Il medico olandese

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IL MEDICO OLANDESE

di Carlo Goldoni

La presente Commedia fu per la prima volta rappresentata in Milano nell'estate dell'anno

A SUA ECCELLENZA

IL SIGNORE

DON ALESSANDRO RUSPOLI

PRINCIPE DI SANTA CHIESA

CAVALIERE DELL'INSIGNE ORDINE

DEL TOSON D'ORO ECC.

Mai pi, Eccellentissimo Signor Principe, con tanta impazienza ho attesa la stampa di alcuna Opera mia, quanto presentemente mi accadde desiderare la pubblicazione del Sesto Tomo di mie Commedie, niente per altro che per adempiere un mio disegno, tanto per me pi onorevole, quanto pi n' giusto il motivo, e decoroso il fine.

Il maggior bene ch'io vantar possa essermi derivato dal mio soggiorno in Roma, egli certamente il prezioso acquisto della protezione di V. E., e deggio dire, a gloria di quella verit che l'anima de' miei scritti, averne riportati de' segnalati vantaggi, non solo per quegli atti di generosit ch'Ella mi ha praticati, ma perch degnatasi di ammettermi alla di Lei erudita conversazione, ho avuto campo d'approfittare di buone massime e di saggi ragionamenti. Fra le tante consolazioni che mi rec il dolce tratto e la cortesia inesplicabile di V. E., mi tocc nell'animo estremamente sentirla con tanta benignit prevenuta in favor delle mie Commedie, e che da esse, o nel Teatro veggendole rappresentare, o in camera leggendole di quando in quando, ne ritraeva qualche piacere.

Fu dunque il disegno ch'io aveva sin da Roma fermato, unire a' miei Mecenati il Nome grande di V. E., dedicandole una Commedia, che quanto nella mia povert mi permesso di fare per dimostrare l'ossequio mio e la mia gratitudine verso chi mi onora, e mi protegge, e benefica.

Ho scelto fra le mie inedite il Medico Olandese, che siccome stata una di quelle sulla Scena pi fortunate, mi lusingo che possa essere dall'E. V. benignamente accolta e sofferta. Spero le riuscir non discaro il carattere di Monsieur Bainer, sotto di cui potr Ella ravvisare qual altro cognito Personaggio intesomi sia mascherare, soltanto che alla Patria di lui, ed alla professione, ed al carattere si compiaccia por mente. Mi do a credere parimenti, che altre due cose in questa Commedia mia le debbano recar piacere: luna si limpostura di alcuni Filosofastri; laltra il buon sistema della educazione Olandese. Rispetto ai falsi sapienti, non pu certamente che divertirla vederli posti in ridicolo, poich amando Ella le Scienze e le belle Arti, si sar abbattuta pi duna volta in simili originali, che affettano di sapere, e disonorano i Letterati. In quanto poi alleducazione delle Famiglie, che per dir vero in Olanda con accuratezza si osserva, avr lE. V. motivo di rallegrarsi, sendo questa la principal cura del di Lei animo, e lo scopo pi delicato delle sue virtuose attenzioni. Iddio Signore bened la Casa illustre di V. E., concedendole dalla Nobilissima Dama Sposa una s amabile famigliuola che innamora a vederla, e che fa sperare aumentata la gloria dellaugusta Patria e delleccelso Casato. Vidi io medesimo con quanta amorosa cura e con quale onorato impegno si applica lE. V. al massimo affare della educazione de Figli, ed osservai il mirabile effetto di gi prodotto nellanimo e nella persona del di Lei


Primogenito, che in et tenera ancora, mostra uno spirito s regolato ed un costume s colto e nobile, che rende a chi lo scorge ammirazione e contento. Dio volesse che i Padri tutti, ed i pi nobili specialmente, conoscessero un tal dovere, ed osservassero un s essenziale precetto. Oh quanti beni ne deriverebbero alla Civil Societ! Oh quanti miglior Vassalli avrebbero i Principi, quanto maggior difesa la Religione, quanto maggior rispetto esigerebbero i Cavalieri costituiti da Dio per esempio deglinferiori! A che vale la nobilt e la ricchezza, dove manchi la scienza del buon costume? V. E. merita i primi onori nel Mondo per la purezza del Sangue de suoi Maggiori, per le cospicue parentele che a Pontefici e Principi e valorosi Eroi la congiunse, per il ricchissimo patrimonio che la fa risplendere fra i pi doviziosi Cavalieri dItalia, per glinfiniti onori antichi e moderni di sua Famiglia, a quali ultimamente saggiunse linsigne Ordine del Toson dOro, conferitole dallAugusta Imperatrice Regina. Tutto ci La rende degna di venerazione ed omaggio; ma mi sia permesso di dire che a tutti questi s eccelsi beni prevale in V. E. il bene massimo della Virt, e che da questa tutti i doni della provvidenza acqui stano il vero pregio ed il pi luminoso splendore. E per dir vero, riesce malagevole e duro linchinarsi ai Figli della Fortuna sol perch da essa benificati; ma allora quando accoppiasi in un oggetto allaltezza del suo destino il merito della persona, si benedice lautore di sua grandezza, giustizia chiamasi la felicit del suo stato, e volentieri si venera, si rispetta e si ama. Questo il maggior tesoro che ai cari Figli lE. V. procura, e la Nobilissima Genitrice, di Lei Consorte, che al Sangue illustre de Capizucchi unisce la pi perfetta ed esemplare Virt, contribuisce infinitamente ad unopera s essenziale. Il metodo di V. E. nellistruire collesempio e coi precetti i Figliuoli non severo, ma docile e temperato, conoscendo Ella benissimo, che giova pi guadagnare i tenerelli animi collamore, di quello vaglia il costringerli con asprezza. Ella perci non niega loro quegli onesti divertimenti che valer possono a recreare lo spirito, e fra questi non crede indegne le mie Commedie, conducendovi Ella stessa il Cavalierino suo Primogenito, cosa che, sendo io in Roma, mi consolava infinitamente. Pur troppo il piacer sommo chio ebbi di vedere codesta alma Citt fortunata, che dopo essere stata la Padrona del Mondo, pass ad essere la Reggia della Cattolica Religione, mi venne amareggiato da non so quale sinistro incontro in quel Teatro medesimo per cui di qua venni mosso inutilmente, e con pochissimo onore. Vuolsi che contribuisse alla sfortuna delle Opere mie nel Teatro di Tordinona la situazione, la qualit del Popolo che lo frequenta, luso di que Recitanti portati pi allimprovviso che allo studiato. Comunque stata sia la faccenda, so certo che asprissimo mi riesc lo sfortunato incontro; ma una stella poi favorevole risarc lonor mio nel Teatro di Capranica, dove il valor de Comici, e la comoda situazione, e il buon ordine bene eseguito, fece talmente brillare alcune Opere mie, che miglior sorte non mi poteva desiderare. Col vidi pi volte intervenire V. E., ed era per me una consolazione, un trionfo. Seppi con estremo piacere che lanno dopo ancora nello stesso Teatro si mantenne il mio buon concetto, e che fra laltre Commedie mie compatite, riusc molto felicemente La Pamela maritata, scritta da me espressamente per quelle scene. Nel Mondo i mali ed i beni si succedono ordinariamente a vicenda. Ci che in ogni sinistro incontro pu farmi lieto, si la certezza di essere da V. E. compatito e protetto. E sar un novello dono della benignissima di Lei protezione, se Ella si degner aggradire lumilissima Offerta di questa Commedia, col di cui mezzo render pubblico al Mondo il padrocinio chElla generosamente mi accorda, ed ossequiosamente minchino Di V. E.

Venezia li Luglio .

Umiliss. Devotiss. Obbligatiss. Servitore. Carlo Goldoni


LAUTORE A CHI LEGGE

Io non ardir nominare il Personaggio riguardevole per virt e per fama, che sotto il nome di Monsieur Bainer nascondo. La Patria, la professione, il carattere ponno agli eruditi nella Storia manifestarlo. Oltre del sistema di s granduomo, mi valsi di qualche circostanza vera di sua Famiglia, ma tuttoci non disonora il suo nome, e procurai di rendergli quellonore che gli dovuto. Piacquemi dinnestarvi la buona educazione delle fanciulle, famigliare in Olanda, e questa pu essere utile a tutto il Mondo. I pazzi che vi ho introdotto, sono ancora pi universali, e se ne trovano in ogni parte. Questa Commedia stata fortunatissima, ma ultimamente fu la delizia de Bolognesi, locch pu bastare per accreditarla. Se poi, Lettore carissimo, brami sapere se lIpocondriaco che ricorre al Medico carattere da me immaginato, o se nebbi qualche originale esemplare, sappi che ho inteso di lavorare sopra di me medesimo, che per due anni interi mi vidi soggetto a simili galanterie. S, certo, ho posto in ridicolo me medesimo espressamente; per non se nabbia a male taluno, che si vedesse per accidente copiato.

Personaggi

Monsieur BAINER medico e filosofo olandese;

Madama MARIANNA sua nipote;

Monsieur GUDEN polacco ipocondriaco;

Il MARCHESE DI CROCCAND fiammingo;

Madama ELISABETTA;

Madama FEDERICA.;

Madama GIUSEPPINA;

CAROLINA cameriera di madama Marianna;

Monsieur LASS ;

Monsieur TAUS ;

Monsieur MANN ;

Monsieur PAFF;

PETTIZZ servitore di monsieur Bainer;

Un servitore di monsieur Bainer, che non parla.

La Scena si rappresenta in Olanda, nella citt di Leiden, in casa di monsieur Bainer.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera con libreria di monsieur Bainer

Mounsier Guden e Petizz.

PET.Signor, se trattenersi le aggrada in questo loco,

A casa il mio padrone dee ritornar fra poco.
GUD.Laspetter. Frattanto, per non starmi ozioso,

Datemi qualche libro.
PET.Lo vuol serio, o giocoso?

GUD.Qualche cosa di buono.

PET.Vuol di filosofia?

GUD.Se ci fosse un trattato sopra lipocondria...

PET.Oh signor, ve n uno, che al certo non ha pari:

La vita di un poeta, ch ognor senza danari.
GUD.Eh, che sono i poeti, ancorch sien meschini,

Contenti della gloria degli estri peregrini.

A compensar lor duolo bastano Euterpe e Clio.

Modo tal io trovassi di consolare il mio!

Ma, oim, non ha rimedio finor questo mio male;

Recatemi, vi prego, un libro di morale.
PET.Signore, un romanzetto uscito ora in Olanda,

Che parmi sia a proposito per quel che mi domanda.

un uomo indifferente nel ben come nel male:

Le par che questo sia trattato di morale?
GUD.Soggetto di romanzo luomo indifferente.

Il bene sempre bene; il male ognor si sente.

Soffrir senza lagnarsi? No, no, credete a me,

Questa moral si scrive, ma in pratica non .
PET.Vorrei pur divertirlo, se fossemi concesso:

Vuole un poema inglese, che critica il bel sesso?
GUD.No, critiche non voglio, non sono al genio mio,

E quando mi allettassero, so criticare anchio.

Il criticar le donne, lo stesso che pretendere

Assalir colla spada chi non si sa difendere.

Si oltraggiano le buone degne di eterni onori,

Le triste non per questo si rendono migliori.
PET.Non so che dir, signore; ecco la libreria:

Si serva come vuole, scelga vossignoria.
GUD.Non so; per dir il vero, tutto mi reca tedio,

Invano alla tristezza trovar tento il rimedio.

Lo studio era una volta il mio piacer pi grato,

Or subito mi sento il capo riscaldato.

Alle conversazioni ero portato un d,

Adesso son ridotto a vivere cos.

Solo dal padron vostro la mia salute io spero.


Monsieur Bainer io stimo, lo stima il mondo intero;

E tante e tante leghe scorsi rapidamente,

Solo per consigliarmi col medico eccellente.
PET.Ciascuno al mio padrone non sol si raccomanda

In Leiden, dove siamo, ma per tutta lOlanda.

E vengono ammalati da pi lontan paesi,

Italiani, Tedeschi, e Svizzeri, e Francesi;

E dInghilterra poi, non molto a noi lontana,

Verran dieci persone almen per settimana.

Di quei che son di stanza di Leiden nel contorno,

Vengono qualche volta venti ammalati al giorno;

E se venir non possono, per altri la mattina

In vetri custodita gli mandano lorina.
GUD.Ecco perch mi spinse fama di sua virtute;

Spero, e non spero invano, da lui la mia salute.
PET.Signor, con sua licenza.

GUD.Dove andate, figliuolo?

Per cortesia vi prego, non mi lasciate solo.

Se compagnia mi manca, mi assaltano i tremori,

Mi ascendono alla testa i torbidi vapori.
PET.Non tarder il padrone: son lore consuete

Chegli ritorna a prendere in casa un po di quiete.

Verranno anche a momenti alcuni amici sui

Che per studiar con comodo radunansi da lui.

Appunto andar io deggio a preparar il t:

Eccole compagnia, signor, meglio di me. (osservando fra le scene)

Ecco la cameriera della padrona mia,

Che le pu far passare la sua melanconia:

una giovane allegra, che le dar piacere.

Ma, signor, lavvertisco, perchella forastiere:

Si trattano le donne da noi con libert,

Per son delicate in punto di onest.

So che in altri paesi son uomini dingegno,

Se vedono una donna, fan subito un disegno.

Ma qui la libert che dassi alle persone,

Fa che sien pi cortesi, ma in fondo assai pi buone. (parte)

SCENA SECONDA Monsieur Guden, poi Carolin.

GUD.Che in libert si trattino, e sien le donne illese,

Lo credo un benefizio del clima del paese.
CAR.Oh signor, mi perdoni, veduto io non lavea;

Che fossevi persona qua dentro io non sapea.
GUD.Un galantuom trovate, che sa nutrire in petto

Per donna dogni grado la stima ed il rispetto;

E che ha delle Olandesi unottima opinione.
CAR.Signor, ben bizzarra questa dichiarazione.


Io non sono olandese, ma ovunque sono stata,

so che dappertutto la donna rispettata.
GUD. ver, dite benissimo; anchio son di parere,

Che un uom non si fa merito facendo il suo dovere:
Di un umor malinconico scusate i detti vani.
CAR.Via via, non dubitate, che siete in buone mani.

padrone ha guarito, con i consigli suoi,
Uomini ipocondriaci assai peggio di voi.
Per dir la verit, signor uomo ammalato,
Il male fin adesso vi ha poco estenuato.
Grasso, rossetto in viso, che malattia cotesta?
Ho paura, signore, che il mal sia nella testa.

GUD.Non parliam del mio male, vi prego in cortesia.

CAR.Scusi. Con sua licenza.

GUD.Deh, non andate via,

Non mi lasciate solo, graziosa giovinetta.

CAR.Vuol la padrona un libro. di l che mi aspetta.

GUD.Che libro vi ha richiesto?

CAR.Certo libro italiano

Che tratta delle Analisi, venuto da Milano.

GUD.Han giovinette ancora le femmine olandesi

Di tai studi difficili i loro geni accesi?

CAR.Voi vi maravigliate che la padrona mia

Inclini al dolce studio della geometria? Stupitevi piuttosto, che con saper profondo Prodotto abbia una donna un s gran libro al mondo. italiana lautrice, signor, non olandese, Donna illustre, sapiente, che onora il suo paese; Ma se trovansi altrove scarsi i seguaci suoi, Ammirasi il gran libro, e studiasi da noi.

GUD.Se tal voi favellate che siete alfin servente,

Qual sar la padrona?

CAR.Per me non so niente.

Appresi dove sono a dir termini strani, Appunto come parlano i pappagalli indiani: Se a giocar, se a ballare, si usasse in questo loco Vi parlerei del ballo, vi parlerei del gioco. Ma usandosi da noi miglior divertimento, Sono avvezzata anchio parlar di quel che sento.

GUD.Ditemi: la padrona bella? giovinetta?

CAR.Nipote del padrone, qual figlia a lui diletta.

GUD. giovane?

CAR. prudente.

GUD. bella?

CAR. virtuosa.

GUD.Non rispondete a tuono; domando unaltra cosa.

CAR.Della belt vi cale, vi cal la giovinezza.

La virt, la prudenza, vi par poca bellezza?

GUD.S, egli un tesoro, vero, che lintelletto appaga.

Capisco che non n giovane, n vaga.

CAR.Si vede ben, signore, che nella fantasia


Siete guasto alcun poco dalla melanconia.

Perch di lei vi vanto la virt, la saggezza,

Voi la credete antica, e priva di bellezza.

Non ver, vingannate. I cinque lustri ancora

Non ha compiti; e tale ha belt, che innamora.

Se non parlai degli anni, se non parlai del volto,

perch le virtudi si apprezzano pi molto.

Ma voi siete un di quelli, sia detto in confidenza,

Che amate, a quel chio vedo, lesterno e lapparenza.
GUD.No certo; son di quelli che amano il merto vero.

Questa padrona vostra potr vedersi, io spero.
CAR.Perch no? qua le donne non vivon ritirate;

Sono liberamente vedute e frequentate.

E non crediate gi madama una di quelle,

Che sol parlar dilettisi di linee paralelle,

Di circoli o triangoli, di punto e proporzione;

Piace anche a lei di fare la sua conversazione.

Anzi, alluso di Leiden, figlie di varia et

Si radunano spesso in buona societ,

In casa ora di questa, or di quella signora:

Fra loro unitamente si parla, si lavora,

Ora di cose serie, or di gioconde cose,

Sempre per modeste, e sempre spiritose.
GUD.Chi quel che di l viene? (osservando fra le scene)

CAR. il padron ch arrivato.

GUD.Ecco la mia speranza. Il ciel sia ringraziato.

CAR.Lasciovi in libert; prendo il libro, e lo porto. (Va a prendere il libro nella libreria)

GUD.Son dei mesi chio peno. Eccolo il mio conforto.

CAR.Vedete quai figure? Vedete in qual impegno (mostrando il libro aperto a monsieur

Guden)

Dalla sapiente donna si posto il bellingegno?

Osservatelo bene. Eh, confessar bisogna,

Che fan femmine tali agli uomini vergogna.

E poi del sesso nostro si sente a mormorare!

Oh quanto, quanto meglio farebbono a studiare! (parte)

SCENA TERZA Mounsieur Guden, poi mounsieur Bainer, poi un servitore.

GUD.Ah, che belt non curo, non giovami virtute;

Mi occupa il solo, il tristo pensier di mia salute.

Tristo pensier finora, chogni sventura avanza,

E in s granduom soltanto mi resta una speranza.
BAI.Signor... (salutandolo)

GUD.Deh, soccorrete un che non spera invano (incontrandolo ansiosamente)

Uscir, vostra mercede, fuor di miseria...
BAI.Piano.

Ehi, recate due sedie. (forte verso la scena)


GUD.Signor, sono per me

Perigliosi i momenti.
BAI.Il vostro polso. (chiede il polso a monsieur Guden)

GUD.Oim! (nel dargli il polso si turba)

BAI.(Dopo averne sentito il polso) Ehi, chi di l? Due sedie. (al servitore che viene)

GUD.Vi supplico, signore,

Sentomi un tale affanno...
BAI.Non abbiate timore.

Sedete.
GUD.Chio vi esponga, signor, non isdegnate

Tutte le stravaganze di questo mal.
BAI.Narrate.

GUD.Or la decima luna sar, sio non minganno,

Il cuore un d mi sento assalir da un affanno.

Dal cor in pochi istanti parvemi a poco a poco

Stendersi per le membra, e dilatarsi un foco.

Sentomi il capo acceso, tremo, mancar mi sento,

Pi non mi reggo, e credo morire in quel momento.

Stendo al polso la mano; parmi pi non sentirlo.

Corro, cos tremante, fin dove non so dirlo.

Acqua, gridando, andava; chi mi soccorre? io spiro.

Recanmi alfin dellacqua; alfin bevo, e respiro.

Ma che? quel di fatale lepoca sventurata

Di tai barbari assalti, chio provo alla giornata.

Ma la notte, la notte il mio crudel tormento.

Quando la sera imbruna, saccresce il mio spavento

Parmi che mi si stacchino le viscere dal petto;

Sei, sette volte almeno forza balzar dal letto.

E se mi prende il sonno, ahi che dormir funesto!

Veggo leoni e demoni, e con tremor mi desto.

A tavola, al teatro, in un festino, al gioco,

Sentomi questa fiamma salire a poco a poco;

E funestar temendo altrui colla mia morte,

Mi forza un rio timore fuggir da quelle porte.

Niente mi consola, ogni piacer mi odioso,

Son diventato agli altri e a me stesso noioso.

Ah voi, signor, porgete a tanto mal ristoro,

O questo d non passa, chio mi consumo e moro.
BAI.Altro a narrar vi resta?

GUD.Son cento i miei malori,

Ma vi narrai per ora i sintomi peggiori.

Se male io mi spiegai, se il labbro mi trad,

Ritorner da capo.
BAI.No, no, basta cos.

Vintesi a sufficienza. Di qual paese siete?
GUD.Soccorretemi prima; poi chi son lo saprete.

BAI.S, vi soccorrer; ma per un tal malore

Siate sicuro intanto, signor, che non si more.
GUD.Come? Se in dieci mesi sento morirmi ogni ora?

BAI.Moriste tante volte, e siete vivo ancora?

Son flati, son vapori, son convulsioni interne;


Son mali che spaventano chi teme, e non discerne.

Sentite il buon tabacco. (gli offre del tabacco)
GUD.Signor, vedo che invano

Per consigliar con voi partii s da lontano.

Ed il veder chio sono s poco consolato,

Creder mi fa che il male sia grave e disperato.
BAI.Voi, che fin qua veniste, pien di fantasmi rei,

Quale concetto avete finor de fatti miei?
GUD.Signor, tanto vi stimo, che fin dal settentrione

Venni a cercar da voi rimedio e direzione.

Moscovia, Danimarca, la Prussia, la Sassonia,

La Svezia, il mio paese natio, ch la Polonia,

E Inghilterra, che pochi lodar suol per costume

Voi della medicarte suol appellare il nume.

Volai sino in Olanda per monti, fiumi e valli,

Lenti pareanmi al corso i rapidi cavalli,

E tosto che le mura ho di Leiden vedute,

Dissi fra me giulivo: ecco la mia salute.
BAI.E il moto salutevole s poco vi ha giovato?

GUD.Ah, signor, il mio male, lo veggo, disperato.

BAI.No, cerchiam la cagione, che misero vi rende;

Questa non vien dal corpo, dal spirito dipende.

Allesame, allesame.
GUD.Ora mi consolate.

Fatemi le ricerche dallarte praticate.
BAI.Dite, signor Polacco, come si sta damori?

GUD.Perch non domandate se ho sete, se ho dolori? (un poco mortificato)

BAI.Non istudiai soltanto Ippocrate e Galeno.

Di medico son io filosofo non meno.

E di cento ammalati, ricorsi allarte mia,

Ottanta ne guarisce buona filosofia.

Allesame, allesame. amor che vi tormenta?
GUD.Signor, quella chio amava, miseramente spenta.

BAI.Quant che pi non vive?

GUD.La misera mor

Poco pria chio giungessi a delirar cos.
BAI.E a me pel vostro male dunque chiedete aita?

Volete per guarirvi chio la richiami in vita?

Giovine appassionato, capite or le ragioni

Fondate, ragionevoli, di mie interrogazioni?
GUD.Ma, signor, il principio puol esser metafisico;

Ma il mal che ora maffligge, doloroso e fisico.

Si tanto abituato, reso si cos forte,

Che adesso ogni momento minacciami la morte.
BAI.Che morte? Che minaccie? Scacciate ogni timore;

Per questo mal, vi replico, al certo non si more.

Voi bramereste, il veggo, lalta consolazione,

Che sopra il vostro male facessi una lezione

Coi termini dellarte, con qualche anatomia,

Per render pi confusa la vostra fantasia.

No, uditemi, signore: trattate il vostro male


Come un fanciullo armato, che linimico assale.

La spada pu ferirvi, se gli esponete il petto,

Ma piccola difesa delude il giovanetto.

Tale dal mal potrete, volendo, esser oppresso,

Ma la difesa vostra dentro di voi stesso.

Se la ragion si opponga al mal che vi fa guerra,

Ecco il bambino inerme, ecco la spada a terra.
GUD.Ma signor...

BAI.Ma signore, chi a me dal settentrione

Venuto per consiglio, minsulta, se si oppone.
GUD.Qualche medicamento almen per consolarmi.

BAI.Eh ben, se vi guarisco, quanto volete darmi?

GUD.Signor, il sangue istesso darei per istar bene.

Ho lettere di cambio, so quel che far conviene.
BAI.Saranno le cambiali, sar il vostro danaro

Opportuno al rimedio, che darvi or mi preparo.

Uditemi: prendete nei borghi al rio vicini

Comodo albergo e lieto, in mezzo a bei giardini.

Una conversazione trovatevi gioconda.

Vivete cogli amici a tavola rotonda:

Giocate per piacere, non mai per rovinarvi,

Prendete un buon cavallo talor per sollazzarvi.

Anche un amore onesto, che vi trovaste io lodo;

Chiodo, i poeti dicono, scaccia dallasse il chiodo.

Ecco il rimedio vostro. Sar la mia mercede,

Che a miei buoni consigli abbiate a prestar fede.

Bainer da tai malati di profittar non cura;

Sincerit il mio vanto, non vivo dimpostura.

Voi di me vi fidate, io sono un uomo onesto.

La malattia conosco, ed il rimedio questo. (parte)

SCENA QUARTA Monsieur Guden, poi madama Marianna.

GUD.Dunque sinor fui pazzo? dunque mi dolsi invano?

Tanto soffersi e tanto, per un principio insano? So che la donna estinta recommi un fier dolore, Ma non mi par la sola fonte del mio malore; E se la cagion prima anche da lei sia sorta, Persister dieci mesi dovr dacchella morta? Bainer un uomo grande, sa dir, sa consigliarmi, Ma dirlo anche potrebbe affin di consolarmi. Mi lascia? mi abbandona? Ah, non avr quiete, Se a parlar non ritorno... (correndo per la scena)

MAR.Signor, dove correte?

GUD.(Stelle, che volto questo! Della mia bella estinta

Parmi vedere in esso limmagine dipinta. Oh fatal somiglianza, che mi risveglia in cuore


Lamara rimembranza dun sventurato amore!)

(da s; si ferma sorpreso, salutandola)
MAR.Siete voi lammalato?

GUD.Per mia disgrazia il sono.

MAR.Forestier?

GUD.S, madama.

MAR.Di qual nazion?

GUD.Pollono.

MAR.Da region s lontana fin qua chi vha condutto?

GUD.Monsieur Bainer, madama, non trovasi per tutto.

MAR.Vi ha egli soddisfatto?

GUD.Dir, per dir il vero

Sembra che del mio male non prendasi pensiero.
MAR.Sella cos, signore, vivete in festa e in gioco.

Quandei non sinteressa, il mal sar da poco.
GUD.Ma esige un ammalato maggior compatimento.

MAR.Che dato egli non vabbia alcun suggerimento?

GUD.Ecco i consigli suoi: palazzo infra i giardini,

Amicizie, cavalli, conversazion, festini.

E allultimo, credio solo per beffeggiarmi,

Giunse a lodar perfino lidea dinnamorarmi.
MAR.Cotai medicamenti son ben particolari;

In bocca di mio zio sono estraordinari.

Egli per degli uomini buon conoscitore;

Vi avr con una occhiata letto perfin nel cuore.
GUD.Madama, ho gi risolto prestar fede a suoi detti;

Vu divertir lo spirito con piacevoli oggetti.
MAR.Ite a cercar adunque ci chei vi sugger.

GUD.Dove potrei andare per star meglio di qui?

MAR.S, ver, sono anche i libri un bel divertimento.

GUD.Ma di studiar per ora, madama, non mi sento.

Quel che provar pu farmi lodevole il consiglio,

lamoroso sguardo di un s amabile ciglio.
MAR.Il ciglio mio, signore? Oh, giudicar conviene,

Che dello zio i consigli capiste poco bene.
GUD.Anzi, se mi approfitto di s felice sorte,

Medico e medicina ritrovo in queste porte.
MAR.Qual trovar medicina sperate in questo tetto?

GUD.Egli non disapprova un rispettoso affetto.

MAR.Ma impiegarlo per chi?

GUD.Per voi, se nol sdegnate.

MAR.Caro signor Polacco, ridere voi mi fate.

GUD.Lo so, lo so, che invano spero trovar conforto;

Meco le mie sventure, ovunque vado, io porto.

Per me le stelle ingrate son dogni bene avare. (agitato)
MAR.Questo trasporto vostro ben particolare.

GUD.Che pu sperare un uomo pieno di larve in petto?

Reso dal mal stucchevole, orribile daspetto? (agitato)
MAR.Oh signor, non vero. Frenate omai quellira.

Il vostro volto tale, che riverenza ispira.

Sprezzo di voi medesimo vi porta a questo segno:


Non vi si vede in viso, di quel che dite, un segno.
GUD.Esser pu che madama co suoi lumi vezzosi (rasserenato)

Mabbia tratti dal volto i segni dolorosi.
MAR.Son di guarir lo spirito arti al mio ciglio ignote.

GUD.Ah, non so chi pi vaglia, se il zio, se la nipote.

MAR.Vi scordaste, mi pare, i suoi suggerimenti.

Propose alluopo vostro miglior divertimenti:

Gioco, feste, giardini, moto, allegria di cuore.
GUD.Aggiungete, madama, qualche discreto amore.

MAR.Oh mi perdoni, in questo ei vi consiglia male.

GUD.No, dubitar nol posso; Bainer so quanto vale.

MAR.Bene, il paese nostro doggetti provveduto:

Baster che voi siate in Leiden conosciuto.

Non mancher chi apprezzi del vostro cuore il dono.
GUD.Le lettere chio porto, paleseran chi sono.

Non paladin del regno, non della Corte amante,

Ma giovane onorato, banchiere e negoziante.

N di vantarmi intendo, nel dichiarar chio sono

Tal, che da sorte amica ebbe ricchezze in dono.

Ma che mi val al mondo laver comodo stato?

Loro che pu valermi, sio son s sfortunato?
MAR.Or di che vi dolete?

GUD.Mi dolgo aver sofferto

Tanti dolori e tanti, della mia vita incerto.

E allor che dal mio seno spero smarrito il tedio,

Trovar che al male mio contrasta il mio rimedio.
MAR.Signor, non vi avr detto il medico eccellente,

Che possa il vostro male guarir s facilmente.

Spegner non pu s presto pocacqua un s gran foco;

Soglion le medicine oprare a poco a poco.

Non siate uno di quelli che hanno in soffrir dispetto,

Che von con una bibita balzar fuori di letto.

Sanan le medicine sofferte e reiterate.

Via, signor ammalato, curatevi e sperate. (parte)
GUD.Vedo, o di veder parmi, di madama il pensiero.

S, medica pietosa, la mia salute io spero.

Se tanto ella somiglia al bel che ho gi perduto,

Di pace e di conforto il ciel mi ha provveduto.

Di Bainer mi sovviene quel paragon chio lodo:

Chiodo, mi disse il medico, scaccia dallasse il chiodo.


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Petizz solo.

PET.Prepariamo le sedie. Che possan comodarsi

Questi filosofoni, che vengono a spassarsi. (mette una sedia) Fra loro le giornate dividonsi da bravi.

Un d vengono i pazzi, un d vengono i savi. (con unaltra sedia) Oh, viene monsieur Lass. Capisco, in questo d (una sedia) Non sono i pazzi pazzi, ma quei cos cos.

SCENA SECONDA Monsieur Lass, monsieur Taus, monsieur Mann, poi monsieur Paff ed il suddetto.

LASS(Camminando a passo lento, fermandosi di quando in quando, leggendo un foglio;

poi si pone a sedere senza dir niente)
PET.Non abbada a nessuno. Che faccia da Catone!

Ecco qui monsieur Taus. Un altro medaglione.
TAUS(Entra senza parlare, va alla libreria; si prende un libro, poi si pone a sedere,

salutandosi con monsieur Lass senza parlare)
PET.Oh, non shan le parole da consumar invano.

Questi?... Si, monsieur Mann. Par Seneca romano.
MANN(Viene anchesso bel bello; si pone a sedere vicino a monsieur Lass; si salutano al

solito. Poi tira fuori la scatola del tabacco. Ne d una presa a monsieur Lass, e ne

prende per s. Poi tira fuori di tasca un foglio, si pone gli occhiali al naso, e legge

piano)
PET.Che sia qualche ricetta? medico egli pure,

Ma un medico soffistico, pien di caricature.

Oh, viene monsieur Paff; questi mi d pi noia,

Pare un greco avanzato dallincendio di Troia.
PAFF(Entra, e va a sedere al tavolino, e si pone a scrivere senza salutar nessuno)

PET.Oh le belle figure! son elleno, mimpegno,

Quattro statue eccellenti per larte del disegno.

Vuole il t? (A monsieur Lass, quale gli fa cenno di no)

Signor no. (da s) Vuole il t? (a monsieur Crem, che gli accenna che

taccia) No, non parlo.

Vogliono il t, signori? (monsieur Mann, monsieur Taus accennano di s)

Zitto; vado a pigliarlo.

Un poveruom, che fosse mutolo di natura,

Fra questi si vedrebbe a far la sua figura. (parte)

(Restano i suddetti nella loro situazione per qualche tempo)


SCENA TERZA Monsieur Guden e detti.

GUD.(Madama ritirata. A restar solo io peno.

Qui son dei galantuomini; potr parlare almeno). (da s)

Servo di lor signori. (saluta alcuno di loro; rispondono al saluto senza dir niente) Che studiasi di buono?

Non sono un letterato, filosofo non sono,

Ma anchio delle bellarti prendo qualche diletto.

Signore, a me non sembra mancare al mio rispetto, (verso uno di loro, che mostra

dinquietarsi)

Onde abbiate a inquietarvi. Fatemi voi ragione. (ad un altro, che non risponde)

Oh s, che ho ritrovato buona conversazione!

Chio tratti e mi diverta, Bainer mi raccomanda.

Son questi i passatempi che trovansi in Olanda?

Eh, lavrei ritrovato il passatempo amabile;

Ma un forestier... s presto... so che non sperabile.

E se un po po mi attacco, quel che sar lo veggio:

Venni in Olanda afflitto, e partir assai peggio.

Scacciar vorrei di mente le immagini funeste.

(Ma che fan qui costoro? che genti sono queste?

Hanno ragion? favellano? o son di senso vuote

Macchine, che si muovono per via di suste e ruote?) (da s)
LASSMonsieur Taus.

GUD.(Oh, egli parla). (da s)

LASSSpero averlo trovato.

GUD.Che cercate, signore? (a monsieur Lass)

LASSIl circolo quadrato.

GUD.Signor, questa scoperta vi fa un onor sovrano;

Lhanno finor cercata tante Accademie invano.
LASSSha da trovar.

GUD.In Leiden fiorisce alto sapere.

Vi prego illuminarmi.
LASSVi prego di tacere. (seguita a leggere)

GUD.Siete voi persuaso, signor, di tal scoperta? (a monsieur Taus)

TAUSOr mi tiene occupato cosa che assai pi merta.

GUD.E qual largomento?

TAUSDa me trovar si spera

Del flusso e del riflusso del mar la causa vera.
GUD.Se ci veder mi lice, signor, sar ben lieto:

Vi supplico di dirmi...
TAUSVi supplico star cheto. (seguita a leggere)

GUD.(Ha ragion: questi studi esigono attenzione).

Voi, signor, che studiate, con vostra permissione? (a monsieur Paff)
PAFFCerco la divisione del punto indivisibile.

GUD.Oh signor, perdonate: cercate un impossibile.

PAFFTutto, chi cerca, trova.

GUD.Come sperar si pu?

PAFFAspettate che l trovi, e poi risponder. (segue a scrivere)

GUD.(Segli non parla pi, pria daverlo trovato,


Innanzi chei risponda, il mondo terminato.

Questaltro ha un foglio in mano; temo aver a pentirmi,

Se chiedo cosa legga; ma serve a divertirmi). (da s)

Signor. (a monsieur Mann, il quale si fissa guardandolo cogli occhiali)
Quel che leggete qualche poesia?
MANN(Dopo averlo ancora guardato) Quel chio leggo, un trattato sopra lipocondria.

GUD.Oh signor, sio non sono soverchiamente ardito,

Ditemi qualche cosa.
MANNNon ho ancora finito. (torna a leggere)

GUD.Dipocondria che dice? mal che sia incurabile?

Dir, ne son sicuro, ch un male insopportabile.

Suggerisce il rimedio al pessimo vapore?

Ammette fra i rimedi accendersi damore?

Dice che al mal saccordi un simile sollazzo?
MANNSono alla conclusione. Lipocondriaco un pazzo. (queste ultime parole mostra di

leggerle)
GUD.In sensi quasi simili Bainer lo defin.

Quando lo dicon tutti, devessere cos.

Ma se lipocondriaco pazzo vien dichiarato,

Tanto peggio; il mio male adunque disperato.

Ah, se talor maccende fiamma vorace e ria,

Saranno i miei deliri effetti di pazzia.

Di risanar, s questo sperar pi non mi giova,

Medico per i pazzi al mondo non si trova.

Dubito sia un effetto del senno mio smarrito,

Lessermi di madama s subito invaghito.

E lo sperar chio possa in lei destar passione,

Fammi temer del tutto smarrita la ragione.

No, non ver; sio avessi perduti i sentimenti,

Non tratterrei me stesso con simili argomenti.

Signor, lipocondriaco un misero infelice,

Ma non pazzo. Un pazzo sar quel che lo dice. (a monsieur Mann con isdegno)
MANN(Salza del bello, piega il bene il foglio che leggeva, lo mette in mano di monsieur

Guden, poi torna a sedere)
GUD.Che complimento questo? Lo consegnate a me?

SCENA QUARTA Petizz col t, e detti.

PET.Ecco per chi ne vuole. Si servino del t. (tutti i quattro Olandesi lo prendono, e lo

bevono senza parlare)

Ella, signor? (a monsieur Guden)
GUD.Non so; lo prenderei, ma tremo:

Dogni cosa pavento, ogni bevanda io temo.

Dicon che il t rilasci lo stomaco. Non voglio;

Bevanlo gli altri; intanto legger questo foglio.

Curiosit mi sprona. Ah, temo di far peggio.

Fin la voce mi trema. Eh son follie, lo veggio. (legge piano)


SCENA QUINTA Monsieur Bainer e detti.

BAI.

(Saluta tutti. Si pone a sedere; e prende il t senza dir niente)

GUD

(Leggendo smania)

BAI.

Signor, che avete voi? (a monsieur Guden)

GUD.

Ah, in questo foglio ho letto

Quel che per lusingarmi voi non mi avete detto.

BAI.

Che contiene quel foglio?

GUD.

Contiene la fatale

Fondata, fondatissima sentenza del mio male.

BAI.

Chi ve lo di? (alzandosi)

GUD.

Mel diede quel... chio non so chi ei sia. (accennando monsieur Mann)

BAI.

Signor, meno galenica, e pi filosofia. (a monsieur Mann, togliendo la carta di

mano a monsieur Guden)

Ad uno, il di cui male sta sol nello spavento,

Chi vinsegn di porgere si barbaro fomento?

MANN

Qua per curar non venni uom ch da voi curato:

Il foglio non mio, ma il foglio ben fondato.

BAI.

Lo sar, non contrasto. Ma che ha che far con lui?

MANN

Legga quel foglio, e tremi. Vegga i perigli sui.

GUD.

Oim! (osservando ora luno, ora laltro, quando parlano)

BAI.

Vi noto appieno qual siasi il di lui male?

MANN

Lo conosco abbastanza. orribile, mortale.

BAI.

Vingannate.

MANN

Lo provo.

BAI.

Non che ipocondria.

MANN

unipocondria nera, che tende alla mania.

BAI.

Quai sintomi vedeste?

MANN

Furor fuor di ragione.

BAI.

falso largomento.

MANN

Certa la conclusione.

BAI.

Il polso regolare.

MANN

Favorite. (gli tasta il polso) alterato.

GUD.

Oim!

BAI.

Nol conoscete. dun uom spaventato. (tastando il polso)

MANN

Bainer, anchio son medico; n vu soffrire un torto.

BAI.

Questammalato ho in cura.

MANN

Quellammalato morto. (parte)

GUD.

Signor, per carit.

BAI.

Figlio, non paventate.

monsieur Mann il primo fra le teste ostinate.

tal, che acci un pronostico non gli andasse fallato,

Vorria, se fosse lecito, uccider lammalato,

No, timor non abbiate di morte o di deliro,

Sulla mia fede, amico, sullonor mio.

GUD.

Respiro.


BAI.Monsieur Lass colla mente che scrutinar procura?

GUD.Del circolo pretende trovar la quadratura.

BAI.Ben; la trovaste, amico? (a monsieur Lass)

LASSS, quasi ad evidenza. (alzandosi)

BAI.E su qual fondamento?

LASSVado a far lesperienza.

BAI.Da superar vi resta qualche difficolt?

LASSNon la trovai del tutto, ma un d si trover.

(Cos per me trovassi il cuor di sua nipote,

Che tanto mi par bella, ed ha s bella dote!) (parte)
BAI.Malagevole impresa.

GUD. una follia visibile,

Qual di chi vuol dividere il punto indivisibile.
PAFFDalgebra e danalitica insegnan le bellarti (salza)

Che ogni materia ha corpo, e che ogni corpo ha parti;

Che ogni picciola parte, dal corpo suo recisa,

Puol essere in pi parti divisa e suddivisa;

E il punto indivisibile rispetto alla figura.

Dividere pretendo almen per congettura.

So che limpegno grande, ma il fondamento sodo;

Mancami sol chio trovi per eseguirlo il modo.
TAUSHo ben io ritrovata la causa e il fondamento (salza)

Del flusso e del riflusso del liquido elemento.
BAI.A parte i buoni amici render di ci conviene.

TAUSIl flusso ed il riflusso del mar dunque proviene

O da una forza elastica, che in fondo al mar saduna,

O dai violenti influssi del corso della luna,

O un moto sotterraneo rende quellonde instabili.

Tutte ragioni vere, o almen tutte probabili. (parte)

SCENA SESTA Monsieur Bainer, monsieur Guden.

GUD.Signor, queste figure in casa vostra unite,

Che sintende che sieno?

BAI.Dir, non istupite.

Vengono a favorirmi cotai filosofastri, Che presso il basso volgo vonno passar per mastri, E par loro che giovi dire al mondo ingannato: Di Bainer frequentiamo lo studio accreditato. Li soffro qualche volta, di tutti amico io sono: Esce dai sciocchi ancora talvolta un pensier buono. E la filosofia, ch il studio a me diletto, Anche con questo mezzo aprir pu lintelletto. Le stolidezze altrui fanno studiar di pi, E fan miglior concetto aver della virt.

GUD.So che quel signor medico con sua caricatura

Mi avea cacciata intorno una bella paura.


BAI.Non temete niente; son qui tutto per voi:

Oggi restar vi prego a desinar con noi.

Di voi ho buon concetto; per voi ho della stima;

Si dan di quegli incontri, che piacciono alla prima.

Duolmi dallipocondria vedervi un po avvilito;

Sarete, in me fidando, prestissimo guarito.

Voglio che superiate il mal colla virt.
GUD.Son nelle vostre mani, che ho da bramar di pi?

BAI.So che un banchier voi siete; piacemi il parlar schietto

Senza affettar grandezze.
GUD.Signor chi ve lha detto?

BAI.Disselo mia nipote. So che con lei parlaste.

GUD.Signor, fu un accidente; non vorrei mi tacciaste...

BAI.Di che? Non interdetto il praticare onesto.

Che vi par di Marianna?
GUD.Signore, io vi protesto,

Che giovin pi gentile non ho veduta mai.

(In questo suo discorso vi da sperare assai). (da s)
BAI.Ha del talento.

GUD. vero.

BAI. giovane prudente.

GUD.Dal conversar si vede, dal suo parlar si sente.

(Or la ragion capisco del suggerito amore). (da s)
BAI.Io non ho figli al mondo, ella tutto il mio cuore.

Offerti alla fanciulla fur pi ricchi partiti;

Ma certo, infin chio viva, non vu che si mariti.
GUD.(Prima si andava consolando, ora si turba)

BAI.Che c, che vi cambiate?

GUD.Nente. I miei vapori.

BAI.Si calmeranno i spiriti, si sederan gli umori.

Presto risanerete. Vu vedervi contento.
GUD.(Perduta ho la speranza del mio medicamento).

SCENA SETTIMA Petizz e suddetti

PET.Signor, un forestiere che ha titol di eccellenza

Venuto per le poste, e vuol subito udienza.
BAI.Bene; sar servito. (Petizz parte)

GUD.Andr con permissione...

BAI.Servitevi, signore, qui non vi soggezione.

Di Leiden vi saranno ancor le strade ignote;

Potete trattenervi per or con mia nipote.

Oggi, secondo luso di nostre cittadine,

A lei tocca ricevere le amiche e le vicine.

Vi servir frattanto per sollevarvi un poco.
GUD.(Mi servir, io dubito, per crescere il mio foco). (da s, e parte)


SCENA OTTAVA Monsieur Bainer, poi il marchese di Croccante.

BAI.

Fra quante sono al mondo pessime infermit,

Sono glipocondriaci quei che mi fan piet.

Questo giovin dabbene, s di lontan venuto,

Merta ben chio gli porga ogni pi caldo aiuto.

N via miglior di questa per risanarlo io veggio;

Cura, medicamenti, lopprimerian di peggio.

CRO.

Bainer, mi conoscete?

BAI.

Signor, mi par di no.

CRO.

Or saprete chi sono; sediam, ve lo dir. (siedono)

BAI.

(Un pessimo negozio; lo veggo nel sembiante). (da s)

CRO.

Io sono il colonnello marchese di Croccante.

BAI.

Oh signor... (complimentandolo)

CRO.

Io son quello, medico mio garbato

Che scrivere vi fece per essere curato.

Voi venir non voleste in Fiandra a medicarmi,

E per parlarvi alfine dovuto ho incomodarmi.

Sembra che pi rispetto si debba a un cavaliere.

BAI.

Leiden la mia patria; qui faccio il mio mestiere.

I cavalier rispetto con ogni umil tributo;

Bainer non , signore, un medico venduto.

CRO.

Conoscete il mio male?

BAI.

Astrologo non sono.

CRO.

Il color del mio volto parvi cattivo o buono?

BAI.

Parmi il rosso eccedente.

CRO.

Sapete onde provenga?

BAI.

Esaminiam gli effetti, pria che alla causa io venga.

Dorme la notte?

CRO.

Poco.

BAI.

Gli serve lappetito?

CRO.

Pochissimo.

BAI.

Gran sete?

CRO.

Son sempre inaridito.

BAI.

Bevere necessario.

CRO.

Bevo quel che bisogna:

Quattro bottiglie al giorno di vino di Borgogna,

Canarie tutti i giorni per confortare il petto,

E un peccher la mattina di rosolin perfetto.

BAI.

E poi mi domandate da che provenga il rosso?

CRO.

Ho un foco nelle viscere, cui tollerar non posso.

BAI.

Siete a digiuno ancora?

CRO.

Scesi alla Posta un poco;

Mi sentia per le membra ed alla testa il foco:

Presi un pezzo di pane con del botir salato

E con del vin del Reno mi sono rinfrescato.

BAI.

Ecco la cagion vera del color porporino.


CRO.Spropositi! nel volto ha da passare il vino?

BAI.Oh s signor; il sangue, datro color ripieno,

Ora vinfiamma il volto, e infiammeravvi il seno.
CRO.Come ho da fare adunque a spegner la mia sete?

BAI.Acqua, signor...

CRO.Io acqua? Acqua mi proponete?

Questa di tutti i medici lusata medicina:

Non mi credea che foste medico da dozzina.

Dellacqua ad un par mio? Acqua non assaggiai

Saran pi di ventanni, e non ne berr mai.

E se miglior ricordo darmi voi non sapete,

Bainer, io non vi stimo quel medico che siete.
BAI.Signor, vo soddisfarvi; ho un cantinin ripieno

Di vino di Sciampagna, che avr settanni almeno.

Ho del Toccai perfetto.
CRO.Bravo.

BAI.Del vin di Spagna,

Del vino dUngheria, del vino di Bretagna.
CRO.Bravo, cos mi piace: del vin che mi conforti.

BAI.E poi poco lontano abbiamo il beccamorti.

CRO. il cantinier costui?

BAI. quel che favorisce

Gli uomini quando crepano, quel che seppellisce.

Beviamo allegramente, e poi presto a drittura

In men di quattro giorni si passa in sepoltura.
CRO.Piano, piano di grazia; ho da morir per questo?

BAI.O tralasciare il vino, o andarsene ben presto.

CRO.Bainer, che non vi sia nella medica scuola

Qualche espediente? Almeno una bottiglia sola.
BAI.Impiegher ogni studio por consolarvi appieno.

Tralasciate di bere per un sol giorno almeno.
CRO.Ho una sete terribile. Solo il ber mi consola.

BAI.Acqua, signor.

CRO.Non posso.

BAI.Una giornata sola.

Via, per piacer vel chiedo. Il vino ha tal virt,

Se un d ve ne astenete, doman vi piace pi.

Dopo daver bevuto dellacqua in quantit,

Oh quanto saporito il vin vi riuscir!
CRO.Bainer, questa ragione par che mi persuada.

BAI.(Convien con questi pazzi andar per ogni strada). (da s)

Dunque si stabilito.
CRO.Una giornata sola.

BAI.Ma, signor, non mancate.

CRO.Vi do la mia parola.

BAI.Un cavalier non manca.

CRO.Ditemi, non potrei

Porne cos nellacqua due, quattro dita, o sei?
BAI.Signor, mi maraviglio. Se cavalier voi siete,

Mi deste la parola, vo che la mantenete.
CRO.Bainer, un uomo grande siete a comun giudizio.


Alla virt sia fatto lenorme sagrifizio.
Potrete al merto vostro vantar per un tributo:
Il marchese Croccante un d non ha bevuto. (parte)
BAI.Ma a che siam noi soggetti? Quale destin maledico

Ammalati ci manda per impazzire il medico? Ecco di noi meschini, ecco il delirio usato: Dover colle ragioni cozzar collammalato; E chi non ha quellarte ch necessario avere, Per secondar linfermo, tradisce il suo mestiere. Lungi la soggezione, lungi i rispetti umani; Franco si parli e schietto coi spiriti pi strani. Sia volgar lammalato, sia prence o cavaliero, Larte una sola, e sempre dee prevalere il vero.


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera di madama Marianna con varie sedie.

Madama Marianna e Carolina.

CAR.

Madama, le signore mandano limbasciate.

MAR.

Via presto, fa che sieno le sedie preparate.

CAR.

Subito, s signora. (va ponendo le sedie in ordine)

MAR.

Per divertirle bene,

Che mai si potr fare?

CAR.

Non so.

MAR.

Pensar conviene.

Laltrier, che ci ha trattate madama Elisabetta,

Fu la conversazione amabile, perfetta;

Io vorrei corrispondere, giacch lo zio il consente,

A quel che ho ricevuto, almen passabilmente.

CAR.

Non vi mettete in pena; ciascheduna di loro,

Secondo il praticato, porter il suo lavoro.

Se a desinar qui restano, si penser.

MAR.

S certo.

Spero vi resteranno. Picchiano?

CAR.

Luscio aperto.

Eccole tutte unite.

MAR.

Mi porterai or ora

Se il lavorier principiano, anche il mio.

CAR.

S signora. (in atto di partire)

MAR.

Di, che fa lammalato?

CAR.

Veggolo tutto il giorno,

Come fa lape al mele, a queste mura intorno. (parte)

MAR.

Di qui non sa staccarsi il povero meschino:

Ma lo far per essere al medico vicino.

SCENA SECONDA

Madama Elisabetta, poi madama Federica, poi madama Giuseppina e la suddetta.

ELI.Madama.

MAR.A voi minchino.

ELI.Sono ad incomodarvi.

MAR.Per grazia lo ricevo, che vogliate degnarvi.

FED.Serva, madama.

MAR.Amica.

FED.Eccomi qui con voi.

MAR.un onor che non merito, che venghiate da noi.


GIU.Son qui, se mi permesso.

MAR.Oh madama, che dite?

Son grazie, son finezze; di seder favorite. (tutte siedono)
GIU.Della mia genitrice vi reco i complimenti. (alzandosi un poco e inchinandosi)

MAR.Tenuta di madama ai grati sentimenti. (salza un poco, inchinandosi)

FED.Madama, al vostro ciglio la gioia consueta.

MAR.In compagnia s bella non posso chesser lieta.

FED.Troppo onor. (alzandosi e inchinandosi un poco)

MAR.Parla il core. (come sopra)

ELI.Madama ognor garbata.

Vostra bont, madama. Restate accomodata. (salza e sinchina, facendo lo stesso

madama Elisabetta)
FED.(Da una borsa che tiene al fianco, tira fuori una calzetta di seta, con i suoi ferri, e

si pone a lavorare)
GIU.(Da una borsa che tiene al fianco, tira fuori la seta collordigno per far gruppetti)

ELI.(Da una borsa che tiene al fianco, tira fuori qualche cosa di bianco da ricamare)

SCENA TERZA Carolina e le suddette

CAR.(Porta a madama Marianna una picciola rocca per filare bavella, e si ritira in

disparte, ponendosi anchella a sedere, lavorando intorno a manichetti o cosa

simile)
ELI.Bello quel bavellino! (a madama Marianna)

MAR.Lo crederete, amica?

Fra me e la cameriera, senza poi gran fatica,

Si filato in un anno tanto bel bavellino

Per tessere un vestito.
CAR.Certo riusc bellino.

ELI.E che piacer si prova, quando a portar sarriva

Cosa che da un lavoro fatto da noi deriva.

Tutto quello che occorre per me di ricamato,

Tutto dalle mie mani trapunto e disegnato.
MAR.Voi disegnate ancora?

ELI.S, madama, assai male.

MAR.Oh madama, lo spirito in voi so quanto vale.

So che studiate assai, so che molto leggete.
ELI.Sono unignorantella.

MAR.No, no, si sa chi siete.

Madama Federica, sono calzette o guanti?
FED.Son calzette, madama, ma si va poco innanti.

E poco anche ci bado; poich di casa mia

A me sola han voluto lasciar leconomia;

Poco ne son capace, ma quel che posso, io fo.
MAR.Una giovin di garbo siete, madama, il so.

FED.Oh no, davver.

MAR.S certo. Madama Giuseppina,

Quei tanti suoi gruppetti a cosa li destina?


GIU.A un picciol fornimento per un andri, madama;

Ma questo un passatempo, lavorier non si chiama.

A casa i miei fratelli non mi fan stare in ozio;

Mi fan copiar le lettere di casa e del negozio.

E quando avr imparato ben bene la scrittura,

Mi pagheranno, io spero, almen la mia fattura.
MAR.Cos pratiche in tutto le giovani diventano.

GIU.Lo so che so far poco, ma in casa si contentano.

MAR.Siete una maraviglia.

GIU.Oh, cosa dite mai?

MAR.Brava; le figlie savie non si lodano mai.

Lo senti, Carolina, che giovani son queste?
CAR.Giovani virtuose e giovani modeste.

Io, che son forestiera, quando son qui arrivata,

Subito di tal cosa mi son maravigliata.

LOlanda per le donne certo una gran nazione;

Ma questo in lor deriva da buona educazione.

Questo non paese, che spenda allegramente;

Ma per leducazione non risparmia niente.

Piacemi assai questuso, che il genitor destina

I figli allesercizio, cui la natura inclina;

E se un figliuolo maschio il discolo vuol fare,

Subito in una nave, a far giudizio in mare.
GIU.Voi della nazion nostra buona opinione avete.

Ditemi, Carolina, di qual paese siete?
CAR.Riflettendo, madama, al stil del mio paese,

Ho vergogna di dirlo. Ora sono olandese,

E in grazia ai buoni esempi della padrona amata,

In Leiden posso dire di essere rinata.
MAR.Via, taci, Carolina; non mi far arrossire.

CAR.Oh il vero, mia signora, certo lo voglio dire.

MAR.Amiche, vorrei darvi qualche divertimento,

Proporzionato in parte al bel vostro talento.

Oggi in qualche maniera procurer ingegnarmi,

Spero che a desinare starete ad onorarmi.
ELI.Non so che dir, madama; le grazie accetter.

FED.A madama Marianna non si pu dir di no.

MAR.Madama vostra madre sar contenta, io spero. (a madama Giuseppina)

GIU.Lo sa che da voi sono; non si prende pensiero.

Oggi non ci son lettere da registrar; si sa

Che anche per me ci vuole un d di libert.
MAR.Oh davver, mi contenta s bella compagnia.

Ora proprio mi sento il core in allegria.

Qualcheduna di voi racconti qualche cosa,

Qualche bel dubbio o qualche novelletta graziosa.
ELI.Vo proporvi un enigma.

MAR.Oh s, madama, dite.

FED.Ditelo, che ho piacere.

GIU.Lo goder.

ELI.Sentite.

CAR.Perdonate, madama, il mio grosso cervello:


Che vuol dire un enigma.
ELI.Vuol dire indovinello.

Nacquer gemelli al mondo da poveri parenti

Due figli di costume, di genio differenti:

Uno buono, un cattivo, e quando uniti sono,

Spesso fa bene il tristo, e fa del male il buono.

Muoiono tutti due, poi tutti due rinati,

Con quei che li alimentano, son per usanza ingrati;

Volete voi conoscerli? Van sempre ad uno ad uno;

Son tutti due per tutto, e non li vede alcuno.
MAR.Oh, madama, impossibile chio giunga ad ispiegarlo.

FED.Io non lho inteso bene.

ELI.Torner a replicarlo. (torna a dire lenigma)

GIU.Tante cose contrarie confondono la mente.

ELI.Se non fosse difficile, non valeria niente.

MAR.Zitto, zitto, mi pare aver dato nel segno.

Sarebbero, per sorte, e lamore e lo sdegno?
ELI.No, madama; per altro ammiro che pensiate

Essere i due gemelli due cose inanimate.
FED.Spiegatelo, madama.

GIU.Via, fateci il favore.

ELI.Sono, amiche carissime, la speranza e il timore.

Nacquer gemelli al mondo. Tosto che luom giunto

Alluso di ragione, teme e spera in un punto.

E nacquero gemelli il timor, la speranza,

Tosto che il mondo antico corruppe la baldanza.

Da poveri parenti. La speranza e il timore

Conoscono il bisogno per loro genitore;

E luom quantunque ricco, alle passion ricovero

Dando dal proprio seno, sempre meschino e povero.

Due figli di costume, di genio differenti.

Si sa che la speranza volar ci fa contenti,

E che il timor procura sempre abbassar le piume;

Onde son differenti di genio e di costume.

Uno buono, un cattivo. Accorder ogni cuore,

Che la speranza buona, che pessimo il timore;

Ma soggiunge lenigma: e quando uniti sono,

Spesso fa bene il tristo, e fa del male il buono.

E vuol dir, dal timore siamo tenuti in freno,

E la speranza allarga agli appetiti il seno;

Onde procede poi, che pi della speranza,

Il provvido timore ci tiene in vigilanza.

Muoiono tutti due. Questo si vede spesso:

Finisce la speranza, ed il timore anchesso.

Poi tutti due rinati. Con ci spiegar sintende

Di timor, di speranza, le solite vicende.

Con quei che li alimentano, son per usanza ingrati.

Questo vuol dir, che gli uomini si trovano ingannati.

Dopo il timor taluno a trionfar si vede,

E dopo la speranza il piangere succede.

Volete voi conoscerli? Van sempre ad uno ad uno.


Sperar, temere a un tratto mai si sentito alcuno.

Ora teme, ora spera, fan le passioni un gioco,

E quando una savanza, laltra le cede il loco.

Son tutti due per tutto. Dove si trover

Un uomo che non speri, un che timor non ha?

E non li vede alcuno. Si pu per spiegazione

Dir che non son corporei, ma v unaltra ragione:

Che temendo e sperando ogni mortal saffanna,

Ma non conosce il vero, perch lamor linganna.

Ecco, spiegar lenigma tentai, donna qual sono;

Se malamente il feci, domandovi perdono.
MAR.Bello, bello davvero.

FED.Bella composizione.

GIU.Vo che me linsegniate, ma colla spiegazione.

ELI.Vi servir, madama.

CAR.Sinora sono stata,

Madama, ad ascoltarvi colla bocca incantata.

Me ne consolo tanto; lasciate che vi dia

Su questa mano un bacio.
ELI.Oh no, figliuola mia. (la bacia in viso)

CAR.Che umilt, che dolcezza! oh, che trattar cortese!

Oh, dove son le donne tutte del mio paese?

Mi comanda? la servo. (verso la scena)
MAR.Dimmi, chi ti ha chiamato? (a Carolina)

CAR.Con licenza, signore. (alle donne) Quel giovane ammalato. (piano a Marianna)

MAR.(Guarda se mai avesse necessitade alcuna). (piano a Carolina)

CAR.S, signora. (parte, e a suo tempo ritorna)

MAR.(Infelice! merta miglior fortuna). (da s)

ELI.Via, diteci, madama, qualcosa di curioso. (a madama Marianna)

MAR.Pensava in questo punto a un caso doloroso.

Un povero signore polacco di nazione,

Venuto da mio zio per la sua guarigione,

In et giovanile ha una melanconia

S tetra, che di peggio credo che non si dia.
ELI.Monsieur Bainer che dice?

MAR.Procura consolarlo.

FED.Capperi! monsieur Bainer sapr ben risanarlo.

CAR.Madama, poverino! vorrebbe un po venire. (piano a madama Marianna)

MAR.(Che dicesti?)

CAR.(Nente).

MAR.(Non sai quel chhai da dire?

Siamo qui tra di noi. Non vorran soggezione).

Compatite. (alle donne)
ELI.Servitevi.

CAR.(Glielha detto il padrone).

MAR.(Mio zio?)

CAR.(Cos mi disse).

MAR.(Far per ricrearlo.

Nel stato in cui si trova, non vo mortificarlo).

Amiche, lammalato di cui parlammo adesso,

Vorria venir innanzi, se fossegli permesso.


Che dite? non tale da recar soggezione.

ELI.

Io per me non mi oppongo.

FED.

Venga pure.

GIU.

padrone.

MAR.

Digli che non si pratica; procura davvertirlo,

che in grazia del suo incomodo si fa per divertirlo.

CAR.

Gliel dir, s signora. (Proprio anchio ci ho piacere.

Gli uomini appassionati non li posso vedere). (parte)

MAR.

un forestier, si vede, assai civile, onesto.

Si pu, chegli savanzi, permettergli per questo.

SCENA QUARTA

Monsieur Guden e le suddette.

GUD.

Madame. (tutte salzano e gli fanno riverenza)

MAR.

Favorite. Come si sta, signore? (lo fa avanzare)

GUD.

Ah, non saprei che dirvi, sempre in angustie il core.

MAR.

Sedete qui con noi. Vedete? in casa mia

Vien tutta giovent, non vi melanconia.

GUD.

La giovent un gran bene; lo spirito migliore.

Ma non pu stare allegro, chi non ha quieto il core.

MAR.

Sempre col cuore in bocca; siete un granduom sincero.

GUD.

Voi scherzate, madama, ed io vi dico il vero.

MAR.

Amiche, lo risvegli un po del vostro brio.

ELI.

Signore, il vostro nome?

GUD.

Guden il nome mio.

MAR.

Monsieur Guden, adesso so anchio qual vi chiamate.

GUD.

Chio sono un vostro servo di gi lo sapevate.

ELI.

Di Polonia, mi pare.

GUD.

S, madama.

ELI.

Lasciata

Avete per il Reno la Vistola gelata?

GUD.

Della Vistola il freddo alle mie fiamme poco.

ELI.

Anche da noi vi il gelo, anche da noi vi il foco.

GIU.

Sol per trovar un medico venir s da lontano?

GUD.

Qui sperai la salute, ma lho sperata invano.

FED.

Vicino a monsieur Bainer dovete esser contento.

GUD.

Sperai alle mie piaghe miglior medicamento.

MAR.

Ditemi, monsieur Guden, in questo quarto mio

Sariavi quel rimedio, che ha suggerito il zio?

GUD.

S, madama.

ELI.

Rimedio forse di nuova usanza,

Raccolto dalle mura dintorno a questa stanza? (tutte dimostrano lironia giocosa)

MAR.

Laria delle finestre.

FED.

Meglio quella di fuori.

GIU.

Perch non va nel fiume a spegnere gli ardori?

GUD.

Si burlano a ragione di un povero ammalato.

ELI.

Poverino! si vede ch in un misero stato.


Pallido, smunto e secco.

FED.

Non ha pi carne indosso.

GIU.

Il mal devesser grande, se lammalato grosso.

GUD.

Mi beffano. Pazienza.

MAR.

Non le crediate offese.

Scherzar con dello spirito il costume olandese:

Amiche, con licenza. Accostatevi a me. (a monsieur Guden)

(Quale vi piacerebbe, signor, di queste tre?)

GUD.

(Madama, compatite; meglio sar chio taccia).

MAR.

(Possibil non vi sia qualcuna che vi piaccia?)

GUD.

(Vi pur troppo).

MAR.

(Ma quale di quelle tre?)

GUD.

(Nessuna:

Finch non dite quattro, non ne ritrovo alcuna).

MAR.

Carolina.

SCENA QUINTA

Carolina e detti.

CAR.Madama.

MAR.(Ecco, son quattro adesso).

GUD.(Ditemi fra le cinque, o per me fia lo stesso).

MAR.(Basta, basta, ho capito. Ah, non vorrei chor ora...)

Levami questa rocca; ne ho abbastanza per ora. (a Carolina)
GUD.Queste signore amabili non crederei doffendere,

Chiedendo se son spose.
MAR.Siamo tutte da vendere.

ELI.E non cos facile trovare il compratore.

FED.Han le robe che mangiano pochissimo valore.

GIU.Oh, io poi non mi curo di essere comprata.

GUD.E madama Marianna?

MAR.Ed io son destinata,

Finch vive lo zio, starmi con esso unita;

Egli ha per me, signore, una bont infinita.
GUD.Troppa bont, madama; scusate, io non lapprovo.

MAR.Dove potrei star meglio del luogo ove mi trovo?

GUD.(Eccomi sempre al peggio. Perduta ho la speranza). (da s)

MAR.(LOlanda e la Polonia sono in troppa distanza). (da s)

GUD.(Le mie stolide brame godo che siano ignote.

Meglio che non le sappia n il zio, n la nipote). (da s)
GIU.Ora siam tutti mutoli. Voi che avete viaggiato,

Diteci qualche cosa...
GUD.Oim! (salza)

GIU.Che cosa stato?

GUD.Uno de miei assalti perfidi, micidiali.

Perdonate, vi prego; son vapori fatali.

Spero non sia niente... ma... di grazia, scusate.

Necessario chio parta. Madama... (Oh stelle ingrate!) (parte)


SCENA SESTA

Le cinque donne suddette.

GIU.Fa compassion, meschino.

FED.La salute un tesoro.

GIU.Sento piet di lui.

MAR.(La sento io pi di loro). (da s)

Va presto, Carolina, vedi se gli occor nulla.

CAR.(Lo so quel che gli occorre; ma sono anchio fanciulla). (da s, e parte)

MAR.Non vorrei chegli fosse... Vedo tal stravaganza...

SCENA SETTIMA

Il marchese Croccante e le suddette.

CRO.Bella conversazione, che trovo in questa stanza!

MAR.Che volete, signore? (si alza adirata)

CRO.Adagio, madamina.

Il medico cercava; trovai la medicina. (guardando le donne)
MAR.Le stanze dello zio, signor, son pi rimote.

Qui non abita.
CRO.E bene, star colla nipote;

Star con questa bella compagnia graziosa:

questa una giornata per me calamitosa.

Bainer non vuol chio beva. Con questa legge austera,

Se un po non mi diverto, io muoio innanzi sera.
MAR.Chi siete voi, signore?

CRO.Il marchese Croccante,

Gran partigian del vino, e delle donne amante.
MAR.Vorrei, signor Marchese, saper con sua licenza:

Con donne al suo paese si usa tal confidenza?
CRO.Soggezion non abbiate; son uomo di buon cuore.

Ragazze, chi di voi vuol far meco allamore?
ELI.Signor, mal conoscete lonor delle donzelle.

FED.Le Olandesi, signore non fan le pazzerelle.

CRO.Via, via. Ragazza bella. (a madama Giuseppina)

GIU.Che vuol da fatti miei?

MAR.Ors, signor Marchese, qui non vi pan per lei.

Favorite, madame, passar nellaltra stanza. (accennando unaltra camera)
ELI.Signor, pi assai de titoli noi stimiam la creanza.

CRO.Brava!

FED.Il suo marchesato devessere in montagna. (parte)

GIU.Avvezzo a conversare con gente di campagna. (parte)

CRO.Oh che son spiritose!

MAR.Non trattasi cos. (inchinandosi)


CRO.Mi lasciate qui solo?

MAR.La porta eccola l. (parte, mostrandogli la porta di dove era

venuto)

SCENA OTTAVA Il marchese Croccante, poi Pettizz.

CRO.Non san che i lor mercanti conoscer le Olandesi:

Non san che cosa sia trattar con i marchesi.

Vonno dai loro amanti rispetto e servit:

Non san che a noi lecito qualche cosa di pi.
PET.Signor, dice madama...

CRO.Sentiamo il complimento.

PET.Che abita il padrone nellaltro appartamento.

CRO.venuto?

PET.Verr vicino al mezzod.

CRO.Laspetter.

PET.Comanda? (gli fa cenno se vuol andare)

CRO.Voglio aspettarlo qui.

PET.Saccomodi.

CRO.Madama di Bainer nipote?

PET.S signor.

CRO.Dimmi un poco. Aver della dote.

PET.Non ha che lei al mondo, ed ha delloro assai.

CRO.Che ne vuol far in casa? Non la marita mai?

PET.Non so.

CRO.Quanto per dote sar il suo assegnamento?

PET.Ha tanto, che pu fare un marito contento.

CRO.Ci vuol poco. Secondo lo stato di chi prende.

Aver centomila?
PET.Oh, di pi si pretende.

CRO.Centomila fiorini avr questOlandese?

E anche pi si crede? (un colpo da marchese).
PET.Signor, con sua licenza (vuol partire)

CRO.Fermati. Hai tanta fretta?

PET.Deggio andare in cantina; il cantinier maspetta.

CRO.In cantina? a che fare? (con un poco di movimento)

PET.Abbiam dei convitati,

E preparar si devono de vini regalati.
CRO.Per esempio, che vini? (commovendosi)

PET.Borgogna, vin del Reno,

Canarie, Fontignac, Cipro, ma di quel pieno.
CRO.Basta, basta. Oh che sete! sento abbruciarmi il petto.

PET.Vuole un bicchiero dacqua?

CRO.Che tu sia maladetto

PET.Servitore umilissimo.

CRO.Eh, dimmi: la cantina

lontana di qui?


PET.Non signore, vicina.

CRO.La vedrei volentieri. Giacch il ber m vietato

Almen che mi consoli collocchio e lodorato.
PET.Sento il padron, mi pare.

CRO.Quand cos, non vado.

Digli che favorisca di venir, se gli in grado.
PET.Puol andar nel suo quarto.

CRO.Cosa mi vai quartando?

Digli che venga qui, che son io che il domando.

qualche cavaliere, forse uneccellenza,

Che abbia davere anchegli le camere dudienza?

Un uom che ha fatto ricco di sue fatiche il frutto?

Eh, che quarti, che quinti? Riceva da per tutto.
PET.(Aff, se glielo dico, sar il signor Marchese

Con tutto il marchesato mandato al suo paese). (da s)
CRO.Tieni.

PET.Che mi comanda?

CRO.Tieni, buon figliuolino;

Pel tempo che hai perduto, vo donarti un fiorino.
PET.Pagar per le parole non si usa in questo loco;

E se ho da vergognarmi, nol fo per cos poco. (parte)

SCENA NONA

Il marchese Croccante.

CRO.Che ti venga la rabbia, ragazzo impertinente!

Gli pare che sia poco un fiorin per niente. Ma qui dungari e doppie si fa gloriosa pesca A forza di salassi, a forza dacqua fresca. Sar ben fortunato colui che la nipote Pigliandosi di Bainer, avr s ricca dote. Anchio mabbasserei, se la potessi prendere. Gi della nobiltade in casa ne ho da vendere. Mi mancano i quattrini, e un poco di salute. Qui c tutto: danari, donna, beni e virtute. Eh! per mettermi in grazia del medico dabbene, Mostrarmi rassegnato e docile conviene. Bever acqua tuttoggi, e anche doman, se vuole. Centomila fiorini? son altro che parole.

SCENA DECIMA

Monsieur Bainer ed il suddetto.

BAI.Dunque il signor Marchese mi vuole in questa stanza.

CRO.Amico, ho da parlarvi di cosa dimportanza.


BAI.Vi prego di spicciarvi, perch sono aspettato.

CRO.Sappiate innanzi a tutto, che lordine ho osservato:

Che ho bevuto dellacqua, e che in una parola,

Lacqua mi ha fatto bene. (N anche una goccia sola). (da s)
BAI.Mi rallegro con voi. Seguite il sano avviso,

E svanir col tempo la maschera dal viso.
CRO.Collassistenza vostra spero di risanarmi.

E poi... non ho ancor moglie, e penso di ammogliarmi.
BAI.Se seguitate a bere, niuna vi prender.

CRO.Acqua, acqua, signore, acqua in gran quantit.

BAI.Qual ragione a questora vi sprona a incomodarvi?

CRO.Questo pensier di nozze... Bainer, ho da parlarvi.

BAI.E venite a questora?

CRO.Cosa volete fare?

Mi divertisco un poco. Oggi non vo pranzare.

Mangiar senza ber vino non pu il stomaco mio.
BAI.Se non pranzate voi, signor, vo pranzar io.

CRO.Ma presto ancor.

BAI.Da noi si pranza a mezzogiorno.

Di gente, dammalati, ho pieno il mio soggiorno.

Molti saran venuti da luoghi pi lontani;

Signore, con licenza, ci vederem domani.
CRO.Sentite una parola.

BAI.Vi domando licenza. (in atto di partire)

CRO.Ma io voglio parlarvi.

BAI.Ma questa uninsolenza. (parte)

CRO.Centomila fiorini sarebbero un colpetto.

Se dirglielo non posso, gli scriver un viglietto.

Eh, la dote, la dote, mi ha fatto restar muto;

E che ringrazi il cielo, che oggi non ho bevuto. (parte)


ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

Giardino delizioso

Madama Marianna e Carolina.

MAR.Vieni qui, Carolina, so che tu mi vuoi bene;

Vo svelarti un arcano, ma ci tacer conviene.
CAR.Madama, fate torto alla mia fedelt.

Segreta mi averete per debito e onest.
MAR.Quel forestier...

CAR.Vho inteso; scusate lincreanza,

Se interrompo il discorso; saper credo abbastanza.

Sono allevata altrove, un po di mondo ho visto;

Di onest, di malizia, credo davere un misto.

Possiam fra noi fanciulle parlar liberamente;

Conosco che non siete per esso indifferente.
MAR.E di lui, che ti pare?

CAR.Se fosse qualche mese,

Che avesse monsieur Guden soggiorno nel paese,

Giudicherei che fosse di voi appassionato.

Certo che, chi losserva, dir ch innamorato.
MAR.Comio presi passione (per confidarlo a te),

Non avrebbe potuto prenderla anchei per me?
CAR.Certo, voi dite bene: vogliono che si dia

Questamore dincontro, ovver di simpatia.
MAR.Vedendolo s afflitto, appresi a compatirlo.

CAR.E ha del merito in fatti; il ver bisogna dirlo.

MAR.Ma che pro sio lamassi? peggio per me saria.

Guarito, o non guarito, un giorno ander via;

E se per compassione mi fossi innamorata,

Da chi sperar potrei desser compassionata?
CAR.Io di voi avr sempre tutta la compassione.

MAR.Eh, vi vorrebbe altro che tal consolazione!

No, no, meglio troncare, pria che savanzi pi:

A tal risoluzione consigliami anche tu.
CAR.S, fate ben, signora; alfine forestiere.

Lo zio di maritarvi non mostra aver piacere;

Scacciate sulle prime questa passion dal seno.
MAR.Ah Carolina mia, solo in pensarvi io peno.

CAR.Fate forza a voi stessa; il mal non avanzato.

MAR.Par chegli mi ami, e dicami che ho un cuor barbaro, ingrato.

CAR.Sfuggite di vederlo.

MAR.Piacemi il di lui ciglio.

CAR.Dunque perch badate a chiedermi consiglio?

MAR.Vorrei una ragione, che mi obbligasse a farlo.

CAR.Sia la ragione il zio; sfuggite dirritarlo.


MAR.

Non mio padre alfine.

CAR.

Ma seco lui vivete.

MAR.

Non ragion che basti.

CAR.

Fate quel che volete.

MAR.

Non tirritar; ti prego di non abbandonarmi.

CAR.

Vedo, conosco, intendo, ch vano il faticarmi.

Vi piace; compatisco linclinazion, let.

Non so che dire; amatelo. Sar quel che sar.

MAR.

Sar quel che sar? Che pu accader di male?

Povera me! lonore ad ogni amor prevale;

Se lamar delitto ancor con innocenza,

Giuro mai pi vederlo. Non sha damar? pazienza.

CAR.

Cara la mia padrona, con tali sentimenti

Non dubitate mai, che il ciel non vi contenti.

Se il cielo per isposo a voi lha destinato,

Lavrete in qualche modo da noi non figurato.

MAR.

Cara, tu mi consoli.

CAR.

Dal fondo del giardino

Han preso a questa volta le giovani il cammino.

MAR.

Zitto, per carit.

CAR.

Signora mia, non parlo.

MAR.

Questo pensier malnato non dovea coltivarlo.

SCENA SECONDA

Madama Elisabetta, madama Federica, madama Giuseppina dal fondo della scena, e le

suddette.

ELI.Avete un bel giardino. (a madama Marianna)

MAR.Sempre ai vostri comandi.

FED.Bisogna che una grazia, madama, io vi domandi.

Veduto ho degli anemoli, che credo americani;

Ne gradirei la pianta.
MAR.S lavrete domani.

GIU.Madama, che erba quella, che se toccar si arriva,

Sembra che si ritiri?
MAR.lerba sensitiva.

Al tatto delle mani resiste per natura.
GIU.Voglio toccarla, e fugge. Davvero ebbi paura.

ELI.Certo, lagricoltura uno studio bellissimo.

In casa mia, il sapete, ho un giardin picciolissimo;

Pur vi un poco di tutto: lasciato il mio lavoro,

Prendo nellore fresche dolcissimo ristoro.
CAR.Ed al paese mio... No, non vo dir niente...

Vanno sulla finestra a saettar la gente.

Dir mal della sua patria non ist ben, laccordo;

Ma spiaccionmi quegli usi, quando me li ricordo.
GIU.Madama, in quel recinto chiuso da ferri intorno,

Di piante sconosciute e di alberetti adorno,


Scusatemi di grazia, che c? (a madama Marianna)
MAR.Vel dir io:

Quello il giardin dei semplici, lo studio di mio zio.

Dentro vi son dellerbe, che hanno di gran virt;

Ma ancor di velenose.
GIU.Oh, non ci guardo pi.

MAR.(Lamico ove sar?) (piano a Carolina)

CAR.(Chi lo sa, poverino!)

MAR.(Digli che si diverta, che venga nel giardino).

CAR.(Glielo dir, signora; ma poi cosa sar?)

MAR.(Ma via, non tormentarmi).

CAR.(Zitto, zitto, verr). (parte)

ELI.Madama, che si fa? Oggi non si lavora? (a madama Marianna)

MAR.Possiamo divertirci.

ELI. troppo presto ancora.

Star tutto il giorno in ozio sapete chio non amo.

Dar, se il permettete, due punti al mio ricamo.

Andiam, che il lavorare mi riuscir pi grato:

Andiam tutte a sedere dintorno al pergolato.
FED.Anchio un paio di giri far ne miei calzetti.

GIU.Vi terr compagnia; far quattro gruppetti.

MAR.Servitevi, madame: casa mia casa vostra;

Questa la prima legge dellamicizia nostra.
ELI.Mi ricorder sempre quel detto di mia madre:

Figliuole lavorate che le ore sono ladre.

Rubano il tempo a noi per darlo a chi succede;

E il tempo che han rubato, mai pi non si rivede.

Volete risarcirvi del furto che vi fanno?

Servitevi di loro, e lor vi pagheranno. (parte)
FED.A proposito, anchio vo raccontar la mia;

Come la so, la dico, bella o brutta che sia.

Un uomo grossolano, di quei del mondo antico,

Chera per sua natura del lavorar nemico,

Diceva da se stesso: i tempi sono tre;

Uno di questi tempi ha da bastar per me.

Il passato nol trovo, il presente nol curo,

A lavorar vi tempo aspetter il futuro.

E tanto lo ha aspettato, che alfin per benemerito

Mor senza il futuro, e gli rest il preterito (parte)
MAR.Spiritosa davvero. E voi non dite nulla?

GIU.La balia mi diceva, quandera pi fanciulla:

Han quelle che lavorano una camiscia sola;

Quelle che non lavorano, ne han due, la mia figliuola.

Parea che mi dicesse: dunque non lavorate;

Ma poi come il proverbio spiegavami, ascoltate.

Vi eran, dicea, due donne: una continuamente

A lavorar vedevasi, laltra quasi niente.

Quella che due ne aveva, diceva: ho da mutarmi;

Non voglio lavorare, non voglio affaticarmi.

Laltra non avea tempo di farsene di pi,

Lavorando per altri. E allultimo, che fu?


Quella che ha lavorato, provvista si ravvisa, E laltra, poverina, rest come Marfisa. (parte)

SCENA TERZA

Madama Marianna sola.

MAR.Novellette graziose, da rallegrare in vero

Chi altro non avesse per ora nel pensiero. Oh che novella vaga potrei narrare anchio, Se lecito mi fosse parlar del caso mio! Arriva un forastiere, racconta i mali sui, Ed io per compassione vo a star peggio di lui. Parmi ancora impossibile e pur ella cos. Mio zio? non mai solito in questora esser qui. (osservando alla scena)

SCENA QUARTA Monsieur Bainer e detta.

BAI.

Nipote, ho ben piacere di ritrovarvi sola.

MAR.

Avete a comandarmi?

BAI.

Vo dirvi una parola.

MAR.

Eccomi ad ascoltarvi.

BAI.

Udito esser non voglio. (osserva dintorno)

Prima che altro vi dica, leggete questo foglio.

MAR.

Donde viene, signore?

BAI.

Non lo so ben; mel diede

Un forestier pocanzi. Nome in lui non si vede.

Monsieur Guden sospetto autor di queste note;

il ver dal vostro labbro voglio saper, nipote;

Ch non sarebbe un uomo s sciocco e s balordo,

Di scrivere in tal guisa senza essere daccordo.

MAR.

(Mi trema il cor). Leggiamo. Mi par che sia firmato:

Il vostro pi fedele, pi docile ammalato. (legge in fondo alla lettera)

BAI.

Daversi rassegnato un merito si fa.

Or veggo a cosa tende la sua docilit.

MAR.

Amico, stupirete nel leggere il mio foglio,

In cui tutto larcano manifestarvi io voglio.

La malattia chio soffro, non vien da rio vapore,

Ma quella che mi opprime, passion damore.

Non vi ho manifestato finor le fiamme ignote:

La cagion del mio male sol vostra nipote.

BAI.

E note alla nipote saran sue fiamme ardite.

MAR.

Qui non si sa chi parli.

BAI.

A leggere seguite

MAR.

E il fato, che non opera sue stravaganze invano,


Sol per lei mi ha condotto in Leiden da lontano.
BAI.Vi par or di capirlo? Lo stil vi sconosciuto

Di un che di Polonia in Olanda venuto?
MAR.(Guden s poco saggio?) (da s)

BAI.Seguitate, madama

MAR.Conseguirla in isposa lunica mia brama.

Da voi per questa via spero esser risanato.

Il vostro pi fedele, pi docile ammalato.
BAI.Temerario! il suo male confessa essere amore,

E vuol chio gli risani la malattia del cuore?

Tutte le circostanze di questo foglio ardito (riprende il foglio)

Mostrano che da Guden stato sia concepito;

Ma potria darsi ancora chio mingannassi, e spero

Dalla nipote onesta di rilevar s vero.

Parlatemi sincera, col pi onorato impegno:

Damarvi monsieur Guden vha mai dato alcun segno?
MAR.Signor, mi conoscete. Capace di morire

Sarei tacendo ancora, ma non mai di mentire.

Guden cogli occhi suoi, con qualche oscuro detto,

Conoscere mi fece, che ha per me dellaffetto;

Per s contenuto, s saggio ei fu finora,

Che autor di questo foglio non so tenerlo ancora.
BAI.Dubbio rimasi anchio, leggendo il foglio ardito.

Ma quel che confessate, maccerta e mi ha chiarito

Di questa carta audace dove cercar lautore,

Se in lui le prove avete del contumace amore?

Eccolo il forestiere, ch di lontan venuto

Col pretesto di chiedere dal mio sapere aiuto:

Ecco lipocondriaco, afflitto, delirante,

Scoperto da se stesso della nipote amante.

Ma no, in s breve tempo amante esser non puote;

Quel che di voi laccende, lamor della dote;

E conoscendo il vile lavidit del core,

Spiegasi con un foglio, celando il suo rossore.

perfida gente, indegna! animi scellerati,

Che tendono le insidie agli uomini onorati!

Delloro e dellargento avidit rapace,

Che insegna al cuor degli empi ad essere mendace!

Dei rapitori indegni alla proterva cura,

Non salva innocenza, non virt sicura;

Per ottener quel frutto, che gli avidi diletta,

Calpestasi la fede, lonor non si rispetta.

Lonest, lamicizia, le sacre leggi anchesse

Sagrificate allidolo fatal dellinteresse;

Perfida gente, ingrata, dove da voi mascondo?

Tutte le vie son piene, tutto n pieno il mondo.
MAR.Signore, il vostro sdegno non fuor di ragione;

E peno in me medesima trovando la cagione.

Se vi obbedii finora...
BAI.Madama, il vostro cuore

Come toccar sintese ai segni dellamore?


MAR.Ho lonest per guida.

BAI.Lo so; ma internamente

Li sprezz? Li ha graditi? Ditelo prontamente.
MAR.Pria morir, che mentire. Signor, confesso il vero:

Lamo, ma lui nol seppe, e non saprallo, io spero;

N voi giunto sareste a penetrar giammai,

Senza quel foglio indegno, quel che tacer giurai.
BAI.Figlia, si spera invano celar sottaltro velo

Le passioni malnate, che le discopre il cielo.

Ingannar ci possiamo fra noi nati agli errori:

Occhio lass ci vede, ch scrutator de cuori;

E chi arrossisce al mondo svelar gli affetti rei,

Paventi, ed arrossisca degli occhi degli Dei.

Queste massime vere stampatevi nel core;

Deve appagar noi stessi il zelo dellonore.

Sappia, non sappia il mondo quel che si cela in petto,

Sempre virt si perde per un indegno affetto.
MAR.Ah signor, se vedeste qual pentimento ho in seno!

BAI.Ecco lindegno. Andate.

MAR.Vo superarmi, e peno. (parte)

SCENA QUINTA Monsieur Bainer, poi monsieur Guden.

BAI.So che Marianna saggia; lumanit perdono;

Ma il mio dover mi rende s rigido qual sono.

Massima nostra, e vera, chio trascurar non oso:

Fa la piaga insanabile il medico pietoso.
GUD.(Al mio venir madama parte con ciglio mesto.

Il cuor mi presagisce qualche destin funesto). (da s)
BAI.Favorite, avanzatevi.

GUD.Certo, signore, io vedo

Che di Leiden il clima mi giova assai.
BAI.Vi credo.

Ma di questaria nostra linclinazion migliore

di produrre al mondo degli uomini donore.
GUD.Signor, gli uomini onesti sotto ogni ciel fioriscono.

BAI.Ma lonor della patria gli uomini rei mentiscono.

GUD.Perch a me tal discorso?

BAI.Perch il mio dir vi mostri

A render pi giustizia ai cittadini vostri.
GUD.Posso pel mondo errante portar sventure e guai,

Ma lonor della patria non tradir giammai;

E voi che mi offendete, signor, senza ragione,

Pensate allonor mio di dar soddisfazione.
BAI.Senza ragion vi offendo? Permette lonest

Che uno stranier si abusi della ospitalit?
GUD.Sha da punir per tutto s temerario eccesso.


BAI.La verit vi porta a condannar voi stesso.

GUD.Io, signor?

BAI.S, non giovan damor vani pretesti,

Non soglion con inganno oprar gli uomini onesti.

Se in Leiden vi condusse lamore, o linteresse,

A cercar mia nipote nelle mie soglie istesse,

Potea luomo onorato chiederla a un uom donore;

Non, malattie fingendo, nascondere lamore...
GUD.Signor... (volendo parlare)

BAI.Per guadagnare il cuor della fanciulla.

Ma ci, dovio comando, non contisi per nulla.
GUD.Signor... (come sopra)

BAI.Se me ne offendo, solo di voi lagnatevi;

Bainer un uomo onesto...
GUD.Signor... (come sopra, ma pi forte)

BAI.Giustificatevi.

GUD.Prendete questi fogli.

BAI.Che ne ho da far?

GUD.Prendete. (fa che prenda le carte)

Se desio darricchirmi qui mi guid, vedrete.

Solo di mia famiglia, noto alla mia nazione,

Lettere porto meco pel valor dun milione.

Sia infermit di spirito, sia mal fisico, o vero,

Venni a trovar del mondo il medico primiero.

Per compassion, per uso, docile maccoglieste;

Gradii del vostro cuore lesibizioni oneste.

Cercai sol divertirmi, seguendo il buon consiglio;

Ma oim, nel mio rimedio ritrovo il mio periglio.

Di madama Marianna trovai nel vago aspetto

Leffigie di colei che un d maccese il petto.

S, lo confesso, amico, sia debolezza usata,

Sia cognizion del merito, vostra nipote ho amata.

Sperai di possederla non mi credendo indegno,

Formai dentro a me stesso di chiederla il disegno;

Ma inteso che lo zio resiste a collocarla,

Tacqui la fiamma in petto, risolsi abbandonarla.

A lei non dissi un motto, nol dissi ad uom del mondo;

Or, che ci si traspir, mi duole, e mi confondo.

Gli occhi se han, mio malgrado, le fiamme mie svelate,

Se favellai tacendo, deh, signor, perdonate.
BAI.Gli occhi potran dir poco, se quasi con orgoglio,

Voi non vi foste indotto spiegarvi in questo foglio.
GUD.Io? Qual foglio, signore?

BAI.Come! di vostra mano

Forse non vergato? (dandogli la lettera)
GUD.Render mi ponno insano (dopo aver osservato la lettera)

I mali chio sopporto, fino ad un certo segno,

Non mai a farmi scrivere simile foglio indegno.

Giuro sullonor mio, la carta io non distesi:

noto il mio carattere ai mercanti olandesi.

Una impostura questa, che voi mal conoscete;


E di me sospettando, signor, voi mi offendete.
BAI.(Son confuso). Chi dunque lindegna carta estese?

Favorite, signore. (riprende la lettera) (Che mai fosse il Marchese?

Ho lettere di lui, che si pon confrontare.

Ah, se ci ver, costui pazzo da legare).
GUD.Siete ancor persuaso?

BAI.S, vi credo, signore,

Ma fu da un accidente scoperto il vostro amore.
GUD.Non so che dire, il fato vuol che infelice io sia;

Se disvelato ho il cuore, non per colpa mia.

Bastami che sappiate, che io mentir non soglio,

Che son uomo onorato, da voi altro non voglio.
BAI.Se da un falso sospetto, signor, tradito io sono,

So che vi offesi a torto, e chiedovi perdono.
GUD.Basta cos.

BAI.No, amico, se a voi basta s poco,

A me bastar non deve. Siam soli in questo loco.

Le luci di Marianna vi sembrano leggiadre?

Lasciate chio vi parli qual parlerebbe un padre.
GUD.Signor, a questa volta gente venir io vedo. (guardando la scena)

BAI.Indiscreti! A questora? (come sopra)

GUD.(Pavento il mio congedo). (da s)

SCENA SESTA

Monsieur Mann, monsieur Lass, monsieur Taus, monsieur Paff e detti. Vengono tutti quattro a due a due colla solita seriet, e salutano senza parlare.

BAI.Amici, compatite se ora non son con voi.

Abbiamo un interesse da consumar fra noi.

L sotto il pergolato vi son delle figliuole:

Siete persone oneste, godran di non star sole.
LASSBainer, ho gran bisogno di voi.

BAI.Per qual ragione?

LASSNel mio paralogismo evvi una sproporzione.

Del circolo trovata avrei la quadratura;

Un sol punto vi resta a compier la figura.

Lo cerco e lo ricerco, e ancor non lo trovai.
BAI.Nessun lha ancor trovato; nol troverete mai.

LASSOsservate, vi prego, se i miei lavor son strani. (mette fuori un gran foglio pieno di

figure)
BAI.Monsieur Lass, non ho tempo; lo vederem domani.

LASS(Lo guardi o non lo guardi, alfin poco mi affanna;

Vorrei trovar il tempo di chiedergli Marianna). (da s; si parte verso il fondo della

scena)
TAUSUna parola sola. Aggiungo alla scoperta

Del flusso e del riflusso una ragion pi certa.

Il mar ogni sei ore cresce e cala ogni d,

Perch, quando fu fatto, fu creato cos. (parte seriamente)


BAI.

Questa in certe questioni la ragion pi sana:

limitato il corso della scienza umana.

PAFF

Io son chi sono.

BAI.

vero.

PAFF

Testa ho quadrata.

BAI.

Il so.

Lo divideste il punto?

PAFF

No, lo divider. (parte con gravit)

BAI.

Che ne dite? (a monsieur Guden)

GUD.

Mannoiano.

BAI.

Lasciateci per ora. (a monsieur Mann)

MANN

Ha quel gran male intorno, e non morto ancora? (verso monsieur Guden)

BAI.

vivo.

MANN

Morir. (parte seriosamente)

GUD.

Costui mi vuol sentire. (verso monsieur Bainer)

BAI.

Il mal come vi tratta?

GUD.

Non so, non saprei dire.

Fuori di me medesimo lorgasmo ora mi tiene,

Non mi tormenta il male, ma non conosco il bene.

BAI.

Se ascoltandolo meno voi non sentite il male

Segno che non fisico, ma soltanto ideale.

Venghiamo a noi: lasciate che termini il mio detto,

E che vi parli al cuore col pi sincero affetto...

SCENA SETTIMA

Petizz e detti.

PET.Signor

BAI.Che tolleranza! par lo facciano apposta.

Che vuoi?
PET.Manda il Marchese a prender la risposta.

BAI.Digli che la risposta gliela riserbo a bocca.

PET.E dice unaltra cosa

BAI.Che sofferir mi tocca!

Finiscila una volta.
PET.Vi prega a capo chino

Che gli date licenza di bere un po di vino.
BAI.Beva, che bever possa lultima sua malora.

Vattene, e non tornare; non vo nessun per ora.
PET.(Parte)

GUD.Signor, voi virritate.

BAI.Amico, lirascibile

Frenar nei primi moti talor non possibile.

Ma presto la ragione rischiara lintelletto,

E passa dalla mente in un momento al petto.

Onde dellira ad onta, passion mia dominante,

Colluso di ragione mi calmo in un istante.

Ci per non crediate costi poca fatica;


duro il soggiogare una passion nemica.

Usai per lungo tempo a impormi da me stesso

Una sensibil pena in ogni caldo eccesso.

Talor mordeami un dito per punir limpazienza;

Durandomi la collera usava unastinenza.

Alfine a poco a poco sono arrivato a segno,

Che mai pi dun minuto non dura in me lo sdegno.

Ma tornano i seccanti filosofastri insani;

Non vorrei mi obbligassero a mordermi le mani.

Andiam. Le mie intenzioni desio di farvi note;

Ma col sospirando passeggia la nipote.

Due parole le dico, poi nello studio mio

Meco a parlar vi aspetto. Non vi affliggete. Addio. (parte abbracciandolo un poco,

con amicizia)

SCENA OTTAVA Monsieur Guden solo.

GUD.Piena ho lalma di dubbi, temo in un punto, e spero;

Bainer mi compatisce, pi non mi parla altero. Chi sa? ma il lusingarmi cosa fuor di ragione. Se trattami cortese, mosso da altra cagione. Onesto per natura; sa che moffese a torto, E di ottimi consigli preparami il conforto.

SCENA NONA

Monsieur Lass con madama Elisabetta, monsieur Taus con madama Federica, monsieur Mann e monsieur Paff con madama Giuseppina passeggiando il giardino, tenendo le donne la mano sul

braccio degli uomini; e il suddetto.

GUD.Cari quegli amorini delle Veneri a lato!

LASS(Mostrando a madama Elisabetta il foglio colle figure del circolo)

Vedete? Ecco le prove del circolo quadrato.

Deve la linea B condursi al punto C,

E quella B e C infino al centro D;

E poscia intersecando dallH infino allI. (camminando)
ELI.Signor, non me nintendo. Per or basta cos.

LASSPer via di quel triangolo si va alla quadratura.

ELI.Con vostra buona grazia, quest una seccatura. (partono)

TAUSIl flusso ed il riflusso provien, signora s,

Dal moto della luna. (camminando)
FED.Dunque, quand cos, (come sopra)

Essendo un po lunatico, voi, monsieur Taus, potete

Far crescere e calare il mar quando volete. (partono)
PAFFIl punto indivisibile siete voi, madamina.


MANNVedete quel Polacco? un morto che cammina. (partono)

GUD.Che impertinenza questa? Voglia mi viene, aff,

Di far quellinsensato morir prima di me.

Ma no, Bainer minsegna di usar la sofferenza.

Andiam nel di lui studio a udir la mia sentenza.

Due volte a lui guidato mi avr tremante in core,

Una il timore antico, laltra il novello amore.

La malattia di spirito ho, sua merc, corretta;

La malattia del cuore or la salute aspetta.

Se bastaro alla prima del zio mediche note,

necessaria a questa la man della nipote. (parte)


ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Camera di monsieur Baines con sedie.

Monsieur Bainer, poi monsieur Guden.

BAI.(Solo, passeggiando senza dir niente)

GUD.Eccomi a voi, signore.

BAI.Monsier Guden, sedete.

Io sono un uomo onesto, un onestuom voi siete. Chiaro fra noi si parli, e non ci aduli in cuore N timor, n rispetto, n un sconsigliato amore. Un evento impensato, opra di stolta mano, Vi obbliga non volendo ad isvelar larcano, Vi discoprite amante della nipote, vero; Ma qual ragion pu farmi creder lamor sincero? Quando sintese mai, che un divenisse amante Di femmina in un giorno, e quasi in un istante? Aspetto verisimile levento in s non tiene; Non si perdonerebbe tal caso in sulle scene. Temo a ragion che abbiate detto damar per gioco. Ed or sol dellimpegno sia conseguenza il foco. Marianna or non vi sente; sinceritade io bramo. Lamate, o non lamate?

GUD.S, vi rispondo, io lamo.

Strano sembra a me stesso, in cos brievi giri, Per lei mandar dal petto le fiamme ed i sospiri. Non so che dir, lasciamo di simpatia i portenti, Che son dun vero amore difficili argomenti; Lasciam della bellezza, della virtude il dono, Adulazion sospetta, di cui nemico io sono; E pi dogni suo pregio, dote lasciam da parte, Che arrossirei pensando di arricchir con tal arte. Quel che di lei maccese, vo giudicar pi tosto A compatirmi afflitto un animo disposto; Piacer dessere insieme damabile persona, Trovarla, in giovinezza, saggia, discreta e buona; E pi di tutto io credo trovare in lei dipinta Limmagine vezzosa della mia bella estinta. Presto si fa scherzando a compiacersi un poco, Da una scintilla ancora presto si accende un foco. Quando sincero il cuore, quando la fiamma onesta, Fuor dun legame eterno altro sperar non resta; E se al desio rassembra non discordar chi sama, Cresce la speme, e il cuore accelera la brama. Gli ostacoli ancor essi forza aggiungono a forza, E presto amor piacevole a sospirar ci sforza.


Ecco, signor, qual penso fatta la mia catena,

Soggetta ad una critica forsanco in sulla scena.

Ma solo il verisimile poeta ha nel pensiero,

E pien di casi il mondo, ed il mio caso vero.
BAI.Sempre pi vi ravviso giovine saggio, in cui

Filosofia si vede, che sparsi ha i lumi sui.

Voi la nipote amate, vi ama ella pur, lo veggio;

Ad un amor reciproco io che risponder deggio?

Uditemi: bambina venne Marianna meco;

Son da venti e pi anni avvezzo a viver seco.

Ella lunico bene, che mi sia caro al mondo;

Con lei ha da vedermi, chi mi desia giocondo.

Moglie non presi ad onta di tanti amici miei,

Per lunico piacere di vivere con lei,

Temendo che una zia superba, stravagante,

Non amasse Marianna quantio le sono amante.

Ora voi la chiedete, la chiede un uom chio stimo,

Giovine saggio, onesto, e di ricchezze opimo.

Veggo che, a voi negandola, tolgo a lei sua fortuna,

E fuor dellamor mio, non vi ragione alcuna.

Ma! voi che amor sentite, lungi per dal mio,

Perderla non vorreste, e perderla deggio?

Da lei, che per tanti anni godei mirarmi appresso,

Dunque dovrei per sempre allontanarmi adesso?

Nel settentrione algente andr la mia Marianna?

So che il negarlo ingiusto, ma un tal pensier mi affanna.
GUD.Signor, entro in voi stesso, e apprendo il duol s fiero,

Che il cuore in sul momento risvegliami un pensiero.

Solo di mia famiglia, non ho chi mi comanda:

I beni di Polonia tradur posso in Olanda.

Sotto la scorta vostra, sotto il vostro consiglio,

Ecco, se nol sdegnate, ecco, signore, un figlio.
BAI.Ah s, vostra Marianna a questa legge, il giuro. (si alzano)

GUD.Lamor suo, lamor vostro: bene maggior non curo.

SCENA SECONDA

Petizz e detti.

PET.lecito, signore, di farvi unimbasciata? (a monsieur Bainer)

BAI.Che vuoi? dellimbasciate questa la giornata.

PET.Monsieur Lass, che desidera parlarvi con premura.

BAI.Verr per istuccarmi colla sua quadratura.

Ma ricusai pocanzi dudir le sue parole:

Non vo parer superbo; venga pur quanto vuole.
PET.(Parte)

GUD.Andr dai negozianti dOlanda principali,

Sopra di cui son tratte le lettere cambiali.

Si prender opportuna da lor la direzione,


Per trasportare in Leiden mia mercantil ragione.

Seco lor tratterete e chiaro si vedr,

Se Guden vi ha parlato finor con verit.
BAI.Prova non ha bisogno maggior la vostra fede.

Bainer amico vostro, e vi conosce, e crede

Deesi avvisar la sposa.
GUD.Fatelo voi, signore.

Dirglielo a me non lice, e poi non avrei core.

Dubiterei ancora, chessa dicesse un no.

E se un s mi risponde, quel che farei non so.

Conosco del mio cuore lusata debolezza:

Potrei su quel momento svenir per allegrezza.

Solo in pensarvi, io sento che mi circonda un foco...

Ritorner, signore, ritorner fra poco. (parte)

SCENA TERZA Monsieur Bainer, poi monsieur Lass.

BAI.Ecco, per un sentiero s strano e mal previsto,

Ecco fatto in tal giorno il pi felice acquisto. Dellamor, con cui soglio per altri interessarmi, Ecco che il ciel pietoso desia ricompensarmi: Non perdo la nipote, contenta ella si vede, Acquistomi un amico, acquistomi un erede. Vogliano i Dei pietosi, che pria chio chiuda il ciglio, Vegga della nipote bamboleggiare un figlio!

LASSBainer.

BAI.E bene, amico, compiste il bel disegno?

LASSHo abbandonato il circolo; sono in un altro impegno.

BAI.Qualche scoperta nuova?

LASSNovissima scoperta,

Del circolo quadrato pi facile e pi certa.

BAI.Or da lungo discorso vi prego dispensarmi.

LASSVel dico in due parole: risolto ho maritarmi.

BAI.Oh monsieur Lass amabile, quest ben altra cosa.

Che consumar nei circoli la mente rugginosa. Bravo, me ne consolo.

LASSDissi finora il meno.

Ho bisogno di voi.

BAI.Disponetene appieno.

LASSHo fissato loggetto.

BAI.E chi ? saper si puote?

LASSVel dico in confidenza. Questa vostra nipote.

BAI.Voi mi onorate troppo.

LASSPensato ho fra di me,

Che partito pi proprio al caso mio non c. Filosofi noi siamo, siam tutti due sapienti: Amici siamo, giusto che diveniam parenti.


Da tale unione il mondo potr sperare assai;

Virt passando ai figli, non finir giammai.

In grazia dello zio, sposar vo la nipote.
BAI.Siete ben generoso.

LASSQuanto aver di dote?

BAI.(Ecco lidea primaria della filosofia). (da s)

Il bene chio posseggo, frutto dellarte mia.

Privarmene non voglio. Marianna mia parente,

Ma povera, e di dote non le vo dar niente.

Per, se il di lei volto vi piace e vinnamora...
LASSNo, non corriamo in fretta; non ho risolto ancora.

BAI.Quando risolverete?

LASSQuando perfezionato

Aver il mio progetto del circolo quadrato.

Ecco le prime prove. (spiega il foglio) Vedete, e giudicate...

Se le proposizioni son certe e ben fondate.
BAI.Vedo di gran figure.

LASSCostanmi gran fatica.

BAI.A Marianna volete che lamor vostro io dica?

LASSSe sperar si potesse...

BAI.Se non ha dote, bella.

LASSVedete quella linea dellaltra paralella?

BAI.Amico, io vedo tutto, vedo loperazione

Del circolo a che tende, conosco lintenzione.

Figuriam questo punto di monsieur Lass il core,

Figuriamo questaltro di Marianna lamore.

La linea tende al centro, ch il bel della nipote:

Ma ne impedisce il corso mancanza della dote;

Io potrei veramente formar giusto triangolo,

Ma vo di tal figura restar fuori dogni angolo;

Onde piegate pure il foglio ed il progetto,

Voi vi formaste in mente un circolo imperfetto.
LASS(Lo guarda, piega il foglio, lo saluta, e parte)

SCENA QUARTA Monsieur Bainer, poi madama Marianna.

BAI.Ecco glinsidiatori dei splendidi contanti:

Ecco glinteressati filosofi ignoranti.

ben che a maritarla con mio piacer sia giunto.

Termineran le insidie. Ecco Marianna appunto.
MAR.Signor, voi mi diceste, che essendo sol, venissi;

Eccomi ai cenni vostri.
BAI.S, Maranna, il dissi;

E a tempo a me venite. Spieg la fiamma ascosa

Monsieur Guden alfine, e vi desia in isposa.

Giovane, e dalti fregi, ricco, prudente e saggio,

Par che a noi labbia scorto di provvidenza un raggio.


Voi lamate?
MAR.S certo, lamo, signor, nol nego.

Questa mia fiamma onesta di compatir vi prego.

So che mi amate, e vedo che tenerezza umana

Caro far costarvi vedermi andar lontana.

Ci coster a me pure fiero dolor di morte,

Ma superarsi forza, e cedere alla sorte.
BAI.Ah ingrata! avreste cuore di abbandonar lo zio,

Dopo cotante prove del tenero amor mio?

Sino in Polonia andreste con il consorte allato,

Lasciandomi, crudele, dolente e sconsolato?

Questi lamor di figlia, onde lamor pagate?

Anima sconoscente! oh donne, oh donne ingrate!
MAR.Oim! voi mi atterrite. Col vostro labbro istesso

Non foste voi, signore, che hammi damar concesso?

Che vi abbandoni e parta, voi la cagion non siete?
BAI.No, barbara nipote, di qua non partirete. (parte)

SCENA QUINTA

Madama Marianna sola.

MAR.Come a un tratto il destino, misera! cambi faccia?

Prima la vita mi offre, morte poi mi minaccia. Peno ancor io lasciando un zio grato amoroso; Ma troppo dolce cambio la compagnia di sposo. Perch non maritarmi con altri a lui dappresso, Pria che dal forestiere fosse il mio spirto oppresso? Vuol condannarmi a vivere in uno stato amaro? Ah, il ben chegli a me fece, mi costa troppo caro. Prima bastar poteami il suo paterno amore, Altre fiamme ora nutro, altro desio nel core. Non partirete, ei disse? parla s risoluto? Che barbaro comando! che barbaro tributo!

SCENA SESTA Carolina e detta.

CAR.Ah madama, davvero ne ho consolazione!

MAR.S, consolati meco, che ne hai giusta ragione. (ironica)

CAR.Come! Non siete voi del forastier la sposa?

MAR.Chi tel disse?

CAR.Egli stesso. Carolina amorosa,

Dissemi giubbilante, da queste soglie andando: Consola la mia sposa, a te mi raccomando. Vengo per consolarvi


MAR.La sposa mia consola?

Senti, che frase questa? che barbara parola?

Dovendo restar sola, misera, abbandonata,

A te si raccomanda, perchio sia consolata.
CAR.Spropositi, signora; soggiunge, che in Olanda...

MAR.Il zio per mia sfortuna, che barbaro comanda,

Dissemi in chiare note: Me abbandonar volete?

No, barbara nipote, di qui non partirete.
CAR.E bene; monsieur Guden dissemi presto presto:

Pi in Polonia non torno, qui colla sposa resto.
MAR.Possibil che sia vero?

CAR.Vero, ve lassicuro.

MAR.Ora del zio comprendo quel favellare oscuro.

Pietosissimo zio, caro fedel amante,

Oim, che di dolcezza lalma mia delirante;

Sostienmi, Carolina, ahi mi par di morire.
CAR.Vengono le fanciulle; non vi fate sentire.

SCENA SETTIMA

Madama Elisabetta, madama Federica, madama Giuseppina e le suddette.

ELI.Ma voi ci abbandonate.

MAR.Scusatemi di grazia. (con agitazione)

FED.Siete molto agitata.

GIU.Oim! qualche disgrazia?

CAR.Ha avuto tal disgrazia per sua mala fortuna,

Che simile vorreste averne una per una.
MAR.Via via, parliamo daltro. Amiche, perdonate

Se troppo lungamente vi ho quasi abbandonate.

Un affar collo zio mi ha trattenuto qui.
CAR.un affar, s signore...voi lo saprete un d.

ELI.Finor con quei filosofi siam state in compagnia,

Ma parlano di cose che fan melanconia.

Distinguere non sanno i tempi e le persone.

Cosa sappiamo noi dinflusso e proporzione?

Leggere qualche cosa, certo che non male,

Di storia specialmente, di dogma e di morale;

Ma il studio delle donne, per me son persuasa,

Che prima debba essere leconomia di casa.
MAR.Voi pensate benissimo.

FED.Vi pare poco impegno

Dirigere una casa? qui pur spicca lingegno.

Gli uomini le ricchezze pensano ad acquistarle,

E noi con buona regola pensiamo a conservarle.

E di una brava economa il picciolo sparagno,

In casa a capo allanno produce un bel guadagno.
GIU.Intanto, sio non fossi povera creatura,

Dovrebbon delle lettere pagar la copiatura;


E quello che risparmiamo, ch almen tre paoli al giorno,

Serve a lor per comprarmi quel che mi metto intorno.
CAR.Madama, qui lamico. (con allegrezza a madama Marianna, avendo osservato fra

le scene)
MAR.Oim! vien egli innante?

ELI.Mi parete turbata. (a madama Marianna)

CAR.Anzi tutta brillante.

ELI.Il perch pu sapersi? Se non qualche arcano.

CAR.Cosa serve il non dirlo? gi loccultarlo vano.

Sha da saper fra poco. Madame, consolatevi,

Che la padrona sposa.
ELI.Davvero?

CAR.Assicuratevi.

ELI.Mi rallegro, madama.

FED.Anchio provo piacere.

GIU.E chi sar lo sposo?

CAR.Quel signor forastiere.

ELI.Lammalato? (a madama Marianna)

MAR.S, quello. (un poco ridente)

FED.Andrete al suo paese?

MAR.No, per grazia del cielo, anchei si fa olandese.

CAR.Eccolo l lo sposo. (accennando fra le scene)

ELI.Lora tarda madama.

Tornare ai nostri tetti ora il dover ci chiama.

Per me grazie vi rendo alle finezze vostre.
MAR.Madama, mi son note le costumanze nostre.

Lo so che conversare luso fra noi dispose

Le figlie colle figlie, le spose colle spose.

Per restar potete; sposa ancora non sono.
ELI.Deggio partir, madama, domandovi perdono:

Consolomi di nuovo del vostro gentil sposo:

Il ciel con lui vi doni la pace ed il riposo.

Finor fu da sorelle fra noi tenero affetto,

Qual figlia in avvenire vi amer con rispetto.

So che per nozze acquista donna un grado maggiore;

Ma voi, cara Marianna, siete umile di core,

E so che mi amerete con amist perfetta,

E so che sar sempre la vostra Elisabetta. (parte)
MAR.Che bel cor! (a Carolina)

CAR.Fa da piangere. (a madama)

FED.Addio, diletta amica:

Il cielo vi consoli, il ciel vi benedica.

Credetemi, vel giuro, son dalla gioia oppressa;

Godo del vostro bene, qual farei per me stessa.

Fate il vostro dovere, amate il sposo vostro;

Ma deh, non vi scordate ancor dellamor nostro. (parte)
GIU.Datemi un bacio almeno. Or che diverse siamo,

Chi sa, gioia mia cara, quando pi ci vediamo?

Ma basta, da fanciulle fummo amiche fidate,

Chi sa che non lo siamo ancor... da maritate? (parte vergognandosi e correndo)


SCENA OTTAVA

Madama Marianna e Carolina.

MAR.

Parla il cor veramente.

CAR.

Oh quanto pagherei,

Che fossero a sentirle certi paesani miei,

Che dicon delle donne... So io quel che ragiono.

Vengano qui a vedere le donne cosa sono.

Vien il padron.

MAR.

Rammento, chegli mi disse ingrata.

Ebbe ragion di dirlo, e son mortificata.

CAR.

Ed con lui lo sposo.

MAR.

Credimi, afflitta sono.

CAR.

Ma via, non vi affliggete; lo sapete ch buono.

SCENA NONA

Monsieur Bainer, monsieur Guden e dette. Poi monsieur Taus e monsieur Mann.

BAI.Ecco lo sposo vostro. (a madama Marianna, sostenuto)

MAR.(Guarda luno e laltro mortificata)

GUD.Madama, io vi ho sperata,

Vostro nel presentarmi, pi lieta e consolata.

Oim, pentita siete forse dellamor mio?
MAR.Alzar gli occhi non oso in faccia dello zio.

Tacciar di sconoscente mintesi, e con ragione

E fa la mia vergogna la mia disperazione.
BAI.No, figlia, let vostra, lamore io compatisco,

E il dolor che mostrate per cagion mia, gradisco.

Porgetevi la mano, si compia il matrimonio.

Signori, favorite servir di testimonio. (a monsieur Taus ed a monsieur Mann, quali

si avanzano)
GUD.Ecco, diletta sposa, ecco la mano e il core.

MAR.Ecco tutta me stessa.

CAR.Viva, viva lamore.

TAUSMadama, delle nozze lore son buone e amare,

Come il flusso e riflusso instabile del mare.

Prego il ciel che per voi, giovane bella e fresca,

Sia la gioia amorosa un mar che sempre cresca. (parte)
MANNMadama, mi consolo. Ma guardatelo in cera;

Mi spiace, che sarete vedova innanzi sera. (parte)

SCENA ULTIMA


Monsieur Bainer, monsieur Guden, madama Marianna, Carolina, poi il marchese

Croccante.

MAR.Oim!

GUD.Sciocco, indiscreto! (in atto di seguitarlo sdegnato)

BAI.No, amico, rammentate

Di raffrenar la collera; e voi non ci badate. (a madama Marianna)

Quegli un pazzo ostinato, medico per disgrazia.
MAR.Mi fa morir lo stolto.

CAR.Medico malagrazia.

BAI.Alla cena si pensi, ch lora omai saccosta.

CRO.Amico, son venuto a prender la risposta. (a monsieur Bainer)

BAI.Eccola qui, signore; ecco, mostrar vi voglio

Lesito fortunato, che ottenne il vostro foglio.

Voi chiedeste la sposa, io non sapea per cui:

Guden si dichiarato, e lho sposata a lui.
CRO.Come! a me s gran torto? Preferire un mercante

A un cavalier mio pari, marchese di Croccante?

Ed io, medico ingrato, contro del mio costume

Avr per compiacervi quasi bevuto un fiume?

Basta cos; lo giuro, non tien la mia parola,

Se passo a medicarmi sotto dunaltra scuola.

Vo ber finch ne ho voglia, vo rinfrescarmi il petto,

Vo ber per ravvivarmi, vo ber a tuo dispetto.

E dopo aver bevuto quanto mi piace e pare,

Del torto che ricevo mi verr a vendicare. (parte)
GUD.Questi quel pazzo adunque, che fu del foglio autore!

BAI.Dellerror mio cagione.

MAR.Oh fortunato errore!

GUD.Spiacemi che ho sentito, chei di furor saccese.

BAI.I pazzi non si temono qui nel nostro paese.

Pensiamo a viver lieti. Giacch la sorte amica

Uniti ha i vostri cuori, il ciel vi benedica.

Centomila fiorini sar la vostra dote; (a madama Marianna)

Vi accetto in casa mia per figlio e per nipote.

Vedervi in altro stato nella salute io godo;

Ecco quel chio vi dissi, chiodo discaccia il chiodo.

Il docile consiglio la mente ha persuasa,

Ma non credea che aveste a esercitarlo in casa.

Basta, ne son contento. Il ciel per strade ignote

Il zio rende felice, non men che la nipote;

E il vostro cuor se stesso a medicare apprese,

Colla ragion per guida, dal Medico Olandese.

Fine della Commedia

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