Il Parmigianino – Ultimi otto mesi di vita in Casalmaggiore

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Ultimi otto mesi di vita in  Casalmaggiore

di

Francesco Mazzola

Detto

IL PARMIGIANINO

Dramma in tre atti di  KRAMER MOGGIA

Socio S.I.A.E.: autori n° 88397 – 31/12/ ’89 qualità D.O.R. autore parte letteraria

26041 CASALMAGGIORE ( Cremona) Via Cairoli, 93 tel, 0375 41110 cell. 33968216

Degli ultimi giorni di vita del Parmigianino in Casalmaggiore non si conosce nulla.

Alcuni fatti, episodi e personaggi, qui raccontati, sono reali seppur presi in luoghi e tempi diversi. Pertanto, il racconto è da ritenersi di pura fantasia  ed il riferimento a persone e luoghi

 puramente casuale.

In questa mia impresa mi sono stati compagni:

 l’abate Giovanni Romani, per la parte storica di Casalmaggiore.

 Per la vita del PARMIGIANINO: Antonio Enrico Mortara

.

Inoltre:

 del dramma de’ “ Il Parmigianino “ di Francesco Manfredi, del quale, benché partecipai, come attore, nella parte del nobile Chiozzi,non ricordo nulla. ( il testo originale è andato smarrito) mi sono rimasti impressi nella memoria, solo alcuni interpreti. Ho voluto far rivivere questi miei amici della vecchia FILODRAMMATICA anni ’50, nel loro personaggio.

Essi sono:

ABELE ZANI,simpaticissimo attore, padre del mio amico Paolo, regista teatrale, nella parte del “Lampionaio”

       ALBERTINO FAVAGROSSA, vero animale da teatro ( come lo definivamo ) nella parte del sellaio

      “ Giovanni “

GIUSEPPE MADESANI, entusiasta neofita  interpreterà il “Locandiere”

Essendo Giorgio Vasari coevo del Parmigianino ho cercato di seguire il suo stile leggendo le “Vite dei più celebri pittori, scultori e architetti”

Ho terminato, questo mio scritto il giorno 24 Agosto 2002, esattamente 462 anni dopo la morte del PARMIGIANINO.

Spero che la coincidenza della morte non sia presaga di questo mio lavoro.

       

 

                                                                                                                                             L’autore

IL PARMIGIANINO  ultimi otto mesi di vita in Casalmaggiore di Francesco Mazzola. Dramma in tre atti. U= 11  D=2

Trama: L’azione si svolge a Casalmaggiore  dal Novembre 1539 al 24 Agosto 1540 ( morte del Parmigianino). Fuggito da Parma perché incolpato, ingiustamente per furto di lamine d’oro, dalla fabbriceria della chiesa della Steccata della stessa città, accompagnato da tre suoi amici ed allievi, sul far della notte, giunge a Casalmaggiore. Entra in un’osteria; dove conosce la figlia dell’oste, con la quale avrà una relazione. Incontra, anche, Antonio da Trento, incisore, invidioso del suo lavoro e attratto da  Rosa, anche se non corrisposto. Questi gli ruberà molti dei suoi studi. Gli scontri fra due famiglie rivali di Casalmaggiore procureranno   al pittore molti dispiaceri. Durante la permanenza in questa città produrrà i migliori dei suoi lavori. Sarà sepolto nel Santuario della Madonna della fontana.

PERSONAGGI:

FRANCESCO MAZZOLA  detto IL PARMIGIANINO                                       Pittore

ZANGUIDI                                                                                   Allievo del Parmigianino

BARBIERI                                                                                              “                “  

STRABUCCHI                                                                                       “                “  

JERONIMO                                                                                  Cugino   del         “

ALBERTINO FAVAGROSSA    ( detto GIOVANNI )                                              Sellaio                                                                              

MARIA                                                                                                                   Sua moglie 

ABELE ZANI                                                                                                        Lampionaio

GIUSEPPE MADESANI                                                                                        Locandiere

 ROSA                                                                                                                        Sua figlia                                                                                            

ANTONIO DA TRENTO                                                                                            Incisore

FRA’ CRISTOFORO                                                                                            Francescano

PIERO                                                                                         Servo della famiglia  Chiozzi

TONIO                                                                                              “                  “        Dovara

Avventori della locanda

          L’azione si svolge a Casalmaggiore  dal Novembre 1539 al 24 Agosto 1540

Le diverse scene saranno realizzate da strisce di tela color grigio, larghe  mt: 1,50 opportunamente lunghe, le cui estremità saranno fissate a terra.  Fra una striscia e l’altra dovrà esserci uno spazio per il passaggio delle luci dei fari.

Queste strisce pizzicate opportunamente in diversi punti e tirate su da funi formeranno la scena.

I’ arredamento sarà ridotto all’essenziale.

Dedico questa mia opera all’amico MIRO LANZONI

Perché fu lui a passarmi l’idea.

Scusandomi, lo ringrazio per il prezioso materiale letterario

Prestatomi, che per una malaugurata circostanza è andato a bagnarsi

Nelle limpide acque dell’isola d’Elba.

                              

A T T O   P R I M O


( A sipario già aperto, sul fondo, su uno schermo saranno proiettate le opere del Parmigianino, accompagnate  da una opportuna musica.

Tutte le strisce di cui sopra, sono a terra e coprono l’arredamento della chiesa di Santa Maria )

ATTO  PRIMO

( All’imbrunire, in barca, sul fiume Po. Voci fuori campo )

VOCE COMMENTATRICE: “ Piace alla luna specchiarsi dall’alto e tuffare i suoi raggi nel fresco vetro delle acque padane: e le selve, che vanno per le rive, riflettersi in esso lucenti.

Oh, quelle selve verdi ricciute! Fanno ressa coi fiori di campo alle rive e, sporgendosi, si contemplano nelle acque, e mai si saziano di compiacersi del proprio riflesso: e sorridono al fiume, e accennano un saluto, agitando i rami.”

        

Scena Prima  -  Francesco, Zanguidi, Strabucchi, Barbieri, lampionaio.

FRANCESCO    -  ( con ritmo pacato e nostalgico.  Fuori campo) Addio mie sponde parmensi,          bagnate dalle acque padane, già lontane dalla patria mia bella, dove le ville illuminano di bianco splendore i verdi prati. Com’ è triste per chi, cresciuto tra voi, se n’allontana. Addio ridente città dove il rotondo parlar volgare balza da una sponda all’altra di un ghiaioso torrente, presuntuoso come la sua gente. Triste è, per colui che si allontana tratto dalla speranza di far altrove fortuna, però sicuro di un lieto ritorno; e doloroso per chi ancor esule, esule se ne va per un infinito ritorno.  ( pausa lunga )

 Orsù, non giova guardar quella sponda con canuti pensieri, ma volgi, o emigrante, lo sguardo verso il “ Giardin dilettevole dei più vaghi fiori che adornano la città dell’antico e moderno Casalmaggiore, “ con giovanil speranza.  ( pausa ) Oh torrione estense, l’austera tua mole mi ricorda dolorosi giorni  nella mia ingiusta città e ancor più dà vita a tristi presagi.

ZANGUIDI        -   Maestro, sei pensieroso e taciturno.

FRANCESCO  -  Stavo pensando: quanto è diverso il tonfo monotono del remo nell’acqua alla mia vita così agitata. La mia vita è stata fin’ora un mare in burrasca. Spero che il mio futuro scorra liscio come questo bel fiume.

ZANGUIDI     -   Te lo auguro di vero cuore, maestro. La tua arte è un refrigerio immenso per i tuoi affanni.

FRANCESCO   -  Già la tua voce mi dà refrigerio. L’amicizia è un balsamo così sicuro per le ferite.

STRABUCCHI  -  Orsù, diamo bando a questi pensieri tristi!

BARBIERI:        -  Cerchiamo di scorgere innanzi a noi  giorni felici: e prendiamone  a piene mani.

STRABUCCHI  -  La vita è fonte inesauribile di speranza : immergiamoci in essa…

BARBIERI         -  …E beiamone come se fosse vino novello! Inebriandoci!

FRANCESCO -  L’uomo sul letto di morte, vinto da qualsivoglia morbo, da assopito, si risveglia  all’improvviso quasi a nuova vita;  siccome a  nubi turbolente  nel cielo tempestoso del Golgota segue, poi, un piatto cielo azzurro come dolce eterna musica.

ZANGUIDI       -   Maestro: che quadro triste è questo.

FRANCESCO - Come quando all’improvviso nel sonno ti assale un incubo; così ora all’improvviso, la  fantasia quasi mossa dall’occulto, in un lampo mi ha  porto questa  immagine.

( cambiando tono ) Ma orsù, dite bene amici miei. La speranza è sorella dell’ottimismo, speriamo quindi in giorni felici. ( rivolto al barcaiolo) Caronte a quando l’attracco?

BARCAIOLO     -  Eccolo!

( mentre Francesco è triste e pensieroso, gli amici sono allegri )

TRABUCCHI    - ( perché la barca ha approdato bruscamente )  Ohlé! Toccato! Ahhh … accidenti  son caduto da in piedi che ero.

BARBIERI     -    Sei un marinaio di alta montagna. Non sai che in barca durante l’attracco di sta inginocchiati?

STRABUCCHI  -    Non siamo in chiesa  qui.

BARBIERI         -    Si, guarda che culata hai dato.

FRANCESCO   -    Ti sei fatto male?

STRABUCCHI  -    Le parti molle non soffrono.

ZANGUIDI        -   La dignità sì!

STRABUCCHI  -   Aspetta che scendo. Ma…ma… perché non sta ferma?

BARBIERI         -   Metti il piede su quel sasso.

STRABUCCHI  -  Mi scappa.

BARBIERI         - Uncinalo.

STRABUCCHI  -  Accidenti che fatica. Salto. Beh, ma dove va ora?

BARBIERI         -  Prendi: ti lancio la corda.

STRABUCCHI  -  Senti il marinaio esperto…? Non sai che in acqua si chiama cima?

BARBIERI         -  Ora prendi la punta e tienila ferma.

STRABUCCHI  -  Oh povero me, che compagni di cordata ho. Questa è la prua e quella la poppa.

BARBIERI       -  Sta fermo che mi appoggio a te e scendo.

STRABUCCHI  -  Attento, ecco fatto. Ora a te. E non sfondarmi la spalla come quelli lì.

ZANGUIDI        -  Io sono una libellula, svolazzo fra i fior. Ecco fatto.

STRABUCCHI  -  Era proprio necessario spruzzarmi?

ZANGUIDI        -  Un battesimo in più non ti fa certo male.

STRABUCCHI  -  Ora a te Francesco. Dammi la mano… attento…ecco fatto.

BARBIERI        -  Finalmente. Dopo penosa malattia l’ammalato ha preso un brodo.

ZANGUIDI      -    ( rivolto al barcaiolo ) Grazie Barcaiolo. Ora ti spingo al largo.

STRABUCCHI -   Buona traversata.

BARCAIOLO   -   Grazie. Vi rivedrò?

BARBIERI        -   Certo.

STRABUCCHI -   Arrivederci.

FRANCESCO  -  ( sottolineato) Addio !

ZANGUIDI      -    Arrivederci, e speriamo presto.

STRABUCCHI -   Certo che il nostro bagagliaio non ci pesa molto.

BARBIERI        -   Lo puoi dire.

( mentre entrano in scena )

STRABUCCHI – Mi sembra di essere quel tal Cristoforo Colombo  che nel ’92  scoprì le Indie.

BARBIERI        -  Attento a quella freccia!

STRABUCCHI -  Dove?

BARBIERI        -  Scherzavo. Vedi che non c’è anima viva?

STRABUCCHI -  Che scherzi sono questi?!

BARBIERI        - Volevo creare un po’ d’ambiente.

ZANGUIDI    - Chissà quale sarà stata l’emozione  provata da quegli esploratori, mettendo il piede su una terra sconosciuta.

BARBIERI       -  Per Cristoforo sarà stato certamente un bel sollievo.

STRABUCCHI -   Lo credo bene, altrimenti gli avrebbero fatta la pelle.

ZANGUIDI  -  Eppure è la stessa cosa. Quelli non conoscevano quella terra come noi non conosciamo questa.

BARBIERI     -    Ma quelle sono terre selvagge. Questa, è noto, e una terra ospitale e nobile.

STRABUCCHI – Si sente dire a Parma che qui vivono le più belle donne.  Donne! Sono qui come tal mi vedete!

BARBIERI     -   Avresti dovuto portar con te qualche tuo quadro, forse s’ innamorerebbero della tua arte più che dell’aspetto.

STRABUCCHI – Ho tanti desideri in me  da cospargere d’amore tutta la regione. Donne non fatevene cruccio, per ognuna di voi ci sarà un petalo di questo fiore.

BARBIERI         -    Egli è come un’orchidea: un carnivoro.( ride )

FRANCESCO -  Il cielo ci è propizio. Ci dà il benvenuto con questa bella chiesetta sul nostro cammino.

ZANGUIDI      -    Maestro entriamo?

FRANCESCO  -   Certo.

( Le strisce di tela si alzano tanto da formare una chiesa.)

( Entrano. La scena della chiesetta di Santa Maria è costituita da una gran croce, un po’ a lato, con un inginocchiatoio e una sedia..Gli attori con di fronte la croce, saranno rivolti verso il pubblico. Francesco si siede sulla seggiola, uno degli amici s’inginocchia sull’inginocchiatoio, gli altri rimangono in piedi.  Un momento di raccoglimento )

ZANGUIDI      -   Maestro perché siamo qui?

FRANCESCO  -  La giustizia degli uomini è rappresentata da una bilancia: basta un leggero soffio di un prepotente per spostar l’indice a danno del debole.

ZANGUIDI    -   Il prepotente non sei certo tu.

FRANCESCO -  “ Chi è senza peccato scagli la prima pietra “

ZANGUIDI      -  E’ nella natura dell’uomo commettere errori e non essere infallibile…

FRANCESCO - … Ed io sono un uomo.

ZANGUIDI   -  Non trovo giusto, comunque, che tu ti accusi più del dovuto. E’ vero che è il ladro che fugge; ma un artista, quale tu sei, può forse fuggire  da se stesso, non già per debito infame. La lepre fugge e si rifugia perché è il cacciatore il prepotente ed è lui che ha l’arco.

FRANCESCO  -  Se è vero che io sono la lepre, vi dirò: per un qual merito che il mio lavoro mi ha procurato, non già in patria, ma  per il privato interesse di Clemente VII a Roma  e  nella terra delle “torri degli asinelli” per il gaudente Carlo V , ritornato in patria, mi fu affidato l’incarico di affrescare  alcune parti della chiesa  e rivestire di oro zecchino  il cornicione e l’architrave della cappella principale…

ZANGUIDI      -  Di questo già sappiamo. Ti fummo servizievoli allievi.

FRANCESCO – Hai ragione, ma con gli occhi della memoria rivedo l’opera, seppur in parte, fatta. Come vi dicevo: ebbi l’incarico dalla confraternita di Santa Maria della Steccata e con quello: il fardello dei miei dispiaceri futuri. Il contratto, che stipulammo, stabiliva in diciotto mesi il termine di quel lavoro. Pattuimmo un compenso che prevedeva una parte versata subito ed il resto con il proseguir dei lavori. 

ZANGUIDI  - Mi ricordo che ci  mettemmo al lavoro di buon grado. La chiesa lo meritava. Quando poi iniziammo l’applicazione dei fogli d’oro zecchino, dopo un po’ dovemmo smettere.

FRANCESCO  - Appunto. Come capita di sovente nella gestione della cosa pubblica, impedimenti si frapposero.  La mancanza di ciò che ci abbisognava c’impedì il proseguimento del nostro lavoro.

ZANGUIDI        -  Quei fogli d’oro che dovevano consegnarci ad un certo punto non si videro.

FRANCESCO   - ( deciso ) Mio buon amico:  quello era oro.

ZANGUIDI       -    Interrompere un lavoro che ti appassiona, ti procura un’inquietudine che certo non giova all’arte.

FRANCESCO    -  E quei continui odiosi solleciti… L’artigiano che produce un’opera di intelletto, non può essere in alcun modo sollecitato; perché l’opera è frutto di concentrazione, di ispirazione, e spesso lo stato psichico ed anche fisico non lo permettono.

ZANGUIDI       - ( cattedratico)  Il filosofo dice: l’idea è nell’aria, si deve perciò attendere di  respirare quella  divina brezza.

FRANCESCO   - Confesso che le alettanti proposte, i continui inviti di dipingere e affrescare stanze della rocca dei conti  Sanvitale  di Fontanellato prima, e dei marchesi di Soragna  e San Secondo poi, mi convinsero ad approfittare dei ritardi della fabbriceria, anzi, per dire la verità, mi fecero comodo assai.

ZANGUIDI    -    Credere che la confraternita non prendesse posizione contro di te, quando poteva farsi forte dal contratto, mi sembra, sia stata un’ingenuità. La chiesa che dovrebbe perdonare non perdona:… è pur  composta da uomini.

FRANCESCO  -  Infatti fui imprigionato, seppur per poco. Per l’interessamento di Damiano Piazza e del cavalier Baiardi fui liberato. Dovetti però promettere un sollecito lavoro che, per loro colpa, non ho potuto portare a termine. Ti assicuro che la prigione è tremenda.

ZANGUIDI   -   Se la penale per il mancato lavoro era la restituzione del compenso ricevuto: perché la prigione? Credo che quella sia  stata una giustizia alquanto sommaria.

FRANCESCO - Fui talmente invelenito per quelle azioni fatte dai miei stessi concittadini, che deturpano l’onore, che non mi è costato mancare alla parola data e fuggire.

ZANGUIDI  -  Perché i posteri non abbiano a dolersi per certe azioni degli artisti, bisogna a volte chiudere un occhio, perché esse sono dovute più a sovrabbondanza e prepotenza d’ingegno, che da ben ponderato  e malizioso volere.

BARBIERI  - (cercando di cambiar discorso)  Maestro, vuoi che si dica che manchi alla parola data?

FRANCESCO -  Perché dici ciò?

BARBIERI  - Non più tardi di pochi attimi fa hai promesso di “ volger l’animo a più lieti pensieri…”

FRANCESCO  - Hai ragione. Ringraziamo questo buon Dio di averci concesso questo rifugio.  Incamminiamoci verso nuova vita.

( escono ) 

(   mentre viene cambiata la scena - tempo previsto 5’- fuori campo o in scena…)

STRABUCCHI – Maestro allietaci con il tuo liuto.

FRANCESCO  - Cosa volete che vi suoni?

BARBIERI   - E’ questa l’ora che porta malinconia nei cuori. L’aria è quieta. Non si sente stormir foglia; tranquilla è l’atmosfera.

FRANCESCO – ( inizia a suonare )

STRABUCCHI – Giochiamo allo “ schiaffo del soldato?”

ZANGUIDI       - No. Non mi sento.

STRABUCCHI – Sei la solita lagna…

ZANGUIDI       -  Preferisco tener compagnia al maestro.

BARBIERI        -  Perché, noi non lo facciamo? Dico: non siamo discosti poi di tanto…

ZANGUIDI       - Giocate voi due.

STRABUCCHI  - Giochiamo noi ?

BARBIERI         -( si mettono in posizione di gioco) Si. Comincia tu a star sotto.

STRABUCCHI  - Va bene. Non esageriamo, però, con le manate. ( Barbieri batte ) ( cercando chi è stato, indicando con il dito) E’ stato… è stato… sei stato tu.

BARBIERI          - Come hai fatto ad indovinare?

STRABUCCHI   - La tua mano è inconfondibile. Ora sotto tu.( indicando Barbieri) ( batte )

BARBIERI          -( come sopra ) E’ stato… è stato… il maestro.

STRABUCCHI   - Sbagliato. Sono stato io. Ora devi star sotto ancora tu.

BARBIERI          - Cambiamo gioco. Giochiamo…giochiamo…alla cavallina.

STRABUCCHI –( si mettono in posizione di gioco) Però stai sotto tu per primo. Vai avanti un po’ … aggobbiti un po’ di più… Pronto … via.

BARBIERI     - Salto! A me ora. Fermati lì.  Cosi. ( salta ) Ohh…ahh…aih… perché ti sei alzato all’improvviso? Oh che male… ragazzi non chiamatemi più Asdrubale. Ora è sufficiente  Asdru.

STRABUCCHI   - Oh quante storie per quel che ti servono…

BARBIERI          - Questo lo so io e le mie avvenenti cortigiane.

STABUCCHI     - Cala…cala.

BARBIERI         - Accidenti che male. 

( La parte che va dal suono del liuto fino a qui serve per dar tempo ai macchinisti di cambiar scena. Se la scena è pronta prima  alcune battute si possono saltare )

( Intanto in lontananza si sente il sopraggiungere del  lampionaio )

LAMPIONAIO –( voce imponente e sonora ) E’ da poco suonata l’Ave Maria:… Antonio, il fabbro, si è di nuovo ubriacato:… sua moglie lo ha pestato.   Maria, la sarta, ha dato alla luce un neonato:… e suo marito è ancor più disgraziato.  Giovanna, la pazza, ha la gazza che starnazza.( vergognandosi simpaticamente) Dio che schifo di battuta! … Il vostro lampionaio non ha soldi nel salvadanaio… l’olio costa e lo speziale gli fa la posta.(con affanno, perché evidentemente ha salito l’argine)  Più erta è la salita e più si fa fatica.

BARBIERI       - ( rivolto al Lampionaio con bei modi )Lampionaio!? Siamo viandanti. Dove possiamo rifocillarci un po’?

LAMPIONAIO – Se siete buoni andate all’osteria, se siete ladri  andate in sagrestia.

STRABUCCHI – Di grazia… dove si può por il cul su una panca?

LAMPIONAIO – Là… a manca.( soddisfatto della battuta, fra sé) Come mi è venuta bene questa rima! (riprendendo l’informazione) E dite a Giaele che vi manda Zani Abele.

ZANGUIDI       - Grazie.( gran inchino )

LAMPIONAIO – Benvenuti in questo luogo e che il destino non vi porti duolo.( fra sé, soddisfatto) Questa notte son forte! ( rivolto agli astanti) Buonanotte.    (andandosene ) Il mattino ha l’oro in bocca… e mia moglie guai a chi la tocca….

( Questa prossima scena  è costituita da una locanda con arredo essenziale. Un bancone, una botte, qualche tavolo con  sedie. La locanda è ancora al buio . Nel momento in cui i viandanti entrano dal fondo, la scena si illumina )

SCENA SECONDA:  Detti, locandiere, Rosa,  Piero, Tonio Giovanni, avventori.

LOCANDIERE – ( ricevendo gli ospiti con fare ossequioso ) Benvenuti nella mia locanda, messeri.

BARBIERI        -  Buona sera locandiere. ( rivolto ai presenti alzando la voce )… e a tutta la bella compagnia.

STRABUCCHI  -  Il lampionaio ci manda a portar i saluti a  Giaele.

LOCANDIERE – ( sorridendo) Ahimè… “Giaele”…” Dal dì del terzo lustro già sorge l’alba “ a che andò a porgere i suoi saluti a San  Pietro.

STRABUCCHI  -( scusandosi ) Forse capimmo male il nome.

LOCANDIERE  - No. E’ che il lampionaio, ormai  greve negli anni, non ha più la rima facile al nome di mia moglie, per cui va a scomodare mia nonna. ( rivolto a Rosa  ) Rosa:  segna quattro tratti sulla lavagna.

STRABUCCHI:  - ( curioso) E questo perché?

LOCANDIERE - E’…che… ogni qual volta il lampionaio ci manda degli avventori; a lui corrispondiamo un pari numero di boccali del nostro vino. Il nome di Gioele è ormai diventato, diciamo così” un tagliando d’incasso, “ se così si può dire.

BARBIERI       - ( chiedendo) Di quel vino vorremmo  giudicarne i pregi. 

LOCANDIERE –( aulico) A quale nobile terra dobbiamo mandar gli omaggi: per l’onore che ci fate nel concederci il piacere della vostra presenza?

STRABUCCHI – La nostra terra è governata dal nobile casato dei Farnese  ( rivolto agli amici con polemica ) ) e ahimè: da altri.

LOCANDIERE – ( indagante) La terra dei Farnese è grande…

STRABUCCHI –( evitando per il momento di dare delle spiegazioni) Non più di un puntino sulla pianta topografica della penisola.

BARBIERI        - (che ha capito l’idea del compagno, tenendogli corda ) Il continuo parlar non aumenta ancor più di tanto la sete che già abbiamo.

LOCANDIERE –( ha capito che gli ospiti vogliono mantenere una certa riservatezza) Ho capito. Vogliate accomodarvi. Sarete subito serviti.  ( rivolto a Rosa ) Rosa: quattro boccali di vino novello. (se ne va )

STRABUCCHI  - ( rivolto agli amici) Come si suole dire: il locandiere parla  forbito.

ZANGUIDI    -( eloquente) E’ la prima impressione che conta. Vorrà con parole belle abbellire l’ambiente che non è certo la sala di Atteonte in Fontanellato.

ROSA           -  (portando il vino ) La vendemmia è stata buona. Il sole ha sorriso sulle nostre vigne. L’amabilità di questo vino ve ne darà la prova.

STRABUCCHI  -( galante )  Veniamo da una terra vivace ed allegra, dove la gioia di vivere è nel sangue  della sua gente.  Ecco perché notiamo maggiormente ( cercando la battuta) …un certo mortorio in questa locanda.

ROSA            - Non dovete farvi trarre in inganno nel ritenere di essere giunti in una terra negletta e sconsolata. La nostra clientela non avvezza alla presenza di forestieri, si trattiene nell’esprimere la propria vivacità se …non… è… favorevolmente assicurata.

BARBIERI  - ( giocoso) Da parte nostra l’allegria non la chiediamo. La sollecitiamo.

ROSA         - E allora… ( rivolta agli avventori tutti, gridando euforicamente ) Gente via libera! Allegria!

      (  La locanda si vivacizza con canti e balli )

( Gli amici di Francesco si uniscono alla combriccola dei cantanti.  Francesco, sedendosi ad un tavolo, attratto dai lineamenti del viso e della vivacità di Rosa, prende dalla tasca l’occorrente .La ritrae )  ( faro su di lui )

SCENA TERZA:   Detti, fra Cristoforo (francescano). Già presenti Tonio ( famiglio dei Dovara ) Piero ( famiglio dei Chiozzi))

FRATE              - ( entra e portandosi al centro della scena con fare imperativo ) Pace fratelli!

(l’assemblea ammutolisce e pian piano si avvicina al frate. Nel frattempo…)

LOCANDIERE – ( con benevolo rimprovero) Fra Cristoforo: l’ora tarda non si addice al vagar dei  religiosi.

FRATE              - ( grave ) Grave lutto sovrasta il  nostro borgo.

LOCANDIERE – ( preoccupato) Ci dia notizia fra Cristoforo.

FRATE         -  ( suscitando curiosità) Già dall’ora vespertina… me ne stavo tornando dalle visite che ogni giorno faccio alla povera gente ed agli infermi…  ai quali porto ciò che il buon cuore di questa gente dà a noi poveri frati…( si ferma per riprendere fiato per la lunga frase)

LOCANDIERE – Fra Cristoforo, non ci tenga sulle spine, la vostra carità c’è ben nota…

FRATE         -( con un’espressione come per dire “ fammi prendere fiato”, poi proseguendo)  Me ne venivo dalla chiesa” Della  Compagnia  della Buona Morte,” quando passando davanti alla torre estense, vidi, appeso alla  inferriata di una finestra  con cappio al collo: Serafino della Luseja…

PIERO               - ( impressionato esageratamente) Morto?

TONIO              -(Ironico)  Non era certo lì ad asciugarsi i panni al sole…Se ha detto appeso…

ROSA                - (infastidita)) Quando?… quelle maledette famiglie la smetteranno  di odiarsi tanto ?

LOCANDIERE  -  ( rivolto a Rosa ) Modera le parole, che i potenti hanno le orecchie lunghe.

ROSA                - (sprezzante)) Lunghe come gli asini!

LOCANDIERE  - ( rimproverando) Smettila !

FRATE               - ( continuando il racconto) Anche Jacopo Moreschi è stato imprigionato nella stessa torre.

PIERO          -( con fare sprezzante) Potete immaginare se i miei padroni se ne staranno con le mani in mano.( consigliando) La famiglia Dovara farebbe bene a starsene all’erta. (sconfortato) E poi che dito: (imperioso)che il diavolo se li porti. Se i miei padroni hanno fiele nelle vene, i  Dovara  hanno cicuta.

LOCANDIERE  -  Ma il pretore non è intervenuto?

PIERO        -  Figuratevi se il conte Malregola, prezzolato com’è dai Dovara, si espone a tal punto…

ROSA           -   Sarebbe un atto di giustizia e di rettitudine. Alla fin dei conti è lui che deve tener ordine nel borgo.

LOCANDIERE  -  Qui il primo prepotente che arriva fa man bassa di tutto ciò che trova e  poi se  ne và. E’ inutile che si produca frumento e vino se poi si deve essere alla mercé di…

ROSA                 -  E quando non ci sono loro, è il Po che ci si mette.

FRATE                -  Ringraziamo Iddio che il tempo ci è stato propizio …

ROSA                  -  Sì. Ma la  carestia dello scorso anno si fa ancora sentire.

TONIO               -  Fra Cristoforo: in piazza grande cosa dicono?

FRATE                 -  Non è certo questo il tempo in cui per le strade ci sia affollamento di gente.

LOCANDIERE     - Ma qualcuno ci sarà pur stato.

FRATE                 - Purtroppo sono io solo il cronista dei fatti che sono successi.

LOCANDIERE    - Perciò queste notizie non sono le ultime, vero?

FRATE         - I famigliari dei Moreschi e dei Chiozzi, forti di un bel numero d’ armati, passando dal ponte vicino alla casa di messer Marcheselli, si sono diretti verso il pretorio.

LOCANDIERE    - E i soldati della guardia non li hanno fermati?

FRATE                -  Sì… e con coraggio! In ogni modo sei di loro sono stati uccisi.

PIERO                 -  Fra Cristoforo, conosce i loro nomi?

FRATE         - Purtroppo no.  ( continuando)  Poi a dar man forte alle due casate, sono giunti altri armati. Ho riconosciuto fra loro il Picaro, il Pitocco ed un gruppo dei Gualtieri. Insieme hanno espugnato il pretorio e, ahimè, ucciso il podestà ed il suo cancelliere.

LOCANDIERE  -  Tutti i presenti morirono?

FRATE              -  Un loro amico si è salvato rifugiandosi nella casa di Marc’Antonio de’ Stefani.

ROSA            -  ( rivolta al frate ) Fra  Cristoforo, credo che sia opportuno che beva  un po’ di vino. Penso proprio che ne abbia bisogno.

FRATE        -  Grazie. L’ora tarda e le regole del convento me lo impedirebbero, ma il buon Dio vede i bisogni dei suoi figli. Grazie.   Torno poi in convento. Questa notte inviterò i miei confratelli ad una veglia di preghiera.  Voi, figli miei, pregate per quelle povere anime, specie per coloro che hanno l’oddio nel cuore.

(  gli amici di Francesco ritornano al loro tavolo. L’assemblea per i fatti raccontati dal frate si alterano e sfogano il loro risentimento e per alcuni la rabbia)

GIOVANNI    -  Se i prepotenti, facendosi guerra fra loro, si scannassero, non me ne dorrei – quasi si divertono – ma che per farlo si servino di noi poveri cristiani che già siamo in lotta con la fame, questo non lo sopporto.

LOCANDIERE -  Loro si fanno gli affronti, e sta poi a noi combattere.

TONIO        -  Costretti ad offendere la nostra dignità per il loro benessere, quali succubi impotenti servi; siamo anche forzati a dar per loro la vita.

PIERO              -  A quella povera gente che  è stata uccisa, è stato forse chiesto il parere?

GIOVANNI   -  Noi non conosciamo i loro nomi, ma possiamo ben immaginare chi possono essere… gente con famiglia… con bocche da sfamare.

TONIO            -  (chiamando a raccolta i presenti e sottovoce ) Quei viandanti che sono or ora giunti, han detto di giungere dalla terra dei Farnese, Non saranno venuti al soldo dei  Chiozzi?

LOCANDIERE  - ( avvicinandosi) Non mi sembra che ne abbiano l’aria, comunque trattenete la lingua.

TONIO           -  (in un impeto d’ira ) Non possiamo, comunque stare con le mani in mano. Se sono emissari dei Farnese, diamo loro una lezione. Facciamo vedere che non siamo pecorelle al pascolo. Siamo o non siamo discendenti di “ Zuanen de la bala “

FRATE             - Fratelli pace! Non fate che l’oddio dei potenti si trasmetta agli indifesi loro subordinati.

PIERO       - Fermi! Che fate?! Volete trarmi in disgrazia ? Mi costringete a difenderli! ( va al tavolo di Francesco per difenderlo )

TONIO           -( deciso)  Togliti di mezzo!

PRIMO AVVENTORE -  Picchiamoli!

SECONDO AVVENTORE – Cacciamoli là da dove son venuti.

TERZO AVVENTORE       -  Facciamogli fare la fine di Serafino della Lusejra.

FRATE            - Fratelli pace!

( Tutti i presenti vanno verso il tavolo di Francesco con  intenzioni ostili, tranne Antonio da Trento e Giovanni il sellaio. A difendere Francesco ed i suoi amici s’ intromette Piero. Gli avventori stanno per percuotere Francesco. Egli imperterrito continua a disegnare. Presi dal fascino di quel disegno, gli avventori s’ impietriscono, e pian piano si ricompongono. Il disegno rappresenta il volto di Rosa. Essi guardano Rosa e poi il disegno per confrontarli )

LOCANDIERE -  ( poco discosto si avvicina e osserva il disegno ) Rosa, sei tu questa.

ROSA               - ( mentre si avvicina ) Ci sono ben altri soggetti molto più interessanti di me.

LOCANDIERE – Si vede che hai più fascino di noi tutti.

ROSA               - ( guardando il disegno) E quella sarei io ?

FRANCESCO  - Come ti vedo io: sì.

ROSA               - Ma io non sono così bella.

FRANCESCO  - Un pittore quando dipinge un paesaggio cerca di far trasparire dal suo lavoro le sensazioni che sta provando.

ROSA              - Ma questo è un ritratto.

FRANCESCO – E’ la stessa cosa. Forse che gli occhi di una donna non possono affascinare come un tramonto sul Po? O la sua pelle  sia meno vellutata della pesca di un quadro di natura? Nel ritratto egli cerca di mettere in risalto il carattere, i sentimenti che crede di intuire nel soggetto. Un’opera può anche non essere perfetta, ma se riesce ad esprimere una sensazione, quella è un’opera di molto valore.

( nel frattempo gli avventori si allontanano )

LOCANDIERE – ( Mentre porge il vino al frate, rivolto agli avventori ) Gente: si è fatto tardi, ed i fatti di questa notte ci inducono ad essere prudenti. E’ opportuno che torniate alle vostre case e che io chiuda la locanda prima che giungano indesiderati  clienti.

FRATE            - Fratelli, vengo con voi, e per il tratto di strada che abbiamo in comune, stiamo uniti e speriamo che la notte non ci porti altri lutti. (  escono )

(Giovanni si unisce agli amici di Francesco che si sono portati ad un altro tavolo, in modo  che il gruppo sia in secondo piano. Antonio da Trento si avvicina al tavolo di Francesco per osservare il disegno )

LOCANDIERE – ( rivolto a Rosa ) Rosa: vieni. Vediamo di metter un po’ d’ordine.

   ( padre e figlia si dispongono a governare il locale )

ANTONIO       - Direi che è un ritratto spontaneo … immediato …  che denota una notevole maestria nella difficile arte del tratteggio trasversale. E’ proprio la densità di questo, non  già l’uso calligrafico della linea, che modella la forma.

FRANCESCO     - Noto, messere, che ella se ne intende di arte…

ANTONIO      - E’ il mio lavoro, anzi per essere esatto, il mio specifico è l’incisione. Ecco perché sono attratto da questo disegno. Per i motivi cui ho accennato, immagino già quel disegno trasferito su lastra di rame.

FRANCESCO   -  Il mio punto di vista è diverso. Per me, il disegno è il punto di partenza verso la pittura.

ANTONIO    - Per ciò che ne so, i pittori, specie nel fresco, tracciano l’abbozzo in modo sommario… come un semplice appunto… curando le proporzioni nello spazio…

FRANCESCO  - Io amo vedere l’opera, anche nel primissimo stadio,  in termini grafici di armonica compiutezza.

( nel frattempo nell’altro tavolo)

STRABUCCHI  -  Beh, ma dove siamo incappati?

BARBIERI         - Semplice. Dalla padella alle braci siamo caduti.

ZANGUIDI   - Non meravigliatevi amici miei: tutto il mondo è paese. Questi fatti accadono in ogni luogo.

STRABUCCHI  -  Direi proprio: no! Normalmente, si combatte fra nazioni e se proprio fra città  avverse… ma qui è una famiglia che lotta contro l’altra.

ZANGUIDI        -  E beh… Il rapporto è fatto salvo. Qui siamo in un borgo e seppur in un punto di gran traffico, siamo abbastanza lontani dal mondo. Qui il capo di una famiglia, se prende il sopravvento sull’altro si procura una soddisfazione, seppur meschina, come per il Doge di Venezia contro- che so io- contro il duca di Milano, o l’Imperatore contro il Papa.

BARBIERI         - Beh, penso che gli interessi siano ben diversi …

ZANGUIDI        - Ma la malvagità uguale!

ROSA           - (avvicinandosi e indagando perché già affascinata ) Signori, giusto perché siete entrati insieme, immagino che quel messere sia vostro amico.

ZANGUIDI      -  Certo.

ROSA               - E chi è?

STRABUCCHI – E’ un nostro amico pittore di Parma.

BARBIERI        - Non  affermerai che ti sei già innamorata di lui?

ROSA           -  Che dice messere? Io non sono una giovane di carattere leggero che s’ innamora del primo venuto… però… quel ritratto… quell’espressione… mi sembra che mi abbia guardato dentro … e me ne vergogno.

GIOVANNI    -   Che effetto ti fa essere immortalata in un quadro?

ROSA             - Ma…non so… finora è stato lo specchio a restituirmi  il volto … ora   mi sembra che quel disegno mi abbia indagato nell’ anima.

STRABUCCHI   - Dimmi? In questo borgo sono tutte belle come te?

ROSA                -( difendendosi) Non si prenda gioco di me, messere. Le giovani nobili e ricche sono belle…

BARBIERI     - Quelle sono ben vestite, ornate con eleganza leziosa, ma spesso sono superbe, piene di boria ed alterigia. Spesso inavvicinabili.

ROSA      - (insinuante)E non sono forse quelle che piacciono agli uomini? Non si afferma che l’uomo è cacciatore?  Se la preda è difficile, maggiore  è il merito. Per noi contadinelle, l’unica arte nel trucco  è l’uso di acqua e sapone. 

STRABUCCHI -  E ti pare poco?  Almeno quando vi baciamo, non ci rimangono sulle labbra creme e oli appiccicosi.

ROSA         - ( rimproverando)  Messere, la prego. Non vada di là del dovuto. Non confonda l’affabilità con la leggerezza. …( affascinata ) Quel pittore vostro amico… avrà pur un nome…

STRABUCCHI  -  Francesco il suo nome e “   Parmigianino “ il suo soprannome.

ROSA              -  (continuando ad indagare)  … E ha lasciato moglie e figli per giunger fin qui dalla lontana  sua città?

BARBIERI       -( ironico) Non ti manca l’acume nel far domande… Non è sposato se è ciò che ti interessa.

ROSA              -( confondendosi) Messere, cosa dice? Non ho l’ardire d’essere impertinente.

GIOVANNI     - (intervenendo per por fine all’imbarazzante conversazione) Rosa, non dovevi dare una mano a tuo padre?

ROSA            -( rasserenata) Oh, sì Giovanni.( rivolta agli amici) Messeri, la compagnia è amabile, ma il dovere mi chiama. ( va via)

GIOVANNI   - (deciso)L’età di Rosa, la porta ad essere gentile… ma il tutto finisce lì. … Ormai si fa notte.( invitante) Posso chiedervi se siete solo di passaggio o se intendete fermarvi nella nostra cittadina?

ZANGUIDI     -  Questa è l’ultima nostra stazione.

GIOVANNI    -  Posso conoscere  a quale famiglia  intendete sottostare?

ZANGUIDI     -  Perché è necessario essere protetti da qualcuno qui?

GIOVANNI  -  I tempi sono difficili e le famiglie potenti qui sono molte. Volendo essere un po’ protetti dobbiamo appartenere all’una o all’altra. Questo è lo scotto. Dobbiamo pagare la nostra incolumità-comunque illusoria- con servigi ai potenti che spesso mettono a repentaglio anche la nostra vita. I fatti di questo giorno lo dimostrano.

ZANGUIDI - Noi siamo qui giunti liberi e liberi intendiamo rimanere. La nostra arte ci farà da scudo.

GIOVANNI  -  La mia è una povera casa nella quale vivo con mia moglie. Il mio lavoro è di sellaio, e poiché ciò è utile a tutti: il mio stato è neutrale. Farei cosa gradita a mia moglie, che, ahimè, non ha più il figlio, se portassi a casa con me, voi, per rallegrarla… almeno per questa notte.

ZANGUIDI   -  E’ un invito che ci giunge assai gradito…

( la scena si sposta su Francesco e Antonio da Trento )

ANTONIO   -  Poco tempo fa sostai per alcuni giorni a Viadana: un borgata a pochi chilometri da qui.

FRANCESCO – Lo conosco bene.

ANTONIO     -  ( continuando) E naturalmente andai a vedere tutto ciò che d’ arte si poteva vedere.

FRANCESCO -  Direi che è un desiderio comune a tutti gli artisti.

ANTONIO   - Fra i diversi dipinti che vidi: due a tempera mi colpirono particolarmente. Si trovano nella chiesa di san Pietro e rappresentano “ San Francesco che riceve l’estimate e Santa Chiara “ e l’altro “ Lo sposalizio di Santa Caterina, con molte figure.” Bene. Questo viso di Rosa, mi ricorda i volti di quelle figure, in modo sorprendente.

FRANCESCO -  Le sono piaciuti veramente ?

ANTONIO      - Molto. Tant’è che ancora li ricordo con piacere. Quelle figure, dai tratti fini, denotano una notevole grazia e leggerezza. Il pittore era un giovane parmigiano.

FRANCESCO    - La menzione di quei quadri, suscitano in me, bei ricordi di gioventù. Quel tal pittore sono io. Quei quadri furono dipinti da me all’età di sedici anni.

ANTONIO         - ( meravigliato e compiaciuto perché già conosceva la fama di Francesco) E’ un onore conoscerla, maestro.

FRANCESCO   - Lei mi porta alla memoria  ricordi che credevo dimenticati.

ANTONIO        -( curioso ed interessato) Mi chiedo come mai un parmigiano sia finito a Viadana.

FRANCESCO   - In quel tempo, il papa Leone X, mandò Prospero Colonna a Parma per conquistarla. Il vivere in quei momenti ed in quel luogo, era piuttosto pericoloso e perciò i miei zii, mi mandarono, appunto, a Viadana presso nostri parenti.   Lei certamente saprà: che Viadana è dominata dal duca di Mantova, e in quel tempo il ducato era in relativa pace, dico relativa, perché qualche tafferuglio c’è sempre, pensi a ciò che è accaduto oggi qui.

( scena unica )

STRABUCCHI – Maestro? Giovanni, il sellaio, nostro amico, c’ invita a passare la notte nella sua casa. Dice: che faremmo felice sua moglie… La nostra gioventù rallegrerebbe la sua dimora. Saremmo tutti i suoi figli.

FRANCESCO  - Forse voi. Sarei un giovane troppo vecchio.

GIOVANNI   - Mia moglie, in meno che non si dica, vi preparerà uno spuntino degno della corte dei Farnese.

FRANCESCO -  Non è che arrecheremo troppo disturbo?

GIOVANNI     - L’unico disturbo per me: è il tratto di strada che ci separa da casa mia.

LOCANDIERE – ( scherzando ) Messeri, vi offro il bicchiere della staffa. Chissà che vi decidiate a tirar su il culo da quelle sedie. ( rivolto a Rosa )  Rosa, sono pronti?

ROSA               - ( allegra)Arrivo!

ANTONIO       - Il cuor mi dice che qualche cosa faremo insieme. ( rivolto a Francesco ) Stampare è una nobile arte, specie se l’incisione è di un maestro. Il popolo più dei ricchi è generoso.

( Intanto Rosa porta il vino. Bevono. Rosa s’incanta a guardare Francesco.

LOCANDIERE  - ( per distoglierne l’attenzione ) Rosa chi è che abbaia in cortile?

ROSA                - ( assente)Il gatto.

FINE PRIMO ATTO

A T T O   S E C O N D O

ATTO SECONDO

( Casa di Giovanni, il sellaio.  Camino, rozzi mobili di cucina, tavolo sedie, sgabelli, barattoli di colore sparsi, un cavalletto da pittore con su un quadro. Attrezzi da pittore)

                                               Primavera - mattino        

SCENA PRIMA:  Maria, Giovanni.

MARIA        -  ( sta governando la stanza. Polemicamente ) E’ possibile che ci sia così  tanto disordine in questa stanza?

GIOVANNI  -  ( sta pulendo i pennelli. Ironico ) Visto che c’è: è possibile.

MARIA         -  Ma cosa dici?

GIOVANNI  -  C’è disordine?

MARIA         -  Perché: non lo vedi da te?

GIOVANNI -   Allora vedi da te che è possibile.

MARIA         -  ( con le mani sui fianchi)  Mi stai prendendo in giro?

GIOVANNI - ( scherzosamente serio) No. Anzi. Cerco di dimostrarti che hai ragione. Per l'appunto, se il disordine non ci fosse; non ci sarebbe. Ma siccome c’è … C’è.

MARIA         -   Smettila di farmi girare la testa con i tuoi ragionamenti.

GIOVANNI  -   ( cambiando tono. Pensieroso)Sarà l’aria impregnata d’ arte che si respira in questa stanza…

MARIA         -  … Che ti fa dar di volta il cervello.

GIOVANNI  -  ( racconta) Questa notte, preso da un incubo, mi sono svegliato di soprassalto.

MARIA         -  Devi metterti in testa che non sei più un ragazzino: alla sera, noi, dobbiamo stare leggeri.

GIOVANNI    -  Non è che sguazziamo in piatti di  selvaggina. Mi sono sognato che il cane si era messo a leccare i barattoli di pittura e che Francesco, tossendo e preso dalle convulsioni, lo picchiava a sangue.

MARIA          -  Vedi che il tuo incubo non aveva nessun senso? Lo immagini Francesco che picchia un animale?

GIOVANNI        -  Eppure deve essere accaduto, ieri: qualche cosa che mi ha colpito tanto da farlo rivivere nel sogno.

MARIA            - ( infastidita) Guarda che roba! Scodelle, barattoli, pennelli dappertutto. E  poi … che disordine!

GIOVANNI     -  Beh… veramente… Francesco, seppur pacatamente, mi ha rimproverato per gli  stampi in rame e in legno ed i disegni che non riusciamo trovare.

 

MARIA         -   ( riflessiva) Chissà fino a quando questa schiena reggerà.

GIOVANNI -     Considerato che queste quattro mura non sono una reggia, temo che quella roba abbia cambiato  proprietario.

MARIA        -   Dici che l’hanno rubata?

GIOVANNI  -  Non c’è nessun altra spiegazione.

MARIA         - E chi dici che potrebbe essere? Persone che vengono e che potrebbero essere interessate affermerei: che sono, che so io? Strabucchi o Antonio.

GIOVANNI  -  Strabucchi  no di certo. Quello pensa solo alle sottane.

MARIA         -  Ah, si. Sono giunti qua a Novembre e dopo Natale era già innamorato- corrisposto- della figlia del Dovara.

GIOVANNI   -  Figuriamoci se Dovara poteva permetter questa relazione: sua figlia con un pinturicchio.

MARIA.       -  E infatti, appena Dovara ne è venuto a conoscenza, se Strabucchi non fosse scappato in gran fretta, ora lo vedremmo residente nella terra consacrata dietro la chiesa.

GIOVANNI. – ( affermando)… E  quella roba c’era ancora.

MARIA         -  E’ vero. Che sciocca!  Quello è scappato in primavera.

GIOVANNI  -  Certo che quell’Antonio non mi piace proprio.

MARIA        -  Quello è proprio l’opposto  del nostro Francesco. 

GIOVANNI  -  Vedermi girar  per casa Francesco, mi sembra di vedere nostro figlio.

MARIA         - Immagina  se veramente fosse nostro figlio…

GIOVANNI  - Saresti la madre di un artista … di un genio.

MARIA         - Sono già orgogliosa e felice  di averlo con  noi.  ora… figurati se fosse come dici tu.

GIOVANNI  - Ne gioisco anch’io.

MARIA         - Giovanni…?  Tu credi alle sue avventure di Roma?

GIOVANNI  - Perché non dovrei crederci?

MARIA         - Ma è possibile che sia andato alla corte del Papa?

GIOVANNI  - Perché no?

MARIA         - … Che gli abbia parlato a tu per tu come io sto facendo con te?

GIOVANNI   -( con senno) Se Francesco si fosse presentato al Papa preceduto dalla sua sola fama, ma a mani vuote, forse non sarebbe stato nemmeno ricevuto; ma visto che le mani le aveva ingombre di quadri… credo proprio che sia la verità.

MARIA         - … e che gli aveva promesso di fargli  dipingere anche la stanza dei papi … come ha fatto quell’altro pittore che Francesco loda così tanto… quello là… come si chiama?

GIOVANNI. – Raffaello.

MARIA         -  E chi è quell’altro del quale Francesco parla sempre?

GIOVANNI  -  Michelangiolo Bonarroto. Vedi: i grandi, i potenti, si sono raffinati nell’arte del promettere. Francesco oltre le promesse che beneficio ne ha tratto? E’ partito per Roma con tanti quadri e grandi speranze e ha dovuto fuggire portando con sé la sola sua pelle.

MARIA       -   … E dell’Imperatore Carlo V sarà vero?  Pensa:  Francesco alla tavola di un Imperatore, niente meno.

GIOVANNI.  -  Mia cara. Non era esattamente alla tavola dell’Imperatore. L’ha visto solo da lontano. La memoria che possiede gli ha permesso di ricordarne il volto e perciò tradurlo in ritratto. Moglie mia: ai potenti solo due tipi di persone si possono avvicinare i loro simili ed i servi, e per ognuno di loro vi è un inchino opportuno.

MARIA          -  Come da noi.

GIOVANNI   - Vedi… è solo questione di proporzioni.

MARIA          - E’ proprio vero marito mio

.

GIOVANNI  -  ( dopo una pausa cambiando discorso ) Mi meraviglia che Francesco non si veda ancora.

MARIA         - Lascia che dorma quel figliolo, lavora già troppo.

GIOVANNI - E’ vero. Trovo anche che, da un po’ di giorni, sia pallido. Dovrebbe svagarsi anche un po’…

 

MARIA          -  ( mentre esce attratta dal latrare doloroso del cane ) Senti i latrati del cane?

GIOVANNI  -( riflessivo)… Sempre davanti a quel benedetto cavalletto. Certo, è pur vero, che solo davanti a quel cavalletto la sua fronte è meno corrucciata per i pensieri e per la malinconia della sua città.

MARIA         -   ( entra quasi di corsa) Il cane sta male!

GIOVANNI  -   (seguendola nell’uscire) E’ sembrato anche a me che latrasse.

( scena vuota)

SCENA SECONDA :  Francesco, Rosa.

( Dalla stanza di Francesco escono Francesco e Rosa. Hanno trascorso una notte d’amore. Sono abbracciati )

ROSA             -  Amore, lascia che io vada. Le tue braccia mi stringono al petto e i battiti del tuo cuore  all’unisono con il mio  ci ricordano  la dolce notte trascorsa. Ormai il gallo ha cantato per la terza volta.

FRANCESCO  -  Ancora una volta le nostre labbra suggellino un ultimo bacio e che i prossimi respiri ne ricordino l’amato incanto.

ROSA               -   Or lasciami dunque. Già a stento mi allontano da te.

FRANCESCO  -  Sia maledetto il gallo che, come a Pietro ricordò la inutile giurata promessa al Divino Desco, così a me un nuovo giorno annuncia novelli affanni.

ROSA                -   Vado. Lasciami amor mio. Di me lascio il mio cuore e con me, poiché di esso  rimango priva, porto attraverso i miei occhi, nello scrigno della mia mente, la tua immagine.

FRANCESCO   -   Poiché mi lasci il tuo cuore,   prendi  il mio. Così i nostri cuori, posti nel loro alveo diverso, impareranno a battere all’unisono, come questa notte i nostri corpi furono uno.

ROSA                -   Non guardarmi ora che ti lascio: abbassa i tuoi occhi:  che mi abbagliano, affinché io possa percorrere la strada che mi conduce a casa.

FRANCESCO   -    ( abbassa gli occhi e dolcemente si scioglie da Rosa )

ROSA                -   Oh, amor mio crudele, quanto poco mi ami che già ti sei scordato di me- sciogliendo le tue braccia- e gli occhi stanchi volgi a terra.

FRANCESCO   -   La tua immagine è già fissa nella mia mente e anche se te ne vai, con me rimarrà  e per sempre.

ROSA               -   ( andandosene ) Addio, anima mia.

SCENA TERZA :     Francesco, Giovanni.

(I due amanti sono ancora abbracciati, quando entra, non visto, Giovanni che nota la scena.  Soli i due si sentono a disagio. Francesco va al cavalletto per dare un’occhiata al quadro che sta dipingendo.. Il sellaio governa impacciato la stanza )

FRANCESCO   -( riflettendo ad alta voce)  Quanto: il variar della luce del giorno,  può influire sulla sensazione che dà la vista di un quadro.

GIOVANNI      -( come sopra)  Per quanto ordine si faccia, sempre disordine si trova.

FRANCESCO  -  ( osservando il quadro “ Lucrezia romana”) Quegli occhi  che sfuggono al mio  sguardo,sembra che giudichino i miei comportamenti.

GIOVANNI     -  ( indicando i colori nelle diverse scodelle ) Quei colori debbono avere un odore particolare  Il gatto si avvicina ad essi  con tanta attrazione.

FRANCESCO  - (ignorando  ciò che dice Giovanni)  Il pittore con la propria arte deve far trasparire nel ritratto, il carattere, i sentimenti, le sensazioni della modella…

GIOVANNI   - ( come sopra) E’ natura del gatto dormire la maggior parte del giorno, eppure vaga qua e là continuamente, ed il suo sonno è disturbato da innaturali sussulti.

FRANCESCO – ( continuando il proprio discorso e ignorando ciò che dice Giovanni)… Eppur mi chiedo: quali di quelle sensazioni che suscita la modella non siano i sentimenti dello stesso  esecutore dell’opera.

GIOVANNI   - ( ora affronta il vero problema  con garbata fermezza)) Quando una fanciulla… abituata a vivere in un certo  modo, nel suo mondo… viene per un caso fortuito ad imbattersi in una persona, colta, di giovane e bel aspetto e dai modi gentili… e la sovrasta per ingegno e fama, che tanto contrastano con il suo ambiente: ne rimane talmente attratta ed invaghita, che del senno e  buon senso  perde le tracce.

FRANCESCO – (partecipando,ora, alla discussione) La bellezza, la fama, l’intelligenza possono influire; ma quando in gioventù, prevale l’attrazione fisica; la rettitudine, la cultura, la coscienza, ahimè, perdono il duello.

GIOVANNI    -  La giovane si arrovella per dare al suo sembiante, ai modi, ed al suo “dire”  quella eleganza che, alla gente che la circonda, la fa sembrare innaturale sognatrice…

FRANCESCO -  … e quanto ne gode; però,  se ne è corrisposta.

Il “dire” di entrambi volge al poetare che all’alba brilla di luce propria, ma che all’imbrunire si scolora.

GIOVANNI  -  Illusa, la poverina, da un amore impossibile, cadrà in un  disperato dolore al suo tramonto. La purezza sua perduta, ostacolo sarà al proprio avvenire.

FRANCESCO – La purezza è una cosa intima, invisibile all’esterno, tanto che rimane tale se non viene  svelata.

GIOVANNI    -  … Ma la coscienza di sé.  No. Quella, inesorabile, pretende i suoi diritti.

FRANCESCO – ( non crede a ciò che dice)Come il tempo sa placare i morsi dalla coscienza, così gli errori di una notte potranno essere annullati da altri amori che il tempo e la gioventù porteranno.

GIOVANNI    -  L’amore deluso è come una moneta a due facce: l’una può portare alla disperazione intima, l’altra alla vendetta. In entrambi i casi, chi ha deluso l’amore, ne rimarrà vittima o per coscienza o per danno.

Voglia al cielo che ciò non accada. Per luogo e tempo mi sentirei involontario complice.

FRANCESCO – Mio buon amico; non sentirti in colpa perché non è certo stato l’ospitante  luogo che ha prodotto l’evento.

GIOVANNI   - Voglia il cielo che…( s’interrompe perché…)

SCENA TERZA : Francesco, Giovanni, Jeronimo.

(Si sente bussare alla porta, il sellaio va ad aprire. Sulla porta  si presenta Jeronimo, cugino di Francesco)

JERONIMO  - ( cercando di indagare sulla presenza di Francesco, evitando di far capire il motivo della sua visita) Sono un viandante qui di passaggio:  diretto nel territorio di Viadana, di cui la nobile casata degli Sforza ne è la protettrice. Mi soffermai, dianzi, in una locanda, qui al fiume vicina, nella quale il simpatico oste, con la loquace figlia, mi ha dato asilo  il tempo necessario per rifocillare me ed i miei pensieri.

GIOVANNI    -  Di quella locanda voi ne avete apprezzata  la simpatia del conduttore ed il bel  “ dire” della  figlia. Io ho il piacere di essere di entrambi buon amico e, - ahimè fedele - quando il borsello lo permette -  della loro cantina.

JENONIMO  -  Il vostro dire già mi mette a mio agio. … Parlando, come conviene fra estranei di terre diverse; il discorso è caduto - per dire la verità, da me voluto – sulla mia patria ed in particolar modo sulla sua gente. Il buon locandiere, ebbe a dirmi, che della mia gente ben conosceva il carattere poiché di essa aveva alcuni amici, ed in particolare uno di gran valore. Di ciò, il locandiere menava un presuntuoso vanto.

GIOVANNI  -  Ne ha avuto ben donde, poiché del “Parmigianino”  conosce le virtù.

JERONIMO - ( non più riservato) Il buon locandiere, e più di esso la figlia, i cui occhi con il proseguir del discorso si illuminavano, mi disse che bussando alla porta di messer sellaio, sarebbe apparso molto probabilmente quel pittore illustre, nella qual casa oltre alla benefica dimora ne aveva anche umile  bottega. Il trovare il luogo non mi è stato difficile visti gli attrezzi davanti esposti.

GIOVANNI  -( scusandosi) Di questi tempi bisogna essere ben accorti nel dare informazioni: ma il vostro aspetto mi  rassicura. Entrate, perciò, in questa modesta ma sincera casa.

SCENA QUARTA: Francesco, Giovanni, Jeronimo.

( Francesco che sta lavorando al cavalletto si gira, assorto nella sua concentrazione, per vedere chi è entrato. Osservando attentamente la persona entrata, incredulo, riconosce il cugino.)

FRANCESCO – Jeronimo!?

JERONIMO    - Francesco!

( Si abbracciano intensamente si lasciano e si riabbracciano ancora )

FRANCESCO –( felice) Se tu potessi  immaginare il piacere che provo nel vederti …Mai avrei creduto e sperato di abbracciare il caro cugino, qual tu sei, in questa esule terra.

JERONIMO  -  Dal canto tuo; se tu potessi immaginare quanta accortezza ho dovuto avere per giungere fino  qui senza lasciar traccia alcuna…

FRANCESCO            -  E di ciò te ne sono grato…

JERONIMO    -  E quanta sofferenza il non poter dire liberamente a coloro ai quali chiedevo informazioni per rintracciarti: “ Cerco il Parmigianino, colui che a Papa Clemente VII, per suo decreto, dipinse e donò quella impareggiabile tela che fu chiamata “ circoncisione”

FRANCESCO -  Fa che il tuo  “dire” sia fonte di notizie, ché di esse ancor più che di respiro ho bisogno. Non molti mesi sono  passati da che  lasciai l’ingrata patria, eppur mi sembra un’eternità. Anche se fra Parma e Casalmaggiore il tratto non sia molto, le notizie qui non giungono facilmente, e se giungono or sono distorte o non sono vicine al mio interesse.

JERONIMO    -  Molte notizie ti porto, ma di esse nessuna è piacevole, seppur necessarie.

FRANCESCO -  Durante questo mio esilio più il dolore, che la gioia, ha  condotti i miei giorni, e tu ad esso ne aggiungi altro. Però di verità ho bisogno.

JERONIMO    -  E verità ti porto.

FRANCESCO -  Almeno degli zii  dammi  ragguagli rassicuranti.

JERONIMO    -  Quella è l’unica gioia che ti porto. Sì. Loro  godono buona salute. Ma il non avere  notizie sulla tua salute li addolora. La loro angoscia è addolcita, però, dal saperti, forse, al sicuro fuori dei nostri confini.

GIOVANNI    -   Ora che vi siete ritrovati, vi lascio soli, che di cose vostre personali vi potete dare liberamente  informazioni.

FRANCESCO – (al sellaio ) Quando una persona in tempi oscuri ti porge la mano, quell’amico “ amico” io chiamo. E quale maggior conforto è far partecipe dei propri segreti se non l’amico? Perciò, rimani:ti prego.

GIOVANNI   -  Infatti amico ti sono.  Accogliente ospite sono anche di tuo cugino. Quindi, lascia che io vada a prendere quel tal vinello degli Araldi di Cappella che l’oste ci ha lasciato, alcuni giorni or sono, eleggendoci suoi esperti enologi. Tuo cugino, come buon parmigiano, darà il suo giudizio.  (esce)

SCENA QUINTA : Francesco, Jeronimo.

( si siedono al tavolo)

JERONIMO     - Non puoi immaginare quanta accortezza ho dovuto avere per poterti raggiungere  senza suscitar sospetto.

FRANCESCO  -  Dunque anche ai miei familiari ho portato danno?!

JERONIMO     -  La mi arte non è splendente come la tua, ma è abbastanza conosciuta per ché abbia potuto ricevere l’incarico di dipingere il ritratto della moglie del nobile Sanseverino di Colorno. Poiché la sua residenza è a Sacca, ne ho approfittato per consegnarlo di persona, eludendo la sorveglianza dei miei segugi. Da  Sacca a qui il tratto è breve, quindi  eccomi qui.

       

FRANCESCO  -  Ora, ti prego, non indugiar oltre. Brucio dal desiderio di conoscere ciò che si dice di me. Quale onore ha ancora il mio nome in Parma. Quale seguito ha avuto la mia fuga?

JERONIMO     -  Fra il popolo il tuo nome è saldo. L’infamia che quei buoni messeri spargono sul tuo nome è tanta. Ti accusano di aver sottratto il denaro necessario all’acquisto dei fogli d’oro zecchino per ricoprire i rosoni della navata centrale della chiesa.

FRANCESCO -  Non ripeto ciò che già tu sai. Una parte del lavoro è stata già eseguita e per quella c’è stato dato il denaro che ho già speso. Poiché dei fogli d’oro zecchino non se ne vedeva nemmeno l’ombra, mi recai a Fontanellato ad affrescare alcune stanze della famiglia Sanvitale.  Di questo già conosci la storia.

JERONIMO     -  Loro sostengono di averti dato tutto il denaro per finire l’opera.

FRANCESCO  -  Jeronimo guardami! Tu credi nella mia onestà?

JERONIMO     -  Più che le mie parole la mia presenza qui ti conferma quanto io ti creda. Sono venuto per metterti in guardia. Qualcuno di coloro che ti accusano, evidentemente, sono gli stessi che si sono appropriati di quel danaro.  Vi è la tua parola contro la loro; se tu non puoi parlare è la loro che prende forza.

FRANCESCO  -  E’ il mio onore che è in gioco. Saprò difenderlo.

JERONIMO     -  Ti illudi mio buon cugino. La tua parola è come pioggia sulla roccia.  Loro ti vogliono ridurre al silenzio e di questo il cavalier Boiardi e messer Piazza me ne hanno dato conferma.

FRANCESCO  -  Qualche amico in Parma ancor crede alla mia buona fede quindi.  Siano benedetti quei signori.

JERONIMO    -  Per ridurti al silenzio due strade hanno scelto. Hanno assoldato un sicario che ponga fine ai tuoi già tristi giorni. Di questo infame, purtroppo,  non si conosce il nome.

FRANCESCO  -  A tal punto sono giunti quegli onesti signori. 

JERONIMO     -  La seconda via è ancor più indegna. Tu sai che fra quei meschini vi è un tale, non saprei meglio come definirlo, che  della Santa Inquisizione è un membro dei più quotati. E’ tale la sua crudeltà che non oso nemmeno pronunciarne il nome ma che anche tu ben conosci.

FRANCESCO  -  Ahimè. Però, colui che tanta forza può avere nel ducato di Parma, non ne ha nel ducato degli Sforza sotto  cui Casalmaggiore è.

JERONIMO    -  Non illuderti oltre. Anche qui a Casalmaggiore vi sarà sicuramente qualche casato  seguace del partito guelfo…

FRANCESCO  -  Oh, si. La famiglia Dovara di Casalbellotto. Quale rapporto posso avere io con la Santa Inquisizione?  Come posso averla offesa?

JERONIMO     -  La Santa Inquisizione quando vuole colpire, un motivo lo trova sempre.  Sembra proprio che l’abbia trovato.

FRANCESCO  -  Ma come è possibile? Sono sempre stato fedele alle leggi divine ed  obbediente a quelle ecclesiastiche.

JERONIMO     -  Si parla di un quadro che tu avresti dipinto, in cui alcuni particolari ricordano l’odiato turco.  Più esattamente sembra: che tu abbia ritratto una fanciulla  con in capo un turbante con una particolare effige….

FRANCESCO -  Non dirmi che ti riferisci a quel ritratto che hanno chiamato “ La schiava turca”? Quella fanciulla è la figlia del nobile Cavalli e quel particolare  sul turbante non è altro che il cavallino rampante, emblema di quella famiglia.

JERONIMO    -   La famiglia Cavalli è del partito ghibellino?

FRANCESCO  -  Si. Lo è.

JERONIMO     -  Vedi com’è  possibile  trovare un motivo per portarti danno?

SCENA SESTA:  Francesco Jeronimo, Giovanni.

GIOVANNI   -  ( Entra portando una bottiglia di vino con bicchieri.)  Questo vinello generoso, mal si accompagna alla triste atmosfera che i vostri visi, così intensamente preoccupati, creano.

JERONIMO  -  Mio buon amico;  come il colore di questo vino  è identico   a questi giorni infelici….

FRANCESCO  -  (prende i bicchieri e li porge ai due, e cercando di essere falsamente allegro ) Brindiamo amici miei a questi  splendidi giorni e che siano maledetti!

 

( Bevono e pensierosi e taciturni posano i bicchieri sul tavolo)

JERONIMO    -  Ti prego, caro cugino. Guardati le spalle. Sappi scegliere gli amici. Non tutti i commensali della Sacra Mensa amavano Gesù.

FRANCESCO  -  Come sono lontani i giorni gioiosi- in  tempi bellicosi- quando ci recammo a Viadana   dagli zii. La gioventù e la nostra amata arte volgevano i nostri sguardi ad  aurore ridenti e giorni assolati di gloria.  Quanta sgretolata costruzione è sorta da quelle fondamenta tanto solide. Il tempo corrode il mondo? No! E’ l’uomo.

JERONIMO    -  Il mio sostare qui aumenta il tuo pericolo. Lascia perciò che me ne vada, e non visto  attraversi il grande fiume ed entri nei confini tanto a te avversi.

FRANCESCO  -  Seppur mi hai recate tristi notizie, ti ringrazio per aver allietato della tua  presenza questo mio giorno che, benché all’alba, volge già al tramonto. Provo una strana sensazione  nell’abbracciarti. Voglia il cielo che possa riabbracciarti ancora.( con profonda tristezza) Ma temo che…   ( commosso ) Addio amico mio. Porta il mio  cuore alla mia bella Parma. Addio.

JERONIMO   - ( dopo che si sono abbracciati esce accompagnato da Francesco ) 

 

SCENA SETTIMA:  Giovanni, locandiere.

LOCANDIERE -  ( fuori scena ) Ehi di casa?

GIOVANNI -                  Senti la voce inconfondibile del locandiere ?( uscendo ) Qual buon vento?

LOCANDIERE – ( entrano insieme ) Che la giornata sia a voi propizia, miei buoni amici.

GIOVANNI -      Anche a te mio buon Giuseppe. Hai prolungata la notte tanto da raggiungere il giorno senza riposo? O tua moglie ti ha portato il gallo sul davanzale?

LOCANDIERE -  No, di tutto ciò. Non è poi tanto presto. Già alle prime luci un viandante ha varcato la soglia della mia locanda. Con fare alquanto circospetto, stringendo il discorso preso alla larga, come in un mulinello mi ha chiesto di Francesco.

GIOVANNI -                  Già. Era il cugino di Francesco che appena or ora è uscito.   

LOCANDIERE – Non l’ho visto. Immagino che come il suo presentarsi è stato cauto, così guardingo abbia girato dietro l’angolo.

GIOVANNI -      ( per non dare spiegazioni ) Già.  Come mai da queste parti a quest’ora?

LOCANDIERE – E’ che il mattino ha l’oro in bocca. Se voglio che il sacco sia pieno la sera, debbo cominciare dal mattino a riempirlo.

GIOVANNI -      Benedetto sia il lavoro dell’amico se ciò lo porta a bussare alla nostra porta già nel far del giorno.

LOCANDIERE – Come ben sapete, la vendemmia quest’anno è stata scarsa. Perciò, ho inteso andare a Cappella dagli Araldi per vedere se riesco ad avere qualche brentina di vino. Veramente dovrei dire pane, perché da quello traggo questo per la mia famiglia.

GIOVANNI -       Ti vedo alquanto preoccupato.

LOCANDIERE – Più che preoccupato, sento un malessere, per notizie che mi hanno riferito alcuni contadini abitanti nei sobborghi di Viadana. Essi prestano la loro opera nella cascina degli Araldi.

GIOVANNI -                 Debbono essere tristi notizie  se il tuo volto ancor sbianca per il racconto.

LOCANDIERE – Più di un contadino preso dal mal di testa, tanto strano quanto indefinibile, si è buttato nel pozzo o dalla finestra per por fine a quel dolore insopportabile che lo ha colpito.

GIOVANNI -                 Forse, incauti, stavano sotto il sole senza copricapo.

LOCANDIERE – Non  mi sembra che il sole di questa stagione possa essere tanto violento.

GIOVANNI -      Forse sono stati incauti per altri motivi.

LOCANDIERE – Come ho potuto capire dal racconto di quei buoni figlioli, il motivo del danno è stato comune a tutti e quel che è peggio in luoghi diversi.

GIOVANNI -                 Il tuo racconto mi porta a ricordare l’epidemia di peste che già  i nostri padri ci raccontavano, nelle lunghe notti  invernali, nelle calde stalle.

LOCANDIERE – Quelli erano bulbi violacei che spuntavano in ogni parte del corpo. Questi, invece, escrescenze non ne hanno, se non occhi che a stento stanno nelle orbite per il gran dolore.

GIOVANNI -      Tanto da por fine ai loro giorni mi sembra  irragionevole.

LOCANDIERE – Si assicura che alcuni sono anche incanutiti.

GIOVANNI -       La gente scampata a quello che sembra un nuovo flagello per quelle contrade cosa dice?

LOCANDIERE .- Sai che il popolo, svelto com’è ad attribuire a persone dello stesso nome soprannomi individuabili- visto che il dolore al capo è come una martellata - l’hanno chiamato il “ MAL MAZZOCCO “

GIOVANNI -                 Questa è la saggia sbrigativa definizione che la nostra gente dà ad ogni evento.

LOCANDIERE – Voglia il cielo che le porte del borgo fermino questo strano morbo.

GIOVANNI -       Lo voglia il cielo.

LOCANDIERE -  Ora ti lascio. Di ciò che ti ho raccontato non farne motto ad alcuno così per qualche giorno la nostra gente almeno di questa nuova preoccupazione non ne sarà tocca. ( esce )

GIOVANNI -        ( fra sé, dopo che il locandiere è uscito ) Sei un  brav’uomo Giuseppe: perciò non permetterò al mio pensiero di sostituire alla “ nostra gente “ la “ mia clientela “ perché dell’interesse nostro  tutti siamo fedeli amanti. (esce )

SCENA OTTAVA: Rosa, Maria.

ROSA -          (entrando dalla parte dell’orto) Se la porta è aperta, è perché i padroni di questa casa confidano che chi entra è l‘amico. Perciò entro: perché figlia di questa famiglia mi sento.

MARIA-        ( sentendo la voce di Rosa entra dalla porta della camera da letto ) Non già figlia tu mi sei; ma da sempre molto vicina al nostro cuore: e tu lo sai. Ciò che non so, però, è come a quest’ora di buon mattino già sei per strada.

ROSA -          ( come pretesto. Volgendo lo sguardo indagatore nella speranza di vedere Francesco)  Mio padre, già dall’alba, è uscito e non è ancora  tornato. Non è suo costume lasciare me sola vigile della locanda. Pensavo di trovarlo qui e sollecitargli il ritorno.

MARIA -       L’avresti incontrato se tu non fossi entrata dall’orto.  Poiché non è  qui, mi sembra inutile che tu volga lo sguardo indagatore cercando chi non c’è.

ROSA -          ( con sguardo assente ) Chi non c’è: tu dici?

MARIA -       Già nei primi giorni della tua vita, io ti tenevo fra le mie braccia e dopo la morte di tua madre, che Dio l’abbia in meritata gloria, ti sono stata seconda madre. Come le madri conoscono le figlie, così io conosco te. Colui che speri di incontrare non c’è. Vorrei, anzi, che non lo cercassi con tanto interesse.

ROSA -          (fingendo di non aver capito) Maria! E’ mio padre!

MARIA -       Tu pensi che non me ne sia accorta?…I miei molti anni non mi avranno, forse, portata tanta saggezza, ma la capacità di intuire occhi innamorati in fanciulle in età d’ amare: quella l’ho appresa; anche se il ricordo dei pruriti della mia giovinezza si sta perdendo nel labirinto della mia lunga vita.

ROSA -          Tanto delatori del mio cuore sono i miei occhi?

MARIA -       Rosa. Per il bene che ti voglio, ti consiglio: abbandona questa tua illusione che ti può portare solo dolore.

ROSA -          Perché con un velo nero offuschi i giorni più luminosi della mia vita?

MARIA -       Perché non voglio vederti soffrire.

ROSA -          Ma io l’amo! Già dal primo momento che lo vidi egli mi prese il cuore e mi contraccambiò con notti insonni.

MARIA -       ( esortando)Abituata a vivere in una locanda frequentata,si, da brava gente, ma comunque rozza ed attempata: vedere apparire un giovane di bell’aspetto con modi dolci e raffinati, ha fatto esplodere in te quei desideri di gioventù  che erano in te latenti Essi sono stati trattenuti prima da una vita squallida, piatta, monotona. Quello non è amore; ma incanto per un mondo a te sconosciuto.

ROSA -          Francesco mi fece il ritratto. Non è questa forse una prova d’amore?

MARIA -       Per un pittore un viso, o una cosa qualsiasi da ritrarre, suscita l’interesse, che so io: come per un cagnolino un alberello.

ROSA -          Le attenzioni rivoltemi in questi ultimi mesi non possono avermi tratta in errore.

MARIA -       La tua verginale bellezza che non ha ancora conosciuto uomo, ti porta facilmente ad illuderti.

ROSA -          ( per un momento è scossa: poi…)Le sue dolci parole che più che dalle labbra venivano dal cuore non possono avermi ingannata. Esse scendevano in me e m’ inebriavano.

MARIA -       A differenza nostra, l’uomo, specialmente se in lui  bolle il sangue della gioventù, ha bisogno per una necessità fisica di noi povere donne. Ecco perché circuisce la donna fino ad ottenerne i i  favori

ROSA -          Così poca stima hai del mio Francesco?

MARIA -       Io adoro quel ragazzo e ne stimo la virtù più d’ogni altro. Forse nel momento in cui ama è sincero, ma poi…?

ROSA -          Perché non debbo donare me stessa all’uomo che amo?

MARIA -       Perché più  della tua gioventù non puoi offrirgli.

ROSA -          Aggiungi anche i miei sentimenti più puri.

MARIA -       Tu dici che fece il tuo ritratto, ma fu l’unico da allora.

ROSA -          Egli vive del suo lavoro, è giusto che ritragga altri volti…

MARIA -       …Volti di donne giovani, belle, ricche, e di nobili natali.

ROSA -          Perché trasformi in illusione ciò che i suoi occhi esprimono realtà?

MARIA -       Perché troppo diverse sono le vostre vite, le abitudini,e soprattutto la cultura. Al suo genio cosa puoi  contrapporre.

ROSA -          Tutta me stessa…

MARIA -       …E la tua illusione. ( fine scena)

SCENA NONA

Locanda. Sera. Questa scena, oltre il bancone di mescita con botte di vino coppe ecc,  avrà,distinti dagli altri, tre tavoli con relativi avventori, che indicheremo  con:  scena nona A - scena nona B -  scena nona C. Ogni scena durante l’azione sarà particolarmente illuminata, mentre la restante scena rimarrà in ombra.

SCENA NONA A1:  tavolo a sinistra.  Strabucchi, Barbieri.

BARBIERI - ( continuando un discorso già avviato ) … E aggiungerò anche questo: ognuno dovrebbe accontentarsi di fare volentieri quelle cose che per istinto gli vengono naturali.

STRABUCCHI – Perciò tu dici che coloro che non hanno un istinto naturale, un talento innato, per così dire, non dovrebbero gareggiare con gli eletti per non averne umiliazione. Questi, perciò, dovrebbero evitare l’umiliazione con il morir di fame.

BARBIERI -    Possono, essi, porsi in secondo piano, come buoni collaboratori dei primi. Questi, vedi, non debbono cercare di strafare per cercare di passar davanti a coloro che, per gran aiuto di natura e per grazia particolare  data loro da Dio , hanno  fatto e fanno miracoli d’arte.

STRABUCCHI – Ciò che tu dici può anche essere vero. Infatti, chi non è atto ad una cosa non potrà mai, anche se si affatica e affanna quanto vuole, arrivare, dove un altro con l’aiuto della natura, arriva naturalmente ed agevolmente.

BARBIERI -             Ti sia di conforto sapere, che ogni persona su questa terra è dotato, dalla natura, di qualche capacità  a lei particolare. Deve avere,solo, la fortuna e l’intelletto di cercarsela.

STRABUCCHI – (scherzando ) E tu cosa aspetti a cercartela?

BARBIERI - ( contraccambiando  la battuta ) Si, perché tu l’hai trovata?

( ridono )

SCENA NONA B1 : ( tavolo al centro verso il fondo ) Piero (servo della famiglia Chiozzi), Tonio ( servo della famiglia  Dovara )

PIERO -         ( continuando il discorso già avviato ) … Tanto per dirti: Chiozzi il mio nobile padrone…

TONIO -        … E gli altri nobili, compresi i miei padroni, nobili Dovara, non son da meno…

PIERO -         …Convinto che il massaro del nobile Cavalli gli avesse rubate due vacche, nottetempo, andò a fare un sopraluogo nella stalla del Cavalli.

TONIO -        Immagino che per il Cavalli sarà stato un bello sgarbo fatto alla sua presunzione.

PIERO -         Infatti: avvertito all’istante, il Cavalli, con alcuni dei suoi servi, sorprese sul fatto l’indagatore Chiozzi e lo fece picchiare di santa ragione  tanto da procurargli cinque gravi ferite.

TONIO -         Immagino quale vendetta avrà organizzato il tuo padrone.

PIERO -         Ha lasciato trascorrere un paio di mesi, onde l’offensore non avesse alcun sospetto  della premeditata vendetta…

TONIO -        Ciò che avrei fatto anch’io.

PIERO-          Tanto per fartela breve il Chiozzi pigliò una mezza forma di cacio lodigiano che ingravidò di venti libbre di fina polvere d’archibugio e di quattro granate di bronzo. Le richiuse mettendovi  un acciarino per innescare lo scoppio al suo aprirsi.

TONIO -        Cioè: una vera bomba.

PIERO -         Il Cavalli, ignaro del mittente, ricevendo questo dono l’aprì. S’ incendiò la micidiale macchina appiccando il fuoco a tutta la stanza.

TONIO -        Immagino il terrore.

PIERO           -           Senti questa, quando si dice la fatalità. Il Cavalli aveva appeso alla cintola una pistola che, non si sa come, carica, si scaricò sul piede. Ora, per l’infezione che n’ è seguita, è in fin di vita.

SCENA NONA C1: tavolo a destra.  Antonio, Rosa.

ROSA -          ( continuando un discorso già iniziato,con aria di sufficienza ) … Se dovessi illudermi per la corte che mi fanno, non già questi attempati avventori, ma i giovani del nostro borgo, i desideri della gioventù mi avrebbero portata  già da tempo al matrimonio.

ANTONIO -    ( il suo carattere deve suscitare antipatia )  La prima volta che entrai in questa locanda, come un raggio di luce, fui abbagliato dal tuo volto. In diverse città da me visitate, la mia arte mi ha dato modo di conoscere giovani incantevoli donne. …   

ROSA -          … E, unitamente a quei volti incantevoli la grazia del vivere cittadino…

ANTONIO -  … Ma non la sincerità e l’ingenuità che esprimono i tuoi occhi che continuamente mi ammaliano.

ROSA -          Con espressioni più rozze, ma altrettanto lusinghiere, mi corteggiano i miei coetanei.

ANTONIO -  Come puoi sopportare la vita monotona e piatta di questo borgo, rallegrato, ahimè, da continue faide fra famiglie in cui la prevalenza dell’una sull’altra è unico motivo di vita.

ROSA-          Questo è pur vero, poiché l’istinto dell’uomo è universale. Credo che altrove vivano famiglie tristi come le nostre.

ANTONIO -  Nella nostra bella penisola vi sono città di una magnificenza unica. Città di così incantevole bellezza da togliere il respiro.

ROSA -          E’ vero che vi è una città che naviga sull’acqua?

ANTONIO -  Non naviga, ma è sull’acqua: Venezia. Questa e altre città potremo visitare o viverci se tu vorrai.

ROSA -          Tu susciti la mia fantasia con l’illusione che solo il forziere di un principe potrebbe appagare.

ANTONIO -  Non ti tragga in inganno il mio vestire ed il mio modo di vivere presente. Possiedo cose di notevole valore che se ben collocati; ed io so come fare, possono farci vivere in agiatezze.

 ROSA -         Ora sei tu che t’ illudi.  Mi offri una bella vita in città da sogno Ma come potrei vivere altrove se il mio cuore può battere solo in questo paese. Si dice che l’artista attraverso gli occhi  capisce i sentimenti di una persona…

ANTONIO -  Ed è vero. Se il pittore non riesce a capire la personalità ed il carattere del soggetto che ritrae, l’opera che produce è inespressiva e quindi solo un insieme di colori su una tela, seppur in forma logica.

ROSA -          E allora, come mai, non riesci a veder dall’espressione del mio viso quanto sia invaghita di un uomo che vive solo perché io esisto? ( ridendo se ne va al bancone di mescita, mentre la luce  su questa scena rapidamente sfuma )           

SCENA NONA B2: Tonio, Piero.

( Sul tavolo una misura di vino rosso con due bicchieri. Ogni tanto i due bevono )

PIERO -         ( continuando un discorso già iniziato ) … Della meschinità dei nostri padroni che di ogni piccolo sgarbo alla loro superba dignità ne traggono motivo di lotta ne abbiamo molte prove.  Questa, però,non è cosa nuova. E’ un’affermazione che andiamo dicendo da tempo…

TONIO -        Tu sai quanto il  Parmigianino, per la sua maestria, è richiesto. E’ un onore, un segno di distinzione esporre in casa un’opera delle sue…

PIERO -         Sai quante volte il Chiozzi, mio padrone, ne ha richiesta l’opera per un a fresco che vorrebbe nel suo salone appena su dallo scalone…

TONIO -        Bene. Il Dovara, mio padrone, quasi supplicandolo – te lo immagini il mio padrone superbo com’è supplicare un suo inferiore come nobiltà? – gli ha chiesto il ritratto per sua figlia. Il pittore glielo promise, anche perché, penso, essendo  il casato dei Dovara del partito dei ghibellini ed in più nei favori del duca Sforza, nostro attuale signore, favorirlo poteva essere un riavvicinamento alla chiesa e quindi alla fabbriceria della Steccata.

PIERO -         Tu pensi che il pittore abbia fatto tutto questo ragionamento da mettere a carico di un  semplice ritratto?

TONIO -        Beh… sai… Per farla breve, il fatto è che: invece, il pittore ha incaricato per il ritratto un suo, seppur bravo, allievo.

PIERO -         Del seguito ne so pure io. Il Zambruni, giovane aiutante, bello simpatico, non tardò a far innamorare la figlia del tuo padrone.

TONIO -        E se ti debbo dire la verità, mi sa tanto che non avrà sparate tante cartucce…

PIERO -         Appunto, visto che l’ardore della giovane castellana le fece scordare di alzare in tempo il ponte levatoio…

TONIO -        (continuando)Se il giovane non fosse stato tanto svelto a togliere l’assedio, a quest’ora, i gamberi del Po avrebbero già fatto un buon pranzo.

PIERO -         Di questo puoi star ben certo.

TONIO -        Il Parmigianino, invece, fece il ritratto alla figlia del Cavalli.

PIERO -         Ciò dimostra che tutto il ragionamento che hai fatto prima a proposito del ghibellinaggio scivola sull’escremento del pio bove.

TONIO -        Figurati… Il Cavalli. Direi che è il più ricco del borgo, ma certo non è il nobile più quotato politicamente.

PIERO . -       E questo dice tutto.

TONIO -        Quel che è peggio è che il Cavalli di ciò se n’è fatto vanto pubblicamente.

PIERO -         Ricco e fesso!

TONIO -        Vendicarsi di questo fesso e del pittore di Parma insieme, è stato per il mio padrone un invito a nozze.

PIERO -         E’ il classico prendere i due piccione con una fava.

TONIO -       Questo caso, è ciò che conferma la regola, che non c’è il due senza il tre.

PIERO -         Perché?

TONIO -        Perché oltre le due vendette  ha tratto un nuovo vantaggio.

PIERO -         Vale a dire?

TONIO -        La benevolenza della fabbriceria della Steccata di Parma.

PIERO -         Questa, poi, voglio proprio sentirla.

TONIO -        Una sera, alla tavola del mio padrone, un invitato, non ricordo proprio chi, parlando di arte e di pittura, portò il discorso sul ritratto della figlia del Cavalli.

 

PIERO -         E qui, secondo me, quello ha pestato lo stesso escremento di cui sopra. Infatti, ha parlato di cappio in casa dell’impiccato.

TONIO -        … Elogiando in modo eccessivo, quanto inopportuno, questo quadro, fece notare che quella fascia avvolta in testa alla giovane sembrava proprio un turbante. Passare dal turbante all’odiato turco fu tutt’uno.

PIERO -         In questo caso la fantasia supera la realtà. – non è una mia battuta. L’ho sentita.

TONIO -        Ma la vera fantasia l’ha avuta il mio padrone.  Associando il “ cavallino rampante” emblema della casa Cavalli al turbante, tirò fuori il titolo al quadro: “LA SCHIAVA TURCA “

PIERO -         Infatti, per noi il turco non può essere che schiavo.

TONIO -        ( ironico)Di fantasia anche tu sei ben dotato. In ogni modo andò così.

PIERO -         E la fabbriceria della Steccata com’entra in questa storia?

TONIO -        Il mio padrone non voleva vendicarsi del pittore?

PIERO -         Questo l’hai già detto.

TONIO -        Far passare per anti-cristo l’autore dell’opera, ha dato modo ai fabbricieri della Steccata di vendicarsi dei presunti torti ricevuti .

PIERO -         E tu, come fai a sapere tutte queste cose?

TONIO -        Direi che è piuttosto facile. I servi nei nostri palazzi sono molti ed ognuno ha le orecchie buone e la lingua per pettegolare ancor meglio…

PIERO -         …Continuo io. Unendo una mezza frase dell’uno alla mezza frase dell’altro ne nasce una notizia.

TONIO -        Esatto.

PIERO .         E  chi è che ha informato quelli di Parma?

TONIO -        ( indicando Antonio ) Vedi quel forestiero montanaro là?

PIERO  -        Quello che chiamano Antonio da Trento?

TONIO -        Si. Proprio quel bell’imbusto là è il piccione viaggiatore.

PIERO -         Immagino che quello abbia un proprio interesse.

TONIO -        Ritornando al discorso che facevamo prima a proposito delle mucche rubate, Chi pensi che abbia avvertito il Cavalli?

PIERO -         Il tuo padrone.

TONIO -        Appunto. Ma questa è un’altra storia.

SCENA NONA A2:  Barbieri, Strabucchi, poi Francesco.

( i due allievi debbono recitare allegramente )

BARBIERI - (continuando il discorso ) E’ una parente del nobile Vaini, ha insistito tanto che ho dovuto farglielo.

STRABUCCHI – Vedi che anche tu all’avvenenza non sai resistere.

BARBIERI - Direi proprio che avvenente non la è. E’ una bella cicciotta, giovane sì che è vero, ma che mi ricorda un po’ quella botticella di vin sincero del nostro locandiere.

STRABUCCHI – Avrà qualche altro pregio se ti sei lasciato sedurre.

BARBIERI - Ci sono delle virtù che un gentiluomo non deve svelare.

STRABUCCHI – Mi sembrava…

BARBIERI - Le ho fatto un ritratto in cui appare bella, sottile ed elegante, tanto da ricordare “LA DONNA DAL COLLO LUNGO” fatto dal nostro maestro alla signora di San Secondo.

STRABUCCHI – E lei come ha potuto riconoscersi in quel ritratto?

BARBIERI - Il colore degli occhi, dell’incarnato e i lineamenti somatici ci sono tutti…

STRABUCCHI - …Ed il piacere di vedersi così bella le ha assopito l’autocritica.

BARBIERI - Appunto.

( entra Francesco. Ha il viso sofferente e ogni tanto tossisce)

STRABUCCHI – Sia lode a Dio. Il nostro maestro ci concede il piacere di rivederlo…

BARBIERI - … E di salutarlo.

FRANCESCO -  Vi vedo molto allegri e ciò rallegra il mio cuore.

STRABUCCHI – ( rivolto a Francesco ) Barbieri mi stava raccontando un fatto che dimostra che la pittura può essere un semplice fatto tecnico.

( i due allievi assumono ora un atteggiamento filosofico )

BARBIERI - Cioè: in un ritratto si può attribuire ad un soggetto un carattere che egli in realtà non ha.

STRABUCCHI – Lui intende dire che, per esempio: puoi rappresentare una persona burbera in un buontempone. Farne una caricatura; per farla breve.

FRANCESCO – Una caricatura direi proprio: no. La caricatura esaspera le caratteristiche vere che l’autore vede nel soggetto.

BARBIERI - Quindi sta all’intelligenza del pittore andare ad individuarli.

FRANCESCO – Tutto il dipinto, è ovvio, dipende dall’esecutore. Infatti, è una sua creatura. Se l’autore riesce ad esprimere le sensazioni che prova osservando un soggetto, ciò che ne deriva non può essere che un’opera d’arte.

BARBIERI - Ho capito ciò che hai così ben esposto. Infatti, se l’artista ama il soggetto, l’opera che ne deriva; esprime chiaramente, inesorabilmente i sentimenti dello stesso.

FRANCESCO – Esatto.

STRABUCCHI – ( rivolto a Francesco ) Il ritratto che tu hai fatto alla giovane moglie del nobile Cavalli e che hai chiamato:        “LUCREZIA ROMANA” …

BARBIERI - …”  E’ una cosa divina e delle migliori che mai si è visto di tua mano “     

STRABUCCHI – … E che dichiara inequivocabilmente che Il nostro maestro è innamorato. Vi invito perciò a fare un brindisi.(rivolto a Rosa che è al banco di mescita) Rosa! Del vin migliore che questa terra produce, portane una pinta e che sia nobile come colui al quale vogliam brindare.

( Rosa porta una misura di vino ed un bicchiere per Francesco e rimane, gioiendo per la presenza   di Francesco)

STRABUCCHI – ( mentre mesce il vino, con enfasi ) Rosa! Una gran notizia voglio rivolgere al mondo! Alziamo i calici e brindiamo al nostro maestro! Francesco è innamorato!

( Rosa credendo di esserne la causa se ne compiace chiaramente e si schernisce)

FRANCESCO – ( guarda di sottecchi Rosa, preoccupato per il comportamento degli amici. Cercando di concludere questo discorso assai inopportuno) Dei fatti miei e dei miei sentimenti, semplice frutto della vostra fantasia, vi invito a non farne partecipe alcuno.

BARBIERI - ( non comprendendo la preoccupazione di Francesco. Continuando allegramente ) Il mondo deve gioire con noi!

STRABUCHI – ( come sopra ) Frutto della nostra fantasia? Guardate il suo viso sciupato da amorose notti!

( Francesco con gesti vorrebbe far desistere gli amici dal proseguire, ma inutilmente )

( Barbieri si copre il capo con un fazzoletto o con un giubbetto che eventualmente indossa, in modo da sembrare una donna, vale a dire Matilde Cavalli. Strabucchi, comprendendo la scenetta che l’amico intende fare, lo asseconda disponendosi ad interpretare Francesco in una scena d’amore.Ovviamente deve esser molto caricata e buffa. Rosa, divertita in modo eccessivo li seguirà fino a che capirà di non essere il soggetto amoroso.Francesco darà segni d’ insofferenza e di sofferenza tossendo in sordina)

BARBIERI -             Oh, dolce mio amore; non accusare colei che ti ama, della stanchezza del tuo bel

 Matilde                   viso. Forse che io ho men partecipato alla gioia dei nostri amorosi pomeriggi con minor intensità?

                               

STRABUCCHI – Troppo esigenti erano le tue supplicanti voglie…

Francesco

BARBIERI - …Ma generose le tue risposte.

Matilde

STRABUCCHI – La vigoria dell’uom non può reggere a numerosi assalti alla turrita fortezza, seppur il governator del ponte   levatoio generosamente tradisce il tiranno dal cavallin rampante.

( Rosa comincia a capire. Si rabbuia. Il suo viso si fa duro. Proseguendo esprimerà oddio)

BARBIERI - Con quanto tumultuoso impeto e ripetuti assalti hai spalancato la vogliosa porta.

Matilde

STRABUCCHI – Tanto intenso fu quell’ardore che solo lo sfogo su vergine tela poteva calmare l’impetuoso mio impeto.

Francesco

BARBIERI - Di nobile donna dell’imperial città, sovrana del mondo, hai voluto appellare il quadro.

Matilde

STRABUCCHI – Con il gentil titolo volli allontanare il sospetto del canuto tuo signore.

Francesco

BARBIERI - Forse che la distanza fra quella nobile città ed il nostro borgo può rabbuiare l’amore fra il soggetto e l’autore?

Matilde

STRABUCCHI – ( con tono normale ) Che  schifo di battuta.

BARBIERI- ( come sopra ) Perché saran belle le tue. ( riprendendo il tono della scenetta ) Possano i posteri nella     “LUCREZIA ROMANA”  vedere l’opera mia più sincera.

STRABUCCHI – Come una semplice tela può rendere immortale il soggetto ed il suo operator!

Francesco

( Rosa fugge. I due allievi comprendono il danno fatto)

FRANCESCO – (rimproverando ) Prerogativa dei seguaci dell’arte dovrebbe essere la sensibilità tale da comprendere con un semplice sguardo lo stato d’animo di una persona.

BARBIERI - ( scusandosi ) Troppo intenti eravamo a sceneggiare la nostra stoltezza.

STRABUCCHI – ( come sopra ) Diverse volte notammo la simpatia di Rosa per il nostro maestro, ma il suo fuggir ci ha dimostrato quanto ben oltre va la sua ammirazione.

FRANCESCO – del “ Cavallin rampante “ l’effige della moglie feci. Ammetto che l’incanto del suo  volto influì sull’artista, e anche molto, però, seppur a stento, tenni l’uomo in disparte. (tossisce, e appoggiando il gomito al tavolo sorregge il capo sofferente )

STRABUCCHI – ( vedendo lo stato di Francesco, come sopra ) … Noi del tuo stato ci siamo fatti gioco…

BARBIERI - …( come sopra ) … E non ci siamo accorti della tua sofferenza.

FRANCESCO .- ( tossendo ) In questi ultimi tempi la tavolozza della mia salute ha i colori che mal si combinano. Una persistente tosse mi assale, ed il mal di capo che ne consegue fa delle mie notti, raccolta di funesti pensieri.

STRABUCCHI – Il clima di questa terra certo non giova alla, seppur giovane, salute.

BARBIERI - Io penso, Francesco, che l’uso che fai di certi tuoi colori per giungere lucentezze quasi irreali, irradino umori nocivi….

STRABUCCHI –…. Quasi tu volessi trasformare in splendido oro il gelatinoso  mercurio. Non sarebbe da te  seguire l’illusoria arte dell’alchimia.

FRANCESCO – Può anche essere. Ma il raggiungere la perfezione, è uno stimolo troppo forte alla mia artistica ambizione.

STRABUCCHI – Troppe ore presti alle tue opere.

BARBIERI -             ( a Strabucchi ) Chi meglio di noi sa che quanto ti prende l’ispirazione, il giorno lucente di sole si tramuta in un manto di stelle in un baleno.

FRANCESCO – Per la chiesa di Santo Stefano, sto lavorando ad un quadro di “ NOSTRA DONNA IN ALTO CON SAN GIOVANNI BATTISTA E SANTO STEFANO IN BASSO. “ A stento riesco a progredire perché, spesso, tristi presentimenti mi assalgono e portano i miei pensieri a funesti lidi.

STRABUCCHI – ( cercando di ravvivare il discorso ) Il giorno in cui approdammo in questa terra fosti assalito da questi stessi presentimenti…

BARBIERI -             … Ben ricordo, e come allora ripeto ciò che tu stesso hai detto.” Lungi da noi quei pensieri tristi e volgiam lo sguardo a più speranzosi giorni. ( Le luci sfumano la scena )

SCENA NONA C2 : Rosa, Antonio.

( questa scena deve essere illuminata dal basso per dare il senso della cospirazione )

(  Antonio è seduto con una misura di vino ed un bicchiere sul tavolo, Rosa viene e rimanendo in piedi, con un fare che esprime disprezzo… )

ROSA -          Lo odio!!! Lo disprezzo con tutto il mio cuore! I miei sentimenti più puri di giovane innamorata, traditi da un così malizioso imbonitore.  

( Antonio, in questa scena è subdolo, deve agire come Iago dell’Otello ) 

ANTONIO -  Dell’italica penisola donne d’ogni ceto ed età ti sono compagne. ( riferendosi a Francesco) Del ricordo loro gli rimane solo: uno sprezzante sogghigno.

ROSA -          E trova me satura di odiosa vendetta.

ANTONIO -  Se di vendetta può placarsi il tuo cuore, io ho modo di offrirtene il destro.

ROSA -          Di veleno o pugnale puoi armare la mia mano?

ANTONIO -  Troppo facile sarebbe e di poco sfogo alla tua rabbia. Di un mezzo più subdolo posso arricchire la tua vendetta.

ROSA -          Quante inutili parole usi per dire nulla.

ANTONIO -  A te in concreto!  Il parmigiano è finito! Coloro che di una certa chiesa di Parma ne sono i governatori, per  tacitare un testimone dei loro loschi intrallazzi,  hanno ordito una tal congiura per  cui la Sacra Inquisizione ne è l’esecutrice ed il parmigian fuggiasco la vittima.

ROSA -          Come può essere tutto ciò?  Di ciò come ne puoi essere  informato?

ANTONIO -  Perché intrigante informatore dei fabbriceri della Steccata di un’architettata subdola alchimia di nobili casalaschi  chiamata “ SCHIAVA TURCA” sono io.

ROSA -          Per me è astruso questo ultimo tuo dire.

ANTONIO -  Lo credo. E’ sufficiente che tu sappia che agli artigli della Santa Inquisizione il tuo amato è prossima preda. E se tu vorrai seguirmi per noi   la fortuna.

ROSA -          Perché la nostra fortuna?

ANTONIO -  Tempo fa in casa del sellaio ho raccolto, del Parmigianino, tutte le stampe in rame e legno e quanti disegni aveva che già di gran valore sono e di maggiore ne diventeranno quando in disgrazia cadrà il tuo bene.

ROSA -          Se tu del furto sei pago, io, per la mia vendetta nemmen l’alfiere  nel gioco degli scacchi ho mosso.

ANTONIO -  Nel processo che seguirà la cattura del Parmigianino, tu, sfogo alla tua rabbia potrai dare con testimonianza di certe fatture di immonde alchimie.

ROSA -          Quei giudici come potranno credere a questa fandonia?

ANTONIO -  Per quei giudici il crederti precede la tua dichiarazione.

ROSA -          Dio mi perdoni. Subdolo sarà questo mio gesto come viscido è stato il tradimento ai miei sentimenti. Ciò sia! L’anima mia, rendendosi infame, sia dannata!

( Mentre si spegne la luce su questa scena, s’ illumina interamente la scena su tutta la locanda)

== Entra il frate seguito dal sellaio. Entrambi preoccupati. Cercano il locandiere. Lo trovano dietro il bancone. Parlando lo portano al centro della scena. Gli chiedono se nel suo locale vi è Francesco. Il locandiere indica il tavolo dove si trova Francesco, ma trattiene per la manica il frate per sapere il motivo di questa sua agitazione. Loro lo informano.

I due vanno al tavolo di Francesco, mentre gli occupanti degli altri tavoli, esclusi Rosa e Antonio, si avvicinano curiosi. Piero e Tonio intuiscono ciò che sta accadendo. Lo stesso Antonio comprende e se ne compiace. Francesco, conosciuto il motivo per cui il frate lo invita a seguirlo, si alza. I suoi due amici alzandosi vorrebbero seguirlo, ma il frate li dissuade. ===

( Francesco, Il sellaio e il frate escono di scena. Le luci sfumano sulla…)

FINE DEL SECONDO ATTO

A T T O  T E R Z O

ATTO TERZO

 (In casa del sellaio. L’arredamento è lo stesso, manca il cavalletto )

 

SCENA PRIMA: Giovanni, Maria.

( Maria seduta a tavolo sta sbucciando dei fagioli. E’ molto preoccupata )

MARIA -       (continuando un discorso già avviato sul comportamento del Cavalli ) … Certo che il Signore non gli ha dato tanto coraggio…

GIOVANNI -            … Che abbia fornito una gran prova di forza d’animo, credo, che la nostra gente possa da testimoniarne il contrario.

MARIA -       Si vantava di essere suo grand’amico e benefattore…

GIOVANNI -            Quante volte avrebbe voluto averlo in casa come suo onorato ospite. E quante volte invece ha ricevuto un diniego.

MARIA -       E’ proprio vero che delle persone si conosce solo ciò che appare.

GIOVANNI -            D'altronde come poteva diversamente comportarsi…

MARIA -       Tu certo avresti agito in modo diverso.

GIOVANNI -            Non dobbiamo accusare quando a nostra volta c’eleggiamo a giudici.

MARIA -       E’ stata un’azione ignobile!

GIOVANNI -Immagina. Un uomo sul letto di morte accusato d’ eresia. E non credo sia stato lo spettro della tortura.

MARIA -       Proprio perché era sul letto di morte doveva dichiarare la verità. Quale testimonianza sarebbe stata più credibile.

GIOVANNI -            Non è solo al mondo: ha pure una famiglia a cui pensare. Essa  cadrebbe nella più nera miseria.

MARIA -       Perché?

GIOVANNI -            Perché la Santa Inquisizione ti priva non solo della vita ma anche ti confisca i beni.

MARIA -       Accusare il nostro Francesco quale solo eretico, scagionando se stesso… “ Nemico della chiesa”: Francesco…che della sua arte ha fatto un’osanna a Dio e alla Sua chiesa.

GIOVANNI -            Ciò che tu dici è vero. Quando il fine del giudice è una premeditata condanna…nulla vale il difendersi.

MARIA -       Il domenicano in pompa magna, seguito da una truppa d armati venire a conquistare che cosa?: un innocente pittore!

GIOVANNI -            Figurati che il Dovara per farsene vanto, quale partigiano del partito guelfo, lo ha invitato, quale gradito ospite nella sua dimora.

MARIA -       Se ben ricordo, tu mi affermasti che egli fu il principale architetto della scellerata accusa.

GIOVANNI -            E lo fu in vero. E Antonio da Trento il prezzolato delatore.

MARIA-       Quel sant’uomo del padre guardiano “de’ Servi” della Fontana, non poteva intercedere per il nostro Francesco? Dell’anima di Francesco ne conosce l’intimità. E della sua arte  ebbe vantaggi.

GIOVANNI -            Sotto il saio del monaco, sta l’uomo. E l’uomo può essere un pusillanime, o semplicemente temere le minacce.

MARIA-       Riprendo ciò che hai detto tu prima. Non ha forse, il padre guardiano la famiglia dei frati cui pensare e difendere?

GIOVANNI  -           Il nostro Fra Cristoforo, che dell’amor del prossimo è unto, e che della chiesa segue solo il verbo del Supremo Creatore, seppe tenersi così ben in ombra ed in ombra ascoltare per riferire a me, per il bene di Francesco, tutto ciò che ti dico.

MARIA -       Poiché, in questa casa Francesco ha vissuto, io temo, me meschina, per la nostra incolumità.

GIOVANNI -            Non temere. Non sono forse già venuti gli armati ad indagare?

MARIA -       … E mettere in soqquadro le nostre cose…

GIOVANNI -            E che cosa hanno trovato?

MARIA -       Nulla.

GIOVANNI - Appunto.  Cosa potevano scoprire fra le cose di Francesco se non le prove di fede per il Suo Creatore.

MARIA -       Nelle serate d’inverno, nelle stalle, si raccontano strane storie di streghe bruciate sul rogo dalla Santa Inquisizione…

GIOVANNI -            Ora puoi toccar con mano e scoprire che la leggenda può essere cronaca. Spero proprio che non si giunga a quelle ignominie.

MARIA -       Sarebbe un disprezzo alla ragione.

GIOVANNI -            Ora ti prego. Di un brodo caldo la salute  di Francesco può aver bisogno.

MARIA -       Vado. ( esce ) 

SCENA SECONDA: Giovanni, Zanguidi.

GIOVANNI -            ( si siede pensieroso. Fra sè ) Spero che mia moglie regga a questa situazione. Non vorrei che presa dal panico, facesse cose, che, lei inconsapevole, potesse recar danno a Francesco e a noi. E’ pure una donna, e si sa che per  loro il riferir notizie alle amiche è motivo di vanto. Ella, però, è per sua natura riservata e forse, il timore prevale sul pettegolezzo.

ZANGUIDI - ( entrando, vestito  con abiti da viaggio. Preoccupato. ) Spero di non essere inopportuno entrando nella casa di un amico.

GIOVANNI -            ( sopra pensiero non si avvede della presenza di Zanguidi. Poi girandosi per il rumore dei passi…)  Zanguidi! La tua presenza qui?! Benché gradita, era imprevedibile.

ZANGUIDI. -           Come potevo star lontano in questo frangente?

GIOVANNI -            Il tuo rifugio deve essere stato assai vicino se le notizie sui presenti fatti ti rincorrono.

ZANGUIDI - Direi proprio di no. E’ che con i miei amici ho sempre tenuto una segreta corrispondenza.

GIOVANNI -            Questa è la prova che la gioventù è insensata e dei rischi non si cura.

ZANGUIDI - Ti prego. Non della mia sorte dobbiamo parlare. Ma del mio maestro. Dimmi della sua salute.

GIOVANNI -            La tua presenza qui, dimostra che dagli amici sei stato avvertito.

ZANGUIDI - Di una grave minaccia su Francesco, mi hanno parlato. Si, anche della sua salute Ma tu sai bene che le notizie riportate dai messaggeri sono gravide delle loro personali interpretazioni.

GIOVANNI -            Ormai sono passati alcuni mesi da quando una persistente tosse lo disturba. Un malessere subdolo gli tiene compagnia.

ZANGUIDI - Quel che tu dici non mi par grave. Si sa che la depressione si accompagna al malessere. La nostalgia della nostra terra ne può essere il motivo.

GIOVANNI -            Spesso è colpito da un insopportabile mal di testa che solo l’autocontrollo, dovuto alla sua dignità, gli fa trattenere violenti sfoghi.

ZANGUIDI-  Ma di tutto ciò, qual’è la causa?

GIOVANNI -            Dato il pericolo incombente in questi giorni; non abbiamo potuto rivolgerci all’unico medico, Paolo Arisi, che vivendo a Mantova, viene non spesso, e che, ed è ancor peggio, più che seguace di Ippocrate è del partito guelfo, lo stesso dei Dovara.

ZANGUIDI - Perciò dalle sole vostre amorevoli cure è seguito.

GIOVANNI -            Del malinconico desiderio della sua patria, penso, sia la causa prima. L’uso degli acidi per le incisioni su rame, fatto senza alcuna protezione, sia una causa non meno secondaria.

ZANGUIDI – Ciò che tu dici mi è sconosciuto.

GIOVANNI -            L’incisione su rame è una deprecata idea di Antonio da Trento che Francesco ha fatto sua perché redditizia -     

ZANGUIDI – ( chiedendo ) Antonio da Trento che conoscemmo il giorno del nostro arrivo e che da quel giorno fu l’ombra di Francesco?

GIOVANNI -            Si. Lui. Colui che la fede nei comandamenti del nostro Creatore m’impedisce di maledire per ciò ed altro.

ZANGUIDI - Di ciò mi parlerai. Ma ora di Francesco vorrei vedere l’amato volto.

GIOVANNI -            Preparati di vedere, ahimè, un uomo che volge al termine dei suoi giorni.

ZANGUIDI - A questo punto siamo giunti?

GIOVANNI -            Egli è in un luogo sicuro. Scoprii, per caso, nel mio orto un tratto di cunicolo che collegava, un tempo, la chiesa di San Francesco con il santuario della Fontana. Egli è là. I tuoi amici gli fan compagnia.

ZANGUIDI - Come posso raggiungerli?

GIOVANNI -            Segui i miei passi (prende una torcia e seguito da Zanguidi, esce)

SCENA TERZA

( la scena è deserta)

FRATE -       (entrando preoccupato ) Siano benedetti gli abitanti di questa ospitale casa.(fra sé) Ospitale ma deserta. ( chiama ) Giovanni… Maria ?

MARIA -       ( non sapendo come comportarsi è incerta. Sottolineando un po’ la battuta )  Sia benedetta  questa casa visitata dalla “ chiesa nostra sovrana”

FRATE -       E sia. Sono il frate vostro amico e la chiesa mal rappresentata in questi giorni lasciamola a crogiolarsi nei suoi errori.

MARIA -       Ciò che dice mi rinfranca, ma l’abito mi trattiene.

FRATE-       ( rimproverandola dolcemente)Suvvia Maria…

MARIA -       ( fissandolo)La vedo alquanto scuro in volto…

FRATE -       Preoccupato ed addolorato.

MARIA -       Il motivo è quel che temo?

FRATE -       Torno ora dalla visita che ho fatto nelle diverse case. Il “mal mazzocco” sta mietendo  vittime fra le più note famiglie di questo nostro territorio.

MARIA -       Alle vittime delle lotte fra le nobili famiglie si unisce anche questo nuovo flagello.

FRATE -       Del letterato Negri, la moglie. Il fratello del notaio Negrisoli. Di Eurelio Pozzi, lo scrivano. Lo stesso Aroldi ne è stato colpito.

MARIA -       Aroldi è il pittore con il quale il nostro Francesco si è spesso intrattenuto?

FRATE -       Si. E’  lui.

MARIA -       Un dubbio m’ assale…

FRATE -       Ciò che addolora la fede che è in me, è che i più, colpiti da dolore immenso ed insopportabile, sono suicidi. La regola della chiesa ad essi  non concede la grazia della benedizione ed il sepolcro in terra consacrata.

MARIA -       IL rappresentante della Sacra Inquisizione non può intervenire in questo frangente?

FRATE -       ( con evidente disprezzo che tende a trattenere) La Sacra Inquisizione!… che con raggiri e minacce ha carpito una testimonianza d’ inesistenti riti satanici di cui Francesco sarebbe l’ufficiante…

MARIA -       ( con sconforto ) Quali delitti può commettere la chiesa.

FRATE -       ( denunciando ) Confidente dell’assemblea è stato il meschino Antonio. Francesco in contumacia è stato condannato.

MARIA -       Ha voluto il cielo che la voce sparsa sulla fuga di Francesco in terra dei Gonzaga sia stata creduta.

FRATE -       Perché? non è il vero?

MARIA -       Non le abbiamo dichiarata la verità per non indurla a tradire l’ottavo comandamento delle tavole di Mosè.

FRATE -       ( assicurandola)Il mio giudice sarebbe stato il Signor Dio nostro.

MARIA -       Ormai -temo- più del Padre Santo che della Inquisizione, deve temere il giudizio:  Francesco.

FRATE -       Ora, portami da lui.

MARIA -       L’accompagno.

( escono )

( Questa ultima scena che segue, e sarà la quarta, si svolge in uno slargo del cunicolo di cui ci ha informato Giovanni. In questa scena vi saranno due gruppi. Il primo  (A) in cui vi sarà come personaggio principale. Francesco. Egli è sdraiato, o meglio, semi seduto per essere più visibile dal pubblico, su un saccone di paglia. Al suo fianco destro: uno sgabello.

Il secondo gruppo (B) sul lato sinistro un po’ avanti, sarà costituito dai personaggi che in quel momento non agiranno con Francesco. E’ opportuno, trattandosi di una caverna, che questa sia illuminata da due torce poste ai lati della scena. Sarà illuminato maggiormente il gruppo in azione, mentre in penombra il resto.

Francesco, morente, parlerà a stento interrompendosi ogni tanto, per la grande sofferenza nel respirar e per il mal di capo eccessivo. Infatti, porterà la mano alla fronte per calmare il dolore.)

SCENA QUARTA A 1: Francesco, Strabucchi, Zanguidi, Barbieri.

BARBIERI - Maestro non ti affaticare.

ZANGUIDI - Il riposo ti giova in questo momento.

FRANCESCO – ( parlando a stento ) Fra poco sarà l’eternità il mio riposo.

STRABUCCHI – Queste tue parole ci feriscono.

FRANCESCO – ( scusandosi ) Non vorrei suscitare in voi un triste sorriso: ma entrare nell’eternità mi affascina.

BARBIERI - Confondi il sorriso con il nostro pianto.

FRANCESCO – Dio ci ha dato la grazia di amare, fra le più belle arti, la pittura.

STRABUCCHI – E a noi, tuoi allievi, il privilegio di averti nostro maestro.

FRANCESCO – Tempo fa, vi dissi di aver iniziato il quadro di “ Nostra signora “.

ZANGUIDI - Maestro non ti affaticare.

FRANCESCO– Da quel giorno non vi ho più messo mano.

BARBIERI - …Quel giorno tanto funesto per te…

FRANCESCO – Le sembianze della Madonna e dei santi è opera ormai compiuta. Rimane il drappeggio del manto di nostra Signora e la tunica di Santo Stefano.

STRABUCCHI – Riposati, Franesco.

FRANCESCO – Chiedo a voi di terminare quel quadro. E’ l’ultima mia opera e vorrei lasciarla in dono alla chiesa di Santo Stefano. Questi abitanti, in molti, mi hanno amato.

BARBIERI - Non tutti.

FRANCESCO – A quelli io perdono.

ZANGUIDI– Alcuni ti accusarono.

FRANCESCO – Nostro Signore saprà giudicarli.

STRABUCCHI – Fino a che punto ti spinge la tua bontà.

FRANCESCO – Ora vi prego di seguire i miei ultimi consigli.

BARBIERI - … Che sono stati tanti…

FRANCESCO – “Perché il drappeggio sia più reale: coprite una statua di marmo, di sasso, o di semplice gesso tal che, queste cose essendo immobili e senza sentimento, fanno grand’agevolezza stando ferme a colui che dipinge. Ciò che non avviene nelle cose vive, perché si muovono.”

ZANGUIDI - Comprendiamo.

FRANCESCO- La stessa ombra da profondità.

( gli allievi si guardano come per dire che sono cose  risapute )

FRANCESCO– ( che ha capito ) … E’… che ci tengo a quel quadro.

SCENA QUARTA A2. Francesco, gli allievi, frate.

FRATE -       ( entrando in iscena con grande apprensione ) Francesco, figlio mio. Dei miei pensieri il principe.

FRANCESCO – (  agli amici ) Dell’anima mia , ora debbo aver cura. Vi prego. ( indicando di lasciarlo solo con il frate ) Dei miei segreti pensieri, voi ne siete partecipi…

BARBIERI - Comprendiamo.

FRANCESCO – Ma la presenza del religioso ci ricorda la riservatezza della confessione.

( gli allievi si spostano sul lato sinistro  sufficientemente discosti, formando il gruppo B )

SCENA QUARTA A3  Francesco, frate.

( il frate siede sullo sgabello a fianco di Francesco )

                                   

FRANCESCO – Padre sto per vedere, e gioirne, Colui che tante volte nella Sua magnificenza ho dipinto.

FRATE -       Tutti dovremo presentarci  al cospetto di Dio, ma l’ora per te è ancora tarda.

FRANCESCO – Padre, io confesso e mi accuso, di una colpa di cui non sono reo.

FRATE -       Figlio mio. Sono vezzo a ricevere confessioni molto più comprensibili.

FRANCESCO – Una fanciulla che sinceramente ho amato, tratta in inganno dalla leggerezza dei miei amici, presa dal desiderio di ingiustificata vendetta, ha denunciato, testimoniando, una colpa  da me non commessa.

FRATE -       Tu mi stai dando notizie apprese  da Giovanni informato da me.

FRANCESCO – Lei, padre, dice il vero. Lei è l’unico nostro messaggero dello svolgersi del processo intentatomi dal Sacro Consesso.

FRATE -       ( riferendo  ) Ora, è ciò che tu dici che non corrisponde al vero. Figlio mio, di Rosa, perché è di lei di cui si parla: portata davanti al giudice da Antonio da Trento , che Dio perdoni, non di accuse si è mosso il suo labbro, ma della tua ossequiosa venerazione al Padre Celeste e alla Sua chiesa fu il suo dire.

FRANCESCO – Ciò mi riempie di gioia. Non per la mia persona temevo, ma per la sua anima irrequieta. Ora padre, vorrei tanto che mi benedisse…

FRATE -       In questi giorni, mio malgrado, non ho potuto portarti il conforto religioso e ciò mi addolora molto.  La tua arte rivolta a nostro Signore da sempre espressa ti rende in perpetuo in grazia di Dio. Ti benedico figlio mio!

( entra Rosa. Il frate la vede e si alza da seduto che era sullo sgabello con l’intento di lasciarli soli. )

FRATE -       L’amore fra due sinceri amanti molto si avvicina  al precetto di Dio.

( Il frate va a raggiungere il gruppo B)

( Rosa si avvicina a Francesco, gli prende e gli bacia la mano.Appoggia un ginocchio a terra. I due si parlano senza voce. )

SCENA QUARTA A4: Francesco Rosa.

ROSA -           Qui, supplice, mi prostro per chiedere perdono a colui che dell’anima è signore.

FRANCESCO – Rosa. Quanto il tuo bel volto ho desiderato vedere in questi giorni in un antro così somigliante alla tomba.

ROSA-          ( raccontando) Sono stata tratta con forza ed inganno dinanzi alla Sacra Assemblea. Vedendo il ghigno di quel giudice che del re degli inferi aveva le forme e ad esso paragonando il tuo viso che di Dio ha più le sembianze; la certezza mi si presentò chiara che di ciò che i tuoi amici fecero scena, altro non poteva essere che gioco.

FRANCESCO – Gioco maldestro.

ROSA -          Davanti a quel malvagio consesso la mia lingua tacque e gli occhi piansero.

FRANCESCO – Non ho mai dubitato per un solo attimo del tuo amore. L’odio che per un momento ti mosse più alla umana debolezza, è da imputare.

Forse che nell’uomo non c’è anche questo sentimento?

ROSA -          Ti confesso, ahimè, che il dubbio uscendo da quell’infernale antro, confusa da quei malvagi, mi venne. La curiosità che è donna, spinse i miei passi fino al palazzo dei Cavalli. 

La bellezza di Matilde, signora di quella casa, mi strinse il cuore e rafforzato il dubbio.

FRANCESCO – Infondato: credimi.

ROSA -          Il suo dire, il suo agire, però, mi convinsero che - pur avendo la voce tremula nel pronunciare il tuo nome -  la sua onestà fu riverente, più che al vegliardo suo consorte, alla dignità del suo onore.

FRANCESCO – Rosa, non andar più oltre. Ti perdono di tutto ciò di cui non ho mai dubitato.  Non lo faccio per presentare al Redentore, al quale fra poco mi presenterò, un’anima pura. No sarebbe questo un atto di egoismo.

Perdono in fine a me stesso di non aver gridato al mondo il tuo nome.

ROSA -          Quanto ti amo: Francesco!

( si abbassano le luci mentre aumentano quelle del gruppo B)

SCENA QUARTA B1: Frate,Zanguidi, Barbieri,Strabucchi.

( I personaggi sono tutti in piedi sul lato sinistro in avanti,parlano sommessamente )

           

FRATE -       Francesco sente giungere sorella morte per tendergli la mano. 

BARBIERI - Temo con grandi passi.

STRABUCCHI – Penso che la riverisca come gran sovrana.

 ZANGUIDI- Com’è stato grande il talento che il destino gli ha concesso, così avaro è stato di serenità e prodigo d’affanni.

FRATE -       Quanto dolce sarebbe il suo viaggio verso l’eternità, se la terra da cui partire fosse la sua amata Parma.

BARBIERI - Noi parmigiani, della nostra Parma e dei suoi abitanti siamo giudici severi… ma quanto li amiamo.

FRATE -       Le nuvole d’atrocità che in questi ultimi mesi si sono addensate su questa nostra terra, sembra, che si stiano dissolvendo in un sereno avvenire.

ZANGUIDI - Voglia il cielo che lei sia sincero indovino.

STRABUCCHI – ( rivolto al frate ) Del soffio di Eolo su quelle nubi chi è l’ispiratore?

FRATE -       Dopo le molte persecuzioni e atti di sevizie, che i Dovara, i Moreschi ed i Chiozzi praticarono gli uni contro gli altri, finalmente, in questi giorni, deposte le antiche inimicizie, e vicendevolmente condonate le offese, si sono riconciliati e conclusero la loro pace.

BARBIERI - Per la vostra cittadina, questa è una notizia di cui gli abitanti debbono trarre molto sollievo.

ZANGUIDI - ( rivolto a Barbieri )   Non interromper l’alato Mercurio.

FRATE -       ( continuando ) La pace è stata concertata a Colorno col maneggio del conte Sanseverino signore di quella terra e di   Federico Gonzaga, signore di Bozzolo.

STRABUCCHI – Sia lode a Dio!

BARBIERI - Ha raggiunta la stessa pace il Cavalli, offrendo a Dio la sua vita –così mal spesa – per l’infame suo agire contro Francesco.

FRATE -       ( rivolto a Barbieri ) Figlio mio, lascia a Dio il giudizio ultimo.

ZANGUIDI - Anch’io voglio aggiungere una notizia di grande interesse.

STRABUCCHI – A quante conclusioni stiamo giungendo in questo giorno.

ZANGUIDI - Alle prime luci dell’alba, raggiungendo questa contrada,ho visto la immonda carovana della Santa Inquisizione, lasciare questa risollevata terra.

BARBIERI - La maledizione spiani la sua strada e la sospinga all’Inferno.

FRATE -       ( rivolto a Barbieri ) Vorrei rimproverarti per il tuo dire, ma l’uomo che è in me, prevale sul religioso e sarebbe ipocrisia non ammetterlo.

( Ora la luce su questo gruppo si affievolisce mentre si rafforza la  luce sull’altro gruppo)

( Francesco, chiama a sé gli altri, i quali si dispongono: gli amici dietro Francesco, il frate sul lato destro,Rosa in ginocchio quasi seduta sul lato sinistro in atteggiamento orante)

( questa è l’ultima parte di vita di Francesco, poiché prima di morire una persona sembra acquisti le ultime forze, Francesco reciterà in modo chiaro)

SCENA QUARTA A5:

FRANCESCO – Amici miei! Sto salendo sulla dorata biga, trainata da bianchi destrieri, che mi condurrà davanti al Creatore. Il notaio Baldesi disporrà la divisione dei miei beni a voi. A Rosa confermo il mio amore che voglio essere conosciuto da tutti.

( rivolto al frate ) Come il santo Francesco, oh fra Cristoforo, padre mio, il figlio prega che le sue spoglie ignude con la croce di rami di cipresso sul petto, siano sepolte  sulla nuda terra.

                                               

( pausa lunga )

Mi sorride il pensiero che alla stessa età di Raffaello al quale, me indegno, più volte affratellato per sensibilità ed aspetto, io sciolga i lacci terreni, restituendo l’anima mia al Cielo, a quel mondo limpido ed etereo, in cui già mi elevo per cogliere la divina armonia della grazia e della bellezza.

A te Padre ripongo l’anima mia.

FRANCESCO MUORE

( tutti volgono lo sguardo sul volto di Francesco, stando immobili)

( Le luci si affievoliscono, ma non si spengono. Si deve avere l’impressione di un quadro in cui la luce che illumina il volto di Francesco si sfuma sugli altri. Una dolce musica darà atmosfera alla scena )

( fuori scena…)

LAMPIONAIO -      Colui che dagli infiniti spazi regge il mondo, oggi 24 Agosto dell’A.D. 1540, da Parma fuggiasco, ha chiamato a sé Francesco Mazzola, che per le sue delicate sembianza e la nobile sua terra appellato fu:  Parmigianino.

Come il sole al tramonto si dissolve all’orizzonte, così lo spirito di colui che della “ Schiava turca” fu schiavo, si dissolve  nello Spirito Celeste che di tanto talento ha dotato.

( le luci si affievoliscono fino a spegnersi sulla…

FINE DEL DRAMMA

  

                                                                                                                                                                     

  

. Casalmaggiore 24 Agosto 2002  

 

            

   

                       

                                                                      

 

           

                  

 

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