Il medico olandese

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IL MEDICO OLANDESE

 di Carlo Goldoni

La presente Commedia fu per la prima volta rappresentata in Milano nell'estate dell'anno

A SUA ECCELLENZA

IL SIGNORE

DON ALESSANDRO RUSPOLI

PRINCIPE DI SANTA CHIESA

CAVALIERE DELL'INSIGNE ORDINE

DEL TOSON D'ORO ECC.

Mai più, Eccellentissimo Signor Principe, con tanta impazienza ho attesa la stampa di alcuna Opera mia, quanto presentemente mi accadde desiderare la pubblicazione del Sesto Tomo di mie Commedie, niente per altro che per adempiere un mio disegno, tanto per me più onorevole, quanto più n'è giusto il motivo, e decoroso il fine.

Il maggior bene ch'io vantar possa essermi derivato dal mio soggiorno in Roma, egli è certamente il prezioso acquisto della protezione di V. E., e deggio dire, a gloria di quella verità che è l'anima de' miei scritti, averne riportati de' segnalati vantaggi, non solo per quegli atti di generosità ch'Ella mi ha praticati, ma perché degnatasi di ammettermi alla di Lei erudita conversazione, ho avuto campo d'approfittare di buone massime e di saggi ragionamenti. Fra le tante consolazioni che mi recò il dolce tratto e la cortesia inesplicabile di V. E., mi toccò nell'animo estremamente sentirla con tanta benignità prevenuta in favor delle mie Commedie, e che da esse, o nel Teatro veggendole rappresentare, o in camera leggendole di quando in quando, ne ritraeva qualche piacere.

Fu dunque il disegno ch'io aveva sin da Roma fermato, unire a' miei Mecenati il Nome grande di V. E., dedicandole una Commedia, che è quanto nella mia povertà mi è permesso di fare per dimostrare l'ossequio mio e la mia gratitudine verso chi mi onora, e mi protegge, e benefica.

Ho scelto fra le mie inedite il Medico Olandese, che siccome è stata una di quelle sulla Scena più fortunate, mi lusingo che possa essere dall'E. V. benignamente accolta e sofferta. Spero le riuscirà non discaro il carattere di Monsieur Bainer, sotto di cui potrà Ella ravvisare qual altro cognito Personaggio intesomi sia mascherare, soltanto che alla Patria di lui, ed alla professione, ed al carattere si compiaccia por mente. Mi do a credere parimenti, che altre due cose in questa Commedia mia le debbano recar piacere: l’una si è l’impostura di alcuni Filosofastri; l’altra il buon sistema della educazione Olandese. Rispetto ai falsi sapienti, non può certamente che divertirla vederli posti in ridicolo, poiché amando Ella le Scienze e le belle Arti, si sarà abbattuta più d’una volta in simili originali, che affettano di sapere, e disonorano i Letterati. In quanto poi all’educazione delle Famiglie, che per dir vero in Olanda con accuratezza si osserva, avrà l’E. V. motivo di rallegrarsi, sendo questa la principal cura del di Lei animo, e lo scopo più delicato delle sue virtuose attenzioni. Iddio Signore benedì la Casa illustre di V. E., concedendole dalla Nobilissima Dama Sposa una sì amabile famigliuola che innamora a vederla, e che fa sperare aumentata la gloria dell’augusta Patria e dell’eccelso Casato. Vidi io medesimo con quanta amorosa cura e con quale onorato impegno si applica l’E. V. al massimo affare della educazione de’ Figli, ed osservai il mirabile effetto di già prodotto nell’animo e nella persona del di Lei


Primogenito, che in età tenera ancora, mostra uno spirito sì regolato ed un costume sì colto e nobile, che rende a chi lo scorge ammirazione e contento. Dio volesse che i Padri tutti, ed i più nobili specialmente, conoscessero un tal dovere, ed osservassero un sì essenziale precetto. Oh quanti beni ne deriverebbero alla Civil Società! Oh quanti miglior Vassalli avrebbero i Principi, quanto maggior difesa la Religione, quanto maggior rispetto esigerebbero i Cavalieri costituiti da Dio per esempio degl’inferiori! A che vale la nobiltà e la ricchezza, dove manchi la scienza del buon costume? V. E. merita i primi onori nel Mondo per la purezza del Sangue de’ suoi Maggiori, per le cospicue parentele che a Pontefici e Principi e valorosi Eroi la congiunse, per il ricchissimo patrimonio che la fa risplendere fra i più doviziosi Cavalieri d’Italia, per gl’infiniti onori antichi e moderni di sua Famiglia, a’ quali ultimamente s’aggiunse l’insigne Ordine del Toson d’Oro, conferitole dall’Augusta Imperatrice Regina. Tutto ciò La rende degna di venerazione ed omaggio; ma mi sia permesso di dire che a tutti questi sì eccelsi beni prevale in V. E. il bene massimo della Virtù, e che da questa tutti i doni della provvidenza acqui stano il vero pregio ed il più luminoso splendore. E per dir vero, riesce malagevole e duro l’inchinarsi ai Figli della Fortuna sol perché da essa benificati; ma allora quando accoppiasi in un oggetto all’altezza del suo destino il merito della persona, si benedice l’autore di sua grandezza, giustizia chiamasi la felicità del suo stato, e volentieri si venera, si rispetta e si ama. Questo è il maggior tesoro che ai cari Figli l’E. V. procura, e la Nobilissima Genitrice, di Lei Consorte, che al Sangue illustre de’ Capizucchi unisce la più perfetta ed esemplare Virtù, contribuisce infinitamente ad un’opera sì essenziale. Il metodo di V. E. nell’istruire coll’esempio e coi precetti i Figliuoli non è severo, ma docile e temperato, conoscendo Ella benissimo, che giova più guadagnare i tenerelli animi coll’amore, di quello vaglia il costringerli con asprezza. Ella perciò non niega loro quegli onesti divertimenti che valer possono a recreare lo spirito, e fra questi non crede indegne le mie Commedie, conducendovi Ella stessa il Cavalierino suo Primogenito, cosa che, sendo io in Roma, mi consolava infinitamente. Pur troppo il piacer sommo ch’io ebbi di vedere codesta alma Città fortunata, che dopo essere stata la Padrona del Mondo, passò ad essere la Reggia della Cattolica Religione, mi venne amareggiato da non so quale sinistro incontro in quel Teatro medesimo per cui di qua venni mosso inutilmente, e con pochissimo onore. Vuolsi che contribuisse alla sfortuna delle Opere mie nel Teatro di Tordinona la situazione, la qualità del Popolo che lo frequenta, l’uso di que’ Recitanti portati più all’improvviso che allo studiato. Comunque stata sia la faccenda, so certo che asprissimo mi riescì lo sfortunato incontro; ma una stella poi favorevole risarcì l’onor mio nel Teatro di Capranica, dove il valor de’ Comici, e la comoda situazione, e il buon ordine bene eseguito, fece talmente brillare alcune Opere mie, che miglior sorte non mi poteva desiderare. Colà vidi più volte intervenire V. E., ed era per me una consolazione, un trionfo. Seppi con estremo piacere che l’anno dopo ancora nello stesso Teatro si mantenne il mio buon concetto, e che fra l’altre Commedie mie compatite, riuscì molto felicemente La Pamela maritata, scritta da me espressamente per quelle scene. Nel Mondo i mali ed i beni si succedono ordinariamente a vicenda. Ciò che in ogni sinistro incontro può farmi lieto, si è la certezza di essere da V. E. compatito e protetto. E sarà un novello dono della benignissima di Lei protezione, se Ella si degnerà aggradire l’umilissima Offerta di questa Commedia, col di cui mezzo renderò pubblico al Mondo il padrocinio ch’Ella generosamente mi accorda, ed ossequiosamente m’inchino Di V. E.

Venezia li  Luglio .

Umiliss. Devotiss. Obbligatiss. Servitore. Carlo Goldoni


L’AUTORE A CHI LEGGE

Io non ardirò nominare il Personaggio riguardevole per virtù e per fama, che sotto il nome di Monsieur Bainer nascondo. La Patria, la professione, il carattere ponno agli eruditi nella Storia manifestarlo. Oltre del sistema di sì grand’uomo, mi valsi di qualche circostanza vera di sua Famiglia, ma tuttociò non disonora il suo nome, e procurai di rendergli quell’onore che gli è dovuto. Piacquemi d’innestarvi la buona educazione delle fanciulle, famigliare in Olanda, e questa può essere utile a tutto il Mondo. I pazzi che vi ho introdotto, sono ancora più universali, e se ne trovano in ogni parte. Questa Commedia è stata fortunatissima, ma ultimamente fu la delizia de’ Bolognesi, locché può bastare per accreditarla. Se poi, Lettore carissimo, brami sapere se l’Ipocondriaco che ricorre al Medico è carattere da me immaginato, o se n’ebbi qualche originale esemplare, sappi che ho inteso di lavorare sopra di me medesimo, che per due anni interi mi vidi soggetto a simili galanterie. Sì, certo, ho posto in ridicolo me medesimo espressamente; però non se n’abbia a male taluno, che si vedesse per accidente copiato.

Personaggi

Monsieur BAINER medico e filosofo olandese;

Madama MARIANNA sua nipote;

Monsieur GUDEN polacco ipocondriaco;

Il MARCHESE DI CROCCAND fiammingo;

Madama ELISABETTA;

Madama FEDERICA.;

Madama GIUSEPPINA;

CAROLINA cameriera di madama Marianna;

Monsieur LASS ;

Monsieur TAUS ;

Monsieur MANN ;

Monsieur PAFF;

PETTIZZ servitore di monsieur Bainer;

Un servitore di monsieur Bainer, che non parla.

La Scena si rappresenta in Olanda, nella città di Leiden, in casa di monsieur Bainer.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera con libreria di monsieur Bainer

Mounsier Guden e Petizz.

PET.                  Signor, se trattenersi le aggrada in questo loco,

A casa il mio padrone dee ritornar fra poco.
GUD.                L’aspetterò. Frattanto, per non starmi ozioso,

Datemi qualche libro.
PET.                                                      Lo vuol serio, o giocoso?

GUD.                Qualche cosa di buono.

PET.                                                        Vuol di filosofia?

GUD.                Se ci fosse un trattato sopra l’ipocondria...

PET.                  Oh signor, ve n’è uno, che al certo non ha pari:

La vita di un poeta, ch’è ognor senza danari.
GUD.                Eh, che sono i poeti, ancorché sien meschini,

Contenti della gloria degli estri peregrini.

A compensar lor duolo bastano Euterpe e Clio.

Modo tal io trovassi di consolare il mio!

Ma, oimè, non ha rimedio finor questo mio male;

Recatemi, vi prego, un libro di morale.
PET.                  Signore, un romanzetto è uscito ora in Olanda,

Che parmi sia a proposito per quel che mi domanda.

È un uomo indifferente nel ben come nel male:

Le par che questo sia trattato di morale?
GUD.                Soggetto di romanzo è l’uomo indifferente.

Il bene è sempre bene; il male ognor si sente.

Soffrir senza lagnarsi? No, no, credete a me,

Questa moral si scrive, ma in pratica non è.
PET.                  Vorrei pur divertirlo, se fossemi concesso:

Vuole un poema inglese, che critica il bel sesso?
GUD.                No, critiche non voglio, non sono al genio mio,

E quando mi allettassero, so criticare anch’io.

Il criticar le donne, lo stesso è che pretendere

Assalir colla spada chi non si sa difendere.

Si oltraggiano le buone degne di eterni onori,

Le triste non per questo si rendono migliori.
PET.                  Non so che dir, signore; ecco la libreria:

Si serva come vuole, scelga vossignoria.
GUD.                Non so; per dir il vero, tutto mi reca tedio,

Invano alla tristezza trovar tento il rimedio.

Lo studio era una volta il mio piacer più grato,

Or subito mi sento il capo riscaldato.

Alle conversazioni ero portato un dì,

Adesso son ridotto a vivere così.

Solo dal padron vostro la mia salute io spero.


Monsieur Bainer io stimo, lo stima il mondo intero;

E tante e tante leghe scorsi rapidamente,

Solo per consigliarmi col medico eccellente.
PET.                  Ciascuno al mio padrone non sol si raccomanda

In Leiden, dove siamo, ma per tutta l’Olanda.

E vengono ammalati da’ più lontan paesi,

Italiani, Tedeschi, e Svizzeri, e Francesi;

E d’Inghilterra poi, non molto a noi lontana,

Verran dieci persone almen per settimana.

Di quei che son di stanza di Leiden nel contorno,

Vengono qualche volta venti ammalati al giorno;

E se venir non possono, per altri la mattina

In vetri custodita gli mandano l’orina.
GUD.                Ecco perché mi spinse fama di sua virtute;

Spero, e non spero invano, da lui la mia salute.
PET.                  Signor, con sua licenza.

GUD.                                                      Dove andate, figliuolo?

Per cortesia vi prego, non mi lasciate solo.

Se compagnia mi manca, mi assaltano i tremori,

Mi ascendono alla testa i torbidi vapori.
PET.                  Non tarderà il padrone: son l’ore consuete

Ch’egli ritorna a prendere in casa un po’ di quiete.

Verranno anche a momenti alcuni amici sui

Che per studiar con comodo radunansi da lui.

Appunto andar io deggio a preparar il tè:

Eccole compagnia, signor, meglio di me. (osservando fra le scene)

Ecco la cameriera della padrona mia,

Che le può far passare la sua melanconia:

È una giovane allegra, che le darà piacere.

Ma, signor, l’avvertisco, perch’ella è forastiere:

Si trattano le donne da noi con libertà,

Però son delicate in punto di onestà.

So che in altri paesi son uomini d’ingegno,

Se vedono una donna, fan subito un disegno.

Ma qui la libertà che dassi alle persone,

Fa che sien più cortesi, ma in fondo assai più buone. (parte)

SCENA SECONDA Monsieur Guden, poi Carolin.

GUD.                Che in libertà si trattino, e sien le donne illese,

Lo credo un benefizio del clima del paese.
CAR.                 Oh signor, mi perdoni, veduto io non l’avea;

Che fossevi persona qua dentro io non sapea.
GUD.                Un galantuom trovate, che sa nutrire in petto

Per donna d’ogni grado la stima ed il rispetto;

E che ha delle Olandesi un’ottima opinione.
CAR.                 Signor, è ben bizzarra questa dichiarazione.


Io non sono olandese, ma ovunque sono stata,

    so che dappertutto la donna è rispettata.
GUD.                È ver, dite benissimo; anch’io son di parere,

Che un uom non si fa merito facendo il suo dovere:
Di un umor malinconico scusate i detti vani.
CAR.                 Via via, non dubitate, che siete in buone mani.

    padrone ha guarito, con i consigli suoi,
Uomini ipocondriaci assai peggio di voi.
Per dir la verità, signor uomo ammalato,
Il male fin adesso vi ha poco estenuato.
Grasso, rossetto in viso, che malattia è cotesta?
Ho paura, signore, che il mal sia nella testa.

GUD.                Non parliam del mio male, vi prego in cortesia.

CAR.                 Scusi. Con sua licenza.

GUD.                                                      Deh, non andate via,

Non mi lasciate solo, graziosa giovinetta.

CAR.                 Vuol la padrona un libro. È di là che mi aspetta.

GUD.                Che libro vi ha richiesto?

CAR.                                                         Certo libro italiano

Che tratta delle Analisi, venuto da Milano.

GUD.                Han giovinette ancora le femmine olandesi

Di tai studi difficili i loro geni accesi?

CAR.                 Voi vi maravigliate che la padrona mia

Inclini al dolce studio della geometria? Stupitevi piuttosto, che con saper profondo Prodotto abbia una donna un sì gran libro al mondo. È italiana l’autrice, signor, non è olandese, Donna illustre, sapiente, che onora il suo paese; Ma se trovansi altrove scarsi i seguaci suoi, Ammirasi il gran libro, e studiasi da noi.

GUD.                Se tal voi favellate che siete alfin servente,

Qual sarà la padrona?

CAR.                                                    Per me non so niente.

Appresi dove sono a dir termini strani, Appunto come parlano i pappagalli indiani: Se a giocar, se a ballare, si usasse in questo loco Vi parlerei del ballo, vi parlerei del gioco. Ma usandosi da noi miglior divertimento, Sono avvezzata anch’io parlar di quel che sento.

GUD.                Ditemi: la padrona è bella? È giovinetta?

CAR.                 Nipote è del padrone, qual figlia a lui diletta.

GUD.                È giovane?

CAR.                                    È prudente.

GUD.                                                      È bella?

CAR.                                                                     È virtuosa.

GUD.                Non rispondete a tuono; domando un’altra cosa.

CAR.                 Della beltà vi cale, vi cal la giovinezza.

La virtù, la prudenza, vi par poca bellezza?

GUD.                Sì, egli è un tesoro, è vero, che l’intelletto appaga.

Capisco che non è né giovane, né vaga.

CAR.                 Si vede ben, signore, che nella fantasia


Siete guasto alcun poco dalla melanconia.

Perché di lei vi vanto la virtù, la saggezza,

Voi la credete antica, e priva di bellezza.

Non è ver, v’ingannate. I cinque lustri ancora

Non ha compiti; e tale ha beltà, che innamora.

Se non parlai degli anni, se non parlai del volto,

È perché le virtudi si apprezzano più molto.

Ma voi siete un di quelli, sia detto in confidenza,

Che amate, a quel ch’io vedo, l’esterno e l’apparenza.
GUD.                No certo; son di quelli che amano il merto vero.

Questa padrona vostra potrà vedersi, io spero.
CAR.                 Perché no? qua le donne non vivon ritirate;

Sono liberamente vedute e frequentate.

E non crediate già madama una di quelle,

Che sol parlar dilettisi di linee paralelle,

Di circoli o triangoli, di punto e proporzione;

Piace anche a lei di fare la sua conversazione.

Anzi, all’uso di Leiden, figlie di varia età

Si radunano spesso in buona società,

In casa ora di questa, or di quella signora:

Fra loro unitamente si parla, si lavora,

Ora di cose serie, or di gioconde cose,

Sempre però modeste, e sempre spiritose.
GUD.                Chi è quel che di là viene? (osservando fra le scene)

CAR.                                                           È il padron ch’è arrivato.

GUD.                Ecco la mia speranza. Il ciel sia ringraziato.

CAR.                 Lasciovi in libertà; prendo il libro, e lo porto. (Va a prendere il libro nella libreria)

GUD.                Son dei mesi ch’io peno. Eccolo il mio conforto.

CAR.                 Vedete quai figure? Vedete in qual impegno (mostrando il libro aperto a monsieur

Guden)

Dalla sapiente donna si è posto il bell’ingegno?

Osservatelo bene. Eh, confessar bisogna,

Che fan femmine tali agli uomini vergogna.

E poi del sesso nostro si sente a mormorare!

Oh quanto, quanto meglio farebbono a studiare! (parte)

SCENA TERZA Mounsieur Guden, poi mounsieur Bainer, poi un servitore.

GUD.                Ah, che beltà non curo, non giovami virtute;

Mi occupa il solo, il tristo pensier di mia salute.

Tristo pensier finora, ch’ogni sventura avanza,

E in sì grand’uom soltanto mi resta una speranza.
BAI.                  Signor... (salutandolo)

GUD.                Deh, soccorrete un che non spera invano (incontrandolo ansiosamente)

Uscir, vostra mercede, fuor di miseria...
BAI.                                                                                  Piano.

Ehi, recate due sedie. (forte verso la scena)


GUD.                                                 Signor, sono per me

Perigliosi i momenti.
BAI.                                                   Il vostro polso. (chiede il polso a monsieur Guden)

GUD.                                                                         Oimè! (nel dargli il polso si turba)

BAI.                  (Dopo averne sentito il polso) Ehi, chi è di là? Due sedie. (al servitore che viene)

GUD.                                                           Vi supplico, signore,

Sentomi un tale affanno...
BAI.                                                            Non abbiate timore.

Sedete.
GUD.                            Ch’io vi esponga, signor, non isdegnate

Tutte le stravaganze di questo mal.
BAI.                                                                           Narrate.

GUD.                Or la decima luna sarà, s’io non m’inganno,

Il cuore un dì mi sento assalir da un affanno.

Dal cor in pochi istanti parvemi a poco a poco

Stendersi per le membra, e dilatarsi un foco.

Sentomi il capo acceso, tremo, mancar mi sento,

Più non mi reggo, e credo morire in quel momento.

Stendo al polso la mano; parmi più non sentirlo.

Corro, così tremante, fin dove non so dirlo.

Acqua, gridando, andava; chi mi soccorre? io spiro.

Recanmi alfin dell’acqua; alfin bevo, e respiro.

Ma che? quel di fatale l’epoca è sventurata

Di tai barbari assalti, ch’io provo alla giornata.

Ma la notte, la notte è il mio crudel tormento.

Quando la sera imbruna, s’accresce il mio spavento

Parmi che mi si stacchino le viscere dal petto;

Sei, sette volte almeno forza è balzar dal letto.

E se mi prende il sonno, ahi che dormir funesto!

Veggo leoni e demoni, e con tremor mi desto.

A tavola, al teatro, in un festino, al gioco,

Sentomi questa fiamma salire a poco a poco;

E funestar temendo altrui colla mia morte,

Mi forza un rio timore fuggir da quelle porte.

Niente mi consola, ogni piacer mi è odioso,

Son diventato agli altri e a me stesso noioso.

Ah voi, signor, porgete a tanto mal ristoro,

O questo dì non passa, ch’io mi consumo e moro.
BAI.                  Altro a narrar vi resta?

GUD.                                                    Son cento i miei malori,

Ma vi narrai per ora i sintomi peggiori.

Se male io mi spiegai, se il labbro mi tradì,

Ritornerò da capo.
BAI.                                                 No, no, basta così.

V’intesi a sufficienza. Di qual paese siete?
GUD.                Soccorretemi prima; poi chi son lo saprete.

BAI.                  Sì, vi soccorrerò; ma per un tal malore

Siate sicuro intanto, signor, che non si more.
GUD.                Come? Se in dieci mesi sento morirmi ogni ora?

BAI.                  Moriste tante volte, e siete vivo ancora?

Son flati, son vapori, son convulsioni interne;


Son mali che spaventano chi teme, e non discerne.

Sentite il buon tabacco. (gli offre del tabacco)
GUD.                                                      Signor, vedo che invano

Per consigliar con voi partii sì da lontano.

Ed il veder ch’io sono sì poco consolato,

Creder mi fa che il male sia grave e disperato.
BAI.                  Voi, che fin qua veniste, pien di fantasmi rei,

Quale concetto avete finor de’ fatti miei?
GUD.                Signor, tanto vi stimo, che fin dal settentrione

Venni a cercar da voi rimedio e direzione.

Moscovia, Danimarca, la Prussia, la Sassonia,

La Svezia, il mio paese natio, ch’è la Polonia,

E Inghilterra, che pochi lodar suol per costume

Voi della medic’arte suol appellare il nume.

Volai sino in Olanda per monti, fiumi e valli,

Lenti pareanmi al corso i rapidi cavalli,

E tosto che le mura ho di Leiden vedute,

Dissi fra me giulivo: ecco la mia salute.
BAI.                  E il moto salutevole sì poco vi ha giovato?

GUD.                Ah, signor, il mio male, lo veggo, è disperato.

BAI.                  No, cerchiam la cagione, che misero vi rende;

Questa non vien dal corpo, dal spirito dipende.

All’esame, all’esame.
GUD.                                                 Ora mi consolate.

Fatemi le ricerche dall’arte praticate.
BAI.                  Dite, signor Polacco, come si sta d’amori?

GUD.                Perché non domandate se ho sete, se ho dolori? (un poco mortificato)

BAI.                  Non istudiai soltanto Ippocrate e Galeno.

Di medico son io filosofo non meno.

E di cento ammalati, ricorsi all’arte mia,

Ottanta ne guarisce buona filosofia.

All’esame, all’esame. È amor che vi tormenta?
GUD.                Signor, quella ch’io amava, miseramente è spenta.

BAI.                  Quant’è che più non vive?

GUD.                                                           La misera morì

Poco pria ch’io giungessi a delirar così.
BAI.                  E a me pel vostro male dunque chiedete aita?

Volete per guarirvi ch’io la richiami in vita?

Giovine appassionato, capite or le ragioni

Fondate, ragionevoli, di mie interrogazioni?
GUD.                Ma, signor, il principio puol esser metafisico;

Ma il mal che ora m’affligge, è doloroso e fisico.

Si è tanto abituato, reso si è così forte,

Che adesso ogni momento minacciami la morte.
BAI.                  Che morte? Che minaccie? Scacciate ogni timore;

Per questo mal, vi replico, al certo non si more.

Voi bramereste, il veggo, l’alta consolazione,

Che sopra il vostro male facessi una lezione

Coi termini dell’arte, con qualche anatomia,

Per render più confusa la vostra fantasia.

No, uditemi, signore: trattate il vostro male


Come un fanciullo armato, che l’inimico assale.

La spada può ferirvi, se gli esponete il petto,

Ma piccola difesa delude il giovanetto.

Tale dal mal potrete, volendo, esser oppresso,

Ma la difesa vostra è dentro di voi stesso.

Se la ragion si opponga al mal che vi fa guerra,

Ecco il bambino inerme, ecco la spada a terra.
GUD.                Ma signor...

BAI.                                       Ma signore, chi a me dal settentrione

Venuto è per consiglio, m’insulta, se si oppone.
GUD.                Qualche medicamento almen per consolarmi.

BAI.                  Eh ben, se vi guarisco, quanto volete darmi?

GUD.                Signor, il sangue istesso darei per istar bene.

Ho lettere di cambio, so quel che far conviene.
BAI.                  Saranno le cambiali, sarà il vostro danaro

Opportuno al rimedio, che darvi or mi preparo.

Uditemi: prendete nei borghi al rio vicini

Comodo albergo e lieto, in mezzo a bei giardini.

Una conversazione trovatevi gioconda.

Vivete cogli amici a tavola rotonda:

Giocate per piacere, non mai per rovinarvi,

Prendete un buon cavallo talor per sollazzarvi.

Anche un amore onesto, che vi trovaste io lodo;

Chiodo, i poeti dicono, scaccia dall’asse il chiodo.

Ecco il rimedio vostro. Sarà la mia mercede,

Che a’ miei buoni consigli abbiate a prestar fede.

Bainer da tai malati di profittar non cura;

Sincerità è il mio vanto, non vivo d’impostura.

Voi di me vi fidate, io sono un uomo onesto.

La malattia conosco, ed il rimedio è questo. (parte)

SCENA QUARTA Monsieur Guden, poi madama Marianna.

GUD.                Dunque sinor fui pazzo? dunque mi dolsi invano?

Tanto soffersi e tanto, per un principio insano? So che la donna estinta recommi un fier dolore, Ma non mi par la sola fonte del mio malore; E se la cagion prima anche da lei sia sorta, Persister dieci mesi dovrà dacch’ella è morta? Bainer è un uomo grande, sa dir, sa consigliarmi, Ma dirlo anche potrebbe affin di consolarmi. Mi lascia? mi abbandona? Ah, non avrò quiete, Se a parlar non ritorno... (correndo per la scena)

MAR.                                                        Signor, dove correte?

GUD.                (Stelle, che volto è questo! Della mia bella estinta

Parmi vedere in esso l’immagine dipinta. Oh fatal somiglianza, che mi risveglia in cuore


L’amara rimembranza d’un sventurato amore!)

(da sé; si ferma sorpreso, salutandola)
MAR.                Siete voi l’ammalato?

GUD.                                                    Per mia disgrazia il sono.

MAR.                Forestier?

GUD.                                 Sì, madama.

MAR.                                                   Di qual nazion?

GUD.                                                                              Pollono.

MAR.                Da region sì lontana fin qua chi v’ha condutto?

GUD.                Monsieur Bainer, madama, non trovasi per tutto.

MAR.                Vi ha egli soddisfatto?

GUD.                                                    Dirò, per dir il vero

Sembra che del mio male non prendasi pensiero.
MAR.                S’ella è così, signore, vivete in festa e in gioco.

Quand’ei non s’interessa, il mal sarà da poco.
GUD.                Ma esige un ammalato maggior compatimento.

MAR.                Che dato egli non v’abbia alcun suggerimento?

GUD.                Ecco i consigli suoi: palazzo infra i giardini,

Amicizie, cavalli, conversazion, festini.

E all’ultimo, cred’io solo per beffeggiarmi,

Giunse a lodar perfino l’idea d’innamorarmi.
MAR.                Cotai medicamenti son ben particolari;

In bocca di mio zio sono estraordinari.

Egli però degli uomini è buon conoscitore;

Vi avrà con una occhiata letto perfin nel cuore.
GUD.                Madama, ho già risolto prestar fede a’ suoi detti;

Vuò divertir lo spirito con piacevoli oggetti.
MAR.                Ite a cercar adunque ciò ch’ei vi suggerì.

GUD.                Dove potrei andare per star meglio di qui?

MAR.                Sì, è ver, sono anche i libri un bel divertimento.

GUD.                Ma di studiar per ora, madama, non mi sento.

Quel che provar può farmi lodevole il consiglio,

È l’amoroso sguardo di un sì amabile ciglio.
MAR.                Il ciglio mio, signore? Oh, giudicar conviene,

Che dello zio i consigli capiste poco bene.
GUD.                Anzi, se mi approfitto di sì felice sorte,

Medico e medicina ritrovo in queste porte.
MAR.                Qual trovar medicina sperate in questo tetto?

GUD.                Egli non disapprova un rispettoso affetto.

MAR.                Ma impiegarlo per chi?

GUD.                                                      Per voi, se nol sdegnate.

MAR.                Caro signor Polacco, ridere voi mi fate.

GUD.                Lo so, lo so, che invano spero trovar conforto;

Meco le mie sventure, ovunque vado, io porto.

Per me le stelle ingrate son d’ogni bene avare. (agitato)
MAR.                Questo trasporto vostro è ben particolare.

GUD.                Che può sperare un uomo pieno di larve in petto?

Reso dal mal stucchevole, orribile d’aspetto? (agitato)
MAR.                Oh signor, non è vero. Frenate omai quell’ira.

Il vostro volto è tale, che riverenza ispira.

Sprezzo di voi medesimo vi porta a questo segno:


Non vi si vede in viso, di quel che dite, un segno.
GUD.                Esser può che madama co’ suoi lumi vezzosi (rasserenato)

M’abbia tratti dal volto i segni dolorosi.
MAR.                Son di guarir lo spirito arti al mio ciglio ignote.

GUD.                Ah, non so chi più vaglia, se il zio, se la nipote.

MAR.                Vi scordaste, mi pare, i suoi suggerimenti.

Propose all’uopo vostro miglior divertimenti:

Gioco, feste, giardini, moto, allegria di cuore.
GUD.                Aggiungete, madama, qualche discreto amore.

MAR.                Oh mi perdoni, in questo ei vi consiglia male.

GUD.                No, dubitar nol posso; Bainer so quanto vale.

MAR.                Bene, il paese nostro d’oggetti è provveduto:

Basterà che voi siate in Leiden conosciuto.

Non mancherà chi apprezzi del vostro cuore il dono.
GUD.                Le lettere ch’io porto, paleseran chi sono.

Non paladin del regno, non della Corte amante,

Ma giovane onorato, banchiere e negoziante.

Né di vantarmi intendo, nel dichiarar ch’io sono

Tal, che da sorte amica ebbe ricchezze in dono.

Ma che mi val al mondo l’aver comodo stato?

L’oro che può valermi, s’io son sì sfortunato?
MAR.                Or di che vi dolete?

GUD.                                               Mi dolgo aver sofferto

Tanti dolori e tanti, della mia vita incerto.

E allor che dal mio seno spero smarrito il tedio,

Trovar che al male mio contrasta il mio rimedio.
MAR.                Signor, non vi avrà detto il medico eccellente,

Che possa il vostro male guarir sì facilmente.

Spegner non può sì presto poc’acqua un sì gran foco;

Soglion le medicine oprare a poco a poco.

Non siate uno di quelli che hanno in soffrir dispetto,

Che von con una bibita balzar fuori di letto.

Sanan le medicine sofferte e reiterate.

Via, signor ammalato, curatevi e sperate. (parte)
GUD.                Vedo, o di veder parmi, di madama il pensiero.

Sì, medica pietosa, la mia salute io spero.

Se tanto ella somiglia al bel che ho già perduto,

Di pace e di conforto il ciel mi ha provveduto.

Di Bainer mi sovviene quel paragon ch’io lodo:

Chiodo, mi disse il medico, scaccia dall’asse il chiodo.


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Petizz solo.

PET.                  Prepariamo le sedie. Che possan comodarsi

Questi filosofoni, che vengono a spassarsi. (mette una sedia) Fra loro le giornate dividonsi da bravi.

Un dì vengono i pazzi, un dì vengono i savi. (con un’altra sedia) Oh, viene monsieur Lass. Capisco, in questo dì (una sedia) Non sono i pazzi pazzi, ma quei così così.

SCENA SECONDA Monsieur Lass, monsieur Taus, monsieur Mann, poi monsieur Paff ed il suddetto.

LASS                (Camminando a passo lento, fermandosi di quando in quando, leggendo un foglio;

poi si pone a sedere senza dir niente)
PET.                  Non abbada a nessuno. Che faccia da Catone!

Ecco qui monsieur Taus. Un altro medaglione.
TAUS                (Entra senza parlare, va alla libreria; si prende un libro, poi si pone a sedere,

salutandosi con monsieur Lass senza parlare)
PET.                  Oh, non s’han le parole da consumar invano.

Questi?... Si, è monsieur Mann. Par Seneca romano.
MANN              (Viene anch’esso bel bello; si pone a sedere vicino a monsieur Lass; si salutano al

solito. Poi tira fuori la scatola del tabacco. Ne dà una presa a monsieur Lass, e ne

prende per sé. Poi tira fuori di tasca un foglio, si pone gli occhiali al naso, e legge

piano)
PET.                  Che sia qualche ricetta? è medico egli pure,

Ma un medico soffistico, pien di caricature.

Oh, viene monsieur Paff; questi mi dà più noia,

Pare un greco avanzato dall’incendio di Troia.
PAFF                (Entra, e va a sedere al tavolino, e si pone a scrivere senza salutar nessuno)

PET.                  Oh le belle figure! son elleno, m’impegno,

Quattro statue eccellenti per l’arte del disegno.

Vuole il tè? (A monsieur Lass, quale gli fa cenno di no)

Signor no. (da sé) Vuole il tè? (a monsieur Crem, che gli accenna che

taccia) No, non parlo.

Vogliono il tè, signori? (monsieur Mann, monsieur Taus accennano di sì)

Zitto; vado a pigliarlo.

Un pover’uom, che fosse mutolo di natura,

Fra questi si vedrebbe a far la sua figura. (parte)

(Restano i suddetti nella loro situazione per qualche tempo)


SCENA TERZA Monsieur Guden e detti.

GUD.                (Madama è ritirata. A restar solo io peno.

Qui son dei galantuomini; potrò parlare almeno). (da sé)

Servo di lor signori. (saluta alcuno di loro; rispondono al saluto senza dir niente) Che studiasi di buono?

Non sono un letterato, filosofo non sono,

Ma anch’io delle bell’arti prendo qualche diletto.

Signore, a me non sembra mancare al mio rispetto, (verso uno di loro, che mostra

d’inquietarsi)

Onde abbiate a inquietarvi. Fatemi voi ragione. (ad un altro, che non risponde)

Oh sì, che ho ritrovato buona conversazione!

Ch’io tratti e mi diverta, Bainer mi raccomanda.

Son questi i passatempi che trovansi in Olanda?

Eh, l’avrei ritrovato il passatempo amabile;

Ma un forestier... sì presto... so che non è sperabile.

E se un po’ po’ mi attacco, quel che sarà lo veggio:

Venni in Olanda afflitto, e partirò assai peggio.

Scacciar vorrei di mente le immagini funeste.

(Ma che fan qui costoro? che genti sono queste?

Hanno ragion? favellano? o son di senso vuote

Macchine, che si muovono per via di suste e ruote?) (da sé)
LASS                Monsieur Taus.

GUD.                                          (Oh, egli parla). (da sé)

LASS                                                                    Spero averlo trovato.

GUD.                Che cercate, signore? (a monsieur Lass)

LASS                                                 Il circolo quadrato.

GUD.                Signor, questa scoperta vi fa un onor sovrano;

L’hanno finor cercata tante Accademie invano.
LASS                S’ha da trovar.

GUD.                                        In Leiden fiorisce alto sapere.

Vi prego illuminarmi.
LASS                                                    Vi prego di tacere. (seguita a leggere)

GUD.                Siete voi persuaso, signor, di tal scoperta? (a monsieur Taus)

TAUS                Or mi tiene occupato cosa che assai più merta.

GUD.                E qual è l’argomento?

TAUS                                                   Da me trovar si spera

Del flusso e del riflusso del mar la causa vera.
GUD.                Se ciò veder mi lice, signor, sarò ben lieto:

Vi supplico di dirmi...
TAUS                                                   Vi supplico star cheto. (seguita a leggere)

GUD.                (Ha ragion: questi studi esigono attenzione).

Voi, signor, che studiate, con vostra permissione? (a monsieur Paff)
PAFF                Cerco la divisione del punto indivisibile.

GUD.                Oh signor, perdonate: cercate un impossibile.

PAFF                Tutto, chi cerca, trova.

GUD.                                                    Come sperar si può?

PAFF                Aspettate che ’l trovi, e poi risponderò. (segue a scrivere)

GUD.                (S’egli non parla più, pria d’averlo trovato,


Innanzi ch’ei risponda, il mondo è terminato.

Quest’altro ha un foglio in mano; temo aver a pentirmi,

Se chiedo cosa legga; ma serve a divertirmi). (da sé)

Signor. (a monsieur Mann, il quale si fissa guardandolo cogli occhiali)
Quel che leggete è qualche poesia?
MANN              (Dopo averlo ancora guardato) Quel ch’io leggo, è un trattato sopra l’ipocondria.

GUD.                Oh signor, s’io non sono soverchiamente ardito,

Ditemi qualche cosa.
MANN                                               Non ho ancora finito. (torna a leggere)

GUD.                D’ipocondria che dice? è mal che sia incurabile?

Dirà, ne son sicuro, ch’è un male insopportabile.

Suggerisce il rimedio al pessimo vapore?

Ammette fra i rimedi accendersi d’amore?

Dice che al mal s’accordi un simile sollazzo?
MANN              Sono alla conclusione. L’ipocondriaco è un pazzo. (queste ultime parole mostra di

leggerle)
GUD.                In sensi quasi simili Bainer lo definì.

Quando lo dicon tutti, dev’essere così.

Ma se l’ipocondriaco pazzo vien dichiarato,

Tanto peggio; il mio male adunque è disperato.

Ah, se talor m’accende fiamma vorace e ria,

Saranno i miei deliri effetti di pazzia.

Di risanar, s’è questo sperar più non mi giova,

Medico per i pazzi al mondo non si trova.

Dubito sia un effetto del senno mio smarrito,

L’essermi di madama sì subito invaghito.

E lo sperar ch’io possa in lei destar passione,

Fammi temer del tutto smarrita la ragione.

No, non è ver; s’io avessi perduti i sentimenti,

Non tratterrei me stesso con simili argomenti.

Signor, l’ipocondriaco è un misero infelice,

Ma non è pazzo. Un pazzo sarà quel che lo dice. (a monsieur Mann con isdegno)
MANN              (S’alza del bello, piega il bene il foglio che leggeva, lo mette in mano di monsieur

Guden, poi torna a sedere)
GUD.                Che complimento è questo? Lo consegnate a me?

SCENA QUARTA Petizz col tè, e detti.

PET.                  Ecco per chi ne vuole. Si servino del tè. (tutti i quattro Olandesi lo prendono, e lo

bevono senza parlare)

Ella, signor? (a monsieur Guden)
GUD.                                     Non so; lo prenderei, ma tremo:

D’ogni cosa pavento, ogni bevanda io temo.

Dicon che il tè rilasci lo stomaco. Non voglio;

Bevanlo gli altri; intanto leggerò questo foglio.

Curiosità mi sprona. Ah, temo di far peggio.

Fin la voce mi trema. Eh son follie, lo veggio. (legge piano)


SCENA QUINTA Monsieur Bainer e detti.

BAI.

(Saluta tutti. Si pone a sedere; e prende il tè senza dir niente)

GUD

(Leggendo smania)

BAI.

Signor, che avete voi? (a monsieur Guden)

GUD.

Ah, in questo foglio ho letto

Quel che per lusingarmi voi non mi avete detto.

BAI.

Che contiene quel foglio?

GUD.

Contiene la fatale

Fondata, fondatissima sentenza del mio male.

BAI.

Chi ve lo diè? (alzandosi)

GUD.

Mel diede quel... ch’io non so chi ei sia. (accennando monsieur Mann)

BAI.

Signor, meno galenica, e più filosofia. (a monsieur Mann, togliendo la carta di

mano a monsieur Guden)

Ad uno, il di cui male sta sol nello spavento,

Chi v’insegnò di porgere si barbaro fomento?

MANN

Qua per curar non venni uom ch’è da voi curato:

Il foglio non è mio, ma il foglio è ben fondato.

BAI.

Lo sarà, non contrasto. Ma che ha che far con lui?

MANN

Legga quel foglio, e tremi. Vegga i perigli sui.

GUD.

Oimè! (osservando ora l’uno, ora l’altro, quando parlano)

BAI.

Vi è noto appieno qual siasi il di lui male?

MANN

Lo conosco abbastanza. È orribile, è mortale.

BAI.

V’ingannate.

MANN

Lo provo.

BAI.

Non è che ipocondria.

MANN

È un’ipocondria nera, che tende alla mania.

BAI.

Quai sintomi vedeste?

MANN

Furor fuor di ragione.

BAI.

È falso l’argomento.

MANN

Certa è la conclusione.

BAI.

Il polso è regolare.

MANN

Favorite. (gli tasta il polso) È alterato.

GUD.

Oimè!

BAI.

Nol conoscete. È d’un uom spaventato. (tastando il polso)

MANN

Bainer, anch’io son medico; né vuò soffrire un torto.

BAI.

Quest’ammalato ho in cura.

MANN

Quell’ammalato è morto. (parte)

GUD.

Signor, per carità.

BAI.

Figlio, non paventate.

È monsieur Mann il primo fra le teste ostinate.

È tal, che acciò un pronostico non gli andasse fallato,

Vorria, se fosse lecito, uccider l’ammalato,

No, timor non abbiate di morte o di deliro,

Sulla mia fede, amico, sull’onor mio.

GUD.

Respiro.


BAI.                  Monsieur Lass colla mente che scrutinar procura?

GUD.                Del circolo pretende trovar la quadratura.

BAI.                  Ben; la trovaste, amico? (a monsieur Lass)

LASS                                                      Sì, quasi ad evidenza. (alzandosi)

BAI.                  E su qual fondamento?

LASS                                                      Vado a far l’esperienza.

BAI.                  Da superar vi resta qualche difficoltà?

LASS                Non la trovai del tutto, ma un dì si troverà.

(Così per me trovassi il cuor di sua nipote,

Che tanto mi par bella, ed ha sì bella dote!) (parte)
BAI.                  Malagevole impresa.

GUD.                                                 È una follia visibile,

Qual di chi vuol dividere il punto indivisibile.
PAFF                D’algebra e d’analitica insegnan le bell’arti (s’alza)

Che ogni materia ha corpo, e che ogni corpo ha parti;

Che ogni picciola parte, dal corpo suo recisa,

Puol essere in più parti divisa e suddivisa;

E il punto indivisibile rispetto alla figura.

Dividere pretendo almen per congettura.

So che l’impegno è grande, ma il fondamento è sodo;

Mancami sol ch’io trovi per eseguirlo il modo.
TAUS                Ho ben io ritrovata la causa e il fondamento (s’alza)

Del flusso e del riflusso del liquido elemento.
BAI.                  A parte i buoni amici render di ciò conviene.

TAUS                Il flusso ed il riflusso del mar dunque proviene

O da una forza elastica, che in fondo al mar s’aduna,

O dai violenti influssi del corso della luna,

O un moto sotterraneo rende quell’onde instabili.

Tutte ragioni vere, o almen tutte probabili. (parte)

SCENA SESTA Monsieur Bainer, monsieur Guden.

GUD.                Signor, queste figure in casa vostra unite,

Che s’intende che sieno?

BAI.                                                          Dirò, non istupite.

Vengono a favorirmi cotai filosofastri, Che presso il basso volgo vonno passar per mastri, E par loro che giovi dire al mondo ingannato: Di Bainer frequentiamo lo studio accreditato. Li soffro qualche volta, di tutti amico io sono: Esce dai sciocchi ancora talvolta un pensier buono. E la filosofia, ch’è il studio a me diletto, Anche con questo mezzo aprir può l’intelletto. Le stolidezze altrui fanno studiar di più, E fan miglior concetto aver della virtù.

GUD.                So che quel signor medico con sua caricatura

Mi avea cacciata intorno una bella paura.


BAI.                  Non temete niente; son qui tutto per voi:

Oggi restar vi prego a desinar con noi.

Di voi ho buon concetto; per voi ho della stima;

Si dan di quegli incontri, che piacciono alla prima.

Duolmi dall’ipocondria vedervi un po’ avvilito;

Sarete, in me fidando, prestissimo guarito.

Voglio che superiate il mal colla virtù.
GUD.                Son nelle vostre mani, che ho da bramar di più?

BAI.                  So che un banchier voi siete; piacemi il parlar schietto

Senza affettar grandezze.
GUD.                                                        Signor chi ve l’ha detto?

BAI.                  Disselo mia nipote. So che con lei parlaste.

GUD.                Signor, fu un accidente; non vorrei mi tacciaste...

BAI.                  Di che? Non è interdetto il praticare onesto.

Che vi par di Marianna?
GUD.                                                      Signore, io vi protesto,

Che giovin più gentile non ho veduta mai.

(In questo suo discorso vi è da sperare assai). (da sé)
BAI.                  Ha del talento.

GUD.                                        È vero.

BAI.                                                     È giovane prudente.

GUD.                Dal conversar si vede, dal suo parlar si sente.

(Or la ragion capisco del suggerito amore). (da sé)
BAI.                  Io non ho figli al mondo, ella è tutto il mio cuore.

Offerti alla fanciulla fur più ricchi partiti;

Ma certo, infin ch’io viva, non vuò che si mariti.
GUD.                (Prima si andava consolando, ora si turba)

BAI.                  Che c’è, che vi cambiate?

GUD.                                                        Nïente. I miei vapori.

BAI.                  Si calmeranno i spiriti, si sederan gli umori.

Presto risanerete. Vuò vedervi contento.
GUD.                (Perduta ho la speranza del mio medicamento).

SCENA SETTIMA Petizz e suddetti

PET.                  Signor, un forestiere che ha titol di eccellenza

Venuto è per le poste, e vuol subito udienza.
BAI.                  Bene; sarà servito. (Petizz parte)

GUD.                                             Andrò con permissione...

BAI.                  Servitevi, signore, qui non vi è soggezione.

Di Leiden vi saranno ancor le strade ignote;

Potete trattenervi per or con mia nipote.

Oggi, secondo l’uso di nostre cittadine,

A lei tocca ricevere le amiche e le vicine.

Vi servirà frattanto per sollevarvi un poco.
GUD.                (Mi servirà, io dubito, per crescere il mio foco). (da sé, e parte)


SCENA OTTAVA Monsieur Bainer, poi il marchese di Croccante.

BAI.

Fra quante sono al mondo pessime infermità,

Sono gl’ipocondriaci quei che mi fan pietà.

Questo giovin dabbene, sì di lontan venuto,

Merta ben ch’io gli porga ogni più caldo aiuto.

Né via miglior di questa per risanarlo io veggio;

Cura, medicamenti, l’opprimerian di peggio.

CRO.

Bainer, mi conoscete?

BAI.

Signor, mi par di no.

CRO.

Or saprete chi sono; sediam, ve lo dirò. (siedono)

BAI.

(Un pessimo negozio; lo veggo nel sembiante). (da sé)

CRO.

Io sono il colonnello marchese di Croccante.

BAI.

Oh signor... (complimentandolo)

CRO.

Io son quello, medico mio garbato

Che scrivere vi fece per essere curato.

Voi venir non voleste in Fiandra a medicarmi,

E per parlarvi alfine dovuto ho incomodarmi.

Sembra che più rispetto si debba a un cavaliere.

BAI.

Leiden è la mia patria; qui faccio il mio mestiere.

I cavalier rispetto con ogni umil tributo;

Bainer non è, signore, un medico venduto.

CRO.

Conoscete il mio male?

BAI.

Astrologo non sono.

CRO.

Il color del mio volto parvi cattivo o buono?

BAI.

Parmi il rosso eccedente.

CRO.

Sapete onde provenga?

BAI.

Esaminiam gli effetti, pria che alla causa io venga.

Dorme la notte?

CRO.

Poco.

BAI.

Gli serve l’appetito?

CRO.

Pochissimo.

BAI.

Gran sete?

CRO.

Son sempre inaridito.

BAI.

Bevere è necessario.

CRO.

Bevo quel che bisogna:

Quattro bottiglie al giorno di vino di Borgogna,

Canarie tutti i giorni per confortare il petto,

E un peccher la mattina di rosolin perfetto.

BAI.

E poi mi domandate da che provenga il rosso?

CRO.

Ho un foco nelle viscere, cui tollerar non posso.

BAI.

Siete a digiuno ancora?

CRO.

Scesi alla Posta un poco;

Mi sentia per le membra ed alla testa il foco:

Presi un pezzo di pane con del botir salato

E con del vin del Reno mi sono rinfrescato.

BAI.

Ecco la cagion vera del color porporino.


CRO.                 Spropositi! nel volto ha da passare il vino?

BAI.                  Oh sì signor; il sangue, d’atro color ripieno,

Ora v’infiamma il volto, e infiammeravvi il seno.
CRO.                 Come ho da fare adunque a spegner la mia sete?

BAI.                  Acqua, signor...

CRO.                                           Io acqua? Acqua mi proponete?

Questa è di tutti i medici l’usata medicina:

Non mi credea che foste medico da dozzina.

Dell’acqua ad un par mio? Acqua non assaggiai

Saran più di vent’anni, e non ne berrò mai.

E se miglior ricordo darmi voi non sapete,

Bainer, io non vi stimo quel medico che siete.
BAI.                  Signor, vo’ soddisfarvi; ho un cantinin ripieno

Di vino di Sciampagna, che avrà sett’anni almeno.

Ho del Toccai perfetto.
CRO.                                                      Bravo.

BAI.                                                                   Del vin di Spagna,

Del vino d’Ungheria, del vino di Bretagna.
CRO.                 Bravo, così mi piace: del vin che mi conforti.

BAI.                  E poi poco lontano abbiamo il beccamorti.

CRO.                 È il cantinier costui?

BAI.                                                   È quel che favorisce

Gli uomini quando crepano, è quel che seppellisce.

Beviamo allegramente, e poi presto a drittura

In men di quattro giorni si passa in sepoltura.
CRO.                 Piano, piano di grazia; ho da morir per questo?

BAI.                  O tralasciare il vino, o andarsene ben presto.

CRO.                 Bainer, che non vi sia nella medica scuola

Qualche espediente? Almeno una bottiglia sola.
BAI.                  Impiegherò ogni studio por consolarvi appieno.

Tralasciate di bere per un sol giorno almeno.
CRO.                 Ho una sete terribile. Solo il ber mi consola.

BAI.                  Acqua, signor.

CRO.                                        Non posso.

BAI.                                                            Una giornata sola.

Via, per piacer vel chiedo. Il vino ha tal virtù,

Se un dì ve ne astenete, doman vi piace più.

Dopo d’aver bevuto dell’acqua in quantità,

Oh quanto saporito il vin vi riuscirà!
CRO.                 Bainer, questa ragione par che mi persuada.

BAI.                  (Convien con questi pazzi andar per ogni strada). (da sé)

Dunque si è stabilito.
CRO.                                                  Una giornata sola.

BAI.                  Ma, signor, non mancate.

CRO.                                                         Vi do la mia parola.

BAI.                  Un cavalier non manca.

CRO.                                                      Ditemi, non potrei

Porne così nell’acqua due, quattro dita, o sei?
BAI.                  Signor, mi maraviglio. Se cavalier voi siete,

Mi deste la parola, vo’ che la mantenete.
CRO.                 Bainer, un uomo grande siete a comun giudizio.


Alla virtù sia fatto l’enorme sagrifizio.
Potrete al merto vostro vantar per un tributo:
Il marchese Croccante un dì non ha bevuto. (parte)
BAI.                  Ma a che siam noi soggetti? Quale destin maledico

Ammalati ci manda per impazzire il medico? Ecco di noi meschini, ecco il delirio usato: Dover colle ragioni cozzar coll’ammalato; E chi non ha quell’arte ch’è necessario avere, Per secondar l’infermo, tradisce il suo mestiere. Lungi la soggezione, lungi i rispetti umani; Franco si parli e schietto coi spiriti più strani. Sia volgar l’ammalato, sia prence o cavaliero, L’arte è una sola, e sempre dee prevalere il vero.


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera di madama Marianna con varie sedie.

Madama Marianna e Carolina.

CAR.

Madama, le signore mandano l’imbasciate.

MAR.

Via presto, fa che sieno le sedie preparate.

CAR.

Subito, sì signora. (va ponendo le sedie in ordine)

MAR.

Per divertirle bene,

Che mai si potrà fare?

CAR.

Non so.

MAR.

Pensar conviene.

L’altrier, che ci ha trattate madama Elisabetta,

Fu la conversazione amabile, perfetta;

Io vorrei corrispondere, giacché lo zio il consente,

A quel che ho ricevuto, almen passabilmente.

CAR.

Non vi mettete in pena; ciascheduna di loro,

Secondo il praticato, porterà il suo lavoro.

Se a desinar qui restano, si penserà.

MAR.

Sì certo.

Spero vi resteranno. Picchiano?

CAR.

L’uscio è aperto.

Eccole tutte unite.

MAR.

Mi porterai or ora

Se il lavorier principiano, anche il mio.

CAR.

Sì signora. (in atto di partire)

MAR.

Di’, che fa l’ammalato?

CAR.

Veggolo tutto il giorno,

Come fa l’ape al mele, a queste mura intorno. (parte)

MAR.

Di qui non sa staccarsi il povero meschino:

Ma lo farà per essere al medico vicino.

SCENA SECONDA

Madama Elisabetta, poi madama Federica, poi madama Giuseppina e la suddetta.

ELI.                   Madama.

MAR.                                A voi m’inchino.

ELI.                                                             Sono ad incomodarvi.

MAR.                Per grazia lo ricevo, che vogliate degnarvi.

FED.                 Serva, madama.

MAR.                                          Amica.

FED.                                                       Eccomi qui con voi.

MAR.                È un onor che non merito, che venghiate da noi.


GIU.                  Son qui, se mi è permesso.

MAR.                                                          Oh madama, che dite?

Son grazie, son finezze; di seder favorite. (tutte siedono)
GIU.                  Della mia genitrice vi reco i complimenti. (alzandosi un poco e inchinandosi)

MAR.                Tenuta di madama ai grati sentimenti. (s’alza un poco, inchinandosi)

FED.                 Madama, al vostro ciglio la gioia è consueta.

MAR.                In compagnia sì bella non posso ch’esser lieta.

FED.                 Troppo onor. (alzandosi e inchinandosi un poco)

MAR.                                     Parla il core. (come sopra)

ELI.                                                             Madama è ognor garbata.

Vostra bontà, madama. Restate accomodata. (s’alza e s’inchina, facendo lo stesso

madama Elisabetta)
FED.                 (Da una borsa che tiene al fianco, tira fuori una calzetta di seta, con i suoi ferri, e

si pone a lavorare)
GIU.                  (Da una borsa che tiene al fianco, tira fuori la seta coll’ordigno per far gruppetti)

ELI.                   (Da una borsa che tiene al fianco, tira fuori qualche cosa di bianco da ricamare)

SCENA TERZA Carolina e le suddette

CAR.                 (Porta a madama Marianna una picciola rocca per filare bavella, e si ritira in

disparte, ponendosi anch’ella a sedere, lavorando intorno a manichetti o cosa

simile)
ELI.                   Bello quel bavellino! (a madama Marianna)

MAR.                                                 Lo crederete, amica?

Fra me e la cameriera, senza poi gran fatica,

Si è filato in un anno tanto bel bavellino

Per tessere un vestito.
CAR.                                                    Certo riuscì bellino.

ELI.                   E che piacer si prova, quando a portar s’arriva

Cosa che da un lavoro fatto da noi deriva.

Tutto quello che occorre per me di ricamato,

Tutto è dalle mie mani trapunto e disegnato.
MAR.                Voi disegnate ancora?

ELI.                                                      Sì, madama, assai male.

MAR.                Oh madama, lo spirito in voi so quanto vale.

So che studiate assai, so che molto leggete.
ELI.                   Sono un’ignorantella.

MAR.                                                   No, no, si sa chi siete.

Madama Federica, sono calzette o guanti?
FED.                 Son calzette, madama, ma si va poco innanti.

E poco anche ci bado; poiché di casa mia

A me sola han voluto lasciar l’economia;

Poco ne son capace, ma quel che posso, io fo.
MAR.                Una giovin di garbo siete, madama, il so.

FED.                 Oh no, davver.

MAR.                                       Sì certo. Madama Giuseppina,

Quei tanti suoi gruppetti a cosa li destina?


GIU.                  A un picciol fornimento per un andriè, madama;

Ma questo è un passatempo, lavorier non si chiama.

A casa i miei fratelli non mi fan stare in ozio;

Mi fan copiar le lettere di casa e del negozio.

E quando avrò imparato ben bene la scrittura,

Mi pagheranno, io spero, almen la mia fattura.
MAR.                Così pratiche in tutto le giovani diventano.

GIU.                  Lo so che so far poco, ma in casa si contentano.

MAR.                Siete una maraviglia.

GIU.                                                   Oh, cosa dite mai?

MAR.                Brava; le figlie savie non si lodano mai.

Lo senti, Carolina, che giovani son queste?
CAR.                 Giovani virtuose e giovani modeste.

Io, che son forestiera, quando son qui arrivata,

Subito di tal cosa mi son maravigliata.

L’Olanda per le donne certo è una gran nazione;

Ma questo in lor deriva da buona educazione.

Questo non è paese, che spenda allegramente;

Ma per l’educazione non risparmia niente.

Piacemi assai quest’uso, che il genitor destina

I figli all’esercizio, cui la natura inclina;

E se un figliuolo maschio il discolo vuol fare,

Subito in una nave, a far giudizio in mare.
GIU.                  Voi della nazion nostra buona opinione avete.

Ditemi, Carolina, di qual paese siete?
CAR.                 Riflettendo, madama, al stil del mio paese,

Ho vergogna di dirlo. Ora sono olandese,

E in grazia ai buoni esempi della padrona amata,

In Leiden posso dire di essere rinata.
MAR.                Via, taci, Carolina; non mi far arrossire.

CAR.                 Oh il vero, mia signora, certo lo voglio dire.

MAR.                Amiche, vorrei darvi qualche divertimento,

Proporzionato in parte al bel vostro talento.

Oggi in qualche maniera procurerò ingegnarmi,

Spero che a desinare starete ad onorarmi.
ELI.                   Non so che dir, madama; le grazie accetterò.

FED.                 A madama Marianna non si può dir di no.

MAR.                Madama vostra madre sarà contenta, io spero. (a madama Giuseppina)

GIU.                  Lo sa che da voi sono; non si prende pensiero.

Oggi non ci son lettere da registrar; si sa

Che anche per me ci vuole un dì di libertà.
MAR.                Oh davver, mi contenta sì bella compagnia.

Ora proprio mi sento il core in allegria.

Qualcheduna di voi racconti qualche cosa,

Qualche bel dubbio o qualche novelletta graziosa.
ELI.                   Vo’ proporvi un enigma.

MAR.                                                        Oh sì, madama, dite.

FED.                 Ditelo, che ho piacere.

GIU.                                                     Lo goderò.

ELI.                                                                       Sentite.

CAR.                 Perdonate, madama, il mio grosso cervello:


Che vuol dire un enigma.
ELI.                                                           Vuol dire indovinello.

«Nacquer gemelli al mondo da poveri parenti

Due figli di costume, di genio differenti:

Uno buono, un cattivo, e quando uniti sono,

Spesso fa bene il tristo, e fa del male il buono.

Muoiono tutti due, poi tutti due rinati,

Con quei che li alimentano, son per usanza ingrati;

Volete voi conoscerli? Van sempre ad uno ad uno;

Son tutti due per tutto, e non li vede alcuno».
MAR.                Oh, madama, è impossibile ch’io giunga ad ispiegarlo.

FED.                 Io non l’ho inteso bene.

ELI.                                                        Tornerò a replicarlo. (torna a dire l’enigma)

GIU.                  Tante cose contrarie confondono la mente.

ELI.                   Se non fosse difficile, non valeria niente.

MAR.                Zitto, zitto, mi pare aver dato nel segno.

Sarebbero, per sorte, e l’amore e lo sdegno?
ELI.                   No, madama; per altro ammiro che pensiate

Essere i due gemelli due cose inanimate.
FED.                 Spiegatelo, madama.

GIU.                                                   Via, fateci il favore.

ELI.                   Sono, amiche carissime, la speranza e il timore.

Nacquer gemelli al mondo. Tosto che l’uom è giunto

All’uso di ragione, teme e spera in un punto.

E nacquero gemelli il timor, la speranza,

Tosto che il mondo antico corruppe la baldanza.

Da poveri parenti. La speranza e il timore

Conoscono il bisogno per loro genitore;

E l’uom quantunque ricco, alle passion ricovero

Dando dal proprio seno, sempre è meschino e povero.

Due figli di costume, di genio differenti.

Si sa che la speranza volar ci fa contenti,

E che il timor procura sempre abbassar le piume;

Onde son differenti di genio e di costume.

Uno buono, un cattivo. Accorderà ogni cuore,

Che la speranza è buona, che pessimo è il timore;

Ma soggiunge l’enigma: e quando uniti sono,

Spesso fa bene il tristo, e fa del male il buono.

E vuol dir, dal timore siamo tenuti in freno,

E la speranza allarga agli appetiti il seno;

Onde procede poi, che più della speranza,

Il provvido timore ci tiene in vigilanza.

Muoiono tutti due. Questo si vede spesso:

Finisce la speranza, ed il timore anch’esso.

Poi tutti due rinati. Con ciò spiegar s’intende

Di timor, di speranza, le solite vicende.

Con quei che li alimentano, son per usanza ingrati.

Questo vuol dir, che gli uomini si trovano ingannati.

Dopo il timor taluno a trionfar si vede,

E dopo la speranza il piangere succede.

Volete voi conoscerli? Van sempre ad uno ad uno.


Sperar, temere a un tratto mai si è sentito alcuno.

Ora teme, ora spera, fan le passioni un gioco,

E quando una s’avanza, l’altra le cede il loco.

Son tutti due per tutto. Dove si troverà

Un uomo che non speri, un che timor non ha?

E non li vede alcuno. Si può per spiegazione

Dir che non son corporei, ma v’è un’altra ragione:

Che temendo e sperando ogni mortal s’affanna,

Ma non conosce il vero, perché l’amor l’inganna.

Ecco, spiegar l’enigma tentai, donna qual sono;

Se malamente il feci, domandovi perdono.
MAR.                Bello, bello davvero.

FED.                                                  Bella composizione.

GIU.                  Vo’ che me l’insegniate, ma colla spiegazione.

ELI.                   Vi servirò, madama.

CAR.                                                  Sinora sono stata,

Madama, ad ascoltarvi colla bocca incantata.

Me ne consolo tanto; lasciate che vi dia

Su questa mano un bacio.
ELI.                                                             Oh no, figliuola mia. (la bacia in viso)

CAR.                 Che umiltà, che dolcezza! oh, che trattar cortese!

Oh, dove son le donne tutte del mio paese?

Mi comanda? la servo. (verso la scena)
MAR.                                                   Dimmi, chi ti ha chiamato? (a Carolina)

CAR.                 Con licenza, signore. (alle donne) Quel giovane ammalato. (piano a Marianna)

MAR.                (Guarda se mai avesse necessitade alcuna). (piano a Carolina)

CAR.                 Sì, signora. (parte, e a suo tempo ritorna)

MAR.                                   (Infelice! merta miglior fortuna). (da sé)

ELI.                   Via, diteci, madama, qualcosa di curioso. (a madama Marianna)

MAR.                Pensava in questo punto a un caso doloroso.

Un povero signore polacco di nazione,

Venuto da mio zio per la sua guarigione,

In età giovanile ha una melanconia

Sì tetra, che di peggio credo che non si dia.
ELI.                   Monsieur Bainer che dice?

MAR.                                                          Procura consolarlo.

FED.                 Capperi! monsieur Bainer saprà ben risanarlo.

CAR.                 Madama, poverino! vorrebbe un po’ venire. (piano a madama Marianna)

MAR.                (Che dicesti?)

CAR.                                      (Nïente).

MAR.                                                   (Non sai quel ch’hai da dire?

Siamo qui tra di noi. Non vorran soggezione).

Compatite. (alle donne)
ELI.                                      Servitevi.

CAR.                                                  (Gliel’ha detto il padrone).

MAR.                (Mio zio?)

CAR.                                 (Così mi disse).

MAR.                                                          (Farà per ricrearlo.

Nel stato in cui si trova, non vo’ mortificarlo).

Amiche, l’ammalato di cui parlammo adesso,

Vorria venir innanzi, se fossegli permesso.


Che dite? non è tale da recar soggezione.

ELI.

Io per me non mi oppongo.

FED.

Venga pure.

GIU.

È padrone.

MAR.

Digli che non si pratica; procura d’avvertirlo,

che in grazia del suo incomodo si fa per divertirlo.

CAR.

Gliel dirò, sì signora. (Proprio anch’io ci ho piacere.

Gli uomini appassionati non li posso vedere). (parte)

MAR.

È un forestier, si vede, assai civile, onesto.

Si può, ch’egli s’avanzi, permettergli per questo.

SCENA QUARTA

Monsieur Guden e le suddette.

GUD.

Madame. (tutte s’alzano e gli fanno riverenza)

MAR.

Favorite. Come si sta, signore? (lo fa avanzare)

GUD.

Ah, non saprei che dirvi, sempre in angustie il core.

MAR.

Sedete qui con noi. Vedete? in casa mia

Vien tutta gioventù, non vi è melanconia.

GUD.

La gioventù è un gran bene; lo spirito è migliore.

Ma non può stare allegro, chi non ha quieto il core.

MAR.

Sempre col cuore in bocca; siete un grand’uom sincero.

GUD.

Voi scherzate, madama, ed io vi dico il vero.

MAR.

Amiche, lo risvegli un po’ del vostro brio.

ELI.

Signore, il vostro nome?

GUD.

Guden è il nome mio.

MAR.

Monsieur Guden, adesso so anch’io qual vi chiamate.

GUD.

Ch’io sono un vostro servo di già lo sapevate.

ELI.

Di Polonia, mi pare.

GUD.

Sì, madama.

ELI.

Lasciata

Avete per il Reno la Vistola gelata?

GUD.

Della Vistola il freddo alle mie fiamme è poco.

ELI.

Anche da noi vi è il gelo, anche da noi vi è il foco.

GIU.

Sol per trovar un medico venir sì da lontano?

GUD.

Qui sperai la salute, ma l’ho sperata invano.

FED.

Vicino a monsieur Bainer dovete esser contento.

GUD.

Sperai alle mie piaghe miglior medicamento.

MAR.

Ditemi, monsieur Guden, in questo quarto mio

Sariavi quel rimedio, che ha suggerito il zio?

GUD.

Sì, madama.

ELI.

Rimedio forse di nuova usanza,

Raccolto dalle mura d’intorno a questa stanza? (tutte dimostrano l’ironia giocosa)

MAR.

L’aria delle finestre.

FED.

Meglio è quella di fuori.

GIU.

Perché non va nel fiume a spegnere gli ardori?

GUD.

Si burlano a ragione di un povero ammalato.

ELI.

Poverino! si vede ch’è in un misero stato.


Pallido, smunto e secco.

FED.

Non ha più carne indosso.

GIU.

Il mal dev’esser grande, se l’ammalato è grosso.

GUD.

Mi beffano. Pazienza.

MAR.

Non le crediate offese.

Scherzar con dello spirito è il costume olandese:

Amiche, con licenza. Accostatevi a me. (a monsieur Guden)

(Quale vi piacerebbe, signor, di queste tre?)

GUD.

(Madama, compatite; meglio sarà ch’io taccia).

MAR.

(Possibil non vi sia qualcuna che vi piaccia?)

GUD.

(Vi è pur troppo).

MAR.

(Ma quale di quelle tre?)

GUD.

(Nessuna:

Finché non dite quattro, non ne ritrovo alcuna).

MAR.

Carolina.

SCENA QUINTA

Carolina e detti.

CAR.                 Madama.

MAR.                                (Ecco, son quattro adesso).

GUD.                (Ditemi fra le cinque, o per me fia lo stesso).

MAR.                (Basta, basta, ho capito. Ah, non vorrei ch’or ora...)

Levami questa rocca; ne ho abbastanza per ora. (a Carolina)
GUD.                Queste signore amabili non crederei d’offendere,

Chiedendo se son spose.
MAR.                                                        Siamo tutte da vendere.

ELI.                   E non è così facile trovare il compratore.

FED.                 Han le robe che mangiano pochissimo valore.

GIU.                  Oh, io poi non mi curo di essere comprata.

GUD.                E madama Marianna?

MAR.                                                   Ed io son destinata,

Finché vive lo zio, starmi con esso unita;

Egli ha per me, signore, una bontà infinita.
GUD.                Troppa bontà, madama; scusate, io non l’approvo.

MAR.                Dove potrei star meglio del luogo ove mi trovo?

GUD.                (Eccomi sempre al peggio. Perduta ho la speranza). (da sé)

MAR.                (L’Olanda e la Polonia sono in troppa distanza). (da sé)

GUD.                (Le mie stolide brame godo che siano ignote.

Meglio è che non le sappia né il zio, né la nipote). (da sé)
GIU.                  Ora siam tutti mutoli. Voi che avete viaggiato,

Diteci qualche cosa...
GUD.                                                    Oimè! (s’alza)

GIU.                                                                 Che cosa è stato?

GUD.                Uno de’ miei assalti perfidi, micidiali.

Perdonate, vi prego; son vapori fatali.

Spero non sia niente... ma... di grazia, scusate.

Necessario è ch’io parta. Madama... (Oh stelle ingrate!) (parte)


SCENA SESTA

Le cinque donne suddette.

GIU.                 Fa compassion, meschino.

FED.                                                            La salute è un tesoro.

GIU.                 Sento pietà di lui.

MAR.                                            (La sento io più di loro). (da sé)

Va presto, Carolina, vedi se gli occor nulla.

CAR.                (Lo so quel che gli occorre; ma sono anch’io fanciulla). (da sé, e parte)

MAR.               Non vorrei ch’egli fosse... Vedo tal stravaganza...

SCENA SETTIMA

Il marchese Croccante e le suddette.

CRO.                 Bella conversazione, che trovo in questa stanza!

MAR.                Che volete, signore? (si alza adirata)

CRO.                                                  Adagio, madamina.

Il medico cercava; trovai la medicina. (guardando le donne)
MAR.                Le stanze dello zio, signor, son più rimote.

Qui non abita.
CRO.                                        E bene, starò colla nipote;

Starò con questa bella compagnia graziosa:

È questa una giornata per me calamitosa.

Bainer non vuol ch’io beva. Con questa legge austera,

Se un po’ non mi diverto, io muoio innanzi sera.
MAR.                Chi siete voi, signore?

CRO.                                                      Il marchese Croccante,

Gran partigian del vino, e delle donne amante.
MAR.                Vorrei, signor Marchese, saper con sua licenza:

Con donne al suo paese si usa tal confidenza?
CRO.                 Soggezion non abbiate; son uomo di buon cuore.

Ragazze, chi di voi vuol far meco all’amore?
ELI.                   Signor, mal conoscete l’onor delle donzelle.

FED.                 Le Olandesi, signore non fan le pazzerelle.

CRO.                 Via, via. Ragazza bella. (a madama Giuseppina)

GIU.                                                       Che vuol da’ fatti miei?

MAR.                Orsù, signor Marchese, qui non vi è pan per lei.

Favorite, madame, passar nell’altra stanza. (accennando un’altra camera)
ELI.                   Signor, più assai de’ titoli noi stimiam la creanza.

CRO.                 Brava!

FED.                             Il suo marchesato dev’essere in montagna. (parte)

GIU.                  Avvezzo a conversare con gente di campagna. (parte)

CRO.                 Oh che son spiritose!

MAR.                                                 Non trattasi così. (inchinandosi)


CRO.                 Mi lasciate qui solo?

MAR.                                                 La porta eccola lì. (parte, mostrandogli la porta di dove era

venuto)

SCENA OTTAVA Il marchese Croccante, poi Pettizz.

CRO.                 Non san che i lor mercanti conoscer le Olandesi:

Non san che cosa sia trattar con i marchesi.

Vonno dai loro amanti rispetto e servitù:

Non san che a noi è lecito qualche cosa di più.
PET.                  Signor, dice madama...

CRO.                                                      Sentiamo il complimento.

PET.                  Che abita il padrone nell’altro appartamento.

CRO.                 È venuto?

PET.                                   Verrà vicino al mezzodì.

CRO.                 L’aspetterò.

PET.                                     Comanda? (gli fa cenno se vuol andare)

CRO.                                                    Voglio aspettarlo qui.

PET.                  S’accomodi.

CRO.                                    Madama di Bainer è nipote?

PET.                  Sì signor.

CRO.                                 Dimmi un poco. Averà della dote.

PET.                  Non ha che lei al mondo, ed ha dell’oro assai.

CRO.                 Che ne vuol far in casa? Non la marita mai?

PET.                  Non so.

CRO.                            Quanto per dote sarà il suo assegnamento?

PET.                  Ha tanto, che può fare un marito contento.

CRO.                 Ci vuol poco. Secondo lo stato di chi prende.

Averà centomila?
PET.                                              Oh, di più si pretende.

CRO.                 Centomila fiorini avrà quest’Olandese?

E anche più si crede? (È un colpo da marchese).
PET.                  Signor, con sua licenza (vuol partire)

CRO.                 Fermati. Hai tanta fretta?

PET.                  Deggio andare in cantina; il cantinier m’aspetta.

CRO.                 In cantina? a che fare? (con un poco di movimento)

PET.                                                      Abbiam dei convitati,

E preparar si devono de’ vini regalati.
CRO.                 Per esempio, che vini? (commovendosi)

PET.                                                      Borgogna, vin del Reno,

Canarie, Fontignac, Cipro, ma di quel pieno.
CRO.                 Basta, basta. Oh che sete! sento abbruciarmi il petto.

PET.                  Vuole un bicchiero d’acqua?

CRO.                                                              Che tu sia maladetto

PET.                  Servitore umilissimo.

CRO.                                                    Eh, dimmi: la cantina

È lontana di qui?


PET.                                              Non signore, è vicina.

CRO.                 La vedrei volentieri. Giacché il ber m’è vietato

Almen che mi consoli coll’occhio e l’odorato.
PET.                  Sento il padron, mi pare.

CRO.                                                         Quand’è così, non vado.

Digli che favorisca di venir, se gli è in grado.
PET.                  Puol andar nel suo quarto.

CRO.                                                           Cosa mi vai quartando?

Digli che venga qui, che son io che il domando.

È qualche cavaliere, è forse un’eccellenza,

Che abbia d’avere anch’egli le camere d’udienza?

Un uom che ha fatto ricco di sue fatiche il frutto?

Eh, che quarti, che quinti? Riceva da per tutto.
PET.                  (Affé, se glielo dico, sarà il signor Marchese

Con tutto il marchesato mandato al suo paese). (da sé)
CRO.                 Tieni.

PET.                            Che mi comanda?

CRO.                                                      Tieni, buon figliuolino;

Pel tempo che hai perduto, vo’ donarti un fiorino.
PET.                  Pagar per le parole non si usa in questo loco;

E se ho da vergognarmi, nol fo per così poco. (parte)

SCENA NONA

Il marchese Croccante.

CRO.                 Che ti venga la rabbia, ragazzo impertinente!

Gli pare che sia poco un fiorin per niente. Ma qui d’ungari e doppie si fa gloriosa pesca A forza di salassi, a forza d’acqua fresca. Sarà ben fortunato colui che la nipote Pigliandosi di Bainer, avrà sì ricca dote. Anch’io m’abbasserei, se la potessi prendere. Già della nobiltade in casa ne ho da vendere. Mi mancano i quattrini, e un poco di salute. Qui c’è tutto: danari, donna, beni e virtute. Eh! per mettermi in grazia del medico dabbene, Mostrarmi rassegnato e docile conviene. Bever acqua tutt’oggi, e anche doman, se vuole. Centomila fiorini? son altro che parole.

SCENA DECIMA

Monsieur Bainer ed il suddetto.

BAI.                  Dunque il signor Marchese mi vuole in questa stanza.

CRO.                 Amico, ho da parlarvi di cosa d’importanza.


BAI.                  Vi prego di spicciarvi, perché sono aspettato.

CRO.                 Sappiate innanzi a tutto, che l’ordine ho osservato:

Che ho bevuto dell’acqua, e che in una parola,

L’acqua mi ha fatto bene. (Né anche una goccia sola). (da sé)
BAI.                  Mi rallegro con voi. Seguite il sano avviso,

E svanirà col tempo la maschera dal viso.
CRO.                 Coll’assistenza vostra spero di risanarmi.

E poi... non ho ancor moglie, e penso di ammogliarmi.
BAI.                  Se seguitate a bere, niuna vi prenderà.

CRO.                 Acqua, acqua, signore, acqua in gran quantità.

BAI.                  Qual ragione a quest’ora vi sprona a incomodarvi?

CRO.                 Questo pensier di nozze... Bainer, ho da parlarvi.

BAI.                  E venite a quest’ora?

CRO.                                                  Cosa volete fare?

Mi divertisco un poco. Oggi non vo’ pranzare.

Mangiar senza ber vino non può il stomaco mio.
BAI.                  Se non pranzate voi, signor, vo’ pranzar io.

CRO.                 Ma è presto ancor.

BAI.                                                 Da noi si pranza a mezzogiorno.

Di gente, d’ammalati, ho pieno il mio soggiorno.

Molti saran venuti da’ luoghi più lontani;

Signore, con licenza, ci vederem domani.
CRO.                 Sentite una parola.

BAI.                                                 Vi domando licenza. (in atto di partire)

CRO.                 Ma io voglio parlarvi.

BAI.                                                     Ma questa è un’insolenza. (parte)

CRO.                 Centomila fiorini sarebbero un colpetto.

Se dirglielo non posso, gli scriverò un viglietto.

Eh, la dote, la dote, mi ha fatto restar muto;

E che ringrazi il cielo, che oggi non ho bevuto. (parte)


ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

Giardino delizioso

Madama Marianna e Carolina.

MAR.                Vieni qui, Carolina, so che tu mi vuoi bene;

Vo’ svelarti un arcano, ma ciò tacer conviene.
CAR.                 Madama, fate torto alla mia fedeltà.

Segreta mi averete per debito e onestà.
MAR.                Quel forestier...

CAR.                                           V’ho inteso; scusate l’increanza,

Se interrompo il discorso; saper credo abbastanza.

Sono allevata altrove, un po’ di mondo ho visto;

Di onestà, di malizia, credo d’avere un misto.

Possiam fra noi fanciulle parlar liberamente;

Conosco che non siete per esso indifferente.
MAR.                E di lui, che ti pare?

CAR.                                                  Se fosse qualche mese,

Che avesse monsieur Guden soggiorno nel paese,

Giudicherei che fosse di voi appassionato.

Certo che, chi l’osserva, dirà ch’è innamorato.
MAR.                Com’io presi passione (per confidarlo a te),

Non avrebbe potuto prenderla anch’ei per me?
CAR.                 Certo, voi dite bene: vogliono che si dia

Quest’amore d’incontro, ovver di simpatia.
MAR.                Vedendolo sì afflitto, appresi a compatirlo.

CAR.                 E ha del merito in fatti; il ver bisogna dirlo.

MAR.                Ma che pro s’io l’amassi? peggio per me saria.

Guarito, o non guarito, un giorno anderà via;

E se per compassione mi fossi innamorata,

Da chi sperar potrei d’esser compassionata?
CAR.                 Io di voi avrò sempre tutta la compassione.

MAR.                Eh, vi vorrebbe altro che tal consolazione!

No, no, meglio è troncare, pria che s’avanzi più:

A tal risoluzione consigliami anche tu.
CAR.                 Sì, fate ben, signora; alfine è forestiere.

Lo zio di maritarvi non mostra aver piacere;

Scacciate sulle prime questa passion dal seno.
MAR.                Ah Carolina mia, solo in pensarvi io peno.

CAR.                 Fate forza a voi stessa; il mal non è avanzato.

MAR.                Par ch’egli mi ami, e dicami che ho un cuor barbaro, ingrato.

CAR.                 Sfuggite di vederlo.

MAR.                                               Piacemi il di lui ciglio.

CAR.                 Dunque perché badate a chiedermi consiglio?

MAR.                Vorrei una ragione, che mi obbligasse a farlo.

CAR.                 Sia la ragione il zio; sfuggite d’irritarlo.


MAR.

Non è mio padre alfine.

CAR.

Ma seco lui vivete.

MAR.

Non è ragion che basti.

CAR.

Fate quel che volete.

MAR.

Non t’irritar; ti prego di non abbandonarmi.

CAR.

Vedo, conosco, intendo, ch’è vano il faticarmi.

Vi piace; compatisco l’inclinazion, l’età.

Non so che dire; amatelo. Sarà quel che sarà.

MAR.

Sarà quel che sarà? Che può accader di male?

Povera me! l’onore ad ogni amor prevale;

Se l’amar è delitto ancor con innocenza,

Giuro mai più vederlo. Non s’ha d’amar? pazienza.

CAR.

Cara la mia padrona, con tali sentimenti

Non dubitate mai, che il ciel non vi contenti.

Se il cielo per isposo a voi l’ha destinato,

L’avrete in qualche modo da noi non figurato.

MAR.

Cara, tu mi consoli.

CAR.

Dal fondo del giardino

Han preso a questa volta le giovani il cammino.

MAR.

Zitto, per carità.

CAR.

Signora mia, non parlo.

MAR.

Questo pensier malnato non dovea coltivarlo.

SCENA SECONDA

Madama Elisabetta, madama Federica, madama Giuseppina dal fondo della scena, e le

suddette.

ELI.                   Avete un bel giardino. (a madama Marianna)

MAR.                                                   Sempre ai vostri comandi.

FED.                 Bisogna che una grazia, madama, io vi domandi.

Veduto ho degli anemoli, che credo americani;

Ne gradirei la pianta.
MAR.                                                 Sì l’avrete domani.

GIU.                  Madama, che erba è quella, che se toccar si arriva,

Sembra che si ritiri?
MAR.                                                 È l’erba sensitiva.

Al tatto delle mani resiste per natura.
GIU.                  Voglio toccarla, e fugge. Davvero ebbi paura.

ELI.                   Certo, l’agricoltura è uno studio bellissimo.

In casa mia, il sapete, ho un giardin picciolissimo;

Pur vi è un poco di tutto: lasciato il mio lavoro,

Prendo nell’ore fresche dolcissimo ristoro.
CAR.                 Ed al paese mio... No, non vo’ dir niente...

Vanno sulla finestra a saettar la gente.

Dir mal della sua patria non istà ben, l’accordo;

Ma spiaccionmi quegli usi, quando me li ricordo.
GIU.                  Madama, in quel recinto chiuso da’ ferri intorno,

Di piante sconosciute e di alberetti adorno,


Scusatemi di grazia, che c’è? (a madama Marianna)
MAR.                                                             Vel dirò io:

Quello è il giardin dei semplici, lo studio di mio zio.

Dentro vi son dell’erbe, che hanno di gran virtù;

Ma ancor di velenose.
GIU.                                                     Oh, non ci guardo più.

MAR.                (L’amico ove sarà?) (piano a Carolina)

CAR.                                               (Chi lo sa, poverino!)

MAR.                (Digli che si diverta, che venga nel giardino).

CAR.                 (Glielo dirò, signora; ma poi cosa sarà?)

MAR.                (Ma via, non tormentarmi).

CAR.                                                           (Zitto, zitto, verrà). (parte)

ELI.                   Madama, che si fa? Oggi non si lavora? (a madama Marianna)

MAR.                Possiamo divertirci.

ELI.                                                    È troppo presto ancora.

Star tutto il giorno in ozio sapete ch’io non amo.

Darò, se il permettete, due punti al mio ricamo.

Andiam, che il lavorare mi riuscirà più grato:

Andiam tutte a sedere d’intorno al pergolato.
FED.                 Anch’io un paio di giri farò ne miei calzetti.

GIU.                  Vi terrò compagnia; farò quattro gruppetti.

MAR.                Servitevi, madame: casa mia è casa vostra;

Questa è la prima legge dell’amicizia nostra.
ELI.                   Mi ricorderò sempre quel detto di mia madre:

Figliuole lavorate che le ore sono ladre.

Rubano il tempo a noi per darlo a chi succede;

E il tempo che han rubato, mai più non si rivede.

Volete risarcirvi del furto che vi fanno?

Servitevi di loro, e lor vi pagheranno. (parte)
FED.                 A proposito, anch’io vo’ raccontar la mia;

Come la so, la dico, bella o brutta che sia.

Un uomo grossolano, di quei del mondo antico,

Ch’era per sua natura del lavorar nemico,

Diceva da se stesso: i tempi sono tre;

Uno di questi tempi ha da bastar per me.

Il passato nol trovo, il presente nol curo,

A lavorar vi è tempo aspetterò il futuro.

E tanto lo ha aspettato, che alfin per benemerito

Morì senza il futuro, e gli restò il preterito (parte)
MAR.                Spiritosa davvero. E voi non dite nulla?

GIU.                  La balia mi diceva, quand’era più fanciulla:

Han quelle che lavorano una camiscia sola;

Quelle che non lavorano, ne han due, la mia figliuola.

Parea che mi dicesse: dunque non lavorate;

Ma poi come il proverbio spiegavami, ascoltate.

Vi eran, dicea, due donne: una continuamente

A lavorar vedevasi, l’altra quasi niente.

Quella che due ne aveva, diceva: ho da mutarmi;

Non voglio lavorare, non voglio affaticarmi.

L’altra non avea tempo di farsene di più,

Lavorando per altri. E all’ultimo, che fu?


Quella che ha lavorato, provvista si ravvisa, E l’altra, poverina, restò come Marfisa. (parte)

SCENA TERZA

Madama Marianna sola.

MAR.                Novellette graziose, da rallegrare in vero

Chi altro non avesse per ora nel pensiero. Oh che novella vaga potrei narrare anch’io, Se lecito mi fosse parlar del caso mio! Arriva un forastiere, racconta i mali sui, Ed io per compassione vo a star peggio di lui. Parmi ancora impossibile e pur ella è così. Mio zio? non è mai solito in quest’ora esser qui. (osservando alla scena)

SCENA QUARTA Monsieur Bainer e detta.

BAI.

Nipote, ho ben piacere di ritrovarvi sola.

MAR.

Avete a comandarmi?

BAI.

Vo’ dirvi una parola.

MAR.

Eccomi ad ascoltarvi.

BAI.

Udito esser non voglio. (osserva d’intorno)

Prima che altro vi dica, leggete questo foglio.

MAR.

Donde viene, signore?

BAI.

Non lo so ben; mel diede

Un forestier poc’anzi. Nome in lui non si vede.

Monsieur Guden sospetto autor di queste note;

il ver dal vostro labbro voglio saper, nipote;

Ché non sarebbe un uomo sì sciocco e sì balordo,

Di scrivere in tal guisa senza essere d’accordo.

MAR.

(Mi trema il cor). Leggiamo. Mi par che sia firmato:

«Il vostro più fedele, più docile ammalato». (legge in fondo alla lettera)

BAI.

D’aversi rassegnato un merito si fa.

Or veggo a cosa tende la sua docilità.

MAR.

«Amico, stupirete nel leggere il mio foglio,

In cui tutto l’arcano manifestarvi io voglio.

La malattia ch’io soffro, non vien da rio vapore,

Ma quella che mi opprime, è passion d’amore.

Non vi ho manifestato finor le fiamme ignote:

La cagion del mio male è sol vostra nipote».

BAI.

E note alla nipote saran sue fiamme ardite.

MAR.

Qui non si sa chi parli.

BAI.

A leggere seguite

MAR.

«E il fato, che non opera sue stravaganze invano,


Sol per lei mi ha condotto in Leiden da lontano».
BAI.                  Vi par or di capirlo? Lo stil vi è sconosciuto

Di un che di Polonia è in Olanda venuto?
MAR.                (Guden sì poco saggio?) (da sé)

BAI.                                                          Seguitate, madama

MAR.                «Conseguirla in isposa è l’unica mia brama.

Da voi per questa via spero esser risanato.

Il vostro più fedele, più docile ammalato».
BAI.                  Temerario! il suo male confessa essere amore,

E vuol ch’io gli risani la malattia del cuore?

Tutte le circostanze di questo foglio ardito (riprende il foglio)

Mostrano che da Guden stato sia concepito;

Ma potria darsi ancora ch’io m’ingannassi, e spero

Dalla nipote onesta di rilevar s’è vero.

Parlatemi sincera, col più onorato impegno:

D’amarvi monsieur Guden v’ha mai dato alcun segno?
MAR.                Signor, mi conoscete. Capace di morire

Sarei tacendo ancora, ma non mai di mentire.

Guden cogli occhi suoi, con qualche oscuro detto,

Conoscere mi fece, che ha per me dell’affetto;

Però sì contenuto, sì saggio ei fu finora,

Che autor di questo foglio non so tenerlo ancora.
BAI.                  Dubbio rimasi anch’io, leggendo il foglio ardito.

Ma quel che confessate, m’accerta e mi ha chiarito

Di questa carta audace dove cercar l’autore,

Se in lui le prove avete del contumace amore?

Eccolo il forestiere, ch’è di lontan venuto

Col pretesto di chiedere dal mio sapere aiuto:

Ecco l’ipocondriaco, afflitto, delirante,

Scoperto da se stesso della nipote amante.

Ma no, in sì breve tempo amante esser non puote;

Quel che di voi l’accende, è l’amor della dote;

E conoscendo il vile l’avidità del core,

Spiegasi con un foglio, celando il suo rossore.

perfida gente, indegna! animi scellerati,

Che tendono le insidie agli uomini onorati!

Dell’oro e dell’argento avidità rapace,

Che insegna al cuor degli empi ad essere mendace!

Dei rapitori indegni alla proterva cura,

Non è salva innocenza, non è virtù sicura;

Per ottener quel frutto, che gli avidi diletta,

Calpestasi la fede, l’onor non si rispetta.

L’onestà, l’amicizia, le sacre leggi anch’esse

Sagrificate all’idolo fatal dell’interesse;

Perfida gente, ingrata, dove da voi m’ascondo?

Tutte le vie son piene, tutto n’è pieno il mondo.
MAR.                Signore, il vostro sdegno non è fuor di ragione;

E peno in me medesima trovando la cagione.

Se vi obbedii finora...
BAI.                                                     Madama, il vostro cuore

Come toccar s’intese ai segni dell’amore?


MAR.                Ho l’onestà per guida.

BAI.                                                     Lo so; ma internamente

Li sprezzò? Li ha graditi? Ditelo prontamente.
MAR.                Pria morir, che mentire. Signor, confesso il vero:

L’amo, ma lui nol seppe, e non saprallo, io spero;

Né voi giunto sareste a penetrar giammai,

Senza quel foglio indegno, quel che tacer giurai.
BAI.                  Figlia, si spera invano celar sott’altro velo

Le passioni malnate, che le discopre il cielo.

Ingannar ci possiamo fra noi nati agli errori:

Occhio lassù ci vede, ch’è scrutator de’ cuori;

E chi arrossisce al mondo svelar gli affetti rei,

Paventi, ed arrossisca degli occhi degli Dei.

Queste massime vere stampatevi nel core;

Deve appagar noi stessi il zelo dell’onore.

Sappia, non sappia il mondo quel che si cela in petto,

Sempre virtù si perde per un indegno affetto.
MAR.                Ah signor, se vedeste qual pentimento ho in seno!

BAI.                  Ecco l’indegno. Andate.

MAR.                                                      Vo’ superarmi, e peno. (parte)

SCENA QUINTA Monsieur Bainer, poi monsieur Guden.

BAI.                  So che Marianna è saggia; l’umanità perdono;

Ma il mio dover mi rende sì rigido qual sono.

Massima nostra, e vera, ch’io trascurar non oso:

Fa la piaga insanabile il medico pietoso.
GUD.                (Al mio venir madama parte con ciglio mesto.

Il cuor mi presagisce qualche destin funesto). (da sé)
BAI.                  Favorite, avanzatevi.

GUD.                                                 Certo, signore, io vedo

Che di Leiden il clima mi giova assai.
BAI.                                                                               Vi credo.

Ma di quest’aria nostra l’inclinazion migliore

È di produrre al mondo degli uomini d’onore.
GUD.                Signor, gli uomini onesti sotto ogni ciel fioriscono.

BAI.                  Ma l’onor della patria gli uomini rei mentiscono.

GUD.                Perché a me tal discorso?

BAI.                                                          Perché il mio dir vi mostri

A render più giustizia ai cittadini vostri.
GUD.                Posso pel mondo errante portar sventure e guai,

Ma l’onor della patria non tradirò giammai;

E voi che mi offendete, signor, senza ragione,

Pensate all’onor mio di dar soddisfazione.
BAI.                  Senza ragion vi offendo? Permette l’onestà

Che uno stranier si abusi della ospitalità?
GUD.                S’ha da punir per tutto sì temerario eccesso.


BAI.                  La verità vi porta a condannar voi stesso.

GUD.                Io, signor?

BAI.                                  Sì, non giovan d’amor vani pretesti,

Non soglion con inganno oprar gli uomini onesti.

Se in Leiden vi condusse l’amore, o l’interesse,

A cercar mia nipote nelle mie soglie istesse,

Potea l’uomo onorato chiederla a un uom d’onore;

Non, malattie fingendo, nascondere l’amore...
GUD.                Signor... (volendo parlare)

BAI.                                Per guadagnare il cuor della fanciulla.

Ma ciò, dov’io comando, non contisi per nulla.
GUD.                Signor... (come sopra)

BAI.                                Se me ne offendo, solo di voi lagnatevi;

Bainer è un uomo onesto...
GUD.                                                             Signor... (come sopra, ma più forte)

BAI.                                                                             Giustificatevi.

GUD.                Prendete questi fogli.

BAI.                                                   Che ne ho da far?

GUD.                                                                             Prendete. (fa che prenda le carte)

Se desio d’arricchirmi qui mi guidò, vedrete.

Solo di mia famiglia, noto alla mia nazione,

Lettere porto meco pel valor d’un milione.

Sia infermità di spirito, sia mal fisico, o vero,

Venni a trovar del mondo il medico primiero.

Per compassion, per uso, docile m’accoglieste;

Gradii del vostro cuore l’esibizioni oneste.

Cercai sol divertirmi, seguendo il buon consiglio;

Ma oimè, nel mio rimedio ritrovo il mio periglio.

Di madama Marianna trovai nel vago aspetto

L’effigie di colei che un dì m’accese il petto.

Sì, lo confesso, amico, sia debolezza usata,

Sia cognizion del merito, vostra nipote ho amata.

Sperai di possederla non mi credendo indegno,

Formai dentro a me stesso di chiederla il disegno;

Ma inteso che lo zio resiste a collocarla,

Tacqui la fiamma in petto, risolsi abbandonarla.

A lei non dissi un motto, nol dissi ad uom del mondo;

Or, che ciò si traspir, mi duole, e mi confondo.

Gli occhi se han, mio malgrado, le fiamme mie svelate,

Se favellai tacendo, deh, signor, perdonate.
BAI.                  Gli occhi potran dir poco, se quasi con orgoglio,

Voi non vi foste indotto spiegarvi in questo foglio.
GUD.                Io? Qual foglio, signore?

BAI.                                                          Come! di vostra mano

Forse non è vergato? (dandogli la lettera)
GUD.                                                 Render mi ponno insano (dopo aver osservato la lettera)

I mali ch’io sopporto, fino ad un certo segno,

Non mai a farmi scrivere simile foglio indegno.

Giuro sull’onor mio, la carta io non distesi:

È noto il mio carattere ai mercanti olandesi.

Una impostura è questa, che voi mal conoscete;


E di me sospettando, signor, voi mi offendete.
BAI.                  (Son confuso). Chi dunque l’indegna carta estese?

Favorite, signore. (riprende la lettera) (Che mai fosse il Marchese?

Ho lettere di lui, che si pon confrontare.

Ah, se ciò è ver, costui è pazzo da legare).
GUD.                Siete ancor persuaso?

BAI.                                                     Sì, vi credo, signore,

Ma fu da un accidente scoperto il vostro amore.
GUD.                Non so che dire, il fato vuol che infelice io sia;

Se disvelato ho il cuore, non è per colpa mia.

Bastami che sappiate, che io mentir non soglio,

Che son uomo onorato, da voi altro non voglio.
BAI.                  Se da un falso sospetto, signor, tradito io sono,

So che vi offesi a torto, e chiedovi perdono.
GUD.                Basta così.

BAI.                                  No, amico, se a voi basta sì poco,

A me bastar non deve. Siam soli in questo loco.

Le luci di Marianna vi sembrano leggiadre?

Lasciate ch’io vi parli qual parlerebbe un padre.
GUD.                Signor, a questa volta gente venir io vedo. (guardando la scena)

BAI.                  Indiscreti! A quest’ora? (come sopra)

GUD.                                                      (Pavento il mio congedo). (da sé)

SCENA SESTA

Monsieur Mann, monsieur Lass, monsieur Taus, monsieur Paff e detti. Vengono tutti quattro a due a due colla solita serietà, e salutano senza parlare.

BAI.                  Amici, compatite se ora non son con voi.

Abbiamo un interesse da consumar fra noi.

Là sotto il pergolato vi son delle figliuole:

Siete persone oneste, godran di non star sole.
LASS                Bainer, ho gran bisogno di voi.

BAI.                                                                   Per qual ragione?

LASS                Nel mio paralogismo evvi una sproporzione.

Del circolo trovata avrei la quadratura;

Un sol punto vi resta a compier la figura.

Lo cerco e lo ricerco, e ancor non lo trovai.
BAI.                  Nessun l’ha ancor trovato; nol troverete mai.

LASS                Osservate, vi prego, se i miei lavor son strani. (mette fuori un gran foglio pieno di

figure)
BAI.                  Monsieur Lass, non ho tempo; lo vederem domani.

LASS                (Lo guardi o non lo guardi, alfin poco mi affanna;

Vorrei trovar il tempo di chiedergli Marianna). (da sé; si parte verso il fondo della

scena)
TAUS                Una parola sola. Aggiungo alla scoperta

Del flusso e del riflusso una ragion più certa.

Il mar ogni sei ore cresce e cala ogni dì,

Perché, quando fu fatto, fu creato così. (parte seriamente)


BAI.

Questa in certe questioni è la ragion più sana:

È limitato il corso della scienza umana.

PAFF

Io son chi sono.

BAI.

È vero.

PAFF

Testa ho quadrata.

BAI.

Il so.

Lo divideste il punto?

PAFF

No, lo dividerò. (parte con gravità)

BAI.

Che ne dite? (a monsieur Guden)

GUD.

M’annoiano.

BAI.

Lasciateci per ora. (a monsieur Mann)

MANN

Ha quel gran male intorno, e non è morto ancora? (verso monsieur Guden)

BAI.

È vivo.

MANN

Morirà. (parte seriosamente)

GUD.

Costui mi vuol sentire. (verso monsieur Bainer)

BAI.

Il mal come vi tratta?

GUD.

Non so, non saprei dire.

Fuori di me medesimo l’orgasmo ora mi tiene,

Non mi tormenta il male, ma non conosco il bene.

BAI.

Se ascoltandolo meno voi non sentite il male

Segno è che non è fisico, ma soltanto ideale.

Venghiamo a noi: lasciate che termini il mio detto,

E che vi parli al cuore col più sincero affetto...

SCENA SETTIMA

Petizz e detti.

PET.                  Signor

BAI.                              Che tolleranza! par lo facciano apposta.

Che vuoi?
PET.                                   Manda il Marchese a prender la risposta.

BAI.                  Digli che la risposta gliela riserbo a bocca.

PET.                  E dice un’altra cosa

BAI.                                                 Che sofferir mi tocca!

Finiscila una volta.
PET.                                                 Vi prega a capo chino

Che gli date licenza di bere un po’ di vino.
BAI.                  Beva, che bever possa l’ultima sua malora.

Vattene, e non tornare; non vo nessun per ora.
PET.                  (Parte)

GUD.                Signor, voi v’irritate.

BAI.                                                   Amico, l’irascibile

Frenar nei primi moti talor non è possibile.

Ma presto la ragione rischiara l’intelletto,

E passa dalla mente in un momento al petto.

Onde dell’ira ad onta, passion mia dominante,

Coll’uso di ragione mi calmo in un istante.

Ciò però non crediate costi poca fatica;


È duro il soggiogare una passion nemica.

Usai per lungo tempo a impormi da me stesso

Una sensibil pena in ogni caldo eccesso.

Talor mordeami un dito per punir l’impazienza;

Durandomi la collera usava un’astinenza.

Alfine a poco a poco sono arrivato a segno,

Che mai più d’un minuto non dura in me lo sdegno.

Ma tornano i seccanti filosofastri insani;

Non vorrei mi obbligassero a mordermi le mani.

Andiam. Le mie intenzioni desio di farvi note;

Ma colà sospirando passeggia la nipote.

Due parole le dico, poi nello studio mio

Meco a parlar vi aspetto. Non vi affliggete. Addio. (parte abbracciandolo un poco,

con amicizia)

SCENA OTTAVA Monsieur Guden solo.

GUD.                Piena ho l’alma di dubbi, temo in un punto, e spero;

Bainer mi compatisce, più non mi parla altero. Chi sa? ma il lusingarmi cosa è fuor di ragione. Se trattami cortese, mosso è da altra cagione. Onesto è per natura; sa che m’offese a torto, E di ottimi consigli preparami il conforto.

SCENA NONA

Monsieur Lass con madama Elisabetta, monsieur Taus con madama Federica, monsieur Mann e monsieur Paff con madama Giuseppina passeggiando il giardino, tenendo le donne la mano sul

braccio degli uomini; e il suddetto.

GUD.                Cari quegli amorini delle Veneri a lato!

LASS                (Mostrando a madama Elisabetta il foglio colle figure del circolo)

Vedete? Ecco le prove del circolo quadrato.

Deve la linea B condursi al punto C,

E quella B e C infino al centro D;

E poscia intersecando dall’H infino all’I. (camminando)
ELI.                   Signor, non me n’intendo. Per or basta così.

LASS                Per via di quel triangolo si va alla quadratura.

ELI.                   Con vostra buona grazia, quest’è una seccatura. (partono)

TAUS                Il flusso ed il riflusso provien, signora sì,

Dal moto della luna. (camminando)
FED.                                                  Dunque, quand’è così, (come sopra)

Essendo un po’ lunatico, voi, monsieur Taus, potete

Far crescere e calare il mar quando volete. (partono)
PAFF                Il punto indivisibile siete voi, madamina.


MANN              Vedete quel Polacco? è un morto che cammina. (partono)

GUD.                Che impertinenza è questa? Voglia mi viene, affé,

Di far quell’insensato morir prima di me.

Ma no, Bainer m’insegna di usar la sofferenza.

Andiam nel di lui studio a udir la mia sentenza.

Due volte a lui guidato mi avrà tremante in core,

Una il timore antico, l’altra il novello amore.

La malattia di spirito ho, sua mercé, corretta;

La malattia del cuore or la salute aspetta.

Se bastaro alla prima del zio mediche note,

È necessaria a questa la man della nipote. (parte)


ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Camera di monsieur Baines con sedie.

Monsieur Bainer, poi monsieur Guden.

BAI.                  (Solo, passeggiando senza dir niente)

GUD.                Eccomi a voi, signore.

BAI.                                                     Monsier Guden, sedete.

Io sono un uomo onesto, un onest’uom voi siete. Chiaro fra noi si parli, e non ci aduli in cuore Né timor, né rispetto, né un sconsigliato amore. Un evento impensato, opra di stolta mano, Vi obbliga non volendo ad isvelar l’arcano, Vi discoprite amante della nipote, è vero; Ma qual ragion può farmi creder l’amor sincero? Quando s’intese mai, che un divenisse amante Di femmina in un giorno, e quasi in un istante? Aspetto verisimile l’evento in sé non tiene; Non si perdonerebbe tal caso in sulle scene. Temo a ragion che abbiate detto d’amar per gioco. Ed or sol dell’impegno sia conseguenza il foco. Marianna or non vi sente; sinceritade io bramo. L’amate, o non l’amate?

GUD.                                                      Sì, vi rispondo, io l’amo.

Strano sembra a me stesso, in così brievi giri, Per lei mandar dal petto le fiamme ed i sospiri. Non so che dir, lasciamo di simpatia i portenti, Che son d’un vero amore difficili argomenti; Lasciam della bellezza, della virtude il dono, Adulazion sospetta, di cui nemico io sono; E più d’ogni suo pregio, dote lasciam da parte, Che arrossirei pensando di arricchir con tal arte. Quel che di lei m’accese, vo’ giudicar più tosto A compatirmi afflitto un animo disposto; Piacer d’essere insieme d’amabile persona, Trovarla, in giovinezza, saggia, discreta e buona; E più di tutto io credo trovare in lei dipinta L’immagine vezzosa della mia bella estinta. Presto si fa scherzando a compiacersi un poco, Da una scintilla ancora presto si accende un foco. Quando è sincero il cuore, quando la fiamma è onesta, Fuor d’un legame eterno altro sperar non resta; E se al desio rassembra non discordar chi s’ama, Cresce la speme, e il cuore accelera la brama. Gli ostacoli ancor essi forza aggiungono a forza, E presto amor piacevole a sospirar ci sforza.


Ecco, signor, qual penso fatta la mia catena,

Soggetta ad una critica fors’anco in sulla scena.

Ma solo il verisimile poeta ha nel pensiero,

E pien di casi è il mondo, ed il mio caso è vero.
BAI.                  Sempre più vi ravviso giovine saggio, in cui

Filosofia si vede, che sparsi ha i lumi sui.

Voi la nipote amate, vi ama ella pur, lo veggio;

Ad un amor reciproco io che risponder deggio?

Uditemi: bambina venne Marianna meco;

Son da venti e più anni avvezzo a viver seco.

Ella è l’unico bene, che mi sia caro al mondo;

Con lei ha da vedermi, chi mi desia giocondo.

Moglie non presi ad onta di tanti amici miei,

Per l’unico piacere di vivere con lei,

Temendo che una zia superba, stravagante,

Non amasse Marianna quant’io le sono amante.

Ora voi la chiedete, la chiede un uom ch’io stimo,

Giovine saggio, onesto, e di ricchezze opimo.

Veggo che, a voi negandola, tolgo a lei sua fortuna,

E fuor dell’amor mio, non vi è ragione alcuna.

Ma! voi che amor sentite, lungi però dal mio,

Perderla non vorreste, e perderla degg’io?

Da lei, che per tanti anni godei mirarmi appresso,

Dunque dovrei per sempre allontanarmi adesso?

Nel settentrione algente andrà la mia Marianna?

So che il negarlo è ingiusto, ma un tal pensier mi affanna.
GUD.                Signor, entro in voi stesso, e apprendo il duol sì fiero,

Che il cuore in sul momento risvegliami un pensiero.

Solo di mia famiglia, non ho chi mi comanda:

I beni di Polonia tradur posso in Olanda.

Sotto la scorta vostra, sotto il vostro consiglio,

Ecco, se nol sdegnate, ecco, signore, un figlio.
BAI.                  Ah sì, vostra è Marianna a questa legge, il giuro. (si alzano)

GUD.                L’amor suo, l’amor vostro: bene maggior non curo.

SCENA SECONDA

Petizz e detti.

PET.                  È lecito, signore, di farvi un’imbasciata? (a monsieur Bainer)

BAI.                  Che vuoi? dell’imbasciate è questa la giornata.

PET.                  Monsieur Lass, che desidera parlarvi con premura.

BAI.                  Verrà per istuccarmi colla sua quadratura.

Ma ricusai poc’anzi d’udir le sue parole:

Non vo’ parer superbo; venga pur quanto vuole.
PET.                  (Parte)

GUD.                Andrò dai negozianti d’Olanda principali,

Sopra di cui son tratte le lettere cambiali.

Si prenderà opportuna da lor la direzione,


Per trasportare in Leiden mia mercantil ragione.

Seco lor tratterete e chiaro si vedrà,

Se Guden vi ha parlato finor con verità.
BAI.                  Prova non ha bisogno maggior la vostra fede.

Bainer è amico vostro, e vi conosce, e crede

Deesi avvisar la sposa.
GUD.                                                      Fatelo voi, signore.

Dirglielo a me non lice, e poi non avrei core.

Dubiterei ancora, ch’essa dicesse un no.

E se un sì mi risponde, quel che farei non so.

Conosco del mio cuore l’usata debolezza:

Potrei su quel momento svenir per allegrezza.

Solo in pensarvi, io sento che mi circonda un foco...

Ritornerò, signore, ritornerò fra poco. (parte)

SCENA TERZA Monsieur Bainer, poi monsieur Lass.

BAI.                  Ecco, per un sentiero sì strano e mal previsto,

Ecco fatto in tal giorno il più felice acquisto. Dell’amor, con cui soglio per altri interessarmi, Ecco che il ciel pietoso desia ricompensarmi: Non perdo la nipote, contenta ella si vede, Acquistomi un amico, acquistomi un erede. Vogliano i Dei pietosi, che pria ch’io chiuda il ciglio, Vegga della nipote bamboleggiare un figlio!

LASS                Bainer.

BAI.                              E bene, amico, compiste il bel disegno?

LASS                Ho abbandonato il circolo; sono in un altro impegno.

BAI.                  Qualche scoperta nuova?

LASS                                                        Novissima scoperta,

Del circolo quadrato più facile e più certa.

BAI.                  Or da lungo discorso vi prego dispensarmi.

LASS                Vel dico in due parole: risolto ho maritarmi.

BAI.                  Oh monsieur Lass amabile, quest’è ben altra cosa.

Che consumar nei circoli la mente rugginosa. Bravo, me ne consolo.

LASS                                                      Dissi finora il meno.

Ho bisogno di voi.

BAI.                                                 Disponetene appieno.

LASS                Ho fissato l’oggetto.

BAI.                                                   E chi è? saper si puote?

LASS                Vel dico in confidenza. Questa è vostra nipote.

BAI.                  Voi mi onorate troppo.

LASS                                                      Pensato ho fra di me,

Che partito più proprio al caso mio non c’è. Filosofi noi siamo, siam tutti due sapienti: Amici siamo, è giusto che diveniam parenti.


Da tale unione il mondo potrà sperare assai;

Virtù passando ai figli, non finirà giammai.

In grazia dello zio, sposar vo’ la nipote.
BAI.                  Siete ben generoso.

LASS                                               Quanto averà di dote?

BAI.                  (Ecco l’idea primaria della filosofia). (da sé)

Il bene ch’io posseggo, frutto è dell’arte mia.

Privarmene non voglio. Marianna è mia parente,

Ma è povera, e di dote non le vo’ dar niente.

Però, se il di lei volto vi piace e v’innamora...
LASS                No, non corriamo in fretta; non ho risolto ancora.

BAI.                  Quando risolverete?

LASS                                                 Quando perfezionato

Averò il mio progetto del circolo quadrato.

Ecco le prime prove. (spiega il foglio) Vedete, e giudicate...

Se le proposizioni son certe e ben fondate.
BAI.                  Vedo di gran figure.

LASS                                                 Costanmi gran fatica.

BAI.                  A Marianna volete che l’amor vostro io dica?

LASS                Se sperar si potesse...

BAI.                                                     Se non ha dote, è bella.

LASS                Vedete quella linea dell’altra paralella?

BAI.                  Amico, io vedo tutto, vedo l’operazione

Del circolo a che tende, conosco l’intenzione.

Figuriam questo punto di monsieur Lass il core,

Figuriamo quest’altro di Marianna l’amore.

La linea tende al centro, ch’è il bel della nipote:

Ma ne impedisce il corso mancanza della dote;

Io potrei veramente formar giusto triangolo,

Ma vo’ di tal figura restar fuori d’ogni angolo;

Onde piegate pure il foglio ed il progetto,

Voi vi formaste in mente un circolo imperfetto.
LASS                (Lo guarda, piega il foglio, lo saluta, e parte)

SCENA QUARTA Monsieur Bainer, poi madama Marianna.

BAI.                  Ecco gl’insidiatori dei splendidi contanti:

Ecco gl’interessati filosofi ignoranti.

È ben che a maritarla con mio piacer sia giunto.

Termineran le insidie. Ecco Marianna appunto.
MAR.                Signor, voi mi diceste, che essendo sol, venissi;

Eccomi ai cenni vostri.
BAI.                                                        Sì, Marïanna, il dissi;

E a tempo a me venite. Spiegò la fiamma ascosa

Monsieur Guden alfine, e vi desia in isposa.

Giovane, e d’alti fregi, ricco, prudente e saggio,

Par che a noi l’abbia scorto di provvidenza un raggio.


Voi l’amate?
MAR.                                     Sì certo, l’amo, signor, nol nego.

Questa mia fiamma onesta di compatir vi prego.

So che mi amate, e vedo che tenerezza umana

Caro farà costarvi vedermi andar lontana.

Ciò costerà a me pure fiero dolor di morte,

Ma superarsi è forza, e cedere alla sorte.
BAI.                  Ah ingrata! avreste cuore di abbandonar lo zio,

Dopo cotante prove del tenero amor mio?

Sino in Polonia andreste con il consorte allato,

Lasciandomi, crudele, dolente e sconsolato?

Questi è l’amor di figlia, onde l’amor pagate?

Anima sconoscente! oh donne, oh donne ingrate!
MAR.                Oimè! voi mi atterrite. Col vostro labbro istesso

Non foste voi, signore, che hammi d’amar concesso?

Che vi abbandoni e parta, voi la cagion non siete?
BAI.                  No, barbara nipote, di qua non partirete. (parte)

SCENA QUINTA

Madama Marianna sola.

MAR.                Come a un tratto il destino, misera! cambiò faccia?

Prima la vita mi offre, morte poi mi minaccia. Peno ancor io lasciando un zio grato amoroso; Ma troppo è dolce cambio la compagnia di sposo. Perché non maritarmi con altri a lui dappresso, Pria che dal forestiere fosse il mio spirto oppresso? Vuol condannarmi a vivere in uno stato amaro? Ah, il ben ch’egli a me fece, mi costa troppo caro. Prima bastar poteami il suo paterno amore, Altre fiamme ora nutro, altro desio nel core. Non partirete, ei disse? parla sì risoluto? Che barbaro comando! che barbaro tributo!

SCENA SESTA Carolina e detta.

CAR.                 Ah madama, davvero ne ho consolazione!

MAR.                Sì, consolati meco, che ne hai giusta ragione. (ironica)

CAR.                 Come! Non siete voi del forastier la sposa?

MAR.                Chi tel disse?

CAR.                                      Egli stesso. Carolina amorosa,

Dissemi giubbilante, da queste soglie andando: Consola la mia sposa, a te mi raccomando. Vengo per consolarvi


MAR.                                                   La sposa mia consola?

Senti, che frase è questa? che barbara parola?

Dovendo restar sola, misera, abbandonata,

A te si raccomanda, perch’io sia consolata.
CAR.                 Spropositi, signora; soggiunge, che in Olanda...

MAR.                Il zio per mia sfortuna, che barbaro comanda,

Dissemi in chiare note: Me abbandonar volete?

No, barbara nipote, di qui non partirete.
CAR.                 E bene; monsieur Guden dissemi presto presto:

Più in Polonia non torno, qui colla sposa resto.
MAR.                Possibil che sia vero?

CAR.                                                    Vero, ve l’assicuro.

MAR.                Ora del zio comprendo quel favellare oscuro.

Pietosissimo zio, caro fedel amante,

Oimè, che di dolcezza l’alma mia è delirante;

Sostienmi, Carolina, ahi mi par di morire.
CAR.                 Vengono le fanciulle; non vi fate sentire.

SCENA SETTIMA

Madama Elisabetta, madama Federica, madama Giuseppina e le suddette.

ELI.                   Ma voi ci abbandonate.

MAR.                                                      Scusatemi di grazia. (con agitazione)

FED.                 Siete molto agitata.

GIU.                                                Oimè! qualche disgrazia?

CAR.                 Ha avuto tal disgrazia per sua mala fortuna,

Che simile vorreste averne una per una.
MAR.                Via via, parliamo d’altro. Amiche, perdonate

Se troppo lungamente vi ho quasi abbandonate.

Un affar collo zio mi ha trattenuto qui.
CAR.                 È un affar, sì signore...voi lo saprete un dì.

ELI.                   Finor con quei filosofi siam state in compagnia,

Ma parlano di cose che fan melanconia.

Distinguere non sanno i tempi e le persone.

Cosa sappiamo noi d’influsso e proporzione?

Leggere qualche cosa, certo che non è male,

Di storia specialmente, di dogma e di morale;

Ma il studio delle donne, per me son persuasa,

Che prima debba essere l’economia di casa.
MAR.                Voi pensate benissimo.

FED.                                                       Vi pare poco impegno

Dirigere una casa? qui pur spicca l’ingegno.

Gli uomini le ricchezze pensano ad acquistarle,

E noi con buona regola pensiamo a conservarle.

E di una brava economa il picciolo sparagno,

In casa a capo all’anno produce un bel guadagno.
GIU.                  Intanto, s’io non fossi povera creatura,

Dovrebbon delle lettere pagar la copiatura;


E quello che risparmiamo, ch’è almen tre paoli al giorno,

Serve a lor per comprarmi quel che mi metto intorno.
CAR.                 Madama, è qui l’amico. (con allegrezza a madama Marianna, avendo osservato fra

le scene)
MAR.                                                      Oimè! vien egli innante?

ELI.                   Mi parete turbata. (a madama Marianna)

CAR.                                             Anzi è tutta brillante.

ELI.                   Il perché può sapersi? Se non è qualche arcano.

CAR.                 Cosa serve il non dirlo? già l’occultarlo è vano.

S’ha da saper fra poco. Madame, consolatevi,

Che la padrona è sposa.
ELI.                                                        Davvero?

CAR.                                                                       Assicuratevi.

ELI.                   Mi rallegro, madama.

FED.                                                     Anch’io provo piacere.

GIU.                  E chi sarà lo sposo?

CAR.                                                  Quel signor forastiere.

ELI.                   L’ammalato? (a madama Marianna)

MAR.                                     Sì, quello. (un poco ridente)

FED.                                                       Andrete al suo paese?

MAR.                No, per grazia del cielo, anch’ei si fa olandese.

CAR.                 Eccolo lì lo sposo. (accennando fra le scene)

ELI.                                               L’ora è tarda madama.

Tornare ai nostri tetti ora il dover ci chiama.

Per me grazie vi rendo alle finezze vostre.
MAR.                Madama, mi son note le costumanze nostre.

Lo so che conversare l’uso fra noi dispose

Le figlie colle figlie, le spose colle spose.

Però restar potete; sposa ancora non sono.
ELI.                   Deggio partir, madama, domandovi perdono:

Consolomi di nuovo del vostro gentil sposo:

Il ciel con lui vi doni la pace ed il riposo.

Finor fu da sorelle fra noi tenero affetto,

Qual figlia in avvenire vi amerò con rispetto.

So che per nozze acquista donna un grado maggiore;

Ma voi, cara Marianna, siete umile di core,

E so che mi amerete con amistà perfetta,

E so che sarò sempre la vostra Elisabetta. (parte)
MAR.                Che bel cor! (a Carolina)

CAR.                                    Fa da piangere. (a madama)

FED.                                                            Addio, diletta amica:

Il cielo vi consoli, il ciel vi benedica.

Credetemi, vel giuro, son dalla gioia oppressa;

Godo del vostro bene, qual farei per me stessa.

Fate il vostro dovere, amate il sposo vostro;

Ma deh, non vi scordate ancor dell’amor nostro. (parte)
GIU.                  Datemi un bacio almeno. Or che diverse siamo,

Chi sa, gioia mia cara, quando più ci vediamo?

Ma basta, da fanciulle fummo amiche fidate,

Chi sa che non lo siamo ancor... da maritate? (parte vergognandosi e correndo)


SCENA OTTAVA

Madama Marianna e Carolina.

MAR.

Parla il cor veramente.

CAR.

Oh quanto pagherei,

Che fossero a sentirle certi paesani miei,

Che dicon delle donne... So io quel che ragiono.

Vengano qui a vedere le donne cosa sono.

Vien il padron.

MAR.

Rammento, ch’egli mi disse ingrata.

Ebbe ragion di dirlo, e son mortificata.

CAR.

Ed è con lui lo sposo.

MAR.

Credimi, afflitta sono.

CAR.

Ma via, non vi affliggete; lo sapete ch’è buono.

SCENA NONA

Monsieur Bainer, monsieur Guden e dette. Poi monsieur Taus e monsieur Mann.

BAI.                  Ecco lo sposo vostro. (a madama Marianna, sostenuto)

MAR.                (Guarda l’uno e l’altro mortificata)

GUD.                                                 Madama, io vi ho sperata,

Vostro nel presentarmi, più lieta e consolata.

Oimè, pentita siete forse dell’amor mio?
MAR.                Alzar gli occhi non oso in faccia dello zio.

Tacciar di sconoscente m’intesi, e con ragione

E fa la mia vergogna la mia disperazione.
BAI.                  No, figlia, l’età vostra, l’amore io compatisco,

E il dolor che mostrate per cagion mia, gradisco.

Porgetevi la mano, si compia il matrimonio.

Signori, favorite servir di testimonio. (a monsieur Taus ed a monsieur Mann, quali

si avanzano)
GUD.                Ecco, diletta sposa, ecco la mano e il core.

MAR.                Ecco tutta me stessa.

CAR.                                                  Viva, viva l’amore.

TAUS                Madama, delle nozze l’ore son buone e amare,

Come il flusso e riflusso instabile del mare.

Prego il ciel che per voi, giovane bella e fresca,

Sia la gioia amorosa un mar che sempre cresca. (parte)
MANN              Madama, mi consolo. Ma guardatelo in cera;

Mi spiace, che sarete vedova innanzi sera. (parte)

SCENA ULTIMA


Monsieur Bainer, monsieur Guden, madama Marianna, Carolina, poi il marchese

Croccante.

MAR.                Oimè!

GUD.                          Sciocco, indiscreto! (in atto di seguitarlo sdegnato)

BAI.                                                          No, amico, rammentate

Di raffrenar la collera; e voi non ci badate. (a madama Marianna)

Quegli è un pazzo ostinato, medico per disgrazia.
MAR.                Mi fa morir lo stolto.

CAR.                                                  Medico malagrazia.

BAI.                  Alla cena si pensi, ché l’ora omai s’accosta.

CRO.                 Amico, son venuto a prender la risposta. (a monsieur Bainer)

BAI.                  Eccola qui, signore; ecco, mostrar vi voglio

L’esito fortunato, che ottenne il vostro foglio.

Voi chiedeste la sposa, io non sapea per cui:

Guden si è dichiarato, e l’ho sposata a lui.
CRO.                 Come! a me sì gran torto? Preferire un mercante

A un cavalier mio pari, marchese di Croccante?

Ed io, medico ingrato, contro del mio costume

Avrò per compiacervi quasi bevuto un fiume?

Basta così; lo giuro, non tien la mia parola,

Se passo a medicarmi sotto d’un’altra scuola.

Vo’ ber finché ne ho voglia, vo’ rinfrescarmi il petto,

Vo’ ber per ravvivarmi, vo’ ber a tuo dispetto.

E dopo aver bevuto quanto mi piace e pare,

Del torto che ricevo mi verrò a vendicare. (parte)
GUD.                Questi è quel pazzo adunque, che fu del foglio autore!

BAI.                  Dell’error mio cagione.

MAR.                                                      Oh fortunato errore!

GUD.                Spiacemi che ho sentito, ch’ei di furor s’accese.

BAI.                  I pazzi non si temono qui nel nostro paese.

Pensiamo a viver lieti. Giacché la sorte amica

Uniti ha i vostri cuori, il ciel vi benedica.

Centomila fiorini sarà la vostra dote; (a madama Marianna)

Vi accetto in casa mia per figlio e per nipote.

Vedervi in altro stato nella salute io godo;

Ecco quel ch’io vi dissi, chiodo discaccia il chiodo.

Il docile consiglio la mente ha persuasa,

Ma non credea che aveste a esercitarlo in casa.

Basta, ne son contento. Il ciel per strade ignote

Il zio rende felice, non men che la nipote;

E il vostro cuor se stesso a medicare apprese,

Colla ragion per guida, dal Medico Olandese.

Fine della Commedia

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