Il perbene

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IL PERBENE

Atto unico

Di ROMULUS VULPESCU

Traduzione di Paola Angioletti

PERSONAGGI

L'ALTOPARLANTE

IL DETENUTO

L'ALTRO

PRIMA GUARDIA

SECONDA GUARDIA

TERZA GUARDIA

Commedia formattata da

Una cella di prigione, bianca, rettangolare, pulita e impersonale come una stanza d'ospe­dale. In fondo, una porta di metallo con uno spioncino. All'angolo destro, accanto alla por­ta, un seggiolino pieghevole fissato al muro. Lungo il muro di sinistra, un letto fatto di tubi nichelati. Sopra il letto, molto in alto, un altoparlante. Luce indiretta, uguale. L'alto­parlante trasmette una preghiera dal Rituale parvum continens sacramentorum administra-tionem infirmorum curam et benedictiones diversas ad sacerdotum curam animarum agentium usum commodiorem rex rituali ro­mano excerptas, editto quarta, Ratisbonae, MDCCCXCVIII, pp. 87-88, cap. Ordo commendationis animae: « Deus misericors, Deus clemens, Deus qui, secundum multitudinem miserationum tuarum, peccata poenitentium deles, et praeteritorum criminum culpas venia remissionis evacuasi respice propitius super hunc famulum tuum, et remissionem omnium peccatorum suorum, tota cordis confession poscentem deprecatus exaudi. Renova in eoi piissime Pater, quidquid terrena fragililalt corruptum, vel quidquid diabolica fraude violatum est: et unitati corporis Ecclesiae membrum redemptionis annecte ». // testo, inciso su nastro magnetico, monotono, si sente ancora prima dell'alzarsi del sipario e continuerà, con la stessa intensità, senza interruzione, fino alle prime battute. Dopo una breve \ pausa - un programma di salmi protestanti, ad libitum, ma che cominciano col celebre Ein' feste Burg ist unser. Gott: « Il nostro Dio è una forte muraglia / Buono scudo e | spada nella lotta / Sempre ci aiuta / E  preserva dai mali / Il vecchio diavolo dan­nato / Ci spinge verso il peccato / È un ne­mico forte I Forte e astuto / Sulla terra non c'è nessuno come lui  Non abbiamo forze per resistergli / Lotta contro di noi! Insieme a noi, l'uomo onesto / Il ministro di Dio ci aiuta / Il bravo difensore / C'è Gesù Cristo: È il Signore Savaot / Il Signore del tutto / Vincitore di ogni lotta ».

L’Altoparlante              - « Deus misericors, Deus clemens... ».

II Detenuto                   - (fumando sdraiato sul letto, bruscamente). Vai al diavolo!

L’Altoparlante              - «... qui, secundum multitu- dinem miserationum tuarum... ».

Il Detenuto                    - Schifosi! Porci!

L’Altoparlante              - «... poenitentium deles, et praeteritorum criminum culpas... ». (Entra l'Altro. Indossa un vestito da carcerato e si siede sullo sgabello all'angolo sinistro, vicino alla porta. Il detenuto, girato di spalle, non lo vede. Dallo spioncino aperto, appare il viso di una guardia, che guarda nella cella. La testa sparisce. Durante l'intera commedia, una guardia guarderà nella cella ogni minuto).

L'Altro                          - (coprendo con la voce, per quanto debole, il suono dell'altoparlante, gli offre una bottiglietta di liquore). Ne volete un sorso?

Il Detenuto                   - Che cosa?

L’Altro                          - Un sorso!

Il Detenuto                    - (si mette a sedere e si gira verso di lui). Bravo! È venuto anche il prete, in carne ed ossa!

L’Altro                          - Non sono prete!

Il Detenuto                    - (mostrando l'altoparlante che continua la preghiera). Chiudigli il becco, al­meno! O forse è tua la bocca?

L’Altro                          - Non sono il prete, sono un com­pagno.

Il Detenuto                    - Siete furbi, voi! Ti sei conciato in questo modo per non farti riconoscere! Inutile, vecchio mio, puzzi di messa lontano un miglio. Non vi basta avermi fatto diventar matto per due giorni con prediche in latino, con salmi, ora vieni a confessarmi di persona. Ho capito, devo andarmene. Lascia perdere, piantala con i santi esempi e con la salvezza dell'anima, tanto non ci credo! Chiama il no­stro veterinario e il direttore e facciamola fi­nita. E non mi offrire più l'acquavite, tanto non bevo. La vomiterei. Il mio stomaco non la regge più.

L’Altro                          - Ascoltami, vecchio mio, non sono di casa, io. Cioè, non sono il prete.

L’Altoparlante              - « ... et unitati corporis Ecclesiae membrum redemptionis annècte ».

Il Detenuto                    - Fila, o ti spacco il muso! Se c'è pure il salmo, non ci resisto più!

L’Altro                          - Diamine! Ascolta, vecchio mio! Ti dico che non sono un prete! Credimi, non ho nessun interesse a raccontarti frottole! L'in­teresse è tutto tuo. Io sono qui per il tuo bene!

Il Detenuto                    - (ironico). Davvero? Forse sarai il boia in persona, travestito per risparmiarmi le emozioni!

L'Altro                          - (offeso). Boia! Io, boia! Questa è bella. Voglio il tuo bene, e mi parli così!

L’Altoparlante              - Iddio è un forte muro...

Il Detenuto                    - Cosa ti dicevo?

L’Altro                          - Cosa mi dicevi?

Il Detenuto                    - Non fare l'idiota! Cosa vuoi nella mia cella? Sei venuto a far visita a un morto?

L’Altro                          - Sì, per insegnarti a superare questo momento senza dolore.

Il Detenuto                    - Ah! Allora sei il medico. Ho sentito dire che mandavano il medico per farti delle punture o per ubriacarti perché tu non ti accorga di niente. Già, forse non è de­coroso guastare la cerimonia gridando e di­vincolandosi. Perché si grida e ci si divincola. È così, non è vero, mediconzolo? Si fa trop­po scandalo. A chi piace morire? Ti piacerebbe morire, a te? Quanto vorrei vederti col laccio al collo, tremante di paura!

L’Altro                          - Per essere sincero, non dev'essere piacevole! No, non è affatto piacevole, ma passa.

Il Detenuto                    - Passa, certo, ma come? Do­vresti vergognarti. Sei medico o macellaio? Come puoi parlare in questo modo?

L’Altro                          - (un po' innervosito). Ma insomma, basta, amico! Non sai dire altro: medico, medico, medico... O prete! Se ti dico che non lo sono, non lo sono! Accidenti! Guardami bene: ho l'aria di un medico o di un prete?

Il Detenuto                      - Veramente, no! No, di certo! Ma da questi banditi della direzione del penitenziario ci si può aspettare di tutto! In fondo, ti credo. Chi sarebbe tanto matto da venir qui, in prigione, prete o medico, per uno stipendio di fame? Nessuno ti conosce, niente soldi, niente gratitudine. Perché la maggior parte muoiono, e i morti non dicono grazie per le cure ricevute o per le consola­zioni spirituali.

L’Altro                          - Se mi ascoltassi un momento...

Il Detenuto                    - Per farmi ubriacare d'acqua fredda, per farmi scoppiare la testa! Non ca­pisci che nemmeno l'alcool mi fa più effetto? Vattene, lasciami in pace! Non ho bisogno né di aiuto né di consolazione!

L’Altro                          - Accidenti! Guardami bene e ren­diti conto di quello che stai dicendo. Sai che sei buffo? Prete, boia, medico. Perché non Primo Procuratore o principe del foro? Chi credi di essere? Un maestro del crimine? Un padreterno di scassi e assassinii? Canaglia! Hai fatto fuori due guardie e hai arraffato qualche centinaio di biglietti da mille, e per così poco vorresti che le grandi personalità della magistratura si spostassero per venirti a consolare negli ultimi istanti!

Il Detenuto                    - Vattene, amico! Tanto io non ho nulla da perdere. Ti mollo un cazzotto e ti spedisco all'altro mondo.

L’Altro                          - (sorridendo). Mi vedi magrolino e credi che ti lascerei fare. Su, via, dai! Rom­pimi la testa, strozzami!

Il Detenuto                    - Stai calmo! Se appena mi al­zassi dal letto, verrebbero le guardie a difen­derti. Stanno spiando di là. Non vedi che guardano ogni minuto dallo sportello?

L’Altro                          - Nessuno sa che sono qui.

Il Detenuto                    - Parola d'onore, mi stai pren­dendo in giro? Cosa vuoi? Farmi perdere la testa a tutti i costi? Prete no, medico no, boia no, il diavolo sa che cosa potresti essere e non sei, e per di più sei penetrato clandesti­namente nella cella di un condannato a morte.

L’Altro                          - Clandestinamente, sì, press'a poco.

Il Detenuto                    - Cioè, hai unto le ruote alle guardie. La direzione non lo sa. Devi essere un giornalista. Ecco, ora capisco. Giornali­sta. Certo. Solo la vostra razza ficca il naso dappertutto. Soltanto a voi vengono in mente certe idee strambe, di travestirvi in tutti i modi. Vi spacciate per commessi viaggiatori, per ispettori, o per fanali, o per angeli, o il diavolo che vi porti! Non dico più neanche una parola! Fila, da me non saprai nulla! Mi hanno fatto impazzire durante tutto il proces­so: perché, come, quando e dove ho messo i soldi e che cosa ho sentito quando ho spa­rato? Lasciami stare, tanto è inutile. Esci, re­sta, bevi, fuma, affar tuo! Me ne frego. (Gli gira le spalle).

L’Altro                          - Non sono nemmeno giornalista.

Il Detenuto                    - Naturale, come se me lo ve­nissi a dire, dopo che ti ho colto nel sacco! Come potresti essere giornalista! Non sai nemmeno cosa vuol dire!

L’Altro                          - Ma sì che lo so. Hanno rotto le scatole anche a me e ho perfino buttato la macchina in testa a uno di loro.

Il Detenuto                    - Che macchina?

L’Altro                          - Fotografica.

Il Detenuto                    - Perché ti corrono dietro? Sei un divo? Un giocatore di rugby? Un attore? Ecco, attore. E sei venuto a spiarmi, a vede­re come mi comporto, per poi fare lo stesso a teatro o al cinema. Ti sarai detto: «Com­pro le guardie, mi fanno entrare nella cella del tizio, gli parlo, lo osservo e combino una parte da lasciar tutti a bocca aperta! ». Ecco! Mi hai studiato, ora vattene e lasciami in pace!

L’Altro                          - Non hai indovinato. Non sono un attore.

Il Detenuto                    - (esasperato). Insomma, puoi essere quello che vuoi! Non capisci, amico, non capisci che non ne posso più? Devo trat­tenermi per non urlare. Di paura. Ho tanta paura, vecchio mio, che quasi me la faccio sotto! Sono un poveraccio, io. Non ho mai ucciso nessuno in vita mia. Sono un ladro, non un assassino. Che colpa ne ho io se quei due...

L’Altro                          - Certo. Non è colpa tua. Però, se avessi avuto un po' più di pratica, a quest'ora sarebbero sani e salvi, e tu pure. Se ti ac­chiappavano per furto con scasso, facevi qual­che anno di prigione ma, in fin dei conti, te la saresti cavata.

Il Detenuto                    - Chi lo sa... Forse sarei morto a furia di legnate o per via del regime della galera.

L’Altro                          - Forse.

Il Detenuto                    - Ad ogni modo, ti prego, non ne posso più. Vattene e lasciami coi miei pen­sieri e con la paura! La dimentico un po' quando penso a quello che avrei potuto fare col denaro, se fossi scappato. È l'unico pia­cere che mi sia rimasto. Parola d'onore. Mi diverte averli menati per il naso. La banca, l'assicurazione, gli avvocati e la gente, tutti muoiono di rabbia per non essere riusciti a cavarmi nemmeno una parola. L'ho nascosto bene e nessuno lo troverà mai, neanche per caso. Il nascondiglio più ingegnoso del mon­do. Almeno mi rimane questo: non vedranno il becco di un quattrino! Così mi ripagano la fifa.

L’Altro                          - Proprio per questo sono venuto io. Te l'ho detto.

Il Detenuto                    - (stanco). Inutile, amico! Da sei mesi le hanno provate tutte: bastonate, per­suasione, donne, belle parole, promesse, e questo, e quello. No e poi no! Mi hanno man­dato Nelly. Quelli dell'assicurazione le hanno promesso il venticinque per cento del mallop­po se riusciva a farmi cantare. Con tutte le carte in regola. Mi ha detto che io dovevo pensare a lei, che lei mi ha voluto bene, che ha vissuto con me per nove anni, che così non avrà più pensieri, che si ricorderà di me per tutta la vita. Sai quanto, me ne fregavo, io! Ti sei disturbato inutilmente, credimi! Ne so­no venuti altri più importanti di te - non t'arrabbiare se te lo dico in faccia - e non ci sono riusciti.

L’Altro                          - Non m'interessano i tuoi quattrini, vecchio mio. Cosa ne farei? Sono venuto per aiutarti.

Il Detenuto                    - Ricominci? Tempo perso. Aiu­tarmi? Aiutarmi ad evadere, no? E poi divi­dere il malloppo?

L’Altro                          - Ti ho detto che non ho bisogno di soldi.

Il Detenuto                    - Allora, per carità cristiana. Sei battista? Oppure sei uno dei «Cittadini umani »? Quelli lì mi hanno perfino man­dato un opuscolo con temi di conversazione su argomenti allegri. Hanno tutte le spe­cialità.

L’Altro                          - Chiamala pietà, se vuoi. Sono qui per cameratismo. Perché siamo e rimarremo compagni.

Il Detenuto                    - Compagni, forse sì. Lo sai meglio di me. Ma è un po' difficile restare compagni. Solo per qualche ora. Oppure vuoi morire con me, perché la morte mi sembri meno difficile? Buffone! Povero pagliaccio! Vattene, o ti rifaccio le ossa! Prima che arri­vino quelli che ascoltano dall'altra parte avrò il tempo di fracassarti le costole da fartene ricordare fino alla morte! Che mondo matto, Signore! Da strapparsi i capelli!

L’Altro                          - Stai calmo un attimo e ascoltami. Fino a un quarto d'ora fa volevi a tutti i costi mettermi alla porta e ora stai facendo conversazione, non vedi?

Il Detenuto                    - Ho fatto male a non averti dato un calcio dove te lo meritavi!

L’Altro                          - Ascolta, ragazzo, e apri bene gli orecchi! Non posso morire con te perché son morto da molto tempo. Morto e sepolto da vent'anni almeno.

Il Detenuto                    - Davvero! E perché non stai nella tua fossa a marcire in pace? Perché vai in giro a rompere le scatole alla gente?

L’Altro                          - Vorrei proprio spiegartelo. Ma non me ne dai il tempo.

Il Detenuto                    - Buffone! Sei un pagliaccio ave­vo ragione io! Oppure uno di quei tipi com­plessati. Stai girando per le prigioni e ti di­verti a parlare a vanvera come i matti con i poveri condannati a morte. Vergogna!

L’Altro                          - Non hai indovinato.

Il Detenuto                    - E invece sì, forse. Siccome questi schifosi di penitenziari si sono rimo­dernati, hanno pensato di mandare nelle celle dei buffoni a far conversazione con l'uomo e fargli dimenticare quello che lo aspetta. Farlo ridere, morire dal ridere se possibile, così che non si accorga quando muore davvero.

L’Altro                          - Ma neanche per sogno!

Il Detenuto                    - Non vedi? L'altoparlante tra­smette preghiere, canti religiosi, conferenze. Li hanno registrati per non faticare ogni vol­ta. Senza contare i vantaggi. Non puoi spu­tare in faccia al prete, non puoi prenderlo a schiaffi, non puoi interromperlo, e quello ri­pete sempre le stesse cose. E poi l'altoparlan­te non ti guarda in faccia e non sa nulla della tua fifa e della tua emozione quando rac­conta tante buffonate sulla vita dell'ai di là. Questi qua credono di toglierti la paura da lontano. Non ne posso più, amico! Mi fanno impazzire! Dici che vuoi aiutarmi. Digli di farla finita con questa pagliacciata!

L’Altro                          - Questo non posso farlo. Io non li conosco, loro non mi conoscono, cioè non si ricorderanno di me e non crederanno che sia proprio io.

Il Detenuto                    - Come, non li conosci? Come, non ti conoscono? Allora come mai ti hanno lasciato entrare?

L’Altro                          - Non gli ho mica chiesto il permes­so. Non sanno che sono qui.

Il Detenuto                    - Sul serio? La guardia sente una voce sconosciuta nella cella e se ne frega? Non apre per vedere chi è entrato da me e da dove? Non apre perché tu sei uno di loro.

L’Altro                          - Non mi sente. Nessuno può sen­tirmi. Solo tu, vecchio mio, solo tu mi senti.

Il Detenuto                    - E non sente nemmeno la mia voce? Non entra per vedere che cosa mi succede? Se non sono diventato scemo dalla paura? Per chiamare il medico? O il diret­tore?

L’Altro                          - Non sente neppure te.

Il Detenuto                    - Per via dell'altoparlante?

L’Altro                          - No. Non ti può sentire. Tutto quel­lo che abbiamo detto l'ho sentito solo io.

Il Detenuto                    - Piantala con queste idiozie!

L’Altro                          - Se non mi credi puoi gridare, forte quanto vuoi. Vedrai se si muove.

Il Detenuto                    - (urlando). Aiuto! Aiuto! Al fuo­co! Aiuto! Ora vedrai che gazzarra!

L’Altro                          - Come vedi, nulla.

Il Detenuto                    - Forse è in fondo al corridoio.

L’Altro                          - No. Non gli è permesso muoversi dalla tua porta. Eccolo che guarda nella cella. Conforme al regolamento. Una volta al mi­nuto. Strilla ora!

Il Detenuto                    - (ghignando). Va bene. Aiuto! Aiuto! Mi ammazzano! (Ride) Ora mi am­mazzerà prima. (La faccia della guardia è impassibile. Sparisce).

L’Altro                          - Hai visto?

Il Detenuto                    - (resiste ancora). Sa che nessu­no mi può ammazzare. Sa che posso morire soltanto quando vogliono loro. All'ora pre­vista, e ucciso legalmente, dal loro uomo. Sa anche che non posso suicidarmi. Forse avrà ricevuto ordine di non disturbare gli squilibrati della sezione zero. « Lasciateli ur­lare, nessuno li sente, è la loro unica conso­lazione. A che gli serve urlare? ».

L’Altro                          - E sia. Ecco, ora viene di nuovo. Io sono sempre rimasto in quest'angolo e non ha potuto vedermi. Mi metterò di fronte alla porta e griderò anch'io. (Dallo sportellino appare il viso della guardia. L'Altro si alza, si mette davanti alla porta e grida) Porco! Porco! Guardami, guardami, testa di scia­ callo, lurido bastardo! Dai l'allarme! Nella cella della morte c'è uno sconosciuto! (La guardia guarda impassibile, poi se ne va).

Il Detenuto                    - (sconcertato). Non ci capisco più nulla. Non è possibile che non ti abbia visto! Non ha battuto ciglio. Sembrava che guardasse attraverso di te, come se fossi di vetro.

L’Altro                          - Per lui sono di vetro.

Il Detenuto                    - E per me no?

L’Altro                          - Sì e no. Per te esisto perché voglio esistere. Ho voce e carne. Puoi toccarmi, per convincerti. Lui però non mi vede, non mi sente.

Il Detenuto                    - Come mai?

L’Altro                          - È troppo complicato da spiegare. È in relazione al corpo astrale.

Il Detenuto                    - A che?

L’Altro                          - Vedi? Non sai nemmeno che cos'è il « corpo astrale ». Fra poco lo saprai. Avrai anche tu la coscienza del tuo corpo astrale.

Il Detenuto                    - Ma insomma, amico, che mi racconti?

L’Altro                          - Se mi lasciassi spiegare, capiresti perché sono venuto da te. (Con una certa so­lennità) Sono incaricato dall'Associazione dei detenuti defunti di alleviare i tuoi ultimi istan­ti, di spiegarti il meccanismo della morte e, in questo modo, farti andar via la paura.

Il Detenuto                    - (sbalordito). Brutto scherzo, vecchio mio!

L’Altro                          - Non è uno scherzo. Nell'ai di là...

Il Detenuto                    - Dove?

L’Altro                          - Non interrompermi. Nell'ai di là, dove sarai tra poco, alcuni nostri colleghi, uomini di cuore e di iniziativa, hanno pen­sato di creare un'organizzazione di persone decedute di morte violenta in seguito alle applicazioni della legge. Quest'associazione di ex condannati a morte per i delitti commessi - delinquenti uccisi, attraverso i tempi, dalla mano del boia, o scorticati vivi, annegati, bru­ciati, avvelenati, decapitati, impiccati, folgo­rati e così via - tutti questi, dico, hanno pen­sato di associarsi in una vasta congregazione internazionale. Mandare nelle prigioni emis­sari come me fa parte del programma dell'associazione.

Il Detenuto                    - Perché?

L’Altro                          - Te l'ho detto: per far sparire la paura del condannato, spiegandogli il mecca­nismo dell'esecuzione e dicendogli la verità vera, dalla fonte più sicura. Sarai impiccato. Lo sono stato anch'io. E in questa stessa pri­gione, dove la tradizione non è cambiata. Forse non mi riconosci, sei troppo giovane e queste cose si dimenticano in fretta. A me hanno messo il laccio al collo ventitré anni fa, per aggressione a mano armata e omici­dio, quando ho svaligiato la Banca di inve­stimenti agrari. Ci sono stati quattro morti. Un cassiere, una guardia, un poliziotto e un passante, perché scappando ho gettato delle granate per la strada. Insomma, ti raccon­terò i particolari dopo; ne avremo tutto il tempo.

Il Detenuto                    - Ma sei pazzo! Mi fai morire di paura! Non avvicinarti!

L’Altro                          - Non aver paura, non ti faccio nien­te. Lo so che non ci credi, ma è la verità. Vo­glio soltanto il tuo bene.

Il Detenuto                    - Come posso credere che tu sia morto, se ti vedo vivo, se parli?

L’Altro                          - Ti ho già detto del corpo astrale, una specie di guaina invisibile che ti fodera di dentro e ti avvolge anche di fuori, una spe­cie di rivestimento immateriale. Te lo spie­gherà meglio il professore, un tipo intelli­gente che ha sgozzato la sua amante, e per­ciò gli hanno tagliato la testa. È una testa di grande valore e si è occupato di quest'af­fare fin da quando era in vita. Abbi un po' di pazienza, e saprai tutti i particolari. L'ha spiegato anche a me, ma io non sono capace di ficcare in testa agli altri questa storia, per­ché mi imbroglio con le parole.

Il Detenuto                    - Anch'io girerò così per il mon­do? Con questi vestiti?

L’Altro                          - Dipende. Dopo un periodo di no­viziato, manderanno anche te in questa pri­gione o in un'altra dove ci sono gli stessi metodi, per far capire agli altri come fun­ziona la faccenda dell'impiccagione.

Il Detenuto                    - Non è possibile.

L’Altro                          - Ma sì. La commissione ti darà i vestiti che riterrà adatti. A me hanno dato il vestito da carcerato, perché hanno pen­sato che se tu avessi visto un detenuto non l'avresti subito buttato fuori, come un prete o un medico. Vedi che hanno avuto ragione? Sarei anche potuto venire vestito da guar­diano, se era il caso. Da qualcuno ci sono andato, vestito così.

Il Detenuto                    - Sai che sei buffo? Davvero, buffissimo. Ora piantala. Ad ogni modo ti ringrazio, mi hai fatto divertire un po'. Non so quello che vuoi, affar tuo, ma ho quasi dimenticato quel che mi aspetta.

L’Altro                          - Non l'hai dimenticato. Te ne ricor­derai fra poco. E se non ti dico esattamente quello che ti aspetta, nel minuto che precede quell'attimo, in cui capirai, ti si riempirà la strozza di paura. E morirai, stecchito, e sof­frirai.

Il Detenuto                    - E, quanto durerà? Qualche secondo, un minuto. Mi ha fatto più male dal dentista ed è durato di più.

L’Altro                          - Se non sai di che si tratta, ti irri­gidisci, ti aggrappi alla vita. L'agonia è più lunga e possono passare molti minuti finché muori davvero. Anche dieci, o venti.

Il Detenuto                    - (inquieto). Credi?

L’Altro                          - Sì, certo. Me lo hanno raccontato impiccati celebri, personaggi storici. Non ave­vano nessuna ragione di mentirmi.

Il Detenuto                    - Va bene, ma la morte è sem­pre .la morte, non puoi risparmiarmela. E nemmeno la paura. La paura appartiene alla morte.

L’Altro                          - No, la paura appartiene al condan­nato. Si ha paura perché non si sa « come » e soprattutto « che cosa » ci aspetta nell'ai di là. O se esiste un al di là. L'ignoto, credi a me, è questa la causa.

Il Detenuto                    - No, io ho paura per tutt'altro motivo. Non della morte. Della vita che sto perdendo. Mi spaventa la perdita della vita. Cioè del mondo, dell'aria, della gente, delle strade, del cielo, di tutto. Spariscono. Se spa­risco io, tutto questo non esiste più. Né per me, né per gli altri che ho conosciuto. Spari­scono anche loro. Tutti muoiono. Quando fi­nirò io, amico, finirà tutta la vita. La fine del mondo, questo mi spaventa, di questo ho paura!

L’Altro                          - Appunto. Non c'è di che spaventar­si. La morte non interrompe niente. Trasforma. È un passaggio. Varchi una soglia e hai la vita davanti a te. In un altro modo. Vedrai come. È la soglia che è difficile. Se non co­nosci il trucco, invecchi di colpo.

Il Detenuto                    - Storie. Non c'è nessuna soglia. È un sudicio buco in cui si cade senza fer­marsi. Nell'ai di là non c'è niente.

L’Altro                          - Come fai a saperlo? Io sono la mi­glior prova che c'è qualcosa nell'ai di là, che questo al di là esiste. L'ai di là è una cosa diversa da qui, d'accordo. Vedrai me, degli altri, dei tizi, della gente come qui. La gente di qui, quelli che hanno varcato la soglia.

Il Detenuto                    - Ci sono anche donne?

L’Altro                          - Certo.

Il Detenuto                    - E... è permesso di... Perché sai, da sei mesi...

L’Altro                          - È permesso. Un po' diversamente da qui, ma lo vedrai da te come succede. Cre­dimi, non ho nessuna ragione di raccontarti frottole. Si fa in fretta. Ti chiameranno dal direttore. Come sai, ti metteranno le manette e il cappuccio. Il regolamento. Due guardie ti prendono per il braccio. Ti accompagnano per i corridoi verso il suo ufficio.

Il Detenuto                    - Lo so, ci sono stato.

L’Altro                          - Esatto. C'è una sola differenza: sta­volta, dopo essere arrivati in fondo al corri­doio e aver voltato a destra, come di solito, camminate di meno - non te ne accorgi per­ché non vedi nulla - e prendi la strada senza uscita. È un passaggio lungo e stretto, nel quale camminerai da solo. Ed è finita.

Il Detenuto                    - Come finita? E la corda?

L’Altro                          - Sai, nella cella, mentre uno ti chiu­de le manette, l'altro, da dietro, ti mette sulla testa il cappuccio. Sul cappuccio, è infilato il laccio della corda. Non lo senti.

Il Detenuto                    - (interessato). Bene, ma...

L’Altro                          - Lo so. Come lo attaccano? Quando arrivate al bivio, il boia, che cammina die­tro di te e tiene in mano il capo della corda, la attacca con un uncino a una sbarra di ac­ciaio, solida, fissata al soffitto del corridoio di esecuzione. La corda scivola insieme a te, e...

Il Detenuto                    - E...

L’Altro                          - La corda è lunga. Quando non hai più terra sotto i piedi, fai una caduta di dodici metri. Quando la corda si tende ti rompi il collo e muori all'istante. Nel medesimo atti­mo, senza transizione, solo con la breve sen­sazione della caduta nel vuoto, sei già nell'ai di là. Cioè da noi. Mi ritrovi e sarà tutto a posto. Da quando lasci la cella fino a che ci rivediamo, passa circa un minuto. Buona for­tuna! Ti aspetto qui. O, se preferisci, vengo con te.

Il Detenuto                    - No, no... perché? (Con un riso forzato) Preferisco ritrovarti qui.

L’Altro                          - Come vuoi. Sono venuti a chiamarti per andare dal direttore. (Si apre la porta del­la cella).

Prima Guardia               - Il 111 dal direttore. (Entra la seconda Guardia. Si china e gli mette le ca­tene ai piedi. Poi le manette ai polsi. Tutto avviene con indifferenza. La prima Guardia, rimasta indietro, gli infila rapidamente un cappuccio nero, col laccio. La corda è tenuta da una persona che sta nel corridoio, ma che non si vede).

Seconda Guardia          - Vieni, amico! (Le due guardie lo prendono per il braccio ed escono con lui).

Il Detenuto                    - Arrivederci.

L’Altro                          - Arrivederci. (Rimasto solo, sospira e beve un sorso dalla bottiglietta) Uffa! (Ap­pare la terza Guardia che spegne il magnetofono, mette ordine nella cella e, dopo un po', si rivolge all'Altro).

Terza Guardia               - Avete finito con lui, signo­re? Ma quanto è durato, quanto è durato...

L’Altro                          - Che volete? Un uomo anche lui, co­me tutti gli altri. Ad ogni modo la paura gli è passata. Avete visto? Non si divincolano più: intuiscono, già intuiscono come i polli e il bestiame prima di essere sgozzati. È inu­tile tutto questo rimodernamento, col cap­puccio, col passaggio stretto, col « ti chiama il signor direttore ». È come se il diavolo lo sapesse, e glielo dicesse all'orecchio che li porti alla morte e non dal direttore. Non ave­te visto quello del mese scorso? Pareva inde­moniato. « Perché mi chiama il direttore? Ci sono già stato due volte. Cosa vuole? Che venga lui qui. Non esco dalla cella! ». L'han­no trascinato a forza, e sapeva benissimo dove lo portavano. È stata buona l'idea del capo. Ho fatto pratica col primo, ora sarà sempre più facile. (Si sente un gong).

Terza Guardia               - È finita. Gli hanno rotto il collo. Non gli avete parlato del gong...

L’Altro                          - Me ne sono dimenticato...

Terza Guardia               - Vado a vedere. Voi non venite?

L’Altro                          - Ma sì. (La terza Guardia si sposta dalla porta. L'Altro beve ancora un sorso dalla bottiglietta, poi vuol uscire. Sulla so­glia appare il Detenuto).

Il Detenuto                    - Grazie, grazie mille, vecchio mio! Avevi ragione. Come una puntura al dito. È formidabile questa nostra associazio­ne, amico!

L’Altro                          - (si lascia cadere sul letto, con voce spenta). Che scherzo è questo? Chi sei?

Il Detenuto                    - Insomma, insomma, furbac­chione, non ci casco più! Fai finta di non co­noscermi? Mi prendi in giro per non averti creduto. Devi ammettere che non è stato fa­cile, soprattutto in una situazione come la mia! Ti ho dato abbastanza grattacapi. Scu­sami! Beviamo un sorso. Mi sembra che avevi una bottiglia.

L’Altro                          - (livido). Non ti avvicinare. Faccio chiamare le guardie!

Il Detenuto                    - Fai come a casa tua! Nessuno ti sente, nessuno ti vede. Su, scherzi a parte, dimmi che si fa ora.

L’Altro                          - Non ti hanno impiccato? Dov'è il cappuccio? Non hai più le manette... Non ti avvicinare!

Il Detenuto                    - Non le ho. Sono rimaste col cadavere. Sono rimasto lì, a guardare come mi hanno slegato e come sono venute le guar­die, il direttore, il medico, tutta la cricca, per vedermi. Hanno constatato la mia morte. Vie­ni a vedere, sono ancora là. Tanto per ridere un po'. È straordinario esser morto per gli altri e divertirti a essere vivo!

L’Altro                          - Non mi toccare! (Si alza, esita, cor­re verso la porta urlando) È vivo! Signor di­rettore, dottore, aiuto! (La voce si spegne).

Il Detenuto                    - Che diavolo avrà? Era terro­rizzato. Che mi venga un colpo se ci capisco. Che mi venga... per modo di dire... (Ride). Tornerà. Non mi lascerà mica qui. Ed ora che cosa faccio? (Si siede sul letto).

FINE

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