Il misantropo

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IL MISANTROPO

commedia in cinque atti di Jean-Baptiste Poquelin, Molière

traduzione di Camillo Sbarbaro

Personaggi:

CELIMENA

ALCESTE, innamorato di Celimena

FILINTO, amico di Alceste

ORONTE, innamorato di Celimena

ELIANTA, cugina di Celimena

ARSINOE, amica di Celimena

IL MARCHESE ACASTO

IL MARCHESE CLITANDRO

BASCO, domestico di Celimena

DU BOIS, domestico di Alceste

UNA GUARDIA

Scena:

La scena è ambientata a Parigi, in casa di Celimena.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Filinto, Alceste.

FILINTO - Che c’è dunque? Che avete?

ALCESTE - Lasciatemi, vi prego!

FILINTO - Ma ditemi, che stranezza…

ALCESTE - Lasciatemi, vi dico! Andate via di qui!

FILINTO - Ma si sta a sentire, prima d’arrabbiarsi!

ALCESTE - Ed io voglio arrabbiarmi e non star a sentire!

FILINTO - Non le capisco queste vostre bizze; e, per quanto amici, sono il primo a…

ALCESTE - Io, amico vostro? Disingannatevi. Fino ad oggi, lo son stato, ma ora che vi siete scoperto per quel che siete, vi dichiaro che amico vostro non lo son più. Non ne voglio, io, di amici che pensano in un modo e parlano in un altro.

FILINTO - Sicché un delitto avrei commesso, ai vostri occhi?

ALCESTE - Via, che dovreste morire dalla vergogna! Non ha scuse il vostro modo di comportarvi; chiunque abbia dell’onore non può che condannarlo. Sotto i miei occhi, lo stringete, quello lì, fra le braccia, lo colmate di cortesie, di profferte, di proteste d’amicizia; e quando poi vi chiedo chi è, a malapena sapete dirmi come si chiama! Tanto calor d’amicizia e appena quello volta le spalle… Oh, un conoscente qualunque, mi dite. Alla larga! Se questa non è un’infamia, una vigliaccheria! Se non è tradire la propria anima! L’avessi, Dio scampi, fatta io un’azione compagna, dal rimorso sa­rei andato diritto ad impiccarmi.

FILINTO - Impiccarmi per così poco? Eh via, esagerate. Un’impiccagione, che non vi spiaccia se io la rimando!

ALCESTE - Spiritoso!

FILINTO - Be’, ma, insomma, che avrei dovuto fare secondo voi?

ALCESTE - Per me, un uomo ha da essere schietto. Un uomo d’onore non deve dire una parola che non gli esca dal cuore.

FILINTO - Già; ma quando uno vi viene incontro e v’abbrac­cia raggiante di gioia, che fate? Gli voltate le spalle? Dovete bene in qualche modo corrispondergli!

ALCESTE - Niente affatto! Ed è proprio questa ipocrisia, così di moda oggi, che più di tutto detesto. Le detesto queste smorfie e smancerie; non li posso vedere questi ciancioni a vuoto, che con tutti scambiano abbracci ed a tutti prodigano attestati di stima e d’amicizia, senza distinguere chi vale da chi non vale. Che farsi della stima e dell’amicizia, degli sperticati elogi d’uno, pronto a ripetere la stessa commedia col primo che passa? No, no: per poco che un uomo sia sensibile, d’una stima così a buon prezzo, non sa che farsi. Come può lusingare vedersi portato alle stelle e poi con­fuso con chiunque altro? Una persona si stima in quanto si sceglie, si distingue dagli altri; altrimenti, che significa stimare? Chi stima tutti, non stima nessuno. È l’uso, oggi; l’andazzo. E poiché voi siete del vostro tempo e di questa pece anche voi siete intinto, non siete fatto per essermi amico. L’amicizia di uno che la sua amicizia la concede a tutti, senza guardare se la meritino o no, io non la posso accettare. L’amicizia la gradisco se nasce da una scelta; voglio, in­somma, che mi si distingua; e, per parlar chiaro, d’un amico che è amico di tutto il mondo non sento alcun bisogno.

FILINTO - Ma quando si vive in società, ci sono delle conve­nienze cui non è possibile sottrarsi.

ALCESTE - No, vi ripeto. È vergognoso questo scambio di finte amicizie e meriterebbe d’essere severamente punito. Un uomo dev’essere un uomo: dev’essere sincero con tutti, dire a tutti quel­lo che ha in cuore e non mascherare ciò che pensa di vuoti com­plimenti.

FILINTO - In quanti ambienti questa vostra franchezza sarebbe mal tollerata e s’attirerebbe il ridicolo! Ci son cose, ammetterete anche voi, che è meglio tacere. Dire alle persone ciò che di esse si pensa? Sarebbe opportuno, sarebbe educato? Per forza, ce ne son di quelle che ci dispiacciono o che detestiamo; e volete andarglielo a dire in faccia?

ALCESTE - Sì.

FILINTO - Ma via! Glielo direste voi alla vecchia Emilia che per lei non è più l’età di far la graziosa e che il belletto che si dà la rende ridicola?

ALCESTE - Perché no?

FILINTO - A Dorilas, che, a forza di vantare il suo coraggio ed i suoi antenati, a Corte, ha stufato tutti?

ALCESTE - Certamente.

FILINTO - Scherzate!

ALCESTE - Non scherzo, no: e non risparmierò nessuno. Sono stomacato, ormai. Dappertutto una falsità, un’ipocrisia che mi ri­volta; non solo a Corte: dappertutto. Il constatare come gli uomini si comportano fra loro, mi avvelena, mi accascia. Non mi vedo in­torno che vili adulatori, disonesti, imbroglioni, farabutti; è uno spettacolo cui non reggo, che mi indigna. Tanto, che ho intenzione di partire lancia in resta contro tutta l’umanità.

FILINTO - Siete ben ingenuo, scusate, a prendervela tanto per delle cose così. Mi viene da ridere a vedere che ve ne fate una croce. Voi ed io… sapete a chi mi vien di pensare? Ai due fratelli che Molière mette in scena nella Scuola dei mariti. I loro…

ALCESTE - Dio mio! Lasciate stare questi insulsi paragoni.

FILINTO - No, sul serio: smettetela con queste stramberie. Non sarete voi che farete cambiare il mondo. Anzi, visto che alla fran­chezza ci tenete tanto, vi dirò chiaro e tondo che il vostro continuo tonare contro i costumi del tempo, vi sta rendendo ridicolo agli occhi di parecchia gente.

ALCESTE - Me ne rallegro. Li odio al punto, gli uomini, che, se fosse altrimenti, questo sì mi dispiacerebbe.

FILINTO - Ma ce l’avete proprio, allora, con l’umanità!

ALCESTE - Sì: nutro per essa un vero odio.

FILINTO - E nessuno, di questi poveri mortali, nessuno, si salva dalla tua avversione? Eppure, nel nostro secolo…

ALCESTE - No, non si salva nessuno: gli uni, perché sono perfidi e malvagi; gli altri, perché ai malvagi fanno buon viso, an­ziché odiarli con la forza con cui la virtù dovrebbe odiare il vizio. A che può arrivare questa compiacenza, ne avete un esempio nel caso del gaglioffo al quale ho intentato causa. Basta guardarlo in faccia, quel porco, per capire chi è; e, chi è, tutti lo sanno. Ha un bel raddolcire la voce, far gli occhi della vittima: nessuno che sia di qui, ci casca. È notorio in che sporco modo ha fatto strada, quel mascalzone; sino a raggiungere una posizione che è motivo di sco­raggiamento per chi ha meriti e di scandalo per gli onesti. Non c’è, sì, chi lo gratifichi dei peggiori titoli; ma nessuno vede quanto spre­gevole è il suo successo. Dategli pure del ladro, del filibustiere, del brigante: avrete tutti consenzienti; ma intanto tutte le porte gli si aprono, si sorride alla sua ghigna, lo si festeggia. E se c’è un posto, una carica che si possa ottenere brigando, state sicuro che lui la soffia al miglior galantuomo. M’offende a morte, me, vedere come è tollerata la disonestà; tanto che, certi momenti, per non aver più a che fare col prossimo prenderei su e mi ritirerei in un de­serto.

FILINTO - Dio mio, se il mondo non va come dovrebbe, non è il caso per questo di farci una malattia. L’uomo è quello che è e dobbiamo avere per lui un po’ d’indulgenza. Non bisogna essere intransigenti a questo punto; ma scusarlo piuttosto delle sue man­chevolezze. La virtù assoluta, al mondo, non è praticabile; ché se poi la si spinge all’estremo, da un bene rischia di cambiarsi in un male. Il vero saggio schiva ogni eccesso: anche alla saggezza pone un limite. La rigida virtù ch’era in uso una volta, oggi è in contrasto coi tempi e coi costumi. Voi che vorreste l’uomo perfetto, gli chiedete quello che non può dare. Meglio quindi accettarlo com’è; mettersi in capo di emendarlo, è voler raddrizzare le zampe ai cani. Vedo bene anch’io ogni giorno tante cose che potrebbero andar meglio; ma per nessuna mi guasto il sangue come fate voi. Gli uomini li piglio come sono; alle loro magagne mi rassegno; né credo che la mia tolle­ranza sia meno saggia della vostra sacra ira.

ALCESTE - Dite! Ma fate che vi pestino i piedi e vedrete che ne è del vostro, così ben ragionato, spirito di tolleranza! Mettiamo, per fare un esempio, che un amico vi tradisca, che uno cerchi con raggiri di carpirvi i vostri beni o che metta in giro calunnie sul vostro conto; credete che in tal caso la conservereste la vostra olimpicità?

FILINTO - Certo! Perché, conoscendo la natura umana, a cose del genere ci sarei preparato: non mi coglierebbero alla sprov­vista! Io, insomma, la malvagità umana l’accetto allo stesso titolo che accetto che il lupo sia vorace, la scimmia dispettosa, l’avvoltoio avido di sangue.

ALCESTE - Sicché io dovrei, secondo voi, lasciarmi tradire, derubare, mettere sul lastrico, senza… Ma già, che parlo a fare, con uno che ragiona al modo vostro!

FILINTO - Eh, sì: di parlare un po’ meno, ve lo consiglio. Invece di sbraitar tanto contro il vostro avversario, non vi conver­rebbe occuparvi un po’ più della causa?

ALCESTE - Della causa? Occuparmene io?

FILINTO - E chi, se non voi? Chi volete che la vinca per voi?

ALCESTE - Chi voglio la vinca? La ragione, il mio buon di­ritto, la giustizia.

FILINTO - Non vi consulterete con nessuno?

ALCESTE - A che pro? Forse che la mia causa è ingiusta o incerta?

FILINTO - Questo no; ma contro un imbroglione come il vo­stro avversario…

ALCESTE - Niente, niente! Io non muovo un dito. Ho ra­gione o ho torto.

FILINTO - Non vi fidate.

ALCESTE - Non muovo un dito.

FILINTO - Badate! Avete un avversario temibile: è un intri­gante; potrebbe…

ALCESTE - Non m’importa.

FILINTO - Sbagliate.

ALCESTE - Sia: voglio vedere come va a finire.

FILINTO - Ma…

ALCESTE - Ebbene, avrò il piacere di perdere la causa.

FILINTO - Ma, insomma…

ALCESTE - Voglio vedere dove arriva la sfacciataggine uma­na; se gli uomini sono disonesti al punto da commettere agli occhi di tutti una così flagrante ingiustizia.

FILINTO - Che uomo!

ALCESTE - Dovesse costarmi caro, sarebbe così marchiana, che ci terrei a perderla, la causa!

FILINTO - Chi vi udisse, riderebbe bene, Alceste! Questo si.

ALCESTE - Peggio per lui.

FILINTO - Ma sentite un po’: questa rettitudine che tanto predicate, l’intransigenza in cui vi chiudete, la trovate poi nelle persone a voi care? Come mai, io mi domando, avendola a morte con l’intera umanità, avete preso da essa la donna di cui si pascono i vostri occhi? Ma più ancora è la scelta che avete fatto, che mi stupisce. La sincera Elianta ha un debole per voi; la virtuosa Arsi­noe vi manifesta una ben visibile simpatia. Macché! Voi non vedete che Celimena; la quale, con la lingua che ha e civetta com’è, dei costumi del tempo mi pare non possa proprio dirsi esente. Come avviene che voi, di sì corrotti costumi nemico mortale, nella vo­stra bella essi non v’offendano? Forse che in una così cara creatura cessano d’essere difetti? Non li vedete? Oppure in lei li scusate?

ALCESTE - No, l’amore non m’acceca al punto da trovar Ce­limena senza difetti; per quanto bene le voglia, sono anzi il pri­mo a vederli e a condannarli. Ma, lor malgrado, per quanto io fac­cia… è una mia debolezza, lo riconosco… Celimena ha l’arte di pia­cermi. Ho un bel vederli, i suoi difetti, e rimproverarglieli: per dispetto che mi faccia, si fa amare lo stesso. Ma tanto potrà il mio amore, che la emenderà.

FILINTO - Bravo! Sarà un successo di cui potrete andar fiero. Credete che lei vi voglia bene?

ALCESTE - Che domande! Se ne dubitassi, non l’amerei.

FILINTO - Ma se di questo amore avete la certezza, perché adombrarvi tanto dei mosconi che le ronzano intorno?

ALCESTE - Chi è innamorato davvero, non vuol forse che l’oggetto del suo amore gli appartenga interamente? È anzi per farle le mie rimostranze che mi vedete qui.

FILINTO - Fossi in voi, è sua cugina ch’io amerei. Elianta vi stima: è un amica sincera e sicura, che avrebbe fatto per voi.

ALCESTE - Vero; ogni giorno me lo dico. Ma, in amore, non è la ragione che decide.

FILINTO - Temo per voi; e le vostre speranze…

SCENA SECONDA

Oronte, Alceste, Filinto.

ORONTE - (a Alceste) Ho saputo giù che Elianta è uscita per certe compere e Celimena pure. Mi han detto che eravate qui; per cui son salito lo stesso, lieto dell’occasione che mi si offriva d’ester­narvi la sincera, profonda stima che nutro per voi; stima che ha fatto nascere in me, da quanto tempo, il vivo desiderio di diven­tare vostro amico. Avete in me, signore, un ammiratore entusiasta, che altro non ambisce che potersi a voi legare d’amicizia. Presumo che non vorrete respingere la calda offerta d’un uomo come me. (Per tutto il tempo che Oronte parla, Alceste appare distratto e non sembra capire che è a lui che Oronte si rivolge) È a voi, se non vi dispiace, signore, che si rivolgono le mie parole.

ALCESTE - A me, signore?

ORONTE - A voi! Forse vi è dispiaciuto ciò che ho detto?

ALCESTE - No, no. Ma non rinvengo dalla sorpresa: non m’attendevo un tanto onore!

ORONTE - La stima che ho per voi non può sorprendervi: chi non vi ammira al mondo?

ALCESTE - Signore…

ORONTE - La Francia non ha nessuno che, per merito, sia alla sua altezza.

ALCESTE - Signore…

ORONTE - Sì; per conto mio, non vedo da noi nessuno che vi stia alla pari.

ALCESTE - Signore…

ORONTE - Mi fulmini il Cielo, se dico bugia! Lasciate dunque che, a suggello di quanto dico, di gran cuore, signore, io vi abbracci e vi chieda di ammettermi nel numero dei vostri amici. La vostra mano, ch’io la stringa! Se non vi spiace. Posso contare allora sulla vostra amicizia?

ALCESTE - Signore…

ORONTE - Come! Esitate?

ALCESTE - Troppo onore volete farmi, signore. Sennonché, l’amicizia richiede un po’ più di discrezione; è profanarla, tirarla in ballo ad ogni occasione. È un sentimento, l’amicizia, che solo può nascere da una reciproca conoscenza e da una scelta. Prima di legarci, dobbiamo conoscerci meglio: i nostri caratteri potrebbero essere così diversi, da averci in seguito a pentire.

ORONTE - Ah, certo! Ah, certo! È così saggio ciò che dite, da accrescere, ove fosse possibile, la mia stima per voi. Pazientiamo dunque; lasciamo al tempo di suggellare una così bella amicizia. Consentite comunque ch’io mi metta intanto interamente a vostra disposizione. Se occorresse, ad esempio, fare il vostro nome a Corte… Il Re, è noto, mi tiene in qualche conto: mi dà ascolto e tratta con me, non mi vanto, poco meno che alla pari. Questo per dire che, in tutto e per tutto, non avete che a comandarmi. Ed ora, per avviare quella migliore conoscenza da voi auspicata, vi sottoporrò un sonetto, che da poco ho composto, acciocché mi diciate se è meritevole d’andare per le stampe.

ALCESTE - Signore, vi rivolgete male, se vi rivolgete a me per giudizio. Vogliate dispensarmene.

ORONTE - Perché?

ALCESTE - Perché, vedete, nei miei giudizi ho il difetto d’essere un po’ più franco di quanto non usi.

ORONTE - A maggior ragione! Se è proprio quello che cerco! M’avrei, anzi, a male se, alla mia preghiera di dirmi schietto il vostro pensiero, rispondeste attenuandolo o, peggio, tradendolo.

ALCESTE - Ebbene, allora, se è così…

ORONTE - Sonetto… È un sonetto. La speranza… È una si­gnora che, appunto, mi aveva dato qualche motivo di sperare. La speranza… Non v’aspettate, vi avverto prima, il solito verseggiare, quei lunghi versi pomposi… Piccoli versi, sono i miei: piani, caldi di passione, sospirosi…

ALCESTE - Sentiamo.

ORONTE - La speranza… Non so se lo stile vi parrà scorrevole abbastanza, e se le parole le giudicherete tutte appropriate.

ALCESTE - Sentiamo.

ORONTE - Aggiungo che non ho impiegato più d’un quarto d’ora, a farlo.

ALCESTE - Ma via, signore, il tempo non c’entra. Sentiamo.

ORONTE - (leggendo) “La speranza, è ben vero, conforta

e il nostro, a tratti, assopisce, tormento.

Ma quale, o Fili, deh, qual giovamento

se quel che s’augura il cor non la scorta?”

FILINTO - Carino, l’avvio!

ALCESTE - (sottovoce a Filinto) Cosa? Vi sembra bello, a voi?

ORONTE - “D’esser stata gentil non v’elogio,

ché meglio fatto a non esserlo avreste!

A che farmi quel dì tante feste,

per poi sì solo lasciarmi, sì mogio?”

FILINTO - Ve’ con che grazia è detto!

ALCESTE - (sottovoce) Che faccia! Non avete vergogna di lodare queste sciocchezze?

ORONTE - “Se è destin che un’attesa infinita

impazzire mi faccia, la vita

mi sarà di sollievo buttar!

Vano allora sarà che piangiate!

Sperar sempre, crudele, imparate

è lo stesso che, ahimè, disperar!”

FILINTO - Ah la chiusa! La chiusa! Ammirevole!

ALCESTE - (sottovoce) Chiusa vi fosse la bocca, mentitore!

FILINTO - Mai ho udito versi di sì bella fattura!

ALCESTE - (sottovoce) Canchero!

ORONTE - Dite per complimento, voi; credete forse che…

FILINTO - In coscienza, dico!

ALCESTE - (sottovoce) Seguita, seguita! Corruttore!

ORONTE - (ad Alceste) E il vostro giudizio, signore? Dite, dite senza riguardi, secondo i patti.

ALCESTE - Sapete, a dar giudizi in poesia, è sempre bene an­dar cauti; e ci piace sentirci adulti sul nostro ingegno. Ma un gior­no, ad una persona di cui taccio il nome e che appunto mi sotto­poneva dei versi, dicevo che un onest’uomo, quando questo prurito di scrivere lo prende, deve saperlo vincere; e, se vi soccombe, vin­cere almeno la smania di farne mostra, dei suoi talenti poetici: per­ché corre, altrimenti, il rischio di far di gran brutte figure.

ORONTE - Sarebbe a dire che ho fatto male a…

ALCESTE - Non dico questo. Ma, sempre a quel tale, dicevo che basta un brutto sonetto a screditare un uomo; che uno può avere cento belle qualità e quell’unica debolezza; ed ecco che la malignità della gente scorda quelle per vedere solo questa.

ORONTE - Lo trovate dunque difettoso il mio sonetto?

ALCESTE - Non dico questo. Ma, sempre a quel tale, perché non ci si riprovasse, ricordavo quante persone rispettabili ha reso ridicole questa ambizione di poetare.

ORONTE - Sarei anch’io, allora, uno di costoro? Forse che non so scrivere?

ALCESTE - Non dico questo. Che bisogno avete insomma, gli dicevo, di esprimervi in rima? E perché non astenersi almeno da pubblicare? Un brutto libro si può perdonare ad un povero diavolo che ne tira da campare; ma voi… Datemi retta, gli dicevo, scacciate questa tentazione; non date i vostri parti poetici in pasto alla gente; nascondeteli come una malefatta; non barattate la stima di cui godete a Corte con la ridicola nomea, che un editore senza scrupoli può procacciarvi, di scrittorello da due soldi. Ecco quello che cercavo di fargli capire.

ORONTE - Intendo, intendo: giustissimo, ciò che dite. Ma potrei ora sapere che cosa, nel mio sonetto…

ALCESTE - Il vostro sonetto? Potete riporlo nel cassetto del­lo scrittoio. Vi siete ispirato a cattivi modelli. Nessuna naturalezza, nel modo che vi esprimete. Vi sembra naturale dire: “e il nostro, a tratti, asso pisce tormento”? E: “se quel che s’augura il cor non la scorta?” E il bisticcio finale che “sperar sempre è, ahimè, disperar”? Questo stile lambiccato, di cui oggi ci si fa belli, fa a pugni con la spontaneità; non è che gioco di parole, pura affettazione: non è così che la gente parla! Mi spaventa il cattivo gusto che oggi im­perversa. I nostri vecchi saranno stati meno raffinati; ma in queste storture non ci cadevano. La poesia che va oggi per la maggiore, non vale per me quella vecchia canzonetta, sapete?

“Se Parigi il re mi donasse,

ma lasciare per essa dovessi

l’amore di lei,

ah no, no, a re Enrico direi,

tienti pur la tua grande città.

La mia piccola amica

cento volte più a cuore mi sta.”

Le rime sono facili, lo stile andante; ma non sentite che differenza da codeste arzigogolature, fatte in dispregio al buonsenso? Qui, almeno, c’è l’espressione immediata d’un sentimento:

“Se Parigi il re mi donasse,

ma lasciare per essa dovessi

l’amore di lei,

ah no, no, a re Enrico direi…”

Escono dal cuore, queste parole! (A Filinto che ride) Sì, voi che ridete; giudicatemi pure rozzo; ma io preferisco di gran lunga que­sta strofetta ai brillanti falsi di cui tutti oggi s’estasiano.

ORONTE - Ed io sostengo che i miei versi son di molto belli!

ALCESTE - Avete, per trovarli tali, i vostri motivi; come, per trovarli brutti, consentirete che n’abbia anch’io, di motivi, che non s’arrendono ai vostri.

ORONTE - A me basta che altri sian di diversa opinione.

ALCESTE - San fingere, quelli. È una abilità che a me manca.

ORONTE - Vi presumete dunque infallibile?

ALCESTE - Ai vostri occhi lo sarei, se approvassi i vostri versi.

ORONTE - Oh, della vostra approvazione, ne faccio a meno!

ALCESTE - Non vedo come potreste fare altrimenti.

ORONTE - Vorrei un po’ vedere come ve la cavereste, voi, in un sonetto sullo stesso argomento!

ALCESTE - Non meglio, probabilmente. Solo che mi guarde­rei da mostrarlo.

ORONTE - Quale sicumera! Che tono di sufficienza!

ALCESTE - Se cercavate chi vi incensasse, avete sbagliato indirizzo.

ORONTE - Oh via, signorino, non la prendete tanto dall’alto!

ALCESTE - La prendo, signor bello, come sento il dovere di prenderla.

FILINTO - (intromettendosi) Andiamo! Smettetela, vi prego.

ORONTE - Il torto è mio, lo riconosco; e me ne vado. Servo vostro, signore.

ALCESTE - Signore, servo vostro.

SCENA TERZA

Filinto, Alceste.

FILINTO - Ecco, vedete? Con la vostra sincerità, vi siete messo in una situazione ben incresciosa. Lo sapevo che Oronte, pur di sentirsi lodare…

ALCESTE - Non mi parlate.

FILINTO - Ma…

ALCESTE - Tra noi è finita.

FILINTO - Eh via!

ALCESTE - Lasciatemi.

FILINTO - Se io…

ALCESTE - Basta!

FILINTO - Ma come!

ALCESTE - Non odo ragione!

FILINTO - Ma…

ALCESTE - Ancora?

FILINTO - È il modo…?

ALCESTE - Ah, insomma! Basta! Lasciatemi, vi dico!

FILINTO - Scherzate? Non vi lascio, no.

SIPARIO

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Alceste, Celimena.

ALCESTE - Signora, volete che vi parli chiaro? Non mi gar­bano i vostri modi. Il mio risentimento è, anzi, tale che ritengo sia meglio tronchiamo. Proprio così: vi ingannerei se parlassi diversa­mente. Presto o tardi, prevedo finirà così. Vi giurassi il contrario, non sarei poi in grado di mantenere.

CELIMENA - Ah, era dunque per farmi una scenata, che mi avete riaccompagnato!

ALCESTE - Nessuna scenata. Il fatto è che, per temperamen­to, siete troppo propensa ad ammettere nella vostra amicizia il primo che capita. Troppi mosconi avete dattorno! Non è cosa cui io mi possa adattare.

CELIMENA - Ma che colpa ho io se piaccio agli uomini? Come posso impedire che mi trovino graziosa? Che posso farci se cer­cano la mia compagnia? Cacciarli col bastone, dovrei?

ALCESTE - Non questo; basterebbe foste meno pronta a prestare un orecchio compiaciuto alla corte che vi fanno. Sensibili ai vostri vezzi sono anche gli altri, capisco; ma se i vezzi li attirano, siete voi, con la vostra accoglienza, a trattenerli: una acco­glienza così lusinghiera che li fa arditi a nutrire delle speranze. Se vi mostraste più riservata, se il vostro contegno li scoraggiasse, non avreste più dattorno questa folla di adoratori. Clitandro, ad esem­pio: uno dei tanti; potrei sapere che cosa trovate in Clitandro di così seducente? Per quali meriti lo onorate di tanta stima? Mica per l’unghia che si lascia crescere al mignolo? O, come tutti quelli del suo mondo, vi ha conquistata la parrucca bionda che tanto lo di­stingue? I nastri che sfoggia? O a trovare la via del vostro cuore fu il modo in cui ride, il suo parlare in falsetto?

CELIMENA - È lui che vi dà ombra? Come siete ingiusto! Che lo tengo buono è vero; ma sapete perché? Ha un mucchio di amici che, per sua intercessione, appoggeranno la mia causa. Me l’ha promesso.

ALCESTE - Se è per questo che fate buon viso ad un rivale che m’offende, non vi preoccupate di perderla, quella causa, si­gnora.

CELIMENA - Ma di tutti, proprio di tutti, state diventando geloso?

ALCESTE - Gli è che tutti, proprio tutti, son da voi accolti.

CELIMENA - Tutti! Dunque, nessuno. Non basta questo a tranquillizzarvi? Preferireste forse che le mie attenzioni le dedi­cassi ad uno solo?

ALCESTE - Troppo geloso, mi trovate, ma, in grazia, quale vantaggio ho io sui vostri corteggiatori?

CELIMENA - La certezza d’essere amato.

ALCESTE - Amato? Quale prova ne ho?

CELIMENA - Ah, nemmeno una dichiarazione come questa vi basta?

ALCESTE - Ma chi mi garantisce che la stessa dichiarazione non la facciate in pari tempo anche agli altri?

CELIMENA - Ah, bel complimento! E mi amate! Per chi mi prendete? Ebbene, per togliervi di pena, mi rimangio allora quello che ho detto; e niente vi potrà più ingannare, tranne voi stesso: siatene contento.

ALCESTE - Ah, è ben tenace l’amore che ho per voi. Se po­tessi strapparvi dalle mani il mio cuore, benedirei il Cielo! Faccio tutto quello che posso, non lo nascondo, per vincere questo terri­bile attaccamento; ma è inutile. Devo aver dei peccati da scontare, per amarvi a questo punto.

CELIMENA - È vero, non c’è chi mi ami come voi.

ALCESTE - Sì: potrei sfidare il mondo intiero. Il mio amore è qualcosa di inimmaginabile. Come me, signora, nessuno ha mai amato.

CELIMENA - Infatti! È così insolito il modo in cui si mani­festa! Amare, per voi, è rimproverare. Il vostro ardore non s’esprime che in termini offensivi. Non s’era mai visto un amore così ram­pognoso.

ALCESTE - Che si rassereni, non dipende che da voi. Met­tiamo una buona volta, vi prego, il punto fermo ai nostri continui bisticci. Parliamoci a cuore aperto, e cerchiamo…

SCENA SECONDA

Celimena, Alceste, Basco.

CELIMENA - Che volete?

BASCO - Signora, c’è giù il signor Acasto.

CELIMENA - Ebbene, che salga.

ALCESTE - Non vi si può mai parlare due minuti a quattr’oc­chi? Chiunque si annuncia, che salga! Non vi ricordate dunque mai che, dopotutto, siete in casa vostra?

CELIMENA - Vorreste che mi guastassi con lui?

ALCESTE - Avete troppi riguardi per gente che non mi piace.

CELIMENA - Se non lo ricevo, è capace quello lì di legarsela al dito.

ALCIESTE - E con questo? Che v’importa?

CELIMENA - Dio mio! Tipi come lui, conviene tenerseli buo­ni: Acasto è uno di quelli che, chi sa come, si sono imposti a Corte. Servigi da loro non c’è da aspettarsene; ma nuocere possono. Lin­guacce, che, per quanti appoggi si possano avere altrove, è sempre prudente non inimicarsi.

ALCESTE - Insomma, o per una ragione o per un’altra, tol­lerate sempre tutti; la vostra previdenza…

SCENA TERZA

Alceste, Celimena, Basco.

BASCO - C’è anche il signor Clitandro, signora.

ALCESTE - Naturalmente! (s’avvia per andarsene)

CELIMENA - Dove andate?

ALCESTE - Via.

CELIMENA - Restate.

ALCESTE - A che fare?

CELIMENA - Restate.

ALCESTE - Non posso.

CELIMENA - Voglio così.

ALCESTE - Inutile. M’annoio a morte, a queste conversazioni. Volermele infliggere, è troppo.

CELIMENA - Voglio! Voglio!

ALCESTE - No. È più forte di me.

CELIMENA - Ebbene, allora andate. Fate come vi piace.

SCENA QUARTA

Elianta, Celimena, Alceste, Clitandro, Acasto, Filinto, Basco.

ELIANTA - (a Celimena) Ci son con noi i due marchesi: ve li hanno annunciati?

CELIMENA - Sì. (A Basco) Delle sedie! (Basco esegue ed esce. Ad Alceste) Qui? Vi facevo già in strada.

ALCESTE - Rimango. Voglio vedere per chi vi dichiarate, si­gnora: se per loro o per me.

CELIMENA - Zitto.

ALCESTE - Oggi la cosa si deciderà.

CELIMENA - Siete diventato pazzo?

ALCESTE - Per niente. Vedremo per chi prenderà partito.

CELIMENA - Celiate, spero.

ALCESTE - Non celio. Sceglierete una buona volta. Sono stanco ormai.

CLITANDRO - Vengo dal Louvre; e sapete, signora, chi vi ho incontrato? Cleonte. Ma possibile che non abbia un amico carita­tevole che lo avverta che così non si va in giro? Era d’un ridicolo!

CELIMENA - Eh, sì: in società, fa delle figure barbine. Ha un aspetto, dei modi, che dà nell’occhio dovunque vada. Specie poi se è da un po’ che non lo si vede, c’è da trasecolare: ogni volta lo si trova più stravagante.

ACASTO - Ah, in fatto di stravaganti! N’ho lasciato uno un momento fa, che lo raccomando a chi vuol esercitare la pazienza. Damone, il filosofo! M’ha tenuto in piedi al sole un’ora buona.

CELIMENA - Ah, quello, che chiacchierone! Sa l’arte di discor­rere per ore senza dir niente. Ti frastorna le orecchie; ma cosa diavolo dica, indovinagrillo!

ELIANTA - (a Filinto) E due! Si comincia bene. S’annuncia pic­cante, oggi, la conversazione.

CLITANDRO - E di Timante, dite niente, signora?

CELIMENA - Timante? Il gran misterioso? Lo incontri e ti guarda stranito come non ti riconoscesse. Non ha nulla da fare ed è sempre in faccende. Se parla son più le smorfie delle parole. A forza di convenevoli, ti ammazza. Nell’accomiatarsi, ha sempre un segreto da confidarti; che poi non è nulla, ma a lui pare chi sa che. Abbassa la voce, t’aspetti chi sa quale confidenza ed è per dirti buongiorno!

ACASTO - E Geraldo, signora?

CELIMENA - Buono anche quello! Che spaccone! Sempre gran signore, lui! A sentirlo, non frequenta che duchi, che principi; non parla che di cavalli, di tiri a quattro e di cani. Anche al Re, parlan­done, dà del tu. La parola signore non esiste nel suo vocabolario.

CLITANDRO - Si dice che Priscilla Belisa e lui… se la inten­dano.

CELIMENA - Quell’oca! Dalla conversazione così brillante! Quando mi viene a trovare è un supplizio: c’è da sudare a trovare argomenti. Così stitica di parole, che tutti i momenti si ricade a tacere. Hai un bel ricorrere a tutti i luoghi comuni: il bel tempo, la pioggia, il freddo, il caldo; si fa presto a restare a secco. Ma lei imperterrita rimane lì; ad andarsene non si decide mai. T’informi che ora s’è fatta, sbadigli da smascellarti: niente; come sulla sedia ci fosse avvitata.

ACASTO - E Adrasto, signora?

CELIMENA - Quel vanitoso, pieno di boria, che non vede, non ama che se stesso? Alla Corte, a sentirlo, il suo merito non è abbastanza apprezzato. Se sa d’una carica, d’un privilegio concesso ad altri, è a lui che toccava di diritto; e lì ad imprecare.

CLITANDRO - Ma del giovane Cleone che ne dite? Ormai è da Cleone che si dà convegno il meglio della società.

CELIMENA - Che dico? Che il merito è del suo cuoco. Non è lui che attira; è la sua tavola.

ELIANTA - Vi si pranza molto bene, infatti, da Cleone.

CELIMENA - Si; non fosse che, con la buona tavola, bisogna sorbirsi anche il padron di casa: un piatto così insipido che rovina l’intero pranzo.

FILINTO - Di suo zio Damìs si dice un gran bene. Come lo giudicate, signora?

CELIMENA - È amico mio.

FILINTO - M’ha l’aria di persona perbene; seria.

CELIMENA - Sì; ma m’indispone quel suo posare a uomo su­periore. Non è mai naturale; qualunque cosa dica, tradisce sempre uno sforzo: il desiderio di far colpo. Per distinguersi, per brillare, fa il difficile: nulla lo accontenta. Non esce libro che lui non lo critichi; a lodarlo, avrebbe paura di non apparire abbastanza intel­ligente: sono gli ignoranti che s’entusiasmano, che ammirano. Così, disdegnando tutti gli scrittori d’oggi, è lui che si avvantaggia in statura. Alla stessa stregua, giudica la conversazione: ciance di co­mari cui non degna abbassarsi. Zitto, a braccia conserte, sta a sen­tire dall’alto della sua superiorità con uno sguardo di compatimento.

ACASTO - Brava! È parlante, il ritratto, signora!

CLITANDRO - (a Celimena) Ah, come voi, per dipingere le persone…

ALCESTE - Avanti! Dateci dentro! A ciascuno la sua! Chi si salva dalla vostra maldicenza? Ma fate che il più tartassato entri: con che premura gli andate incontro, gli stringete la mano, lo ab­bracciate, vi protestate suoi amici!

CLITANDRO - A noi lo dite? L’appunto va, se mai, alla si­gnora!

ALCESTE - A voi, va! A voi! Siete voialtri che, ridendo ed approvando, le date corda! È la vostra adulazione che alimenta la sua maldicenza! Ci troverebbe meno gusto a farsi beffe del pros­simo, se voialtri non l’applaudiste! Siete voi, adulatori, i responsa­bili della dilagante corruzione!

FILINTO - Ma dal momento che siete voi il primo a condan­narli questi difetti, perché delle persone che ne sono intinte pren­dete con tanto calore le difese?

CELIMENA - Perché? Ma perché il suo compito è di contrad­dire! Vorreste trovarlo consenziente? Togliergli il gusto, pel quale è nato, di dir sempre il contrario? L’opinione degli altri, non è mai la sua; è sempre pronto a spezzare una lancia per la tesi op­posta; a mostrarsi d’accordo, si sentirebbe diminuito. È così prepo­tente in lui il bisogno di distinguersi, che gli capita, non di rado, di contraddire se stesso. Basta che quel che pensa lo oda dalla bocca d’un altro, per pensare di colpo l’opposto.

ALCESTE - Azzeccato, signora! Ridono tutti, non vedete? Animo, dunque: seguitate, seguitate a bersagliarmi.

FILINTO - È un fatto comunque, non lo negherete, che, qua­lunque cosa si dica, saltate su a dire il contrario; e, pur avendo anche voi critiche da muovere, non tollerate né che si biasimi né che si lodi.

ALCESTE - Per forza! Visto che nel giusto mezzo non si sa star mai; e, di qualunque cosa si parli, si eccede sempre, sia che si lodi sia che si biasimi.

CELIMENA - Ma…

ALCESTE - No, signora, no, per quanto possa costarmi, debbo dirvelo: avete dei gusti ch’io non posso tollerare; e fan male i vostri amici ad assecondarvi in difetti che poi biasimano.

CLITANDRO - Difetti? La signora? Mi sbaglierò: ma io, sino ad oggi, di difetti, nella signora non ne ho notati punti.

ACASTO - Nemmen io! Grazie ed attrattive, oh quante! Ma difetti? In lei non ne avverto nessuno.

ALCESTE - Li avverto ben io; e, lungi da tacerglieli, quante volte, la signora può dirlo, glieli ho rimproverati! Quanto più si ha cara una persona, tanto meno si deve adularla. Prova di vero amore, è nulla scusare in chi si ama. E, per conto mio, io mi guar­derei da quegli amici che vedessi sempre pronti a darmi ragione e ad applaudire ogni mia stravaganza.

CELIMENA - Insomma, ama davvero, secondo voi, chi genti­lezze all’amata non ne usa mai; il perfetto amore consisterebbe anzi nel trovarle più mende possibile.

ELIANTA - Per solito, a dire il vero, non è così che succede in amore. Di solito, l’innamorato vanta la sua bella. Nel suo acce­camento, non solo non scorge in lei la menoma menda, ma ne scambia per pregi i difetti. È pallida di carnagione? Ha il candore del giglio. È troppo scura? È una bruna adorabile. È magra? È slanciata, snella in vita. È grassa? È giunonica. È bruttina, trascu­rata? Non è civetta; se volesse… È un granatiere? Ha la maestà d’una dea. È piccola? In piccola anfora sta il buon vino. È altez­zosa? Una regina. Perfida? Ha dello spirito. Sciocca? LA bontà in persona. Chiacchiera troppo? Ha il cuore allegro. Non apre bocca? È la violetta che si nasconde. Tanto travede l’occhio innamorato!

ALCESTE - Ed io, io sostengo…

CELIMENA - Be’, cambiamo discorso. Andiamo piuttosto a far due passi in galleria. (Ad Acasto e Clitandro) Come! Ve ne andate?

ACASTO e CLITANDRO - Oh no, signora.

ALCESTE - Temevate, eh? Ma per quanto si trattengano, di­chiaro che sarò io l’ultimo ad andarmene.

ACASTO - Se non, importuno, signora, io non ho nulla in tutto il giorno che mi richiami altrove.

CLITANDRO - E io, purché rientri al tramonto, non ho impe­gni speciali.

CELIMENA - (ad Alceste) Scherzavate, vero?

ALCESTE - Niente affatto. Vedremo se vorrete che sia io ad andare.

SCENA QUINTA

Alceste, Celimena, Elianta, Acasto, Filinto, Clitandro, Basco.

BASCO - (ad Alceste) C’è uno, signore, che vi cerca per cosa urgente.

ALCESTE - Rispondigli da parte mia che di cose urgenti non ne ho.

BASCO - All’uniforme, è un messo della polizia.

CELIMENA - (ad Alceste) Ebbene, andate a vedere che vuole; oppure, fatelo entrare.

SCENA SESTA

Alceste, Celimena, Elianta, Acasto, Filinto, Clitandro, Una Guardia.

ALCESTE - (facendosi sull’uscio) Che volete? Entrate.

LA GUARDIA - Signore, ho da dirvi due parole.

ALCESTE - Parlate pure ad alta voce, signore, dite di che cosa si tratta.

LA GUARDIA - Sono latore d’un ordine del maresciallo: do­vete presentarvi subito, signore.

ALCESTE - Chi? Io?

LA GUARDIA - Di persona.

ALCESTE - E per far che?

FILINTO - (ad Alceste) Sapete cos’è? È per quel buffo inci­dente tra voi e Oronte.

CELIMENA - (a Filinto) E cioè?

FILINTO - Oronte s’è offeso del giudizio negativo che Al­ceste ha espresso su certi suoi versetti. Si vuoi metter la cosa in tacere, si vede.

ALCESTE - E dovrei per compiacenza disdirmi? Mai!

FILINTO - Ad ogni modo, andate. Non potete fare altrimenti.

ALCESTE - Un accomodamento all’amichevole? Che preten­derebbero? Di farmi dire che li trovo belli? Brutti, li trovo; e non mi disdico certo!

FILINTO - Ma c’è modo, di dirlo!

ALCESTE - Esecrabili, sono! Non potrò che confermarlo.

FILINTO - Sì, ma mostrarvi un po’ più conciliante. Andiamo, venite; vi accompagno.

ALCESTE - Vengo; ma se sperano che mi rimangi ciò che ho detto!

FILINTO - Andiamo, via.

ALCESTE - A meno che di trovarli belli non mi venga l’or­dine dal Re, sosterrò sempre, caspita, che son pessimi e che chi l’ha fatti meriterebbe la forca! (A Clitandro ed Acasto che ridono) Loro ridono, eh? Non sapevo d’esser buffo quanto si vede che sono!

CELIMENA - Andate! Non vi fate attendere oltre!

ALCESTE - Vado, signora; ma sarò di ritorno quanto prima, per regolare i nostri conti.

SIPARIO

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Clitandro, Acasto.

CLITANDRO - Ti vedo un viso da cuorcontento che consola, marchese mio! Tutto ti va a gonfie vele, eh? Ma non t’illuderai? Credi davvero d’aver buoni motivi per essere così soddisfatto di te?

ACASTO - E perché, diavolo, non dovrei esserlo? Ho bel cer­care, ma non trovo. Ho mezzi, sono giovane; appartengo a una famiglia che a ragione può dirsi nobile; per la posizione che occupo in società, sono poche le cariche cui non posso aspirare. Di corag­gio, che per noi è ciò che più conta, è noto, non fo per van­tarmi, che non manco: mi si è visto darne prova. Di intelligenza e buon gusto n’ho abbastanza per giudicare d’acchito di tutto: alle “prime”, cui non manco mai, do io il segnale degli applausi; de­cido io del successo o no del lavoro. Ho bella presenza, un viso sim­patico, una dentatura come se ne vedon poche, il personale slan­ciato. Per il modo che vesto, vorrei vedere chi oserebbe disputarmi la palma. Godo d’un’immensa stima; il bel sesso mi adora; il Re mi tiene in considerazione. Che potrei desiderare di più, marchese mio?

CLITANDRO - Sì; ma se conquistare dei cuori t’è così facile perché vieni qui a sospirare inutilmente?

ACASTO - Io? Ah, perbacco, non son tipo, io, da sopportare che una donna mi resista! Lascio a chi è di fisico disgraziato, alle nature volgari, di consumarsi d’inutile desiderio, di languire ai piedi d’una bella che li respinge, di subirne i rigori, di sfogare in lagrime e sospiri il loro disappunto; di cercare, a forza di atten­zioni e di servigi, d’ottener quello che di ottenere non han altro modo. Un uomo qual io sono, non è fatto, marchese mio, per amare a credito e sostener lui tutte le spese. D’una donna, per bellezza rara che sia, un uomo, io così, per mia buona ventura, la penso, non vale mai meno. Se la conquista d’un cuore come il mio la lusinga, ebbene, se la guadagni; o, perlomeno, che siamo tutti e due a tempo a fare il primo passo.

CLITANDRO - Sicché, marchese mio, tu credi, qui, di far breccia?

ACASTO - Ho qualche motivo infatti per crederlo, marchese mio.

CLITANDRO - Ah, t’inganni a partito! Disilluditi, dammi retta. Ti lusinghi e abbagli da te.

ACASTO - Eh, già. Mi lusingo, infatti, e m’abbaglio.

CLITANDRO - Ma che cosa ti fa credere…?

ACASTO - Mi lusingo, l’hai detto.

CLITANDRO - Da che presumi…?

ACASTO - M’abbaglio, dici bene.

CLITANDRO - Hai qualche prova concreta?

ACASTO - M’inganno, ti ripeto.

CLITANDRO - Forse che Celimena t’ha lasciato capire…?

ACASTO - No. Mi tratta come un cane.

CLITANDRO - Rispondi a tono, ti prego!

ACASTO - Non ricevo che repulse.

CLITANDRO - Seriamente: t’ha dato qualche speranza?

ACASTO - Tu sei il fortunato ed io il disgraziato; me, mi si vede come il fumo negli occhi. Uno di questi giorni, finisce che m’impicco.

CLITANDRO - Be’, senti: vuoi che facciamo un patto? Il patto che, a quello di noi due che potrà provare d’avere nel cuore di Celimena la preferenza, l’altro lascerà campo libero?

ACASTO - Ah, ora sì! Questo sì, si chiama parlare, corpo di Bacco! Accettato di gran cuore! Ma… ssst!

SCENA SECONDA

Celimena, Acasto, Clitandro.

CELIMENA - Qui ancora?

CLITANDRO - Ci indugia Amore.

CELIMENA - È entrata giù una carrozza, avete sentito? Chi potrà essere?

CLITANDRO - Non saprei.

SCENA TERZA

Celimena, Acasto, Clitandro, Basco.

BASCO - Una visita, signora: la signora Arsinoe.

CELIMENA - Arsinoe! Che viene a fare?

BASCO - La intrattiene da basso la signorina Elianta.

CELIMENA - Che mai può volere da me?

ACASTO - Oh, oh: la Virtù che arriva! La Virtù militante! E militante con uno zelo…

CELIMENA - Sì, sì: la bella ipocrita! Sempre tra i piedi nei salotti e che fa di tutto, senza riuscirci, per accalappiare qualcuno! Se vede che un’altra ha dei corteggiatori, schiatta d’invidia. Sola con la sua virtù, cui nessuno attenta, che le resta se non pigliar­sela con la corruzione dei tempi? Così, atteggiandosi ad austera, maschera come può l’abbandono in cui è lasciata; e, per salvare l’onore delle sue, oh quanto modeste, attrattive, grida l’anatema sul potere ch’esse non hanno. Ciò non toglie che un amante le farebbe gola; per Alceste ha anzi un debole spiccato. La corte che lui mi fa, è uno smacco per le sue grazie. Io glielo avrei soffiato, a sentirla. Da questa delusione, una gelosia che stenta a dissimulare e che, dappertutto dove va, le fa schizzar sotto sotto veleno contro di me. Stupida al punto, insomma, che mi diverte; e…

SCENA QUARTA

Arsinoe, Celimena, Clitandro, Acasto.

CELIMENA - Oh, cara! Qual buon vento? Sapete che comin­ciavo ad essere in pensiero?

ARSINOE - Vengo da amica: ho qualche cosa da dirvi, per il vostro bene.

CELIMENA - Ah, finalmente! Che piacere rivedervi! (Acasto e Clitandro escono ridendo)

ARSINOE - Bene, che ci lascin sole.

CELIMENA - Ci vogliamo sedere?

ARSINOE - Grazie, non c’è bisogno. Signora, è nelle cose di capitale importanza che un’amica deve mostarsi veramente tale. E poiché nulla è più importante per una donna del suo buon nome, vengo da vera amica ad avvertirvi di cosa che tocca appunto il vostro onore. Mi trovavo ieri in visita in casa di persone degnissi­me, quando il discorso cadde su di voi; e, purtroppo, mi sanguina il cuore a dirvelo, il vostro brillante tenor di vita non lo sentii propriamente lodare. La folla di gente che ricevete, il modo in cui li accogliete, le voci che questo fa nascere, trovarono censori più numerosi e più severi di quanto mi sarei mai attesa. Reagii, natu­ralmente; presi le vostre difese, potete ben capire con che calore. Dissi che non c’era alcuna malizia nelle vostre intenzioni; della vo­stra innocenza mi resi personalmente garante. Ma ci son cose, nella vita, lo sapete, che è difficile scusare per quanto desiderio se n’ab­bia; e mi vidi costretta a concedere che, sì, un po’ di torto il modo in cui vivete ve lo fa; che, con la maldicenza cui dà luogo, un tan­tino vi pregiudica agli occhi del mondo; e che, controllando un po’ più la vostra naturale esuberanza, potreste, volendo, dar meno esca alle malelingue. Non già, beninteso, ch’io creda intaccata la vostra onorabilità: Dio mi guardi anche solo dal pensarlo! Ma sapete come è il mondo: dà corpo alle ombre; ed esser virtuosa non basta, purtroppo! Signora, vi ritengo troppo ragionevole per non prendere in buona parte e per non approfittare d’un consiglio che detta alla vostra amica il bene che vi vuole.

CELIMENA - Signora, vi sono grata dell’avvertimento. Aver­mene a male? Al contrario! Mi rendete un tale servigio! Tanto che, per non restare in debito con voi, voglio anch’io avvertirvi di cosa che tocca parimenti il vostro buon nome. Come vi siete mostrata amica, mettendomi a parte delle chiacchiere della gente, voglio darvi anch’io, a mia volta, una non minore prova di amicizia, met­tendovi a parte di ciò che si dice sul vostro conto. Mi trovavo l’al­tro giorno in casa di persone degnissime e si ragionava di moralità, quando il discorso cadde su di voi. Credevo dovessero citarvi ad esempio per la vostra austerità, per i virtuosi vostri sdegni. Mac­ché! In voi non trovarono che da biasimare; la gravità del porta­mento, il continuo parlare di rettitudine e di onore, quel vostro squittire e torcere il viso alla malizia che scorgete nella frase più innocente, l’alta stima in cui tenete voi stessa, gli sguardi di com­miserazione che lasciate cadere sugli altri, le lezioni di morale che ad ogni occasione impartite, le aspre condanne che pronunciate a torto e a sproposito; tutto questo, signora, se posso esser fran­ca, riscosse la disapprovazione generale. A chi vuoi darla ad intendere, dicevano, con quel viso da santocchia, quell’ostentato riserbo che tutto il resto smentisce? Nel libro da messa, oh certo non salta una sillaba: ma bastona la servitù e non la paga. In chiesa, quale devota più fervente di lei? Ma s’imbelletta e s’aggeggia per passare per bella. Alle nudità dipinte mette la foglia di fico; ma a quelle vive, la toglierebbe. Reagii, naturalmente; presi le vostre di­fese, immaginate con qual calore; garantii personalmente che non erano che calunnie. Ma tutti mi diedero sulla voce e dovetti azzit­tirmi. La conclusione fu che fareste bene a impicciarvi meno di ciò che fanno gli altri, per pensare un po’ di più ai casi vostri. Che uno, prima di condannare gli altri, ha il dovere di esaminar ben bene se stesso; che solo una vita esemplare dà il diritto e l’autorità di correggere gli altri; ma che meglio ancora è rimettersi, per que­sto, a chi dal Cielo è stato investito di tale compito. Signora, vi ritengo troppo assennata per non prendere in buona parte e per non approfittare d’un avvertimento che detta alla vostra amica il bene che vi vuole.

ARSINOE - Sebbene chi fa dei rimproveri s’esponga a rice­verne, una replica di tal sorta non me l’aspettavo, signora; la sua acidità mi fa capire che il mio consiglio, dettato dal cuore, vi ha ferita a sangue.

CELIMENA - Per nulla, signora; e, se fossimo giudiziose, met­teremmo in pratica io il vostro e voi il mio consiglio. Illuminate sui nostri rispettivi difetti, potremmo in tal modo correggerci. M’augu­ro anzi che questa specie di spionaggio, fatto dall’una nell’interesse dell’altra, continui; e che sia nostra cura, in avvenire, raccontarci reciprocamente quel che si dice sul conto nostro.

ARSINOE - Ah, di voi, signora, chi mai potrà dir male! Di me, piuttosto; e quanto!

CELIMENA - Eh, sapete: non c’è cosa, io credo, che non si presti ad essere lodata come ad essere biasimata. Il giudizio, sem­pre legittimo, che ne facciamo dipende dal modo che la pensiamo e dall’età che abbiamo. Nella vita, c’è una stagione per la galan­teria e ce n’è pure una per la pudibonderia. Si può, per tattica, adot­tare questa, quando le nostre primavere cominciano a sfiorire: è un atteggiamento, allora, che serve a mascherare ciò che preferiamo non si noti. Non escludo ch’io possa un giorno seguire il vostro esempio; ma sarà effetto dell’età. A vent’anni, si sa, quel giorno è ancora lontano.

ARSINOE - I vostri vent’anni! Come lo dite! Certo; ma è un ben debole vantaggio di cui vi vantate. Quel che, di anni, uno po­trebbe avere più di voi, non è poi tanto da farvi alzare così la cresta. Non vedo perché, signora, ve la pigliate al punto da trat­tarmi a questo modo!

CELIMENA - E nemmen’io vedo, signora, perché dobbiate ac­canirvi tanto, dovunque andiate, a sparlare di me. Sempre con me ve la dovete prendere, se avete dei dispiaceri? Ho colpa io se di voi nessuno si cura? Se io piaccio agli uomini, se ogni giorno ricevo omaggi e dichiarazioni, probabilmente a vostro dispetto, che posso farci? Mica v’impedisco, io, di provare su chi credete il potere dei vostri vezzi!

ARSINOE - E voi credete, ahimè, ch’io ve lo invidi lo sciame di spasimanti di cui vi fate bella? Credete ch’io non sappia anche troppo quanto poco ci vuole per accaparrarseli? Vorreste dare a credere, a chi sa come va il mondo, che sono i vostri meriti, non altro, ad attirare tanti mosconi? Che non è il loro che purissimo amore e che unicamente per le vostre virtù vi stan dattorno? Non si perde la testa così, quando non si incontrano che repulse; gli uomini non sono citrulli a tal punto. Come mai ve ne sono, di donne, cui nulla manca per ispirare amore, ma che di uomini in casa non se ne tirano? Salta quindi agli occhi che, senza grandi concessioni, gli uomini non s’invischiano; che nessuno sospira uni­camente per i nostri begli occhi, e che le loro premure c’è d’uopo pagarle. Per cui non andate così fiera d’un successo che s’ottiene tanto a buon prezzo. Ed anche dei vostri vezzi, siate meno bo­riosa; non son poi tali da permettervi di trattar le altre dall’alto in basso. Me ne venisse, Dio guardi, il capriccio, credete che non potrei anch’io custodir meno la mia virtù? Vedreste allora se non è vero che per aver degli uomini ai piedi basta volerlo.

CELIMENA - Ebbene, provate, signora, tentate: studiatevi di piacere, grazie a quel prezioso segreto, e senza…

ARSINOE - Tronchiamo, signora, un colloquio come questo: rischierebbe di finir male. L’avrei già fatto e me ne sarei già andata da un po’, non fosse che devo attendere la carrozza.

CELIMENA - Oh ma perché tanta fretta? Restate, restate quan­to vi piace. Piuttosto, siccome con le mie chiacchiere v’avrò stan­cato, ecco qui uno che vi farà miglior compagnia di me. (Ad Alceste) Scusate se me ne vado: ho una lettera da scrivere che assolutamente non posso rimandare. Vogliate far compagnia alla mia amica, che sarà tanto buona da scusarmi.

SCENA QUINTA

Alceste, Arsinoe.

ARSINOE - Ah, non potevo certo augurarmi miglior modo di impiegare il tempo in attesa della carrozza, della rara fortuna, che Celimena mi offre, di intrattenermi con voi. Chi non me la invi­dierebbe? Persone come voi non possono che suscitare in tutti amore e stima. Su di me poi dovete esercitare un fascino speciale, da tanto mi prendo a cuore il vostro bene. A Corte, mi domando, come mai non s’accorgono dei vostri meriti e non rendon loro giu­stizia? Che ancora non l’abbiano fatto, è cosa che mi riempie di sdegno. Avreste ben ragione di dolervene.

ALCESTE - Io, signorina? E su che, in grazia, potrei fondare di queste pretese? Ho forse reso qualche servigio allo Stato? Che ho mai fatto, scusate, di così brillante che mi dia il diritto di la­gnarmi se a Corte non si fa nulla per me?

ARSINOE - Servigi allo Stato! E che forse ne han reso, tutti quelli che la Corte ha favorito? Gli è che i riconoscimenti non ba­sta meritarli: bisogna anche dare alla Corte l’occasione di accor­darli; e sono così palesi le vostre benemerenze, che…

ALCESTE - Oh, le mie benemerenze! Lasciate andare, vi prego. Anche di quelle vorreste che la Corte s’impicciasse? Un bel daffare avrebbe la Corte, se dovesse anche scovare i meriti della gente!

ARSINOE - Un merito come il vostro non ha bisogno d’essere scovato: salta agli occhi! Basta sentire che se ne dice intorno, come tutti lo esaltano. Ancora ieri, vi dirò anzi, in ben due salotti tra i più seri, di voi ho udito parlare nei termini più lusinghieri. E da persone autorevolissime!

ALCESTE - Eh! Chi non si loda oggi, signora! In tempi come questi, in cui il bianco non si distingue più dal nero! Che può voler dire essere lodati, oggi che tutti lo sono in egual misura? Sono una merce così corrente, gli elogi, se ne fa uno spreco tale, che persino il mio cameriere vien messo sulle gazzette!

ARSINOE - Il mio più vivo desiderio sarebbe, comunque, che vi fosse a Corte una carica alla quale voi non disdegnaste aspirare; e dove aveste modo di farvi valere per quello che siete. Me lo la­sciaste solo intravedere, un desiderio del genere, ed io smuoverei le montagne perché il vostro voto venisse colmato. Ho sottomano persone che s’adopererebbero in vostro favore, e nel modo più di­screto menerebbero la cosa a buon porto.

ALCESTE - Una carica a Corte? E che ci farei io, signora? Col carattere che ho, non s’accordano le cariche. L’aria poi delle Corti m’è per natura irrespirabile. No, non mi riconosco nessuna delle qualità che ci vogliono. Essere franco e sincero è la mia miglior dote. Sarei incapace di darla ad intendere; e, là dentro, ci dura poco chi non sa nascondere il suo pensiero. Certo, chi vive a Corte, gode di appoggi, di titoli onorifici; ma, in compenso, chi ne sta fuori non è costretto a fare il commediante e spesso il pagliaccio; non s’espone a ricevere rifiuti, non è tenuto a lodare i versi di questo e di quello, a incensare madama tale, ad ammirare lo spi­rito dei nostri bravi marchesi.

ARSINOE - Ebbene, se è così, rinunzio allora ad insistere; e mi permetterò di toccare un tasto più delicato. Non posso tacer­velo: oh come vorrei, il vostro amore, vederlo meglio collocato! Colei che tiene oggi le chiavi del suo cuore, ne è indegna. Ben altra donna meritereste!

ALCESTE - Ma, nel dirmelo., non pensate, signora, che è un’amica vostra la donna di cui mi parlate così?

ARSINOE - Sì; ma nel profondo della coscienza mi sento fe­rita dal torto che vi vien fatto, né posso tollerarlo più oltre. Troppo soffre la mia anima a vedervi in una simile situazione: sappiate dun­que che si risponde col tradimento al vostro amore.

ALCESTE - Voi mi dimostrate, signora, un interessamento ben immeritato. È un avvertimento, il vostro, pel quale mi sento ob­bligatissimo.

ARSINOE - Sì, per quanto amica mia, è, lo ripeto, indegna d’avere ai suoi piedi il cuore d’un gentiluomo. L’amore che vi di­mostra, Celimena lo finge.

ALCESTE - Può essere, signora: chi vede dentro i cuori? Ma la vostra carità avrebbe pur potuto fare a meno di mettere nel mio questa spina.

ARSINOE - Ah, se non volete che vi si aprano gli occhi! Ta­cere, m’era più facile.

ALCESTE - Gli è che, vedete, in cose come queste, nulla è peggio dell’incertezza. Io, per me, non vorrei mi si informasse che di quello di cui si è in grado di fornirmi la prova.

ARSINOE - Ebbene, inteso. Vi accontento subito: vedrete se ho detto il vero. Non avete, per questo, che da accompagnarmi a casa: vi metterò sott’occhio la prova irrefutabile dell’infedeltà del­la vostra bella. Dopodiché, chi sa anche non si trovi, ove ne abbiate desiderio, chi di questa infedeltà vi possa consolare.

SIPARIO

ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

Elianta, Filinto.

FILINTO - No, non si è mai vista un’indole così inflessibile, né mai tanto arduo è stato giungere a una conciliazione. Lo presero con le buone, tentarono le brusche: non ci fu verso. Credo che quei signori si trovassero per la prima volta davanti a un caso così imbarazzante. “Disdirmi?”, ripeteva. “Trovar buono quel so­netto? Mi chiedano qualunque altra cosa. In che lo lede, il signor Oronte, il mio giudizio? Intacca forse la sua onorabilità? Si può essere un fior di galantuomo e non saper fare un verso. Dispostis­simo a riconoscere che il signor Oronte è un perfetto gentiluomo; dispostissimo a lodarlo, se credono, pel modo che sta a cavallo, per la sua abilità di spadaccino, di ballerino: per tutto ciò che vogliono. Ma lodarlo come poeta? Ah, questo no! Quando a far versi si è negati, si ha il dovere di astenersene, s’anche vi si fosse condan­nati pena la morte”. Sicché, dai e dai, tutto quello cui riuscirono ad indurlo fu che si rivolgesse all’offeso; e, persuaso di fargli una grossa concessione, gli dicesse: “Sono desolato, signore, di essere così difficile; sarei ben lieto, per il bene che le voglio, di trovare il suo sonetto meno sciagurato”. Quindi si riconciliarono e in tutta fretta la pratica fu archiviata.

ELIANTA - Singolare carattere! Ma un carattere che, confes­so, ammiro molto. C’è in questa sincerità, della quale si fa un do­vere, qualcosa di nobile e di eroico. È una virtù che scarseggia, ai nostri giorni. Così fossero tutti come lui!

FILINTO - Sapete, più lo conosco, che cosa più mi fa specie in Alceste? Il fatto che, col suo carattere, abbia potuto innamorarsi; e meno ancora capisco come abbia potuto innamorarsi di vostra cugina.

ELIANTA - Un fatto che prova che non è vero che l’amore nasca da affinità di temperamento, da simpatia.

FILINTO - Ma voi, da quanto potete vedere, credete che vostra cugina lo ami?

ELIANTA - Eh… è un punto, questo! Se Celimena lo ama? Come esserne certi, se neppur lei lo è? Ama a volte senza saperlo, ed altre volte crede d’amare e non è.

FILINTO - Ho paura, ma vostra cugina gli darà più dolori che non pensa. Fossi in lui, io i miei sospiri li dedicherei ad un’al­tra: a voi, signora, che per lui avete tanta bontà.

ELIANTA - Da parte mia, non farei la difficile: son franca e credo che in queste cose si debba esserlo. Ma non per questo mi fa ombra che lui l’ami tanto; se anzi potessi, farei qualcosa per­ché in mia cugina trovasse la felicità. Che se poi, tutto è possibile, la sua scelta lo deludesse e lei di un altro dovesse colmare i voti, non avrei nulla in contrario ad accettare i suoi omaggi e volentieri mi scorderei d’aver patito in passato una repulsa.

FILINTO - Allo stesso modo, a me non fa ombra l’inclina­zione che voi avete per Alceste; e n’è prova tutto il bene che di voi ho detto a lui, Alceste lo sa. Ma ove avvenisse che loro due si sposassero, oh quanto gradirei che gli omaggi che, nella vostra bon­tà, avreste accettato da Alceste, permetteste a me di rivolgerveli! Fe­lice, se avessero la fortuna di essere accolti!

ELIANTA - Scherzate, Filinto.

FILINTO - No, Elianta: è in tutta sincerità che lo dico. Non aspetto che l’occasione di potervi fare una dichiarazione in piena regola: momento che affretto con tutti i miei voti.

SCENA SECONDA

Alceste, Elianta, Filinto.

ALCESTE - (sottovoce) Ah, signora! Giudicate d’un affronto che ha trionfato sulla mia costanza.

ELIANTA - Che c’è dunque? Che mai vi può turbare così?

ALCESTE - Ah, qualcosa che mai e poi mai mi sarei aspet­tato! Peggio, per me, del finimondo!… È finita… Il mio amore… Balbetto, vedete…

ELIANTA - Animo, suvvia! Ma ditemi.

ALCESTE - Oh giusto Cielo! Come mai a tanta grazia può accompagnarsi una tale viltà, una tale bassezza?

ELIANTA - Ma di chi parlate? Chi può mai…

ALCESTE - Ah, è la fine di tutto! Tradito, assassinato! Celi­mena… ancora stento a crederlo… Celimena m’inganna, mi tradisce.

ELIANTA - Celimena? Ma siete sicuro? Ne avete la prova?

FILINTO - Non scambierete un’ombra per realtà? Non sarà la vostra gelosia che…

ALCESTE - Non parlo con voi. Badate ai fatti vostri! (Ad Elianta) La prova? Se l’ho in tasca, scritta di sua mano! Sì: una let­tera di lei ad Oronte, che documenta fin troppo la sua vergogna e la mia disgrazia. Ad Oronte! Di cui credevo disprezzasse la corte e che meno di tutti temevo come rivale.

FILINTO - Non sarà qualche frase male interpretata? An­che la lettera più innocente può a volte prestarsi…

ALCESTE - Non parlo con voi, v’ho detto!

ELIANTA - Calmatevi, suvvia, calmatevi. L’affronto…

ALCESTE - Ah signora! Solo voi potete, dipende solo da voi, Elianta, ch’io mi risollevi da questo colpo. Non spero più che in voi. Vendicatemi del tradimento della vostra ingrata e perfida cu­gina! Vendicatemi d’un tradimento che non può non suscitare il vostro sdegno!

ELIANTA - Io, vendicarvi? In che modo?

ALCESTE - Accogliendo il mio amore. Se voi ormai non lo disdegnaste, con che gioia metterei ai vostri piedi un amore che avevo così mal collocato! Solo vedendomi dedicare a voi tutta la devozione di cui si mostrò indegna, Celimena sarà punita come merita di ciò che m’ha fatto.

ELIANTA - Prendo viva parte al vostro dolore, né la vostra dichiarazione mi lascia indifferente. Ma il torto di cui vi lagnate, risulterà probabilmente meno grave che ora non vi paia; ed ab­bandonerete questi propositi di vendetta. Difficilmente, tali propo­siti, li mettiamo in atto, se l’offesa parte da persone di cui subiamo il fascino. Si ha bello aver forti motivi per rompere con essa: l’amore che le portiamo fa presto ad assolverla d’ogni colpa. Si sa bene quanto durano le burrasche fra innamorati.

ALCESTE - Ah, no, no! L’affronto questa volta è troppo gra­ve. Rompo e indietro non torno. La mia decisione è presa e nulla la può cambiare. Dopo quel che ha fatto, mai più potrei renderle la mia stima. Eccola che viene. Vederla, non fa che accrescere il mio sdegno. Le dirò tutta la sua perfidia; la farò ammutolire. Poi, del tutto affrancato da un fascino ingannatore, potrò offrirvi un cuore tornato degno di voi.

SCENA TERZA

Celimena, Alceste.

ALCESTE - (tra sé) Fremo d’ira. Riuscirò a dominarmi?

CELIMENA - (tra sé) Ohi! Ci siamo! (Ad Alceste) Ebbene, che c’è? Vi vedo fuori di voi. Che volete dirmi con questi sospiri, con questi sguardi foschi?

ALCESTE - Voglio dirvi che non c’è infamia di cui anima umana è capace, che sia paragonabile alla slealtà; che il fato, i demoni e il Cielo in furia, mai hanno creato nulla di così malvagio come voi.

CELIMENA - Oh bravo! Eccolo, il genere di corte che ap­prezzo!

ALCESTE - Non scherzate: non è il momento, vi avverto. Ar­rossite, piuttosto, ché n’avete gran motivo. Mi tradite e n’ho in mano la prova. Non per nulla, ora so, del vostro amore dubitavo e mi rodevo di sospetti sino a rendermi odioso: lo presentivo, lo subodoravo quello che era e che, nonostante le vostre precauzioni e l’arte con cui sapete fingere, ora finalmente è venuto fuori. Ma non crediate ch’io sopporti il vostro affronto senza vendicarmi. Non è di non amarmi, naturalmente, che vi faccio colpa: al cuore so bene che non si comanda. Non è di avermi mentito, che vi faccio colpa. Fin­gere un amore che non si sente, è una perfidia per la quale non c’è punizione che basti. Vi avverto quindi che dal mio risentimento potete attendervi tutto. Dopo questo colpo, non è più la ragione che governa i miei atti: io non mi appartengo più; per cui, qualun­que cosa possa fare, sappiate che non ne rispondo!

CELIMENA - Ma si può conoscere, di grazia, la causa di tanta ira? O le ha forse dato di volta il cervello?

ALCESTE - Questo, da quando per mia sciagura vi ho vista e delle vostre grazie menzognere ho bevuto il veleno di cui ora muoio.

CELIMENA - In che, allora, vi avrei ingannato io?

ALCESTE - Ve’ che doppiezza! Quale esperta commediante! Fortuna che ho in tasca quanto basta per confondervi. Guardate qui: riconoscete la vostra scrittura? Vi chiude la bocca questo bi­glietto o avete qualcosa da ribattere?

CELIMENA - Tutto lì? Per questo, tante furie?

ALCESTE - E non arrossite!

CELIMENA - E di che dovrei arrossire?

ALCESTE - Come! Impudente, oltre che attrice? Perché man­ca la firma, sosterrete che non è vostro?

CELIMENA - È mio, sì. Scritto di mia mano. Perché dovrei negarlo?

ALCESTE - E il suo contenuto? Non basta a ridurvi al si­lenzio?

CELIMENA - Siete davvero stravagante!

ALCESTE - Come! Una prova come questa vi lascia impassi­bile? Nelle espressioni che rivolgete ad Oronte, non c’è dunque niente che possa offendermi? Niente di cui dobbiate vergognarvi?

CELIMENA - Oronte! Chi vi dice che è per Oronte il bi­glietto?

ALCESTE - La persona che me lo consegnò. Ma vi accordo che possa essere diretto a un altro: sarebbe più lieve per questo la vostra colpa? Sarebbe meno degno di pietà il mio cuore?

CELIMENA - E se il destinatario fosse una donna?

ALCESTE - Buona, la parata! Confesso che mi coglie di sor­presa. Che potrò più dire? M’ammutolirò, è vero? Osate dunque ricorrere ad astuzie così volgari? Tanto sciocco mi credete? Suvvia, vediamo, attaccandovi a quali specchi, intendete sostenere una men­zogna così lampante? Provatevi, certe frasi, a torcerle ad un signi­ficato innocente, a farle passare come rivolte ad una donna. Le leggo…

CELIMENA - Niente, niente! Non ve lo permetto questo tono di comando! Come osate?

ALCESTE - Calma! Non v’inalberate. Spiegatemi piuttosto una frase come questa, ad esempio…

CELIMENA - No! È una pretesa alla quale non mi assoggetto. Credete pure tutto ciò che vi pare, a me poco importa!

ALCESTE - Per favore, allora! Mostratemi come ad una donna si può rivolgere una simile lettera e mi do vinto.

CELIMENA - È per Oronte, sì, sì, è per Oronte la lettera! Credetelo, che n’ho piacere. La corte di Oronte la gradisco mol­tissimo; ammiro ciò che dice, stimo l’uomo che è. Vi do insomma ragione in tutto. Va bene così? Per cui, non abbiate più ritegni; mettete in atto i vostri propositi, fate quel che vi pare; purché la smettiate di seccarmi con le vostre storie!

ALCESTE - (tra sé) Ecco la risposta che mi dà, ecco come mi tratta! Al posto del cuore, che ci ha questa donna? Non ho il sa­crosanto diritto di lagnarmi della sua condotta? Vengo a rinfac­ciargliela, ed è lei ad attaccarmi! M’aspettavo che si giustificasse, che di questa lettera mi desse una spiegazione plausibile. Macché! Aggrava il male che ha fatto, se ne vanta! E con tutto questo, nem­meno ora trovo il coraggio di dirle quanto la disprezzo, di spez­zare una buona volta questa catena! Gli è, ahimè, che di questa ingrata, sono ancora, m’avvedo, troppo innamorato! (A Celimena) Ah, perfida creatura! Del troppo bene che vi voglio, vi fate forte per infierire contro di me! Del veleno che ho bevuto, infelice, dai vostri occhi ingannatori, approfittate per inasprire la piaga! Difen­detevi, almeno; non aggravate la vostra colpa menandone vanto! Giustificatelo, questo biglietto! Nessuno è più disposto di me a cre­dervi. Se fate questo piccolo sforzo di scagionarvi io farò con gioia quello di ricredermi!

CELIMENA - Davvero non meritate l’amore che vi si vuole! La gelosia vi fa perdere la testa. Per quale motivo, ditemi, dovrei abbassarmi a simulare per voi una inclinazione che non sentissi? O perché ve lo tacerei, se la mia simpatia andasse ad un altro? Come! Non vi basta la lusinghiera certezza d’essere il prescelto, a sgom­brarvi il cuore d’ogni sospetto? Che peso possono avere, questi sospetti, quando si ha una tale garanzia? Ed ascoltarli, non è farmi il peggiore degli affronti? Non è facile, per una donna, confessare che ama; costa un tremendo sforzo vincere il ritegno proprio del nostro sesso. Ma una volta che questa confessione è resa, può l’uomo dubitare della sua sincerità? Non è lui in colpa se cieca­mente a quella confessione non crede, che è costata tante intime lotte? Andate, andate; che di simili sospetti avrei diritto d’offen­dermi a morte. Son ben sciocca, ben buona a conservarvi ancora la mia stima ed il posto che avete nel mio cuore. Meritereste che io vi dessi davvero motivo di farmi delle rimostranze!

ALCESTE - Ah, incantatrice! Quale potere avete su di me! M’ingannate, lo so, parlando così; ma che importa, se questo è il mio destino? Credo, voglio credere ciecamente a ciò che dite; e vedere sino alla fine se il vostro cuore sarà così perfido da tradirmi.

CELIMENA - No, voi non sapete veramente amare!

ALCESTE - Ah, non bestemmiate! Ignorate di che amore io vi amo. Non ne esiste un altro che gli stia a paro! Un amore che arriva ad augurarvi del male! Sì! Dei doni che il Cielo vi ha fatto, vorrei non ne aveste nessuno; che non foste né bella né ricca né nobile, per poter io riparare all’ingiustizia, mettendo ai vostri piedi il mio cuore; per aver io, quel giorno, la gioia e la gloria di vedervi dotata d’ogni fortuna dalle mani dell’amor mio.

CELIMENA - Curioso modo di voler bene! Mi guardi Iddio da trovarmi mai nel caso di appagarle, queste vostre esigenze! Oh, ma ecco il signor Du Bois, molto buffo a vedersi.

SCENA QUARTA

Celimena, Alceste, Du Bois.

ALCESTE - Che cos’hai? Perché sei vestito a questo modo e così sconvolto?

DU BOIS - Signore…

ALCESTE - Di’.

DU BOIS - Chi ci capisce è bravo.

ALCESTE - Che c’è?

DU BOIS - Brutte novità.

ALCESTE - Quali novità?

DU BOIS - Posso parlare?

ALCESTE - Sì, parla, e subito!

DU BOIS - Non c’è nessuno?

ALCESTE - Ma sì! Non mi tener sulle spine!

DU BOIS - Signore, dobbiamo far San Martino.

ALCESTE - Cioè?

DU BOIS - Prender la porta senza voltarsi.

ALCESTE - Vaneggi?

DU BOIS - Che dobbiamo sloggiare, dico.

ALCESTE - E perché?

DU BOIS - Andarsene e ciao.

ALCESTE - Vuoi parlar chiaro, imbecille?

DU BOIS - Per via, signore, che s’ha da far fagotto.

ALCESTE - Seguita! E vedi dove ti mando la testa!

DU BOIS - S’è presentato in casa un tipo, scuro d’abiti come di viso, ed ha lasciato dappertutto, persino in cucina, un foglietto con su degli sgorbi che nemmeno un arabo. Quel che ho capito, che è per via della causa che avete in piedi. Ma che cosa ci sia scritto, lo sa il diavolo!

ALCESTE - E che c’entra questo con sloggiare?

DU BOIS - Gli era per dirvi, signore, che di lì a un’ora ne capita un altro; ma questo lo conosco perché viene spesso a tro­varvi. Aveva, si vede, qualcosa d’urgente da comunicarvi; perché, sapendo con che fedeltà la servo, m’ha incaricato di dirvi… Aspet­tate: si chiama… L’ho sulla punta della lingua…

ALCESTE - Lascia andare! Di’ che t’ha detto di dirmi, assas­sino!

DU BOIS - È un amico vostro… Basta! M’ha detto di dirvi che siete in pericolo di venir arrestato e che è meglio che pren­diate il largo.

ALCESTE - Ma il motivo? Nient’altro, t’ha detto?

DU BOIS - No. M’ha chiesto penna e calamaio ed ha lasciato un biglietto dove forse ci sarà la spiegazione del mistero.

ALCESTE - E dammelo dunque!

CELIMENA - Che può mai contenere?

ALCESTE - Non sono meno di voi impaziente di saperlo. (A Du Bois) Che vai frugando? Quante n’hai, di tasche?

DU BOIS - (dopo lunga ricerca) Gli è, signore, che devo averlo scordato sul tavolo, si vede.

ALCESTE - Non so chi mi tenga…

CELIMENA - Non v’arrabbiate: correte invece a risolvere que­sto guaio.

ALCESTE - È una disdetta! Sembra che la sorte voglia im­pedirmi di stare con voi: ma consentite al mio amore, signora, ch’io vi riveda prima del crepuscolo.

SIPARIO

ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Alceste, Filinto.

ALCESTE - Ho deciso, vi dico. La mia risoluzione è presa.

FILINTO - …Avete ragione: il torto che ricevete è grosso; ma dovete per questo…?

ALCESTE - Sentite, se è per dissuadermi, risparmiate il fiato. Nel mondo com’è, io non ci respiro: non mi resta che uscirne. Ma vi pare! In una causa dove, tutti lo riconoscono, la ragione è inte­ramente dalla mia, nel cui esito non dubito forte del mio diritto, vedermisi schierar contro, tutti d’accordo, la legge e gli uomini che passano per i più probi e onorati! Vederlo, quel gaglioffo, da tutti conosciuto per tale, uscir trionfante dal più perfido e sfacciato degli imbrogli! Veder davanti a lui tutte le coscienze capitolare! Mi sgozza e riesce a farsi dar ragione! Ed a farla, questa ragione, ratificare da una sentenza di tribunale! Basta la sua ghigna d’ipocrita consu­mato per capovolgere la situazione, perché il bianco diventi nero, il giusto ingiusto! E non pago della sua sciagurata vittoria, mette in giro e fa passare per mio un libro inqualificabile, il cui autore meriterebbe la forca. E a dar sotto sotto credito alla calunnia, chi vien fuori? Oronte, che a Corte è stimato un fior di galantuomo. Di che si vendica, così facendo? Della mia schiettezza! Di non aver lodato il suo sonetto, quando ossequioso e trepidante venne a sol­lecitare il mio giudizio. Eccolo divenuto per questo il mio peggior nemico! Di non aver voluto, quel giorno, ingannarlo e insieme con lui tradir la verità, non me lo perdonerà mai! Così, ahimè, son fatti gli uomini! A questo punto sono schiavi della loro ambizione! Se è questo, per gli uomini, giustizia, coscienza e virtù, ah, tiria­moci una buona volta fuori da questo scannatoio! N’ha già abba­stanza la vita di guai, per sopportare anche quelli che ci fabbrichia­mo da noi! In un mondo come questo, non di uomini ma di lupi, non intendo passar tutta l’esistenza!

FILINTO - Io giudico troppo impetuoso il vostro progetto. Il male non è così grave come pensate. In chi ha trovato credito la calunnia del libro? L’insinuazione è così priva di fondamento, che sta cadendo da sé, e probabilmente andrà a danno di chi l’ha azzardata.

ALCESTE - Lui? Ah, scandali di questo genere a lui non fan paura: d’essere il delinquente che è, s’è acquistato il diritto. Non­ché screditarsi, vedrete che della calunnia la sua posizione si av­vantaggerà.

FILINTO - La calunnia, comunque, ha trovato così poco cre­dito che da questo lato non avete nulla a temere. Quanto poi alla causa, vi potete appellare contro la sentenza del tribunale…

ALCESTE - No, non ricorrerò. Far cassare quella sentenza? Distruggere un così lampante esempio d’ingiustizia, un documento così insigne del malcostume dei nostri tempi? Non ci penso nean­che. Che cosa mi costerà? Qualche migliaio di franchi. Sarà sem­pre a buon mercato che mi sarò acquistato il diritto di imprecare contro l’iniquità umana e di nutrir per essa un odio eterno.

FILINTO - Ma, insomma…

ALCESTE - Ma, insomma, i vostri tentativi sono inutili. Che mi potreste dire, signore, a questo proposito? Avreste la sfronta­tezza di scusare il modo scandaloso in cui vanno le cose?

FILINTO - Non scuso niente; vi do anzi ragione in tutto: oggi governa il mondo l’interesse e l’intrigo; e chi ha il sopravvento è sempre il più astuto. Gli uomini, dite bene, dovrebbero essere ben diversi da come sono. Ma è un motivo sufficiente, questo, per ap­partarsi, come volete fare, da essi? Non son forse questi loro di­fetti che ci dan modo di esercitare la nostra filosofia? Se sulla terra regnasse l’onestà, se tutti fossero probi, schietti, giusti, a che ci servirebbe la maggior parte delle nostre virtù, che solo possiamo mettere in pratica col tollerare filosoficamente i torti che riceviamo? E allo stesso modo che un perfetto galantuomo…

ALCESTE - Lo so, lo so che siete eloquente, signore, e di argomenti non mancate. Ma perdete il tempo. Se voglio vivere in pace, non mi rimane che ritirarmi dal mondo. A viverci in mezzo, non sono adatto. Non so governare la lingua; e ciò che non potrei far a meno di dire, mi attirerebbe ogni sorta di guai. Per cui, smettiamo di discutere. Aspetto Celimena, per metterla a parte del mio pro­getto e sentire se vi acconsente: per questo son qui. M’accerterò così se mi vuol bene davvero; questa volta avrà modo di darmene la prova.

FILINTO - Nell’attesa, perché non saliamo da Elianta?

ALCESTE - No; andate voi, se volete. Nello stato d’animo in cui sono, io preferisco restar qui, in questo cantuccio… Buio come i pensieri che mi fanno compagnia.

FILINTO - Compagnia poco allegra! Vado allora; e pregherò Elianta di scendere anche lei.

SCENA SECONDA

Oronte, Celimena, Alceste.

ORONTE - Si, sta in voi avermi, felice, ai vostri piedi. Ma non mi lasciate in questa incertezza, che per un innamorato è il peggiore supplizio. Se l’ardore dei miei sentimenti ha potuto toc­carvi il cuore, non me lo nascondete. Per essere certo d’essere il prescelto, non vi chiedo, dopotutto, che di scoraggiare la corte di Alceste, di non riceverlo più in casa vostra.

CELIMENA - Ma come mai ora ce l’avete tanto con lui, voi che lo portavate alle stelle?

ORONTE - Rispondetemi, vi prego: vi ho chiesto se mi amate. Ditemi se è lui o son io il prescelto; la mia decisione non attende che la vostra.

ALCESTE - (mostrandosi) Sì, il signore ha ragione. Dovete scegliere, signora; vi chiedo anch’io ciò che il signor Oronte vi chiede. Per questo son qui, non meno del signore impaziente di sa­pere. L’incertezza è durata abbastanza; dei vostri sentimenti m’oc­corre ormai una prova sicura. È venuto per voi il momento di spie­garvi.

ORONTE - Da parte mia, non intendo, signore, essere mini­mamente di ostacolo all’esaudimento dei vostri voti.

ALCESTE - Né io intendo, signore, chiamatela pur gelo­sia, dividere con voi alcunché del cuore di Celimena.

ORONTE - Se a Celimena il vostro amore appare preferibile al mio…

ALCESTE - Se Celimena ha per voi la minima inclinazione…

ORONTE - …giuro da questo istante di ritirarmi.

ALCESTE - …do la mia parola che non la vedrò mai più.

ORONTE - A voi, signora, parlare con tutta franchezza.

ALCESTE - Andiamo! Non abbiate alcun timore!

ORONTE - Non avete che da scegliere!

ALCESTE - Da dir chiaro e tondo chi scegliete tra noi due!

ORONTE - Come! A questo punto vi imbarazza la scelta?

ALCESTE - Ci pensate tanto? Esitate? Siete incerta, allora?

CELIMENA - Che richiesta! Che insistenza fuori luogo! C’è buonsenso in una simile pretesa? Non è certo il mio cuore ad esi­tare, né avrei bisogno di pensarci due volte per dire a chi va la sua preferenza. Ma sono confessioni, queste, da farsi a quattr’oc­chi; farle in presenza d’un terzo, il quale non potrebbe che restar male, è troppo imbarazzante. E poi, che bisogno? Il debole che una donna ha per un uomo, non è solo a parole che si manifesta; ed uno deve accorgersi da sé d’essere il prescelto; mentre, in pre­senza del fortunato rivale, è troppo duro per l’altro apprendere la sua disgrazia.

ORONTE - Oh, per conto mio, abbandonate questi scrupoli. Io la desidero, una franca dichiarazione.

ALCESTE - Ed io la chiedo; non franca: spietata, esigo che sia! Soprattutto, niente mezzi termini. Voi mettete ogni impegno nel non scoraggiare nessuno; ma questo vostro divertimento, che ci tiene in una continua incertezza, è durato abbastanza. È ormai tempo che vi dichiariate. Se non lo fate, per me sarà un no; ma un no che non mi sorprenderà e pel quale da parte mia non avrà a temere rimostranze.

ORONTE - M’associo, signore, al vostro sdegno; e quel che chiedete, chiedo anch’io.

CELIMENA - Ma sapete che siete ben seccanti! Oh via! C’è del buonsenso in ciò che chiedete? L’ho già detto quel che mi im­pedisce di accontentarvi! Oh, ecco mia cugina! Sentiamo un po’ da lei che ne pensa d’una pretesa così stravagante!

SCENA TERZA

Elianta, Filinto, Celimena, Oronte, Alceste.

CELIMENA - Cugina mia, mi trovi qui alle prese con questi bei tipi, tutti e due d’accordo contro di me. Sai che pretendereb­bero? Che, così su due piedi, mi dichiarassi per l’uno o per l’altro! Sicché, ad uno dei due, dovrei, in presenza dell’altro, dir sulla fac­cia che lo mando a spasso. Di’ tu se è mai così che si fa!

ELIANTA - Ti rivolgi male, cara. Io sto con quelli che, quel che pensano, lo dicono.

ORONTE - Non vi schermite, signora: non serve, vedete.

ALCESTE - Se cercate qui chi v’aiuti ad uscir dal mal passo!

ORONTE - Rispondete! Non vi resta altro da fare.

ALCESTE - Seguitate invece a tacere: non avete altro scampo.

ORONTE - Una parola e vi lasciamo in pace.

ALCESTE - Per me, capisco meglio se state zitta.

SCENA QUARTA

Acasto, Clitandro, Arsinoe, Filinto, Elianta, Oronte, Celimena, Alceste.

ACASTO - (a Celimena) Veniamo, signora, Clitandro ed io, per una cosetta da mettere, se non vi spiace, in chiaro.

CLITANDRO - (ad Oronte ed Alceste) Oh, anche voi qui! Me­glio non potrebbe andare: la cosetta riguarda anche voi due.

ARSINOE - (a Celimena) Non v’aspettavate, signora, di rive­dermi così presto; ma è Acasto e Clitandro che dovete ringraziare. Li ho incontrati, e tutti e due mi si son lagnati di voi. Vi stimo troppo, per credervi capace di ciò di cui v’accusano; che non po­teva essere, l’han letto sul mio viso, rimasto incredulo alle prove che mi portavano. Passando sopra i nostri recenti screzi, ho quindi voluto accompagnarli da voi, sicura che vi sarà facile scolparvi d’una simile calunnia.

ACASTO - Già, signora; veniamo tranquillamente ad una spie­gazione.

CLITANDRO - Questa vostra lettera è scritta a Clitandro? E ad Acasto è scritto questo bigliettino?

ACASTO - (ad Alceste ed Oronte) È così espansiva, la signora, scrive a tanti, che non dubito riconoscerete la sua mano. Leggo dunque: ne val la pena. “Siete un bel tipo! Trovarmi a dire per­ché sono allegra, insinuando che ci son altri coi quali lo sono più che con voi! Mi si può fare un rimprovero più ingiusto? Per cui, o voi venite di corsa a chiedermi scusa di questa offesa, o io non vi guardo più in faccia vita natural durante! Per quel perfetto cre­tino del visconte…” Peccato che non sia qui! “…Per quel perfetto cretino dei visconte, il primo che vi dà ombra, oh come siete in errore! Dalla volta che l’ho udito per tre quarti d’ora infilar sce­menze su scemenze, potrebbe far miracoli, che non gli restituirei la mia stima. Quanto al piccolo marchese…” Sono io, signori, non per vantarmi. “Quanto al piccolo marchese, che ieri non voleva più lasciarmi la mano, trovo che, minuscolo com’è, e tutto appa­renza, sarebbe a suo posto come ninnolo in un salotto. Quanto a quello dai nastri verdi…” (Ad Alceste) Ecco per voi. “…Quanto a quello dai nastri verdi, mi diverte a volte con la sua tetraggine e le sue sgarberie; ma per lo più lo trovo insopportabile. E quanto a quello in farsetto…” (Ad Oronte) Ecco per voi. “…che s’è dato alla letteratura e, a dispetto di tutti, si picca di poeta, ascoltarlo è al disopra delle mie forze: la sua prosa non m’ammazza meno dei suoi versi. Mettetevi dunque in capo che non sempre mi diverto come credete; che con voi di cose da dire ne ho più di quanto non vorrei; e che il piacere che trovo nei trattenimenti e nelle feste alle quali mi si trascina, sarebbe nulla, non fosse l’incontrarvi la persona che si ama”.

CLITANDRO - Ecco ora per me: “Il vostro Clitandro, che mi fa tanto il cascamorto, è l’ultimo degli uomini pel quale potrei avere dell’amicizia. Il bello si è che è persuaso d’essere amato; tal quale lo siete voi, di non esserlo. Un consiglio: barattate i vostri dubbi con quella bella certezza e sarete nel vero. E, per aiutarmi a sopportare la corte di tale personaggio, venitemi a trovare più sovente che potete.” Ecco dunque. Lascio a voi, signora, di dare il nome che merita al caratterino che questa lettera ritrae. Non dico altro. Ora noi due andremo dappertutto a farlo apprezzare, il ri­tratto che vi siete fatta!

ACASTO - Commenti da fare, ne avrei; e con diritto. Ma sdegnarmi? Ne vai forse la pena? Vi farò piuttosto vedere che i piccoli marchesi hanno, per consolarsi, cuori di ben più alto pregio.

ORONTE - Come! Dopo le lettere che mi avete scritto? È que­sta, allora, l’opinione che avevate di me? Con tutti dunque fate la commedia? Lusingate tutti e tutti a tempo?… Ah come c’ero caduto! Ma è finita! Fortuna che vi siete data a conoscere! Mi riprendo il cuore che vi avevo dato e sono vendicato abbastanza, per la per­dita che subite. (Ad Alceste) Signore, io mi ritiro: vi lascio campo libero.

ARSINOE - (a Celimena) Certo, lasciatevelo dire, un modo di agire che non ha scuse! Ne sono scandolezzata! Si è mai vista una donna comportarsi così? Passi per gli altri; ma questo signore (in­dicando Alceste) che avevate la fortuna d’avere ai vostri piedi? Un uomo del suo merito, che vi idolatrava…

ALCESTE - Lasciate, signora, che ai miei casi ci pensi io. Non v’assumete dei compiti che non vi spettano. Vi esporreste ad una delusione: lo zelo con cui prendete le mie difese, non avrei la pos­sibilità di ripagarlo. Se cercassi una rivalsa, non è su voi che ca­drebbe la mia scelta.

ARSINOE - Ah, questo credete, signore, ch’io pensassi a que­sto? Ch’io fossi smaniosa di conquistarvi? Un bel vanitoso siete, se nutrite di queste illusioni! Cotta di uno che questo bel generino ha rifiutato! Se fosse, avrei ben di che arrossire! Disingannatevi, di grazia, e presumete meno! Non son pane per i vostri denti, io! Seguitate piuttosto a sospirare per costei, vi conviene. Oh come sono impaziente di vederla, una così bella coppia! (Esce)

ALCESTE - (a Celimena) Ebbene, mi son dominato abba­stanza? Ed ora che ho tutto ascoltato in silenzio, che a ciascuno ho lasciato dir la sua, posso io…

CELIMENA - Sì: qualunque cosa dite, qualunque rimprovero mi facciate, ne avete pieno diritto. Sono colpevole, lo riconosco; e così confusa, che non cercherò, sarebbe inutile, di scagionarmi. Della indignazione degli altri, poco mi importa; ma verso di voi, sì, riconosco d’aver agito con una leggerezza imperdonabile. Di sen­tirvi offeso, avete tutti i motivi. Come dovete giudicarmi! Se mi odiate, non ho che quello che merito.

ALCESTE - Odiarvi? E lo potrei, nonostante tutto? Che forse potrei far tacere così facilmente il mio amore? S’anche la ragione mi ordinasse di odiarvi, il cuore le obbedirebbe? (Ad Elianta e Filinto) Vedete che può un amore cieco? Prendo voi a testimoni della mia debolezza; la quale, come ora vedrete, non si ferma qui. Per cui dovrete ammettere che a torto l’uomo è detto un animale ragionevole, visto che in lui sulla ragione han sempre il soprav­vento i sentimenti. Ascoltate! (A Celimena) Sì, sono disposto a scordare quanto siete stata sleale; a scusare anzi l’inconcepibile leg­gerezza con cui vi siete portata, dandone la colpa alla vostra gio­vane età e al contagioso malesempio dei tempi in cui viviamo. Ad un patto, però: a patto che, a vostra volta, siate disposta a se­guirmi nel deserto dove ho deciso di ritirarmi per fuggire questo mondo che aborro. Solo così vi potete redimere; e solo così, dopo quanto è successo, io sento di potervi ancora amare.

CELIMENA Rinunciare al mondo! Alla mia età! Questo, mi chiedete? Andarmi a seppellire in un deserto?

ALCESTE - Se è vero che mi amate, che può importarvi del resto del mondo? Non vi basto io, dunque?

CELIMENA - Ho vent’anni! La solitudine mi fa paura! Oc­corre, per accettarla, una grandezza, una forza d’animo che io non ho! Non basta che vi accordi la mia mano? Che…

ALCESTE - No. Da questo momento è finita; veramente fi­nita. Se finora potevo illudermi, adesso non più: questo vostro ri­fiuto prova che non mi amate. Se io non son tutto per voi, come voi siete tutto per me, ebbene, addio. Il colpo è duro, ma mi libera da una triste catena. (Celimena esce. Ad Elianta) Permettetemi nel congedarmi, signora, di testimoniarvi ancora una volta la stima in cui vi tengo e che sempre vi conserverò. Voi siete non meno virtuosa che bella, ed un esempio di schiettezza e lealtà ben raro ormai. Se dal farvi la dichiarazione che mi ripromettevo, mi astengo, è che mi sento indegno d’una creatura come voi, e mi rendo conto che per una tale felicità non ero nato. Senza dire che l’offerta d’un cuore, rifiutato da una persona che non vi valeva, sarebbe per voi un’offesa, e infine…

ELIANTA - Portate a termine questo vostro pensiero: la mia mano, non sono imbarazzata a chi darla. C’è qui il vostro amico, che, se lo pregassi, potrebbe accettarla.

FILINTO - Ah, signora! Da quanto l’aspettavo questa parola che mi lega per la vita e per la morte!

ALCESTE - Il mio più fervido augurio che di questi senti­menti possiate essere l’un per l’altro sino alla fine! Tradito da tutti, fatto bersaglio ad ogni sorta d’ingiustizie, io mi ritirerò da un mondo dove il vizio trionfa e m’andrò a cercare un angolo remoto dove sia ancora possibile vivere da galantuomo.

FILINTO - Questo no! Ad ogni costo, Elianta, dobbiamo im­pedire che il nostro amico metta in atto un così disperato proposito!

SIPARIO

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