Il matrimonio per concorso

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Carlo Goldoni

Il matrimonio per concorso


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QUESTO E-BOOK:

TITOLO: Il matrimonio per concorso

AUTORE: Goldoni, Carlo

TRADUTTORE:

CURATORE:

NOTE: Il testo stato preparato in collaborazione con Giuseppe Bonghi, responsabile del sito "Biblioteca dei Classici Italiani"

(http://www.classicitaliani.it/), e con Dario Zanotti, responsabile del sito "Libretti d'opera italiani" (http://www.librettidopera.it/).

DIRITTI D'AUTORE: no

LICENZA: questo testo distribuito con la licenza

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TRATTO DA: Tutte le opere di Carlo Goldoni / a cura di Giuseppe Ortolani -Milano : A. Mondadori - v. ; 18 cm. - I classici Mondadori -volume ottavo

CODICE ISBN: informazione non disponibile

1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 2 ottobre 2008

INDICE DI AFFIDABILITA': 1 0: affidabilit bassa 1: affidabilit media 2: affidabilit buona 3: affidabilit ottima

ALLA EDIZIONE ELETTRONICA HANNO CONTRIBUITO: Claudio Paganelli, paganelli@mclink.it

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Claudio Paganelli, paganelli@mclink.it

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Carlo Goldoni

IL MATRIMONIO PER CONCORSO

Commedia di tre atti in prosa.

PERSONAGGI

ANSELMO mercante italiano.

DORALICE figliuola di Anselmo.

PANDOLFO mercante italiano.

LISETTA figliuola di Pandolfo.

ROBERTO ALBICCINI mercante italiano.

FILIPPO locandiere italiano.

Monsieur la ROSE francese.

Madame FONTAINE francese.

Madame PLUME francese.

Mademoiselle LOLOTTE francese.

Monsieur TRAVERSEN francese.

Un Giovane di un stampatore.

Un Servitor di locanda.

Un Garzon di caff.

Uomini e donne vestiti civilmente, e che non parlano.

La Scena si rappresenta a Parigi, quasi tutta nella Locanda dell'Aquila, in una sala comune, a riserva di alcune scene dell'atto secondo, che si rappresentano nel giardino del Palazzo Reale di Parigi.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Sala comune a pi appartamenti, nella locanda di Filippo.

Lisetta e Filippo, poi un Servitore.

FIL. Non temete di niente, vostro padre fuori di casa; se egli verr, noi saremo avvertiti, e possiamo parlare con libert.

LIS. Caro Filippo, non ho altro di bene che quei pochi momenti ch'io posso parlar con voi. Mio padre un uomo stravagante, come sapete. Siamo a Parigi, siamo in una citt dove vi molto da divertirsi, ed io sono condannata a stare in casa, o a sortir con mio padre. Buona fortuna per me, che siamo venuti ad alloggiare nella vostra locanda, dove la vostra persona mi tiene luogo del pi amabile, del pi prezioso trattenimento.

FIL. Cara Lisetta, dal primo giorno che ho avuto il piacere di vedervi, ho concepito per voi quella stima che meritate. In un mese che ho la sorte di avervi nella mia locanda, ho avuto campo di meglio conoscere la vostra bont; la stima diventata passione, e gi sapete che vi amo teneramente.

LIS. Siate certo, che ne siete ben corrisposto.

FIL. Chi sa? Mi lusingo ancora, che il nostro amore possa essere consolato. Vostro padre, per quello che voi mi dite, un uomo che col commercio ha fatto qualche fortuna, ma io pure, grazie al cielo, mi trovo assai bene ne' miei affari; e circa alla nascita, la mia, per quel ch'io sento, non pu niente fare ingiuria alla vostra.

LIS. S, vero, i principii di mio padre sono stati al disotto della condizione in cui vi trovate: quando sono venuta al mondo, egli non era che un semplice servitore di un mercadante. Con un poco di attenzione agli affari, si acquistato del merito, e il suo padrone lo ha impiegato nel suo negozio. Ha fatto qualche fortuna, non so come, e se lo so, non ardisco di dirlo. So che siamo passati sovente ad abitar da un paese all'altro, e che ultimamente abbiamo lasciato Londra in una maniera che non mi ha dato molto piacere. Siamo ora a Parigi; mio padre vuol maritarmi, ma si fitta nel capo la melanconia di volere un genero di qualit.

FIL. Sar difficile ch'ei lo trovi: non per il vostro merito, ma per la sua condizione.

LIS. Eh caro amico, i danari qualche volta acciecano anche le persone di qualche rango, ed io ho paura di essere sagrificata.

FIL. Sapete voi quanto egli vi destini di dote?

LIS. Non saprei dirlo precisamente, ma credo che non avr difficolt di arrivare a dieci o dodici mila scudi.

FIL. A Parigi una simile dote non gran cosa; ed io, locandiere qual sono, se mi avessi a maritare senza passione, non lo farei per minore dote di questa.

LIS. Ecco un altro timore che m'inquieta. Dubito, s'ei qui non trova da maritarmi a suo genio, ch'ei non risolva di condurmi in Italia, e sarebbe per me il maggior dispiacere del mondo.

FIL. Non vedreste volentieri la patria di vostro padre? Sono italiano ancor io, e vi assicuro che il nostro paese non ha niente ad invidiare a qualunque altra parte del mondo.

LIS. S, vero, vedrei volentieri l'Italia, ma...

FIL. Che volete dire? Spiegatevi.

LIS. Non la vedrei volentieri senza di voi.

FIL. Questa vostra dichiarazione mi obbliga, m'incanta, m'intenerisce.

SERV. Signor padrone, in questo punto entrato il signor Pandolfo. (parte)

LIS. Ah, che mio padre non mi sorprenda. Mi ritiro nella mia camera.

FIL. S, penseremo al modo...

LIS. Addio, addio; amatemi, che io vi amo. (entra nella sua camera)

SCENA SECONDA

Filippo, poi Pandolfo.

FIL. Lisetta la pi amabile figliuola del mondo. Peccato ch'ella abbia un padre s stravagante.

PAND. venuto nessuno a domandare di me? (grossamente)

FIL. Non signore, ch'io sappia: non venuto nessuno.

PAND. Diamine! doveva pur essere capitato. (inquietandosi)

FIL. Signore, avete voi qualche cosa che v'inquieta, che vi disturba?

PAND. Bella domanda! Chi ha una figlia da maritare, non manca d'inquietudini, d'imbarazzi.

FIL. (Meschino me!) Attendete voi qualcheduno per rapporto a vostra figliuola?

PAND. Signor s.

FIL. La volete voi maritare? (con premura)

PAND. Signor s.

FIL. Avete ritrovato il partito? (come sopra)

PAND. Lo ritrover.

FIL. Signore, se vi contentate ch'io vi faccia una proposizione...

PAND. Non ho bisogno delle vostre proposizioni. Maritando mia figlia, scusatermi, non voglio passare per le mani d'un locandiere.

FIL. Signore, convien distinguere locandiere da locandiere...

PAND. Tant'. Ho trovato io la maniera di procurare a mia figlia il miglior partito, sicuro di non ingannarmi, sicuro di non perdere il mio danaro, e sicuro di aver un genero di mia piena soddisfazione.

FIL. Posso sapere il come?

PAND. Il come, il come voi lo saprete. (grossamente)

FIL. (La sua maniera villana non mi d campo per ora di dichiararmi; ma non perdo la speranza per tutto questo).

SCENA TERZA

Il Garzone dello stampatore, e detti.

GARZ. Signori, fatemi la grazia di dirmi qual la camera del signor Pandolfo.

PAND. Eccomi qui, non mi vedete?

GARZ. Scusatemi. Io non avea l'onor di conoscervi. Mi manda da voi monsieur de la Griffe...

PAND. Lo stampatore?

GARZ. S signore, lo stampatore.

PAND. Buono! questi il giovane ch'io aspettava. (a Filippo)

FIL. (Qual rapporto pu egli avere con sua figliuola?)

GARZ. Voi siete stato servito. Eccovi una copia de' Piccioli affissi, in cui troverete l'articolo che gli avete ordinato. (gli d un foglio stampato)

PAND. Ma no, il vostro padrone una bestia, non mi ha capito; gli ho detto ch'io voleva l'articolo della gazzetta.

FIL. Signore, non v'inquietate. Poich quel foglio che in Italia si chiama la gazzetta, qui passa sotto il nome de' Piccioli affissi.

PAND. Ho capito. Vediamo se va bene, o se vi son degli errori.

FIL. Avete voi perduto qualche cosa? Volete vendere? Volete comprare?

PAND. No no, si tratta di maritare mia figlia.

FIL. Ma come?

PAND. Sentite. AVVISO AL PUBBLICO. arrivato in questa citt un forestiere di nazione italiano, di professione mercante, di una fortuna mediocre, e di un talento bizzarro. Egli ha una figlia da maritare, di et giovane, di bellezza passabile, e di grazia ammirabile. Statura ordinaria, capello castagno, bei colori, occhio nero, bocca ridente, spirito pronto, talento raro, e del miglior cuore del mondo. Il padre le dar la dote a misura del partito che si offrir di suo genio e di quello della figliuola. Sono tutti due alloggiati alla locanda dell'Aquila. Col potranno addrizzarsi quei che la volessero in isposa, e saranno ammessi al concorso. Ah! cosa ne dite? L'ho trovata io la maniera?

FIL. Signore, scusatemi, voi volete mettere in ridicolo la vostra figliuola.

PAND. Eh, cosa sapete voi? Non sapete niente. A Londra dove sono stato, e da dove ora vengo, si mette tutto quello che si vuole su questi fogli, ed a Parigi si fa lo stesso.

FIL. A Parigi si mette tutto sui Piccioli affissi, e sono fogli molto utili per la citt, ma non si mettono le figliuole da maritare.

PAND. Ed a Londra anche le figliuole da maritare.

FIL. Vi assicuro che questa cosa...

PAND. Vi assicuro che cos va bene, che cos mi piace, e non voglio altri consigli. (a Filippo) Dite al vostro padrone che son contento, e lo pagher. (al Garzone)

GARZ. Mi comanda altro?

PAND. Non altro.

GARZ. Mi favorisce qualche cosa per bevere?

PAND. Oib, vergogna, domandar per bevere! una villania.

GARZ. O per bevere, o per mangiare.

PAND. Tenete. (gli d due soldi)

GARZ. (Due soldi!) Viene da Londra vossignoria?

PAND. S, vengo da Londra.

GARZ. E ha imparato a regalare due soldi?

PAND. E voi dove avete imparato a mettere il prezzo alla cortesia?

GARZ. Signore, quel che voi dite non s'impara e non si usa in veruna parte, ma una mancia di due soldi avvilisce chi la fa, e mortifica chi la riceve. (getta i due soldi per terra, e parte)

SCENA QUARTA

Pandolfo e Filippo.

PAND. Oh l'impertinente!

FIL. Eh signore, la giovent di questo paese ha dello spirito e del sentimento.

PAND. Tanto meglio per loro, non me n'importa un fico. Voglio andar a leggere a mia figlia il capitolo della gazzetta, e prevenirla perch stia preparata.

FIL. Voi le darete una mortificazione grandissima.

PAND. Che mortificazione! ella non amer meglio che di vedersi in istato di scegliere fra cento concorrenti che le verranno d'intorno. Ringrazier suo padre che pensa a lei, che pensa al suo bene, alla sua fortuna. So quel che faccio, so quel che penso. Ho viaggiato il mondo, ho del talento, ho delle cognizioni bastanti, e voi non sapete far altro che dei cattivi rag col lardo, e mettere delle droghe nel vino. (entra in camera)

SCENA QUINTA

Filippo, poi il Servitore.

FIL. veramente un villano; la maniera incivile con cui mi tratta, non mi d coraggio di domandargli sua figlia; son sicuro che mi direbbe di no, e mi obbligherebbe forse a qualche risentimento. Ci non ostante, non voglio abbandonare l'idea, gli far parlare da qualcheduno, che forse lo metter alla ragione.

SERV. Signore, sono arrivati due forestieri, un uomo avanzato ed una donna giovine, e domandano due stanze unite.

FIL. Bene, daremo loro quel picciolo appartamento, (lo accenna) fateli venire. (Il Servitore parte) In ogni caso di resistenza, Lisetta mi ama, ed il padre non potr obbligarla a maritarsi contro la di lei volont.

SCENA SESTA

Anselmo e Doralice da viaggio. Il Servitore della locanda col baule e Filippo.

Il Servitore ed il facchino col baule passano a dirittura nell'appartamento accennato.

FIL. Servitore umilissimo di lor signori. Restino serviti, favoriscano vedere se quell'appartamento conviene al loro gusto e al loro bisogno.

ANS. Siete voi il padrone dell'albergo?

FIL. Per obbedirla.

ANS. Questa giovane mia figliuola, onde vorrei due camere l'una dentro dell'altra.

FIL. Quell'appartamento a proposito. Si dia l'incomodo di vederlo.

ANS. Andiamo, figliuola, ho piacere che siate anche voi soddisfatta.

DOR. Se un appartamento di libert, sar contentissima. (Anselmo e Doralice entrano nell'appartamento)

SCENA SETTIMA

Filippo, poi il Servitore ed il facchino.

FIL. vero che in Francia non si pu maritare la figlia senza il consenso del padre, e se ci maritassimo senza di lui, il matrimonio sarebbe nullo; ma non arriva l'autorit del padre ad obbligare la figlia a maritarsi per forza. (esce il facchino dalla camera, e parte)

SERV. Mi pare che l'appartamento non gli dispiaccia. (a Filippo)

FIL. Tanto meglio. Hanno detto come vogliono esser serviti?

SERV. Parleranno con voi.

FIL. Benissimo. Ecco il padre. (il Servitore parte)

SCENA OTTAVA

Filippo ed Anselmo.

FIL. E bene, signore, siete voi contento?

ANS. Contentissimo; quanto vi dovr contribuire per l'appartamento?

FIL. Contate di trattenervi qui molto tempo?

ANS. Non lo so ancora precisamente. Ho degli affari da consumare. Pu essere ch'io resti poco, e ch'io resti molto.

FIL. Non s'inquieti per questo. Ella ha da fare con un galantuomo. Sono buon italiano. Mi pare dal linguaggio, che anche vossignoria sia della stessa nazione.

ANS. S, verissimo. Sono italiano ancor io.

FIL. Viene d'Italia presentemente?

ANS. No, vengo di Spagna; vorrei sapere a press'a poco quanto dovr pagar per l'alloggio.

FIL. Se si tratta a mese, non posso far a meno per quelle due camere di quattro luigi il mese.

ANS. Che sono all'incirca otto zecchini di nostra moneta.

FIL. Cos per l'appunto. Oh benedetti siano i nostri zecchini! vero che non arrivano alla met del luigi, ma qui si spende un luigi, come da noi si spende un zecchino.

ANS. Credo tutto ci, ma quattro luigi il mese mi pare troppo.

FIL. Signore, nelle locande non si pu spender meno. Se va in una casa particolare, spender la met; ma poi non sar servita. Converr si provveda il mangiare altrove, o che se lo faccia da s e vi vorr un servitore, e i servitori a Parigi costano assai, e non fanno niente. Io sono locandiere e trattore, e la servir ad un prezzo assai conveniente.

ANS. Che vuol dire, a qual prezzo mi darete voi da mangiare?

FIL. Vuol pranzo e cena?

ANS. No no, per il pranzo solo.

FIL. Quanti piatti?

ANS. Una cosa onesta.

FIL. Una buona zuppa...

ANS. Zuppa, zuppa, sempre zuppa; non si potrebbe mangiare quattro risi alla veneziana?

FIL. La servir di riso, s'ella comanda, ma qui poco si usa e quando si d, si fa cuocere quanto il bue. Per so il costume d'Italia, e sar servita. Le dar un buon bollito, un'antrem, un arrosto...

ANS. Cosa significa un'antrem?

FIL. Un piatto di mezzo. Le dar le frutta, il formaggio, la fornir di pane, di vino; e non mi dar che sei lire al giorno per due persone.

ANS. Sei lire di Francia, che sono dodici di Venezia.

FIL. S signore, questo il meno che qui possa spendere.

ANS. (Ho capito, ci rester poco; le mie disgrazie non mi permettono di soffrir questa spesa).

FIL. contento, signore?

ANS. Bene bene, sopra di ci parleremo; avrei bisogno di andare subito in qualche parte della citt, per ritrovare alcuni miei amici e corrispondenti.

FIL. Perdoni, vossignoria negoziante?

ANS. S, negoziante (ma sfortunato). Vorrei qualcheduno che m'insegnasse le strade.

FIL. Parigi grande; s'ella ha da girare in pi d'un quartiere, la consiglio di prendere una carrozza.

ANS. E quanto si paga di una carrozza?

FIL. Se vuole una carrozza che chiamasi di rimessa, si prende a giornata, e costa dodici franchi il giorno.

ANS. Ventiquattro lire di Venezia!

FIL. Se vuole un fiacher, ch' una carrozza un poco male montata, ma di cui tutt'i galantuomini sene possono onestamente servire, questa si paga a ragione d'un tanto l'ora. Ventiquattro soldi di Francia la prima ora, e venti soldi per ogni ora che seguita.

ANS. Benedetta la gondola di Venezia! con quaranta soldi di Francia, mi serve dalla mattina alla sera. Fatemi il piacere di ritrovarmi un fiacher.

FIL. Vado a servirla immediatamente. Ah signore, chi dice male della nostra Italia, indegno divivere a questo mondo. (parte)

SCENA NONA

Anselmo, poi Pandolfo.

ANS. Oh, Italia, Italia! quando avr il piacere di rivederti?

PAND. (Sortendo dalla camera viene parlando verso la porta da dove esce) Sciocca! stolida! imprudente! non meriti l'attenzione, la bont che ha per te tuo padre. Ma la far fare a mio modo.

ANS. (Vien gente, sar bene ch'io mi ritiri in camera ad aspettar la carrozza). (s'incammina verso l'appartamento)

PAND. Non si poteva immaginare un espediente pi bello per maritarla, ed ella si chiama offesa. Balorda, ignorante.

ANS. (Cosa vedo? Pandolfo? egli sicuramente).

PAND. (Finalmente comando io).

ANS. Pandolfo!

PAND. Oh, signor Anselmo!

ANS. Voi qui?

PAND. Voi a Parigi? Oh che piacere ch'io provo nel rivedervi! Lasciate che vi dia un abbraccio. (vuol abbracciarlo)

ANS. Oh, oh, Pandolfo! gradisco il vostro buon cuore, ma voi non mi avete mai abbracciato con simile confidenza.

PAND. vero, ma ora non sono pi quel ch'io ero una volta.

ANS. E che cosa siete poi diventato?

PAND. Con vostra buona grazia mercante. (con un poco d'orgoglio)

ANS. Bravo, mi consolo infinitamente con voi. Siete ricco?

PAND. Non sono ricchissimo, ma ho una figlia da maritare, alla quale potr dare, senza incomodarmi, dodici mila scudi di dote.

ANS. E come avete fatto ad ammassare tutto questo danaro? I vostri principii sono stati meschini.

PAND. Vi dir: io ho avuto l'onore di essere impiegato nel vostro negozio...

ANS. E prima nella mia cucina.

PAND. Non prendiamo le cose s da lontano; quando mi sono licenziato da voi a Barcellona, io aveva messo da parte qualche danaro...

ANS. Danaro tutto bene acquistato? Avete voi alcun rimorso d'avermi un poco rubato?

PAND. Non m'interrompete. Lasciatemi continuare il filo del mio discorso. In sei anni ch'io sono stato al vostro servizio, ho appreso qualche cosa a negoziare, ho approfittato delle vostre lezioni...

ANS. E del mio danaro, non egli vero?

PAND. Ma non m'interrompete, vi dico. (con un poco di collera) Sono andato a Cadice, poi sono passato a Lisbona, e di l mi sono trasportato in Inghilterra. Per dirvi la verit, in confidenza, per tutto ho avuto delle disgrazie, e a forza di disgrazie sono arrivato ad esser padrone di qualche cosa.

ANS. Amico, io non invidio niente la vostra fortuna. Anzi vi dir, che di me avvenuto tutto al contrario; la guerra ha interrotto il commercio, gli affari miei sono andati male. I creditori mi hanno pressato, ho pagato tutti, e per non fallire sono restato, posso dir, senza niente.

PAND. Signor Anselmo, permettetemi ch'io vi dica una cosa, con tutta quella sincerit e quel rispetto che ancora vi devo.

ANS. Parlate, che cosa mi vorreste voi dire?

PAND. Voi non avete mai saputo fare il negoziante.

ANS. E come potete voi dir di me questa cosa?

PAND. Scusatemi, siete troppo galantuomo.

ANS. S signore. Lo sono e mi pregio di esserlo. Amo meglio di aver rinunziato i miei beni, ed avermi conservato il buon nome. Ho dei crediti in Francia, procurer di ricavarne quel che potr, cercher di dare stato alla mia figliuola, ed io mi ritirer in Italia a vivere onoratamente, senza macchie, senza rimproveri, e senza rimorsi.

PAND. Passiamo ad un altro discorso. Avete qui con voi la vostra figliuola?

ANS. S signore, ella qui con me, e siamo alloggiati in quell'appartamento.

PAND. Ed io in questo: tanto meglio, siamo vicini. Voglio andare a far il mio debito colla signora...

ANS. No, no, vi ringrazio. Non mancher tempo. Ella stanca dal viaggio, ed ha bisogno di riposare.

PAND. Volete voi venire a veder mia figlia?

ANS. La vedr con pi comodo, attendo una carrozza per andare a girare per la citt; mi preme di veder subito qualcheduno.

PAND. Mia figlia e vostra figlia si tratteranno; staranno insieme, saranno amiche.

ANS. S s, amiche come vi piace.

PAND. Ci avreste qualche difficolt? Sono ancor io mercante.

ANS. S, un poco fallito, ma non vi male.

PAND. Eh, se tutti quelli che hanno fallito...

SCENA DECIMA

Il Servitore di locanda, e detti.

SERV. Signore, il fiacher alla porta, che sta aspettando.

ANS. Vengo subito. (s'incammina verso l'appartamento; Servitore parte)

PAND. Avete bisogno di qualche cosa?

ANS. Niente; obbligato. Vado a prendere certe carte. Vado ad avvisare mia figlia, e parto subito. (entra in camera)

SCENA UNDICESIMA

Anselmo, poi Pandolfo.

PAND. Il Signor Anselmo conserva sopra di me quella superiorit con cui mi trattava una volta. Ma adesso io ho pi denari di lui, e chi ha danari signore, e chi n'ha di pi, pi signore, e chi non ne ha, non pi signore.

ANS. Presto presto, che l'ora passa, e vi vogliono ventiquattro soldi di Francia per la prima ora. (incamminandosi)

PAND. Una parola, signor Anselmo.

ANS. Spicciatevi.

PAND. Voglio maritare mia figlia.

ANS. E bene?

PAND. Ci saranno moltissimi pretendenti.

ANS. L'ho a caro. (come sopra)

PAND. E saranno ammessi al concorso.

ANS. E cos?

PAND. Se volete concorrere ancora voi...

ANS. Eh, ho altro in testa che le vostre pazzie. (parte)

PAND. Pazzo io? Pazzo lui, che ha danari molto meno di me, n mia figlia si contenterebbe di un vecchio, n io forse mi degnerei. Eh, andiamo un poco a vedere se gli Affissi corrono, se la gazzetta fa colpo, se i pretendenti si movono. Mi aspetto di vedere Lisetta (a suo dispetto, che non lo merita), mi aspetto di vederla maritata a qualche cosa di grande; ed in che fondata la mia speranza? In tre cose, una meglio dell'altra. Nel merito della figlia in dodici mila scudi di dote; e in un avviso al pubblico, lavorato da questa testa. (parte)

SCENA DODICESIMA

Filippo, poi Lisetta.

FIL. (Esce dalla porta del suo appartamento, guardando dietro a Pandolfo che parte) Se ne va l'amico. Parte; se ne va, se n' andato. Sia ringraziato il cielo, veggiamo di parlare a Lisetta. (s'incammina)

LIS. partito mio padre? (sulla porta)

FIL. S, partito, ed ora io veniva da voi.

LIS. Che dite eh! della maniera indegna con cui mi tratta? Sono io da far mettere sulla gazzetta?

FIL. Io ci patisco niente meno di voi, e vi assicuro che comprerei questi fogli a costo di sagrificar tutto il mio. Ma il male fatto, ed inutile per questa parte il rimedio. A quest'ora ne sar pieno tutto Parigi. Gli uomini deputati alla distribuzione di questi fogli, corrono per tutti i quartieri. I curiosi li aspettano con impazienza, e se un articolo novo interessa, non si parla di altro in tutta quella giornata. So come sono a Parigi, aspettate di essere visitata da pi d'uno.

LIS. Venga chi vuole, io non mi lascier veder da persona. Una giovane onorata non deve essere esposta e messa in ridicolo in tal maniera.

FIL. Figuratevi qual pena avrei io medesimo, veggendovi in un tale imbarazzo. Vi nota la mia passione. Sapete quale interesse io abbia nel vostro decoro e nella vostra tranquillit.

LIS. Liberatemi, per carit, da un s duro impegno. Provate almeno, fatemi domandare a mio padre.

FIL. Lisetta carissima, io veniva appunto per dirvi che il passo fatto. Ho pregato una persona di autorit e di credito, perch ne parli al signor Pandolfo, mi ha promesso di farlo subito, e pu essere che lo far; ma voi ancora, dal canto vostro, non mancate di appoggiare colle vostre preghiere la mia domanda.

LIS. S, lo far con tutto l'animo, con tutto il calore. Pregher, pianger, grider, se occorre. So piangere e so gridare, quando bisogna.

SCENA TREDICESIMA

Roberto e detti.

ROB. Monsieur Filippo, vi riverisco.

FIL. Servitor umilissimo, signor Roberto.

LIS. (Chi questi?) (piano a Filippo)

FIL. (Un italiano: non abbiate soggezione). (a Lisetta, piano) Ha qualche cosa da comandarmi? (a Roberto)

ROB. Vi dir, caro amico, ho veduto nei Piccioli affissi una certa novit che mi ha fatto ridere. Si dice che nella vostra locanda vi una giovane da maritare, e ch'ella esposta al concorso. La curiosit mi ha spronato, mi son trovato per i miei affari da queste parti, e sono venuto a vederla.

LIS. (Povera me! non so come abbia da regolarmi). (da s)

FIL. (Gl'italiani non sono meno curiosi dei parigini).

ROB. E bene, monsieur Filippo, si pu avere la grazia di vedere questa giovane?

FIL. Signore, io non so chi ella sia, io non so di chi voi parlate; la mia locanda piena di forestieri, e non conosco la persona che voi cercate.

ROB. impossibile che non lo sappiate... (Ma alla descrizione della persona, ai segni rimarcati nel foglio, mi pare quella senz'altro). (osservando Lisetta, e passa nel mezzo e si accosta a lei) Scusatemi, signora mia, dell'ardire: sareste voi per avventura la bella e graziosa giovane, di cui ho letto con mio piacere l'avviso al pubblico?

FIL. (Che tu sia maladetto!)

LIS. Signore, io non sono n bella, n graziosa; per conseguenza non sono quella che voi cercate.

FIL. Non signore, non quella altrimenti. Voi domandate di una giovane da marito, e quella di gi maritata. (fa cenno a Lisetta)

LIS. Cos , padron mio, sono maritata. (Bravo Filippo, capisco il gergo).

ROB. Nuovamente vi chiedo scusa, se ho fatto di voi un giudizio che non vi conviene. In fatti non si pu sentire cosa pi ridicola al mondo. Pare impossibile che si trovi un padre s sciocco, che voglia esporre in cotal guisa una figlia.

FIL. Non pu essere che uno zotico, un ignorante, una bestia.

ROB. Ma non carichiamo il padre soltanto; convien dire che anche la figlia, poich lo soffre, non abbia miglior talento e miglior riputazione.

LIS. Oh, in quanto a questo, signore, voi pensate male e parlate peggio. Il padre pu essere capriccioso, pu aver fatto ci senza il consenso della figliuola; ella pu essere savia, ragionevole e onesta, e non si giudica male delle persone che non si conoscono. (con sdegno)

ROB. Signora, voi vi riscaldate s fortemente, che mi fate credere che la conosciate. Fatemi il piacere di dirmi chi ella sia.

LIS. Io non la conosco altrimenti; e se parlo, parlo per onore del sesso.

FIL. (Bravissima! non si porta male).

ROB. Lodo infinitamente il vostro zelo e il vostro talento; posso esser degno di sapere almeno chi siete voi?

LIS. Io? Sono maritata, e non vi pu niente interessare la mia persona.

ROB. Via, signora, non siate meco s austera; e chi il vostro signor marito?

LIS. Che cosa importa a voi di conoscere mio marito?

FIL. Oh, via, il signor Roberto mio padrone e mio buon amico. Bisogna soddisfarlo, bisogna dirgli la verit. Quella mia moglie.

ROB. Vostra moglie?

LIS. S signore, sua moglie.

ROB. Me ne consolo infinitamente. lungo tempo ch' vostra moglie?

FIL. Un anno incirca, non egli vero, Eleonora?

LIS. S, un anno e qualche mese; comanda altro, signore?

ROB. Vi supplico appagare la mia curiosit. Vorrei poter dire di essere stato il primo a vederla.

LIS. Chi?

ROB. La giovane degli Affissi.

LIS. Ella? Ditemi in grazia, signore: sareste voi in grado di sposare una giovane esposta in una maniera da voi medesimo condannata?

ROB. Il cielo mi liberi da un tal pensiero! Son un uomo d'onore, sono un negoziante assai conosciuto da monsieur Filippo, son qui venuto per bizzarria, per capriccio, per divertirmi, per burlarmi di un padre sciocco e di una figlia ridicola.

LIS. Mi maraviglio di voi, che abbiate tai sentimenti. Gli uomini d'onore non si devono burlare delle figlie onorate. La vostra un'azione pessima, e un'intenzione maligna. S'io fossi quella tale che voi cercate, saprei trattarvi a misura del vostro merito, e vorrei farvi imparare, se nol sapete, che le donne si trattano con pulizia, con civilt e con rispetto. (parte, ed entra nella sua camera)

SCENA QUATTORDICESIMA

Roberto e Filippo.

ROB. un diavolo questa vostra moglie.

FIL. Dello spirito non gliene manca.

ROB. Ma dalla maniera sua di parlare, capisco ch'ella assolutamente conosce la giovane di cui si tratta, e voi la conoscerete al pari di lei, e quando un galantuomo vi prega, mi pare che non dovreste fare il prezioso.

FIL. Gli replico ch'io non ne so niente, e ci le dovrebbe bastare.

ROB. No, non mi basta.

FIL. Se non le basta, non so che farle. Perdoni, ho i miei affari, non posso pi trattenermi. (Per questa volta passata bene). (entra nel suo appartamento)

SCENA QUINDICESIMA

Roberto, poi Doralice.

ROB. Possibile che gli Affissi mentiscano? Sarebbe una cosa strana. Potrebbe anche darsi che la giovane fosse qui, e Filippo e sua moglie non lo sapessero. Ma anche questo pare impossibile. Vi sar sotto qualche mistero, avranno impegno per qualcheduno... Ma io perch mi scaldo la fantasia per s poco? Cosa perdo se non la vedo? Perdo un semplice divertimento, una cosa da niente. Ma tant', sono in impegno. Pagherei dieci luigi per appagare la mia curiosit.

DOR. (Dalla porta della sua camera, che viene da lei aperta) Ehi della locanda? Camerieri, vi nessuno?

ROB. (Oh ecco un'altra donna; sarebbe questa per avventura la giovane degli Affissi?)

DOR. (Questa una miseria. Non si pu avere un servigio. Pregher mio padre che non mi lasci pi sola).

ROB. (Parmi di riconoscere ancora in questa dei contrassegni indicati).

DOR. Ehi dell'albergo? (chiama forte)

ROB. Signora, comandate voi qualche cosa? Posso io aver l'onor di servirvi?

DOR. Scusatemi, signore, avrei bisogno di un servitore.

ROB. Andr io a chiamarlo, se comandate.

DOR. Oh no, vi supplico, non v'incommodate per me.

ROB. Lo far col maggior piacere del mondo. Ditemi che cosa vi occorre, dar io i vostri ordini, se vi contentate.

DOR. Vi ringrazio, signore.

ROB. Vi supplico instantemente.

DOR. Per dirvi la verit, vorrei che un servitore mi portasse un bicchiere di acqua.

ROB. Sarete servita immediatamente. (Se quella, mi pare che abbia del merito. Mi piace infinitamente). (parte per la porta di Filippo)

SCENA SEDICESIMA

Doralice, poi Roberto, e poi il Servitore della locanda.

DOR. Mi rincresce infinitamente dover incommodare una persona ch'io non conosco, ma la necessit mi obbliga a prevalermi della sua gentilezza.

ROB. Signora, voi sarete tosto servita.

DOR. Sono molto tenuta alle grazie vostre. (s'inchina, e vuol partire)

ROB. Vi supplico di trattenervi un momento.

DOR. Avete qualche cosa da comandarmi?

ROB. Vorrei aver io l'onore di presentarvi quel bicchiere di acqua che avete chiesto.

DOR. Scusatemi, signore, non vi mio padre, e s'egli mi trovasse fuori della mia camera...

ROB. Avete il vostro signor padre con voi? (con premura)

DOR. S signore, ma ora fuori di casa.

ROB. (Scommetterei ch' questa sicuramente).

DOR. Con vostra permissione. (in atto di partire)

ROB. Un momento. Ecco l'acqua, accordatemi questo onore.

SERV. (Entra con un bicchiere di acqua sopra una sottocoppa)

DOR. ( s gentile, ch'io non posso ricusare le sue finezze).

ROB. (Convien dire, se dessa, che la locandiera ha ragione. Ella la pi saggia figlia del maggior

pazzo di questo mondo). (prende l'acqua, e la presenta a Doralice)

DOR. Sono mortificata per l'incommodo che vi prendete. (beve l'acqua)

ROB. Niente affatto, godo anzi del piacer di servirvi.

DOR. Tenete. (vuol rendere il bicchiere al Servitore)

ROB. Favorite. (prende egli il bicchiere, e lo d al Servitore)

DOR. ( di una cortesia impareggiabile!)

ROB. (Vorrei pur iscoprire la verit). Perdonate l'ardire il vostro signor padre italiano?

DOR. S signore, italiano.

ROB. Di profession negoziante?

DOR. Per l'appunto un negoziante.

ROB. (Queste sono due circostanze che si confrontano perfettamente). Scusatemi, siete voi maritata, o da maritare?

DOR. Perch mi fate tutte queste interrogazioni?

ROB. Per non ingannarmi, signora. Per sapere s'io posso parlarvi liberamente.

DOR. Su qual proposito mi volete voi ragionare?

ROB. Compiacetevi di rispondere a ci ch'io ho l'onore di domandarvi, e mi spiegher senza alcun mistero.

DOR. (Mi mette in curiosit).

ROB. Siete voi da marito?

DOR. Cos , sono ancor da maritare.

ROB. Vostro padre ha egli intenzione di maritarvi a Parigi?

DOR. S certo, so ch'egli lo desidera colla maggior premura del mondo, ed ha avuto la bont di dirmi, che mi ha condotto in questa citt unicamente per questo.

ROB. (S, ella sicuramente). Vostro padre, signora, un uomo molto bizzarro.

DOR. Lo conoscete, signore?

ROB. Non lo conosco, ma permettetemi ch'io vi dica con estremo mio dispiacere, che la sua condotta mi pare assai stravagante. Voi meritate d'essere trattata con maggior decenza, e non vi possono mancar de' buoni partiti, senza ch'egli ve li procuri per una strada s irregolare, che fa gran torto alla vostra condizione ed al vostro merito.

DOR. Signore, vi domando perdono. Mio padre un uomo saggio e prudente, e non capace...

ROB. Voi potete difendere vostro padre quanto volete, ma non sar mai compatibile, che un padre faccia pubblicar cogli Affissi che ha una figlia da maritare, e che i pretendenti saranno ammessi al concorso.

DOR. Come, signore? Mio padre ha fatto questo?

ROB. Cos : non lo sapete, o fingete di non saperlo?

DOR. Non lo so, non lo credo, e potrebbe essere che v'ingannaste.

ROB. Tutti i segni si confrontano, e voi ci siete dipinta perfettamente: giovane, vaga, gentile, di statura ordinaria, capelli castagni, bei colori, occhio nero, bocca ridente, figlia di un negoziante italiano, che vuol maritare la sua figliuola a Parigi, che alloggia in questa locanda. Siete voi quella sicurissimamente.

DOR. Non so che dire. Potrebbe darsi che mio padre lo avesse fatto. Se la cosa cos, avr egli delle buone ragioni per giustificar la sua condotta.

ROB. Lodo infinitamente il rispetto che avete per vostro padre. Riconosco in voi sempre pi la giovane di buon cuore nei fogli descritta. Permettetemi ch'io ripeta che il modo di esporvi non decente, ma che voi meritate tutta la stima e tutte le attenzioni di chi ha l'onor di trattarvi.

DOR. Ah signore, sono una povera sfortunata. Mio padre ha avuto delle disgrazie. Ha qualche effetto a Parigi, l'amor suo pronto a sagrificarlo per me, e potrei lusingarmi di un mediocre partito: ma s'egli mi ha posta in ridicolo, come voi dite, arrossisco di me medesima, non ho pi coraggio di sperar niente, mi abbandono alla pi dolente disperazione. Oh dio! convien dir che mio padre, afflitto dalle continue disavventure, abbia perduto la mente, oscurata la fantasia, ed io sono una miserabile, schernita, sagrificata.

ROB. Acchetatevi, signora mia: credetemi, il vostro caso mi fa piet, il vostro dolore mi penetra, il vostro merito m'incatena. La curiosit mi ha spronato, l'accidente ha fatto ch'io vi conosca, e la stima che ho di voi concepita, mi consiglia e mi anima a procurare di rendervi pi fortunata.

DOR. Oh dio! la vostra piet mi consola.

ROB. Sar io degno della vostra grazia, della vostra corrispondenza?

DOR. Voi mi mortificate, voi vi prendete spasso di me.

ROB. Ah no, non fate quest'ingiustizia alla tenerezza di un cuore, ch' penetrato dal vostro merito e dalle vostre disavventure.

DOR. Il cielo benedica il vostro bel cuore.

ROB. Parler a vostro padre.

DOR. Compatite la debolezza di un uomo perseguitato dalla fortuna.

ROB. Sareste voi disposta ad amarmi?

DOR. Suppongo che il vostro amore non potr essere che virtuoso.

ROB. Degno di voi, e degno di un uomo d'onore, qual mi professo di essere. Roberto io sono degli Albiccini, negoziante in Parigi.

DOR. Vien gente. Permettetemi ch'io mi ritiri.

ROB. Non potrei accompagnarvi all'appartamento? Attendere con voi il ritorno di vostro padre?

DOR. No, se avete di me qualche stima, lasciatemi sola presentemente, ed aspettatelo, o ritornate, qual pi vi aggrada; amo il mio decoro pi della vita istessa. Signor Roberto, all'onore di rivedervi. (s'inchina, e vuol partire verso la sua camera)

ROB. Assicuratevi, che ho concepito per voi della tenerezza, che vorrei potervela far rilevare... (seguitandola)

DOR. Non vi affaticate per or d'avvantaggio. La vostra bont mi ha penetrato bastantemente. (con tenerezza; parte ed entra)

SCENA DICIASSETTESIMA

Roberto, poi Pandolfo.

ROB. Oh cieli! qual incanto mai questo? Sono qui venuto per ischerzo, e mi trovo impegnato davvero. Il suo volto mi piace, la sua maniera m'incanta. Parmi ch'ella sia fatta per formare la felicit d'uno sposo.

PAND. (Chi questi? Sarebbe egli per avventura alcuno de' concorrenti?)

ROB. (S'io mi inducessi a sposarla, che direbbe il mondo di me? Eh, l'onest della giovane giustificherebbe la mia condotta).

PAND. Signore, la riverisco.

ROB. Servitore umilissimo.

PAND. Domanda ella di qualcheduno?

ROB. S signore, aspetto qui una persona; se non do incomodo...

PAND. Scusi, compatisca. venuto forse vossignoria per vedere la giovane di cui parlano i Piccioli affissi?

ROB. Lo sapete anche voi, signore, che questa giovane si trova qui?

PAND. Lo so certo, e lo deggio sapere pi di nessuno.

ROB. Non nascondo la verit. Sono qui per questa sola ragione, e attendo il padre della fanciulla.

PAND. Signore, se volete conoscere il padre della fanciulla, eccolo qui a' vostri comandi.

ROB. Voi?

PAND. Io.

ROB. (Veggendo ora la figura dell'uomo, non mi maraviglio pi delle sue stravaganze).

PAND. Ci avete qualche difficolt? Non avete che a domandare a Filippo, al locandiere.

ROB. Lo credo a voi, poich me lo dite.

PAND. Avete veduta mia figlia?

ROB. Per dirvi la verit, l'ho veduta.

PAND. E bene, che vi pare di lei? Siete persuaso?

ROB. Signore, vi assicuro che mi ha piaciuto infinitamente; ed oltre al merito suo personale, riconosco in vostra figliuola un fondo di virt e di bont che innamora.

PAND. Ah, che ne dite? Gli Affissi sono sinceri?

ROB. Circa alla sincerit dell'esposto, non vi niente che dire: ma caro signor... come vi chiamate in grazia?

PAND. Pandolfo, per obbedirvi.

ROB. Caro signor Pandolfo, esporre una giovane in tal maniera alla pubblica derisione, un avvilirla, un discreditarla, un sagrificarla.

PAND. Eh scusatemi, non sapete in ci quello che vi diciate. Ho fatto, ed ho fatto bene per pi ragioni. In primo luogo in Inghilterra si usa, in secondo luogo quest'uso si dovrebbe praticare per tutto; mentre, se vi qualche buona giovane da maritare, sono s poche al mondo, ch' bene che il pubblico le conosca; e in terzo luogo, se tutti i matrimoni si facessero per concorso, non si vedrebbero tante mogli e tanti mariti pentiti al terzo giorno, e disperati per tutta la vita.

ROB. Io non sono persuaso delle vostre ragioni. Se ci qualche volta si fatto in Londra, sar perch in Inghilterra sono quasi tutti filosofi, e fra mille filosofi ragionati, ve n' sempre qualcheduno di stravagante. Oltre a ci bisogna vedere...

PAND. Signore, questi sono ragionamenti inutili. Vi piace o non vi piace la mia figliuola?

ROB. Per dir vero, mi piace infinitamente.

PAND. Bisogner vedere, se voi avete la fortuna di piacere a lei.

ROB. Mi pare, mi lusingo dalla bont ch'ella ha avuto per me, che la mia persona non le dispiaccia.

PAND. Tanto meglio. La cosa sar fattibile. Mi parete un uomo proprio e civile, a riserva di certi scrupoli un po' stiracchiati. Non sono malcontento di voi. Vi posso dare delle buone speranze.

ROB. Volete voi che parliamo insieme alla giovane?

PAND. Non l'avete veduta? Non le avete parlato? Per ora basta cos: il vostro nome, il vostro cognome, lo stato vostro, la condizione?

ROB. Io mi chiamo Roberto Albiccini: sono italiano, negoziante in Parigi; e godo di una fortuna forse pi che mediocre.

PAND. Benissimo. Le condizioni non mi dispiacciono. Favorite di ritrovarvi qui innanzi sera.

ROB. Ma perch non possiamo presentemente...

PAND. Non signore. Sono un galantuomo, non voglio mancare alla mia parola. Ho proposto il concorso, e non voglio deludere i concorrenti.

ROB. Ma volete ancora persistere...

PAND. Tant', o rassegnatevi a quanto vi dico, o vi escluder dal concorso.

ROB. Non occorr'altro; ho capito. (Che bestia d'uomo! che stravaganza! che stolidezza! Un padre di tal carattere dovrebbe farmi perdere qualunque idea sulla figlia, ma no, il merito della povera sfortunata m'impegna sempre pi a procurare di liberarla dalle mani di un genitore villano). (parte)

SCENA DICIOTTESIMA

Pandolfo, poi Lisetta.

PAND. Ah ah, l'amico si innamorato subito, a prima vista. S signore, se non verr di meglio, Lisetta sar per voi.

LIS. E bene, signor padre, quando pensate voi a liberarmi da questa pena, da quest'affanno che mi tormenta?

PAND. Di qual pena, di qual affanno parlate?

LIS. Di vedermi esposta sulla gazzetta.

PAND. Via via, se ci vi dispiace, consolatevi, che sarete presto servita.

LIS. Che vale a dire?

PAND. Vale a dire, che sarete presto maritata.

LIS. E con chi, signore?

PAND. Probabilmente con uno che conoscete, e che so di certo che non vi dispiace.

LIS. (Oh cieli! questi non pu essere che Filippo, gli aver fatto parlare, mio padre ne sar persuaso).

PAND. Stiamo a vedere se capita qualchedun altro.

LIS. Ah no, signor padre, vi supplico, vi scongiuro, se questo partito non vi dispiace, sollecitatelo, concludetelo, non mi fate pi disperare.

PAND. Ne siete veramente innamorata?

LIS. Ve lo confesso, innamoratissima.

PAND. Cos presto?

LIS. un mese, signore, ch'io l'amo teneramente, e non ho mai avuto coraggio di dirlo.

PAND. Ah ah e io non sapeva niente. Non vi era dunque bisogno dell'avviso al pubblico.

LIS. Oh no certo, non v'era bisogno.

PAND. Ed ora venuto a dirmi... Basta, basta, ho capito.

LIS. Se mi amate, se avete piet di me, sollecitate, non mi fate penar d'avvantaggio.

PAND. Ors, per farvi vedere che vi amo, voglio passar sopra alla mia parola: voglio sacrificare ogni pi bella speranza, voglio concludere le vostre nozze.

LIS. Oh me felice, oh me contenta! Caro padre, quanto obbligo, quanta riconoscenza vi devo!

PAND. Aspettatemi qui, l'amico dovrebbe essere poco lontano, andr a vedere se lo ritrovo.

LIS. in casa, signore.

PAND. in casa? Ha finto di andarsene, ed in casa?

LIS. Il signore di l, che aspetta. Presto, subito, ve lo faccio venire. (parte)

SCENA DICIANNOVESIMA

Pandolfo poi Lisetta e Filippo.

PAND. Se costei prevenuta, non vorr nessuno de' concorrenti. Il concorso inutile, questo quello che mi farebbe ridicolo: ors, meglio ch'io mi spicci, e che la dia al signor Roberto. LIS. Venite, venite, signor Filippo. Mio padre contento, non vi altro da dubitare, e voi sarete il mio caro sposo.

FIL. Sono penetrato dalla pi grande allegrezza...

PAND. Come! che novit questa? Chi? Filippo? Un locandiere tuo sposo? Mi maraviglio di lui, mi maraviglio di te; ti ammazzerei piuttosto colle mie mani.

FIL. (Che imbroglio questo?)

LIS. Ma! non me l'avete voi accordato?

PAND. Io? Pazza! sciocca! Chi ti ha detto una simile bestialit?

LIS. Non mi avete voi promesso uno sposo ch'io conosco e ch'io amo? Io non conosco che Filippo, io non amo altri che il mio caro Filippo.

PAND. Non conosci tu il signor Roberto, non hai parlato con lui, non gli hai fatto credere che lo ami, che lo stimi?

LIS. Non lo conosco, non so chi egli sia, abborrisco tutti fuor che Filippo.

PAND. Non occorr'altro. Ho scoperto una cosa ch'io non sapeva. Va nella tua camera immediatamente.

LIS. Ma signor...

PAND. Va in camera, dico, non mi fare andar in collera maggiormente. Sai chi sono. Sai che cosa son capace di fare. LIS. (Povera me! sono disperata!) Filippo... (partendo)

PAND. In camera. (pestando il piede)

LIS. (Oh che uomo! il cielo me lo perdoni; oh che bestia di uomo!) (parte)

PAND. E voi, se avrete pi l'ardire di parlare a mia figlia, e di solamente guardarla, l'avrete a fare con me. (a Filippo) FIL. Ma finalmente, signore, se ora avete un poco di danaro, ricordatevi quello che siete, e che siete stato.

PAND. Basta cos: meno ciarle.

FIL. (Se non mi vendico, dimmi ch'io sono il pi vil della terra. S, Lisetta sar mia a tuo dispetto, a dispetto di tutto il mondo). (parte)

PAND. Un locandiere! mia figlia ad un locandiere? E colei vi aderisce: ander subito a provvedermi di un altro alloggio: ma non vo' lasciare quella stolida in libert: la chiuder in camera, porter via le chiavi. (va a chiudere, e porta via le chiavi) Son chi sono, la voglio maritar da par mio. Costui mi rimprovera quello che sono stato? Temerario! ignorante! La buona fortuna fa scordare i cattivi principii, e le foglie d'oro fanno cambiare gli alberi delle famiglie. (parte)


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Giardino spazioso pi che si pu. Da una parte della scena alberi ombrosi.

Tavolini di qua e di l; sedie di paglia e banchette all'intorno.

Madame Plume, mademoiselle Lolotte, tutte due a sedere ad un tavolino, bevendo il caff. Monsieur la Rose ad un altro tavolino col caff dinnanzi, ed un libro in mano, mostrando di leggere e di bevere il caff nel medesimo tempo. Madame la Fontene al medesimo tavolino di monsieur la Rose, bevendo il caff. Indietro pi persone che si pu: uomini e donne di ogni qualit, o a sedere, o passeggiando, o leggendo. Tutti questi si troveranno in iscena al cambiamento, e cambiata la scena, si procurer che i tavolini siano portati avanti con buona disposizione, perch i personaggi siano sentiti.

FONT. Monsieur la Rose, che cosa leggete di bello?

ROSE Il Mercurio.

FONT. Vi qualche articolo interessante?

ROSE Sono ora all'articolo de' teatri. L'autore del Mercurio dice molto bene di alcune commedie italiane.

FONT. Pu dir quel che vuole. Alla commedia italiana io non ci vado, e non ci ander mai.

ROSE E perch non ci andate?

FONT. Perch non intendo la lingua.

ROSE Se questo, vi do ragione. Io l'intendo, e ci vado, e mi diverto.

FONT. Bene, divertitevi, tanto meglio per voi.

ROSE Ma so pure, che anche voi, madama, avete studiata la lingua italiana, e che avete tenuto per qualche tempo un maestro.

FONT. S, vero, l'ho tenuto per quattro mesi. Cominciava a intendere, cominciava a tradurre, ma mi sono annoiata, e ho lasciato l.

ROSE Ecco, scusatemi, il difetto di voi altre signore. Vi annoiate presto di tutto. Cominciate una cosa, e non la finite. Poche donne vi sono a Parigi, che non abbiano principiato ad apprendere qualche lingua straniera, e pochissime sono arrivate a capirla. Perch? Perch non hanno pazienza, perch s'annoiano, perch le loro idee succedono violentemente una all'altra.

FONT. Che importa a noi di sapere le lingue straniere? La nostra vale per tutte le altre. I nostri libri ci forniscono di ogni erudizione e di ogni piacere, e il nostro teatro francese il primo teatro del mondo.

ROSE S, vero, ma ogni nazione ha le sue bellezze...

FONT. Eh! che bellezze trovate voi nella commedia italiana?

ROSE Io ci trovo piacere, perch l'intendo. Voi non la potete conoscere, perch non capite. Ecco perch un autore italiano a Parigi non arriver mai, scrivendo nella sua lingua, a vedere il teatro pieno. Le donne sono quelle che fanno la fortuna degli spettacoli, le donne non lo capiscono, le donne non ci vanno, gli uomini fanno la corte al bel sesso, e non restano per gl'Italiani che i pochi amatori della sua lingua, alcuni curiosi per accidente, qualche autore per dirne bene, e qualche critico per dirne male.

FONT. E bene! che cosa volete di pi? La popolazione di Parigi assai grande. Da un milione circa di anime si pu ricavare tanti amatori, tanti curiosi, tanti parziali, da fornire passabilmente un teatro.

ROSE Sentite quel che dice il Mercurio...

FONT. Scusatemi, io non ne sono interessata, e lascio che vi godete l'elogio tutto per voi.

ROSE Benissimo, legger io. (Non vi rimedio, le donne non ne vogliono saper niente). (legge piano)

LOL. No, madama, restiamo qui ancora un poco. Io amo questo giardino infinitamente.

PLU . Per me, la mia passione la Tuglierie.

LOL. Avete ragione, quello un giardino pi grande! pi delizioso e pi ameno: il dopo pranzo vi gran concorso, e ci vado anch'io volentieri, ma la mattina preferisco il Palazzo Reale; qui si vede il popolo pi raccolto, pi unito. Specialmente sul mezzogiorno una delizia, un piacere.

PLU. E che cosa dite del Lucemburgh?

LOL. Oh quello il giardino dove vanno a passeggiare i filosofi, i malcontenti, i capi di famiglia, i matrimoni all'antica.

PLU. Voi, per quel ch'io sento, amate poco il ritiro, la tranquillit.

LOL. Quando voglio restar tranquilla, sto a casa mia, quando esco, esco per divertirmi.

PLU. Vi piacer dunque il Boulevard.

LOL. Oh s, moltissimo; quel gran concorso, quel gran rumore mi piace infinitamente. Mi pare il pi bello spettacolo della terra. Vedere una quantit di carrozze nel mezzo; un'infinit di popoli a piedi di qua e di l nei viali arborati, e difesi dalle carrozze. Tante magnifiche botteghe di caff, piene di strumenti e di voci che cantano; tanti saltadori di corda, di bambocci, di animali, di macchine, di giochi, di divertimenti; chi siede, chi passeggia, chi mangia, chi canta, chi suona, chi fa all'amore. Sino alla mezza notte si gode, ed un passatempo comune, che dura sei o sette mesi dell'anno.

SCENA SECONDA

Monsieur Traversen e detti.

TRAV. Ehi dal caff.

GARZ. Signore. (si suppone che la bottega la caff sia dietro gli alberi)

TRAV. Un caff col latte ed un picciolo pane. (siede ad un tavolino)

GARZ. La servo subito.

TRAV. Ehi, ci sono i Piccioli affissi?

GARZ. Ho veduto in bottega il giovane dello stampatore, che li dispensa.

TRAV. Mandatelo qui da me.

GARZ. Sar servita. (parte)

FONT. Ecco qui, tutti cercano le novit. (a Rose)

ROSE Un curioso qui si pu soddisfare con poco. bellissimo il comodo che vi in questi giardini: con due soldi si possono leggere tutti i fogli che corrono alla giornata.

FONT. Ma non si portano via?

ROSE No, si leggono e si lasciano; vi sono delle persone apposta per questo.

FONT. Per dire la verit, in Parigi i piaceri sono ben regolati.

SCENA TERZA

Il Garzone del caff ed il Garzone dello stampatore. Il Garzone del caff porta il caff ed il pane. Versa il caff col latte nella tazza, e parte.

STAM. ella, signore, che domanda i Piccioli affissi? (a Traversen)

TRAV. S, io, date qui.

STAM. Vuol leggerli solamente?

TRAV. Ecco due soldi.

STAM. Ho capito, aspetter che li legga.

TRAV. Vi qualche cosa di particolare? (allo Stampatore)

STAM. Vi un avviso al pubblico, alla fine del foglio, che singolare.

TRAV. Vediamo.

STAM. Si accomodi. (va a sedere sopra una banchetta poco lontano)

TRAV. (Legge piano, e di quando in quando fa delle ammirazioni)

SCENA QUARTA

Pandolfo e detti.

PAND. (Questo il ridotto delle novit, dei curiosi. Pochi mi conoscono. Voglio un poco sentire, se si dice niente del mio concorso). (siede solo sopra una banca)

TRAV. Oh bella! oh graziosa! oh ammirabile! (forte)

ROSE Vi qualche novit, monsieur Traversen?

TRAV. Sentite una novit stupenda, maravigliosa. (Tutti si alzano dal loro posto, e si accostano al tavolino di monsieur Traversen; lo stesso fanno i personaggi che non parlano)

TRAV. Avviso al pubblico. (legge forte)

PAND. (Sentendo l'avviso, si alza dal suo posto e si avanza bel bello, restando per lontano dagli altri)

TRAV. arrivato in questa citt un forestiere...

ROSE Qualche ciarlatano.

PAND. (Che animalaccio!) (da s)

TRAV. Non sentite? Di nazione italiano, di professione mercante, di fortuna mediocre, e di un talento bizzarro...

FONT. Sar qualche impostore.

PAND. (Il diavolo che ti porti!) (da s)

TRAV. Egli ha una figlia da maritare...

FONT. Oh bella!

LOL. Bellissima.

PLU. Sentiamo, sentiamo.

PAND. (Sentirete, sentirete). (da s)

TRAV. Di et giovane, di bellezza passabile e di grazia ammirabile...

LOL. Oh che pazzo!

PLU. Oh che animale!

FONT. Oh che bestia!

PAND. (Eh, mi onorano pi che non merito). (da s)

ROSE Ma lasciatelo continuare. (alle donne)

TRAV. Sentite le ammirabili prerogative di questa gioja. Statura ordinaria, capello castagno, bei colori, occhio nero, bocca ridente, spirito pronto, talento raro, e del miglior cuore del mondo.

TUTTI (Ridono a coro pieno. Pandolfo resta incantato)

TRAV. Dice in ristretto, che dar la dote a misura del partito; che abita alla locanda dell'Aquila; e finisce dicendo: e i pretendenti saranno ammessi al concorso. Io non ho mai sentito una bestialit pi grande di questa.

FONT. Quest'uomo merita di essere legato.

TRAV. Legato e bastonato.

ROSE Sar un uomo capriccioso. Io non ci vedo questo gran male.

FONT. Gi, basta che sia un italiano, voi lo difendete sicuramente. (a monsieur la Rose)

LOL. Per me dico che questi un uomo senza cervello.

PLU. E senza riputazione. (Pandolfo smania)

FONT. Per altro io sarei curiosa di veder questa forestiera.

PLU. Oh no, io conoscerei volentieri l'animalaccio del padre.

LOL. Anch'io pagherei a conoscere questo bel carattere originale.

PLU. un uomo ridicolo, che veramente meriterebbe di essere conosciuto.

PAND. (Manco male che non mi conoscono). (da s)

TRAV. Aspettate. Ehi quel giovane. (chiama il Garzon stampatore)

STAM. Signore. (accostandosi)

TRAV. Conoscete voi il forastiere, che ha fatto pubblicar questo avviso? (allo stampatore)

STAM. S signore; eccolo l. (accennando Pandolfo)

PAND. (Uh diavolo!)

FONT. Bello!

PLU. Grazioso!

LOL. Maraviglioso!

ROSE (Zitto, zitto, signore mie, rispettate il luogo dove siete: qui non lecito insultar nessuno. Se si continua, verr lo Svizzero a mandarci fuori). (piano alle donne)

TRAV. A me, a me. Lo prender con disinvoltura. (alle donne, e s'incammina verso Pandolfo)

PAND. (Sar meglio ch'io me ne vada, per non essere obbligato a precipitare). (in atto di partire)

TRAV. Servo, signore. (a Pandolfo, incontrandolo perch non parta)

PAND. Padrone mio. (bruscamente, volendo partire)

TRAV. Favorisca. (tutti gli altri si ritirano per godere la scena sedendo o in piedi)

PAND. Cosa mi comanda?

TRAV. forastiere vossignoria?

PAND. Per servirla. (imbarazzato)

TRAV. Italiano?

PAND. Per obbedirla. (come sopra)

TRAV. Ha una figlia da maritare?

PAND. Ho una figlia da maritare.

TRAV. Bella, gentile, virtuosa?

PAND. Pi di quello che ella s'immagina, padron mio.

TUTTE (Le donne, che sono in qualche distanza, si mettono a ridere dirottamente)

PAND. Che cos' questo ridere? Che cos' questo burlarsi dei galantuomini? Se mia figlia non fosse tale, non mi sarei impegnato col pubblico; e non si ride di quello che non si conosce; e chi vuol vedere, pu vedere; e l'accesso libero, e per gli uomini, e per le donne. E gli uomini possono venire per ammirare, e le donne per crepare d'invidia. (con calore, e parte) (Le donne replicano la risata, tutti battono le mani, madame Plume, mademoiselle Lolotte, e tutti quelli che sono indietro, seguono Pandolfo, e partono)

SCENA QUINTA

Anselmo, Roberto e detti.

ROB. Che c' di nuovo, signori miei? Che rumore questo?

TRAV. Oh voi, che siete italiano, conoscete quell'uomo che parte ora di qui? Che va verso la picciola porta?

ROB. Lo conosco per aver parlato una volta con lui. Ho veduto ancora la sua figliuola. In quanto al padre, accordo ancor io che non vi niente di pi ridicolo al mondo, ma rispetto alla giovane, vi assicuro sull'onor mio, ch'ella in tutti i generi singolare. Possiede tutto: belt, grazia, spirito, compitezza, talento, e soprattutto un fondo di virt e di onest impareggiabile.

TRAV. Anche virtuosa! anche onesta!

ROSE Quando il signor Roberto lo dice, sar cos.

ANS. (Povero signor Roberto, la passione lo accieca; ma io procurer illuminarlo). (da s)

TRAV. (Roberto mi mette in grande curiosit. Se fosse veramente un affare buono, ci applicherei anch'io volentieri). (da s)

ROB. Signor Anselmo, volete che beviamo il caff?

ANS. Veramente avrei necessit di spicciarmi.

ROB. Questa una cosa che si fa in un momento. Ehi, caff per due. (il Garzone porta il caff; Roberto ed Anselmo siedono)

TRAV. (Chi sa? Se mi piace la donna, se la dote mi accomoda, si pu chiudere un occhio sulla caricatura del padre). (parte)

FONT. Monsieur la Rose, volete che andiamo insieme a veder questa maraviglia?

ROSE Ben volentieri.

FONT. Oh si sa: quando si tratta di un'italiana, vi levereste di mezzanotte.

ROSE Eppure, senza che voi me lo proponeste, io non aveva la curiosit di vederla.

FONT. Andiamo, andiamo a ridere un poco.

ROSE Circa al ridere... bisogna usare prudenza.

FONT. La locanda dell'Aquila sapete dov'?

ROSE Lo so benissimo.

FONT. Andiamo. (lo prende sotto il braccio, e partono)

SCENA SESTA

Anselmo e Roberto.

ROB. Avete veduto quel signore che ora partito? (ad Anselmo)

ANS. S signore, chi ?

ROB. un certo monsieur la Rose.

ANS. Mi pare che questo nome sia di uno dei miei debitori.

ROB. verissimo, ed quello che vi deve pi di tutti gli altri.

ANS. E perch non gli avete detto nulla? Perch non me lo avete fatto conoscere?

ROB. Perch era in compagnia, perch qui non il loco da presentarvi, e mi riservo a condurvi alla di lui casa. ricco, pu pagarvi, e vi pagher: ma un poco difficile, e conviene trattarlo condella destrezza. La guerra ha fatto del male a tutti; egli ne ha risentito del danno grande, mafidatevi di me, e son certo che far il suo dovere.

ANS. Caro signor Roberto, sono penetrato moltissimo dalla bont che avete per me. Il vostro signor padre stato sempre mio buon amico, mi sempre stata utile la sua corrispondenza, ho pianto la di lui perdita, ed ora mi consolo trovar in voi un amico di cuore, ch' la sola cosa ch'io posso desiderar nelle mie disgrazie.

ROB. Voi potete disporre di me e della mia casa. So che siete un uomo d'onore, so quanta stima faceva di voi mio padre, e so che non avete alcuna colpa nelle vostre disavventure. A tenor delle vostre lettere ho esaminato bene, come vi dissi, gli interessi vostri a Parigi: trovo che qui i vostri crediti sono considerabili, e i vostri debitori sono per la maggior parte in istato di soddisfarvi. Consolatevi, che quanto prima vi troverete in grado di riprendere il commercio, se cos vi piace, ed io vi esibisco la mia assistenza, e tutto quello che vi pu giovare.

ANS. Le vostre esibizioni, le vostre beneficenze, sono per me una provvidenza del cielo; ma caro signor Roberto, voi siete interessato per me, ed io lo sono per voi: vorrei per vostro bene, e per mia consolazione, poter da voi ottenere una grazia.

ROB. Dite, signore, voi non avete che a comandare.

ANS. Vorrei che abbandonaste l'attaccamento che voi mostrate di avere per la figliuola di Pandolfo.

ROB. Caro signor Anselmo, vi ho raccontato il modo, come mi accaduto di vederla; la trovo amabile, sono intenerito dalla sua miserabile situazione; son di buon cuore, e non ho animo di abbandonarla.

ANS. Possibile che in una sola visita, in un solo colloquio, abbiate potuto accendervi in tal maniera?

ROB. Ah signore, questi sono i prodigi della simpatia dell'amore. Sono quegli accidenti, che se si trovano scritti, se si vedono sulle scene, si credono inverisimili, immaginari, forzati, e pure io ne provo l'effetto, e cent'altri l'hanno egualmente provato.

ANS. S, vero, so benissimo che si sono fatti de' matrimoni ad un colpo d'occhio; credo per che siano stati contratti pi dal capriccio che dall'amore.

ROB. Avete voi veduta la figlia del signor Pandolfo?

ANS. No, non l'ho ancora veduta.

ROB. Vedetela, e poi giudicate del di lei merito e della giustizia ch'io le rendo.

ANS. Voglio accordarvi ch'ella sia bella, ch'ella sia virtuosa, ma sapete voi chi suo padre?

ROB. un uomo stravagante, ridicolo; lo so benissimo.

ANS. Sapete voi ch'egli stato mio servitore?

ROB. Servitore? Per verit un poco troppo. Ma... se lo ha fatto per necessit, per disgrazia...

ANS. Non signore, l'ha fatto perch tale la sua nascita e la sua condizione.

ROB. Presentemente mercante...

ANS. S, un mercadante che ha fallito tre o quattro volte.

ROB. Miserabile condizion di un tal impiego! siamo tutti soggetti alle ingiurie della fortuna.

ANS. Fallir col danaro in mano non azione che meriti compatimento.

ROB. Io ho delle corrispondenze per tutto. Non ho sentito a reclamare di lui.

ANS. Perch i suoi negozi non erano di conseguenza.

ROB. Se cos, non avr fatto gran torto ai corrispondenti.

ANS. Voi difendete il padre, perch siete innamorato della figliuola.

ROB. Povera sfortunata! Ella non ha alcuna parte nei disordini di suo padre. Ella merita tutto il bene.

ANS. Sareste voi disposto a sposarla?

ROB. Perch no? Lo farei col maggior piacere del mondo.

ANS. E soffrireste di avere un suocero s villano?

ROB. Ella piena di merito e di gentilezza.

ANS. Uno stolido di tal natura?

ROB. Sua figlia ha il pi bel talento del mondo.

ANS. Che cosa direbbero i vostri parenti?

ROB. Io non ho da render conto a nessuno.

ANS. La vostra casa merita che voi non le facciate un cos gran torto.

ROB. Il maggior onore ch'io possa fare alla mia famiglia di procurarmi una moglie onesta, saggia, virtuosa e morigerata.

ANS. Credete voi che non vi siano al mondo altre figlie saggie, oneste e morigerate?

ROB. Conosco questa, credo ch'ella potrebbe formare la mia felicit, e ne sarei contentissimo.

ANS. Per esempio, se non vi avessi trovato affascinato in tal modo, mi avrei preso l'ardire di farvi io una proposizione.

ROB. E qual proposizione mi avreste fatta?

ANS. Ho ancor io una figliuola da maritare.

ROB. Avete una figlia da maritare?

ANS. S signore, e se l'amor di padre non m'inganna, parmi ch'ella sia degna di qualche attenzione. Posso impegnarmi sicuramente ch'ella saggia, onesta, virtuosa e morigerata.

ROB. Non ho veruna difficolt a crederlo, e me ne consolo con voi.

ANS. Veramente non tocca a me a parlarvi di mia figliuola. La cosa fuori di regola, e non vorrei passare anch'io per un ciarlatano, ma l'amicizia antica delle nostre case, e la bont che voi avete per me, mi obbliga ad esibirvi di venirla a veder, se vi contentate.

ROB. No, signor Anselmo, vi ringrazio infinitamente. Sarei venuto assai volentieri a riverirla, a far seco lei il mio dovere, senza un tale preventivo ragionamento. Ora parerebbe ch'io ne dovessi fare un confronto, e vi chiamereste offeso, s'io non le rendessi quella giustizia che le conviene.

ANS. Credete dunque a dirittura che la mia figliuola non meriti quanto l'altra?

ROB. Non dico questo, ma il mio cuore prevenuto, risoluto, costante.

ANS. Non occorr'altro. Scusatemi se vi sono stato importuno.

ROB. Vi supplico non formalizzarvi della mia condotta.

ANS. Al contrario ammiro la vostra costanza, e vi lodo nel tempo medesimo ch'io vi compiango. (parte)

ROB. Eh, non merita di esser compianto chi rende giustizia alla virt, e sar sempre degna di lode la compassione. (parte)

SCENA SETTIMA

Sala nella locanda, come nell'atto primo.

Filippo solo.

FIL. Povero sciocco! ha serrato a chiave la sua figliuola! non sa Pandolfo che noi abbiamo le chiavi doppie! S'io non fossi onest'uomo, e Lisetta non fosse una fanciulla dabbene, non la ritroverebbe pi nella camera dove l'ha lasciata. Mi basta avermi potuto valer della chiave per comunicare a Lisetta la mia intenzione. Son contento ch'ella l'abbia approvata, e spero un buon effetto alla mia invenzione. Con questa sorta di pazzi necessario giocar di testa.

SCENA OTTAVA

Monsieur la Rose, madame Fontene, ed il suddetto.

ROSE Amico, una parola. FIL. Comandi.

ROSE Si pu vedere quest'italiana che alloggia qui da voi?

FIL. Quale italiana, signore?

FONT. Quella rarit che si fatta scrivere sugli Affissi.

FIL. (Sono tante stoccate al mio cuore).

ROSE Abbiamo parlato a suo padre. Ci ha detto che ciascheduno la pu vedere, non ci dovrebbe essere difficolt.

FIL. (Mi viene in mente una bizzarria). Signore, io non so niente degli Affissi di cui parlate. So bene che in quell'appartamento vi la figliuola di un mercante italiano. (accenna la camera di Doralice)

ROSE Appunto figliuola di un mercante italiano. Si pu vedere? Le si pu parlare?

FIL. Presentemente non c' suo padre. Non so se sar visibile.

FONT. Con una donna di tal carattere non vi dovrebbero essere tanti riguardi.

ROSE Ditele che c' una signora, che vuol parlare con lei: sar pi facile che si lasci vedere.

FONT. Mi fate ridere. La credete voi cos scrupolosa? (a monsieur la Rose)

FIL. Per me, le far l'ambasciata. (Sentiranno che non dessa, e spero che se ne andranno, prima che ritorni Pandolfo). (entra nell'appartamento)

SCENA NONA

Monsieur la ROSE e madame Fontene; poi Filippo.

FONT. Io credo che il locandiere istesso si vergogni d'avere in casa questa sorta di gente, e finga di non sapere.

ROSE Oh, per questo! Non poi una cosa di tal conseguenza da far perdere la riputazione ad una locanda.

FONT. Eh, che cosa si pu dare di peggio, oltre una donna, che si fa mettere sugli Affissi?

ROSE E perch dunque venite voi a vederla?

FONT. Per curiosit.

FIL. Signore, la giovane vi domanda scusa. Ella dice, che senza suo padre non riceve nessuno. ROSE Possibile che sia cos riservata?

FIL. Io ho fatto il mio dovere. Ho degli affari, con permissione. (Mi preme di sollecitare la mia invenzione). (da s, e parte)

SCENA DECIMA

Monsieur la Rose e madame Fontene, poi Doralice.

ROSE Signora, che dite? Ella non s facile, come vi pensate.

FONT. Oh, sapete perch fa la ritrosa? Perch le avete fatto dire, che vi una donna. Se avesse creduto che foste voi solo, sarebbe immediatamente venuta. Ma io la voglio vedere assolutamente.

ROSE Converr aspettare suo padre.

FONT. Eh, che questa sorta di gente non merita alcun rispetto. Andiamo, andiamo, entriamo nella camera liberamente. (va per entrare nell'appartamento)

DOR. (Sulla porta) Signora, qual premura vi obbliga a voler entrare nelle mie camere?

FONT. Oh! il piacere di vedervi, madamigella. (affettando allegria ed ironia)

DOR. Questo un onore ch'io non conosco di meritare. Vorrei sapere, chi la persona che mi favorisce.

FONT. (Ci trovate voi queste rarit?) (piano a monsieur la Rose)

ROSE (Non si pu dire ch'ella non abbia del merito). (piano a madama Fontene)

FONT. (S, del merito!) (a monsieur la Rose, burlandosi)

DOR. E bene, signora mia, in che cosa posso servirvi?

FONT. Avete tanta premura d'andarvene? (la guarda sempre con attenzione) (Non vi male, per dirla; ma non ci sono quelle maraviglie che dicono). (da s)

DOR. S'io sapessi con chi ho l'onor di parlare, non mancherei di usare quelle attenzioni che siconvengono.

FONT. Sapete parlar francese?

DOR. Intendo tutto, ma non parlo bene, signora.

FONT. (Oib, oib, non val niente, non ha spirito, non ha talento). (a monsieur la Rose)

ROSE (Perdonatemi, mi pare che parli bene nella sua lingua, e che abbia del sentimento).

FONT. ( un gran cattivo giudice la prevenzione). (a monsieur la Rose)

DOR. Signori, con loro buona licenza. (vuol partire)

FONT. Dove andate, madamigella?

DOR. Nelle mie camere, se non avete niente da comandarmi.

FONT. Ci verremo anche noi.

DOR. Perdoni, io non ricevo persone che non conosco.

ROSE Ha ragione. Io sono la Rose, negoziante in Parigi, vostro umilissimo servitore.

FONT. E protettore delle italiane...

ROSE E questa signora madama... (vorrebbe dire il nome di madama a Doralice)

FONT. L, l, se volete ch'ella sappia il vostro nome, siete padrone di farlo, ma non vi avete da prendere la libert di dire il mio, senza mia permissione.

DOR. Mi creda, signora, ch'io non ho veruna curiosit di saperlo. (con caricatura)

FONT. Graziosa! veramente graziosa! (con ironia)

ROSE (Io ci patisco infinitamente. Trovo ch'ella non merita di essere maltrattata). (da s)

DOR. Sar meglio ch'io me ne vada. (vuol partire)

FONT. Ehi, dite.

DOR. Che cosa pretendete da me? (si volta, e si ferma dove si trova)

FONT. ( una virtuosa feroce).

ROSE (Signora, usatele carit, che lo merita). (a madame Fontene)

FONT. Dite: non volete che veniamo in camera vostra? Ci avete gente?

DOR. Non sono obbligata di rendere conto a voi della mia condotta.

FONT. (Ah, che bel talento!) (a monsieur la Rose)

ROSE (Ne ha pi di voi, madama). (a madame)

FONT. Ehi? come va il concorso? Quanti sono i pretendenti del vostro merito, della vostra bellezza? (ridendo)

DOR. Ora capisco, signora mia, (avanzandosi) qual motivo qui vi conduce, e per qual ragione vi arrogate l'arbitrio di scherzar meco. Mio padre, non so per quale disavventura, caduto nellabassezza di espormi al pubblico, di sagrificarmi. Prima per di insultarmi, dovreste esaminare s'io merito il torto che mi vien fatto, se le azioni mie e il mio carattere rispondono alla miserabile mia situazione, e mi trovereste pi degna di compassione, che di disprezzo.

ROSE (Ah! che ne dite?) (a madame la Fontene)

FONT. (E che s, che v'intenerisce?) (a monsieur la Rose)

ROSE (Un poco). (a madame Fontene)

FONT. Non siete dunque contenta di essere sugli Affissi? (a Doralice)

DOR. Pare a voi che una figlia onesta possa soffrir ci, senza sentirsi strappar il cuore? Ah fossi morta, prima di soffrire un s nero oltraggio.

FONT. (Or ora sento intenerirmi ancor io). (da s)

ROSE (Gran pazzia d'un padre! Povera fanciulla, mi fa piet). (da s)

DOR. (Oh cieli! non ho pi veduto il signor Roberto. Ah, che sar forse anch'egli pentito di usarmi quella piet che mi aveva s teneramente promessa. Tornasse almeno mio padre). (da s, con passione)

ROSE Oh via, signora, datevi pace; trover io vostro padre; gli far conoscere il torto ch'egli vi ha fatto, e cercher ch'ei vi ponga rimedio.

FONT. Cosa volete voi parlar con suo padre, ch' l'uomo pi irragionevole, pi bestial della terra? (a monsieur la Rose)

DOR. Eppure stato sempre mio padre il pi saggio, il pi prudente uomo del mondo.

FONT. Oh, oh, ho capito. Se difendete vostro padre, siete d'accordo con lui, e non credo pi n alle vostre smanie, n alla vostra onest.

DOR. Malgrado al pregiudizio ch'io ne risento, io non ho cuore di sentirlo a maltrattar in tal guisa.

FONT. Vostro padre un pazzo. Non egli vero, monsieur la Rose?

ROSE Non so che dire. Il pover'uomo si regolato assai male.

SCENA UNDICESIMA

Anselmo e detti.

DOR. Eccolo il mio povero padre; vi prego di non mortificarlo soverchiamente.

FONT. Come?

ROSE Chi?

DOR. Non lo vedete il mio genitore?

ROSE Questi?

FONT. Non egli?...

ANS. S signori, io sono il padre di questa giovane. Che difficolt? Che maraviglie? Cosa vogliono da lei? Cosa vogliono da me?

FONT. (Non capisco niente). (da s)

ROSE Favorisca in grazia...

ANS. Vossignoria non ella monsieur la Rose?

ROSE S signore, mi conoscete?

ANS. Vi conosco per detto del signor Roberto Albiccini.

DOR. (Ah, il signor Roberto ha parlato a mio padre). (da s, con allegrezza)

ROSE Ditemi in grazia, prima di ogni altra cosa, questa giovane non la figlia del signor Pandolfo?

ANS. Come di Pandolfo? Ella Doralice mia figlia.

ROSE Oh cieli!

FONT. Non questa la giovane ch' sugli Affissi? (ad Anselmo)

ANS. Non signora, mi maraviglio, non son io capace d'una simile debolezza.

DOR. Non sono io sugli Affissi? (ad Anselmo, con trasporto di giubilo)

ANS. No, figlia mia, non pensar s male di tuo padre.

DOR. Ah caro padre, vi domando perdono. Mi hanno fatto credere una falsit. Oh cieli! sono rinata, sono fuor di me dalla consolazione. (si getta in braccio ad Anselmo)

ROSE (Mi pareva impossibile). (a madame Fontene)

FONT. (Penava a crederlo anch'io).

ROSE Ma voi, signore, chi siete? (ad Anselmo)

ANS. Anselmo Aretusi, per obbedirvi.

ROSE Il mio corrispondente di Barcellona?

ANS. Quello appunto son io.

ROSE Vi son debitore. Faremo i conti. Vi soddisfar. Avete una figliuola di un merito singolare. Vi domando scusa, signora mia, se un equivoco mi ha fatto eccedere in qualche cosa... ma io fortunatamente so di non avervi perso il rispetto. Veramente madama... (verso madame la Fontene)

FONT. S, madama Fontene si d ora a conoscere a madamigella Aretusi, pregandola di perdonare...

DOR. Madama, favorite, con licenza del mio genitore, favorite di passare nelle mie camere.

FONT. Accetto con soddisfazione l'invito. (Ah quanto sarebbe necessario qualche volta un po' di prudenza). (entrano nell'appartamento)

SCENA DODICESIMA

Anselmo e monsieur la Rose.

ANS. Se vu ol restar servita ella pure. (a monsieur la Rose, nell'appartamento)

ROSE No, no, restiamo qui. Ho qualche cosa da dirvi.

ANS. Per i nostri conti c' tempo.

ROSE S, i vostri conti saranno pronti quando volete. Il danaro forse non sar s pronto, perch sapete anche voi come vanno ora gli affari...

ANS. Lo so pur troppo ed ho fatto punto per questo.

ROSE Per altro, se avete premura...

ANS. Ne parleremo, signore, ne parleremo. Io non penso altro presentemente, che a dare stato a mia figlia; quando sar nel caso, vi pregher.

ROSE Signor Anselmo, io trovo vostra figlia di un carattere il pi bello del mondo. Savia, onesta, gentile, rispettosa a suo padre. L'ho veduta afflitta, e la sua afflizione me l'ha fatta ancora parer pi bella. Se non avete di lei disposto, vi assicuro che mi chiamerei fortunato, se vi degnaste di accordarmela per isposa.

ANS. Ma signore, cos su due piedi...

ROSE Quale difficolt vi pu trattenere? Conoscete voi la mia casa?

ANS. La conosco, e sarebbe una fortuna per mia figliuola.

ROSE Vi dispiace la mia persona?

ANS. Al contrario; mi noto il vostro carattere, e ne sarei contentissimo.

ROSE Per la dote non ci avrete a pensare. Mi contenter di quel ch'io vi devo.

ANS. Tanto meglio.

ROSE Qual altro obietto vi pu dunque essere?

ANS. Non vorrei che una risoluzione cos improvvisa fosse poi seguitata dal pentimento.

ROSE Signor Anselmo, io non sono un ragazzo. Ho differito a maritarmi, perch non ho ancora trovata la persona che mi andasse a genio. Trovo nella vostra figliuola delle qualit personali che mi piacciono infinitamente. Aggiungete a ci l'amore, la passione ch'io ho per gl'italiani, aggiungete ancora la nostra amicizia, la nostra corrispondenza.

ANS. Non so che dire, tutto mi obbliga, tutto mi persuade.

ROSE Mi promettete voi vostra figlia?

ANS. Ve la prometto.

ROSE Parola d'onore?

ANS. Parola d'onore. (si toccano la mano)

ROSE Son contentissimo. (tira fuori l'orologio) Mezzogiorno vicino. Deggio andare alla Borsa.

Dopo pranzo ci rivedremo.

ANS. Sono pieno di consolazione...

ROSE Addio, signor suocero, addio. (si baciano, e parte)

SCENA TREDICESIMA

Anselmo, poi Roberto.

ANS. Guardate, quando si dice degli accidenti che accadono; ecco un'altra maraviglia simile a quella del signor Roberto.

ROB. Servitore, signor Anselmo.

ANS. Oh signor Roberto, appunto in questo momento pensava a voi.

ROB. Si veduto il signor Pandolfo?

ANS. Non l'ho veduto, e credo non sia ancora ritornato.

ROB. Sono impazientissimo di vederlo.

ANS. Sempre costante, egli vero?

ROB. Costante pi che mai. Vi prego, non mi parlate sopra di ci.

ANS. No, non dubitate, non vi dir altro. Vi parler di me, vi dar una buona nuova per conto mio.

ROB. La sentir volentieri.

ANS. Ho maritato mia figlia.

ROB. Me ne consolo infinitamente; e con chi, signore?

ANS. Con monsieur la Rose. venuto qui, l'ha veduta, gli piaciuta: detto fatto, gliel'ho promessa.

ROB. Oh, vedete se si danno i casi improvvisi? E voi vi facevate maraviglia di me.

ANS. verissimo, il caso vostro medesimo.

ROB. Ora, se mel permettete, verr a fare una visita alla vostra figliuola.

ANS. S, volentieri, andiamo. (s'incamminano)

ROB. Oh scusatemi. Vedo venire il signor Pandolfo. Ho gran volont di parlargli.

ANS. Servitevi, come vi piace. (Povero innamorato!) Andr a consolar Doralice, le dar la nuova ch' maritata. Spero che anche di questa nuova sar contenta. (entra nell'appartamento)

SCENA QUATTORDICESIMA

Roberto, poi Pandolfo.

ROB. Io non so cosa m'abbia. Sono inquieto, non trovo pace. Mi lusingo per un momento, dispero un momento dopo. Voglio uscirne sicuramente.

PAND. Oh signore, ho piacere di avervi trovato. Siete avvertito che dimani non sar pi qui, ma passer all'albergo del Sole.

ROB. E perch fate voi questo cambiamento?

PAND. Perch quel birbante di Filippo faceva all'amore colla mia figliuola.

ROB. Filippo il locandiere?

PAND. Egli appunto.

ROB. Fa all'amore con vostra figlia?

PAND. Con lei precisamente.

ROB. Ma come? Filippo non egli maritato?

PAND. maritato Filippo?

ROB. Ho parlato io stesso colla di lui moglie.

PAND. Ah scellerato! ah indegno! maritato, e tenta di sedurre ed ingannare mia figlia? E quella disgraziata lo soffre, e gli corrisponde?

ROB. Che? Vostra figlia corrisponde a Filippo?

PAND. Ah s, pur troppo la verit, e tanto gli corrisponde, che avendole io parlato di voi, non cura di un uomo di merito, come voi siete, ed ha avuto la temerit di dirmi, ch'ella preferisce Filippo.

ROB. (Oim! cosa sento? Che colpo questo per me!)

PAND. Gran disgrazia per un padre, che ha qualche merito, avere una figliuola senza cervello.

ROB. Signore, scusatemi, ho qualche difficolt a persuadermi che vostra figlia sia innamorata del locandiere.

PAND. Se ci non fosse, non lo direi, e lo dico con mio rossore, perch io amo di dire la verit; e se non lo credete, aspettate. Sentirete da lei medesima, se ci sia vero. (va ad aprire la porta, ed entra. Roberto, pensieroso, non bada dove entri Pandolfo)

SCENA QUINDICESIMA

Roberto, poi Doralice.

ROB. Ah s, quando il padre lo dice, quando lo sostiene con tanta costanza, sar pur troppo la verit. Perfida! chi mai avrebbe creduto, ch'ella sapesse fingere ad un tal segno? Ch'ella sapesse mascherare colla modestia la passione, e forse la dissolutezza? Ah, non si pu sperare di meglio dalla figliuola di un padre vile: ecco l'effetto della pessima educazione. Ha ragione il signor Anselmo. Io sono un pazzo, uno stolido, un insensato. Ma sono a tempo di rimediarvi. S, ci rimedier.

DOR. Ah signor Roberto!...

ROB. Ingrata! cos corrispondete alla mia piet, all'amor mio?

DOR. Deh signore, non vi dolete di me; non mia colpa.

ROB. E di chi dunque sar la colpa, se non vostra?

DOR. Mio padre mi obbliga mio mal grado...

ROB. Vi obbliga vostro padre ad amare un uomo ch' maritato?

DOR. Come? maritato?

ROB. Non lo sapete, o fingete di non saperlo?

DOR. Oh cieli! che volete che sappia una povera giovane forastiera, che lasciasi condur dal padre...

ROB. Che dite voi del padre? Egli ha miglior sentimento di voi, ed vano che facciate pompa di una virt, che non conoscete.

DOR. Voi m'insultate, ed io non son fatta per tollerare gl'insulti.

ROB. So che con una donna dovrei moderare la collera, so che dovrei abbandonarvi senza parlare. Ma sono acciecato dalla passione, da una passione concepita per voi, non so come, e che maltrattata dalla vostra perfidia...

DOR. Signore, vi sarebbe pericolo che v'ingannaste? Mi prendereste voi per un'altra?

ROB. No, no, conosco il vostro carattere; mi stato dipinto bastantemente, e sono inutili le vostre scuse.

DOR. Ma necessario che voi sappiate...

ROB. Non vo' saper d'avvantaggio.

DOR. Che non sono quella altrimenti...

SCENA SEDICESIMA

Lisetta e detti.

LIS. E bene, signore, che cosa dite voi di Filippo?...

ROB. Dico ch'egli un'indegno, ch'egli ha innamorato, ch'egli ha sedotto questa signora, (accennando Doralice) e che se voi aveste riputazione, non soffrireste un oltraggio simile sugli occhi vostri. (parte)

LIS. (Ah Filippo briccone! ah perfido scellerato!)

DOR. (Me infelice! posso essere pi vilipesa di quel ch'io sono?)

LIS. E voi, signora mia, siete venuta da casa del diavolo per tormentarmi?

DOR. Rispettate in me una fanciulla onesta e civile. La figliuola di Anselmo Aretusi non soffre di essere insultata da chicchessia.

LIS. Se foste onesta e civile...

DOR. Non vi avanzate pi oltre. Se non vi fosse nelle mie camere una francese, a cui vo' nascondere questa novella offesa dell'onor mio, chiamerei mio padre, e vi farei da esso mortificare qual meritate. Bastivi sapere per ora, che al mio genitore sono stata chiesta in isposa, ch'ei mi ha proposto un marito che non conosco, che la persona che mi onora nelle mie camere non mi ha permesso di rispondergli, d'interrogarlo, di formar parola. Se mio padre ingannato, se un temerario ha avuto l'ardire di burlarsi di lui, s'egli legato, s'egli v'appartiene, tanto meglio per me. Informer immediatamente il mio genitore. Sapr egli vendicare l'offesa, sar giustificata la mia condotta, e si pentir dell'ardire chiunque ha avuto la temerit d'insultarmi, e di perdermi villanamente il rispetto. (parte)

SCENA DICIASSETTESIMA

Lisetta, poi Pandolfo.

LIS. Si scaldi quanto vuole la signora Aretusi, poco m'importa. Io non esamino se ella sia colpevole od innocente: dico bene, che Filippo un ingrato, un infedele e un ribaldo: convien dire ch'ei s'innamori di tutte le donne che vengono alla sua locanda. Briccone! quante promesse, quante belle espressioni d'amore, di fedelt, di costanza! ed io, semplice, gli ho creduto, ed io ho lasciato ogni buon partito per lui. Perch mettermi a repentaglio di disgustar affatto mio padre? Perch insistere di volermi in isposa a dispetto suo? Perch arrivare perfino a darmi ad intendere di volersi fingere un colonnello, per deludere il fanatismo di mio padre, e carpirmi con artifizio ed inganno? ben capace di un'impostura; ma grazie al cielo, l'ho conosciuto in tempo, e non mi lascier pi ingannare.

PAND. E bene, signorina garbata, che dite del bell'onore che fate a voi ed a vostro padre?

LIS. Signore, dico che avete ragione. Vi domando scusa del dispiacere che vi ho dato, e sono pronta a far tutto quel che volete.

PAND. Mi promettete di abbandonare affatto Filippo?

LIS. S signore; ve lo prometto.

PAND. Di accettare uno sposo degno di voi e degno di me?

LIS. Dipender intieramente da voi.

PAND. Di esaminare con attenzione il merito de' concorrenti?

LIS. Questo quello, per verit, che mi d maggior pena. Caro signor padre, questo concorso una cosa insoffribile.

PAND. Sareste voi contenta del signor Roberto?

LIS. Piuttosto.

PAND. Volete ch'io lo trovi, che gli faccia le vostre scuse, e che lo conduca qui di bel nuovo?

LIS. S, fate tutto quel che volete. (Per vendicarmi di quel perfido di Filippo).

PAND. Brava la mia figliuola. Son contento, mi consolate. (Ah, colle giovani ci vuol giudizio, ci vuol buona testa. So bene io la maniera... Oh, politica non me ne manca).

SCENA DICIOTTESIMA

Il Servitore di locanda, e detti.

SERV. Signore, qui un colonnello tedesco, che la domanda.

LIS. (Ah indegno! sar Filippo senz'altro).

PAND. Mi domanda! Viene forse per vedere mia figlia? (al Servitore)

SERV. Io credo di s.

LIS. Mandatelo via, non lo ricevete. (a Pandolfo)

PAND. Oh diavolo! un colonnello! Mi vorreste mettere in qualche impegno.

LIS. Ma non avete detto di voler terminare questo maladetto concorso?

PAND. Via, via, un colonello non si pu disgustare. Ditegli ch' padrone. (al Servitore che parte)

SCENA DICIANNOVESIMA

Lisetta, Pandolfo, poi Filippo travestito con baffi.

LIS. Lasciate ch'io me ne vada.

PAND. No, dovete anzi restare.

LIS. (Disgraziato! non lo posso vedere).

FIL. Star foi segnor Pantolfe?

PAND. Io, per obbedirla.

FIL. Star questa fostra figlicola?

PAND. S signor, questa.

LIS. (Briccone).

FIL. Per ferit star molte pella, star molte graziosa: parlare molto pene fostra gazzetta, e ie trovar ancora tante pi bellezze, tante pelle cose, che non afer mi lette gazzetta.

PAND. tutto effetto di sua bont, di sua gentilezza.

LIS. (Mi viene volont di cavargli gli occhi).

FIL. Star molte modesta: non fol mi foltati occhi pelli.

PAND. Via, fate una riverenza al signor colonnello.

LIS. (Maladetto). (da s, senza mai guardarlo)

FIL. Ontertien nigher diener, son fraul. (passa nel mezzo, e si accosta a Lisetta)

LIS. (Furbo impostore). (si allontana un poco)

PAND. Scusi, signor colonnello, vergognosetta.

FIL. Je afer gran piacere de sua modestia. Mi dar licenza, signore, dir due parole a fostre figlie?

PAND. Oh s, signore; sono qui ancor io.

FIL. (Lisetta, non mi conoscete?) (piano a Lisetta)

LIS. (S, birbante, ti conosco). (piano a Filippo)

PAND. Via, rispondetegli. (a Lisetta)

FIL. Oh afer mi risposto anche troppo. (Non capisco, non so cosa diavolo abbia). (da s)

PAND. Che dice, signore? Le pare che mia figliuola sia degna de' suoi riflessi?

FIL. Jo restar innamorate de so pellezza e de so pone grazie.

PAND. (Questo sarebbe il miglior partito del mondo). Se mia figliuola avesse la sorte di piacere al signor colonnello, in quanto a me mi chiamerei fortunato. (a Filippo)

FIL. Je star pon soldate, far tutte mie cosse preste: star pronte spossar quande folle.

PAND. E voi che cosa dite, Lisetta?

LIS. Io dico che mi maraviglio di voi, signor padre, che abbiate s poca prudenza di credere ad uno che non conoscete, che si spaccia per colonnello e potrebbe essere un impostore.

FIL. (Oh povero me! cos' questo?) (da s)

PAND. (Per una parte ha ragione; ma sono cose da precipitare). (mostrando il suo timore)

FIL. (Lisetta, dico, non mi conoscete?) (piano a Lisetta)

LIS. (Ti conosco, briccone). (piano a Filippo)

FIL. (Io resto di sasso). (da s)

PAND. Signore, scusi la libert di una donna. Si sa che il signor colonnello una persona di garbo, che dar conto di s, che si dar da conoscere.

FIL. Jo far ie feder quante pisogne per sicurar mie contizione. (Ho tutto preparato per farmi credere tale, ma costei mi precipita). (da s)

PAND. E quando il signor colonello avr giustificato il suo carattere e la sua condizione, sarete di lui contenta? (a Lisetta)

LIS. Signor no, non sar contenta, e non lo prenderei se mi facesse regina.

PAND. (Oh diavolo!)

FIL. (Che novit, che cambiamento! io non so in che mondo mi sia). (da s, agitato)

PAND. (Ora ora mi aspetto qualche gran rovina). (da s osservando le agitazioni di Filippo)

FIL. Segnor Pantolfe. (con smania)

PAND. Scusi, io non ne ho colpa. (a Filippo) Ma perch scioccherella, non sareste di lui contenta? (a Lisetta)

LIS. Perch non gli credo, perch conosco che mi vuol ingannare, perch l'odio, lo abborrisco, non lo voglio assolutamente, lo mando al diavolo. (parte, ed entra nella sua camera)

FIL. (Oh disgraziata! volubile, menzognera). (da s, smaniando)

PAND. (Con timore) Signore... (povero me) io non ne ho colpa... Colei una bestia, mi dispiace infinitamente (camminando) Non vada in collera... Le far dare soddisfazione... aspetti un poco. (corre in camera e chiude la porta)

FIL. Non so niente, non capisco, son fuor di me. Oh donne, donne! delirio degli uomini, flagello de' cuori, disperazion degli amanti. (parte)


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Continua la stessa sala.

Doralice ed Anselmo escono dal loro appartamento.

DOR. Favorite, signor padre; frattanto che madame Fontene occupata a scrivere un viglietto...

ANS. Che cosa fa qui tutta la mattina questa signora?

DOR. Mi ha fatto mille esibizioni, mille cortesie e politezze. Pentita di avermi un poco insultata,come sapete, mi ha domandato scusa pi di cento volte; teme sempre ch'io sia di lei malcontenta, e pare che non sappia da me distaccarsi.

ANS. Per verit le francesi sono polite all'estremo. Vi fra di loro uno spirito di allegria, che qualche volta pare un po' caricato, ma in sostanza sono gentili, sociabili, e molto bene educate.

Le avete voi detto niente del partito di matrimonio che vi ho proposto?

DOR. Oh dio! cosa dite mai? Mi guarderei moltissimo di fare penetrare una cosa che mi mortifica e mi disonora.

ANS. Come? Che cosa dite? Un partito simile vi disonora?

DOR. Siete ingannato signore, siete tradito. Ecco il motivo per cui ho desiderato parlarvi da solo a sola. Colui ch' venuto a parlarvi per me, che vi ha dato ad intendere di volermi in isposa, di gi maritato.

ANS. Monsieur la Rose maritato? Non lo credo, non possibile, e non lo creder mai.

DOR. Tanto vero quel ch'io dico, che sua moglie medesima qui venuta, e mi ha rimproverato e insultato.

ANS. Oh cieli! avrebbe egli cercato di addormentarmi, temendo ch'io lo astringessi a pagarmi subito quel ch'ei mi deve? Sarebbe l'azione la pi scellerata del mondo.

DOR. Ah signor padre, degli uomini tristi se ne trovano dappertutto.

ANS. Eppure non posso ancora determinarmi a prestar fede a ci che mi dite. Un mercante, un mio corrispondente... non possibile, vi sar qualche equivoco, qualche inganno. Dite un poco, madama Fontene non qui venuta in compagnia di monsieur la Rose?

DOR. Io non conosco monsieur la Rose.

ANS. quegli che vi ha domandata in consorte, quegli che ho trovato qui, quando sono arrivato.

DOR. S signore, egli venuto insieme con madama Fontene.

ANS. Ella dunque lo conoscer: sapr s' vero ch'egli sia maritato; andiamo a sentir da lei...

DOR. Volete ch'ella sia informata di questo novello insulto che riceviamo? Che lo dica a degli altri? Che si pubblichi per Parigi? Ch'io sia novamente la favola della citt?

ANS. Le parler con destrezza, cercher di ricavare la verit, senza ch'ella rilevi il mistero.

DOR. Parlatele; ma io non ci vorrei essere presente. Dubito di non potermi contenere.

ANS. Eccola qui per l'appunto.

DOR. Mi ritirer, vi lascier con lei, se vi contentate. (Incontra madame Fontene, si fanno qualche complimento, e Doralice entra)

SCENA SECONDA

Madame Fontene, Anselmo, e poi Servitore di locanda.

FONT. Signore, vorrei far recapitare questo viglietto. L'ora tarda, vorrei levarvi l'incomodo, non

ho nessuno che mi accompagni, e scrivo alle mie genti che mi mandino la mia carrozza.

ANS. Vediamo se vi nessuno. Ehi servitori. (prende il viglietto)

SERV. Son qui, che cosa comanda?

ANS. Fate subito recapitar questa lettera. (d la lettera al Servitore)

SERV. La vuol mandare per la Picciola Posta?

FONT. Cercate un uomo che vada subito e torni presto, e quando ritorna, lo pagher. (al Servitore) SERV. Sar servita immediatamente. (parte colla lettera)

ANS. Signora, scusate la mia curiosit, che cosa la Picciola Posta?

FONT. La cosa pi bella e pi comoda che possa darsi per una citt grande, popolata, e piena d'affari. Girano a tutte le ore parecchi uomini, con un strumento in mano che fa dello strepito. Se si vuol mandare per la citt, o nel distretto, lettere, denari, pacchetti e cose simili, si aspetta che passi, o si fa cercar nel quartiere uno di questi che si chiaman fattori, e con pochissima spesa si possono far molti affari.

ANS. Perch dunque non vi siete ora servita della Picciola Posta?

FONT. Perch questa ha le sue ore determinate. In sei ore si pu scrivere ed aver la risposta, ma chi la vuol pi sollecita, dee valersi di un espresso commissionario.

ANS. Ho capito, l'idea mi piace, e vedo che la citt assai ben regolata. Vi ringrazio della bont con cui vi siete compiaciuta instruirmi sopra di ci.

FONT. Questo si deve fare co' forestieri; e in Francia si fa assai volentieri. Troverete della cortesia grandissima ne' bottegai per insegnarvi le strade, e che sortiranno dalla loro bottega per additarvi il cammino.

ANS. Questo si usa in qualche parte d'Italia ancora, non per tutto, ma in qualche parte, e specialmente in Venezia.

FONT. Oh s, lo credo. Ho sentito dir del gran bene di questa vostra citt. Si dice che Venezia in Italia sia in molte cose stimabile, come Parigi in Francia.

ANS. Se avessi tempo, vi direi qualche cosa del mio paese che vi farebbe piacere, ma ora sono pressato da un articolo che m'interessa all'estremo, e per il quale ho gran bisogno di voi.

FONT. Non avete che comandarmi.

ANS. Voi certamente conoscete monsieur la Rose.

FONT. Lo conosco perfettamente.

ANS. Ditemi in grazia, sapete voi ch'egli sia maritato?

FONT. Al contrario, signore. So di certo che non ha moglie.

ANS. (Ah lo diceva, non pu darsi. Mi pareva impossibile).

FONT. Credetemi, che s'ei fosse ammogliato, lo avrei da sapere ancor io.

ANS. (Sto a vedere ch'egli sia il suo innamorato, o il suo cavaliere servente. Se ci fosse, mi dispiacerebbe per un altro verso).

FONT. Scusatemi, signore, avete qualche intenzione sopra di lui? Ho sentito ch'egli uno de' vostri corrispondenti; si intavolato qualche affare per la vostra figliuola?

ANS. Vi dir, si fatto qualche discorso, ma io non sono in grado di far mal'opera a chi che sia. Se questa cosa, per esempio, vi dispiacesse...

FONT. Oh no no; non abbiate nessuna apprensione a riguardo mio. Lo conosco, lo tratto. Egli ha dell'amicizia per me, io ho dell'amicizia per lui, ma con tutta l'indifferenza. Io sono maritata, e non crediate che si usino in Francia i serventi, come in Italia. Le donne francesi trattano molte persone, e tutte nella stessa maniera. Vanno fuori di casa ora con uno, ora con un altro, in carrozza, a piedi, come si sia; e quello che ci conduce fuori di casa, non sempre il medesimo che ci riconduce all'albergo. Si va ai passeggi, si trovano delle persone di conoscenza, si fanno delle partite per accidente. Si va a pranzo dove si vuole. Il marito non geloso. L'amante non incomoda: si gode la pi bella libert, la pi bella allegria, la pi bella pace del mondo.

ANS. A Parigi dunque non ci sono passioni, non ci sono amoretti.

FONT. Perdonatemi. Tutto il mondo paese, e l'umanit la medesima dappertutto; ma si fa studio grande per nascondere le passioni; gli amanti sono discreti, e le donne non sono obbligate alla schiavit.

ANS. Bel costume! mi piace infinitamente. Sappiate dunque, signora mia, che monsieur la Rose mi ha domandato la mia figliuola.

FONT. Mi consolo con voi, che non potete desiderar di meglio.

ANS. E mi avevano detto ch'aveva moglie.

FONT. un uomo d'onore, incapace di un'azione villana. Vi consiglio non far ch'egli penetri questo sospetto ingiurioso. I francesi sono di buon cuore, ma delicati, puntigliosi, e subitanei all'estremo.

ANS. No no, da me certamente non lo sapr. Sono consolatissimo di quanto mi dite. Permettetemi ch'io chiami la mia figliuola; ch'io metta in calma il di lei animo rivoltato. Sar ella pure contenta, sar ella pure consolata. Venite, Doralice, venite. Ho delle notizie buone da darvi. (alla porta, chiamandola)

SCENA TERZA

Doralice e detti.

DOR. Sar possibile che una volta respiri?

ANS. S, rallegratevi, figliuola mia. Monsieur la Rose un uomo d'onore; non maritato, e sar il vostro sposo.

DOR. (Ah, qual funesta consolazione per un cuore ch' prevenuto!) (da s)

FONT. Vi assicuro che con lui vivrete bene, che sarete con lui felice.

DOR. (Roberto solo mi potrebbe rendere fortunata). (da s)

ANS. Via, rasserenatevi. Che cos' questa perpetua malinconia?

FONT. Signora, voi avete qualche cosa che vi disturba.

DOR. Non posso nascondere la mia inquietezza.

ANS. Ma da che cosa procede? Si pu sapere?

DOR. Il cuore mi presagisce di dover essere sfortunata.

FONT. Eh signora mia, ho un poco di mondo in testa, sono un poco fisonomista. Con licenza del signor Anselmo, avrei qualche cosa da dirvi fra voi e me.

ANS. Servitevi pure. Vedete un poco se vi d l'animo colla vostra bont di rasserenarla.

FONT. Favorite. Venite con me nella vostra camera. (a Doralice)

DOR. Volentieri. (Sar meglio che con lei mi confidi). (da s)

FONT. (Scommetto ch'ella innamorata di un altro, e che non ardisce di dirlo. Oh, una francese non avrebbe tante difficolt). (da s, entra in camera)

DOR. (Con lei avr meno soggezione che con mio padre). (entra)

SCENA QUARTA

Anselmo, poi Pandolfo.

ANS. Io non so mai qual possa essere l'inquietezza di Doralice. Mi verrebbe quasi il sospetto ch'ella fosse innamorata di qualcheduno. Chi sa? Potrebbe anche darsi, e potrebbe anche essere ch'ella avesse immaginato di dire che monsieur la Rose ammogliato per mettermi in apprensione, ed obbligarmi ad abbandonare il partito. Ma per verit, non ho mai conosciuto mia figlia s imprudente, s maliziosa, e poi di chi pu essere innamorata? In Ispagna non lo era certo, qui siamo appena arrivati. Nessuno venuto a vederla. Se non ci fosse qualche forestiere nella locanda, ch'io non sapessi; non so che mi dire, sono pieno di pensieri, di agitazioni. Sentir quel che avr potuto comprendere madama Fontene.

PAND. (Esce di camera timoroso guardando intorno). (Ho sempre paura di vedermi assalito dal colonnello).

ANS. (Se posso arrivare a collocarla, sar l'uomo pi contento del mondo. Converr ch'io solleciti monsieur la Rose).

PAND. Signor Anselmo, vi riverisco.

ANS. Buon giorno, buon giorno, messer Pandolfo. (sostenuto)

PAND. Avete veduto ancora mia figlia?

ANS. No, non l'ho ancora veduta.

PAND. Volete favorire di venirla a vedere?

ANS. Scusatemi, aspetto qui una persona, non mi posso partire.

PAND. La far venir qui, se vi contentate.

ANS. Fatela venire, come volete. (con indifferenza, e quasi per forza)

PAND. Ho piacer che la conosciate. (Manco male che non c' il colonnello). (entra in camera)

SCENA QUINTA

Anselmo, poi Pandolfo e Lisetta.

ANS. Ho altro in testa io, che secondar questi pazzi. La figliuola sar del carattere di suo padre.

PAND. Eccola, signor Anselmo. Ecco la mia figliuola.

ANS. La riverisco devotamente. (a Lisetta)

LIS. Serva sua. (ad Anselmo) questi il signor Anselmo? (con ammirazione)

PAND. S, desso.

LIS. Il signor Anselmo Aretusi? (con ammirazione)

PAND. Per l'appunto.

ANS. Perch fate le maraviglie, signora mia? (a Lisetta)

LIS. Perch ho l'onore di conoscere la vostra signora figliuola.

ANS. L'avete veduta? (a Lisetta)

LIS. S, l'ho veduta, e so ch' innamorata del signor Filippo.

PAND. La figlia del signor Anselmo l'innamorata del locandiere?

ANS. Come! mia figlia?

LIS. S signore, vostra figliuola fa all'amore a Filippo.

ANS. (Povero me! cosa sento? Ora capisco la tristezza, la melanconia dell'indegna).

PAND. (Ora intendo perch Lisetta ha abbandonato Filippo).

ANS. (Son fuor di me, non so qual risoluzione mi prenda).

PAND. E di pi sappiate, che Filippo di gi maritato. (al Anselmo)

LIS. Non maritato, ma si mariter alla figliuola del signor Anselmo.

ANS. No, non sar mai vero, la strozzerei piuttosto colle mie mani.

SCENA SESTA

Doralice, madame Fontene e detti.

FONT. Finalmente, signore, l'ho fatta parlare, ed ho penetrato l'arcano.

ANS. Ah, pur troppo l'ho penetrato ancor io.

FONT. Che una giovane sia innamorata, non mi par gran male.

ANS. Sapete voi chi l'amante di quell'indegna?

FONT. Mi ha detto qualche cosa; ma io veramente non lo conosco.

DOR. (Oh cieli! che sar mai?)

FONT. qualche persona vile, qualche persona disonorata?

ANS. No, non dico questo: rispetto tutti, e ciascheduno nel suo mestiere merita di essere rispettato. Ma il suo rango, la sua condizione, non da imparentarsi con me.

DOR. (Possibile che Roberto m'abbia ingannata? Che non sia tale, quale mi ha detto di essere?)

FONT. Ditemi chi , se lo conoscete. (ad Anselmo)

ANS. Risparmiatemi il dispiacere di dirlo. Basti a colei di sapere che sapr punirla, s'ella persiste in un tal amore. Monsieur la Rose l'ha dimandata, le fa pi onore ch'ella non merita, e se il galantuomo costante a volerla, se non viene a penetrare il segreto amor suo, e non l'abbandona per questo, le dovr dare la mano a dispetto suo.

DOR. Signore...

ANS. Acchetatevi, disgraziata. Madama, vi supplico per amor del cielo, trattenetevi con lei, non l'abbandonate, aspettatemi finch'io torno. Vo a rintracciare monsieur la Rose. Non vi altri che lui che possa liberarmi dall'affanno in cui mi ritrovo. Amici, per carit non gli dite niente, se lo vedete. (a Pandolfo e Lisetta) Povero padre! figliuola ingrata! morirei di disperazione. (parte)

SCENA SETTIMA

Doralice, madame Fontene, Pandolfo e Lisetta.

PAND. Sentite, signorina? E voi volevate fare lo stesso. (a Lisetta)

LIS. (Ho piacere. Filippo non sar contento).

FONT. Ma cara signora Doralice, chi mai questo amante di cui siete invaghita?

DOR. Oh dio! non so pi di cos. Mi parve il giovane il pi saggio, il pi onesto del mondo.

PAND. Vi dir io chi , s'ella non lo vuol dire. Filippo, il padrone di questa locanda.

DOR. Come! non vero niente. Quegli ch'io amo, quegli che mi ha promesso di amarmi, il signor Roberto degli Albiccini.

PAND. Il signor Roberto? Quel giovane mercadante?

DOR. S appunto, si spacciato meco per mercadante.

PAND. Non pu esser vero. Il signor Roberto innamorato di mia figliuola.

LIS. No, caro signor padre, ora siamo alle strette. Bisogna ch'io sveli la verit. Vi dell'equivoco, vi dell'imbroglio. Roberto non mi conosce, mi crede moglie di un altro. (Povera me! Filippo sar innocente, io l'ho maltrattato da colonnello).

DOR. Ma che incantesimi sono mai questi? Che disordini! Che confusioni!

FONT. Andiamo, andiamo ad aspettar vostro padre. Si verr in chiaro di tutto, si sapr tutto, vi rimedio a tutto.

DOR. Ma se viene mio padre con monsieur la Rose? Se mi obbliga a doverlo sposare?

FONT. Se poi vostro padre vi obbliga, non saprei che farvi. Noi siamo nate per obbedire. (parte, ed entra in camera)

DOR. L'obbedienza giusta, ma il sagrifizio del cuore crudele. (entra in camera)

SCENA OTTAVA

Pandolfo e Lisetta.

PAND. Io non ho detto niente finora, per non far una scena con quelle signore; ma ora che siamo soli, ditemi un poco, signora sciocca, impertinente, cosa vi sognate di dire, che il signor Roberto non vi conosce, non vi ama, non vi pretende?

LIS. Ho detto la verit, e la sostengo, e la toccherete con mano.

PAND. Ma se mi ha pregato, posso dir in ginocchioni, perch io gli concedessi la vostra mano.

LIS. Questo un abbaglio, questo un inganno, e lo vedrete.

PAND. Eh, so io l'abbaglio, so io l'inganno qual . Tu sei innamorata di quel disgraziato di Filippo, lo hai odiato per gelosia, ed ora pretendi di ripigliare la tresca.

LIS. No certo, signor padre, non cos; e per farvi vedere che sono una figliola rassegnata, obbediente, andate a cercare il signor colonnello, conducetelo qui, ed io lo sposo immediatamente.

PAND. Posso crederti? Sar poi vero?

LIS. Ve lo prometto costantemente.

PAND. Guarda bene, non mi mettere in qualche altro impegno.

LIS. Non vi dubbio. Fidatevi di me, e non temete.

PAND. Ma dove trover il signor colonnello? In un Parigi come possibile di trovarlo?

LIS. Cercatelo ai passeggi pubblici, al Palazzo Reale, alle Tuglierie, lo troverete senz'altro.

PAND. Se avr della premura, ritorner.

LIS. No, caro signor padre, fatemi questo piacere, cercatelo, procurate di trovarlo, conducetelo qui pi presto che voi potete.

PAND. Come ti venuta ora dintorno una s gran premura per il colonnello?

LIS. Per dimostrarvi la rassegnazione ai vostri voleri, per secondare le vostre buone intenzioni, per darvi una testimonianza di obbedienza e rispetto.

PAND. Brava la mia figliuola; son contento, cos mi piace. Ander a cercarlo ora, questa sera, domani, gli far le vostre scuse, gli parler con maniera. Tutto ander bene. Sarete la sposa, sarete la colonnella. Godrete i frutti della buona condotta di vostro padre. (Gran testa, gran testa ch' la mia). (parte)

SCENA NONA

Lisetta, poi il Servitore.

LIS. Oh la bella corbelleria che ho fatto, ma bisogna vedere di rimediarvi. Sar difficile che mio padre trovi Filippo da colonnello, si sar forse disfatto degli abiti, e sar irritato contro di me. stato bene per, ch'io abbia mandato mio padre fuori di casa. Vuo' vedere se ci fosse Filippo. Ehi servitori.

SERV. Signora.

LIS. Il padrone in casa?

SERV. C', e non c'. (ridendo)

LIS. Come c' e non c'? Non vi capisco.

SERV. Vuole il signor Filippo, o il signor colonello? (ridendo, e parlando piano)

LIS. Ah, siete a parte anche voi del segreto?

SERV. Il padrone per sua bont mi vuol bene, si fida di me, mi ammette alla sua confidenza.

LIS. Senza burle, c' in casa?

SERV. S signora, nella sua camera che sospira.

LIS. Andiamolo a ritrovare.

SERV. troppo in collera, signora mia.

LIS. Andiamo, andiamo, che sar contento. (parte)

SCENA DECIMA

Il Servitore, poi monsieur Traversen.

SERV. Vada pure, che gi ci sa andare senza di me. Non so che carattere che sia il suo, ora lo ama, ora lo disprezza.

TRAV. Quel giovane. (chiamando il Servitore)

SERV. Mi comandi.

TRAV. Ditemi un poco. Non vi qui alloggiata una certa giovane italiana, di cui ho letto qualche cosa nei Piccioli affissi?

SERV. Credo di s, signore, ma io non la conosco precisamente.

TRAV. Saprete bene, se in alcune delle vostre camere vi sia un'italiana.

SERV. (Mi valer dello strattagemma del mio padrone). S signore, ve n' una in quell'appartamento. (accenna quello di Doralice)

TRAV. Si potrebbe vedere? Le si potrebbe parlare?

SERV. Vostra Signoria pu domandare alla porta.

TRAV. Andate voi a far l'imbasciata. Ditele che un galantuomo, un francese...

SERV. La servo subito. (entra da Doralice)

SCENA UNDICESIMA

Monsieur Traversen, poi madame Fontene ed il Servitore.

TRAV. Ho tardato un poco troppo a venire. Sar stata veduta da molti, prima di me. Ma chi obbligato ad un impiego, non ha tutte le ore in sua libert.

FONT. Chi che domanda la forestiera? (esce il Servitore e se ne va per l'appartamento di Filippo; poi a suo tempo ritorna)

TRAV. Come! voi qui, madama?

FONT. Oh monsieur Traversen, siete venuto anche voi per la curiosit di vedere la giovane degli Affissi?

TRAV. Ch'io sia venuto per questo, non da maravigliarsi. Mi fa pi specie, che ci siate venuta voi.

FONT. Vi dir. In questi appartamenti vi una signora italiana, ma non quella che voi cercate.

TRAV. E dov' dunque la famosa giovane del concorso?

FONT. So ch'era nell'appartamento vicino, ma ora non si sente nessuno, e credo che non ci sia.

TRAV. Mi permettete ch'io guardi se c'?

FONT. Servitevi. Ma fatemi prima un piacere. Conoscete voi il signor Roberto degli Albiccini?

TRAV. S, lo conosco, l'avete veduto anche voi stamane al Palazzo Reale.

FONT. vero, ma sapete voi dove stia?

TRAV. Lo so benissimo. Egli abita presso alla piazza Vendme; ma a quest'ora, se lo volete, si pu

trovare alla Borsa.

FONT. Benissimo. Vi rendo grazie.

TRAV. Avete altro da comandarmi?

FONT. Andate, vedete se c' la forestiera, e poi forse vi pregher.

TRAV. La porta aperta.

FONT. Potete entrare liberamente.

TRAV. Veder se c' qualcheduno da domandare. (camminando, ed entra)

SERV. Signora, venuta la sua carrozza.

FONT. Bene, che aspetti, e date questo al commissionario. (gli d qualche moneta, Servitore parte) (La carrozza venuta a tempo).

TRAV. Non c' nessuno. Ho picchiato a delle porte che ho trovate chiuse, e non mi ha risposto nessuno.

FONT. Mi dispiace. Povero monsieur Traversen!

TRAV. Oh non importa, non mancher tempo.

FONT. Ora che non pregiudico alle vostre premure, ardisco di supplicarvi di una finezza.

TRAV. Comandatemi con libert.

FONT. Fatemi la grazia di montar nella mia carrozza, di andare alla Borsa, e se vi trovate il signor Roberto, conducetelo qui da me. Pu essere ch'egli vi abbia delle difficolt. Ditegli ch' una francese che lo domanda, che la cosa di gran premura: insomma fate il possibile perch egli venga. Tornate con lui, e pu darsi che vediate quella che desiderate vedere.

TRAV. Vado subito e spero che mi riuscir di condurre Roberto. tanto mio amico, che mi lusingo non mi dir di no. (parte)

SCENA TREDICESIMA

Lisetta, Pandolfo, poi il Servitore.

LIS. Se Filippo dice davvero, il mio si terminer quanto prima. vero, che se mio padre mi sposa a Filippo, credendolo un altro, potrebbe reclamar contro il matrimonio, ma Filippo mi assicura che condurr bene l'affare, ed io mi fido nell'amor suo, nella sua condotta.

PAND. L'ho cercato per tutto, e non lo ritrovo. (a Lisetta)

LIS. Pazienza. Mi dispiace infinitamente.

PAND. Io mi lusingo che torner.

LIS. Se non tornasse, sarei disperata.

PAND. Ma perch l'hai tu disprezzato in una maniera cos villana?

LIS. Perch... perch... Se potessi dirvi il perch.

PAND. Di' la verit, perch tu eri ancora incantata in quell'animale di Filippo?

LIS. Potrebbe darsi che diceste la verit.

PAND. Eh, io la so lunga: non fallo mai, capisco, vedo, conosco, ho una penetrazione infinita.

SERV. Signore, il signor colonnello che la domanda. (a Pandolfo)

PAND. Oh buono!

LIS. Oh bravo!

PAND. Venga, venga, non lo fate aspettare. (Servitore via)

SCENA QUATTORDICESIMA

Pandolfo, Lisetta, poi Filippo da colonnello.

PAND. Segno che ti stima, che ti vuol bene.

LIS. (Si s, il signor colonnello mi ama, ne son sicura). (da s, ridendo)

PAND. Ah signor colonnello, gli faccio umilissima riverenza. Mia figlia pentita, gli domanda scusa, ed tutta disposta ai comandi suoi, non egli vero, Lisetta? Ditegli anche voi qualche cosa.

LIS. Si assicuri, signor colonnello, che ho per lei tutta la stima, e che l'amer con tutta la tenerezza.

PAND. (Brava, brava, cos mi piace). Che ne dice, contento il signor colonnello?

FIL. Tartaifle, ringraziar to fortuna. Ringraziar pellezza de to Lisetta, che desarmar mia collera, e foler mi far sacrifizio a Cupido de mia fendetta.

PAND. Signore, ella sa benissimo ch'io non le ho fatto veruna offesa.

FIL. Tu afer dupitate de mia condizion, afer comandate foler saper chi mi star.

PAND. Scusi, vede bene: si tratta di una mia figlia. Vossignoria non mi ha fatto ancora l'onore di dirmi il suo nome, il suo cognome. Gli domando mille perdoni.

FlL. Tartaifle.

PAND. No, no, non vada in collera. Credo tutto.

FIL. Fol ti saper? Foler mi dir, foler mi tutto significar. Star colonnella Trichtrach.

PAND. Benissimo.

FIL. Foler feder patente? Te foler sodisfar.

LIS. Non serve, non serve, crediamo tutto.

FIL. Mi foler sodisfar, guardar, stupir, ammirar: alfier per Ghermania, tenente per Prussia, capitan

Franza, e colonnello Inghilterra. (mostra varie patenti)

PAND. Bravo. Viva il signor colonnello Trichtrach.

FIL. Afer feduto?

PAND. Ho veduto. Ho ammirato. Vien gente, andiamo in camera. Parleremo con libert.

FIL. S, andar camera, dofe ti foler.

PAND. Resti servita. Favorisca. (lo fa passar innanzi)

FIL. No, no foler; star suocero, star padre, safer mio dofer.

PAND. (Che bont, che civilt, che cortesia! Non poteva trovare un genero migliore al mondo. Eh io? son uomo, ho una testa del diavolo). (entra in camera)

FIL. Va bene? (a Lisetta)

LIS. Va bene, ma poi se vi scoprir?

FIL. Lasciate far a me, non temete. (va in camera)

LIS. Son contenta, ma ancora tremo. (va in camera)

SCENA QUINDICESIMA

Anselmo e monsieur la Rose.

ANS. No, signore, se siete contento voi, non sono contento io. La somma che mi dovete non dote che basti al vostro merito. Son galantuomo, non ho altri che questa figliuola, e nel mio paese ho tanto da vivere che mi basta. Vi far una cessione de' miei crediti di Parigi, e alla mia morte mia figlia sar l'erede di quel poco che mi rester.

ROSE Io lascio fare a voi tutto quel che volete. Ma credetemi, ch'io faccio capitale sopra tutto del buon carattere di vostra figliuola. Non ho mai pensato di maritarmi. Mi venuto in un subito quest'idea, vi ho dato la mia parola, e sono qui prontissimo a mantenerla.

ANS. (Facciamo presto prima ch'egli si penta). Favorite di venire nelle mie camere. Vi presenter a Doralice, e presto presto si far il contratto. (s'incammina)

SCENA SEDICESIMA

Roberto, monsieur Traversen ed i suddetti.

ROB. Signor Anselmo. (chiamandolo)

ANS. (Oh ecco un novello imbroglio). Che mi comanda, signore? Scusi, ho qualche cosa che mi sollecita.

ROB. Ho due parole a dirvi soltanto.

TRAV. Vo ad avvisare madama, che siete qui. (piano a Roberto)

ROB. (S andate, sono curioso di saper cosa vuole). (piano a monsieur Traversen)

TRAV. (Sono curioso anch'io per dirla). (s'incammina verso l'appartamento)

ANS. E bene, che cosa avete da dirmi? (a Roberto)

ROB. Vi rendo giustizia, signore...

ANS. Eh! dove va, padron mio? (a monsieur Traversen)

TRAV. Signore, scusatemi. Vi madame Fontene che mi aspetta.

ANS. Bene, bene, vada pure, si accomodi. (Dubitava che andasse da mia figliuola). (da s)

TRAV. (Entra nell'appartamento)

ANS. E bene, signor Roberto, spicciatevi.

ROB. Io vi diceva, che vi rendo giustizia per tutto quello che avete avuto la bont di dirmi sul proposito dell'amor mio. Confesso che ho avuto torto a resistere alle vostre insinuazioni. Ho conosciuto il carattere della persona, e ne sono amaramente pentito.

ANS. Mi consolo che abbiate finalmente conosciuta la verit, godo che conosciate il vostro carattere onesto e sincero, e prego il cielo vi dia quel bene e quella consolazione che meritate.

ROB. Lo stesso bene e la stessa consolazione desidero a voi ed alla vostra figliuola. Ho piacere ch'ella sia la sposa di monsieur la Rose, il di cui buon carattere non potr renderla che fortunata.

ROSE Voi mi fate onore, vi sono obbligato della vostra bont.

ANS. Ors, andiamo, monsieur la Rose, con licenza del signor Roberto. (incamminandosi) Ma ecco mia figlia in compagnia di madama.

SCENA DICIASSETTESIMA

Doralice, madame Fontene, monsieur Traversen e detti.

ROB. (Ah, monsieur Traversen mi ha ingannato. Vedo la figlia di Pandolfo. Tenter di nuovamente sedurmi. No, non le riuscir. Ingrata! non posso ancora mirarla senza passione). (osservando Doralice che si avanza modestamente)

FONT. (Via, via, fatevi animo. Sono qui io in vostro aiuto). (piano a Doralice)

ANS. Venite avanti, di che cosa temete? (alle due donne)

ROB. E bene, signore, chi che mi domanda? (a monsieur Traversen, con sdegno)

TRAV. Ecco l madame Fontene, che vi desiderava. (a Roberto)

FONT. Scusatemi: sono io, signore, che desiderando d'illuminarvi...

ANS. Scusino, di grazia. Se hanno degli interessi loro particolari, si servino dove vogliono. Vorrei ora terminare i miei. Monsieur la Rose, ecco qui Doralice mia figlia... (prende per mano Doralice e la presenta a monsieur la Rose)

ROB. Come, signore! questa vostra figlia? (ad Anselmo, con ammirazione)

ANS. S signore, questa.

ROB. Non ella la figlia del signor Pandolfo? Non la giovane degli Affissi?

ANS. Che domanda! che novit! siete voi diventato cieco? Dopo gli amori che avete avuto per Lisetta, mi domandate se questa la giovane degli Affissi? Questa mia figliuola, questa la sposa di monsieur la Rose.

ROB. Oim, che colpo questo? Muoio, non posso pi.

DOR. Oh dio, soccorretelo. (trasportata)

ANS. Come! che cos' questo imbroglio?

FONT. Ecco scoperto ogni cosa, signori miei. Questi l'amante di Doralice.

ANS. Ma come? Parlate, non siete voi l'innamorato di Lisetta? (a Roberto)

ROB. Oh cieli! un equivoco mi ha tradito.

FONT. Due donne italiane, figlie di due mercanti italiani, lo stesso albergo, molte circostanze uniformi della persona, quantit di accidenti che paiono favolosi, e che sono veri, hanno prodotto la catastrofe dolorosa di questi poveri sfortunati.

ANS. Gran casi! gran stravaganze! Che ne dite, monsieur la Rose?

ROSE Io dico che ho tirato innanzi sin ora a maritarmi, e vedo che il destino non vuole che mi mariti.

FONT. Bravissimo, la risoluzione da vostro pari.

ANS. E la parola, signore? (a monsieur la Rose)

FONT. Eh via, signor Anselmo, monsieur la Rose non s pazzo di sposar una giovane che non lo ama, e non lo amer mai. Il signor Roberto pu sollevarlo dall'impegno contratto. Egli non vale niente meno in condizione, in facolt, in riputazione, e potete essere ben contento, s'egli sposa la vostra figlia.

ANS. Cosa dice il signor Roberto? (con premura)

ROB. Ve la domando in grazia, ve ne supplico instantemente.

ANS. Cosa dice monsieur la Rose? (con premura)

ROSE Servitevi come vi piace. Vi sar buon amico in ogni maniera.

ANS. Cosa dice mia figlia? (con premura)

DOR. Ah signor padre...

ANS. Ho capito, non occorr'altro; che si sposino, ch'io son contento. (Roberto e Doralice si danno la mano. Tutti fanno applauso e gridano evviva)

SCENA ULTIMA

Pandolfo, Lisetta, Filippo e detti.

PAND. Che cos' questo strepito?

ANS. Ho maritato mia figlia. (a Pandolfo)

PAND. Ed io ho maritato la mia. Favorisca, signor colonnello. Ecco il marito di mia figliuola, il signor colonnello Trichtrach. (escono Filippo e Lisetta)

FIL. E il signor Trichtrach, che ha sposato Lisetta, il vostro servitore Filippo. (si cava i baffi)

PAND. Come! Sono tradito; sono assassinato.

ROB. Il matrimonio da vostro pari.

ANS. Ricordatevi che siete stato mio servitore.

PAND. Sono un mercante.

ANS. Un mercante fallito.

FIL. E se il signor suocero parler, si scriver in Inghilterra, in Spagna, in Portogallo, ed i creditori lo spoglieranno.

PAND. Pazienza! merito peggio: la mia albagia m'ha precipitato.

LIS. Signor padre, vi domando perdono.

PAND. Va, va; la colpa mia, ti perdono.

ANS. Andiamo a stabilire, a concludere, a solennizzare i propri sponsali. Filippo, dateci da mangiare. Signori, vi supplico tutti di favorirmi di restar con noi.

FONT. Volentieri, l'occasione lo merita.

ROB. Cara sposa, non posso spiegarvi la mia consolazione. (a Doralice)

DOR. Se la misuro dalla mia, non pu essere che perfetta. La sorte ci ha condotti per una via tormentosa alla pi desiderabile felicit. Voglia il cielo che questa sia coronata dal compatimento gentile di chi ci onora, e giungano alle orecchie dell'autore lontano le liete voci de' suoi amorosi concittadini.

Fine della commedia

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