Il ricco insidiato

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IL RICCO INSIDIATO

di Carlo Goldoni

La presente Commedia di cinque Atti in versi Martelliani, fu per la prima volta rappresentata in

Venezia nell'Autunno dell'Anno .

ALL'ILLUSTRISSIMO

SIGNOR CONTE

ANTONIO MARIA ZANETTI

Q. GIROLAMO

Deh non siavi discaro, amabilissimo Signor Conte, che dedicandovi una mia Commedia, dia a Voi una vera testimonianza del mio rispetto, e che vi renda, per quant'io posso, quell'onore che a me recate colla vostra pregievolissima e liberale amicizia. Sino dalla mia infanzia si è radicata in me la stima e la venerazione della degnissima persona vostra. Foste il più caro, il più cortese amico del Padre mio. Brillaste seco lui nei vivacissimi anni della fervida gioventù, e furono comuni i piaceri vostri sino da quel tempo degni del vostro spirito e del vostro talento. Ricordomi ancora quei dì felici, ne' quali tacevasi dall'Avolo mio paterno una brillante Villeggiatura in Roncade, convertita la sala dell'abitazione nostra in un Teatro per Musica, in cui per proprio e comune divertimento cantarono Paita, e la Diana Vico, e la celebre Vienna, e fra gli ospiti più bene accolti, e più ben veduti, Voi, giustamente eravate il primo. Veggo altresì colla mente la casa di Venezia, dov'io son nato: veggo tuttavia quella porta gotica fra il Ponte de' Nomboli ed il Ponte di Donna onesta, nella Parrocchia di S. Tommaso, sul canto della Calle di Caccentanni: parmi vedere ancora quell'alta Loggia coperta, che noi diciamo in lingua nostra Terrazza, in cui piantato vi era un industrioso edificio di Burattini, giocati mirabilmente da Voi, da mio Padre e da altri compagni vostri; ed ecco come il destino, che mi volea portare al Teatro, principiava sin da quel tempo a spargerne i semi nella fantasia e nel cuore.

Mancò di vita mio Avo, da cui occupata era, come vi è noto, l'onorevole ed in allora lucrosissima carica di Notaro al Magistrato Eccellentissimo de' Cinque Savi alla Mercanzia. Fu prevenuto mio Padre nella successione a tal Ministero; abbandonò la Patria,non so perché; studiò l'arte medica, non so dove; si addottorò, non so quando; so che in Perugia fu Medico, e che morì Medico salariato in condotta sul Ferrarese, nella vasta e pingue terra di Bagnacavallo.

Voi non perdeste mai l'affetto alla nostra casa. Tornato io in Venezia dopo le mie già note avventure, trovai nell'animo vostro lo stesso amore e la stessa antica amicizia. Voi foste uno de' primi e de' più interessati fautori del mio partito, allora quando trattavasi di stabilire il mio credito sul nuovo metodo delle Commedie, ed il credito vostro e l'autorità de' vostri giudizi mi guadagnò una parte grandissima di ben affetti e di approvatori.

E per dir vero, il vostro peregrino talento non solo ha la facoltà di discernere e di giudicare, ma ha l'arte ancora e la facilità di persuadere e convincere, insinuandosi colla miglior grazia del mondo nell'animo delle persone, e guadagnando i cuori di tutti. Quindi è che amar vi faceste, e amar tuttavia vi fate da chiunque ha il piacere di conoscervi e di trattarvi. In questa Serenissima Patria nostra siete da ogni ordine apprezzato ed amato. Co' vostri viaggi noto vi rendeste, e ammirevole, e caro per ogni parte. I personaggi più illustri e più riguardevoli dell'Europa hanno per voi un affetto ed una stima singolarissima,e il nome vostro e la vostra virtù destata ha ne' Monarchi l'ammirazione, autenticata dalle marche onorevoli di liberalità e di clemenza.


Una novella prova ne abbiamo nel Sovrano rescritto dell'Augustissima Imperatrice Regina Austriaca, che col titolo di Conte vi ha decorato, locchè non può che accrescere il fregio a Voi ed a' primogeniti Nipoti vostri, Famiglia antichissima, che fin da un secolo gode la Nobiltà di Lubiana, Città Capitale della Carniola, ed a cui basterebbe il solo vostro talento e il nobile vostro genio per eternare il suo nome e perpetuarne la fama.

Non saprei da che principiare, e molto meno con che finire, se tutte annoverar io volessi le doti dell'animo vostro e del vostro sapere. Niuna scienza vi è incognita, verun'arte liberale è a Voi forestiera. La Pittura, il Disegno, l'Architettura sono fra le altre il vostro maggior diletto. Prove di ciò grandissime ne deste al Mondo, illustrando il Paese nostro colla grand'opera delle Statue incise e degli antichi Veneti Monumenti, in compagnia del degnissimo Cugino vostro, che porta il medesimo vostro nome. La casa in cui abitate, e che a Voi appartiene, può dirsi una galleria di pitture eccellenti, di gemme antiche, di cammei preziosi, di antichità peregrine, e la cognizione che Voi ne avete, non vi fa essere in tale studio a verun altro secondo.

Al vostro genio esteso, nobile, grandioso, corrispose ancor la Fortuna; ella col mezzo vostro fa conoscere non esser cieca, favorendo chi merita, e chi de' doni suoi sa far uso. Voi sostenete in città onestamente il decoro vostro; Voi in campagna partecipate agli amici vostri l'abbondanza e il piacere. Voi reggete con ammirabile amorosa cura la saggia accostumata Famiglia dell'estinto vostro Germano, a cui contribuisce l'esemplare, commendevole Cognata vostra degnissima. Voi siete liberale con tutti, propenso a giovare, facile alla compassione, zelantissimo della buona Fede, e perciò amato e coltivato da tutti. Ma permettetemi ch'io vi dica, il Mondo non è tutto fatto come Voi siete. Vi sono degli uomini che con mala arte si approfittano di chi ha il cuor buono, e tendono insidie ai più accurati e più avveduti talenti. Perciò mi è caduto in animo, volendovi dedicare una mia Commedia, di sceglierne una che si raggira su tal soggetto. Essa è Il Ricco insidiato. Non credo che vi sconvenga del tutto: Voi siete ricco e sarete probabilmente insidiato. Tutti quelli che sono dalla Fortuna assistiti, vanno per ordinario a tal pericolo esposti. So bene che il vostro spirito vivacissimo vi terrà in guardia più che qualunque altro da tali insidie, che non riuscirà così facile l'ingannarvi. Ma le male arti son troppe; chi non è capace di mal oprare, difficilmente giudica male del cuore altrui, e la stessa Virtù può qualche volta pregiudicare. Lasciate dunque ch'io vi presenti una Commedia piena di queste arti maligne; consolatevi di non averne bisogno, e ridete di chi vi cade.

So che Voi continuaste sempre ad amare le cose mie, so che non tralasciaste di onorarle in Teatro della rispettabile vostra presenza, so che da Voi, ed in casa vostra, ci sono, si leggono e si compatiscono; abbiatene una, onorata dal nome vostro: ciò vi darà maggiore stimolo a proteggerle tutte, e darà a me una vera consolazione, rinnovellando ora in me quel piacere che ho concepito nell'onor di conoscervi nei primi giorni della mia vita, e conserverò mai sempre sino alla fine de' giorni miei, col prezioso carattere con cui ho l'onore di sottoscrivermi

Di V. S. Illustriss.

Devotiss. Obbligatiss. Servitore Carlo Goldoni


L'AUTORE A CHI LEGGE

S'egli è vero, come è verissimo, che le Commedie abbiano a servire d'istruzione e di giovamento al pubblico, questa lo dovrebbe essere certamente. Tutti quelli che sono, o che si credono ricchi vengono comunemente insidiati, e col pretesto di buona amicizia, di opportuni consigli, o d'interessatezza ne' loro piaceri, lor vengono tesi i lacci, e inavvedutamente vi cadono. L'adulazione, l'ipocrisia, l'artifizio prendono di mira principalmente coloro che meglio possono contribuire ai loro disegni, ed è cosa salutare e santissima lo smascherarli, e prevenire il cuore di quelli che sono più disposti alla compassione e alla buona fede.

L'intenzione mia non può essere migliore, e se non ho trattato l'argomento bene, quanto ho desiderato trattarlo, sarà difetto di abilità, non di animo. Non ho voluto sottrarre dal sospetto d'insidiatori nemmeno i più congiunti di sangue. So di certo che ve ne sono, e che sono i men conosciuti. Io non intendo di screditare la carità, di limitar le opere buone, di porre in ridicolo la compassione, ma intendo soltanto d'insinuare la massima di non creder tutto, e di non credere a tutti; e specialmente di non credere a quelli che si vogliono insinuare con cattivi principi, poco onesti, o troppo piacevoli; né a quelli che ai consigli e alle insinuazioni vi frammischiano il proprio interesse. I veri amici sono pochi, le persone oneste non abbondano troppo; il bisogno è grande, e le arti son molte. Se alcuna ne avrò scoperta, se alcuno resterà illuminato, sarà felice la mia Commedia, avrò ottenuto il prezzo dell'opera, e in grazia di un tal profitto mi saranno forse perdonati i mancamenti dell'arte, le imperfezioni dei versi, e lo stile disadorno ed incolto.

Personaggi

Il CONTE ORAZIO.

La CONTESSINA LIVIA sua sorella.

Donna FELICITA cittadina nubile.

Don EMILIO promesso sposo della Contessina.

RICCARDO amico del Conte.

RAIMONDO sensale.

BRIGIDA vecchia.

ROSINA figliuola di Brigida.

PASQUINA.

SANDRINA.

ONOFRIO sensale di matrimonio.

BIGOLINO Servitore del Conte.

Un altro SERVITORE del Conte.

Un NOTARO.

Due TESTIMONI.

Quattro GIOVANI.

La Scena stabile rappresenta una camera in casa del conte Orazio.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera in casa del conte Orazio

Raimondo e Bigolino, uno da una parte, l'altro dall'altra, incontrandosi.

RAI.                  Buon giorno, Bigolino

BIG.                                                        Raimondo, vi saluto.

RAI.                  Mi rallegro con voi. Se ricco è divenuto

Il signor conte Orazio, vostro padron cortese,

Si accrescerà per voi il salario e le spese.
BIG.                  Certo, se dallo zio cotanto ha ereditato,

Anch'io spero vedermi da lui beneficato.
RAI.                  Bella fortuna, amico! dolcissimo diletto!

Andare a dormir povero, e ricco uscir di letto!
BIG.                  Il mio padrone infatti visse finor meschino.

Lo zio sordido avaro non davagli un quattrino.

Ma inaspettatamente è morto ab intestato,

E diecimila scudi di rendita ha lasciato.
RAI.                  E dicono che in casa fossevi del grand'oro.

BIG.                  Per bacco! nello scrigno ha lasciato un tesoro.

Tante doppie ho veduto, tanti zecchini e tanti,

Tanti ducati e scudi, che non saprei dir quanti.

Tutta una notte intera in camera serrato

A numerar monete col mio padron son stato.

Quasi mi facea ridere. Il morto, poveretto,

Era insepolto ancora, ancor nel proprio letto;

E il padrone ogni tratto all'uscio si voltava,

Guardando se il defonto ancor risuscitava.
RAI.                  Quel vecchio in mezzo all'oro si è ognor tiranneggiato,

Poscia miseramente è morto, e lo ha lasciato.

Questo è il fin dell'avaro.
BIG.                                                          Questo è quel che succede

A chi senza alcun merto benefica un erede.
RAI.                  Far buon uso conviene dei beni della sorte.

Meglio è dar dieci in vita, che donar cento in morte.
BIG.                  Ed ei, per risparmiare, fin si astenea dal vino,

E dato non avrebbe a un povero un quattrino.
RAI.                  Dai sordidi risparmi qual frutto ebbe l'avaro?

Leverà il signor Conte la ruggine al danaro.

Quello che ha il zio acquistato vivendo parcamente.

Consumerà il nipote scialando allegramente.

E fortunati i primi che a lui si accosteranno

E a consumare e a spendere l'erede aiuteranno.


Bigolino carissimo, parlo per me e per voi: I primi, i fortunati, potressimo esser noi. Già dal destin comune non può fuggire il Conte; A eredi di tal sorta le insidie sono pronte. Se noi non lo facciamo, lo saprà fare un altro, Di noi meno discreto, di noi forse più scaltro. Io so ch'ei vi vuol bene; sogliono tai signori Lasciarsi consigliare talor dai servitori. Ed essi, profittando dell'amor dei padroni Compran spade, orologi, si fan degli abitoni. Io son, già lo sapete, un ottimo sensale: Son pratico di tutto, son uomo universale. Ditegli, che volendo far delle buone spese, Io sono il miglior mezzo che siavi nel paese. Poscia fra voi e me mettiamolo in pensiere Di spendere alla grande, da ricco cavaliere. Farò venir mercanti, se contrattar gli preme, E tutti due con essi c'intenderemo insieme. Fate la parte vostra, anch'io farò la mia, E spartiremo all'ultimo fra noi la sensaria.

BIG.                  Per dir la verità, non mi spiace niente

Questa proposizione, e penso veramente,

Che se il padron mi dona, non mi vorrà mai dare

Tanto, quanto con voi mi posso approfittare.

RAI.                  Per ora, ammobigliando gli appartamenti ignudi,

Vo' che gli facciam spendere tre o quattromila scudi, E qualche buona somma in abiti ed argenti, E in vini, e in commestibili, per far dei trattamenti; Poi, quando si marita, allor si farà il resto.

BIG.                  Credo che a maritarsi risolverà ben presto.

Sono tre anni e più, ch'ei fa l'amore ad una Ricca mediocremente di beni di fortuna; E che nella miseria, in cui finora è stato, Con somme di denari talor lo ha sollevato: Nobile men di lui, ma spiritosa e bella.

RAI.                  Vorrà, prima di farlo, dar stato alla sorella.

E noi provvederemo, se provveder conviene.

BIG.                  Ecco il padron che arriva.

RAI.                                                            Via, portatevi bene.

SCENA SECONDA

Il Conte Orazio e i suddetti, poi un Servitore

CON.                Che seccatura è questa! che orribile tormento!

In pace non mi lasciano le visite un momento. Tre giorni fa nessuno non mi guardava in faccia, Ora ciascun m'inchina, ora ciascun m'abbraccia. Bigolino.


BIG.                                  Signore.

CON.                                               Chi è quegli? (accennando Raimondo, il quale profondamente si

inchina)
BIG.                                                                      È un uom dabbene,

È un mercante onorato, che ad esibirsi or viene

In tutto quel che possa occorrere per ora

Di vitto, di vestito, per lei, per la signora.
CON.                Bigolin, che ti pare? Tre giorni fa, se un pane

Chiedea per sostenermi, non mi guardava un cane.
BIG.                  È ver, ma non si parli del tempo ch'è passato,

E ringraziate il cielo, che siete in miglior stato.

Solo pensar dovete a provvedere adesso

La casa e la sorella, e a provveder voi stesso.

Ma a spender non essendo, signor, troppo avvezzato,

Dovete guardar bene non essere gabbato.

Questi, che qui vedete, è un uom giusto e sincero;

Fidatevi di lui, ch'è un galantuom davvero.
CON.                Chi l'ha fatto venire?

BIG.                                                   Per dir la verità,

Io son, che mi ho pigliato codesta libertà,

Ma perché lo conosco, e so ch'è un omenone,

E so che l'interesse può far del mio padrone.
CON.                Va da donna Felicita, dille ch'è qui aspettata

Da Livia mia sorella a ber la cioccolata.
BIG.                  Subito, sì signore. (È finalmente giunto

A dar la cioccolata in grazia del defunto). (da sé, e parte)
CON.                Accostatevi, amico. (a Raimondo)

RAI.                                                 Son qui per obbedirla. (s'avanza inchinandosi)

Degnisi comandarmi, se ho l'onor di servirla.
CON.                Mercante?

RAI.                                  Sì signore.

CON.                                                 Di che?

RAI.                                                                 Di tutto un poco.

Buone corrispondenze coltivo in ogni loco.

Di lasciarsi servire quando sia persuasa,

La servirò, occorrendo, di mobili di casa,

Di abiti di ogni sorta, di gioje e argenterie,

D'astucci, d'orologi, di pizzi e biancherie,

Di vini, di liquori, di mode oltramontane,

Di quadri d'ogni prezzo, di specchi e porcellane,

Di cera di Venezia, di caffè di Levante,

Di buona cioccolata, di frutti, fiori e piante,

Statue, cammei, medaglie, armi, libri e cavalli,

Di musica e strumenti, di cani e pappagalli.
CON.                Sento che in ogni genere da voi si coglie e semina:

Nel vostro magazzino saravvi anche la femmina.
RAI.                  Per dir la verità, sia detto con rispetto,

Di tale mercanzia, signor, non mi diletto;

Chi vende e non mantiene, si accusa e si condanna,

E in mercanzie di donne spessissimo s'inganna.
CON.                Bravo, ammiro lo spirito e la prontezza vostra.


Di qualche bella stoffa portatemi la mostra:

Voglio farmi un vestito.
RAI.                                                          Perdoni l'ardimento,

Di mobili di casa vuol far provvedimento?
CON.                Cosa avete di bello?

RAI.                                                   Cose superbe e rare,

Tappezzerie magnifiche, che fan maravigliare.

Degli arazzi di Fiandra di un gusto peregrino,

Tessuti sui disegni di Raffael d'Urbino.

Specchi, lumiere e vasi di cristal colorato,

Fabbrica di Venezia d'artefice pregiato,

Che fe' co' bei lavori stupire il mondo tutto,

E riportò con gloria dell'invenzione il frutto.

Addobberem le sale...
SER.                                                     Signore, è domandato. (al Conte)

CON.                Chi è?

SER.                             Il signor Riccardo.

CON.                                                           Ah! mi ha pure seccato.

Di' che ho che far per ora. (parte il servo)
RAI.                                                            Signore, ha fatto bene.

Le cose che ora premono, risolvere conviene.

Addobberem, diceva...

SCENA TERZA Riccardo e detti.

RIC.                                                        Si può venire innanti?

Siete confuso e oppresso dal peso dei contanti?

Con voi me ne consolo dei fortunati auspici,

Ma non si dee per questo scordarsi degli amici.

Avete degli affari? Ecco, son io venuto

A darvi il mio consiglio, ad offerirvi aiuto.

Fuori quelle monete, fuori fuori quell'oro:

Finché sta nello scrigno, è inutile il tesoro,

Avete assai patito, povero disgraziato,

Rifatevi, e godete per il tempo passato.
CON.                Amico, compatite, stava qui discorrendo.

RIC.                  Io voglio divertirvi, sturbarvi non intendo.

CON.                (Ite, signor mercante, ci rivedremo poi;

Sempre che avrò da spendere, ricorrerò da voi). (piano a Raimondo)
RAI.                  (Signor, la non si lasci persuader da nessuno,

Avrà da me quel prezzo che non può fare alcuno). (piano al conte)
CON.                (Dopo pranzo tornate; ci parlerem; vi aspetto). (piano)

RAI.                  (Voglio servirla io solo). (piano)

CON.                                                         (Ma sì, ve lo prometto). (piano)

RAI.                  (Costui mi fa paura; lo so ch'è un imbroglione.

Lo dirò a Bigolino, che invigili al padrone). (da sé e parte)


SCENA QUARTA Riccardo ed il Conte

RIC.                  Chi è colui ch'è partito?

CON.                                                         È un uom, per quel ch'io sento,

Che ha cognizion di tutto, che ha pratica e talento Per provveder di mobili, vestiti e vettovaglie.

RIC.                  Badate a quel che fate; vi son delle canaglie.

San che avete danari, ed useranno ogni arte A gara i frappatori d'aver la loro parte. Quando si suol comprare, è il consiglio più sano Le merci dai mercanti pigliar di prima mano. Lasciatevi servire da chi alle spese è usato, Io vi farò comprare la roba a buon mercato.

CON.                Veramente vi è tempo a spendere, a comprare:

Per or per qualche giorno ad altro ho da pensare. Ancor non ho potuto esaminar lo stato, Le rendite e gli aggravi di quel che ho ereditato. Tutto da sé faceva lo zio, senza un agente. Principio ad informarmi; ancor non so niente.

RIC.                  Tre o quattr'ore del giorno ponno bastar per questo;

Pensar, pensar dovete a divertirvi il resto. Finor siete vissuto, si può dir, fuor del mondo; Voi non provaste ancora a vivere giocondo; E se perdete i giorni più bei di gioventù, I beni e le ricchezze non vi gioveran più. Prendendo di soverchio amor per il danaro, Non meno dello zio voi diverreste avaro. E se fuor dello scrigno quell'oro non traete, Più infelice di prima, più misero sarete.

CON.                Non ho intenzione, amico, di vivere infelice;

Mi voglio divertire, però sol quanto lice. Spendere, non gettare; veduti ho in questo mondo De' ricchi, che han distrutto delle ricchezze il fondo. E se tornassi un giorno nel misero mio stato, Meriterei allora d'essere bastonato.

RIC.                  Con una entrata almeno di dieci scudi al dì,

Con un tesoro in scrigno non parlasi così. Spendere allegramente per ora almen potete, Finché d'argento e d'oro pieno lo scrigno avete, Fatevi onore almeno finché potete farlo; Non mancherà poi tempo un dì di risparmiarlo. L'entrata è sufficiente. Basta avere in deposito Cinque o sei mila scudi, di più non vi è proposito. Moglie voi non avete, e non avete figli.

CON.                È ver, ma posso averne.

RIC.                                                          Volete vi consigli

Da amico, con amore e con sincerità?


Godete in questo mondo la vostra libertà.

Lasciate il matrimonio con i fastidi suoi;

Quel ben che il ciel vi ha dato, godetevelo voi.
CON.                Ma con donna Felicita sono in un mezzo impegno.

RIC.                  Che impegni! che pazzie! Voi mi movete a sdegno.

Ora che la fortuna vi ha tratto fuor di pena,

Volete per diletto imporvi una catena?

Via, non mancherà tempo di prendervi un malanno;

Ma vi consiglio il mondo godere almeno un anno.

Un anno sol provate i beni della vita.

Se voi vi maritate, la libertà è finita;

E colla moglie al fianco, seccante e pretendente,

Tutti i vostri danari non servono a niente.

Provate un par di mesi a far quel che fo io,

Scommetto che alla moglie date un perpetuo addio.

Giochi, feste, teatri, villeggiature amene,

Conversazioni amabili di femmine ripiene,

Tavole con amici, talor qualche viaggetto,

In compagnia alla sera a bevere un fiaschetto,

Vegliar tutta la notte, dormir fin mezzo giorno,

In carrozza, a cavallo, il dopo pranzo intorno;

Spendere allegramente, vestire a tutta moda,

Godere i propri beni, e far che altri ne goda;

Libero da ogni cura, e libero dai guai,

Questa è vita piacevole, e da non morir mai.
CON.                Certo, che s'io potessi far questa vita un anno,

Mi rifarei ben bene d'ogni sofferto affanno.
RIC.                  Chi v'impedisce il farlo?

CON.                                                         Per confidarvi il cuore,

Ho con donna Felicita un impegno d'onore.

Ella mi ha sovvenuto nel povero mio stato.

Son cavalier, non posso, non deggio esserle ingrato.
RIC.                  Affé, mi fate ridere. Codeste obbligazioni

Ricompensar potete con benefizi e doni.

Ella è una cittadina, un cavalier voi siete;

Bisogno di soccorsi da lei più non avete.

Né può da voi pretendere, per qualche benefizio,

Che facciate per essa di tutto un sacrifizio.

Bella forse vi sembra? ne siete innamorato?

Pochissimo nel mondo avete praticato.

Vi farò veder donne bellissime, vezzose,

Tenere, giovanette, brillanti e spiritose.

Variar, variar mi piace or con questa, or con quella:

Oggi una bella giovane, domani una più bella.

S'intende onestamente, senza intacchi di cuore,

Ché l'allegria è finita, dove si caccia amore.

Andiam, farò conoscervi il fior di gioventù.

Riguardi non abbiate: argent, argent fait tout.
CON.                Lasciatemi pensare un poco a' casi miei.

Passar dal nulla al tutto sì presto io non vorrei.

Parmi d'essere ancora della fortuna un gioco;


Penso in questo gran mondo d'entrare a poco a poco.

Mandai donna Felicita ad invitar poc'anzi:

Andremo a divertirci, ma vo' vederla innanzi.
RIC.                  Povero innamorato siete perduto, amico,

E le vostre ricchezze non vi varranno un fico.
CON.                Credetemi, vi parlo con sulle labbra il cuore:

Sento la gratitudine per lei, più che l'amore.

Nelle miserie andate certo l'avrei sposata,

Or la risoluzione sarà più consigliata.
RIC.                  Ditemi: in vita vostra avete mai giocato?

CON.                Come giocar poteva nel povero mio stato?

RIC.                  Nelle conversazioni andar senza giocare,

Che razza di figura un cavalier può fare?

Comprate delle carte; io vi darò lezione,

Prima al gioco più facile, ch'è quel del faraone;

Poi v'insegnerò l'ombre, il tressetti, il picchetto.

Io sono a tutti i giochi un giocator perfetto.

Per me, qualora io gioco, di guadagnar mi picco;

Ma voi dovrete perdere, che siete un uomo ricco.

Le donne hanno piacere d'essere regalate,

Al donator talvolta senza essere obbligate;

E il mezzo più comune di regalarle poco,

È il perdere con esse qualche zecchino al gioco.
CON.                A tutto ciò v'è tempo: il gioco ho da imparare.

Quando sarò nel caso, mi saprò regolare.
RIC.                  Amico, a quel ch'io vedo, non farete niente.

CON.                Perché?

RIC.                                Mi par che siate un po' troppo prudente.

CON.                È mai troppa prudenza?

RIC.                                                          È buona a tempo e loco.

Ma chi è troppo prudente, suol divertirsi poco.
CON.                Anzi vo' divertirmi, e non ne vedo l'ora.

Ma il modo di condurmi non ho imparato ancora.
RIC.                  Stiamo due mesi insieme. Due mesi s'io vi addestro

Nell'arte del buon gusto, voi vi fate maestro.

SCENA QUINTA

Bigolino e detti.

BIG.                  Signore, un galantuomo per lei sta qui di fuora.

CON.                Verrà donna Felicita?

BIG.                                                     Verrà, disse, fra un'ora.

CON.                Chi è quel che or mi domanda?

BIG.                                                                   Onofrio Malacura,

Che dee comunicargli qualcosa di premura.
CON.                È un galantuom?

BIG.                                              Sì certo.

CON.                                                           Che venga.


BIG.                                                                               Signor sì.

(In grazia di uno scudo si ha da parlar così). (da sé)
CON.                Onofrio Malacura lo conoscete voi? (a Riccardo)

RIC.                  Non so chi sia. Vi lascio; ci rivedremo poi.

Vado a tentar la sorte.
CON.                                                    Dove?

RIC.                                                                 Al caffè vicino.

Vo veder se mi riesce di vincere un zecchino.

Tosto che siete libero, venitemi a trovare.

Già il loco lo sapete. V'insegnerò a puntare.

Ci tratterremo un poco; poscia ne andremo in piazza;

Vo' farvi questa mane vedere una ragazza

Bella, bionda, garbata, sul fior di giovinezza.

Eh! che donna Felicita! vedrete una bellezza. (parte)

SCENA SESTA Il Conte Orazio, poi Onofrio

CON.                Sentirmi tutto a un tratto far tante esibizioni,

Mi fa di quando in quando venir delle apprensioni,

Temo di esser tradito. Ma poi ragiono, e dico:

Possibil che nel mondo non diasi un vero amico?

Se dubito di tutti, che farò da me solo?

Che val la mia ricchezza, se agli uomini m'involo?

Dovrei pur procurare di vivere giocondo.

Non dice mal Riccardo: godiamo un po' di mondo.
ONO.                Servitore umilissimo, servitor devotissimo,

Bacio la mano a lei, signor Conte illustrissimo.
CON.                Via, non più riverenze.

ONO.                                                      Io faccio i miei doveri.

Vossignoria illustrissima è il fior de' cavalieri.
CON.                Quanto tempo sarà, che voi mi conoscete?

ONO.                Saran circa tre giorni.

CON.                                                    Bravo. Voi mi piacete.

Godo aver da trattare con uomini sinceri;

Tre giorni fa i' non era il fior de' cavalieri.
ONO.                Per venire al proposito, per cui son qui venuto,

Io devo a vossustrissima portare un bel saluto.
CON.                Un saluto di chi?

ONO.                                            Di certa gentildonna...

Ma che bella ragazza! ma che pezzo di donna!
CON.                Siete, per quel ch'io sento, ambasciator d'amore.

ONO.                Son, signore illustrissimo, sono un uomo d'onore.

Della mia condizione ho mille testimoni;

Io sono un onorato sensal da matrimoni.
CON.                Da me chi vi ha mandato?

ONO.                                                           Io pratico per tutto,

Conosco nel paese il buono, il bello, il brutto.


Solo di vossustrissima sento parlar la piazza; Dicono, non gli manca che una bella ragazza Trenta ne ho visitato, e ne ho trovate sei, Una meglio dell'altra, buonissime per lei. Quella che lo saluta, è certa biancolina Con un occhio furbetto, con sì bella bocchina, Con due guance di rose, con un nasin ben fatto. Eh! non creda ch'io burli. Osservi il suo ritratto.

CON.                Per or col matrimonio legarmi io non destino.

ONO.                Favorisca vedere questo bel ritrattino.

CON.                Lo vedo.

ONO.                              E che gli pare?

CON.                                                      Non può negarsi, è bello.

Ma quanto gli ha donato la grazia del pennello?

ONO.                Oh mi creda, illustrissimo, ch'è fatto al naturale,

Anzi qualcosa meglio è ancor l'originale. Per esempio, la giovine ha l'occhio più lucente, Il viso più tondetto, la bocca più ridente. È un tantin più grassotta, ma è sì prudente e onesta, Che il pittore ha dovuto dipingerla modesta. Certo, che dal ritratto si può conoscer poco, Ma se la vuol vedere, ritroveremo il loco.

CON.                È nobile?

ONO.                                 Cospetto! che nobiltà illibata!

Ha un albero sì grande, che copre una facciata.

CON.                Ha dote?

ONO.                              Ha quel che basta per essere consorte.

Non si domanda dote a faccie di tal sorte. Ha avuti fino ad ora tanti partiti e tanti, Nessuno ebbe il coraggio di chiedere contanti: Val centomila scudi quell'occhio sì furbetto, Vale un milion quel labbro vezzozo e tumidetto. Prezzo non hanno al mondo quei bei capelli d'oro Ha tante cose belle, che vagliono un tesoro.

CON.                Con tante belle cose non si è ancor maritata?

ONO.                Ha una madre, signore, ch'è troppo delicata.

Trova che dire a tutti. La povera figliuola Dipende dalla madre, e ancor si trova sola. Ieri di vossustrissima si ragionò con esse: Disse la ragazzina: Io sì, se mi volesse. E la madre, voltandosi pietosamente a lei, Disse: Col conte Orazio io mi contenterei. Poi disse a me parlando: Via, questo affar trattatelo. Soggiunse la figliuola: Andate, e salutatelo. Trovar fortuna simile sì facile non è. È degna tal bellezza di maritarsi a un re. No, signor illustrissimo, non vo' che a me si creda: Non dico che la pigli; mi basta che la veda. Faccia questa finezza, di darle un'occhiatina; Ha da far pochi passi, la giovane è vicina. Vo' che veda s'io dico almen la verità.


CON.                Bene, verrò a vederla; ma per curiosità,

Non per innamorarmi; ho già qualch'altro impegno.

ONO.                Per me son contentissimo, se del favor son degno.

Andiamola a vedere così disabbigliata, Senza che sappia nulla. (Già sarà preparata). (da sé)

CON.                Andiam, ma stiamci poco. Fra un'ora io sono atteso.

ONO.                Sì signore. (Scommetto che al laccio ei resta preso). (da sé)

CON.                Ehi, se donna Felicita viene, che io non ci sia, (esce un Servitore)

Ditele che perdoni, che resti in compagnia

Di Livia mia germana, che seco or or mi avrà. (al Servitore, che parte) Andiamo a soddisfare la mia curiosità. (ad Onofrio, e parte)

ONO.                Curiosità produrre suol dei graziosi effetti.

Le donne, quando vogliono, san far de' bei colpetti. Chi sa che non rimanga il Conte innamorato! Quando si va al mulino, si torna infarinato. (parte)


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Livia Contessina e donna Felicita

LIV.                  Cara donna Felicita, se ancor non è tornato

Il Conte mio fratello, dev'essere impegnato. Sapete quanti affari l'affollano al presente; Vi prego accomodarvi, siate più sofferente.

FEL.                  Di grazia, compatitemi. Mi par che, passeggiando,

La bile che ho di dentro, si vada minorando.

LIV.                  Siete tanto collerica? sta fresco mio germano.

FEL.                  Credetemi, Contessa, non è il mio sdegno insano.

Se mi scaldo, ho ragione. Quando son qua venuta, Il Conte di lontano lo so che mi ha veduta. Finse di non vedermi. Si ritirò alcun poco, Mostrando sovvenirsi di andare in altro loco. Io per veder se a torto formava un mio sospetto, Mi ascosi nell'interno di un vicolo ristretto. Attraversar lo vidi la via velocemente, Con un che lo seguiva parlando bassamente; E l'ho veduto entrare in certa porticciuola, Ove abita una vecchia con giovane figliuola. Voglia mi era venuto... ma so che non conviene A giovane ben nata in pubblico far scene. Ora ch'è in altro stato, non è qual era prima: Di me non si ricorda, di me non ha più stima. Esce di casa in tempo che avevami invitata; Non ho ragion, Contessa, di dimostrarmi irata?

LIV.                  Ancor non può sapersi là dentro il mio germano

Per qual ragion sia entrato: può sospettarsi invano. Chi sa che là non abiti persona indifferente, Che con quelle due femmine non abbia che far niente? E poi, perché i suoi passi esaminar volete? Compatitemi, sposa ancor di lui non siete.

FEL.                  È ver, sposa non sono, ma meco ha tale impegno,

Che usarmi non potrebbe un trattamento indegno. Priva de' genitori sotto una zia canuta, Per grazia della sorte di beni provveduta, Arbitra di me stessa, da tutti non sprezzata, Per riserbarla al Conte la mano ho altrui negata. Troppo sarebbe ingrato, se a pratiche segrete Rivolgesse il pensiero.

LIV.                                                        Perché non aggiungete,

Che mal vi pagherebbe de' benefizi vostri?


FEL.                  Non vo' per questa parte che grato a me si mostri,

Di far quel ch'io poteva per lui non ricusai, Ma tosto ch'io lo feci, di già me ne scordai. Chiedo la ricompensa a un merito maggiore: Non ai piccioli doni, ma al mio costante amore. Vorrei, che quale un tempo chiedeva a me consiglio, Or facesse lo stesso, che forse è in più periglio. Nello stato infelice in cui si ritrovava, Niun di lui facea conto, ciascun lo abbandonava. Ora che la fortuna lo fa di beni adorno, Tutti gli sono amici, tutti gli stan d'intorno: Amici adulatori delle ricchezze sue, Niuno può aver per esso l'affetto di noi due: Voi per ragion di sangue, io per inclinazione, Gelose del suo bene, di sua riputazione.

LIV.                  Conosco il suo periglio, lo vedo anch'io con pena;

Dacché cambiò di stato la casa è ognor ripiena Di gente, che può dargli sol dei consigli rei; Se voi pensate ai vostri, io penso ai casi miei. Non è di lui soltanto sì ricca eredità; A me pur si appartiene d'averne la metà. E voglio che si faccia la stima e l'inventario, E che il danar si metta in un pubblico erario. Non basta ch'egli dica di darmi la mia dote; Anch'io del zio defonto sono qual lui nipote.

FEL.                  Voi così favellate? Insidiato, oppresso,

Dovrà vedersi il Conte fin dal suo sangue istesso? Però mal consigliata credo che siate, amica; Dubito che l'intento avrete con fatica. Siete fratelli, è vero, figliuoli ambi di un padre, Nati però non siete entrambi da una madre. Della sua genitrice il morto era germano, Onde con lui sperate di ereditare invano.

LIV.                  Fra le altre sue fortune il Conte è ben felice

D'aver nelle sue liti sì gran procuratrice!

FEL.                  L'affliggerà piuttosto la sorte a lui contraria,

Trovando una sorella nemica ed avversaria.

LIV.                  Se la ragion mi assiste, a lui non faccio un torto;

Ho delle pretensioni contro lo zio ch'è morto. Egli di nostro padre in mano ebbe l'entrate, E colle sue confuse le nostre ha ancor lasciate; Onde non è ingiustizia, e non può dirsi affronto, Se dei beni paterni mi faccio render conto.

FEL.                  Siete assai bene istrutta ne' punti di ragione;

Questa di don Emilio dev'essere lezione. Ei che a sposarvi aspira, vi vuol più fortunata, E senza tal speranza vi avrebbe abbandonata.

LIV.                  Lo stesso si può dire di voi, che coltivaste

L'amor di mio fratello per il ben che speraste.

FEL.                  No, mal di me pensate. L'ho detto e lo ridico:

L'ho amato e l'amerei, se fosse ancor mendico.


Cento volte gli offersi la mano di consorte, Incerta del suo stato, in dubbio di sua sorte. E quasi bramerei vederlo sfortunato, Per ismentir chi crede l'amore interessato. (s'alza)

LIV.                  Non tanti eroici detti. Vi cal de' beni suoi, (s'alza)

Per rendere il suo stato più comodo per voi.

FEL.                  Ciascuno altrui misura coi propri sentimenti.

LIV.                  Vi è chi non corrisponde coll'animo agli accenti.

FEL.                  Dalle parole vostre si vede il vostro cuore.

LIV.                  Ed in voi l'interesse coperto è dall'amore.

FEL.                  (Se in casa sua non fossi, risponderei qual merta). (da sé)

LIV.                  (Se verrà don Emilio, dirò che stiasi all'erta). (da sé)

SCENA SECONDA

Il Conte Orazio, Onofrio e dette.

CON.                (Eccola. Mi dispiace...) (piano ad Onofrio, vedendo donna Felicita)

ONO.                                                      (Ricordisi l'impegno). (piano al Conte)

CON.                (Aspettate, facciamo le cose con ingegno). (ad Onofrio)

FEL.                  (Ritorna con colui che seco ho già veduto). (da sé)

CON.                Eccomi, perdonate se tardi io son venuto. (a donna Felicita)

Un affar mi trattenne... Livia, che avete voi? (a Livia)
LIV.                  Nulla.

FEL.                           Sta pensierosa per gl'interessi suoi.

CON.                Ella non ha motivo di comparir dolente.

Ora spiccio quest'uomo, e torno immantinente. (si accosta ad un burò, lo apre, ne

cava un anello di nascosto delle due donne)
LIV.                  (Dica pur quel ch'io penso; non ne averò spiacere

Di già la mia intenzione un dì si ha da sapere). (da sé)
FEL.                  (Quasi sarei curiosa saper quali interessi

Abbia con quell'omaccio, se saper lo potessi). (da sé)
CON.                (Portate alla ragazza per me quest'anellino.

Ditele che perdoni). (piano ad Onofrio)
ONO.                                               (In verità è bellino). (guardandolo con cautela)

CON.                (Riponetelo presto). (piano ad Onofrio)

ONO.                                                 (Subito, sì signore). (ripone l'anello)

FEL.                  (Che cosa mai gli ha dato? ho dei sospetti in cuore). (da sé)

CON.                Ite da quel mercante, e ditegli che a conto

Tenga quel che gli mando del mio dovere in sconto,

Che poi ci rivedremo. (forte ad Onofrio)
ONO.                                                    Ella sarà servita.

La mercanzia gli piace? gli par che sia polita?
CON.                Sì, ne son contentissimo, e a voi sono obbligato.

ONO.                La sensaria, signore, però non ha pagato.

CON.                Eccovi uno zecchino. Vi pare a sufficienza?

ONO.                Per or son contentissimo; le faccio riverenza.

È questa la damina? (verso di Livia)
CON.                                                 Sì, è la sorella mia.


ONO.                Ella avrebbe bisogno di un'altra mercanzia,

Di genere diverso, ma sul tenore istesso.

La servirò, se occorre.
CON.                                                      Non ne parliamo adesso.

Ci rivedremo poi.
ONO.                                            Cospetto! ha un paio d'occhi! (piano al Conte)

Conosco il suo bisogno. La servirò coi fiocchi. (a Livia, e parte)

SCENA TERZA Il Conte Orazio, donna Felicita e Livia Contessina

LIV.                  Dite, signor fratello, quali interessi avete

In quella certa casa, dove stato ora siete?
CON.                Perché de' fatti miei volete esser curiosa?

LIV.                  Non io, donna Felicita di saperlo è ansiosa.

FEL.                  È ver, non vi nascondo di aver qualche sospetto,

Promosso unicamente dal zelo e dall'affetto.
CON.                Cosa sapete voi, dove finor sia stato? (a donna Felicita)

LIV.                  Lo sa, lo sa benissimo. Lo vide, e l'ha spiato.

FEL.                  Figlia è d'amor discreto la mia gelosa cura,

Che pensa all'amor vostro, che il vostro ben procura,

Dissimile da quello d'una germana avara,

Che un'acerrima lite vi accende e vi prepara.
CON.                Quai pretensioni avete contro un germano onesto? (a Livia)

LIV.                  S'ella il principio ha detto, ella vi dica il resto. (parte)

SCENA QUARTA Donna Felicita ed il Conte Orazio

CON.                Dopo tant'anni e tanti che vissi in doglie e in pene,

Fin la germana istessa m'invidia un po' di bene? Che vuol? qual è il motivo, che delirar la fa?

FEL.                  Dell'asse ereditario pretende la metà.

CON.                Prendasi quel ch'è giusto, abbia quel che le piace,

Purché goder mi lasci quel che mi resta, in pace.

FEL.                  La pace è il maggior bene, ma non è poi ragione,

Onde saziar dobbiate l'ingiusta pretensione. Abbia quel che le spetta d'eredità paterna, La metà della dote della ragion materna. Godasi quel di più che le darete in dote, Ma non è di don Pietro né erede, né nipote. Alla pretesa ingiusta per sé non è condotta, Lo so che don Emilio l'ha spinta e l'ha sedotta. Ei che aspira alle nozze della germana vostra, Di accrescere i suoi beni sollecito si mostra


E spera fortunata l'ingiusta pretensione Coll'arte e la violenza, se non colla ragione: Spera, con una lite confusa e pertinace, Di farvi a caro prezzo comprar la vostra pace. L'oro che i giorni vostri può rendere felici, Non fa contro di voi che suscitar nemici. L'invidia e l'avarizia arma degli empi i cuori, Mille vi stan d'intorno perfidi insidiatori; Chi con trame palesi, chi con coperto inganno, Tutto l'ingrato mondo cospira a vostro danno. E chi per voi sol vanta tenero amore in seno, Forse degli inimici da voi si apprezza meno. Pare un destin, che sempre dei miseri mortali Ai beni della vita sian contrapposti i mali; E che l'uomo medesimo nel più felice stato Contro di sé congiuri per esser sfortunato, Sprezzando il proprio bene, amando il suo periglio, Qual voi di me sprezzate l'amore ed il consiglio.

CON.                Dei rimproveri vostri quale ragione avete?

FEL.                  Ditemi, conte Orazio, da cavalier qual siete

Là dove andar io stessa vi vidi poco fa, Qual affar vi condusse?

CON.                                                      Dirò la verità:

Posso dal buon consiglio talora allontanarmi, Non mai verso di voi gli obblighi miei scordarmi. Conobbi l'amor vostro nei dì più sfortunati, Detesto il reo costume dei sconoscenti ingrati. Veggo, conosco i frutti dell'amicizia vostra: Non temete ch'io sappia mentire in faccia vostra. Voi mi chiedete il vero, e il ver vo' confidarvi; Sappiate che là dentro...

SCENA QUINTA Riccardo e detti.

RIC.

Posso bene aspettarvi.

Siete uscito di casa, siete in casa tornato;

Di me, per quel ch'io vedo, voi vi siete scordato.

Del concertato affare tosto vicina è l'ora;

Andiam, con permissione di codesta signora.

CON.

Vi prego dispensarmi; non vuol la convenienza

Ch'io la lasci qui sola.

RIC.

Via dategli licenza. (a donna Felicita)

FEL.

Al Conte io non comando, può far quel che gli aggrada:

Se vuol restar, ch'ei resti, se vuol andar, ch'ei vada.

RIC.

Andiam.

CON.

No, perdonate.

RIC.

Per me vi ho perdonato,


Ma almen non mi negate, che siete innamorato. Perché dirmi poc'anzi, celando il vostro cuore, Che a lei la gratitudine vi lega, e non l'amore?

CON.                Dissi quel che mi parve; a voi non crederei

Obbligo avere alcuno di dire i fatti miei.

RIC.                  Meco non vi adirate.

FEL.                                                   Il Conte è un uom sincero.

Quando così vi ha detto, non ha celato il vero. Un po' di gratitudine mi serba, e non è poco: Per me nel di lui seno amor non trova loco; E se a venire aveste un momento tardato, Questa sua indifferenza mi avrebbe confessato. Stava per dirmi ei stesso, che da un novello affetto Accendere s'intese piacevolmente il petto; Che là dove lo vidi entrar furtivamente, Trovato ha una fanciulla più bella ed avvenente; Che avrebbe l'amor suo per lei già dichiarato, Ma tace pel timore di comparire ingrato. Posto da me poc'anzi il cavaliere al punto, M'avria svelato il cuore, se voi non foste giunto: Ora con voi si adira, non per il ver che dite, Ma perch'ei volea dirlo, e voi lo prevenite.

     che bramai soltanto saper la verità,
Contenta mi dichiaro di sua sincerità.

So che gli son molesta, so che la sua fortuna Lo rese in pochi giorni amabile a più d'una; E so che i buoni amici, che stanno a lui d'intorno, Non amano vedermi frequente al suo soggiorno. Addio, Conte.

CON.                                        Restate.

FEL.                                                        No, lo chiedete invano.

Vi amo, ma non mi lascio sedur da amore insano.

    cielo vi difenda da inganni e da perigli;
Temete più di tutto i torbidi consigli.

Se alcun nella fortuna amico a voi si mostri Di voi non è seguace, ma sol dei beni vostri. Chi vi sfuggiva un giorno, dolente e sfortunato, La vostra confidenza non merta in miglior stato. E ingrato ai benefizi degli astri men severi, Vi rende l'ingiustizia che fate ai più sinceri. Per zelo, per amore, vi parla il labbro mio Un dì conoscerete chi vi vuol bene. Addio. (parte)

SCENA SESTA

Il Conte Orazio e Riccardo

CON.                Ecco; per voi sdegnata dagli occhi miei s'invola. (in atto di seguirla)

RIC.                  Prima di seguitarla, udite una parola.


CON.                Che vorreste voi dirmi?

RIC.                                                        Sembra a quel detti amari

Dir voglia, ch'io l'amore faccia ai vostri danari.

Di me render procura sospetta l'amicizia.

Crediam che ciò provenga da amore, o da malizia?

Chi ha più di voi bisogno? Esaminiam lo stato

Di me che ora vi parlo, di lei che vi ha parlato.

Ella è una figlia nubile, che cerca maritarsi;

Ella è una cittadina, che vuol nobilitarsi.

Chi puote assicurarsi, che quelle cure istesse

Che sembrano amorose, non sian per l'interesse?

E se il bisogno vostro un tempo ha sovvenuto,

Chi sa che il vostro caso non abbia preveduto,

Dicendo infra se stessa con femminil talento:

Dieci arrischiar io posso, sperando di aver cento?

Vi accorderei che fosse sincera e generosa,

S'ella non aspirasse a divenirvi sposa;

Ma con tal mira in mente, con tal desio nel petto,

Fidar non vi potete di un animo sospetto.

Io, di cui la sagace forma vegliando un sogno,

Io, della sorte in grazia, di voi non ho bisogno.

Se a profittar v'invito del ben del secol nostro,

Nol fo per interesse, lo fo per amor vostro.

Ella vi offre mendace una catena, un laccio;

La libertà, la quiete, sincero io vi procaccio.

Con lei de' vostri beni spera diviso il frutto:

Io la ragion vi mostro d'esser padron di tutto.

Ella da ciò profitta, utile a me non viene.

Or giudicar potete di noi chi vi vuol bene.
CON.                Non so che dir: mi trovo confuso in tal maniera,

Che il ver più non distinguo dall'arte menzognera.

Se in mezzo alle ricchezze non trovo un cuor amico,

Meglio era ch'io durassi a vivere mendico.
RIC.                  Falsa filosofia. Del ben non vi lagnate.

Potete esser contento, quando esserlo vogliate.

Io, che ho meno di voi, vivo ridente, e godo.

Felice voi, che avete di giubbilare il modo.
CON.                Ma sarò poi contento del ben che voi vantate?

RIC.                  Fate quel ch'io vi dico.

CON.                                                      E che ho da far?

RIC.                                                                                  Provate.

Andiam da una ragazza giovane, bella e scaltra.
CON.                Ve lo confido, amico: ne ho già veduta un'altra.

RIC.                  Bella?

CON.                            Per dir il vero, il volto è assai ben fatto.

RIC.                  Pallida, bianca o rossa?

CON.                                                      Mirate il suo ritratto.

RIC.                  Bravo così mi piace. Malinconia che vale?

Oh cospetto di bacco! so chi è l'originale.

La conosco benissimo. È una bella ragazza,

Figlia di buona madre, per quel che sa la piazza.


E se non vuol far torto a lei che l'ha educata, Essere non dovrebbe né stolida, né ingrata.

CON.                Dal poco che ho veduto, dal poco che ho raccolto,

Parmi che sol consista il merito nel volto. Non è di molto spirito.

RIC.                                                        Se ha grazia, se ha beltà

Quel che si chiama spirito, un dì l'acquisterà. Conviene coltivarla con qualche regaletto.

CON.                Questo ancor vi confido: le diedi un anelletto.

RIC.                  Vi lodo estremamente, e mi consolo assai,

Che il tempo e la fatica finora io non gittai; Siete un uomo di garbo, vedo che alle occasioni Voi profittar saprete delle buone lezioni. Volete che torniamo a visitarla insieme?

CON.                Troppo presto, mi pare.

RIC.                                                        Vi preme, o non vi preme?

CON.                Per dir la verità, la giovane mi piace.

RIC.                  Voi non farete nulla, se non sarete audace.

Andiam, venite meco.

CON.                                                    Per ora ho i miei riguardi.

Andremo a ritrovarla verso la sera al tardi.

RIC.                  Intanto andar possiamo a divertirci altrove,

Passar di casa in casa, e sempre cose nuove.

CON.                Pria del pranzo non esco, ci rivedremo poi.

RIC.                  Dopo di aver pranzato, ritornerò da voi.

Andrem, prima di tutto, a bevere il caffè Da una ballerinetta, che il diavolo non è. Staremo una mezz'ora con tutta libertà. Delle corbellerie dicendo in quantità, Senza spendere un soldo, sol coll'esibizione Del frutto generoso di nostra protezione. Poscia lasciando il ballo, noi passeremo al canto, Da certa virtuosa che ha una voce d'incanto. Canta senza fatica, dell'oro non è schiava, Basta che le si dica sei sette volte brava. Di là voglio condurvi da certa mercantessa, Che pizzica un pochino del grado di contessa; Che fa dei complimenti, che scherza e che vezzeggia, E fa crepar di ridere qualor si pavoneggia. E quando le si danno dei titoli sonori, Si gonfia dal contento, le vengono i sudori. Poscia dalla ragazza andrem sull'imbrunire; Colà, fin che a noi piace, ci potrem divertire; E a terminar la sera si andrà in un altro loco, Dove vi saran donne, vi sarà ballo, e gioco, E cena, e ogn'altro spasso godibile, giocondo. Così senza fastidi vo' che godiamo il mondo. Da voi non voglio nulla guidandovi con me; Ma pur, dirà taluno, dev'esservi un perché. Il perché che mi move, certo non è interesse, Ma vorrei, com'io godo, che ciaschedun godesse.


Quello che piace a me, credo che piaccia a tutti: Comunicar desidero dell'allegrezza i frutti; E parmi di aver fatto un ottimo guadagno, Quando alla mia partita procuro un buon compagno. Dell'amicizia mia mi par che siate degno; Perciò di tutto cuore a vostro pro m'impegno. Seguite il mio consiglio, credete a quel ch'io dico: Prendetevi bel tempo. A rivederci, amico. (parte)

SCENA SETTIMA Il Conte Orazio, poi Bigolino

CON.                Più che parlare io l'odo, più di seguir m'accende

La strada del piacere, che facile mi rende. Che vuol donna Felicita con i rimbrotti acerbi, Che il ben che ho ereditato, solo per lei si serbi? E la germana ingrata pretender vuole anch'essa Tener la mia fortuna con sue minacce oppressa? Nasca quel che sa nascere. Tanto ho acquistato e tanto, Che ogni pensier molesto vo' ponere in un canto. Vo' divertirmi, e voglio...

BIG.                                                            Signor, con sua licenza,

Una povera donna la supplica d'udienza.

CON.                Lo sai che cosa voglia?

BIG.                                                        Non lo so dir, signore,

Ma posso assicurarla, ch'è una donna d'onore. Disse che un memoriale avea da presentare: La prego in grazia mia di volerla ascoltare.

CON.                Ti preme che io l'ascolti?

BIG.                                                          Per dir la verità

Mi piace, quando posso, di far la carità. Tanto pregommi e tanto, ch'io prego il mio padrone.

CON.                È bella?

BIG.                                Non è brutta.

CON.                                                    Falla venir, briccone.

BIG.                  Mi ha detto qualche cosa; bramo sentire il resto.

La supplico, signore, di liberarla presto. (parte)

SCENA OTTAVA

Il Conte Orazio, poi Pasquina

CON.                Di tutti facilmente io sospettar non soglio;

Ma temo questa volta che siavi un qualche imbroglio.
PAS.                  Serva di vossustrissima.

CON.                                                         Vi riverisco. Avete


Cosa da comandarmi?
PAS.                                                     Da supplicar.

CON.                                                                         Sedete.

PAS.                  Perdoni. (ricusa di sedere per rispetto)

CON.                               Siamo soli sedete in confidenza.

PAS.                  Lo fo per obbedirla. Con sua buona licenza. (siede)

CON.                Dite quel che vi occorre.

PAS.                                                          Signor, la mia disgrazia

Mi obbliga con rossore a chiedere una grazia.

Sono, non fo per dire, nata con civiltà,

Per causa dei parenti ridotta in povertà.

Mi hanno usurpato il mio, son orfana fanciulla;

Non posso maritarmi, perché non tengo nulla.

Finor, non fo per dire, trovai più d'un partito

Ma senza un po' di dote, signor, non un marito.

Povera sfortunata, sol ricca di onestà,

A domandar costretta son io la carità. (mostrando di piangere)
CON.                Non piangete, ragazza. Se siete savia e buona,

Non mancherà il consorte, il ciel non abbandona.
PAS.                  Signor, non fo per dire, ma un'altra come me,

Che soffra quel che soffro, credetemi non c'è. (come sopra)
CON.                Ma non istate a piangere. Mi fate venir male.

Ditemi il nome vostro.
PAS.                                                       Tenete il memoriale.

CON.                Date qui.

PAS.                                  Cosa fate? Ehi, signor mio, pian piano.

Nessuno in questo mondo mi ha toccato la mano.

Non son venuta qui per quel che vi pensate.

Sono, non fo per dire... non vo' che mi toccate. (come sopra)
CON.                Nel prendere la carta, toccai per accidente

Un dito appena appena, non sono impertinente.

Sentiamo il memoriale.
PAS.                                                       In fondo, gli attestati

Della mia condizione vedrete autenticati.
CON.                Noi qui appiè sottoscritti, con nostro giuramento

Diciamo ed attestiamo di comun sentimento,

Che l'onesta fanciulla, la signora Pasquina,

Un giorno fu illustrissima, ed ora è poverina.
PAS.                  Non fo per dir...

CON.                                          È nata, la povera infelice,

Da nobil genitore, da nobil genitrice.

Fino al giorno presente, in fresca gioventù,

È sempre stata al mondo un fiore di virtù,

Savia, onesta, dabbene, amando di patire

Piuttosto che far male. Brava. (guardandola)
PAS.                                                                 Non fo per dire.

CON.                Questo elogio non basta per ritrovar marito?

PAS.                  Signor, senza contanti non trovasi partito. (piangente)

CON.                E quanto vi vorrebbe per il vostro bisogno?

PAS.                  In verità, signore, a dirlo io mi vergogno.

CON.                Dite liberamente. Ho piacer di sentire.


PAS.                  Per la nascita mia, certo, non fo per dire,

Molto più mi vorrebbe; ma nel stato presente

Credo che mille scudi sia dote sufficiente.
CON.                (Per ora non mi sento di ber questo sciroppo). (da sé)

Signora, mille scudi, non fo per dire... è troppo.
PAS.                  Pazienza; già l'ho detto, che povera son nata,

E che dovrò vedermi da tutti abbandonata. (piangente)
CON.                Di grazia, non piangete.

PAS.                                                       Il memorial. (chiedendogli il memoriale pateticamente)

CON.                                                                           Pigliate. (nel darle il memoriale, Pasquina gli

prende la mano)

Pian, signora Pasquina, la man non mi toccate.
PAS.                  Ho la rogna alle mani?

CON.                                                      Io non dubito questo;

Ma sono anch'io, signora, non fo per dir, modesto.
PAS.                  E se, invece dei mille, fossero cinquecento?

CON.                Sarebbero ancor molti.

PAS.                                                       Via, mi basta di cento.

CON.                Vorrei trovar il modo di rendervi contenta.

E se, invece dei cento, non fossero che trenta?
PAS.                  Vedrei da un'altra parte di procurare il resto.

Basta, che se son pochi, almen vengano presto.
CON.                Subito immantinente. Ecco belli e contati

Trenta scudi, che aveva per altro preparati.
PAS.                  Grazie, signor, vi rendo di tanta carità.

Almen l'avete fatta alla stessa onestà.

Chi sono, chi non sono, vi disse l'attestato;

Ma voglio da voi stesso ne siate assicurato.

Sto di casa nel vicolo in fondo della piazza,

Vicino a quella porta, che guida alla biscazza.

S'entra liberamente, si salgono due scalle:

Vedrete un terrazzino con due finestre gialle;

Ma se voi non volete venire a incomodarvi,

Signor, non fo per dire, tornerò a ritrovarvi. (parte)
CON.                La signora Pasquina savia, dabben qual è,

M'insegna la sua casa, o pur verrà da me.

Dice ben l'attestato, che non può dir di più.

La signora Pasquina è un bel fior di virtù. (parte)


ATTO TERZO

SCENA PRIMA Il Conte Orazio e la Contessina Livia.

CON.                Voi dunque pretendete conseguir la metà

Dei beni, che ho acquistati per via d'eredità; E senza dirmi nulla, come fossi un nemico, Ardite di un litigio promovermi l'intrico? Già consigliai l'affare, si sa che avete il torto, E vi lusinga invano chi vi seduce accorto. Ma se ragione aveste, perché con un germano Trattar sì bruscamente con animo villano?

LIV.                  Se un dispiacer vi ho dato, vi prego a condonarmi;

Però, se il permettete, vorrei giustificarmi.

CON.                Dite pur, che vi ascolto.

LIV.                                                          Io son la sfortunata,

L'ultima in questo mondo da voi considerata. Solo donna Felicita sa tutto il vostro stato, Sa fin l'ultimo soldo che avete ereditato. Come di cosa propria di voi parla e ragiona, E vien sugli occhi miei con aria da padrona. Un po' più di prudenza sperai che usar volesse, Si vede che la sprona un sordido interesse. Ella ostenta col labbro amor solo apparente, Amor da quel del sangue lontano e differente. V'inganna, vi tradisce, chi più di me s'impegna, Ma son da voi sprezzata, e l'amor mio si sdegna. Non ho per l'interesse cieco trasporto insano, Solo mi reca pena il perdere un germano.

CON.                Non so che dir; non siete la sola, che in sospetto

Pone donna Felicita di un simulato affetto. Lo stesso un buon amico a replicar mi viene.

LIV.                  Parlerà, com'io parlo, ciascun che vi vuol bene.

CON.                Ma in dubbio di tal cosa, abbandonar dovrei

La giovane bennata, dopo gl'impegni miei?

LIV.                  Prometteste sposarla? Un cavalier bennato

Senza dirlo ai congiunti puot'essersi impegnato?

CON.                Non diedi a lei parola, non feci alcun contratto,

Ma ho mille obbligazioni al ben ch'ella mi ha fatto.

LIV.                  Io vi consiglierei di terminare il gioco.

Codeste obbligazioni si pagano con poco.

Non vi sagrificate con una donna altera

Che anche senza alcun titolo, parla, dispone e impera;

E che così facendo, da voi disciolta ancora,


Di lei, se la sposaste, schiavo sareste allora. Fidatevi di tutti, ma fino a un certo segno; Fidatevi di quelli che hanno un più sacro impegno: Di me, del sangue vostro, e di quell'onorato Cavalier, ch'esser deve un dì vostro cognato.

CON.                Don Emilio, il confesso è un cavalier di stima,

Ma anzi che consigliarvi, dovea parlarmi in prima.

LIV.                  Se di ciò vi dolete, anch'io vi do ragione;

Ma compatir dovete in lui la soggezione. Vedendosi egli pure, qual io, sì mal curato, Temea, se vi parlava, non essere ascoltato. Mi fece dir stamane, ch'era di ciò pentito Che il ragionar con voi credea miglior partito, Che ogni mia pretensione cedere mi consiglia, Che brama ch'io da voi dipenda come figlia; Che spiacegli soltanto, che siate circondato Da gente maliziosa che invidia il vostro stato; Che d'accettar vi prega l'amor che vi esibisce, E che da voi verrebbe, ma farlo non ardisce.

CON.                Venga liberamente. Son cavaliere umano.

LIV.                  Mandatelo a chiamare, è qui poco lontano.

Potete nella strada vederlo da voi stesso. Fategli far l'invito.

CON.                                               Lo fo venire adesso. (parte)

SCENA SECONDA

La Contessina Livia

LIV.                  Pur troppo si è scoperto, che ogni mia pretensione

Era attaccata a un filo di debole ragione; E cauto don Emilio crede miglior consiglio Di evitar con prudenza di perdere il periglio. Andar più dolcemente convien con mio germano, Vincerlo con i modi di un trattamento umano. L'arte usar di coloro, che sin dal primo giorno A lui con artifizio si posero d'intorno. Cercar d'allontanarlo dai falsi amici e rei, Difendere i suoi beni, e migliorare i miei.

SCENA TERZA

Il Conte Orazio, Don Emilio e la suddetta.

CON.                Ecco qui don Emilio.

EMI.                                                     Chiamomi fortunato, (al Conte)

Della vostra amicizia veggendomi onorato.


Le lingue maliziose, che van per ordinario

Seminando discordie, mi dissero il contrario.

Creder mi fece alcuno, che voi nel nuovo stato

Pentito vi chiamaste d'avermi per cognato.

Il mal presto si crede; uom delicato io sono.

Or son disingannato, e chiedovi perdono.
LIV.                  (Pronto e scaltro pretesto!) (da sé)

CON.                                                             Esser può, che a malizia

Spargere alcun volesse fra noi l'inimicizia.

Detto mi fu di voi, che con disegno avaro

Mi procuraste insidie di un inimico al paro.
LIV.                  Ciascuno ingrazïarsi tenta pei fini sui;

Voi non avete al mondo amico più di lui. (al Conte)
EMI.                  Sa il ciel, Conte amatissimo, di cuor se ho giubbilato,

Allor che rimaneste dal zio beneficato.

Ma con egual cordoglio vi vidi immantinente

Caduto nelle mani di trista e falsa gente.

Un servitor ribaldo vi regge e vi consiglia,

Un amico inonesto nel debole vi piglia.

Tristi mezzani indegni e falsi mercadanti

V'insidiano l'onore, v'insidiano i contanti;

Ed una donna accorta, che già previde il tutto,

Aspetta di raccogliere di sue menzogne il frutto.

Qual innocente agnello, ricco di nuove lane,

Là vi minaccia il lupo, qua vi circonda il cane.

Dell'arte e dell'inganno bersaglio divenuto,

Da chi, fuor che da noi, vi promettete aiuto?
LIV.                  Io son del vostro sangue, ei lo sarà fra poco:

Fidatevi di noi; noi troncheremo il gioco.
CON.                Ragion vuol che in voi creda sinceritade e affetto.

Lascierò consigliarmi.
LIV.                                                      Udite il suo progetto.

EMI.                  Signore, io mi esibisco, per zelo e per amore,

Esser de' vostri beni ministro e direttore.
LIV.                  Ma perché di tal carico si veda una ragione,

Sollecita alle nozze si dia la conclusione.

Non già per me, signore, parlo per voi sincera.
CON.                Si farà quanto prima.

LIV.                                                      Facciamlo in questa sera.

CON.                Pronta sarà la dote.

EMI.                                                No, non parliam di questo.

Si sa che il conte Orazio è un cavaliere onesto.

La germana discreta non chiede e non pretende:

Spera d'amor le prove, e dal german le attende.

De' vostri beni intanto io prenderò la cura.
CON.                Consiglieremo il modo.

LIV.                                                        Fategli una procura. (al Conte)

CON.                Prima coll'avvocato di consigliar desio.

EMI.                  Volete un avvocato? Fidatevi del mio.

L'uom di lui più sincero non troverete al mondo.
LIV.                  Della sua onoratezza per esso anch'io rispondo.


CON.                Qual progetto vi pare utile al caso nostro?

EMI.                  Misureremo in prima qual sia lo stato vostro.

Si farà un inventario di tutti i vostri beni,

Dell'oro, dell'argento, dei mobili e terreni.

S'impiegherà il denaro in un buon capitale.

Di tutto a me farete procura generale.

E per disobbligarvi dall'imprestar danari,

Per isfuggir le trame degli avidi falsari,

Farete una scrittura mostrandovi contento

D'aver dalle mie mani un certo assegnamento.

Fidatevi a chi vi ama; sarà poi mio pensiere

Il farvi negli incontri trattar da cavaliere.

Si troverà una moglie, che sia da vostro pari,

Ricca per nobiltade se non per li danari.

Vi goderete in pace il ben che il ciel vi ha dato,

E l'economo vostro sarà vostro cognato.
LIV.                  Conte pensar dovete che il ciel vi ha provveduto,

Per conservare i beni, di un necessario aiuto.

Meglio del sangue vostro trovar non isperate.

Felice voi, fratello, di lui se vi fidate.
CON.                Da ciò non son lontano; ma vuole ogni ragione,

Che di aderir sospenda a tal proposizione.

Vorrei, prima di farlo, essere illuminato.
EMI.                  Volete ch'io vi mandi quel celebre avvocato?

CON.                Mi farete piacere.

EMI.                                              Subito immantinente.

Pensate ch'io vi parlo da amico e da parente.

Procuro il vostro bene, non già gli utili miei.

Approfittar d'un soldo io mi vergognerei.

Non sono in questo caso; sono un uomo d'onore:

Quel che per voi m'impegna, non è interesse, è amore. (parte)
LIV.                  Se dubitar poteste di lui quel che non è,

Fareste un grave torto a don Emilio e a me.

Siamo di un sangue istesso; per legge di natura

Vi ama la suora vostra, e il vostro ben procura. (parte)

SCENA QUARTA

Il Conte Orazio, poi un Servitore

CON.                Questa ragion di sangue, questo tenero affetto

Non fa ch'io non nudrisca di lor qualche sospetto. Sì, conosco me stesso, e credo che non sia Inutile il consiglio d'onesta economia. È mio sincero amico quel che il mio ben procura; Ma che per lor non pensino quei due, chi mi assicura? Chi sa che non procurino vedermi vincolato Per rendere col tempo migliore il loro stato? Ancor quel che mi faccia, risolvere non so.


Da chi può consigliarmi, consiglio io prenderò.
SER.                  Signor, donna Felicita manda il suo cameriere

A farle riverenza, e a chiederle un piacere.

Ha un affar di premura con lei da conferire,

La supplica in sua casa lasciarsi riverire.
CON.                (Sarei troppo incivile cercando di sfuggirla). (da sé)

Rispondi al cameriere, che sarò ad obbedirla.
SER.                  Se mi chiedesse il tempo?

CON.                                                           Può dire alla signora,

Che sarò ai suoi comandi al più fra una mezz'ora. (Il Servitore fa una riverenza, e

parte)

SCENA QUINTA Il Conte Orazio, poi Riccardo

CON.

Contro di lei mi parlano; mi mettono in sospetto,

Che sia tutto interesse quel che rassembra affetto.

Ma sia quel che si voglia, io fui beneficato,

E vergognar mi deggio di comparire ingrato.

RIC.

Eccomi qui di nuovo, venire ho anticipato

Per un affar curioso. Avete ancor pranzato?

CON.

Non ancora.

RIC.

Ho piacere. Voglio che desinate

In compagnia di gusto.

CON.

E di chi?

RIC.

Indovinate.

CON.

Non saprei indovinarlo. Donne?

RIC.

Donne, si sa;

Senza un poco di donna, allegri non si sta.

CON.

Forse alcuna di quelle da voi testé nomate?

RIC.

Si nominò ancor questa.

CON.

Qual sarà?

RIC.

Indovinate.

CON.

La ballerina?

RIC.

Oibò.

CON.

La musica?

RIC.

Nemmeno.

È una che può rendervi di giubbilo ripieno.

CON.

Farmi potria contento la semplicetta e bella

Che ho veduto stamane.

RIC.

Corpo di bacco! è quella.

CON.

Rosina?

RIC.

Con sua madre viene a pranzar con voi.

CON.

Come mai questa cosa?

RIC.

Come? chi siamo noi?

Tosto di qua partito, curioso, impazïente,

Andai per ritrovarla. Battei arditamente.

Chieser cos'io voleva; mostrai qualche premura.


L'uscio mi venne aperto, ed io suso a drittura.

Dopo tanti discorsi, alfine ho persuasa

La madre e la figliuola venire in vostra casa,

Dicendole con arte, che dare si potrà

Che la bella ragazza non esca più di qua.

CON.                Come? la lusingaste ch'io prendere la voglia?

RIC.                  Non so quel che abbia detto; ci caverem la voglia

Di ridere ben bene, e poi se ne anderanno.

CON.                Non vorrei che lo scherzo finisse in un malanno.

Che dirà mia germana, se vien codesta gente?

RIC.                  Le daremo ad intendere, ch'ella è una mia parente.

CON.                Compatitemi, amico, non si opera così.

RIC.                  Che? vi perdete d'animo? Coraggio... eccole qui.

SCENA SESTA

Rosina, Brigida e i suddetti; poi un Servitore

CON.                (Sono nel bell'impegno!) (da sé)

RIC.                                                          Servo di lor signore. (a Rosina e Brigida)

BRI.                  Serva sua.

CON.                                 Devotissimo. Che grazia, che favore

Dalla signora Brigida mi viene compartito?
BRI.                  Siam venute a ricevere il suo cortese invito.

Questa è la prima volta che la figliuola mia

Avrà, dacch'ella è nata, pranzato in compagnia.

Dopo che del mio sposo sono rimasta priva,

In casa mia, vel giuro, non viene anima viva.

Non andiam fuor di casa, mi preme l'onestà.

Quest'è la prima volta, e l'ultima sarà.

Certo per esser voi le ho data la licenza. (al Conte)

Via da brava, figliuola, fate una riverenza. (a Rosina)
ROS.                 Serva. (s'inchina al Conte)

CON.                            Con tutto il core.

RIC.                                                          Che giovane garbata!

Il merito si vede di lei che l'ha educata.
BRI.                  Certo non ho mancato di far la parte mia,

L'ho sempre custodita con tutta gelosia.

Non sa cosa sia mondo, è savia e modestina;

Guardetela, è innocente come una colombina.
CON.                Di buona educazione si riconosce il frutto.

BRI.                  E poi colle sue mani lavora e fa di tutto.

Sa cucir, sa filare, sa lavorar calzette,

Sa ricamar di bianco, sa far cento cosette;

Ella si fa i goliè, le cuffie ed i fioretti,

Sa lavar, sa stirare, sa inamidar merletti;

Sa accomodar vestiti meglio di una sartora,

Sa leggere, sa scrivere, che pare una dottora.
RIC.                  Saprà far all'amore.


BRI.                                                   Zitto, non sa nïente.

Non ha mai praticato, la povera innocente.

È tanto spiritosa, eppur pare una sciocca.

È una gioja, è un oracolo: felice chi le tocca!
RIC.                  Conte, a voi tal fortuna dal cielo è destinata.

CON.                Chi sa?

BRI.                              La mia Rosina non è sì fortunata.

Ha avuto fino adesso più di trenta partiti,

Ma se non ha a star bene, non vo' che si mariti.

È ver che non ha dote, è ver ch'è poverina,

Ma... (ehi, che non mi senta: è bella e graziosina).

Guardatela, che occhi furbetti ed assassini.

Guardate che bianchezza, guardate i bei dentini. (al Conte ed a Rosina)

Via, non si guardan gli uomini; via, voltatevi in là. (a Rosina)

Che tu sia benedetta! che grazia! che bontà! (alli due suddetti)
CON.                Certo non può negarsi, ha un merito infinito.

RIC.                  (Che vecchia maliziosa! come sa far pulito!)

CON.                Ma non istiamo in piedi. Chi è di là? da sedere (viene un Servitore, e pone le sedie)

BRI.                  Obbedite, Rosina, fatevi benvolere.

RIC.                  Favorite, di grazia. La figlia a lui vicina.

    starò qui in un canto, dappresso alla mammina. (fa passare Rosina vicino al
conte, ed egli siede vicino a Brigida)

BRI.                  Le son bene obbligata.

CON.                                                      Va ad avvisare il cuoco,

Che siamo in tre di più. (al Servitore)
BRI.                                                        Per noi mangiamo poco.

Rosina l'ho avvezzata mangiar tanto pochino

E ber sì scarsamente, che pare un uccellino.

A chi l'avrà in consorte non recherà gran danno.

Questo in una famiglia è molto in capo all'anno.
RIC.                  Non è picciola dote, per dir la verità.

BRI.                  Un'altra come lei, al mondo non si dà.

CON.                Va poi dalla Contessa, dalla sorella mia,

Dille che due signore avremo in compagnia.

Che se prima del pranzo vuole passar di qua,

Farà i suoi complimenti, conoscerle potrà. (parte il Servitore)
RIC.                  Ha una sorella il Conte.

BRI.                                                        Eh lo so, l'ho veduta

Più volte, in più d'un loco. Per questo son venuta.

Se non vi era una donna, certo vi do parola,

Non l'averei condotta la povera figliuola.

A tavola d'un uomo la giovane soletta?

    cielo me ne guardi.

RIC.                                                      (Che vecchia maladetta!)

CON.                Ma voi non dite nulla? aprite quel bocchino. (a Rosina)

BRI.                  L'avete ringraziato di quel bell'anellino? (a Rosina)

ROS.                 Oh sì, gli rendo grazie. (il Conte le parla piano, ed ella, facendo qualche cosa, ride

senza rispondere)
RIC.                                                        (Badate a me signora;

Parmi che siate in stato di far l'amore ancora). (a Brigida)
BRI.                  (Perché no? ho una figliuola grande da matrimonio,


Ma codesto per altro è un falso testimonio.

Subito che a Rosina ritrovo un buon partito,

Anch'io subitamente mi spiccio, e mi marito). (a Riccardo)
RIC.                  (Brava; così mi piace).

BRI.                                                        (Dite segretamente,

Col Conte e la Rosina crediam che farem niente?)
RIC.                  (Credo di sì senz'altro).

BRI.                                                        (Mi raccomando a voi;

Dite qualche parola, fate pulito, e poi...

Basta... son fresca donna... non son tanto avanzata...

Ho dei zecchini ascosi... non sarò donna ingrata).
RIC.                  (Che ti venga il malanno: chi è che voglia badarti?) (da sé)

BRI.                  (Vorrei che quella sciocca facesse le sue parti). (da sé)

Ehi Rosina.
ROS.                                    Signora.

BRI.                                                   Fate quel che vi ho detto,

Parlate con modestia, con grazia e con rispetto.
CON.                Colla signora madre fate conversazione? (a Riccardo)

RIC.                  Badate a' fatti vostri. Non vogliam soggezione.

CON.                Bene; io non vi disturbo.

RIC.                                                          Tiratevi più in qua. (a Brigida)

BRI.                  Cosa mi comandate? (a Riccardo, accostandosi a lui)

RIC.                                                   Parliam con libertà. (parlano insieme bassamente)

CON.                Quegli occhi sì furbetti sotto di quella fronte

Ammazzano coi sguardi. (a Rosina)
ROS.                                                         È matto il signor Conte.

CON.                (Grazioso complimento). (da sé)

BRI.                                                          Se mi aveste veduta!

Ma! per le mie disgrazie sono un poco svenuta. (a Riccardo)
RIC.                  Si vedono i bei resti delle bellezze andate.

BRI.                  Non andarono tutte: le meglio son restate.

CON.                Quelle guance vermiglie, quel volto sì ben fatto

M'innamora, m'incanta. (a Rosina)
ROS.                                                       Il signor Conte è matto.

CON.                Pazienza. Soffro tutto. Datemi una manina.

ROS.                 Sì, signor, volentieri. (gli dà la mano)

BRI.                                                      Cosa si fa, Rosina? (voltandosi)

ROS.                 Niente.

BRI.                  Niente? ho veduto. Via di là. Con chi parlo? (alzandosi)

(Bisogna far così, per meglio innamorarlo). (da sé)
CON.                Son cavaliere onesto. A torto vi dolete. (a Brigida)

BRI.                  Le mani non si toccano. (al Conte, con collera)

RIC.                                                        La sposerà, tacete.

CON.                Io non l'ho detto ancora.

BRI.                                                          Ben, se la vuol sposare,

Sua madre è qui presente; saprà quel che ha da fare.

Presto; venite qua; qua da quest'altra banda. (a Rosina)

Quando una figlia piace, si parla e si domanda.

Anch'io l'ho da sapere. Fino che ho aperti gli occhi,

Che pratichi non voglio, non voglio che si tocchi.

Presto, torniamo a casa. Se sarà destinata,


Le toccherà la mano, quando l'avrà sposata.
CON.                Non parmi avere offeso voi, né la figlia vostra.

BRI.                  Serva di lor signori, andiamo a casa nostra.

CON.                Vi supplico per grazia, di voi non mi private.

RIC.                  Eh via, non è nïente, chetatevi e restate.

BRI.                  No certo, a queste cose l'onor non può star saldo.

Ho i rossori sul viso; mi sento venir caldo.
SER.                  Quando comanda, è in tavola. (al Conte)

CON.                                                                Via, siete supplicata. (a Brigida)

BRI.                  Basta, non vo' passare per femmina ostinata.

Giacché ci siam, restiamo per questa volta sola;

Ma che nessuno ardisca toccar la mia figliuola.
RIC.                  Siete così cogli uomini austera e rigorosa? (a Brigida)

BRI.                  (Parlo per la figliuola. Ma con me è un'altra cosa). (piano a Riccardo)

CON.                Che disse la Contessa? (al Servitore)

SER.                                                       La testa ha un po' aggravata.

Supplica questa mane di essere dispensata.

Pranza nella sua camera.
CON.                                                         Questa novella è strana.

Non pranzerete meco senza di mia germana? (a Brigida)
RIC.                  Che non ci sia, che importa? a desinare andiamo.

BRI.                  Oh via, per questa volta, andiam, già che ci siamo.

CON.                Vi son tanto obbligato. Vi ho tutto il mio piacere.

Permettete, signora, ch'io faccia il mio dovere? (a Brigida, esibendosi dar la mano

a Rosina)
BRI.                  Per questa volta sola dagli la man, Rosina. (Il Conte s'incammina, servendo Rosina

di braccio)
RIC.                  Il Conte colla figlia, ed io colla mammina. (dà il braccio a Brigida, e partono tutti)


ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

La Contessina Livia e Don Emilio

EMI.                  Vostro fratello desina, e voi qui passeggiate?

Cosa vuol dir, che a tavola con esso non andate?

LIV.                  Vi par che mi convenga mangiare in compagnia

Con gente forastiera, che non si sa chi sia? Evvi il signor Riccardo, due donne, madre e figlia, Che mangiano di gusto, che beono a maraviglia. Spiai dalla portiera: vidi che da una parte Facea con mio germano la giovane le carte; E la vecchia dall'altra, senza nessun riguardo, Faceva la vezzosa col discolo Riccardo. Ha così poco sale in capo il fratel mio, Che a sì gentil banchetto volea ci fossi anch'io. Era qui colle incognite, ed ebbe l'ardimento Di farmi dir che ad esse facessi un complimento. Ma io che me ne accorsi, fingendo l'ammalata, Volli nella mia camera star sola e ritirata. Voi attendeva appunto con somma impazïenza. Mi par che del germano sia questa un'insolenza; E che sugli occhi miei fino nel proprio tetto Condur tali pasticci, sia un perdermi il rispetto.

EMI.                  Or, più che pontigliosa, bramo che siate esperta.

È ben che si trastulli, che goda e si diverta. Secondarlo conviene in ogni suo diletto, Finché il disegno nostro conducasi ad effetto. Stiam navigando, e insegna il marinaro accorto, Che bordeggiar conviene, finché si giunga in porto.

LIV.                  Sperate di vederlo al termine ridotto?

EMI.                  Lo spero; e l'avvocato per questo ho qui condotto.

Ei nella sala aspetta; sa tutto il mio progetto, E dalle sue parole assai mi comprometto. Dopo che il Conte è erede, più di dieci avvocati Stan colla bocca aperta attenti e preparati, Aspettando l'incontro di qualche litigante, Per avere la decima anch'essi del contante. Il mio mi ha insinuato quello che far dovremo, Dicendo: In ogni caso alfin litigheremo.

LIV.                  Se ha tanta gente intorno, da cui prende consiglio,

Vedo le mire nostre in prossimo periglio.

EMI.                  Con qualcheduno al mondo deve passar la vita.

Noi non possiam costringerlo a viver da eremita.


Basta che si procuri tenerlo allontanato Da chi con prevenzione può discoprir l'agguato. Temo donna Felicita più che altri in questo mondo; Ella è una donna accorta, che sa pescare a fondo, Che al Conte più d'ogn'altro aprir può l'intelletto.

LIV.                  Appunto alle mie mani giunse testé un viglietto,

Con cui donna Felicita rimprovera il germano, Per avergli spedita un'imbasciata invano. Lo prega istantemente esser da lei per poco, E se da lei non vuole, che le destini un loco. Era a tavola il Conte; la lettera pigliai, Finsi a lui di recarla, la lessi e lacerai. Ho fatto ben?

EMI.                                         Benissimo. Teniamolo distante

Da questa troppo scaltra pericolosa amante. Anzi sarebbe bene ch'egli s'innamorasse Di una civile e povera, e ch'ei se la sposasse.

LIV.                  Quella che ha seco a pranzo, par docile ed umile,

Povera sarà certo; non so se sia civile.

EMI.                  Ecco il Conte che viene.

LIV.                                                          Le donne ove ha lasciate?

EMI.                  Da lui tutto sapremo. Fingete e simulate.

SCENA SECONDA Il Conte Orazio e detti.

CON.                Come state, germana? Da voi erami inviato,

Della vostra salute per rilevar lo stato.
LIV.                  Sto meglio.

CON.                                   Mi rallegro. Vi avrà giovato molto,

Al mal che vi affliggeva, di don Emilio il volto.

Orsù, vi parlo schietto: ciò non cammina bene;

Le nozze questa sera concludere conviene.
LIV.                  Per me non mi ritiro.

EMI.                                                   Basta che lo vogliate.

E voi, signor cognato, quando vi maritate?
CON.                Converrà ch'io lo faccia.

EMI.                                                          Quivi testé arrivato

Credea quasi che foste promesso e maritato.

Vidi così dall'uscio un pezzo di ragazza,

Che a dir la verità, mi par di buona razza.
LIV.                  Il Conte mio fratello è un uomo di buon gusto.

CON.                Dubito che provato ne abbiate del disgusto. (a Livia)

LIV.                  Perché? se son persone di carattere onesto...

CON.                Oneste e civilissime, vel dico e vel protesto.

Son povere, per altro non vi è nulla che dire.
EMI.                  Chi è povero nel mondo, devesi compatire.

Se la figliuola è onesta, per me son persuaso


Ch'ella, Conte amatissimo, sarebbe il vostro caso.
CON.                Voi che dite, sorella?

LIV.                                                      Dico che il ciel vi ha dato

Tanto ben, che vi basta per vivere in buon stato.

Non avete bisogno di moglie danarosa;

Basta che sia civile, onesta ed amorosa.
CON.                Dunque mi lodereste sposar questa signora.

LIV.                  Fate ch'io la conosca; non l'ho veduta ancora.

EMI.                  Andiamo a riverirla.

CON.                                                 In camera serrata

Colla sua genitrice per ora è ritirata.
LIV.                  Attenderò impaziente ch'escano dalla stanza,

Procurerò con esse supplire alla mancanza;

A lor chiederò scusa d'essermi ritirata,

E tratterò la giovane da amica e da cognata. (parte)
EMI.                  Ed io, con chi volesse parlar diversamente,

Dirò che vi portaste da savio e da prudente.

In altro un si riporta, farlo in questo non lice;

Dee soddisfarsi il genio per vivere felice.

Alfin chi vi consiglia è amico ed è cognato...

Appunto nella sala vi aspetta l'avvocato.

Di quel che fra noi passa, non dissi a lui nïente;

Se voi l'informerete, la cosa è più innocente.

È un uom che per il giusto sol vi consiglierà;

Fatel venire innanzi, vi lascio in libertà. (parte)

SCENA TERZA Il Conte Orazio, poi Bigolino

CON.                Che sia poi don Emilio sì onesto e delicato,

Che nulla al suo legale non abbia confidato?

Per verità sarebbe delicatezza estrema:

Questo soverchio zelo fa che di lui più tema.

E il consigliar sì franco, ch'io sposi una mendica?

E Livia secondarlo, che prima era nemica?

Crediam che tai parole sian d'amicizia effetto,

Oppur siavi nascosto qualche sinistro oggetto?

Mi piace la fanciulla, ma ho dato altrui la fede:

Mi sta donna Felicita nel cuor, più che non crede.

Si lagnerà che ancora da lei non mi ha veduto.

Vadasi, e a lei si renda il solito tributo.

Ma se è ver ch'ella pure congiuri ad ingannarmi,

Con una che m'insidia, dovrò sagrificarmi?

Oh son pure confuso, son pure in dubbio stato!

Sentiam cosa sa dirmi quel celebre avvocato.

Chi è di là? vi è nessuno?
BIG.                                                          Son qui, signor padrone.

CON.                Quel signor venga innanzi.


BIG.                                                            Che vuol quel chiaccherone?

CON.                Lo conosci?

BIG.                                       Il conosco. È un di quegli avvocati,

Dai quali non ricorrono che i furbi e i disperati.

Un che trovar cavilli nel suo mestier s'ingegna,

Che senza fondamento di vincere s'impegna;

Un forastier sortito non so da qual nazione,

Indegno di trattare sì nobil professione.
CON.                Come lo sai tu questo?

BIG.                                                        Lo so con fondamento

Intesi, quel ch'io dico, a dir da più di cento.

Se vuole un avvocato, lo dica a me, signore;

    li conosco tutti, gli troverò il migliore.
Qua lo farò venire, farò che parli seco.

(Voglio trovarne uno che se l'intenda meco). (da sé, accennando colle dita che vuol

danari)
CON.                Posso sentir quest'altro, senza operar nïente.

BIG.                  Perdoni. Ha qualche lite?

CON.                                                         Non ho lite al presente

Teco vo' confidarmi; so che ami il tuo padrone;

Voglio su certo affare sentir la tua opinione.
BIG.                  Sono un povero giovine, ma son di cuor sincero.

CON.                (Esce dagl'ignoranti talora un buon pensiero). (da sé)

M'insinua don Emilio, che del mio meglio ha cura,

Che a lui de' beni miei rilasci una procura.

Ti par che dica bene?
BIG.                                                     Rispondo in due parole:

    signor don Emilio assassinar vi vuole.
CON.                Perché?

BIG.                                Nel stato vostro, se fosse anche maggiore,

Bisogno non avete d'alcun procuratore. Chi il maneggio del vostro vi vuol levar di mano, O cerca trappolarvi, o credevi un insano. Voi siete un uom di garbo, e siete assassinato. Con vostra permissione licenzio l'avvocato. (parte)

SCENA QUARTA

Il Conte Orazio, poi Raimondo, poi varie persone cariche di varie merci.

CON.                È ben che si licenzi, se è un uom poco sincero;

Ma chi sa poi se dicasi da Bigolino il vero? Chi sa ch'ei non mi voglia trarre dai lacci altrui Per condurmi egli stesso nei trabocchetti sui? Tutti son miei nemici: uno quell'altro accusa; Ho a sospettar di tutti, ho la ragion confusa. Che vivere infelice in mezzo a' miei tesori! Trame, sospetti, inganni producono quegli ori. Potea povero e umile menar la vita a stento,


Ma senza insidiatori almen vivea contento.

Allor son più dolente, ch'esser credea giocondo.

Ah! non si dà compita felicitade al mondo.

RAI.

M'inchino al signor Conte con umile rispetto.

CON.

(Ecco il sensale accorto, di cui pure ho sospetto). (da sé)

Non ho tempo per ora; son altrove aspettato.

RAI.

Due paroline sole, e presto è sollevato.

CON.

Un po' troppo sollecita mi par la cura vostra.

RAI.

Di quel che le bisogna, le ho recato una mostra.

CON.

O aspettate, o tornate.

RAI.

La spiccio immantinente.

CON.

Dove avete la roba?

RAI.

Venite, buona gente.(verso la scena; entrano varie persone

con varie merci)

CON.

Che von tutti costoro?

RAI.

Son tutti principali,

Che han portata la mostra dei loro capitali.

Ho piacer che contratti, che veda, che capisca...

CON.

Ora non sono in caso...

RAI.

La prego, favorisca. (lo tira in disparte)

Non perda l'occasione, ch'è una fortuna vera.

Son tutti mercadanti tornati dalla fiera.

Bisogno han di monete, e per necessità

Daran le loro merci per men della metà.

CON.

Che tornino più al tardi.

RAI.

Bene, facciam così:

La roba che han portata, facciam che resti qui,

Poscia ritorneranno.

CON.

In casa mia non voglio,

In dubbio di comprare, aver codesto imbroglio.

SCENA QUINTA

Bigolino e detti.

BIG.

Con licenza.

CON.

Che vuoi?

BIG.

Senta, signor padrone. (lo tira in disparte)

Non si lasci fuggire questa ottima occasione.

Vedute ho queste robe, qualche discorso ho fatto,

E sento che le danno ad un prezzo disfatto.

CON.

Tempo non ho, né voglia, da contrattar per ora.

BIG.

Sol che le dia un'occhiata, che sì che s'innamora?

Che stoffe! che ricami! che bei lavori inglesi!

Affé, che i suoi danari sarebbero ben spesi.

Se regalar volesse l'amica ch'è di là,

Con pochissima spesa far onor si potrà.

CON.

Scatole ve ne sono? (a Raimondo)

RAI.

Scatole prelibate.


Quelle scatole d'oro al Cavalier mostrate.

Lasciate un po' vedere quella repetizione;

Mostrategli l'astuccio; e voi la guarnizione.

Osservi quel ventaglio sì ben dipinto in pelle,

Veda che bei ricami!
BIG.                                                     Padron, che cose belle!

CON.                S'ha da sentire il prezzo.

RAI.                                                          Del prezzo or non si parla.

Non intendiam per ora, signor, d'incomodarla.

Metta nel suo burò tutte le cose in fascio.

Le stoffe, i guarnimenti, a Bigolino io lascio.

Tornerem questa sera, doman, quando vorrà.
CON.                Tante cose non voglio.

BIG.                                                        Diman si scieglierà.

Andiam, venite meco. Volete ancor finirla?
RAI.                  Servo di vossustrissima. Tornerò a riverirla.

SCENA SESTA Il Conte Orazio, poi un Servitore

CON.                Bellissima è la cosa. Deggio comprare a forza,

E fino il Servitore mi obbliga e mi sforza. Dice che quei lavori son belli e a buon mercato. E se coi venditori fosse anch'ei collegato? Finor, per dire il vero, meco non fu briccone, Ma d'esserlo finora non ebbe l'occasione. Chi sa che nel vedermi più ricco e fortunato, Non tenti alle mie spalle di migliorar suo stato? Ovunque mi rivolga, mi trovo in un periglio: Lo vedo, lo conosco, bisogno ho di consiglio. Ma di chi ho da fidarmi? Ora un pensier mi viene, Per scoprir chi m'inganna e quel che mi vuol bene. Sì, lo porrò ad effetto; ma vi vuol tempo e loco; E pria di porlo in pratica, vo' maturarlo un poco. Or da donna Felicita il mio dover mi chiama, Con lei farò il segreto, per rivelar se mi ama. Ma innanzi di partire, vuol la convenienza Ch'io passi da Rosina a prendere partenza. Sono ancor ritirate, ch'escano aspetterò. Le condurrò da Livia, poi mi licenzierò. Par che Rosina mi ami, per lei ho dell'affetto, Ma far sopra di tutti esperïenza aspetto.

SER.                  Signore, è domandato.

CON.                                                    Da chi?

SER.                                                                 Da una gonnella.

CON.                Da una donna? che vuole?

SER.                                                            Non lo so dire.

CON.                                                                                   È bella?

SER.                  Così e così.


CON.                                   Frattanto che ad aspettare io sto

Le ospiti ritirate, venga, l'ascolterò.
SER.                  (Non ho veduto mai tanta gente in un giorno.

Son tanti sparavieri ad un pollastro intorno). (da sé, indi parte)

SCENA SETTIMA Il Conte Orazio, poi Sandrina

SAN.                 Serva sua; a rallegrarmi sono venuta anch'io.

CON.                Di che vi rallegrate?

SAN.                                                  Ch'è morto il signor zio.

CON.                Grazioso complimento! Quando muore un parente,

Venire a condolersi mi par più conveniente.

SAN.                 Se il morto lascia debiti, si sta in malinconia,

Ma quando vi è lo scrigno, la morte è un'allegria. Per uno o per due giorni si mostra un po' di duolo, Ma è un mal che passa presto; però me ne consolo.

CON.                Voi siete, a quel ch'io vedo, donna di cuor sincero.

SAN.                 Sì certo, a dir son usa in ogn'incontro il vero.

Sandrina è il nome mio. Son povera fanciulla, Cerco di maritarmi. Di dote non vi è nulla. Ai miei benefattori raccomandarmi io soglio, E tutti i nomi loro registrano in un foglio. Eccolo qui, signore. Ecco i nomi segnati: Il marchese del Bovolo per sedici ducati, Il conte Parasole per dodici zecchini, Per venti il conte Cavolo fra roba e fra quattrini, La duchessa del Torchio trenta scudi romani, Quattordici filippi il conte Mangiacani, Il principe dell'Oca un letto ben fornito, Il capitan Tempesta un abito guarnito.

CON.                Siete da me venuta, perch'io mi sottoscriva?

SAN.                 La somma al mio bisogno ancora non arriva;

E so che vossustrissima può rendermi contenta.

CON.                Segnate il conte Orazio.

SAN.                                                         Per quanto?

CON.                                                                           Soldi trenta.

SAN.                 Trenta soldi a una giovane della mia qualità?

CON.                Vuol prescriver la somma chi cerca carità?

SAN.                 So pur ch'è generoso; so che in questa mattina

Donò liberamente trenta scudi a Pasquina.

CON.                Voi come ciò sapete?

SAN.                                                    Ella colla sua mano

Testé me li ha mostrati.

CON.                                                      Or capisco l'arcano.

Fra voi ve la intendete; questa è l'usanza scaltra: Quando si fa del bene, una lo dice all'altra. Poi sfilando bel bello con attestati e lotti,


Andate per le case a caccia di merlotti.

Non è vero, signora?
SAN.                                                  Io vengo onestamente,

Domando il mio bisogno, e non rubo nïente.

Quei che son sottoscritti, non son tanti babbioni.
CON.                Esser anche potrebbero false sottoscrizioni.

SAN.                 Signor, mi maraviglio; voi non mi conoscete.

CON.                Vi darò trenta scudi, quando vi sposerete.

SAN.                 Gli altri, per dire il vero, non dissero così.

Subito li han pagati. La ricevuta è qui.

Una fanciulla onesta andar non può ogni giorno

A cercar la elemosina ai cavalieri intorno.

Non pratico nessuno; mi preme l'onestà. (sdegnata e sostenuta)
CON.                Dove state di casa?

SAN.                                                Poco lontan di qua: (in confidenza)

Dietro dello speciale, vicino a quel magnano,

Su della terza scala, nel penultimo piano.
CON.                Posso dunque portarvi i trenta scudi io stesso.

SAN.                 Padron, ma non potrebbe darmene dieci adesso?

CON.                Se han da servir per dote, è ben li abbiate insieme.

SAN.                 Ho da far una spesa, che subito mi preme...

Una spesa, s'intende, per il mio sposalizio...
CON.                (Per conoscerla meglio vo usare un artifizio). (da sé)

Orsù, mi par che siate giovane di prudenza...
SAN.                 S'informi di Sandrina.

CON.                                                    Vi fo una confidenza.

I scudi a voi promessi, quei che a Pasquina ho dato,

Da me sono dovuti in forza di un legato.

È ver che il zio è mancato senza far testamento,

Ma scritto di sua mano lasciò il suo sentimento.

Ed io per gratitudine e per un zelo onesto,

Le sue disposizioni vo' soddisfare in questo.

Nei libri di memorie trovai codesto articolo...

Ma nol dite a nessuno.
SAN.                                                       Oibò, non vi è pericolo.

CON.                Nel scrigno in una borsa vi son scudi dugento

Per dare a due fanciulle nel loro accasamento.

Ma che sian savie e oneste.
SAN.                                                              Oh, in materia di questo,

S'informi. La Sandrina? Lo giuro e lo protesto,

Che nessun possa dire pericolo non c'è.

Non si vede nessuno a capitar da me.

S'ella venir volesse, sì sì, si provi pure:

Ritroverà tre porte, con quattro serrature.

Potrei delle due giovani esser io la primiera?
CON.                E perché no? sentite: tornate innanzi sera.

Ora non posso farlo. Preparerò il danaro.

Quando che lo consegno, vo' che ci sia il notaro.

Avrete i cento scudi, ma non lo sappia alcuno.
SAN.                 Oh signor, cosa dice? non parlo con nessuno.

Vuol che si scriva in libro?


CON.                                                             Non voglio ostentazione

Facciam segretamente.
SAN.                                                       Bravissimo; ha ragione.

Tornerò innanzi sera. Per ora io la ringrazio.

Son serva divotissima del signor conte Orazio.

Eh! non pensasse mai... mi sposo domattina.

E non creda ch'io parli. (Voglio avvisar Pasquina!). (da sé, e parte)

SCENA OTTAVA

Il Conte Orazio, poi la Contessina Livia

CON.                Se discoprire un poco...

LIV.                                                        Le ospiti sono uscite?

Deggio andar a inchinarle? Farò quel che mi dite.
CON.                Lasciate ch'io le vegga, ch'io le prevenga in prima,

Che per lor professate venerazione e stima.

Fingendo per pretesto aver poca salute,

Temeano con ragione di essere mal vedute.

Or or verranno qui. Trattenetele un poco.

Fin che un affar m'impegna, restate in questo loco.

Non tarderò gran tempo ad esser di ritorno.

(Veggiam donna Felicita, pria che tramonti il giorno). (da sé, indi parte)

SCENA NONA La Contessina Livia, poi Brigida e Rosina, poi il Servitore

LIV.                  Del mio futuro sposo faccio il consiglio in questo

Vedrò se sian le donne di carattere onesto.

È ver che l'interesse in parte mi consiglia,

Ma non saprei permettere un torto alla famiglia.
BRI.                  Su via, venite innanzi, cara la mia Rosina,

Fate una riverenza alla bella damina.

Ditele: serva sua. (inchinandosi)
ROS.                                             Serva. ( fa un inchino)

BRI.                                                          Serva divota. (inchinandosi)

LIV.                  La loro gentilezza, la lor bontà mi è nota;

Perciò desideravo...
BRI.                                                   Finora siamo state,

Per dirla in confidenza, un poco ritirate.

Perché (siam tutte donne) io ho un picciolo difetto;

Subito che ho mangiato, mi corico nel letto.

Sia di notte o di giorno, mi piace dormir sola;

E dopo che son vedova, dormo colla figliuola.
LIV.                  Come farete allora che si farà la sposa?

BRI.                  Se prenderà marito, farò anch'io qualche cosa.


Voi l'avete lo sposo?
LIV.                                                      Io sono ancor fanciulla.

BRI.                  Fanciulla? Oh perdonate. Non vi dico più nulla.

LIV.                  Però fra poche ore sarò consorte, io spero.

BRI.                  Anche la mia Rosina vuol maritarsi. È vero? (a Rosina)

ROS.                 Certo, signora sì.

LIV.                                              Sollecitar conviene.

ROS.                 Il signor conte Orazio dice che mi vuol bene.

BRI.                  Oh povera ragazza! non è sì fortunata.

Avrebbe un buon marito e una bella cognata.

E voi la trovereste tanto tanto bonina,

Quieta, savia, obbediente. Non è vero, Rosina?
ROS.                 Signora sì, ch'è vero.

BRI.                                                      Io, io, me l'ho allevata.

È innocente, meschina, tal e qual com'è nata.

Le altre! al giorno d'oggi! povera gioventù!
LIV.                  Quanti anni avrà?

BRI.                                              Quattordici.

ROS.                                                                   Oh, diciassette e più.

BRI.                  Taci là, non è vero. Quattordici, t'inganni.

LIV.                  (Già ogni madre alla figlia nasconde tre o quattr'anni). (da sé)

BRI.                  Certo, se la Rosina avesse tal fortuna,

Per me non averei difficoltade alcuna.

Benché sia innocentina, e il Conte un po' avanzato

Bisogna contentarsi se il ciel l'ha destinato.
LIV.                  Che dice la fanciulla?

ROS.                                                     Dirò, se dir mi lice

Ch'io non son tanto semplice, quanto mia madre dice;

Che so la parte mia, quanto si può sapere.
BRI.                  Chetati, quando io parlo.

ROS.                                                         Ma se...

BRI.                                                                        Non vuoi tacere?

Sono ancor le bambocce i passatempi sui.
ROS.                 Quando averò marito, mi spasserò con lui...

LIV.                  Sentite? (a Brigida)

BRI.                                Che innocenza! Oh bocca benedetta!

Beata quella casa che avrà tal giovinetta!
LIV.                  Mio fratello, per dirla, è ricco, e non è avaro;

Non ha, se si marita, bisogno di danaro.

So che brama una moglie nata con civiltà.
BRI.                  In quanto a questo poi, circa la nobiltà,

Può star la mia Rosina al par di chi si sia;

Abbiam per parentado tutta cavalleria.

Si sa che mio marito, Anselmo Rigadon,

Era un uom benestante, e gli davano il don.

Era di condizione fra il nobile e il togato.

Più in su del cittadino, più in giù del titolato,

Ma volea titolarsi, e s'ei viveva un mese,

So che comprar voleva il titol di marchese.

Ma è morto il poverino, e il marchesato è ito.
ROS.                 Certo, mio signor padre so ch'è morto fallito.


BRI.                  Quanto faresti meglio a chiuder quella bocca.

Non le credete nulla; parla come una sciocca.

(A casa, disgraziata). (piano a Rosina)
ROS.                                                  (Vo' dir quel che mi pare). (piano a Brigida)

BRI.                  (Sfacciata). (piano a Rosina)

ROS.                                    (Dirò tutto, se mi state a gridare). (piano a Brigida)

BRI.                  (Povera me! sta zitta). (piano a Rosina)

LIV.                                                      (Par vi sia dell'imbroglio.

Aprir gli occhi ben bene, e assicurarmi io voglio). (da sé)
SER.                  È qua donna Felicita. (a Livia)

LIV.                                                   Che vuol da' fatti miei?

SER.                  Non vi essendo il padrone, brama parlar con lei.

LIV.                  Egli è uscito ch'è poco; per via non l'ha incontrato?

SER.                  Per la porta di strada so che il padrone è andato.

Ella per il giardino entrò segretamente,

Io credo per non essere veduta dalla gente.

Non si sono incontrati.
LIV.                                                        Basta, non so che dire. (il Servitore parte)

Inciviltà non uso. Venga, se vuol venire.

Ora abbiamo una visita, che un poco m'imbarazza.

Ma non ne facciam caso; venite qui, ragazza.

Vogliovi a me vicina; per voi ho dell'affetto.

(Se vien donna Felicita, vo' farlo per dispetto). (da sé)
BRI.                  Vedi se ti vuol bene? se sarai fortunata?

Via, dalle un bel bacino alla cara cognata.

SCENA DECIMA Donna Felicita e le suddette.

LIV.

Sì, di cuore vi abbraccio; vi do d'amore un pegno,

In prova d'amicizia, di parentela in segno. (a Rosina)

FEL.

Compatite, Contessa...

LIV.

Provo un piacere estremo

D'avervi conosciuta. Spero che ci godremo. (a Rosina)

BRI.

(Brava la mia ragazza). (da sé, giubbilando)

FEL.

Signora Contessina. (in via di rimprovero)

LIV.

Compatite, di grazia; son con questa damina.

FEL.

Son venuta per dirvi una parola sola.

È una dama codesta?

LIV.

Sì certo.

BRI.

È mia figliuola.

FEL.

(Saprò or or se sia vero). (da sé)

LIV.

È un acquisto novello

Che fa la nostra casa.

BRI.

Sposerà suo fratello.

FEL.

Brava, di tal novella ne provo anch'io contento.

BRI.

Via, presto, ringraziatela! Fatele un complimento. (a Rosina)

ROS.

Grazie. (a donna Felicita)


BRI.                              È ancor giovinetta. (a donna Felicita)

LIV.                                                             Non ha parole pronte. (a donna Felicita)

ROS.                 Io vorrei che tornasse a casa il signor Conte.

FEL.                  Povera signorina! Si vede ch'è innocente.

Desidera lo sposo, per altro non sa niente.
BRI.                  È maritata ella?

FEL.                                            Signora no.

BRI.                                                               La mia

Brama quel che vorrebbe aver vossignoria.
LIV.                  Certo la nostra casa può dirsi fortunata,

Acquistando una sposa sì docile e garbata.

È nobile e gentile. Ha un tratto che consola.

Bella, fresca, ben fatta. Ha tutto.
BRI.                                                                        È mia figliuola.

FEL.                  Finor vostro fratello fu veramente cieco,

A perdere il suo tempo miseramente meco.

Mi consolo davvero, che alfin contenta siate.

Il Conte è di buon gusto, e voi non v'ingannate.
LIV.                  Io sprezzar non intendo né voi, né chi che sia,

Lodando in questa giovine bellezza e leggiadria.

Sceglier poteva il Conte a gusto suo la sposa.

Godo che l'abbia scelta gentile e manierosa.
FEL.                  Certo che se la fede avesse a me serbata,

Toccavagli una sposa e ruvida e sgarbata.

Ha fatto il conte Orazio una elezion migliore,

Ma non può dirsi il tratto da cavalier d'onore.
LIV.                  Nelle mie stanze andate, vi prego, ad aspettarmi.

So che questa signora premura ha di parlarmi.

Tosto sarò con voi. (a Brigida e Rosina)
BRI.                                                 Andiam, figliuola mia.

Serva di vossustrissima. (a Livia) Bondì a vossignoria. (a donna Felicita)
ROS.                 Se viene il signor Conte, ditegli che si aspetta.

FEL.                  Povera innocentina!

BRI.                                                   Oh invidia maledetta! (parte con Rosina, conducendola per il

braccio)

SCENA UNDICESIMA

Donna Felicita e la Contessina Livia

LIV.                  Eh ben, che mi comanda?

FEL.                                                            Due volte ho supplicato

Mi favorisse il Conte, né ancor si è incomodato.

Cosa aveva da dirgli utile ai casi sui;

Da me non è venuto, venuta io son da lui.

E ritrovando uscito di casa il cavaliere,

Parlar colla germana creduto ho mio dovere.

Se a lei reco un incomodo, la prego condonarmi.
LIV.                  Padrona; dica pure cos'ha da comandarmi.


FEL.                  Per il tempo passato, signora, ella saprà

Ch'ebbe il di lei fratello per me della bontà.

Che si degnò di farmi diverse confidenze

In tempo delle sue domestiche indigenze.

A lei lo posso dire, fra noi segretamente,

Giurandole che alcuno nol sa, né saprà niente.

Per lui, per la germana, nei giorni suoi meschini,

Ebbi l'onor di dargli quattrocento zecchini.

In prestito li chiese il cavalier bennato,

Ecco la ricevuta coll'obbligo firmato.
LIV.                  Bastava per averli chiedere li facesse;

Saran restituiti, e ancor coll'interesse.
FEL.                  Ecco il frutto ch'io cerco del mio danar prestato.

Bastami dir che il Conte è un cavaliere ingrato.

E tanto son discreta, condiscendente e umana,

Che bastami di dirlo in faccia alla germana.

Non faccio altre parole; son quieta, e son pagata.

Ecco sugli occhi vostri la carta lacerata. (lacera il foglio e lo getta in terra)
LIV.                  Risparmiar si poteva venir nel nostro tetto

Ad isfogar, signora, la rabbia ed il dispetto.

A lei non si conviene di usarmi un'insolenza.

Di là sono aspettata. Con sua buona licenza. (parte)

SCENA DODICESIMA Donna Felicita, poi Onofrio

FEL.                  In lei rimorso interno coll'ambizion contrasta.

Ho fatto una vendetta, ma ancora non mi basta.

Onofrio. (verso la scena)
ONO.                              Mia signora.

FEL.                                                     Ebben, riconosciute

Avete le due donne?
ONO.                                                 Sì certo, le ho vedute;

Son quelle per appunto che a lei ho confidato,

Dalle quali il merlotto vuol esser trappolato.

Io, per parlar sincero, non fo che il mio mestiere:

Non ho che un matrimonio proposto al cavaliere;

E se di accreditarle tentai quel che non sono,

Parlai come sensale, e merito perdono.
FEL.                  Entrare accompagnato col Conte io vi osservai,

Perciò chiamar vi feci, perciò v'interrogai.

E seguitando meco l'impegno disegnato,

Di dodici zecchini il don vi ho preparato.
ONO.                Eccomi qui disposto, e sia pur persuasa,

Che il farò volentieri.
FEL.                                                     Il Conte non è in casa.

Andiam per il giardino ad aspettar ch'ei torni.

Non vo' senza una scena lasciar questi contorni.


(L'amo ancor quest'ingrato, e l'amo a cotal segno,
Che oso la vita istessa di mettere in impegno.
Se rende all'amor mio tal ricompensa strana,
Vo' almen mortificata veder la sua germana.
Voglio scoprir coloro ch'ella d'amare affetta;
Se ho da soffrir gl'insulti, vo' fare una vendetta). (da sé, e parte)
ONO.                Oh Brigida! vecchiaccia! vo' me la paghi, affé.

Venir qui a desinare senza dir nulla a me? Se la figliuola è in grazia, tutto è merito mio; E quando che si mangia, ho da mangiare anch'io. Dodici bei zecchini, se parlo, mi darà? Io sono un galantuomo, dirò la verità. (parte)


ATTO QUINTO

SCENA PRIMA Il Conte Orazio, un Notaro, due Testimoni.

CON.                Presto, signor notaro, coi testimoni entrate.

Quel che abbiamo fissato, ad eseguire andate.

E se vi chiede alcuno chi siete e chi vi manda,

Dite: un esecutore son io di chi comanda.

Poscia ritroverete alcun bene adattato

A fare il personaggio che abbiam già concertato.

Il fin del mio disegno non è che onesto e buono:

Son cavalier d'onore, e galantuomo io sono.
NOT.                 Tutto farò, signore, senza riguardo alcuno.

Io faccio il mio dovere, non parlo con nessuno. (parte con i Testimoni)

SCENA SECONDA Il Conte Orazio, poi Sandrina

CON.

Duolmi che or fra i parenti e fra gli amici miei

Non sia donna Felicita; la scena è ancor per lei.

Se stanca d'aspettarmi fuori di casa è andata,

È segno manifesto che meco si è sdegnata.

Questa impazienza sua, questo novel suo sdegno,

Non so se sia d'amore o di disprezzo un segno.

SAN.

Eccomi di ritorno.

CON.

Siete ben puntuale.

SAN.

Quando do una parola, fatene capitale.

Eccomi ad obbedirvi, e a prendere il danaro.

Non vorrei perder tempo per causa del notaro.

CON.

Il notaro? è la dentro.

SAN.

Quel vestito di nero?

CON.

Appunto.

SAN.

Favorisca. (chiamando il Notaro, verso la scena)

CON.

(Vienmi un novel pensiero). (da sé)

Venite pur. (al Notaro verso la scena)

SCENA TERZA

Il Notaro e detti.


NOT.                                    Comandi.

CON.                                                    (Ditemi il parer vostro:

Vi par che questa donna sarebbe al caso nostro?

È quella ch'io vi dissi, che aver spera il legato). (piano al Notaro)
NOT.                 (Buonissima. È il formaggio sui maccheron cascato). (piano al Conte)

CON.                (Come abbiam da dirigerci?) (piano al Notaro)

NOT.                                                                (Difficile non è.

Lasciate ch'io le parli; fidatevi di me). (piano al Conte)
SAN.                 Signori, vi sarebbe qualche difficoltà?

Se aveste qualche dubbio sul punto di onestà,

Questa carta leggete. Ecco qui l'attestato

De vita et moribùs, di tutto il vicinato.
CON.                Son di ciò persuaso. Là col notaro andate.

Fate quel ch'ei vi dice, e non vi dubitate.
SAN.                 Sola con quel notaro in camera appartata?

Eh, non avrei paura, se fossi in un'armata.

Andiam. (incamminandosi)
CON.                               Così mi piacciono franche le donne e pronte.

SAN.                 Ehi! son cento zecchini. (tornando indietro)

SCENA QUARTA

Pasquina e detti.

PAS.                                                       Serva del signor Conte.

CON.                Voi qui? cosa volete?

PAS.                                                     (Ritroverò un pretesto). (da sé)

SAN.                 (Che tu sia maledetta! Venuta è troppo presto). (da sé)

PAS.                  Sono andata girando per tutta la città,

E pur, non fo per dire, non trovo carità.

Testé tornando a casa, mi han detto i miei vicini

Che il zio del signor Conte lasciò cento zecchini.

Onde son qua venuta prima che altre ragazze...
CON.                Onde, non fo per dire, siete due belle razze. (a Pasquina e Sandrina)

SAN.                 Oh, io non ho parlato.

PAS.                                                     Oh, non ne so nïente.

CON.                Quel che volea scoprire, scoprii bastantemente.

Itene pur... (come sopra)
NOT.                                    Signore, vi prego in grazia mia,

Con queste buone donne di usar più cortesia.

(Fate che parlin meco; con tutte due m'impegno

Di far più facilmente riuscibile il disegno). (piano al Conte)
CON.                Via, in grazia del notaro, andate; io vi perdono. (come sopra)

PAS.                  Che siate benedetto. (al Notaro)

SAN.                                                  Obbligata vi sono.

Vo' farvi un bel regalo innanzi di morire. (al Notaro, e parte)
PAS.                  Saprò l'obbligo mio. Basta, non fo per dire. (al Notaro, e parte)

NOT.                 Poco più, poco meno, a spender non badate.

CON.                Fate quel che credete; ad operare andate. (il Notaro parte)


SCENA QUINTA

Il Conte solo.

CON.                Ciascun la parte sua fa meco a maraviglia.

Chi ruba, chi domanda, chi prega e chi consiglia.

Ma è ben sagrificato un poco di danaro,

Qualora al maggiore male dee porgersi riparo.

Cosa son questi fogli? è di mia man lo scritto.

(vede in terra i pezzi lacerati da donna Felicita, e li raccoglie ed unisce)

Come! un obbligo in pezzi di mia man sottoscritto?

Sì, con donna Felicita il debito ho contratto,

E alla restituzione non ho ancor soddisfatto.

In casa mia tal foglio? e lacerato in brani?

Come a donna Felicita uscito è dalle mani?

Che sia fors'ella stessa venuta in casa mia,

Volendo la tardanza tacciar di villania?

Ma se del suo danaro vuol la restituzione,

Perché, stracciando il foglio, perder ogni ragione?

Son più che mai confuso, non so capire il vero.

Serbisi questa carta, rileverò il mistero.

Vediam, quand'io non v'era, se sia venuto alcuno.

Chi è di là? Bigolino. Gente, non vi è nessuno?

SCENA SESTA

Riccardo e detto; poi il Servitore

RIC.

I vostri servitori son nel cortile ancora,

Che bevono un boccale, e giocano alla mora.

CON.

Vi è Bigolino insieme?

RIC.

Oh, il signor Bigolino

Degli altri non si degna. Passeggia nel giardino,

Ed ha una compagnia che piace anche al padrone.

CON.

Chi vi è?

RIC.

Donna Felicita.

CON.

Con vostra permissione. (in atto di partire)

RIC.

Dove andate?

CON.

Ho bisogno di ragionar con lei.

RIC.

Con chi tratta il mio servo, io non mi degnerei.

CON.

Si può temer che il tratti, perché ne sia inclinata?

RIC.

Non sarebbe gran cosa. Si sa com'ella è nata.

Dite, dov'è Rosina?

CON.

Di là colla germana.

RIC.

È molto che la tratti quella femmina strana.

CON.

Deggio andar, permettete.


RIC.                                                             No, fatemi un favore...

CON.                Aspettate; ho veduto passare un Servitore.

Ehi?
SER.                           Mi comandi.

CON.                                               Amico, con buona grazia. Ascolta.

Nessun, quand'io non v'era, venuto è a questa volta?
SER.                  Venne donna Felicita, che nel giardino aspetta.

CON.                (Ah, indovinai pur troppo). (da sé, in atto di partire)

RIC.                                                             No, non abbiate fretta. (arrestandolo)

Sappia che siete in casa, e fatela salire.

Ho una cosa che preme, con voi da conferire.
CON.                (Tornerà meglio ancora forse al disegno mio). (da sé)

Va giù: di' che ci sono, non dir che lo diss'io.

Vedi se vuol salire; e se partir destina,

Sollecito mi avvisa. Non ti fermar. Cammina. (il Servitore parte)

(Trovomi in questo giorno pieno di confusione). (da sé)
RIC.                  Par che siate turbato.

CON.                                                    D'esserlo ho ben ragione.

RIC.                  Perché?

CON.                               Disgrazia simile certo non mi aspettai.

(Principiam la lezione). (da sé)
RIC.                                                        Eh, non parliam di guai.

Oggi con queste donne il dì si è consumato;

Fare non si è potuto il giro divisato.

Lo farem questa sera.
CON.                                                    A che mai son ridotto? (si abbandona sopra una sedia)

RIC.                  Fate il piacer di mettere due bollettini al lotto.

Una bella ragazza mi pregò ieri sera

Di compir questa lista di certa tabacchiera.

L'averà messa al lotto tre o quattro volte o sei.

Tocca a chi sa toccare, sempre rimane a lei.
CON.                Deh lasciatemi in pace.

RIC.                                                        Vi è qualche novità?

CON.                Parmi di sentir gente.

RIC.                                                      Vengono per di là

Rosina con sua madre, e la germana vostra.

Non fate questo torto all'amicizia nostra.

Confidatevi meco. Sì, di cuor ve lo dico:

Esponerò la vita, se occor, per un amico.

SCENA SETTIMA

La Contessina Livia, Brigida, Rosina ed i suddetti.

LIV.                  Come! siete tornato? e a noi non dite nulla?

BRI.                  È ben mortificata la povera fanciulla.

LIV.                  Quant'è che siete giunto? Cos'è non rispondete?

Siete molto confuso. German, che cosa avete?
RIC.                  Non parla, non risponde, sta lì come insensato.


BRI.                  Oh poverina me! siete forse ammalato?

Se avete qualche male, troviam la medicina.

Digli tu qualche cosa. (a Rosina) Guardate la Rosina. (al Conte)
CON.                Vedrò se la Rosina davver mi vorrà bene.

BRI.                  Uh, che ve ne vuol tanto. Da piangere le viene.

(Sforzati un po' di piangere). (piano a Rosina)
ROS.                                                              Sì signor, ve ne voglio. (mostrando di piangere)

BRI.                  Guardate quelle lagrime; cascano come oglio.

RIC.                  Non può sapersi ancora, il Conte che cos'ha?

LIV.                  Egli non vuol parlare; so io che cosa avrà.

Meco sarà sdegnato, da ridere mi viene,

Perché la sua signora trattata ho poco bene.

Perché con un viglietto da lei l'avea chiamato;

Ed io, non mi nascondo, l'ho preso e l'ho celato.

Ella ardì prosontuosa vantare in mia presenza

D'aver la nostra casa soccorsa in qualche urgenza,

E poscia, immaginandosi di farmi un gran dispetto,

Mi lacerò sugli occhi dell'obbligo il viglietto.

Ad un'ingiuria simile chi può star saldo, stia.

Non soffrirò che torni tal donna in casa mia;

Ed è un torto che fate a questa qui presente,

Che amar vi dichiaraste.
BRI.                                                          Uh povera innocente!

CON.                (Quante cose in un punto rilevo inaspettate?) (da sé)

RIC.                  Via sfogatevi almeno. Volete dir? parlate.

CON.                È ver, di mia germana l'inciviltà detesto,

Ma non ha il mio cordoglio l'origine da questo.

SCENA OTTAVA Don Emilio e detti.

EMI.                  Conte, che fa il notaro, che scrive in quella stanza?

Gli parlo, e non risponde. Mi pare un'increanza.
CON.                Quel che opera il notaro, pur troppo lo saprete.

Stare in piedi non posso, vi supplico, sedete.

(Ancor donna Felicita comparir non si vede). (da sé)
LIV.                  (Che sarà, don Emilio?) (piano a don Emilio, sedendo)

EMI.                                                          (Vediam quel che succede). (piano a Livia, sedendo)

BRI.                  (Non perdere il tuo posto; vattene a lui vicina).

(dice piano a Rosina, e in questo mentre Riccardo vuol sedere vicino al Conte, ed

essa lo trattiene)

Questo, con sua licenza, è il loco di Rosina.
RIC.                  S'accomodi, signora. (scostandosi) Povero il mio Contino!

ROS.                 Gli voglio star dappresso. (siede dappresso al Conte)

BRI.                                                             (Si è portata benino). (da sé, con allegria, sedendo)

Ehi! signor, qui vi è un loco; perché non siede anch'ella? (a Riccardo, mostrando la

sedia a lei vicina)
RIC.                  Starò vicino, al solito, della mammina bella.


EMI.                Via, diteci, signore. (al Conte)

LIV.                                                   Ancor non si sa niente. (al Conte)

CON.               Aspettate, ch'io vedo venir dell'altra gente.

LIV.                 Come! donna Felicita? ancora ha tanto ardire?

CON.               Via, per l'ultima volta lasciatela venire.

SCENA NONA

Donna Felicita, Bigolino e detti.

FEL.                  È permesso? (s'inchina, e gli uomini la salutano)

LIV.                                       (Un litigio costei viene a promovere).

CON.                Favorite sedere. (a donna Felicita)

BRI.                                            (Sta salda, non ti muovere). (piano a Rosina)

CON.                Signori, in qualche parte fatele un po' di loco.

FEL.                  No, sto ben dove sono. Mi basta, e non è poco.

(Bigolino porta una sedia a donna Felicita)

Sta meglio il conte Orazio, avendo a lui vicina

Da in canto la germana, dall'altro la damina.
BRI.                  (Ehi, sentite l'invidia). (a Riccardo) (Non ti smarrir per questo). (a Rosina)

FEL.                  Ma cos'ha il signor Conte, che sembrami sì mesto?

Dovrebbe in dì di nozze esser contento e lieto.
RIC.                  Si può saper la causa che vi fa star inquieto? (al Conte)

CON.                Or che raccolti insieme siam fra parenti e amici,

Vi svelerò la fonte de' miei casi infelici.

Udite se può darsi fato peggior del mio.

Io non son più, signori, l'erede di mio zio.

Ei fece un testamento che oggi alfin si è scoperto;

Fu avvisato l'erede e il testamento è aperto.

Con donna ebbe una tresca il vecchio, e l'ha sposata;

Dal loro matrimonio una figliuola è nata.

Celò, finch'egli visse, la figlia e la consorte,

E le ha col testamento beneficate in morte.

Ed ecco in quelle stanze un pubblico notaro

A inventariare i mobili, le gioje ed il danaro.

Io sono eseredato con crudeltà inumana.

Lascia un grosso legato per dote alla germana,

Oltre quel che le spetta per ragion della madre,

Ed io resto coi beni scarsissimi del padre.

Vi par che giustamente il mio dolor mi opprima?

Eccomi sventurato, più povero di prima.
LIV.                  A me lascia un legato?

CON.                                                      A voi tale fortuna,

A voi senza alcun titolo, senza ragione alcuna.
LIV.                  È ver ch'era di lui pochissimo parente,

Ma sempre come a padre gli fui obbedïente.

Voi a donna Felicita, più che allo zio soggetto,

Della vostra condotta miratene l'effetto.
ROS.                 (Sente, signora madre?) (piano a Brigida)


BRI.                                                          (Non dubitar, chi sa?

S'è erede di suo padre, qualche cosa averà). (piano a Rosina)
EMI.                  Il caso veramente è strano e inaspettato.

Si sa della mia sposa a che ascenda il legato? (al Conte)
CON.                Questo è quel che vi preme, più assai del mio destino. (a don Emilio)

RIC.                  Amico, con licenza. (s'alza) Signori, a voi m'inchino.

CON.                Che? di già mi lasciate?

RIC.                                                          Sono altrove aspettato.

Mi dispiace davvero vedervi in tale stato;

Non posso trattenermi; ho le faccende mie

Ci rivedremo in piazza. (Non vo' malinconie). (da sé, indi parte)

SCENA DECIMA

Il Conte Orazio, donna Felicita, Contessina Livia, Don Emilio, Rosina, Brigida e Bigolino.

CON.                (Ecco il primo scoperto). (da sé)

FEL.                                                          (Lo lascia il compagnone). (da sé)

BIG.                  (Bisognerà ch'io pensi a ritrovar padrone). (da sé)

EMI.                  Vediam se vi è rimedio. Ancor, caro cognato,

Non vedo apertamente il caso disperato.

Esaminar dobbiamo, se vale il testamento;

Si potria coll'erede trattar aggiustamento.

Non tengono talora gli occulti matrimoni,

Se siano difettosi di prove e testimoni.

Più di quel che pensate, il vostro ben mi preme.
CON.                Ecco, viene il notaro con due signore insieme.

SCENA UNDICESIMA Pasquina, Sandrina, il Notaro e i suddetti.

NOT.

Servo del signor Conte. Presentargli degg'io

La moglie e la figliuola del fu suo signor zio.

Queste per testamento son legittime eredi;

Nozze, natali e stato provano queste fedi.

Che sian riconosciute comanda il magistrato,

E alla contessa Livia se gli darà il legato.

LIV.

La sapete la somma?

NOT.

Le assegna un capitale

Di diecimila scudi.

LIV.

(Che dite?) (piano a don Emilio)

EMI.

(Non vi è male). (piano a Livia)

PAS.

Lo scrigno è roba nostra.

SAN.

Nostre sono l'entrate.

PAS.

È nostra è questa casa.

SAN.

E a provvedervi andate.


CON.                Chi siete voi, signore?

PAS.                                                     Io son della famiglia.

SAN.                 Io son, se nol sapete... (Son la madre, o la figlia?) (piano al Notaro)

NOT.                 (La madre). (piano a Sandrina)

SAN.                                    Io son la moglie, io son la vostra zia,

E questa che vedete, signore, è figlia mia.

Don Pietro fu mio sposo, fu di Pasquina il padre.

(Dubito sia più vecchia la figlia della madre).
CON.                Udite. (a don Emilio)

EMI.                             Fra parenti le liti han da lasciarsi:

La cosa onestamente potrebbe accomodarsi.

Può soddisfar ciascuno la ricca eredità.

Potreste col nipote divider per metà. (a Pasquina e Sandrina)
LIV.                  Salvo però il legato.

EMI.                                                   Eh, questo ci s'intende.

NOT.                 Invan col testamento divider si pretende.

Tutto di queste donne è il capitale e il frutto.
PAS.                  Noi non ci dividiamo.

SAN.                                                    E noi vogliamo tutto.

(Facciam bene la parte?) (piano al Notaro)
NOT.                                                         (Benissimo. Tacete). (piano)

CON.                Prendetevi ogni cosa. Se l'eredi voi siete,

Vano sarà il litigio. Non son sì sfortunato,

Se ricca è mia germana, se ricco è mio cognato.

A voi mi raccomando. Se voi mi abbandonate,

Torno a cadere al fondo delle miserie andate.

Quel provvido governo che aveste nel pensiero

Degli interessi miei, sol per amor sincero,

Cambiate soccorrendomi in amorosa cura,

Per legge d'amicizia, per legge di natura. (a Livia e a don Emilio)
LIV.                  Degg'io, quando sia sposa, dipendere da lui.

EMI.                  Deve pensar ciascuno agl'interessi sui.

La dote ed il legato non fanno una ricchezza:

Pensar dobbiamo ai figli, pensare alla vecchiezza.

Voi siete un uom di spirito, sano, robusto e forte;

Fra l'armi vi consiglio cercar la vostra sorte.
FEL.                  (Ingratissima gente!) (da sé)

CON.                                                 Ecco, nel mio destino

Mi abbandona ciascuno. Ah fedel Bigolino,

Tu che sincero e fido dicesti ognor d'amarmi,

Vieni il padron tu stesso a seguitar fra l'armi.
BIG.                  Io alla guerra, signore? Domandovi perdono:

Avvezzo, lo sapete, a faticar non sono.

Se andate a militare, io vi darò il buon viaggio;

Mi spiace non potere servirvi d'avvantaggio.

Ecco il sensal, che chiede le robe che ha portate.

SCENA DODICESIMA


Raimondo,

RAI.                  Le mercanzie, signore. (al Conte)

CON.                Tutte son sequestrate.

Ecco il notar; chiedetegli se sia la verità.
RAI.                  Come? (al Notaro)

NOT.                             Tutto finora spetta all'eredità.

E quel che pretendete, un dì vi sarà dato,

Quando lo proverete davanti al magistrato.
RAI.                  Testimon Bigolino.

NOT.                                                  Il servitor non prova.

RAI.                  Lo dirà il signor Conte.

NOT.                                                       Il testimon non giova.

RAI.                  Io sono responsabile. Pagar devo i mercanti.

NOT.                 Questa è la ricompensa che mertano i birbanti.

RAI.                  Povero me!

CON.                                   Soffrite, se aveste il reo disegno

D'ingannarmi d'accordo col Servitore indegno.

Tutti mi teser lacci nel mio felice stato;

    son, reso infelice, da tutti abbandonato.
La germana, il cognato, gli amici, i servitori,
Tutti si son scoperti mendaci insidiatori.

Da voi, donne gentili, posso sperar pietà? (a Rosina e Brigida)
BRI.                  Quel che avete dal padre, in che consisterà? (al Conte)

CON.                In pochissime entrate, che non arriveranno

A rendermi di frutto dugento scudi all'anno.
ROS.                 Sono pochi davvero. (piano a Brigida)

BRI.                                                   Son pochi veramente. (piano a Rosina)

La signora Contessa non vi darà nïente?
LIV.                  Io dovrò in ogni cosa dipender dal marito.

EMI.                  Vi consiglio, signora, cercare altro partito. (a Brigida)

CON.                Tace donna Felicita, e di vedere aspetta

Dal perfido destino compir la sua vendetta.

    danar non mi scordo, però, che mi ha prestato:
Dell'obbligo conservo il foglio lacerato.

E di sudar fra l'armi accetterò il partito,
Finché abbia il suo danaro a lei restituito.
FEL.                  Tacqui finor, volendo mirar fino a qual segno

Giunger può degl'ingrati il trattamento indegno. Della germana vostra, del suo diletto sposo, Vidi l'amor sincero, vidi il cuor generoso. Dei servi, degli amici e di un'amante ignota La fellonia ravviso, l'infedeltà mi è nota. Pure in faccia di questi, avidi sol dell'oro, Voi sconoscente, ingrato siete assai più di loro. Vidi gl'insulti vostri finor con sofferenza, Ora assai più mi offende la vostra diffidenza. Credete l'amor mio sì vile e interessato, Che amar non vi sapessi anche in misero stato? Qual fui già vi scordaste? o si sospetta e crede Ch'io il facessi soltanto voi prevedendo erede?


L'amor venga alle prove. Smentisca il cuor maligno Degli empi innamorati dei beni e dello scrigno. Conte, voi siete misero, senza speranza alcuna:

    povera non sono di beni di fortuna.

E se la gratitudine può meritarmi amore,

Vi offro la man di sposa, e vi offerisco il core
CON.                (Oh generoso affetto! oh cuor fido e sincero!

Oh fortunati inganni, che discopriste il vero!) (da sé)
BRI.                  Anche la mia Rosina, signora, il prenderà,

E gli darà di dote quel poco che averà. (a donna Felicita)
FEL.                  Di una rivale indegna, che più di me si stima,

    mascherato amore vo' che si scopra in prima.
Galantuomo, venite, e libero parlate. (verso la scena)

SCENA ULTIMA Onofrio e detti.

ONO.

Servo di lor signori.

BRI.

Onofrio, come state?

Venite qui, carino, vo' dirvi una parola.

ONO.

Signor, ve lo confesso, m'ha preso per la gola. (al Conte)

Codesto matrimonio cosa non è per voi.

Son qui, voglio scoprire tutti i difetti suoi.

La vecchia fu bizzarra nella sua prima età

Rosina di chi è figlia, ancora non si sa...

BRI.

Pezzo di disgraziato!

ONO.

Ella è venuta qui,

Sperando di potere...

CON.

Orsù, basta così...

Del cauto mio disegno sono arrivato al punto;

Dal vero la menzogna a separar son giunto.

Ecco, signor notaro, andarvene potete. (al Notaro, dandogli una borsa)

Due zecchini per una voi, femmine, prendete. (a Pasquina e Sandrina)

NOT.

Servo del signor Conte. A lei sono obbligato. (parte)

SAN.

Questi son due zecchini. E i scudi del legato?

CON.

L'arte ha l'arte delusa. Andate immantinente.

SAN.

Due zecchini son pochi; ma meglio che nïente.

LIV.

Che? non è dunque vero?...

CON.

No, non è vero, ingrata;

Per iscoprirvi tutti, la favola ho inventata.

Voi porgete la destra a lei cui deste fede. (a don Emilio)

So che ne siete indegno, ma l'onor mio lo chiede.

EMI.

Al mio dover son pronto.

LIV.

Pazienza. Ecco la mano.

CON.

Scordatevi per sempre d'avermi per germano. (a Livia)

Esci di questa casa, perfido, scellerato,

E in dono ti concedo quel ch'hai finor rubato. (a Bigolino)

BIG.

Signore, è tanto poco...


CON.                                                      Non provocarmi indegno:

Se di clemenza abusi, ti arriverà il mio sdegno. (Bigolino parte)
RAI.                  Signor...

CON.                               Le robe vostre vi saran consegnate

E a contrattar cogli uomini con onestà imparate.

E tu, mezzano indegno, esci di casa mia.
ONO.                Subito, sì signore. Grazie a vossignoria. (parte)

BRI.                  Ehi, signore illustrissimo, sono una poverina:

Non vi fa compassione la povera Rosina?
CON.                Sì, mi fa compassione; son cavaliere umano,

E voglio per suo bene levarvela di mano.

Anderà in un ritiro fra semplici persone,

Fino che il ciel le ispiri la sua risoluzione.

Io le darò la dote, che al stato suo conviene.

Voi non lo meritate, ma il bene è sempre bene.

Eccomi finalmente, grazie al ciel, liberato

Da quelli che mi avevano oppresso e circondato.

Misero me, se a tempo non apria gli occhi al vero,

Mi avriano strascinato al pessimo sentiero.

Ecco come s'insidia in cento modi e cento

Chi ricco è per fortuna dell'oro e dell'argento.

Così son le famiglie in precipizio andate.

Spettatori, apprendete, gradite e perdonate.

Fine della Commedia.

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