Il Molière

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IL MOLIERE

di Carlo Goldoni

Commedia in cinque atti in versi. La presente Commedia fu rappresentata per la prima volta in

Torino l’anno

ALL’ILLUSTRISSIMO E SAPIENTISSIMO

SIGNOR MARCHESE

SCIPIONE MAFFEI

NOBILE PATRIZIO VERONESE

Quando negli studi più ameni trattenevasi per diletto la fecondissima Vostra mente, Illustrissimo Signor Marchese, non isdegnaste rivolgerla anche al Teatro, credendolo oggetto degno dei Vostri pensieri e della Vostra mano. Voi rimarcaste la miserabile decadenza di questo nostro Teatro, e ne promoveste il risorgimento. Le Vostre più serie occupazioni, i gravissimi studi Vostri, coi quali rendeste glorioso Voi, non meno che la Vostra Patria e l’Italia tutta, non vi permisero donare all’altrui piacere que’ dì, quegli anni, che consacraste all’altrui erudizione; ma in brevissimo tempo fatto avete ciò che bastar poteva per animare gl’ingegni degl’Italiani a rendere l’onor primiero alle nostre Scene. Voi avete scritto elegantemente, e con verità, e con chiarezza, intorno al Teatro; avete dell’origine sua con erudizione trattato, e dimostrandolo utile non solamente, ma necessario alle più colte Nazioni; avete ad evidenza altresì dimostrato che le Commedie, principalmente di questo secolo, erano atte piuttosto a corrompere i buoni costumi, anzi che a correggerli o migliorarli. Voi sin d’allora, accordandovi co’ Teologi più discreti, che contro la scostumatezza dei Teatri parlavano, non vi accordaste già con que’ rigidi che avrebbono voluto e che vorrebbono tuttavia i Teatri in cenere, volendo che Teatro e Peccato sieno due sinonimi inseparabili fra di loro. Quella onestà che inculcaste nel Vostro Teatro Italiano, quella è necessaria nelle sceniche rappresentazioni: quella si osservi, quella si metta in pratica; si sferzi il vizio e non si solletichi; si pongano i difetti in ridicolo e non offendasi la virtù, e non saravvi allora Moralista zelante, che ecciti li Sovrani a demolire i Teatri, e indegne sostenga essere dei Misteri più sacri quelle persone che li frequentano.

Ma poco avreste Voi fatto, se di massime e di dottrine soltanto aveste i fogli vergati. Potrebbono con ragione opporre gli zelanti alla verità delle istruzioni Vostre la difficoltà dell’esecuzione, e con gravità sosterrebbono: il Teatro correggibile essere una chimera, l’onestà incompatibile colle Scene, lo scandalo certo, ed il pericolo manifesto. Voi avete dati gli esempi della correzione, della onestà, delle buone regole; della gravità del Coturno, dell’amenità del Secco, e contentandovi di dar un modello per ciascheduna sorta di Teatrale Componimento, faceste altrui comprendere che per riformare il Teatro mancavano soltanto gli Autori, che Voi e le Opere Vostre imitassero. Ma come, e da chi mai imitar potrebbesi la Vostra Merope, la quale lasciandosi indietro tutte le Tragedie antiche, sta qual maestosa Regina, mirandosi a piè del trono tutte quelle dei moderni Italiani? Io non intendo recar ingiuria ad alcuno, se la Tragedia Vostra sopra le altre ho collocata: in ogni genere di animate e inanimate cose, una dee avere sopra delle altre il primato, e se nell’ordine delle Tragedie italiane la Vostra Meropeha il primo luogo, si consolino i Tragici più valorosi, essere tant’alto di quella il grado, che posti luminosissimi rimangono per essi ancora. Coloro che contro la disonestà del Teatro non cessano di declamare, se questa perfetta opera Vostra avessero prima letta, o tacerebbono certamente, o rivolgerebbono le loro grida


contro quelli che non si curano di imitarla. Essi per altro, che credono empio il Teatro senza conoscerlo (siccome noi barbari sogliamo chiamare que’ popoli, de’ quali siamo poco o nulla informati), scagliano il loro zelo contro la disonestà degli Attori, contro il comodo, l’occasione e il pericolo degli Spettatori. In quanto ai primi, vent’anni ormai sono, che portato dal genio mio teatrale, conversare ho dovuto con tutti quasi gli Attori nostri dell’uno e dell’altro sesso. Ho ritrovato fra questi delle donne lubriche, degli uomini scostumati, colle passioni istesse, coi medesimi vizi, come in altre brigate, in altri ordini di persone, in tante case, in tanti luoghi più rispettabili ho ravvisati. Ma vi ho trovato altresì uomini di tanta onestà, donne di tanta morigeratezza, che vergogna farebbono alle più ritirate. La giustizia ch’io rendo a tali discreti Attori, a tante oneste Attrici, non mi può essere imputata a passione. Informisi chi non lo crede, e troverà certamente che se il Teatro non è una scuola delle più austere virtù, troppo ingiustamente si sfregia col titolo di scandaloso.

Che gli Spettatori trovino ne’ loro palchetti il comodo d’amoreggiare, può anche esser vero, ma cotal comodo non manca loro nelle conversazioni, nelle villeggiature, e pur troppo ne’ luoghi ancora più venerabili e santi; e può anzi credersi, a parer mio, che l’ammirazione dello spettacolo teatrale divida il cuor dell’amante, il quale in altro luogo, senza la distrazion delle scene, tutto al suo idolo lo consacrerebbe; e se talvolta una moralità d’un Attore, una sentenza, un accidente, un rimprovero tocca al vivo le piaghe di una Spettatrice male educata, può avvenir facilmente che dalle scene riporti quella correzione che la madre, avida o condescendente, non le averà per avventura mai fatto. Ecco il bene della Commedia onesta. Voi anche di questa ne avete dati gli esempi, ed io seguendo, benché da lungi, le tracce Vostre, non già con quella moderazione che Voi, per non abbandonare le serie occupazioni, osservaste, ma giunsi fino sovra i cartoni del Codice e dei Digesti ad abbozzare Commedie. Prendetevi la pena di leggere la prefazione alle mie Commedie, Illustrissimo Signor Marchese, se voglia aveste d’intendere con quai principii, con quai progressi mi sia avanzato in tal arte. Voi troverete aver io con qualche accortezza nelle prime operato per guadagnarmi il popolo, ed avvedendomi che tutt’a un tratto non si potea cambiar il cervello a tanti uomini prevenuti, m’indussi a lasciar le maschere sul mio Teatro, e a toglier loro soltanto quel più che le rendeva noiose. A poco a poco ho potuto arrischiarmi a levarle da alcuna Commedia del tutto, ed ebbi la consolazione di vedere smascellar dalle risa anche il popolo basso, senza le storpiature, senza gli spropositi dell’Arlecchino. Passai più innanzi, e provar volli se una Commedia in versi potea sperare un’egual fortuna. Voi siete uno di quelli che nella pugna dei due partiti protegge quello dei versi, ma versi tali vorreste, che si potessero recitar senza il suono, versi che sembrassero prosa, versi insomma che somigliassero a quelli del Raguet, delle Cerimonie, due bellissime Commedie Vostre.

Io vi confesso essere stato in questa parte di sentimento contrario; nel mio Teatro Comico ne ho ragionato, e dichiarato per la prosa mi sono. Ciò non ostante, com’io diceva, una Commedia in versi ho poi voluto comporre: non però con quei versi che paion prosa, ma con quegli altri che, ad imitazione dei Francesi, Pier Jacopo Martelli ha usato nelle Opere sue, così che d’indi in poi di versi Martelliani portarono il nome. Voi sapete meglio di me non esser eglino che due settesillabi uniti, de’ quali non si può nascondere il suono, accresciuto questo ancor più dalla rima, su cui per ordinario si fa terminare il periodo.

Io, per dir vero, non sono mai stato amico di cotai versi, usati pel Teatro dal sopraddetto Martelli, e quanto ho lodato quel valoroso Autore ne’ suoi caratteri e ne’ suoi pensieri, altrettanto in lui mi è dispiaciuto quella maniera di verseggiare, la quale toglie moltissimo alle opere sue di quella maestà, che per entro di esse tratto tratto si scorge. Con una simile prevenzione parrà impossibile ch’io siami da me medesimo indotto a far cosa per cui io sentiva della repugnanza; io sono uno di quei compositori che dicono volentieri la verità: Pietro Cornelio mi piace assaissimo, perché nelle sue Prefazioni soleva dirla, ed io in questo mi compiaccio assai d’imitarlo. Mi cadde in mente voler di Moliere medesimo, autor celeberrimo di Commedie, formare una Commedia. Lessi la di lui Vita; scelsi ciò che mi parve in quella più comico e più interessante, e diedi mano allo scrivere.


Il primo Atto lo feci in prosa, secondo il mio ordinario costume. Il soggetto però stravagante, i personaggi Francesi che lo componevano, il Protagonista autore, d’uno stile straniero, mi posero in soggezione, e scrissi in una maniera che potea forse riuscire aggradevole ai dotti, ma non avrebbe fatto colpo nell’universale. Lo stile si accostava un poco troppo al francese, i sali riuscivano delicati, il fraseggiare spiritoso e brillante, ma forse soverchiamente studiato, e quantunque potessi compiacermi di quello ch’io aveva scritto, l’esperienza fatta sul popolo per tre anni, non mi lusingava di un esito fortunato. Allora a’ due partiti rivolsi l’animo, o abbandonare il soggetto, o migliorare lo stile; intendendo io per migliorare lo stile, renderlo grato a tutti, poiché quella io credo ottima cosa, la quale dal pubblico viene applaudita; osservai allora con maggior senso di prima, che tante moderne opere dei Francesi sono, mi sia permesso il dirlo, di scarsissimo intreccio, con un carattere appena, anche leggiermente dipinto, eppure sono applaudite, unicamente forse perché sono ben verseggiate. Il verso dunque (dicea fra me stesso) ha il maggior merito sul Teatro Francese, e perché non potrebbe averlo sull’Italiano? Ma il verso dei Francesi è rimato; proviamo dunque a rimarlo, ed imitiamo il Martelli. Ecco come indotto mi sono a convertire in versi rimati quell’atto di commedia, che in prosa io aveva prima composto; e sembrandomi rimanerne contento, proseguii l’opera sino alla fine. M’ingegnai di coprire più che possibil fosse il difetto di tali versi, rendendoli facili e naturali; m’astenni da quelle trasposizioni, da quelle difficili costruzioni, legamenti e prolissità di periodi, che l’uditore non meno del recitante affaticano; ma ciò non ostante, dubitai sempre dell’esito, e per quanto gli amici miei, ai quali io la leggeva, mi presagissero buon incontro, non me ne sapea lusingare.

In Turino fu per la prima volta rappresentata, in tempo che io non v’era. Aspettava le nuove, siccome un padre ricco attende dalla partoriente sua sposa la notizia di un primogenito, e fui lieto egualmente, allor che in Genova giunsemi il fortunato avviso di un pienissimo aggradimento. La replicarono i Comici colà più volte; in Venezia non si saziavano di udirla; lo stesso seguì in Bologna e in Milano; ma il compimento poi della gloria ottenuta dal mio Moliere, fu allora che Voi, Illustrissimo Signor Marchese, veggendola rappresentare l’anno scorso in Venezia, vi degnaste soffrirla tutta, vi compiaceste lodarla, e me medesimo onorar voleste del Vostro benignissimo compatimento. Contento non può bramarsi maggiore uno Scolare, oltre quello di sentirsi lodare dal suo Maestro. Voi mi avete empito di consolazione, e sin d’allora mi entrò nell’animo l’ardentissima brama di pubblicare al Mondo il rispettabile Vostro giudizio che tanto mi onora. Sa tutto il Mondo che sin dall’età più fervida empiegato avete il sublime Vostro talento in opere d’alto peso, in opere della più accurata storia, della più sublime teologia; Voi la critica, Voi la morale, Voi la sperimentale filosofia, e tante altre scienze ed arti, che lungo troppo sarebbe il descriverle; Voi le avete felicemente trattate, ed arricchiste il Mondo di peregrine notizie, di nuove erudizione, di salutevoli decisioni. Non è però disdicevole a Voi medesimo, che diate uno sguardo passeggiero ad un’opera, che se nulla ha di buono, lo riconosce da Voi: Voi m’inspiraste quel genio che andar mi fece della buona Commedia in traccia, e da Voi l’oggetto primario dell’onestà e della modestia apprendendo, trovai la maniera di destare il riso negli uomini, senza offendere l’innocenza.

Questa Commedia dunque, di cui mostraste di compiacervi, a Voi, Signore, offerisco in dono, credendola di Voi degna, non per altra ragione, se non per questa, che Voi l’avete lodata, fregio che basta solo ad esaltare qualunque Opera, fregio che potrà certamente difenderla, se non dagl’invidiosi, dai critici almeno e dagl’ignoranti. Sono con ammirazione ed ossequio

Di V. S. Illustrissima

Umiliss. Divotiss. ed Obbligatiss. Serv. Carlo Goldoni


L’AUTORE A CHI LEGGE

Chi ha letto in altre edizioni questa Commedia, o l’ha veduta almeno rappresentare, ravviserà i cambiamenti che in essa ho fatti, e di alcuni mi credo in debito di dover render ragione. Cambiato ho prima di tutto il nome della figliuola della Béjart, chiamata da me per lo passato Guerrina, ed ora Isabella. La Vita di Moliere scritta da M.r Grimarest, da cui ho ricavato tutto lo storico della mia Commedia, non somministra il nome proprio di detta giovane, chiamata colà soltanto per Mademoiselle Béjart. Guerrina è nominata in un Romanzetto Francese, in cui fa ella il principal personaggio, ed ho creduto poterle anch’io appropriare lo stesso nome. Fui illuminato posteriormente da un Dizionario Comico Francese, ch’ella aveva nome Isabella, e l’ho sostituito a quel di Guerrina, non senza qualche difficoltà per la misura del verso e la necessità della rima.

Dirò con questa occasione cosa non detta nelle altre Prefazioni di questa Commedia. Dirò che tutti i Personaggi che la compongono, o sono storici, o sono per lo meno allegorici. Moliere, la Béjart, Isabella, Foresta, furono tali, quali io li dipingo, cogli stessi nomi, cogli stessi caratteri e colle medesime professioni. Valerio è lo stesso Comico Mr. Baron, valentissimo attore della Truppa Comica di Moliere, a cui ho cambiato il nome fin da principio, non suonando bene nella nostra favella, e specialmente nel verso, il di lui cognome francese. Leandro è un personaggio ad imitazione di Mr. Chapelle, che fu amicissimo di Moliere, uomo dotto e civile, ma allegro e buon bevitore, narrandosi di lui da Mr. Grimarest delle graziose avventure, prodotte dal soverchio amore pel vino. Ad esso ho parimenti cangiato il nome, sin d’allora che disegnai la Commedia; primieramente, perché la di lui condizione meritava ch’io lo coprissi agli occhi del pubblico, e poi perché in nostra lingua anche il di lui cognome suonerebbe assai male, in bocca specialmente di chi non sa pronunciare il Francese. Il Conte Lasca è un personaggio allegorico, da cui vengono rappresentati que’ Critici indiscreti, che non sapendo, o non abbadando, parlano o per astio, o per ignoranza, e tentano discreditare i poveri autori. Io l’ho chiamato altre volte il Conte Frezza, ma quantunque i cognomi sieno arbitrari, mi parve ora la parola Frezza troppo Lombarda, e l’ho cambiato nel Conte Lasca. Restami ora a ragionar di Pirlone. Ognun può ravvisare in costui il prototipo degl’impostori. Quei di Parigi si erano allarmati contro Moliere pel suo Tartuffo. Si vendicò il bravo Comico, ed ecco dipinta nella mia Commedia la sua vendetta. Farò per ultimo una riflessione, che può accrescere ai Leggitori il diletto. Il Tartuffo di Moliere è una delle sue migliori Commedie; ma il carattere di tal impostore fu trovato in Italia, da chi pressiede all’onestà dei Teatri, un poco troppo avvanzato; perciò fu sospesa la traduzione e la rappresentazione in italiano di tal Commedia. Io mi sono ingegnato di imitare il valoroso Autore francese, e far gustare il carattere dell’impostore agli Italiani, con quella moderazione che è tollerabile sulle nostre scene, onde s’abbia una qualche idea della più bell’opera del decantato Moliere. Detto quanto mi sembra bastare sulla Commedia, mi si permetta ora parlare del verso, con cui l’ho scritta. Nell’epistola dedicatoria al Sig. Marchese Maffei (ora di onorevole ricordanza) dissi come indotto mi era ad usare un tal verso, e prego il Leggitore a nuovamente rileggerla, se se ne fosse dimenticato. Meglio sarebbe stato per me, se cotal verso non fosse stato universalmente gradito. L’applauso ch’egli ebbe, m’indusse a valermene in qualche altra Commedia, e sempre più andavasi impossessando del cuore degl’Italiani. Da ciò altri si mossero ad imitarlo, e in poco tempo non si sentiva che a risuonare un tal verso per i Teatri, per le Accademie, e nelle raccolte di poesia. Previdi che si sarebbe il mondo di ciò annoiato; principiai io medesimo ad annoiarmi; pure, se volea che le mie Commedie fossero sulle scene sofferte, mi convenia, mio malgrado, seguitare la stucchevole cantilena. La seguitai per quattr’anni, ma tosto che io mi accorsi che andavansi gli Uditori stancando, ritornai alla prosa, ed ebbi il fortunato incontro di prima. Ecco dunque il perché nella mia presente edizione mi son proposto di convertire in prosa quelle Commedie alle quali conosco mal convenire il verso, e che in grazia del fanatismo pei versi, ho dovuto io medesimo sassinare. Soffranlo in pace que’ pochi che tuttavia ne fossero appassionati, e si contentino ch’io non li privi affatto di un tal piacere, lasciandone alcuna in verso, come originalmente da me fu scritta. Questa è una di quelle ch’io non ardisco tradurre in prosa, per le ragioni addotte nella suddetta epistola dedicatoria al Maffei; e


benché sia la prima che io ho composta in tal metro, è forse di tutte la più tollerabile, e la meno sagrificata alla schiavitù della rima.

Personaggi

MOLIERE autore di commedie e comico francese;

La BÉJARTcomica che abita in casa di Moliere;

ISABELLA figlia della Béjart, comica nella medesima casa;

VALERIO comico ed amico di Moliere;

Il signor PIRLONE ipocrita;

LEANDRO cittadino, amico di Moliere;

Il conte LASCA;

FORESTA servente di Moliere;

LESBINO servitor di Moliere.

La Scena si rappresenta in Parigi, in casa di Moliere, in una camera terrena con tre porte.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA Moliere e Leandro.

LEAN.               Eh via, Moliere, amico, mostratevi gioviale;

Un autor di commedie, un uom che ha tanto sale, Che con le sue facezie fa rider tutto il mondo, Co’ propri amici in casa non sarà poi giocondo?

MOL.                 Oh quanto volentieri al diavol manderei

Tutte le mie commedie e i commedianti miei!

LEAN.               Oh bella, oh bella, affè, or sembra che v’attedie

L’amabile esercizio di schiccherar commedie; E pur v’hanno acquistato la protezion reale, E un migliaio di lire di pensione annuale.

MOL.                 Servir sì gran monarca, se non foss’io obbligato,

Vorrei andare a farmi rimettere soldato, O sopra una montagna a viver da eremita, Anzi che pel teatro menar sì dura vita.

LEAN.               Ma ditemi, di grazia: dite, che cosa avete?

MOL.                 Deh, non mi fate dire... Per carità, tacete.

Il pubblico indiscreto non si contenta mai. Oh quanti dispiaceri, quanti affanni provai! E quel ch’or mi deriva da’ miei nemici fieri, Sembravi ch’esser possa un dispiacer leggieri?

LEAN.               Dir v’intendete forse, d’allor che l’Impostore

Vi venne proibito?

MOL.                                               Di quello, sì signore.

Noi tutti eravam lesti; di popolo era piena, Come di Francia è l’uso, oltre il parter, la scena; Quando a noi giunse un messo col reale decreto, In cui dell’Impostore lessi il fatal divieto.

LEAN.               Ma se vi fu sospeso un’altra volta ancora,

Perché violare ardiste l’ordine uscito allora?

MOL.                 Il Re dappoi lo lesse, e l’approvò egli stesso,

E di riporlo in scena diemmi il real permesso. Fu mia sventura estrema, che in Fiandra indi sen gisse, E la licenza in voce mi ha data, e non la scrisse. Spedito ho immantinente un abile soggetto, E a momenti la grazia in regal foglio aspetto. Vedranno quei ministri, che a me non prestan fede, Che a Molier si fa torto, quando a lui non si crede. E gl’ipocriti indegni spero avran terminato Di cantar il trionfo, ch’hanno di me cantato.

LEAN.               Ma per dir vero, amico, avete agl’impostori

Rivedute le buccie.

MOL.                                                 Eh, che son traditori.

Dall’altra trista gente difender ci possiamo;


Ma non dagl’inimici che noi non conosciamo.

Ed è, credete, amico, santa, lodevol opra

Che l’arte degl’indegni si sappia e si discopra.
LEAN.               Basta, vi passo tutto; ma vedervi desio

Senza pensieri tristi, allegro qual son io.
MOL.                 Un uom che ha il peso grave di dar piacere altrui,

Non può sì lietamente passare i giorni sui.

Voi altro non pensate, che a divertir voi stesso;

Viver senza pensieri a voi solo è permesso.
LEAN.               È tutto il gran pensiere, che m’occupa la mente,

La mattina per tempo bilanciar seriamente

Qual partita d’amici a scegliere ho in quel giorno,

Per passar la giornata in questo o in quel contorno.
MOL.                 Siate più moderato: so io quel che ragiono.

LEAN.               Viver, viver vogl’io. Filosofo non sono.

MOL.                 E ben: chi viver brama dee usar moderazione.

LEAN.               Chi sente voi, Moliere, io sono un crapulone.

MOL.                 A un amico si dice la verità sincera:

Qual siete la mattina, voi non siete la sera.
LEAN.               Bevo, eh?

MOL.                                   Sì, un po’ troppo.

LEAN.                                                             E il vin desta allegria.

MOL.                 Talvolta...

LEAN.                                 E il vostro latte v’empie d’ipocondria.

Fate così anche voi: bevete, e state allegro

Che latte? altro che latte! mescete bianco e negro.
MOL.                 Voi non m’insegnerete una sì trista scuola.

LEAN.               Né io la vostra imparo; no, sulla mia parola.

MOL.                 Oibò, quell’inebriarsi!

LEAN.                                                    Ditemi, amico mio,

A letto più contento andate voi, o io?
MOL.                 Voi non potete dire d’andar contento a letto,

Un ebrio non discerne il bene dal difetto.
LEAN.               Oh, oh! mi ha inaridito filosofia il palato.

Ecco, per causa vostra sentomi già assetato.
MOL.                 Volete il tè col latte?

LEAN.                                                  No, no, non m’abbisogna:

Più tosto una bottiglia del Reno o di Borgogna.
MOL.                 A quest’ora?

LEAN.                                   Non bevo, come voi vi credete,

Quando suonano l’ore, ma bevo quando ho sete.

Se foste galantuomo, di quegli amici veri,

Me la fareste dare adesso.
MOL.                                                           Volentieri.

Dalla Béjart potete andar per parte mia;

Il vin che più vi piace, fate ch’ella vi dia.
LEAN.               Ah! sì sì, la Béjart a voi fa la custode!

MOL.                 Ell’è una brava attrice, che merta qualche lode:

Son anni che viviamo in buona compagnia,

Ed ella gentilmente mi fa l’economia.
LEAN.               Ehi, per cagion di questa, un dì mi fu narrato,


Che al comico mestiere vi siete abbandonato.
MOL.                 No, no, son favolette.

LEAN.                                                  Eh taci, malandrino,

Ti piacciono le donne.
MOL.                                                      Quanto a voi piace il vino.

LEAN.               Bada bene, che il vino non mi può far quel danno,

Che agli uomini sovente le femmine fatt’hanno.
MOL.                 Vedo venire a noi della Béjart la figlia.

LEAN.               Amico, l’occasione che cosa ti consiglia?

Sono del sangue istesso.
MOL.                                                        Via, via, siete sboccato.

LEAN.               Un comico poeta s’avrà scandalizzato?

Di quello che tu vuoi; la gente è persuasa

Che, come sul teatro, tu fai le scene in casa.
MOL.                 Giudizio, se si può, giudizio, chiacchierone.

LEAN.               Osserva, se ho giudizio; non ti do soggezione.

Addio.
MOL.                              Dove, signore?

LEAN.                                                      A bere una bottiglia,

E a trattener la madre, fin che stai colla figlia.

SCENA SECONDA Moliere, poi Isabella.

MOL.                 Oh bel temperamento è quello di costui!

Se il vin non l’opprimesse, meglio saria per lui.

Quanto più l’amerei, s’ei fosse men soggetto...

Ma ecco l’idolo mio, ecco il mio dolce affetto.

Il duol dal mio pensiero dileguar può ella sola;

E quando lei rimiro, sua vista mi consola.
ISAB.                 Poss’io venir?

MOL.                                        Venite.

ISAB.                                                   Mi treman le ginocchia.

MOL.                 Perché?

ISAB.                              Perché mia madre mi seguita e m’adocchia.

MOL.                 Crediam ch’ella s’avveda del ben che vi vogl’io?

ISAB.                 Non già del vostro affetto, ma s’avvedrà del mio.

MOL.                 Perché dovrebbe accorgersi di voi più che di me?

ISAB.                 Perché l’affetto vostro pari del mio non è.

Perché v’amo più molto di quel che voi mi amate,

E quanto amate meno, tanto più vi celate.
MOL.                 Eh furbetta! furbetta! Che arrabbi, s’io lo credo.

ISAB.                 Voi l’amor mio vedete; il vostro io non lo vedo.

Eccomi, perch’io v’amo, arrischio esser battuta;

Se foste a me venuto, qui non sarei venuta.
MOL.                 Ah! quanto verrei spesso a rendermi felice,

Se sdegnar non temessi la vostra genitrice!
ISAB.                 Ma se è ver che mi amate, perché darmi martello?


Levatemi di pena, e datemi l’anello.
MOL.                 Cospetto! S’ella viene a rilevar tal fatto,

Va a soqquadro la casa, ci ammazza tutti a un tratto.

Ella non vuol sentir...
ISAB.                                                     Sì, sì, non vuol sentire.

Tutto, tutto mi è noto.
MOL.                                                      Che intendete voi dire?

ISAB.                 La mia discreta madre ha delle pretensioni

Sopra del vostro cuore; ed ecco le ragioni

Per cui, quanto più v’amo, sarò più sfortunata,

Per cui sarò ben tosto schernita e abbandonata.
MOL.                 Eh, può la madre vostra cangiar le voglie sue;

A lasciar sarei pazzo il vitello pel bue.
ISAB.                 Il vitello pel bue? È femmina mia madre.

MOL.                 Ah, ah, maliziosetta! Ah, pupillette ladre!

Vi ho amata dalle fasce, nascere vi ho veduta,

E sotto gli occhi miei siete in beltà cresciuta.
ISAB.                 Nascere mi vedeste? Oh cieli, non vorrei

Che fossero vietati perciò nostri imenei.
MOL.                 Ma voi rider mi fate.

ISAB.                                                   Quel riso non mi piace.

MOL.                 Sì, sarete mia sposa; su via, datevi pace.

ISAB.                 Ecco mia madre: oimè!

MOL.                                                        Conviene usar qualch’arte:

Avete nelle tasche qualche comica parte?
ISAB.                 Ho quella di Marianna... (Isabella cava di tasca la parte)

MOL.                                                        Sì, sì, nell’Impostore.

Via, presto: Atto secondo. La figlia e il genitore.

(Moliere tira fuori la commedia dell’Impostore)
ISAB.                 Marianna.

Signor padre. (leggendo)
MOL.                                                        Qui vieni, ho da parlarti.

Accostati, in segreto io deggio ragionarti.

SCENA TERZA

La Béjarte detti.

BÉJ.                    (resta in disparte ascoltando)

MOL.                 Marianna, ho conosciuto che di buon cuor tu sei,

Onde a te, più che agli altri, donai gli affetti miei.
ISAB.                 Padre, tenuta i’ sono al vostro dolce affetto.

MOL.                 (Ella ci sta ascoltando). (piano a Isabella)

ISAB.                                                     (Se lo dico: è in sospetto). (fa lo stesso)

BÉJ.                   (S’avanza bel bello)

MOL.                 Che cosa fate lì? Voi siete curiosa

Standoci ad ascoltare...
BÉJ.                                                           Vi è qualche arcana cosa,

Ch’io sapere non deggia? (a Moliere)


MOL.

Con vostra permissione

Provavasi la scena fra Marianna ed Orgone.

Veduta non vi aveva. La parte eccola qui:

Voi siete curiosa: Orgon dice così.

BÉJ.

Ma qual necessità di ripassar trovate

Parte di una commedia, ch’è fra le condannate?

MOL.

Torni il compagno nostro, torni Valerio a noi,

E se più fia sospesa, lo vederete poi.

A’ piedi del monarca spedito ho a tale oggetto

Il giovine gentile, e comico perfetto.

BÉJ.

E a voi chi diè licenza venire in questi quarti,

A farvi da Moliere veder le vostre parti? (ad Isabella)

MOL.

Via, la vostra figliuola è una fanciulla onesta.

ISAB.

Egli non mi ha veduta, signora, altro che questa.

BÉJ.

Via di qua, sfacciatella.

ISAB.

(Sì, sì, borbotti pure). (da sé)

So qual rimedio alfine avran le mie sventure. (leggendo)

BÉJ.

Olà, che cosa dici?

ISAB.

Diceva la mia parte.

MOL.

(Quella patetichina ha pure la grand’arte!) (da sé)

BÉJ.

Con me le vostre parti ripasserete poi.

ISAB.

Quel che Molier m’insegna, non m’insegnate voi. (parte)

SCENA QUARTA

Moliere e la Béjart.

BÉJ.

Udiste l’insolente?

MOL.

Signora, perdonate.

Perché di precettore la gloria or mi levate?

BÉJ.

Eh, galantuom mio caro, i sensi di colei

Semplici non son tanto. Conosco voi, e lei.

MOL.

Ma come! io non intendo...

BÉJ.

Vi parlerò più schietto.

Mia figlia voi guardate, mi par, con troppo affetto.

MOL.

L’amai sin dalle fasce.

BÉJ.

È ver, ma è differente,

Dal conversar passato, il conversar presente.

MOL.

Allora io la baciava, ed era cosa onesta;

Adesso far nol posso: la differenza è questa.

BÉJ.

Su via, se voi l’amate, svelatelo alla madre.

MOL.

(Svelarlo non mi fido). (da sé) Io l’amo come padre.

BÉJ.

Se con amor paterno la mia figliuola amate,

D’assicurar sua sorte dunque non ricusate.

MOL.

Volete maritarla?

BÉJ.

È troppo giovinetta.

MOL.

Anzi pel matrimonio è in un’età perfetta.

Ma che ho da far per lei?

BÉJ.

Amate esser suo padre?


MOL.

Questo è quel ch’io desio.

BÉJ.

Sposatevi a sua madre.

MOL.

Che siete voi.

BÉJ.

Sì, io sono. Mi reputate indegna

Di aver per voi nel dito la coniugale insegna?

MOL.

Signora... in verità... voi meritate assai.

BÉJ.

Vi spiace mia condotta?

MOL.

Vi lodo, e vi lodai.

BÉJ.

Circa l’età, mi pare...

MOL.

Eh, non parliam di questo.

BÉJ.

Nel mio mestier son franca.

MOL.

È vero, anch’io l’attesto.

BÉJ.

Quest’è la miglior dote, che vaglia a un commediante.

MOL.

Assai più ch’io non merto, dote avete abbondante.

BÉJ.

Dunque che più vi resta, per dir di sì a drittura?

MOL.

Signora, il matrimonio mi fa un po’ di paura.

BÉJ.

Perché?

MOL.

Perché son io geloso alla follia.

BÉJ.

Non credo, no, che abbiate in capo tal pazzia.

Ma se nudrir voleste il crudo serpe in seno,

Moglie non giovinetta temer vi faria meno.

MOL.

Anzi, più che si vive, più a vivere si apprende;

Più cauta, e non più saggia, l’età la donna rende.

BÉJ.

Moliere, un tal discorso non è da vostro pari.

MOL.

Lasciatemi scherzare. Non ho che giorni amari;

E cerco, quando posso, di dir la barzelletta

Che tocca e non offende, e rido, e mi diletta.

BÉJ.

Piacemi di vedervi allegro e lieto in faccia.

SCENA QUINTA Valerio e detti, poi Lesbino.

MOL.                 Oh Valerio, Valerio! Venite alle mie braccia.

Che nuova mi recate?
VAL.                                                    Ecco il real decreto,

Che revoca ed annulla il sofferto divieto.
MOL.                 Oh me contento! Presto, ehi, chi è di là?

LESB.                                                                                 Signore.

MOL.                 Che s’esponga il cartello; s’inviti all’Impostore

Per questa sera: andate.
LESB.                                                       Affè, ch’io son contento;

Gl’ipocriti averanno stasera il lor tormento. (parte)
MOL.                 Presto, signora, andate a riveder le carte;

E a voi e a vostra figlia ripassate la parte.
BÉJ.                   (Ah, vo’ veder se puote assicurar la mia sorte.

L’acquisto d’uomo dotto e amabile in consorte). (parte)


SCENA SESTA

Moliere e Valerio.

MOL.                 E ben, narrate, amico, come la cosa è andata.

VAL.                  Il Re, pien di clemenza, la supplica ha accettata.

Fe’ stendere il decreto; indi mi disse ei stesso,

Che odiava sopra tutto d’ipocrisia l’eccesso.

È sua mente sovrana, che i perfidi impostori

Si vengano a specchiare ne’ loro propri errori;

E il mondo illuminato vegga la loro frode,

E diasi all’autor saggio, qual si convien, sua lode.
MOL.                 Ah! questo foglio, amico, mi fa gioir non poco;

Avranno gl’inimici finito il loro gioco.

Gran cosa! a niun fo male, e son perseguitato;

Il pubblico m’insulta, e al pubblico ho giovato.

Di Francia era, il sapete, il comico teatro

In balia di persone nate sol per l’aratro.

Farse vedeansi solo, burlette all’improvviso,

Atte a muover soltanto di sciocca gente il riso.

E i cittadin più colti e il popolo gentile

L’ore perdean preziose in un piacer sì vile:

Gl’istrioni più abietti venian d’altro paese

A ridersi di noi, godendo a nostre spese;

Fra i quali Scaramuccia, siccome tutti sanno,

Dodicimila lire si fe’ d’entrata l’anno;

E i nostri cittadini, con poco piacer loro,

Le sue buffonerie pagarno a peso d’oro.

Tratto dal genio innato e dal desio d’onore,

Al comico teatro died’io la mano e il cuore;

A riformar m’accinsi il pessimo costume,

E fur Plauto e Terenzio la mia guida, il mio lume.

L’applauso rammentate dell’opera mia prima;

Meritò lo Stordito d’ogn’ordine la stima;

E il Dispetto amoroso e le Preziose vane

Mi acquistarono a un tratto l’onor, la gloria, il pane.

E si sentì alla terza voce gridar sincera:

Molier, Molier, coraggio; questa è commedia vera.
VAL.                  Per tutto ciò dovreste gioia sentir, non pena,

D’aver lasciato il Foro per la comica scena.

Coraggio, anch’io ripeto, coraggio.
MOL.                                                                         Sì, coraggio.

Mi dà ragion d’averlo il popol grato e saggio. (lo dice per ironia)

Quel tale Scaramuccia, di cui parlai poc’anzi,

Andato era a Firenze co’ suoi felici avanzi.

Lo maltrattaro i figli, lo bastonò sua moglie;

Ei lasciò lor suoi beni, per viver senza doglie;

E tornato a Parigi a ricalcar la scena,

Le logge e la platea, ecco, di gente ha piena.

Il pubblico che avea gusto miglior provato,


Eccolo nuovamente al pessimo tornato.

E in premio a mie fatiche (perciò arrabbiato i’ sono)

Corrono a Scaramuccia, lascian me in abbandono.
VAL.                  Per un uom qual voi siete, questo è pensier che vaglia?

Non vedete, signore, che quel foco è di paglia?

Non bastavi per voi che siansi dichiarati

E serbinsi costanti i saggi e i letterati?

Ah, questa gloria sola ogni disgusto avanza.
MOL.                 Del pubblico m’affligge la facile incostanza.

VAL.                  Il pubblico, il sapete, è un corpo grande assai,

Tutti membri perfetti non ha, non avrà mai.
MOL.                 Orsù, andiamo a raccorre quanti faran rumori,

Per il cartello esposto, i garruli impostori.
VAL.                  Questa commedia vostra ognun vedere aspetta.

MOL.                 Che bel piacere, amico, è quel della vendetta!

Però vendetta tale, che il giusto non offenda,

E che utile a’ privati e al pubblico si renda.

E solo in questa guisa io soglio vendicarmi:

La verità e l’onore son le mie sole armi. (parte)
VAL.                  Armi di lui ben degne, di lui ch’ebbe da’ numi

La forza di correggere i vizi e i rei costumi;

E il dolce mescolando alla bevanda amara,

Fa che l’uom si diletti, mentre virtute impara. (parte)


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Pirlone, poi Foresta.

PIRL.                 Chi è qui? Non c’è nessuno?

FOR.                                                                Serva, signor Pirlone.

Chi cerca? Che comanda?
PIRL.                                                           Dov’è il vostro padrone?

FOR.                  Uscito è fuor di casa.

PIRL.                                                    Ah, povero sgraziato!

FOR.                  Oimè! Che gli è accaduto?

PIRL.                                                             Moliere è rovinato.

FOR.                  Oimè! Qualche disgrazia?

PIRL.                                                           Veduto ho quel cartello,

Per cui sul di lui capo cadrà qualche flagello.

La carità mi sprona venirlo ad avvertire

Del mal, se non rimedia, che gli potria avvenire.
FOR.                  Ma se la sua commedia è contro gl’impostori,

Anche la gente trista avrà i suoi difensori?
PIRL.                 Ah Foresta, Foresta, voi non sapete nulla;

Son l’arti del maligno ignote a una fanciulla

Finge prender di mira soltanto l’impostura,

Ma gli uomini dabbene discreditar procura.

Tutte sospette ei rende le azion di gente buona,

E ai più casti e ai più saggi Molier non la perdona.

Se d’una verginella uom saggio è precettore,

Chi sente quel ribaldo, le insegna a far l’amore.

Chi va di casa in casa con utili consigli,

Va per tentar le mogli, va per sedurre i figli.

Chi i miseri soccorre, e presta il suo denaro,

Lo fa per la mercede, lo fa perch’è un avaro.

Confonde i tristi e i buoni, scema a ciascun la fede,

E il popolo ignorante l’ascolta, e tutto crede.

Basta, non so che dire, io parlo sol per zelo.

L’illumini ragione; lo benedica il cielo.
FOR.                  Ma che mai giudicate possa accader di male,

Se dell’avviso a tempo quest’uom non si prevale?
PIRL.                 Ei vanta una licenza, o falsa, o almen carpita,

E il suo soverchio ardire gli costerà la vita.

E i miseri innocenti, che hanno che far con lui,

Saranno castigati per i delitti sui.
FOR.                  Io patirei, signore? Son serva, ma innocente.

PIRL.                 È sempre in gran periglio, chi serve un delinquente.

FOR.                  Voi mi mettete in corpo timor non ordinario.

Spiacemi che il padrone mi dava un buon salario.
PIRL.                 Non temete, che il cielo ama le genti buone;

Io, se di qua partite, vi troverò il padrone.


FOR.                  Mi dà sei scudi il mese.

PIRL.                                                        E ben, sei scudi avrete.

FOR.                  E mi regala.

PIRL.                                     È giusto; regalata sarete.

FOR.                  Ma chi sarà il padrone? Conoscerlo desìo.

PIRL.                 Sentite, in confidenza, il padron sarò io.

Son solo, solo in casa, nessun colà mi osserva,

Col tempo diverrete padrona, anzi che serva.

A voi darò le chiavi del pan, del vin, dell’oro,

E viverete meco almen con più decoro.

Che bell’onore è il vostro, servir gente da scena,

Gente dell’ozio amica, e di miserie piena!

Meco direte almeno: son serva d’un mercante,

Ricco d’onor di fede, e ricco di contante.
FOR.                  (Quest’ultima mi piace).

PIRL.                                                        E ben, che risolvete?

FOR.                  Signore, ho già risolto; verrò, se mi volete.

Stanca son di servire due femmine sguaiate,

Che taroccar principiano, tosto che sono alzate;

Ed un padron che monta in collera per nulla;

Che fa tremare i servi, quando il cervel gli frulla.
PIRL.                 Ecco quell’uom dabbene che fa da saccentone,

Frenar non sa in se stesso collerica passione.

Ehi! dite, in segretezza: con queste donne sue

Molier come la passa?
FOR.                                                       Fa il bello a tutte due.

PIRL.                 Oh comico scorretto! Con voi, la mia fanciulla,

Ha mai quell’uomo audace tentato di far nulla?
FOR.                  M’ha fatto certi scherzi.

PIRL.                                                        Presto, presto, fuggite.

In casa mia l’onore a ricovrar venite.

Ma, ditemi, potrei parlar, per lor salute,

A queste sventurate due femmine perdute?
FOR.                  La madre collo specchio si adula e si consiglia.

PIRL.                 Misera abbandonata! Parlerò colla figlia.

FOR.                  Or ora ve la mando. Domani son da voi.

PIRL.                 Vivrem, se il ciel lo vuole, in pace fra di noi.

FOR.                  (Servir un uomo solo, un uomo ricco e vecchio?

A far la mia fortuna in breve m’apparecchio). (parte)

SCENA SECONDA

Pirlone, poi Isabella.

PIRL.                 Molier di noi fa scena, ci tratta da inumano,

E noi sarem veduti star colle mani in mano? L’onor ci leva e il pane sua lingua maledetta, E la natura istessa ci sprona a far vendetta: Poiché viviam, meschini, di dolce ipocrisia,


Come quest’uomo vile vive di poesia. Seminerò discordie fra queste donne e lui; Procurerò distorle dalli consigli sui. E se la sorte amica seconda il mio disegno, Oggi la ria commedia non si farà, m’impegno.

ISAB.                 Chi mi cerca?

PIRL.                                        Figliuola, vi benedica il cielo.

Perdonate, vi prego, la libertà, lo zelo, Con cui per vostro bene io vengo a ragionarvi. Ah, voglia il ciel pietoso che vaglia a illuminarvi!

ISAB.                 Signor, mi sorprendete. Che mai dovete dirmi?

PIRL.                 Presto, prima che giunga Moliere ad impedirmi.

Figlia, voi siete bella, voi siete giovinetta, Ma un’arte scellerata seguir vi siete eletta. Piange ciascun che voi, di vezzi e grazie piena, L’onor prostituite sulla pubblica scena. Ah! peccato, peccato, che il vostro amabil volto S’esponga ai risi, ai scherni del popol vario e folto! E quella che farebbe felice un cavaliere, Mirisi sul teatro, seguace di Moliere. Ma peggio, peggio ancora; si mormora e si dice Che siate due rivali figliuola e genitrice, E che quel disonesto ridicolo ciarlone Voi misera instruisca in doppia professione.

ISAB.                 Signor, mi maraviglio, io sono onesta figlia:

Moliere è un uom dabbene, e al mal non mi consiglia.

PIRL.                 Non basta no, figliuola, il dire io vivo bene,

Ma riparar del tutto lo scandalo conviene. Ditemi, in confidenza, ma a non mentir badate, Voi stessa ingannerete, se me ingannar pensate. Il ciel, che tutto vede, m’inspira e a voi mi manda; Il ciel colla mia bocca v’interroga e domanda: Avete per Moliere fiamma veruna in petto?

ISAB.                 (Mentire non degg’io). Signor, gli porto affetto.

PIRL.                 Buono, buono; seguite. Affetto di qual sorte?

ISAB.                 Mi ha data la parola d’essere mio consorte.

PIRL.                 La madre v’acconsente?

ISAB.                                                        La madre non sa nulla.

PIRL.                 Vi par che un tale affetto convenga a una fanciulla?

A una fanciulla onesta legarsi altrui non lice, Se non l’accorda il padre, ovver la genitrice. Perché non dirlo a lei?

ISAB.                                                     Perché... perché so io.

PIRL.                 Figliuola, non temete; v’è noto il zelo mio.

ISAB.                 Perché mia madre ancora... oimè!

PIRL.                                                                         Via presto, dite.

ISAB.                 Ama Moliere anch’essa.

PIRL.                                                        Oh ciel! Voi m’atterrite.

Oh perfido Moliere! Oh uomo senza legge! E il ciel non ti punisce? E il ciel non ti corregge? Fuggite, figlia mia, fuggite un uomo tale,


Pria che la sua immodestia vi faccia un peggior male.
ISAB.                 Ma come da Moliere potrei allontanarmi?

Son povera fanciulla, desio d’accompagnarmi.
PIRL.                 Vi troverò marito. Vi troverò la dote.

Vi metterò fra tanto con pie donne e divote.

Io so che vi sospira per moglie un cavaliere;

Ma tace, perché fate quest’orrido mestiere.

Però col tralasciarlo, mostrando il pentimento,

L’amante che v’adora, sarà di voi contento.

Ah! s’oggi v’esponete, pensateci ben bene,

Perdete una fortuna che a voi meglio conviene.
ISAB.                 E il povero Moliere?

PIRL.                                                    Inutili riflessi!

La carità, figliuola, principia da noi stessi.
ISAB.                 Oimè!

PIRL.                            Su via, coraggio. Fanciulla, io vi prometto,

Che dama voi sarete di sposo giovinetto.

Per questa sera sola di recitar lasciate,

E se il ver non vi dico, a recitar tornate.
ISAB.                 (Ah, non fia ver ch’io manchi di fede al mio Moliere).

Signore, io per marito non merto un cavaliere.

Di comica son figlia, e sol quest’arte appresi,

Arte che sol da voi trista chiamare intesi.
PIRL.                 Fia bella se credete ai vostri adulatori,

Che nome di virtude dar sogliono agli errori,

Ma io che dico il vero, e lusingar non soglio,

Sostengo che il teatro all’innocenza è scoglio.
ISAB.                 Ecco la madre mia; deh per pietà, signore,

A lei non isvelate il mio nascosto ardore.
PIRL.                 Eh! san maggiori arcani tacere i labbri miei.

(Oggi, per quanto io posso, tu recitar non dei).

SCENA TERZA La Béjarte detti.

BÉJ.                    Ma voi, fanciulla mia, vivete a modo vostro;

Pochissimo vi piace di star nel quarto nostro.
ISAB.                 Signora...

PIRL.                                 Perdonate. Il mancamento è mio.

Meco può star la figlia; sapete chi son io.
BÉJ.                    Con altri che con voi trovata s’io l’avessi,

La picchierei. Sfacciata! Stamane la corressi.

La parte di Marianna a ripassare andate.
ISAB.                 (Ah! per amor del cielo, signor, non mi svelate). (Piano a Pirlone, e parte)

SCENA QUARTA


Pirlone e la Béjart.

BÉJ.                    Che inutili discorsi facea quella sguaiata?

PIRL.                 Per suo, per vostro bene, sinor l’ho esaminata,

Ed ho scoperto cose, che a voi son forse ignote.

Signora, a vostra figlia preparate la dote.
BÉJ.                    Che? Vuol ella marito?

PIRL.                                                        Lo vuole, e l’ha trovato.

BÉJ.                    Chi fia costui?

PIRL.                                          Moliere.

BÉJ.                                                           Moliere! Ah scellerato!

PIRL.                 Ma vi è di peggio.

BÉJ.                                                 Io fremo.

PIRL.                                                               Vuol stasera sposarla.

BÉJ.                    Come!

PIRL.                            A voi sul teatro medita d’involarla.

E dopo la commedia, che a lui per questo preme,

Li aspetta una carrozza, e fuggiranno insieme.
BÉJ.                    Ah traditore!

PIRL.                                        A tempo io fui di ciò avvisato.

Ho corretto Isabella, e in parte ho rimediato

Però non vi consiglio condurla a recitare;

Egli potria sedurla, e farvela involare.

State con essa in casa, datele soggezione.

Vada Molier, se vuole, a far solo il buffone.
BÉJ.                    Sì, sì, la mia figliuola e me per questa sera

Moliere sul teatro vedere invano spera.

Ringrazio il cielo e voi d’avermi illuminata

Ah, sono dall’indegno tradita, assassinata!
PIRL.                 Vado, che se venisse Moliere, or si diria

Che quest’opera buona è mera ipocrisia.

S’ei sa ch’io sia venuto a discoprir l’arcano,

Quante udirete ingiurie scagliarmi il labbro insano!

E chiamo in testimonio di quel ch’io dico, il cielo:

Guidommi a questa casa la caritade, il zelo.

Sia di me, di mia fama, quello che vuol la sorte

Al prossimo giovando, incontrerei la morte. (parte)

SCENA QUINTA La Béjart, poi Foresta.

BÉJ.                   Ah perfido Moliere! Figlia mendace e fella!

Foresta.

FOR.                               Mia signora.

BÉJ.                                                      Chiamatemi Isabella. (Foresta via)

M’accorsi dell’amore, che avea per lei l’indegno, Ma giunger non credea dovesse a questo segno.


E meco fa il geloso, di scherzar si compiace, E finge, e mi lusinga? Oh comico mendace!

SCENA SESTA La Béjart, Isabella e Foresta.

BÉJ.                    Venite, graziosina, voglio parlarvi un poco.

Di me, degli ordin miei voi vi prendete gioco?

Indegna, sfacciatella, sapete voi chi sono?
ISAB.                 (Ah traditor!) Signora, a voi chiedo perdono. (s’inginocchia)

BÉJ.                   Alzatevi.

ISAB.                                Non m’alzo, finché vi vedo irata.

FOR.                  (Sta a veder che Isabella ha fatto la frittata). (da sé)

BÉJ.                   Alzatevi, vi dico.

ISAB.                                            Signora... (s’alza)

BÉJ.                                                               Cuor briccone!

Io non so che mi tenga, che non ti dia un ceffone.
FOR.                  Signora, ch’ha ella fatto?

BÉJ.                                                           L’amor fa con Moliere.

FOR.                  Questo delle fanciulle è il solito mestiere.

BÉJ.                   Indegna! Era disposta di prenderlo in marito.

FOR.                  È in età, poverina, da sentirne il prurito.

BÉJ.                   Tu dunque, schioccherella, daresti a lei ragione?

FOR.                  Patisco anch’io quel male... Zitto, viene il padrone.

SCENA SETTIMA Moliere e dette.

MOL.                 Fremano pur gli audaci, ardano d’ira il petto:

Al teatro, al teatro, questa sera li aspetto;

A voi mi raccomando; in vostra man l’onore,

Male o ben recitando, sta del povero autore. (alle donne)
BÉJ.                    Mia figlia ha il mal di capo, di lei conto non fate.

Andate a coricarvi. (ad Isabella)
MOL.                                                 Oimè ! Voi m’ammazzate. (alla Béjart)

Ah, per amor del cielo, figliuola mia diletta... (ad Isabella)
BÉJ.                    Non recita, vi dico. Olà, parti, fraschetta. (ad Isabella)

ISAB.                 (Misera sventurata, che mi fidai d’un empio!

Oh sì, che quel ribaldo m’ha dato un buon esempio!) (parte)

SCENA OTTAVA Moliere, la Béjart.


MOL.                 Cieli! Che avvenne mai? e che ha l’Isabellina?

Se manca alla commedia, vuol far la mia rovina.

Sospeso un’altra volta diran ch’è l’Impostore:

Che falsa è la licenza, ch’io sono un mentitore.

E l’interesse vostro forse è minor del mio? (alla Béjart)
BÉJ.                    Non recita Isabella, né recitar vogl’io.

MOL.                 Come! Così parlate? V’è noto il nostro impegno?

Ah, voi siete una pazza.
BÉJ.                                                           E voi siete un indegno. (parte)

SCENA NONA

Moliere e Foresta.

MOL.                 Foresta, ah, donde viene sì strana escandescenza?

FOR.                  Signor padron, vi prego darmi la mia licenza.

MOL.                 Che dici?

FOR.                                  La licenza chiedo per andar via.

MOL.                 Andar senza ragione ten vuoi di casa mia?

Vo’ che mi dica il vero, o via non anderai.
FOR.                  Fanciulla eternamente di viver non giurai.

Io voglio maritarmi, a star così patisco;

Non voglio più servire. Padron, vi riverisco. (parte)

SCENA DECIMA

Moliere solo.

MOL.                 Oh ciel! rivolte ho contro tre femmine ad un tratto.

Perché mai? Voglion farmi costor diventar matto? E Isabella che mi ama, o finge almen d’amarmi, Colla crudel sua madre congiura a rovinarmi? Ma, oimè! la dura pena del mio schernito amore È vinta dal periglio, in cui posto è l’onore. Ah maledetto il giorno, che appresi un tal mestiere! Meglio era con mio padre facessi il tappezziere. Mio zio per la commedia mi tolse al mio esercizio, Diè morte a’ miei parenti, e fe’ il mio precipizio. Studiai; ma che mi valse lo studio sciagurato, Se dopo aver il Foro per pochi dì calcato, A questa lusinghiera novella professione Diabolica mi spinse violenta tentazione? Ecco il piacer ch’io provo, in premio al mio sudore. Sto in punto, per due donne, di perdere l’onore. E tutta la fatica ch’io spesi in opra tale, E il procurar ch’io feci il decreto reale,


E il dir che per le vie s’è fatto, e per le piazze, Inutile fia tutto per ragion di due pazze. Ed io sarò sì stolto di seguitare un gioco, In cui s’arrischia tanto, e si guadagna poco?

SCENA UNDICESIMA Valerio e detto.

VAL.                  Molier, son prese tutte le logge del teatro,

I posti del parterre, quei dell’anfiteatro;

E il popol curioso, ripieno di contento,

Di veder l’Impostore sollecita il momento.
MOL.                 Vorrei che andasse a foco il teatro e le scene,

E i comici e le donne alle tartaree pene.
VAL.                  Signor, ben obbligato. Dove l’autor mandate?

MOL.                 A divertir Plutone fra l’anime dannate.

VAL.                  Queste parole sono da uomo disperato.

MOL.                 Parole da mio pari.

VAL.                                                  Oimè! che cosa è stato?

MOL.                 Sdegnata la Béjart, non so per qual cagione,

Di sé, della figliuola, contro al dover dispone.

Che in scena non verranno protesta in faccia mia;

Ragion di ciò le chiedo, m’insulta e fugge via.

Vi è nota l’odiosa superbia di tai donne.

Io non ho sofferenza di taccolar con gonne.
VAL.                  Come! di quelle stolte sarà dunque in balia

All’ultima rovina ridur la compagnia?

Pur troppo abbiam sofferto, per causa dei nemici,

Senza guadagno alcuno, de’ giorni aspri infelici.

Mi sentiran ben esse, e meco parleranno

Tutti i compagni nostri, per non soffrire il danno.

Molier, non dubitate, in scena le vedrete.

Minaccerò, se giova, le femmine indiscrete. (parte)

SCENA DODICESIMA Moliere e poi Leandro.

MOL.                 Sì, sì, fra poco i’ spero veder le donne irate

Per opra di Valerio alla ragion tornate.

Ma come in un momento cambiossi madre e figlia?

E fin la serva istessa? Qualch’empio le consiglia.

Qualch’empio seduttore le rese a me discordi;

Ma farò, se lo scopro, che di me si ricordi.
LEAN.               Molier, le tue bottiglie gettar puoi tu nel fiume.

Ah, ne ho bevute un paio, che incanteriano un nume.


Il tuo Borgogna amaro non mi è piaciuto un fico. Oh, che vin di Sciampagna bevuto ho da un amico! Con due fette di pane salato e abbrustolato, Tracannai due bottiglie di vino prelibato.

MOL.                 Buon pro vi faccia. (Oh donne! oh donne indiavolate!)

LEAN.               Forte, schiumoso e bianco...

MOL.                                                               Oh ciel! Voi m’annoiate.

LEAN.               Ecco qui; maledetta la vostra ipocondria;

Cogli orsi siete degno di stare in compagnia. Eh, non pensate a nulla, fate il vostro mestiere: Ogni due versi, o quattro, bevetene un bicchiere, E dopo d’ogni scena, una bottiglia almeno, E terminando ogni atto, un grosso fiasco pieno. Indi, finita l’opra, se stanco è l’intelletto, Bevete, e poscia andate caldo dal vino a letto. Il vino è quel che accende la nostra fantasia: Pel comico poeta vi vuol dell’allegria.

MOL.                 Se aveste da comporre dei versi, o delle prose,

Oh sì, col vostro vino fareste le gran cose!

LEAN.               Eh, s’io compor dovessi, opre farei più amene:

Non già come le vostre di freddure ripiene. Poiché, Molier mio caro, per dir la cosa schietta, Nelle commedie vostre vi è sempre la burletta. Staccar non vi potete dal basso e dal triviale; Il vostro stile è buono, ma non è sempre eguale.

MOL.                 Io soffro da un amico esser ripreso, e taccio.

Vario è il mio stile, è vero, ma a caso non lo faccio. Io parlo agli artigiani, io parlo ai cavalieri; A ognun nel suo linguaggio parlar fa di mestieri. Onde in un’opra istessa usando il vario stile, Piace una scena al grande, piace una scena al vile. Se per la gloria sola l’opere mie formassi, E di piacer a tutti per l’util non curassi, Con tempo e con fatica anch’io forse potrei D’alto sonoro stile ornare i versi miei.

LEAN.               Oh, se a me l’opre vostre aveste confidate,

Quanto sarian migliori, quanto men criticate!

MOL.                 Oh, se ascoltar volessi i bei suggerimenti,

Che ognor dati mi sono da fertili talenti, Ogn’opra ch’io facessi, almeno almen dovrei Da capo a piè rifarla tre, quattro volte, o sei. Onde, se nol sapete, questo è lo stile mio: Ascolto sempre tutti, e fo quel che vogl’io. (parte)

LEAN.               Che diavolo! quest’oggi, e non ho ancor pranzato,

Non posso stare in piedi, ho un sonno inusitato. Nella vicina stanza io vedo un canapè; Pel sonno che mi opprime, egli è opportuno, affè. Riposerò sin tanto che il suono del bicchiere Mi desti; e s’egli pranza, pranzerò con Moliere. (parte)


ATTO TERZO

SCENA PRIMA Moliere e Valerio.

MOL.                 Ecco, Valerio torna. Mi sembra allegro in viso.

Mi recherà (lo spero), qualche felice avviso.

Valerio, quai novelle?
VAL.                                                      Via, via, non sarà nulla.

La madre è scorrucciata, afflitta è la fanciulla:

Ma a recitar verranno, faranno il lor dovere,

Ché per passion privata non lasciasi il mestiere.

Sol la Béjart pretende venire assicurata,

Che le sarà la figlia non tocca e rispettata.
MOL.                 E chi è che far presuma insulto ad Isabella?

VAL.                  Dice che voi tentate rapir la giovin bella.

MOL.                 Amico, quest’è un sogno.

VAL.                                                           E niun ve lo contrasta.

Di già dalla servente intesi quanto basta:

Qui venne, voi assente, il perfido Pirlone,

Che va per ogni dove, mendace bacchettone.
MOL.                 Sì, sì, quel professore d’indegna ipocrisia,

Ch’è il primo originale della commedia mia.

Ditemi, che ha egli fatto?
VAL.                                                           Con arte sopraffina

Oprò che l’amor vostro svelasse Isabellina.

Lo disse indi alla madre; e dielle il van consiglio

Di evitar sul teatro di perderla il periglio.

Così...
MOL.                            Così sperava quel pessimo impostore

Troncar quella commedia, che gli trafigge il cuore.
VAL.                  Sedusse la Foresta, che gisse a star con lui;

Ma poscia la figliuola, pensando a’ casi sui

E meglio da’ miei detti del vero illuminata,

Vi prega di tenerla, ed è mortificata.
MOL.                 Ah, sempre più d’esporre il mio Tartuffo ho sete;

Di Pirlone il ritratto sulla scena vedrete.

Mancami una sol cosa... Oh! se potessi avere...

Foresta, se il volesse, farmi potria il piacere.

Ella ha spirto bastante.
VAL.                                                      Qualche pensier novello?

MOL.                 Di Pirlone vorrei il tabarro e il cappello,

Mostacchi a’ suoi simìli, e ugual capellatura,

Farei al naturale la sua caricatura.
VAL.                  Ma come mai di dosso levargli il suo mantello?

Come vi lusingate, ch’ei lasci il suo cappello?
MOL.                 Un’invenzion bizzarra or mi è venuta in testa,

E basta mi secondi con arte la Foresta.


Vedrò di lusingarla, le darò l’istruzione, E in questa casa io stesso tornar farò Pirlone. Indegno! Ecco svelato per opra sua l’affetto, Che per la mia Isabella tenea celato in petto; E senza il vostro aiuto, saggio Valerio amato, L’onor mio, l’util nostro, saria precipitato. Di risa e di fischiate Pirlon sarà la meta, Io voglio vendicarmi da comico poeta. (parte)

SCENA SECONDA Valerio, poi Lesbino.

VAL.                  Dunque Moliere anch’esso arde d’amore in petto,

E fra sceniche donne coltiva il suo genietto?

Filosofia non vale contro il poter d’amore;

E gli uomini più dotti non han di selce il core.

Tale attrice è Isabella, che merta esser amata

Da lui, che del teatro la gloria ha riparata.
LESB.                Signore, il conte Lasca domanda il padron mio.

VAL.                  Molier verrà fra poco; frattanto ci son io.

A lui verrò se il chiede, l’attenderò s’ei vuole. (Lesbino parte)

SCENA TERZA Valerio, poi il conte Lasca.

VAL.                  Il Conte è un ignorante, che abbonda di parole;

Non sa, non ha studiato, non gusta e non intende;

E criticar presume, e giudicar pretende.
CON.                 Dov’è Molier?

VAL.                                           Fra poco qui tornerà, signore.

CON.                 Convien, per aver posto, ricorrere all’autore.

Le logge son già date, l’udienza sarà piena.

Vorrei per questa sera un luogo sulla scena.
VAL.                  Servir fia nostra gloria un cavalier gentile.

CON.                 Sì, Valerio, voi siete un giovine civile;

Riuscite a perfezione nel comico mestiere,

E in capo non avete i grilli di Moliere.
VAL.                  Fra noi v’è differenza: i’ son mediocre attore,

Moliere è un uomo dotto, è un eccellente autore.
CON.                 Moliere un uomo dotto? Moliere autor perfetto?

Sproposito massiccio, Valerio, avete detto.

Caratteri forzati sol caricar procura;

Nell’opre di Moliere non v’è, non v’è natura.
VAL.                  Egli ha il punto di vista. Riflettere conviene,

Che i piccioli ritratti in scena non fan bene.


CON.

Che diavol d’argomento villano e temerario!

Che titolo immodesto! Cornuto immaginario!

VAL.

Dovriano consolarsi i soli immaginari;

Ma i veri sono molti, e i finti sono rari.

CON.

La Scuola delle donne è affatto senza sale.

VAL.

È ver, non ha incontrato, ma non vi è poi gran male.

CON.

Può dir maggior schiocchezza, che dir torta di latte?

VAL.

Sta qui tutto il difetto?

CON.

Oibò: torta di latte!

VAL.

Non guasta una commedia un termine triviale.

CON.

Una torta di latte! Che sciocco! che animale!

VAL.

Signor, avete udita questa commedia intera?

CON.

Eh, che non son sì pazzo a perdere una sera.

Ascolto qualche pezzo, poi vado, poi ritorno,

Fo visite alle logge, giro l’udienza intorno,

Discorro cogli amici, un poco fo all’amore,

Non merta una commedia, che un uom taccia tre ore.

VAL.

E poi ne giudicate senza ascoltar parola?

CON.

A gente di buon naso basta una scena sola.

VAL.

La Scuola delle donne si sa perché non piacque;

Sentirsi criticare al bel sesso dispiacque.

Contro l’autor pungente le donne han mosso guerra.

Gettata dagli amanti fu la commedia a terra.

CON.

Vedrete in tempo breve Moliere andar fallito;

Val più di tutto lui di Scaramuccia un dito.

VAL.

Ah, sofferir non posso l’indegno paragone

Che fate d’un autore col ciurmator poltrone.

CON.

Don Garzia di Navarra poteva esser peggiore?

VAL.

La Scuola de’ mariti poteva esser migliore?

CON.

Si sa ch’ei l’ha rubata. Sono, se nol sapete,

Gli Adolfi di Terenzio.

VAL.

Gli Adelfi, dir volete.

CON.

Adolfi, e non Adelfi. Vo’ dir come mi pare.

Un comico ignorante verrammi ad insegnare?

VAL.

Anch’io lessi Terenzio, e posso dar ragione

Dei titoli e dell’opre.

CON.

Oh via, siete un buffone.

VAL.

Signor, l’onesta gente così non si strapazza;

Fo il ridicolo in scena, ma voi lo fate in piazza.

CON.

Adoprerò il bastone.

VAL.

Vedrò, se tanto osate.

CON.

Audace!

VAL.

Voi lo siete.

SCENA QUARTA

Leandro e detti.

LEAN.

Olà, che diavol fate?


CON.

Ei mi perde il rispetto.

VAL.

Mi tratta da buffone.

CON.

Difende il suo Moliere.

VAL.

Difendo la ragione.

CON.

Leandro, voi che siete uom schietto e di sapere,

Dite, si può star saldi all’opre di Moliere?

LEAN.

Sunt bona mixta malis, sunt mala mixta bonis.

CON.

Il male è manifesto. Del ben redde rationis.

VAL.

Rationis genitivo! Va bene; va benissimo.

CON.

Che ne sapete voi, che siete ignorantissimo?

VAL.

Io so...

LEAN.

Zitto. (a Valerio)

CON.

Lasciate ch’ei parli.

LEAN.

State cheto. (al Conte)

CON.

M’offese.

LEAN.

D’aggiustarla io troverò il segreto.

Vi rimettete entrambi a quel che dirò io?

VAL.

Non parlo.

CON.

Mi rimetto, ma salvo l’onor mio.

LEAN.

Seguite i passi miei. L’albergo è qui vicino;

Andiamo ogni discordia a seppellir nel vino.

VAL.

Signor...

LEAN.

Non si ripete.

CON.

Ma io...

LEAN.

Non v’è risposta.

Per aggiustar litigi son uomo fatto a posta.

Andiamo, Conte, andiamo a rompere l’inedia,

E poi nella mia loggia verrete alla commedia.

CON.

Eccomi, con voi sono. Avrò scarso piacere

A rimirar le usate sciocchezze di Moliere. (parte)

LEAN.

Venite voi? (a Valerio)

VAL.

Signore, vi domando perdono.

Sapete che impegnato per il teatro io sono.

LEAN.

Restate. Abil non siete col ber di starmi a fronte.

Voglio, se mi riesce, ubriacare il Conte. (parte)

SCENA QUINTA

Valerio solo.

VAL.                  Ecco chi vilipende l’onor de’ buoni autori:

Ridicoli, ignoranti, maligni ed impostori. Avide abiette spugne vanno assorbendo il peggio, E spremono il veleno al gioco od al passeggio. Diviso è il popol folto, ma l’opinion prevale, Nell’ignorante volgo, di quel che dice male. E chi non ha talento per comparir creando, Passar per uom saputo s’industria criticando. (parte)


SCENA SESTA Il signor Pirlone e la Foresta.

FOR.

Qui, qui non c’è nessuno. Venga, signor Pirlone,

Lungi da queste stanze sen stanno le padrone.

PIRL.

Molier dov’è?

FOR.

Venuto è a chiederlo un cursore.

Lo cerca il Tribunale, cred’io per l’Impostore.

PIRL.

Suo danno: la galea, la forca gli conviene;

Impari a parlar meglio degli uomini dabbene.

FOR.

La carità fraterna non opera in voi niente?

PIRL.

Pietà da noi non merta un tristo, un delinquente.

Figliuola, che volete? Un giovine m’ha detto

Che voi mi ricercate.

FOR.

Che siate benedetto!

Premevami avvisarvi ch’io già son licenziata,

Che di venir con voi sospiro la giornata.

PIRL.

Sì, cara... Oimè, pavento... (guarda le porte)

FOR.

Zitto, zitto, aspettate. (va a chiudere l’uscio)

Ecco fermato l’uscio. Con libertà parlate.

PIRL.

Cara la mia figliuola...

FOR.

Giacché siam da noi soli,

Sedete un pocolino. (gli dà una sedia)

PIRL.

Il cielo vi consoli.

Sedete ancora voi.

FOR.

Oh! a me non è permesso.

PIRL.

Fatel per obbedienza.

FOR.

Lo faccio. (siede alquanto discosta)

PIRL.

Un po’ più appresso.

FOR.

Obbedisco. (s’accoste con la sedia)

PIRL.

Oh che caldo! (s’asciuga la fronte)

FOR.

Cavatevi il cappello. (gli leva il cappello dalla testa e

l’appende ad un pomo della sedia)

PIRL.

Farò come volete.

FOR.

Sembrate ancor più bello.

PIRL.

Ah! che vi par? Son io un uomo ben tenuto?

FOR.

Sano e robusto siete.

PIRL.

Con il celeste aiuto.

Dite, vi sono in casa risse fra madre e figlia?

FOR.

In tutta la giornata vi è stato un parapiglia.

PIRL.

Andranno a recitare?

FOR.

Oibò; si danno al diavolo. (Pirlone fa segno d’allegrezza)

Ma che! ve ne dispiace?

PIRL.

Non me n’importa un cavolo.

FOR.

Ah, non vorrei, signore... che una delle padrone...

M’involasse la grazia... del mio signor Pirlone...

PIRL.

Ah!

FOR.

Che avete?


PIRL.

Mi sento... certo calor novello...

FOR.

Presto, venite qui, cavatevi il mantello. (Foresta s’alza, vorrebbe levargli il mantello,

egli non vorrebbe, ed ella per forza glielo leva)

PIRL.

No, no.

FOR.

Sì, sì, lo voglio.

PIRL.

No, dico.

FOR.

Sì, vi dico.

Così starete meglio. (va a riporre il tabarro ed il cappello in una cassapanca)

PIRL.

(Oimè, son nell’intrico).

FOR.

Oh, come siete svelto! Che uomo fatto bene!

PIRL.

Chi vive senza vizi, gibboso non diviene.

Bella fanciulla mia... (si accosta a Foresta)

FOR.

Con voi provo un piacere. (si sente violentemente picchiare

all’uscio)

PIRL.

Oimè! gente che picchia.

FOR.

Oimè! questi è Moliere.

PIRL.

Misero me! (s’alza)

FOR.

Là dentro v’asconderò. Venite.

PIRL.

Dove?

FOR.

In uno stanzino.

PIRL.

Oimè! non mi tradite.

FOR.

Presto, presto. (apre lo stanzino, e tornasi a picchiare all’uscio)

PIRL.

Son qui; datemi il mio mantello.

FOR.

Presto, che non c’è tempo.

PIRL.

Il mantello, il cappello...

FOR.

Son nella cassapanca serrati, io n’avrò cura.

Presto, presto, venite.

PIRL.

Io muoio di paura. (Foresta lo fa entrare a forza nello stanzino,

ed entravi ella ancora)

SCENA SETTIMA Valerio, poi Foresta.

VAL.                  Più comica non vidi scena giammai di questa

Non credea spiritosa cotanto la Foresta.
FOR.                  Sta lì per tuo malanno, vecchio birbone astuto.

La fossa tu facesti, e in quella sei caduto.
VAL.                  Dove l’avete fitto?

FOR.                                                In luogo buono e bello.

Egli è sotto la scala, e chiuso ho il chiavistello.

(prende dalla cassapanca il mantello ed il cappello)

Dov’è il padron?
VAL.                                             V’attende colle acquistate spoglie.

FOR.                  Eccole. Non la cedo al diavolo e sua moglie. (parte)

SCENA OTTAVA


Valerio solo.

VAL.                  Molier nulla intentato lascia per dar risalto

All’opere, per cui va colla fama in alto. Maestro di teatro, sa tutto e tutto vede; Alle maggiori cose e all’infime provvede. O Francia fortunata, per un autor sì degno! In te della commedia alza Moliere il regno; Né Scaramuccia puote, né Zanni, né Fiammetta Scemargli quella gloria, che a lui solo si aspetta.

SCENA NONA

Moliere vestito da Tartuffo, col tabarro ed il cappello del signor Pirlone, e le basette e la cappellatura somigliante allo stesso; e detto.

MOL.                 Ah! che vi par? sto bene?

VAL.                                                           Bellissima figura!

Formar non si potrebbe miglior caricatura.

Siete Pirlone istesso.
MOL.                                                    L’indegno là stia chiuso,

Finché di questi cenci in scena abb’io fatt’uso.

Vedete se far grazia vogliono le signore;

Se ancora han terminato di mettersi in splendore.
VAL.                  Eccole unite a noi, la madre con la figlia.

MOL.                 Una ha l’ira negli occhi, l’altra amor nelle ciglia.

SCENA DECIMA La Béjart, Isabella, in abito da scena, e detti.

BÉJ.                   Molier, vengo al teatro, e meco vien mia figlia;

Il comune interesse mi sprona e mi consiglia.

Ma se d’un solo sguardo m’accorgo, la commedia

Finirà, ve lo giuro, in scena di tragedia.
MOL.                 Signora, poiché il cielo mi scopre reo qual sono,

Dell’amorosa colpa io chiedo a voi perdono:

Per non mirar la figlia avran questi occhi un velo.

Odiatemi, s’io manco, e mi punisca il cielo. (parla in tuono di bacchettone)
BÉJ.                   Fate voi scena or meco? Mi deridete, indegno?

MOL.                 Per carità, signora, calmate il vostro sdegno. (come sopra)

VAL.                  (Egli mi muove a riso).

BÉJ.                                                        Quest’è l’amor da padre,

Che aver per Isabella diceste a me sua madre?
MOL.                 Ahi! che il rossor mi opprime. (come sopra)

BÉJ.                                                                    Alma d’inganni amica,


La parte d’impostore farai senza fatica.
MOL.                 Soffro gl’insulti in pena delli delitti miei. (come sopra)

BÉJ.                    Non finger, scellerato, che un mentitor già sei.

MOL.                 Il cielo vi perdoni. (come sopra)

BÉJ.                                                 Il cielo ti punisca.

MOL.                 Ch’io parta permettete, e ch’io vi riverisca. (come sopra, e parte)

SCENA UNDICESIMA

La Béjart, Isabella e Valerio.

VAL.                  (Oh, come la deride!)

BÉJ.                                                        Di me si prende gioco?

Molier lo sdegno mio conosce ancora poco.

Per te, sfacciata, indegna... (ad Isabella)
VAL.                                                              Signora, e con qual lena

Andrete furibonda a recitar in scena?

Calmatevi, di grazia.
BÉJ.                                                      Mestiere maledetto!

Dover mostrare il viso ridente a suo dispetto!

E quando tra le fiamme arde di sdegno il core,

Dover coll’inimico in scena far l’amore!

Andiam... ma la mia parte lasciai sul tavoliere.

Foresta. Ehi là, Foresta. Non sente.
VAL.                                                                         Andrò a vedere...

BÉJ.                   Se poi non la trovaste, doppio averei scontento.

Restate con mia figlia, io torno in un momento. (parte)

SCENA DODICESIMA Isabella, Valerio, poi Moliere.

VAL.                  Timor non diavi l’ira dell’aspra genitrice;

Moliere che v’adora, faravvi un dì felice.
ISAB.                 Ah, più soffrir non posso gl’insulti giornalieri;

La madre troppo cruda farà ch’io mi disperi.

Vivere non mi lascia un sol momento in pace;

Mi batte, mi minaccia, m’insulta, e mai non tace.

Mi struggo, mi divoro, non so quel che mi faccia.

Com’è possibil mai, che sulla scena i’ piaccia?
MOL.                 Deh serenate, o cara, i vostri amati rai:

A togliervi di pene la guisa io meditai.
ISAB.                 Moliere, oh ciel! Mi sento mancare a poco a poco.

MOL.                 Nutrite, o mia speranza, nutrite il vostro foco.

Lasciate che a Parigi torni la real corte;

Della madre a dispetto vi farò mia consorte.
ISAB.                 E quanto aspettar deggio?


MOL.                                                           Non più d’un mese appena.

ISAB.                 Soffrire ancora un mese dovrò cotanta pena?

Possibile non credo lo sforzo a questo core.
VAL.                  (La povera fanciulla si sente un grand’ardore).

MOL.                 Precipitar, mia cara, non deesi un’opra tale.

SCENA TREDICESIMA La Béjarte detti.

BÉJ.                    (Molier parla a Isabella?) (osservando in disparte)

MOL.                                                           Io sono un uom leale.

(In tuono pedantesco, vedendo la Béjart) L’amor vostro, figliuola, convien metter da banda, Ed obbedir dovete la madre che comanda. Udite un che vi parla, pien di paterno zelo: (Ecco la genitrice); vi benedica il cielo. (parte)

ISAB.                 (Comprendo il cambiamento).

VAL.                                                                  (È un comico perfetto).

BÉJ.                    (Di Molier non mi fido. Vivrò sempre in sospetto).

Andiamo. (a Isabella)

ISAB.                                V’obbedisco.

BÉJ.                                                        Mia morte tu sarai.

ISAB.                 Signora, perdonate...

BÉJ.                                                      Olà, non taci mai? (partono)

VAL.                  Ah! voglia il ciel che alfine vadan le donne in scena,

E prendano un’altr’aria tranquilla e più serena; Onde dal popol vario s’applauda l’Impostore, E a noi util ne venga, e gloria al degno autore.


ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

Foresta e Lesbino col ferraiuolo ed il cappello del Signor Pirlone.

FOR.                  Finita è la commedia?

LESB.                                                     Finita.

FOR.                                                                   Ed ha incontrato?

LESB.                L’incontro strepitoso, universale è stato.

Nobili, cittadini, mercanti, cortigiani,

Artieri e bassa gente, tutti battean le mani.

Mentre Orgon la commedia coi detti suoi finiva,

Sentiansi d’ogni lato venir gli applausi e i viva.

Il popol dalle spoglie, dagli atti del padrone,

Non esitò in Tartuffo a ravvisar Pirlone;

Ei l’imitava in scena, e caricava in guisa,

Che univan gli uditori lo sdegno colle risa.

E furonvi di quelli che ad alta voce han detto:

Tartuffo scellerato, Pirlone maledetto.
FOR.                  Anch’io piacer risento, quando il padrone è lieto.

Se l’opre sue van male, è fastidioso, inquieto.

Che ho a far di queste robe?
LESB.                                                              Vuole il padron che sia,

Prima che a casa ei torni, Pirlone andato via.

Dategli il suo cappello, dategli il ferraiuolo,

E fate che sen vada al diavolo il mariuolo.
FOR.                  Non vorrà più il padrone tai spoglie originali?

LESB.                Le farà far domani affatto affatto eguali.

FOR.                  Andate, che il meschino or traggo di prigione. (entra)

LESB.                Vo’ dietro la portiera mirare il bacchettone.

Se fosse in mia balia poter far un bel gioco,

Accender gli vorrei alli mostacci il foco. (parte)

SCENA SECONDA Foresta e Pirlone.

PIRL.                 Oimè! Non posso più, son tutto sgangherato:

Quattr’ore in una buca mi avete confinato.

FOR.                  O se sapeste quanto provai per voi martello!

Presto, presto, prendete il mantello e il cappello. Uscite, uscite tosto, pria che giunga il padrone.

PIRL.                 Come! Moliere adunque ito non è in prigione?

FOR.                  Di recitare adesso finito ha l’Impostore.

PIRL.                 Come! Che cosa dite?

FOR.                                                     Andate via, signore.


PIRL.                 S’è fatto...

FOR.                                    S’ei vi trova, vi storpia, vi flagella.

PIRL.                 S’è fatto l’Impostore?

FOR.                                                     Vi venga la rovella. (lo va spingendo)

PIRL.                 Vado. (Cotesti indegni han fatto l’Impostore?)

Ito in scena è il Tartuffo? Oimè! mi trema il cuore).
FOR.                  Cospetto! Cospettone!

PIRL.                                                      Parto; non m’insultate.

(Oh femmina mendace! Oh genti scellerate!) (parte)

SCENA TERZA Foresta e poi Pirlone.

FOR.

Se il popolo in teatro Pirlone ha rilevato,

Ei sarà per Parigi da tutti scorbacchiato.

Anch’io gli prestai fede, anch’io sedotta fui:

Valerio m’ha scoperti tutti gl’inganni sui.

Come! Ritorna indietro? Che novitade è questa?

Olà, che pretendete?

PIRL.

Per carità, Foresta,

Celatemi, vi prego, nel ripostiglio ancora.

(Oh plebe scellerata! Lo sdegno mi divora).

FOR.

Signor, di che temete?

PIRL.

Il popolo briccone,

Appena mi ha veduto, gridò: Pirlon, Pirlone.

FOR.

Ma io che posso farvi?

PIRL.

Finché la notte avanza,

Lasciate ch’io mi chiuda entro l’angusta stanza.

Mi caccerei ben anche in una sepoltura.

FOR.

Eh, che un uomo dabbene non dee sentir paura.

PIRL.

Eccovi in questa borsa, Foresta, lire trenta;

Son vostre, se celarmi colà siete contenta.

Di notte, a lumi spenti, quando ciascun riposa,

Io parto, e voi avete la mancia generosa.

FOR.

Ho compassion di voi.

PIRL.

Presto, ch’io tremo e peno.

FOR.

In quella stanza entrate.

PIRL.

Qui starò meglio almeno. (entra in una camera)

SCENA QUARTA

Foresta, poi la Béjarte Isabella.

FOR.                  Forz’è che la coscienza davvero lo rimorda;

Di tutto si spaventa chi ha la camicia lorda. Ecco le due rivali. (chiude l’uscio dov’è Pirlone)


BÉJ.                                                 Credi tu, sudiciola, (a Isabella)

Ch’io non intenda appieno ogni atto, ogni parola?

T’osservo quando parli, osservo dove guardi.

Quando passa Moliere, gli dài languidi sguardi;

Volgi le meste luci amorosette in giro, (con ironia)

Mandando dal bel labbro talor qualche sospiro;

Seder procuri in faccia al dolce tuo tiranno,

E fai mille versacci, che recere mi fanno.

Sì, sì, seguita pure, io troncherò la berta;

Affè, non mi corbelli, starò cogli occhi all’erta.
ISAB.                 Dir posso una parola?

BÉJ.                                                        Via, che vuoi dirmi, ardita?

ISAB.                 Chiudetemi in ritiro a terminar mia vita.

BÉJ.                   Chiuderti in un ritiro? Eh, son parole vane.

Andar dei sulla scena a guadagnarti il pane.

Ma se di matrimonio t’accende il desiderio,

Per te miglior partito, di’, non saria Valerio?

Vuoi tu ch’io gliene parli?
ISAB.                                                          Per ora sospendete.

Chi sposa non è stata, d’esserlo non ha sete.
BÉJ.                   Ah temeraria, indegna! Vuoi tu rimproverarmi?

ISAB.                 Signora, qual ragione avete or di sgridarmi?

BÉJ.                   Vattene alle tue stanze. Spogliati, e vanne a letto.

Foresta, l’accompagna.
ISAB.                                                     (Io fremo di dispetto.

Ah! se Molier mi sposa, saremo allor del pari.

Vo’ farle scontar tutti questi bocconi amari). (parte con Foresta)

SCENA QUINTA La Béjart, poi Moliere.

BÉJ.                   Vo’ al perfido Moliere parlar da solo a sola.

Di non amar mia figlia vo’ che mi dia parola, O in altra compagnia verrà Isabella meco: Vedrà Molier chi sono, se più non m’avrà seco. Faccia commedie buone, tutte riusciran male; Se manca la Béjart, la compagnia che vale? Io son che il maggior lustro alle commedie ho dato, Ed ora con gli scherni mi corrisponde ingrato? Ah! benché ingrato, io l’amo: amica ancor gli sono, E se perdon mi chiede, ogn’onta io gli perdono. Eccolo.

MOL.                              O piacer sommo de’ fortunati autori!

Ben sofferte fatiche! O ben sparsi sudori! Deh, lasciatemi in pace goder per un momento, Questo che m’empie l’alma insolito contento. (alla Béjart) Perdono a tutti quelli che m’han tenuto in pena; Parmi perciò più dolce la gioia, e più serena.


Tutti mi sono intorno amici ed inimici, Con fortunati auguri, con generosi auspici, E quei che l’Impostore avean spregiato in prima, Per l’applauso comune, or l’hanno in alta stima; Tanto è ver che si piega il popol dall’evento, Come la bionda messe cede al soffiar del vento.

BÉJ.                    Molier, del piacer vostro sento piacere anch’io,

Che quale è il vostro cuore, crudo non è il cuor mio. Non per turbar la gioia, ch’ora v’inonda il seno, Ma per sfogar mie pene, posso parlare almeno?

MOL.                 Ah! già che avvelenarmi volete un po’ di bene,

È forza ch’io lo soffra, e favellar conviene. Vissi con voi tre lustri in amicizia unito, Né mai vi cadde in mente d’avermi per marito. E or che per la figlia arder mi sento il petto, Vi accende, non so bene, se amore o se dispetto. Voi non parlaste allora, quando fioria l’aprile, Vi dichiarate adesso nella stagion...

BÉJ.                                                                             La bile

Voi suscitar tentate di donna sofferente.

MOL.                 (Femmina tal campana mai con piacer non sente).

BÉJ.                    Su via, che concludete?

MOL.                                                        Dirò, senza riguardi,

Che avete il desir vostro svelato un poco tardi.

BÉJ.                    Per me se tardi fia, per Isabella è presto.

In vostra compagnia, sappiatelo, non resto.

MOL.                 A noi non mancan donne. Il perdervi mi spiace.

Pur, se così v’aggrada, dovrò soffrirlo in pace. Ma prima la figliuola datemi per consorte.

BÉJ.                    Anzi che darla a voi, a lei darò la morte.

MOL.                 Che morte? Che minacce? Che dir fastoso e baldo?

Più non ho sofferenza per trattener il caldo. Qual vi credete impero aver sopra la figlia? Chi ad essere tiranna con essa vi consiglia? È ver, la generaste, ma a voi non è assegnata L’autorità suprema dal ciel che ve l’ha data. Deve obbedire ai cenni figlia di madre umana, Madre non dee alla figlia impor legge inumana. Questo bel dono ai figli viene dal ciel concesso: Chi elegge il proprio stato, può consigliar se stesso. Ponno impedir le madri della lor prole il danno, Ma un bene, una fortuna, toglierle non potranno. Che morte? Che minacce? Rispetterete in lei La serva d’un monarca, che sa punire i rei. Volere, o non volere, fa in voi lo stesso effetto: Mia sposa vostra figlia sarà a vostro dispetto.

BÉJ.                    No, no; colle mie mani prima l’ucciderei.

Son madre, e a mio talento disporrò di colei. (parte)


SCENA SESTA Moliere, poi Valerio.

MOL.                 Parte sdegnosa e fiera. Ah! non vorrei che ardente

L’ira sfogar tentasse sopra dell’innocente.

La seguirò da lungi. La sera omai s’avanza.

Mi tratterrò alcun poco vicino alla sua stanza. (s’avvia per dove andò la Béjart)
VAL.                  Signor, gran plausi sento, gran viva all’Impostore.

MOL.                 Che dicono i maligni?

VAL.                                                      Ciascun vi rende onore.

Or venga il conte Lasca a dir per avventura:

Nell’opre di Moliere non v’è, non v’è natura.
MOL.                 Ah non vorrei... Lasciate ch’io vada: or ora torno.

Felice ancor non sono in sì felice giorno.

Foresta. (chiamando forte)

SCENA SETTIMA

Foresta e detti.

FOR.                               Eccomi pronta.

MOL.                                                        Dimmi, che fa Isabella?

FOR.                  Per obbedir la madre, è a letto, poverella.

MOL.                 A letto veramente?

FOR.                                                  Io stessa l’ho spogliata,

E l’ho veduta io stessa fra i lini coricata.
MOL.                 Quando salì la madre, gridò? Le disse nulla?

FOR.                  Dormiva, o di dormire fingeva la fanciulla.

MOL.                 Or che fa la Béjart?

FOR.                                                  Anch’essa per dispetto

Vuol andare digiuna a coricarsi in letto.
MOL.                 Si strugga e si divori donna d’invidia piena:

Mandatemi dei lumi, e pronta sia la cena. (Foresta parte)

SCENA OTTAVA Moliere, Valerio poi Lesbino.

MOL.                 Or più contento i’ sono: la figlia è coricata;

Non turba il suo riposo la genitrice irata.
VAL.                  Possibile ch’uom tale, in cui ragion impera,

Abbattere si lasci da una passion sì fiera?
MOL.                 Amico, il dolce affetto, che ha l’un per altro sesso,

È in noi tenacemente dalla natura impresso.

Com’opra la natura nei bruti e nelle piante,

Per propagar se stessa, opra nell’uomo amante.


E si ama quel che piace, e si ama quel che giova,

E fuor dell’amor proprio altro amor non si trova.

Lo provo: ama colui l’amica, ovver la moglie,

Ma sol per render paghe sue triste o caste voglie.

S’amano i propri figli, perché troviamo in essi

L’immagine, la specie, la gloria di noi stessi.

E s’amano i congiunti, e s’amano gli amici,

Perché l’aiuto loro può renderci felici.

Tutto l’amor terreno, tutt’è amor proprio, amico.

Filosofia l’insegna, per esperienza il dico.
LESB.                (entra con due candellieri colle candele accese, li pone sul tavolino, e poi s’accosta a

Moliere)

Evvi il signor Leandro e il conte Lasca uniti,

Che bramano vedervi.
MOL.                                                      Che restino serviti. (Lesbino parte)

VAL.                  Verranno a criticare.

MOL.                                                 Chi lo vuol far, lo faccia.

Mi giova, e non m’insulta, chi mi riprende in faccia.

SCENA NONA Leandro, il conte Lasca e detti.

LEAN.               Viva Molier mill’anni, viva la vostra musa

Ad istruire eletta, a dilettar sol usa.

Ah! che piacer di questo maggior non ho provato:

Molier, ve lo protesto, m’avete imbalsamato.
MOL.                 Grazie, amico...

CON.                                             Che stile! Che nobili concetti!

Che forti passioni! Che naturali affetti!
MOL.                 Signor, troppa bontà...

LEAN.                                                    Più vivamente espresso

Carattere non vidi. Parea Pirlone istesso.
MOL.                 Voi mi fate arrossire...

CON.                                                         Gran forza, gran morale!

Opra non vidi mai piena di tanto sale.
MOL.                 Cortese cavaliere...

LEAN.                                               Celebre, egregio autore!

CON.                  Maestro della scena, e della Francia onore.

VAL.                  (Credo che alle parole il cuor non corrisponda).

MOL.                 (Sogliono gl’ignoranti andar sempre a seconda).

LEAN.               Moliere, a voi vicina avete un’osteria,

Con vin di cui migliore non bevvi in vita mia.
MOL.                 (Ecco lo stile usato).

CON.                                                    È un vin troppo bestiale.

LEAN.               Il Conte non sa bere.

CON.                                                    Ma voi siete brutale.

LEAN.               Venne al teatro meco, e non vedea la via;

Andammo barcollando sino alla loggia mia.


Giunti colà ripieni del vino saporito,

Il Conte alla commedia tre ore avrà dormito.
MOL.                 Tre ore?

VAL.                               (L’ha sentita. Parla con fondamento).

LEAN.               Fec’io quel che far soglio, quando alterar mi sento.

Andai a prender l’aria men calda e più serena,

E tornai ch’ei dormiva, verso l’ultima scena.
VAL.                  (Non ne lasciò parola).

MOL.                                                      Dunque, per quel ch’io veggio,

Un dormì tutto il giorno, e l’altro fu al passeggio.

Eppur note vi sono le cose peregrine...
CON.                 A me basta il principio.

LEAN.                                                      Ed a me basta il fine.

CON.                 So giudicar le cose vedute anche di volo.

LEAN.               Il pubblico v’applaude, ed io me ne consolo.

CON.                 Sentonsi per le strade ridire i frizzi, i sali.

LEAN.               Un sarto ha registrati tutti i passi morali.

VAL.                  (Ecco de’ lor giudizi la forza e l’argomento).

MOL.                 (Questi son quei cervelli, di cui tremo e pavento).

LEAN.               Dopo essere noi stati ad ammirarvi in scena,

Molier, vogliam godervi in casa vostra a cena.
MOL.                 Ma come alla commedia v’andaste deliziando,

Un cenerà dormendo, e l’altro passeggiando.
LEAN.               Via, via, siam vostri amici, e siamo qui per voi,

E chi vorrà dir male, avrà da far con noi.
CON.                  La gloria di Moliere io sostener m’impegno.

LEAN.               Che uomo singolare!

CON.                                                    Che peregrino ingegno!

MOL.                 (Eppur fia necessario aver tal gente amica).

Volete cenar meco? Uopo non è ch’io il dica.

Poco, ma di buon cuore, avrete da Moliere,

Che solo per dar molto, molto vorrebbe avere.
LEAN.               Conte, a bere vi sfido.

CON.                                                      Io la disfida accetto.

LEAN.               Voi non andate a casa.

CON.                                                      Molier ci darà un letto. (partono)

VAL.                  Signor, codesta gente come soffrir potete?

MOL.                 Giovine siete ancora; udite ed apprendete.

I tristi più che i buoni noi secondar conviene,
Acciò non dican male, se dir non sanno bene.

II finger per inganno è vergognosa frode,

Ma il simular onesto è pregio, e merta lode. (parte)
VAL.                  Moliere è un uomo saggio, Moliere è un uomo tale,

Di cui la Francia nostra non ha, non ebbe eguale; Ed esser non potrebbe in scena autor valente, S’egli non fosse in casa filosofo eccellente. (parte)


ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Moliere solo.

MOL.                 Oh sciocchi intemperanti! non san che sia la vita;

L’un l’altro ad accorciarla col crapolare invita. Umanità infelice! non hai bastanti mali, Che nuovi ne procaccia la gola de’ mortali. Il chimico sa trarre balsami dal veleno; Quei col vin salutare s’empion di tosco il seno. Beva Leandro pure, beva a sua voglia il Conte, Io sfuggo di vederli venire all’ire, all’onte; Poiché serpendo il vino per fibre e per meati, Alla ragione ascende de’ spiriti svegliati, E copre lor d’un velo d’atomi tetri e densi, E il cerebro sublima, ed imprigiona i sensi; Onde alle cose esterne sembra cambiarsi aspetto, Tolto da’ caldi fumi il lume all’intelletto. Anche l’amor talvolta opra con pari incanto, Cagion di fiero sdegno ai miseri, o di pianto. Ma quando è regolato, amore è cosa blanda, Come il vin moderato è salutar bevanda.

SCENA SECONDA

Isabella in veste da camera, e detto.

MOL.                 Oimè! Isabella mia...

ISAB.                                                   Eccomi a voi prostrata. (si getta a’ piedi di Moliere)

Mirate ai vostri piedi un’alma disperata.
MOL.                 Sorgete, anima mia: oh ciel! che avvenne mai?

ISAB.                 Mia madre...

MOL.                                        Ah madre ingrata! Tu me la pagherai.

ISAB.                 Stava dal duolo oppressa...

MOL.                                                             Fermatevi, aspettate. (va a chiuder l’uscio)

Di qui non passerai. Mia vita, seguitate.
ISAB.                 Stava dal duolo oppressa fra la vigilia e il sonno,

Che chiudersi del tutto questi occhi miei non ponno:

Quando la genitrice, piena di sdegno il viso,

Venne al mio letticciuolo, gridando: olà, ti avviso,

Alla novella aurora alzati dalle piume.

Disparve, e portò seco senz’altro cenno il lume.

Restai qual chi da tetro sogno fatal si desta:

È mia madre, dicendo, o qualche larva è questa?

Piansi, tremai, poi corsi a rammentar suoi detti;


Ed assalita i’ fui da mille rei sospetti Perché dovrei levarmi doman pria dell’aurora? Perché vien ella irata a dirmelo a quest’ora? Ahimè! la mia rovina al nuovo sol m’aspetto. L’attenderò, dicea, tranquillamente in letto? Oimè! Molier, mia vita, ti perdo, se qui resto. Balzo allor dalle piume: come poss’io, mi vesto, Apro l’uscio socchiuso, odo russar mia madre, E quai fra l’ombre vanno timide genti e ladre, Stendo l’un piede, e l’altro sospendo in aria incerto, Fin che l’altr’uscio trovo per mia ventura aperto. Affretto il passo allora, balzo volando in sala, Ritiro il chiavistello, precipito la scala. Giungo alle stanze vostre, a voi ricorro ardita, Eccomi ai vostri piedi a domandarvi aita.

MOL.                 Deh alzatevi. Ah, Isabella, che mai faceste? Oh Dio!

Cagliavi l’onor vostro, vi caglia l’onor mio. Di notte una fanciulla discinta, senza lume, Mentre la madre dorme, abbandonar le piume? Che dir farà di voi un animo sì ardito?

ISAB.                 Diran che amor condusse la sposa al suo marito.

MOL.                 Ma come dir lo ponno, se tali ancor non siamo?

ISAB.                 Oh ciel! di qui non parto, se tai non diveniamo.

A questo ardito passo per voi guidommi amore. Sollecita mi rese di perdervi il timore. Se a voi nota è la colpa, cui nota è la cagione, Voi riparar potete la mia riputazione. Porgetemi la destra, e coll’anello in dito Dir potrò: Che volete? Moliere è mio marito.

MOL.                 Oh caso inaspettato! Cara Isabella mia,

Di rimediar domani di me l’impegno sia. Tornate onde veniste, rider di noi non fate.

ISAB.                 Ah, misera ingannata! Crudel, voi non mi amate.

Avrà la genitrice, con sue lusinghe e vezzi, Comprato l’amor vostro, comprati i miei disprezzi. Ma se da voi che adoro, barbaro! son tradita, Posso a chi diedi il cuore, donare ancor la vita. Tornar più non mi dice, tornar più non vogl’io. Perduta ho la mia pace, perduto ho l’onor mio. Farò che il mondo sappia chi fu del mal cagione, E andrò dove mi porta la mia disperazione.

MOL.                 Isabella, mia vita...

ISAB.                                                 Molier, mia cruda morte...

MOL.                 Fermatevi, mia cara, sarò di voi consorte.

ISAB.                 Se tale ora divengo, l’onor vi reco in dote:

Scema, se al volgo ignaro tali follie son note. Tanti sospiri e tanti, sparsi non siano invano...

MOL.                 Ah, resista chi puote... Mio bene, ecco la mano.

Mia sposa, ecco, vi rendo.

ISAB.                                                             Or son contenta appieno.

Frema la genitrice, e crepi di veleno.


MOL.

Domani il sacro rito si compirà.

ISAB.

L’anello

Datemi almen.

MOL.

Prendete. (si leva uno de’ suoi)

ISAB.

Oh caro! oh quanto è bello!

Voi ponetelo al dito.

MOL.

Sì, ve l’adatto io stesso. (lo prende, e glielo pone al dito)

ISAB.

Venga la genitrice, venga a sgridarmi adesso.

MOL.

Ma non convien, mia vita, che noi restiam qui soli.

ISAB.

Oh come mi stai bene! oh quanto mi consoli! (parla con l’anello)

MOL.

Ho degli amici in casa, che stetter meco a cena:

Troppo lor sembrerebbe ridicola la scena.

Venite in questa stanza, e stateci sicura. (accenna la stanza ove è entrato Pirlone)

ISAB.

E vi dovrei star sola? Morrei dalla paura.

MOL.

Lunga non fia la notte. Verrà con voi Foresta.

Siate saggia, Isabella, quanto voi siete onesta.

Ecco il lume. Apro l’uscio. Entrate, io vi precedo.

ISAB.

V’andrò mal volentieri.

MOL.

Ah traditor, che vedo? (apre l’uscio e vede Pirlone)

SCENA TERZA Il signor Pirlone dalla camera, e detti.

PIRL.                 Eccomi a voi prostrato. Così vuol la mia sorte;

Schernitemi voi pure, datemi pur la morte. Non è che a’ vostri piedi mi getti un vil timore; Mi guida il pentimento, il rimorso, il rossore. In quel recinto oscuro() il ciel m’aperse un lume, Mi fece il mio periglio pensare al mio costume; E il popolo commosso contro Pirlone a sdegno, Essere m’assicura dell’altrui fede indegno. Temei de’ carmi vostri l’aspre punture acute, Qual s’odia dall’infermo chi porge a lui salute; E feci ogni mia possa per occultare al mondo L’immagine d’un tristo, che mi somiglia a fondo. Pentito d’ogni errore, l’usure mie detesto, Rinunzio all’impostura, al vivere inonesto; A voi, al mondo tutto mi scopro qual io sono, E delle trame indegne, Molier, chiedo perdono.

MOL.                 Ed io perdon vi chiedo, se a voi feci l’oltraggio

D’usar le spoglie vostre nel noto personaggio. Oh scene mie felici! oh fortunato inganno, Se val d’un uom perduto a riparare il danno! Diasi la gloria al vero: il ciel con mezzi tali Sovente il cuor rischiara dei miseri mortali.

ISAB.                 Pirlone, a voi non deggio rimproveri, ma lode:

Accenna lo stanzino dov'era stato la prima volta


Fu di quel ben ch’io godo, cagion la vostra frode.

Più presto si scoperse di me la fiamma ascosa,

Più presto di Moliere fatta son io la sposa.
PIRL.                 Lasciate ch’io men vada scevro da insulti e scorni,

Sin che la plebe dorme, piangente ai miei contorni.
MOL.                 Da’ servi miei scortato... Chi picchia a quella porta? (si sente picchiare all’uscio)

ISAB.                 Oimè! la genitrice s’è di mia fuga accorta.

(Ma più di lei non temo, Moliere è mio marito.

La farò disperare con quest’anello in dito).

(Moliere va ad aprire la porta)

SCENA QUARTA

Foresta e detti.

MOL.                 Che vuoi?

FOR.                                    Strepiti grandi. Va la Béjart in traccia...

Isabella è con voi? Signor, buon pro vi faccia. (parte)

SCENA QUINTA La Béjartvestita succintamente, e detti.

BÉJ.                   Perfida, qual disegno ti ha da Molier condotta?

Ah Molier traditore! Ah, tu me l’hai sedotta!

Rendimi la mia figlia, rendila, scellerato.
MOL.                 Ella non è più vostra.

BÉJ.                                                      Sì, ch’ella è mia, spietato!

Al ciel di tal violenza, e al tribunal mi appello.

Vieni meco, Isabella.
ISAB.                                                   Signora, ecco l’anello.

BÉJ.                   Lo strapperò dal dito...

ISAB.                                                     Oibò.

BÉJ.                                                                  Vien qui, sfacciata.

ISAB.                 Portatemi rispetto, son donna maritata.

MOL.                 Eh, lo sdegno calmate, e fia per vostro meglio:

Sposo son d’Isabella, e in suo difesa io veglio.

Staccarmela dal fianco non vi sarà chi possa,

Congiunti in matrimonio vivrem sino alla fossa.

È vano il furor vostro, sia collera o sia zelo;

Non si discioglie in terra, quel ch’è legato in cielo.
BÉJ.                   Oimè! morir mi sento. Moliere, anima indegna!

Colei che t’amò un giorno, or t’aborrisce e sdegna.

Restane, figlia ingrata, accanto al tuo diletto,

E sia per te felice, com’io lo sono, il letto.

Fuggo d’un uomo ingrato la vista che mi cruccia,

E andrò, per vendicarmi, a unirmi a Scaramuccia.


ISAB.                 (Le darò il buon viaggio).

MOL.                                                           E via, frenate l’ira.

PIRL.                 Signora, quello sdegno che a vendicarvi aspira,

Farà pentirvi un giorno d’averlo il vostro cuore

Mal conosciuto.
BÉJ.                                               Invano mi parla un impostore.

SCENA ULTIMA Valerio e detti.

VAL.                  Molier, per voi tal giorno sempre divien più bello.

Vi reco in questo punto un trionfo novello.

L’ardito Scaramuccia cede la palma a voi:

Partirà di Parigi con i compagni suoi.

L’esito fortunato della commedia vostra

L’obbliga a ritirarsi, e rinonziar la giostra.
BÉJ.                   (Oimè! tutto congiura a rendermi scontenta).

MOL.                 Eppur gioia perfetta il ciel non vuol ch’io senta.

Se mi amate, Isabella, la vostra genitrice

Pregate, che mi renda col suo perdon felice.
ISAB.                 (Lo sposo lo comanda, e il cuor me lo consiglia).

Signora, perdonate l’eccesso a vostra figlia.

Amor mi rese ardita: mi duol d’avervi offesa;

L’interno affanno mio col pianto si palesa.

Oimè, lo sdegno vostro! Oimè! m’avete detto:

Felice com’io sono, sia per te, figlia, il letto.

Oimè! che da mia madre, misera, odiata sono!
BÉJ.                   Ah! il ciel ti benedica, t’abbraccio e ti perdono.

MOL.                 Viva la saggia madre, viva la mia diletta.

Molier la sposa abbraccia, la suocera rispetta.

Dov’è Leandro e il Conte? (a Valerio)
VAL.                                                           Il vin li ha superati,

E con Moliere in bocca si sono addormentati.

Non facean che lodarvi, ed era ogni bicchiere

Con voti consacrato al merto di Moliere.

Questo vuol dir che l’uomo, ne’ giorni suoi felici,

Ovunque volga il ciglio, può numerar gli amici.
MOL.                 Or sì felice giorno posso chiamar io questo,

In cui nulla ravviso d’incerto e di funesto.

Il pubblico m’applaude, si cambian gl’impostori,

Mi crescono gli amici, son lieto fra gli amori.

Sol manca di Moliere, per coronar la palma,

Che gli uditor contenti battano palma a palma.

Fine della Commedia.


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