cielo, ci ubriacheremo tutti, siiiiiiii tutti ubriachi ich ich ich andremooo forte forte forte forte forte forte forte forte forteeeeee

NICOLETTA: Carlo, bastaaaa!

CARLO (improvvisamente triste, quasi in lacrime): Tu non mi vuoi bene, lo so, te ne approfitti, te ne approfitti, strega! Sei una strega!

NICOLETTA: Ma no, non fare cos, Carlo, vieni qui

CARLO: No, strega! Sei una strega! Allinferno devi andare, con tutti i diavoli che ti pungono coi forconi allinferno!

NICOLETTA: Carlo, no, davvero, io ti voglio bene, lo sai te ne ho sempre voluto.

CARLO: Non vero, tu non mi hai mai voluto bene, mi rubavi sempre le patatine

NICOLETTA: Ma che centra, eravamo piccoli

CARLO: Ecco, eravamo piccoli, e tu rubavi le mie patatine eri piccola, eri una piccola strega! No, era la mamma che mi voleva bene, lei s che mi voleva bene, mi comprava le patatine e i giocattoli laeroplano il gelato il camion i popcorn

NICOLETTA: Certo, la mamma ti ha voluto molto bene, ma anchio

CARLO: Non vero, da quando se ne andata la mamma tu mi lasci sempre qui solo qualche volta entra qualche signore e tu gli fai la pasta ma poi se ne vanno, se ne vanno tutti nessuno resta a giocare con me

NICOLETTA: Carletto, vieni qui, vicino a me, lascia che ti abbracci

CARLO: E poi lho visto come li abbracci certe volte questi signori che vengono non mi piace come ti abbracciano, sono sporchi, puzzano, e fanno certi gestacci con la lingua, e poi salgono con te di sopra, e io resto di nuovo solo

NICOLETTA: Carletto, oggi verr un signore che non hai mai incontrato. Vieni qui, stai buono per un attimo. Ti prometto che poi giocheremo insieme.

CARLO: Non ho voglia di giocare con te!

NICOLETTA: Daccordo, andremo al parco insieme allora, e tu giocherai per conto tuo.

CARLO: Non mi va di andare al parco, l ci sono i bambini cattivi che mi tirano le pietre!

NICOLETTA: Carletto, insomma, stammi a sentire. A te piace questo posto?

CARLO: Quale posto, casa?

NICOLETTA: S qua sotto, la trattoria, e poi le stanze di sopra

CARLO: Eh, che dicevo io, casa! A me mi piace lodore, mi fa venire voglia di mangiare e poi (va verso la scala e comincia a scendere e salire velocemente) posso salire e scendere dalle scale

NICOLETTA: Carlo, torna subito qui! Ehmm voglio dire Carletto, ascolta, ci sono dei posti molto pi belli di questo che tu non hai mai visto... potremo giocare insieme, ma non qui, qui brutto, sporco 

CARLO: E potr tagliarti i capelli?

NICOLETTA: Come, tagliarmi i capelli?

CARLO: S, ti taglier i capelli, come faceva quella signora con la mamma ti taglier la bella treccia, con le forbici lunghe lunghe ti taglier la treccia. Taglia la treccia taglia (canta)

NICOLETTA: S, mi taglierai i capelli Carletto

CARLO: Taglia la treccia taglia (continua a a cantare e, allo stesso tempo, mima latto di tagliare i capelli di Nicoletta: dietro di lei, in piedi, e fa finta di brandire un paio di forbici con le quali taglia nervosamente, con gesti ripetitivi e meccanici) taglia la treccia taglia taglia la treccia taglia

NICOLETTA: Hai capito quello che ho detto? Dovremo andare via da qui, non possiamo pi restare andremo in un altro posto, molto pi bello, con tanta luce, tanto spazio, tanto verde

CARLO: Io non voglio andare in un altro posto, voglio restare a casa. 

NICOLETTA: Ma anche il posto dove andremo sar casa, vedrai, e ti troverai ancora meglio. Non vorrai pi tornare indietro.

CARLO: No. Non voglio. Taglia la treccia taglia taglia la treccia taglia

NICOLETTA (girandosi sulla sedia e alzandosi di colpo, tanto da spaventare Carlo): Carlo, ascoltami bene: questa non pi casa nostra. La trattoria, le camere di sopra, non sono pi nostri.

CARLO: Non vero, sei una bugiarda, come al solito! Bugiarda e strega!

NICOLETTA: Carlo, ti prego, non ricominciare

CARLO: Bugiarda e strega!

NICOLETTA: Carletto, fratellino mio, calmati, vieni da me ecco, cos, lascia che ti spieghi. Cos va bene, bravo. Rilassati, stai tranquillo perch pensi che io non ti voglia bene, eh? Naso di patata! Allora, Carletto caro, oggi verr una persona a trovarci, e tu dovrai fare il bravo, dovrai comportarti da grande. Daccordo?

CARLO: E un uomo?

NICOLETTA: Che importanza ha? Seppure fosse, ti devi comportare da grande e basta.

CARLO: E un uomo, lo sapevo, uno nuovo! Che ci devi fare, ci giochi?

NICOLETTA: No, Carletto 

Il telefono suona. 

NICOLETTA: Ti spiegher dopo, resta qui, non ti muovere. (Esce di scena per andare a rispondere al telefono).

Carlo resta seduto solo un attimo, il tempo di assicurarsi che Nicoletta sia uscita. Dopodich, si rimette la busta di plastica in testa e ricomincia a correre per la stanza.

CARLO: Di nuovo in pista! Vrmmm Allacciare le cinture, si riparte! Vrmmm Signori passeggeri, attenzione, il comandante che vi parla, abbiamo un problema, laereo sta precipitando, non vi preoccupate, vi spiegher dopo, restate l, non vi muovete (Ha smesso di girare per la stanza, indietreggia lentamente. Allo stesso tempo un uomo entrato in scena, alle spalle di Carlo; avanza mentre Carlo indietreggia, finch Carlo viene a cozzare contro di lui. Carlo si volta).

LORIS (un uomo sui quaranta, in completo grigio, curato fino alleccesso. Lattore che impersona Loris deve essere lo stesso che impersonava Marco nel primo atto): Tu devi essere Carlo. 

CARLO (guarda Loris, sembra volergli rispondere, poi, continuando a guardarlo fisso, indietreggia): Signori passeggeri, siete pregati di scendere, uno dopo laltro, prima le donne e i bambini. Non correte, non vi preoccupate, vi spiegher dopo.

LORIS: Come stai, Carlo?

CARLO: Chi sei? Un amico di Letta?

LORIS: Eh s, sono un vecchio amico. Non ti ha parlato di me?

CARLO: Letta parla sempre, parla, parla, non sta zitta mai. Lei non vuole mai giocare con me. Mi sgrida quando gioco. Non mi fa mai uscire, e quando usicamo andiamo sempre al parco, e l al parco ci sono i bambini che mi tirano le pietre. Una volta ne ho preso uno e lho picchiato forte forte forte, poi arrivata Letta, poi sono arrivati il pap e la mamma del bambino, e hanno cominciato a urlare contro Letta e Letta ha risposto e tutti urlavano e gli altri bambini ridevano e io ero stanco e volevo tornare a casa e nessuno mi sentiva, e allora ho cominciato a urlare anchio. Ho pianto tanto. Non mi piace il parco. 

LORIS: Hai un sacco di energia, vedo. D un po', Carlo, hai fame?

CARLO: Io ho sempre fame.

LORIS: Molto bene, Carlo, molto bene. Guarda cosa ho portato per te (estrae da una tasca una barra di cioccolato e la porge a Carlo).

CARLO: La cioccolata! Buona!

LORIS: Mangia, Carlo, mangia. Voglio che tu faccia tutto quello che hai voglia di fare, dora in poi.

Nicoletta entra in scena. E visibilmente contrariata nel vedere Loris parlare con Carlo.

LORIS (si alza in piedi): Buongiorno, mi chiamo Loris Capitani.

NICOLETTA: Nicoletta de Santis, ma gli amici mi chiamano Jasmine.

LORIS: Ah, Jasmine, che nome prezioso, il profumo dei fiori orientali, una fragranza di altri tempi, il muschio e lambra insieme non potrebbero eguagliare il profumo pi sublime

NICOLETTA: Stai zitto e siediti.

LORIS: Ah, se cos

NICOLETTA: Carlo, vai a giocare di sopra, per favore.

CARLO: No, non voglio, voglio restare con il signore. Posso restare? Posso?

NICOLETTA: No, non puoi, vai a finire la tua cioccolata di sopra. Ti chiamer io. 

CARLO: Ma perch, che ho fatto?

NICOLETTA: Carlo, non mi fare arrabbiare, per favore, vai di sopra!

LORIS: Poi giocheremo insieme, te lo prometto.

CARLO: Giocheremo anche allaereo che precipita?

LORIS: S, giocheremo anche allaereo che precipita.

CARLO: Promesso?

LORIS: Promesso.

Carlo rimette la sua busta di plastica in testa ed esce di scena, continuando a simulare il suono dellaereoplano. 

NICOLETTA: Chi ti ha autorizzato a entrare? Chi ti ha autorizzato a parlare con mio fratello?

LORIS: Beh, la porta era aperta, ho bussato ma nessuno ha risposto, cos sono entrato. In fin dei conti, avevamo un appuntamento, no?

NICOLETTA: Avresti dovuto bussare pi forte, cos ti avrei sentito. Ero al telefono.

LORIS: Daccordo, ho sbagliato, avrei dovuto bussare pi forte e inviarti una richiesta in carta bollata per parlare con tuo fratello. Comunque, ora sono qui. 

NICOLETTA: Gi, ora sei qui.

LORIS: Dove sono le analisi?

NICOLETTA: Non ho ancora parlato a mio fratello.

LORIS: Sono fatti tuoi. Voglio vedere le analisi. 

NICOLETTA: Stammi bene a sentire. Devo parlare a mio fratello, prima. Poi, vedrai tutte le analisi che vorrai. 

LORIS: Ma no, dico, ma come puoi pensare, come puoi immaginare che me ne vada senza le analisi? Guarda che io sono un professionista serio. Le analisi sono la base, il minimo indispensabile. Senza non si pu fare niente. Dico, ma tu ci pensi ai miei clienti? Ma li hai mai visti in faccia i miei clienti? Perch se li avessi visti, ti renderesti conto che non posso presentarmi da loro e dire: No, scusate, le analisi non le ho viste, perch la sorellina doveva parlare con il fratellino, e il fratellino non voleva parlare con la sorellina, e allora la sorellina. Per un attimo, riesci a immaginare la reazione dei miei clienti? 

NICOLETTA: E i soldi?

LORIS: Quali soldi?

NICOLETTA: I soldi, la grana, la pecunia!

LORIS: Che faccia tosta! Si vede che non hai labitudine degli affari. Se avessi un minimo di esperienza, sapresti che non si deve mai chiedere troppo se non si dato niente. Impara, cara Jasmine.

NICOLETTA: Ascolta, maiale. Non mi chiamare cara, perch non sono per niente cara, e se vuoi vedere le mie unghie non devi fare altro che chiederlo. Altro che cara. Non mi chiamare nemmeno Jasmine.

LORIS: Ma lhai detto tu che ti chiami Jasmine

NICOLETTA: per gli amici! Tu chiamami signora de Santis, e basta.

LORIS: OK, signora de Santis e basta. Adesso preferirei parlare seriamente, se la cosa non ti disturba. Non sono venuto qui per niente. Sono due mesi che sono in contatto con il tuo amico Mauro per avere questappuntamento, e non voglio andarmene di qua senza avere qualcosa in mano.

NICOLETTA: Beh, che c, ti lamenti perch non hai avuto subito la pappa pronta? Se c voluto un po' di tempo, perch abbiamo dovuto fare le analisi, prima.

LORIS: Ma certo, signora de Santis. Certamente. Chi te lo nega. Al contrario, hai fatto benissimo. Ora per, le voglio vedere, queste analisi, se non ti dispiace. Senza aver visto le analisi, non posso fare il prezzo.

NICOLETTA: Ma lhai gi visto, no?

LORIS: S, lho visto. E in piena salute, mi sembra. Ma non significa niente. Io vado sempre fino in fondo alle cose. Devo valutare, analizzare, ponderare, non posso fermarmi alle apparenze. Potrebbe essere, che ne so, che ha i trigliceridi alti. 

NICOLETTA: Ma no, non vero.

LORIS: Magari fuma.

NICOLETTA: No, non ha mai fumato; ma lhai visto bene? Pensi davvero che uno cos possa mettersi a fumare?

LORIS: Non si sa mai. Magari di nascosto.

NICOLETTA: Ma non diciamo fesserie

LORIS: Potrebbe avere un accenno di diabete. Oppure, potrebbe avere una funzionalit epatica ridotta. O ancora

NICOLETTA: Daccordo, ecco le analisi, ma dopo facciamo il prezzo.

LORIS: Brava, che talento, che sangue freddo! Esaminiam le cartine, belle belle! Vediam come sta il piccolino, bello bello!

NICOLETTA: Mi fai schifo.

LORIS: Tu non sei migliore di me, bambina. Vediamo un po' hmmm... il ragazzo ha davvero una salute di ferro. Passami le ecografie.

NICOLETTA: Quali ecografie?

LORIS: Come, non le hai fatte?

NICOLETTA: Ma no

LORIS: Ma scusa, come vuoi che possa fare una valutazione completa se non vedo i reni, il fegato, i polmoni, il cuore! Santiddio, come faccio a capire, come faccio a fare un prezzo, me lo sai dire?

NICOLETTA: Lascia stare Dio, che in questa conversazione non centra un bel niente. No, non le ho fatte fare le ecografie.

LORIS: Beh, pazienza, vuol dire che ripasser. Ma non sar prima di un mese, ho molti appuntamenti.

NICOLETTA: Un mese? Stai scherzando? Io ho bisogno di quei soldi, ho bisogno subito di quei soldi!

LORIS: Dicono tutti cos. 

NICOLETTA: Ma io sono rovinata se non ho quei soldi, lo capisci? Rovinata!

LORIS: Arrivederci. 

NICOLETTA: Loris non te ne andare. Loris, resta ancora un poco. Potresti, per esempio, visitare il mio fratellino, che ne so, misurargli la pressione, sentirgli i polsi, tastarlo, fare le cose che fanno i medici, insomma.

LORIS: Per fare che?

NICOLETTA: Ma semplice, cos ti potrai fare unidea e potrai dirmi un prezzo. Mi basta un prezzo anche orientativo, cos, per sapere. Dopodich prender il mio fratellino e faremo tutte le ecografie di questo mondo, cuore, gola, testa, lingua, reni, tutto! Tutto! Dammi retta, Loris. Resta. Poi, il mio fratellino andr a dormire, o si rimetter a giocare, e noi potremo restare soli. Soli soli.

LORIS: Ho capito. E dopo dovr farti il prezzo.

NICOLETTA: Esatto. Dopo mi farai il prezzo.

LORIS: No, con me non attacca. Ti ho detto che sono un professionista.

NICOLETTA: Pensaci bene (si avvicina a lui con fare estremamente seducente). Ci sono delle cose della vita che non hai ancora scoperto, Loris, credimi. Ci sono dei momenti che non hai ancora vissuto, e che vale la pena di vivere. Lasciati andare alle emozioni, Loris. 

Carlo di nuovo in scena, in cima alla scalinata che porta al piano di sopra e guarda i due, inosservato, fino a quando Nicoletta si volta e lo vede.

NICOLETTA: Ah, Carlo, vieni che ti aspettavamo!

CARLO: Non vero, non mi aspettavate, stavi facendo le cose sporche con il signore, come fai con tutti i signori che vengono qui e io non ci posso mai parlare e di sopra sto solo e mi annoio e ho finito la cioccolata e mi sono tutto sporcato

LORIS: Vieni qui, Carlo, ne ho dellaltra, di cioccolata. 

CARLO (restando immobile sulla scalinata): Ma i coccodrilli mica mangiano la cioccolata? 

NICOLETTA: Vieni Carlo, non ricominciare.

CARLO: I coccodrilli aprono la bocca graandee graandee (mima con le braccia le fauci dellanimale) e mangiano tutto quello che trovano gli uccelli i pesci i cani i gatti le macchine le case le citt tutto mangiano (scendendo precipitosamente dalle scale, si dirige verso Loris) anche i signori con il cappello mangiano hmmm... buono signore tenero tenero.

LORIS (ridendo): E quando hanno finito di mangiare il signore vogliono il dessert, e allora camminano sulla riva del fiume e cosa trovano?

CARLO: Cosa trovano?

LORIS: La giacca del signore che hanno appena finito di gustare. E cosa trovano nella tasca del signore?

CARLO (ridendo anchegli): La cioccolata!

LORIS: Esatto, la cioccolata!

Loris estrae una barretta di cioccolato dalla tasca e la porge a Carlo, che cerca di prenderla ma non ci riesce. Loris fa finta di riporre la barretta, ma poi la d a Carlo.

NICOLETTA (a Carlo, cercando di afferrarlo): Dammene un po', Carlo, non vorrai mangiarla tutta da solo?

CARLO: Nooo, lasciami stare!

NICOLETTA: Lo dico per te, Carlo, dopo guarda che stai male!

CARLO (riuscendo a divincolarsi e a poter gustare da solo il cioccolato): Non mi hai preso, non mi hai preso, non mi hai preso!

Nicoletta torna a sedersi, stizzita. Loris guarda la scena e sorride.

NICOLETTA: Perch ridi sotto i baffi, adesso? Ci sfotti pure?

Loris non risponde.

NICOLETTA: Ma guarda che faccia di bronzo! 

Loris continua a tacere, la testa bassa, con unespressione sorniona.

NICOLETTA (pi mite): Potresti almeno guardarmi negli occhi, quando ti parlo!

Loris alza la testa. La guarda.

NICOLETTA: Che strano. (Un silenzio). Si direbbe che ti ho gi visto da qualche parte. Eppure non sei del quartiere mi sbaglio?

CARLO (parlando quasi a se stesso): Adesso facciamo che io sono invisibile e voi non mi vedete!

NICOLETTA: E strano. Non avevo avuto questa sensazione quando sei entrato. E solo adesso, quando hai dato la cioccolata a mio fratello. Per caso lavevi gi incontrato?

Carlo passa vicino a Nicoletta e Loris, fa loro delle smorfie, ma loro non se ne accorgono.

LORIS: E molto che abitate qui?

NICOLETTA: Da quando mio padre e mia madre, s, insomma, i nostri genitori sono morti. Eravamo piccoli, mio zio aveva questo ristorante, ci ha presi con s. Carlo da allora non pi riuscito a riprendersi, rimasto bambino. (Un silenzio). Carletto.

CARLETTO: Non vale, sono invisibile, tu non mi devi vedere, non lo sai che sto qua!

LORIS: E dopo che successo?

NICOLETTA: Mio zio non era certo tenero, ci picchiava ma allo stesso tempo era contento che ci fosse una donna dentro casa, lui che non si era mai sposato era cattivo, mio zio.

LORIS: Che ti faceva?

NICOLETTA (come inebetita): Che mi faceva? Mi no, scusa, ma a te che te ne frega?

LORIS: No, cos

NICOLETTA: E poi, scusa, ma non sei venuto per visitare mio fratello? Visitalo, una buona volta, e poi vattene!

LORIS: No, non volevo ferirti

NICOLETTA: Ma chi ti ci ha mandato? Guarda questo credi che mi faccia piacere, a me, di stare qua a chiacchierare? Ho altre cose da fare, io, quindi sbrigati e fai quello che devi fare!

LORIS: Mauro me laveva detto. In effetti, non dovevo venire io, qui, questa non la mia zona, ma il collega dovuto partire, e allora

NICOLETTA: E partito in vacanza?

LORIS: S, diciamo che partito in vacanza. Cos, sono venuto a sapere che cera una cliente decisamente affascinante nel quartiere.

CARLO:- Giochiamo agli indiani?

NICOLETTA: Lascia stare il dottore! Non vedi che stiamo parlando?

CARLO: Strega, strega! (A Loris) Giochiamo agli indiani? Io sono Faccia di Bufalo Spiaccicato, e tu sei Luna dArgento Nera!

NICOLETTA: Carletto, ora basta! Vieni qua, siediti e gioca da solo!

CARLO: Uffa! Ma io mi annoio a giocare da solo!

LORIS (si alzato anchegli): Facciamo la danza della pioggia, allora.

Carlo, raggiante, inizia la danza della pioggia in circolo, con Loris.

NICOLETTA: Eh s, la pioggia. Ne abbiamo avuta pure troppa di pioggia, i giorni scorsi tornavo dal mercato zuppa dacqua, dalla testa ai piedi. Lacqua mi entrava dentro, faceva freddo poi quando rientravo avevo ancora pi freddo cera il gelo dentro di me

Loris si risiede, mentre Carlo continua a danzare da solo. 

LORIS: Gi, la pioggia nelle scarpe

NICOLETTA: Eh?

LORIS: No, niente, parlavo tra me e me.

Un silenzio.

LORIS: Conosci Garcia Lorca?

NICOLETTA: Chi? Il cantante?

LORIS: Il? No, non fa niente.

Un silenzio.

NICOLETTA: D un po', ma tu mi trovi bella? No, certo, adesso mi vedi cos, ma, sai, con il lavoro che faccio come dire eh, posso essere piacente?

LORIS: Parlami ancora di tuo fratello.

NICOLETTA: Mio fratello? Ah s, ho capito!

LORIS: Cosa?

NICOLETTA: Ho capito dove ti ho visto. E strano assomigli a una persona, uno sconosciuto che qualche volta ho sognato. Un grande campo. E lui che mi tiene la mano. Ha un grande cappello, e mi sorride. Mi indica una strada, lontano. Vuole che ci andiamo insieme. Ma io non mi fido. Non mi sono mai fidata. (Un silenzio). Scusa, mi hai chiesto qualcosa?

LORIS: Tuo fratello. Volevo sapere di te e tuo fratello.

NICOLETTA: Che vuoi che ti dica? Come pensi che vivano due orfanelli? Pensi che si facciano delle grasse risate tutto il giorno? Carletto e io dovevamo badare a noi stessi, non avevamo tempo per giocare. Mio zio non sapeva nemmeno che cosa fossero, i giocattoli. Mio zio pensava a altro, lui e io dovevo difendermi, e dovevo difendere Carletto, capisci? Dovevo difenderlo da mio zio, dagli altri ragazzini, dai piccoli, dai grandi, da tutti. E dura dover crescere quando sei ancora bambino. Poi il mondo, sa lui come buttarti gi, tu cerchi di arrabbatarti, ci provi, perch sai che ci devi provare, e lui ti d certe mazzate che non ce la fai pi a riprenderti. Mi sarebbe piaciuto avere una vita normale, andare a scuola, poi alluniversit, avere un fidanzato carino, trovarsi un lavoro decente, sposarsi, fare dei figli... e invece no. Niente di tutto questo. A te, Nicoletta, non permesso. Io avevo il mio fratellino, le mie disgrazie, i miei debiti. Lo so, ti d langoscia con le mie chiacchiere, ma poi mi riprendo, sai? Dopo sono capace di scherzare e ridere come niente ah ah ah ah ah (ride), prova pure tu, vuota il cervello, lasciati andare, ridi ridi ah ah ah ah ah! 

LORIS: La visita.

NICOLETTA: Che?

LORIS: La visita. (Senza attendere la reazione di Nicoletta). Carletto, vieni che facciamo un gioco nuovo.

NICOLETTA: Come, un gioco nuovo?

CARLO (visibilmente eccitato al pensiero di poter finalmente giocare con qualcuno): S, giochiamo che io sono il barbiere e ti faccio i capelli, e pure la barba. Te li taglio corti corti, che estate e fa caldo. Oppure no, se non ti piace questo sai che facciamo, ci mettiamo i vestiti di mia sorella e ci trucchiamo come le femmine, poi facciamo finta di scendere le scale

LORIS: No, Carletto, vieni qui. Giochiamo al dottore e allammalato.

CARLO: Ma tu sei dottore per davvero?

LORIS: S, vieni qui Carlo.

CARLO: E no, se sei dottore per davvero non un gioco. E poi io non sono ammalato, sto bene. 

LORIS: Dai, Carletto, vieni qua

CARLO: OK, vengo, ma poi giochiamo al barbiere, eh? (Va verso Loris. Passando, fa la linguaccia a Nicoletta. Loris lo fa sedere su una sedia, comincia a visitarlo).

LORIS: Lo so che stai bene, proprio per questo un gioco. Stai bene sul serio, aveva ragione tua sorella. Sei proprio in forma. Hai il cuore di un ragazzino. Si direbbe che per te il tempo si sia veramente fermato. Respira. Pi forte. E che polmoni! Non ti stanchi mai di correre, eh? E chiss quanto mangi! Devi avere sempre fame!

CARLO: Ma io mi annoio a fare questo gioco.

LORIS: Abbiamo quasi finito. Dopo, se vuoi, ti porto in un parco dove faremo tanti giochi diversi, ci sono le montagne russe, mille tipi di giostre, il drago volante. Ti va?

CARLO: S!

LORIS: Per me cos va bene. (A Nicoletta) Avevi ragione, ha una salute di ferro, il ragazzo, incredibile, si direbbe davvero che non sia passato un giorno da quando i suoi genitori sono morti. Il suo corpo si sviluppato, ma i suoi organi non sono invecchiati. Hanno una funzionalit fuori dellordinario. Ho fatto proprio bene a venire. Qualche volta ho le giuste intuizioni. Ascolta, stasera ti chiamo e ti faccio una prima proposta. Indicativa, per carit. Non ti devi aspettare che sia esatta al centesimo, ma puoi considerarla comunque una base di partenza. Vedrai che non te ne pentirai, di avermi cercato. Stai per fare il migliore affare della tua vita. Che polmoni, il ragazzo! Oh, non ti preoccupare, le ecografie le facciamo noi direttamente, abbiamo un centro specializzato, macchinari allavanguardia. 

NICOLETTA: Macchinari allavanguardia

CARLO: Andiamo sul drago strisciante!

LORIS: No, il drago volante, Carlo.

CARLO: S, va bene lo stesso, andiamo sul drago volante! Andiamo, andiamo!

LORIS: Il drago volante? Certo, certo. Prima per devi chiedere il permesso a tua sorella.

CARLO: Ha gi detto di s, andiamo, andiamo.

LORIS: No, ti sbagli. Non ha ancora detto di s. Chiedi il permesso a tua sorella, Carlo. Non sta bene uscire senza il permesso di tua sorella.

CARLO: Letta, posso andare col signore sul drago volante? Eh? Posso, posso?

Un silenzio.

NICOLETTA: No.

CARLO: Perch no?

LORIS: Cosa? Hai detto no?

NICOLETTA: Eh? Ho detto no?

LORIS: Nicoletta, pensaci bene, cosa hai detto?

NICOLETTA: Ho detto s.

CARLO: Iuupppiiii!

LORIS: Avevo capito male, allora.

CARLO: Vado a prendere il pallone, poi scenderemo dal drago volante e giocheremo a pallone!

LORIS: Vai, Carletto, vai, ti aspetto qui. (A Nicoletta) Estrano, per.

NICOLETTA: Che cosa, strano?

LORIS: Tu ti reputi una donna forte, no?

NICOLETTA: S, sono una donna forte, e allora?

LORIS: Eppure, prima tremavi. Tremavi come una foglia.

NICOLETTA: Ma non dire fesserie, usa il cervello prima di aprire la bocca.

LORIS: Tremavi, lo sai benissimo che non mi sbaglio. Che per caso ci hai ripensato?

NICOLETTA: Ci ho ripensato, a che?

LORIS: Tuo fratello

NICOLETTA: No! Ma che ti viene in mente? Certo che no!

LORIS: No? Sicura? Perch guarda che se

NICOLETTA: Senti, tu fai il tuo lavoro che meglio, e non pensare ai fatti degli altri. Non ti immischiare. Abbiamo un patto, no? Io rispetto i patti. Da domani la mia vita cambier. Altroch se cambier. Libera, sar libera! Partir. Avr pure io il diritto di concedermi qualche sfizio, no? A Montecarlo. Me ne vado a Montecarlo. Tanto, l nessuno mi conosce. Voglio andare in un posto dove nessuno mi conosce. 

LORIS: Rompiamo le catene.

NICOLETTA: Esatto, rompiamo le catene. Scusa, ma a te che te ne frega? Tu avrai la tua parte, no? Non ti basta?

LORIS: S, certo, certo.

CARLO (entra in scena lanciando il pallone): Andiamo sul dragone! Sono pronto!

NICOLETTA (sorpresa): Sei gi pronto? Bravo bravo Carletto.

CARLO (tirando la giacca di Loris): Andiamo, andiamo!

NICOLETTA: Lascia stare il signore! Non vedi che continui a dargli fastidio?

CARLO: Letta strega! Usciamo, usciamo! Andiamo sul dragone!

LORIS: Un attimo. Dobbiamo prima fare una cosa.

NICOLETTA: Come, un attimo? Di che parli?

LORIS: Dobbiamo fare una cosa molto importante, Nicoletta, che non avevamo ancora considerato. Sai, spesso si trascurano proprio le cose fondamentali. 

NICOLETTA: Devi fare qualcosa a Carlo?

LORIS: Esatto! O pi precisamente devo fare qualcosa con Carlo. Dobbiamo giocare agli elefanti!

CARLO: Siiii! 

Loris sembra divertito. I due iniziano a giocare mettendosi a quattro zampe e facendo il verso degli elefanti.

CARLO: Andiamo a bere al lago con le nostre proboscidi!

I due continuano a giocare. Carlo ha unespressione di gioia.

CARLO: Letta, pu venire pi spesso il signore? Eh? Domani, pu venire domani? Pu venire sempre sempre?

LORIS: Eh, Letta, posso venire sempre sempre?

Carlo ha avvinghiato Loris affettuosamente.

CARLO e LORIS: Giochiamo agli elefanti? 

CARLO: Dai, giochiamo agli elefanti e tu fai la giraffa.

LORIS: S, non difficile, vedrai, basta entrare nel personaggio. Le giraffe, sai, guardano il mondo dallalto in basso, un po' come gli elefanti. Ma sono pi rapide ed eleganti dei pachidermi.

CARLO: Fai la giraffa, fai la giraffa! Letta, dai, facciamo venire il signore con noi? Che gli facciamo mangiare stasera? Eh? 

LORIS: Mangiamo dellerba, stasera, come le giraffe, e poi andiamo insieme a bere al lago.

CARLO: S, andiamo a bere al lago, al lago! Dai, Letta, vieni con noi!

LORIS: Saresti perfetta come giraffa insieme a noi elefanti vieni al lago con noi!

NICOLETTA: Basta! Basta! Non ce la faccio pi, sto uscendo fuori di testa! 

CARLO: No, devi fare la giraffa! Vieni con noi a fare la giraffa!

NICOLETTA (schiaffeggia Carlo): Basta! 

Nicoletta sembra pentirsi subito del gesto.

CARLO (quasi in lacrime): Vuoi farmi piangere, Letta strega! Ma io non piango, sai? Me ne vado col signore, qui andiamo, andiamo, andiamo sul dragone, andiamo!

LORIS: Andiamo? Eh, Letta, noi andiamo?

NICOLETTA: Come andate, no, aspetta un attimo non cos presto, almeno lasciami il tempo di voglio dire non c fretta, no?

LORIS: S, invece, c fretta, adesso dobbiamo proprio andare.

NICOLETTA: Solo il tempo di giocare un po' vieni, Carlo, tu sei lelefante e io sono la giraffa (Carlo allinizio sembra diffidare, poi si lascia andare e gioca con la sorella). Stasera, Carletto vedrai ti piacer, sono sicura che ti piacer ti faccio la pasta al forno, la vuoi? Con la besciamella e il prosciutto!

CARLO (imitando il verso dellelefante): Uhhhhh!

Mentre e Nicoletta e Carlo giocano, Loris si distacca da loro e va a sedersi. Si accende una sigaretta.


SIPARIO

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