Il poeta fanatico

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IL POETA FANATICO

IL POETA FANATICO.

di Carlo Goldoni

Commedia di tre atti in prosa rappresentata per la prima volta

in Milano nell’Estate dell’Anno 1750.

all’illustrissimo signor conte

DON GIAN RINALDO CARLI RUBBI

cavaliere e commendatore

della sacra religione ed ordine militare

de’ ss. maurizio e lazzaro

Ella è, Illustrissimo Signor Conte, uno degl’illustratori del nostro Teatro Italiano. La sua erudita Dissertazione dell’Indole del Teatro Tragico, registrata negli Opuscoli del Padre Calogerà, è un argomento chiarissimo ch’ella, col confronto de’ buoni Autori, e coll’esperienza alla mano, sa conoscere più d’ogni altro le buone regole, i veri difetti e gli opportuni rimedi, che alla perfezione dell’opera possono in questi nostri tempi condurre. Non si è contentato d’illuminare il Mondo con i precetti, ma ha voluto dare un’idea pratica, un esemplare vivissimo della miglior Tragedia nella sua Ifigenia in Tauris, nella quale ha saputo unire felicemente i precetti de’ nostri Antichi al piacevole genio dei moderni. Una prova di ciò evidente si è l’incontro fortunatissimo ch’ella ebbe sulle nostre Scene; poiché in Venezia, negli ultimi giorni del Carnovale, ne’ quali pare che il ridicolo solamente voglia tirar il popolo, fu, quantunque grave e severa, atta a fissar l’udienza per più e più sere, facendo prevalere il dolce pianto alle smodate risa. Puó ciascheduno, in leggendola, rilevarne il perché, trovando in essa le buone regole per piacere, consistenti: in verità di caratteri, maneggio forte delle passioni, arte nella condotta, dolcezza nello stile, e ottima scelta dell’argomento.

Se il genio mio portato mi avesse a cotal genere di Teatrale Poesia, non mi sarei dipartito dalla di lei scuola, ma siccome dell’umile Commedia seguir mi piacque gl’inviti, mi lavorai da me medesimo a poco a poco il sistema. Tutti gli esemplari, ch’io aveva dinanzi agli occhi, antichi, moderni, stranieri e Italiani, avevano per me delle difficoltà per piacere; ho lavorato a talento mio, e andava le opere mie approvando e disapprovando, non coll’opinione sospetta e appassionata di me medesimo, ma con quella degli uomini, dei quali aveva io maggiore stima e concetto.

Uno di questi fu Ella, gentilissimo Signor Conte, che mi animò all’impresa, compiacendosi non solo delle Opere mie, ma illuminandomi a migliorarle, ed il poter vantare la di lei approvazione, era per me una quiete d’animo, che non mi faceva sentire le voci de’ maldicenti.

Per giudicar delle opere altrui non basta aver un’idea confusa, uno studio limitato, una cognizione superficiale di quella scienza o di quell’arte di cui si tratta. Le facoltà dell’umano intelletto formano una catena fra di loro, e una dà mano all’altra per l’intelligenza comune. Vi vuole, per formar giudizio d’altrui, una mente come la sua; una mente felice, atta per ogni studio, feconda in ogni genere di buona letteratura, aiutata poi ed illustrata colla fatica, e con quell’uso di studiar per piacere, ch’è stato di lei il più familiare trattenimento.

Conosciuto il valore del di lei merito estraordinario in questa Serenissima Dominante, di cui ella è nato Vassallo, fra i più nobili ed i più antichi Gentiluomini di Capo d’Istria, fu eretta in Padova una cattedra di Scienza Nautica e Geografia, e questa a lei assegnata; e siccome a di lei contemplazione fu stabilita, così, dovendo ella per sue domestiche combinazioni, cinque anni dopo, rinunziarla, fu la cattedra stessa immediatamente soppressa.

Ma in quante altre occasioni ha ella dato saggio del suo sapere e della profonda sua erudizione! Veggonsi fra le opere sue i quattro libri della spedizione degli Argonauti in Colco: la Teogonia d’Esiodo, con tre dissertazioni critiche, la prima intorno all’arte di ben tradurre; la seconda intorno alla vita d’Esiodo; la terza intorno ai principii della Idolatria. Della Bussola Nautica: in cui chiaramente dimostra quanto siasi Hallejo ingannato nel suo sistema dei due poli magnetici. Le osservazioni sopra 1’Amfiteatro di Pola; le antichità di Capo d’Istria; e la utilissima opera delle Monete, e della istituzion delle Zecche d’Italia, di cui diede ella un saggio in due dissertazioni nell’anno 1751, ed ora, riducendola in due Tomi in quarto, ha diffusamente trattato di una materia così importante, sendo questo il primo libro che, abbandonata ogni immaginaria teoria, dimostrasse in Italia col calcolo e coi fatti non solamente lo stato presente del sistema monetario di tutta Italia, ma insegnasse altresì il modo sicuro, onde equilibrare in ogni città il valore delle comuni Monete; ecc.

Ma troppo allungherei questa lettera, se il catalogo far volessi delle Opere sue, e molto più se di tutte le virtù che l’adornano, tentassi di far parola. Chiunque ha il piacer di conoscerla e di trattarla, si accorderà meco a dire, che più amabile conversazion della sua non puossi desiderare. Quale stima e venerazione non esige ella in Milano, ove per ora fissato ha il suo domicilio, per accudire all’importantissima opera dell’educazione dell’unico di lei figliuolo? E ben lo merita il vivacissimo giovanetto, che nella prontezza dello spirito e nell’amor per gli studi, mostra, se fia possibile, voler superare un giorno il talento del Padre. Felice lui, che ha sortito i natali da un Genitore sì saggio, il quale conoscendo i veri mezzi per l’acquisto delle migliori scienze e delle più belle virtù, saprà, e coll’esempio e con l’arte, renderlo illustre nel merito, e degno di possedere quei doviziosi beni, che ha il Cielo giustamente in lui collocati.

Alla di lei casa antichissima, che trae l’origine da un Almerico da Siena, sin dall’anno 1171, e non solo fra la nobiltà di Capo d’Istria è descritta, ma fra quella ancor di Verona, aggiunto ora ha il fregio di Cavaliere e Commendatore dell’insigne ordine de’ Santi Maurizio e Lazzaro, sotto la protezione di Sua Maestà il Re di Sardegna, fondando in favore della posterità una Commenda, ottenuta avendo, colle prove della nobiltà, la Croce per giustizia.

Un altro bell’avvantaggio ha ella procurato al tenero figlio suo, allora che rimasto privo della di lui Madre, e Moglie a lei dilettissima, si è accoppiato in seconde nozze alla nobilissima Dama, la Signora Anna Lanfranchi Chiccoli, d’una delle più antiche, delle più illustri Famiglie della Toscana, di cui favellano i migliori Storici abbondantemente. Cotesta Dama, che oltre alla purezza del sangue, vanta uno spirito elevatissimo, forma ad un tempo stesso la delizia miglior dello Sposo, ed un vivo esempio al figliuolo, che ama niente meno che se di lei fosse nato.

Oh quale e quanta fu la mia sorpresa, amabilissimo Signor Conte, allorché una mattina, trovandomi nella di lei spaziosa sceltissima Libreria in Venezia, vidi comparirmi innanzi col titolo di sua Sposa l’Illustrissima Signora Contessa sua! Io che l’aveva conosciuta in Pisa (ove dimorai per il corso di anni tre), moglie del Sanmartini, Famiglia nobilissima anche essa di quell’antica Città, non mi sarei sognato rivederla in Venezia, moglie del Conte Carli. Mi rallegrai di cuore con ambidue, lodando la provvidenza del Cielo, che per vie così remote e strane avesse condotto a fine una sì bella invidiabile unione.

Io pure ho acquistato per cotal mezzo assaissimo, trovando in essa una novella benignissima protettrice, che amando teneramente il Marito, onora i servitori suoi di una eguale predilezione.

So io con quanto calore, con quanta forza, ha ella sostenuto l’onore del povero nome mio, e quello delle infelici mie opere, anche a fronte de’ miei contrari; ed ha spirito, ed ha parole, e ragioni, e discernimento, e coraggio per sostenere ogni impegno e fare ammutolire i più franchi.

Non mi scorderò mai, fin ch’io viva, con quanta cortesia e gentilezza mi ha ella trattato in Milano, e quanto nella pericolosa malattia di spirito, che colà mi affliggeva, i suoi consigli e i briosi concetti suoi mi giovavano.

Come mai posso io corrispondere a tante grazie, da due persone sì illustri e sì benefiche ricevute? Soffra la Dama, che io soltanto pubblichi in questi fogli verso di essa l’ossequio mio, e soffra il gentilissimo Signor Conte, che seco lui un poco più mi avanzi, offrendogli per tributo del mio rispetto una delle miserabili opere mie. Non è certamente l’offerta al grado suo ed al suo sapere proporzionata, ma almeno conoscerà che per tal modo fra il novero de’ Protettori miei desidero collocarlo, e non isdegnerà, io spero, d’accordarmelo cortesemente.

Ad un Poeta illustre presento io un Poeta Fanatico, e in ciò facendo, mi lusingo di sollevarlo alcun poco dalle seriose  ed utili sue occupazioni. Questa Commedia ebbe la sorte di non dispiacerle in Teatro; può darsi che egualmente vaglia a divertirla in leggendola. È vero che da vicino si veggono assai più i difetti, che da lontano, ma gli uomini di vista pronta, com’ella è, tutto veggono in una occhiata, onde nuovi non gli arriveranno i difetti, siccome comprenderà le mutazioni che ho creduto bene di farvi, e specialmente quella del titolo, che interessa gli amatori della sana Poesia.

Gradisca Ella per tanto benignamente l’offerta; ed [io] inchinandomi rispettosamente alla nobilissima Dama sua, con profondissimo ossequio mi rassegno

Di V. S. Illustrissima

Umiliss. Divotiss. ed Obbligatiss. Serv.

Carlo Goldoni


L’AUTORE A CHI LEGGE

Questa Commedia, ora da me intitolata Il Poeta Fanatico, è quella che nell’edizione del Bettinelli in Venezia, nel Tomo settimo, è intitolata I Poeti. Questo veramente è il titolo che io le ho dato formandola, e col titolo de’ Poeti si è recitata sinora dai Comici per li quali l’ho scritta; ma replicando ora al proposito, quel che altre volte ho detto: il titolo si dà alla Commedia talora per appagare il popolo, il quale poi merita essere nelle stampe corretto; e però non posso trattenermi di ripetere a questo passo: Signori Librai, Signori Correttori, non si stampano le Opere di Autor vivente, senza la sua approvazione.

Oltre al titolo, che mal conviene, evvi poi un Epitaffio dell’Editore nella seconda pagina, che io non ho coscienza di lasciar passare; egli dice così: Fu questa Commedia per la prima volta recitata in Milano il dì 5 Settembre 1750, dove fu mediocremente applaudita. In Venezia fu recitata susseguentemente nell’Autunno e Carnovale, ed ebbe pienissimo incontro per 14 sere, ed in ogni altra Città dove fu rappresentata, riuscì aggradevolissima.

Perché in Milano fu mediocremente applaudita, ed in ogni altra Città... riuscì aggradevolissima? I Milanesi non sono eglino di buon gusto? Di sano e giusto discernimento? O sono così difficili da contentare, che possa temersi che dispiaccia loro una cosa in ogni altro luogo piaciuta? No certamente, anzi deggio costantemente asserire, che in Milano si giudica con ragione e con fondamento. Per prova di ciò, e per ispiegar il motivo che m’ha indotto a trascrivere l’Epitaffio, confessar deggio che la mia Commedia, intitolata I Poeti, non è piaciuta nemmeno a Bologna. Come dunque può dirsi che in ogni altra Città è stata aggradevolissima? Piacque in Venezia assaissimo, e piacque estremamente a Torino. Ma perché mai tal differenza d’incontro? Lo dirò io il perché. In Bologna e in Milano la Poesia è in qualche stima maggiore di quello sia in Venezia e in Torino, e però in queste due Città non dispiacque vederla in certa maniera posta in ridicolo. Ma dove la Poesia si coltiva, dove si trovano Poeti egregi ed in buon numero, s’aspettano che una Commedia, intitolata I Poeti abbia ad essere un elogio della Poesia, non una perpetua caricatura. Che sì che, cambiato il titolo, piacerà la Commedia anche a Milano, anche a Bologna? Il Poeta Fanatico? Signor sì, questi è un titolo che conduce la gente al Teatro, prevenuta di dover vedere un Poeta per la poesia delirante, e lo soffriranno in compagnia de’ suoi pari. Ma I Poeti in genere è titolo venerabile, e quantunque ve ne sieno de’ trasportati e ridicoli, questi sono nel minor numero, e non hanno a confondersi coi dotti e saggi.

Perché, mi dirà taluno, non l’hai così intitolata a principio? Hai tu cambiato adesso il Protagonista? Hai alterato l’ordine? La catastrofe l’hai tu variata? No, Lettor mio, la Commedia è la stessa stessissima, se non che qualche superfluità le ho tolto, qualche termine ho migliorato, qualche pezzo ho corretto. Ottavio è il vero Protagonista: l’azione della Commedia non è che l’instituzione e lo scioglimento dell’Accademia, da lui promossa: il matrimonio di Rosaura con Florindo interessa il Fanatico, poiché per ragione del suo fanatismo tal matrimonio succede. Tonino, Corallina e Arlecchino non altro fanno che contribuire al carattere di Ottavio stesso e al discioglimento dell’azion principale, e così tutti gli altri Attori della Commedia, onde sta benissimo il titolo a questo tale appoggiato, e benissimo gli conviene quello di Poeta Fanatico.

Così avessi io avuto tempo di cambiare alcune delle poetiche composizioni, che conosco aver bisogno di essere migliorate, ma le consideri il Lettore fatte per la scena, non per riscuotere applauso particolare. Io non sono mai stato bravo Poeta Lirico, e dacché ho abbracciata la Poesia Teatrale e lo stile comico, ho perso affatto la vena lirica. L’onor di questa lo lascio a più valoroso soggetto, bastandomi il compatimento di mediocre comico che procurerò di conservarmi.

Il personaggio di Tonino fu da me in lingua Veneziana scritto, per comodo di un eccellente Attore in tale idioma, che accoppiava egregiamente al pregio di ben recitare quello ancora del dolce canto, onde non ho creduto ora necessario tradurre un tal personaggio in Toscano; tanto più che so di certo essere il linguaggio nostro universalmente gradito. Lo stesso dirò della parte di Messer Menico; né paia strano che un uomo di men colta estrazione facciasi comparir nella scena ad improvvisare, poiché non solo Roma e la Toscana abbondano di tai Poeti, ma noi in Venezia uno ne abbiamo di cotal genere che tutti gli altri sorpassa, e i più eruditi improvvisatori può mettere in soggezione; l’ho sentito io in cimento con uomini letterati, ed egli senza confondersi, col suo chitarrino in mano in vari metri cantando, rime pronte e naturali diceva, e sentimenti fondati ed aggiustatissimi. Ora non ho più il piacer di sentirlo. Sappia egli che ciò mi duole, e per rapporto alla privazione, e per rapporto alla causa, che mi sarà un rammarico doloroso fintanto ch’io viva.


Personaggi

Ottavio poeta fanatico:

Rosaura sua figliuola del primo letto;

Beatrice seconda moglie d’Ottavio;

Lelio amico d’Ottavio;

Florindo amante di Rosaura;

Eleonora vedova;

Tonino giovine veneziano;

Corallina sua moglie;

Arlecchino fratello di Corallina;

Brighella servitore d’Ottavio;

Messer Menico veneziano;

Servi d’Ottavio.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera d’Ottavio.

Ottavio al tavolino, Eleonora, Florindo, Rosaurae Lelio, tutti a sedere.

OTT. Signori miei, la nostra nuova accademia si va a gran passi avanzando, e spero sarà ella fra poco annoverata fra le primarie d’Europa, e darà motivo d’invidia e d’emulazione alle più rinomate. Voi mi avete onorato del titolo di principe dell’accademia, ed io non mancherò con tutto il possibile zelo di contribuire all’avanzamento di essa. Signor Florindo, ecco la vostra patente.

FLOR. Accetto l’onore che voi mi fate, ammettendomi alla vostra accademia. Procurerò di contribuire all’avanzamento di essa, ma però con quella moderazione, che non abbia a rendere pregiudizio a’ miei interessi domestici.

OTT. Quando mai la poesia può essere di pregiudizio?

FLOR. Ogni volta che per attendere ad essa si ruba il tempo dovuto alla carica, al ministero, all’economia della casa, alla educazione de’ figliuoli.

OTT. Io trovo sempre bene impiegate l’ore, quando sono a conversar colle Muse. Che dite, signor Lelio?

LEL. Anch’io verseggio assai volentieri, e quando l’estro mi chiama, lascerei tutto per formare un capitolo.

FLOR. Signor Lelio, voi siete un bravo poeta, ma perdonatemi, siete un poco pungente.

LEL. In oggi, chi non critica, non reca piacere.

FLOR. Criticare, ma non satirizzare.

LEL. La critica e la satira sono sorelle.

FLOR. Sì, ma una è legittima, e l’altra è bastarda.

LEL. I legittimi e i bastardi si confondono facilmente.

FLOR. Orsù, non voglio stuzzicarvi. Riflettete che i satirici la finiscono male.

ROS. Signor padre, avete voi instituita un’accademia di lettere, o di pazzie?

OTT. Figlia mia, nelle accademie vi è per lo più un poco dell’uno, e un poco dell’altro.

FLOR. (A me basta vi sia Rosaura: se arrivo a conseguirla, anco dalla poesia ricaverò il mio profitto). (da sé)

OTT. Signor Florindo, favorite di leggere la vostra patente, e dite se vi pare ben concepita.

FLOR. Vi servo subito. (apre, e legge) Noi Alcanto Carinio, principe dei Novelli, detto il Sollecito.

LEL. Voi dunque siete Alcanto Carinio? (ad Ottavio)

OTT. Sì signore, per l’appunto.

LEL. Ed io che nome avrò?

OTT. Lo saprete a suo tempo.

ELEON. Dovreste mettergli nome Mattusio. (ad Ottavio)

LEL. E a voi converrebbe il nome di...

OTT. Il nome ognuno l’averà. Signor Florindo, tirate avanti.

FLOR. Colla presente patente nostra abbiamo dichiarato accademico dei Novelli il saggio, erudito, prudente giovine, il signor Florindo Aretusi. Troppa bontà.

ROS. Giustizia al merito.

FLOR. Dichiarandolo accademico nostro dei Novelli, e uno dei fondatori dell’accademia nostra, al quale è toccato in sorte il nome di Breviano Bilio, denominato il Patetico. Ammettendolo a tutti quegli onori e prerogative, delle quali è stata l’accademia nostra insignita.

OTT. Che ne dite? Va bene?

FLOR. In quanto a me, va benissimo.

OTT. Signor Lelio, ecco la vostra.

LEL. Che nome mi avete dato?

OTT. Quello che a sorte dall’urna è uscito.

LEL. Vediamo. Ovano Pazzio.

ELEON. Bello, bello! Ovano vien dagli ovi e Pazzio dalla pazzia.

LEL. Non vedo l’ora di sentire il vostro.

OTT. Ecco, signora Eleonora, la vostra patente.

ELEON. Ora leggerò il nome, che mi è toccato. Cintia Sirena.

LEL. Bello, bello! Cintia è la luna, che vuol dire lunatica. Sirena, cioè lusinghiera ed ingannatrice.

ELEON. Ma questo poi...

FLOR. Signor Lelio, siete troppo mordace.

LEL. Quando mi viene la palla al balzo, non la perdono a nessuno.

FLOR. Voi criticate tutti.

LEL. Facciano gli altri con me l’istesso, e saremo del pari.

OTT. Figliuola, ecco anche a voi la vostra patente. (a Rosaura)

ROS. Ed io che bel nome averò?

OTT. Leggetelo, e lo saprete.

ROS. Lo leggerò. Fidalma Ombrosia.

FLOR. Bellissimo nome. Fidalma vuol dire alma fedele.

OTT. Signori miei, oggi dopo pranzo daremo principio alle nostre radunanze, e da questo giorno avrà origine l’epoca della nostra accademia.

FLOR. Signor Ottavio, vi levo l’incomodo. Un affare di premura mi chiama altrove.

OTT. Addio, mio caro Breviano Bilio.

FLOR. Alcanto Carinio, vi riverisco. Fidalma, addio.

ROS. Addio, il mio caro Patetico.

FLOR. (Quest’accademia vuol essere a proposito per l’amor mio. In grazia della poesia potrò trattare liberamente colla signora Rosaura, e stabilire con essa un matrimonio in versi). (da sé, parte)

LEL. Amico, a rivederci.

OTT. A rivederci, amatissimo Ovano Pazzio.

LEL. Oggi ammireremo il vostro ottimo gusto. (E goderemo alle spalle di un generoso poeta). (da sé, parte)

ELEON. Anch’io vi riverisco, signor Ottavio.

OTT. Tra noi non ci abbiamo a chiamare coi soliti nostri nomi, ma con quelli dell’accademia.

ELEON. Benissimo. Addio, Alcanto Carinio.

OTT. Vi saluto, Cintia Sirena.

ELEON. Fidalma, addio.

ROS. Addio, la mia cara Cintia.

ELEON. (Bellissime caricature! Ecco la ragione, per cui si suol dire che i poeti son pazzi). (da sé, parte)

SCENA SECONDA

Ottavio e Rosaura

ROS. Signor padre, anch’io mi ritirerò in compagnia delle Muse, per rivedere un sonetto che ho fatto ieri.

OTT. Qual è l’argomento di questo vostro sonetto?

ROS. Eccolo qui: Nice vuol palesare il proprio amore a Fileno.

OTT. Come! Un sonetto amoroso! Mi maraviglio di voi, che non abbiate rossore a dirlo. Una figlia onesta non deve parlar d’amore.

ROS. Lo stile amoroso mi sembra il più facile e il più soave.

OTT. Lo stile amoroso non è per voi. Le fanciulle non devono discorrere di questa pericolosa materia.

ROS. Ma caro signor padre, mi avete pur voi consigliata a studiare il Petrarca, e me l’avete dato voi stesso colle vostre mani. I sonetti del Petrarca sono tutti amorosi, ed io mi sono invaghita di quel bellissimo stile.

OTT. Eh, se tu arrivassi a formare un sonetto sullo stile del Petrarca, felice te!

ROS. Io certamente mi studio, per quanto posso, imitarlo.

OTT. Sentiamo un poco, se lo sai imitare.

ROS. Eccovi il mio sonetto. Nice vuol palesare il proprio amore a Fileno.

OTT. Leggetelo, e poi stracciatelo subito.

ROS.

SONETTO

Se il tardo incerto favellar degli occhi

Al cuor duro non passa, e nol penetra;

Se per umide stille ei non si spetra,

E Amore invan tempri suo dardo, e scocchi.

OTT. Oh bello! Oh che versi! Oh figlia mia, come avete fatto? Possibile che questi versi sian vostri?

ROS. Ve lo giuro, che sono miei.

OTT. Oh che bella cosa!

E Amore invan tempri suo dardo, e scocchi

Oh cara! Andiamo avanti.

ROS.

Strale, che in sen non cape, esca e trabocchi.

OTT. Fa una cosa, tornami a leggere tutto il sonetto intero. Lo voglio sentire senza interrompimento.

ROS. Farò come volete. Io non ho altro gusto, che leggere i miei sonetti.

OTT. Questo è il frutto delle fatiche di noi poeti. Leggere le nostre composizioni, e sentirci dir bravi.

ROS. Eccovi un’altra volta il sonetto.

Se il tardo incerto favellar degli occhi

A cuor duro non passa, e nol penetra;

Se per umide stille ei non si spetra,

E Amore invan tempri suo dardo, e scocchi;

Strale, che in sen non cape, esca e trabocchi

Dalle timide labbra, e sia faretra,

Che di lui passi l’aspro sen di pietra,

E la piaga s’interni, e il suo cuor tocchi.

Timor, vergogna o verginal rossore

Fia che m’arresti fra le labbra i detti,

E la fiamma nel sen respinga e chiuda?

Ah, non fia ver che lo permetta Amore;

Amore i casti ed onorati affetti

A trista legge non condanna, e cruda.

OTT. Figlia mia, tu hai composto un sonetto, che vale un tesoro.

ROS. Mi dispiace che converrà lacerarlo.

OTT. Come! Perché lacerarlo?

ROS. Perché è un sonetto amoroso.

OTT. Un sonetto di questa sorta si può comportare.

ROS. Ho da farlo sentire?

OTT. Certamente. Questo ti può far grande onore.

ROS. Vorrei darlo al signor Florindo.

OTT. Stupirà, quando lo vedrà.

ROS. E se egli mi risponde?

OTT. Non gli basterà l’animo di fare un sonetto simile.

ROS. Lo vedremo.

OTT. Sì, lo vedremo.

ROS. Lo vado a ricopiare.

OTT. Copialo, che tu sia benedetta.

ROS. Mi date licenza, che se l’estro mi eccita, componga dei sonetti amorosi?

OTT. Se hanno a essere di questo stile, non te li so vietare.

ROS. Ma la signora madre, che io venero per tale, benché matrigna, mi sgrida sempre e non vorrebbe ch’io coltivassi la poesia.

OTT. Beatrice è una sciocca. Mi pento moltissimo di essermi con essa rimaritato. L’ho fatto per la dote, per altro una donna ignorante non era degna di me.

ROS. Quando sente parlare di poesia, ride e burla, come se la poesia fosse una cosa ridicola.

OTT. Ignorantaccia.

ROS. Pretende che io tralasci lo studio delle Muse, per lavorare e cucire.

OTT. Quando potete, fatelo.

ROS. E se l’estro mi chiama a scrivere?

OTT. Lasciate tutto, e scrivete.

ROS. (Non vi è pericolo che mia matrigna mi veda più dare un punto. Averò sempre l’estro poetico, per liberarmi dal tedio del lavorare). (da sé, parte)

SCENA TERZA

Ottavio solo.

OTT. Mia figlia ha composto un sonetto, che mi fa arrossire. Come ha ella facile l’imitazion del Petrarca! Io ho sempre seguito lo stile eroico, e non so se mi riuscisse di fare un sonetto amoroso sullo stil del Petrarca. Voglio provarmi. Qual sarà l’argomento? Eccolo. Un amante invita la sua bella donna a cantare. Principiamo.

SONETTO

Al dolce suon dell’armoniosa lira... Armoniosa quadrisillabo non va bene. Bisogna farlo di cinque sillabe. Al dolce suon d’armonïosa lira. Armonïosa, ora va bene. Vien Nice a scior la chiara voce al canto. Sovra i garruli cigni avrai tu il vanto... Garruli cigni, cigni garruli, non so se vada bene. Vedrò se il Petrarca l’ha usato. Il quarto verso deve finire in ira. Sospira, delira, tira. Nessuna di queste rime mi piace. Mira, ammira, rimira... Né anche queste. Vediamo un poco nel rimario dello Stigliani. Gran bel comodino per i poeti è questo rimario! È vero che qualche volta si accomoda e si stiracchia il sentimento alla rima, ma si risparmia la fatica, e si fa più presto il sonetto. (prende il rimario, e legge) Aspira, dira, gira, adira. Sovra i garruli cigni avrai tu il vanto. Vanto per cui l’istesso Apol s’adira. Questa prima quartina, mi sembra assai petrarchesca. Alla seconda quartina. Un’altra rima in ira. Questo mio cor, che per te sol delira. Un altra rima in anto. Te invita, o bella... Te invita, o bella...

SCENA QUARTA

Beatrice ed Ottavio

BEAT. Signor consorte carissimo.

OTT. Zitto. Te invita, o bella...

BEAT. Sia maledetta la poesia.

OTT. Zitto. (Bisogna ch’io ricorra al rimario). (da sé, legge)

BEAT. Questa casa è tutta in disordine per causa della poesia. Il padrone poeta, i servitori poeti, la figlia poetessa, nessuno fa il suo dovere, e tocca a me sola a pensare a tutto. Questa mattina, per quel che vedo, non si pranzerà. Brighella ha fatto la spesa, e poi subito si è ritirato in camera a comporre; e invece di far fuoco, portar acqua e legna, si perde a far dei versacci. Ma voi siete causa di tutto. Voi date loro fomento colle vostre pazzie.

OTT. (L’ho trovata). (da sé, scrive)

BEAT. Che! Mi lasciate parlare come una pazza, e non mi date risposta?

OTT. Zitto.

BEAT. Così non può durar certamente.

OTT. Zitto; ho perso la rima, non me ne ricordo più. Te invita, o bella...

BEAT. Rispondetemi a questo che vi dico, e poi me ne vado.

OTT. Te invita, o bella, a respirar alquanto.

BEAT. Ma io non sono finalmente la vostra serva.

OTT. Ma voi mi volete far dar al diavolo. Non vedete che son qui tutto intento a comporre un sonetto, e voi mi fate perdere le rime?

BEAT. Voi fate il sonetto, e questa mattina non si pranzerà.

OTT. Deh non sdegnar... Perché non si pranzerà?

BEAT. Brighella compone.

OTT. Chiamatelo. Deh non sdegnar di stare meco accanto.

BEAT. L’ho chiamato, e non vuol venire.

OTT. Dove sta?

BEAT. In quella camera.

OTT. Ora lo chiamerò io.

BEAT. Via, chiamatelo.

OTT. Zitto. (Una rima in ira ). (da sé)

BEAT. Chiamatelo e poi finirete il sonetto.

OTT. Sì, ora lo chiamo. (s’alza e poi torna al tavolino) Ch’io pietà merto...

BEAT. E così?

OTT. Ch’io pietà merto...

BEAT. Siete insopportabile.

OTT. E non dispetto ed ira. Il diavolo che vi porti. Brighella, ehi, Brighella, dove sei?

SCENA QUINTA

Brighella di dentro, e detti.

BRIGH. Signor.

OTT. Che cosa fai là dentro?

BRIGH. Fenisso un’ottava.

OTT. Via finiscila, e poi vieni qui.

BEAT. E intanto che finirà l’ottava, chi anderà a comprare il pane?

OTT. Oh che seccatura! Brighella, vieni qui.

BRIGH. (Fuori) Son qua.

OTT. Hai finita l’ottava?

BRIGH. Signor sì.

OTT. Ho piacere. Senti che cosa dice la padrona.

BEAT. Con questa maledetta poesia mi volete far disperare.

BRIGH. La prego, la me comanda, farò tutto, ma no la maledissa la poesia.

OTT. Ch’io pietà merto, e non dispetto ed ira.

BRIGH. Un gran bel verso.

BEAT. Animo, va a prendere il pane.

BRIGH. Lustrissima sì. Sior padron, l’ala fatto ella sto bel verso?

OTT. Sì, io. Senti queste due quartine, fatte ora in questo momento.

BEAT. Lasciatelo andare, che è tardi. (ad Ottavio)

BRIGH. Per carità, la me le lassa sentir. (a Beatrice)

OTT. Senti, e stupisci. Al dolce suon d’armoniosa lira.

BRIGH. Oh bello!

OTT. Vien Nice a scior la chiara voce al canto.

BRIGH. Oh caro!

OTT. Sovra i garruli cigni avrai tu il vanto.

BRIGH. Garruli cigni. Oh benedetto!

OTT. Vanto per cui lo stesso Apol s’adira.

BRIGH. Oh che roba! Vanto per cui lo stesso Apol s’adira.

BEAT. E così, è finito?

OTT. Senti quest’altra quartina.

BEAT. Il mezzogiorno è sonato.

OTT. Questo mio cor, che per te sol delira.

BRIGH. Delira. La me daga i bezzi, e vago subito. (a Beatrice)

BEAT. Tieni, questo è un paolo.

OTT. Te invita, o bella, a respirar alquanto.

BRIGH. Alquanto.

BEAT. Compra sei pani, e il resto frutti.

OTT. Deh, non sdegnar di starti meco accanto.

BEAT. Tu non mi abbadi. (a Brighella)

BRIGH. Signora sì.

BEAT. Che cosa ti ho detto?

OTT. Ch’io pietà merto, e non dispetto ed ira.

BRIGH. Oh vita mia!

BEAT. E così?

BRIGH. Ch’io pietà merto, e non dispetto ed ira.

BEAT. Va a comprare il pane, che ti caschi la testa.

OTT. Vanne, che la mia sposa omai s’adira.

BRIGH. Ch’io pietà merto, e non dispetto ed ira. (parte)

SCENA SESTA

Ottavio e Beatrice

OTT. Oh bravo! Oh bravo! Che bell’estro ha costui! Se avesse studiato, sarebbe un portento.

BEAT. Avrei bisogno di discorrervi d’un’altra cosa.

OTT. Per carità, lasciatemi finire questo sonetto.

BEAT. Ascoltatemi, e poi non vi do più disturbo.

OTT. Via, parlate.

BEAT. Mi ascolterete?

OTT. Vi ascolterò. (va scrivendo)

BEAT. Voi avete una figlia del primo vostro matrimonio. Ella è grande, ella è nubile, ella è vistosa. Per causa della poesia in questa casa pratica di molta gente. Vengono dei giovinotti, trattano con essa familiarmente. Marito mio carissimo, non vorrei che le Muse avessero a far le mezzane a questa ragazza, onde vi consiglio a pensarvi. Procurate di maritarla, ponetela in sicuro, trovatele un buon partito, liberatevi da questo disturbo e da questo pericolo, che vi troverete assai più contento, e io viverò più quieta. Che ne dite? Vi pare ch’io parli giustamente? Approvate il mio consiglio?

OTT. Alternando le voci in dolce suono...

BEAT. Pazzo, pazzissimo, mille volte pazzo. (parte)

SCENA SETTIMA

Ottavio solo.

OTT. Sia ringraziato il cielo, che se n’è andata.

Alternando le voci in dolce suono,

Nice, bell’idol mio, Fauni e Silvani.

Noi faremo balzar da fonti e selve.

Concedi, o Nice, a chi t’adora, il dono;

E nostra fama ai lidi più lontani

Renderà stupefatti uomini e belve.

Oh buono! Oh bello! Con tutto lo stordimento di Beatrice, ho fatto due terzetti spaventosi. Bisogna nascer così. Poetae nascuntur. Presto, voglio far sentire questo gran sonetto a mia figlia. Gran donna! gran poetessa! Bisogna dire, che quando l’ho io generata, concorressero alla grand’opera le nove Muse ed Apollo istesso. Sì, vado a comunicare al parto delle mie viscere il parto novello della mia mente.

E nostra fama ai lidi più lontani

Renderà stupefatti uomini e belve. (recitando parte)

SCENA OTTAVA

Camera di locanda.

Tonino e Corallina

TON. Via, cossa gh’è? Coss’è sta malinconia? Se ancuo le cosse va mal, un altro zorno le anderà ben.

COR. Dite benissimo; se oggi non si mangia, forse forse si mangerà domani, e se non domani, può essere un altro giorno. Questo locandiere non ci vuol dare un pane a credenza.

TON. Cara muggier, gh’avè rason, ma ve prego, no me mortifichè d’avantazo. Avemo fenio i bezzi, avemo fenio la roba, no me xe restà altro che un poco de spirito, per cercar el remedio alle nostre desgrazie. Se me avvilì, se me opprimè, semo persi affatto, podemo andarse a far seppellir, perché moriremo de fame.

COR. Per oggi non moriremo di fame, poiché ho mandato Arlecchino mio fratello a vendere un fazzoletto di seta, che era l’unico mobile che mi era restato.

TON. Poverazza! Diseme, cara, seu pentia d’averme tolto per mario?

COR. Compatitemi, queste non sono interrogazioni da fare a una moglie, quando non vi è da mangiare.

TON. Pol esser che colla poesia se femo strada a qualche fortuna. Mi savè che per componer in bernesco e per improvvisar, a Venezia giera in qualche concetto. Vu sè anca più brava de mi, componè de bon gusto, componè all’improvviso, e col vostro stil particolar v’avè sempre fatto onor, onde tra vu e mi possibile che no scoverzimo qualche raggio de bona fortuna?

COR. Eh, caro marito, al giorno d’oggi la povera poesia non si considera un fico.

TON. Eppur mi me son innamorà in vu per causa della poesia.

COR. Mi dispiace avervi data una dote così cattiva.

TON. La dota che m’avè dà, la xe poca, ma la me piase.

COR. Se vi piace, è tutta per voi. Ma ecco mio fratello.

SCENA NONA

Arlecchino e detti.

ARL. Signori virtuosi, li riverisco.

COR. E così?

ARL. Come stali d’appetito?

TON. Sè qua sempre colle vostre barzellette.

COR. E così del fazzoletto come è andata?

ARL. L’è andà.

COR. L’avete esitato?

ARL. L’ho esità.

COR. Come?

ARL. Ve dirò. Son andà in piazza, e per farme passar la fame, son andà a veder Purichinella. Un galantomo che m’ha visto el fazzoletto in scarsella, el s’ha imaginà che lo volesse esitar, e per liberarme dalla fadiga de contrattar, el me l’ha tolto e el me l’ha portà via.

TON. I v’ha robà el fazzoletto?

ARL. Credo che tolto e robà voia dir l’istesso.

COR. E mi dite che l’avete esitato?

ARL. In sta maniera l’ho esità seguro.

COR. Povera me! come mangeremo?

TON. Ancuo, come disnaremio?

ARL. Quest l’è quel che vad considerand anca mi.

COR. Uomo da poco.

TON. Senza cervello.

COR. Scimunito.

TON. Alocco.

ARL. Se el gridar fa passar la fame, scomenzerò a gridar anca mi.

COR. Come abbiamo da fare?

TON. Come se podemio inzegnar?

ARL. Gnente. Per mi gh’è un ravano e un pezzo de pan avanzà iersera. Vualtri, con un sonetto per omo, disnè da prencipi.

COR. Eh, fratel caro!

La povera cicala,

Che d’aria solamente si nutrisce,

Canta, crepa e finisce.

È un cantar poco grato

Il compor versi, e non aver mangiato.

TON. Brava. Cussì me piase. Passarsela con disinvoltura.

ARL. Per ancuo stè ben. Co sto madregal in corpo no avè bisogno de altro.

COR. Possibile che non si trovi un cane che ci aiuti? Se io fossi uomo, certamente mi vorrei ingegnare.

ARL. Anzi essendo donna, podè inzegnarve più facilmente.

COR. Una donna onorata non può girare per la città.

ARL. Gnente; senza che v’incomodè, podè far el fatto vostro anca in casa.

TON. Sier cugnà caro, no so che razza de descorso sia el vostro. So che sè nato omo ordenario, e se no fusse stà la vertù e el spirito de vostra sorella, no me saria degnà de imparentarme con vu. Ste massime, ste proposizion le xe indegne de mia muggier e de mi. Semo do poveri sfortunai, ma semo do persone onorate. Se la fortuna ne vorrà agiutar, accetteremo la provvidenza del cielo, se no, pazenzia; moriremo de fame più tosto che far male azion, e imparè una volta, imparè:

Che più d’ogni fortuna

L’onor s’ha da stimar;

E che chi per magnar vive da sporco,

Merita de morir scannà qual porco.

COR. Signor sì, è verissimo.

Chi per saziar la gola,

La sua riputazion manda in rovina,

Merita d’esser posto alla berlina.

ARL. Sior sì, l’è vero.

Un bel morir tutta la vita onora,

Ma un bel magnar salva la vita ancora.

TON. Vu no pensè altro che a magnar.

ARL. Orsù, vegnì qua, e sentì se son un omo de garbo; e lodeme, e insoazeme.

COR. Che cosa avete fatto di buono?

TON. Saria un miracolo, che ghe n’avessi fatto una de ben.

ARL. Andand per la città, ho trovà un mio patrioto, che se chiama Brighella Gambon. S’avemo cognossù, e per dirvela in confidenza, el m’ha menà a far colazion.

TON. El v’ha menà a marenda?

COR. Avete mangiato?

ARL. Poveretti! Ghe vien l’acqua in bocca. Sto Brighella serve un patron, che l’è perso, morto e spanto per la poesia. Alle curte: ho parlà de vualtri do, ho dito che fe versi, co magnè, co dormì e co sè al licet; el m’ha promesso che adessadesso el lo condurrà qua.

COR. Come! Che persona è? Prima di riceverlo, mi voglio informare.

ARL. Oh, che difficoltà! L’è un galantomo, e pol esser che per un per de sonetti el ve daga da disnar.

TON. Qua bisogna buttarse in mar, cercar onoratamente de far fortuna.

COR. Sento battere.

ARL. Vago a veder. Eh, se no fusse mi che ve agiutasse, poveretti vu. La virtù l’è bella e bona, ma qualche volta una bona lengua val più de una bona testa, e un omo virtuoso, che no abbia coraggio, l’è giusto come un diamante grezzo; onde, come dise el poeta:

Zoggia che no se netta, è sempre immonda;

Testa che no se squadra, è sempre tonda.

(parte, poi torna)

COR. Eppure anche mio fratello ha dell’estro.

TON. Vostro pare no gierelo poeta?

COR. E come!

TON. Questa xe la fortuna dei fioi dei poeti; se no eredita altro, i eredita l’estro della poesia.

ARL. Oe, l’è qua l’amigo.

COR. Chi?

ARL. El poeta.

TON. Come se chiamelo?

ARL. Domandeghelo a lu, che el ve lo dirà.

COR. Che persona è?

ARL. Persona prima, numero singolar. (parte)

COR. Non vorrei che mio fratello mi mettesse in qualche impegno.

TON. Sè con vostro mario, cossa gh’aveu paura?

COR. Mio marito non è solo.

TON. E chi ghe xe con vostro mario?

COR. A dirlo mi vergogno:

Vi è quel brutto compagno del bisogno.

SCENA DECIMA

Ottavio, Brighella e detti.

OTT. Riverisco lor signori.

COR. Serva umilissima.

TON. Patron mio reverito.

OTT. Perdonino, se mi sono preso l’ardire di venirli a incomodare.

TON. Anzi la n’ha fatto grazia.

OTT. Mi ha detto il mio servitore, che lor signori sono due celebri e valorosi poeti.

BRIGH. Un mio patrioto m’ha informà del so merito.

COR. Poeti siamo, ma non celebri, né valorosi.

TON. Semo do poeti alla moda del nostro secolo, che vuol dir sfortunai e pieni de desgrazie.

OTT. Ah, pur troppo la poesia non è oggi in quel pregio in cui esser dovrebbe; spero per altro che non passerà molto, che risorgerà il regno delle Muse, e non anderà senza premio chi averà il merito di una così bella virtù.

TON. Disela da senno? Oh magari!

BRIGH. Semo drio a perfezionar un’accademia.

COR. Anche voi vi dilettate?

OTT. Sì, è mio servitore. Ha dello spirito, ha dell’estro, lo tengo al mio servizio per questo. Quando trovo poeti, vorrei poterli beneficar tutti, vorrei poterli assistere, soccorrere, esaltare.

TON. (Questo xe giusto el nostro bisogno). (da sé)

OTT. Sappiate ch’io sono principe e fondatore di un’accademia.

BRIGH. E anca mi, debolmente, son membro della medesima.

TON. Anca vu accademico? (a Brighella)

BRIGH. Gh’ho el titolo de bidello, ma fazzo anca mi qualcossetta.

OTT. L’accademia chiamasi dei Novelli e se volete esservi anche voi ascritti, procurerò di aggregarvi.

COR. Sarebbe per noi troppo onore.

OTT. Come vi chiamate? (a Corallina)

COR. Io ho nome Corallina.

TON. E mi Tonin, per servirla.

OTT. Di che paese siete? (a Tonino)

TON. Mi son venezian.

COR. Ed io sono nata a Bergamo, ma sono stata allevata fuori.

OTT. È molto tempo che siete in questa città? (a Tonino)

TON. Sarà tre zorni.

OTT. Siete marito e moglie? (a Corallina)

COR. Sì signore, e abbiamo i nostri attestati.

OTT. Ma per che causa vi ritrovate qui? (a Tonino)

TON. Ghe dirò: la sappia che mio pare...

OTT. Ditemi, in che stile componete voi? (a Tonino)

TON. Per el più in bernesco e in lengua veneziana, e me diletto de improvvisar.

OTT. Bravo! Di bei sali si sentono nel vostro idioma! Gran bella cosa è l’improvvisare. Sicché vostro padre... Seguitate.

TON. Mio pare xe un mercante ricco venezian, el qual avendo dei negozi in Toscana...

OTT. E voi, signora, in che stile componete? (a Corallina)

COR. Un poco in uno stile, un poco nell’altro; e anch’io qualche volta dico dei versi all’improvviso.

OTT. Bravissima. E così? (a Tonino)

TON. E cussì, el m’ha mandà in Toscana, e capitando a Fiorenza, ho avù occasion de veder e de praticar...

OTT. Io compongo volentieri nello stile eroico. (a Corallina)

BRIGH. E mi in stil macheronico.

COR. Ogni stile è bello e buono, quando si tratta felicemente.

TON. Comandela che seguita la nostra istoriella? (ad Ottavio)

OTT. Voglio farvi sentire uno dei miei sonetti eroici.

TON. Lo sentirò volentiera. (Ma col stomego vodo gh’averò poco gusto). (da sé)

OTT. Compatirete.

COR. Anzi ammireremo. Ma favorisca, sediamo.

OTT. Come volete. (siedono) Notate la difficoltà delle rime, la novità del pensiere, la forza e la condotta.

TON. Tutte cosse maravegiose.

OTT. Compatirete. Sopra i fulmini.

SONETTO

De’ terribili tuoni al fiero strepito

L’orrida cupa valle omai rimbomba;

Ogni avello si spezza ed ogni tomba,

E precipita il monte alto decrepito.

Orsi, lupi, leoni han dato un crepito,

Qual scordata, stridente, arida tromba.

Sembra la terra omai qual catacomba;

Io tremo, e fuggo, e mi nascondo, e strepito.

Precipita dal ciel fuoco a bizzeffe,

S’ode di zolfo e di bitume il tuffo,

E alle quercie si dan tagli e sberleffe.

Sentomi pel terrore alzare il ciuffo.

Chi avvien che i bronzi e i ferrei tuoni sbeffe,

Tremi del gran Tonante al fier rabbuffo.

COR. Bravo.

TON. Bravissimo.

OTT. Compatirete.

COR. Oh che rime difficili!

TON. Ghe xe parole che le par cannonae.

OTT. Compatirete.

TON. Se la comanda, ghe dirò brevemente la catastrofe dei mi accidenti.

OTT. Catastrofe! Bella parola da mettere in un verso eroico. Sì, la sentirò volentieri.

BRIGH. Anca mi, se el padron se contenta, ghe reciterò una piccola composizion.

OTT. Sì, fa sentire qualche cosa del tuo.

BRIGH. I compatirà.

COR. Ammireremo.

TON. Sentiremo el vostro spirito.

BRIGH. I compatirà. Dirò un’ottava armigera sul stil dell’Ariosto

.

TON. Un’ottava armigera? Bravo.

BRIGH. I compatirà.

E mentre il cavalier salisce in sella

Vede il nemico che l’affronta a fronte,

Ed egli mette mano alla rotella,

E fiero il guarda, come Rodomonte.

Il nemico si ferma, e a lui favella

Con queste che dirò parole pronte:

Scendi di sella, o cavalier errante,

Ch’io ti voglio tagliare la corazza e il turbante.

TON. Bravissimo. (Tre piè de più). (da sé)

COR. Evviva.

BRIGH. I compatirà.

OTT. Oh via, signori miei, favoriscano dirmi per quale avventura si trovano nella nostra città.

TON. Spero che se la saverà le nostre peripezie, la se moverà a compassion de nu.

OTT. Peripezie, mi piace; ma è prosaico.

COR. Siamo due poveri sventurati.

OTT. Ma non si potrebbe sentire qualche cosa poetica del signor Tonino e della signora Corallina?

TON. Se faremo cussì, ella no saverà l’esser mio, e mi no poderò sperar gnente da ella.

OTT. Ditemi, in grazia. Non sapete improvvisare?

TON. Qualche volta improvviso.

OTT. Ebbene, fate così. Narratemi la vostra istoria improvvisando in versi.

TON. Se pol benissimo.

OTT. Via dunque, fate che nel medesimo tempo senta le vostre virtù, e le vostre peripezie.

BRIGH. Oh magari! Sentirò anca mi volentiera.

TON. Cossa diseu, muggier?

COR. Dite voi la vostra parte, che io dirò la mia.

OTT. Animo, da bravi.

TON. Per narrative, no gh’è meggio dell’ottava rima.

OTT. Benissimo. Spiegatevi in ottava rima.

BRIGH. L’ottava l’è el mio forte anca de mi.

TON. La compatirà.

OTT. Ammireremo.

COR. Perdonerà.

OTT. Mi meraviglio.

TON. In lengua veneziana.

OTT. Benissimo.

TON. La compatirà.

OTT. Non mi fate penare.

TON.

Mio pare, che in Venezia è un bon mercante,

A Fiorenza me manda a negoziar:

Vedo de Corallina el bel sembiante,

E me sento alla prima innamorar.

Benché ordenaria e priva de contante,

M’ha savesto el so spirito obbligar.

Mio pare negoziar m’ha comandà,

E mi, per obbedir, m’ho maridà.

OTT. Bravissimo.

COR.

In Bergamo son nata, e da piccina

Sono stata in Firenze trasportata,

Ove imparai la lingua fiorentina,

Senza la gorga che dal volgo è usata.

Mia zia, che mi condusse, è contadina,

E all’orticel mi aveva destinata.

Erbe e fior coltivai, ma sopra tutto

Pensai raccor del matrimonio il frutto.

BRIGH. Evviva.

TON.

Torno a Venezia colla mia novizza

El pare se ne accorze, e el me descazza,

E tanto fogo contra mi l’impizza,

Che farme véder me vergogno in piazza.

Tutto in un tempo me vien su la stizza;

Chiappo su e vegno via co sta gramazza.

Finché ho abuo bezzi, semo andai pulito,

Ma adesso me tormenta l’appetito.

OTT. Oh bene!

COR.

E finché vive del mio sposo il padre,

A Venezia tornar noi non vogliamo.

Fortuna, che per anco io non son madre,

Onde in poca famiglia ancora siamo.

Pericolo non v’è, che genti ladre

Ci rubino i bauli che portiamo;

Mentre noi non abbiam, come sapete,

Altro baul che quello che vedete.

(mostra un piccolo baule, ch’è nella stanza)

BRIGH. Oh cara!

TON.

Semo do poverazzi sfortunai,

E s’avemo cazzà in la fantasia,

Per esser sempre poveri spiantai,

De voler coltivar la poesia.

Ma, grazie al cielo, semo capitai

Dove regna la vera cortesia.

Spero poder sfogar la doppia brama

De saziar la mia fame e la mia fama.

OTT. Oh che bella cosa!

COR.

Signor, l’istoria nostra avete intesa.

Movetevi, di grazia, a compassione;

Noi persone non siam di molta spesa,

E alla tavola avremo discrezione.

Due giorni son che abbiam la gola tesa,

Senza mai mandar giù neanche un boccone.

È tanto tempo che non ho mangiato,

Non posso più parlar, mi manca il fiato.

BRIGH. Poveretta! La me fa compassion.

OTT. Ho inteso tutto; se posso, voglio anch’io rispondervi con un’ottava all’improvviso. Io veramente non sono solito a improvvisare, ma mi ingegnerò. (Se avessi il rimario addosso!) (da sé) Basta, mi proverò. Compatirete.

Ho inteso, ho inteso i vostri casi strani,

Vi compatisco e ho di voi compassione.

Venite a casa mia... Venite a casa mia...

Venite a casa mia dunque domani.

Voleva dir che veniste oggi, ma per causa della rima verrete domani.

COR. Signore, mi perdoni, il verso potrebbe dire:

Venite a casa mia oggi e domani.

OTT. È vero, ma parrebbe che non vi volessi più.

TON. Con un altro verso se comoda.

Finché volete voi, vi fo padrone.

OTT. Benissimo. Torniamo da capo.

Ho inteso, ho inteso i vostri casi strani,

Vi compatisco e ho di voi compassione

Venite a casa mia oggi e domani,

Finché volete voi, vi fo padrone.

Una rima in ani, ed una in one.

Vivano i Fiorentini e i Veneziani,

Vivan le Muse e Apollo...

Vivan le Muse e Apollo...

BRIGH. Mio padrone...

OTT. Sì.

Vivan le Muse e Apollo mio padrone.

Venite, che a cenar meco v’aspetto...

TON.

Io vengo tosto, e le sue grazie accetto.

OTT. Evviva, bravissimo. Senz’altri complimenti, venite in casa mia; Brighella vi condurrà. Vi farò vedere i capitoli dell’accademia; vi darò la vostra patente. Oggi si reciterà, e voi vi farete onore. Bravi, evviva, mi consolate. Voglio che facciamo de’ milioni di versi.

Innalzar il suo nome ognun procura,

E di noi stupirà... madre natura. (parte)

COR.

(Oh che vaga e gentil caricatura!) (da sé)

BRIGH. Andemo, e no perdemo tempo.

COR. E mio fratello?

BRIGH. So che Arlecchin l’è vostro fradello. L’è mio patrioto. L’è anca lu un poco poeta, l’introdurrò anca élo, e el magnerà.

Venite amici, io vi conduco dove

Risplende il sol... di mezzo dì, quando non piove. (parte)

TON.

Quando ghe sia da laorar sui piatti,

Andemo a segondar sti cari matti. (parte)

COR.

Scrivasi fra le cose rare e strane,

Ch’oggi la poesia ci ha dato il pane. (parte)


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera con tavolino.

Rosaura e Florindo

ROS. Qui, signor Florindo, qui in questa camera staremo con più libertà.

FLOR. Ma non vorrei che il vostro signor padre ci sorprendesse.

ROS. Non vi è pericolo. Egli sta presentemente in compagnia di un poeta e di una poetessa forestieri, che sono marito e moglie. E poi, se anche qui mi ritrovasse con voi, non potrebbe dir nulla, avendomi egli stesso accordato che possa a voi far vedere i miei sonetti; e si compromette che voi non sappiate rispondere.

FLOR. Sappiate che la risposta ad uno di essi è fatta.

ROS. Così presto?

FLOR. O bene, o male, ho risposto, ed ho creduto che la celerità possa acquistarmi maggior merito dell’attenzione.

ROS. Deh, non mi sospendete più lungamente il piacere. Fatemi sentire questa vostra quasi estemporanea risposta.

FLOR. Vi servo subito. Compatirete.

ROS. So il vostro merito.

FLOR. Favorite, se pur v’aggrada, leggere il vostro secondo sonetto, ed io alle quartine e alle terzine di mano in mano vi risponderò.

ROS. Lo farò per obbedirvi. Dopo il sonetto petrarchesco, con cui Nice si disponeva di palesare il suo amore a Fileno, la stessa Nice, con un altro sonetto di stile piano e comune, si risolve di palesarlo.

FLOR. Ed io faccio che, nella risposta, Fileno a Nice spieghi il suo sentimento.

ROS. Mi sarà caro sentirlo.

SONETTO

Poiché Amor mi consiglia a dir mie pene,

Quel che m’arde non taccio intenso ardore.

Vo’ svelar la mia fiamma al mio pastore,

In cui solo ho riposta ogni mia spene.

FLOR. Fileno risponde colle medesime ultime parole:

Sento, o bella, pietà delle tue pene,

Ed eguale nel sen provo l’ardore.

Più felice di me non fia pastore,

Se di te m’alimenta amica spene.

ROS.

Da Filen, che nel petto il mio cuor tiene,

Se pietà sperar posso, e non rigore,

Fortunato penar, dolce dolore,

Sola e vera cagion d’ogni mio bene!

FLOR.

Nice, che del mio cor l’impero tiene,

Suol usar meco, e non temer rigore.

Nascer può dal suo sdegno il mio dolore,

Vien dalla sua pietate ogni mio bene.

ROS.

Sappia dunque Filen ch’io peno ed amo,

Che il frutto onesto dell’onesto affetto

Di mia fede in mercè sospiro e bramo.

FLOR.

Se tu mi ami, idol mio, sappi ch’io t’amo

E a misura del tuo gentile affetto,

Darti prova del mio sospiro e bramo.

ROS.

Or che l’arcano mio m’uscì dal petto,

Amor pietoso in mio soccorso io chiamo,

E da Fileno il mio conforto aspetto.

FLOR.

Più frenar non poss’io l’amor nel petto:

Nice sola sospiro, e Nice chiamo,

E la sua destra ed il suo cuore aspetto.

ROS.

Più frenare non puoi l’amor nel petto?

FLOR.

Nice sola sospiro, e Nice chiamo,

E la sua destra ed il suo cuore aspetto.

ROS. Ah, se creder potessi che la vostra risposta fosse dettata dal cuore, felice me!

FLOR. Da dove ebbe origine il vostro sonetto?

ROS. Da una vera passione.

FLOR. E il mio da un affetto sincero.

ROS. Credete voi ch’io abbia inteso parlar di Nice?

FLOR. Sotto il nome di Nice, scorgo quel di Rosaura.

ROS. E Fileno chi è?

FLOR. Florindo, che a Rosaura risponde.

ROS. Ah, signor Florindo, voi avete rilevato dal mio sonetto quello che altrimenti non avrei avuto coraggio di dirvi.

FLOR. Spesse volte le Muse hanno fatto finezze simili.

ROS. Che effetto potrà produrre questa mia poetica confessione?

FLOR. Le nostre nozze, se vi degnate approvarle.

ROS. Dunque dalla poesia deriverà il maggiore de’ miei contenti.

SCENA SECONDA

Beatrice e detti.

BEAT. Rosaura, che fate qui in questa camera? E voi, signor Florindo, dove avete imparate le convenienze?

FLOR. Signora, non è questa la prima volta ch’io sia venuto in casa vostra.

ROS. Mio padre mi ha detto che gli faccia vedere un certo sonetto.

BEAT. Vostro padre è un pazzo. Egli ha meno giudizio di un ragazzo di dieci anni; ed io, che per mia disgrazia sono sua moglie, non voglio perdere di vista il decoro vostro e di questa casa.

FLOR. Signora Beatrice, io ho tutta la venerazione per la vostra casa, e tutto il rispetto per la signora Rosaura.

BEAT. Ebbene dunque, cosa pretendete da questa ragazza?

FLOR. Se non temessi una negativa, vi spiegherei il mio desiderio.

BEAT. Io sono una donna ragionevole; se parlerete, vi risponderò.

FLOR. Vedo che mi capite senza ch’io parli. Sospiro le nozze della signora Rosaura.

BEAT. E voi, signorina, che cosa dite?

ROS. Mi raccomando alla vostra bontà.

BEAT. Sì, ora vi raccomandate a me.

SCENA TERZA

Ottavio e detti.

OTT. Ecco qui, sempre gente in questa camera. Dove scrivo, non voglio nessuno.

BEAT. Io ci sono venuta, perché il mio dovere mi ci ha portata.

OTT. Favorite andar nelle vostre camere.

FLOR. Signor Ottavio, perdonatemi.

OTT. Vi riverisco, Breviano Bilio.

BEAT. Posso parlarvi di un affare che preme?

OTT. Signora no. Ho da correggere la prefazione per l’accademia di questa sera.

BEAT. Signora Rosaura, andiamo.

ROS. Anch’io avrei da terminare una composizione per questa sera.

OTT. Terminatela, e voi lasciatela stare.

BEAT. Sì, fate bene. Resterà qui col signor Florindo.

OTT. Breviano Bilio è nostro accademico.

BEAT. E io...

OTT. E voi andate a badare alla rocca.

BEAT. Mi preme l’onore di questa casa.

OTT. Se vi premesse l’onore di questa casa, non sareste un’ignorantaccia, inimica della poesia.

BEAT. Più tosto che avere la malattia dei versi, vorrei essere zoppa e guercia.

OTT. Gente cui si fa notte innanzi sera. (siede al tavolino)

BEAT. Il bell’onore che acquisterà la vostra figliuola!

OTT. Gente cui si fa notte innanzi sera.

BEAT. Uomo senza cervello..

OTT. Gente cui si fa notte...

BEAT. Voi mi volete far crepare.

OTT. Innanzi sera.

BEAT. Il diavolo che vi porti. (parte)

SCENA QUARTA

Ottavio, Rosaurae Florindo

OTT.

Gente cui si fa notte innanzi sera.

Gente cui si fa notte innanzi sera.

Figliuoli miei, lasciatemi in quiete. Ho da correggere la prefazione. Il principio non mi dispiace. O ignorantissima temeraria gente, che contro la poetica sovrumana virtù ingiurie pessime scaricate...

ROS. Signor padre, vado anch’io a terminare la mia composizione.

OTT. Sì. Per dar principio alle nostre accademiche esercitazioni...

FLOR. Anch’io vi leverò l’incomodo.

OTT. Sì. Ragion vuole che io, poiché del principesco onore...

ROS. Il signor Florindo può venir meco?

OTT. Sì. Parola dell’istituto nostro faccia...

FLOR. Mi permettete ch’io vada ad assistere la signora Rosaura?

OTT. Sì. E del titolo nostro e dell’accademica pastorale...

ROS. Vado.

OTT. Sì. Sappiasi dunque...

FLOR. Ed io l’accompagno.

OTT. Sì. Sappiasi dunque...

FLOR. Andiamo a terminare le nostre composizioni. (a Rosaura)

ROS. E se viene la signora matrigna?

FLOR. Due onesti amanti non si prendono soggezione. Andiamo, la mia cara Nice.

Nice sola sospiro, e Nice chiamo,

E la sua destra ed il suo core aspetto.

ROS.

Amor pietoso in mio soccorso io chiamo,

E da Fileno il mio conforto aspetto. (partono)

SCENA QUINTA

Ottavio solo. Ascolta, s’alza un poco e poi siede.

OTT. Che brava ragazza è costei! Ella è l’unica mia consolazione; non la mariterei per tutto l’oro del mondo. La voglio in casa con me, me la voglio goder io la mia virtuosa figliuola. Ma qui conviene terminare la prefazione. Quanto mi dà fastidio dover comporre in prosa! Se avessi da scrivere in versi, mi sarebbe più facile, e in caso di bisogno, mi aiuterei col rimario. Orsù, sono nell’impegno, convien ch’io faccia di tutto per riuscir con onore. Poco manca alla sera. Vediamo che ora è. (mette fuori l’orologio) Oh diavolo! Mi sono scordato di caricarlo; non va, è giù la corda, e non so che ora sia. Ehi, Brighella. (chiama) Brighella anderà a vedere che ora è, e mi accomoderà l’orologio. Io non voglio perder tempo. Ehi, Brighella. Starà componendo, vi vuol pazienza, verrà. Andiamo avanti. Poiché se tutte le arcadi ed accademiche denominazioni... (scrivendo)

SCENA SESTA

Brighella ed il suddetto.

BRIGH. Sior padron...

OTT. La novella instituzione nostra...

BRIGH. Gh’è qua un zovene spiritoso, dilettante anca lu de poesia, fradello de siora Corallina, che vorria reverirla. Ela contenta che el passa?

OTT. Non senza ponderazione e mistero...

BRIGH. Ela contenta che el passa?

OTT. Sì. Non senza ponderazione e mistero.

BRIGH. Adesso el fazzo vegnir. Poverazzo, che el magna anca élo. (parte)

OTT. La novella pianta d’alloro abbiamo noi per impresa... Brighella, tieni quest’orologio, e accomodalo sulle ore di piazza. Brighella è andato via. Qualche nuovo estro lo avrà richiamato. Or ora ho finito. Poiché, siccome le tenerelle piante crescono coll’andar del tempo, e della loro ombra ingombrano i larghi piani... Oh bel poetico sentimento prosaico! E della loro ombra ingombrano i larghi piani.

SCENA SETTIMA

Arlecchino ed Ottavio

ARL. Fazzo umilissima reverenza.

OTT. Tieni. (senza guardarlo gli dà l’orologio, credendolo Brighella) Noi così parimenti, qual novelle piante...

ARL. A mi?

OTT. Sì. Non vedi che va male? Noi così parimenti...

ARL. Cossa ghe n’oio da far?

OTT. Va via, lasciami finir questa prefazione.

ARL. L’è un omo generoso, el m’ha donà un relogio alla prima. Pazienza, l’anderò a vender. (vuol partire)

OTT. Andremo i teneri ramuscelli... Chi è colui, che parte da questa camera? (vedendo Arlecchino) Ehi, galantuomo.

ARL. Signor.

OTT. Che cosa volete? Che cosa fate in questa camera?

ARL. Eh gnente, vago subito.

OTT. Che cos’è quello? (vede l’orologio)

ARL. L’è l’effetto delle so care grazie.

OTT. Come? Il mio orologio? Ah ladro disgraziato! Tu mi hai rubato l’orologio.

ARL. Se la me l’ha dà ella colle so man.

OTT. Eh, chi è di là? Presto, voglio mandare a chiamar gli sbirri.

ARL. Me maraveio, sior, son un galantomo.

OTT. Sei un disgraziato, un ladro, un assassino. Ti sei introdotto in casa mia per rubare, e ti sei prevalso della mia distrazione per rapirmi l’orologio di mano.

ARL. Ghe digo che son un omo onorato.

OTT. Le Muse, che non abbandonano i suoi divoti, mi hanno avvertito in tempo per iscoprirti.

ARL. Sia maledetto quando son vegnù qua.

OTT. Ti voglio far frustare, ti voglio far andar in galera.

Rapace, rapitore, empio, vigliacco.

ARL.                             Son un omo d’onor, corpo de bacco.

OTT. (Come! È un poeta?)

Mi avete voi rubato l’oriuolo?

ARL.                             Mi son un galantom, non un mariuolo.

OTT. (È poeta, è poeta!) (da sé) Caro amico, vi domando perdono.

Ditemi, siete voi servo d’Apollo?

ARL.                             Canto ancor io colla chitarra al collo.

OTT. Oh caro! Vi domando un’altra volta perdono. Io ero astratto, io ero dall’estro invaso. Ditemi, come è andata la cosa dell’orologio?

ARL. Me l’avì dà colle vostre man.

OTT. Sì, è vero. Ho creduto di darlo a Brighella; compatitemi, e in quest’abbraccio ricevete un pegno dell’amor mio.

ARL. (Sta volta, se no savevo far versi, stava fresco). (da sé)

OTT. Ditemi, caro, chi siete? Come vi chiamate?

ARL. Mi me chiamo Arlecchin, e son fradello de Corallina.

OTT. Fratello della signora Corallina?

ARL. Per servirla.

OTT. Di quella brava improvvisatrice?

ARL. Giusto de quella.

OTT. Oh siate benedetto! Lasciate ch’io vi dia un bacio e che vi giuri perpetua amicizia e poetica fratellanza.

ARL. La sappia, sior, che le cosse le va mal.

OTT. Sapete anche voi improvvisare?

ARL. Qualche volta.

OTT. Bravo.

ARL. L’è tre zorni, che se magna pochetto.

OTT. Questa sera si farà in casa mia una bella accademia.

ARL. Me ne rallegro. E la me creda, signor, che ho una fame terribile.

OTT. Sentirete, sentirete che roba.

ARL. Se mai la se contentasse...

OTT. Io compongo nello stile eroico.

ARL. De farne dar qualcossa...

OTT. E mia figlia compone nello stil petrarchesco.

ARL. La favorisca de ascoltarme una parola sola.

OTT. Dite pure, v’ascolto.

ARL. Ho fame.

OTT. Sì, caro, sì, mangerete. Venite qui, voglio farvi sentir un sonetto.

ARL. Lo sentirò più volentiera, dopo che averò magnà.

OTT. Voglio che mi diciate la vostra opinione. Ma ecco quel diavolo di mia moglie. Non posso seguitare il sonetto, non posso terminare la prefazione. Prenderò i miei fogli, e mi anderò a serrare nella camera di Brighella. (parte)

ARL. Ah, signor poeta. (dietro ad Ottavio)

SCENA OTTAVA

Beatrice ed Arlecchino

BEAT. Galantuomo, chi siete voi?

ARL. Un poeta, per servirla.

BEAT. Siete anche voi uno scroccone simile al signor Tonino e alla signora Corallina?

ARL. Giusto; son fradello della signora Corallina.

BEAT. E siete anche voi venuto a scroccare con essi?

ARL. Procurerò anca mi de farme onor.

BEAT. Fareste meglio andar a lavorare.

ARL. Per dirghela, no ghe n’ho troppa volontà.

BEAT. Signor sì, col pretesto d’esser poeta, si fa vita oziosa e da vagabondo.

ARL. Chi ela in grazia?

BEAT. Sono la padrona di questa casa.

ARL. M’imagino che la sarà poetessa anca ella.

BEAT. Sono il diavolo che vi porti. Andate fuori di qui.

ARL. Come! Cussì se scazza i galantomeni?

BEAT. Andatene, altrimenti vi farò cacciare per forza.

ARL.                             La donna brava e accorta,

Scaccia chi ghe vol tor, e tol chi porta. (parte)

SCENA NONA

Corallina e Beatrice

COR. Signora, perché scacciate voi mio fratello?

BEAT. Perché la mia casa non ha da essere il ricetto dei vagabondi.

COR. Signora mia, permettetemi ch’io vi dica un apologo.

BEAT. Che cos’è quest’apologo?

COR. Vuol dire una favoletta.

BEAT. Io non mi curo delle vostre scioccherie.

COR. Sentitela, e non vi dispiacerà.

Cadde una pecorella dentro un pozzo

E facea per uscir qualche schiamazzo;

Ed un lupo, che aveva pieno il gozzo,

La derideva e ne facea strapazzo.

Giunse il pastore e uccise il lupo sozzo,

E la pecora trasse fuor del guazzo.

S’io la pecora son, che si strapazza,

Rammentatevi il lupo, o gente pazza.

BEAT. Come! Che temerità è questa? Dare a me della pazza?

COR. Signora, v’ingannate, io non parlo di voi.

BEAT. Dunque di chi parlate?

COR. Parla la favola di chi ride del male altrui, di chi si beffa delle altrui miserie, di chi non porgerebbe la mano a un misero che si affoga, per trarlo fuori dal suo pericolo.

BEAT. Io non ho sentimenti sì barbari. Piace a me pure la carità, ma mi piace farla a chi la merita.

COR. Sapete voi distinguere chi più meriti la carità?

BEAT. M’insegnereste ancor questo? La carità la meritano i poveri che vanno questuando, quei che sono imperfetti, quei che domandano pietà colle loro lagrime, colle loro strida.

COR. Permettetemi ch’io vi reciti un’altra favola.

BEAT. Mi direte qualche altra impertinenza?

COR. Non vi è pericolo.

Vi son quattro animali in una grotta,

Ciascun de’ quali il nuovo cibo aspetta.

Entra il custode, e tre di loro in flotta

Gli vanno incontro per mangiare in fretta.

Il coniglio non esce e non borbotta,

E quel che dagli il suo padrone, accetta.

E il padron porge al buon coniglio il frutto,

Perché gli altri trovar lo san per tutto.

BEAT. Vuol dire la vostra favola, per quel che intendo, che la carità va fatta a chi non la sa domandare.

COR. Per l’appunto.

BEAT. Quand’è così, i poeti certamente da me non l’avranno.

COR. E perché?

BEAT. Perché essi domandano più sfacciatamente degli altri, onde li disprezzo tutti egualmente.

COR. Un’altra favola, e vado via.

BEAT. Oh, sono annoiata!

COR.

Di animali porcini era una truppa,

Che mangiava di semola la pappa;

Di moscato fu lor data una zuppa,

Entro le madreperle fatte a cappa.

Ciascuno si ritira e si raggruppa,

E dal moscato e dalle perle scappa;

Onde queste parole sono uscite:

Ai porci non si dan le margarite.(parte)

BEAT. Temeraria, indegna! Questo ancor dovrò soffrire? Giuro al cielo, se non mi vendico, non son chi sono.

SCENA DECIMA

Tonino e Beatrice

TON. Patrona reverita, con chi la gh’ala?

BEAT. Con quella temeraria di vostra moglie.

TON. Desgraziada! Cossa gh’ala fatto?

BEAT. Mi ha perduto il rispetto.

TON. Baronzella! La prego dirme, come èla stada! La castigherò. (Bisogna imbonirla, chi vol magnar in pase). (da sé)

BEAT. Fa la dottoressa, dice gli apologhi, dice le favole, e offende, e tocca sul vivo. In casa mia?

TON. Me par impussibile che Corallina sia stada capace de un’insolenza de sta sorte, perché so con quanta stima e con quanto respetto la parla de ella. No la fa che lodarse della so bontà, della so cortesia. (Voggio veder se me basta l’animo de farmela amiga, acciò che no la me rebalta). (da sé)

BEAT. Questa non è la maniera di vivere a spalle altrui, a forza d’impertinenze.

TON. Mi ghe assicuro, che sparzeria tutto el sangue che gh’ho in te le vene, perché mia muggier non gh’avesse dà sto desgusto.

BEAT. Vi dispiacerà, perché temete ch’io vi faccia uscire di questa casa.

TON. La me perdona, no la me cognosse. Mi son un omo che vive per tutto e se no la me vede volentiera, in sto momento son pronto andar via. Me despiase unicamente esser stà causa del so disturbo, perché, la me permetta che ghe lo diga de cuor, ella xe una persona che stimo infinitamente, e ghe zuro che in tutto quel mondo che ho praticà, non ho trovà una persona più giusta, più amabile, più discreta de ella.

BEAT. Signor poeta, mi burlate voi?

TON. No son capace de torme sta libertà. Ella la xe una signora che obbliga a prima vista, che liga i cuori delle persone, e che imprime in tel medesimo tempo amor, reverenza e respetto.

BEAT. Signor Tonino, non istate così in disagio. Accomodatevi, sedete.

TON. Per obbedirla, accetterò le so grazie. (Eh, questa colle donne la xe una scuola che no falla mai). (da sé, prende le sedie)

BEAT. (Povero giovane! le sue disgrazie mi muovono a compassione). (da sé)

TON. La se comoda prima ella.

BEAT. (È tutto civiltà; bisogna sia una persona ben nata). (da sé)

TON. Chi dirave mai che una signora come ella, savesse cussì ben governar una casa, e gh’avesse massime cussì giuste, cussì economiche, cussì esemplari?

BEAT. Certo, se non foss’io, povero mio marito! Questa casa andrebbe in rovina.

TON. Mah! L’è stà ben fortunà el sior Ottavio a trovar una muggier com’ella. Una certa simpatia sento che me obbliga e me trasporta a consacrarghe colla mazor onestà e modestia tutto el mio cuor.

BEAT. Ah, signor Tonino, voi siete poeta.

TON. Cossa vorla dir per questo?

BEAT. Siete avvezzo a fingere.

TON. Un tempo i poeti finzeva, quando i se serviva delle favole per spiegar i propri pensieri, e quando colle iperboli e coi traslati i vestiva de finti colori le parole e i concetti. Adesso la poesia è deventada piana e sincera, e che sia la verità, la senta un sonettin, che ho fatto za un’ora in lode de ella.

BEAT. In lode mia?

TON. In lode soa.

BEAT. Così presto?

TON. L’averlo fatto presto, giustifica che l’ho fatto de cuor. (No la sa, che so improvvisar). (da sé)

BEAT. Io veramente non amo la poesia.

TON. Se no la vol che ghe lo diga, pazienza.

BEAT. È un sonetto in mia lode?

TON. Senz’altro.

BEAT. Via, perché l’avete fatto voi, lo sentirò volentieri.

TON. (Sentirse lodar piase a tutti, e specialmente alle donne). (da sé) La senta, e la compatissa.

SONETTO

Morbido e folto crin, fra il biondo e il nero([1]),

Spaziosa fronte, e bianco viso e pieno,

Occhio celeste, or torbido, or sereno;

Angusto labbro, rigoroso, austero.

Tenera e breve man, degna d’impero,

Candido, bipartito, amabil seno,

D’ogni proporzion corpo ripieno,

Aria sprezzante, e portamento altero.

Questa è di voi visibile bellezza,

Ma di gloria maggior degna vi rende

La velata beltà, che più si apprezza.

Spirto, che tutto vede e tutto intende,

Arte, che tutto brama e tutto sprezza,

Cuore, che manda fiamme, e non s’accende.

BEAT. Caro signor Tonino, voi mi mortificate.

TON. Ho dito anca poco a quello che dir doveria. Oh, se a sto sonetto ghe podesse metter la coa, la sentirave qualcossa de più.

BEAT. Io non lo merito certamente.

TON. Ma possibile che la sia tanto nemiga della poesia?

BEAT. In verità, che ora la poesia mi comincia a piacere.

TON. Ela contenta che ghe daga qualche lizion?

BEAT. Sì, mi farete piacere.

TON. Benché el so sior consorte ghe ne sa più de mi, el poderà insegnar meggio.

BEAT. Oibò, non ha maniera, non ha comunicativa. Imparerò più facilmente da voi.

TON. Dirala più mal dei poeti?

BEAT. No certamente.

TON. Ghe vorla ben?

BEAT. I poeti della vostra sorte meritano tutta la propensione.

TON. Ghe piase el mio stil?

BEAT. Voi componete con una grazia che innamora.

SCENA UNDICESIMA

Ottavio che osserva e detti.

OTT. (Mia moglie accanto al poeta veneziano?) (da sé)

TON. Come ala fatto a innamorarse cussì presto?

OTT. (Innamorarsi?) (da sé)

BEAT. Effetto del vostro merito.

OTT. Signori, li riverisco. (alterato)

TON. Servitor obligatissimo.

OTT. Come si divertono, padroni miei?

TON. Son qua che me dago l’onor de insinuar el gusto della poesia nell’animo della siora Beatrice.

OTT. Eh, voi non me lo darete ad intendere. Beatrice è nemica della virtù.

BEAT. Credetemi, marito mio, che ora principio a prenderci gusto.

OTT. Dite davvero?

TON. Me impegno in pochi zorni de farla poetessa.

OTT. Oh, la fortuna il facesse!

BEAT. Se volete che impari qualche cosa, non mi sturbate.

OTT. No, non vi sturbo, vado via. Caro poeta mio, insegnatele i versi, le rime. Fate voi, mi accomando a voi, vi sarò eternamente obbligato. Beatrice non griderà più contro le accademie, contro le Muse. Che siate benedetto! (Caro poeta! Il cielo me l’ha mandato). (da sé, parte)

BEAT. Avete sentito? Mio marito a voi mi raccomanda.

TON. E mi farò el mio dover.

BEAT. M’insegnerete?

TON. Ghe insegnerò.

BEAT. Ma quando principierete?

TON. Quando che la vol.

BEAT. Sono impaziente d’apprendere le vostre lezioni.

TON. Vorla che adesso ghe scomenza a dar una lizionzina?

BEAT. Mi farete piacere.

TON. La senta sti versi; i se chiama endecasillabi, cioè de undese piè. I xe otto versi, che forma un’ottava rima. El primo se rima col terzo e col quinto; el segondo col quarto e col sesto; e i do ultimi da so posta. La ascolta sta ottava, la la impara, e per adesso ghe basta cussì.

Xe un dono de natura la bellezza,

Che se perde col tempo, e se ne va.

Xe un don della fortuna la ricchezza,

Che poderia scambiarse in povertà.

Quel che se stima più, che più se apprezza,

Xe la fede, el bon cuor, la carità.

Questa xe la lizion, che mi ghe dago;

La impara sta ottavetta, e me ne vago. (parte)

BEAT. Questo giovine mi ha incantato.

SCENA DODICESIMA

Brighella da bidello e Beatrice

BRIGH. Signora padrona, me rallegro che la sia deventada amiga della poesia.

BEAT. (Ha parole, ha versi, ha concetti, che farebbero innamorare i sassi). (da sé)

BRIGH. Comandela che ghe recita una ottavetta?

BEAT. Eh, non voglio sentire le tue freddure.

BRIGH. Anca mi me inzegno. Son anca mi un pochettin poeta.

BEAT. Va al diavolo tu e la tua poesia.

BRIGH. Ma el patron m’ha dito che anca ella la scomenza a dilettarse de sta bella virtù.

BEAT. Tu e il tuo padrone siete due pazzi. (parte)

BRIGH. Bon! Elo questo el gusto che l’ha chiappà alla poesia? Ah, pur troppo l’è vero! Le donne son volubili.

Come del cielo instabili le nubili. (parte)

SCENA TREDICESIMA

Sala illuminata.

Ottavio vestito pomposamente, seguito da tutti i personaggi. Siedono. Ottavio s’alza, e dopo aver fatto riverenze, legge e recita, come segue.

OTT. O ignorantissima temeraria gente, ascoltatori miei gentilissimi, o ignorantissima temeraria gente, che contro la poetica sovrumana virtù ingiurie pessime scaricate, eccoci a dispetto vostro alla fin fine uniti, ragunati e raccolti, per dar principio alle nostre accademiche esercitazioni! Ragion vuole che io, poiché del principesco onore insignito mi trovo, parola dell’istituto nostro altrui faccia; e del titolo nostro, e dell’accademica pastorale, primitiva, novella impresa nostra, tutti e ciascheduno di quei che mi ascoltano, cautamente avvertisca. Non senza ponderazione e mistero la novella pianta d’alloro abbiamo noi per impresa scelta, eletta e destinata, poiché, siccome le tenerelle piante crescono coll’andar del tempo, e della loro ombra ingombrano i larghi piani, noi così parimente, quali novelle piante dall’acqua d’Ippocrene innaffiate, andremo i teneri ramuscelli in forti e robusti rami cangiando. Crepate dunque, invidiosi, sì, crepate (Accademici gentilissimi, meco esclamate voi pure), sì, crepate d’invidia, invidiosissimi che noi invidiate poiché il serenissimo, biondo, canoro Apollo trasformerà questa nostra sontuosa e bene illuminata sala nel monte celebrato Parnaso, e le virtuose donne accademiche nostre in Muse trasformate saranno, e noi saremo in satiri convertiti; e il sommo Giove scaricherà sopra noi i fulmini della sua clemenza, e la provida madre terra ci aprirà il seno benefico, per seppellirci tutti in un abisso di gloria. Ho detto. (siede) Fidalma Ombrosia, a voi. (a Rosaura)

ROS. Dirò una breve canzone lirica.

OTT. (Sarà petrarchesca). (da sé)

ROS.

Amore, involto ne’ tuoi lacci ho il core

Né che si sciolga e lo sprigioni io chiedo.

Poiché in van spargerei le voci ai venti.

Chiedo soltanto che l’aspro rigore,

Onde assalire e circondar mi vedo,

Per te in parte si tempri, e si rallenti.

Chiedo de’ miei tormenti

Scemato il tristo e grave

Peso, che oppressa m’ave;

Chiedo che tua pietà mi porga aita,

Prima che manchi in sul finir mia vita.

Aspra è la piaga, che nel seno impressa

Fu dallo stral che non ferisce in vano,

E di colpo leggier pago non resta;

Ma dello stral la ferrea punta istessa

Del mio leggiadro feritore in mano

Alla piaga letal balsamo appresta.

Quella che pria funesta

parve cagion di pianto,

Ora è il mio più bel vanto.

Perdona, Amor, se il pentimento è tardo,

Amo e stringo i tuoi lacci, e bacio il dardo.

Porre vogl’io delle bilance a un lato

L’aspre pene sofferte e i crudi affanni,

E dall’altro un piacer solo amoroso;

E vedrò questo di recente nato

Premer sua lance, e dei passati danni

Vincere il duro grave peso annoso.

Amor orgoglioso

Più in suo voler non sembra;

Di lui più non ramembra

L’alma, che lieta fassi, il crudel modo,

E lieta piango e de’ miei pianti io godo.

OTT. Bravissima. Evviva Fidalma Ombrosia. Ah, che ne dite, eh? Avete sentito mia figlia? Avete sentito il Petrarca? Oh figlia mia! Che tu sia benedetta.

ROS. Compatiranno.

OTT. Sì sì, compatiranno. Una canzone di questa sorta, compatiranno.

ELEON. (Avete sentito la petrarchesca selvatica?) (a Lelio)

LEL. (Credono che per fare una canzone o un sonetto petrarchesco, basti imitarlo rozzamente nei versi, e non pensano alla condotta, all’unità, alla forza, e precisamente alla bellezza degli epiteti e degli aggiunti). (a Eleonora)

OTT. Cintia Sirena, a voi.

ELEON. In difesa d’Amore, accusato ingiustamente di perfido e di crudele.

SONETTO

Perfido Amor? Chi è che d’Amor favella

Con sì poco rispetto, e ingrato tanto?

Del vero Amor, no, non conosce il vanto

Chi lui tiranno e menzognero appella.

Dolci, amabili son le sue quadrella,

D’allegrezza cagione, e non di pianto;

Ed è virtù dell’amoroso incanto,

Ch’ogni cosa all’amante orna ed abbella.

Non è Amor che comanda il serbar fede

All’empio, ingrato, sconoscente cuore,

Che non cura l’affetto, o non lo crede!

Chi ha dall’idol suo sdegno e rigore,

Cambi e cerchi in altrui miglior mercede,

E troverà sempre pietoso Amore. (tutti applaudiscono)

ELEON. Compatiranno.

OTT. Eh, può passare, può passare: non è petrarchesco, ma può passare. Avete sentito mia figlia?

FLOR. (Che dite del sonetto della signora Eleonora?) (a Rosaura)

ROS. (Non è suo: gliel’ha fatto un giovine studente, che lo ha confidato a Brighella). (a Florindo)

FLOR. (Non è cosa fuor di uso. Quasi tutte queste signore, che passano per poetesse, si fanno fare le composizioni dagli altri).

LEL.

Parlo a voi, Muse veraci,

Che cantare il ver solete.

Non sperate aver seguaci,

Ché derise in oggi siete.

Più non v’è chi dietro a voi

Perder voglia i giorni suoi.

Non entrate, o meschinelle,

Nello studio d’un legale,

Ché alle vostre rime belle

La bugia colà prevale;

E si studia onninamente

Attrappar qualche cliente.

Non andate, o poverette,

Da quel medico stupendo,

Dove a caso le ricette

Di sua man ci sta scrivendo.

Dar la vita è vostra sorte,

Egli studia a dar la morte.

Lungi, lungi, Muse amare,

Dalla casa del mercante.

Egli studia accumulare

Giorno e notte il suo contante;

E col peso e la misura

D’ingannare altrui procura.

Lungi pur dal giuocatore,

Che di voi disprezza l’arte,

Egli sparge il suo sudore

Sullo studio delle carte,

E procura il suo guadagno

Sulla strage del compagno.

Dalle donne brutte o belle

Voi sarete discacciate,

Che nel liscio della pelle

Spendon mezze le giornate.

Stanno a letto assai di giorno,

E la notte vanno attorno.

Una volta gli amoretti

Favoriva ancor la Musa;

Con canzoni e con sonetti

Far l’amor più non si usa.

Or la gente è persuasa,

Che sia meglio entrar in casa.

Le gran menti non si degnano

Oggi più di poesia;

Studian cose, cose insegnano

Da oscurar la fantasia;

E chi sale troppo in alto,

Fa talvolta un brutto salto.

Non sperate ritrovare

Dai poeti alcun ristoro:

Non pon darvi da mangiare,

Non ne han nemmen per loro;

Per la fame i poverelli

Son di voi fatti ribelli.

Ma se niuno vi vuol seco,

Se ciascun vi manda via,

Muse, su, venite meco,

Io vi prendo in compagnia.

Per il mondo andrem girando,

Gli altrui vizi criticando.

E chi il merito disprezza

Dei poeti e delle Muse,

Gente al male solo avvezza,

Che dal sen virtude escluse,

Proverà se meglio fia

Rispettar la poesia.

Poesia, virtù celeste,

Che in gran pregio un tempo fu,

Che da certe nuove teste

Non si stima in oggi più:

Perché d’altro sono amanti

I viziosi e gl’ignoranti.  (tutti applaudiscono)

OTT.

Perché d’altro sono amanti

I viziosi e gl’ignoranti.

Perché d’altro sono amanti

I viziosi e gl’ignoranti.

Ovano Pazzio, tenete. (gli dà un bacio) Breviano Bilio, a voi.

FLOR. Fileno chiede consiglio ad Amore, come abbia ad assicurarsi dell’affetto della sua Nice.

SONETTO

Dimmi, pietoso Amor, che far poss’io

Per meritar di Nice mia l’affetto?

Vuoi tu ch’io m’apra di mia mano il petto,

E che in dono al mio bene offra il cor mio?

Vuoi che asperso di pianto acerbo e rio,

A lei mi mostri in doloroso aspetto?

Vuoi ch’io peni senz’ombra di diletto,

Vuoi tu ch’io taccia, e in sen nutra il desio?

Vuoi ch’io l’attenda rispettoso, umile,

O ch’io segua da lunge i passi suoi?

Vuoi ch’io sia nell’amarla ardito, o vile?

Tutto, Amore, farò quel che più vuoi,

Per l’acquisto di lei vaga e gentile.

Deh, consigliami tu che far lo puoi.  (tutti applaudiscono)

OTT. Magronia Prudenziana, ora tocca a voi. (a Corallina)

COR. Signore, io non ho preparato niente.

OTT. Dite qualche cosa all’improvviso.

COR. Favorite darmi voi l’argomento.

OTT. Venite qui, rispondete a questo sonetto. A un sonetto mio, a un sonetto mio, estemporaneamente, in lode del glorioso, erudito femmineo sesso. Compatirete.

SONETTO

Spezzate omai le stridule conocchie,

Donne, e venite al fonte d’Aganippe,

Le canore v’attendono sirocchie,

E vi faranno omai tante Menippe.

E voi restate in mezzo alle ranocchie,

Genti, che avete le pupille lippe,

E Apollo mandi un nerbo che vi crocchie,

E v’acciacchi ben bene e spalle, e trippe.

La gloria di Parnaso a voi s’approccia;

Vedo le donne uscir fuori del vulgo,

E mi sento stillare a goccia, a goccia.

La fama delle femmine divulgo,

E tutto fuori della mortal buccia,

Delle femmine in mezzo anch’io rifulgo.

COR. Ringraziamento delle donne. Sonetto colle medesime maledettissime rime.

OTT. Io scrivo sempre con queste rime difficili.

COR.

Le donne avvezze sono alle conocchie,

Né soglion bere l’acqua d’Aganippe.

Non sanno alle compagne, o alle sirocchie,

Di Menippo parlare, o di Menippe.

Giovani cantan come le ranocchie,

E quando per l’età diventan lippe,

Forz’è che ognun le sprezzi, ognun le crocchie,

Poiché buone non son, che da far trippe.

La lode vostra al vero non s’approccia;

Ed io, che nata sono in mezzo al vulgo,

Sudo per il rossor più d’una goccia.

Ma poiché in grazia vostra mi divulgo,

Vestita anch’io della novella buccia,

Fra cotante pazzie, pazza rifulgo.

OTT. Oh bello! Oh brava! Evviva. Oh che roba! Oh che roba! A Roma, a Roma, al Campidoglio, al Campidoglio. Meritate essere incoronata, e se nessuno lo vorrà fare, v’incoronerò io, v’incoronerò io.

ELEON. (Gran miracoli che si fanno per quattro spropositi di una pettegola). (a Lelio)

LEL. (Può essere che quel sonetto lo abbia veduto prima d’adesso). (a Eleonora)

OTT. Ora tocca a voi, Adriatico Pantalonico.

TON. Comandela che la serva de quattro spropositi all’improvviso?

OTT. Via, sì, dite qualche cosa di bello.

TON. Le favorissa de darme l’argomento.

FLOR. Ve lo darò io. Dite se nelle donne sia più stimabile la bellezza o la grazia.

TON.

Amor, che delle donne ti te val([2])

Per mettere in caena i nostri cuori,

Dimme se della donna più preval

I bei graziosi vezzi o i bei colori.

La femmena, che a nu fa ben e mal,

Ora dandone gusti, ora dolori,

Per venzer sempre, e trionfar segura,

La dopera a so tempo arte e natura.

Amor, ti che ti pol andar là drento

In tel cuor di della donna a bisegar,

Che ti sa l’arte, el modo e el fondamento,

Come possa la donna innamorar,

Te prego, in grazia, damme sto contento,

Fa che el vero a capir possa arrivar,

E sappia dir co un poco de dolcezza,

Se più possa la grazia o la bellezza.

Supplico chi m’ascolta aver pazienza,

E voler quel che digo perdonar,

Perché prevedo che la mia sentenza

Ugual diletto a tutti no pol dar.

Amor m’ispira, e spero a sufficienza

De grazia e de beltà poder parlar,

A una delle do s’aspetta el vanto,

E mi dirò la mia opinion col canto.

Il ciel benigno e provido

Vedendo che più fragile

Dell’uomo era la femmina,

Per renderla più amabile,

Per farla compatibile,

Le diè bellezza e grazia.

Le diè ecc.

Quel che bellezza chiamasi

Talora è un viso candido,

Talora bruno o pallido;

Due luci belle diconsi

Talor, perché negrissime,

O pur di color vario;

Talor perché allegrissime,

Talor perché patetiche;

E belle son, se piacciono.

E belle ecc.

Chi vuol la donna picciola,

Chi grande la desidera;

Del grasso chi dilettasi,

E chi la vuol magrissima;

Chi vuol che sappia ridere

Chi vuol che sappia piangere,

E belle chiaman gli uomini

Sol quelle che a lor piacciono.

Sol quelle ecc.

Bellezza è dunque varia,

E non ha certo merito,

E non può i cori accendere,

Se a lei non somministrasi

Valor da noi medesimi.

Valor ecc.

Ma non così la grazia,

La qual da tutti ammirasi,

E d’essa ognun dilettasi,

E ognun, che ad essa accostasi,

Si sente nel cuor ardere.

Si sente ecc.

La grazia, ch’è indelebile,

In una brava femmina

In vecchia età conservasi;

Ma una sgarbata giovine,

Ancorché sia bellissima,

Quando un pochino invecchia,

Si rende altrui ridicola.

Si rende ecc.

Più vale assai lo spirito

D’una bellezza stolida:

Le donne assai più possono

Col vezzo, che col minio.

Bellezza va prestissimo,

La grazia è più durabile:

Quest’è la mia sentenzia.

Quest’è ecc.

Graziose femmine

Se qui m’ascoltano,

Il mio gradiscano

Sincero cor.

E le bellissime

Deh mi perdonino

Ché inimicissimo

Non son di lor.

Molto esse possono

Col volto amabile,

Coll’adorabile

Loro beltà.

Ma della grazia

È il pregio massimo,

Che ancor conservasi

Nell’altra età.

Però confessovi,

Che a me pur piacciono,

Vermiglie o candide,

Le donne ognor,

Che mi ferirono,

E mi feriscono,

Ed esser dubito

Ferito ancor.

Amor, ti ti ha deciso che val più

La grazia femminil della beltà,

Ma parlemose schietto fra de nu:

L’una e l’altra xe forte in verità.

Se spirito gh’avesse, e più virtù,

Diria de tutte do l’attività.

Fenisso, perché v’ho seccà abbastanza;

Se ho dito mal, domando perdonanza.

OTT. Evviva, evviva.

Se ho detto mal, domando perdonanza.

Risuoni questa stanza.

Viva la poesia!

Sonatori, sonate sinfonia.

(si suona sinfonia, e tutti partono)


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera con lumi.

Brighella solo.

BRIGH. Ah pazienza! Per esser un povero servitor, non ho podesto far cognosser la mia abilità. No i m’ha volsudo dar permission che recita anca mi in accademia la mia composizion. Pazienza. El me patron se saria anca contentà, e quei siori accademici, ignoranti e superbi, no i s’ha degnà. Ma so mi perché no i ha volesto che recita; perché i ha avudo paura che le mie composizion butta in terra le soe, e infatti, se recitava sti pezzi de ottave, i se podeva andar a nasconder tutti. De sta sorte de roba no i ghe n’ha mai fatto, e no i ghe ne sa far. Rime balzane! Rime balzane! Ah che bella cossa! Rime balzane. L’è vero che me le son fatte far, ma nissun sa gnente, e le pol benissimo passar per mie. (legge)

Canto la guerra delle rane antiche,

Allor che i sorci andavano in carretta,

E quando si vendevan le vessiche

Per far delli vestiti a una civetta.

Una truppa di gravide formiche

Stava intanto giocando alla bassetta,

E finalmente un campanil di vetro

Ad un gobbo gentil saltò di dietro.

SCENA SECONDA

Beatrice e detto.

BRIGH. Cara siora padrona, per carità, la senta ste ottave balzane.

BEAT. Va dal signor Tonino, portagli la cioccolata per lui e per la sua consorte.

BRIGH. La cioccolata?

BEAT. Sì, la cioccolata, con i suoi biscottini.

BRIGH. Come ala fatto mai a cambiarse a favor de sto forestier? La lo trattava da scrocco, da impostor, da vagabondo, e con tanto amor la ghe parecchia la cioccolata?

BEAT. Ho conosciuto che è un giovane virtuoso, onorato e dabbene; e per questo lo vo’ trattar come merita.

BRIGH. Donca podemio sperar che ella no la sia più tanto nemiga della poesia?

BEAT. Ho principiato a pigliarvi un poco di gusto.

BRIGH. Da vero?

BEAT. Così è certamente.

BRIGH. Quando l’è cussì, la me fazza una grazia. La senta sto par de ottave balzane.

BEAT. Non voglio sentir niente.

BRIGH. La ghe ne senta almanco una.

BEAT. Sbrigati.

BRIGH. Una sola, per carità.

BEAT. (Oh che seccatori che sono questi poeti!) (da sé)

BRIGH.

Montò a caval d’una montagna un’occa,

Sfidando ai pugni un orso barbaresco;

E un albero senz’occhi e senza bocca

La furlana ballò con un Todesco.

Un gatto s’innamora d’una rocca,

Una cicala si mangiò un pan fresco,

Un becco s’affatica notte e giorno,

E un cervo astuto gli regala un corno. (parte)

SCENA TERZA

Beatrice sola.

BEAT. Assolutamente questi poeti io non li posso tollerare. Non vi è stato altri che il signor Tonino, che colla dolcezza dei suoi bei versi mi abbia dato piacere. Egli merita tutto, e non mi dispiacerà che resti ospite in casa nostra. Che uomo civile! Che giovine prudente e sincero!

SCENA QUARTA

Ottavio e detta.

OTT. Dov’è il signor Tonino?

BEAT. Nella sua camera.

OTT. Grand’uomo è quello! Gran bella mente! Gran prontezza! Grande spirito, gran poeta!

BEAT. Certamente, egli è un giovine che merita assai.

OTT. Merita tutto. Avvertite bene, non me lo disgustate.

BEAT. Io gli farò tutte le finezze possibili.

OTT. È vero che vuole insegnare anche a voi la poesia?

BEAT. È verissimo.

OTT. E voi l’imparerete?

BEAT. Spero di sì.

OTT. Bravissima, stategli appresso, e non dubitate. Ma voglio che dia qualche lezione anche a mia figlia.

BEAT. Oh, non istà bene che un giovine faccia il maestro ad una ragazza.

OTT. È un giovine tutto dedito alla virtù.

BEAT. L’occasione fa l’uomo ladro.

OTT. Sì? E con voi questo ladro non potrebbe rubar qualche cosa?

BEAT. Io sono una moglie onorata.

OTT. E Rosaura è una figlia da bene.

BEAT. Io vi consiglierei di dar marito a questa vostra figliuola.

OTT. Oh pensate! La mia figliuola! La mia petrarchessa! La voglio con me; la voglio con me.

BEAT. Vi sarebbe per lei un ottimo partito.

OTT. No, no, non voglio che me la rovinino; non voglio che perda il gusto della poesia.

BEAT. Anche maritata potrebbe comporre.

OTT. Oibò! L’amor del marito, le gelosie, i figliuoli, i parenti, son tutte cose che traviano la mente e fanno perder l’amore alle Muse.

BEAT. Guardate che ella non vi precipiti.

OTT. Non mi seccate.

BEAT. Maritatela.

OTT. Non mi seccate.

BEAT. Ve ne pentirete.

OTT.                                  Gente cui si fa notte innanzi sera.

BEAT. Questa canzone non la posso soffrire. (parte)

OTT. Ho piacer di saperlo; quando vorrò farla andar via, principierò a dire:

Gente cui si fa notte innanzi sera.

SCENA QUINTA

Brighella colla cioccolata, ed Ottavio

OTT. Che cos’è quella?

BRIGH. La cioccolata.

OTT. Chi te l’ha ordinata?

BRIGH. La patrona.

OTT. Mia moglie?

BRIGH. Signor sì.

OTT. Come! Così mi consuma la cioccolata? Così ne tien conto?

BRIGH. Me pareva anca mi, che la fusse buttada via.

OTT. E a chi la devi portare?

BRIGH. Al signor Tonin e alla so consorte.

OTT. Oh sì, sì, ai poeti sì. Portala, portala.

BRIGH. E no l’è buttada via?

OTT. Anzi è impiegata benissimo. Ai poeti? Tutto. Presto, porta la cioccolata, e di’ loro che desidero rivederli, che anderò a ritrovarli, se mi permettono.

BRIGH.

Porto la cioccolata ai do poeti,

Ma i torria più tosto do zalletti. (parte)

OTT. Che asino! Rimare zalletti con poeti. Poeti si scrive con un t solo, e zalletti con due. Ma quanti vi cadono in quest’errore! Io non ci caderò certamente, poiché non faccio rima senza l’aiuto del mio rimario. Benedetto Stigliani! Ti sono pure obbligato. Oh, quanti avranno a te quest’obbligazione! Quanti poeti cercano le rime sul rimario e misurano i versi sulle dita!

SCENA SESTA

Lelio ed Ottavio

LEL. Riverisco il signor Ottavio.

OTT. Addio, Ovano Pazzio. Io mi chiamo Alcanto Carinio.

LEL. Il mio carissimo signor Alcanto, la nostra accademia principia male.

OTT. Perché dite questo?

LEL. Perché si ammettono genti forestiere senza sapere chi siano, e invece di formare un’accademia di persone dotte e civili, faremo un’unione di vagabondi e d’impostori.

OTT. Come! La virtù merita in chi si sia essere rispettata. Il signor Tonino è una persona civile, e poi è un eccellente poeta.

LEL. Un eccellente poeta? Mi meraviglio di voi, che per tale credere lo vogliate.

OTT. Non avete sentito con che bravura ha improvvisato?

LEL. Io stimo infinitamente gli improvvisatori, ma fra questi vi sono delle imposture assai.

OTT. Sia comunque volete voi, vi saranno degl’improvvisatori cattivi, ma il signor Tonino certamente è uno dei buoni.

LEL. Se è tale, conviene meglio sperimentarlo. Anticamente dai Greci e dai Latini, per provare i poeti, si accostumavano li certami, nei quali combattè principalmente coi versi Omero con Esiodo, Pindaro con Corinna, e Nerone istesso cantò nei certami, e vinse varie corone.

OTT. Omero con Esiodo? Pindaro con Corinna? Nerone istesso? E voi sapete tutte queste cose?

LEL. L’arte poetica l’ho imparata con fondamento.

OTT. Peccato che siate così satirico. Ditemi dunque, che cosa intendete di dire coll’istoria dei certami?

LEL. Io dico che la competenza e il confronto fanno conoscere i veri e i falsi poeti. Che però conosco io un improvvisatore veneziano vero e reale, che non ha studio, che non ha fondo di scienza, ma canta egregiamente all’improvviso, senza cabale e senza imposture. Se volete che lo mettiamo al cimento con questo signor Tonino, scopriremo la verità.

OTT. Sì; bravissimo, facciamolo prestamente. Ritrovate questo onorato galantuomo, conducetelo qui da me, e facciamo questo certame. Vedete se mi ricordo del termine? Certame.

LEL. Se potrà venire, verrà.

OTT. Manderò subito ad avvisare gli accademici nostri, perché siano presenti al certame. Ora vado dal signor Tonino.

LEL. Non gli dite nulla, non gli date campo che si prepari.

OTT. Bravo. Mi avete illuminato. Anderò a ritrovare mia figlia, a vedere se ha fatto qualche capitolo petrarchesco.

LEL. Benissimo...

OTT. Ah! Che dite di mia figlia? Quello è un portento. Andatene a ritrovare un’altra. Non c’è, non c’è stata, e non ci sarà. Che Petrarca! Che Ariosto! Che Tasso! Ma dite la verità, non è una cosa che fa stordire? Non fa dar la testa nelle muraglie? Fidalma Ombrosia, Fidalma Ombrosia.

Fidalma, a te m’inchino;

Fidalma, onor del sesso femminino. (parte)

LEL. È pazzo per questa sua figlia. Io me lo godo infinitamente.

SCENA SETTIMA

Brighella dalla camera di Tonino, e Lelio

BRIGH. Servitor umilissimo, signor Lelio mio patron.

LEL. Oh Brighella! Che si fa?

BRIGH. Eh! Se va facendo qualche cosa cussì bel bello.

LEL. Bravo, fatevi onore.

BRIGH. Comandela sentir un’ottavetta balzana?

LEL. No, no, non v’incomodate. Ho premura, ne devo andare.

BRIGH. Un’ottavetta sola.

LEL. Ma se è tardi.

BRIGH. Un’ottavetta, per carità.

LEL. Via, spicciatevi. (Gran difetto è questo di noi altri poeti!) (da sé)

BRIGH.

Era di notte, e non ci si vedea,

Perché Marfisa aveva spento il lume.

Un rospo colla spada e la livrea

Faceva un minuetto in mezzo al fiume.

L’altro giorno è da me venuto Enea,

E mi ha portato un orinal di piume.

Cleopatra ha scorticato Marcantonio,

Le femmine son peggio del demonio.

LEL. L’avete fatta voi quest’ottava?

BRIGH. Certissimo, l’ho fatta mi.

LEL. Compatitemi, io non lo credo.

BRIGH. No la lo crede? No son fursi anca mi poeta?

LEL. Sì, ma siete solito a fare qualche verso stroppiato.

BRIGH. La s’inganna, per scander i versi no gh’è un par mio. E all’improvviso, all’improvviso.

LEL. Sì? Bravo. Ditemi qualche cosa all’improvviso.

BRIGH. La servo subito.

Per obbedire a vostra signoria,

Faccio due versi, e poi me ne vado via. (parte)

LEL. Oh che somaro! Ha fatto un verso di dodici piedi. Si vede che l’ottava non è sua. Oh quanti si fanno merito colla roba d’altri, e sono forzati a ripetere tante volte gli autori quei versi di Virgilio:

Sic vos, non vobis, mellificatis, apes,

Sic vos, non vobis, fertis aratra, boves.

SCENA OTTAVA

Corallina e Lelio

LEL. Ecco qui la signora Incognita.

COR. Serva umilissima, mio signore.

LEL. La riverisco. Dove si va, padrona mia?

COR. A dare il buon giorno alla padrona di casa.

LEL. Trattenetevi ancora un poco. (Costei non mi dispiace). (da sé)

COR. Avete qualche cosa da dirmi?

LEL. Vi dirò una cosa ch’io so, e a voi non è nota.

COR. La sentirò volentieri.

LEL.

Voi forse non sapete

Che v’apprezzo, vi stimo, e mi piacete.

COR.

Rispondo immantinente,

Che di saperlo non m’importa niente.

LEL. Voi mi disprezzate? Sappiate che posso anch’io contribuire alla vostra fortuna.

COR. La conoscete voi la fortuna?

LEL. La fortuna è quel bene che tutti cercano, che tutti sospirano.

COR. Eh, che non la conoscete!

La fortuna è come un corno,

Ch’ora salta qua e là.

Prego il ciel vi salti attorno,

E v’aggiusti come va.

Che v’interni i suoi favori,

E che più non esca fuori.

LEL. Obbligatissimo alle vostre grazie. Ditemi: il signor Tonino è veramente vostro marito?

COR.

Chi d’altrui pensa male,

Il cor palesa al pensamento eguale.

LEL. Certamente sarete voi altri una coppia d’eroi. Un uomo ed una donna, che vanno per il mondo a far mercanzia di versi e di rime, che s’introducono nelle case a scroccare, saranno qualche cosa di buono.

COR.

Qualche cosa di buono io sarei stata,

Se il vostro genio avessi secondato;

Ma poiché son per voi troppo onorata,

Meco tosto d’umor siete cangiato.

Questa pur troppo è la dottrina usata,

Si disprezza virtute, il vizio è amato;

Ma siatemi severo, o pur cortese,

Io vi manderò sempre a quel paese. (parte)

LEL. O che femmina impertinente! Ma è così; le donne, quando sanno qualche cosa, pretendono cacciarsi gli uomini sotto i piedi. Se studiassero, poveri noi! Ma farò io calar la superbia a questi impostori.

L’asino, travestito da leone,

Alfin si scopre, e l’albagia depone. (parte)

SCENA NONA

Camera.

Florindo e Rosaura

ROS. Avete sentito, come chiaramente la signora Beatrice ha parlato? Mio padre non vuole ch’io mi mariti.

FLOR. E pure mi comprometto, che il signor Ottavio non dirà sempre così.

ROS. È un uomo che si fissa moltissimo nelle cose sue, e non è facile il fargli mutar risoluzione.

FLOR. Egli si è fissato principalmente nella poesia, e questa lo farà smuovere da ogni altra minor fissazione.

ROS. Appunto per la poesia non vuole ch’io mi stacchi da lui.

FLOR. E voi minacciatelo di non voler più comporre. Fate la lezione ch’io vi ho insegnata, e non dubitate.

ROS. Eccolo ch’egli viene.

FLOR. Vi vuol coraggio.

ROS. E ho da fingere?

FLOR. Siete donna, siete poetessa, e avete della difficoltà a fingere? Poverina! Credo che appunto fingiate, quando mi dite di non saper fingere.

SCENA DECIMA

Ottavio e detti.

OTT. Figliuola mia, cosa si fa di bello? Avete composta qualche canzone, qualche sonetto?

ROS. Signor no, non ho composto niente.

OTT. Per amor del cielo, non perdete il vostro tempo così inutilmente. Il mondo aspetta da voi gran cose.

ROS. Il mondo avrà finito d’aspettarle da me.

OTT. Come! Oh cielo! Che cosa mai dite?

ROS. Un sogno, o sia visione, di questa notte mi ha empita di spavento, e non posso certamente comporre.

OTT. Eh via, che sono i sogni della notte

Immagini del dì guaste e corrotte.

Animo, animo, a scrivere, a comporre.

ROS. Non comporrò mai più certamente.

OTT. Mai più?

ROS. Mai più.

OTT. Rosaura, io mi vado a gettare in un pozzo.

ROS. Finalmente, che gran male sarà s’io tralascio di comporre?

OTT. Che male sarà? La morte di tuo padre, la rovina di questa città, il pregiudizio di tutta Italia. (Signor Florindo, per amor del cielo, ditemi voi, se sapete, perché Rosaura non vuol più scrivere, non vuol più comporre?) (a Florindo)

FLOR. Sentite. Signora Rosaura, con vostra buona licenza...

ROS. Già non fate nulla. Non voglio comporre mai più.

OTT. Oh povero me!

FLOR. (E diceva che non sapeva fingere). (da sé) Sentite, signor Ottavio. Io ho penetrato il cuore della signora Rosaura. Ella è una figliuola savia ed onesta; ha sentito rimproverarsi dalla matrigna, e da altri ancora, che una giovine da marito fa cattiva figura a trattare familiarmente coi giovani poeti, a scrivere composizioni amorose, a perdere il tempo colla poesia, e che nessuno farà conto di lei, e niuno la vorrà per moglie, a causa di questa sua poesia. Onde la povera signora si è fissata su ciò, e non vuol più comporre.

OTT. Che lasci dire, che lasci cianciare. Ella non ha bisogno di marito. Starà con me, starà con me.

FLOR. Voi non viverete sempre. Se morite voi, la povera giovine resterà screditata.

OTT. Credete voi ch’io voglia morir domani?

FLOR. Il cielo vi conservi, ma siamo mortali.

ROS. Mai più, mai più.

OTT. No, cara, non dir così.

FLOR. Sentite: io anzi vi consiglierei maritarla, e allora non avrà più difficoltà di comporre.

OTT. E se il marito fosse nemico della poesia?

FLOR. Si può trovare un marito poeta.

OTT. Oh cielo! Basta... Con un poeta, forse forse indurre mi lascierei.

FLOR. Ed ella allora sarebbe contenta, e comporrebbe felicissimamente.

ROS. Comporre? Mai più.

OTT. Eh aspetta, aspetta con questo mai più. Ma chi sarà mai questo fortunato poeta, a cui toccherà in sorte una virtuosa di questo grido?

FLOR. Non saprei; bisognerà ricercarlo.

OTT. Caro il mio caro Breviano Bilio, voi potreste essere questo sposo felice.

FLOR. Oh io non merito quest’onore!

OTT. Dovendola maritare, a voi la darei più volentieri, poiché maggiormente la vostra Musa, unita a quella di Rosaura, farebbero stupire il mondo.

FLOR. Certamente potrei chiamarmi fortunatissimo.

ROS. Voi discorrete, ed io vi dico mai più.

OTT. Mai più, mai più, ed io vi dico sempre, sempre.

ROS. A una figlia nubile non conviene.

OTT. Converrà dunque a una maritata.

ROS. Ma se sono... fanciulla.

OTT. Ma se sarete... maritata.

ROS. Io?

OTT. Signora sì.

ROS. Con chi?

OTT. Con Breviano Bilio.

ROS. Mi burlate?

OTT. Breviano, ditelo voi.

FLOR. Così è, signora Rosaura; se vi degnate, io sarò vostro sposo.

ROS. Ah! (respira)

OTT. Mai più, mai più?

ROS. Sempre, sempre.

OTT. E senza lo sposo, mai più?

ROS. Per cagione dell’onestà.

OTT. Via dunque, andate subito a compor qualche cosa.

ROS. Oh, finché non sono sposata, mai più.

OTT. Quand’è così, non perdiamo tempo. Venite con me, diciamolo anche a mia moglie, e su due piedi sposatevi, e non mi fate più sentire quel mai più.

ROS. Oh, quando sarò sposata, sempre, sempre.

OTT.

Vieni in nome d’Apollo,

Vieni, in grazia d’Amore,

A porti al collo una catena, e al core. (parte)

ROS.

Dolce catena, che mi giova e piace;

Per cui spero goder riposo e pace. (parte)

FLOR. E diceva che non sapeva fingere. Ma questo è l’effetto della gentilissima poesia. Suo padre me la concede colla speranza ch’ella abbia a scrivere sempre, sempre; ma quando l’avrò condotta a casa mia, farò che nuovamente ella dica, mai più. (parte)

SCENA UNDICESIMA

Sala dell’Accademia.

Tonino ed Eleonora

TON. Cossa vuol dir? Un’altra accademia! S’ha da far la lizion do volte al zorno?

ELEON. Sono stata anch’io poco fa invitata con un’ambasciata dal signor Ottavio, ma non so a qual fine.

TON. Sarà per goder qualche frutto della virtù della gentilissima siora Eleonora.

ELEON. Voi mi mortificate, signor Tonino; sarà più tosto per ammirar nuovamente la prontezza del vostro spirito.

TON. Le mie leggerezze no le merita incomodar soggetti de tanta stima.

ELEON. Avete dunque deciso, che la grazia sia preferibile alla bellezza?

TON. Sta decision per altro no l’ha gnente da far con ella.

ELEON. No certamente, perché io non sono né graziosa, né bella.

TON. Anzi perché la grazia e la bellezza le se trova in ella unide perfettamente.

ELEON. Voi mi mortificate.

TON. (La fa bocchin. La gode anca ella sentirse lodar. Tutte le donne le xe compagne). (da sé)

ELEON. Voi per altro vi siete protestato, che una donna bella vi piace.

TON. Cospetto del diavolo! A chi no piaseravela?

ELEON. Ma qual è la bellezza, che a voi piace più delle altre?

TON. Ghe dirò: quando m’avesse da innamorar, me piaserave una donna de statura ordenaria, ma più tosto magretta, perché el troppo grasso me stomega. Averia gusto che la fusse brunetta, perché dise el proverbio: El bruno el bel non toglie, anzi accresce le voglie. Voria che la gh’avesse do bei rossi vivi sul viso, la fronte alta e spaziosa, la bocca ridente coi denti bianchi e sora tutto do bei occhi negri, piccoli e furbi. Una bella vita, un bel portamento, un vestir nobile e de bon gusto, che la parlasse presto e pulito, e che sora tutto la fusse bona, sincera, e affabile, e de bon cuor.([3])

ELEON. È difficile trovar unite tutte queste prerogative.

TON. E pur, la me permetta che el diga, le se trova in ella epilogade perfettamente.

ELEON. Voi mi mortificate.

TON. (La va in bruo de lasagne). (da sé)

ELEON. Voi siete un grazioso poeta.

TON. Son tutto ai so comandi.

SCENA DODICESIMA

Beatrice e detti.

BEAT. Signor Tonino, mi rallegro della bella conversazione che sta godendo.

TON. Adesso la sarà veramente perfezionada.

BEAT. Eh, io non sono poetessa; non ho da mettermi in confronto delle virtuose.

ELEON. (Oh maledetta invidia!) (da sé)

TON. La poesia no xe necessaria per far el merito de una persona.

ELEON. Signora Beatrice, io sono qui venuta per un’ambasciata del signor Ottavio.

BEAT. Sì, sì, fra voi altri poeti e poetesse ve l’intendete bene.

ELEON. Con vostro marito io non ho che fare. Quando avessi a scherzare poeticamente, lo vorrei fare con qualche cosa di meglio.

BEAT. Sì, sì, fatelo col signor Tonino.

ELEON. Egli è in casa vostra, tocca a voi.

TON. (Oh care, co le godo). (da sé)

BEAT. Io non sono poetessa.

ELEON. La poesia non è necessaria per fare il merito d’una persona.

BEAT. Questa proposizione è verissima.

ELEON. Io non la contradico.

BEAT. Che ne dite, signor Tonino?

ELEON. Non l’accordate anche voi?

TON. Tutto quel che le comanda elle, patrone.

SCENA TREDICESIMA

Ottavio, Rosaura, Florindoe detti.

OTT. Evviva gli sposi. Adriatico Pantalonico, Cintia Sirena, ecco uniti, stretti e coniugati nell’amoroso laccio matrimoniale Fidalma Ombrosia e Breviano Bilio. Destate le vostre Muse dal neghittoso silenzio, e cantate epitalamici versi alle glorie d’un così degno connubio.

ELEON. Mi rallegro infinitamente con voi, o felicissimi sposi. Venere sparga il vostro letto di rose, e Amore sia sempre indiviso da’ vostri cuori.

OTT. Oh bellissima prosa, sullo stile del Sannazaro.

FLOR. Vi ringrazio di vero cuore.

ROS. Io pure mi protesto tenuta...

OTT. (Ringraziatela in versi. Ditele quei due versi sì fatti). (piano a Rosaura)

ROS.

Quel nume, che d’amor fa ch’i’ m’accenda,

A voi, Cintia, per me le grazie renda.

OTT. Ah, che ne dite, eh? Avete sentito mia figlia? Si può far di più? Compone anco all’improvviso.

SCENA QUATTORDICESIMA

Corallina e detti.

OTT. Signora Corallina, avete saputo il maritaggio di mia figliuola?

COR.

Coppia gentil, che il faretrato Amore

Unì soavemente in dolce nodo,

Della pace, che prova il vostro cuore,

Veracemente mi consolo e godo.

Il cielo vi difenda da ogni affanno

E vi doni un bambino in capo all’anno.

OTT. Bravissima.

ROS. Vi sono molto tenuta.

OTT. (Rispondetele in versi). (a Rosaura, piano)

ROS. (All’improvviso non so comporre). (ad Ottavio)

OTT. (Diavolo! Non vorrei che rimaneste in vergogna). (a Rosaura, piano)

ROS. Sì, cara signora Corallina, vi sono tenuta...

OTT. Il matrimonio ha fatto fuggire dalla fantasia di mia figlia le Muse, che sono vergini e vergognose. Risponderò io per lei. Ore, odo, anno.

Magronia, voi ci fate troppo onore,

Voi eccedete in troppo alto modo,

Poiché Imeneo col marital calore

La mia figlia... toccò.. siccome il sodo

Della prole risponde al primo anno,

Donna fia sempre donna, e non è danno.

COR. Bravo, bravo. Me ne rallegro.

OTT. Compatirete.

SCENA QUINDICESIMA

Lelio e detti.

LEL. Signor Ottavio, è qui l’amico.

OTT. Per il certame?

LEL. Per l’appunto.

OTT. Bravissimo. Signor Tonino, sapete voi cosa siano i certami?

TON. Certame vol dir combattimento.

OTT. Siete sfidato a singolar certame.

TON. Da chi?

OTT. Da un estemporaneo vate.

TON.

Venga chi vuol venir meco a cimento;

Non temo no, se fossero anche cento.

OTT. Fatelo entrare. (Lelio fa cenno che passi) Sediamo. (tutti siedono)

SCENA SEDICESIMA

Messer Menico col chitarrino, e detti.

MEN.

A sti signori fazzo reverenza,

E li prego volerme perdonar,

Se alla prima con tanta impertinenza

Co sto mio chitarrin vegno a cantar.

Protesto esser vegnù per obbedienza,

Per perder certo, e no per vadagnar.

Tutta la gloria e la vittoria cedo

Al poeta mazor, che in fazza vedo.

TON.

Compare mio, per quel che sento e vedo,

Vu sè, come son mi, bon venezian,

Onde de provocarme ve concedo.

Cantemo, se volè, sin a doman.

Che voggiè rebaltarme mi no credo.

Perché saressi un tristo paesan;

Ma mi ve renderò pan per fugazza,

Se vederò che siè de trista razza.

MEN.

Mi poeta no son de quella razza,

Ch’altro gusto no gh’ha che criticar.

Lasso che tutti diga e tutti fazza,

E procuro dai altri d’imparar.

Vorria saver da vu, come che fazza

Una donna più cuori a innamorar.

E bramaria che me disessi ancora,

Se la donna anca ella s’innamora.

TON.

La donna qualche volta s’innamora,

Perché fatta la xe de carne ed osso;

Ma quando con più d’un la se tra fora,

Crederghe certamente più no posso.

Parerà che la pianza e che la mora;

Ma mi sta malignazza la cognosso;

So che quando la finze un doppio affetto,

No la gh’ha per nissun amor in petto.

MEN.

Pol darse che le gh’abbia amor in petto

Per uno, e che le finza con quell’altro.

Pol esser che le ama un solo oggetto,

E le finza con do coll’occhio scaltro.

Ma stabilir no voggio per precetto,

Che la donna tradissa e l’uno e l’altro.

Le donne, che in speranza molti tien,

Le porta sempre el più diletto in sen.

TON.

La donna, che fedel gh’ha el cuor in sen,

No se butta con questo e po con quello,

Perché la sa che farlo no convien,

E al so moroso no la dà martello.

Ma quella che a nissun za no vol ben

No se schiva con tutti a far zimbello.

Onde chi fa l’amor con più de un,

Compare mio, non amerà nissun.

MEN.

Compare, disè ben, no gh’è nissun

Che possa contradir quel che disè.

De provocarve esser vorria a dezun,

Perché vu più de mi ghe ne savè.

Pur in sta radunanza gh’è qualcun,

Che creder fa che un impostor vu siè.

Ma mi, che son poeta e venezian,

Digo che, chi lo dise, xe un baban.

LEL. Chi lo dice son io, e sostengo che quello è un impostore, e voi un ignorante. Non voglio più soffrire simili impertinenze. Con questa sorte di gente non mi degno di stare in società. Vada al diavolo l’accademia, straccio la patente, e non mi vedrete mai più. (parte)

OTT. Ah, sacrilego profanatore delle vergini Muse! Ma non importa. Vada al diavolo quel satirico pestilenziale. Faremo senza di lui.

MEN.

Missier Alcanto, no ve desperè,

Se Ovano Pazzio alfin v’ha abbandonà,

Che dei Ovani ghe ne troverè,

E dei pazzi poeti in quantità.

Esser poeta bona cossa xe,

Che onor, decoro alle persone dà.

Ma in chi la sol usar senza misura,

La poesia deventa cargadura.

TON.

E più sorte ghe xe de cargadura

Rispetto al gusto della poesia.

Gh’è quelli che ogni piccola freddura

I corre a recitarla in compagnia.

Gh’è chi crede coi versi far fegura,

E se mette per questo in albasia.

E gh’è de quei, che invece de panetti,

I se la passa via con dei sonetti.

OTT. Bravo, evviva.

FLOR. Bravo, evviva. Ma io non voglio essere certamente nel numero dei fanatici. Signor suocero caro, con vostra buona grazia, conduco a casa mia moglie. Ella qualche volta comporrà per piacere, ma, per l’accademia, di noi non fate più capitale.

OTT. Come! Siete voi diventato pazzo?

FLOR. Pazzo sarei, se per cagion dei versi e delle rime abbandonar volessi gl’interessi della mia famiglia.

OTT. Bene, abbadateci voi, e non impedite che mia figlia faccia onore a sé, alla mia casa, alla città tutta.

FLOR. Rosaura è cosa mia; voglio che alla casa mia faccia onore; e questo succederà, se ella apprenderà le regole d’una buona economia. Signor suocero, vi riverisco. Eccovi le vostre patenti.

OTT. Ah traditore! E voi, Rosaura, avete cuore d’abbandonarmi?

ROS. Verrò a vedervi.

OTT. Comporrete voi?

ROS. Per l’accademia mai più.

OTT. M’avete detto sempre, sempre,

ROS. Ed or vi dico, mai più.

FLOR. Signor suocero...

OTT. Andate via.

ROS. Signor padre...

OTT. Ingratissima figlia!

FLOR. Venite nella vostra camera, che vi aspetto. (a Rosaura)

Più della poesia fia dolce cosa

L’ore liete passar fra sposo e sposa. (parte)

OTT. Che tu sia maledetto.

ROS.

Del mai, del sempre il senso questo fu,

D’amarlo sempre, e non compor mai più. (parte)

OTT. Oh cara! Oh che versi! E dovrò perderla? E non la sentirò più comporre? Moglie mia, voi resterete vedova.

BEAT. Il cielo lo faccia presto.

MEN.

In fatti no ghe xe piacer al mondo

Mazor de quel d’un matrimonio in pase.

L’omo colla muggier vive giocondo,

Quando la cara compagnia ghe piase.

Ma po el deventa tristo e furibondo,

Se el trova una de quelle che no tase.

Ghe ne xe tante, che gh’ha un vizio brutto,

Che le vol contradir e saver tutto.

TON.

Anca mi lodo certo, sora tutto,

El benedetto e caro matrimonio,

Ma presto ogni contento vien destrutto,

Quando de gelosia gh’intra el demonio.

O che bisogna che el mario sia mutto,

O che el ghe trova più d’un testimonio;

E quando che cussì nol pol placarla,

Bisogna che el se sforza a bastonarla.

OTT. Cari amici e compastori, voi mi consolate della perdita dolorosa che ho fatto. Staremo qui fra di noi. Cintia Sirena non ci abbandonerà.

ELEON. Perdonatemi. Fino che vi era fra gli accademici vostra figlia, io pure poteva starci. Ora una donna sola non istà bene; onde me ne vado ancor io, e non mi vedrete mai più; prendete la vostra patente.

OTT. Vi è mia moglie.

BEAT. Io non sono poetessa.

ELEON. Sentite? Ella non è poetessa, ma il signor Tonino la farà diventare.

Presto si riempirà d’un nuovo estro,

Sotto l’abilità d’un tal maestro. (parte)

MEN.

No ve stupì se la xe andada via,

Che questa delle donne xe l’usanza,

Muar sistema nella fantasia,

E poderse vantar dell’incostanza.

Diseghe, se la va, bondì sioria,

Che delle donne ghe ne xe abbondanza.

No ghe ne manca no de ste mattone,

Ma pochettine ghe ne xe de bone.

TON.

Saveu perché ghe n’è poche de bone?

Perché i omeni i xe pezzo de elle.

L’omo ghe dona el titol de parone,

E superbe el le fa col dirghe belle.

Elle, che no le xe gnente minchione,

Le ne vorave scortegar la pelle;

Tutte le ne maltratta a più no posso,

E i pi cazzar nu se lassemo addosso.

SCENA ULTIMA

Arlecchino e detti.

ARL.

Patroni cari, con sopportazion,

Reverisso el mio caro sior cugnà.

Un caro portalettere minchion

De carta certa lettera el m’ha dà.

Mi che omo fedel e presto son,

L’ho tolta, ve la porto, eccola qua;

Ve la dago, averzila, e po lezela,

E per far fazzoletti adoperela. (dà una lettera a Tonino)

MEN.

Me consolo con vu, compare caro,

Che savè poetar all’improvviso. (ad Arlecchino)

ARL.

Ogni mattina a poetar imparo,

E se volè, ve poeterò sul viso.

MEN.

Prego el ciel che ve soffega el cataro,

Avanti che me dè sto bell’avviso.

ARL.

Caro poeta mio, scusa domando,

E ve mando ben ben, e ve stramando. (parte)

TON. Muggier carissima, sta lettera ne porta un motivo de dolor, e un altro de allegrezza. Xe morto el mio povero pare, e la natura no pol de manco de no resentirse; ma me consola che anderemo a Venezia e saremo patroni de tutta l’eredità, e vu, poverazza, averè fenio de penar.

OTT. Come! Anche voi mi piantate? Anche voi ve ne andate?

TON. Andemo al nostro paese, ringraziando el nostro carissimo sior Ottavio de averne benignamente accolti, soccorsi e compatii.

OTT. Povero me! Povera la mia accademia! Eccola in un giorno fatta e disfatta. Ecco dove vanno a finire tutte le attenzioni e le diligenze di chi procura instituire simili radunanze. Finiscono in disunioni, dispiaceri, e per lo più in derisioni.

BEAT. Questo succede quando il capo non ha cervello, e lo fa senza regola e senza fondamento. Abbandonate una volta questo pazzo spirito di poesia. (parte)

OTT. Andate al diavolo quanti siete.

Gente cui si fa notte innanzi sera.

Gente cui si fa notte innanzi sera.

Gente cui si fa notte innanzi sera. (parte)

MEN.

Gente cui si fa notte innanzi sera,

Segondo lu, vuol dir gente ignorante.

Perché la so accademia è andada in tera,

El deventa furente e delirante.

El dirà i so sonetti alla massera,

Per sfogar el so estro stravagante.

Ma anca mi chiappo suso e vago via,

E no vô seguitar la poesia. (parte)

TON.

Xe impussibil che el lassa la poesia,

Impussibile xe che el cambia usanza.

Quando un omo gh’ha impressa una pazzia,

Che el varissa ghe xe poca speranza.

Signori, la commedia xe fenia:

Domando ai nostri errori perdonanza.

Se la ve piase, e la volè doman,

Disene bravi, e po sbattè le man.

Fine della Commedia.


([1]) Questo all’incirca era il ritratto dell’Attrice che faceva la parte di Beatrice: la signora Catyerina landi.

([2]) Cantando sull’aria degli improvvisatori.

([3]) Questo era il ritratto di quella che faceva la parte di Eleonora: la signora Vittoria Falchi.

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