Il Molière

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IL MOLIERE

di Carlo Goldoni

Commedia in cinque atti in versi. La presente Commedia fu rappresentata per la prima volta in

Torino lanno

ALLILLUSTRISSIMO E SAPIENTISSIMO

SIGNOR MARCHESE

SCIPIONE MAFFEI

NOBILE PATRIZIO VERONESE

Quando negli studi pi ameni trattenevasi per diletto la fecondissima Vostra mente, Illustrissimo Signor Marchese, non isdegnaste rivolgerla anche al Teatro, credendolo oggetto degno dei Vostri pensieri e della Vostra mano. Voi rimarcaste la miserabile decadenza di questo nostro Teatro, e ne promoveste il risorgimento. Le Vostre pi serie occupazioni, i gravissimi studi Vostri, coi quali rendeste glorioso Voi, non meno che la Vostra Patria e lItalia tutta, non vi permisero donare allaltrui piacere que d, quegli anni, che consacraste allaltrui erudizione; ma in brevissimo tempo fatto avete ci che bastar poteva per animare glingegni deglItaliani a rendere lonor primiero alle nostre Scene. Voi avete scritto elegantemente, e con verit, e con chiarezza, intorno al Teatro; avete dellorigine sua con erudizione trattato, e dimostrandolo utile non solamente, ma necessario alle pi colte Nazioni; avete ad evidenza altres dimostrato che le Commedie, principalmente di questo secolo, erano atte piuttosto a corrompere i buoni costumi, anzi che a correggerli o migliorarli. Voi sin dallora, accordandovi co Teologi pi discreti, che contro la scostumatezza dei Teatri parlavano, non vi accordaste gi con que rigidi che avrebbono voluto e che vorrebbono tuttavia i Teatri in cenere, volendo che Teatro e Peccato sieno due sinonimi inseparabili fra di loro. Quella onest che inculcaste nel Vostro Teatro Italiano, quella necessaria nelle sceniche rappresentazioni: quella si osservi, quella si metta in pratica; si sferzi il vizio e non si solletichi; si pongano i difetti in ridicolo e non offendasi la virt, e non saravvi allora Moralista zelante, che ecciti li Sovrani a demolire i Teatri, e indegne sostenga essere dei Misteri pi sacri quelle persone che li frequentano.

Ma poco avreste Voi fatto, se di massime e di dottrine soltanto aveste i fogli vergati. Potrebbono con ragione opporre gli zelanti alla verit delle istruzioni Vostre la difficolt dellesecuzione, e con gravit sosterrebbono: il Teatro correggibile essere una chimera, lonest incompatibile colle Scene, lo scandalo certo, ed il pericolo manifesto. Voi avete dati gli esempi della correzione, della onest, delle buone regole; della gravit del Coturno, dellamenit del Secco, e contentandovi di dar un modello per ciascheduna sorta di Teatrale Componimento, faceste altrui comprendere che per riformare il Teatro mancavano soltanto gli Autori, che Voi e le Opere Vostre imitassero. Ma come, e da chi mai imitar potrebbesi la Vostra Merope, la quale lasciandosi indietro tutte le Tragedie antiche, sta qual maestosa Regina, mirandosi a pi del trono tutte quelle dei moderni Italiani? Io non intendo recar ingiuria ad alcuno, se la Tragedia Vostra sopra le altre ho collocata: in ogni genere di animate e inanimate cose, una dee avere sopra delle altre il primato, e se nellordine delle Tragedie italiane la Vostra Meropeha il primo luogo, si consolino i Tragici pi valorosi, essere tantalto di quella il grado, che posti luminosissimi rimangono per essi ancora. Coloro che contro la disonest del Teatro non cessano di declamare, se questa perfetta opera Vostra avessero prima letta, o tacerebbono certamente, o rivolgerebbono le loro grida


contro quelli che non si curano di imitarla. Essi per altro, che credono empio il Teatro senza conoscerlo (siccome noi barbari sogliamo chiamare que popoli, de quali siamo poco o nulla informati), scagliano il loro zelo contro la disonest degli Attori, contro il comodo, loccasione e il pericolo degli Spettatori. In quanto ai primi, ventanni ormai sono, che portato dal genio mio teatrale, conversare ho dovuto con tutti quasi gli Attori nostri delluno e dellaltro sesso. Ho ritrovato fra questi delle donne lubriche, degli uomini scostumati, colle passioni istesse, coi medesimi vizi, come in altre brigate, in altri ordini di persone, in tante case, in tanti luoghi pi rispettabili ho ravvisati. Ma vi ho trovato altres uomini di tanta onest, donne di tanta morigeratezza, che vergogna farebbono alle pi ritirate. La giustizia chio rendo a tali discreti Attori, a tante oneste Attrici, non mi pu essere imputata a passione. Informisi chi non lo crede, e trover certamente che se il Teatro non una scuola delle pi austere virt, troppo ingiustamente si sfregia col titolo di scandaloso.

Che gli Spettatori trovino ne loro palchetti il comodo damoreggiare, pu anche esser vero, ma cotal comodo non manca loro nelle conversazioni, nelle villeggiature, e pur troppo ne luoghi ancora pi venerabili e santi; e pu anzi credersi, a parer mio, che lammirazione dello spettacolo teatrale divida il cuor dellamante, il quale in altro luogo, senza la distrazion delle scene, tutto al suo idolo lo consacrerebbe; e se talvolta una moralit dun Attore, una sentenza, un accidente, un rimprovero tocca al vivo le piaghe di una Spettatrice male educata, pu avvenir facilmente che dalle scene riporti quella correzione che la madre, avida o condescendente, non le aver per avventura mai fatto. Ecco il bene della Commedia onesta. Voi anche di questa ne avete dati gli esempi, ed io seguendo, bench da lungi, le tracce Vostre, non gi con quella moderazione che Voi, per non abbandonare le serie occupazioni, osservaste, ma giunsi fino sovra i cartoni del Codice e dei Digesti ad abbozzare Commedie. Prendetevi la pena di leggere la prefazione alle mie Commedie, Illustrissimo Signor Marchese, se voglia aveste dintendere con quai principii, con quai progressi mi sia avanzato in tal arte. Voi troverete aver io con qualche accortezza nelle prime operato per guadagnarmi il popolo, ed avvedendomi che tutta un tratto non si potea cambiar il cervello a tanti uomini prevenuti, mindussi a lasciar le maschere sul mio Teatro, e a toglier loro soltanto quel pi che le rendeva noiose. A poco a poco ho potuto arrischiarmi a levarle da alcuna Commedia del tutto, ed ebbi la consolazione di vedere smascellar dalle risa anche il popolo basso, senza le storpiature, senza gli spropositi dellArlecchino. Passai pi innanzi, e provar volli se una Commedia in versi potea sperare unegual fortuna. Voi siete uno di quelli che nella pugna dei due partiti protegge quello dei versi, ma versi tali vorreste, che si potessero recitar senza il suono, versi che sembrassero prosa, versi insomma che somigliassero a quelli del Raguet, delle Cerimonie, due bellissime Commedie Vostre.

Io vi confesso essere stato in questa parte di sentimento contrario; nel mio Teatro Comico ne ho ragionato, e dichiarato per la prosa mi sono. Ci non ostante, comio diceva, una Commedia in versi ho poi voluto comporre: non per con quei versi che paion prosa, ma con quegli altri che, ad imitazione dei Francesi, Pier Jacopo Martelli ha usato nelle Opere sue, cos che dindi in poi di versi Martelliani portarono il nome. Voi sapete meglio di me non esser eglino che due settesillabi uniti, de quali non si pu nascondere il suono, accresciuto questo ancor pi dalla rima, su cui per ordinario si fa terminare il periodo.

Io, per dir vero, non sono mai stato amico di cotai versi, usati pel Teatro dal sopraddetto Martelli, e quanto ho lodato quel valoroso Autore ne suoi caratteri e ne suoi pensieri, altrettanto in lui mi dispiaciuto quella maniera di verseggiare, la quale toglie moltissimo alle opere sue di quella maest, che per entro di esse tratto tratto si scorge. Con una simile prevenzione parr impossibile chio siami da me medesimo indotto a far cosa per cui io sentiva della repugnanza; io sono uno di quei compositori che dicono volentieri la verit: Pietro Cornelio mi piace assaissimo, perch nelle sue Prefazioni soleva dirla, ed io in questo mi compiaccio assai dimitarlo. Mi cadde in mente voler di Moliere medesimo, autor celeberrimo di Commedie, formare una Commedia. Lessi la di lui Vita; scelsi ci che mi parve in quella pi comico e pi interessante, e diedi mano allo scrivere.


Il primo Atto lo feci in prosa, secondo il mio ordinario costume. Il soggetto per stravagante, i personaggi Francesi che lo componevano, il Protagonista autore, duno stile straniero, mi posero in soggezione, e scrissi in una maniera che potea forse riuscire aggradevole ai dotti, ma non avrebbe fatto colpo nelluniversale. Lo stile si accostava un poco troppo al francese, i sali riuscivano delicati, il fraseggiare spiritoso e brillante, ma forse soverchiamente studiato, e quantunque potessi compiacermi di quello chio aveva scritto, lesperienza fatta sul popolo per tre anni, non mi lusingava di un esito fortunato. Allora a due partiti rivolsi lanimo, o abbandonare il soggetto, o migliorare lo stile; intendendo io per migliorare lo stile, renderlo grato a tutti, poich quella io credo ottima cosa, la quale dal pubblico viene applaudita; osservai allora con maggior senso di prima, che tante moderne opere dei Francesi sono, mi sia permesso il dirlo, di scarsissimo intreccio, con un carattere appena, anche leggiermente dipinto, eppure sono applaudite, unicamente forse perch sono ben verseggiate. Il verso dunque (dicea fra me stesso) ha il maggior merito sul Teatro Francese, e perch non potrebbe averlo sullItaliano? Ma il verso dei Francesi rimato; proviamo dunque a rimarlo, ed imitiamo il Martelli. Ecco come indotto mi sono a convertire in versi rimati quellatto di commedia, che in prosa io aveva prima composto; e sembrandomi rimanerne contento, proseguii lopera sino alla fine. Mingegnai di coprire pi che possibil fosse il difetto di tali versi, rendendoli facili e naturali; mastenni da quelle trasposizioni, da quelle difficili costruzioni, legamenti e prolissit di periodi, che luditore non meno del recitante affaticano; ma ci non ostante, dubitai sempre dellesito, e per quanto gli amici miei, ai quali io la leggeva, mi presagissero buon incontro, non me ne sapea lusingare.

In Turino fu per la prima volta rappresentata, in tempo che io non vera. Aspettava le nuove, siccome un padre ricco attende dalla partoriente sua sposa la notizia di un primogenito, e fui lieto egualmente, allor che in Genova giunsemi il fortunato avviso di un pienissimo aggradimento. La replicarono i Comici col pi volte; in Venezia non si saziavano di udirla; lo stesso segu in Bologna e in Milano; ma il compimento poi della gloria ottenuta dal mio Moliere, fu allora che Voi, Illustrissimo Signor Marchese, veggendola rappresentare lanno scorso in Venezia, vi degnaste soffrirla tutta, vi compiaceste lodarla, e me medesimo onorar voleste del Vostro benignissimo compatimento. Contento non pu bramarsi maggiore uno Scolare, oltre quello di sentirsi lodare dal suo Maestro. Voi mi avete empito di consolazione, e sin dallora mi entr nellanimo lardentissima brama di pubblicare al Mondo il rispettabile Vostro giudizio che tanto mi onora. Sa tutto il Mondo che sin dallet pi fervida empiegato avete il sublime Vostro talento in opere dalto peso, in opere della pi accurata storia, della pi sublime teologia; Voi la critica, Voi la morale, Voi la sperimentale filosofia, e tante altre scienze ed arti, che lungo troppo sarebbe il descriverle; Voi le avete felicemente trattate, ed arricchiste il Mondo di peregrine notizie, di nuove erudizione, di salutevoli decisioni. Non per disdicevole a Voi medesimo, che diate uno sguardo passeggiero ad unopera, che se nulla ha di buono, lo riconosce da Voi: Voi minspiraste quel genio che andar mi fece della buona Commedia in traccia, e da Voi loggetto primario dellonest e della modestia apprendendo, trovai la maniera di destare il riso negli uomini, senza offendere linnocenza.

Questa Commedia dunque, di cui mostraste di compiacervi, a Voi, Signore, offerisco in dono, credendola di Voi degna, non per altra ragione, se non per questa, che Voi lavete lodata, fregio che basta solo ad esaltare qualunque Opera, fregio che potr certamente difenderla, se non daglinvidiosi, dai critici almeno e daglignoranti. Sono con ammirazione ed ossequio

Di V. S. Illustrissima

Umiliss. Divotiss. ed Obbligatiss. Serv. Carlo Goldoni


LAUTORE A CHI LEGGE

Chi ha letto in altre edizioni questa Commedia, o lha veduta almeno rappresentare, ravviser i cambiamenti che in essa ho fatti, e di alcuni mi credo in debito di dover render ragione. Cambiato ho prima di tutto il nome della figliuola della Bjart, chiamata da me per lo passato Guerrina, ed ora Isabella. La Vita di Moliere scritta da M.r Grimarest, da cui ho ricavato tutto lo storico della mia Commedia, non somministra il nome proprio di detta giovane, chiamata col soltanto per Mademoiselle Bjart. Guerrina nominata in un Romanzetto Francese, in cui fa ella il principal personaggio, ed ho creduto poterle anchio appropriare lo stesso nome. Fui illuminato posteriormente da un Dizionario Comico Francese, chella aveva nome Isabella, e lho sostituito a quel di Guerrina, non senza qualche difficolt per la misura del verso e la necessit della rima.

Dir con questa occasione cosa non detta nelle altre Prefazioni di questa Commedia. Dir che tutti i Personaggi che la compongono, o sono storici, o sono per lo meno allegorici. Moliere, la Bjart, Isabella, Foresta, furono tali, quali io li dipingo, cogli stessi nomi, cogli stessi caratteri e colle medesime professioni. Valerio lo stesso Comico Mr. Baron, valentissimo attore della Truppa Comica di Moliere, a cui ho cambiato il nome fin da principio, non suonando bene nella nostra favella, e specialmente nel verso, il di lui cognome francese. Leandro un personaggio ad imitazione di Mr. Chapelle, che fu amicissimo di Moliere, uomo dotto e civile, ma allegro e buon bevitore, narrandosi di lui da Mr. Grimarest delle graziose avventure, prodotte dal soverchio amore pel vino. Ad esso ho parimenti cangiato il nome, sin dallora che disegnai la Commedia; primieramente, perch la di lui condizione meritava chio lo coprissi agli occhi del pubblico, e poi perch in nostra lingua anche il di lui cognome suonerebbe assai male, in bocca specialmente di chi non sa pronunciare il Francese. Il Conte Lasca un personaggio allegorico, da cui vengono rappresentati que Critici indiscreti, che non sapendo, o non abbadando, parlano o per astio, o per ignoranza, e tentano discreditare i poveri autori. Io lho chiamato altre volte il Conte Frezza, ma quantunque i cognomi sieno arbitrari, mi parve ora la parola Frezza troppo Lombarda, e lho cambiato nel Conte Lasca. Restami ora a ragionar di Pirlone. Ognun pu ravvisare in costui il prototipo deglimpostori. Quei di Parigi si erano allarmati contro Moliere pel suo Tartuffo. Si vendic il bravo Comico, ed ecco dipinta nella mia Commedia la sua vendetta. Far per ultimo una riflessione, che pu accrescere ai Leggitori il diletto. Il Tartuffo di Moliere una delle sue migliori Commedie; ma il carattere di tal impostore fu trovato in Italia, da chi pressiede allonest dei Teatri, un poco troppo avvanzato; perci fu sospesa la traduzione e la rappresentazione in italiano di tal Commedia. Io mi sono ingegnato di imitare il valoroso Autore francese, e far gustare il carattere dellimpostore agli Italiani, con quella moderazione che tollerabile sulle nostre scene, onde sabbia una qualche idea della pi bellopera del decantato Moliere. Detto quanto mi sembra bastare sulla Commedia, mi si permetta ora parlare del verso, con cui lho scritta. Nellepistola dedicatoria al Sig. Marchese Maffei (ora di onorevole ricordanza) dissi come indotto mi era ad usare un tal verso, e prego il Leggitore a nuovamente rileggerla, se se ne fosse dimenticato. Meglio sarebbe stato per me, se cotal verso non fosse stato universalmente gradito. Lapplauso chegli ebbe, mindusse a valermene in qualche altra Commedia, e sempre pi andavasi impossessando del cuore deglItaliani. Da ci altri si mossero ad imitarlo, e in poco tempo non si sentiva che a risuonare un tal verso per i Teatri, per le Accademie, e nelle raccolte di poesia. Previdi che si sarebbe il mondo di ci annoiato; principiai io medesimo ad annoiarmi; pure, se volea che le mie Commedie fossero sulle scene sofferte, mi convenia, mio malgrado, seguitare la stucchevole cantilena. La seguitai per quattranni, ma tosto che io mi accorsi che andavansi gli Uditori stancando, ritornai alla prosa, ed ebbi il fortunato incontro di prima. Ecco dunque il perch nella mia presente edizione mi son proposto di convertire in prosa quelle Commedie alle quali conosco mal convenire il verso, e che in grazia del fanatismo pei versi, ho dovuto io medesimo sassinare. Soffranlo in pace que pochi che tuttavia ne fossero appassionati, e si contentino chio non li privi affatto di un tal piacere, lasciandone alcuna in verso, come originalmente da me fu scritta. Questa una di quelle chio non ardisco tradurre in prosa, per le ragioni addotte nella suddetta epistola dedicatoria al Maffei; e


bench sia la prima che io ho composta in tal metro, forse di tutte la pi tollerabile, e la meno sagrificata alla schiavit della rima.

Personaggi

MOLIERE autore di commedie e comico francese;

La BJARTcomica che abita in casa di Moliere;

ISABELLA figlia della Bjart, comica nella medesima casa;

VALERIO comico ed amico di Moliere;

Il signor PIRLONE ipocrita;

LEANDRO cittadino, amico di Moliere;

Il conte LASCA;

FORESTA servente di Moliere;

LESBINO servitor di Moliere.

La Scena si rappresenta in Parigi, in casa di Moliere, in una camera terrena con tre porte.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA Moliere e Leandro.

LEAN.Eh via, Moliere, amico, mostratevi gioviale;

Un autor di commedie, un uom che ha tanto sale, Che con le sue facezie fa rider tutto il mondo, Co propri amici in casa non sar poi giocondo?

MOL.Oh quanto volentieri al diavol manderei

Tutte le mie commedie e i commedianti miei!

LEAN.Oh bella, oh bella, aff, or sembra che vattedie

Lamabile esercizio di schiccherar commedie; E pur vhanno acquistato la protezion reale, E un migliaio di lire di pensione annuale.

MOL.Servir s gran monarca, se non fossio obbligato,

Vorrei andare a farmi rimettere soldato, O sopra una montagna a viver da eremita, Anzi che pel teatro menar s dura vita.

LEAN.Ma ditemi, di grazia: dite, che cosa avete?

MOL.Deh, non mi fate dire... Per carit, tacete.

Il pubblico indiscreto non si contenta mai. Oh quanti dispiaceri, quanti affanni provai! E quel chor mi deriva da miei nemici fieri, Sembravi chesser possa un dispiacer leggieri?

LEAN.Dir vintendete forse, dallor che lImpostore

Vi venne proibito?

MOL.Di quello, s signore.

Noi tutti eravam lesti; di popolo era piena, Come di Francia luso, oltre il parter, la scena; Quando a noi giunse un messo col reale decreto, In cui dellImpostore lessi il fatal divieto.

LEAN.Ma se vi fu sospeso unaltra volta ancora,

Perch violare ardiste lordine uscito allora?

MOL.Il Re dappoi lo lesse, e lapprov egli stesso,

E di riporlo in scena diemmi il real permesso. Fu mia sventura estrema, che in Fiandra indi sen gisse, E la licenza in voce mi ha data, e non la scrisse. Spedito ho immantinente un abile soggetto, E a momenti la grazia in regal foglio aspetto. Vedranno quei ministri, che a me non prestan fede, Che a Molier si fa torto, quando a lui non si crede. E glipocriti indegni spero avran terminato Di cantar il trionfo, chhanno di me cantato.

LEAN.Ma per dir vero, amico, avete aglimpostori

Rivedute le buccie.

MOL.Eh, che son traditori.

Dallaltra trista gente difender ci possiamo;


Ma non daglinimici che noi non conosciamo.

Ed , credete, amico, santa, lodevol opra

Che larte deglindegni si sappia e si discopra.
LEAN.Basta, vi passo tutto; ma vedervi desio

Senza pensieri tristi, allegro qual son io.
MOL.Un uom che ha il peso grave di dar piacere altrui,

Non pu s lietamente passare i giorni sui.

Voi altro non pensate, che a divertir voi stesso;

Viver senza pensieri a voi solo permesso.
LEAN. tutto il gran pensiere, che moccupa la mente,

La mattina per tempo bilanciar seriamente

Qual partita damici a scegliere ho in quel giorno,

Per passar la giornata in questo o in quel contorno.
MOL.Siate pi moderato: so io quel che ragiono.

LEAN.Viver, viver voglio. Filosofo non sono.

MOL.E ben: chi viver brama dee usar moderazione.

LEAN.Chi sente voi, Moliere, io sono un crapulone.

MOL.A un amico si dice la verit sincera:

Qual siete la mattina, voi non siete la sera.
LEAN.Bevo, eh?

MOL.S, un po troppo.

LEAN.E il vin desta allegria.

MOL.Talvolta...

LEAN.E il vostro latte vempie dipocondria.

Fate cos anche voi: bevete, e state allegro

Che latte? altro che latte! mescete bianco e negro.
MOL.Voi non minsegnerete una s trista scuola.

LEAN.N io la vostra imparo; no, sulla mia parola.

MOL.Oib, quellinebriarsi!

LEAN.Ditemi, amico mio,

A letto pi contento andate voi, o io?
MOL.Voi non potete dire dandar contento a letto,

Un ebrio non discerne il bene dal difetto.
LEAN.Oh, oh! mi ha inaridito filosofia il palato.

Ecco, per causa vostra sentomi gi assetato.
MOL.Volete il t col latte?

LEAN.No, no, non mabbisogna:

Pi tosto una bottiglia del Reno o di Borgogna.
MOL.A questora?

LEAN.Non bevo, come voi vi credete,

Quando suonano lore, ma bevo quando ho sete.

Se foste galantuomo, di quegli amici veri,

Me la fareste dare adesso.
MOL.Volentieri.

Dalla Bjart potete andar per parte mia;

Il vin che pi vi piace, fate chella vi dia.
LEAN.Ah! s s, la Bjart a voi fa la custode!

MOL.Ell una brava attrice, che merta qualche lode:

Son anni che viviamo in buona compagnia,

Ed ella gentilmente mi fa leconomia.
LEAN.Ehi, per cagion di questa, un d mi fu narrato,


Che al comico mestiere vi siete abbandonato.
MOL.No, no, son favolette.

LEAN.Eh taci, malandrino,

Ti piacciono le donne.
MOL.Quanto a voi piace il vino.

LEAN.Bada bene, che il vino non mi pu far quel danno,

Che agli uomini sovente le femmine fatthanno.
MOL.Vedo venire a noi della Bjart la figlia.

LEAN.Amico, loccasione che cosa ti consiglia?

Sono del sangue istesso.
MOL.Via, via, siete sboccato.

LEAN.Un comico poeta savr scandalizzato?

Di quello che tu vuoi; la gente persuasa

Che, come sul teatro, tu fai le scene in casa.
MOL.Giudizio, se si pu, giudizio, chiacchierone.

LEAN.Osserva, se ho giudizio; non ti do soggezione.

Addio.
MOL.Dove, signore?

LEAN.A bere una bottiglia,

E a trattener la madre, fin che stai colla figlia.

SCENA SECONDA Moliere, poi Isabella.

MOL.Oh bel temperamento quello di costui!

Se il vin non lopprimesse, meglio saria per lui.

Quanto pi lamerei, sei fosse men soggetto...

Ma ecco lidolo mio, ecco il mio dolce affetto.

Il duol dal mio pensiero dileguar pu ella sola;

E quando lei rimiro, sua vista mi consola.
ISAB.Possio venir?

MOL.Venite.

ISAB.Mi treman le ginocchia.

MOL.Perch?

ISAB.Perch mia madre mi seguita e madocchia.

MOL.Crediam chella savveda del ben che vi voglio?

ISAB.Non gi del vostro affetto, ma savvedr del mio.

MOL.Perch dovrebbe accorgersi di voi pi che di me?

ISAB.Perch laffetto vostro pari del mio non .

Perch vamo pi molto di quel che voi mi amate,

E quanto amate meno, tanto pi vi celate.
MOL.Eh furbetta! furbetta! Che arrabbi, sio lo credo.

ISAB.Voi lamor mio vedete; il vostro io non lo vedo.

Eccomi, perchio vamo, arrischio esser battuta;

Se foste a me venuto, qui non sarei venuta.
MOL.Ah! quanto verrei spesso a rendermi felice,

Se sdegnar non temessi la vostra genitrice!
ISAB.Ma se ver che mi amate, perch darmi martello?


Levatemi di pena, e datemi lanello.
MOL.Cospetto! Sella viene a rilevar tal fatto,

Va a soqquadro la casa, ci ammazza tutti a un tratto.

Ella non vuol sentir...
ISAB.S, s, non vuol sentire.

Tutto, tutto mi noto.
MOL.Che intendete voi dire?

ISAB.La mia discreta madre ha delle pretensioni

Sopra del vostro cuore; ed ecco le ragioni

Per cui, quanto pi vamo, sar pi sfortunata,

Per cui sar ben tosto schernita e abbandonata.
MOL.Eh, pu la madre vostra cangiar le voglie sue;

A lasciar sarei pazzo il vitello pel bue.
ISAB.Il vitello pel bue? femmina mia madre.

MOL.Ah, ah, maliziosetta! Ah, pupillette ladre!

Vi ho amata dalle fasce, nascere vi ho veduta,

E sotto gli occhi miei siete in belt cresciuta.
ISAB.Nascere mi vedeste? Oh cieli, non vorrei

Che fossero vietati perci nostri imenei.
MOL.Ma voi rider mi fate.

ISAB.Quel riso non mi piace.

MOL.S, sarete mia sposa; su via, datevi pace.

ISAB.Ecco mia madre: oim!

MOL.Conviene usar qualcharte:

Avete nelle tasche qualche comica parte?
ISAB.Ho quella di Marianna... (Isabella cava di tasca la parte)

MOL.S, s, nellImpostore.

Via, presto: Atto secondo. La figlia e il genitore.

(Moliere tira fuori la commedia dellImpostore)
ISAB.Marianna.

Signor padre. (leggendo)
MOL.Qui vieni, ho da parlarti.

Accostati, in segreto io deggio ragionarti.

SCENA TERZA

La Bjarte detti.

BJ.(resta in disparte ascoltando)

MOL.Marianna, ho conosciuto che di buon cuor tu sei,

Onde a te, pi che agli altri, donai gli affetti miei.
ISAB.Padre, tenuta i sono al vostro dolce affetto.

MOL.(Ella ci sta ascoltando). (piano a Isabella)

ISAB.(Se lo dico: in sospetto). (fa lo stesso)

BJ.(Savanza bel bello)

MOL.Che cosa fate l? Voi siete curiosa

Standoci ad ascoltare...
BJ.Vi qualche arcana cosa,

Chio sapere non deggia? (a Moliere)


MOL.

Con vostra permissione

Provavasi la scena fra Marianna ed Orgone.

Veduta non vi aveva. La parte eccola qui:

Voi siete curiosa: Orgon dice cos.

BJ.

Ma qual necessit di ripassar trovate

Parte di una commedia, ch fra le condannate?

MOL.

Torni il compagno nostro, torni Valerio a noi,

E se pi fia sospesa, lo vederete poi.

A piedi del monarca spedito ho a tale oggetto

Il giovine gentile, e comico perfetto.

BJ.

E a voi chi di licenza venire in questi quarti,

A farvi da Moliere veder le vostre parti? (ad Isabella)

MOL.

Via, la vostra figliuola una fanciulla onesta.

ISAB.

Egli non mi ha veduta, signora, altro che questa.

BJ.

Via di qua, sfacciatella.

ISAB.

(S, s, borbotti pure). (da s)

So qual rimedio alfine avran le mie sventure. (leggendo)

BJ.

Ol, che cosa dici?

ISAB.

Diceva la mia parte.

MOL.

(Quella patetichina ha pure la grandarte!) (da s)

BJ.

Con me le vostre parti ripasserete poi.

ISAB.

Quel che Molier minsegna, non minsegnate voi. (parte)

SCENA QUARTA

Moliere e la Bjart.

BJ.

Udiste linsolente?

MOL.

Signora, perdonate.

Perch di precettore la gloria or mi levate?

BJ.

Eh, galantuom mio caro, i sensi di colei

Semplici non son tanto. Conosco voi, e lei.

MOL.

Ma come! io non intendo...

BJ.

Vi parler pi schietto.

Mia figlia voi guardate, mi par, con troppo affetto.

MOL.

Lamai sin dalle fasce.

BJ.

ver, ma differente,

Dal conversar passato, il conversar presente.

MOL.

Allora io la baciava, ed era cosa onesta;

Adesso far nol posso: la differenza questa.

BJ.

Su via, se voi lamate, svelatelo alla madre.

MOL.

(Svelarlo non mi fido). (da s) Io lamo come padre.

BJ.

Se con amor paterno la mia figliuola amate,

Dassicurar sua sorte dunque non ricusate.

MOL.

Volete maritarla?

BJ.

troppo giovinetta.

MOL.

Anzi pel matrimonio in unet perfetta.

Ma che ho da far per lei?

BJ.

Amate esser suo padre?


MOL.

Questo quel chio desio.

BJ.

Sposatevi a sua madre.

MOL.

Che siete voi.

BJ.

S, io sono. Mi reputate indegna

Di aver per voi nel dito la coniugale insegna?

MOL.

Signora... in verit... voi meritate assai.

BJ.

Vi spiace mia condotta?

MOL.

Vi lodo, e vi lodai.

BJ.

Circa let, mi pare...

MOL.

Eh, non parliam di questo.

BJ.

Nel mio mestier son franca.

MOL.

vero, anchio lattesto.

BJ.

Quest la miglior dote, che vaglia a un commediante.

MOL.

Assai pi chio non merto, dote avete abbondante.

BJ.

Dunque che pi vi resta, per dir di s a drittura?

MOL.

Signora, il matrimonio mi fa un po di paura.

BJ.

Perch?

MOL.

Perch son io geloso alla follia.

BJ.

Non credo, no, che abbiate in capo tal pazzia.

Ma se nudrir voleste il crudo serpe in seno,

Moglie non giovinetta temer vi faria meno.

MOL.

Anzi, pi che si vive, pi a vivere si apprende;

Pi cauta, e non pi saggia, let la donna rende.

BJ.

Moliere, un tal discorso non da vostro pari.

MOL.

Lasciatemi scherzare. Non ho che giorni amari;

E cerco, quando posso, di dir la barzelletta

Che tocca e non offende, e rido, e mi diletta.

BJ.

Piacemi di vedervi allegro e lieto in faccia.

SCENA QUINTA Valerio e detti, poi Lesbino.

MOL.Oh Valerio, Valerio! Venite alle mie braccia.

Che nuova mi recate?
VAL.Ecco il real decreto,

Che revoca ed annulla il sofferto divieto.
MOL.Oh me contento! Presto, ehi, chi di l?

LESB.Signore.

MOL.Che sesponga il cartello; sinviti allImpostore

Per questa sera: andate.
LESB.Aff, chio son contento;

Glipocriti averanno stasera il lor tormento. (parte)
MOL.Presto, signora, andate a riveder le carte;

E a voi e a vostra figlia ripassate la parte.
BJ.(Ah, vo veder se puote assicurar la mia sorte.

Lacquisto duomo dotto e amabile in consorte). (parte)


SCENA SESTA

Moliere e Valerio.

MOL.E ben, narrate, amico, come la cosa andata.

VAL.Il Re, pien di clemenza, la supplica ha accettata.

Fe stendere il decreto; indi mi disse ei stesso,

Che odiava sopra tutto dipocrisia leccesso.

sua mente sovrana, che i perfidi impostori

Si vengano a specchiare ne loro propri errori;

E il mondo illuminato vegga la loro frode,

E diasi allautor saggio, qual si convien, sua lode.
MOL.Ah! questo foglio, amico, mi fa gioir non poco;

Avranno glinimici finito il loro gioco.

Gran cosa! a niun fo male, e son perseguitato;

Il pubblico minsulta, e al pubblico ho giovato.

Di Francia era, il sapete, il comico teatro

In balia di persone nate sol per laratro.

Farse vedeansi solo, burlette allimprovviso,

Atte a muover soltanto di sciocca gente il riso.

E i cittadin pi colti e il popolo gentile

Lore perdean preziose in un piacer s vile:

Glistrioni pi abietti venian daltro paese

A ridersi di noi, godendo a nostre spese;

Fra i quali Scaramuccia, siccome tutti sanno,

Dodicimila lire si fe dentrata lanno;

E i nostri cittadini, con poco piacer loro,

Le sue buffonerie pagarno a peso doro.

Tratto dal genio innato e dal desio donore,

Al comico teatro diedio la mano e il cuore;

A riformar maccinsi il pessimo costume,

E fur Plauto e Terenzio la mia guida, il mio lume.

Lapplauso rammentate dellopera mia prima;

Merit lo Stordito dognordine la stima;

E il Dispetto amoroso e le Preziose vane

Mi acquistarono a un tratto lonor, la gloria, il pane.

E si sent alla terza voce gridar sincera:

Molier, Molier, coraggio; questa commedia vera.
VAL.Per tutto ci dovreste gioia sentir, non pena,

Daver lasciato il Foro per la comica scena.

Coraggio, anchio ripeto, coraggio.
MOL.S, coraggio.

Mi d ragion daverlo il popol grato e saggio. (lo dice per ironia)

Quel tale Scaramuccia, di cui parlai pocanzi,

Andato era a Firenze co suoi felici avanzi.

Lo maltrattaro i figli, lo baston sua moglie;

Ei lasci lor suoi beni, per viver senza doglie;

E tornato a Parigi a ricalcar la scena,

Le logge e la platea, ecco, di gente ha piena.

Il pubblico che avea gusto miglior provato,


Eccolo nuovamente al pessimo tornato.

E in premio a mie fatiche (perci arrabbiato i sono)

Corrono a Scaramuccia, lascian me in abbandono.
VAL.Per un uom qual voi siete, questo pensier che vaglia?

Non vedete, signore, che quel foco di paglia?

Non bastavi per voi che siansi dichiarati

E serbinsi costanti i saggi e i letterati?

Ah, questa gloria sola ogni disgusto avanza.
MOL.Del pubblico maffligge la facile incostanza.

VAL.Il pubblico, il sapete, un corpo grande assai,

Tutti membri perfetti non ha, non avr mai.
MOL.Ors, andiamo a raccorre quanti faran rumori,

Per il cartello esposto, i garruli impostori.
VAL.Questa commedia vostra ognun vedere aspetta.

MOL.Che bel piacere, amico, quel della vendetta!

Per vendetta tale, che il giusto non offenda,

E che utile a privati e al pubblico si renda.

E solo in questa guisa io soglio vendicarmi:

La verit e lonore son le mie sole armi. (parte)
VAL.Armi di lui ben degne, di lui chebbe da numi

La forza di correggere i vizi e i rei costumi;

E il dolce mescolando alla bevanda amara,

Fa che luom si diletti, mentre virtute impara. (parte)


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Pirlone, poi Foresta.

PIRL.Chi qui? Non c nessuno?

FOR.Serva, signor Pirlone.

Chi cerca? Che comanda?
PIRL.Dov il vostro padrone?

FOR.Uscito fuor di casa.

PIRL.Ah, povero sgraziato!

FOR.Oim! Che gli accaduto?

PIRL.Moliere rovinato.

FOR.Oim! Qualche disgrazia?

PIRL.Veduto ho quel cartello,

Per cui sul di lui capo cadr qualche flagello.

La carit mi sprona venirlo ad avvertire

Del mal, se non rimedia, che gli potria avvenire.
FOR.Ma se la sua commedia contro glimpostori,

Anche la gente trista avr i suoi difensori?
PIRL.Ah Foresta, Foresta, voi non sapete nulla;

Son larti del maligno ignote a una fanciulla

Finge prender di mira soltanto limpostura,

Ma gli uomini dabbene discreditar procura.

Tutte sospette ei rende le azion di gente buona,

E ai pi casti e ai pi saggi Molier non la perdona.

Se duna verginella uom saggio precettore,

Chi sente quel ribaldo, le insegna a far lamore.

Chi va di casa in casa con utili consigli,

Va per tentar le mogli, va per sedurre i figli.

Chi i miseri soccorre, e presta il suo denaro,

Lo fa per la mercede, lo fa perch un avaro.

Confonde i tristi e i buoni, scema a ciascun la fede,

E il popolo ignorante lascolta, e tutto crede.

Basta, non so che dire, io parlo sol per zelo.

Lillumini ragione; lo benedica il cielo.
FOR.Ma che mai giudicate possa accader di male,

Se dellavviso a tempo questuom non si prevale?
PIRL.Ei vanta una licenza, o falsa, o almen carpita,

E il suo soverchio ardire gli coster la vita.

E i miseri innocenti, che hanno che far con lui,

Saranno castigati per i delitti sui.
FOR.Io patirei, signore? Son serva, ma innocente.

PIRL.sempre in gran periglio, chi serve un delinquente.

FOR.Voi mi mettete in corpo timor non ordinario.

Spiacemi che il padrone mi dava un buon salario.
PIRL.Non temete, che il cielo ama le genti buone;

Io, se di qua partite, vi trover il padrone.


FOR.Mi d sei scudi il mese.

PIRL.E ben, sei scudi avrete.

FOR.E mi regala.

PIRL. giusto; regalata sarete.

FOR.Ma chi sar il padrone? Conoscerlo deso.

PIRL.Sentite, in confidenza, il padron sar io.

Son solo, solo in casa, nessun col mi osserva,

Col tempo diverrete padrona, anzi che serva.

A voi dar le chiavi del pan, del vin, delloro,

E viverete meco almen con pi decoro.

Che bellonore il vostro, servir gente da scena,

Gente dellozio amica, e di miserie piena!

Meco direte almeno: son serva dun mercante,

Ricco donor di fede, e ricco di contante.
FOR.(Questultima mi piace).

PIRL.E ben, che risolvete?

FOR.Signore, ho gi risolto; verr, se mi volete.

Stanca son di servire due femmine sguaiate,

Che taroccar principiano, tosto che sono alzate;

Ed un padron che monta in collera per nulla;

Che fa tremare i servi, quando il cervel gli frulla.
PIRL.Ecco quelluom dabbene che fa da saccentone,

Frenar non sa in se stesso collerica passione.

Ehi! dite, in segretezza: con queste donne sue

Molier come la passa?
FOR.Fa il bello a tutte due.

PIRL.Oh comico scorretto! Con voi, la mia fanciulla,

Ha mai quelluomo audace tentato di far nulla?
FOR.Mha fatto certi scherzi.

PIRL.Presto, presto, fuggite.

In casa mia lonore a ricovrar venite.

Ma, ditemi, potrei parlar, per lor salute,

A queste sventurate due femmine perdute?
FOR.La madre collo specchio si adula e si consiglia.

PIRL.Misera abbandonata! Parler colla figlia.

FOR.Or ora ve la mando. Domani son da voi.

PIRL.Vivrem, se il ciel lo vuole, in pace fra di noi.

FOR.(Servir un uomo solo, un uomo ricco e vecchio?

A far la mia fortuna in breve mapparecchio). (parte)

SCENA SECONDA

Pirlone, poi Isabella.

PIRL.Molier di noi fa scena, ci tratta da inumano,

E noi sarem veduti star colle mani in mano? Lonor ci leva e il pane sua lingua maledetta, E la natura istessa ci sprona a far vendetta: Poich viviam, meschini, di dolce ipocrisia,


Come questuomo vile vive di poesia. Seminer discordie fra queste donne e lui; Procurer distorle dalli consigli sui. E se la sorte amica seconda il mio disegno, Oggi la ria commedia non si far, mimpegno.

ISAB.Chi mi cerca?

PIRL.Figliuola, vi benedica il cielo.

Perdonate, vi prego, la libert, lo zelo, Con cui per vostro bene io vengo a ragionarvi. Ah, voglia il ciel pietoso che vaglia a illuminarvi!

ISAB.Signor, mi sorprendete. Che mai dovete dirmi?

PIRL.Presto, prima che giunga Moliere ad impedirmi.

Figlia, voi siete bella, voi siete giovinetta, Ma unarte scellerata seguir vi siete eletta. Piange ciascun che voi, di vezzi e grazie piena, Lonor prostituite sulla pubblica scena. Ah! peccato, peccato, che il vostro amabil volto Sesponga ai risi, ai scherni del popol vario e folto! E quella che farebbe felice un cavaliere, Mirisi sul teatro, seguace di Moliere. Ma peggio, peggio ancora; si mormora e si dice Che siate due rivali figliuola e genitrice, E che quel disonesto ridicolo ciarlone Voi misera instruisca in doppia professione.

ISAB.Signor, mi maraviglio, io sono onesta figlia:

Moliere un uom dabbene, e al mal non mi consiglia.

PIRL.Non basta no, figliuola, il dire io vivo bene,

Ma riparar del tutto lo scandalo conviene. Ditemi, in confidenza, ma a non mentir badate, Voi stessa ingannerete, se me ingannar pensate. Il ciel, che tutto vede, minspira e a voi mi manda; Il ciel colla mia bocca vinterroga e domanda: Avete per Moliere fiamma veruna in petto?

ISAB.(Mentire non deggio). Signor, gli porto affetto.

PIRL.Buono, buono; seguite. Affetto di qual sorte?

ISAB.Mi ha data la parola dessere mio consorte.

PIRL.La madre vacconsente?

ISAB.La madre non sa nulla.

PIRL.Vi par che un tale affetto convenga a una fanciulla?

A una fanciulla onesta legarsi altrui non lice, Se non laccorda il padre, ovver la genitrice. Perch non dirlo a lei?

ISAB.Perch... perch so io.

PIRL.Figliuola, non temete; v noto il zelo mio.

ISAB.Perch mia madre ancora... oim!

PIRL.Via presto, dite.

ISAB.Ama Moliere anchessa.

PIRL.Oh ciel! Voi matterrite.

Oh perfido Moliere! Oh uomo senza legge! E il ciel non ti punisce? E il ciel non ti corregge? Fuggite, figlia mia, fuggite un uomo tale,


Pria che la sua immodestia vi faccia un peggior male.
ISAB.Ma come da Moliere potrei allontanarmi?

Son povera fanciulla, desio daccompagnarmi.
PIRL.Vi trover marito. Vi trover la dote.

Vi metter fra tanto con pie donne e divote.

Io so che vi sospira per moglie un cavaliere;

Ma tace, perch fate questorrido mestiere.

Per col tralasciarlo, mostrando il pentimento,

Lamante che vadora, sar di voi contento.

Ah! soggi vesponete, pensateci ben bene,

Perdete una fortuna che a voi meglio conviene.
ISAB.E il povero Moliere?

PIRL.Inutili riflessi!

La carit, figliuola, principia da noi stessi.
ISAB.Oim!

PIRL.Su via, coraggio. Fanciulla, io vi prometto,

Che dama voi sarete di sposo giovinetto.

Per questa sera sola di recitar lasciate,

E se il ver non vi dico, a recitar tornate.
ISAB.(Ah, non fia ver chio manchi di fede al mio Moliere).

Signore, io per marito non merto un cavaliere.

Di comica son figlia, e sol questarte appresi,

Arte che sol da voi trista chiamare intesi.
PIRL.Fia bella se credete ai vostri adulatori,

Che nome di virtude dar sogliono agli errori,

Ma io che dico il vero, e lusingar non soglio,

Sostengo che il teatro allinnocenza scoglio.
ISAB.Ecco la madre mia; deh per piet, signore,

A lei non isvelate il mio nascosto ardore.
PIRL.Eh! san maggiori arcani tacere i labbri miei.

(Oggi, per quanto io posso, tu recitar non dei).

SCENA TERZA La Bjarte detti.

BJ.Ma voi, fanciulla mia, vivete a modo vostro;

Pochissimo vi piace di star nel quarto nostro.
ISAB.Signora...

PIRL.Perdonate. Il mancamento mio.

Meco pu star la figlia; sapete chi son io.
BJ.Con altri che con voi trovata sio lavessi,

La picchierei. Sfacciata! Stamane la corressi.

La parte di Marianna a ripassare andate.
ISAB.(Ah! per amor del cielo, signor, non mi svelate). (Piano a Pirlone, e parte)

SCENA QUARTA


Pirlone e la Bjart.

BJ.Che inutili discorsi facea quella sguaiata?

PIRL.Per suo, per vostro bene, sinor lho esaminata,

Ed ho scoperto cose, che a voi son forse ignote.

Signora, a vostra figlia preparate la dote.
BJ.Che? Vuol ella marito?

PIRL.Lo vuole, e lha trovato.

BJ.Chi fia costui?

PIRL.Moliere.

BJ.Moliere! Ah scellerato!

PIRL.Ma vi di peggio.

BJ.Io fremo.

PIRL.Vuol stasera sposarla.

BJ.Come!

PIRL.A voi sul teatro medita dinvolarla.

E dopo la commedia, che a lui per questo preme,

Li aspetta una carrozza, e fuggiranno insieme.
BJ.Ah traditore!

PIRL.A tempo io fui di ci avvisato.

Ho corretto Isabella, e in parte ho rimediato

Per non vi consiglio condurla a recitare;

Egli potria sedurla, e farvela involare.

State con essa in casa, datele soggezione.

Vada Molier, se vuole, a far solo il buffone.
BJ.S, s, la mia figliuola e me per questa sera

Moliere sul teatro vedere invano spera.

Ringrazio il cielo e voi davermi illuminata

Ah, sono dallindegno tradita, assassinata!
PIRL.Vado, che se venisse Moliere, or si diria

Che questopera buona mera ipocrisia.

Sei sa chio sia venuto a discoprir larcano,

Quante udirete ingiurie scagliarmi il labbro insano!

E chiamo in testimonio di quel chio dico, il cielo:

Guidommi a questa casa la caritade, il zelo.

Sia di me, di mia fama, quello che vuol la sorte

Al prossimo giovando, incontrerei la morte. (parte)

SCENA QUINTA La Bjart, poi Foresta.

BJ.Ah perfido Moliere! Figlia mendace e fella!

Foresta.

FOR.Mia signora.

BJ.Chiamatemi Isabella. (Foresta via)

Maccorsi dellamore, che avea per lei lindegno, Ma giunger non credea dovesse a questo segno.


E meco fa il geloso, di scherzar si compiace, E finge, e mi lusinga? Oh comico mendace!

SCENA SESTA La Bjart, Isabella e Foresta.

BJ.Venite, graziosina, voglio parlarvi un poco.

Di me, degli ordin miei voi vi prendete gioco?

Indegna, sfacciatella, sapete voi chi sono?
ISAB.(Ah traditor!) Signora, a voi chiedo perdono. (singinocchia)

BJ.Alzatevi.

ISAB.Non malzo, finch vi vedo irata.

FOR.(Sta a veder che Isabella ha fatto la frittata). (da s)

BJ.Alzatevi, vi dico.

ISAB.Signora... (salza)

BJ.Cuor briccone!

Io non so che mi tenga, che non ti dia un ceffone.
FOR.Signora, chha ella fatto?

BJ.Lamor fa con Moliere.

FOR.Questo delle fanciulle il solito mestiere.

BJ.Indegna! Era disposta di prenderlo in marito.

FOR.in et, poverina, da sentirne il prurito.

BJ.Tu dunque, schioccherella, daresti a lei ragione?

FOR.Patisco anchio quel male... Zitto, viene il padrone.

SCENA SETTIMA Moliere e dette.

MOL.Fremano pur gli audaci, ardano dira il petto:

Al teatro, al teatro, questa sera li aspetto;

A voi mi raccomando; in vostra man lonore,

Male o ben recitando, sta del povero autore. (alle donne)
BJ.Mia figlia ha il mal di capo, di lei conto non fate.

Andate a coricarvi. (ad Isabella)
MOL.Oim ! Voi mammazzate. (alla Bjart)

Ah, per amor del cielo, figliuola mia diletta... (ad Isabella)
BJ.Non recita, vi dico. Ol, parti, fraschetta. (ad Isabella)

ISAB.(Misera sventurata, che mi fidai dun empio!

Oh s, che quel ribaldo mha dato un buon esempio!) (parte)

SCENA OTTAVA Moliere, la Bjart.


MOL.Cieli! Che avvenne mai? e che ha lIsabellina?

Se manca alla commedia, vuol far la mia rovina.

Sospeso unaltra volta diran ch lImpostore:

Che falsa la licenza, chio sono un mentitore.

E linteresse vostro forse minor del mio? (alla Bjart)
BJ.Non recita Isabella, n recitar voglio.

MOL.Come! Cos parlate? V noto il nostro impegno?

Ah, voi siete una pazza.
BJ.E voi siete un indegno. (parte)

SCENA NONA

Moliere e Foresta.

MOL.Foresta, ah, donde viene s strana escandescenza?

FOR.Signor padron, vi prego darmi la mia licenza.

MOL.Che dici?

FOR.La licenza chiedo per andar via.

MOL.Andar senza ragione ten vuoi di casa mia?

Vo che mi dica il vero, o via non anderai.
FOR.Fanciulla eternamente di viver non giurai.

Io voglio maritarmi, a star cos patisco;

Non voglio pi servire. Padron, vi riverisco. (parte)

SCENA DECIMA

Moliere solo.

MOL.Oh ciel! rivolte ho contro tre femmine ad un tratto.

Perch mai? Voglion farmi costor diventar matto? E Isabella che mi ama, o finge almen damarmi, Colla crudel sua madre congiura a rovinarmi? Ma, oim! la dura pena del mio schernito amore vinta dal periglio, in cui posto lonore. Ah maledetto il giorno, che appresi un tal mestiere! Meglio era con mio padre facessi il tappezziere. Mio zio per la commedia mi tolse al mio esercizio, Di morte a miei parenti, e fe il mio precipizio. Studiai; ma che mi valse lo studio sciagurato, Se dopo aver il Foro per pochi d calcato, A questa lusinghiera novella professione Diabolica mi spinse violenta tentazione? Ecco il piacer chio provo, in premio al mio sudore. Sto in punto, per due donne, di perdere lonore. E tutta la fatica chio spesi in opra tale, E il procurar chio feci il decreto reale,


E il dir che per le vie s fatto, e per le piazze, Inutile fia tutto per ragion di due pazze. Ed io sar s stolto di seguitare un gioco, In cui sarrischia tanto, e si guadagna poco?

SCENA UNDICESIMA Valerio e detto.

VAL.Molier, son prese tutte le logge del teatro,

I posti del parterre, quei dellanfiteatro;

E il popol curioso, ripieno di contento,

Di veder lImpostore sollecita il momento.
MOL.Vorrei che andasse a foco il teatro e le scene,

E i comici e le donne alle tartaree pene.
VAL.Signor, ben obbligato. Dove lautor mandate?

MOL.A divertir Plutone fra lanime dannate.

VAL.Queste parole sono da uomo disperato.

MOL.Parole da mio pari.

VAL.Oim! che cosa stato?

MOL.Sdegnata la Bjart, non so per qual cagione,

Di s, della figliuola, contro al dover dispone.

Che in scena non verranno protesta in faccia mia;

Ragion di ci le chiedo, minsulta e fugge via.

Vi nota lodiosa superbia di tai donne.

Io non ho sofferenza di taccolar con gonne.
VAL.Come! di quelle stolte sar dunque in balia

Allultima rovina ridur la compagnia?

Pur troppo abbiam sofferto, per causa dei nemici,

Senza guadagno alcuno, de giorni aspri infelici.

Mi sentiran ben esse, e meco parleranno

Tutti i compagni nostri, per non soffrire il danno.

Molier, non dubitate, in scena le vedrete.

Minaccer, se giova, le femmine indiscrete. (parte)

SCENA DODICESIMA Moliere e poi Leandro.

MOL.S, s, fra poco i spero veder le donne irate

Per opra di Valerio alla ragion tornate.

Ma come in un momento cambiossi madre e figlia?

E fin la serva istessa? Qualchempio le consiglia.

Qualchempio seduttore le rese a me discordi;

Ma far, se lo scopro, che di me si ricordi.
LEAN.Molier, le tue bottiglie gettar puoi tu nel fiume.

Ah, ne ho bevute un paio, che incanteriano un nume.


Il tuo Borgogna amaro non mi piaciuto un fico. Oh, che vin di Sciampagna bevuto ho da un amico! Con due fette di pane salato e abbrustolato, Tracannai due bottiglie di vino prelibato.

MOL.Buon pro vi faccia. (Oh donne! oh donne indiavolate!)

LEAN.Forte, schiumoso e bianco...

MOL.Oh ciel! Voi mannoiate.

LEAN.Ecco qui; maledetta la vostra ipocondria;

Cogli orsi siete degno di stare in compagnia. Eh, non pensate a nulla, fate il vostro mestiere: Ogni due versi, o quattro, bevetene un bicchiere, E dopo dogni scena, una bottiglia almeno, E terminando ogni atto, un grosso fiasco pieno. Indi, finita lopra, se stanco lintelletto, Bevete, e poscia andate caldo dal vino a letto. Il vino quel che accende la nostra fantasia: Pel comico poeta vi vuol dellallegria.

MOL.Se aveste da comporre dei versi, o delle prose,

Oh s, col vostro vino fareste le gran cose!

LEAN.Eh, sio compor dovessi, opre farei pi amene:

Non gi come le vostre di freddure ripiene. Poich, Molier mio caro, per dir la cosa schietta, Nelle commedie vostre vi sempre la burletta. Staccar non vi potete dal basso e dal triviale; Il vostro stile buono, ma non sempre eguale.

MOL.Io soffro da un amico esser ripreso, e taccio.

Vario il mio stile, vero, ma a caso non lo faccio. Io parlo agli artigiani, io parlo ai cavalieri; A ognun nel suo linguaggio parlar fa di mestieri. Onde in unopra istessa usando il vario stile, Piace una scena al grande, piace una scena al vile. Se per la gloria sola lopere mie formassi, E di piacer a tutti per lutil non curassi, Con tempo e con fatica anchio forse potrei Dalto sonoro stile ornare i versi miei.

LEAN.Oh, se a me lopre vostre aveste confidate,

Quanto sarian migliori, quanto men criticate!

MOL.Oh, se ascoltar volessi i bei suggerimenti,

Che ognor dati mi sono da fertili talenti, Ognopra chio facessi, almeno almen dovrei Da capo a pi rifarla tre, quattro volte, o sei. Onde, se nol sapete, questo lo stile mio: Ascolto sempre tutti, e fo quel che voglio. (parte)

LEAN.Che diavolo! questoggi, e non ho ancor pranzato,

Non posso stare in piedi, ho un sonno inusitato. Nella vicina stanza io vedo un canap; Pel sonno che mi opprime, egli opportuno, aff. Riposer sin tanto che il suono del bicchiere Mi desti; e segli pranza, pranzer con Moliere. (parte)


ATTO TERZO

SCENA PRIMA Moliere e Valerio.

MOL.Ecco, Valerio torna. Mi sembra allegro in viso.

Mi recher (lo spero), qualche felice avviso.

Valerio, quai novelle?
VAL.Via, via, non sar nulla.

La madre scorrucciata, afflitta la fanciulla:

Ma a recitar verranno, faranno il lor dovere,

Ch per passion privata non lasciasi il mestiere.

Sol la Bjart pretende venire assicurata,

Che le sar la figlia non tocca e rispettata.
MOL.E chi che far presuma insulto ad Isabella?

VAL.Dice che voi tentate rapir la giovin bella.

MOL.Amico, quest un sogno.

VAL.E niun ve lo contrasta.

Di gi dalla servente intesi quanto basta:

Qui venne, voi assente, il perfido Pirlone,

Che va per ogni dove, mendace bacchettone.
MOL.S, s, quel professore dindegna ipocrisia,

Ch il primo originale della commedia mia.

Ditemi, che ha egli fatto?
VAL.Con arte sopraffina

Opr che lamor vostro svelasse Isabellina.

Lo disse indi alla madre; e dielle il van consiglio

Di evitar sul teatro di perderla il periglio.

Cos...
MOL.Cos sperava quel pessimo impostore

Troncar quella commedia, che gli trafigge il cuore.
VAL.Sedusse la Foresta, che gisse a star con lui;

Ma poscia la figliuola, pensando a casi sui

E meglio da miei detti del vero illuminata,

Vi prega di tenerla, ed mortificata.
MOL.Ah, sempre pi desporre il mio Tartuffo ho sete;

Di Pirlone il ritratto sulla scena vedrete.

Mancami una sol cosa... Oh! se potessi avere...

Foresta, se il volesse, farmi potria il piacere.

Ella ha spirto bastante.
VAL.Qualche pensier novello?

MOL.Di Pirlone vorrei il tabarro e il cappello,

Mostacchi a suoi simli, e ugual capellatura,

Farei al naturale la sua caricatura.
VAL.Ma come mai di dosso levargli il suo mantello?

Come vi lusingate, chei lasci il suo cappello?
MOL.Uninvenzion bizzarra or mi venuta in testa,

E basta mi secondi con arte la Foresta.


Vedr di lusingarla, le dar listruzione, E in questa casa io stesso tornar far Pirlone. Indegno! Ecco svelato per opra sua laffetto, Che per la mia Isabella tenea celato in petto; E senza il vostro aiuto, saggio Valerio amato, Lonor mio, lutil nostro, saria precipitato. Di risa e di fischiate Pirlon sar la meta, Io voglio vendicarmi da comico poeta. (parte)

SCENA SECONDA Valerio, poi Lesbino.

VAL.Dunque Moliere anchesso arde damore in petto,

E fra sceniche donne coltiva il suo genietto?

Filosofia non vale contro il poter damore;

E gli uomini pi dotti non han di selce il core.

Tale attrice Isabella, che merta esser amata

Da lui, che del teatro la gloria ha riparata.
LESB.Signore, il conte Lasca domanda il padron mio.

VAL.Molier verr fra poco; frattanto ci son io.

A lui verr se il chiede, lattender sei vuole. (Lesbino parte)

SCENA TERZA Valerio, poi il conte Lasca.

VAL.Il Conte un ignorante, che abbonda di parole;

Non sa, non ha studiato, non gusta e non intende;

E criticar presume, e giudicar pretende.
CON.Dov Molier?

VAL.Fra poco qui torner, signore.

CON.Convien, per aver posto, ricorrere allautore.

Le logge son gi date, ludienza sar piena.

Vorrei per questa sera un luogo sulla scena.
VAL.Servir fia nostra gloria un cavalier gentile.

CON.S, Valerio, voi siete un giovine civile;

Riuscite a perfezione nel comico mestiere,

E in capo non avete i grilli di Moliere.
VAL.Fra noi v differenza: i son mediocre attore,

Moliere un uomo dotto, un eccellente autore.
CON.Moliere un uomo dotto? Moliere autor perfetto?

Sproposito massiccio, Valerio, avete detto.

Caratteri forzati sol caricar procura;

Nellopre di Moliere non v, non v natura.
VAL.Egli ha il punto di vista. Riflettere conviene,

Che i piccioli ritratti in scena non fan bene.


CON.

Che diavol dargomento villano e temerario!

Che titolo immodesto! Cornuto immaginario!

VAL.

Dovriano consolarsi i soli immaginari;

Ma i veri sono molti, e i finti sono rari.

CON.

La Scuola delle donne affatto senza sale.

VAL.

ver, non ha incontrato, ma non vi poi gran male.

CON.

Pu dir maggior schiocchezza, che dir torta di latte?

VAL.

Sta qui tutto il difetto?

CON.

Oib: torta di latte!

VAL.

Non guasta una commedia un termine triviale.

CON.

Una torta di latte! Che sciocco! che animale!

VAL.

Signor, avete udita questa commedia intera?

CON.

Eh, che non son s pazzo a perdere una sera.

Ascolto qualche pezzo, poi vado, poi ritorno,

Fo visite alle logge, giro ludienza intorno,

Discorro cogli amici, un poco fo allamore,

Non merta una commedia, che un uom taccia tre ore.

VAL.

E poi ne giudicate senza ascoltar parola?

CON.

A gente di buon naso basta una scena sola.

VAL.

La Scuola delle donne si sa perch non piacque;

Sentirsi criticare al bel sesso dispiacque.

Contro lautor pungente le donne han mosso guerra.

Gettata dagli amanti fu la commedia a terra.

CON.

Vedrete in tempo breve Moliere andar fallito;

Val pi di tutto lui di Scaramuccia un dito.

VAL.

Ah, sofferir non posso lindegno paragone

Che fate dun autore col ciurmator poltrone.

CON.

Don Garzia di Navarra poteva esser peggiore?

VAL.

La Scuola de mariti poteva esser migliore?

CON.

Si sa chei lha rubata. Sono, se nol sapete,

Gli Adolfi di Terenzio.

VAL.

Gli Adelfi, dir volete.

CON.

Adolfi, e non Adelfi. Vo dir come mi pare.

Un comico ignorante verrammi ad insegnare?

VAL.

Anchio lessi Terenzio, e posso dar ragione

Dei titoli e dellopre.

CON.

Oh via, siete un buffone.

VAL.

Signor, lonesta gente cos non si strapazza;

Fo il ridicolo in scena, ma voi lo fate in piazza.

CON.

Adoprer il bastone.

VAL.

Vedr, se tanto osate.

CON.

Audace!

VAL.

Voi lo siete.

SCENA QUARTA

Leandro e detti.

LEAN.

Ol, che diavol fate?


CON.

Ei mi perde il rispetto.

VAL.

Mi tratta da buffone.

CON.

Difende il suo Moliere.

VAL.

Difendo la ragione.

CON.

Leandro, voi che siete uom schietto e di sapere,

Dite, si pu star saldi allopre di Moliere?

LEAN.

Sunt bona mixta malis, sunt mala mixta bonis.

CON.

Il male manifesto. Del ben redde rationis.

VAL.

Rationis genitivo! Va bene; va benissimo.

CON.

Che ne sapete voi, che siete ignorantissimo?

VAL.

Io so...

LEAN.

Zitto. (a Valerio)

CON.

Lasciate chei parli.

LEAN.

State cheto. (al Conte)

CON.

Moffese.

LEAN.

Daggiustarla io trover il segreto.

Vi rimettete entrambi a quel che dir io?

VAL.

Non parlo.

CON.

Mi rimetto, ma salvo lonor mio.

LEAN.

Seguite i passi miei. Lalbergo qui vicino;

Andiamo ogni discordia a seppellir nel vino.

VAL.

Signor...

LEAN.

Non si ripete.

CON.

Ma io...

LEAN.

Non v risposta.

Per aggiustar litigi son uomo fatto a posta.

Andiamo, Conte, andiamo a rompere linedia,

E poi nella mia loggia verrete alla commedia.

CON.

Eccomi, con voi sono. Avr scarso piacere

A rimirar le usate sciocchezze di Moliere. (parte)

LEAN.

Venite voi? (a Valerio)

VAL.

Signore, vi domando perdono.

Sapete che impegnato per il teatro io sono.

LEAN.

Restate. Abil non siete col ber di starmi a fronte.

Voglio, se mi riesce, ubriacare il Conte. (parte)

SCENA QUINTA

Valerio solo.

VAL.Ecco chi vilipende lonor de buoni autori:

Ridicoli, ignoranti, maligni ed impostori. Avide abiette spugne vanno assorbendo il peggio, E spremono il veleno al gioco od al passeggio. Diviso il popol folto, ma lopinion prevale, Nellignorante volgo, di quel che dice male. E chi non ha talento per comparir creando, Passar per uom saputo sindustria criticando. (parte)


SCENA SESTA Il signor Pirlone e la Foresta.

FOR.

Qui, qui non c nessuno. Venga, signor Pirlone,

Lungi da queste stanze sen stanno le padrone.

PIRL.

Molier dov?

FOR.

Venuto a chiederlo un cursore.

Lo cerca il Tribunale, credio per lImpostore.

PIRL.

Suo danno: la galea, la forca gli conviene;

Impari a parlar meglio degli uomini dabbene.

FOR.

La carit fraterna non opera in voi niente?

PIRL.

Piet da noi non merta un tristo, un delinquente.

Figliuola, che volete? Un giovine mha detto

Che voi mi ricercate.

FOR.

Che siate benedetto!

Premevami avvisarvi chio gi son licenziata,

Che di venir con voi sospiro la giornata.

PIRL.

S, cara... Oim, pavento... (guarda le porte)

FOR.

Zitto, zitto, aspettate. (va a chiudere luscio)

Ecco fermato luscio. Con libert parlate.

PIRL.

Cara la mia figliuola...

FOR.

Giacch siam da noi soli,

Sedete un pocolino. (gli d una sedia)

PIRL.

Il cielo vi consoli.

Sedete ancora voi.

FOR.

Oh! a me non permesso.

PIRL.

Fatel per obbedienza.

FOR.

Lo faccio. (siede alquanto discosta)

PIRL.

Un po pi appresso.

FOR.

Obbedisco. (saccoste con la sedia)

PIRL.

Oh che caldo! (sasciuga la fronte)

FOR.

Cavatevi il cappello. (gli leva il cappello dalla testa e

lappende ad un pomo della sedia)

PIRL.

Far come volete.

FOR.

Sembrate ancor pi bello.

PIRL.

Ah! che vi par? Son io un uomo ben tenuto?

FOR.

Sano e robusto siete.

PIRL.

Con il celeste aiuto.

Dite, vi sono in casa risse fra madre e figlia?

FOR.

In tutta la giornata vi stato un parapiglia.

PIRL.

Andranno a recitare?

FOR.

Oib; si danno al diavolo. (Pirlone fa segno dallegrezza)

Ma che! ve ne dispiace?

PIRL.

Non me nimporta un cavolo.

FOR.

Ah, non vorrei, signore... che una delle padrone...

Minvolasse la grazia... del mio signor Pirlone...

PIRL.

Ah!

FOR.

Che avete?


PIRL.

Mi sento... certo calor novello...

FOR.

Presto, venite qui, cavatevi il mantello. (Foresta salza, vorrebbe levargli il mantello,

egli non vorrebbe, ed ella per forza glielo leva)

PIRL.

No, no.

FOR.

S, s, lo voglio.

PIRL.

No, dico.

FOR.

S, vi dico.

Cos starete meglio. (va a riporre il tabarro ed il cappello in una cassapanca)

PIRL.

(Oim, son nellintrico).

FOR.

Oh, come siete svelto! Che uomo fatto bene!

PIRL.

Chi vive senza vizi, gibboso non diviene.

Bella fanciulla mia... (si accosta a Foresta)

FOR.

Con voi provo un piacere. (si sente violentemente picchiare

alluscio)

PIRL.

Oim! gente che picchia.

FOR.

Oim! questi Moliere.

PIRL.

Misero me! (salza)

FOR.

L dentro vasconder. Venite.

PIRL.

Dove?

FOR.

In uno stanzino.

PIRL.

Oim! non mi tradite.

FOR.

Presto, presto. (apre lo stanzino, e tornasi a picchiare alluscio)

PIRL.

Son qui; datemi il mio mantello.

FOR.

Presto, che non c tempo.

PIRL.

Il mantello, il cappello...

FOR.

Son nella cassapanca serrati, io navr cura.

Presto, presto, venite.

PIRL.

Io muoio di paura. (Foresta lo fa entrare a forza nello stanzino,

ed entravi ella ancora)

SCENA SETTIMA Valerio, poi Foresta.

VAL.Pi comica non vidi scena giammai di questa

Non credea spiritosa cotanto la Foresta.
FOR.Sta l per tuo malanno, vecchio birbone astuto.

La fossa tu facesti, e in quella sei caduto.
VAL.Dove lavete fitto?

FOR.In luogo buono e bello.

Egli sotto la scala, e chiuso ho il chiavistello.

(prende dalla cassapanca il mantello ed il cappello)

Dov il padron?
VAL.Vattende colle acquistate spoglie.

FOR.Eccole. Non la cedo al diavolo e sua moglie. (parte)

SCENA OTTAVA


Valerio solo.

VAL.Molier nulla intentato lascia per dar risalto

Allopere, per cui va colla fama in alto. Maestro di teatro, sa tutto e tutto vede; Alle maggiori cose e allinfime provvede. O Francia fortunata, per un autor s degno! In te della commedia alza Moliere il regno; N Scaramuccia puote, n Zanni, n Fiammetta Scemargli quella gloria, che a lui solo si aspetta.

SCENA NONA

Moliere vestito da Tartuffo, col tabarro ed il cappello del signor Pirlone, e le basette e la cappellatura somigliante allo stesso; e detto.

MOL.Ah! che vi par? sto bene?

VAL.Bellissima figura!

Formar non si potrebbe miglior caricatura.

Siete Pirlone istesso.
MOL.Lindegno l stia chiuso,

Finch di questi cenci in scena abbio fattuso.

Vedete se far grazia vogliono le signore;

Se ancora han terminato di mettersi in splendore.
VAL.Eccole unite a noi, la madre con la figlia.

MOL.Una ha lira negli occhi, laltra amor nelle ciglia.

SCENA DECIMA La Bjart, Isabella, in abito da scena, e detti.

BJ.Molier, vengo al teatro, e meco vien mia figlia;

Il comune interesse mi sprona e mi consiglia.

Ma se dun solo sguardo maccorgo, la commedia

Finir, ve lo giuro, in scena di tragedia.
MOL.Signora, poich il cielo mi scopre reo qual sono,

Dellamorosa colpa io chiedo a voi perdono:

Per non mirar la figlia avran questi occhi un velo.

Odiatemi, sio manco, e mi punisca il cielo. (parla in tuono di bacchettone)
BJ.Fate voi scena or meco? Mi deridete, indegno?

MOL.Per carit, signora, calmate il vostro sdegno. (come sopra)

VAL.(Egli mi muove a riso).

BJ.Quest lamor da padre,

Che aver per Isabella diceste a me sua madre?
MOL.Ahi! che il rossor mi opprime. (come sopra)

BJ.Alma dinganni amica,


La parte dimpostore farai senza fatica.
MOL.Soffro glinsulti in pena delli delitti miei. (come sopra)

BJ.Non finger, scellerato, che un mentitor gi sei.

MOL.Il cielo vi perdoni. (come sopra)

BJ.Il cielo ti punisca.

MOL.Chio parta permettete, e chio vi riverisca. (come sopra, e parte)

SCENA UNDICESIMA

La Bjart, Isabella e Valerio.

VAL.(Oh, come la deride!)

BJ.Di me si prende gioco?

Molier lo sdegno mio conosce ancora poco.

Per te, sfacciata, indegna... (ad Isabella)
VAL.Signora, e con qual lena

Andrete furibonda a recitar in scena?

Calmatevi, di grazia.
BJ.Mestiere maledetto!

Dover mostrare il viso ridente a suo dispetto!

E quando tra le fiamme arde di sdegno il core,

Dover collinimico in scena far lamore!

Andiam... ma la mia parte lasciai sul tavoliere.

Foresta. Ehi l, Foresta. Non sente.
VAL.Andr a vedere...

BJ.Se poi non la trovaste, doppio averei scontento.

Restate con mia figlia, io torno in un momento. (parte)

SCENA DODICESIMA Isabella, Valerio, poi Moliere.

VAL.Timor non diavi lira dellaspra genitrice;

Moliere che vadora, faravvi un d felice.
ISAB.Ah, pi soffrir non posso glinsulti giornalieri;

La madre troppo cruda far chio mi disperi.

Vivere non mi lascia un sol momento in pace;

Mi batte, mi minaccia, minsulta, e mai non tace.

Mi struggo, mi divoro, non so quel che mi faccia.

Com possibil mai, che sulla scena i piaccia?
MOL.Deh serenate, o cara, i vostri amati rai:

A togliervi di pene la guisa io meditai.
ISAB.Moliere, oh ciel! Mi sento mancare a poco a poco.

MOL.Nutrite, o mia speranza, nutrite il vostro foco.

Lasciate che a Parigi torni la real corte;

Della madre a dispetto vi far mia consorte.
ISAB.E quanto aspettar deggio?


MOL.Non pi dun mese appena.

ISAB.Soffrire ancora un mese dovr cotanta pena?

Possibile non credo lo sforzo a questo core.
VAL.(La povera fanciulla si sente un grandardore).

MOL.Precipitar, mia cara, non deesi unopra tale.

SCENA TREDICESIMA La Bjarte detti.

BJ.(Molier parla a Isabella?) (osservando in disparte)

MOL.Io sono un uom leale.

(In tuono pedantesco, vedendo la Bjart) Lamor vostro, figliuola, convien metter da banda, Ed obbedir dovete la madre che comanda. Udite un che vi parla, pien di paterno zelo: (Ecco la genitrice); vi benedica il cielo. (parte)

ISAB.(Comprendo il cambiamento).

VAL.(un comico perfetto).

BJ.(Di Molier non mi fido. Vivr sempre in sospetto).

Andiamo. (a Isabella)

ISAB.Vobbedisco.

BJ.Mia morte tu sarai.

ISAB.Signora, perdonate...

BJ.Ol, non taci mai? (partono)

VAL.Ah! voglia il ciel che alfine vadan le donne in scena,

E prendano unaltraria tranquilla e pi serena; Onde dal popol vario sapplauda lImpostore, E a noi util ne venga, e gloria al degno autore.


ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

Foresta e Lesbino col ferraiuolo ed il cappello del Signor Pirlone.

FOR.Finita la commedia?

LESB.Finita.

FOR.Ed ha incontrato?

LESB.Lincontro strepitoso, universale stato.

Nobili, cittadini, mercanti, cortigiani,

Artieri e bassa gente, tutti battean le mani.

Mentre Orgon la commedia coi detti suoi finiva,

Sentiansi dogni lato venir gli applausi e i viva.

Il popol dalle spoglie, dagli atti del padrone,

Non esit in Tartuffo a ravvisar Pirlone;

Ei limitava in scena, e caricava in guisa,

Che univan gli uditori lo sdegno colle risa.

E furonvi di quelli che ad alta voce han detto:

Tartuffo scellerato, Pirlone maledetto.
FOR.Anchio piacer risento, quando il padrone lieto.

Se lopre sue van male, fastidioso, inquieto.

Che ho a far di queste robe?
LESB.Vuole il padron che sia,

Prima che a casa ei torni, Pirlone andato via.

Dategli il suo cappello, dategli il ferraiuolo,

E fate che sen vada al diavolo il mariuolo.
FOR.Non vorr pi il padrone tai spoglie originali?

LESB.Le far far domani affatto affatto eguali.

FOR.Andate, che il meschino or traggo di prigione. (entra)

LESB.Vo dietro la portiera mirare il bacchettone.

Se fosse in mia balia poter far un bel gioco,

Accender gli vorrei alli mostacci il foco. (parte)

SCENA SECONDA Foresta e Pirlone.

PIRL.Oim! Non posso pi, son tutto sgangherato:

Quattrore in una buca mi avete confinato.

FOR.O se sapeste quanto provai per voi martello!

Presto, presto, prendete il mantello e il cappello. Uscite, uscite tosto, pria che giunga il padrone.

PIRL.Come! Moliere adunque ito non in prigione?

FOR.Di recitare adesso finito ha lImpostore.

PIRL.Come! Che cosa dite?

FOR.Andate via, signore.


PIRL.S fatto...

FOR.Sei vi trova, vi storpia, vi flagella.

PIRL.S fatto lImpostore?

FOR.Vi venga la rovella. (lo va spingendo)

PIRL.Vado. (Cotesti indegni han fatto lImpostore?)

Ito in scena il Tartuffo? Oim! mi trema il cuore).
FOR.Cospetto! Cospettone!

PIRL.Parto; non minsultate.

(Oh femmina mendace! Oh genti scellerate!) (parte)

SCENA TERZA Foresta e poi Pirlone.

FOR.

Se il popolo in teatro Pirlone ha rilevato,

Ei sar per Parigi da tutti scorbacchiato.

Anchio gli prestai fede, anchio sedotta fui:

Valerio mha scoperti tutti glinganni sui.

Come! Ritorna indietro? Che novitade questa?

Ol, che pretendete?

PIRL.

Per carit, Foresta,

Celatemi, vi prego, nel ripostiglio ancora.

(Oh plebe scellerata! Lo sdegno mi divora).

FOR.

Signor, di che temete?

PIRL.

Il popolo briccone,

Appena mi ha veduto, grid: Pirlon, Pirlone.

FOR.

Ma io che posso farvi?

PIRL.

Finch la notte avanza,

Lasciate chio mi chiuda entro langusta stanza.

Mi caccerei ben anche in una sepoltura.

FOR.

Eh, che un uomo dabbene non dee sentir paura.

PIRL.

Eccovi in questa borsa, Foresta, lire trenta;

Son vostre, se celarmi col siete contenta.

Di notte, a lumi spenti, quando ciascun riposa,

Io parto, e voi avete la mancia generosa.

FOR.

Ho compassion di voi.

PIRL.

Presto, chio tremo e peno.

FOR.

In quella stanza entrate.

PIRL.

Qui star meglio almeno. (entra in una camera)

SCENA QUARTA

Foresta, poi la Bjarte Isabella.

FOR.Forz che la coscienza davvero lo rimorda;

Di tutto si spaventa chi ha la camicia lorda. Ecco le due rivali. (chiude luscio dov Pirlone)


BJ.Credi tu, sudiciola, (a Isabella)

Chio non intenda appieno ogni atto, ogni parola?

Tosservo quando parli, osservo dove guardi.

Quando passa Moliere, gli di languidi sguardi;

Volgi le meste luci amorosette in giro, (con ironia)

Mandando dal bel labbro talor qualche sospiro;

Seder procuri in faccia al dolce tuo tiranno,

E fai mille versacci, che recere mi fanno.

S, s, seguita pure, io troncher la berta;

Aff, non mi corbelli, star cogli occhi allerta.
ISAB.Dir posso una parola?

BJ.Via, che vuoi dirmi, ardita?

ISAB.Chiudetemi in ritiro a terminar mia vita.

BJ.Chiuderti in un ritiro? Eh, son parole vane.

Andar dei sulla scena a guadagnarti il pane.

Ma se di matrimonio taccende il desiderio,

Per te miglior partito, di, non saria Valerio?

Vuoi tu chio gliene parli?
ISAB.Per ora sospendete.

Chi sposa non stata, desserlo non ha sete.
BJ.Ah temeraria, indegna! Vuoi tu rimproverarmi?

ISAB.Signora, qual ragione avete or di sgridarmi?

BJ.Vattene alle tue stanze. Spogliati, e vanne a letto.

Foresta, laccompagna.
ISAB.(Io fremo di dispetto.

Ah! se Molier mi sposa, saremo allor del pari.

Vo farle scontar tutti questi bocconi amari). (parte con Foresta)

SCENA QUINTA La Bjart, poi Moliere.

BJ.Vo al perfido Moliere parlar da solo a sola.

Di non amar mia figlia vo che mi dia parola, O in altra compagnia verr Isabella meco: Vedr Molier chi sono, se pi non mavr seco. Faccia commedie buone, tutte riusciran male; Se manca la Bjart, la compagnia che vale? Io son che il maggior lustro alle commedie ho dato, Ed ora con gli scherni mi corrisponde ingrato? Ah! bench ingrato, io lamo: amica ancor gli sono, E se perdon mi chiede, ognonta io gli perdono. Eccolo.

MOL.O piacer sommo de fortunati autori!

Ben sofferte fatiche! O ben sparsi sudori! Deh, lasciatemi in pace goder per un momento, Questo che mempie lalma insolito contento. (alla Bjart) Perdono a tutti quelli che mhan tenuto in pena; Parmi perci pi dolce la gioia, e pi serena.


Tutti mi sono intorno amici ed inimici, Con fortunati auguri, con generosi auspici, E quei che lImpostore avean spregiato in prima, Per lapplauso comune, or lhanno in alta stima; Tanto ver che si piega il popol dallevento, Come la bionda messe cede al soffiar del vento.

BJ.Molier, del piacer vostro sento piacere anchio,

Che quale il vostro cuore, crudo non il cuor mio. Non per turbar la gioia, chora vinonda il seno, Ma per sfogar mie pene, posso parlare almeno?

MOL.Ah! gi che avvelenarmi volete un po di bene,

forza chio lo soffra, e favellar conviene. Vissi con voi tre lustri in amicizia unito, N mai vi cadde in mente davermi per marito. E or che per la figlia arder mi sento il petto, Vi accende, non so bene, se amore o se dispetto. Voi non parlaste allora, quando fioria laprile, Vi dichiarate adesso nella stagion...

BJ.La bile

Voi suscitar tentate di donna sofferente.

MOL.(Femmina tal campana mai con piacer non sente).

BJ.Su via, che concludete?

MOL.Dir, senza riguardi,

Che avete il desir vostro svelato un poco tardi.

BJ.Per me se tardi fia, per Isabella presto.

In vostra compagnia, sappiatelo, non resto.

MOL.A noi non mancan donne. Il perdervi mi spiace.

Pur, se cos vaggrada, dovr soffrirlo in pace. Ma prima la figliuola datemi per consorte.

BJ.Anzi che darla a voi, a lei dar la morte.

MOL.Che morte? Che minacce? Che dir fastoso e baldo?

Pi non ho sofferenza per trattener il caldo. Qual vi credete impero aver sopra la figlia? Chi ad essere tiranna con essa vi consiglia? ver, la generaste, ma a voi non assegnata Lautorit suprema dal ciel che ve lha data. Deve obbedire ai cenni figlia di madre umana, Madre non dee alla figlia impor legge inumana. Questo bel dono ai figli viene dal ciel concesso: Chi elegge il proprio stato, pu consigliar se stesso. Ponno impedir le madri della lor prole il danno, Ma un bene, una fortuna, toglierle non potranno. Che morte? Che minacce? Rispetterete in lei La serva dun monarca, che sa punire i rei. Volere, o non volere, fa in voi lo stesso effetto: Mia sposa vostra figlia sar a vostro dispetto.

BJ.No, no; colle mie mani prima lucciderei.

Son madre, e a mio talento disporr di colei. (parte)


SCENA SESTA Moliere, poi Valerio.

MOL.Parte sdegnosa e fiera. Ah! non vorrei che ardente

Lira sfogar tentasse sopra dellinnocente.

La seguir da lungi. La sera omai savanza.

Mi tratterr alcun poco vicino alla sua stanza. (savvia per dove and la Bjart)
VAL.Signor, gran plausi sento, gran viva allImpostore.

MOL.Che dicono i maligni?

VAL.Ciascun vi rende onore.

Or venga il conte Lasca a dir per avventura:

Nellopre di Moliere non v, non v natura.
MOL.Ah non vorrei... Lasciate chio vada: or ora torno.

Felice ancor non sono in s felice giorno.

Foresta. (chiamando forte)

SCENA SETTIMA

Foresta e detti.

FOR.Eccomi pronta.

MOL.Dimmi, che fa Isabella?

FOR.Per obbedir la madre, a letto, poverella.

MOL.A letto veramente?

FOR.Io stessa lho spogliata,

E lho veduta io stessa fra i lini coricata.
MOL.Quando sal la madre, grid? Le disse nulla?

FOR.Dormiva, o di dormire fingeva la fanciulla.

MOL.Or che fa la Bjart?

FOR.Anchessa per dispetto

Vuol andare digiuna a coricarsi in letto.
MOL.Si strugga e si divori donna dinvidia piena:

Mandatemi dei lumi, e pronta sia la cena. (Foresta parte)

SCENA OTTAVA Moliere, Valerio poi Lesbino.

MOL.Or pi contento i sono: la figlia coricata;

Non turba il suo riposo la genitrice irata.
VAL.Possibile chuom tale, in cui ragion impera,

Abbattere si lasci da una passion s fiera?
MOL.Amico, il dolce affetto, che ha lun per altro sesso,

in noi tenacemente dalla natura impresso.

Comopra la natura nei bruti e nelle piante,

Per propagar se stessa, opra nelluomo amante.


E si ama quel che piace, e si ama quel che giova,

E fuor dellamor proprio altro amor non si trova.

Lo provo: ama colui lamica, ovver la moglie,

Ma sol per render paghe sue triste o caste voglie.

Samano i propri figli, perch troviamo in essi

Limmagine, la specie, la gloria di noi stessi.

E samano i congiunti, e samano gli amici,

Perch laiuto loro pu renderci felici.

Tutto lamor terreno, tutt amor proprio, amico.

Filosofia linsegna, per esperienza il dico.
LESB.(entra con due candellieri colle candele accese, li pone sul tavolino, e poi saccosta a

Moliere)

Evvi il signor Leandro e il conte Lasca uniti,

Che bramano vedervi.
MOL.Che restino serviti. (Lesbino parte)

VAL.Verranno a criticare.

MOL.Chi lo vuol far, lo faccia.

Mi giova, e non minsulta, chi mi riprende in faccia.

SCENA NONA Leandro, il conte Lasca e detti.

LEAN.Viva Molier millanni, viva la vostra musa

Ad istruire eletta, a dilettar sol usa.

Ah! che piacer di questo maggior non ho provato:

Molier, ve lo protesto, mavete imbalsamato.
MOL.Grazie, amico...

CON.Che stile! Che nobili concetti!

Che forti passioni! Che naturali affetti!
MOL.Signor, troppa bont...

LEAN.Pi vivamente espresso

Carattere non vidi. Parea Pirlone istesso.
MOL.Voi mi fate arrossire...

CON.Gran forza, gran morale!

Opra non vidi mai piena di tanto sale.
MOL.Cortese cavaliere...

LEAN.Celebre, egregio autore!

CON.Maestro della scena, e della Francia onore.

VAL.(Credo che alle parole il cuor non corrisponda).

MOL.(Sogliono glignoranti andar sempre a seconda).

LEAN.Moliere, a voi vicina avete unosteria,

Con vin di cui migliore non bevvi in vita mia.
MOL.(Ecco lo stile usato).

CON.un vin troppo bestiale.

LEAN.Il Conte non sa bere.

CON.Ma voi siete brutale.

LEAN.Venne al teatro meco, e non vedea la via;

Andammo barcollando sino alla loggia mia.


Giunti col ripieni del vino saporito,

Il Conte alla commedia tre ore avr dormito.
MOL.Tre ore?

VAL.(Lha sentita. Parla con fondamento).

LEAN.Fecio quel che far soglio, quando alterar mi sento.

Andai a prender laria men calda e pi serena,

E tornai chei dormiva, verso lultima scena.
VAL.(Non ne lasci parola).

MOL.Dunque, per quel chio veggio,

Un dorm tutto il giorno, e laltro fu al passeggio.

Eppur note vi sono le cose peregrine...
CON.A me basta il principio.

LEAN.Ed a me basta il fine.

CON.So giudicar le cose vedute anche di volo.

LEAN.Il pubblico vapplaude, ed io me ne consolo.

CON.Sentonsi per le strade ridire i frizzi, i sali.

LEAN.Un sarto ha registrati tutti i passi morali.

VAL.(Ecco de lor giudizi la forza e largomento).

MOL.(Questi son quei cervelli, di cui tremo e pavento).

LEAN.Dopo essere noi stati ad ammirarvi in scena,

Molier, vogliam godervi in casa vostra a cena.
MOL.Ma come alla commedia vandaste deliziando,

Un cener dormendo, e laltro passeggiando.
LEAN.Via, via, siam vostri amici, e siamo qui per voi,

E chi vorr dir male, avr da far con noi.
CON.La gloria di Moliere io sostener mimpegno.

LEAN.Che uomo singolare!

CON.Che peregrino ingegno!

MOL.(Eppur fia necessario aver tal gente amica).

Volete cenar meco? Uopo non chio il dica.

Poco, ma di buon cuore, avrete da Moliere,

Che solo per dar molto, molto vorrebbe avere.
LEAN.Conte, a bere vi sfido.

CON.Io la disfida accetto.

LEAN.Voi non andate a casa.

CON.Molier ci dar un letto. (partono)

VAL.Signor, codesta gente come soffrir potete?

MOL.Giovine siete ancora; udite ed apprendete.

I tristi pi che i buoni noi secondar conviene,
Acci non dican male, se dir non sanno bene.

II finger per inganno vergognosa frode,

Ma il simular onesto pregio, e merta lode. (parte)
VAL.Moliere un uomo saggio, Moliere un uomo tale,

Di cui la Francia nostra non ha, non ebbe eguale; Ed esser non potrebbe in scena autor valente, Segli non fosse in casa filosofo eccellente. (parte)


ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Moliere solo.

MOL.Oh sciocchi intemperanti! non san che sia la vita;

Lun laltro ad accorciarla col crapolare invita. Umanit infelice! non hai bastanti mali, Che nuovi ne procaccia la gola de mortali. Il chimico sa trarre balsami dal veleno; Quei col vin salutare sempion di tosco il seno. Beva Leandro pure, beva a sua voglia il Conte, Io sfuggo di vederli venire allire, allonte; Poich serpendo il vino per fibre e per meati, Alla ragione ascende de spiriti svegliati, E copre lor dun velo datomi tetri e densi, E il cerebro sublima, ed imprigiona i sensi; Onde alle cose esterne sembra cambiarsi aspetto, Tolto da caldi fumi il lume allintelletto. Anche lamor talvolta opra con pari incanto, Cagion di fiero sdegno ai miseri, o di pianto. Ma quando regolato, amore cosa blanda, Come il vin moderato salutar bevanda.

SCENA SECONDA

Isabella in veste da camera, e detto.

MOL.Oim! Isabella mia...

ISAB.Eccomi a voi prostrata. (si getta a piedi di Moliere)

Mirate ai vostri piedi unalma disperata.
MOL.Sorgete, anima mia: oh ciel! che avvenne mai?

ISAB.Mia madre...

MOL.Ah madre ingrata! Tu me la pagherai.

ISAB.Stava dal duolo oppressa...

MOL.Fermatevi, aspettate. (va a chiuder luscio)

Di qui non passerai. Mia vita, seguitate.
ISAB.Stava dal duolo oppressa fra la vigilia e il sonno,

Che chiudersi del tutto questi occhi miei non ponno:

Quando la genitrice, piena di sdegno il viso,

Venne al mio letticciuolo, gridando: ol, ti avviso,

Alla novella aurora alzati dalle piume.

Disparve, e port seco senzaltro cenno il lume.

Restai qual chi da tetro sogno fatal si desta:

mia madre, dicendo, o qualche larva questa?

Piansi, tremai, poi corsi a rammentar suoi detti;


Ed assalita i fui da mille rei sospetti Perch dovrei levarmi doman pria dellaurora? Perch vien ella irata a dirmelo a questora? Ahim! la mia rovina al nuovo sol maspetto. Lattender, dicea, tranquillamente in letto? Oim! Molier, mia vita, ti perdo, se qui resto. Balzo allor dalle piume: come possio, mi vesto, Apro luscio socchiuso, odo russar mia madre, E quai fra lombre vanno timide genti e ladre, Stendo lun piede, e laltro sospendo in aria incerto, Fin che laltruscio trovo per mia ventura aperto. Affretto il passo allora, balzo volando in sala, Ritiro il chiavistello, precipito la scala. Giungo alle stanze vostre, a voi ricorro ardita, Eccomi ai vostri piedi a domandarvi aita.

MOL.Deh alzatevi. Ah, Isabella, che mai faceste? Oh Dio!

Cagliavi lonor vostro, vi caglia lonor mio. Di notte una fanciulla discinta, senza lume, Mentre la madre dorme, abbandonar le piume? Che dir far di voi un animo s ardito?

ISAB.Diran che amor condusse la sposa al suo marito.

MOL.Ma come dir lo ponno, se tali ancor non siamo?

ISAB.Oh ciel! di qui non parto, se tai non diveniamo.

A questo ardito passo per voi guidommi amore. Sollecita mi rese di perdervi il timore. Se a voi nota la colpa, cui nota la cagione, Voi riparar potete la mia riputazione. Porgetemi la destra, e collanello in dito Dir potr: Che volete? Moliere mio marito.

MOL.Oh caso inaspettato! Cara Isabella mia,

Di rimediar domani di me limpegno sia. Tornate onde veniste, rider di noi non fate.

ISAB.Ah, misera ingannata! Crudel, voi non mi amate.

Avr la genitrice, con sue lusinghe e vezzi, Comprato lamor vostro, comprati i miei disprezzi. Ma se da voi che adoro, barbaro! son tradita, Posso a chi diedi il cuore, donare ancor la vita. Tornar pi non mi dice, tornar pi non voglio. Perduta ho la mia pace, perduto ho lonor mio. Far che il mondo sappia chi fu del mal cagione, E andr dove mi porta la mia disperazione.

MOL.Isabella, mia vita...

ISAB.Molier, mia cruda morte...

MOL.Fermatevi, mia cara, sar di voi consorte.

ISAB.Se tale ora divengo, lonor vi reco in dote:

Scema, se al volgo ignaro tali follie son note. Tanti sospiri e tanti, sparsi non siano invano...

MOL.Ah, resista chi puote... Mio bene, ecco la mano.

Mia sposa, ecco, vi rendo.

ISAB.Or son contenta appieno.

Frema la genitrice, e crepi di veleno.


MOL.

Domani il sacro rito si compir.

ISAB.

Lanello

Datemi almen.

MOL.

Prendete. (si leva uno de suoi)

ISAB.

Oh caro! oh quanto bello!

Voi ponetelo al dito.

MOL.

S, ve ladatto io stesso. (lo prende, e glielo pone al dito)

ISAB.

Venga la genitrice, venga a sgridarmi adesso.

MOL.

Ma non convien, mia vita, che noi restiam qui soli.

ISAB.

Oh come mi stai bene! oh quanto mi consoli! (parla con lanello)

MOL.

Ho degli amici in casa, che stetter meco a cena:

Troppo lor sembrerebbe ridicola la scena.

Venite in questa stanza, e stateci sicura. (accenna la stanza ove entrato Pirlone)

ISAB.

E vi dovrei star sola? Morrei dalla paura.

MOL.

Lunga non fia la notte. Verr con voi Foresta.

Siate saggia, Isabella, quanto voi siete onesta.

Ecco il lume. Apro luscio. Entrate, io vi precedo.

ISAB.

Vandr mal volentieri.

MOL.

Ah traditor, che vedo? (apre luscio e vede Pirlone)

SCENA TERZA Il signor Pirlone dalla camera, e detti.

PIRL.Eccomi a voi prostrato. Cos vuol la mia sorte;

Schernitemi voi pure, datemi pur la morte. Non che a vostri piedi mi getti un vil timore; Mi guida il pentimento, il rimorso, il rossore. In quel recinto oscuro() il ciel maperse un lume, Mi fece il mio periglio pensare al mio costume; E il popolo commosso contro Pirlone a sdegno, Essere massicura dellaltrui fede indegno. Temei de carmi vostri laspre punture acute, Qual sodia dallinfermo chi porge a lui salute; E feci ogni mia possa per occultare al mondo Limmagine dun tristo, che mi somiglia a fondo. Pentito dogni errore, lusure mie detesto, Rinunzio allimpostura, al vivere inonesto; A voi, al mondo tutto mi scopro qual io sono, E delle trame indegne, Molier, chiedo perdono.

MOL.Ed io perdon vi chiedo, se a voi feci loltraggio

Dusar le spoglie vostre nel noto personaggio. Oh scene mie felici! oh fortunato inganno, Se val dun uom perduto a riparare il danno! Diasi la gloria al vero: il ciel con mezzi tali Sovente il cuor rischiara dei miseri mortali.

ISAB.Pirlone, a voi non deggio rimproveri, ma lode:

Accenna lo stanzino dov'era stato la prima volta


Fu di quel ben chio godo, cagion la vostra frode.

Pi presto si scoperse di me la fiamma ascosa,

Pi presto di Moliere fatta son io la sposa.
PIRL.Lasciate chio men vada scevro da insulti e scorni,

Sin che la plebe dorme, piangente ai miei contorni.
MOL.Da servi miei scortato... Chi picchia a quella porta? (si sente picchiare alluscio)

ISAB.Oim! la genitrice s di mia fuga accorta.

(Ma pi di lei non temo, Moliere mio marito.

La far disperare con questanello in dito).

(Moliere va ad aprire la porta)

SCENA QUARTA

Foresta e detti.

MOL.Che vuoi?

FOR.Strepiti grandi. Va la Bjart in traccia...

Isabella con voi? Signor, buon pro vi faccia. (parte)

SCENA QUINTA La Bjartvestita succintamente, e detti.

BJ.Perfida, qual disegno ti ha da Molier condotta?

Ah Molier traditore! Ah, tu me lhai sedotta!

Rendimi la mia figlia, rendila, scellerato.
MOL.Ella non pi vostra.

BJ.S, chella mia, spietato!

Al ciel di tal violenza, e al tribunal mi appello.

Vieni meco, Isabella.
ISAB.Signora, ecco lanello.

BJ.Lo strapper dal dito...

ISAB.Oib.

BJ.Vien qui, sfacciata.

ISAB.Portatemi rispetto, son donna maritata.

MOL.Eh, lo sdegno calmate, e fia per vostro meglio:

Sposo son dIsabella, e in suo difesa io veglio.

Staccarmela dal fianco non vi sar chi possa,

Congiunti in matrimonio vivrem sino alla fossa.

vano il furor vostro, sia collera o sia zelo;

Non si discioglie in terra, quel ch legato in cielo.
BJ.Oim! morir mi sento. Moliere, anima indegna!

Colei che tam un giorno, or taborrisce e sdegna.

Restane, figlia ingrata, accanto al tuo diletto,

E sia per te felice, comio lo sono, il letto.

Fuggo dun uomo ingrato la vista che mi cruccia,

E andr, per vendicarmi, a unirmi a Scaramuccia.


ISAB.(Le dar il buon viaggio).

MOL.E via, frenate lira.

PIRL.Signora, quello sdegno che a vendicarvi aspira,

Far pentirvi un giorno daverlo il vostro cuore

Mal conosciuto.
BJ.Invano mi parla un impostore.

SCENA ULTIMA Valerio e detti.

VAL.Molier, per voi tal giorno sempre divien pi bello.

Vi reco in questo punto un trionfo novello.

Lardito Scaramuccia cede la palma a voi:

Partir di Parigi con i compagni suoi.

Lesito fortunato della commedia vostra

Lobbliga a ritirarsi, e rinonziar la giostra.
BJ.(Oim! tutto congiura a rendermi scontenta).

MOL.Eppur gioia perfetta il ciel non vuol chio senta.

Se mi amate, Isabella, la vostra genitrice

Pregate, che mi renda col suo perdon felice.
ISAB.(Lo sposo lo comanda, e il cuor me lo consiglia).

Signora, perdonate leccesso a vostra figlia.

Amor mi rese ardita: mi duol davervi offesa;

Linterno affanno mio col pianto si palesa.

Oim, lo sdegno vostro! Oim! mavete detto:

Felice comio sono, sia per te, figlia, il letto.

Oim! che da mia madre, misera, odiata sono!
BJ.Ah! il ciel ti benedica, tabbraccio e ti perdono.

MOL.Viva la saggia madre, viva la mia diletta.

Molier la sposa abbraccia, la suocera rispetta.

Dov Leandro e il Conte? (a Valerio)
VAL.Il vin li ha superati,

E con Moliere in bocca si sono addormentati.

Non facean che lodarvi, ed era ogni bicchiere

Con voti consacrato al merto di Moliere.

Questo vuol dir che luomo, ne giorni suoi felici,

Ovunque volga il ciglio, pu numerar gli amici.
MOL.Or s felice giorno posso chiamar io questo,

In cui nulla ravviso dincerto e di funesto.

Il pubblico mapplaude, si cambian glimpostori,

Mi crescono gli amici, son lieto fra gli amori.

Sol manca di Moliere, per coronar la palma,

Che gli uditor contenti battano palma a palma.

Fine della Commedia.


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