Il mercante di Venezia

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WILLIAM SHAKESPEARE

IL MERCANTE DI VENEZIA

Commedia in 5 atti

Traduzione e note di Goffredo Raponi

Titolo originale: “THE MERCHANT OF VENISE”


NOTE PRELIMINARI

1) Il testo inglese adottato per la traduzione è quello dell’edizione del prof. Peter Alexander (W. Shakespeare, The Complete Works, Collins, London & Glasgow, 1951-1960), con qualche variante suggerita da altri testi; in particolare si è tenuto presente, siccome più moderno e aggiornato, quello della più recente edizione dell’“Oxford Shakespeare” curata da G. Welles e G. Taylor per la Clarendon Press, New York, U.S.A., 1988-94, pagg. XLIX-1274; quest’ultima comprende anche “I due cugini” (“The Two Kinsmen”) che manca nell’Alexander.

2) Il traduttore ha aggiunto di sua iniziativa didascalie e indicazioni sceniche (“stage instructions”) laddove le ha ritenute opportune per la miglior comprensione dell’azione scenica alla lettura cui questa traduzione è espressamente ed essenzialmente ordinata ed intesa, il traduttore, nell’accingersi ad essa, essendo convinto della irrappresentabilità del teatro di Shakespeare sulle moderne ribalte.

Si è lasciata comunque invariata, all’inizio e alla fine di ogni scena, e all’entrata ed uscita dei personaggi nel corso della stessa scena, la rituale indicazione “Entra/ Entrano” (“Enter”) ed “Esce/ Escono”) (“Exit/ Exeunt”), anche laddove essa non indica movimenti di entrata/uscita, potendosi dare che il personaggio o i personaggi cui si riferisce si trovino già in scena all’inizio di questa, o vi restino alla sua chiusura.

3) Il metro è l’endecasillabo sciolto alternato da settenari; altro metro si è adottato per citazioni, canzoni, proverbi, cabalette ed altro, allorché, in accordo col testo, sia stato richiesto uno stacco nello stile.

4) I nomi dei personaggi sono resi, per quanto possibile, nella forma italiana.

5) Il traduttore riconosce di essersi avvalso - ed anche largamente in certi casi - di traduzioni precedenti dalle quali ha preso in prestito, oltre alla interpretazione di passi controversi, intere frasi e costrutti, dandone opportuno credito in nota.


PERSONAGGI

IL DOGE DI VENEZIA

IL PRINCIPE DEL MAROCCO

IL PRINCIPE D’ARAGONA

pretendenti di Porzia

ANTONIO

mercante di Venezia

BASSANIO

amico di Antonio, pretendente di Porzia

LEONARDO

suo servo

SOLANIO

SALERIO

GRAZIANO

amici di Antonio e Bassanio

LORENZO

innamorato di Gessica

SHYLOCK

ricco ebreo

TIBAL

ebreo, suo amico

LANCILLOTTO GOBBO

buffone al servizio di Shylock

GOBBO IL VECCHIO

padre di Lancillotto

BALDASSARRE

STEFANO

servitori di Porzia

PORZIA

ricca ereditiera

NERISSA

sua ancella

GESSICA

figlia di Shylock e innamorata di Lorenzo

Magnifici senatori della Repubblica veneta

Ufficiali della Corte di Giustizia

Un carceriere

Altri servi di Porzia

Altri domestici

SCENA: parte a Venezia, parte a Belmonte, dimora di Porzia.


ATTO PRIMO

SCENA I - Venezia, una calle.

Entrano ANTONIO, SALERIO e SOLANIO

ANTONIO -

La ragione per cui son così triste,

in verità, non so nemmeno dirla;

mi sento come oppresso internamente,

ed anche voi mi dite che lo siete;

ma da dove mi venga quest’umore,

dov’io l’abbia trovato,

come ci sia caduto, di che è fatto,

da che nasce, lo devo ancora apprendere;

m’intorpidisce a tal punto lo spirito

che stento a riconoscere me stesso.

SALERIO -

È che tu col pensiero

navighi avanti e indietro per l’oceano,

là dove le tue belle ragusine([1])

con le loro imponenti velature

a somiglianza di grandi signori

e impettiti borghesi sopra i flutti,

o di carri d’un gran corteo marino,([2])

riguardano dall’alto

con sufficienza i più modesti barchi

che fanno loro riverente ossequio

nel vederle sfilare velocissime

sull’ali delle ben tessute vele.

SOLANIO -

Credimi, amico, avessi anch’io davanti,

come te, una simile ventura,

la miglior parte delle mie passioni

navigherebbe con le mie speranze,

lontano; e starei lì ogni momento

a strappar dal terreno fili d’erba([3])

per veder da che parte spira il vento,

e a consultar su tutti i portolani

i moli, le gittate, gli ancoraggi;

e il pensiero di ogni circostanza

che mi potesse far temer pericolo

alle mie mercanzie,

mi renderebbe certamente triste.

SALERIO -

Per me, anche il mio fiato,

a soffiarlo per raffreddare il brodo,

mi soffierebbe la febbre terzana

se dovessi pensare a qual disastro

mi potrebbe produrre stando in mare

un vento troppo forte.

Non potrei veder scorrere la sabbia

d’una clessidra senza che il pensiero

mi trasportasse a secche e bassifondi,

e mi facesse vedere il mio “Andrea”

carico di preziosa mercanzia

andarsi ad incagliare nella sabbia,

gli alti suoi alberi tutti inclinati

ad altezza più bassa del suo bordo,

quasi a baciar la sua liquida tomba.

Se entrassi in una chiesa,

al vedere la pietra di che è fatto

comunemente quel sacro edificio,

come farei a non pensare subito

al pericolo di sporgenti rocce

che, toccando soltanto la fiancata

dell’agil mio vascello,

mandassero sull’acque sparpagliate,

tutte quante le spezie del suo carico,

rivestissero l’acque rumorose

delle mie sete, e facessero, insomma,

di tutto quello ch’era poco prima

una grande ricchezza, ora più nulla?

Come, farei, pensando a un tal pericolo,

a non pensare che se una tal cosa

mi capitasse, mi farebbe triste?

So perché Antonio è triste:

perch’egli pensa alle sue mercanzie.

ANTONIO -

No, no, credetemi: riguardo a questo,

posso ben ringraziare la mia sorte:

le mie merci non son tutte stivate

nel ventre d’una sola ragusina,

né tutte destinate ad un sol luogo,

né dipende l’intera mia sostanza

dalla buona fortuna di quest’anno.

Non è pertanto la mia mercanzia

a procurarmi questo triste umore.

SALERIO -

Vuol dire allora che sei innamorato.

ANTONIO -

Ma neanche per sogno!

SALERIO -

Manco quello?

Quand’è così, non ci resta da dire

che sei triste perché non sei allegro;

e sarebbe per te altrettanto facile

metterti a ridere ed a far capriole,

e dir d’essere allegro

semplicemente perché non sei triste.

Eh, per Giano Bifronte,

la natura di tipi stravaganti

ne ha fabbricati da che mondo è mondo:

c’è quello che trascorre tutto il tempo

ad ammiccare cogli occhi semichiusi

ed a ridere come un pappagallo

davanti a un suonatore di zampogna;([4])

altri son così acidi d’aspetto

da non mostrare i denti in un sorriso

manco se viene Nestore([5]) a giurare

che ad uno scherzo è d’obbligo sorridere.

Entrano BASSANIO, LORENZO e GRAZIANO

Ecco Bassanio, tuo nobile amico,

con Lorenzo e Graziano.

Ti lasciamo in migliore compagnia.

SALERIO -

Sarei rimasto ancora qui con te

per ridarti un tantino d’allegria,

se tuoi più degni amici

non m’avessero adesso preceduto.

ANTONIO -

Apprezzo molto questo tuo riguardo;

suppongo che gli affari ti reclamano,

e cogli l’occasione per andartene.

SALERIO -

Buongiorno a tutti, miei bravi signori!

BASSANIO -

Cari signori Salerio e Solanio,

quando vogliamo ritrovarci insieme

per farci due risate? Dite, quando?

Ci state diventando troppo estranei.

SALERIO -

Combineremo il nostro tempo libero

in modo che s’accordi con il vostro.

(Escono Salerio e Solanio)

LORENZO -

Bassanio, signor mio,

dal momento che hai incontrato Antonio,

Graziano ed io ti lasciamo con lui;

ma per l’ora di pranzo, te ne prego,

non ti scordare che siam aspettati

nel luogo dove sai.

BASSANIO -

Non mancherò.

GRAZIANO -

Signor Antonio, ma che brutta cera!

Ho paura che dài troppa importanza

alle cose del mondo;

chi se la prende troppo, a questo mondo,

poi lo perde. Ti trovo assai cambiato.

ANTONIO -

Graziano, il mondo io lo tengo in conto

solo per quel che è: un palcoscenico

sul quale ognuno recita la parte

che gli è assegnata. Quella mia è triste.

GRAZIANO -

Sia la mia parte quella del buffone,

allora, e siano il riso e l’allegria

a scavarmi le rughe dell’età;

e mi si scaldi il fegato col vino,

anziché farmisi il cuore di gelo

coi sospiri che struggono la vita.

Infatti, perché mai dovrebbe un uomo,

quando il sangue gli scorre caldo dentro,

restarsene seduto come il nonno

scolpito nella statua d’alabastro,

dormire quando vuol restare sveglio,

o farsi prendere dall’itterizia

a forza di campar di malumore?

Ascolta, Antonio, ch’io ti voglio bene

ed è l’amore che mi fa parlare:

al mondo c’è una specie d’individui

dal viso trasognato([6]) e intorbidito

come un’acqua stagnante,

e che s’atteggiano volutamente

a restarsene muti e imperturbabili

per acquistarsi fama di saggezza,

di serietà, di pensare profondo,

come dicessero: “Son io l’Oracolo,

e quando apro la bocca,

nessun cane s’azzardi ad abbaiare!”

Ne conosco di gente, Antonio mio,

che s’è acquistata fama di saggezza

solo col rimanere sempre zitta;

mentre se appena aprissero la bocca,

son certo che farebbero dannare

tutti gli orecchi che, nell’ascoltarli

non potrebbero che tacciar da stolidi

questi loro fratelli.

Ma di ciò, parleremo a miglior agio.

Tu non fare però, sul loro esempio,

di questa tua tristezza come l’amo

con cui pescar questo stupido ghiozzo,([7])

questo umor nero. Andiamo, buon Lorenzo.

(Ad Antonio)

Per ora ti saluto; dopo pranzo

ti finirò di dire il mio sermone.

LORENZO -

(c.s.)

Bene, all’ora di pranzo. Ti lasciamo.

In quanto alla mia parte,

è quella d’uno di quei grandi saggi

che stanno sempre muti,

perché Graziano non mi fa aprir bocca.

GRAZIANO -

Certo, se resti solo un paio d’anni

in compagnia con me, della tua voce

non riconoscerai nemmeno il suono.

ANTONIO -

Arrivederci dunque!

(A Graziano)

Vorrà dire

allora che per dare retta a te

mi farò chiacchierone.([8])

GRAZIANO -

Ed io, parola, te ne sarò grato;

perché il silenzio è solo cosa buona

su una lingua di bue affumicata

o sulla bocca d’una zitellona

che ormai non trova più chi se l’accatta.([9])

(Escono Graziano e Lorenzo)

ANTONIO -

Mi domando che senso ha tutto questo.

BASSANIO -

Graziano a snocciolar banalità

senza fine, parole senza senso,

a Venezia non teme concorrenza:

voler trovare un senso in quel che dice

sarebbe come voler rintracciare

due grani di frumento in un pagliaio:([10])

non basterebbe un’intera giornata,

e quando pur li avessi ritrovati

t’accorgeresti che sono un bel niente,

che non metteva conto di cercare.

ANTONIO -

Bene; ora dimmi chi è quella dama

della quale hai promesso di parlarmi,

oggi, giurandomi d’andar da lei

in segreto pellegrinaggio? Parla.

BASSANIO -

Antonio, tu non sei senza sapere

com’io abbia finora dato fondo

a tutto il mio, al fine di ostentare

in qualche modo un tenore di vita

che alla lunga le mie scarse risorse

più non m’han consentito di tenere.

Non ch’io voglia lagnarmi ora con te

di dover metter la parola “fine”

a un tal lussuoso e dispendioso andazzo;

ma la cosa che più mi dà pensiero

è come trarmi fuori onestamente

dal cumulo di debiti

nel quale m’ha lasciato impegolato

la troppo prodiga mia gioventù.

A te, Antonio, io sono debitore

di danaro e d’affetto, più che ad altri,

e dall’affetto tuo traggo il coraggio

di rivelarti tutti i miei propositi

e i progetti intesi a liberarmi

di tutti i debiti da me contratti.

ANTONIO -

Ti prego, dimmi tutto a cuore aperto,

caro Bassanio; e se la cosa è tale

da restar dentro limiti onorevoli,([11])

entro i quali tu stesso sei di certo,

rassicurati pure: la mia borsa,

la mia persona e tutto che posseggo

sono a tua libera disposizione.

BASSANIO -

Ai miei giorni di scuola,

se tiravo una freccia e andava persa,

ne scoccavo immediatamente un’altra,

stessa gittata, stessa direzione,

e con più attenta e più precisa mira,

per ritrovare poi anche la prima;

in tal modo, con l’arrischiarne due,

spesso m’accadde di trovarle entrambe.

Se ti ricordo questa mia esperienza

di fanciullo, è perché ti sto per dire

anche adesso una pura fanciullaggine.

Io ti devo già molto;

e, da maldestro e scapestrato giovane,

quel che ti debbo l’ho tutto perduto;

ma se tu nella stessa direzione

volessi ora scoccare un’altra freccia,

son sicuro che ad osservarne bene

la traiettoria, le ritrovo entrambe,

o quanto meno ti riporto indietro

quella ch’hai arrischiato per seconda,

restandoti, comunque, beninteso

debitore di questa e della prima.

ANTONIO -

Bassanio, tu mi dovresti conoscere,

e dovresti saper che perdi tempo

e nient’altro a sollecitar così

alla larga e con circonlocuzioni

il mio affetto per te; e mi fai torto

più a dubitare ch’io non sia disposto

a far tutto il possibile per te,

di quanto me n’hai fatto

a scialacquar finora tutto il mio.

Dimmi solo che cosa vuoi ch’io faccia,

e che a tua conoscenza io possa fare,

ed io son pronto a farlo. Perciò parla

BASSANIO -

C’è una dama, a Belmonte,

ereditiera di grandi ricchezze,

e bella, e quel che d’essa è ancor più bello,

meravigliosamente piena di virtù.

Dai suoi sguardi talvolta ho ricevuto

dolci muti messaggi. Porzia è il nome…

ed in nulla inferiore a quella Porzia

moglie di Bruto, figlia di Catone.([12])

Né le sue doti sono sconosciute

nel vasto mondo, se da ogni costa

i quattro venti le spingono in casa

corteggiatori d’illustre prosapia.

Riccioli biondi del color del sole([13])

le scendon per le tempie: un vello d’oro

che della sua dimora di Belmonte

fa una novella Colchide, ai cui lidi

molti Giasoni([14]) vanno alla conquista.

Antonio mio, s’io solo avessi i mezzi

per assumere un posto di rivale

di fronte all’uno o all’altro di costoro,

il cuor mi presagisce un tal successo

da dirmi senza dubbio fortunato!

ANTONIO -

Tutte le mie sostanze, tu lo sai,

sono attualmente in mare,

e al momento non ho danaro liquido

né mercanzie da improntare su due piedi

una somma; perciò mettiti pure in giro

e prova quel che può darti a Venezia

il mio credito. Io sono pronto a spremerlo

al massimo per dare i mezzi a te

per Belmonte e per l’avvenente Porzia.

Va’ tosto ad informarti - anch’io lo faccio -

dove c’è del denaro;

ed io non ho problemi ad ottenertelo,

per il mio credito e la mia persona.

(Escono)

SCENA II - La casa di Porzia a Belmonte

Entrano PORZIA e NERISSA

PORZIA -

In coscienza, Nerissa,

questo piccolo essere ch’io sono

s’è stancato di questo grande mondo.

NERISSA -

Stanca, signora mia, potreste dirvi

se aveste un’abbondanza di disgrazie,

come l’avete invece di fortune.

Ma tant’è, chi del troppo s’è saziato

sta male come chi muore di fame…

Perciò non è felicità da poco

starsi nel mezzo: la superfluità

s’accompagna più presto alla canizie,

la parsimonia fa viver più a lungo.

PORZIA -

Massime sagge, e saggiamente dette.

NERISSA -

Sarebbero migliori,

quando fossero anche osservate.

PORZIA -

Se fosse così facile far bene

come sapere quel che è bene fare,

le chiesette sarebbero basiliche

e i tuguri palazzi principeschi.

Quello è buon sacerdote

che riesce a seguire quel che predica;

a me resta più facile insegnare

a venti teste quel che è bene fare,

che non esser io stessa tra le venti

a seguire i miei propri insegnamenti.

Il cervello potrà dettare al sangue

quante leggi vorrà, ma il sangue caldo

salta al disopra di qualsiasi legge;

e Monna Matteria, la giovinezza,

è tal lepre, che salta facilmente

le reti di Messer Consiglio zoppo.

Ma non son certo questi ragionari

il mezzo adatto a scegliermi un marito.

Scegliere: una parola!

A me è vietato sceglier chi vorrei,

o rifiutare chi non mi sta bene:

questo è tutto che può per sé decidere

una figliola viva che è costretta

come me a seguir la volontà

d’un padre morto: non poter né scegliere

né rifiutare. È duro, eh?, Nerissa.

NERISSA -

Vostro padre era uomo assai virtuoso,

ed i sant’uomini, in punto di morte,

sono sempre, si sa, bene ispirati;

onde l’idea di questa lotteria

e di questi tre bravi cofanetti

pieni ciascuno rispettivamente

d’oro, d’argento e piombo,

tra i quali chi scegliesse, a suo talento,

lo scrigno giusto, sceglierebbe voi,

a me sembra una buona ispirazione:

perché non potrà mai scegliere bene

se non colui che sappia amarvi bene.

Ma c’è, tra i pretendenti principeschi

che son qui giunti per tentar la sorte,

qualcuno che vi susciti nell’animo

più calore degli altri?

PORZIA -

Ripetimi, ti prego, uno per uno,

i loro nomi, ed io te li descrivo

via via che tu li andrai enumerando;

e dalla descrizione ch’io ti faccio

potrai capire chi mi va più a genio.

NERISSA -

Primo, quel principe napoletano.

PORZIA -

Oh, quello non è un uomo

ma un cavallo, perché non parla d’altro

che del suo bel puledro

e considera aggiunta di gran pregio

agli altri meriti di cui si vanta

ferrarselo da sé, con le sue mani.

La sua signora madre,

dev’essersi spassata infedelmente,

ho paura, con qualche maniscalco.([15])

NERISSA -

Poi ci sarebbe il conte palatino.

PORZIA -

Quello mi guarda sempre di traverso

come a volermi dire: “Non mi vuoi?

Fa’ come credi.” E gli puoi raccontare

mille storielle allegre e spiritose:

non c’è caso che lo vedrai sorridere.

Ho paura che quando sarà vecchio

diventerà il Filosofo Piangente,([16])

se già da giovane è così imbottito

di tanta grossolana serietà.

Pensar di andare sposa

all’uno o all’altro di questi messeri,

mi prenderei piuttosto per marito

una testa di morto

con uno stinco stretto in mezzo ai denti.

Che Dio mi liberi da tutti e due!

NERISSA -

E che dite di quel monsieur Le Boune,

il nobile di Francia?

PORZIA -

Iddio l’ha fatto,

e quindi passi pure per un uomo…

So ch’è peccato dir male del prossimo,

ma quello, santo Dio… ci ha un cavallo,

meglio di quello del Napoletano,

e il brutto vezzo d’aggrottar le ciglia

ancor peggio del conte palatino.

È il Signor Tutti, ma non è nessuno;

se zirla un tordo, subito capriola;

duellerebbe con la propria ombra.

Sposando lui, avrei venti mariti;

e se mi trascurasse come moglie

dovrei scusarlo, perché son sicura

di non poterlo mai contraccambiare,

nemmeno se m’amasse alla follia.

NERISSA -

E di quel baronetto d’Inghilterra,

quel Faulconbridge, che potete dire?

PORZIA -

Che posso dire? Sai che non gli parlo,

perché né lui capisce quel che dico,

né io capisco lui: non sa il latino,

né il francese, e nemmeno l’italiano;([17])

ed io d’inglese, come tu sai bene

da poterlo giurare in tribunale,

non ne possiedo manco quattro soldi.([18])

È un bel ritratto d’uomo,

ma, ahimè, chi può scambiare una parola

con un pupattolo da pantomima?

Eppoi, che modo buffo di vestire!

Ha comprato in Italia il giustacuore,

le braghe in Francia, il cappello in Germania,

e le maniere un po’ qua e un po’ là.

NERISSA -

E che dite del nobile scozzese

suo vicinante?

PORZIA -

Dico ch’è un buon diavolo,

tutto pieno d’amore per il prossimo:

perché s’è preso in prestito

un bel ceffone proprio dall’Inglese,

ed ha giurato di restituirglielo,

sul suo onore, appena che potrà;

e credo si sia fatto suo garante

per la restituzione quel Francese.([19])

NERISSA -

E il giovane Tedesco,

il nipote del Duca di Sassonia,

vi piace?

PORZIA -

Molto poco la mattina,

quando è in se, assai meno il pomeriggio

quando ha bevuto. Quand’è nel suo meglio

è un po’ peggio d’un uomo; nel suo peggio

è poco superiore ad una bestia.

E se proprio dovesse capitarmi

il peggio che mi possa capitare,

spero tanto d’aver come disfarmene.([20])

NERISSA -

Ma se s’offrisse di tentar la scelta

e avesse a scegliere per avventura

lo scrigno giusto, e voi lo rifiutaste

come vostro marito, andreste contro

l’ultima volontà di vostro padre.

PORZIA -

Ed a scanso perciò di questo peggio,

metti, ti prego, sopra il falso scrigno

un bel bicchiere di vino del Reno;

perché son certa che se in quello scrigno

ci fosse pure il diavolo in persona,

con quella tentazione al suo esterno,

lui sceglie quello… A tutto son disposta,

salvo che andare sposa ad una spugna.

NERISSA -

Comunque non avete più bisogno

di temere di sposare l’uno o l’altro

di questi gentiluomini, signora,

perché m’han tutti esternato il proposito

di ritornarsene al paese loro,

senza stare più a lungo in casa vostra

a importunarvi con la loro corte,

se proprio a conquistare il vostro amore

non c’è altro modo che la condizione

posta da vostro padre con gli scrigni.

PORZIA -

Vivessi tanto a lungo

da diventar come Sibilla([21]) vecchia,

voglio morire casta come Diana,([22])

se non sarà nessuno a conquistarmi

secondo quanto per me ha dettato

l’ultima volontà del padre mio.

Son felice, comunque, di sentire

che questo lotto di corteggiatori

si sia mostrato così ragionevole;

perché non c’è nessuno in mezzo a loro

la cui partenza non mi sia gradita.

Perciò buon viaggio, e che Dio li accompagni!

NERISSA -

Ricordate, signora, un Veneziano,

uomo di lettere e militare,

che venne qui, vivente vostro padre,

col Marchese di Monferrato?

PORZIA -

Oh, sì,

Bassanio: così credo si chiamasse.

NERISSA -

Infatti; quello là, di tutti gli uomini

che mai videro i poveri miei occhi

era il più degno d’una bella dama.

PORZIA -

Me lo ricordo bene; e mi ricordo

che meritava in pieno questa lode.

Entra un SERVO

Che c’è?

SERVO -

Signora, i quattro forestieri([23])

chiedono di veder vossignoria

per prendere congedo;

e c’è di fuori il corriere di un quinto

venuto ad annunciar che il suo signore,

Principe del Marocco,

sarà qui questa notte.

PORZIA -

A questo quinto

sarei lieta di dare il benvenuto

con lo stesso buon cuore

con il quale licenzio gli altri quattro;

ma, se avesse pur l’anima d’un santo

e l’aspetto d’un diavolo,([24])

lo vorrei meglio come confessore

che come mio marito.

Nerissa, andiamo. Va’ avanti, ragazzo.

Mentre chiudiamo l’uscio a un pretendente,

eccone un altro che bussa alla porta.

(Escono)

SCENA III - Venezia, un campiello.

Entrano BASSANIO e SHYLOCK

SHYLOCK -

Tremila, allora… tremila ducati.

BASSANIO -

Per tre mesi.

SHYLOCK -

Sta bene, per tre mesi.

BASSANIO -

Con garanzia di Antonio, come detto.

SHYLOCK -

Si fa garante Antonio… Mi sta bene.

BASSANIO -

Allora? Mi farete un tal favore?

Mi darete una mano?… Che mi dite?

SHYLOCK -

Son tremila ducati, per tre mesi,

con garanzia di Antonio…

BASSANIO -

L’accettate?

SHYLOCK -

Antonio è certamente un valent’uomo…

BASSANIO -

Udiste mai qualche voce in contrario?

SHYLOCK -

No, no, nel dire ch’è un valent’uomo

intendevo senz’altro darvi atto

ch’è per me sufficiente garanzia.

Tuttavia i suoi mezzi finanziari

son, come dire?, piuttosto ipotetici:

è proprietario di una ragusina

che sul momento fa rotta per Tripoli,

e d’un’altra che fa vela per le Indie.

Una terza, secondo che ho sentito

a Rialto,([25]) veleggia verso il Messico,

ed una quarta verso l’Inghilterra;

ed altre spedizioni sono in mare

per suo conto, di là e di qua pel mondo.

Ma le navi non son che tavolame,

e gli equipaggi non sono che uomini.

Vi son topi di terra e topi d’acqua,

come ladri di terra e ladri d’acqua,

ossia pirati; in più ci sono i rischi

delle acque, dei venti e degli scogli…

L’uomo per me, comunque, è sufficiente

… per tremila ducati… Mi sta bene,

penso di poter prendere il suo avallo.

BASSANIO -

Quanto a questo, potete star sicuro.

SHYLOCK -

Comunque voglio essere sicuro

di poter star sicuro;

ed a tal fine vo’ pensarci su.

Posso parlargli?

BASSANIO -

Sì, se vi gradisse

di pranzare con noi…

SHYLOCK -

Già, per sentire

l’odor di porco e mangiar quella cotica

dentro la quale il vostro gran profeta,

il Nazareno, fece entrare il diavolo!…([26])

Con voi posso comprare, posso vendere,

parlare, passeggiare, e via di seguito;

ma mai a tavola a mangiare e bere.

E nemmeno pregare…

Ma chi viene? Notizie da Rialto?

BASSANIO -

Ma è proprio lui, Antonio!

Entra ANTONIO

SHYLOCK -

(Tra sé, sbirciandolo)

Che aria da strisciante pubblicano!([27])

Io già lo odio perché è cristiano,

ma ancor di più perché, da gran balordo,

presta denaro gratis,

e fa così abbassare l’interesse

dell’usura corrente qui a Venezia.

Me se una volta mi càpita a destro,([28])

voglio saziare questo mio rancore.

Egli detesta il nostro sacro popolo

e mi copre d’ingiurie,

e va sparlando di me, dei miei traffici,

dei guadagni che faccio legalmente

e ch’egli bolla invece da usurarii

nei luoghi ove s’adunano i mercanti.

Maledetta sia tutta la mia razza,

se gli perdono!

BASSANIO -

Mi sentite, Shylock?

SHYLOCK -

Stavo facendo mentalmente il conto

di quanto posso disporre al momento,

e m’accorgo, da un calcolo sommario,

che m’è difficile improntare subito

i tremila ducati… Ma che importa?

Me li potrà procurare Tubàl,

un vecchio ebreo della nostra tribù…

Ma aspettate un momento!

Per quanti mesi allora li vorreste?…

(Ad Antonio)

Salute, buon signore!

Stavamo appunto parlando di voi.([29])

ANTONIO -

Io non son uso, Shylock,

né ad imprestare né a prendere in prestito

danaro ad interesse; ma nel caso,

pur di venire incontro in qualche modo

al bisogno impellente del mio amico,

farò uno strappo a questo mio costume.

(A Bassanio)

Sa già la somma di cui hai bisogno?

SHYLOCK -

Sì, tremila ducati.

ANTONIO -

E per tre mesi.

SHYLOCK -

Già, mi dimenticavo: per tre mesi.

Così m’avete detto… e voi garante.

Bene, vediamo… Ma sentite un po’:

poc’anzi dicevate, se non sbaglio,

che non usate dare o avere in prestito

denaro ad interesse.

ANTONIO -

Esattamente,

infatti non è proprio mio costume.

SHYLOCK -

Quando Giacobbe pascolava il gregge

dello zio Làbano… questo Giacobbe

era, a partir dal nostro santo Abramo,

secondo che in suo nome avea disposto

la saggia madre, il terzo possessore;

sì, dico bene, il terzo…([30])

ANTONIO -

Che c’entra lui? Prestava ad interesse?

SHYLOCK -

No, non proprio; o non direttamente

ad interesse, come voi direste.

Ma guardate Giacobbe quel che fece:

Làbano e lui convennero d’accordo

che tutti gli agnellini di quel gregge

che fossero pezzati o variegati

in varia guisa andassero a Giacobbe

in conto di mercede. A fine autunno

così, tutte le pecore del gregge

in caldo, furon portate ai montoni,

e mentre tra i lanosi genitori

l’atto procreativo si compiva,

quell’astuto pastore di Giacobbe,

ritagliate e spogliate della scorza

bacchette di virgulti,

le pianta tutte in terra qua e là,

dinnanzi agli occhi di quegli animali

al momento della fecondazione;

sicché venuto il tempo di figliare,

partorirono agnelli variegati,

e questi furon tutti di Giacobbe.([31])

E fu questo un legittimo guadagno,

benedetto da Dio,

perché il guadagno è sempre benedetto

se non proviene da una ruberia.

ANTONIO -

Ma questo che voi dite, signor mio,

fu circostanza affatto involontaria,

e Giacobbe ne fu solo strumento:

qualcosa che non era in suo potere

di fare che accadesse,

bensì confezionata e governata

dalla mano del cielo. Questa storia

è stata forse introdotta nei Testi

per coonestar l’intesse d’usura?

O sono anche pecore e montoni

l’argento e l’oro dei vostri forzieri?

SHYLOCK -

Questo non saprei dirlo;

io li faccio figliar meglio che posso.

Mi basta che teniate a mente questo.

ANTONIO -

(A parte, a Bassanio)

Bassanio, attento: il diavolo

non si fa scrupolo, pei suoi disegni,

di citar le Scritture. Una malanima

che adduce a testimoni i sacri testi

è pari alla più perfida canaglia

che atteggia la sua guancia ad un sorriso,

o ad una mela bella dal di fuori

e marcia dentro… La disonestà

s’è sempre dato un onesto sembiante.

SHYLOCK -

Vediamo allora: tremila ducati…

Una bella sommetta, tonda tonda!…

Per tre mesi su dodici… Vediamo…

l’interesse sarebbe…

ANTONIO -

Insomma, Shylock,

ci volete o no vostri debitori?

SHYLOCK -

Signor Antonio, non so quante volte

a Rialto m’avete dileggiato

perché presto danari ad interesse.

Io l’ho sempre voluto tollerare

con un paziente gesto di spallucce;

perché la tolleranza è la divisa

di tutti quelli della mia tribù;

mi date in pubblico del miscredente,

cane strozzino, e sputate schifato

sopra la mia gabbana di giudeo.

E tutto questo per l’uso ch’io faccio

di ciò ch’è mio. Ebbene, ecco che adesso

voi avete bisogno del mio aiuto,

a quanto pare - ma guardate un po’! -

e venite da me, e mi dite: “Shylock,

vorremmo avere da te del denaro”.

E siete voi che dite questo, voi,

che avete sempre schizzato saliva

sulla mia barba, cacciandomi a calci

come un cane rognoso accovacciato

davanti all’uscio della vostra casa.

E ora mi chiedete del denaro!

Che vi devo rispondere?

Non credete che vi dovrei rispondere:

“Ha del denaro un cane come me?

È mai possibile che un can rognoso

ha tremila ducati da prestare?”

O credete ch’io faccia un grande inchino,

ed in tono da uomo sottomesso,

col fiato rotto ed umil sussurrando

debba rispondervi: “Gentil signore,

mercoldì scorso mi sputaste addosso,

tal altro giorno mi prendeste a calci,

un’altra volta mi chiamaste “cane”,

ed in cambio di tante gentilezze

vi presterò tutti questi denari”?

ANTONIO -

A chiamarti così, a sputarti addosso,

a prenderti a pedate un’altra volta,

son sempre io, e lo farei ancora.

Se vuoi prestare a noi questo denaro,

prestalo, non però come ad amici…

ché quando mai ritrasse l’amicizia

un frutto dallo sterile metallo

prestato ad un amico?

Prestalo invece come a un tuo nemico,

perché se questi mancherà all’impegno,

potrai esigere con miglior faccia

il pagamento della tua penale.

SHYLOCK -

Eh, là là, come siete tempestoso!

Voglio essere amico a tutti e due,

io, ed aver la vostra simpatia,

dimenticar le vergognose ingiurie

di cui m’avete sempre ricoperto,

soccorrere ai bisogni vostri d’oggi

senza pretendere pel mio denaro

un soldo d’interesse;

e voi sembrate non volermi udire.

È una cortese offerta che vi faccio.

BASSANIO -

Anzi, è la stessa cortesia, direi!

SHYLOCK -

E voglio darvene dimostrazione.

Venite insieme con me da un notaio,

e avanti a lui firmatemi, voi solo,

un impegno formale, con la clausola

(ma soltanto così, per uno scherzo)

che qualora in tal giorno ed in tal luogo

non mi doveste rendere la somma

o le somme indicate nel contratto,

la penale sarà una libra esatta

di carne, della vostra bella carne,

da asportarvi dal corpo di mia mano

dalla parte che più vi piacerà.

ANTONIO -

D’accordo. Sono pronto a sottoscrivere

in piena fede un simile contratto

e a proclamare nello stesso tempo

che nell’ebreo c’è molta cortesia.

BASSANIO -

No, Antonio, non devi sottoscrivere

per me un impegno di questa natura!

Preferisco restare nei miei guai.

ANTONIO -

Via, caro amico, non aver paura,

quella penale non la pagherò:

entro due mesi - e dunque un mese prima

che scada questa mia obbligazione -

io conto d’incassare degli introiti

pari a tre volte il triplo della somma.

SHYLOCK -

O padre Abramo, che razza di gente

questi cristiani, la cui rude vita

insegna loro ad esser sospettosi

delle intenzioni altrui!

(A Bassanio)

Ditemi voi, di grazia, qual guadagno

ritrarrei dall’esiger quella pena,

s’egli non mi pagasse alla scadenza.

Una libbra di carne tolta a un uomo

non vale manco il prezzo od il valore

d’una libbra di carne di montone,

di manzo o di capretto, santo Dio!

Mi allargo a fargli questa offerta amica,

per acquistarmi la sua simpatia.

Se accetta, tanto meglio. Se no, addio!

Però per questa prova di amicizia

vi prego almeno di non più insultarmi.

ANTONIO -

Shylock, d’accordo: vi firmo il contratto.

SHYLOCK -

Bene, allora a fra poco, dal notaio;

aspettatemi là; gli fornirete

nel frattempo gli estremi necessari

a stilar questa amena obbligazione.

Io vado a procurarmi quel denaro,

e a dare un’occhiatina alla mia casa,

restata all’insicura guardianìa

d’un piuttosto svagato furfantello.

Ma vi raggiungerò immediatamente.

ANTONIO -

Bene, fa’ presto, amabile giudeo.

(Esce Shylock)

L’ebreo si fa cristiano, ingentilisce.

BASSANIO -

Belle parole ed intenzioni prave.

Non mi piace.

ANTONIO -

Non c’è da preoccuparsi:

le mie navi saranno di ritorno

un mese avanti la scadenza. Andiamo.

(Escono)


ATTO SECONDO

SCENA I - La casa di Porzia a Belmonte

Fanfara di cornette. Entrano il PRINCIPE DEL MAROCCO, un Moro dalla pelle bruna vestito d’un barracano bianco con tre o quattro del suo seguito, vestiti nella stessa foggia;

PORZIA, NERISSA e altri della casa che non parlano

MAROCCO -

Non vi spiaccia il color della mia pelle,

bruna livrea del mio torrido sole,

di cui sono un vicino e al cui raggio

posso dir quasi che sono cresciuto.

Ma portatemi qui

l’uomo più bello che sia nato al nord,

dove il fuoco di Febo a malapena

riesce a liquefare dei ghiaccioli,

e facciamoci insieme lui ed io,

un taglio nella carne,

a mostrar quale sangue è più vermiglio.

tra il mio e il suo. Io ti dico,([32]) signora,

che questo mio sembiante

ha intimorito uomini valenti;

e ti posso giurare, sul mio amore,

ch’esso è piaciuto alle più avvenenti

e degne vergini del nostro clima.

Ed io non cambierei questo colore,

mia graziosa regina, a nessun prezzo,

salvo che per rapire il vostro amore.

PORZIA -

A questa scelta io non son guidata

soltanto dalla saggia direzione

dell’occhio d’una vergine fanciulla;

c’è in più la lotteria del mio destino([33])

che m’interdice dalla facoltà

di scegliere secondo ch’io vorrei.

Ma, se mio padre non m’avesse imposto

questa limitazione, e vincolato

d’espresso suo volere a darmi in moglie

all’uomo che riesca a conquistarmi

coi mezzi che v’ho detto, illustre principe,

voi sareste gradito agli occhi miei

non men che ogni altro dei visitatori

ch’io finora abbia visto

venuti qui a richiedere il mio amore.

MAROCCO -

Ed io anche di questo vi ringrazio.

Perciò, vi prego, vogliate condurmi

agli scrigni, a tentar la mia fortuna.

Io vi giuro su questa scimitarra,

ch’ha ucciso il re e un principe di Persia,([34])

che ha vinto pel sultano Solimano

tre battaglie campali,([35])

che mi sento di far abbassar gli occhi

all’uomo più spavaldo della terra,

di sfidare il più intrepido coraggio,

di strappar via i cuccioli lattanti

dalle poppe dell’orsa,

sì, di prendere a beffa anche il leone

allorché rugge davanti alla preda

per ottenerne in premio te, signora.

Ma, qui, purtroppo, mi sento impotente!

Se giocassero ai dadi Ercole e Lica

per stabilir tra loro chi è più forte,

potrebbe ben dalla mano più debole

sortire il numero più alto, e Alcide

ne sortirebbe allora superato

in forza e robustezza dal suo servo.([36])

E così io, la Fortuna che è cieca

guidandomi, potrei essere perdente

a vantaggio d’alcuno meno degno,

e addolorarmene fino a morire.

PORZIA -

A voi dunque decidere:

o ricusar di cimentarvi a scegliere,

o cimentarvi, ma giurare prima,

che qualora la vostra scelta cada

sullo scrigno sbagliato,

mai più voi parlerete ad una dama

di profferte d’amore. Riflettete.

MAROCCO -

Bene, profferte non ne farò più.

Vogliate intanto condurmi al mio rischio.

PORZIA -

Prima al tempio, a giurar solennemente.

Il vostro azzardo sarà dopo pranzo.

MAROCCO -

A te, buona Fortuna,

di farmi il più beato o il più dannato

di tutti gli uomini di questa terra!

(Squilli di tromba. Escono)

SCENA II - Venezia, una calle.

Entra LANCILLOTTO

LANCILLOTTO -

Eh, sì, la mia coscienza

alla fine dirà che ho fatto bene

a fuggire da questo ebreo padrone.

Il diavolo mi sta sempre alle costole

a tentarmi, dicendo: “Lancillotto,

buon Lancillotto Gobbo, su, buon Gobbo”,

oppure: “Su, buon Lancillotto Gobbo,

metti le gambe in collo, fila via!”

La mia coscienza dice invece: “No,

sta’ bene attento, onesto Lancillotto,

onesto Gobbo”; o, come ho detto prima:

“Onesto Lancillotto, non scappare,

perché ti correrebbe alle calcagna

la vergogna”. Ma un diavolo più ardito

m’istiga a far fagotto: “Via - mi dice -

via, in nome del cielo!” dice il diavolo,

“fatti coraggio e scappa” dice il diavolo.

Ma poi la mia coscienza,

abbarbicata al collo del mio cuore,

mi dice saggiamente: “O Lancillotto,

onesto amico mio,

tu, come figlio d’un onesto padre

(o meglio, figlio d’un’onesta madre,

perché mio padre aveva un certo odore…

puzzava un poco… beh, lasciamo andare!),

“Lancillotto - mi dice la coscienza -

non ti muovere”. E il diavolo: “Su, muoviti!”

E la coscienza: “No, non devi muoverti!”

“Coscienza - dico io - ben mi consigli”.

“Diavolo - dico - mi consigli male…”

Insomma, a dare ascolto alla coscienza,

dovrei restare col padrone ebreo,

che, Dio ne scampi,([37]) è una specie di diavolo.

Se, al contrario, fuggissi dall’ebreo,

avrei seguito quel che dice il diavolo,

che, salvognuno, è il diavolo in persona.

Vero è ch’anche il giudeo

non è altro che un diavolo incarnale([38])

e, a dirla con coscienza, alla fin fine

la mia coscienza è una dura coscienza

per consigliarmi a restar con l’ebreo.

Il consiglio del diavolo è più amico.

Io fuggo, diavolo! Le mie calcagna

sono ai tuoi ordini; taglio la corda!

Entra GOBBO IL VECCHIO recando un cesto

GOBBO -

Mastro mio giovanotto, per piacere,

dove si va per il padrone ebreo?

LANCILLOTTO -

(A parte)

O cieli! Il mio paterno genitore,

che essendo mezzo cieco, anzi di più,

cieco del tutto,([39]) non mi riconosce.

Voglio vedere come va a finire.([40])

GOBBO -

Mastro nobile giovane, vi prego,

quel è la strada per patron l’ebreo?

LANCILLOTTO -

Girate a destra alla prima voltata,

alla seconda girate a sinistra;

però alla prima vera cantonata

non girate né a destra né a sinistra,

e ve ne andrete giù indirettamente,

a casa dell’ebreo.

GOBBO -

Per tutti i santi!

Sarà difficile imbroccarla giusta!

Sapreste dirmi se un tal Lancillotto

che sta con lui, ci sta con lui, o no?

LANCILLOTTO -

Volete dire Lancillotto il Giovane?

(Rivolgendosi al pubblico)

Ora mi gonfio tutto, state attenti

(Al Gobbo)

Volete dire il Mastro Lancillotto

giovane?

GOBBO -

No, signore, niente mastro;

ma il figliolo di un uomo poverissimo;

suo padre, posso dirlo, è un onest’uomo

ma povero da non potersi dire,

e, grazie a Dio, con volontà di vivere.

LANCILLOTTO -

Bah, suo padre sia pure quel che vuole,

noi parliamo di Mastro Lancillotto

il giovane.

GOBBO -

No, vostra signoria,

Lancillotto e nient’altro, senza “mastro”!

LANCILLOTTO -

No, buon vecchio, vi prego, ergo vi supplico,

parlate voi di Mastro Lancillotto

il giovane?

GOBBO -

Di Lancillotto solo,

con licenza di vostra maestria.

LANCILLOTTO -

Ergo dunque di Mastro Lancillotto.

Non parlate di Mastro Lancillotto,

padre;([41]) perché quel giovane signore,

per volere dei Fati e dei Destini

e d’altre arcane storie che si dicono,

le Tre Sorelle e simili marogne,

è positivamente deceduto,

o, a dirlo con parole più pedestri,

se n’è volato al cielo.

GOBBO -

Dio non voglia!

Vergine santa, quel ragazzo lì

era il bastone della mia vecchiaia,

il mio vero sostegno.

LANCILLOTTO -

(Tra sé)

Somiglierei io dunque ad uno stecco,

a una cannuccia, a un bastone, a un puntello?

(Forte)

Non mi riconoscete, padre?

GOBBO -

Ahimè,

giovin signore, io non vi conosco;

ma ditemi vi prego se mio figlio

- Dio conceda riposo alla sua anima! -

è vivo o morto?

LANCILLOTTO -

Padre, ma davvero

non mi riconoscete?

GOBBO -

Ahimè, signore,

son mezzo cieco; non vi riconosco.

LANCILLOTTO -

No, eh? Capisco bene:

aveste avuto buoni entrambi gli occhi

non avreste potuto riconoscermi:

per riconoscere il proprio figlio

ci vuole un padre saggio.

Comunque, vecchio, vi darò notizie

di vostro figlio. Prima beneditemi.

(S’inginocchia al Gobbo)

La verità viene sempre alla luce:

l’assassinio non può restar nascosto

a lungo; lo può invece il figlio al padre,

ma alla lunga la verità vien fuori.

GOBBO -

Ve ne prego, signore, rialzatevi.

Voi non siete mio figlio Lancillotto,

son sicuro.

LANCILLOTTO -

Finiamo di scherzare,

vi prego; datemi la benedizione,

io sono il Lancillotto

ch’è stato un tempo il vostro fanciullino,

ch’è oggi il vostro figlio

e che sarà domani il vostro erede.

GOBBO -

Non so pensare che siete mio figlio.

LANCILLOTTO -

E io per me non so cosa pensare

di questo; ma io sono il Lancillotto

che voi cercate, il servo dell’ebreo,

e son sicuro che mia madre è Ghita,([42])

vostra moglie.

GOBBO -

Si chiama Ghita, infatti;

e se tu sei davvero Lancillotto,

posso giurar che sei mia carne e sangue.

(Brancicando gli tocca la testa)

Sangue di Dio, che barba hai messo su!

Hai più peli sulla tua faccia tu,

che Dob, il mio ronzino, sulla coda.([43])

LANCILLOTTO -

Vuol dire che la coda al tuo Dobbino

gli cresce alla rovescia, verso il dentro;

però l’ultima volta che l’ho visto

son sicuro che aveva sulla coda

più peli lui che non io sulla faccia.

GOBBO -

Misericordia, come sei cambiato!

E col padrone, di’, ci vai d’accordo?

Gli ho portato un regalo. Vai d’accordo?

LANCILLOTTO -

Sì, sì, d’accordo; ma per parte mia,

poiché ho deciso di piantarlo in asso,

e fuggire da lui, non farò sosta

prima d’aver percorso un po’ di strada.([44])

Il mio padrone è un giudeo patentato.

Un regalo per lui?… Un laccio al collo!

Mi fa morir di fame al suo servizio.

Mi potete contare una per una

le costole, così come ogni dito.

Padre, son lieto che siate venuto.

Quel regalo portatelo per me

a un tal Mastro Bassanio,

che almeno veste la sua servitù

con splendide livree nuove di zecca;

se non mi prende lui al suo servizio,

andrò lontan da qui per quanta terra

Iddio ha steso al sole… E guarda, toh,

che fortuna! È proprio lui che viene

a questa volta. Padre, avviciniamolo,

perché se resto ancora un sol minuto

al servizio del maledetto ebreo,

dite pure che sono ebreo anch’io.

Entrano BASSANIO, LEONARDO e altri.

BASSANIO -

(A un servo)

Fa’ come credi tu, purché alla svelta,

di modo che la cena sia approntata

per le cinque al più tardi.

Provvedi a far spedire questi inviti,

e provvedi altresì alle livree,

che siano tutte in ordine perfetto,

e di’ a Graziano di venir da me.

(Esce il servo)

LANCILLOTTO -

A lui, padre, suvvia, fatevi avanti.

GOBBO -

(A Bassanio)

Dio benedica vostra signoria.

BASSANIO -

Molte grazie. Desideri qualcosa?

GOBBO -

C’è qui mio figlio, un povero ragazzo…

LANCILLOTTO -

Non povero ragazzo, signoria,

ma servitore di quel ricco ebreo,

e che, signore, avrebbe desiderio,

come mio padre vi spiegherà meglio…

GOBBO -

Egli ha, signore, una grande infezione([45])

di servire…

LANCILLOTTO -

In breve, monsignore,

io sono ora al servizio dell’ebreo,

e avrei vaghezza, come qui mio padre

vi chiarirà…

GOBBO -

Tra lui e il suo padrone,

con rispetto di vostra signoria,

non se la intendono…

LANCILLOTTO -

Ad esser breve,

la vera verità è che l’ebreo

avendomi trattato malamente,

è causa ch’io, siccome qui mio padre,

essendo, spero un uomo d’esperienza,

saprà fruttificar presso di voi…([46])

GOBBO -

Ho qui con me una teglia di piccioni;

vorrei offrirla a vostra signoria

con la preghiera…

LANCILLOTTO -

Insomma, a farla breve,

con la preghiera a me impertinente([47])

come l’illustre vostra signoria

apprenderà da questo onesto vecchio

e mio padre, benché povero in canna…

BASSANIO -

Parli uno per tutti! Che volete?

LANCILLOTTO -

Entrare al vostro servizio, illustrissimo.

GOBBO -

Questo è il succo di tutto, monsignore.

BASSANIO -

(A Lancillotto)

So già chi sei; la tua richiesta è accolta.

Me n’ha parlato appunto il tuo padrone

Shylock quest’oggi, ed anzi mi diceva

ch’eri ben degno d’un avanzamento,

se pur d’avanzamento può parlarsi

lasciar la casa d’un ricco giudeo

per entrare in servizio nella casa

d’un nobile spiantato come me.

LANCILLOTTO -

Tra voi, signore, e il mio padrone ebreo

si può bene spartir l’antico detto:

voi possedete la “grazia di Dio”

e lui ha la “ricchezza sufficiente”.([48])

BASSANIO -

Proprio così.

(Al Gobbo)

Va’, padre, con tuo figlio.

(A Lancillotto)

Tu va’, licenziati dal tuo padrone

e dopo chiedi dov’è la mia casa.

(A un servo)

Tu provvedi per lui una livrea

più gallonata di quella degli altri;

bada che venga fatto come ho detto.

LANCILLOTTO -

È fatta, padre… Ed io sarei quell’uomo

che non sa procurarsi un buon servizio,

eh?, che non ha una lingua nella bocca!

(Si guarda le palme delle mani e legge)

Beh, dico, se c’è uno in tutta Italia

ch’abbia una palma più bella di questa

da stender sulla Bibbia per giurare…

Avrò fortuna! Guarda com’è netta

e distante la linea della vita!…

Qualche affaruccio di femmine… eh, sì!

Perdio, quindici mogli! Una bazzecola!…

Undici vedove e nove ragazze:([49])

un semplice antipasto, per un uomo.

Eppoi scampar tre volte da affogare,

e trovarmi in pericolo di vita

sopra la sponda di un letto di piume…

salvataggi da ridere.

Eh, se davvero la Fortuna è femmina,

con me si porta da ragazza in gamba.

Venite, padre. Vado a licenziarmi

da quell’ebreo in un batter di ciglio.

(Esce con il Gobbo)

BASSANIO -

Ora a te, buon Leonardo:

acquistato che avrai il necessario

e provveduto a metter tutto in ordine,

torna in fretta da me, ché questa sera

avremo ospiti a cena,

miei conoscenti del miglior riguardo.

Spìcciati, va!

LEONARDO -

Farò tutto il mio meglio.

Entra GRAZIANO incontrandosi con Leonardo

GRAZIANO -

Il tuo padrone?

LEONARDO -

È laggiù che passeggia.

(Esce Leonardo)

GRAZIANO -

Signor Bassanio!

BASSANIO -

Graziano. Che nuove?

GRAZIANO -

Son qui per chiedervi un grosso favore.

BASSANIO -

Accordato in anticipo. Che c’è?

GRAZIANO -

Mi serve di venir con voi a Belmonte.

Non ditemi di no.

BASSANIO -

Se ti abbisogna…

Però, Graziano, ascoltami un momento:

tu sei troppo imprudente, troppo brusco,

troppo ardito di lingua: qualità

che se in un certo modo ti si addicono

e agli occhi nostri non sembran difetti,

laggiù, dove nessuno ti conosce,

potran sembrare troppo licenziose.

Perciò dovrai sforzarti, ti scongiuro,

di temperar la tua esuberanza

con qualche goccia di moderazione;

un tuo contegno troppo disinvolto

potrebbe far che là dov’io mi reco

si formino di me un’idea sbagliata,

e addio speranze mie!

GRAZIANO -

Signor Bassanio,

ascoltatemi: se non saprò darmi

un abito più sobrio e contegnoso,

parlando con rispetto,

e bestemmiando sì e no qualche volta,

se non porterò libri di orazioni

in tasca, dandomi un’aria compunta;

anzi, di più: se a pranzo, al “benedicite”,

non mi rincalco il cappello sugli occhi,([50])

così… e se alla fine nel dir “Amen”

non faccio un sospirone, ecco, così…

insomma se non metto fuori in uso

tutte le norme di buona creanza

come uno che sia bene esercitato

ad atteggiarsi a triste e malinconico

per compiacere alla vecchia nonnina,

non fatemi più credito di sorta.

BASSIANO -

Bene, vedremo quel che saprai fare.

GRAZIANO -

Tutto, fuor che stanotte:

non dovete aspettare, a giudicarmi,

da quello che faremo questa notte.

BASSIANO -

Ah, no, a comportarti come dici

sarebbe un gran peccato per noi tutti;

vorrei, anzi, esortarti questa notte

a sfoggiar la tua vena più briosa

e più sfrenata: avremo degli amici

che vengono da me per divertirsi.

Ma ora addio, ti devo salutare;

ho parecchi affarucci da sbrigare.

GRAZIANO -

E io devo veder Lorenzo e gli altri.

Ma saremo puntuali per la cena.

(Escono da parti opposte)

SCENA III - Venezia, la casa di Shylock.

Entrano GESSICA e LANCILLOTTO

GESSICA -

Mi dispiace che te ne vai così;

la nostra casa è un mortorio d’inferno,

e tu, come un allegro diavoletto,

lenivi un poco questa sua tetraggine.

Addio, comunque. Toh, qui c’è un ducato.

E, senti, Lancillotto: questa sera,

non appena vedrai Lorenzo a cena

invitato dal tuo nuovo padrone,

dàgli questa missiva. Ma in segreto.

Ed ora addio. Non vorrei che mio padre

mi sorprendesse a parlare con te.

LANCILLOTTO -

Adieu! Mi vien da piangere,

le lacrime esibiscono([51])la lingua

di parlare, bellissima pagana,

dolcissima giudea! Se per averti

un cristiano non si sentisse pronto

anche a commettere una canagliata,

ne sarei veramente assai deluso!([52])

Ma addio! Queste melense lagrimucce

annegano il mio spirito virile.

(Esce)

GESSICA -

Addio, buon Lancillotto!…

Ahimè, per me quale odioso peccato

dovermi vergognar del padre mio!…

Però se sono figlia sua per sangue,

non lo sono per animo… Oh, Lorenzo,

se terrai fede alla parola data,

metterò fine ad un tale conflitto,

e mi farò cristiana,

e tua amorosissima consorte.

(Esce)

SCENA IV - Venezia, una calle.

Entrano GRAZIANO, LORENZO, SOLANIO e SALERIO

LORENZO -

Allora intesi: durante la cena

usciremo ed andremo a mascherarci

a casa mia; in un’ora torniamo.([53])

GRAZIANO -

Ma non abbiamo preparato nulla!

SOLANIO -

Né s’è parlato ancor dei fiaccolai.([54])

SALERIO -

Certe cose o si fanno in piena regola

o riescono male; a mio giudizio,

sarebbe meglio non farne più nulla.

LORENZO -

Amici miei, sono appena le quattro.

Abbiamo ben due ore per far tutto.

Entra LANCILLOTTO

Amico Lancillotto, quali nuove?

LANCILLOTTO -

(Porgendogli la lettera di Gessica)

Probabilmente ne trovate qui,

se vi piaccia di togliere il sigillo.

LORENZO -

(Prendendo la lettera e guardando la soprascritta)

Ah, conosco la mano: deliziosa

e bianca più del foglio in cui ha scritto!

GRAZIANO -

Son notizie amorose, senza dubbio.

LANCILLOTTO -

(Fa per congedarsi)

Con licenza, signore…

LORENZO -

Dove vai?

LANCILLOTTO -

Dove vado, illustrissimo! Eh, diamine,

ad invitare il mio vecchio padrone,

l’ebreo, che venga a cena dal mio nuovo,

il cristiano.

LORENZO -

Tieni, allora, prendi questo,

(Gli dà del denaro)

e fa’ sapere alla gentile Gessica

che non le mancherò all’appuntamento.

Può contarci. Ma in tutta segretezza.

Adesso puoi andare.

(Esce Lancillotto)

Miei signori,

allora, ci vogliamo preparare

questa notte per questa mascherata?

Io, il mio fiaccolaio ce l’ho già.([55])

SALERIO -

Io ci vengo senz’altro.

SOLANIO -

Ed io lo stesso.

LORENZO -

Graziano ed io saremo ad aspettarvi

nei pressi della casa di Graziano

fra un’ora circa.

SALERIO -

Bene, ci saremo.

(Escono Salerio e Solanio)

GRAZIANO -

Non ti veniva dalla bella Gessica

quella lettera?

LORENZO -

A te debbo dir tutto:

ella mi dice quel che devo fare

per trarla via dalla casa del padre,

di quanto oro e gioielli s’è provvista,

qual costume di paggio s’è allestito.

Se quell’ebreo suo padre, quando muore

dovesse mai andare in paradiso,

sarà di certo e solamente merito

di questa bella e gentile sua figlia.

E che non osi mai la malasorte

traversarle il cammino nella vita;

salvo che non lo faccia col pretesto

ch’è la figlia d’un miscredente ebreo.

Vieni, accompagnami, e andando leggi:

sarà lei, Gessica, il mio fiaccolaio.

(Escono)

SCENA V - Venezia, davanti alla casa di Shylock.

Entrano SHYLOCK e LANCILLOTTO

SHYLOCK -

Beh, te ne accorgerai:

giudicherai tu stesso coi tuoi occhi

che differenza c’è tra il vecchio Shylock

e il tuo signor Bassanio…

(Chiamando)

Ehi, ho, Gessica!…

Non potrai più mangiare a crepapelle

come da me… Ehi, Gessica, ove sei?…

… né dormire e russare a sazietà,

e consumar tante belle livree…

Gessica, dico! Insomma, dove sei?

LANCILLOTTO -

Gessica, oh!…

SHYLOCK -

Che! Tu?…

Chi t’ha ordinato di chiamare?… Io no.

LANCILLOTTO -

Non m’avete rimproverato sempre

di non saper far nulla senza un ordine?

Entra GESSICA

GESSICA -

Mi chiamavate? Che desiderate?

SHYLOCK -

Sono invitato a cena fuori, Gessica.

Qui sono le mie chiavi…

Già, ma in fondo, perché dovrei andarci?

Non m’invitano certo per affetto;

è solo per blandirmi… son sicuro.

E tuttavia ci vado, in odio a loro,

a rimpinzarmi ben bene la pancia

alle spese del prodigo Cristiano.

Ragazza mia, tu bada alla mia casa.

Son davvero schifato ad andar là;

vi fermenta chi sa che brutto tiro

ai danni della mia tranquillità…([56])

Questa notte ho sognato sacchi d’oro…

LANCILLOTTO -

Andateci, signore, vi scongiuro;

il mio giovane nuovo principale

aspetta il vostro([57]) incomodo…

SHYLOCK -

Com’io il suo.

LANCILLOTTO -

Eppoi han cospirato([58])…

No, non vi dico che stanotte là

assisterete ad una mascherata;

ma se poi la vedrete,

vuol dire che non fu senza motivo

se dal mio naso, il lunedì di Pasqua

alle sei del mattino, uscì del sangue;([59])

senza dir di quell’anno,

quattr’anni fa, mercoldì delle Ceneri,

di pomeriggio…

SHYLOCK -

Che! Ci sono maschere?…

Sentimi bene, Gessica:

serra le porte della casa a chiave,

e quando per la strada odi il tamburo

o il fastidioso volgare stridìo

che fa quel piffero dal collo torto,([60])

non correre al balcone o alla finestra

e a sporger fuori il capo

sulla pubblica via a veder passare

pazzi cristiani con facce dipinte;

tappa bene le orecchie della casa,

voglio dire i balconi e le finestre,

che non entri nella mia casa austera

il frastuono di stupide mattane.

Ti giuro sul bastone di Giacobbe([61])

che questa sera non ho alcuna voglia

di banchettare fuori… Ma ci vado.

(A Lancillotto)

Tu precedimi, e di’ che ci sarò.

LANCILLOTTO -

Vado, signore.

(A parte a Gessica)

Non gli date retta:

affacciatevi pure alla finestra,

a dispetto di tutto:

“Perché di là un cristiano passerà

“dell’occhio d’una ebrea degno sarà”.

(Esce Lancillotto)

SHYLOCK -

Che ti diceva quel mezzo imbecille,

quel babbeo della stirpe d’Agàr, eh?([62])

GESSICA -

M’ha detto: “Addio, padroncina”; nient’altro.

SHYLOCK -

È abbastanza gentile, poveretto,

ma mangia, salvognuno, come un lupo,

e nel servire è proprio una lumaca,

e dorme anche di giorno. In casa mia

non c’è posto per fuchi; non mi serve,

perciò me se separo volentieri

per mandarlo al servizio di qualcuno

che vorrei aiutasse a scialacquare

i soldi presi in prestito da me.

Beh, Gessica, rientra adesso in casa.

Probabilmente io ritorno subito.

Tu intanto fa’ così come t’ho detto:

chiuditi dietro a te tutte le porte.

“Ben chiuso, ben trovato”: è un vecchio detto

sempre presente in una mente economa.

(Esce)

GESSICA -

Addio, mio padre; e se la mia fortuna

non incontrerà niente che la imbrigli,

avrò perduto un padre e tu una figlia.

(Esce rientrando in casa)

SCENA V - La stessa. Notte.

Entrano GRAZIANO e SALERIO in maschera

GRAZIANO -

Ecco, qua sotto è il portico

dove Lorenzo ha detto di aspettarlo.

 

SALERIO -

È già in ritardo.

 

GRAZIANO -

Infatti, ed è assai strano

che non sia in orario.

Gli amanti son di solito in anticipo.

 

SALERIO -

Oh, i colombi di Venere

volano dieci volte più veloci

a suggellar nuovi patti d’amore

che a mantenere la parola data.

 

GRAZIANO -

Oh, questo accade sempre, in ogni cosa.

Chi s’alza da una tavola sontuosa

con l’appetito con cui s’è seduto?

E ci fu mai cavallo

che rifece a ritroso il suo percorso

con la tremenda foga dell’andata?

Noi rincorriamo tutto con più ardore

di quanto ne mettiamo per godercelo

dopo averlo raggiunto.

Come somiglia a un giovin zerbinotto

od a un fanatico scialacquatore

il barco che dalla nativa baia

veleggia al largo, tutto pavesato

e abbracciato dal vento allettatore;

e come simile ad un figliol prodigo

ritorna poi con i fianchi sconquassati

dal fortunale e le vele squarciate,

fiaccato, lacero, immiserito

da quello stesso vento allettatore!

Ma di ciò parleremo a miglior agio,

perché vedo arrivare qui Lorenzo.

Entra LORENZO

 

LORENZO -

Amici cari, siatemi indulgenti

per il lungo ritardo; ma la colpa

è delle molte cose da sbrigare

cui dovetti pensare in questo tempo.

Quando a voi piacerà di fare i ladri([63])

per prender moglie, allora sarò io

ad aspettarvi il tempo che vorrete.

Avvicinatevi: questa è la casa

del mio suocero ebreo… Ehi là, di casa!

(S’affaccia Gessica, vestita da paggio)

 

GESSICA -

Chi siete? Ditelo per mia certezza,

se pur d’avervi già riconosciuto

potrei giurare, dalla vostra voce.

 

LORENZO -_Sono Lorenzo, Gessica, il tuo amore.

 

 

GESSICA -

Lorenzo, sì, di certo,

ed anche certamente l’amor mio;

perché chi è colui ch’io amo tanto?

E chi meglio di te può dir, Lorenzo,

ch’io sono tua?

LORENZO -

Il cielo e i tuoi pensieri

possono dire meglio: tu sei mia!

GESSICA -

Tieni, reggimi questo cofanetto,

ne val la pena… Fortuna che è buio,

così non puoi vedermi: ho assai vergogna

di mostrarmi nel mio travestimento;

ma amore è cieco, e gli amanti non vedono

le amabili follie cui s’abbandonano;

perché, se le potessero vedere,

Cupido stesso arrossirebbe tutto

a vedermi mutata in un ragazzo.

LORENZO -

Scendi, ché mi dovrai far da torciera.

GESSICA -

Che! Devo proprio io

reggere il moccolo alle mie vergogne?

Non son già troppo in luce per se stesse?

Ahimè, questo è un incarico, tesoro,

che mi scopre, e dovrei restare oscura.

LORENZO -

Scoperta tu sei già, dolcezza mia,

anche nel tuo grazioso abbigliamento

da ragazzo. Ma scendi giù, alla svelta,

perché la notte fonda scappa via

come una ladra, e in casa di Bassanio

ci aspettan per la festa dopo cena.

GESSICA -

Il tempo di serrar tutte le porte,

d’arricchirmi d’un po’ d’altri ducati

le tasche, e sono subito da voi.

(Si ritira dalla finestra)

GRAZIANO -

Ah, questa donna, per il mio cappuccio,([64])

è una gentile, e non una giudea!([65])

LORENZO -

Che Dio mi maledica, s’io non l’amo

con tutta la potenza del mio cuore!

Ella è saggia, se so ben giudicarla;

ella è bella, se l’occhio non m’inganna;

è sincera, ché tal s’è dimostrata.

E saggia, bella e sincera com’è,

terrà sempre il suo posto

nel mio animo a lei sempre costante.

GESSICA entra in strada, uscendo di casa

Ebbene, già sei qui?… Via, gentiluomini;

i nostri in maschera a quest’ora

saranno certamente ad aspettarci.

(Esce con Gessica e Salerio)

Entra ANTONIO

ANTONIO -

Chi è là?

GRAZIANO -

Signor Antonio!

ANTONIO -

Olà, Graziano!

Diamine! E dove sono tutti gli altri?

Son già le nove e gli amici vi aspettano.

Stanotte niente più la mascherata.

S’è alzato in mare il vento favorevole

e Bassanio deve salpare subito.

Ne avrò mandato in giro una ventina

a cercarvi e informarvi della cosa.

GRAZIANO -

Per me, io ne son lieto:

ché non desidero niente di meglio

che far vela e salpare questa notte.

(Escono)

SCENA VII - La casa di Porzia a Belmonte

Squilli di tromba. Entrano PORZIA, il PRINCIPE DEL MAROCCO e seguito

PORZIA -

Si scosti la cortina

e si mostrino a questo degno principe

i vari cofanetti.

(Al principe)

Ed ora a voi

di procedere a far la vostra scelta.

MAROCCO -

Il primo, d’oro, reca questa scritta:

“Chi sceglie me avrà ciò che molti agognano”.

Il secondo, d’argento, ha questo avviso:

“Chi sceglie me s’avrà quel che si merita”.

Il terzo, tutto di pesante piombo,

porta a sua volta questa secca scritta:

“Chi sceglie me sarà obbligato a dare

ed arrischiare tutto quel che ha”.

Come fare per sceglier quello giusto?

PORZIA -

Uno dei tre contiene il mio ritratto,

principe: se voi sceglierete quello,

io, insieme con esso, sarò vostra.

MAROCCO -

Mi guidi nella scelta un qualche dio…

Voglio legger di nuovo le iscrizioni.

Che dice questo scrignetto di piombo?

“Chi sceglie me sarà obbligato a dare

ed arrischiare tutto quel che ha”.

“Sarà obbligato a dare…” E per che cosa?

Per del piombo?… Arrischiare per del piombo!

Questo scrigno promette solo rischi.

Chi mette a rischio tutto quel che ha,

spera, rischiando, sostanziosi introiti.

Un ingegno dorato

non s’abbassa a bramar vile sostanza;

ed io nulla darò né arrischierò

per del piombo. Che dice ora l’argento

in quel suo bel pallore virginale?

“Chi sceglie me s’avrà quel che si merita”.

“S’avrà quel che si merita…”

Fermati qui, Marocco, e pesa bene

con equa mano quello che tu vali.

Se ti devi pesare sulla base

della valuta che fai di te stesso,

tu meriti abbastanza; l’“abbastanza”

potrebbe tuttavia non tanto estendersi

fino a includere questa signora;

dubitare d’altronde del mio merito

sarebbe disistima di me stesso…

“S’avrà quel che si merita…”

Ebbene, questo è proprio la signora!

Io me la merito pei miei natali,

e per le mie fortune, le mie grazie,

i modi della mia educazione;

ma ancora più di tutto questo insieme,

io me la merito per il mio amore!

Se mi fermassi qui, e scegliessi questo?…

Prima, però, leggiamo un’altra volta

quello ch’è inciso sullo scrigno d’oro:

“Chi sceglie me avrà ciò cui molti agognano”…

È chiaro: è questa dama!

È proprio lei cui tutto il mondo agogna,

se per baciare questo reliquiario

d’una santa terrena che respira

vengon dai quattro canti della terra.

I deserti d’Ircania e le selvagge

solitudini dell’immensa Arabia

son divenute tante vie maestre

per quanti principi per esse passano

per venire a veder la bella Porzia.

L’equoreo regno che, col capo altero,

manda in alto i suoi sputi in faccia al cielo,

non è ostacolo ai principi stranieri

che lo traversano come un ruscello

per venire a mirar la bella Porzia.

La celestiale immagine di lei

è chiusa in uno di questi tre scrigni.

Che sia quello di piombo a contenerla?

No, che sarebbe un vero sacrilegio

sol concepire un sì basso pensiero!

Troppo vile materia, per serbare

il suo sudario in quell’oscura tomba.

O devo credere ch’ella si trovi

racchiusa nell’argento che dell’oro

è meno puro almen dieci volte?

O reo pensiero! Mai sì ricca gemma

fu incastonata meno che nell’oro.

In Inghilterra ha corso una moneta

con l’effigie d’un angelo nell’oro,

ma scolpita soltanto in superficie;

qui invece un angelo giace all’interno

d’un letto d’oro… Datemi la chiave!

Scelgo questo, e m’assista la fortuna!

(Apre lo scrigno d’oro)

Oh, diavolo! Che cosa c’è qui dentro?

Un teschio, nelle cui scavate occhiaie

un cartiglio. Leggiamo che c’è scritto:

(Legge)

“Non è tutt’oro quello che risplende;

“questa massima udita hai tu sovente.

“Più d’un uomo la vita ha maledetto

“per badar solo al mio esterno aspetto.

“Vermi racchiude ogni dorato avello.

“Se, così come ardito tu sei stato,

“uomo saggio ti fossi dimostrato,

“giovin di membra, vecchio di cervello,

“non saresti rimasto inappagato.

“Addio. Gelata è ormai la tua profferta,

“gelata invero, ed invano sofferta.

“Di’ dunque addio all’amore perduto,

“e porgi al gelo un caldo benvenuto”.

O Porzia, addio. Ho il cuore troppo greve

per dilungarmi in tediosi congedi;

così partono tutti i perditori.

(Esce col seguito. Tromba)

PORZIA -

Ah, che piacevole liberazione!

Accostate di nuovo le cortine.

Dio voglia che mi scelgano così

tutti quelli che son del suo colore.

(Escono tutti)

SCENA VI - Venezia, una calle.

Entrano SALERIO e SOLANIO

SALERIO -

Bassanio, sì, l’ho visto che salpava.

E con lui è partito anche Graziano;

ma Lorenzo non c’era, son sicuro.

SOLANIO -

Quel maledetto ebreo con le sue grida

ha fatto nientemeno alzare il Doge,

ch’è poi dovuto scendere con lui

a perquisir la nave di Bassanio.

SALERIO -

Ma è giunto troppo tardi,

perché il vascello aveva preso il largo;

e là il Doge veniva informato

che Lorenzo con la sua bella, Gessica,

erano stati visti insieme in gondola;

Antonio stesso assicurava il Doge

che i due non si trovavan sulla nave

insieme con Bassanio

SOLANIO -

Mai udito un berciare in vita mia

così oltraggioso, strano, variopinto

come quello lanciato per le strade

da quel cane di ebreo: “O figlia mia!

O miei buoni ducati! O figlia mia!

Fuggita via, ohimè, con un cristiano!

O miei ducati cristiani! Giustizia!…

La legge!… I miei ducati e la mia figlia!

Uno, due sacchi pieni di ducati,

e di doppi ducati

rubati a me da mia figlia! E gioielli…

due diamanti, due pietre di valore,

rubate da mia figlia!… Rintracciatela!

Ce l’ha indosso le pietre ed i ducati!”

SALERIO -

E là tutti i monelli di Venezia

dietro a rifargli il verso ed a gridare:

“Sua figlia, le sue pietre, i suoi ducati!”

SOLANIO -

Che Antonio sia puntuale

alla scadenza della sua cambiale,

o l’ebreo lo farà pagar per questo.

SALERIO -

A proposito, mi dimenticavo:

ieri, un Francese col quale parlavo

mi diceva che nelle acque strette

che separano Francia da Inghilterra

un mercantile del nostro paese

con ricco carico era affondato.

Ho pensato ad Antonio,

mentre quello parlava,

ed in silenzio mi sono augurato

non fosse quello suo.

SOLANIO -

Faresti bene

ad informarlo di questo ch’hai udito;

ma non lo far così tutto d’un colpo,

perché potrebbe fargli molto male.

SALERIO -

Non calca questa terra un gentiluomo

più compìto di lui. Ero presente

quando s’è separato da Bassanio.

Questo a dirgli che avrebbe accelerato

in qualche modo il suo ritorno, e lui:

“Non lo fare, Bassanio,

non sciupare per me gli affari tuoi;

resta pur là, finché sia ben matura

l’occasione che aspetti;

e quanto al mio contratto col giudeo,

fa’ che non abbia ingresso il suo pensiero

nella tua mente d’uomo innamorato.

Stammi allegro e rivolgi la tua mente

in primo luogo al tuo corteggiamento

e a tutte le squisite arti amorose

che ti parranno più adatte al momento”.

E là, con gli occhi umidi di lacrime,

stornando il viso, gli ha teso la mano

stando di spalle, e gliel’ha stretta forte

con visibile, nobile emozione.

Ed è così che si son separati.

SOLANIO -

Penso che Antonio viva sol per lui.

Ti prego, andiamo insieme a rintracciarlo

a ad addolcir, con questo o quello svago,

la sua gravezza d’animo.

SALERIO -

Sì, andiamo.

(Escono).

SCENA II - La casa di Porzia a Belmonte

Entrano NERISSA e un servo

NERISSA -

Svelto, ti prego, scosta la cortina.

Il principe ha prestato giuramento

ed è già qui per fare la sua scelta.

Tromba. Entrano il PRINCIPE D’ARAGONA con seguito, e PORZIA

PORZIA -

Ecco davanti a voi, nobile principe,

i tre scrigni; se sceglierete quello

nel quale è contenuto il mio ritratto,

celebreremo subito le nozze,

com’è vostro diritto; se sbagliate,

dovrete andarvene immediatamente,

senza dire parola.

ARAGONA -

Io mi sono impegnato a giuramento

ad osservar tre cose:

primo, non rivelare a nessun altro

qual è lo scrigno che fu da me scelto;

secondo, se non scelgo quello giusto,

non corteggiare più nessuna donna

con l’intenzione di condurla in moglie;

terzo, se non m’assista la fortuna,

prender congedo subito, e partire.

PORZIA -

Sono queste le stesse condizioni

che s’impegna a osservare, a giuramento,

qualunque altro venga a cimentarsi

per l’indegna persona che io sono.

ARAGONA -

Ed io ad esse son così disposto.

Ora, Fortuna, a te:

arridi alle speranze del mio cuore!

Oro, argento e vil piombo…

“Chi sceglie me, sarà costretto a dare

ed arrischiare tutto quel che ha”…

Dovresti avere un ben più degno aspetto

per tentarmi a donare e ad arrischiare…

Ma che dice lo scrigno d’oro? Ah!

“Chi sceglie me avrà ciò cui molti agognano”…

Ciò che agognano molti… ma quel “molti”

può bene intendere il volgo sciocco,

che sceglie solo in base alle apparenze

e sol conosce quel che vede l’occhio,

e, svagato com’è, non sa scrutare

le cose a fondo, e, simile alla rondine,

si fa il nido all’esterno delle mura,

esposto ai rischi e alla mercé del caso.

E io non voglio scegliere

cosa che sia da molti vagheggiata,

perché non amo aver gli stessi gusti

della gente volgare, ed imbrancarmi

con il volgo profano ed ignorante.

Ed ora vengo a te,

argentea dimora d’un tesoro:

ripeti agli occhi miei

la legenda che porti sopra incisa:

“Chi sceglie me, s’avrà quel che si merita”.

Ed è anche ben detto:

perché chi potrà andare per il mondo

in cerca di fortuna e farsi onore

senza avere lo stampo in sé del merito?

Di una non meritata dignità

nessun uomo presuma di vestirsi.

Dio volesse che beni e rango e uffici

non si ottenessero per corruzione,

e il lustro dell’onore fosse il frutto

del merito di chi n’è rivestito!

Quanti che stanno con la testa nuda

se la dovrebbero allora coprire!([66])

Quanti che sono in posti di comando

se ne dovrebbero star sottoposti!

Quanta bassa progenie

sarebbe sceverata come pula

dalla nobil sementa dell’onore!

E quanto onore sarebbe raccolto

d’in fra le stoppie e i rifiuti del mondo

per essere lustrato e messo a nuovo!

Ma basta, ritorniamo alla mia scelta.

Io pretendo d’avere quel che merito.

Perciò vogliate porgermi la chiave

di questo cofanetto, e senza indugio

disserrerò da qui le mie fortune.

(Gli viene porta la chiave ed apre lo scrigno d’argento)

PORZIA -

(A parte, vedendo il principe ammutolito nel vedere il contenuto dello scrigno)

Troppo lungo esitare

per ciò che avete trovato là dentro.

ARAGONA -

Che c’è qui dentro? Il viso d’un idiota

che ammiccando mi porge un cartellino…

Leggiamolo… Però quanto diverso

sei tu da Porzia! Quanto son diversi

da ciò le mie speranze ed i miei meriti!

“Chi sceglie me s’avrà quel che si merita”

Dunque, non meritavo altro di meglio

che il volto di un idiota? Questo valgo?

E non merito nulla di più degno?

PORZIA -

Far torto e giudicare il torto fatto

son due operazioni ben distinte

e di opposta natura.([67])

ARAGONA -

(Legge il cartello)

“Sette volte nel fuoco fui temprato,

“sette volte dovette esser saggiato

“chi nella scelta non ha mai sbagliato.

“Guai a colui che l’ombre vuol baciare:

“quale felicità può un’ombra dare?

“Io so che vivono su questa terra

“stolti che un manto d’argento rinserra,

“com’era questo ov’io mi riserrai.

“Prenditi pur la moglie che vorrai,([68])

“ma tieni sempre me come tua guida.

“E così vattene. Per te è finita.”

Quanto più a lungo qui mi tratterrò

tanto più sciocco agli occhi suoi sarò.

Con una testa stolta a corteggiare

son venuto: con due debbo partire.

Addio, dolcezza. Terrò il giuramento

di sopportare in pace il mio tormento.

(Esce con il seguito)

PORZIA -

E così il cero ha bruciacchiato il tarlo!

Oh, questi stupidi raziocinanti!

Con tutto il loro saggio ragionare

quando debbono scegliere

han sempre la saggezza di sbagliare!

NERISSA -

Non è dunque eresia l’antico detto:

“Moglie e forca, il destino te le porta”.

PORZIA -

Su, Nerissa, riaccosta la cortina.

Entra un SERVO

SERVO -

Dov’è la mia signora?

PORZIA -

Son qui; che vuol da me il mio signore?([69])

SERVO -

Signora, c’è alla porta,

testé smontato da cavallo, un giovane,

da Venezia, che vien da battistrada

ad annunciar l’arrivo del padrone;

dalla parte del quale, voglio dire,

egli vi reca sostanziosi omaggi…

Insomma, voglio dire, oltre agli ossequi

e altre cortesie campate in aria,

regali veri, e di grande valore.

Non avevo mai visto prima d’ora

sì promettente ambasciator d’amore.

Mai dì d’aprile venne così dolce

ad annunciare qual sontuosa estate

seguisse, come questo battistrada

ci viene ad annunciare il suo padrone.

PORZIA -

Eh, quante lodi! Smettila, ti prego!

Ho una mezza paura

che stai per dirmi ch’egli è un tuo parente,

con tanto scilinguagnolo da festa

ti dilunghi a lodarlo… Su, Nerissa,

voglio vederlo questo ambasciatore

di Cupido che giunge qui da noi

con modi sì galanti!

NERISSA -

(A parte)

O dio d’amore,

come vorrei che fosse quel Bassanio!

(Escono)


ATTO TERZO

SCENA I - Venezia, una calle.

Entrano SALERIO e SOLANIO

SOLANIO -

Allora, che notizie da Rialto?

SALERIO -

Mah, c’è una voce, ancora non smentita,

che una nave d’Antonio

ben stivata di ricca mercanzia

abbia fatto naufragio nello Stretto,

nel punto detto, credo, Sabbie Goodwins:([70])

un bassofondo insidioso, fatale,

sul quale pare giacciano sepolte

le carcasse di molte grosse navi,

se è vero quel che va dicendo attorno

quella grande ciarlona di comare

ch’è la comune voce della gente.

SOLARIO -

Sarebbe meglio se quella “comare”

potesse dimostrarsi questa volta

altrettanto bugiarda come quando

nega ch’è usa a masticar lo zenzero,([71])

o come quando la vuol dare a credere

d’aver versato lagrime di fuoco

sulla morte del suo terzo marito.

Ma, senza scivolare nel prolisso,

o zigzagare intorno all’argomento,

purtroppo è verità che il nostro Antonio,

il nostro caro, il nostro onesto Antonio…

oh, potessi trovare un aggettivo

che s’accompagni meglio a questo nome!…

SALERIO -

Beh, vieni al punto.

SOLANIO -

Che vuoi che ti dica?

Il punto è che ha perduto la sua nave.

SALERIO -

Dio voglia che sia anche il “punto e basta”

di tutto ch’egli possa aver perduto.

SOLARIO -

Fammi chiudere questa tua preghiera

con un “Amén”, avanti che il demonio

venga a intromettersi per disturbarla:

perché lo vedo appunto avvicinarsi

nelle mentite spoglie di un ebreo.

Entra SHYLOCK

Oh, Shilock! Che notizie fra i mercanti?

SHILOCK -

Voi sapevate, come nessun altro

meglio di voi lo poteva sapere,

della fuga da casa di mia figlia.

SALERIO -

E come no! Io conoscevo pure

il sarto che le ha confezionato

il paio d’ali con cui è volata.

SOLANIO -

E Shylock conosceva, per sua parte,

che l’uccellino aveva messo l’ali,

e ch’è nella natura degli uccelli

a un certo punto abbandonar la madre.

SHYLOCK -

S’è dannata per questo.

SALERIO -

Questo è certo,

se il diavolo dev’essere suo giudice.

SHYLOCK -

La mia carne, il mio sangue ribellarsi!

SALERIO -

Ohibò, vecchia carcassa! All’età tua,

che carne e sangue vuoi che si ribelli?([72])

SHYLOCK -

Voglio dire mia figlia;

non è fors’ella carne e sangue mio?

SALERIO -

Tra la tua carne e quella di tua figlia

c’è più diversità

che non ce n’è tra il giaietto e l’avorio;

tra il tuo sangue ed il suo ci corre tanto

che tra un lambrusco ed un vino del Reno.([73])

Piuttosto, di’: non hai sentito in giro

se Antonio ha avuto perdite di navi?

SHYLOCK -

Ah, quello! Un altro affare andato a male!

Un gran bancarottiere, uno sciupone,

che manco ha più la faccia

di mostrarsi a Rialto; un mendicante,

uno straccione cui correva l’uzzolo

di comparire in piazza del mercato

così azzimato come un damerino.

Che pensi ad onorar la mia cambiale!

S’era incallito a chiamarmi strozzino;

pensi adesso alla sua obbligazione.

Lui era uso a prestare il denaro

per carità cristiana;

pensi adesso alla sua obbligazione.

SALERIO -

Beh, se proprio dovesse venir meno

a questo impegno, tu, sono sicuro

che non ti vorrai prender la sua carne.

Che cosa ne faresti?

SHYLOCK -

Esca per pesci!

E se non servirà a nutrir nient’altro,

servirà a nutrir la mia vendetta.

M’ha sempre maltrattato come un cane,

m’ha fatto perdere mezzo milione;

ha riso alle mie perdite,

ha sghignazzato sopra i miei guadagni,

ha offeso ed oltraggiato la mia razza,

m’ha sempre ostacolato negli affari,

m’ha raffreddato tutte le amicizie,

e m’ha scaldato contro i miei nemici.

E ciò perché? Perché sono giudeo.

Non ha occhi un giudeo?

Un giudeo non ha mani, organi, membra,

sensi, affetti, passioni,

non s’alimenta dello stesso cibo,

non si ferisce con le stesse armi,

non è soggetto agli stessi malanni,

curato con le stesse medicine,

estate e inverno non son caldi e freddi

per un giudeo come per un cristiano?

Se ci pungete, non facciamo sangue?

Non moriamo se voi ci avvelenate?

Dunque, se ci offendete e maltrattate,

non dovremmo pensare a vendicarci?

Se siamo uguali a voi per tutto il resto,

vogliamo assomigliarvi pure in questo!

Se un cristiano è oltraggiato da un ebreo,

qual è la sua virtù di tolleranza?

L’immediata vendetta! Onde un ebreo,

nel sentirsi oltraggiato da un cristiano,

come può dimostrarsi tollerante

se non, sul suo esempio, vendicandosi?

Io non faccio che mettere a profitto

la villania che m’insegnate voi;

e sarà ben difficile per me

rimanere al disotto dei maestri.

Entra un SERVO

SERVO -

(A Solanio e Salerio)

Signori, il mio padrone Antonio è a casa,

e vi desidera parlare, a entrambi.

SALERIO -

Bene. Lo abbiam cercato dappertutto.

Entra TUBAL

SOLANIO -

(A parte a Salerio)

Eccone un altro della sua tribù;

trovarne un terzo della stessa risma

è raro, ammenoché lo stesso diavolo

non si faccia giudeo.

(Escono Solanio e Salerio con il servo di Antonio)

SHYLOCK -

Ebbene, Tubal?

Che notizie da Genova?

Sei riuscito a trovare mia figlia?

TUBAL -

L’ho cercata nei posti più svariati

dove dicevan potesse trovarsi,

ma non sono riuscito a rintracciarla.

SHYLOCK -

Oh, là, là, là! Un diamante se n’è andato!

M’era costato duemila ducati

a Francoforte! La maledizione

del cielo mai finora era caduta

sopra la nostra gente; e mai sentita

prima d’ora l’avevo su di me!

Quel solo pezzo, duemila ducati!

Eppoi altri gioielli, assai preziosi!

Morta vorrei vederla, qui, a’ miei piedi,

coi gioielli agli orecchi!… In una bara,

e dentro i miei ducati!

Dei miei ducati non si sa più niente,

e non so quanto ho speso per cercarli…

Ecco, dunque, una perdita sull’altra!

Scappato il ladro con tutto il denaro,

altro denaro per trovare il ladro!

E nessuna soddisfazione, niente…

e nessuna vendetta… E intorno a me,

nessun’altra disgrazia, salvo quella

che proprio a me doveva capitare!

Niente sospiri, tranne i miei sospiri,

niente lacrime, salvo le mie lacrime!

TUBAL -

No, qualcun altro è pure a mal partito:

Antonio, come ho inteso dire a Genova…

SHYLOCK -

Come, come! Anche lui, una disgrazia?

TUBAL -

È naufragata una sua ragusina([74])

di ritorno da Tripoli.

SHYLOCK -

Davvero?

Oh, deograzia, deograzia! È vero? È vero?

TUBAL -

Ho parlato con certi marinai

ch’eran proprio scampati dal naufragio.

SHYLOCK -

Ti ringrazio, buon Tubal! Che notizia!

Che splendida notizia tu mi dài!

Ah, ah! Sentito a Genova, dicevi?

TUBAL -

Ed anche ho udito che tua figlia a Genova

avrebbe speso in una sola notte

ben ottanta ducati. Non c’è male…

SHYLOCK -

Ah, tu mi pianti un pugnale nel cuore!

Il mio denaro… Non lo vedrò più.

Ottanta bei ducati… tutti insieme!

TUBAL -

Ho viaggiato, al ritorno per Venezia,

in compagnia di vari creditori

di Antonio, i quali giurano che Antonio

non ha altra scelta che la bancarotta.

SHYLOCK -

Mi fa piacere; non gli darò tregua;

lo metto alla tortura. Son contento.

TUBAL -

Uno di loro mi mostrò un anello

che aveva avuto dalla vostra figlia

in cambio di una piccola scimmietta.

SHYLOCK -

Che sia dannata! Tùbal, mi torturi.

Era la mia turchese, quell’anello.

Me l’aveva donato la mia Lia

quand’ero scapolo; non l’avrei dato

per un’intera foresta di scimmie.

TUBAL -

Ma Antonio è finito, certamente.

SHYLOCK -

Oh, certo, questo è vero; anzi verissimo!

Va’, Tubal, va’, prenotami una guardia,

impegnala due settimane prima.

Voglio avere il suo cuore,

se manca di pagarmi alla scadenza;

perché a Venezia io, senza di lui,

posso far tutto il traffico che voglio.

Va’, Tùbal. Ci vediamo in sinagoga.

Va’, Tùbal… alla nostra sinagoga.

(Escono da parti opposte)

SCENA II - In casa di Porzia a Belmonte

Entrano BASSANIO, GRAZIANO, PORZIA, NERISSA e servi

PORZIA -

(A Bassanio)

Vi prego, pazientate ancora un poco;

fate scorrere ancora uno, due giorni

prima di cimentarvi con gli scrigni;

ché se sbagliaste nella vostra scelta

io perderei la vostra compagnia.

Indugiate perciò ancora un poco…

C’è qualcosa - ma non è certo amore -

che mi dice che non vi vorrei perdere;

e voi sapete che non è dall’odio

che può venire un tale ammonimento;

ma per tema che voi non comprendiate

il mio sentire appieno - e una fanciulla

non ha altra lingua che il proprio pensiero -([75])

io vorrei trattenervi un mese o due

avanti che per me vi avventuriate.

Potrei indicarvi come sceglier bene…

ma no, che allora mi farei spergiura,

e questo mai…; però potreste perdermi;

e il pensiero che ciò possa accadere,

mi farebbe sembrar per me peccato

il non aver peccato di spergiuro.

Maledetti i vostri occhi!…

M’hanno stregata e spaccata a metà:

una metà è la vostra…

l’altra metà di me è pure vostra…

voglio dire la mia; ma s’essa è mia,

è vostra, e così io son vostra tutta.

Oh, che tempi crudeli questi nostri,

che frappongono tanti impedimenti

tra possessore e cosa posseduta!

Così, sebbene vostra, io non son vostra.

E se così dev’essere,

se ne vada all’inferno la fortuna

non io per questo!… Sto parlando troppo,

ma è solo per tesoreggiare il tempo,

per ritardarlo, tirarlo più a lungo

per trattenervi dal tentar la scelta.

BASSANIO -

Ch’io scelga subito; ché nel mio stato,

io vivo alla tortura.

PORZIA -

Alla tortura,

Bassanio? Ma qual nero tradimento

è mescolato allora al vostro amore?

BASSANIO -

Nessuno, fuor che il nero tradimento

dell’incertezza che mi fa temere

di non poter godere del mio amore.

In me tra il tradimento ed il mio amore

ci può esser la stessa convivenza

che tra la neve e il fuoco.

PORZIA -

Già, ma ho paura che diciate questo

sotto tortura, sotto le cui strette

gli uomini dicono qualunque cosa.

BASSANIO -

Voi promettetemi salva la vita,

ed io confesserò la verità.

PORZIA -

Bene, confessa e vivi.

BASSANIO -

“Confessa” e “ama”: dovevate dire:

avreste tratto da voi stessa il succo

della mia confessione.

O felice tormento, la tortura,

quando è lo stesso mio torturatore

ad insegnarmi qual risposta dare

per sottrarmi da essa!…

Fatemi andare incontro alla mia sorte

ed agli scrigni.

PORZIA -

Ebbene, allora avanti;

io son rinchiusa dentro uno dei tre.

Se voi mi amate, voi mi troverete.

Nerissa e l’altre, statevi da parte;

e suoni anche la musica

mentr’ei procede a fare la sua scelta;

se perde, la sua fine sarà simile

alla fine del cigno, che si spegne

pian piano nella musica;

e a far più vera la similitudine,

i miei occhi saranno il suo ruscello

ed il suo liquido letto di morte.([76])

Ma può vincere; e allora questa musica

che potrà essere? Sarà la musica

della fanfara reale che suona

al momento che i sudditi fedeli

s’inchinano davanti ad un monarca

testé incoronato; e sarà simile

ai dolci suoni che all’alzar del giorno

s’insinuano nelle sognanti orecchie

del fidanzato, e lo chiamano a nozze.([77])

Ecco, ora s’avvia, non men prestante

nel portamento, ma assai più amorevole

d’Alcide giovinetto, quando questi

mosse i suoi passi a liberar dall’orca

la vergine che la tremante Troia

aveva offerto in sacrifizio al mostro.([78])

Io son la vittima sacrificale;

e l’altre donne che son là in disparte

son le Dardanie mogli,

venute qui con lacrimose facce

a veder l’esito di quell’impresa.

Va’, Ercole! E vivi, per ch’io viva!

Io seguo ansiosa questo tuo cimento

con più trepidazione

che non tu nell’accingerti alla prova.

(Mentre Bassanio s’avvicina ad esaminare gli scrigni,

è intonata da Porzia una canzone)

CANZONE

“Dimmi, dimmi questa cosa:

“dove nasce capricciosa

“la passione dell’amore,

“dalla testa oppur dal cuore?

“Essa nasce da un nonnulla:

“da uno sguardo traditore,

“ed in quella stessa culla

“dove nasce, vive e muore.

“Facciam perciò per essa rintoccare

“a morto la campana;

“ed io per prima la voglio suonare:

“Din, don, din don…

(TUTTI)

“Din don, campana”.([79])

BASSANIO -

Spesso l’aspetto esterno

fa apparire le cose men che sono

in realtà. Dall’ornamento esterno

il mondo si lasciò sempre ingannare.

Nel mondo della legge,

quale causa, per quanto sporca e trista,

non saprà oscurar la sua natura,

se perorata da un fiorito accento?([80])

Qual dannato peccato, in religione,

non saprà rendere sacro e legittimo

un portamento serio e dignitoso

che rechi a suo sostegno i sacri testi,

nascondendo così la sua nequizia

dietro un bell’ornamento?

Al mondo non c’è vizio sì smaccato

che non possa coprir la sua magagna

con qualche segno esterno di virtù.

Quanti codardi, dal cuore malfido

simili a tanti scalini di sabbia,

ostentan tuttavia sul loro mento

barbe degne d’un Ercole,

e cipiglio di Marte, ed a frugarli

hanno il fegato bianco come il latte:

gente cui basta il fumo del coraggio([81])

per illudersi d’apparir temuti.

E la bellezza, ad osservarla bene,

scoprirete che può comprarsi a peso,

che là compie un prodigio di natura,

dove riesce a render più leggere

tutte quelle che più ne sono cariche.([82])

E tali son quei riccioletti d’oro

attorcigliati come serpentelli

che fanno voluttuose capriole

al vento sopra una beltà apparente,

e sono molto spesso ritenuti

essere stati in cima a un’altra testa…

e il cranio che li crebbe è in un sepolcro.

L’ornamento così altro non è

che il malfido arenile d’un oceano

pieno d’insidie, come il bello scialle

di cui si vela una bellezza indiana;([83])

in sostanza, la falsa verità

che i nostri astuti tempi metton su

per ingannare anche i più avveduti.

Perciò tu, oro lustro e sfavillante,

duro alimento a Mida,([84]) io non ti voglio.

Né te, pallido argento,

volgar mezzano d’ogni uman baratto

io sceglierò; ma te, ruvido piombo,

che minacci piuttosto che promettere,

te, la cui pallidezza

mi commuove più d’ogni bel discorso,

te io scelgo. E che gioia me ne venga!

PORZIA -

(A parte)

Ah, come ogni altro moto del mio animo

- dubbi, disperazione presto accolta,

paure, verde-occhiuta gelosia -,([85])

ora sembra dissolversi nell’aria!

Sta’ calmo, amore, frena la tua estasi;

contieni in giusti limiti il tuo gaudio,

non dar sfogo alla tua esuberanza.

Sento troppo la tua felicità!

Falla più lieve, temo di soccombere.

BASSANIO -

(Aprendo lo scrigno di piombo)

Che trovo qui?… Un ritratto. Porzia bella!

Quale semidio è potuto arrivare

a ritrarla così vera e reale?

Si muovono questi occhi,

oppure è il moto delle mie pupille

che me li fa apparire che si muovano?

Le labbra sono appena un po’ socchiuse,

come divise da un dolce respiro:

dolce barriera a separar tra loro

sì dolci amici. Qui nei suoi capelli,

l’artista, ad imitar l’arte del ragno,

ha intessuto una trama tutta d’oro

per irretirvi i cuori, più che il ragno

le mosche dentro le sue ragnatele.

Ma gli occhi… come ha potuto guardarli

per riprodurli? Terminato il primo,

come questo non gli ha rapito i suoi,

sì da lasciare l’opera incompiuta?

Eppure no, guardate: ogni mia lode

di questa effigie fa torto al reale

suo modello, di tanto questa immagine

sembra andarsene zoppa dietro ad esso.([86])

Ed ecco il rotoletto con la scritta

che contiene e compendia la mia sorte:

(Legge)

“Tu che scelto non hai per la tua vista,

“sorte ingannevole evitasti e trista.

“Dacché ti venne siffatta fortuna

“resta lieto di questa tua conquista

“né cercarne più alcuna.

“Se di questa ti sei ben allietato,

“ed hai la gioia ch’ha sempre cercato,

“volgiti alla tua dama,

“e con un bacio l’amor suo reclama.”

Gentile, il rotoletto!…

(A Porzia)

Bella signora, con licenza vostra,

io seguo quel che dice questo scritto,

nel dare e nel ricevere. Signora,

simile ad uno di due contendenti

in gara per un premio,

che pensa d’aver bene combattuto

agli occhi della gente,

allo scoppiar del fragoroso applauso

e delle generali acclamazioni

si guarda intorno tutto frastornato

e ancor dubbioso se quelle esplosioni

d’approvazione siano o no per lui,

io resto ancor dubbioso,

bellissima, se quel che vedo è vero,

finché non siate voi personalmente

a confermarlo ed a ratificarlo.

PORZIA -

Voi mi vedete, nobile Bassanio,

quale sono. Se fosse per me sola,

nulla ambizione avrei

di vedermi migliore; ma per voi,

vorrei esser me stessa venti volte,

mille volte più bella,

e diecimila volte ancor più ricca,

sì che soltanto per trovarmi in alto

nella stima e l’apprezzamento vostri,

io fossi per virtù, per forza d’animo,

per bellezza, ricchezza ed amicizie

oltre e al disopra d’ogni vostra stima.

Ma la somma di me non è gran cosa:

detta all’ingrosso, sono una ragazza

povera d’istruzione ed inesperta;

sol fortunata in questo,

di non essere ancora tanto vecchia

da non esser più in grado d’imparare;

più fortunata ancora,

per non esser cresciuta tanto stupida

da non esser capace d’imparare;

ma sopra ogni altra cosa fortunata

di confidare il docile mio spirito

al vostro, per riceverne la guida

come dal suo signore, dal suo re.

Io stessa e ciò ch’è mio,

d’ora in avanti è convertito in voi

e in ciò ch’è vostro. Finora sono stata

il signore di questa bella casa,

padrone dei miei servi,

regina di me stessa; d’ora in poi

casa, servi, la stessa mia persona

sono vostri, voi siete il mio signore.

Ed io li affido a voi con questo anello,

da cui se mai doveste separarvi

sia col perderlo, o sia col liberarvene,

sia questo per me il segno

che il vostro amore per me s’è corrotto

e questo sia legittima cagione

per me di farvene aperta rampogna.

BASSANIO -

Voi m’avete svuotato di parole,

signora; solo il sangue mio vi parla,

il sangue, che mi scorre nelle vene;

e c’è tal confusione nei miei sensi

qual si vede alla fine d’un discorso

pronunciato da un beneamato principe,

tra la folla vociante ed entusiasta

quando ogni moto dell’informe massa,

per sé insignificante, se isolato,

si trasforma, fondendosi in un tutto,

in un enorme, vastissimo insieme

di null’altro composto che di gioia

espressa e non espressa.

Ma quel giorno che questo vostro anello

avesse a separarsi dal mio dito,

allora da quel dito anche la vita

si sarà separata. Oh, dite pure

che quel giorno Bassanio sarà morto!

NERISSA -

Mio signore e signora, or tocca a noi,

che siam finora rimasti in disparte

spettatori del lieto coronarsi

dei vostri desideri,

d’inneggiare gridando: “Gioia a voi!”.

“Gioia a voi, mio signore e mia signora!”

GRAZIANO -

Signor Bassanio, e voi, gentil signora,

v’auguro tutta la felicità

che possiate desiderare, certo

di non potervene augurar più grande;

e supplico le vostre signorie,

quando vorran solennizzare il patto

del loro amore, che allo stesso tempo

celebri anch’io il mio.

BASSANIO -

Con tutto il cuore,

purché tu possa trovarti una moglie.

GRAZIANO -

Ringrazio vostra signoria, ma quella

me l’avete provvista proprio voi.

I miei occhi, signore,

sanno veder lontano come i vostri;

mentre voi guardavate alla padrona,

io osservavo la sua cameriera;

innamorato voi,

e di rimbalzo innamorato io;

giacché il darsi da fare in queste cose

s’addice a me non men che a voi, signore.

Se la vostra fortuna era racchiusa

in quegli scrigni là, così la mia,

come dicono i fatti;

perché io, dopo aver molto sudato

a corteggiarla, e seccata la gola

in giuramenti sopra giuramenti,

finalmente, se una promessa ha un fine,

ebbi da questa bella la promessa

che m’avrebbe concessa la sua mano

solo a patto che la tua buona sorte

desse a te quella della sua padrona.

PORZIA -

Vero, Nerissa?

NERISSA -

Vero, mia signora,

così voglia piacervi.

BASSANIO -

E tu, Graziano,

hai parlato sul serio?

GRAZIANO -

Sì, signore.

BASSANIO -

La nostra festa dalle vostre nozze

sarà molto onorata.

GRAZIANO -

(A Nerissa)

E per di più,

noi faremo con loro una scommessa:

mille ducati a chi avrà il primo figlio.

NERISSA -

E dobbiamo già metter giù la posta?

GRAZIANO -

No; con la posta in giù

non vinceremo mai a questo gioco…([87])

Ma chi vedo venire a questa volta?

Non è Lorenzo con la sua pagana?

E con loro Salerio, un vecchio amico

mio di Venezia.

Entrano LORENZO, GESSICA e SALERIO

BASSANIO -

Benvenuto qui,

Lorenzo, benvenuto qui, Salerio,

se il mio giovine stato d’interessi

mi permette di far gli onor di casa.

Porzia, mia cara, con licenza vostra

do il benvenuto a questi buoni amici

e miei concittadini.

PORZIA -

E così io.

Sian tutti benvenuti in casa mia.

LORENZO -

Ringrazio vostro onore.

(A Bassanio)

Mio signore,

per mia parte, non era mio proposito

di venire a vederti; ma Salerio

col quale m’imbattei durante il viaggio,

mi scongiurò, vincendo i miei rifiuti,

d’accompagnarlo fino qui da te.

SALERIO -

È vero, mio signore, e la ragione

c’era da parte mia. Ecco per voi,

coi suoi saluti, dal signor Antonio.

(Gli consegna una lettera)

BASSANIO -

Avanti ch’io la legga,

dimmi, di grazia, come sta in salute

quella perla di amico.

SALERIO -

Non sta male,

signore, salvo che nel suo morale;

né bene, salvo che nel suo morale.

La sua lettera qui vi dirà meglio

le condizioni sue.

(Bassanio apre la lettera e legge)

GRAZIANO -

Nerissa, intanto

pensa ad accogliere la forestiera,

dalle tu il benvenuto in questa casa.

Qua la mano, Salerio: che notizie

ci rechi da Venezia? Come sta

quel mercante reale, il buon Antonio?([88])

Son sicuro che si rallegrerà

della fortuna mia e di Bassanio:

due Giasoni venuti alla conquista

del vello d’oro.([89])

SALERIO -

Eh, volesse Iddio

che aveste conquistato il vello d’oro

da lui perduto.

PORZIA -

(A parte)

Un brutta notizia

ci sarà di sicuro in quella lettera,

perché vedo le gote di Bassanio

perdere il colorito:

forse la morte d’un suo caro amico,

perché nient’altro potrebbe alterare

così la tempra d’un uomo normale…

E sempre peggio… Scusami, Bassanio,([90])

io sono ora la metà di te,

perciò reclamo per me la metà

di quanto reca a te codesta lettera.

BASSANIO -

In questa lettera, Porzia mia dolce,

ci son parole tra le più amare

ch’abbiano mai macchiato della carta.

Gentile mia signora,

quando ti dichiarai la prima volta

l’amore mio ti dissi apertamente

non posseder per me altra ricchezza

oltre ciò che mi scorre nelle vene;

e d’esser gentiluomo di natali.

E ti dicevo il vero. E tuttavia,

cara signora, riducendo a zero

la stima di me stesso, tu vedrai

che gran millantatore sono stato.

Perché quando ti dissi essere zero

le mie fortune, avrei dovuto aggiungerti,

in verità, ch’eran meno di zero.

M’ero infatti obbligato,

per procacciarmi i mezzi, a un caro amico,

che a sua volta dové contrarre un debito

col suo più aperto e spietato nemico.

Ebbene in questa lettera, signora,

la carta è come il corpo del mio amico,

ogni parola una ferita aperta

che cola sangue vivo…

Ma davvero, Salerio? Tutti persi

i suoi carichi? Che! Nessuno salvo?

Quello da Tripoli, l’altro dal Messico,

quelli dall’Inghilterra, da Lisbona,

dalle coste dell’Africa, dall’India!

E non un solo vascello scampato

al terribile urto con gli scogli

rovina dei mercanti?

SALERIO -

No, nessuno.

E poi, se pure Antonio avesse avuto,

come sembra, il denaro sufficiente

a soddisfar l’impegno con l’ebreo,

questi ricuserebbe di accettarlo.

Non ho mai conosciuto essere umano

tanto smanioso ed avido

di perseguir la rovina d’un uomo.

Affligge il Doge di giorno e di notte,

e chiama in causa la libertà

dello Stato, se non gli fan giustizia.

Venti grossi mercanti, il Doge stesso

ed i più alti membri del Consiglio,

hanno fatto del tutto a persuaderlo,

ma non c’è stato verso

di poterlo convincere a desistere

da quel suo detestabile reclamo:

la condanna d’Antonio alla penale,

giustizia e pagamento del suo credito.

GESSICA -

Quando stavo con lui,

l’ho udito un certo giorno che giurava

ai suoi connazionali Chus e Tubal

che avrebbe preferito in pagamento

del suo contratto la carne di Antonio,

a venti volte la somma dovutagli;

e son sicura che se né la legge,

né il governo, né altra autorità

avranno tal potere da impedirglielo,

per il povero Antonio saran guai.

PORZIA -

(A Bassanio)

Ed è tuo caro amico

colui che trovasi in quest’intrigo?

BASSANIO -

L’amico mio più caro,

il più gentile e nobile degli uomini,

lo spirito più aperto e liberale

e più instancabile nel far del bene;

uno nel quale il senso dell’onore,

più che in ogni altro che vive in Italia,

è quello d’un Romano.

PORZIA -

Quant’è la somma che deve all’ebreo?

BASSANIO -

Per me, tremila ducati.

PORZIA -

Non più?

Dagliene sei, e chiudi la partita;

anzi raddoppia, triplica i seimila,

prima che ad un amico come quello

che m’hai descritto possa essere torto

un sol capello a causa di Bassanio.

Vieni prima con me alla parrocchia

a chiamarmi tua moglie,

e poi via, a Venezia dal tuo amico;

perché non devi star vicino a Porzia

con in cuore una simile inquietudine.

E porterai con te tanto denaro

da soddisfare almeno venti volte

il debituccio. E una volta saldato,

conduci qui con te il tuo caro amico.

Nel frattempo, Nerissa, la mia ancella,

ed io stessa vivremo qui da sole,

come vergini vedove. Su, su,

perché tu devi partire da qui

il giorno stesso delle nostre nozze.

Dà il benvenuto a questi tuoi amici,

e mostra loro una gioconda vena:

dal momento che t’ho pagato caro,

tanto più caramente t’amerò.

Ma sentiamo che dice questa lettera.

(Prende la lettera dalle mani di Bassanio e legge)([91])

“Carissimo Bassanio,

“le mie navi son tutte andate a male,

“i creditori si fan più crudeli

“di giorno in giorno; m’è rimasto poco

“di tutti i miei averi, ed è scaduta

“la mia obbligazione con l’ebreo;

“e poiché, se gli pago la penale,

“è da escluder ch’io possa sopravvivere,

“ogni tuo debito verso di me

“è cancellato. Ho solo un desiderio:

“di rivederti prima di morire.

“Comunque fa’ come ti detta dentro:

“se il tuo affetto ti dovesse dire

“di non venire, non sia questa lettera

“ad esortarti a farlo. Il tuo Antonio.”([92])

Amore, sbriga le faccende e parti.

BASSANIO -

Poiché sei tu che me ne dài licenza,

m’affretterò; ma d’ogni mio ritardo

a ritornar da te, non sospettare,

mia cara, che sia colpa d’altro letto,

né pensare ad alcuna negligenza

da mia parte che possa esser sorta

ad interporsi tra Bassanio e Porzia.

(Escono)

SCENA III - Venezia, una calle.

Entrano SHYLOCK, SOLARIO, ANTONIO, e il Carceriere.

SHYLOCK -

Non perderlo di vista, Carceriere.

E che non mi si parli di pietà…

Questo è l’idiota che prestava gratis

denaro a tutti. Tienlo bene d’occhio.

ANTONIO -

Ancora una parola, mio buon Shylock…

SHYLOCK -

Niente, voglio la mia obbligazione;

non ne parliamo più!

Ho giurato che avrò quanto mi spetta

per contratto. Tu m’hai chiamato “Cane”,

se sono un cane, attento alle mie zanne.

Il Doge dovrà rendermi giustizia.

Mi meraviglia che tu, carceriere,

sia così negligente e rimbambito

d’andar fuori con lui, a suo capriccio.

ANTONIO -

Ti prego, ascolta ancora una parola…

SHYLOCK -

Io voglio solo aver quel che mi spetta,

e non voglio ascoltare le tue ciance.

Voglio la mia obbligazione e basta.

Non ho nessuna voglia

di passare per uno di quei gonzi

rammolliti, che stanno lì a guardarti

imbambolati, e scuotono la testa,

e si fanno commuovere, e sospirano

e alla lunga finiscono col cedere

alle molte insistenze dei cristiani.

Non starmi dietro; non voglio discorsi.

Voglio l’esecuzione del contratto.

SOLANIO -

È il più vile e intrattabile cagnaccio

ch’abbia mai contrattato con degli uomini.

ANTONIO -

Lascialo andare; non gli sto più dietro

son suppliche del tutto inefficaci.

Lui vuole la mia vita,

e ne conosco bene la ragione:

gli ho sottratto sovente dalle grinfie

molti che son venuti poi da me

a lagnarsi di lui. Per questo m’odia.

SOLANIO -

Ma il Doge, son sicuro,

non permetterà mai che questo patto

possa avere efficacia.

ANTONIO -

Non può il Doge

negare che la legge sia applicata;

dovessero venire denegati

i privilegi che hanno gli stranieri

qui da noi a Venezia, la giustizia

dello Stato sarebbe screditata,

e si sa che i commerci e i profitti

da essi derivanti alla città

dipendono dal credito che gode

la repubblica presso gli altri stati.

Perciò avanti; m’hanno sì fiaccato,

tutte queste afflizioni e queste perdite,

che a stento mi riuscirà, domani,

di rimediare una libra di carne

per il mio sanguinario creditore.

Andiamo, carceriere; prego Dio

che Bassanio possa arrivare in tempo,

non fosse che soltanto per vedermi

nel momento in cui pago quel suo debito;

e dopo niente m’interessa più.

(Escono)

SCENA IV - La casa di Porzia a Belmomte

Entrano PORZIA, NERISSA, GESSICA, LORENZO e BALDASSARRE

LORENZO -

Devo dire, signora,

e ve lo dico senza infingimenti,([93])

quanto sia nobile e sincera in voi

l’amicizia, questo divino dono

degli umani, e ciò appare prepotente

dal modo come state sopportando

ora l’assenza del vostro signore.

Ma se voi conosceste la persona

che dimostrate tanto di onorare,

qual vero gentiluomo

sia quello al quale correte in aiuto

e la grande amicizia

ch’egli ha col mio signore vostro sposo,

son certo che di questo vostro gesto

sareste più orgogliosa e soddisfatta

che di qualunque altra bella azione

cui la vostra bontà vi possa indurre.

PORZIA -

Di far del bene io non fui mai pentita,

né lo sarò stavolta; tra compagni

usi a parlare ed a svagarsi insieme,

e le cui anime sono legate

sì strettamente in affetto reciproco,([94])

dev’esserci profonda affinità

di tratti, di maniere, di carattere;

e ciò m’induce a credere che Antonio,

grande amico com’è del mio signore,

al mio signore sia ben somigliante.

Se così è, quanto modesto è il prezzo

da me improntato in prestito

per sottrarre a diabolica tortura

l’altro se stesso dell’anima mia!

Ma questo è quasi un incensar me stessa;

perciò di ciò non più. Parliamo d’altro.

Lorenzo, affido nelle vostre mani

la condotta e il governo della casa,

finché non sia tornato il mio signore;

per parte mia, ho fatto voto al cielo

di trascorrere tutto questo tempo

nella preghiera ed in contemplazione,

con la sola assistenza di Nerissa,

nell’attesa che tornino i mariti.

A due miglia da qui c’è un monastero,

ci andremo a chiuder là per questo tempo.

Non ricusate, vi prego, di assumere

il peso che v’è momentaneamente imposto

dal mio amore e dalle circostanze.

LORENZO -

Signora, obbedirò con tutto il cuore

a tutti i vostri gentili comandi.

PORZIA -

La mia gente sa già le mie intenzioni

e riconoscerà in voi e in Gessica

le veci di Bassanio e di me stessa.

E così vi saluto; arrivederci.

LORENZO -

Ore felici e sereni pensieri

siano con voi!

GESSICA -

Vi auguro, signora,

tutto che possa darvi gioia al cuore!

PORZIA -

Grazie di tanto augurio, che di cuore

vi ricambio. Arrivederci, Gessica!

(Escono Gessica e Lorenzo)

Ora a noi, Baldassarre.

Sempre ho trovato un uomo onesto

e fido, ch’io ti trovi ancor tale.

Affido alle tue mani questa lettera,

e tu dispiega ogni tuo miglior zelo

per raggiungere Padova al più presto;

là farai in modo di recapitarla

al dottore Bellario, mio cugino;

ed egli ti darà dei documenti

e un pacco contenete dei vestiti,

che porterai, ti prego, in tutta fretta,

al traghetto, al battello per Venezia.

Non perder tempo in chiacchiere,

va’, parti. Io sarò là prima di te.

BALDASSARRE -

Vado, signora, quanto più sollecito.

(Esce)

PORZIA -

Nerissa, ascolta: ho in mente un certo piano

di cui finora non t’ho mai parlato:

noi rivedremo i nostri due mariti

avanti ch’essi stessi se l’aspettino.

NERISSA -

Ed essi ci vedranno?

PORZIA -

Sì, Nerissa;

ma noi saremo travestite in modo

ch’essi ci credano due individui

che hanno quello di cui noi manchiamo.([95])

E scommetto con te qualunque cosa

che vestite da maschi, tu ed io,

io sarò delle due il più bel tipo,

con la mia brava spada alla cintura

portata con graziosa strafottenza,

e parlerò con la voce a zampogna

del ragazzo che sta passando uomo,

e muterò in una maschia falcata

ogni due dei miei lievi passettini,

e parlerò di zuffe immaginarie

come un bel giovine spaccamontagne,

e narrerò, mentendo allegramente,

di come rispettabili signore

m’abbiano chiesto amore,

e al mio diniego si siano ammalate

fino a morire… ed io senza far niente

per loro, poverette… Poi dirò

d’esser pentito e che, in fin dei conti,

se non si fossero uccise per me,

sarebbe stato meglio… e così via

con altre frottole di questo genere,

da far giurare a chi mi stia a sentire

ch’è più di un anno che non vado a scuola.

Insomma, ho in mente mille fanfaluche

tutte balorde come queste e degne

di questi giovanotti spacconcelli,

e vedrai che saprò tirarle fuori.

NERISSA -

Come! “Farci” due uomini, noi due?([96])

PORZIA -

Ohibò, vergogna! Che domanda è questa?

Pensa se avessi adesso accanto a te

un malizioso interprete, Nerissa!…

Andiamo, ti esporrò bene il mio piano

quando saremo nella mia carrozza

che già ci aspetta all’ingresso del parco.

Perciò sbrighiamoci, perché in un giorno

noi dobbiamo percorrer venti miglia.([97])

(Escono)

SCENA V - Il giardino della casa di Porzia a Belmonte

Entrano LANCILLOTTO e GESSICA

LANCILLOTTO -

Sì, in coscienza, è così; perché sta scritto,

che i peccati dei padri

devono ricader sui loro figli.

Per ciò, vi dico, ho paura per voi.

Sono stato con voi sempre sincero,

per cui vi dico adesso, ecco, vedete,

la mia agitazione([98]) su quel punto.

Dovete mettervi l’animo in pace,

perché, sinceramente, son convinto

che sarete dannata.

Vi resta tuttavia una speranza

di salvazione alla quale aggrapparvi,

anche se di natura un po’ bastarda.

GESSICA -

Quale, di grazia?

LANCILLOTTO -

Beh, Vergine Santa,

voi potete sperar che a generarvi

non sia stato colui che è vostro padre,

e che non siate figlia dell’ebreo.

GESSICA -

Una speranza davvero bastarda:

perché mi ricadrebbero sul capo

in tal caso i peccati di mia madre.

LANCILLOTTO -

Allora temo assai, sinceramente,

che sarete dannata in ogni caso,

sia da parte di padre che di madre,

perché schivando Scilla - vostro padre -,

cadrete su Cariddi - vostra madre;

insomma, via, per l’uno o l’altro verso,

siete proprio perduta.

GESSICA -

Ma sarò salva grazie a mio marito,

che avrà fatto di me una cristiana.

LANCILLOTTO -

E per questo, vi dico francamente

che tanto più egli è da biasimare;

noi cristiani eravamo già abbastanza,

tanti insomma da poter viver bene

senza darci fastidio l’un con l’altro.

Questo vezzo di far nuovi cristiani

fa rincarar la carne di maiale;

se diventiamo tutti mangiatori

di carne di maiale, va a finire

che non potremo avere da comprare

una fettina di lardo alla brace

manco a pagarla un occhio della testa.

Entra LORENZO

GESSICA -

Questo lo voglio dire a mio marito,

Lancillotto.

LORENZO -

Mi fai ingelosire,

Lancillotto, se tu metti mia moglie

così alle strette!([99])

GESSICA -

Oh, niente paura,

per noi, Lorenzo; Lancillotto ed io

stiamo alle corte; lui dice papale

che su in cielo per me non v’è mercé,

perché sono la figlia di un ebreo,

e per di più dichiara che tu stesso

sei tutt’altro che un bravo cittadino,

perché nel convertir gli ebrei in cristiani,

fai rincarare la carne di porco.

LORENZO -

Da questa accusa posso scagionarmi

assai meglio di quanto possa lui

dal peccato di aver fatto gonfiare

la pancia a quella negra.

(A Lancillotto)

Per tua colpa è incinta l’Africana,

Lancillotto.

LANCILLOTTO -

È molto che la Mora

sia cresciuta di pancia oltre ragione;

ma se pure è calata d’onestà,

è sempre più di quanto io la stimassi.([100])

LORENZO -

Ma guarda un po’ come anche gl’imbecilli

sono bravi a giocar colle parole!

Credo che presto resterà il silenzio

il maggior pregio dell’uomo, e il parlare

diventerà soltanto commendevole

nei pappagalli… Rientra, gaglioffo,

e di’ che si preparino pel pranzo.

LANCILLOTTO -

Quanto a questo è già fatto, monsignore,

sono tutti affamati.

LORENZO -

Oh, Dio, costui,

che cacciatore di spiritosaggini!

Allora di’ che “preparino” il pranzo.

LANCILLOTTO -

È già fatto anche questo, monsignore.

La frase giusta è “mettere il coperto”.

LORENZO -

Bene, allora vuoi metter tu il coperto?

LANCILLOTTO -

No, signore, nemmeno;

conosco a perfezione il mio dovere.([101])

LORENZO -

E dàgli ancora con le melensaggini!

Vuoi sciorinare tutta in una volta

la girandola delle tue facezie?

Fammi il favore, cerca di capire

il parlar semplice d’un uomo semplice:

va’ a dire ai tuoi colleghi

di apparecchiare e di mettere in tavola:

noi verremo tra poco per il pranzo.

LANCILLOTTO -

Bene, illustrissimo: quanto alla tavola,

sarà apparecchiata; quanto ai piatti,

saranno in tavola; e quanto al vostro arrivo

per pranzare, signore, fate voi

secondo vostro umore e fantasia.

(Esce)

LORENZO -

Però con quale rara perspicacia

impiega le parole questo scemo!

Se n’è infilato dentro la memoria

un esercito intero;

e ne conosco tanti come lui

e di ben più alto rango e condizione,

armati anch’essi di spiritosaggini,

i quali, per amor di doppi sensi,

non fan che ruminare la realtà.

Gessica, come va? Dimmi, dolcezza,

come trovi la moglie di Bassanio?

Ti piace?

GESSICA -

Sì, al di sopra d’ogni lode.

E farà bene il tuo signor Bassanio

a darsi un modo di vita esemplare;

perché con una tal benedizione

di moglie, può gustare sulla terra.

beatitudini di paradiso;

e s’egli non sapesse meritarle

sulla terra, direi che a buon diritto

giammai dovrebbe andare in paradiso.

Se in cielo si dovesse mai giocare

fra due divinità una partita

con due donne mortali come posta,

e Porzia fosse una delle donne,

all’altra andrebbe aggiunta qualche cosa,

perché su questo grossolano mondo

Porzia non ha nessuna che la eguagli.

LORENZO -

Anche tu hai in me un tal marito

che vale quanto Porzia come moglie.

GESSICA -

Già, ma su questo punto

conviene che tu chieda il mio parere.

LORENZO -

Lo farò tosto; prima andiamo a pranzo.

GESSICA -

No, no, lascia ch’io faccia le tue lodi

a pancia vuota.

LORENZO -

No, ti prego, cara,

riserviamoci pure l’argomento

come discorso a tavola;

così allora qualunque cosa dici,

la potrò ingoiar con tutto il resto.

GESSICA -

Bene, vuol dire che ti metterò

avanti a tutto, come primo piatto.

(Escono)


ATTO QUARTO

SCENA I - Venezia, la corte di giustizia.

Entrano il DOGE, i MAGNIFICI, ANTONIO, BASSANIO, GRAZIANO, SALERIO e altri

DOGE -

Antonio c’è?

ANTONIO -

Presente, vostra grazia.

DOGE -

Mi dispiace per te: dovrai rispondere

a un avversario dal cuore di pietra,

un malvagio inumano,

negato alla pietà, arido e vuoto

d’ogni minimo segno di clemenza.

ANTONIO -

Ho udito quanta pena vostra grazia

s’è data a mitigare il suo rigore;

ma dal momento ch’ei rimane rigido

e che non c’è nessun mezzo legale

per trarmi fuori dall’odiosa cerchia

del suo rancore, io non posso altro

che mettere la mia sopportazione

avanti e in contrapposto alla sua furia,

e accingermi a soffrire, rassegnato,

nella calma serena del mio spirito

la collera e la crudeltà del suo.

DOGE -

Vada qualcuno a chiamare l’ebreo

e ad introdurlo innanzi a questa corte.

SALERIO -

È qui alla porta, viene, vostra grazia.

Entra SHYLOCK

DOGE -

Fate luogo, ch’ei possa rimanere

in piedi in faccia a noi.

Shylock, il mondo pensa - ed io con esso -

che vorrai, sì, serbare fino all’ultimo

questa mostra della tua cattiveria;([102])

ma poi, si pensa ugualmente da tutti

che farai mostra d’una compassione

e d’un ravvedimento ancor più strani

di questa tua apparente crudeltà;

talché mentre ora esigi la penale,

vale a dire una libbra della carne

di questo povero mercante, dopo

non solo sarai pronto a rinunciarvi,

ma, toccato da umana comprensione

e da cristiano amore per il prossimo,

gli abbuonerai la metà del suo debito,

guardando con un occhio di pietà

le grave perdite che ultimamente

han sì gravato sopra le sue spalle,

abbastanza da mettere anche a terra

un mercante reale([103]) come lui,

e da strappare commiserazione

per il suo stato da petti di bronzo

e da spietati Turcomanni e Tartari

mai usi ad atti di calore umano.

Siamo tutti in attesa

di tua cortese risposta, Giudeo.

SHYLOCK -

Dei miei proponimenti

ho già dato contezza a vostra grazia,

e ho giurato sul nostro sacro Sabbath,([104])

che intendo avere quello che mi spetta

in forza della mia obbligazione.

Se voi me lo negate,

s’abbatta punitiva la potente

mano di Dio sopra gli statuti

e sulle libertà del vostro Stato.

Mi chiederete per quale ragione

ho scelto di ricever carne umana

in luogo dei tremila miei ducati.

Non ho altra risposta

se non ch’è un mio capriccio personale…

Essa non vi soddisfa?… Che direste

se un topo molestasse la mia casa

ed io per mio capriccio decidessi

di gettar via diecimila ducati

per cacciarlo? Sarebbe una risposta?

C’è gente che non ama avere in tavola

un maiale col grugno spalancato;

altri si fanno prender da isterie

alla vista d’un gatto; ed altri ancora

se la fan sotto solo ad ascoltare

il nasale suonar d’una zampogna;

e tutto ciò perché la simpatia,

padrona delle nostre reazioni,

tutte le regole a suo capriccio,

si tratti di gradire o rifiutare.

Insomma, per venire alla risposta:

come non c’è ragione plausibile

perché quello non tolleri la vista

d’un porco con la bocca spalancata,

o d’un innocuo necessario gatto;

perché quell’altro un piffero villoso,

ma ciascuno per forza deve cedere

a quell’inevitabile vergogna

di ritorcer l’offesa a chi t’ha offeso,

così io qui non posso, né lo voglio,

darvi alcuna ragione,

più che quella d’un odio radicato

e d’una certa quale repugnanza

che sento per Antonio,

del perché mi sobbarco a questa azione

contro di lui e in perdita per me.([105])

BASSANIO -

Questa non è, o uomo senza cuore,

una risposta che ci dia ragione

della tua crudeltà.

SHYLOCK -

Non son tenuto

a compiacerti con le mie risposte.

BASSANIO -

Forse è di tutti gli uomini

distruggere le cose che non amano?

SHYLOCK -

E c’è forse tra gli uomini

chi, detestando a morte qualche cosa,

non la voglia distruggere?

BASSANIO -

Non ogni offesa che ci vien recata

è odio, alla radice.

SHYLOCK -

Che! Tu vorresti dunque che un serpente

ti mordesse due volte?

ANTONIO -

(A Bassanio)

Lascia andare.

Ti prego, pensa che stai altercando,

Bassanio, con l’ebreo. Tanto varrebbe

star sulla spiaggia e pregar la marea

di contenere il suo solito flusso;

tanto varrebbe domandare al lupo

perché ha costretto l’angosciata pecora

a belar per la vita dell’agnello;

o proibire ai pini di montagna

di scuotere le loro eccelse cime

e di stormire con molto rumore

alle violente raffiche del vento;

tanto varrebbe far qualunque cosa

la più difficile su questa terra,

che cercare d’intenerire - ahimè -

il suo cuor di giudeo. Perciò ti supplico,

astieniti dal fargli altre profferte,

non stare lì a sprecare altre risorse,

ma fa’ ch’io m’abbia in tutta speditezza

e in piena congruità la mia condanna

e l’ebreo esaudita la sua voglia.

BASSANIO -

(A Shylock)

Pei tremila ducati che ti deve,

eccone qui seimila.

SHYLOCK -

S’ogni ducato di questi seimila

fosse diviso in sei, ed ogni parte

fosse un ducato, li rifiuterei;

voglio avere la mia obbligazione.

DOGE -

Come puoi tu sperar pietà dal cielo,

se non usi pietà verso il tuo prossimo?

SHYLOCK -

Qual giudizio dovrò io mai temere

dal cielo, se non ho commesso male?

Voi avete tra voi diversi schiavi

che vi siete comprati, e che impiegate

come tanti somari, o cani, o muli

nelle più basse e servili incombenze:

e sol perché ve li siete comprati.([106])

S’io ora vi dicessi: “Liberateli!

Maritateli con le vostre eredi!

Perché farli sudare sotto i carichi?

Lasciate che si facciano anche loro

soffici letti e che i loro palati

assaporino i vostri stessi cibi!”,

voi mi rispondereste certamente

che quei servi son cosa vostra e basta.

E così io. Quella libra di carne

che pretendo da lui io l’ho pagata

a caro prezzo: è mia, e voglio averla!

E se me la negate,

sarà vergogna alla vostra giustizia.

Vorrà dire in tal caso

che a Venezia non c’è forza di legge.

Io vi chiedo giustizia; rispondete;

l’avrò?

DOGE -

Io posso, in base ai miei poteri,

aggiornare l’udienza della corte,

fino a tanto che arrivi qui Bellario,

un valente dottore della legge

che ho mandato a chiamare espressamente

per dirimere oggi questo caso.

SALERIO -

Mio signore, è qui fuori un messaggero

testé giunto da Padova,

con lettera da parte del dottore.

DOGE -

Fatelo entrare. Datemi la lettera.

BASSANIO -

Fa’ cuore, Antonio! Su, coraggio, amico!

L’ebreo s’avrà il mio sangue, le mie ossa,

la mia carne ed il resto di me stesso,

avanti che tu sia costretto a perdere

per me una sola goccia del tuo sangue.

ANTONIO -

Io son la pecora infetta del gregge,

e dunque la più adatta per la morte.

Prima degli altri, cada il frutto stento,

e così sia di me. Ma tu, Bassanio,

non c’è cosa che ti si addica meglio

che seguitare a vivere,

e scrivere così il mio epitaffio.

Entra NERISSA vestita da giovane scrivano di avvocato.

Consegna al Doge una lettera.

DOGE -

Da Padova? Da parte di Bellario?

NERISSA -

Appunto, monsignore. E per mio mezzo

Bellario riverisce vostra grazia.

(Il Doge legge la lettera in silenzio)

BASSANIO -

(A Shylock)

Per che fare ti affili quel coltello

con tanto accanimento?([107])

SHYLOCK -

Per tagliare

da quel fallito lì la mia penale.

BASSANIO -

Non sul corame della tua soletta

tu dovresti affilare quel coltello,

ma su quello più duro del tuo cuore,([108])

spietato ebreo; ma non c’è alcun metallo,

no, nemmeno la scure del carnefice,

che sia nemmeno per metà affilato

e tagliente rispetto all’odio tuo.

Non c’è dunque preghiera che ti tocchi?

SHYLOCK -

No, nessuna di quante la tua mente

riesca a fare.

GRAZIANO -

Oh, sii dannato, cane,

mai abbastanza esecrato; e accusata

sia la giustizia che ti lascia vivere.

Tu mi fai vacillar nella mia fede

tanto da indurmi quasi ad abbracciare

con Pitagora la metempsicosi

della bestia nell’anima dell’uomo.([109])

Il tuo ringhioso spirito

deve aver albergato in qualche lupo

che, impiccato per una strage d’uomini,

esalò dal capestro la sua anima

e questa venne a trasfondersi in te,

mentre tu eri ancora nelle viscere

di quella scellerata di tua madre:

perché d’un lupo sono le tue brame

sanguinarie, fameliche, insaziabili.

SHYLOCK -

Finché tu non potrai con i tuoi insulti

cancellar la tua firma dal contratto,

avrai sol danneggiato i tuoi polmoni.

Recupera il tuo senno, giovanotto,

o tu lo perderai senza rimedio.

Io sono qui in attesa di giustizia.

DOGE -

Con questa lettera il dottor Bellario

presenta e raccomanda a questa Corte

un valoroso, giovane dottore.

Dov’è ora?

NERISSA -

Qui fuori, vostra grazia,

e attende di conoscere da voi

se vostra grazia è disposta a riceverlo.

DOGE -

Ma di gran cuore! Vadano tre o quattro

ad introdurlo cortesemente in aula.

Nel frattempo la Corte ascolterà

quel che dice Bellario nella lettera.

(Legge)

“Sappia la Grazia Vostra che al momento in cui ricevo la sua lettera, mi trovo assai indisposto; ma che nello stesso momento in cui è venuto il vostro messo, era presso di me, in gradita visita, un giovane giurista di Roma. Il suo nome è Baldassarre. L’ho informato della controversia fra l’ebreo e il mercante Antonio, e abbiamo insieme consultato un buon numero di testi. Egli conosce perfettamente la mia opinione; la quale, rafforzata dalla sua personale dottrina - della cui vastità non so fare abbastanza lodi - giunge a voi insieme con lui, ed egli, per mia sollecitazione, risponderà in mia vece all’invito di Vostra altezza serenissima. La pochezza dei suoi anni non gli sia, vi supplico, di impedimento a che non gli scarseggi da parte vostra una rispettosa stima; perché non ho mai conosciuto intelletto così maturo in una persona tanto giovane. Lo affido quindi alla vostra graziosa accoglienza, sicuro che la prova che farete di lui renderà più chiara la sua lode.”

Entra PORZIA vestita da dottore della legge

Avete udito tutti

quel che ci scrive il sapiente Bellario;

ed è il dottore di cui egli parla,

immagino, colui ch’è testé entrato.

Qua la mano. Venite da Bellario?

PORZIA -

Sì, vostra grazia.

DOGE -

Siete il benvenuto,

e vi piaccia sedere al vostro posto.([110])

Immagino che siate a conoscenza

della vertenza innanzi a questa corte?

PORZIA -

Perfettamente, la conosco a fondo.

Chi è il mercante qui, e chi l’ebreo?

DOGE -

Vengano avanti Antonio e il vecchio Shylock.

PORZIA -

Il vostro nome è Shylock?

SHYLOCK -

Shylock, sì.

PORZIA -

Di ben strana natura, in verità,

è la vostra pretesa; e tuttavia,

è tale che la legge veneziana

non può eccepirvi eccezioni di sorta,

se voi siete deciso a perseguirla.

(Ad Antonio)

Siete nelle sue mani, lo sapete?

ANTONIO -

Così egli dice.

PORZIA -

Confessate il debito?

ANTONIO -

Lo riconosco.

PORZIA -

Allora

l’unica cosa che vi può soccorrere

è che l’ebreo si dimostri clemente.

SHYLOCK -

E per qual costrizione dovrei esserlo?

Me lo sapreste dire?

PORZIA -

La clemenza per sé non mai soggiace

a costrizione; essa scende dal cielo

come pioggia gentile sulla terra

due volte benedetta:

perché benefica chi la riceve

come chi la dispensa. Presso i grandi

più che altrove potente, del monarca

adorna il capo meglio d’un diadema;

ché se lo scettro è segno

della terrena sua forza e potere,

attributo d’altezza e maestà,

ma anche sede della soggezione

e del timore che ispirano i re,

la clemenza è potere che trascende

la maestà scettrata,

il suo trono è nel cuore dei sovrani,

è un attributo dello stesso Dio;

e al potere di Dio quello terreno

si fa simile quando la clemenza

mitiga in esso il rigor della legge.

Perciò, Giudeo, se pur la tua pretesa

sia conforme alla legge, pensa a questo:

che nessuno di noi si salverebbe

se giudicato secondo giustizia.

Preghiamo Dio invocando clemenza,

e ciò ci deve tutti ammaestrare

a infondere clemenza nei nostri atti.

Ho voluto parlare tanto a lungo

fiducioso d’indurti a mitigare

la giusta causa della tua richiesta;

ma se tu sei deciso a perseguirla,

questa severa Corte di Venezia

dovrà per forza pronunciar condanna

contro questo mercante.

SHYLOCK -

I miei atti ricadan sul mio capo!

Io qui rivendico, a norma di legge,

la penale prevista dal contratto.

PORZIA -

Non è in grado di darvi egli il contante?

BASSANIO -

È in grado, sì, e l’offro io per lui,

davanti a questa Corte.

Anzi, di più: due volte la sua somma;

e se per lui non fosse sufficiente,

m’obbligo a dargli dieci volte tanto,

rilasciandogli anche come pegno

le mie mani, la mia testa, il mio cuore.

Se anche questo non sarà bastante,

dovrà apparire chiaro ai vostri occhi

che la perfidia schiaccia l’onestà.

Fate, per una volta, vi scongiuro,

che prevalga la vostra autorità;

per fare un atto di grande giustizia,

fate un piccolo torto,

piegate questo dèmone crudele

della sua volontà.

PORZIA -

Non è possibile.

Non c’è a Venezia alcuna autorità

ch’abbia il potere di modificare

un decreto in vigore;

questo potrebbe essere invocato

come un pericoloso precedente

e dietro quell’esempio

molti abusi potrebbero infiltrarsi

nel corpo dello Stato.

SHYLOCK -

(Gridando)

Oh, un Daniele,

un Daniele è venuto finalmente

a rendere giustizia! sì, un Daniele!([111])

Saggio giovane giudice,

come ti onoro!

PORZIA -

Ti prego, Giudeo,

ch’io possa esaminare il tuo contratto.

SHYLOCK -

(Porgendogli il contratto)

È qui, reverendissimo dottore.

PORZIA -

(Dà una rapida occhiata al contratto, poi, alla Corte)

Ebbene, quest’obbligazione è valida;

l’ebreo può legalmente reclamare

in base ad essa una libbra di carne

da ritagliarsi di sua propria mano

dalla parte del cuore del mercante.

(A Shylock)

Sii clemente. Contentati del triplo

del tuo denaro, che ti viene offerto;

e dimmi di stracciar questo contratto.

SHYLOCK -

Quand’esso sarà stato soddisfatto

secondo il suo tenore.

Voi siete un degno giudice, e si vede:

conoscete la legge;

l’avete egregiamente interpretata.

Io vi chiedo, nel nome della legge,

di cui siete un degnissimo pilastro,

di procedere. Non c’è lingua d’uomo,

ve lo posso giurar sulla mia anima,

ch’abbia il potere di farmi recedere.

Resto fermo alla mia obbligazione.

ANTONIO -

Supplico caldamente questa Corte

di pronunciare la propria sentenza.

PORZIA -

Ebbene, allora la sentenza è questa:

dovete preparare il vostro petto

per il suo taglio…

SHYLOCK -

O nobile giurista!

O giovane eccellente!

PORZIA -

… e ciò perché

sia l’intento che il fine della legge

giustificano appieno la penale

che appare qui dovuta per contratto…

SHYLOCK -

Giustissimo! O saggio e retto giudice!

Oh, quanto meno acerbo

sei tu dell’esteriore tua sembianza!

PORZIA -

Perciò scoprite il petto.

SHYLOCK -

Sì, il suo petto…

Così dice il contratto: non è vero,

nobile giudice? “Vicino al cuore”,

queste son le specifiche parole.

PORZIA -

È così infatti. C’è qui una bilancia

per pesare la carne?

SHYLOCK -

Eccola pronta.

PORZIA -

Un momento. Bisognerà però,

Shylock, che abbiate vicino un chirurgo,

a vostre spese, per fermare il sangue

e impedire che muoia dissanguato.

SHYLOCK -

È detto nel contratto?

PORZIA -

Non proprio espressamente, ma che conta?

Sarebbe bene che voi lo faceste,

non fosse che per carità del prossimo.

SHYLOCK -

Nel contratto non c’è… Non l’ho trovato.

PORZIA -

(Ad Antonio)

E voi, mercante, nulla da eccepire?

ANTONIO -

Ben poco: sono armato di coraggio

e preparato… Diamoci la mano,

Bassanio, addio. Non ti devi angustiare

se son giunto a tanto a causa tua,

perché in questo caso la Fortuna

si mostra più gentile che non suole.

Sempre ella è usa a fare che il fallito

sopravviva alla perdita dei beni,

così ch’egli rimanga a contemplare,

gli occhi infossati e la fronte scavata

da rughe, gli anni della sua miseria;

con me essa viene da liberatrice

dalla lenta e penosa sofferenza

d’una tale miseria.

Ricordami alla tua nobile sposa,

raccontale com’è finito Antonio,

dille quant’egli t’ha voluto bene,

parlale bene di me in mia morte.

E quando avrai finito,

dille di giudicare da lei stessa

se Bassanio non ebbe un vero amico.

Non ti rammaricare

di dover perdere con me l’amico,

come l’amico tuo non si rammarica

di saldare il tuo debito per te;

ché se l’ebreo taglierà bene a fondo,

lo pagherò all’istante, con il cuore.

BASSANIO -

Antonio, io son sposato ad una donna

che m’è più cara della stessa vita;

ma per me la mia vita, la mia sposa

e tutto il mondo non hanno il valore

della tua vita; tutto vorrei perdere,

sacrificare qui, a questo demonio,

per liberarti da questo tormento.

PORZIA -

Vostra moglie, se fosse qui presente

e v’ascoltasse far queste profferte,

non vi ringrazierebbe certamente.

GRAZIANO -

Ho anch’io una moglie, della quale

confesso, sono molto innamorato;

ma vorrei si trovasse in paradiso

per impetrare da qualche potenza

di far mutar questo cane di ebreo.

NERISSA -

Buon per voi che lo dite alle sue spalle!

Altrimenti codesto vostro voto

vi creerebbe in casa un pandemonio!

SHYLOCK -

(A parte)

E questi sono i mariti cristiani!

Io ho una figlia… Vorrei che il marito

fosse uno del ceppo di Barabba,

piuttosto che un cristiano!…

(Forte)

Ma qui si perde tempo…

Vi prego, pronunciate le sentenza.

PORZIA -

Una libbra di carne del mercante

è tua. La legge te ne dà il diritto,

e questa Corte te l’attribuisce.

SHYLOCK -

O giustissimo giudice!

PORZIA -

E tu dovrai tagliare questa carne

dal suo petto. La legge lo permette,

e la Corte lo riconosce giusto.

SHYLOCK -

Oh, dottissimo giudice!

Quale sentenza!…

(Ad Antonio)

Ebbene, su, prepàrati.

PORZIA -

Un momento; c’è ancora qualcos’altro.

Questo contratto qui

non ti assegna una goccia del suo sangue;

dice soltanto: “Una libbra di carne”.

Prenditi dunque quello che ti spetta,

vale a dire la tua libbra di carne;

ma, nel tagliarla, se farai versare

solo una goccia di sangue cristiano,

in forza delle leggi di Venezia,

ti saran confiscate terre e averi

a favor dello Stato di Venezia.([112])

GRAZIANO -

Oh, giustissimo giudice!…

Vedi, giudeo, che giudice sapiente!

SHYLOCK -

Dice così la legge?

PORZIA -

Ecco, tu stesso puoi leggerne il testo;

ché, dal momento che tu vuoi giustizia,

giustizia avrai più di quanta desideri,

puoi star sicuro.

GRAZIANO -

Oh, giudice sapiente!

Vedi, giudeo, che giudice sapiente?

SHYLOCK -

Quand’è così, accetto l’altra offerta:

mi sia versato il triplo dei miei soldi

e il cristiano sia sciolto da ogni debito.

BASSANIO -

Ecco il denaro.

PORZIA -

Al tempo!

L’ebreo deve ottener piena giustizia.

Al tempo, senza fretta. A lui non spetta

che la penale scritta nel contratto.

GRAZIANO -

Oh, giudeo! Quale giudice sublime,

qual giudice sapiente!

PORZIA -

Perciò prepàrati a tagliar la carne,

ma bada bene a non versare sangue,

ed a non ritagliar, né più e né meno,

che una libbra di carne ben precisa;

perché se ne tagliassi in più o in meno,

foss’anche questo “più” o questo “meno”

la ventesima parte d’uno scrupolo,([113])

sì, dico, anche qualcosa

che sposti la bilancia d’un capello,

per te sarà la morte,

e tutti tuoi averi confiscati.

GRAZIANO -

Un secondo Daniele!…

Un Daniele, giudeo! Ora, infedele,

sono io che ti tengo per il collo!

PORZIA -

Che fa il giudeo, perché sta fermo e muto?

Prenditi dunque quello che ti spetta.

SHYLOCK -

Datemi il mio danaro,

e lasciatemi andare.

BASSANIO -

L’ho qui pronto;

prendilo, è tuo.

PORZIA -

No, no, l’ha rifiutato

in faccia a questa Corte; deve avere

la giustizia da lui stesso richiesta,

vale a dire l’esatto adempimento

del suo contratto, e basta.

GRAZIANO -

Un Daniele, lo dico e lo ripeto,

un secondo Daniele! Ti ringrazio,

ebreo, che m’hai insegnato questo nome!

SHYLOCK -

Non riavrò nemmeno il mio denaro?

PORZIA -

Giudeo, tu devi aver quello e nient’altro

ch’è stato stabilito nel contratto,

da prelevare a tuo completo rischio.

SHYLOCK -

E allora al diavolo la mia penale,

e che buon pro gli faccia!

Non starò qui a discutere più a lungo.

PORZIA -

Un momento, giudeo. Aspetta, aspetta.

La legge ha un altro appiglio su di te.

È scritto nelle leggi di Venezia

che se è provato contro un straniero

che questi abbia cercato di attentare

con maneggi diretti od indiretti

alla vita d’un cittadino veneto,

la parte contro cui egli ha tramato

dovrà ottenere metà dei suoi beni,

l’altra metà essendo devoluta

alle casse private dello Stato,

e la vita del reo resta affidata

alla mercé del Doge, senza appello.

E tu ricadi in questa fattispecie;

poiché dal tuo agire emerge chiaro

che in maniera diretta ed indiretta

hai tramato a insidiar la stessa vita

del convenuto, e sei perciò incappato

nella sanzione che ho indicato sopra.

Ti conviene pertanto inginocchiarti

ed invocar dal Doge la clemenza.

GRAZIANO -

Chiedigli che tu possa aver licenza

d’impiccarti da te; per quanto, credo,

con i tuoi beni tutti confiscati,

a te non resterà nemmeno tanto

da comprarti una corda, ed impiccato

dovrai essere a spese dello Stato.

DOGE -

Perché tu veda quanto il nostro spirito

sia diverso da quello che tu credi,

io qui ti faccio grazia della vita

prima che tu lo chieda.

In quanto alla metà dei tuoi averi,

essa è di Antonio; l’altra va allo Stato;

questa però un tuo atto di umiltà

potrà ridurre a una semplice ammenda.

PORZIA -

La parte dello Stato, beninteso,

non già quella di Antonio.

SHYLOCK -

Ma sì, toglietemi la vita e tutto,

non fatemene grazia, a questo punto!

Mi togliete la casa,

se togliete il sostegno che la regge;

mi togliete la vita,

se mi togliete i mezzi su cui vivo.

PORZIA -

Che concessione gli puoi fare, Antonio?

GRAZIANO -

Un bel capestro, gratis;

e niente più, per amore di Dio!

ANTONIO -

Se così piaccia al mio signore il Doge

ed alla Corte, abbonargli l’ammenda

per metà dei suoi beni, a me sta bene;

a condizione che l’altra metà

la lasci in uso fiduciario a me,

per darla, alla sua morte, al gentiluomo

che ultimamente ha rapito sua figlia…

Due altre cose sian da prevedere:

primo, che in cambio di questo favore,

egli si faccia subito cristiano;

secondo, che davanti a questa Corte,

ei dichiari di fare donazione

di tutto che possiede alla sua morte,

a suo figlio Lorenzo ed a sua figlia.

DOGE -

Dovrà farlo, o gli revoco la grazia

della vita che gli ho testé concessa.

PORZIA -

Ti sta bene, giudeo? Che hai da dire?

SHYLOCK -

Mi sta bene.

PORZIA -

Scrivano, stendi allora

l’atto di donazione.

SHYLOCK -

Vi scongiuro,

fatemi andare… Non mi sento bene.

Vogliate farmi pervenire a casa

l’atto di donazione, per la firma.

DOGE -

Va’ pure, ma prepàrati a far tutto.

GRAZIANO -

Al battesimo tu dovrai avere

due padrini; s’io fossi stato giudice,

ne avresti avuti una diecina in più

per condurti alla forca, non al fonte.

(Esce Shylock)

DOGE -

(A Porzia)

Signore, resterete con me a pranzo?

PORZIA -

Chiedo umilmente scusa a vostra grazia,

ma devo stare a Padova stasera,

e convien che mi metta in viaggio subito.

DOGE -

Mi spiace molto che non siate libero.

Antonio, lascio a voi di compensare

come merita questo gentiluomo;

ché, a mio avviso, gli dovete assai.

(Esce con il seguito)

BASSANIO -

(A Porzia)

Chiarissimo dottore, grazie a voi

ed alla illuminata vostra mente,

oggi il mio amico Antonio ed io con lui

siamo stati prosciolti ed affrancati

da due condanne molto dolorose.([114])

In compenso noi due, con tutto il cuore,

vorremmo offrirvi, pel vostro disturbo,

i tremila ducati dell’ebreo.

ANTONIO -

E soprattutto vi restiam in debito

d’affetto e di servigi in sempiterno.

PORZIA -

È già ben compensato

colui che è soddisfatto di se stesso;

ed io, nell’affrancarvi,

tale mi sento e bene compensato.

Il mio animo anzi mai finora

s’era sentito così mercenario.

Vorrei solo pregarvi,

se ci sia dato d’incontrarci ancora,

di non far finta di non riconoscermi.

E così tanti auguri, e mi congedo.

BASSANIO -

Caro signore, debbo proprio insistere:

degnatevi accettar da noi qualcosa

per ricordo; se non come onorario,

almeno come omaggio personale.

Di grazia, concedetemi due cose:

di non dirmi di no e di perdonarmi.

PORZIA -

Poiché insistete tanto, accetterò.

(Ad Antonio)

Datemi i vostri guanti:

li porterò con me per amor vostro;

(A Bassanio)

come per amor vostro accetterò

questo anello da voi…

(Fa l’atto di voler sfilare l’anello dal dito di Bassanio, ma questi ritrae la mano)

non voglio altro…

fermo, non ritraete questa mano…

non vorrete negarmi questo dono

come segno d’affetto!

BASSANIO -

Questo anello?…

O santo Dio! È una cosa da nulla,

una bazzecola insignificante!

PORZIA -

Non accetterò altro fuor che questo;

sento anzi, adesso, di desiderarlo.

BASSANIO -

Per me, in questo anello, signor mio,

c’è molto più del suo valore intrinseco.

Son disposto magari a farvi dono

del più prezioso anello di Venezia,

dovessi pur cercarlo per proclama;

ma questo no, vi prego. Perdonatemi.

PORZIA -

Vedo, signore, quanto liberale

voi siate nell’offrire; poco fa

sembravate spronarmi a mendicare,

ed ora m’insegnate, a quanto pare,

come rispondere ad un mendicante.

BASSANIO -

Questo anello, gentile mio signore,

m’è stato dato in dono da mia moglie;

ed ella, quando me lo mise al dito,

volle che le giurassi di non venderlo,

o darlo via, o perderlo comunque.

PORZIA -

Questa è la scusa addotta da molti uomini

per sottrarsi dal fare dei regali;

ma vostra moglie, se non è una sciocca,

quando avesse saputo quanto bene

io abbia meritato quest’anello,

non vi potrà serbar lungo rancore

per il fatto di avermelo donato

Comunque, pace a voi!

(Esce con Nerissa)

ANTONIO -

Bassanio, amico, dàgli quell’anello;

a fronte del divieto di tua moglie

valuta i suoi servigi ed il mio amore.

BASSIANO -

Va’, Graziano, di corsa, va’, raggiungilo,

dagli l’anello e menalo, se puoi,

alla casa d’Antonio. Va’, fa’ presto.

(Esce Graziano)

E noi, tu ed io, subito dietro…

E domattina presto tutti e due

a Belmonte di volo. Andiamo, Antonio.

(Escono)

SCENA II - Venezia, una calle.

Entrano PORZIA e NERISSA, sempre travestite

PORZIA -

Chiedi dov’è la casa dell’ebreo,

portagli l’atto e faglielo firmare.

Se partiamo stasera, arriveremo

un giorno prima dei nostri mariti.

Immagino Lorenzo

come sarà contento di quest’atto!

Entra GRAZIANO, trafelato

GRAZIANO -

(A Porzia)

Per fortuna, signore, v’ho raggiunto.

Dopo miglior consiglio, il mio signore

Bassanio, vi ha mandato quest’anello,

e si onora richiedere a mio mezzo

la vostra compagnia per oggi a pranzo.

PORZIA -

Mi spiace, ma è impossibile.

L’anello, sì, con infinite grazie,

e vi prego di dirglielo, l’accetto.

Ed inoltre vi prego gentilmente

di voler indicare

a questo giovane mio segretario

dov’è la casa di quel vecchio Shylock.

GRAZIANO -

Con piacere.

NERISSA -

(A Graziano)

Signore, una parola.

(A parte a Porzia)

Voglio veder se posso aver anch’io

l’anello che ho donato a mio marito

facendolo impegnare, a giuramento,

che l’avrebbe portato sempre al dito.

PORZIA -

(A parte a Nerissa)

Oh, da lui l’otterrai, ne son sicura!

E poi li sentiremo, son sicura,

giurare e spergiurare l’uno e l’altro,

d’aver donato gli anelli a due uomini…

Ma terremo lor testa, bravamente,

giurando e spergiurando più di loro.

(Forte)

Va’, fa’ presto. Sai già dove t’aspetto.

NERISSA -

(A Graziano)

Signore, andiamo. Volete indicarmi

la strada che conduce a quella casa?

(Escono)


ATTO QUINTO

SCENA I - Belmonte, il giardino della casa di Porzia. Notte.

Entrano GESSICA e LORENZO

LORENZO -

La luna splende chiara questa notte.

Fu certo in una notte come questa,

quando il vento baciava dolcemente

gli alberi senza il minimo fruscio,

fu certo in una notte come questa

che Troilo scavalcò d’Ilio le mura

ad esalare l’anima in sospiri

verso le greche tende

dove la sua Cressida si giaceva.([115])

GESSICA -

In una notte come questa Tisbe,

mentre sfiorava con trepido passo

i prati già coperti di rugiada,

fuggì ad un tratto atterrita e discinta,

avendo visto l’ombra del leone.([116])

LORENZO -

Didone, in una notte come questa

stette alla riva del selvaggio mare,

e, con un ramo di salice in mano,

disperata gridò all’amor suo

di tornare a Cartagine.([117])

GESSICA -

Medea, in una notte come questa,

colse l’erbe stregate

che dovevan ridar la giovinezza

al suo suocero Esone.([118])

LORENZO -

In una notte come questa Gessica

fuggì furtiva dal ricco giudeo

per correr via da Venezia a Belmonte

insieme ad uno squattrinato amante.

GESSICA -

A lei, in una notte come questa,

giurava amore il giovane Lorenzo,

e le rapiva l’anima

con molti voti e nessuno sincero.

LORENZO -

E pure in una notte come questa

la bella Gessica, piccola strega,

calunniava il suo amore,

d’infedeltà e lui la perdonava.

GESSICA -

A seguitar con te

in questo gioco delle notti storiche,

io, son sicura, ti subisserei,

se nessuno venisse a disturbarci;

attenti, ecco, sento un passo d’uomo.

Entra STEFANO

LORENZO -

Chi viene in tanta fretta

nel notturno silenzio?

STEFANO -

Un vostro amico.

LORENZO -

Un amico! Che amico?

Il tuo nome, di grazia, amico?

STEFANO -

Stefano,

e vi preannuncio che la mia padrona

prima di giorno sarà qui a Belmonte;

ella sosta qua e là lungo il cammino,

presso le sante croci,([119])

dove prega in ginocchio ad impetrare

ore felici pel suo matrimonio.

LORENZO -

Chi viene insieme con lei?

STEFANO -

Nessun altro,

salvo la cameriera e un eremita.

Ma ditemi, di grazia,

il mio padrone Bassanio è tornato?

LORENZO -

No, né abbiamo ancora sue notizie.

Ma rientriamo, Gessica, ti prego,

e prepariamo una bella accoglienza

alla gentile padrona di casa.

Entra LANCILLOTTO

LANCILLOTTO -

Sol-là, tu-tu, tu-tu, sol-là, sol-là…([120])

LORENZO -

Chi chiama là?

LANCILLOTTO -

Sol-là, Mastro Lorenzo!

dov’è Mastro Lorenzo?

LORENZO -

Smettila di gridare, uomo! È qua.

LANCILLOTTO -

Sol-là, sol-là, qua dove?

LORENZO -

Qua, t’ho detto!

LANCILLOTTO -

Allora ditegli che c’è un corriere

giunto da parte del mio principale

col corno pieno di buone notizie.

Dice che il mio padrone sarà qui

prima che faccia giorno.

(Esce)

LORENZO -

Rientriamo, dolcezza,

ed aspettiamo in casa il loro arrivo.

Anzi, no, stiamo qui… perché rientrare?

Stefano, amico, va’ da quei di casa

e di’ che la padrona sta arrivando;

e faccian venir fuori all’aria aperta

i vostri musicanti…

(Esce Stefano)

Come s’adagia soffice la luna

col suo riflesso sopra questo poggio.

Noi ci sediamo qui,

e lasciamo che l’armonia dei suoni

s’insinui dolce dentro i nostri orecchi.

La notte con la sua morbida quiete

s’addice ad una dolce melodia.

Vieni, Gessica, siedi,

guarda l’immensa distesa del cielo

come scintilla di patène d’oro:

non c’è una stella, per quanto minuscola,

che non canti con una voce d’angelo

nel suo moto orbitale, e non s’unisca

sempre cantando in coro ai cherubini

dagli occhi giovani.([121]) E questa musica

sta pur nella nostra anima immortale,

anche se noi non possiamo sentirla,

finché resta racchiusa in questo involucro

nostro d’argilla, rozzo e corruttibile.

Entrano i MUSICI

Avanti, avanti, e risvegliate Diana([122])

con un inno d’amore;

penetrate con le più dolci note

nell’orecchio della padrona vostra

ed accolgano soavi i vostri suoni

il suo ritorno a casa.

GESSICA -

Non mi riesce mai di stare allegra

quando ascolto una dolce melodia.

LORENZO -

È perché la tua anima è protesa

tutta quanta all’ascolto. Osserva infatti

una selvaggia mandria di torelli

in foia, o un branco di puledri bradi

saltellare sfrenati, e mugghiar alto,

come li mena il loro sangue caldo…

se appena sentano un suon di tromba,

o una musica giunga al loro orecchio,

li vedrai arrestarsi tutti insieme,

il loro occhio selvaggio convertito

in uno sguardo docile e mansueto

per il dolce potere della musica.

Perciò il poeta immaginò che Orfeo

potesse smuovere con la sua lira

alberi, pietre, fiumi:([123])

perché nulla è sì duro ed insensibile,

e imbevuto di rabbia

cui la musica, almeno nell’ascolto,

non riesca a mutare la natura.

L’uomo che non ha musica nell’animo

né si commuove alle dolci armonie,

è nato ai tradimenti, alle rapine,

al malaffare, ha foschi e tenebrosi

come la notte i moti dello spirito

e più neri dell’Erebo gli affetti.

Mai fidarsi di uomini siffatti.

Ma ascoltiamo la musica.

(Musica da dentro)

Entrano PORZIA e NERISSA

PORZIA -

Quella luce lontana

che vediamo da qui è il mio salone.

Come sparge lontano il suo chiarore

quel picciol lume! Non diversamente

risplende in mezzo ad un malvagio mondo

un atto di bontà.

NERISSA -

Quel lumicino

non si vedeva al chiaror della luna.

PORZIA -

Così è della gloria, la maggiore

offusca la minore. Come un re

risplende il suo reggente, fino a tanto

che non sia ritornato il vero re;

e il suo stato si svuota da se stesso,

come un ruscello che dall’entroterra

si svuota nel gran mare. Ascolta! Musica!

NERISSA -

È la vostra, signora,

i musici di casa.

PORZIA -

Niente è bello,

m’accorgo, fuori del suo clima adatto:

questa musica suona assai più dolce

al mio orecchio ora che di giorno.

NERISSA -

È il silenzio notturno

a darle questo fascino, signora.

PORZIA -

Il corvo canta dolce al nostro orecchio

come l’allodola, se l’uno e l’altra

ci giungan fuor del natural contesto;([124])

e l’usignolo, io penso,

se si mettesse a gorgheggiar di giorno,

quando ogni oca starnazza,

sarebbe ritenuto non migliore

musical canterino dello scricciolo.

Quante cose son debitrici al tempo

della giusta stagione,

se il loro pregio incontra giusta lode

e apprezzamento!…

(Forte ai musici all’interno)

Silenzio, voi, oh!

La luna dorme insieme ad Endimione,([125])

e non vuol essere svegliata. Basta.

(Cessa la musica)

LORENZO -

Se non m’inganno, è la voce di Porzia.

PORZIA -

Mi riconosce al suono della voce

come il cieco al suo brutto verso il cùculo.([126])

LORENZO -

Signora cara, ben tornata a casa!

PORZIA -

Siamo state a raccoglierci in preghiera

per la salute dei nostri mariti

e speriamo che per le nostre preci

essa sia prosperata. Son tornati?

LORENZO -

Non ancora, ma è giunto testé un messo

ad annunciarne l’imminente arrivo.

PORZIA -

Entra, Nerissa, e ordina ai miei servi

di non dire che siamo state assenti

da qui; né voi, Lorenzo; né voi Gessica.

(Tromba all’interno)

LORENZO -

Ecco vostro marito. Sta arrivando.

Riconosco la tromba. Non temete,

non parleremo. Non siamo pettegoli.

PORZIA -

La notte sembra ormai agli occhi miei

come un giorno malato, un poco pallido;

è giorno, come è giorno

quando il sole è nascosto dalle nuvole.

Entrano BASSANIO, ANTONIO, GRAZIANO e altri

BASSANIO -

(A Porzia)

Qui sarà mane come ai nostri Antipodi,

se voi girate in assenza di sole.([127])

PORZIA -

Ch’io faccia luce senz’esser leggera,([128])

moglie leggera fa marito greve,

e tale mai dev’essere Bassanio

a causa mia. Ma sia come Dio vuole!

Mio signore, voi siete benvenuto

a casa.

BASSANIO -

Vi ringrazio, mia signora.

Vogliate dare il vostro benvenuto

al mio amico Antonio. Questo è l’uomo

al quale debbo eterna gratitudine.

PORZIA -

Devi essergli obbligato in tutti i sensi,

perché, come ho sentito,

ei molto s’obbligò per amor tuo.

ANTONIO -

Non più di quanto sia ben ripagato.

PORZIA -

(Ad Antonio)

Signore, siete molto benvenuto

in casa nostra, e ciò deve apparire

in altri modi che con le parole,

perciò non mi dilungo in convenevoli.

GRAZIANO -

(A Nerissa)

Per la luna, ti giuro che m’offendi!

Mi devi credere, l’ho regalato

al giovane commesso di quel giudice.

E possa esser castrato chi l’ha avuto,

per parte mia, dal momento che tu,

amore, te la prendi tanto a cuore!

PORZIA -

Ehi, che facciamo là, ci litighiamo?

Per che cosa?

GRAZIANO -

Per un cerchietto d’oro,

un anellino senza alcun valore

che Nerissa m’aveva regalato

e che portava incisa un’iscrizione

di quelle adatte a tutte le persone,

come il motto che sta sopra i coltelli:

“Amami sempre e non lasciarmi mai”.

NERISSA -

Che parli tu di motto e di valore?

Quando te lo donai, quell’“anellino”

giurasti di portarlo sempre al dito

fino alla morte, e che sarebbe sceso

insieme a te per sempre nella tomba.

Avresti almen dovuto aver rispetto

se non per me, pei grandi giuramenti

che mi facesti, nel tenerlo caro.

L’ha regalato al commesso del giudice!

Mi sia giudice Iddio, ma a quel commesso

non spunterà mai pelo sopra il mento!

GRAZIANO -

Spunterà, spunterà,

se vivrà tanto da diventar uomo.

NERISSA -

Sì, se donna può viver tanto a lungo

da diventare uomo.

GRAZIANO -

Quale donna?

Per questa mano, io l’ho dato a un giovane,

un piccolo, sparuto garzoncello,

non più alto di te,

il segretario-scrivano del giudice,

un ragazzo piuttosto chiacchierino,

che me lo chiese come suo compenso,

ed io non seppi proprio rifiutarglielo.

PORZIA -

E invece siete assai da biasimare,

e ve lo dico in faccia chiaro e tondo,

a staccarvi con tanta leggerezza

dal primo dono della vostra sposa:

un oggetto che v’infilaste al dito

coi vostri voti, con giurata fede

così saldandolo alla vostra carne.

Ho dato anch’io un anello all’amor mio,

e gli ho fatto giurar solennemente

che mai se ne sarebbe separato;

ed egli è qui presente,

ed io son pronta a giurare per lui

che non lo lascerebbe a nessun prezzo,

né mai lo toglierebbe dal suo dito

per tutte le ricchezze delle terra.

Eh, in coscienza, Graziano,

con questo avete offerto a vostra moglie

un odioso motivo di angosciarsi.

Se capitasse a me, ne impazzirei.

BASSANIO -

(A parte)

Ah, avrei fatto meglio ad amputarmi

la sinistra e giurare d’aver perso

l’anello al fine di salvaguardarlo!

GRAZIANO -

Il mio signor Bassanio ha dato via

anche lui l’anello suo al giudice

che glielo aveva chiesto,

e che, del resto, se lo meritava.

Ed è stato a quel punto che il commesso,

quel suo ragazzo, che s’era applicato

a scrivere le carte del processo,

chiese a me che gli dessi quello mio.

E tanto il giudice che il suo commesso

non vollero accettare altro compenso

all’infuori dei nostri due anelli.

PORZIA -

Quale anello gli hai dato, amore mio?

Non quello, spero, che avesti da me.

BASSANIO -

Se volessi accoppiare una bugia

ad una colpa ti direi di no.

Ma tu lo vedi bene che al mio dito

quell’anello non c’è. Beh, non c’è più!

PORZIA -

Così come non c’è più lealtà

nel tuo cuore fedifrago.

Per il cielo, io non ti sarò più

compagna al letto fino a che non veda

quell’anello!

NERISSA -

(A Graziano)

Né sarò io al tuo,

fino a che non riveda quello mio.

BASSANIO -

Dolce Porzia, se solo tu sapessi

a chi di quell’anello ho fatto dono,

se sapessi per chi io l’ho donato,

e quanto a malincuore io l’abbia dato

a chi non pretendeva altro compenso,

mitigheresti molto, son sicuro,

la violenza del tuo risentimento.

PORZIA -

E tu se avessi ben tenuto conto

del valore reale dell’anello

o solo di metà di quanto vale

la donna che te n’avea fatto dono,

o del tuo stesso obbligo d’onore

di tenertelo al dito, mai da esso

ti saresti voluto separare.

Perché qual uomo c’è sì irragionevole,

che, se a te fosse piaciuto negarglielo

con ogni buon motivo di affezione,

sarebbe stato a tal punto indiscreto

da insistere per toglierti qualcosa

che tu tenevi come una reliquia?

Sono portata a credere,

ed è Nerissa che me lo fa intendere,

e vorrei cader morta se non è,

che un’altra donna ha avuto quell’anello.

BASSANIO -

No, sul mio onore, no, sulla mia anima,

signora, no, nessuna donna l’ebbe,

ma un cortese dottore della legge,

che ricusò ben tremila ducati

che gli furono offerti a suo compenso,

e mi chiese l’anello

come se mi chiedesse l’elemosina.

Ho fatto tutto in prima per negarglielo;

ma quando vidi con gran dispiacere

che se n’andava tutto contrariato

- ed aveva salvato, attenta bene,

la vita del più caro amico mio -,

che dirti, dolce signora? Ho sentito

che dovevo mandargli quell’anello

per qualcuno che gli corresse dietro,

assalito com’ero tutto insieme

e da vergogna e da riconoscenza.

Di tanta ingratitudine il mio onore

non avrebbe sofferto di macchiarsi.

Perdonami, perciò, dolce signora;

per queste benedette faci della notte,

ti giuro che se fossi stata tu

lì presente, m’avresti domandato

tu stessa di ridarti quell’anello

per darlo tu a quel degno dottore.

PORZIA -

Che quel “degno dottore” stia alla larga

da casa mia stia bene alla larga;

poiché egli ha ottenuto quel gioiello

che m’era caro, e che per amor mio

tu avevi ben giurato di serbare,

io mi farò altrettanto concessiva

verso di lui come sei stato tu:

no, nemmeno il mio corpo ed il mio letto.

Un giorno o l’altro dovrò pur conoscerlo

questo “degno dottore”!

E bada bene a non dormire più

fuori di casa, nemmeno una notte.

Stammi con gli occhi addosso con un Argo;([129])

se non lo fai, e son lasciata sola,

sul mio onore - ch’è ancora tutto mio -,

con quel dottore ci spartisco il letto.

NERISSA -

Ed io lo stesso con il suo commesso.

Perciò anche tu, Graziano, bada bene

a non lasciarmi in balìa di me stessa.

GRAZIANO -

Bene, fallo; ma ch’io non lo sorprenda,

il giovane scrivano del dottore,

perché gli tempero bene la penna!

ANTONIO -

E pensare che son io la cagione

sciagurata di tutte queste liti!

PORZIA -

Di ciò, signore, non datevi pena;

voi qui sarete sempre il benvenuto.

BASSANIO -

Porzia, perdonami per questa colpa

cui sono stato trascinato a forza;

e al cospetto di tutti questi amici,

ti giuro, per quei tuoi splendidi occhi

in cui mi vedo…

PORZIA -

Oh sentite anche questa!

Nei miei occhi si vede raddoppiato,

uno per occhio; giura su te doppio,

ecco un voto su cui si può far credito.

BASSANIO -

No, ma stammi a sentire:

tu mi perdoni questo mio peccato,

ed io ti giuro sopra la mia anima

che non romperò più, cascasse il mondo,

un giuramento a te.

ANTONIO -

(A Porzia)

Per il suo bene,

ho dato in pegno una volta il mio corpo,

che a quest’ora sarebbe già perito,

non fosse stato per quella persona

ch’ebbe l’anello di vostro marito;

oso impegnare ora la mia anima

nel garantirvi che il vostro signore

giammai sarà deliberatamente

violatore della giurata fede.

PORZIA -

Bene, se ve ne fate voi garante,

dategli allora questo, e consigliatelo

di custodirlo meglio di quell’altro.

(Dà l’anello ad Antonio)

ANTONIO -

A te, caro Bassanio,

giura di conservare quest’anello.

BASSANIO -

(Prendendo in mano l’anello)

Per il cielo, è lo stesso che ho donato

a quel dottore!

PORZIA -

Ed io da lui l’ho avuto.

Perdonami, Bassanio, ma il dottore

s’è giaciuto con me per quest’anello.

NERISSA -

Ed anche tu, gentile mio Graziano,

perdonami, perché per questo anello,

(Mostra l’anello che ha al dito)

quel certo ragazzotto mingherlino

che t’ho detto, il commesso del dottore,

s’è giaciuto con me la scorsa notte.

GRAZIANO -

Diamine, tutto questo pare a me

come quando d’estate

si riparan le strade, e il fondo è buono.

Che, dunque! Noi saremmo due cornuti,

prima d’avere meritato d’esserlo?

PORZIA -

Eh, non parlate così grossolano!

(A Bassanio)

Sei tutto sbalordito. Ecco una lettera;

da Padova, da parte di Bellario;

puoi leggerla a tuo agio.

In essa scoprirai che quel dottore

altri non era che questa tua Porzia,

e che Nerissa era il suo commesso.

Lorenzo ti potrà testimoniare

ch’io partii subito dopo di te,

ed ora sono appena rientrata

senza aver messo ancora piede in casa.

Antonio, vi ripeto il benvenuto;

ed ho in serbo per voi migliori nuove

di quante mai possiate immaginare.

Aprite questa lettera:

apprenderete che tre vostre navi([130])

sono inattesamente giunte in porto

stracariche di ricca mercanzia.

Per quale misteriosa circostanza

questa lettera m’è capitata in mano,

non lo saprete mai.

ANTONIO -

Sono di stucco!

BASSANIO -

Dunque, allora eri tu quel tal dottore,

ed io non ho saputo riconoscerti?

GRAZIANO -

(A Nerissa)

Ed eri tu il commesso del dottore,

che mi dovrebbe mettere le corna?…

NERISSA -

Ma che è lungi da averne l’intenzione,

salvo ch’egli non viva tanto a lungo

da tramutarsi in uomo.

BASSANIO -

Dolce dottore, voi dovete essere

per il momento mio compagno a letto;

quando poi sarò assente,

coricatevi pure con mia moglie.

ANTONIO -

(A Porzia)

Dolce signora, voi con questa lettera

m’avete ricondotto a nuova vita

e dato i mezzi per poterla vivere:

perché qui leggo la notizia certa

che le mie navi sono salve in porto.

PORZIA -

Ed ora a voi, Lorenzo: il mio scrivano

reca buone notizie anche per voi.

NERISSA -

Infatti, e gliele do franche di porto.

Ho qui con me, per Gessica e per voi,

un atto di speciale donazione

dal ricco ebreo, per cui alla sua morte

tutto quanto possiede sarà vostro.

LORENZO -

Belle signore, voi spargete manna

sul cammino di poveri affamati.

PORZIA -

Ormai è quasi l’alba; ma son certa

che non siete del tutto soddisfatti

dei dettagli di questi avvenimenti.

Entriamo allora in casa,

e lì sottoponete me e Nerissa

agli interrogatori che vorrete;

noi vi risponderemo ad ogni cosa,

sinceramente, in tutta verità.

GRAZIANO -

E sia così. La prima mia domanda

a cui Nerissa è chiamata a rispondere

a vincolo di giuramento, è questa:

se vuole rimanere alzata e desta

fino al cader della prossima notte,

o preferisce andare a letto adesso,

quando mancan due ore al far del giorno.

Quanto a me, fosse pure giorno chiaro,

preferirei che fosse sempre notte,

per andarmene a letto

con lo scrivano del giureconsulto.

Comunque è certo che, finché vivrò

“null’altra cura mi terrà il cervello

“che di Nerissa custodir l’anello.”

FINE


([1]) “… your argosies”: “argosies” (o “ergosies”), “ragusine” o “ragusee” si chiamavano per antonomasia le grandi galee mercantili veneziane, da Ragusa (latino “Ergasia”), il grande porto dalmata, dominio della Serenissima, il cui commercio con l’Inghilterra era fiorente al tempo di Shakespeare. Era uso chiamare le navi dal nome della città che le armava (cfr. nell’“Otello”, I, 1, 26, “veronese” da Verona, altro dominio di Venezia).

([2]) “Or as it were the pageants of the sea”: “pageant” è il corteo, la parata celebrativa di eventi importanti con l’esibizione di figure e costumi sfarzosi e con la riproduzione di scene storiche o allegoriche. “Pageants of the sea” furono chiamati - ma solo più tardi, ai primi del 1700 - le piattaforme mobili sull’acqua sulle quali erano rappresentate scene dei “mistery plays”.

([3]) “… I should be still plucking the grass”: con un filo d’erba strappato da terra e tenuto tra le dita esposto al vento si può vedere da che direzione esso spira.

([4]) “… and laugh like parrots at a bag-piper”: la zampogna, o cornamusa (“bag-pipe”) era per gli elisabettiani lo strumento della mestizia, a causa del suo suono lamentoso. Ridere davanti a un suonatore di zampogna è, figurativamente, fare il contrario di quel che ispira la situazione.

([5]) Nestore, l’eroe omerico, re di Pilo, famoso per prudenza e saggezza; era assunto a simbolo di serietà.

([6]) “… whose visages do dream and mantle”: si accetta la lezione “do dream” che figura nell’in-quarto, in luogo del “docream” dell’Alexander e di altri, che vale “i cui visi si coprono di schiuma”, che non sembra calzante al contesto.

([7]) “… this fool gudgeon”: il ghiozzo, piccolo pesce di mare tra i più facili a pescare e dei più insipidi al gusto, è simbolo di insulsaggine.

([8]) “… I’ll grow a talker for this gear”: l’interpretazione di questo “gear” è controversa. Ritroveremo il termine più sotto (II, 2, 160) nel significato di “materia”, “faccenda”. Qui l’espressione “for this gear” sembra dover significare: “Dato ciò che hai detto in materia, cercherò di diventare ecc.”

([9]) “… a maid not vendable”, letteralm.: “Una vergine non più vendibile”.

([10]) “… two grains of wheat hid in two bushes of chaff”: letteralm.: “… due chicchi di frumento nascosti in mezzo a due staia di pula”.

([11]) “… within the eye of honour”, “… nell’occhio dell’onore”, ossia tale che possa essere riguardata come onorevole da qualunque occhio.

([12]) Porzia, moglie di Marco Bruto e figlia di Catone è la grande figura di donna cantata dallo stesso Shakespeare nel suo “Giulio Cesare”: è il modello della donna amorosa, saggia ed eroica.

([13]) “Sonny locks”: “riccioli color del sole”, non può che intendersi “riccioli biondi”, anche se il sole non è un colore. Ma val forse la pena di riportare qui una nota di G. S. Gargano alla sua traduzione (Sansoni, Firenze, 1925): “Cesare Vecellio, nel suo “Habiti antichi e moderni di tutto il mondo” (1590) parla del costume che avevano le veneziane di lavarsi i capelli con acque diverse per dare ad essi la tinta e la lucentezza dell’oro. Per asciugarli poi li esponevano al sole sopra i tetti delle case in quelle logge scoperte di legno dette “altane””.

Vuol riferirsi Shakespeare qui a questa usanza? La foggia dei capelli delle dame veneziane era di gran moda in Inghilterra a quel tempo (cfr. nelle “Gaie mogli di Windsor”, III, 3, Falstaff ad Alice Ford: “… la tua fronte ha l’arcuata venustà / che s’addice alla foggia di capelli / a carena di nave, a vela al vento,/ ed ogni altra superba acconciatura / dettata dalla moda di Venezia”.

([14]) Allusione al mito greco di Giasone, sposo della maga Medea, inviato dalla zio Pelia alla conquista del vello d’oro nella Colchide.

([15]) Della fama dei Napoletani come esperti nell’arte di maneggiare i cavalli Shakespeare deve aver avuto notizia dagli “Essays” di Montaigne, che certamente conosceva nella traduzione inglese.

([16]) “The Weeping Philosopher” era chiamato Eraclito di Efeso (detto anche “L’Oscuro”) per la sua dottrina pessimistica dell’uomo e del mondo.

([17]) L’italiano, insieme col francese e col latino, erano le tre lingue che ogni persona di rango doveva conoscere nell’Inghilterra elisabettiana. La stessa regina Elisabetta era buona conoscitrice delle tre, oltre che del greco antico.

([18]) “… I have a poor pennyworth in the English”, letteralm.: “… il mio inglese non vale più di un penny”

([19]) L’ironica citazione che Porzia fa di questa partita a schiaffi tra uno Scozzese e un Inglese, con la malleveria d’un Francese per la restituzione, è forse una coperta allusione alla tradizionale inimicizia, che correva al tempo di Shakespeare, tra Inglesi e Scozzesi, con i Francesi sempre pronti a dar man forte a questi ultimi. Un quadro di questa inimicizia si trova in tutti i drammi storici di Shakespeare, specie nel “Riccardo III”.

([20]) “… and the worst fall that ever fell”: Porzia si riferisce alla lotteria degli scrigni, e considera che sarebbe il peggiore dei mali se fosse il pretendente tedesco a fare la scelta giusta; a meno che il “peggio” per lei - come intendono alcuni curatori - sia l’eventualità che nessuno dei pretendenti scelga lo scrigno giusto, sì ch’ella sia costretta a restar senza marito per tutta la vita: in tal caso l’espressione che segue:”I hope I shall make shift to go with him” dovrebbe intendersi:”spero di trovare il modo di fare a meno di lui (del marito)”.

([21]) “If I live to be as old as Sibylla”: l’allusione è, senza dubbio, alla Sibilla cumana che, avendo ricevuto da Apollo, dal quale era stata amata, il dono di vivere tanti anni per quanti granelli di sabbia potesse contenere un pugno, divenne tanto vecchia e consunta, che le restò solo la voce.

([22]) Diana, la dea Artemide dei Greci, era la divinità della castità, protettrice delle fanciulle vergini.

([23]) “The four strangers”: in verità, Nerissa prima ne ha elencati sei: il Napoletano, il Conte palatino, il Francese, l’Inglese, lo Scozzese e il Tedesco. È da ritenere, osservano alcuni critici, che lo Scozzese e l’Inglese siano stati aggiunti dopo, per deliziare il pubblico della loro “partita a schiaffi”, con le implicazioni politiche sottintese (v. sopra la nota 19), e che il copionista si sia dimenticato qui di aggiornare la battuta del servo.

([24]) Porzia immagina che il nuovo pretendente, che viene dall’Africa, è di color nero, il colore che nelle antiche iconografie è il colore del diavolo.

([25]) Nel rione di Rialto (da cui ha preso il nome il famoso ponte) aveva sede il Banco mercantile di Venezia e vi si raccoglievano i mercanti come in una specie di borsa. Lo scrittore inglese Thomas Coyate, contemporaneo di Shakespeare, (1577-1617), che visitò Venezia nel 1608, scrive nelle sue “Coyate’s Crudities: Hastily Gobbled in the Five Months’ Travels in France, etc…”: “Rialto è un imponente edificio in cui è allocata la Borsa di Venezia e dove i signori e i mercanti s’incontrano due volte al giorno”.

([26]) Allusione al racconto evangelico di Gesù che libera dal demonio i due ossessi: i diavoli, all’ordine di uscire dai due corpi e tornare all’inferno, chiedono di entrare nel corpo di due porci che pascolano nei pressi; richiesta che Gesù esaudisce. Shylock è ebreo, e gli ebrei non mangiano carne di porco e non credono che Gesù sia il Messia figlio di Dio incarnato.

([27]) “How like a fawning publican he looks!”: “pubblicani” erano in Giudea, al tempo di Gesù, gli incaricati di esigere i tributi per i conquistatori romani; ce n’erano di prepotenti e di striscianti (“fawning”) per ipocrita finzione, come Shylock pensa sia adesso Antonio.

([28]) “If I can catch him once upon the hip “: bel verso onomatopeico, con frase tolta dal gergo della lotta: “hip” è qualsiasi parte del corpo sporgente su cui il lottatore può fare la presa. “To catch the hip” indica dunque una presa che pone l’avversario in svantaggio.

([29]) “Your worship was the last man in our mouths”, letteralm.: “Vostra signoria era l’ultima persona che avevamo sulla bocca”.

([30]) Giacobbe, secondogenito di Isacco e nipote del capostipite Abramo, in grazia della madre Rebecca comprò “per un piatto di lenticchie” il diritto di primogenitura dal fratello Esaù, divenendo quindi il terzo discendente in linea retta della tribù di Abramo, alla quale Shylock, come ebreo, presume di appartenere.

([31]) L’episodio è così narrato nella Bibbia, “Genesi”, XXX, 37-43. “… E Giacobbe prese delle verghe verdi di pioppo, di nocciolo e di castagno; e vi fece delle scorzature bianche, scoprendo il bianco che era nelle verghe. Poi piantò le verghe che aveva scorzato dinnanzi alle greggi, nei canali dell’acque e negli abbeveratoi dove le pecore venivano ad abbeverarsi; e le pecore entravano in calore quando venivano a bere… onde figliavano parti vergati, macchiati e vaiolati…”

([32]) Mantengo il passaggio repentino del testo inglese dal “voi” al “tu”, che sottolinea spesso, in Shakespeare, l’enfasi del discorso.

([33]) “The lottery of my destiny”, cioè il fatto che il mio destino di donna sia affidato ad una lotteria, che è una scelta casuale.

([34]) “… that slew the Sophy and a Persian prince”: “the Sophy” era il titolo dei monarchi della dinastia che regnò in Persia dal 1500 al 1736 (dall’arabo “safi-ud-din”, “puro di religione”).

([35]) “… that won three fields of Sultan Soliman”: il riferimento è forse alla spedizione in Persia del sultano Solimano I, avvenuta nel 1535; il Principe del Marocco era, evidentemente, alleato del sultano. Ma la frase si presta anche ad essere interpretata “contro il sultano Solimano”: scelga chi vuole.

([36]) “… so is Alcides beaten by his page”: allusione alla leggenda di Ercole e del suo giovane schiavo Lica. Questi recò all’eroe, da parte della gelosa moglie di lui, Dejanira, una tunica cosparsa di sangue: era il sangue avvelenato del centauro Nesso, che questi le aveva donato morendo, facendole credere che fosse un filtro d’amore. Ercole, indossata la tunica, fu colto da atroci dolori e, credendo si trattasse d’un tradimento di Lica, lo inseguì per vendicarsi, ma il giovane morì di spavento. “E mentre l’eroe teneva fra le mani il tremante corpo: “Da queste mani, proprio da queste mani, o Destino, dovrò sopportare di esser vinto? Un Lica che uccide un Ercole?”” (Seneca, “Ercole sul monte Oeta”, 813-820).

Alcune edizioni hanno “by his rage” in luogo di “by his page” e traducono “dalla sua rabbia”.

([37]) “God bless the mark”, letteralm: “Dio benedica il segno”: è interiezione che si faceva, con valore deprecativo e accompagnata da un segno di croce, quando si nominavano mali e sventure.

([38]) Lancillotto dice “incarnal” in luogo di “incarnate”, “incarnato”, “in carne e ossa”.

([39]) “… who, being more than sand-blind, hig-gravel blind”: curioso bisticcio, impossibile a tradurre e difficile ad intendere anche al più agguerrito orecchio inglese. “Sand-blind” vale “mezzo cieco”, dove “sand” è una forma obliqua del prefisso anglosassone “sam”, che vale “semi-”, ossia “a metà”; ma “sand” significa anche “sabbia”, “terra finemente granulata”, e così Lancillotto/Shakespeare l’intende e, proseguendo nel traslato, “non cieco-sabbia”, dice, ma “cieco ghiaia” (“hig-gravel blind”).

([40]) “I will try confusion with him”: tutti i testi, compreso l’Alexander, hanno qui “confusions”; ma la frase “to try confusions” non significa niente; è verosimile che Lancillotto, spropositando sempre, voglia dire: “I will try conclusions”, che è frase idiomatica per dire “I will experiment”, “I will try the issue”.

([41]) “Talk not of Master Launcelot, father”: qui e più sotto questo appellativo di Lancillotto al Gobbo non è da intendere che egli abbia riconosciuto in quello suo padre; col “father” come coll’“uncle” ci si rivolgeva alle persone anziane di modesta condizione (cfr. anche in “Re Lear”, IV, 6, 183: “Well pray you, father…”).

([42]) Il testo ha “Margery”, variante di “Margaret”, italiano Margherita, diminutivo “Ghita”.

([43]) “… than Dobbin my fill-horse has on his tail”: “Dobbin” è diminutivo di “dob”, forma alterata “robin”, che è “cavallo da tiro” in senso spregiativo, quindi “ronzino”.

([44]) “… for mine own part, as I set up my rest to run away, so I will not rest till I have run some ground”: gioco di parole su “rest” che nella prima proposizione (“I have set up my rest”) sta nel suo significato di “ho stabilito un piano”, “ho preso una decisione”, e nella seconda è forma verbale di “to rest”, “fermarsi”, “sostare”.

([45]) “He hat a great infection to serve…”: anche il vecchio Gobbo sproposita, “infection” sta ovviamente per “affection”, “forte desiderio”, “passione”.

([46]) “… shall frutify on you” Lancillotto vuol dire: “… shall justify on you”, “saprà giustificar presso di voi”.

([47]) Lancillotto vuol dire “pertinent to myself”, “pertinente a me”.

([48]) Allusione all’antico adagio: “La grazia di Dio è ricchezza sufficiente”.

([49]) “… a’leven widows and nine maids”: undici più nove fa venti, non quindici; un’altra distrazione del copione.

([50]) “… while grace is sayng”, letteral.: “… mentre si rende grazia”. I protestanti “rendevano grazia a Dio all’atto di sedersi a tavola recitando una preghiera che inizia con la parola “benedicite”. Durante i pasti i commensali tenevano il cappello in testa.

([51]) “… tears exhibit my tongue”: Lancillotto vuol dire “tears inhibit my tongue”, ma seguita a spropositare; a meno che - come intendono alcuni curatori - “le lacrime si esibiscono”, nel senso di “parlano in luogo della lingua”. Ma quel che importa è che la commozione di Lancillotto è sincera nel lasciare la bella padroncina, la quale, al contrario del padre, gli è più che simpatica, come mostrano le sue esclamazioni: “Most beautiful pagan, most sweet Jew!”. Gessica è “pagana” perché ebrea; ma “pagan” detto di una donna è spregiativo, qualcosa come “femmina di malaffare”. Lancillotto non vuol certo offendere l’onore della sua padroncina: nella sua rozzezza e nella foga della commozione per il commiato, egli usa quest’espressione un po’ ardita. Non si dimentichi che Lancillotto ha la vocazione del Don Giovanni, come ha voluto lui stesso mostrare con la lettura della propria mano.

([52]) “… if a Christian do not play the knave and get thee, I am much deceived.”: è la lezione dell’in-quarto, che noi adottiamo, con l’Alexandre; ma è fortemente contestata, perché gli in-folio recano “did not play” in luogo di “do not play”; di modo che, intendendo “get thee”, “averti” per “beget thee”, “generarti”, il senso cambia radicalmente; giacché il “cristiano” sarebbe non già riferito a Lorenzo, ma ad un supposto vero padre di Gessica il quale, commettendo una ribalderia, ha insidiato la moglie di Shylock e ha generato Gessica. In sostanza, secondo la seconda lezione, Lancillotto direbbe: “Sarei deluso se a generarti - tanto sei bella e gentile - non fosse stato un cristiano, pur agendo da ribaldo nei confronti di Shylock”. La quale interpretazione, tuttavia, per quanto suggestiva, non s’accorda - a nostro avviso - con la successiva battuta della ragazza, che afferma essere figlia di Shylock “per sangue”; ammenoché ella ignori d’essere una bastarda. Ma Lancilotto da chi l’avrebbe saputo?

([53]) La mascherata alla fine del banchetto serale era d’uso nell’Inghilterra elisabettiana. La maschere, abbigliate nei modi più stravaganti, entravano in sala e partecipavano alle danze con gli invitati. Di queste mascherate si hanno altri esempi in Shakespeare in “Romeo e Giulietta” e in “Tanto trambusto per nulla”.

([54]) “We have not spoke us yet of torch-bearer.”: “torch-bearers” erano gli addetti a portare le torce che nella notte dovevano illuminare le strade delle maschere.

([55]) E sarà, come vedremo, la stessa Gessica che s’appresta alla fuga notturna con lui, anch’essa mascherata da paggio.

([56]) “There is some ill a-brewing toward my rest”: letteralm.: “C’è qualche brutto infuso che fermenta contro la mia tranquillità”. “A-brewing”, forma eufonica di “brewing” è ogni azione o processo di infusione, bollitura o fermentazione (specie nella fabbricazione della birra).

([57]) “… doth expect your reproach”: Lancillotto, seguitando a spropositare, dice “reproach”, “rimprovero”, per “approch”, “arrivo”.

([58]) “And they have conspired together”: Lancillotto vuol dire, verosimilmente, “combined”.

([59]) Prendo dal Gargano l’annotazione - che non m’è riuscito verificare altrove - che la perdita di sangue dal naso era presagio di qualche grosso evento, buono o cattivo.

([60]) “… the wry-neck’d fife”: nell’antico piffero inglese il bocchino era piegato a guisa del becco d’un uccello.

([61]) “Perciocché io passai questo Giordano col mio bastone solo” (“Genesi”, XXXII, 10). Shylock seguita a parlare per reminiscenze bibliche.

([62]) “… that fool of Hagar’s offspring, ha?”: per Shylock Lancillotto è un discendente di Agar, perché anche questa lasciò la casa del padrone. È un’altra reminiscenza biblica, secondo cui Agar, la schiava egizia che Sara diede in moglie ad Abramo quando ella stessa disperò di avere figli, fu costretta dalla padrona ad abbandonare la casa di Abramo perché divenuta troppo superba.

([63]) “When you shall please to play the thieves for wives…”: Lorenzo si accinge a “rubare” Gessica al padre, e perciò si paragona a un ladro.

([64]) “… by my hood”: Graziano è verosimilmente mascherato con in testa un cappuccio.

([65]) “… a gentle, and no Jew”: “gentle” contrapposto a “jew” ha il senso che davano gli ebrei sottoposti a Roma all’aggettivo “gentile”: cioè appartenente a “gens” diversa dalla loro.

([66]) “How many then should cover that stand bare!”: cioè: “Quanti che ora stanno col cappello in mano per riverire personaggi senza merito, se lo dovrebbero tenere bene in testa”.

([67]) “To offend and judge are distinct offices”: il torto del principe è l’errore nella scelta (nel “to offend” di Porzia c’è l’idea della colpa del principe, quella di aver seguito un impulso sconsiderato); ma ciò, secondo Porzia, non deve diminuire i meriti di chi lo ha fatto, che dunque non deve giudicarsi male, come fa ora il principe. Malgrado l’assenza dell’apposita didascalia nel testo, è da pensare che anche questa battuta sia detta da Porzia a parte.

([68]) Il cartello proscioglie, evidentemente, il principe d’Aragona dall’osservare la condizione posta a tutti gli altri pretendenti, di “non corteggiare più nessuna donna con l’intenzione di condurla in moglie”, nel caso di scelta sbagliata. Ma non è detto perché: una distrazione del copione?

([69]) “Here; what would my lord?”: Porzia fa scherzosamente il verso al servo, che l’ha chiamata “my lady” chiamando lui “my lord”. È una confidenza tra padrone e servo giustificata, sembra, dal modo e dalle parole con cui questo servo annuncia l’arrivo del nuovo pretendente.

([70]) “Goodwins Sands”: località geograficamente esatta; le “Goodwins Sands” sono un vasto banco di sabbia a circa 5 miglia dalla costa meridionale del Kent; si tratta di due grossi bassifondi sabbiosi tra i quali è la profondità della Trinity Bay. La fama della loro pericolosità per la navigazione nella Manica è tuttora viva.

([71]) Le vecchie comari del popolo, a Londra, amavano pettegolare tra loro masticando semi di zenzero, di cui si diceva che avesse benefici effetti sulla digestione; ma non gradivano che gli altri glielo rinfacciassero.

([72]) Si capisce che Salerio finge, beffardamente, di fraintendere in senso scurrile le parole che Shylock pronuncia all’indirizzo della figlia.

([73]) I vini della valle del Reno sono generalmente vini bianchi.

([74]) “Hat an argosy cast away…”: per “argosy” v. sopra la nota 1.

([75]) “… and yet a maiden hath no tongue but tought…”: frase piuttosto ambigua. Secondo la lettera, Porzia potrebbe voler dire: 1) una fanciulla non può dire per pudicizia tutto ciò che sente e si deve contentare di pensarlo; 2) una fanciulla non può dire altro che quello che le suggerisce il suo pensiero. Abbiamo scelto questa lettura.

([76]) Il cigno muore lasciandosi annegare cantando; se Bassanio non sceglierà lo scrigno giusto, sarà come morto per Porzia, e questa si scioglierà in un fiume di lacrime.

([77]) Allusione all’usanza, costumata non solo in Inghilterra, di portare sotto le finestre del fidanzato alla vigilia delle nozze, l’“albata” o “mattinata”, a celebrare l’ultima sua notte di scapolo.

([78]) Allusione alla leggenda della giovinetta Erione, figlia di Laomedonte, re di Troia, destinata preda ad un’orca marina per stornare dalla città, secondo il responso dell’oracolo, la pestilenza inviata da Apollo. Ercole, per liberarla dal mostro, si fece promettere da Laomedonte i due cavalli a lui donati da Giove. Non “amoroso” di Erione, dunque, Ercole compì l’impresa, come invece “amoroso” di Porzia si accinge Bassanio a compiere la sua. Erione sarà poi data in premio da Ercole a Telamone, il padre di Aiace (v. in proposito “Troilo e Cressida”, II, 2, 77 e la mia nota).

([79]) Secondo alcuni critici, questa canzone di Porzia sarebbe un segnale segreto a Bassanio per suggerirgli lo scrigno giusto, cioè quello di piombo; la congettura sarebbe confortata dal fatto che i primi tre versi della strofe terminano in “ed”, “ead”, omofoni di “lead”, “piombo”, e che tutta la canzone è una esortazione a non lasciarsi guidare dall’apparenza esterna, da ciò che piace all’occhio: “fancy” ripetuto tre volte.

([80]) “Being seasoned with a gracious voice”, letteralm.: “Se condita con graziosa voce”.

([81]) “… and these assume but valour’s excrement / To render them redoubted.” “Excrement” è letteralmente tutto ciò che è escrescenza di un corpo; in questo caso la barba del mento, mera apparenza esterna “fumo”, nel senso latino di “fumus” (“fumus boni juris”).

([82]) Bassanio vuol dire che la bellezza (muliebre, s’intende) è anch’essa il più delle volte apparenza ingannevole, perché si giova di falsi ornamenti, onde chi più di questi è carico, più è leggero di bellezza vera.

([83]) “… the beauteous scarf veiling an Indian beauty”: “Indian” sta qui per “nera”, “di colore”; la carnagione scura nella donna era considerata massimo segno di bruttezza, rispetto alla carnagione bianchissima delle dame dell’epoca. Shakespeare si fa spesso interprete di questo gusto dell’epoca.

([84]) “… hard food for Midas”: reminiscenza dalle “Metamorfosi” di Ovidio, XI, 103 e segg. Mida, re di Frigia, ebbe da Seleno/Bacco il dono di mutare in oro tutto quel che toccava, ma fu questa l’origine di tutte le sue disgrazie, perché “… se con l’avido dente si prepara a masticare i cibi, non appena li ha in bocca una lamina d’oro fascia quei cibi; se mescola acqua con vino, giù per le labbra si vede colare liquido oro… Egli è giustamente torturato da quell’oro, che ormai disprezza; e levando al cielo le braccia: “Perdona, o padre Bacco - disse - ho peccato, ma abbi pietà di me ti scongiuro, e privami di questo dono, che ha soltanto una bella apparenza”.

([85]) “… green-eyed jealousy”: l’immagine della gelosia dagli occhi verdi si ritroverà in “Otello”, III, 3, 165:

JAGO - (Al Moro)

“È il verde-occhiuto mostro,

“che si beffa del cibo onde si nutre…”

([86]) “… so far this shadow / Doth limp behind sustance”: “shadow”, “ombra”, sta qui per “immagine ritratta”, in contrapposto a “substance” che è il “modello reale”. S’è dovuto rendere a senso un bel concetto poetico che, tradotto alla lettera, sarebbe risultato intollerabilmente artificioso in italiano.

([87]) Battuta di tenore licenzioso. Graziano gioca sul doppio senso di “stake”. Nerissa ha detto: “What, and stake down?” dove “stake down” ha il senso di “depositare la posta della scommessa”; ma “stake” significa anche “palo infisso”, e il “palo infisso” che intende Graziano nel gioco della coppia per vincere la scommessa di generare un figlio, e facilmente intuibile.

([88]) “How doth the royal merchant, good Antonio?”: “royal merchant” era chiamato il mercante che commerciava per conto della casa reale o di qualche principe. Antonio non era tale, l’appellativo può alludere alla floridezza dei suoi commerci. Ma in Shakespeare conviene sempre cercare la reminiscenza biblica, e un “merchant prince” nello stesso senso si trova in “Isaia”, XXIII, 8: “Tiro, i cui commercianti erano principi reali e i negozianti i più onorati della terra”.

([89]) V. sopra la nota 14.

([90]) Da questa battuta in poi fino alla fine, il dialogo tra Porzia e Bassanio è reso col “tu”.

([91]) La lettura di questa lettera è attribuita dalla maggior parte dei curatori, compreso l’Alexander, a Bassanio. Nelle antiche edizioni non c’è alcuna indicazione in proposito, ed è assai verosimile che a leggerla sia Porzia stessa; anche perché nella battuta immediatamente successiva alla lettura non c’è l’indicazione “Porzia”, come ad indicare che si tratti della prosecuzione del discorso della donna. Il “let me hear” non esclude che sia lei la lettrice.

([92]) “Il tuo Antonio” non è nel testo.

([93]) “Madam, although I speak in you presence…”, letteralm.: “Madama, sebbene io parli in vostra presenza…”.

([94]) “… whose souls do bear an equal yoke of love…”, letteralm.: “… le cui anime sono aggiogate allo stesso giogo d’affetto…”. L’immagine poetica del “giogo” sottolinea meglio la eguale corrispondenza d’affetto fra i due; ma la resa in italiano sarebbe forzata e retorica.

([95]) “… that they shall think we are accomplished with ythat we lack”: “… che essi dovranno pensare che siamo fornite di ciò che (come donne) non abbiamo”. Porzia pensa, come dice sotto, a travestirsi, lei e Nerissa, da uomo.

([96]) “Why, shall we turn to men?”: doppio senso lubrico; la frase “to turn to men” può intendersi “trasformarci in uomini” ma anche “concedersi ad uomini”. Nel primo senso l’intende Nerissa, nel secondo finge d’intenderla Porzia, donde la sua risposta. È lo stesso doppio senso che ha in italiano la frase “farsi due uomini”.

([97]) È appena il caso di avvertire che si tratta di una distanza immaginaria, com’è immaginaria la località di Belmonte. Si sa che il numerale “twenty” è spesso usato in inglese ad indicare quantità indefinite; perciò è come se Porzia dica: “… dobbiamo percorrere molte miglia”. Ma le due donne debbono raggiungere Venezia (l’andata in un monastero “a due miglia da qui” era una bugia di Porzia), e molti critici si sono sbizzarriti a contare tutte le località distanti venti miglia da Venezia, ed hanno individuato Belmonte nella città di Dolo. Ma Shakespeare non è mai stato da quelle parti.

([98]) “… my agitation”. Lancillotto voleva dire, evidentemente, “… my cogitation”, “quello che penso”.

([99]) “… if you get thus my wife into corners”: doppio senso scurrile. “To get into corners”, letteralm.: “mettere agli angoli” vale “mettere alle strette” in una disputa verbale; ma anche “spingere all’angolo”, con doppio senso di facile intendimento, quando si tratta di un uomo su una donna.

([100]) “It is much that the Moor should be more than reason; but if she be lest than the honest woman, she is more than I took her for”: intricatissimo quibble che gioca sull’omofonia di “Moore”, “Mora”, “Negra” e la preposizione “more” che al tempo di Shakespeare si doveva pronunciare anch’essa “mure” (cfr. in “Giulio Cesare”, I, 2, 151, analogo quibble sull’omofonia tra “Rome” e “room”: “Now it is Rome indeed, and room enough”). Letteralmente: “È già molto che la Mora (“the Moor”) sia di più (“more”) di quanto dovrebbe (per via della pancia gonfia); ma sempre è meno di una donna onesta, e sempre più (ancora “more”) di quanto io la stimassi”.

([101]) A giocar con le parole, Lancillotto non scherza! Lui stesso dice che “preparare il pranzo” si dice “mettere il coperto” (“cover is the word”), poi quando Lorenzo gli dice: “Ebbene metti il coperto” finge di intendere: “Ebbene copriti il capo”, per rispondere che lui sa bene i suoi doveri di servo, e cioè che dinnanzi a persone i rango deve stare a capo scoperto in segno di rispetto.

([102]) “… to the last our of act”: “… fino all’ultima ora dell’atto”. Shakespeare, per una sorta di deformazione professionale, riduce spesso le situazioni a vicende teatrali, e ne usa il linguaggio.

([103]) V. sopra la nota 88.

([104]) “… by our holy Sabbath”: “Sabbath” è il giorno della settimana (sabato) sacro agli israeliti perché considerato giorno del riposo religioso e del raccoglimento, secondo il Quarto Comandamento del Decalogo di Mosè.

([105]) “… a loosing suit against him”: “in perdita” (“loosing”) perché comunque vadano le cose, lui, Shylock non riavrà più i suoi tremila ducati.

([106]) Qui Shakespeare, nel mettere in bocca a Shylock questa parole, mostra di sapere che a Venezia ancora alla fine del XVI sec. - ché a tale epoca va relata la vicenda del dramma - esisteva ancora la schiavitù, malgrado le severe pene comminate dagli statuti della Serenissima ai mercanti di carne umana.

([107]) S’intende, dalla battuta seguente, che Shylock ha cominciato ad affilare il coltello sulla suola delle sue scarpe in funzione di coramella.

([108]) “Not on thy sole, but on thy soul…”: fulminante bisticcio, che sfrutta la somiglianza di pronuncia tra “sole”, “suola della scarpa” e “soul”, “anima”, “cuore”.

([109]) “… to hold opinion with Pythagoras that souls of animals infuse themselves into the trunks of men”: letteralm: “… da ritenere l’opinione con Pitagora che l’anime delle bestie si trasfondono nel corpo degli uomini”.

([110]) Quale posto occuperà Porzia? È da presumere che, essendo ella piuttosto nella veste di giudice “a latere” che di difensore, in grazia della procura di Bellario, il suo posto sarà accanto al Doge.

([111]) “A Daniel come to judgement! Yea, a Daniel!”: l’accenno è verosimilmente al profeta biblico Daniele che per la sua saggezza e giustizia fu consigliere alla corte di Nabucodonosor.

([112]) In verità, secondo gli statuti della Repubblica di Venezia al tempo di Shakespeare, gli ebrei residenti nel territorio della stessa repubblica non potevano possedere beni immobili, all’infuori della casa di abitazione, e limitatamente al periodo della loro residenza.

([113]) “… or the division of the twentieth part of one poor scruple”: lo “scrupolo” (“scruple”) era un piccolissima misura di peso equivalente a 1/24 di oncia, usata specialmente nel linguaggio farmaceutico. Il termine sta ad indicare una minima quantità in generale.

([114]) “… acquitted… of grievous penalties”: la “condanna” di Bassanio sarebbe stata semplicemente morale, ma non meno dolorosa di quella di Antonio.

([115]) Ha inizio qui, e continua per tutto il dialogo dei due amanti, una serie di reminiscenze leggendarie di donne eroine dell’amore, probabilmente ispirata a Shakespeare dalla famosa “Leggenda delle donne esemplari” (“The Legend of Good “Women”) di Chaucer. La serie ha inizio con la leggenda di Troilo e Cressida - che lo stesso Shakespeare trasfonderà qualche anno più tardi in una delle sue commedie. Troilo, ultimo figlio del re Priamo di Troia, innamorato di Cressida, figlia di Calcante, sacerdote troiano, incontrava la ragazza nella casa dello zio di lei Pandaro - divenuto per questo il simbolo del mezzano d’amore. Tutto andò bene finché il padre di lei non fu inviato al campo greco come ostaggio; la ragazza fu costretta a seguirlo e ad allontanarsi da Troilo. Ma la separazione fu fatale, perché Cressida cedette alle voglie di Diomede. Per vendicarsi, Troilo sfidò al duello nientemeno che lo stesso Achille, dal quale fu miseramente ucciso.

([116]) Tisbe, vergine assira, aveva deciso di fuggire col suo amato Piramo, perché la relazione era contrastata dai genitori. I due si dettero convegno presso la tomba di Nino, re di Babilonia. Tisbe giunse prima all’appuntamento ma la vista d’un leone la fece fuggire atterrita e nella fuga perdette il velo, che la belva addentò e lacerò sporcandolo del sangue di una recente preda di cui aveva ancor lorde le fauci. Piramo, giunto poco dopo, vedendo la belva e il velo insanguinato, crede che la fanciulla sia stata sbranata dal leone e si uccide. Tisbe torna sul luogo, vede Piramo morto e si trafigge con la spada di lui.

Vale forse la pena di ricordare qui che una divertente rievocazione in chiave parodistica delle vicenda è fatta da Shakespeare nel suo “Sogno d’una notte di mezza estate”.

([117]) È la leggenda di Didone ed Enea cantata da Virgilio nell’“Eneide”; Shakespeare vi aggiunge il ramoscello di salice, simbolo dell’amore disperato e infelice, che è una specie di “leit-motiv” di tutte le vicende delle sue eroine amanti sfortunate (v. “Tanto trambusto per nulla”, II, 1, 166: “Amleto”, IV, 7, 167; “La dodicesima notte”, I, 5, 253; “Otello”, IV, 3, 4 0 e segg.).

([118]) Esone, padre di Giasone, fu ringiovanito di 40 anni dalla moglie del figlio, la maga Medea, coi filtri di erbe che questa sapeva manipolare.

([119]) “… she doth stray about by holy crosses”: queste “holy crosses” non sono affatto - come vedo che vogliono tutti i commentatori da me consultati - le stazioni della “Via Crucis”, ma le croci che al tempo di Shakespeare (come del resto in certe nostre regioni) erano sparse qua e là per le strade, (“about”) specie ai crocevia, ma anche in piena campagna, per devozione di popolo. È inutile dire che Stefano mente.

([120]) “Sola, sola! Wo ha, ho! Sola, sola!”: verso onomatopeico; Lancillotto, nell’annunciare l’arrivo del padrone imita il suono del tipico corno del postiglione, su due tonalità, sol-la. Al corno si riferirà più sotto, dicendo che “è pieno di buone notizie”.

([121]) “… to the young-eyed cherubins”: i cherubini - gli angeli più alti della gerarchia celeste - hanno gli occhi “giovani”, dotati cioè di una perenne acutezza visiva, per poter godere appieno ed in eterno della vista di Dio; (cfr. in Dante, “Paradiso”, XXVIII, 16-19: “… un punto… che raggiava lume / Acuto sì che il viso ch’egli affoca / Chiuder conviensi per lo forte acume”).

([122]) Diana è la divinità lunare (Ecate) che i musici coi loro suoni debbono risvegliare, essendo ella “adagiata dormendo”, come Lorenzo ha detto prima.

([123]) Orfeo, il mitico cantore tracio, che col suono della sua lira faceva fermare le correnti dei fiumi, muovere le selve e le montagne e rendere docili le belve.

([124]) “The crow doth sing as sweetly as the lark / When neither is attended…”: cioè quando il loro canto ci colpisca l’orecchio fuori dal suo “contesto”, o clima naturale; il contesto dell’allodola è la prima ora mattutina, il contesto del corvo è la notte.

([125]) Reminiscenza classica: la luna (Selene) s’innamorò del pastore Endimione; questi, condannato da Zeus ad un sonno di 30 anni, dormiva in una grotta, e Selene di tanto in tanto abbandonava il cielo per unirsi a lui: in quel periodo (luna nuova) i terrestri son privati della luce lunare. Qui, però, come ci ha fatto sapere Lorenzo all’inizio dell’atto, “la luna splende chiara”.

([126]) “… as the blind man knows the cuckoo, by the bad voice”: la voce del cùculo è “brutta” (“bad”) perché si esprime con monotoni cu-cu.

([127]) “We should hold day with the Antipodes, / If you would walk in absence of the sun”: cioè, sarà per noi giorno, in questo emisfero, come lo è nello stesso tempo per i popoli che sono ai nostri antipodi, se voi andate in giro di notte (perché per noi voi siete il sole). La resa “Qui sarà mane…” è una reminiscenza dantesca del traduttore (“Qui è da man, quando di là è sera…”, Inf., XXXIV, 118).

([128]) “Let me give light, but let me not be light…”: gioco di doppi sensi sul doppio significato di “light”. “luce” come sostantivo e “leggero” come aggettivo. In italiano è senza senso ed era forse da tralasciare; ma quel “light” si lega troppo alla successiva battuta di Porzia.

([129]) “… watch me like Argus”: Argo, il mitico gigante dai cento occhi messo da Giunone a guardia di Io, la fanciulla amata da Giove e da questi trasformata in giovenca.

([130]) “… three of your argosies”: v. sopra la nota 1.

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