Il piccolo principe

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CIS

Il Piccolo Principe

di Antoine de Saint Exupery

PERSONAGGI E INTERPRETI

ANTOINE

VOLPE

PICCOLO PRINCIPE

ROSA

VANITOSO

RE

UBRIACONE

LAMPIONAIO

UOMO D’AFFARI

GEOGRAFO

SERPENTE

                                                     

                                                       

                                          

IL PICCOLO PRINCIPE

                                                        Burattinata Esoterica

                                                         in due atti

        (Libero adattamento del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry)

                    Un pupazzo di scimmietta sbuca fuori dal sipario chiuso per annunciare (la voce è registrata):

                    “Signore… Signori… buona sera.

Voce:          In questo preciso istante è cominciata una fiaba, e ci crediate o no, io ne faccio parte tanto quanto voi, sì proprio voi che mi guardate dalle vostre sedie convinti di essere soltanto spettatori. Ebbene, non dimenticate questo: io vi sto osservando e per me siete attori in piena funzione.

                    Ecco, quello che dovevo dire, l’ho detto. Non mi rimane che augurarvi un buon divertimento.”

                                   (si ode una musica mentre si spegne il faretto sulla scimmia e

                                    si apre il sipario.)

                                    Mentre la scena rimane al buio una voce comincia a

                                    narrare…:

Ant.:            Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro colorato vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell’atto di inghiottire un elefante.

                    Lo copiai e così nacque il mio primo disegno…

                                    (il faretto si riaccende su un piccolo teatro dei burattini da

                                     cui vien mostrato il disegno n° 1,    il tempo di farlo vedere

                                     e rispegnere)

                    … questo. Lo mostrai subito alle persone grandi chiedendo loro se il disegno li spaventava. Ma mi risposero: spaventare? Perché mai uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?”

                    Il mio disegno non era un cappello, era un boa che digeriva un elefante. Ebbene nessuno voleva crederci. Fu così che rinunziai a quella che avrebbe potuto essere la mia gloriosa carriera di pittore, ed imparai a pilotare gli aeroplani. (si riaccende il faretto e questa volta a parlare è un burattino)

                    Ho incontrato molte persone importanti nella mia vita, ed ogni volta che uno di loro mi sembrava di mente aperta, tentavo l’esperimento del mio disegno numero uno, ma chiunque fosse, uomo o donna, mi rispondeva: è un cappello. E allora non parlavo più di boa, di foreste e di stelle. Mi abbassavo al loro livello. Gli parlavo di politica, di cravatte, di bridge; e loro erano soddisfatti di avere incontrato un uomo tanto sensibile.

                    Così ho trascorso la mia vita solo, senza nessuno cui poter parlare, fino a sei anni fa quando ebbi un incidente col mio aeroplano, nel deserto del Sahara.  (si rispegne)

                    La prima notte dormii sulla sabbia; ero solissimo come un naufrago in mezzo all’oceano. Potete immaginare il mio stupore di essere svegliato all’alba da una strana voce.

                                      (Si riaccende la luce. La scena rappresenta un paesaggio

                                       stellare: sullo sfondo un grande poster della terra vista

                                       dallo spazio; pendenti dal soffitto, e di misura diversa, tanti

                                       mappamondi. Sul proscenio, poggiato su un cubo, un

                                       modellino di aereo, più indietro una grossa valigia da cui

                                       Antoine tirerà fuori delle grosse chiavi da meccanico.

                                       Antoine è poggiato a terra, sul cubo e dorme. Il Piccolo

                                       Principe lo scuote dolcemente per svegliarlo.)

P.P.  :          Ehi… ehi… (lo scuote. Antoine si desta e lo guarda)… ehi

                    Mi disegni, per favore, una pecora?

Ant.  :          Cosa?

P.P.  :          disegnami una pecora

Ant.  :          (si stropiccia gli occhi, si palpa per assicurarsi di non sognare)

                    Ma che cosa fai qui?

P.P.  :           per piacere, disegnami una pecora.

Ant.  :          (senza staccargli gli occhi di dosso mette le mani in tasca e tira fuori carta e penna). Ma… io non so disegnare, sono un aviatore.

P.P.  :           non importa. Disegnami una pecora.

Ant.  :          (disegna qualcosa in fretta e glielo passa: è il disegno n°1)

                    Ecco questa è l’unica cosa che so disegnare.

P.P.  :           No, no! Non voglio l’elefante dentro il boa. I serpenti sono pericolosi e gli elefanti molto ingombranti. Dove vivo io tutto è molto piccolo. Ho bisogno di una pecora: disegnami una pecora.

Ant.  :          Ma ti dico che non so disegnare le pecore.

P.P.  :           tu provaci.

                             (Ant. ne disegna una e gliela mostra)

                    Ma questa è una pecora malata. Io non la voglio malata. Fammene un’altra.    (Ant. ne fa un’altra)…

                    Questa non è una pecora, ma un ariete: ha le corna.

                             (Ant., che disegna sempre più velocemente, ne fa un’altra e gliela

                               fa vedere)

                    Questa è troppo vecchia. Io – voglio – una pecora – giovane.

                             (Ant. in un lampo fa un ultimo disegno e glielo passa)

Ant.  :          Questa è soltanto la sua casetta. La pecora che volevi sta dentro.

P.P.  :          ah finalmente. Questo è quello che mi ci voleva.

                    Ma dimmi, pensi che questa pecora dovrà avere una gran quantità  di erba?

Ant.  :          Perché mi chiedi questo?

P.P.  :           Perché dove vivo io, tutto è molto piccolo.

Ant.  :          non devi preoccuparti, l’erba sarà sufficiente, perché la pecora che ti ho dato è molto piccola.

                    Ma ora dimmi, chi sei? E da dove vieni? Dove porterai la mia pecora?

P.P.  :          (indicando uno dei globi sospesi in aria)

                    Io sono il Piccolo Principe, non vedi il mantello, gli abiti?

                              (Ant. lo osserva)

Ant.  :          E già, non ci avevo fatto caso? Sei tutto vestito da principe, quindi non puoi che essere un principe, ma… principe di che cosa?

P.P.  :           il mio mondo è quello lì, quel piccolo pianetino, vedi?… è talmente piccolo che è grande come una casa. Sai, ogni mattina devo fare il giro di tutto il mio regno per strappare al terreno tutti i baobab germogliati, per impedire che le loro radici, stritolando il mio pianetino mi rubino il luogo da cui ammiro i tramonti.

                    A proposito, perché non mi porti a vedere un tramonto?

Ant.  :          Ti porto dove?

P.P.  :           a vedere un tramonto.

Ant.  :          Ma… per vedere un tramonto… bisogna aspettare.

P.P.  :           aspettare che cosa?

Ant.  :          che il sole tramonti, piccolo amico mio. Sai, questo è un pianeta grande. Sul tuo basta spostare la sedia di qualche passo, e ti godi un tramonto. Qui bisogna solo aspettare… aspettare che il sole tramonti.

P.P.  :           E già, hai proprio ragione. Chissà perché credo sempre di essere a casa mia. Forse tu non mi crederai, ma un giorno, sul mio pianetino, ho visto il sole tramontare quarantatre volte. Sai, quando si è molto tristi si amano i tramonti, e quel giorno ero tanto triste.

Ant.  :          senti mi daresti una mano a riparare questo benedetto aereo?

                          (Ant. tira fuori dalla valigia una enorme chiave da meccanico e

                            comincia a mimare riparazioni mentre P.P. lo guarda)           

                    Non voglio mica fare l’eremita a vita qui in questo deserto.

                    Certo non mi posso lamentare; ho trovato un amico con cui parlare, sono stato davvero fortunato, ma non posso per questo rimanere qui.

                    Non credi?

P.P.  :          certo, certo (si allontana un attimo: va verso il pianetino sospeso in

                                        aria)

Ant.  :          nostalgia?

P.P.  :           No, no; sono solo preoccupato.

Ant.  :          preoccupato? E di che cosa?

P.P.  :           senti un po’, ma… la pecora, oltre all’erba, mangia pure i fiori?

Ant.  :          Ah le pecore mangiano qualunque cosa. Sì, credo che mangino pure i fiori, anzi ne sono sicuro.

P.P.  :           Anche i fiori con le spine?

Ant.  :          Certo, anche i fiori con le spine.

P.P   :           Ma allora le spine a che servono?                  

                            (Ant. non riesce a svitare un bullone, è quindi irritato)

Ant.  :          le spine non servono assolutamente a niente, sono pura cattiveria da parte dei fiori. E poi questo non è un argomento serio o importante.

P.P.  :           Per te non è importante, perché tu ragioni come i grandi.

                    Se io conosco un fiore unico al mondo, che non esiste da nessuna altra parte, altro che nel mio pianeta e che una piccola pecora può distruggere senza capire quello che fa, non è importante questo?

                    Se qualcuno ama un fiore unico, non è importante questo?

                    E non è altrettanto importante se una pecora può mangiarlo così in un attimo? Cosa farei io se il mio fiore sparisse, eh?

                              (P.P. si porta il braccio sul viso singhiozzando)

Ant.  :          ma io non volevo dir questo. Ero solo arrabbiato con i bulloni.

                    I fiori sono importantissimi, ed il tuo non è affatto in pericolo: disegnerò una museruola per la pecora, ed una corazza per il tuo fiore.

                              (si spengono le luci e subito la voce del narratore comincia il

                                racconto mentre due personaggi mimeranno la storia:)

                              

                               P.P. e rosa (mimo)   nel teatrino piccolo compare una rosa

Narratore:    C’erano sempre stati sul pianeta del Piccolo Principe dei fiori molto semplici… apparivano un mattino nell’erba e si spegnevano la sera. Ma questo era spuntato un giorno come per miracolo, cresceva assai lentamente, non smetteva più di prepararsi ad essere bello. Sceglieva con cura i suoi colori, si vestiva lentamente, aggiustava i suoi petali ad uno ad uno. La sua misteriosa toeletta era durata giorni e giorni. E poi, ecco che un mattino, proprio all’ora del levar del sole, si era mostrato. Il Piccolo Principe ne era rimasto ammirato:

P.P.  :           Come sei bella!

Rosa :          “Vero… e sono nata insieme al sole…” (il mimo si pavoneggia mentre il P.P. le gira intorno)

Rosa :          “credo che sia l’ora della colazione… vorresti pensare a me…”

                           (Il P.P. confuso prende un innaffiatoio e l’innaffia)

Rosa :          Sai, con queste mie quattro spine non temo nessuno! Possono venire pure le tigri con i loro artigli!…   (mostrando le sue quattro spine)

P.P.  :           Non ci sono le tigri sul mio pianeta.

Rosa :          Ma te l’ho detto, io non ho paura delle tigri, ma orrore delle correnti d’aria… non hai per caso un paravento o almeno una campana di vetro per ripararmi dal freddo…

P.P.  :           (rivolgendosi al pubblico mentre il mimo va). Avrei dovuto non ascoltarla, non bisogna mai ascoltare i fiori. Basta guardarli e respirarli. Il mio profumava il mio pianeta ma non sapevo rallegrarmene. Avrei dovuto giudicarlo dagli atti, non dalle parole. Mi profumava e mi illuminava. Avrei dovuto indovinare la sua tenerezza dietro le piccole astuzie. I fiori sono così contraddittori! Ma ero troppo giovane per sapere amare.

                    (Musica)  buio                poi luce lenta    (P.P. e rosa)

Narratore:    Il P.P. approfittò, per venirsene via, di una migrazione di uccelli selvatici. Il mattino della partenza mise bene in ordine il suo pianeta. Spazzò accuratamente il camino dei suoi vulcani in attività. Possedeva due vulcani in attività ed era molto comodo per far scaldare la colazione al mattino… ma quando innaffiò per l’ultima volta il suo fiore, scoprì che aveva una gran voglia di piangere.

P.P.  :           Addio

                        (il fiore non risponde)

P.P.  :           Addio

Rosa :          Sono stata una sciocca, scusami e cerca di essere felice.  (pausa)

                    Ma sì, ti voglio bene e tu non l’hai saputo per colpa mia.  (pausa)

                    Lascia questo paravento, non lo voglio più.

P.P.  :          Ma il vento…

Rosa :          Non sono così raffreddata. Sono un fiore.

P.P.  :          Ma le bestie…

Rosa :          Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle, sembra che siano così belle… delle grosse bestie non ho paura. Ho i miei artigli.    (mostra ancora le sue quattro spine.)

Rosa :          Non indugiare così, è irritante. Hai deciso di partire e allora vattene!

Narratore:    Non voleva che lo si vedesse piangere. Era un fiore così orgoglioso!

                    (musica)             P.P. e Re  (nel teatrino compare un re)

Narratore:    Il P.P. si trovava nella regione degli asteroidi: 325, 326, 327 ecc.

                    Cominciò a visitarli per cercare un’occupazione e per istruirsi.

                    Il primo asteroide era abitato da un Re.

Re  :             Ah, ecco un suddito.

P.P.  :           Come puoi riconoscermi se non mi hai mai visto?

Re  :             Non sai che per i re il mondo è molto semplificato? Tutti gli uomini sono sudditi.       (pausa)

Re  :             Avvicinati che ti veda meglio .

                         (il P.P. cerca con gli occhi dove potersi sedere, ma il pianeta è tutto

                          occupato dal magnifico manto di ermellino.

                          Deve rimanere in piedi, ma è tanto stanco che sbadiglia)

Re  :             E’ contro l’etichetta sbadigliare alla presenza di un re, te lo proibisco.

P.P.  :           Non posso farne a meno, ho fatto un lungo viaggio e non ho dormito…

Re  :             allora ti ordino di sbadigliare. Sono anni che non vedo qualcuno che sbadiglia e gli sbadigli sono una curiosità per me.

                    Avanti! Sbadiglia ancora. È un ordine.

P.P.  :           Mi avete intimidito… non posso più

Re  :             Allora io… ti ordino di sbadigliare un po’ e un po’…

                     (pausa – il Re è pensoso e si gratta il mento)

P.P.  :          Posso sedermi?  (timidamente)

Re  :            Ti ordino di sederti (ritira una falda del mantello)

P.P.  :          Sire, scusatemi se vi interrogo…

Re   :           Ti ordino di interrogarmi.

P.P.  :          Sire, su che cosa regnate?

Re  :            Su tutto

P.P.  :          Su tutto? (il Re indica le stelle e i pianeti) su tutto questo?

Re  :            Su tutto questo… (con falsa modestia)

P.P.  :          E le stelle vi ubbidiscono?

Re  :            Certamente. Mi ubbidiscono immediatamente. Non tollero l’indisciplina.

P.P.  :          (speranzoso)  Vorrei tanto vedere un tramonto… Fatemi questo piacere, ordinate al Sole di tramontare…

Re  :            L’avrai il tuo tramonto, lo esigerò, ma nella mia sapienza di governo aspetterò che le condizioni siano favorevoli.

P.P.  :          E quando saranno?

Re  :            Hem! Hem! (il Re consulta un grosso libro) Hem! Hem! Sarà verso… verso… sarà questa sera verso le sette! E vedrai come sarò ubbidito a puntino!

P.P.  :          (sbadigliando) Non ho più niente da fare qua, me ne vado

Re  :            Non partire, non partire… ti farò ministro!

P.P.  :          Ministro di che?

Re  :            Di… della Giustizia!

P.P.  :          Ma se non c’è nessuno da giudicare!

Re  :            (pausa – riflette) … Beh, giudicherai te stesso! È la cosa più difficile. È molto più difficile giudicare se stessi che gli altri.

                    Se riesci a giudicarti bene è segno che sei veramente saggio.

P.P.  :          Io posso giudicarmi ovunque. Non ho bisogno di abitare qui.

Re  :            Hem! Hem! Credo che da qualche parte sul mio pianeta ci sia un vecchio topo. Lo condannerai a morte di tanto in tanto. Così la sua vita dipenderà dalla tua giustizia. Ma lo grazierai ogni volta per economizzarlo. Non ce n’è che uno.

P.P.  :          Non mi piace condannare a morte, preferisco andarmene.

Re  :            No

P.P.  :          Se Vostra maestà desidera essere ubbidito puntualmente può darmi un ordine ragionevole. Potrebbe ordinarmi, per esempio, di partire subito. Mi pare che le condizioni siano favorevoli… (va)

Re  :             Ti nomino mio ambasciatore…

Narratore :   Sono ben strani i grandi pensò il P.P. mentre si allontanava.

                            (musica  cambio di burattini: cappello a corona)

                           Il 2° pianeta era abitato da un vanitoso.

Van.  :          Ah! Ah! Ecco la visita di un ammiratore.

P.P.  :           Buon giorno, che buffo cappello avete!

Van.  :          E’ per salutare quando mi acclamano. Ma sfortunatamente non passa  mai nessuno da queste parti.

P.P.  :           Ah, sì?

Van.  :          Batti le mani l’una contro l’altra (il P.P. esegue, il Van. Saluta)

P.P.  :           (al pubblico). È più divertente che la visita al Re (batte ancora le mani  più volte, ogni volta il Van. saluta, poi stufo al pubblico)

                     E che cosa bisogna fare perché il cappello caschi?

Van.  :          Mi ammiri molto, veramente?

P.P.  :           Che cosa vuol dire ammirare?

Van.  :          Ammirare vuol dire riconoscere che io sono l’uomo più bello, più elegante, più ricco e intelligente di tutto il pianeta.

P.P.  :           Ma tu sei solo sul tuo pianeta!

Van.  :          Fammi questo piacere. Ammirami lo stesso!

P.P.  :           Ti ammiro (alza le spalle) ma tu che te ne fai?        (va)

Narratore:    Decisamente i grandi sono ben bizzarri diceva con semplicità a se stesso il P.P., durante il suo viaggio.

                                 (musica  cambio burattino)

                    Il 3° pianeta era abitato da un ubriacone   (tavolo  bottiglia)

P.P.  :           Che cosa fai?

Ubriac. :      Bevo.   (lugubre)

P.P.  :           Perché bevi?

Ubriac. :      per dimenticare

P.P.  :          Per dimenticare che cosa?  (con pena)

Ubriac. :      Per dimenticare che ho vergogna  (abbassa la testa)

P.P.  :          Vergogna di che?  (affettuoso)

Ubriac. :      Vergogna di bere!

Narratore:    Il P.P. se ne andò perplesso: i grandi decisamente sono molto, molto strani.

                                  (musica  cambio burattino)

Narratore:    Il 4° pianeta era abitato da un uomo d’affari.

                    Quest’uomo era così occupato, che all’arrivo del P.P. non alzò neppure la testa.

P.P.  :           Buon giorno signore. La sua sigaretta è spenta.

Uomo d’af.: Tre più due fa cinque. Cinque per sette trentacinque. Trentacinque meno quattro trentuno. Trentuno più venti cinquantuno. (guarda il ragazzo) Ah sì, buon giorno. Cinquantuno più un milione e settecentoventi (lo riguarda) io non ho tempo da perdere: un milione e ottocento trentuno.

P.P.  :           un milione e ottocento di che?

Uomo d’af.: Hem! Sei sempre lì tu? Ottocento e un milione di… non lo so più. Ma non vedi quanto ci ho da fare . Sono un uomo serio io, sai. Non mi diverto mica con delle frottole! Sette e sette quattordici, più…

P.P.  :           ottocento e un milione di che?

Uomo d’af.: milioni di quelle piccole cose che spesso si vedono nel cielo.

P.P.  :           di mosche?

Uomo d’af.: ma che mosche e mosche. Di quelle piccole cose che brillano.

P.P.  :           di lucciole?

Uomo d’af.: ma no, no. Di quelle piccole cose dorate che fanno fantasticare i poltroni. Ma io sono un uomo serio, io! Non ho il tempo di fantasticare, io.

P.P.  :           Ah! Distelle!

Uomo d’af.: di stelle, proprio di stelle.

P.P.  :           e che te ne fai di cinquecento milioni di stelle?

Uomo d’af.: Che cosa me ne faccio?

P.P.  :           sì.

Uomo d’af.: niente. Le possiedo.

P.P.  :           tu possiedi le stelle?

Uomo d’af.: Sì, le possiedo.

P.P.  :           e a che ti serve possedere le stelle?

Uomo d’af.: mi serve ad essere ricco.

P.P.  :           e a che ti serve essere ricco?

Uomo d’af.: a comperare delle altre stelle.

P.P.  :           e che te ne fai?

Uomo d’af.: come che me ne faccio. Le amministro. Le conto, le riconto. Insomma le amministro. È difficile, ma io sono un uomo serio e lo faccio.

P.P.  :           ma io se possiedo un fazzoletto di seta, posso metterlo intorno al collo e portarmelo via. Se possiedo una palla, posso prenderla e portarmela via. Come fai tu a portarti via le stelle?

Uomo d’af.: ma certo che non posso portarle. Però… però posso depositarle in banca.

P.P.  :           e che vuol dire?

Uomo d’af.: vuol dire che scrivo su un pezzo di carta il numero delle mie stelle e poi chiudo a chiave questo pezzo di carta in un cassetto.

P.P.  :           tutto qui?

Uomo d’af.: è sufficiente.

P.P.  :           Vedi, io possiedo un fiore, e lo innaffio tutti i giorni. Poi possiedo tre vulcani, e tutte le settimane spazzo loro il camino. Che io li possegga è utile ai miei vulcani, è utile al mio fiore. Ma tu non sei utile alle tue stelle.        

                               (cambio burattino)          (il bambino esce di scena)

Narratore :   L’uomo d’affari aprì la bocca ma non trovò nulla da rispondere, anche perché il Piccolo Principe aveva continuato il suo viaggio ed era approdato nel 5° pianeta, un pianeta strano più o meno come quelli che aveva visitato.

                    Qui vi era un lampione e un lampionaio.

                    “Finalmente”, si disse il Piccolo Principe, “uno che fa un mestiere utile”.

                             (Il lampionaio, che ha una candela su una colonna, la spegne e la

                              riaccende continuamente)

P.P.  :          Buon giorno. Perché spegni il tuo lampione?

Lamp. :       è la consegna. Buon giorno.

P.P.  :          Che cos’è la consegna?

Lamp. :       è di spegnere il mio lampione. Buona sera.

P.P.  :          e adesso perché lo riaccendi?

Lamp. :       è la consegna.

P.P.  :          non capisco cosa vuoi dire.

Lamp. :       non c’è nulla da capire. La consegna è la consegna. Buon giorno.

                    (tira fuori dalla tasca un enorme fazzoletto e s’asciuga il sudore)

                    vedi ragazzo, il mio è un mestiere terribile. Una volta tutto andava bene, perché accendevo la sera e spegnevo al mattino, e così avevo tempo per riposarmi. Ma purtroppo il pianeta di anno in anno ha girato   sempre più in fretta e la consegna non è stata cambiata: accendere la  sera e spegnere al mattino.

P.P.  :           ebbene?

Lamp. :        ebbene, adesso questo pianeta fa un giro al minuto, e così non ho più  un secondo di riposo. Accendo e spengo continuamente.

P.P.  :           Ma è divertente! Qui da te i giorni durano un solo minuto!

Lamp. :        Non è per nulla divertente. Ma lo sai tu che stiamo parlando da un mese?

P.P.  :           da un mese?

Lamp. :        sì, buona sera, proprio da un mese   (intanto continua a spegnere e dire buon giorno e ad accendere e dire buona sera): trenta minuti, trenta giorni! Buon giorno.

P.P.  :           cosa posso fare per te?

Lamp. :        Ciò che desidero più di tutto nella mia vita è di dormire. Dammi un consiglio per cui io possa dormire. Che mi dici?

P.P.  :           purtroppo non so cosa dirti. Io vorrei aiutarti, ma non saprei proprio  come. Sei proprio sfortunato amico mio.

Lamp. :        Sì, sono proprio sfortunato  (spegne un’ultima volta e si smorzano le luci fino al buio) buona sera.

Narratore :   Il Piccolo Principe avrebbe tanto voluto aiutare il lampionaio e diventare pure suo amico, ma considerata la piccolezza di quel pianeta concluse che non ci poteva esser posto per due.

                    Peccato, perché sarebbe stato bello per lui che amava tanto i tramonti, assistere ai millequattrocentoquaranta tramonti di quel pianetino!

                    Ma ecco che, mentre proprio faceva queste amare e nello stesso tempo belle considerazioni, giunse al 6° pianeta.

                    Qui vi abitava un vecchio signore che scriveva degli enormi libri: era un Geografo.

                         (cambia burattino e cambia ovviamente scena: ad ogni personaggio

                          corrisponde un burattino che, rappresentando una qualità o un

                          difetto, di volta in volta viene consegnato dal burattinaio ad

                          Antoine, perché ne diventi cosciente. Il nostro aviatore-naufrago ne

                          accetterà la consegna in modo simbolico).

Geografo :   e tu chi sei, da dove vieni?

P.P.  :           io sono il Piccolo Principe. Che cos’è questo grosso libro? Che cosa fai qui?

Geografo :        (con solennità) sono… un geografo.

P.P.  :          che cos’è un geografo?

Geografo :   il geografo, è… un sapiente, sì un sapiente che sa dove si trovano i mari, i fiumi, le città, le montagne e i deserti. Sì, i deserti.

P.P.  :                (guardando una carta geografica o un libro)

                    Che bello! Finalmente un mestiere vero. È bello (e si guarda intorno) come il tuo pianeta. Dimmi, ci sono degli oceani qui?

Geografo :   non lo posso sapere.

P.P.  :           e delle montagne?

Geografo :   non lo posso sapere.

P.P.  :           e delle città, fiumi, deserti?

Geografo :   nemmeno questo posso sapere.

P.P.  :           ma siete un geografo!

Geografo :   esatto. Ma non sono un esploratore. Manco completamente di esploratori: quelli che fanno il conto delle città, dei fiumi e delle montagne, degli oceani e dei deserti.

                    Il geografo, modestamente, è troppo importante per andare in giro. Non lascia mai il suo ufficio. A proposito, ma tu non vieni da lontano? Sei certamente un esploratore. Mi devi descrivere il tuo pianeta.

                    (si siede e carta e penna nelle mani aspetta il racconto del P.P.)

                    … ebbene?

P.P.  :          Sai, da me non è molto interessante: è talmente piccolo!

                    Ho tre vulcani, di cui uno spento, ma… non si sa mai

Geografo :   è già: non si sa mai!

P.P.  :           ho anche un fiore.

Geografo :   Un fiore? Non ci interessa: noi non annotiamo cose effimere.

P.P.  :           che vuol dire effimero?

Geografo :   le montagne durano, i deserti durano e pure i mari, un fiore invece no: può scomparire da un momento all’altro. Ecco perché è effimero.

P.P.  :          vuol dire che il mio fiore è destinato a scomparire presto?

                             (il Geografo annuisce)

                    Povero piccolo fiore! Ha solo quattro spine con cui difendersi dal mondo, ed io l’ho lasciato solo!

                    Mah! Ormai sto qui in viaggio e non posso farci niente. Adesso devo andare, ma ditemi: che cosa c’è da visitare che ne valga la pena?

Geografo :   Visitare, visitare… conosci il pianeta Terra?

P.P.  :           no.

Geografo :   Vacci. Ne vale proprio la pena: ha un’ottima reputazione.

                            (si spegne la luce sul sesto pianeta. Cambio burattino.

                              Scimmietta)

Narratore :   Il 7° pianeta fu dunque la Terra.

                    La Terra non è un pianeta qualsiasi! Ci si contano cento e undici re, settemila geografi, novecentomila uomini d’affari, sette milioni e mezzo d’ubriaconi, trecentododici milioni di vanitosi, cioè due miliardi circa di adulti. Per darvi un’idea della grandezza della Terra basta dirvi questo: prima dell’invenzione dell’elettricità, per accendere i lampioni ci volevano 462.000 e cinquecento lampionai.

                    Ma ora mi devo fermare, perché il Piccolo Principe è andato a dormire, e noi ne approfittiamo per chiudere il primo atto. A fra poco.

                                       Si chiude il sipario sul primo atto.

               

                                                           2° ATTO

                    (mentre si apre il sipario sul secondo atto la voce del narratore:)

Narratore :   Il Piccolo Principe, arrivato sulla Terra, fu molto sorpreso di non vedere nessuno, e pensò addirittura di aver sbagliato pianeta, quando improvvisamente gli venne incontro un serpente.

P.P.  :           ciao

Serp. :          ciao   (con accento fascinatore e lezioso)

P.P.  :           su quale pianeta mi trovo?

Serp. :          sulla Terra, caro, e precisamente in Africa.

P.P.  :           Ma non c’è nessuno sulla Terra?

Serp. :          questo è un deserto, tesoro, e nei deserti non c’è mai nessuno.

                              (il P.P. si siede su una pietra e guarda in cielo)

P.P.  :           Mi domando se le stelle sono illuminate perché ognuno possa un giorno trovare la sua. Oh, guarda… vedi quel piccolo pianetino?

Serp. :          sii.

P.P.  :           ecco, io abito lì.

Serp. :         è bello il tuo pianetino. Ma dimmi, perché sei venuto qui?

P.P.  :          Ho avuto delle difficoltà con un fiore, ed allora… tu piuttosto: sei un così buffo animale! Sei sottile e gracile come un dito.

Serp. :         ma sono più potente di un dito del re.

P.P.  :          a dire il vero non mi sembri molto potente… non hai neppure le zampe e non puoi camminare.

Serp. :         si è vero: non ho le gambe e non posso camminare, ma posso trasportarti più lontano che un bastimento.

                                     (gira attorno al P.P. e lo incanta)

                    colui che tocco, lo restituisco alla terra da cui è venuto.

                                            (si allontana dal P.P.)

                    Ma tu sei un puro e vieni da una stella. Però… un giorno… se rimpiangerai il tuo pianetino, o se questa terra è troppo per te così debole e indifeso… io posso…

Serp. :         Mamma mia come sei complicato! Ho capito tutto.

                           (le luci si spengono, e la solita scimmietta, dal teatrino dei

                             burattini racconta:)

Narratore :   Il Piccolo Principe traversò il deserto. Prima incontrò un fiore, poi l’eco delle montagne, e infine un giardino di rose. Qui si sentì molto infelice, perché il suo fiore gli aveva detto di essere unico al mondo, e non era vero: il suo era un qualsiasi fiore, una qualsiasi rosa fra tante. Mentre se ne stava seduto soprappensiero apparve la volpe.

                                         (gioco di luci e nuovo burattino)

Volpe :        Buon giorno.

P.P.  :          Buon giorno. Chi sei? Sei molto carino.

Volpe :        Sono una volpe.

P.P.  :          Vieni a giocare con me? Sono molto triste.

Volpe :        Non posso giocare con te. Non sono addomesticata.

P.P.  :          Che cosa vuol dire addomesticare?

Volpe :        Ma tu non sei di queste parti vero?

                      (il P.P. fa cenno di no col capo)

                    ebbene, addomesticare vuol dire creare dei legami.

P.P.  :          e che vuol dire creare dei legami?

Volpe :        Te lo spiego subito. Tu per me, fino ad ora, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, ed io sarò per te unica al mondo.

P.P.  :           comincio a capire… c’è un fiore sul mio pianetino… credo che mi abbia addomesticato.

Volpe :        ci sono cacciatori su questo pianeta?

P.P.  :          no.

Volpe :        questo mi interessa. E le galline?

P.P.  :          no.

Volpe :        eh, non c’è niente di perfetto a questo mondo.

                    Sai io mi annoio molto perché la mia vita è monotona: io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. Ed io mi annoio; ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata: conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo mi farà uscire dalla tana come una musica. Per favore addomesticami!

P.P.  :          Volentieri, ma purtroppo non ho molto tempo, perché sono qui per scoprire degli amici e per conoscere molte cose.

Volpe :        Ma ormai si conoscono solo le cose che si addomesticano.

                    Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami!

P.P.  :           che bisogna fare?

Volpe :        Bisogna essere molto pazienti.

                    In principio tu ti siederai un po’ lontano da me (lo invita a sedersi e più in là siede pure lei).

                    Io ti guarderò con la coda dell’occhio, e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino… (lo fanno).

                    Ogni giorno faremo così: tu verrai qui alla stessa ora, per esempio alle quattro. Dalle tre io comincerò ad essere felice, e col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Poi quando saranno le quattro, comincerò ad inquietarmi e ad agitarmi: scoprirò il prezzo della felicità.

                    Ma se tu vieni non si sa quando io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… ci vogliono i riti.

P.P.  :           che cos’è un rito?

Volpe :        un rito è ciò che fa un giorno diverso da tutti gli altri, un’ora dalle altre.

                                (mentre il P.P. e la volpe giocano ad avvicinarsi sempre più, si

                                 spengono le luci)

Narratore :   Così il Piccolo Principe addomesticò la volpe. E quando l’ora della partenza fu vicina, la volpe si mise a piangere e gli disse: vuoi sapere che ci ho guadagnato?

                    Vai a vedere le rose del campo e lo capirai. Dopo torna e ti regalerò un segreto.

                    Il Piccolo Principe andò e guardò. Capì subito e disse: un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi assomigli, ma lei, lei sola è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho cacciato i bruchi. Perché è lei la mia rosa. Tornò di corsa dalla volpe, e questa gli disse: ecco il mio segreto, è molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi. È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.

                    Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa.

                    Adesso và, addio!

                    Il Piccolo Principe andò via ed ecco che incontrò il controllore ed il mercante di pillole anti-sete.

                    Tutto questo era il racconto che il Piccolo Principe aveva fatto ad Antoine, l’aviatore-naufrago.

                                                     (Antoine e P.P.)

Ant.  :          (sta ancora cercando di riparare l’aereo)

                    Senti ragazzo, i tuoi ricordi sono molto belli, ma io non riesco a riparare questo motore. Le riserve di acqua da bere sono finite.

                    Qui, se non si beve, si muore. Su, andiamo a cercare un pozzo d’acqua.

P.P.  :          Antoine.

Ant.  :          sì.

P.P.  :          Non sono belle le stelle?

Ant.  :          bellissime.

P.P.  :          e il deserto?

Ant.  :          Sì è bello pure il deserto. Che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile.

P.P.  :           sono contento che la pensi come la mia volpe… ehi Antoine (indica un punto lontano) non è quello un pozzo?

Ant.  :          (correndo) certo che lo è, ed è tutto pronto: la carrucola, il secchio, la corda…

                            (Antoine tira su una secchiata d’acqua e fa bere il P.P.)

                    Quest’acqua è nata dalla marcia sotto le stelle, dal canto della carrucola, dallo sforzo delle mie braccia.

P.P.  :           Sai che mi viene in mente? Che devi mantenere la tua promessa.

Ant.  :          Quale promessa?

P.P.  :           La museruola per la mia pecora.

                             (Antoine tira fuori carta e penna e disegna una museruola)

Ant.  :          Ecco la tua museruola. Ma dimmi… perché me l’hai chiesta proprio ora? Che programmi hai?

P.P.  :           Sai io sono responsabile del mio fiore, e la museruola mi è indispensabile. E poi è passato un anno da che sono caduto sulla terra.

Ant.  :          Ho la sensazione che tu mi nasconda qualcosa.

P.P.  :           Perché non vai a riparare il tuo motore e domani vieni qui a trovarmi? Adesso sono stanco, devo dormire.

                                   (Buio)

Narratore :   Il Piccolo Principe aveva calcolato tutto: il giorno dopo la sua stella sarebbe stata lassù in alto ben visibile e con l’aiuto del serpente si sarebbe liberato dal corpo per diventare leggero, e volare fin lassù, e accudire alla sua rosa. Quando la sera dopo, Antoine tornò a trovarlo, lo vide mentre, seduto su un muretto parlava col serpente, e quando gli fu più vicino sentì pure che il serpente gli diceva come tutto si sarebbe svolto in pochi secondi, mentre il P.P. chiedeva: ma hai del buon veleno? Sei sicuro di non farmi soffrire troppo tempo?

                                   (luci su Antoine e P.P.)

Ant.  :          (scacciando il serpente)

                     Ometto caro, hai avuto paura?

P.P.  :           avrò più paura questa sera.

Ant.  :           ma io non voglio che tu…

P.P.  :                   (lo interrompe)

                    Sai, la mia stella, questa notte sarà lassù. È come per l’acqua: quella che tu mi hai dato a bere era come una musica. Tu guarderai le stelle di notte e siccome la mia è troppo piccola per essere individuata, allora ti piacerà guardare tutte le stelle; tutte saranno tue amiche.

                    Quando tu guarderai il cielo, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere. Questa notte, per favore, non venire.

Ant.  :          Non ti lascerò.

P.P.  :           Capisci che è troppo lontano, e che non posso portare appresso il mio corpo? È troppo pesante!

                    Sarà come una scorza abbandonata.

                    Sai… il mio fiore… ne sono responsabile. Ed è talmente debole e talmente ingenuo. Ha quattro spine da niente per proteggersi dal mondo.

                    (Antoine se ne va voltandosi di tanto in tanto)

Narratore :   Voi tutti sapete che Antoine è riuscito a riparare il motore del suo aereo ed è volato via dal deserto. Tornato a casa ha scritto per noi questa bella storia… e conoscete tutti le ultime parole del racconto:

Ant.  :          Se un giorno farete un viaggio in Africa, nel deserto, se vi capita di passare di là, vi supplico, non vi affrettate, fermatevi un momento sotto le stelle. E se allora un bambino vi viene incontro, voi indovinerete certo chi è. Ebbene, siate gentili!

                    Scrivetemi subito che è ritornato!                            (musica…)

P.P.  :           Ehi, ehi, Antoine… svegliati davvero questa volta… sono io, il Piccolo Principe, sono tornato… o meglio, non sono mai andato via… sono rimasto sempre nel tuo cuore insieme alla mia amata rosa… guardati bene… Riconosciti…

                    (mimata finale: maschera di mimo, sopraggiunge la rosa, Antoine incorona la rosa Regina e si fa incoronare da lei…)

                                                          

                                                             FINE

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