Il pappagallo verticale

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IL PAPPAGALLO VERTICALE


Commedia burlesca in tre atti

di Remo Fusilli

Majocchi Editore - Milano

1935

PERSONAGGI:

FRANCESCO SCOTAZZI, detto COCÒ

GINO FRICONI, detto FRICÒ

PASQUALE COTECHINO, detto CHICHÌ

CESCO CERASI, detto CECÈ

DOTTOR PERÙ


LA SCENA : Lo studio di Francesco Scotazzi, detto Cocò. Un banco pieno di pacchi, pacchetti, cartocci, sacchetti con campioni di merci le più stravaganti: riso, fagiuoli, uova, ceci, granturco, fieno, orzo, fave, arachidi, ecc. — Uno scaffale con altri campioni delle più strane mercanzie. — Da una parte : scarpe, vestiti vecchi, cappelli unti, ber­retti, ferramenta, ecc. — Due tavoli uso scrivania : uno, la destra, quello di Cocò, con su carte e mercanzie; l'altro, a sinistra, quello di Cecè, più piccolo, traballante, con carte e merci ma più in ordine. — A destra una finestra. Accanto alla finestra una porta che dà all'appartamento di Cocò. In fondo la comune. — Tra la mercanzia, bene in vista, due guantoni da boxe.

Scena stabile.

ATTO   PRIMO

SCENA PRIMA

Cocò, poiCecè

Cocò  (seduto alla scrivania di destra, canticchia scorrendo un giornale che poi ripiega stizzito) — Che strano paese è mai questo!  Sono pentito di esservi nato. In tre giorni un solo morto! Oggi, nessuno ha pensato di defùngere! Poi dicono che accompagnare all'ultima dimora il nostro prossimo è opera di pietà! Ma se i defunti non ci sono, chi si accompagna?

Cecè (dalla comune, entra timido. Ha calzoni chiari e giacca nera) — Permesso?

Cocò — Avanti! È morto qualcuno?

Cecè — No.  Grazie.  Ho messo la  giacca nera perché quella dello stesso colore dei calzoni mi si è macchiata di rosso d'uovo mentre facevo la maionese al pappagallo.             

Cocò — Ma che mi andate raccontando? Che cosa importa a me della giacca, dei calzoni, della « maionese » e del pappagallo? Cioè, no: i pappagalli mi interessano...                 

Cecè — Ma non mi ha domandato se mi è morto qualcuno?

Cocò — Non a voi! Ho domandato se mi portavate la notizia della morte di qualcuno!                                

Cecè — Ma io no! Non faccio l'uccello del malaugurio, io! Io sono Cesco Cerasi detto Cecè...                       

Cocò — Chi?                                                                 

Cecè — Cesco Cerasi detto Cecè.                                    

Cocò — Voi?

Cecè — Io.

Cocò — E a me che me ne importa?

Cecè — Vengo per la segreteria.

Cocò — Quale segreteria?                                              

Cecè — Ma lei non ha messo un avviso sul giornale?      

Cocò — Ma sicuro! Accomodatevi.  Se non vi spiegate bene! Mi parlate del pappagallo... Anch'io ho un pap­pagallo... Certamente più bello del vostro... Perché io sono stato a Tumbuktù. Sapete dove si trova Tumbuktù?                                                                  

Cecè — Io no.

Cocò — Male! Tumbuktù è il paese dei pappagalli. Vi crescono come le formiche, passeggiano per le strade! come le galline, chiacchierano come le serve al mer­cato.  Ma di queste cose, con me,  sentirete parlare spesso. Dunque voi siete venuto per il posto.

Cecè — Già.

Cocò — E siete pratico di...

Cecè — Segreteria.

Cocò — E  pompe funebri?

Cecè — Oh, anche di pompe! Ho fatto l'aiuto pompie­re al mio paese per quattr'anni. D'altra parte io im­parerò presto qualsiasi cosa, perché sono intelligen­te, molto intelligente.

Cocò — Male! Io non posso tollerare che il mio segre­tario sia più intelligente di me.

Cecè — Oh... ma io so anche essere stupido.

Cocò — Preferisco... Vedrete che andremo d'accordo. Ecco: la cosa più importante, nel posto di mio se­gretario particolare, è quella che riguarda le pompe...

Cecè — Ho fatto anche il meccanico.  Me ne intendo.

Cocò (severo) — Le pompe funebri!

Cecè — Non si arrabbi. Le ho detto che sono intelligente...

Cocò — Mi sembrate un bel cretino, invece.

Cecè — Ha ragione. Io sono il più scemo dei miei un­dici fratelli. Ma se vuole avere la compiacenza di spiegarmi quale sarebbe il mio compito...

Cocò — È semplice: leggere i giornali, investigare, in­dagare, per appurare, dico appurare, quando nei paesi circonvicini muore qualcuno.

Cecè — Ho capito! Lei fa le casse da morto.

Cocò — Non avete capito niente!

Cecè — Ha l'impresa dei carrozzoni mortuari...

Cocò — Ma che!

Cecè — Fa gli addobbi, oppure fornisce a nolo i vestiti da lutto...

Cocò — Ma non dite sciocchezze!

Cecè — Ci sono! Lei è guardiano di qualche cimitero...

Cocò — Non capite niente!

Cecè — Allora...  di qui non si scappa: lei fa il beccamorto.

Cocò — Il beccamorto! Scemo vi volevo, ma non così. Ma vi pare che io abbia l'aspetto d'un beccamorto?

Cecè (lo scruta, serio) — L'aspetto proprio non ce l'ha. Ma l'apparenza tante volte inganna.

Cocò — Siete un bel tipo: scemo ma spiritoso. Andre­mo certamente d'accordo. Dovete sapere che per la mia sensibilità d'animo, per la mia bontà di cuore, io fui chiamato sin dalla nascita a una pietosa mis­sione: quella di accompagnare al cimitero i defunti.

Cecè — Non è una cosa allegra...

Cocò — Non è cosa allegra ma è cosa che lascia nel­l'anima la grande soddisfazione di aver compiuto un pietoso dovere!

Cecè — Questo sì. E... lei accompagna anche i morti che non conosce?

Cocò — Certamente.

Cecè — Maschi e femmine?

Cocò — Certamente.

Cecè — Bambini e adulti?

Cocò — Ma certamente!

Cecè — Sta bene... Non si inquieti. Sa... se debbo es­sere il suo segretario è bene che io sia informato...

Cocò — Più che giusto. Io non faccio differenze innan­zi alla morte! Mi inchino e piango! Accompagno l'a­mico e il nemico, il noto e l'ignoto. Accompagnerò voi...

Cecè — No, grazie. Io non ci tengo.

Cocò — Ma non adesso... quando vi deciderete a defungere.

Cecè — Sta  bene. Ma mi sembra di cattivo augurio il parlarne.

Cocò — Se volete stare al mio servizio non dovete mai contraddirmi! Io desidero accompagnarvi al cimitero.

Cecè — Ma non vorrà che mi ammazzi per questo.

Cocò — Ammazzarvi no. La vita è sacra!

Cecè — Meno male. (Tra sé) Ma guarda che tipo!

Cocò — Ma un accidente potrebbe venirvi da un mo­mento all'altro.

Cecè — E dàlli! Ma lei mi vuole morto per forza!

Cocò — Tutt'altro!  Mi preme anzi che il mio segreta­rio viva a lungo. Ma se puta caso facendo un bagno doveste annegare...

Cecè — Non faccio mai bagni.

Cocò — Allora chi sa come puzzate...

Cecè — Mi lavo con la spugna.

Cocò — Potrebbe  cadervi una tegola  sul capo...

Cecè — Cammino sempre in mezzo alla strada.

Cocò — Potreste morire schiacciato  da un'automobile, da un carro funebre, da un rullo compressore...

Cecè — Insomma...

Cocò — Sono ipotesi. Del resto il vostro posto sarà ral­legrato da una bella missione di fiducia che pure vi affido.

Cecè — Sentiamo  anche questa.

Cocò — Voi non siete mai  stato  a Tumbuktù ma sa­rete certamente stato nella Terra del Fuoco...

Cecè — Non ne ho sentito il bisogno...

Cocò — Nel paese dei Niam-Niam?

Cecè — Neppure.

Cocò — Nel Nyassaland?

Cecè — Nemmeno per sogno.

Cocò — Nella Corea, nel Belucistan, nell'Afganistan?...

Cecè — Ma niente affatto! Non mi sono mai mosso da... (qui dire il nome dì una borgata prossima al luogo dove avviene la recita).

Cocò — Ma allora, se non avete viaggiato, non amate i pappagalli.

Cecè — Altro che! Ne ho uno al quale sono molto affezionato.

Cocò — Benone!  E parla?

Cecè — Come una suocera!

Cocò — Fischia?

Cecè — Come una locomotiva!

Cocò — Canta?

Cecè — Come una radio.

Cocò — Benone! Affido a voi l'educazione del mio pap­pagallo. Si chiama Cocorito. Non parla, non fischia, non canta. Cioè... dice queste sole parole: « Quanto sei cretino! » Ciò non mi garba affatto.               

Cecè — Ha ragione. Se non sa dire che questo, è po­chino davvero. Gli insegnerò io qualche altra insolenza...

Cocò — Insolenza?

Cecè — Qualche insolenza... mitigata… Per esempio: (imitando la voce del pappagallo) « Padrone! Oggi sei meno stupido del solito ». Vede: è già una co­sa più gentile.

Cocò — Be', fate voi. Istruitemelo bene. Mi affido com­pletamente a voi.

Cecè — Lasci fare a me. I pappagalli sono sempre sta­ti i più bei giorni della mia vita.

Cocò — Allora venite con me. Il vostro studio è di qua

(accenna a destra). Potete cominciare a leggere i   giornali e a istruire il pappagallo.

(Escono a destra)

                         

SCENA SECONDA

Fricò, poiCocò

Fricò (entra dalla comune. Appende il cappello all'at­taccapanni e siede al tavolino di sinistra. Poi leva di tasca una pagnottella imbottita, ne addenta un boccone e mette il resto nel cassetto. Mastica avidamente)

— La pagnottella imbottita! Una fetta di salame, una fetta di prosciutto, una fetta di mortadella. Poi  un'acciuga e sopra l'acciuga un pochino di burro...

(Addenta un altro boccone e ripone nel cassetto).

Cocò (rientra da destra. È visibilmente allegro. Si frega le mani. Torna a sedere al suo posto e si mette a sfo­gliare della corrispondenza).

Fricò — Buon giorno, signor Cocò.

Cocò — Non chiamarmi Cocò. Te l'ho detto ancora. Io mi chiamo Francesco Scotazzi...

Fricò — ... detto Cocò. L'ha fatto stampare anche sul­la carta da lettera...  (mostra un foglio)

Cocò — È vero; ma adesso lo farò togliere. (Si rimette a sfogliare le carte, ad aprire lettere, eccetera, can­ticchiando).

Fricò (riprende a scrivere. Ogni tanto estrae dal cas­setto la pagnottella che addenta cercando di non farsi vedere da Cocò. Un silenzio).

Cocò — Sai, Fricò?

Fricò (ingoia affrettatamente e quasi si strangola) — Che cosa?

Cocò — Ho trovato il segretario per le pompe funebri e per il pappagallo.

Fricò — Ah, sì?

Cocò — Tutto combinato. È di là. Sta istruendo Cocorito.

Fricò — Piacere.

Cocò — Tu non hai mai avuto pazienza di farlo.

Fricò — Gli ho insegnato a dire: « Quanto sei creti­no » e lei se ne è avuto a male.

Cocò — Dovevo forse esserne contento?

(Il pappagal­lo, di dentro: « Cocò, quanto sei cretino! Quanto sei cretino! »)

Eccolo: senti? Senti le tue prodezze?

Fricò — Che ci posso fare, io, se al pappagallo piace di più dire « quanto sei cretino » piuttosto che « quanto sei intelligente »? Io gli ho insegnato tutte e due le frasi. Lui ha preferito la prima... Del resto, io non amo le bestie.

Cocò — Perché non le capisci. Se una bestia potesse parlare, sarebbe né più né meno che un uomo, pur rimanendo bestia.

Fricò — Non lo nego.

Cocò — È un giovane serio.

Fricò — Il pappagallo?

Cocò — Il segretario. Si chiama Cesco Cerasi, detto Cecè.

Fricò (ride di gusto) — Ah, ah, ah, ah!

Cocò — Che ti prende?

Fricò — Cecè?... Com'è buffo! Io Fricò, lei Cocò, lui Cecè...

Cocò — Ebbene?

Fricò — Niente...  Fricò, Cocò, Cecè...  è molto bello.

Cocò — Sei stupido. Questo è più bello ancora.

Fricò — Sissignore.

(Lungo silenzio)

Cocò (continua a canticchiare e a guardare di sottecchi Fricò che continua a mangiucchiare. Poi, battendo un pugno sul tavolo) Fricò! Tu mangi la mia mercanzia!

Fricò (Ha un sussulto. Con la bocca piena) Io?... (fa segno di no col capo).

Cocò — Come no? Hai la bocca piena! Non mangerai per caso delle uova di calabrone africano?

Fricò (che ha ingoiato il boccone) — Non mi piacciono.

Cocò — Uova di scarafaggio? Uova di formica?

Fricò — Non mi piacciono.

Cocò — Ah, non ti piacciono! (Si alza e va a prendere un vaso nello scaffale) Ce n'era un vaso pieno di uova di formicone rosso. Guarda a quanto è ridotto. Chi le ha mangiate?

Fricò — Nessuno. Sono state vendute.

Cocò — Fricò... Fricò... Qui mancano delle uova di for­micone... Tu mi mangi la mercanzia...

Fricò — Ma chi  può mangiare  quella roba!

Cocò — I buongustai! La mangio anch'io... quella ro­ba! Spalmata sui crostini, altro che caviale! Del re­sto io non ti sento mai cantare. Te l'ho detto tante e tante volte! Devi cantare, come faccio io. Quando si canta, non si mangia!

Fricò — Ma se non so cantare!

Cocò — Si impara! Mio fratello ha cominciato a qua-rant'anni a cantare. E che tenore è diventato! Io non l'ho mai sentito, veramente. Ma so che lo chia­mano Do-di-petto. Do-di-petto, capisci! L'avrai cer­to sentito nominare.

Fricò — Io no.

Cocò — Naturale! Sei un'oca! (Si rimette ad aprire la corrispondenza. Canticchia) To'! (Grande sorpresa) « Lupus in fàbula »!

Fricò — Come?

Cocò — « Lupus in fàbula ».

Fricò — Non capisco il francese.

Cocò — Come sei ignorante! Questo è latino. Vuol di­re: Il lupo nella favola. In questa busta...

Fricò — C'è un lupo?

Cocò — C'è una lettera di mio fratello; di Do-di-petto!

Fricò — Oh, guarda, guarda...

Cocò — Mi annuncia la venuta sua e di mio nipote. Ce­lebre cantante anche lui.

Fricò — Ah!

Cocò — Sicuro. (Rilegge la lettera) « Arriverò solo o con Archimede col treno delle 10,40 ». Ma di quan­do? Di oggi, di domani, di dopodomani? (Guarda l'orologio) Sono le dieci. Vado alla stazione. Potreb­be darsi che arrivi adesso. Segni di riconoscimento: fiore rosso all'occhiello e guanti color canarino. (A Fricò) Perché, sai? Io non vedo mio fratello da qua-rant'anni. E non lo riconoscerei. Non conosco nep­pure mio nipote. L'ho visto una sola volta quan-d'era bambino. Viene per conoscere la mia figlioccia Teresita. Tu capisci che c'è una combinazione matri­moniale in vista. (Si avvia) Be'. Ti raccomando di non far confusione.

Fricò — Vada   pare  tranquillo.   Non  farò  confusione. (Tra sé) Più confuso di così.

Cocò — Le uova di pappagallo non devi venderle a meno di dieci lire l'una.

Fricò — Lo so.

Cocò — Il biadume, la gusciaglia, il baccellame, costa­no dieci centesimi di più al chilo. Ricordalo.

Fricò — Lo ricordo.

Cocò — Allora vado.

Fricò — Vada pure.

Cocò — E raccomando i campioni dei fagiuoli dall'occhio.

Fricò — Li preparo subito.

Cocò — A rivederci. Ah! Dimenticavo: occorrono an­che i campioni della cassia.

Fricò (tra sé) — E del tamarindo! Auffa!! (forte) Pre­parerò anche la cassia in canna.

Cocò — Ma che canna!

Fricò — Niente cassia in canna, allora.

Cocò — Cassia, sì; in canna, no.

Fricò — Va bene. Canna, sì; in cassia, no.

Cocò — Sei un gran salame!  Peggio:  un cotechino!

SCENA TERZA

Detti eChichì

Chichì (dalla comune) — Eccomi.

Cocò — Chi è lei?

Chichì — Cotechino.

Cocò — Cotechino?!

Fricò — Ah, ah!

Chichì — Sì.  Pasquale Cotechino,  detto Chichì.

Fricò (ridendo a crepapelle) — Fricò, Cocò, Cecè, Chi­chì... Oh, oh, oh... Ci mancava Chichì, adesso.

Cocò — Ma che razza di cotechino è questo? Cioè... che razza di nome è questo?

Chichì — Nome storico,  signore. Mio padre Cotechino, mio nonno pure Cotechino fu. Il mio bisavolo... il mio trisavolo...                                                           

Cocò — Tutti cotechini.

Fricò — Ah, ah!

Chichì — C'è poco da ridere!

Cocò — Che cosa desidera?                                              

Fricò — Un cotechino.                                                     

Chichì — Desideravo  delle uova di trota per la mia piscina.                                                                           

Cocò — Sono spiacente. Uova di trota non ne ho più. Se vuole uova di pappagallo...                                   

Chichì — Non mi servono. Voglio uova di pesce.        

Cocò — Potrei darle uova di ranocchia.                         

Chichì — Macché.                                                            

Cocò — Uova di tartaruga.                                              

Chichì — Macché.                                                            

Cocò — Uova di anguilla.                                                

Chichì — Macché.                                                                      

Fricò — Oh, oh!                                                          

Cocò — Lei intende forse prendermi in giro col suo: macché?                                                                 

Chichì — Io? Macché!

Cocò (piano a Fricò) Io debbo andare. Guarda un po' se puoi convincerlo a comperare le uova di pappagallo. Ma quelle dell'anno scorso, non quelle fresche.

Fricò — Lasci fare.                                                    

Cocò (a Chichì) — La servirà il mio commesso. Io debbo andare.  A rivederla.                                          

Chichì — A rivederla.                                               

(Di dentro, la voce del pappagallo: « Cocò... quanto sei cretino... )                                                  

Fricò — È vero.

Chichì — Ma chi è?

Fricò — Non ci badi: è il pappagallo.

SCENA QUARTA

Chichì e Fricò

Chichì (diviene subito ilare, espansivo) — Se n'è an­dato!  Se n'è andato!  Senta:  io sono qui per...

Fricò — Per le uova di trota.

Chichì — Macché.

Fricò — Ricomincia?

Chichì — Ma che uova di trota! Io sono qui per...

Fricò — Ma allora dia ascolto a me. Prenda le uova di pappagallo. Ne abbiamo di fresche e di stagiona­te, lessate e cotte al forno, tutte pronte per la cova; uova di coccodrillo, uova di serpente bove, di ser­pente pecora...

Chichì — Macché! Io...

Fricò — ... di serpente coniglio... uova di galline fa­raone, di ranocchie, di pulcini, di pesce spada, sega o martello...

Chichì — Macché!  Io...

Fricò — ... uova maschie, uova femmine... uova di tafani, di zanzare, di pulci nostrane e forestiere, uova di...

Chichì — Ma basta! Non ne ho bisogno (si eccita) ho ditto... ho dotto... ho datto... ho dutto... (estrae di tasca una scatoletta, ingoia, una pasticca e si calma. Fricò lo ha osservato con curiosità). Ho detto! Ecco: ho detto che non ne ho bisogno!

Fricò — Lo dice lei che non ne ha bisogno! Ma delle uova di pappagallo tutti hanno bisogno! E ne ab-biamo di ogni razza, sempre pronte. Uova di ara| di arara, di parrocchetto, di loreto, di lorito, di cacatoa...                                                                                 

Chichì — Macché!                                                      

Fricò — ... di cacatua, di cocorite di cocoreto... di maitacca, di platicerco, di tricoglosso, di nasisterna...

Chichì — Ma non mi faccia perdere la  pazienza!     

Fricò (continua imperterrito) — ... uova fresche, uova barlocchie, conservate, congelate; uova cacherelle, piccole, grosse, mezzane, smaltate, decorate, damascate...                                                                     

Chichì — Uffa! Uffa! Ma senta...                               

Fricò — ... marmorizzate, piene, vuote, col tuorlo, senza tuorlo, col pulcino e senza pulcino, uova col guscio e uova senza guscio...

Chichì — Aaahhh! (si abbatte semisvenuto su una sedia).

Fricò — Che ha? Si sente male?

Chichì — Ma lei fa venire gli svenimenti anche ai pali del telegrafo... Che maniera è questa?

Fricò — Ma io caccio l'articolo, caro il mio signore! Sono pagato per questo!

Chichì — Sta bene; ma ogni cosa deve essere fatto con misura.

Fricò — Vuole un vestito su misura? Non ha che da comandare. Oppure le posso offrire della seccia, del­la veccia, della pula, della lolla, dei semi di arachi­di o nocelle americane chiamate bagiggi, scachetti, gallette, gallettine, spagnolette...

Chichì — Ma io...

Fricò — Vuole della cassia, del tamarindo, dei fagioli romani, svizzeri, senegalesi, dei fagiuoli quaranti­ni, trentini, ventini, da due soldi...

Chichì — Ma io...

Fricò  — Ho capito. Vuole un cappello alla zuava, un patò alla Napoleone, un paio di guanti alla moschet-tiera, un paio di stivaloni...

Chichì (è svenuto sulla seda. Dopo poco comincia ad avere qualche sussulto e ad emettere piccole grida soffocate) Eh!... Ih!... Uh!...

Fricò — Dio! Si sente male! (Va al banco e prende una scodella con dentro qualcosa di chiaro, come crema, panna montata, ecc. e a cucchiaiate cerca di metter­la in bocca a Chichì, sporcandogli tutta la faccia) Prenda! Prenda! Questo le fa bene.

Chichì — Aaahhh (un lungo sospiro. Poi apre gli oc­chi, si guarda attorno lentamente, vede Fricò con la scodella, si porta una mano alla bocca e la ritrae sporca di crema) Che cos'è? Che mi ha fatto mangiare?

Fricò — Si calmi. Se non era questo lei non rinveniva subito.

Chichì — Ma io sento un sapore di uova marce... Puah! Che roba!

Fricò — Una nostra specialità utilissima negli svenimen­ti. Latte di rospo con uova di scarafaggio domestico.

Chichì — Aaahhh! (Un lungo gemito di nausea e torna a svenire).

Fricò — Adesso ci prende gusto con gli svenimenti! Su, su.Forza. (Prende un asciugamano e gli pulisce bene la faccia).

Chichì (rinviene) — Lei è... (eccitandosi) uno scamalzone... un saclamone... un melanzone... una melanzana...  (prende una pasticca e si calma) Lei è un mascalzone!

Fricò — Signore! Se lei è venuto qui per dirmi questo...

Chichì — No. Sono venuto per dirle...

Fricò — E dica allora. Se non parla!

Chichì — Come posso parlare se ha sempre parlato lei?

Fricò — Ma io ho cacciato l'articolo! Ha qualche cosa da cacciare anche lei? Dica dunque. Son qui tutt'orecchi.

Chichì (estrae un biglietto da cinquanta lire) — Lo vede questo? È suo.

Fricò (fa per prenderlo) — Qua.

Chichì — Adagio.

Fricò — Se dice che è mio.

Chichì — Bisogna guadagnarselo.

Fricò — Farò del mio meglio. Le darò le uova di pap­pagallo di razza australiana.

Chichì (eccitandosi) — Se mi parla ancora di pappa­galli l'azzammo... l'azzommo... lo mezzo... la moz­zo...  (prende una pasticca) l'ammazzo!

Fricò — Basta la parola.

Chichì (sempre eccitato) — Perche io non so che far­mene dei paccagalli... dei galli pacca... dei pelagalli... dei pappagalli... perché io tomo Amenita... to­ta Manerita... trota Ramonita... O Dio! (prende una pasticca) Io amo Teresita!

Fricò — Ama Teresita?

Chichì — Sì. Amo Teresita!

Fricò — Ci voleva tanto a dirlo! E a me che me ne importa?

Chichì (sventolandogli il biglietto da cinquanta lire sot­to il naso) —  E questo?

Fricò — Questo sì che m'importerebbe.

Chichì — È per lei.

Fricò — Per Teresita?

Chichì — Per voi.

Fricò — Per noi?!

Chichì — Per te!

Fricò — Ah! (allunga la mano)

Chichì — Un monumento!... Cioè: un momento! Bisogna guadagnarselo.

Fricò— E dica quel che debbo fare.

Chichì — Io amo Teresita.

Fricò— E due! E a me lo racconta? Teresita è la fi­glioccia del principale.

Chichì (eccitandosi c. s.) — Lo so. Ed è appunto per questo... Se figlio la fessoccia... se fesso la saccoccia... se scoccia la figliaccia... Oh, Dio! (prende una pasticca e si calma). Se fosse la figlioccia di un altro, mi farei avanti. Ma siccome so che il tuo principale, che io non conosco, è un tipo col quale non si ra­giona e siccome so pure che egli l'ha destinata a un suo nipote...

Fricò — Che deve arrivare adesso. È appunto andato alla stazione.

Chichì — Ahi! Che tardo arrivo!

Fricò — E male alloggia.

Chichì — Ci sarebbe però un mezzo...

Fricò  — Quale?

Chichì (sventolando il biglietto da cinquanta) Questo a te una letterina a lei.

Fricò — Una letterina? Signore! Non faccio queste cose, io!

Chichì — Ah, no? E allora che cos'è che fai?

Fricò — Sono qui per la vendita, all'ingrosso e al mi­nuto, di uva secca, scarpe, piselli, frumento, riso, spagnolette, vestiti, fagioli, granoturco, sedie zoppe, bottiglie rotte, guanti spaiati, calze coi buchi, ne­spole del Giappone...

Chichì — Basta, basta! Ho capito. Senti... Scusa se ti do del tu... Come ti chiami?

Fricò — Gino Friconi. Ma tutti mi dicono Fricò.

Chichì — Senti, Fifo Grifoni che tutti...

Fricò — Gino Friconi, ho detto.

Chichì — Senti, Gino Friconi che tutti chiamano Fri­cò. Se tu mandi a monte il matrimonio di Teresita col nipote del tuo principale, io ti farò ricco.

Fricò — Ma va là.

Chichì — Ricco, ti dico. Avrai denari a palate, aero­plani, dirigibili, automobili, biciclette, motociclette, tricicli, macchine da cucire, macchine da caffè espres­so, accendisigari, fiammiferi di legno e di cera svedesi e norvegesi, cucine a gas, a petrolio, schiaccia­noci, stuzzicadenti, grattaschiena, carta asciugante, pastiglie per la tosse, pasta moschicida...

Fricò (riuscendo a stento a far tacere quel fiume di pa­role) — E basta! Basta!  Quanta roba!

Chichì — Tutto questo tu l'avrai!

Fricò — Grazie tante. Troppe promesse.   Io mi  contenterei...

Chichì — Di che cosa? Parla e l'avrai!

Fricò — Mi contenterei di avere tanto, quanto basta a mettere su un negozietto come intendo io.

Chichì — Te lo metterò come intendo io.

Fricò — No. Lo voglio come intendo io.

Chichì — E perché non come intendo io?

Fricò — Perché ho paura che lei mi ci metta solo gli stuzzicadenti.

Chichì— Non mi conosci,  allora. Io sono ricco sfondato. Sono figlio del banchiere Tiracchia.

Fricò — Ma va là!   Se ha  detto che  si  chiama  Cotechino.

Chichì — L'ho detto apposta. Non ho voluto rivelarmi.  Non hai capito che le uova di trota erano una scusa?

Fricò — Ma allora  è vero!   Lei vorrebbe...   (Si porta una mano al cuore e vacilla) Senta...  Io soffro  di palpitazioni... Le forti emozioni mi fanno male...

Chichì — Che c'entra questo?

Fricò — Lei mi promette tanta roba... Se poi non man-tenesse... potrebbe venirmi un mezzo accidente... Sof­fro di palpitazioni...

Chichì — Ma io manterrò.

Fricò  — Dio! Mi sento svenire lo stesso...

Chichì— Su, su. Forza.

Fricò — Allora...

Chichì — Allora è come ti dico io. Tu fa di tutto per impedire il matrimonio e io ti farò ricco. Vuoi che ti metta su  su una banca?

Fricò — Ecco... Mi basterebbe Un banchetto...

Chichì — No. Una banca!

Fricò  — Vada per la banca... Tanto ci credo poco.

Chichì — Quando ci rivedremo?

Fricò  — Quando vuole.

Chichì — Sta bene.  (Si avvia)

Fricò  — Un momento. Su quella banca non si potrebbe aprire un piccolo conto corrente?

ChichÌ — Sarebbe a dire?

Fricò — Un piccolo deposito, per ora. Si potrebbe co­minciare con quelle cinquanta lire.

Chichì — Cinquanta lire? Quisquilie!   Cominceremo con mille lire. (Cerca nelle tasche) Non ho il libret­to degli « chèques ». Te le darò quest'altra volta.      

FricÒ — Ma io mi contento di quelle cinquanta lire.   

Chichì — Be', te le voglio dare. Prendi.                    

FricÒ — Grazie. Ora sì che lei gode di tutta la mia stima. E le voglio seriamente venire in aiuto.         

Chichì — Dimmi.

FricÒ — Lei deve cercare di entrar nelle grazie del mio padrone. Per far ciò deve conoscerlo bene; per conoscerlo bene deve frequentarlo; per frequentarlo deve sapere quali sono i suoi punti deboli.

Chichì — Parla e ti farò ricco.

Fricò — Ecco: il mio padrone ha tre manie: Prima, quella dei morti...

Chichì — La mania dei morti? Non capisco. Fa col­lezione di cadaveri?

Fricò — No. Ha la mania di prender parte a tutti i trasporti funebri. Anche di gente che non conosce.

Chichì — Ho capito.

Fricò — Seconda: la mania dei pappagalli. Lui vende le uova di pappagallo ma non è capace di farle na­scere. Terza: la mania del canto. Ma lui quando canta è peggio d'un cane. Adesso è andato alla sta­zione incontro a suo fratello, un cantante, dice lui, un celebre tenore. Si chiama Do-di-petto. Se le rie­sce di sfruttare abilmente una sola di queste sue de­bolezze, chi sa che non entri nelle sue grazie.

Chichì — Una?... Ma tutte e tre, io le sfrutto. Tutte e tre.

Fricò — No, non esageriamo.  Una basta.

Chichì — Tutte e tre, ho detto! Ha la mania dei mor­ti? Ebbene:  domani avrà qui dieci cadaveri!

Fricò — Dieci cadaveri? Ma dove li va a prendere?

Chichì — Questo non ti riguarda. Domani, vivi o mor­ti, egli avrà qui dieci cadaveri!

Fricò — Ma lui non sa che farsene dei suoi cadaveri. Segue i trasporti funebri, ho detto.

Chichì — Ebbene! Domani vi saranno almeno dieci morti da accompagnare al cimitero!

Fricò — Esageroso!

Chichì — Esageroso? Che cosa intendi con questa er­rata parola? (Eccitandosi) Dieci cimiteri funebri, ho detto!... Dieti cimiceri... Dieci cimici neri... Mici dicitieri... (prende una pasticca).                                

Fricò — Ma si calmi... si calmi. E poi, vede, io credo che sia meglio sfruttare la sua passione per i pappa-galli. Egli ama tanto queste bestiole e non ha che un solo pappagallo.

Chichì — Farò venire dall'Africa un bastimento di pappagalli.

Fricò — Sempre esagerato! Basterebbero pochi pap-pagalli; anche uno solo, ma bello, che lo possa lusingare.

Chichì — Un'idea!   Il pappagallo verticale!

Fricò — Verticale o orizzontale...

Chichì — No!   Verticale,  ho  detto!   È un  pappagallo fuori del comune!

Fricò — Per me, che sia anche fuor del municipio.

Chichì — Non fare lo scemo!

Fricò — Mase non la conosco questa razza di pappagalli!

Chichì — La conosco io! Vedrai che roba! Il pappagallo verticale! È un vero portento! E tu mi aiute­rai. Perché per presentare il pappagallo verticale bi­sogna essere in due.

Fricò — Senta, senta. Senza andare tanto nel difficile... Io ho qui due uova. Sono freschissime, garantite. Se lei le sa covare...

Chichì — Io?!

Fricò — Intendo: se le sa far covare da una gallina...

Chichì — Questo è affar mio! Da una gallina! Ho di meglio. Le farò covare da una pecora...

Fricò — Ma no. La pecora non è adatta.

Chichì — Allora da un cane barbone, da un gallinac­cio, da un rinoceronte.

Fricò — Bum! Si arrangi un po' lei. Se dopo nati li sa allevare, li sa far crescere, li sa istruire, sa inse­gnar loro a parlare; se dopo fatto questo lei li porta qui, il padrone andrà in sollucchero e lei potrà ot­tenere quello che vuole.

Chichì — Bene! (Gli dà un bacio in fronte) Questa è una buona idea! Io farò covare le uova, se non trovo chi le cova, le coverò io... (Eccitandosi). Se mentre le uova covano la gallina cresce... se mentre le uova crescono la covina galla... se mentre le ovalle corro­no la galliva crepa... Auffa!  (prende una pasticca).

Fricò — Ma calma, calma.

Chichì — Non posso... È una malattia. Quando mi ac­caloro, infilo tante papere da non credere. Talvolta perdo fin la sindèresi...

Fricò — Che cosa?

Chichì — Perdo la sindèresi!

Fricò — Non capisco...

Chichì — Ma non capisci niente!  (Accalorandosi) Accipicchia!  Perco la picchièresi...  picchio la perlèndesi...  piccio la perpìndosi... Ah!   (prende una pa-  sticca) Hai capito com'è?                                         

Fricò — Ho capito. (È andato al banco a preparare le due uova di pappagallo che mette in una scatola) Lei perde il filo del discorso... si impapera, si impunta, si intartaglia.

Chichì — Una grande disgrazia. Meno male che quelle pillole riescono a calmarmi un poco.  Sono  del dottor Perù. Le hai mai sentite nominare, tu, le pasticche del dottor Perù? Fricò — Io mai.

Chichì — Sono un portento. Calmano i nervi. Ve n'è di varie gradazioni. Quelle di sesto grado, per esem­pio, se sono prese da una persona normale, la fa sta­re due  giorni rimminchionito,  senza forza e senza possibilità di parlare. Ah! Un'idea. Tu dài una pa-sticca di sesto grado al tuo padrone. Lui si rimmin­chionisce per due giorni e io per due giorni parlo con Teresita.

Fricò — Non  complichiamo  le  cose. Rimaniamo  nel campo più semplice del pappagallo.

Chichì — Verticale?

Fricò — Ma che verticale! Ecco: qui ci sono due uova di pappagallo garantite. Le metto qui. (Mette la sca­tola su una sedia).

Chichì — Dimmi  un  po'.   Do-di-pancia  è  sicuro  che arriva?

Fricò — Do-di-pancia? Vorrà dire Do-di-petto.

Chichì — Già:  Do-di-petto.

Fricò — Non so.

Chichì — Se non arriva oggi, questa sera stessa io sarò Do-di-petto!

Fricò — Bum!

Chichì (accalorandosi) — Io sarò Pe-di-dotto... ho det­to... Pe-di-detto... ho dotto... Po-de-potto... ho dit­to... Accipicchia! Po-di-cicchia... Ci-pi-docchio... (prende una pasticca) Oh, Do-di-petto, ho detto!

Fricò — Avevo capito... Ma lei con questo suo male... se non. si cura...                                             

Chichì — E non mi curo, forse? Non prendo le pa­sticche?

Fricò — Eh, lo vedo. Ma mi sembra che siano poco efficaci.

Chichì— Se prendo le pistecche... (eccitandosi)... le stipacchie... le spanticchie... le sputacchie...

Fricò — Eh! Ma va a farti curare!

(esce indispettito dalla comune)

Chichì  (prende una pasticca) — Se n'è andato! Mi ha la­sciato solo. (Va alla finestra e guarda fuori, da una parte) Oh! Calmati, cuor mio! Eccola là, la bella Teresita!

Fricò (Rientra) — E poi, sappia, che Do-di-petto è un celebre tenore!

Chichì (non gli bada. Guarda sempre fuori dalla fine­stra) — Teresita!...  Teresita...

Fricò (va a prenderlo per un braccio) — Venga via. Io debbo uscire un momento.

Chichì — E tu esci, esci... Io resto.

Fricò — Non si può.

Chichì — Non si può? Ti ho dato cinquanta lire...

Fricò — Mi prometta di non fare sciocchezze. Ritorno tra poco. Vado a comperarmi una pagnottella im­bottita. (Esce).

SCENA QUINTA

Chichì, poiCecè, poiCocò, e in ultimoFricò

Chichì (si mette a far segni alla finestra) — Non mi guarda... È tutta intenta al suo ricamo.

Cecè (da destra con un libro in tuono) — La cosa non è poi tanto semplice... Dover ricordare tutti questi nomi di uova di pappagallo... (Cerca di ricordare le parole imparate) Ara... arara... parrocchetto... lorito... no: prima loreto... (guarda nel libro) Sì, prima loreto, poi lorito... (Vede Chichì che continua a far segni ridicoli alla finestra) Ma chi è costui? Che fa? Che vuole? (forte) Ehi! Signore!

Chichì (con un sussulto) — Eh? Ah! (tra sé) Che sia Francesco Scotazzi detto Cocò, il terribile padrino di Teresita? (forte) Signore...

Cecè — Che cosa desidera?

Chichì (tra sé) Bisogna pigliarlo dal punto debole. (Forte) Son venuto a sentire se le fa comodo avere qualche cadavere.

Cecè — Qualche cadavere?

Chichì — Per l'appunto. Ne ho d'occasione: maschi, femmine, giovani, vecchi, barbuti, imberbi, vecchi, bambini...

Cecè — Ma lei è matto! Lei confonde i cadaveri coi trasporti funebri...

Chichì — Come ha detto? Sono matto? (eccitandosi) Io cadavero i confondi... io rifondo i cadeveri... io defundo i cacèveri... (prende una pasticca) Ah!.. Io confondo i cadaveri?

Cecè — Mi pare! Spieghi bene quello che ha da pro­porre.

Chichì (tra sé) — Proviamo coi pappagalli. (Forte) Senta: invece dei cadaveri defunti, potrei offrirle uno stok di pappagalli viventi.

Cecè — I pappagalli ci interessano. Anzi abbiamo uno stok di uova di tutte le razze. (Aiutandosi di quando in quando con una sbirciata al libro) Abbiamo uova di ara, di arara, di parrocchetto, loreto, lorito, cacatoa, cacatua, cocorito, maitacca, platicerco, trico-glosso, nasisterna...

Chichì (che ha tentato più volte di ìnterromperlo. Tra sé) — Anche lui! (Forte) Basta! Vedrò, Mentirò; bi­sogna che mi consigli col mio socio. Perché io appar-tengo a una ditta che fornisce i pappagalli a lutto il mondo. Anche ieri ne abbiamo spedito un bastimento pieno pieno per ripopolare le foreste della Siberia.

Cecè — Ma nella Siberia non ci sono pappagalli.

Chichì — D'ora innanzi ci saranno. Li mandiamo noi. I nostri pappagalli nascono  con l'incubatrice,  mac­china perfezionatissima ideata dal mio socio...

Cecè — Senta. Sarebbe bene che lei  ne parlasse col padrone.

Chichì — Quale padrone?

Cecè — Francesco Scotazzi, detto Cocò.

Chichì — Ma come! Non è lei il signor Cocò?  (acca­lorandosi) E mi pa lerfare... mi la perlare... per la ridare... ri la perdère... (prende una pasticca) Mi fa parlare tanto e poi mi dice che lei non è Cocò. Ma se lei non è Cocò, mi dice perche sta qui ad ascol­tare gli interessi degli altri?

Cecè — Ma io sono Cesco Cerasi, detto Cecè, segreta­rio particolare del signor Cocò.

Chichì — Piacere. Io mi chiamo Pasquale Cotechino, detto Chichì.

Cecè — Chichì?! Lei vuol burlarsi di me!

Chichì — Che io Chichì, mi burli di Cecè segretario di Cocò? Non sia mai! Ho parlato con Fricò il quale mi ha messo al corrente delle manie di Cocò ma non mi ha detto che esiste anche un Cecè, segretario di Cocò.

Cecè — Le ripeto che mi sembra che ella abbia tutta l'aria di burlarsi di noi!

Chichì (accalorandosi) — Io che mi burli di Cricè... di Così... di Cecò... di Cricì... di Coccè... Oh, Dio! (prende una pasticca) Io che mi burli di Cecò, Ce­cè, Fricò? Non vorrei essere più Chichì se...

Cecè — Senta, signor Chichì. Ritorni quando c'è Cocò.

Chichì — Ritornerò volentieri quando ci sarà Cocò; ma prima, signor Cecè, vorrei dirle una cosa. Lei mi sembra una persona ammodo per cui è bene sap­pia il vero motivo che qui mi spinse. Io non ho né cadaveri né pappagalli disponibili. Ma sono soltanto un innamorato cotto, bicotto, stracotto di Teresita, la figlioccia di Cocò.

Cecè — Eh?! Che dice? Innamorato di Teresita? Ma anch'io sono innamorato di Teresita e sono qui per questo! Ho accettato la carica di segretario di quel pazzo per poterle essere vicino. E non tollererò mai che un intruso qualunque, un Chichì da quattro ba­iocchi, venga a contendermi   il posto!

Chichì (accalorandosi) — Io Chitrì da quattro baciocchi... Bibò da quattro ciobacchi... Quatrì da trocchi baciacquo... Citrò da brocca con l'acqua... (pren­de una pasticca)

 Cecè — Ma che diavolo  ha?   E  con  quella bella maniera di parlare e con le convulsioni che le vengono, aspira alla mano di Teresita? Si vergogni!

Chichì — Signore! Guardi come parla!

Cecè — Ma impari lei a parlare. Coi suoi caì, gnaò, frichì,  pecè,  farebbe  ridere i  pappagalli.

Chichì — Lei non mi conosce! Con un pugno le sfon­do il cranio!

Cecè — Io con un dito le sfondo lo stomaco!

Chichì — Con uno schiaffo la schiaccio contro il muro!

Cecè — Con un soffio la faccio volare dalla finestra!

(Sono minacciosi tutti e due: si accingono al pugilato)

Chichì — Uno di noi due è di troppo!

Cecè — È quello che penso anch'io!

Chichì — Un duello alla pistola!

Cecè — Alla sciabola!

Chichì — No. Alla mitragliatrice!

Cecè — E perché non al cannone?

Chichì — Meglio a pugni!

Cecè — Vada per i pugni! Ecco: qui ci sono due paia di guantoni da boxe. (Li prende) A lei! (Glie ne dà un paio).

(Qui bisogna studiare una divertente partita. Si sa che la boxe oggi appassiona molti, quindi una bella partita a soggetto ma combattuta in modo spassoso, deve riuscire gradita assai al pubblico. Nella partita il primo a soccombere è Chichì. Cecè, tutto indolen­zito, dopo essersi guardato attorno in cerca di un po' d'acqua, si avvia a destra lasciando Chichì lungo di­steso col ventre a terra)

Un po' d'acqua... (affannoso) Un po' d'acqua...

(Esce a destra).

Cocò (dalla comune, alquanto indispettito) — Lo sape­vo! Non è arrivato!  (Vede Chichì disteso che sembra morto) Oh! Che è successo? (Si china su lui, lo tocca. Con ribrezzo) Brrr! È proprio defunto! Ma me li portan fin qui, adesso, i morti? Questo è trop­po!

(Esce dalla comune)

Cecè (rientra da destra; ha sempre i guantoni. Cam­mina dinoccolato). Son tutto rotto! E non si trova una goccia d'acqua! (Si accosta a Chichì e lo scruta).

(Chichì si alza di botto, gli sferra un pugno e ricade, ventre a terra. Cecè, colpito in pieno, cade anche lui disteso ventre a terra).

Cocò (rientra dalla comune) — La portinaia dice che non ha visto nessun morto salire le scale. Eh! Sono due, adesso! Due cadaveri defunti! Ma Fricò dov'è? E il mio segretario?

(Esce a destra)

Fricò (entra dalla comune, si avvia verso il tavolino, quando vede i due corpi distesi. Con un grido soffo­cato, portandosi la mano al cuore) — Ah! Ma che è successo?! Dio! Il mio mal di cuore! L'emozione... l'emozione... (traballa e cade anche lui riverso ac­canto ai due).

Cocò (rientra da destra) — Cecè non c'è! Fricò nepp... (Vede i tre corpi che rum riconosce perche voltati faccia a terra) Aaanhhhh! Madonna mia! Ma che succede? Un altro morto ancora?! Oh, Dio! Sven­go! (cade a sedere sulla sedia dove è la scatola con le uova di pappagallo. Si alza di scatto, prende la scatola schiacciata e senza) guardare la frittata che ha fatto, la butta dalla finestra ed esce correndo dal­la comune, chiamando):  Fricò!  Cecè!

VELARIO


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Fricò, Chichì, Cecè, Dottor Perù

(Continua l'azione dell'atto precedente. Fricò, Chi­chì e Cecè sono distesi in terra allo stesso posto. Si ode ancora la voce di Cocò, fuori, che chiama: « Ce­cè! Fricò! » Poi, più lontano, ancora: « Fricò! Ce­cè! »).

(Poco dopo entra come un fulmine il Dottor Perù. Ha in mano la scatola schiacciata, senza coperchio, che Cocò ha gettato dalla finestra e la faccia tutta im­brattata di giallo d'uovo).

Perù — Corpo d'un purgante! Chi mi ha gettato in fac­cia dalla finestra queste uova marce? Oh! Che av­venne? Questo è un campo di battaglia! Morti, fe­riti, o semplicemente svenuti? Tre corpi, tre cada­veri, forse? (Si china, scuote i tre, li volta faccia al­l'aria). Hanno i guantoni. Una partita di boxe! Una terribile partita! E costui? (Scuote Fricò) L'arbitro certamente. Morto anche l'arbitro! (Si guarda at­torno) Ma non c'è nessuno, qui? Questa mi pare la casa del mistero. Ehi! Di casa! Ehi! Della Ditta! Ehi! Del negozio! La casa abbandonata! (Osserva il disordine della mercanzia).  Qui c'è di tutto meno esseri viventi.  Ehi!  Di casa!   Ma non c'è nessuno, qui? (Esce a destra).

Fricò (Si scuote, sospira, alza la testa e si sforza per mettersi a sedere) — Ah! La mia palpitazione! (Si porta le mani al cuore). Credevo di essere morto. (Scuote gli altri due) Ehi! Ma costoro sono morti davvero! Ah!  La mia palpitazione...

Perù (rientra da destra) — Non c'è proprio nessuno! Ah! Meno male che uno dei morti è vivo. (Si acco­sta a Fricò) Come va?

Fricò — Non c'è male, e lei?

Perù (aiuta Fricò ad alzarsi e lo mette a sedere su una sedia) — Che cosa è successo?

Fricò — Eh?!

Perù — Che cosa è accaduto?

Fricò — Sì, sono caduto.

Perù (tra sé) — Dev'essere scemo. (Forte) Domando che cosa è successo.

Fricò — Ah! Io non ne so niente! Lo giuro!

Perù — Ma voi non siete l'arbitro?

Fricò — Come?      

Perù (tra sé) — Ma è stupido davvero! (Forte) Do­mando se siete l'arbitro!

Fricò — L'arbitro? No, Sono Gino Friconi detto Fricò.

Perù (tra sé) — L'ho detto che è stupido! (Forte) Io sono il dottor Giangiacomocarlandrea Perù, medico chirurgo, inventore delle rinomate pasticche cono­sciute in tutto il mondo...

Fricò — Ah! Lei è il famoso dottor Perù?

Perù — Celebre dottor Perù. Inventore delle...

Fricò — Senta...!

Perù — ... famose pasticche brevettate...

Fricò — Senta...

Perù — Ne esistono sette qualità: prima: leggiera, per i timidi; seconda, più forte, per gli incerti; terza, più forte ancora per i pusillanimi;  quarta...

Fricò — Ma mi lasci dire! Lei è medico chirurgo?

Perù — Inventore  delle  celeberrime  pasticche...

Fricò — Sì: questo l'ho capito. Ma se lei è medico, perche non si cura?

Perù — Io curarmi? Corpo d'un purgante! Ma io sto benissimo.

Fricò — Con quella faccia color limone marcio, lei sta benissimo! Ma lei ha l'itterizia... Si guardi nello specchio (Indica il banco sul quale trovasi uno spec­chietto) .

Perù — Corpo d'un purgante! Chi ha gettato delle uova marce dalla finestra?

Fricò — Io non so nulla.

Perù (Si guarda nello specchio) — Faccio schifo, non c'è che dire!

Fricò — Schifìssimo addirittura. E puzza, anche.

Perù — Ma di questo parleremo più tardi. Prima d'o­gni altra cosa io debbo essere medico e vedo che qui c'è bisogno dell'opera mia.

Fricò — Ha ragione. Io ho la palpitazione di cuore. Che debbo fare?

Perù — Prendere le mie pasticche di sesto grado e an­dare poi a bere un bicchierino di grappa alla nafta­lina. (Estrae di tasca una scatola) Ecco: prendetene subito una e beveteci dietro un bicchierino di grap­pa al creosoto.

Fricò (prende la scatola) — Alla naftalina o al creo­soto?

Perù — È lo stesso. Andate. Penserò io ai due cada­veri. Un momento! Ditemi prima in che modo si è svolta la partita.

Fricò — Benissimo! È un appassionato anche lei? Mi fa piacere... Abbiamo vinto tre a uno.

Perù — Tre a uno! Ma se ci sono due morti!

Fricò — Quelli lì? Ma di quelli lì io non so niente! Credevo che parlasse della partita di foot-ball di ieri.

Perù — Ma io parlo della partita di boxe di oggi. Non vedete?

Fricò — Sicuro che vedo. Mu io non so niente, le ho detto.

Perù — Ma che facevate lì disteso anche voi?

Fricò (confuso) — Disteso?... Ah, già. Passeggiavo...

Perù — Volete prendervi giuoco di me?   

Fricò — Ma nemmeno per sogno. Dio! Che palpitazio­ne! Mi lasci andare a bere il bicchierino di grappa alla benzina...

Perù — Avete il brevetto di arbitro?

Fricò — Ma che arbitro! Le ho detto che io sono Gino Friconi, detto Fricò. E questo qui, se lo vuol pro­prio sapere, è Pasquale Cotechino detto Chichì; e quest'altro, infine, credo sia Cesco Cerasi, detto Cecè, al servizio, come me, di Francesco Scotazzi, det­to Cocò.

Perù — Ma che mi andate raccontando, corpo d'un purgante? Fricò, Chichì, Cecè, Cocò! Io vi faccio andare in galera, arbitro dei miei stivali!

Fricò — E dàlli con l'arbitro! Ma mi lasci andare a bere questo bicchierino di grappa al carbon fossile! Ho una palpitazione che non sto in piedi.

Perù — Andate dove volete.

Fricò — Ma lei si curi. Ha una bella itterizia! (Esce).

SCENA SECONDA

Detti, menoFricò, poiCocò

Perù — E adesso vediamo se questi morti sono vivi o sono cadaveri. (Prende sul banco lo specchietto e l'accosta alle labbra di Chichì poi a quelle di Cecè) Respirano ancora. Un po' d'acqua. (Cerca dell'ac­qua; non ne trova. Prende una bottiglia, leva il tap­po e fiuta). Benzina. Fa lo stesso. (Spruzza di ben­zina Chichì e Cecè) Non rinvengono...

Cocò (Dalla comune) — Ecco ordinate tre corone funebri.  Che puzzo di benzina...   (Sorpreso) Ma qui manca un morto!   (A Perù) Lei, signore, chi è?  Il terzo morto, forse?

Perù — Sono il dottor Giangiacomocarlandrea Perù, inventore delle celeberrime pasticche...

Cocò — Giapponese?

Perù — Io giapponese?

Cocò — Vedo che ha la faccia gialla.

Perù — Ah! Sicuro (Mostrando la scatola) Chi ha get­tato dalla finestra queste uova marce?

Cocò — Io...                                                           

Perù (minaccioso) — Ah!

Cocò — No. Intendo dire: io no. Ma se lei non è il terzo morto, che cosa è venuto a fare qui? Vuole forse fare acquisto di uova di ragni, di ciammaragni, di ciammariche, di scarafaggi con la barba...

Perù — Signore! Io sono venuto a chiedere soddisfa­zione dell'affronto!

Cocò — Quale affronto?

Perù (indica la faccia) — Che cos'è questo?

Cocò — Che vuole che io sappia di che razza di sbro-dolaglia si è sporcata la faccia?

Perù — Non lo sa? Questa sbrodolaglia l'ha fatta lei!

Cocò — Io! Mi meraviglio, come lei possa attribuire a me una puzzonata simile! (Lo fiuta) Perché puzza, non c'è che dire!

Perù — E io le ripeto che questa puzza è sua!

Cocò (torna a fiutare. Poi, serio, convinto) — No. Que­sta puzza non l'ho fatta io.

Perù — Però è uscita di qua. Da quella finestra!

Cocò (dopo avere osservata e fiutata la scatola, assag­giato con un dito e fiutata di nuovo la faccia di Pe­rù) Ma queste sono uova di pappagallo australiano!

Perù — E lei le sbatte in faccia ai passanti?

Cocò — Ma sa che lei ha delle belle pretese! Vorrebbe forse che le sbattessi sullamia faccia? Del resto non vorrà arrabbiarsi per questo. Di là (indica a destra) c'è tutto il neceasurio per lavarsi, pulirsi, asciugarsi. Io ho altro da pensare, adesso! Mi cresce una coro­na mortuaria. A lei non occorre una corona mortua­ria? Non le è morto nessun parente? Glie la dò a metà prezzo.

Perù — Signore! Il suo cinismo è ributtante! E mi renderà conto della frittata che ha fatto sulla mia faccia! Io ho questa divisa: occhio per occhio, dente per dente. Sbatterò anch'io sulla sua faccia due uo­va di pappagallo peruviano.

Cocò — Australiano.

Perù — Australiano, sta bene. Intanto mi faccia vedere dove posso lavarmi.

Cocò (tra sé) — È tremendo questo dottor Perù. (Forte) Si accomodi.

(Escono a destra).

SCENA TERZA

Cecè e Chichì

(Cecè e Chichì aprono prima un. occhio, poi l'altro. Sba­digliano, hanno piccole scosse, alzano le braccia e le muovono come se ancora combattessero. Si alzano e continuano comicamente ma per poco, con molta fiacca, la lotta, come due automi, senza mai colpirsi. Poi, estenuati, ricadono a sedere).

Cecè (starnuta forte) — Eccì! Eccì! Che puzzo di ben­zina! Teresita sarà mia.

Chichì (starnuta forte anche lui) — Eccì! Eccì! È vero; c'è puzza di benzina. Che cosa ha detto? Teresita sarà sua? No. Teresita sarà mia.

Cecè — No! Mia!

Chichì — Mia!

(Si alzano e riprendono brevemente la lotta. Poi lascia­no andare le braccia; estenuati).

Cecè — Deciderà Teresita. (Si leva i guantoni).

Chichì — Deciderà Teresita. (Si leva anche lui i guantoni).

Cecè — A rivederla, signore.

Chichì — A rivederla.

Cecè — Prego, si accomodi.

Chichì — Si accomodi lei.

Cecè —Non faccia complimenti.                       

Chichì — La prego di passare.

Perù (di dentro) — E si ricordi: occhio per occhio...

(Chichì e Cecè si precipitano alla comune ed escono insieme urtandosi).

SCENA QUARTA

Perù e Cocò

Perù (da destra, con una fotografia in mano) — Questa la tengo io.

Cocò (seguendolo) — Macché! Occhio per occhio fin­ché vuole, ma quella fotografia la lasci al suo posto.

Perù — Non posso! Questa è la fotografia della fan­ciulla del mio cuore. Di Teresita mia!

Cocò — Teresita è la mia figlioccia.

Perù — Che vuol dire? Io, dottor Giangiacomocarlan-drea Perù, inventore e fabbricutore delle celeberrime pasticche...

Cocò — Ma non mi secchi, con lo suo pasticche!

Perù — Signor Francesco Scotazzi detto Cocò, ho l'ono­re di chiederle la mano di Teresita.

Cocò — Non accetto. Teresita è promessa.

Perù — La sprometta.

Cocò — È impossibile. È fidanzata a mio nipote, grande cantante. Suo padre, che sarebbe poi mio fratello, il celebre tenore Do-di-petto... Ho detto: Do-di-petto...

Perù — Ho capito.

Cocò — E non le dice nulla questo nome? Il celebre tenore Do-di-petto, mio fratello, padre di mio nipote, sarà qui oggi o domani per chiedere la mano di Teresita.

Perù — Lui!

Cocò — Per conto di suo figlio.

Perù — Questo matrimonio non si farà. Teresita è per

me. La vidi una volta a passeggio. Mi stupì, mi colpì, la sua bellezza mi ferì. La persi di vista, ma sempre a lei pensai. Ora qui la ritrovo e mia sarà. Altrimenti non perdono. Occhio per occhio, dente per dente.   

Cocò — Va bene.

Perù — Uovo per uovo.

Cocò — Pappagallo per pappaggallo.

Perù — Frittata per frittata. Ci rivedremo!   (Esce).

Cocò — Non ci tengo! Bel tipo! (Cerca invano Chichì e Cecè). Ma qui si fanno i giuochi di bussolotti. I morti erano due, poi sono diventati tre, poi di nuovo due e adesso non ce n'è più nemmeno uno!

(Di dentro la voce del pappagallo: « Cocò... Cocò... ho fa­me... »).

Ah! Povera bestiola! Ma dove è andato Cecè? Vengo, vengo, Cocorito...

(Il pappagallo: « Cocò... Cocò.. Quanto sei cretino... Cocò... ». Cocò esce a destra).

SCENA QUINTA

Fricò, poiCocò

Fricò (dalla comune, mogio come un cane bastonato. Ha in mano una pagnottella imbottita che addenta avidamente). — Dio mio! Quante emozioni! Sono stato in tre bar; in nessuno ho potuto trovare la grap­pa al creosoto. Si mettevano a ridere! Così non ho preso neppure la pasticca. Ah! Il mio cuore! Che pal-pettazione... polpettazione... palpitazione... Quel dia­volo mi ha attaccato la sua malattia. Me lo sento bat­tere anche qui (si tocca il ventre:), e qui (si tocca il petto a destra). Mi batte tutta la coratella.

Cocò (rientra da destra) — Sei qui, tu?

Fricò —Sono qui.

Cocò — Com'è che non c'è Cecè?

Fricò — Non c'è Cecè? C'era poco fa.

Cocò — Io debbo uscire. Ritorno alla stazione. Se viene qualcuno vedi di appioppargli un po' di mercanzia di scarto. Biadume, cruscaglia, gusciame...

Fricò — Lasci fare a me. Vada pure.

Cocò — Mi sembri di malumore.

Fricò — Ho la palpettazione.

Cocò — Sfido io. Non fai che mangiare. Ti raccomando,       se viene qualcuno...

Fricò — ...di appioppargli mercanzia di scarto. Ho capito.

Cocò — Allora vado (esce).

                              

SCENA SESTA

Fricò solo, poiCecè

                                                                      

Fricò — Dio! Com'è pedante! Ci vuole la mia pazienza a resistere.  

(La voce del pappagallo:   « Quanto sei cretino! Quanto sei cretino! »)

Hai ragione, Cocorito. Sono un cretino. Se fossi io il tuo padrone, ti farei arrosto.

Cecè (dalla comune) — Caro Fricò.

Fricò — Chi è lei?

Cecè — Cecè. Caro Fricò...

Fricò — Caro no.

Cecè — Come vuoi che ti dica? Amato Fricò?

Fricò — Né caro né amato.

Cecè — E come allora?

Fricò — Fricò, semplicemente.

Cecè — Caro Fricò semplicemente; vedo che non stai bene.

Fricò — Ho la palpettazione.

(Il pappagallo:  « Cretini... Cretini... ho fame... »)

Cecè — Ah! Povera bestiola! Che cosa mangiano i pap­pagalli? Lo sai, tu?

Fricò (si inette a guardare alcune carte sul suo tavolo) — Ce n'è lì di roba. Non hai che da scegliere.

Cecè (guarda in qualche recipiente) — Semi di raviz­zone, vanno bene?

Fricò — Sicuro che vanno bene.

Cecè — Oppure semi  di finocchio bastardo?

Fricò — Benissimo.

Cecè — O meglio quest'altra roba?

Fricò — Ma dàgli quello che vuoi!

Cecè — Questo, allora. (Prende una manciata di roba da un barattolo che lascia aperto sul banco, ed esce a destra).

Fricò (osservando una carta) — Anche le uova di sca­rafaggio giapponese, ha ordinato! Ma che se ne fa di questa robaccia? (getta stizzito il foglio sul tavolo e va al banco ad osservare il barattolo lasciato aperto da Cecè) Eh! Ma che ha fatto? Cecè! Cecè!

Cecè (di dentro) — Che c'è?

Fricò — Ma vuoi avvelenare il pappagallo? Il seme di prezzemolo è un veleno per i pappagalli!

Cecè — L'ha mangiato tutto...          

Fricò — Faglielo rigurgitare, ma presto!

Cecè — Vieni, aiutami.

(Fricò esce a destra. Poco dopo si sentono forti acuti strilli del pappagallo, poi un urlo di Fricò).

Fricò (rientra tenendosi una mano sul naso sanguinante). Tu possa morire davvero, brutta bestiaccia! Ahi, ahi, ahi! Mi ha dato una beccata sul naso che me ne ha portato via un pezzetto! Ahi, ahi, ahi! Ci mancava anche questa! Ah, la mia palpettazione...  (Si guarda nello specchietto poi si applica un cerotto).

 

(Intanto il  pappagallo ha continuato a strillare. Si sente la voce di Cecè: « Buono, Cocorita, buono. Rigurgita, rigurgita, da bravo... ». Il pappagallo strilla di più e bron­tola: « Cretino, cretino, cretino! »).

 

Fricò — Come sto bene, adesso, con questa pezza sul naso! Accidenti ai pappagalli! Se non muore, lo fac­cio morire io!

SCENA SETTIMA

Fricò e Chichì; poi, a tempo,Cecè

Chichì (dalla comune. Veste in modo curioso: tra l'al­pinista e l'esploratore. Grandi, baffi e barba incolta. Ha una grossa gabbia coperta da un panno nero) — Vengo dal Camerun...

Fricò — Come dice?

Chichì — Vengo dal Camerun...

Fricò — Non me ne importa niente. Che cosa è andato a fare al Camerun?

Chichì — Sono andato alla pesca dei pappagalli.

Fricò — Dei pappagalli?

Chichì — Alla caccia, volevo dire.

Fricò — Ritorni quando c'è il mio padrone. Di pappa­galli non voglio più sentirne parlare. Ahi! Il mio naso!

Chichì — Ha male al naso?

Fricò — Non vede il cerotto?

Chichì — Non ci faccia caso.

Fricò — Non farci caso? Ma guarda che bel tipo!

Chichì — Vengo dal Camerun...

Fricò — Ho capito. Desidera acquistare del biadume?

Chichì — Macché!

Fricò — Vuole della gramigna?

Chichì — Macché!

Fricò (messo in sospetto) — Vuole della cassia?

Chichì — Macché.

Fricò (tra sé)  —  Questo macché puzza d'imbroglio. (Forte) Vuole del concime?

Chichì — Macché.

Fricò — Signore! Lei puzza...

Chichì — Io puzzo?

Fricò — Puzza d'imbroglio. Quel « macché » io lo conosco.

Chichì — Ebbene, sì.  Sono Chichì, vestito così. Non c'è Cocò?

Fricò — Cocò non c'è. Ma c'è Cecè.

Chichì — C'è Cecè? L'avrà da far con me! Quel fara­butto. È qui anche lui per Teresita. Senti, Fricò. Io voglio entrare nelle grazie del tuo padrone e tu hai promesso di aiutarmi. Sai che cosa c'è qui? Un pap­pagallo (Va a deporre la gabbia presso l'uscio di de­stra). L'ho comperato da un ex marinaio che ora tie­ne osteria. È un bel pappagallo. Ma dice certe paro­lacce! Non ho trovato altro. Io lo regalo al tuo pa­drone che è appassionato per queste bestiole. In tal modo ne divento amico, potrò frequentare la sua casa, vedere Teresita... Che ne dici?

Fricò — Per me faccia pure. Se ci riesce.

Chichì — Ma tu devi aiutarmi.

(Il pappagallo nella gabbia: « Oste della malora! Porta mezzo litro! »).

Fricò (sorpreso) — Eh?

Chichì — Lo senti? È cresciuto in un'osteria, ti dico! (Si accosta alla gabbia) Buono, buono, Loreto.

(Il pappagallo:  « Sporcaccione »).

Fricò — E lei vuol dare quella bestia al mio padrone? Le farà fare le scale a precipizio.

Cecè — (da destra, disperato) — Ah! È morto! È morto!

Fricò — Pace all'anima sua, se pur le bestie hanno un'anima!

Chichì (tra sé) — Eccolo, il vile che vuol portarmi via Teresita. Chi mi frena?...

Cecè — Aiutami tu, Fricò. È morto, capisci!

Fricò — Se credi che mi dispiaccia, dopo il bel servizio che ha fatto al mio naso!

Cecè — Ma come faccio?

Fricò — Dàgli il tuo. Il padrone mi ha detto...

Cecè — Gli ho fatto credure di averne uno per entrare nelle sue grazie. Ma non l'ho.

Chichì — Ma chi è morto?

Cecè — Il più intelligente pappagallo della terra.

Chichì (tra sé) — Bene! Il mio giunge tanto più a pro­posito.

(Il pappagallo, dentro la gabbia coperta, fa sentire la sua voce: « Lorito... Loreto... Loreto... ». Cecè, sorpreso, volge lo sguardo verso la gabbia e trat­tiene a stento un'esclamazione).

Cecè (tra sé) — C'è un pappagallo là sotto. Sono salvo! (Si accosta alla gabbia e rimane, in ascolto).

Chichì (sottovoce a Fricò) — Mandalo via. Debbo parlarti.

Fricò (a Cecè) — Dimmi un po', Cecè. Hai provato a fargli la respirazione artificiale? C'è il caso che ri­torni in vita. Prova.

(Il pappagallo nella gabbia: « Loreto... Loreto... »).

Cecè — Hai ragione. Adesso provo. (Prende la gabbia e senza essere visto dai due esce a destra).

Fricò — Se n'è andato. Si spicci. Che vuole? Faccia presto.

Chichì — Ecco: Visto che il tuo padrone non c'è, io me ne vado. Ma ritornerò più tardi. Intanto tu, quando viene, digli che è stato qui il celebre esplo­ratore Bacalon Cocù, giunto dal Camerun con venti gabbie di pappagalli. (Cecè rientra furtivo, rimette la gabbia a posto ed esce). Di tutte le razze, di tutti i colori, di tutti i sapori. Lì (indica la gabbia) ce n'è un campione. Ricordati. L'esploratore Bacalon Cocù, proveniente dal Camerun.

Fricò — Sta bene. Ma se il pappagallo non gli piacesse?

Chichì — Gli piacerà. Ma se non dovesse piacergli, di­gli che gli condurrò qui un esemplare magnifico di pappagallo verticale.

Fricò — Glie lo dirò.           

Chichì — Ma ricordati che devi aiutarmi.

Fricò — Non voglio pasticci!

Chichì — Dimentichi che t'ho dato cinquanta lire?

Fricò — Auffa! Per cinquanta lire quante pretese!

Chichì — Sii buono, Fricò. Ti aprirò non una, ma due, tre banche.

Fricò — Ma mi tolga una curiosità: come mai non si eccita più, non si imbroglia più a parlare, non ha più bisogno delle pasticche?

Chichì — Perché ho presa una pasticca di quarto gra­do. Una sola, fa restar calmi tutta la giornata.

Fricò — Ho capito.

Chichì — Allora siamo intesi. Io vado. (Esce).        

SCENA OTTAVA

Fricò e Cecè

Fricò — Ma allora sono proprio un portento queste pa­sticche del dottor Perù. Io veramente non ne ho an­cora prese... Ne darò a Cocò quando ha i nervi.

(Di dentro la voce dei pappagallo: « Brutta bestia! Cretino!  Imbecille!  Stupido!  Somaro »).

Fricò (sorpreso) — Ma come? Non era morto?

Cecè (da destra) — Dio mio! Che parolacce!

Fricò — Ma non era morto?

Cecè — Già... Ma con la respirazione artificiale... È ri­tornato in vita più chiacchierone di prima. Hai sen­tito che parolacce?

(Il pappagallo: « Mascalzone! Imbecille! Ubriacone! »).

Fricò — C'è qualcuno... Fallo tacere! (Si mette a scri­vere al suo tavolo. Cecè asce a destra).

SCENA NONA

Fricò eCocò; poi Cecè.

Cocò (dalla comune) — È venuto qualcuno a cercarmi? Do-di-petto non è arrivato, e nemmeno mio nipote. Che cosa hai fatto sul naso?

Fricò — Mi sono dato un morso... C'è stato un esqui-mese... un esploratore polare... non so. Ha uno stra­no nome... Ha detto che viene dal Camerun con dieci gabbie di pappagalli. Ha lasciato lì il campione (in­dica la gabbia coperta).

Cocò — Sta bene. C'è Cecè?

Fricò — Cecè c'è. È di là che fa la respirazione artificiale al pappagallo.                                                 

Cocò — Respirazione artificiale?                                  

Fricò — Cioè... non glie la fa; glie l'ha già fatta.       

Cocò — E perché?                                                       

Fricò — Perché era morto.                                                 

(La voce del pappagallo: « Padrone imbecille! Voglio bere! Mezzo litro! Voglio fare una partita a scopa! Asino! Somarone! Tu rubi! Mi hai portato via il sette bello! »)

Cocò (Di sorpresa in sorpresa) — Ma che roba è questa? Chi gli ha insegnato questo fiume di parole? Sembra cresciuto in un'osteria!  (Chiama) Cecè! Cecè!

Cecè (da destra) — Eccomi, signor Cocò.

Cocò (facendogli il verso) — Eccomi, signor Cocò! Ma che cosa avete insegnato al mio cocorito?

Cecè — Io?...  Niente.

Cocò — Come, niente?

Cecè (pestando un piede a Fricò) — È stato Fricò.

Fricò — Ahi! Non è vero!

Cecè (sottovoce a Fricò) — Dì di sì.

Fricò — Ma io no. E non pestarmi i piedi.

Cocò — Insomma! Qui mi si vuol menare per il naso!

 

(Il pappagallo: « Cretini tutti e tre! Il padrone più cretino di tutti! »).

Cocò — Ah! Questo è troppo! (A Cecè) Via! Via! Vi insegnerò io come si istruiscono i pappagalli.

Cecè — Senta, signor Cocò. Domandi ia Fricò. Io...

Fricò — Io non so niente!

Cocò — Via, ho detto.Via! (Afferra minaccioso un bastone).

Cecè — Vado, ma ci rivedremo. (Esce).

SCENA DECIMA

Cocò e Fricò

Cocò — Anche lui vuole rivedermi.

Fricò — Si calmi, signor Cocò.

Cocò — Calmarmi  un cavolo! Imbecille  che non sei altro!

(Il pappagallo:  « Due imbecilli! Due imbecilli! »).

Cocò — Ah! Questo è troppo davvero! (Esce a destra).

(Si sente il pappagallo che strilla e borbotta: « Sei un asino! Sei un somarone!! » Cocò rientra, dopo po­co. È furibondo).

Ma quello non è il mio pappagallo! Me l'hanno cambiato! Ed è lì che svolazza ovunque sui mobili. Perché non è legato?

Fricò — Bisognerebbe domundarlo a Cecè.

(Dalla gabbia si sente uno starnazzamento di gallina, poi: « Cocò-cocò-cocodè!... Cocodè! Cocodè! »).

Cocò (sorpreso) — Ma che c'è lì dentro?

Fricò — Ci dovrebbe enaere un pappagallo.

Cocò — Prendi quelln  gabbiai

(Fricò prende la gabbia, la scopre e dentro c'è una gallina: « Cocodè! Cocodè! »).

Fricò — È proprio una gallina!

Cocò — Ma che scherzo è questo? (Osserva la gallina) Ma questa è mia! Proviene dal mio pollaio!

Fricò — È impossibile! L'ha portata l'esploratore Bacalon Cocù.

Cocò — Vado ad accertarmene. (Esce a destra).

SCENA UNDICESIMA

Fricò, Chichì, poiCocò, infineCecè

Chichì (dalla comune) È venuto Cocò? Ha visto il pappagallo?

Fricò — Altro che se l'ha visto! Le consiglio di andar­sene, se non vuol prendere un sacco di botte! Guardi qui!

Chichì — Una gallina! E chi ce l'ha messa?

Fricò — Io no di certo.

Cocò (da destra) — Chi ci capisce più niente? Io im­pazzisco! Il pollaio aperto e tutte le galline sparse per il cortile. Il pappagallo non c'è più: se n'è volato dalla finestra aperta... (A Chichì) Lei chi è?

Chichì — Io sono il celebre esploratore Bacalon Cocù...

Cocò — Impostore! Non esploratore!

Chichì — Creda:  c'è un equivoco...

Cocò — Lo credo. E che razza di equivoco! Impostore, ho detto!

Chichì — Io non so come possa essere avvenuto questo scambio di bestie. Ad ogni modo si calmi. Prenda la gallina. Glie la regalo. Ci farà un ottimo brodo.

Cocò — Ma lei crede di prendermi anche in giro? Ma se la gallina è mia!

Chichì — È sua? E perché fa tante storie, allora? Se la riprenda, se è sua.

Cocò — Se non se ne va, le faccio fare la personale co­noscenza con questo bastone!

Cecè (dalla comune) — Signor Cocò... Mi scusi. Io non posso stare lontano da lei... Le voglio bene...

Chichì (tra sé) — Che impostore!

Cecè — Mi perdona?

Cocò — Giammai!

Cecè — Lasci almeno che le spieghi...

Chichì — Signor Cocò. La tiene o non la tiene la gallina?

Cocò — Ho detto che se non se ne va le faccio fare la personale conoscenza con questo bastone!

Chichì — Vado, ma ci rivedremo!  (Esce).

Cocò — Un altro che vuol rivedermi!

Fricò — E la gabbia? E la gallina?

Cocò — Buttagliele dietro, a quell'impostore!

Fricò — La gallina me la tengo io... (esce dalla co­mune con la gabbia).

SCENA DODICESIMA

Cocò eCecè

Cocò (burbero) — Che cosa avete da dirmi voi? Che il pappagallo è scappato?

Cecè — Lo so che scappò, signor Cooò. L'ho visto dalla strada... Ecco: le dirò... Cocorito è morto. Volevo imbalsamarlo ma è venuto il gatto e me l'ha portato via. Allora sono ricorso a uno stratagemma: ho sen­tito la voce di un pappagallo in una gabbia che era lì...

Cocò — Ma allora è vero! In quella gabbia c'era pro­prio un pappagallo!

Cecè — C'era, signor Cocò!

Cocò — E che figura ho fatto io con l'esploratore? Ma la gallina chi ce l'ha messa nella gabbia?

Cecè — Io...  per sostituire il pappagallo...

Cocò — E l'avete presa nel mio pollaio!

Cecè — Non si arrabbi! Glie la pago!

Cocò — E avete lasciato il pollaio aperto!

Cecè — Glie le pago tutte le galline!                          

Cocò — Sono tutte sparse per il cortile. Andate subito a farle rientrare nel pollaio. In quanto ai conti, li fa­remo dopo, Cecè de' miei stivali!

Cecè — Grazie,  signor  Cocò.   Lei  ha  un  cuor  d'oro!

(esce a destra seguito da Cocò).

SCENA TREDICESIMA

Chichì,  Fricò,  Cocò;  in ultimoCecè

(La scena rimane vuota un momento, poi Chichì si affaccia alla comune, si guarda attorno, si ritrae e rientra poco dopo con Fricò coperto da un sacco che gli scende fino ai piedi. Il fondo del sacco, che appog­gia sulla testa di Fricò, deve essere sostenuto da un cerchio e da qualcos'altro in modo che il sacco stesso stia ben disteso e non si afflosci sulla persona, con- servando possibilmente forma rotonda,  come se ricoprisse effettivamente una gabbia, alta e stretta. È bene che anche la bocca del sacco, che è ai piedi di Fricò, sia tenuta allargata da un cerchio. Chichì indossa una lunga vestaglia scura in modo che il vestito che indossava nella scena precedente, non si veda. Ha modificato la truccatura della barba e dei baffi: deve essere irriconoscibile. Conduce Fricò in mezzo alla scena).                                                    

Fricò — Ma io soffoco, qua dentro.                              

Chichì — Taci, che non ti sentano. E abbi pazienza. Pensa che dopo diventerai banchiere. Io non prometto invano.                                                            

Cocò (dalla destra) — Il signore desidera acquistare del biadume?

Chichì — Ho l'onore di parlare col signor Francesco Scotazzi detto Cocò?

Cocò — Per servirla.  Desidera  della gusciaglia?

Chichì — Chiedo scusa; io vengo dalle Caroline...

Cocò — Dalle Caroline?

Chichì — Sì. Dalle Marianne, se più le aggrada.

Cocò — Dalle Marianne?

Chichì — Ignora forse...

Cocò — Carolina era mia moglie, poveretta... Marianna era mia suocera... che Dio le abbia in gloria (Siasciuga una lacrima).

Chichì — Ho risvegliato forse dei dolori?

Cocò — Non ci badi.

Chichì — Vengo dalla Micronesia; da quel gruppo di isole nelle quali i pappagalli vivono in completa li­bertà, svolazzando di ramo in ramo, come fanno gli augelletti qui da noi.

Cocò — Senta, signor Micronesio. Io amo i pappagalli, è vero, ma non le nascondoche diffido molto. Poco fa mi hanno portato una gallina in gabbia e voleva­no farmi credere che era un  pappagallo.

Chichì — Ah! L'atroce beffa! Io, invece, signore, le porto un campione di pappagallo che si può definire il superpappagallo. È il pappagallo sapiente, l'ip­popotamo, il rinoceronte, l'elefante dei pappagalli. Mangia con la bocca, beve con la bocca, parla con la bocca, guarda con la bocca,  dorme...

Cocò — ... con la bocca. Fa tutto con la bocca. Ho ca­pito. E dov'è questo portento?

Chichì (indica il sacco) — Eccolo.

Cocò (osserva con curiosità) — Questo è un pappagallo?

ChichÌ — Non questo, poiché, come lei ben vede, que­sto è un involucro, ovverossia la tela di copertura...

Cocò — Ma è imbalsamato?

Chichì — Macché!

Cocò — Teme la luce?

Chichì — Macché!                          

Cocò — Teme le correnti d'aria?

Chichì — Macché!

Cocò (fra sé) — Ma io questo « macché » l'ho visto, cioè, l'ho sentito un'altra volta... (Forte) Ma allora perché è coperto?                                                   

Chichì — Perché sta attraversando il periodo critico: depone le uova.                                                       

Cocò — Oh, è interessante. Sono giusto rimasto scarso di uova di pappagallo.

Chichì — E io potrò fornirgliene a diecine, a centi­naia, a migliaia, a milionaia, perché questo mio pap­pagallo fa le uova dietro ordinazione.

Cocò — Ma va là.

Chichì — È come io le dico. Vuol vedere? (Rivolto verso Fricò) Cocoritos, un uovo.

Fricò (imitando la voce del pappagallo) — Cocco... cocco... cocco...

Chichì (introduce la mano in un foro praticato nel sacco, nel punto ove... finisce la schiena di Fricò, e la ritrae con un uovo) — Vede?

Cocò — Oh! Magnifico, meraviglioso! Ma scusi: fa le uova in piedi?

Chichì — In piedi e seduto.                                      

Cocò — Ancora, ancora!                                             

Chichì — Ordini lei.                                                  

Cocò — Cocoritos, un altro uovo, ma seduto.

Fricò (c. s.) — Cocco... cocco... cocco... (si china sul­le ginocchia).

Chichì (mette la mano nel foro e ne ritrae un altro uo­vo) — Ecco.

Cocò (entusiasmato) — Ma che portento! Ne lasci pren­dere uno a me.

Chichì — No. Lei non è pratico e potrebbe rovinare la fabbrica. Ma questo è nulla. Il mio pappagallo gi­gante, racchiuso, come vede, in una gabbia verticale...

Cocò — La gabbia non la vedo.

Chichì — E il pappagallo lo vede forse?

Cocò — Neppure.

Chichì — E per questo vuol mettere in dubbio che il pappagallo ci sia?

Cocò — Veramente no: se fa l'uovo! (Si mette a gi­rare incuriosito attorno ai sacco e accosta l'occhio al foro) Non c'è trucco, vero?

Chichì (risentito) — Trucco, lei dice?

Cocò — Non si arrabbi. Però mi spieghi una cosa: questo foro qui, nel fodero che ricopre la gabbia, a che cosa corrisponde del pappagallo?

Chichì — Non capisco. Cocò — Insomma, perché guardando in questo foro non vedo... la coda del pappagallo?

Chichì — Ma signore! È mai stato lei nella Micronesia? Se non c'è mai stuto non può sapere come sono fatti i pappagalli di quelle isole. Essi non hanno nulla da vedere con i soliti parrocchetti, tricoglossi, cocoriti, cocoreti... Il pappagallo che io ho l'onore di presentarle racchiuso in questa gabbia è il famoso pappagallo verticale, che ha la coda  davanti e il becco di dietro. Esso appartiene a una razza che va ormai scomparendo. Parlano fin dalla nascita; appena sgusciano dall'uovo chiamano papà e mammà.

Cocò — Ma va là!

Chichì — Non crede? Non crede al portento del mio pappagallo verticale? Stia a sentire. (Rivolto a Fricò) Cocoritos? Cocoritos? (Si accosta al sacco e senza farsi scorgere dà un pizzicotto a Fricò).

Fricò — Ahi!

Chichì (sottovoce) — Ma rispondi! Cocoritos!

Fricò (imitando la voce del pappagallo) — Non avevo, sentito. Son qua... son qua. (Si mette a ballare).

Chichì (sottovoce) — Ma sta fermo! (Forte) Come ti chiami?

Fricò — Cocoritos.

Chichì (a Cocò) — Si chiama Cocoritos perche è spagnolo. Se fosse russo si chiamerebbe Cocoriskajo, capisce la differenza?

Cocò — Altro che se la capisco. Ma quel pappagallo lì mi persuade poco.

Chichì — Un pappagallo verticale la persuade poco? Lo desidera forse orizzontale? Ho anche quello. Ce l'ho fatto a diagonale, ce l'ho rettangolare, trape­zoidale, ma creda a me: il migliore di tutti è que­sto verticale. Pensi: coda davanti e becco di dietro. Mangia quando ha sete e beve quando ha fame. Ascolti:  Cocoritos?

Fricò — Son qua.

Chichì — Hai fame?

Fricò — Molta.

Chichì — Che mangeresti?

Fricò (deve rispondere nominando, in dialetto, uno dei piatti prelibati in uso nel luogo dove avviene la re­cita).

Cocò — Non è mica di cattivo gusto il suo pappagallo circolare.

Chichì — No, prego: verticale.

Cocò (torna a girare attorno al sacco e a guardare nel buco) — Sarà verticale finché vuole ma... (Guarda ancora nel buco) To'! C'è un uovo!

Fricò — Cocco... cocco... cocco... (Dal buco esce un uovo che va a rompersi in terra). Ma bisognerebbe attaccargli un sacchetto qui sotto se no le uova van­no in frittata.

Chichì — Cocoritos! Ti proibisco di fare altre uova finché non te lo dico io. Hai capito? (Gli pesta un piede).

Fricò — Ahi! Ho capito!

Cocò — Che cosa ha dello? (continua a gironzolare, sospettoso, attorno a Fricò).

Chichì — Niente, niente. Laprego di allontanarsi dal pappagallo verticale. Non può soffrire che la vici­nanza del suo padrone.

Cocò — Ma non ci vede.

Chichì — Sente l'odore. Ha un fiuto acutissimo. Distin­gue subito la sua puzza da quella di un altro.

Cocò — Puzzerà lei, non io.

Chichì — Io puzzare? Mi meraviglio! Ho fatto un ba­gno prima di partire dalla Micronesia!

Fricò (sempre imitando la voce del pappagallo) — Ho caldo... soffoco... coco... coco...

Cocò — Ma che dice?

Fricò — Ho caldo... ho caldo... ho caldo...

Cocò — Ha caldo? Ma scopra la gabbia.

Chihì — Non si può. Prenderebbe il raffreddore! De­ve stare coperto ancora due mesi, finché dura il periodo delle uova.

Fricò — Cocco... cocco... cocco... (un altro uovo esce dal buca e si rompe in terra).                               

Cocò — Ma è un peccato, sciupare così le uova (introduce una mano nel buco).                                     

Fkicò (sempre con voce di pappagallo) — Non ne ho più... non ne ho più...                                                   

Chichì — Ma levi quella mauo, che rovina la fabbrica, glie l'ho già detto!                                                  

Cocò — Dice che non ne ha più.                                     

Fricò (c. s.) — Non ne ho più... soffoco... coco... coco...                                                                                           

Chichì (gli dà un pizzicotto) — Taci.

Fricò — Ahi! Aria, aria, aria, soffoco... coco... coco...

Chichì — Sta zitto!

(Cocò continua a girare attorno al sacco e a guarda­re nel foro, ma non può vedere bene perche Fricò si dimena dall'alto al basso e da destra a sinistra).

Cocò — Ma sono tutti così i pappagalli verticali? Non sta fermo un momento!

Fricò (si muove, smania, lo si sente sbuffare. Poi si china come per mettersi a sedere. Si alza, si torna a chinare) — Non ne posso più.

Cocò — Che voglia fare un altro uovo? (Dal foro esce qualche cosa che può somigliare a una pagnottella imbottita).

Chichì — Buono, buono, Cocoritos.

Cocò (sorpreso,  guardando  in terra)  — To'.  Ma  che cosa ha fatto?                                                              

Chichì — Un altro uovo?                                            

Cocò — No. Una pagnottella imbottita!

ChichÌ — Già. Una pagnottella imbottita!  (Tra i den­ti, a Fricò) Dopo ti rompo la testa!  (Forte, fingen­do ilarità). Sicuro! Una pagnottella imbottita! È un diversivo. Quando è stanco di fare le uova fa le pa­gnottelle imbottite.

Cocò (osservando) — Guarda, guarda. Ce ne manca un boccone...

Chichì (tra sé) — Se la stava mangiando, quest'animale!

Fricò — Non mi reggo più in piedi...

Cocò — Ma che dice? (Mette ancora la mano nel foro e la ritrae con un grido) Ahi!

Chichì — Ma glie l'ho dello che  il  pappagallo verticale ha il becco di dietro!

Cocò (succhiandosi il dito) — Che razza di beccata!

Fricò (si accascia sulle ginocchia) — Non ne posso più!

Cocò (sorpreso) — Che succede?

Chichì — Niente di straordinario. La gabbia è fatta a soffietto. Si allunga e si accorcia.  (Rimette in piediFricò) Sta su o ti do un sacco di cazzotti!

Cocò — Meraviglioso! Vorrei che ci fosse qui Fricò per fargli vedere questo portento.  Ma dove si è cacciato quell'animale? (Va a destra e chiama) Fricò! Fricò!

Fricò (sempre con  voce di pappagallo)  —  Son  qua!

(Chichì gli dà un pizzicotto).

Cocò (volgendosi) — Ma dove sei? Non ha sentito di­re: son qua?

Chichì — Io no.

Fricò — Soffoco... coco... coco...

Chichì — Dunque, signor Cocò, è convinto che il pap­pagallo verticale è un portento? Io non le chiedo che una cosa. Mi è stato detto che lei ha mandato via il suo  segretario;  assuma me quale segretario; in compenso le darò, trascorsi i due mesi, il mio pap­pagallo verticale.

Fricò (mezzo soffocata, cade lungo disteso) — Cocco... cocco... cocco... non ne posso più... Chichì (si affretta a rimetterlo in piedi) — Su su...

Cocò — Ma che razza di gabbia è questa?

(Fricò si dondola, muove qualche piccolo passo: fa fatica a rimanere in piedi).

Chichì — Glie l'ho detto:  gabbia a soffietto.             

Cocò — Si accorcia, si allunga, traballa, casca...         

Fricò (avviandosi a piccoli passi verso la comune) — Non ne posso più. Cocò... Cocò... Cocò...

Cocò — ... cammina... (vede le scarpe di Fricò) Ma il suo pappagallo ha le scarpe!                                   

Fricò — Cocò... Cocò... Cocò...                                     

Chichì — Tutti i pappagalli verticali hanno le scarpe!

(Corre dietro a Fricò e tenta di fermarlo).

Cocò(prende un bastone e appioppa una bastonata sulle spalle di Fricò) — Vediamo se si ferma con questo!                                                                                      

Fricò — Ahi! Ahi! Ahi!                                                   

Chichì (leva il bastone dalle mani di Cocò) — Ma lei mi ammazza il pappagallo verticale!                       

Cocò — E ammazzo anche lei, se non la finisce col suo pappagallo verticale!

(Fricò solleva il sacco per uscirne. Chichì glie lo ricaccia addosso. Cocò freme per la turlupinatura).

 

Chichì (sottovoce a Fricò) — Faremo i conti dopo!

Cocò (a Chichì) — Ma basta! Lei mi ha turlupinato, col suo  pappagallo  verticale!  

(Fa per slanciarglisi addosso. Chichì si fa schermo di Fricò, poi glie lo spinge contro in modo che Cocò e Fricò cadono men­tre lui se la svigna dalla comune).

Cocò (rialzandosi) — Impostore! Ma ti ritroverò!

(Fricò, in terra, sempre nel sacco, si contorce)

Voglio un po' vedere che razzadi pappagallo verticale c'è qui dentro!

(Tira il sacco. Fricò tutto rosso — sarà bene che l'attore si tinga il volto di rosso prima di farsi mettere nel sacco — congestionato, sbuffa e si mette a sedere tirando il fiato grosso).

Fricò — Oh! La mia palpettazione! (Si porta le mani al cuore).

Cocò (al colmo della meraviglia) — Fricò! Tu!

Fricò (cade in ginocchio) — Mi perdoni, signor Cocò... Le darò tutte le spiegazioni!

Cocò (riafferra il bastone) — Te le darò io le spiega­zioni! Sono tre giorni che non accompagno al cimi­tero un morto! Ma questa volta il morto lo faccio io!

(Alza il bastone su Fricò. In quel mentre Cecè entra da destra e si prende la bastonata invece di Fricò).

Cecè — I polli... (la bastonata gli arresta le parole. Cade a terra mentre Fricò fugge dalla comune).

Cocò  (si china su Cecè) — L'ho ucciso... è morto... Ac­compagnerò lui al cimitero invece dell'altro.

VELARIO


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Cocò e Fricò

Cocò (di malumore guarda dentro un cestino) — Ma chi è stato quell'idiota che mi ha fatto questo bel servizio? Le uova di grillotalpa mescolate con quelle di formicaleone! Non può essere stato che Fricò.

Fricò (entra dalla comune) — Buon giorno, signor Cocò.

Cocò — Signor Cocò un corno! Ti ho detto altre volte che tu non devi chiamarmi Cocò.                           

Fricò — Non sapevo che fosse di cattivo umore, altrimenti non l'avrei salutata.                                         

Cocò — Salutare sì; è tuo dovere. Chiamarmi Cocò no.

Fricò — Sta bene: chiamarla Cocò sì, salutarla no. Un'altra volta così farò.                                              

Cocò — Sei sempre stato un ignorantone. Non so come io abbia potuto tollerarti per tanto tempo.            

Fricò — È stanco di me?                                                 

Cocò — Può anche darsi.                                            

Fricò — Che le ho fatto?                                            

Cocò — E me lo domandi? Dopo avermi turlupinato col pappagallo verticale! E poi, ci sono delle ruote che non girano, qui dentro, in negozio.                 

Fricò — Daremo un po' d'olio. Del resto ancora per poco avrà da tollerarmi. Quando sarò banchiere...

Cocò — Ti metti a fare il falegname?

Fricò — Il falegname?

Cocò — Domando se ti metti a fare le panche.

Fricò — Se ne accorgerà lei,  di che razza di panche si tratta!                                                 

Cocò — Rimpiangerai il posto che abbandoni.

Fricò — Non l'abbandono mica  di mia volontà, per­ché, ad essere sincero, ci credo poco alla banca. Ma se lei mi manda via...

Cocò — Sicuro, che ti mando via. Alla fine del mese, marsch! Certi scherzi io non li tollero, signor pap­pagallo verticale.

Fricò — Le ho già detto che non ho potuto fare a me­no. Mi aveva minacciato con la rivoltella. O fare il pappagallo verticale o una pallottola nella testa.

Cocò — Sarebbe stato meglio.

Fricò — Bel gusto, vedermi morto.  Avrei fatto l'uomo orizzontale.

Cocò — Sarebbe stato  più  onesto  da  parte tua.  Io  ti avrei accompagnato in  cilindro,   ti   avrei  fatto una bella corona e poi, chi sa, nuche un discorso.

Fricò — Bel gusto!

Cocò — Lo so che quando puoi farmi un dispetto...

Fricò — Dovrei morire  per farti  piacere?

Cocò — Non dico che tu dovresti morire. Ma fingerti morto. Farti accompagnare al cimitero, sentire il mio discorso e poi...

Fricò — E poi?

Cocò — E poi picchiare sul coperchio della cassa, farti aprire e ritornartene a casa.   Non sarebbe la prima volta che accadono fatti simili.

Fricò — Se ne trovi un altro.

Cocò — Certo che ne troverò un altro, che non sono affatto contento del tuo servizio. Mi dici chi ha me­scolato, qui dentro, le uova di grillotalpa con quelle di formicaleone?

Fricò — Mescolate le uova di formicatalpa con quelle di grilloleone? Non ne so niente, io. Si saranno me­scolate da sé.

Cocò — Non dire le solite tue sciocchezze! Adesso pren­di questo cesto e va di là a separare le due qualità di uova.

Fricò — Potrei anche rifiutarmi, visto che mi ha licenziato.

Cocò — E tu rifiutati: ti mando via subito senza atten­dere la fine del mese.

Fricò — Quand'è così vado a separare le uova. (Prende il cesto ed esce a destra).

SCENA SECONDA

Cocò e dottorPerù; in ultimoFricò

           

Cocò — Qui si va in malora! Le ruote non girano, gli ingranaggi sono arrugginiti; non c'è ordine, non c'è disciplina!

Perù (truccato in modo irriconoscibile: sessant'anni circa; entra dalla comune) — Cocò!                             

Cocò (batte un pugno sul tavolo, rovesciando qualche oggetto) Basta con Cocò!                                   

Perù (mellifluo) — Cocò...                                        

Cocò — Che volete?  Avete forse un pappagallo verticale anche voi?                                                             

Perù — Cocò! È  vero che non ci vediamo da quarant'anni. Ma la voce del sangue nulla ti dice?  

Cocò — La voce del sangue? Non ho mai saputo che il sangue potesse parlare.

Perù — Ma sono tuo fratello; sono Do-di-petto!

Cocò (correndo ad abbracciarlo) — Ah!  sei tu?  Sono stato tre volte alla stazione.

Perù — Ho perso tre volte il treno.  Io arrivavo e il treno partiva. Sono venuto in autobus.

Cocò — In autobus?

Perù — Sì,  in uno di  quei  carrozzoni  che  sembrano l'arca di Noè.

Cocò — Ma siedi,  siedi.   Quanto tempo  è  che non  ci vediamo, vero? E Archimede non è venuto?

Perù, (tra sé) — Archimede? E chi è Archimede? (for­te) Archimede è... scivolato...

Cocò — Scivolato?

Perù — Ma sì, poveretto. Doveva venire anche lui, vero?

Cocò — Me l'hai scritto: « vengo solo o vengo insieme con lui ».

Perù — Sicuro,   sicuro...   Sai,   comincio  a  perdere la memoria. Sono tanti gli anni...

Cocò — Ma che è successo a tuo figlio?

Perù — A mio figlio? Niente!

Cocò — Ma se mi hai detto che è scivolato.

Perù — Ah, già. Mio figlio Archimede... Mi ero con­fuso... credevo che tu intendessi Archimede quell'al­tro... quello che vende le banane...

Cocò — Ma che dici!

Perù — Scusa, scusa. Perdo la memoria. Sono tanti gli anni. Archimede è scivolato... Roba da niente. Si è rotta una gamba...

Cocò — Oh! Che mi racconti!

Perù — Si è spezzato quattro costole...                     

Cocò — Poveretto!                                                     

Perù — E gli si è spostata la pancia.                        

Cocò — Spostata la pancia?                                      

Perù — Sì. La pancia non ce l'ha più davanti; ma qui, nel fianco destro. Per cui il fianco destro si è tra­sferito di dietro, il di dietro è andato a finirgli a si­nistra e il fianco sinistro gli è andato davanti. Tu l'avessi visto! Era un ammasso sanguinante, putre­fatto di carne e d'ossa. (Piange)

Cocò — Che razza di scivolone! E mi hai detto che è cosa da poco! Ma come è successo?                        

Perù — Che vuoi che ti dica? Si divertiva a scivolare sulle bucce d'arance. Tutte le volte che per la strada metteva il piede su una buccia d'arancia, lui scivolava. Io gli dicevo sempre: non scivolare... non scivolare... Ma non mi dava ascolto.                              

Cocò — Quanto mi dispiace! È bene non dir nulla per adesso a Teresita, poveretta.                                         

Perù — No; sarà meglio dirglielo subito. Ci penserò io. Appena resterò solo con lei...                           

Cocò — Se lo credi opportuno. E lo zio Tommaso? Come sta quel caro zio?

Perù — Taci... taci...

Cocò — Qualche disgrazia?

Perù — Poveretto!  È... scivolato...

Cocò — Anche lui!

Perù — Proprio... Ma lui è scivolato da un aeroplano.

Cocò — Da un aeroplano?

Perù — Un mese fa siamo andati al campo di aviazio­ne. C'era un aeroplano disoccupato e lui mi dice: « Lo prendo ». Capisci che idea gli è venuta? Io glie l'avevo detto più d'una volta: non prendere l'aeroplano... che non ti venga in mente di prendere l'ae­roplano! È come parlare al vento! Volto un momen­to gli occhi e l'aeroplano non c'è più. Guardo in alto... era già salito a un centinaio di metri. A un tratto qualcosa scivola giù dal seggiolino... Sembra­va una scarpa. Invece a un metro di distanza mi vedo cadere tuo zio! (Piange)

Cocò — Ma sapeva pilotare?

Perù — Non so. Sapeva andare in bicicletta... ma non dev'essere la stessa cosa.

Cocò — Povero zio Tommaso!   Sarà morto.

Perù — Era ridotto un ammasso sanguinolento, putrefatto di carne e ossa... Per buona fortuna all'autopsia è risultato che non era lo zio Tommaso...

Cocò — Ah! Meno male!

Perù — Era un altro uomo caduto da un altro aeroplano.

Cocò — Mi avevi spaventato.  E lo zio Tommaso?

Perù — Non ne ho più miputo nulla. Ha continuato a volare...

Cocò — Ma che storie mi racconti?

Perù — È così. Forse qualche particolare sarà inesat­to. Capirai... comincio aperdere la memoria... Gli tanni sono tanti...

Cocò — E della zia Geltrude, che notizie mi dài?

Perù — La zia Geltrude?... È scivolata...

Cocò — Ma per Giove!  Scivolano tutti, in casa tua!

Perù — Che vuoi farci? Aveva la mania di andare sul­la montagna... Io le dicevo sempre: non andare sul­la montagna... Ma lei non mi dava ascolto. Quando aveva dieci minuti di tempo andava sulla montagna.

Cocò — Alla sua età! Avrà ben avuto ottant'anni.

Perù — Novanta, ne aveva. Quella volta mise un pie­de in fallo ed è scivolata dalla cima sino in fondo! Più di mille metri! Ebbene! Dopo aver fatto uno scivolone simile, si è alzata da sé ed è andata da sola in una osteria vicina a bere un bicchierino per rimettersi  dallo spavento.

Cocò — Meno male, poveretta. Almeno lei non ha sof­ferto conseguenze dalla caduta.

Perù — Dalla caduta no; ma uscendo dall'osteria... è scivolata...

Cocò — Un'altra volta!

Perù — Purtroppo! In quel mentre passava un'automobile e...

Cocò (inorridito) — Oh!

Perù — È stata travolta. Tu avessi visto: un ammasso sanguinolento, putrefatto, di carne e di ossa... (Piange)

Cocò — Basta, basta, per carità. Vorrei chiederti noti­zie degli altri parenti ma temo che tu mi racconti altre disgrazie.

Perù — No. Gli altri parenti alunno tutti bene.

Cocò — Sicché mio nipote  Alfredo...

Perù — Ah! Quello è l'unico degli altri parenti che...

Cocò— È accaduto qualche cosa anche a lui!

Perù — È... scivolato...

Cocò— Oh, ma finiscila!

Perù — Io glie lo dicevo sempre: « Tu bevi troppo! Tu bevi troppo! » Lui non mi duva ascolto. E una sera durante una cena fra amici è scivolato sotto la tavola. Gli altri non se ne sono accorti e lo hanno pestato. Oh, come l'hanno pestato! Tu l'avessi vi­sto! Un ammasso...

Cocò — ... sanguinolento, putrefatto, di carne e di ossa... Ho capito. Ma caro Do-di-petto,  bisogna pro­prio dire che tu fai una grande confusione!...

Perù — Sai... è la memoria che non mi sorregge. Pas­sano gli anni...

Cocò — Se andassimo da Teresita? (tra sé) È meglio andarci subito, prima che diventi cretino del tutto!

Perù — Andiamo, andiamo.

Cocò — Ma la voce? come va la voce? Teresita vorrà sentirti cantare.

Perù — Non c'è male. Canto ancora discretamente. (Canta) Di quella pira - l'orrendo foco...

Cocò (mettendosi le mani alle orecchie) — Basta, ba­sta, per carità.

Perù — È l'età. Passano gli anni.

Cocò (tra sé) — È rimbambito del tutto.

Fricò (da destra, con due cartocci) — Ecco separate le uova.

Cocò — Mettile al loro posto. Io vado di là. Se viene qualcuno cerca di appioppargli la mercanzia più vec­chia: biadume, gusciaglia...

Fricò — Ho capito. Lo so. È la solita canzone!

Cocò — Fricò! Ti impongo più rispetto! Fa le cose per bene. E non venirmi a disturbare per nessun motivo.

Fricò — Non la disturberò.

(Cocò e Perù escono a destra).

SCENA TERZA

Fricò e Cecè

Fricò (segue con lo sguardo Perù mentre esce) — Ma chi è? Quel modo di camminare io lo conosco. (Mette a posto i due cartocci) Mi brucia maledettamente il naso. Sarà bene che io cambi il cerotto. Il cuore mi si è alquanto calmato... Ma i nervi! Sono i nervi che oggi non ho a posto. (Intanto si è messo un al­tro cerotto) Come mi brucia! Non vorrei che faces­se cancrena.

Cecè (dalla comune, truccato da vecchio, irriconoscibi­le. Dev'essere una figura assai buffa. Parla smanian­do. Se è possibile, l'attore escogiti qualche trovata comica: occhiali che gli caschino spesso dal naso; baffi o barba che non sta a posto e, come egli si agi­ta, caschi o si sposti in qua e in là; ciuffo di capelli che si alzi a tratti. — Si vendono appositi disposi­tivi per ottenere questo effetto ecc. Entra cantando le prime note del « Prologo » dei « Pagliacci ») — Si può?... Signore! Signori!... Scusatemi — se da sol mi presento...

Fricò — Chi è costui? Desidera fsre acquisti? Ab­biamo merci d'ogni specie e d'ogni  prezzo...

Cecè — Acquisti a me? Ma tu non sai, o vil marrano, chi mi son io?

Fricò — Io?! Da quando l'ho data abulia..,

Cecè (si schiarisce la voce. Poi canta sull'aria della « Bohème ») — Chi son, chi son... Sono un poeta...

Fricò — Piacere tanto. Se è un poeta ha sbagliato uscio. Questa non è...

Cecè (sull'aria del « Rigoletto »)  Questa o quella per me pari sono...

Fricò — Pari e dispari! La vuol finire? Non sono in vena.

Cecè — Non sei in vena? Vile scarparo! La vena ce l'ho io e canto finché mi piace. (Si schiarisce la vo­ce) Come ti chiami?

Fricò — Gino Friconi, detto Fricò.

Cecè — Ah! Sei tu quel Fricò di cui mio fratello spes­so mi scriveva? Simpatico mi sei, o Fricottino.

Fricò (tra sé) — Dev'essere matto.

Cecè (sull'aria della « Bohème ») — Mi piaccion quel­le cose...

Fricò — Ma insomma! Che vuole, lei?

Cecè — Non scaldarti tanto. Ti potrebbe andare in cancrena il naso.

Fricò — Eh?! In cancrena, dice? Santo Cielo!

Cecè (sull'aria delta « Gioconda») — Cielo e mar! Le tenebre...

Fricò — Ma la finisca con questo suo cantare. Mi an­noia. Chi cerca? Si può sapere?

Cecè — E perche no? Cerco Cocò.

Fricò — Cocò non c'è. Ovvero c'è, ma non vuole es­sere disturbato.

Cecè — Nemmeno se gli dici che è giunto suo fratello, il celebre tenore Do-di-petto?    

Fricò (sorpreso) — Chi! Che! Lei sarebbe?...

Cecè — Qual tu mi vedi, Do-di-petto io sono.

Fricò — Ma il mio padrone l'aspetta! Vado subito ad avvertirlo.  (Si avvia, poi si ferma) No. Non è pru­dente! Mi prenderei una lavata di testa. Lei non lo conosce! È di là con un signore e mi ha detto che non vuole essere disturbato per nessuna ragione.

Cecè (sull'aria di « Cielo e mar » della « Gioconda ») — Qui l'attendo... ardente spira...

Fricò — Si accomodi pure.

Cecè — Grazie.

Fricò — Ma sa che lei canta molto bene?

Cecè — Mi aduli forse?

Fricò — So che ha cominciato a studiare molto tardi.

Cecè — Molto tardi? Molto presto, vorrai dire. A tredici mesi io già cantavo.

Fricò — Il padrone mi ha dche ha cominciato a quarant'anni.

Cecè — Lo ha detto Cocò? Allora è vero. (Tra sé) Buono a sapersi.

Fricò — Cocò dice che lei è un tgrande tenore.

Cecè — Grande  tenore?   Più su,  più  su.

Fricò — Più su? Dove?                                               

Cecè — Sali più su.                                                    

Fricò — In piedi sulla sedia?                                     

Cecè — Sei una  carota!  Sali un gradino  più su: non grande tenore, ma grandissimo tenore.Il Re del Siam, quand'ebbi l'onore di cantare alla sua corte, mi regalò otto elefanti che io dovetti abbandonare ramin­ghi e poveri nella foresta perché non avevo con me le gabbie adatte per trasportarli,

Fricò (meravigliato) — Otto elefanti?

Cece — Sì. Il sovrano mi disse: Lei è un cane, cioè che è amante dei cani e di tutte le altre bestie, vuole otto elefanti? Si accomodi, la tenuta no èpiena. Se li catturi.

Fricò — È una bella soddisfazione.

Cecè — L'imperatore del Giappone mi regalò un'isola che dovetti lasciare al suo posto perché non potevo portarla con me. E c'è ancora: il terremoto non l'ha sconquassata. Il Negus d'Abissinia mi regalò dodici serpenti a sonagli. Erano alquanto pericolosi perciò presi i sonagli e lasciai i serpenti. Il Maragià del Belucistan mi fece bastonare A sangue per vedere se mi diminuiva la voce perché quando cantavo crollavano i muri del teatro.  Oh! Soddisfazioni!  Ne ho avute tante! Ho vissuto per l'arte (Si rischiara la vo­ce e canta sull'aria della « Tosca ») Vissi d'arte, vissi d'amore... Ti racconto questa:  mi trovavo a Pa­rigi e non c'era un cane di tenore che fosse capace di cantare il « Trovatore ». L'impresa mi manda a chia­mare.  « Quanto? » mi si chiede.  « Prima mi senti­rete, dopo mi pagherete » dico io. Canto:  un deli­rio. Un tenore come me non l'avevano mai sentito. Fischi, urli, patate, pomidori marci, sputacchi... di tutto! Ma non per me: per l'impresa. « Ma come », dicevano, « un celebre tenore qual è « Ut-de-poitrine » — a Parigi mi chiamavano così:   « Ut-de-poi-trine », che vuol dire Do-di-petto — un celebre te­nore qual è Ut-de-poitrine, aspettate fino adesso a farcelo sentire? La rappresentazione  dovette essere sospesa. Il pubblico era indignato! Volle indietro i biglietti. A me portarono via i vestiti e dovetti scap­pare in costume da Trovatore. Per la strada mi ri­conobbero. L'impresa aveva fatto credere che ero stato io a non voler cantare prima di quella sera... per cui mi diedero tante di quelle botte che ci vol­lero tre medici per cucirmi tutte le spaccature della pelle. Ah! Caro mio! Queste sono soddisfazioni, al­tro che vendere biadume e gusciaglia!

Fricò (tra sé) — Questo deve essere un imbroglione di prima classe. (Forte) Ah, lo credo!

Cecè — Quante bastonate! A Madrid non c'era teatro dove io non dovessi cantare. « Do-de-pettos! » grida­vano. « Do-de-pettos! Volemos Do-de-pettos! » e una volta che il direttore del teatro mi disse: « Va'. La folla ti reclama!». Caro mio! Non ti dico...

Fricò — Bastonate anche lì?

Cecè — No. A Madrid c'è un'altra usanza: le pietre. Divelsero il selciato della piazza davanti al teatro e giù! Addosso! Mi lapidarono! Qui, nella testa, ho ancora una bergnòccola. Non va più via. È un ri­cordo che ho molto caro. (Si rischiara la voce e canta sull'aria del « Rigoletto »): Caro nome del mio cor...

Fricò — Dev'essere un impostore formidabile, costui. Qui c'è un imbroglio. Non mi fido.

Cecè — Ma questo Cocò posso o non possovederlo?

Fricò — A momenti verrà. Non lascia mai il negozio per molto tempo. A meno che non sia uscito con quel signore.

Cecè — Uscito? Lo avremmo visto,

Fricò — Può uscire dall'altra parte. Il negozio comu­nica con l'appartamento che ha un'altra porta sulle scale.

Cecè — Va’ a vedere se c'è.

Fricò — Non posso. Ho la proibizione assoluta di en­trare nell'appartamento privato dove c'è Teresita, la sua figlioccia, che nessuno deve vedere.

Cecè — Hai detto Teresita? (ridicolmente smanioso) C'è Teresita? Teresita? Ah! Teresita!

Fricò — Ma che le prende? Sì; c'è Teresita. E con questo?                                                                    

Cecè — Prendi, Fricò. Ti faccio un regalo.  (Si fruga nelle tasche)  Ho dimenticato a casa i biglietti da mille (Gli afferra la testa e gli dà un bacio in fronte). Ecco!

Fricò — Ahi! Mi fa male il naso! Non vede che c'è il cerotto?

Cecè — Ti fa male il naso? Non farci caso. Senti, Fricò, Frichettò, Frichettinò, ti prometto un regalo qual tu mai vedesti se vai di là ad annunciare a Cocò che è arrivato Do-di-petto.

SCENA QUARTA

Fricò, Cecè, dott.Perù

Perù (da destra, flemmatico, mettendo per ischerno un dito sotto il naso di Cecè) — Che cosa ha detto lei?

Cecè — Io?! Nulla! (fra sè) Ma chi è quest'ortolano?

Perù — Come, nulla?   Ripeta le  parole  che ha detto mentre entravo.

Cecè — Che cosa ho detto? Non ricordo quel che ho detto. Ah! Che sono Do-di-petto. Questo ho detto.

Perù (serio) — Lei scherza. (Gli dà un colpetto sulla pancia).

Cecè — Stia fermo perché soffro il solletico. E sappia che non ischerzo niente affatto.

Perù — Corpo di un purgante. Le ripeto che lei celia. Perché Do-di-petto sono io!

Cecè — Lei mente per la gola! Do-di-petto lei! Ma mi faccia il piacere! Se lei è Do-di-petto, io chi sono?

Perù — Un imbroglione!                   

Cecè (fra sé) — Che dica la verità? (forte) Fricò. Dillo tu chi sono io.

Fricò — Un imbroglione... cioè... che ne posso sapere io?  Si è presentato a me  dicendo  di essere Do-di-petto...

Cecè (rivolto a Perù) — Lo sente? Lo sente? Questa è la voce della verità.

Perù  (mettendogli di nuovo il dito sotto il naso) Zitto!

Cecè — Ma io parlo finche mi piace!

Perù (c. s.) — Zitto, ho detto!

Cecè — Ma levi quel dito! Puzza d'olio di ricino!

Fricò — Lo volevo ben dire io, che si sente una certa puzza! (A Perù) È lei che puzza?

Perù — Ma lei chi è? Che centra?

Fricò — Io sono Gino Friconi detto Fricò, impiegato della ditta.

Perù — Ebbene, signor Gino Friconi detto Fricò, im­piegato della ditta, le ordino di gettare dalla finestra questo scarafaggio.                                                   

Cecè — Scarafaggio a me?

Fricò — Scarafaggio è troppo!

Cecè — Ah, meno male.

Fricò — Scarafaggetto, ecco...

Perù — E se non le va scarafaggio... acolopetidra!

Cecè (minaccioso) — Signore! (gli mette i pugni sulla faccia).

Perù — Lei ha i nervi eccitati, e chi ha i nervi eccitati non può ragionare serenamente. Dica un po', signor Fricò, impiegato della ditta; non avrebbe per caso delle pasticche del celebre dottor Perù?

Fricò — Sì che le ho. Me le ha date lui stesso.

Perù — Di che grado?

Fricò (estrae la scatola e guarda) —Di sesto grado.

Perù — Benissimo. Ne dia una a questo signore perché calmi i suoi nervi.

Cecè — Non ho bisogno di pasticche.

Perù — La prenda! È un portento. Calma i nervi come per incanto. E lei ne ha bisogno, creda a me.

Cecè — Io le rompo le mascelle!

Fricò — La prenda, signor Do-di-petto; se ritornerà Cocò e la vede eccitata a questo modo, che impres­sione avrà di suo fratello?

Cecè — Hai ragione, Fricò (prende una pasticca).

Perù (sottovoce a Fricò) — Vedrai l'effetto!

Fricò — Crede?

Perù — Vuoi che non conosca l'effetto delle mie pasti­glie? Io sono il dottor Perù. Ma... silenzio, eh!

Fricò — Lei il dottor Perù! Ma non è Do-di-petto?

Perù — Fingo. Fingo di esserlo per accostarmi a Tere-sita che volere o no, dovrà essere mia moglie.

Fricò — Oh bella, oh bella! Che mi racconta! Ma allora Do-di-petto è proprio lui?  (indica Cecè).

Perù — Può darsi.

(Cecè intanto ha cominciato a dondolare come se avesse sonno e non si reggesse in piedi. Traballa, vuol par­lare, gli manca la voce. Poi si abbatte su una sedia).

Fricò — Ma Do-di-petto sta male! (Osserva bene Cecè) (Sorpreso). Ah! Che altro pasticcio è questo? Costui... lo conosco bene!

Perù — Non impressionarti. È il sesto grado. Te l'ho già detto: primo grado per i timidi, secondo grado per gli incerti, terzo grado per i pusillanimi...

Fricò — Ho capito...

Perù — Sesto grado per gli scalmanati. Mancano le forze, manca la volontà, manca la parola per tre giorni.

(Cecè continua ad avere leggeri sussulti sulla sedia, a far sforzi per parlare senza riuscire altro che a dire: « Ba... bi... »).

Fricò — E per tre giorni lei vuol tenerlo in quello stato! Fa pena!

Perù —Non temere. Non gli accadrà nulla. Bisogna che mentre io convinco Cocò a concedermi la mano della su figlioccia, lui non possa venire a rompermi le uova nel paniere. Intanto, in attesa di Cocò, io vado da Teresita.

Fricò — E se Cocò lo vede in quello stato, che gli dico?

Perù — Be'! Purché tu lo cacci via e non si faccia più vedere, ecco: dàgli una di queste contropasticche. Ma guai se rimette il piede qui dentro!

Fricò — Non potrò mica stare a fargli la guardia.

Perù — Tu buttalo dalle scale. Al resto penso io (Esce a destra).

SCENA QUINTA

Fricò, Cecè, pòi Cocò

Fricò — Signor Do-di-petto, ha sentito?

Cecè (sforzandosi di parlare) — Ba... ha... pu... pu...

Fricò — Prenda una di queste contropasticche.

Cecè (accenna di no) — No... no... pa... pa...

Fricò — Ma le farà bene. La prenda. (Tenta di metter­gliene per forza una in bocca. Cecé gli morde un dito). Ahi! Do-di-petto della malora! Sembra che non abbia fiato ma la forza di mordere ce l'ha. (Cerca se trova un po' di cerotto) Non c'è più nemmeno un pezzetto di cerotto. L'ultimo l'ho adoperato per il naso. Se mi fa cancrena? Qui c'è di tutto meno il disinfettante.

(Esce a destra succhiandosi il dito).

Cocò (dalla comune) — C'è stato qualcuno a cercarmi? Ecco: come al solito Fricò non c'è. (Vede Cecè che si alza e resta in piedi a stento). Lei desidera delle uova di moscone giapponese?                                   

Cecè — La... la... pa... pa... (indica sul banco dove Fricò ha lasciato la scatola con le pasticche di sesto grado).

Cocò — Lalà, papa... ma che dice?

Cecè (c. s.) — Pa... pa...

Cocò (guarda sul banco e vede la scatola) — Questa?.

Cecè (accenna di sì) — Ma... ma... (Cerca di far capire che glìe ne hanno fatta prendere una).

Cocò (osserva la scatola) — Ah! Sono le pasticche di quell'imbroglione del dott. Perù. Le miracolose pa­sticche premiate a tutte le esposizioni, come dice lui... (A Cecè) Ma lei chi è? Che vuole?

Cecè (ripete il segno di averne mangiata una) — Ma... ma...

Cocò — Mangiarne una? Io?... E perché? (Apre la sca­tola e ingoia una pasticca). Ecco. Vedremo se ora saprà spiegarsi meglio... (La pasticca comincia subito il suo effetto). Che... ro... ro... ha... (traballa, si reg­ge a stento in piedi) Ma... ma... ma...

(Si volge a Cecè per gridargli un monte d'insolenze, ma non riesce che a parlare a monosillabi. Cecè comincia a fare altret­tanto. Si slanciano uno contro l'altro, ma sono fiac­chi, ciondoloni e continuano a biascicare monosillabi sempre più arrabbiandosi per non poter parlare. La buona riuscita di questa scena e la durata di essa sta nell'abilità degli attori).

Fricò (col dito fasciato, viene da destra e si ferma, sor-preso nel vedere i due alle prese in quel modo buffo. Non sa trattenere uno scoppio di riso e tanto Cocò quanto Cecè si volgono a inveire, a loro modo e come possono, contro di lui, sempre monosillabando ed arrabbiandosi per non poter dare sfogo alla loro... volontà di prendersi a cazzotti e di prendere a caz­zotti pure Fricò). — Ma che ha fatto, signor Cocò? Ha preso anche lei la pasticca di sesto grado?

(Cocò e Cecè, sfiniti, sono caduti su due sedie, il capo reclinato, le braccia penzoloni, gli occhi chiusi. Fricò li osserva attentamente).

Ohé! Non saranno morti, per caso! (Con una scrollata di spalle) Peggio per loro, in fin dei conti! Io ho fame e vado a comperarmi una pagnottella imbottita. 

(Esce dalla comune).

SCENA SESTA

Cocò, Cecè, dottorPerù

Perù (poco dopo entra da destra e rimane sorpreso nel vedere anche Cocò sotto l'effetto della sua pasticca). — Anche lui! Ma dove è andato Fricò? (Prende sul banco la scatola delle contropasticche e ne ficca una in bocca a Cecè). — Prima a te, purché tu te ne vada e non ti faccia più vedere. (Ritira la mano con un grido) Ahi! Morde questo ingrato! (Resta a guar­dare l'effetto della contropasticca). Su, su, forza... Tutto è passato.

Cecè (si scuote, apre gli occhi. Le forze lentamente gli tornano) —Vigliacco!

Perù — Modera le parole e vattene subito! Altrimenti ti faccio fare le scale a ruzzoloni. Qui non devi met­terci più piede. Hai capito? (Lo afferra per il colla­rino e benché l'altro si dimeni, lo conduce alla co­mune e lo scaraventa fuori). A quest'altro, adesso. (Dà una contropasticca anche a Cocò. Mentre sta per osservarne l'effetto, vede Cecè che cautamente rientra, attraversa la scena cercando di non farsi scorgere ed esce a destra. Ma Perù l'ha visto e con un salto gli è dietro e lo insegue).

SCENA SETTIMA

Cocò, Fricò, poi dott.Perù

Cocò (sente l'effetto della contro pasticca e comincia a muoversi. Dopo poco riesce ad alzarsi, si tocca, si dà due schiaffetti) — Sono sveglio! Ma che è accaduto? Mi par di aver fatto un brutto sogno.

Fricò (entra dalla comune. Ha una pagnottella imbottita in mano e la bocca piena). — Tò, tò! Tutto è finito. Meglio così. Ma dov'è l'altro? Come state, signor Cocò?

Cocò — Ti ho detto tante volte che non devi chiamarmi Cocò.

Fricò — Ha ragione. Mi dimentico.

Cocò — Dove sei stato?

Fricò — A comperarmi questa pagnottella imbottita di salame con l'acciuga.

Cocò — È venuto nessuno durante la mia assenza?

Fricò — No... cioè sì. Ma non ha visto nessuno qui lei, prima?

Cocò — Mi pare, infatti. Ma dopo è avvenuto qualche cosa... Ho come un punto buio nella mente. Non ricordo.

Fricò — Glie lo ricorderò io. È venuto Do-di-petto.

Cocò — Lo so.

Fricò — E allora non ho altro da dirle.

Cocò — Ma chi era la persona che stava qui?

Fricò — Do-di-petto.

Cocò -— Non dire stupidaggini.

Fhicò — Le ripeto che quel signore che lei ha visto qui era Do-di-petto, almeno così mi ha fatto credere. Ma ritengo che ci sia un pasticcio perché anche quel si­gnore che lei ha condotto di là, è venuto qui a farmi credere di essere Do-di-petto.

Cocò — Che! Due Do-di-petto?! C'è un imbroglio certamente!

(Internamente si sente rumore di lotta, di mobili rove­sciati, di stoviglie rotte).

Fricò — Che c'è?

Cocò — Ma che avviene? (Si precipita a destra. Poco dopo ogni rumore cessa. Fricò resta in ascolto. Dopo un momento Cocò appare dalla comune come un bo­lide). Erano di là tutti e due! Si sono dati pugni a tutto andare per i begli occhi di Teresita.

Fricò — E adesso?

Cocò — Appena mi hanno visto sono fuggiti dall'altra parte. Volevo raggiungerli ma correvano come il ven­to. Mi hanno rovinato mobili e stoviglie. 'Ieresita è svenuta. Va', corri per un medico.

Perù (dalla comune, senza truccatura). — Un medico? Eccomi. Io sono il dottor Giangiacomocarlandrea Perù.

Fricò — Ancora qui! Che faccia tosta!

Cocò — Ah, no! Basta, col dottor Perù...

Perù — ...inventore delle celebri pasticche...             

Cocò — Ho detto basta! Qualunque medico, ma non voi! Restituitemi la fotografia di Teresita!

Perù — Giammai!

Cocò — Non sia mai detto che io ponga nelle vostre mani la salute della mia figlioccia!

Perù — Che! Teresita è ammalata? Vado io a curarla!

(Si precipita fuori da destra)

Cocò — Ah, no! (Lo segue)                            

Fricò — Lasci fare, signor Cocò. Dove si va ora a cer­care un altro medico?

SCENA OTTAVA

Fricò, poiCecè

Fricò — Dio, Dio mio... che palpettazione! Io moro... io moro...

Cecè (dalla comune, struccato anche lui. Entra precipi­tosamente) — L'ho visto! L'ho visto! (Vuole attra­versare per uscire a destra. Urta Fricò e cadono am­bedue) L'ho visto! L'ho visto! (Si rialza).

Fricò (rialzandosi) — Sarebbe stato meglio che tu aves­si visto me, diavolo scatenato!

Cecè — L'ho visto, ti dico. S'è tolta la truccatura per le scale ed è entrato qui. Dov'è?

Fricò — Non lo so. Di qui non si passa! (Chiude a chiave l'uscio di destra e si mette la chiave in tasca).

Cecè — Ma il dottor Perù è salito quassù.

Fricò — Or non c'è più. Sarà tornato giù.

Cecè — Mio Dio! E Cocò dov'è?

Fricò — Dov'è Cocò? Non lo so. Se vuoi un consiglio, vattene. Qui le cose si mettono male. Prima io ti ho riconosciuto, ma non ho detto niente per non farti prendere un sacco di legnate, signor Do-de-pettos!

Cecè — Ma io voglio Teresita!

SCENA NONA

Fricò, Cecè eChichì

Chichì (dalla comune, truccato irriconoscibile. Ha in una mano un foglio di carta da musica con su trac­ciate poche grandissime note e nell'altra una bac­chetta con la quale batte il tempo sul foglio. Occhia­li cerchiati, barba, ecc.) Do mi sol do! Do mi sol do! (Cantato)

Fricò — Un altro, adesso.  Ma chi è costui?

Chichì (avanza fino in mezzo alla scena a continua a solfeggiare) — Do mi sol do sol mi do! Do mi sol do sol mi do! Do mi sol do sol mi do mi sol do sol mi do mi sol do sol mi do.

Fricò — Signore! Ma questo non e il manicomio! Per andare al manicomio, scenda le scale, prenda il tram numero quindici...

Chichì — Taci, vile spazzaturaio. Dov'è Cocò? Do mi sol do!

Fricò — Cocò è di là col medico perché Teresita sta male.

Chichì — Do mi sol do...

Cecè — Di là col medico? Teresita sta male? (corre a destra, ma l'uscio è chiuso e non può aprire, allora si avvia alla comune e si trova fra i piedi Chichì che continua a solfeggiare. Gli strappa la musica dalle mani e glie la butta via) Mu la finisca! (Esce dalla comune).

SCENA DECIMA

Fricò, Chichì, poiCocò

Chichì (raccoglie la musica)  — Ma chi è quel lavapiatti?

Fricò — È una storia un poco lunga. È uno spasimante per Teresita, la figlioccia del padrone.

Chichì — Ah, no! Teresita è promessa a mio figlio!

Fricò — Promessa a suo  figlio? Giusto cielo! Ma lei sarebbe per caso... un altro Do-di-petto?

Chichì — Io, sono Do-di-petto! E dubbi non ammetto!

Fricò — Qui nasce un macello! Nessuno me lo leva dal cervello!  (A Chichì) Ma lei che vuole?

Chichì — Voglio veder Cocò, l'ho detto!

Fricò (apre la porta a destra) — Si accomodi. Ma se vuole un consiglio, aspetti un po'. Cocò è esasperato e non vorrei...

Chichì — Aspetterò. Do mi sol do! Do mi sol do!

(Internamente rumori di lotta, altre stoviglie rotte, qualche grido)

Fricò — Ancora!  Ma che avviene,  oggi?   Oh, la mia palpettazione!

(Chichì continua, come non sentisse nulla, a solfeggiare. La lotta sì fa più accanita, poi si sente il rumore come di due corpi che ruzzolano dalle scale)

Qui succede un macello, l'ho detto!

(Si accosta alla comune, in quel mentre entra trafelato Cocò, lo urta lo getta in terra. Chichì, come se nulla fosse, conti­nua a solfeggiare)

Cocò — Ma sta attento!

Fricò (rialzandosi indolenzito) — Oggi è la terza o la quarta volta che faccio capitomboli. È la mia giornata!

Cocò — E anche la mia. È venuto Cecè, si è accapi­gliato col dottor Perù, mi hanno rotto altre stoviglie. Io li ho spinti fuori e loro hanno fatto le scale a ruzzoloni.

Fricò — Speriamo che si siano rotto il collo. Così la smettono.

Cocò — Ma quello lì chi è? (Chichì continua a solfeg­giare imperterrito).

Fricò (tra sé) — Qui succede un macello! (forte) È... Do-di-petto...

Cocò (con le mani nei capelli) — Un altro! Ah! no! (Si accosta a Chichì e gli ferma la mano) Basta! Ba­sta! Chi è lei? Che vuole?

Chichì — Chi sono io? Do mi sol do!

Cocò (gli chiude la bocca) — Domando chi è lei!

Chichì — Chi mi son io? Sei tu por casoCocò?

Cocò — Sì, io sono Cocò. Ma lei chi è?

Chichì — Non riconosci tuo fratello! Sono Do-di-petto!

Cocò (preparandosi a un pugilato) — Ah! Dunque tu sei Do-di-petto!

Chichì — Celebre tenore. Ma abbracciami, dunque!

Fricò — Qui succede un macello! (Si apparta intimorito).

Cocò (a Fricò) — Debbo ammazzarlo?

Fricò — Se le fa piacere... Se è necessario...

Chichì — Do mi sol do...

Cocò — Senta signor Do mi sol do...

Chichì — Ma che signor... mache signor...

Cocò — Lei puzza di cadavere.

Chichì — Io puzzo di cadavere?

Cocò — Sì, perche adesso io l'ammazzo come un cane!

Chichì — Ma che accoglienza è questa? Sono tuo fra­tello Do-di-petto!

Cocò (armandosi di pazienza) — Ebbene, se sei mio fra­tello, sentiamo: chi è Archimede?

Chichì — Archimede? Come c'entra Archimede?

Cocò — Risponda! Chi è Archimede?

Chichì — Archimede, veramente, fu; non è. Archime­de fu il più celebre matematico e fisico dell'antichità.

Cocò — Ah,  sì?  Dell'antichità  (Sì rimbocca le maniche) .

Chichì — Nacque a Siracusa...

Cocò —Adesso ti ammazzo!

Fricò — Succede un macello! Io non resisto! È meglio che io vada a comperarmi una pagnottella imbottita... (Esce dalla comune).

SCENA UNDICESIMA

Cocò, Chichì, poiFricò

Chichì — Vorresti negare che Archimede fu quello che se avesse avuto un punto d'appoggio avrebbe solle­vato il mondo?

Cocò — Adesso ti sollevo io da terra come un porcel-lino d'India e ti scaravento  dalla finestra a pezzi.

(Va a rovistare fra i ferrvvecchi).

Chichì (tra sé) — Qui le cose si mettono male!  (Forte) Ma che cerchi?

Cocò — C'era qui una vecchia scimitarra. Ti voglio scimitarrare in quattro pezzi.

Chichì — Dubiti forse della mia identità?

Cocò — Forse? Ma senza nessun forse!

Chichì — Ma io ho dei documenti! (tra sé) Ho fatto bene a prepararlo. (Forte) Ecco: questa è la dichia­razione rilasciatami dall'impresario del teatro di... (qui nominare un paesucolo vicino al luogo dove av­viene la recita).

Cocò (legge) — « Si dichiara che il signor Do-di-petto, celebre tenore, ha cantato in questo teatro con piena soddisfazione del farmacista, del medico, del veterinario e del segretario comunale. »

Chichì — Sei convinto? (Trionfante) Più bella testimonianza...

Cocò — Ma allora, se tu sei veramente mio fratello, perché non mi sai dare notizie di mio nipote, vale a dire di tuo figlio, Archimede?

Chichì — Di tuo figlio Archimede?

Cocò — Tuo, tuo, non mio.

Chichì — Di mio figlio Archimede? Ma mio figlio Archimede è morto!

Cocò — Ma se nella lettera mi hai scritto che forse sa­rebbe venuto insieme con  te!

Chichì — È vero, ma... è morto dopo la lettera.

Cocò — Poveretto! Ora mi spiego il ritardo...

Chichì — Precisamente... È morto in rilardo... Cioè, lui, veramente, è morto in anticipo, ma la notizia è giunta in ritardo...

SCENA DODICESIMA

Cocò, Chichì, Fricò; poiCecè e dottorPerù

  

Fricò (dalla comune,  truccato  da vecchietto,  malatic­cio, catarroso) — Eccomi, sono qua! (Va verso Cocò) Ti riconosco, sai,  dopo tanti anni...  (tossisce).

Cocò (meravigliato) — Ma chi è lei, scusi?

Fricò — Ma non mi vedi?  (Scatarra) Sono Do-di-pet-to!

Cocò — Ma io divento matto! Tu, Do-di-petto! Il celebre tenore!

Fricò — Sono io!   (Scatarra)  Non mi riconosci  dalla voce?

Cocò (a Chichì) — Ma allora lei chi è?

Chichì — Non dargli ascolto!  Non farti imbrogliare! Che celebre tenore, con quella voce scaracchiosa e con quella faccia da cadavere ambulante!

Fricò — Mi meraviglio,  signore!  Adesso sono un po' costipato (lungo scatarramento) ma la voce non mi manca lo stesso (Canta) Di quella pira l'orrendo fo­co... (travolto dalla tosse si abbatte su una sedia).

Cocò — Io perdo la testa!

Chichì — Ammazzalo. Non volevi ammazzare me? Am­mazza lui, adesso.

Cocò — È troppo vecchio. È moribondo...

Fricò — Io moribondo? (Si alza, ma preso da un nuo­vo forte colpo di tosse, ricade a sedere).

Chichì (va a prendere un recipiente e  glie lo  mette vicino,  in  terra)  —  Scatarri  pure,   (con  sarcasmo) signor Do-di-petto. Scatarri lì dentro.

Fricò — Grazie. Sto meglio. Una stecca può capitare a ogni cantante.

ChichÌ — La chiama stecca!

Cocò — Adesso glie la dò io la stecca. (Gli si accosta minaccioso) Ah! ma quel naso! Quel nasoio lo co­nosco! Riconosco il cerotto!

Fricò — Ebbene, sì! Sono Fricò!

Cocò — Ah! Figlio d'un salmone in scatola! (Gli strap­pa la barba) Ancora tu! Non contento tli avermi imbrogliato col pappagallo verticale...

Fricò — Lei mi ha licenziato e io mi nono preso il gu­sto di divertirmi un poco alle sue spalle. Del resto anche lui (indica Chichì) chi crede che sia?                

Chichì — Son Pasquale Cotechino detto Chichì. (Si   toglie la truccatura).

Cecè (dalla comune, con un braccio al collo « diversi cerotti sulla faccia) — E io sono Cesco Cerasi detto Cecè.

Perù (da destra. Ha in mano un telegramma chiuso. Anche lui ha un braccio al collo, qualche cerotto sulla faccia) — E io sono il dottor Giangiacomocarlandrea Perù, inventore delle rinomate pasticche...

Fricò — Come siete belli!

Perù — Siam ruzzolati dalle scale...

Cocò — Ma insomma! Che volete da me?

I Quattro (in coro) — Vogliamo la mano di Teresita!

Cocò (a Fricò) — Anche tu! Vergognati! Pappagallo verticale.

Fricò — Io mi contento del piede.

Cocò — Il mio! E di dietro! (Gli misura un calcio).

Perù — Dimenticavo. È arrivato questo telegramma.

Cocò (prende il telegramma, apre e legge forte) — « Ar­rivo domattina ore nove insieme con Archimede — Do-di-petto ». Finalmente!

Fricò — Arriva finalmente il vero Do-di-petto!

Cocò — Tu hai poco da starne allegro. Alla fine del mese te ne vai.

Fricò (a Chichì) — Ma lei me la dà la banca?

Chichì — Sulla testa.

Fricò — Ma allora perché mi ha fatto fare tante sciocchezze?

Cocò — Per divertirci.

Fricò — Alle mie spalle.

Cecè — Però ti sei divertito anche tu. Di' la verità. (A Perù) E anche tu.

Perù — Io sono il dottor Giangiacomocarlandrea Perù, inventore...                                 

Chichì — Oh, basta! Adesso possiamo andarcene.

Cecè — Un momento! Noi ci siamo divertiti, ma...

Tutti — Ma...

Cecè — Si sarà divertito anche chi ha avuto la pazien­za di starci ad ascoltare?                      

Perù — Il pubblico? (Rivolto al pubblico) Corpo d'un purgante! Vi siete divertiti anche voi? Sì?... Ah, vo­levo ben dirlo! Ebbene, confermatelo battendo forte le mani!

VELARIO

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