Il salotto della signora Bihàr

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IL SALOTTO

DELLA SIGNORA BIHÀR

Commedia in tre atti

di NICOLA MANZARI

PERSONAGGI

giulia bihàr

elsa

LA MARCHESA HORVAT

LA BARONESSA CSOKONAI

LA PRINCIPESSA AUSPITZ DI BAGDASTEIN

MARIELLA SUSELY

IL DUCA HATVANI

MARIO

IL CONTE JOZZA

IL COMMENDATORE BORONKAI

IL PITTORE

GIOVANNI.

Oggi, a Budapest.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

Interno di casa patrizia. Arredamento fastoso ma ba­rocco, di un gusto pesante, in cui sono riconoscibili stili diversi. Oggetti di ogni epoca un po' accatastati danno a questa sala di soggiorno l'aspetto quasi di un museo. Alle pareti quadri e qualche arma del Cinquecento. Tutti que­sti oggetti rendono l'atmosfera pesante, un po' opaca ben­ché sia una chiara mattina di autunno.

(La scena è vuota. Si odono, da sinistra, delle voci, e poi entra Giovanni seguito dal duca. Giovanni è un maggiordomo di oltre sessant’anni, molto idi stile. Il duca è un signore quasi della stessa età, che pur con­serva nella corretta decadenza dell'abbigliamento l’elegante disinvoltura del nobile di vecchio stampo).

Giovanni                     - Accomodatevi, signor duca. Felice di ri­vedervi, signore.

Il Duca                        - Anch'io son contento di rivedere il tuo vecchio muso, Giovanni. Sai che da un po' di giorni ne avevo quasi nostalgia?

Giovanni                     - Grazie, signore.

Il Duca                        - E sarei venuto se non avesse piovuto tanto. Perché ora non esco più quando è mal tempo.

Giovanni                     - Fate bene a riguardarvi, signore. Sarei passato io ad informarmi della vostra salute, se vi foste degnato di lasciarmi il vostro indirizzo.

Il Duca                        - No. Non voglio che tu venga a trovarmi.

Giovanni                     - (avvilito) Perché?

Il Duca                        - Perché... perché preferisco che tu non veda dove mi son ridotto. Tu mi hai conosciuto qui, nel mio palazzo, e voglio che conservi questo ricordo di me.

Giovanni                     - Ah, signore, il duca Hatvani sarà sempre duca anche in una soffitta. Mentre a palazzo non ci può vivere chi non ci è nato!

Il Duca                        - (accennando a destra) Zitto, che può sen­tirti!

Giovanni                     - Ah, non preoccupatevi. Non mi manda via. Son troppo decorativo, io!

Il Duca                        - (un po' sottovoce, indagatore) Perché, c'è qualcosa che non va?

 Giovanni                    - Lamentele particolari non posso farne. Ma è l'insieme che non va. Non c'è stile. Ecco. Non c'è stile.

Il Duca                        - Vai cercando lo stile, oggi? Ringrazia il cielo se ti riesce di vivere. E invecchiare tranquillo, in una bella casa.

Giovanni                     - (con la confidenza dei molti anni vissuti in­sieme) Mi permetto ricordarvi che non sono tanto più vecchio di voi.

Il Duca                        - Tanto. Tanto.

Giovanni                     - Non credo. Ho letto in un foglio di pub­blicità che la vecchiaia è la seconda giovinezza.

Il Duca                        - Sì. Perché si rimbambisce.

Giovanni                     - Il signor duca parla per sé?

Il Duca                        - (calmo) Per tutti due, Giovanni. Per tutti due.

Giovanni                     - Come il signor duca comanda.

Il Duca                        - Va ad annunciarmi alla tua padrona.

Giovanni                     - E' ancora a letto. Proverò. (Si avvia, ma si ferma e torna indietro) Signore!

Il Duca                        - Che c'è?

Giovanni                     - (in tono supplichevole) Riprendetemi con voi.

Il Duca                        - Con me? A far che?

Giovanni                     - Servirvi. Come ho avuto l'onore di fare per trentadue anni.

Il Duca                        - Non posso più, Giovanni!

Giovanni                     - Se si tratta del salario, aspetterò un mese, due, tre... Ho qualche economia.

Il Duca                        - Temo che dovresti aspettare tanto che ti stancheresti.

Giovanni                     - (un po' interdetto) Come? Siete a questo?

Il Duca                        - Già.

Giovanni                     - Ei allora rinunzio al salario. Ci arrange­remo. Oh, scusate l'espressione. Credevo di parlare con la padrona.

Il Duca                        - Povero Giovanni. Io riesco a stento ad « arrangiarmi » da solo con quel che m'è rimasto.

Giovanni                     - E' incredibile. Basterebbe che riaveste qualcuno di quei gioielli regalati alla signorina Lulù o alla signorina Mariella oppure a...

Il Duca                        - (interrompendolo) Quei doni io li ho ancora.

Giovanni                     - (che non capisce) Li avete ancora?

Il Duca                        - Sì, perché si son mutati in ricordi. E basta che chiuda gli occhi perché tante care ombre tornino a sorridermi dal passato: Lulù... Mariella...

Giovanni                     - La signorina Nini...

Il Duca                        - Nini...

Giovanni                     - Oh, come pianse quel giorno che le la­sciaste la lettera di congedo! Ancora oggi mi sembra che la mia marsina conservi sulla spalla, a sinistra, la traccia di quelle lacrime. Ma è solo un'impressione.

Il Duca                        - E' solo un'impressione, Giovanni. (Pausa) Va, annunciami.

Giovanni                     - Subito, signore. (Si avvia, mentre ripete) Quei doni li ho ancora! Ecco lo stile! (Esce).

Il Duca                        - (passeggia. Si guarda intorno. Si avvicina a un mobile. Prende un orologio dorato che vi è su e lo va a deporre su di un altro mobile. Poi si allontana di un passo come a meglio contemplare l'effetto. Sorride com­piaciuto. Ma gli sembra di udire dei passi e si affretta a riportare l'orologio dove era. E resta a guardarlo, scuo­tendo malinconicamente la lesta).

Giovanni                     - (entrando lo sorprende in questo atteggia­mento, capisce) E' stata la signora a spostarlo. Ma non è l'unico cambiamento. C'è di peggio.

Il Duca                        - E' ormai lei la padrona.

Giovanni                     - Purtroppo. (Con altro tono) Si è già alzata. Viene subito. (Permettete, signor duca. (Trae di tasca una spazzola e spazzola con delicatezza la giacca del duca).

Il Duca                        - Polvere. Dove abito ce n'è sempre.

Giovanni                     - L'importante è che non ci cada su acqua.

Il Duca                        - Grazie, Giovanni. Ma tante cose son finite in polvere.

Giovanni                     - Il casato, no.

Il Duca                        - Anche quello. Dimentichi che son l'ultimo degli Hatvani?

Giovanni                     - Peccato, con tante donne che son passate in questa casa!... Ma appena qualcuna cominciava a fal­la tenera con voi, ve ne liberavate!

Il Duca                        - Ho sbagliato. Adesso me ne accorgo.

Giovanni                     - Chissà! Forse siete ancora in tempo. Col vostro titolo!

Il Duca                        - Eh, no! Il ridicolo, no!

Giovanni                     - Eppure... (Si ferma come a voler meglio ricordare una frase letta chissà dove, poi come avendo ricordato) Giovani non si nasce: si diventa.

Il Duca                        - Sei proprio vecchio, Giovanni.

Giovanni                     - Come il signor duca comanda. (Riprende a spazzolare. Ma ha notato che s'avvicina Giulia e smette) La signora. Con permesso.

Il Duca                        - Va pure, grazie. (Giovanni esce).

Giulia                          - (entra. E' una donna sui quarantacinque anni, vivace, cordiale, esuberante. Ha la disinvoltura tipica di chi, pur non essendo nobile di razza, ha tuttavia la con­suetudine con ambienti eleganti e persone di mondo. Ma sotto questa vernice di esteriore compitezza balena a tratti la sua schietta natura dalle umili origini. E' un tempera­mento deciso e che, si capisce subito, riesce sempre in quel che si propone) Caro duca!

Il Duca                        - (s'inchina leggermente).

Giulia                          - (gli va incontro tendendogli la mano come per farsela baciare).

Il Duca                        - (finge di non accorgersene e s'inchina appena un altro po') Signora!

Giulia                          - (è rimasta male. Ma finge indifferenza) Bi­sogna proprio dirsi fortunati quando si riceve una vostra visita!

Il Duca                        - Non esco più tanto spesso.

 Giulia                         - (ridendo) Non è vero. Anche questa setti­mana siete andato in casa della marchesa Vasiliet. Solo da me non trovate il tempo di venire.

Il Duca                        - Il tempo? Gli anni cominciano a pesarmi, cara signora.

, Giulia                        - Non fatevi più vecchio di quel che sembra. I tipi come voi si mantengono bene sino a tarda età. Se ve lo dico io, potete credermi, perché c'è un solo argo­mento sul quale non temo concorrenza: la conoscenza degli uomini. Ho impiegato tutta la vita a studiarli. E in questo campo non c'è che l'esperienza diretta che conia.

Il Duca                        - Non discuto la vostra esperienza, ma io mi fido solo delle mie gambe. E queste cominciano a rifiutarsi di portarmi dove desidero.

Giulia                          - Ma no. caro duca. Dite la verità: voi da me non volete venirci.

Il Duca                        - ((protestando debolmente) Oh, signora!

Giulia                          - Non siete il solo del resto. Sapete che da quando son tornata nessuno è venuto a trovarmi? Nes­suno, s'intende, di quelli che desidererei.

Il Duca                        - (fingendo di interessarsi) Come mai?

Giulia                          - Siete troppo uomo di mondo per non capire. Pare che io abbia ancora rana cattiva reputazione. Si dice così, vero?, nella vostra società?

Il Duca                        - Siete male impressionata. Col tempo...

Giulia                          - Tempo? Eh, no, caro duca... La pazienza non è una mia virtù. Se fossi stata paziente, sarei anch'io a quest'ora una rispettabile vedova. Perché Klàray voleva sposarmi. Ricordate?

Il Duca                        - E l'avrebbe fatto, povero Klàray!

Giulia                          - Invece anche allora ebbi fretta di mutare. (Porgendogli una scatola) Una sigaretta?

Il Duca                        - Grazie. Non fumo più.

Giulia -                        - Male. I vizi sono gli unici amici fedeli. (Si accende una sigaretta, aspira qualche boccata, poi) Caro duca, perché credete che io abbia comprata la vostra casa. i vostri mobili, persino il vostro domestico?

Il Duca                        - Perché vi piacevano, suppongo.

Giulia                          - Perché mi sono necessari... Quel che desidero ormai è uno sfondo corretto dopo una vita scorretta. De­sidero intorno a me gente! che mi diverta senza procu­rarmi emozioni. Ma gente « chic ». Di alta classe.

Il Duca                        - (ironico) Non temete di chieder troppo?

Giulia                          - Ho danaro sufficiente per concedermi quest'ultima gioia. Ma da sola non posso riuscirvi. Perciò voi mi aiuterete.

Il Duca                        - (levandosi) Signora, mi dispiace ma questa volta non potremo intenderci. Il duca Hatvani può cedere il suo palazzo, i suoi quadri, i suoi domestici, ma non la sua dignità.

Giulia                          - E' la risposta che m'aspettavo. Altrimenti che razza di duca sareste?

Il Duca                        - (offeso) Signora!

Giulia                          - Caro duca, son disposta a pagare qualunque somma purché veniate qualche volta a prendere il tè nel mio salotto.

Il Duca                        - (un po' scosso) Una tazza di tè?

Giulia                          - Già. Non andate ogni .giovedì a prenderlo a casa della contessa di Corachel? Il mercoledì, per esem­pio, potreste venire da me. E se ci verrete voi che discen­dete dai Crociati, a poco a poco ci verranno gli altri che vantano lombi meno nobili dei vostri.

Il Duca                        - Vi illudete. Nel nostro mondo ci si conosce l'un l'altro e non si ammette gente sul cui conto... sì... insomma, c'è qualcosa da dire.

Giulia                          - Storie! Se fosse così, molte delle vostre si­gnore non potrebbero più apparire in un salotto. Ma per fortuna ci sono i mariti o i protettori ufficiali a far da scudo! Io il lusso d'un marito non me lo son mai potuto concedere, ma ho un protettore formidabile.

Il Duca                        - Sarebbe?

Giulia                          - Il mio danaro. E vi assicuro che tutti i vostri amici quando l'avranno conosciuto, gli porteranno il massimo rispetto.

Il Duca                        - Non so se sia più offensivo il vostro cinismo o la vostra disinvoltura.

Giulia                          - Caro duca, adesso capisco perché siete andato in malora. Badate troppo alle forme e poco alla sostanza. Invece io ho sempre praticata un'altra teoria: Lasciarsi insultare e pestare magari, ma riuscire.

Il Duca                        - E' una teoria che non si addice al mio onore.

Giulia                          - Non c'è nulla di disonorevole in quanto vi propongo. E state certo che nessuno dei vostri amici si farebbe scrupolo di accettare. Ma io ho preferito voi per via dei Crociati.

Il Duca                        - Quale scopo vi proponete?

Giulia                          - Nessuno. Son stanca di girare il mondo. Quel che m'interessa ormai è avere una bella casa frequentata da gente in vista. Le donne come me a una certa età si ritirano in provincia e si dedicano a opere di bene. Ma io non credo alla gratitudine della gente. Perciò prefe­risco continuare a beneficare me stessa.

Il Duca                        - Ci penserò. Vi farò avere una risposta.

Giulia                          - No, caro duca. Dovete dirmi di sì, subito. Altrimenti offro l'affare a un vostro collega meno scru­poloso di voi. Forse non avrò i Crociati, ma qualche ca­pitano di ventura riuscirò sempre a pescarlo!

Il Duca                        - (piccato) Fra imiei antenati di capitani di ventura ce n'è tre. E in più ho un ambasciatore della Serenissima; un giudice di pace e un cardinale.

Giulia                          - Magnifico! Accettate, duca. Fra poco vi sa­rete mangiato al gioco quel poco che vi resta della ven­dita del palazzo e il mio danaro vi farà comodo.

Il Duca                        - (già vinto) In fondo... a ben considerare... non c'è poi nulla di male. Anche un mio antenato non disdegnò scendere a patti con un vassallo che aveva invaso alcuni suoi poderi.

Giulia                          - Vedete che avete dei precedenti in famiglia.

Il Duca                        - Sta bene. Accetto la tazza di tè.

Giulia                          - (va a un tavolo tira fuori un assegno già prepa­ralo, lo dà al duca) A voi!

Il Duca                        - Cos'è?

Giulia                          - Zucchero. Per il tè.

Il Duca                        - (osservando l'assegno) E' già intestato a me.

Giulia                          - Naturalmente.

Il Duca                        - Sapevate dunque che avrei accettato?

Giulia                          - Naturalmente... Ed ora che siamo d'accordo, posso dirvi che fra poco sarà qui la signora Horvat.

Il Duca                        - (impressionato) La marchesa?

Giulia                          - Marchese era suo marito.

Il Duca                        - (c. s.) Quella che abita al piano di sopra?

Giulia                          - Perfettamente. E finge di non vedermi quando mi incontra per le scale. Evidentemente non sa di essere diventata mia inquilina.

Il Duca                        - Infatti ho preferito non divulgare la cosa.

Giulia                          - Ma adesso bisogna dirglielo, caro duca. E farle passare un po' d'arie! Perché riguardo ad affitti siamo un po' arretrati, vero?

Il Duca                        - (confuso) Ecco... la marchesa... è un po' di tempo che non è più puntuale come prima... poveretta...

Giulia                          - Puntuale non lo è stata più dacché voi una sera aveste la debolezza di salire al piano di sopra.

Il Duca                        - (è rimasto male) Signora... vi prego di cre­dere che io...

Giulia                          - Andiamo, duca, mi sono informata. Ecco come si perdono i palazzi. Basta una rampa di scale. Ma la marchesa, come la chiamate voi, dovrà pagarmi. E salutarmi.

Il Duca                        - (sempre più confuso) Permettete che mi ritiri?

Giulia                          - Impossibile. Ho fatto invitare la marchesa a nome vostro e lei è convinta di trovarvi qui.

Il Duca                        - (c. s.) Preferirei però...

Giulia                          - Non dimenticate che avete accettato di bere il mio tè.

Il Duca                        - Temo che finirò col trovarlo troppo amaro.

Giulia                          - Ci aggiungeremo dell'altro zucchero.

Giovanni                     - (entrando, annunzia) La signora marchesa Horvat.

Giulia                          - Fate passare. (Giovanni' esce).

Il Duca                        - (sospirando) Vi assicuro che preferirei tro­varmi fuori di qui.

Giulia                          - Siate di spirito.

La marchesa Horvat   - (entra. E' una donna sui trenta-cinque anni, abbastanza graziosa, ma piuttosto sfacciata) Duca! (Ma si è accorta della presenza di Giulia e resta un po' interdetta).

Il Duca                        - (presentando) La signora Bihàr.

La marchesa Horvat   - (fa appena un cenno con la testa).

Il Duca                        - La marchesa Horvat.

Giulia                          - (con un tono carico di sottintesi) Conosco!...

La marchesa Horvat   - Credevo di trovarvi solo.

Giulia                          - Il duca è mio ospite..

La marchesa Horvat   - (non capisce) Vostro...

Il Duca                        - (facendosi coraggio, alla marchesa) Cara amica... il destino... per un seguito di dolorose circo­stanze...

Giulia                          - Duca, non prendetela tanto al largo!

Il Duca                        - (a Giulia) Devo pur spiegarle...

La marchesa Horvat   - Duca, mi meraviglio che voi permettiate...

Il Duca                        - (correndo ai ripari, sempre più in fretta) Cara amica, il destino che sembra accanirsi particolar­mente contro di me, non risparmiandomi nessuna delle sue prove, ha voluto che io oggi... fossi chiamato al dolo­roso compito d'informarvi... che si... (Si confonde).

Giulia                          - Insomma il duca mi ha venduto il palazzo.

La marchesa Horvat   - Come?

Giulia                          - E' così. E voi adesso siete mia inquilina...

La marchesa Horvat   - Duca, ditemi subito che non è vero. Non può essere vero.

Il Duca                        - Purtroppo, cara amica... il destino...

Giulia                          - Il duca lo chiama destino, ma a casa mia si chiama ufficiale giudiziario.

La marchesa Horvat   - Voi, il duca Hatvani? Ma dove­vate opporvi, amico mio. Dovevate ricordarvi del tempo in cui i vostri antenati si opponevano anche con la forza a qualsiasi sopruso.

Giulia                          - Bel consiglio! Così finiva in tribunale!

La marchesa Horvat   - E per cedere a chi, poi? Ah, mi avete deluso, amico mio.

Giulia                          - (alla marchesa) Se ci tenevate tanto al pa­lazzo, potevate cominciare col pagargli l'affitto.

La marchesa Horvat   - Duca, ditele che non desidero aver rapporti con lei.

Giulia                          - Purtroppo dovrete averne. E se non mi pa­gherete, sarete sfrattata

La marchesa Horvat   - La pigione scade il cinque. Il cinque potrete mandare a ritirare il mensile.

Giulia                          - Eh, no! Voi dovete darmi non uno, ma tren­tasette mensili con gli arretrati.

La marchesa Horvat   - Quelli li devo al duca. À voi comincerò a pagare il cinque prossimo.

Giulia                          - Mi dispiace darvi un dolore, ma io ho acqui­stato il palazzo nello stato di fatto e di diritto in cui tro­vasi. Quindi anche con i suoi crediti. Perciò dovrete pa­garmi trentasette mensili. E uno sull'altro. Se non vorrete che vi sequestri i mobili e vi mandi in mezzo alla strada.

La marchesa Horvat   - Duca, spiegate alla signora che farnetica!

Il Duca                        - (alla marchesa) Purtroppo, amica mia, il destino... ci sono circostanze nella vita...

La marchesa Horvat   - (avvilita, al duca) E' dun­que così?

Giulia                          - Informatevi da un legale.

La marchesa Horvat   - (in tono quasi dimesso, a Giulia) Ebbene... se le cose stanno come voi dite... avrete quel che vi spetta. Venite su da me uno di questi giorni e ci metteremo d'accordo.

Giulia                          - Troppo comodo! A me il pagamento va" fatto a domicilio mio.

La marchesa Horvat   - (a Giulia) Che intendete dire?

Il Duca                        - (preoccupato; alla marchesa) Vi prego di non dare alcun peso...:

Giulia                          - (alla marchesa) Avete capito benissimo.

La marchesa Horvat   - Duca, io non so quel che pos­siate aver detto, ma vi credevo un gentiluomo.

Giulia                          - Il duca non m'ha detto nulla. Sono stata io ad informarmi.

La marchesa Horvat   - (a Giulia) Ma, insomma, che donna siete?

Giulia                          - Una donna con la quale è meglio andar d'accordo (calcando) e salutarla, incontrandola.

La marchesa Horvat   - Scusatemi, non sapevo chi foste.

Giulia                          - (raddolcita) Ora lo sapete.

Il Duca                        - Marchesa, fra due gentildonne non è diffi­cile intendersi. Io conosco da molto tempo la signora (indica Giulia) e posso affermare che non c'è creatura più comprensiva e_.

La marchesa Horvat   - (interrompendolo) Tacete. Quel che ho appreso dalla signora in questi dieci minuti m'è bastato a farmene conoscere tutto l'animo. (A Giulia) Sento che diverremo amiche.

Giulia                          - La mia casa sarà aperta alle mie amiche...

La marchesa Horvat     - In quanto ai mensili che vi devo...

 Giulia                         - Forse potrò aspettare ancora un po'. Basterà che mi mandiate vostra zia per metterei d'accordo sulle modalità del pagamento.

La marchesa Horvat   - (colpita) Mia zia?

Il Duca                        - (colpito anche lui) La principessa Auspitz di Bagdastein?

Giulia                          - Quella là. Preferisco parlare con una donna d'esperienza su una questione così incresciosa.

La marchesa Horvat   - (disorientata) Ma... mia zia... esce di rado. E solo per recarsi in qualche salotto dell'ari­stocrazia più rigida. E' tanto formalista...

Il Duca                        - E' così conosciuta!

La marchesa Horvat   - (a Giulia) ...quando va in qualche casa è, si può dire, un vero avvenimento per gli ospiti.

Il Duca                        - Figuratevi che discende da Carlo Vili!

Giulia                          - (sbrigativa) Ebbene verrà da me.

La marchesa Horvat   - Io non credo... Ascoltatemi...

Giulia                          - (c. s.) Voi l'indurrete a venire. La princi­pessa vostra zia non vorrà che sua nipote venga sfrattata. E poi se nel mio salotto viene il duca Hatvani che discende dai Crociati, anzi da Goffredo di Buglione, non vedo perché non possa venirci lei che discende soltanto da Carlo Vili. Io ricevo il mereoledì. Ricordatevene. (Le tende la mano) Arrivederci.

La marchesa Horvat   - (disorientata, sconfitta) Cer­cherò... Arrivederci.

Giulia                          - (accompagnandola) Ossequi a vostra zia e spero di conoscerla presto. Intanto dirò all'avvocato di aspettare...

La marchesa Horvat   - Sì... Grazie. (Le due donne escono, mentre il duca si inchina).

Il Duca                        - (cade a sedere su una poltrona, avvilito) La principessa Auspitz di Bagdastein! (Poi gli viene in mente di guardare l'assegno, ma non ricorda più dove l'ha messo e si spaventa. Scatta in piedi. Si fruga con grande orgasmo, finché non lo trova nella tasca dei pantaloni. Emette un sospiro di sollievo. Ripone l'assegno nel portafoglio. Si ricompone. Torna a sedere. Ma in questo momento ritorna Giulia e si rialza) Complimenti!

Giulia                          - (volutamente indifferente) Di che?

Il Duca                        - Siete riuscita in un quarto d'ora a piegar la marchesa, mentre io non ci son riuscito in dieci anni.

Giulia                          - Son dunque vere...

Il Duca                        - Che cosa?

Giulia                          - Le vostre passeggiate al piano di sopra! Non ho sbagliato, allora.

Il Duca                        - (stupito) Come... voi non sapevate...

Giulia                          - lo? E chi poteva informarmi? Il vostro do­mestico vi è così fedele... E voi siete un gentiluomo che non parla in giro di certe cose.

Il Duca                        - (sempre più stupito) E così voi...

Giulia                          - Ho tirato a indovinare. Perché mai un uomo come voi che affogava nei debiti, non si faceva più pagare da una sua inquilina che abitava al piano di sopra? La risposta non poteva essere che una: impossibilità. E que­sta impossibilità è tipica degli uomini della vostra età che si ostinano ancora a salire certe scale. Come vedete, non ho sbagliato.

Il Duca                        - (ammiralo) Straordinaria! Comincio a cre­dere che mi divertirò ai vostri mercoledì.

Giulia                          - Dicono che io posseggo dell'intuito.

Il Duca                        - Siete formidabile. E divertente. Credo che il vostro salotto sarà frequentatissimo e non ci si annoierà come capita un po' dovunque. Adesso mi spiego i vostri successi.

Giulia                          - Sì. E' l'intuito che mi ha sempre aiutato. Infatti buona parte della mia ricchezza la devo appunto all'intuito. Una sera, a Parigi, io e una mia amica cena­vamo in un bar. Tra i nostri adoratori Lisetta scelse un giovanotto che aveva tutta l'apparenza di un gentiluomo... era un piccolo attore! Io invece scelsi un uomo insignifi­cante. Era un costruttore d'aeroplani. Ricchissimo. Volava sempre. E mi faceva volare con lui. Una sera volò senza di me... e fece bene perché volò tanto in alto che non tornò più. Io piansi un po', raccolsi una forte eredità e lasciai Parigi. Come vedete: intuito!

Giovanni                     - (entra annunciando) La ditta Bognar.

Giulia                          - Fate attendere un momento.

Giovanni                     - (s'inchina ed esce).

Giulia                          - (al duca) E' meglio che ve ne andiate. Si tratta di una ditta di arredamento. Non vorrei che sof­friste per i vostri mobili che probabilmente cambieranno posto.

Il Duca                        - (per la prima volta galante) Anche se i mobili muteranno, l'importante è che voi restiate la stessa.

Giulia                          - Duca, quasi quasi cominciate a piacermi.

Il Duca                        - (lusingato) Signora!

Giulia                          - Non vi illudete. La partita « uomini » non m'interessa più. E non volo più io!

Il Duca                        - Non sono fortunato!

Giulia                          - E poi non volo io! (Accompagnandolo) Pri­ma di andarvene salite un'ultima volta al piano di sopra. E calmate la marchesa. Tanto non avete nulla da temere. Affitti non ve ne deve più.

Il Duca                        - Ubbidisco. Ma, credetemi, oggi le scale mi pesano!

Giulia                          - Vi aspetto mercoledì.

Il Duca                        - Non rinunzierei mai al vostro tè. (Esce).

Giulia                          - (di su la soglia) Giovanni, fate passare la ditta Bògnar. (E viene avanti).

Elsa                             - (entra. E' una donna sui ventotto anni. Abba­stanza graziosa, ma costretta in un rigido abito a giacca che le dà un aspetto persino troppo severo. Si indovina in lei un carattere chiuso, scontroso, di donna « sola » che vive del suo lavoro e per il suo lavoro. Ha una voce scandita, quasi dura. Non sorride mai. Ha un rotolo di disegni sotto il braccio) Buongiorno, signora.

Giulia                          - Buongiorno. Accomodatevi. (Accennando al rotolo) Volete deporlo?

Elsa                             - No. Mi serve per i rilievi.

Giulia                          - Come volete. A quel che vedo la vostra ditta vi ha già accennato il lavoro che mi occorre.

Elsa                             - Press'a poco. Ma preferisco che siate voi ad informarmene.

Giulia                          - Ecco. Questo è un palazzo che io ho rilevato dal duca Hatvani.

Elsa                             - Conosco.

Giulia                          - Conoscete il duca?

Elsa                             - No. La casa. E' riprodotta in un atlante di storia dell'arte, pubblicato a Venezia, il 1786, edizione bodoniana, con incisioni al bulino.

Giulia                          - (un po' sconcertata) Sarà così... a bulino. Ora io vorrei, come dire, rinfrescarla un po'. Ho l'impressione che il duca e i suoi antenati, veramente più gli antenati che il duca, vi abbiano ammassato roba alla rinfusa. Certo è che io mi sento soffocare. E vorrei che i miei ospiti si trovassero più modernamente a loro agio. (Cordiale) Perché io ho intenzione di ricevere molto.

Elsa                             - (indifferente) Bene.

Giulia                          - (un po' raggelata dal tono) Gente molto ele­gante.

Elsa                             - Bene.

Giulia                          - (smontata) Ecco.

Elsa                             - (guardandosi intorno con attenzione) E come desiderate la casa? Che serva a voi o ai vostri ospiti?

Giulia                          - Non capisco la domanda.

Elsa                             - Desiderate una casa tutta arredata in funzione dei vostri ospiti oppure per viverci anche voi e ritrovarvi a vostro agio?

Giulia                          - Per viverci, diamine! Ma anche cordiale e accogliente per chi ci verrà.

Elsa                             - Bene. Intima ed ospitale al tempo stesso.

Giulia                          - Ecco. Volete visitare le altre sale?

Elsa                             - Inutile. Conosco la disposizione delle altre tre­dici stanze.

Giulia                          - Quattordici.

Elsa                             - (ferma) Tredici. E' scritto sull'atlante.

Giulia                          - (arrendevole) Quello col... bulino?

Elsa                             - Sì. (Pausa) Qui ho preparato un grafico della casa. (Apre il rotolo) Potete guardare.

Giulia                          - (esegue).

Elsa                             - (indicando) Questo è l'ingresso, questa è la sala delle armi, questa è la galleria...

Giulia                          - (che si sforza di seguire) La conoscete meglio di me!

Elsa                             - Questo è il salone. Mi seguite?

Giulia                          - Confesso che ci capisco poco in tutti quei segni.

Elsa                             - (richiudendo il rotolo, seccamente) Non importa.

Giulia                          - Che disposizione dareste ai mobili?

Elsa                             - Nessuna!

Giulia                          - (meravigliata) Li lascereste dove sono?

Elsa                             - Volete la mia opinione?

Giulia                          - Vi ho chiamata apposta. M'hanno detto un gran bene di voi. Che siete laureata in disegno.

Elsa                             - (correggendo) In architettura.

Giulia                          - Sì, architettura. E avete arredato molte case aristocratiche.

Elsa                             - Ventidue.

Giulia                          - Una bella attività. Ditemi pure la vostra opinione.

Elsa                             - Volete? Butterei tutto via.

Giulia                          - Come?

Elsa                             - Tutto. Comunque li disporrete, questi mobili daranno sempre la sensazione d'un museo. D'un brutto museo.

Giulia                          - (offesa) Cosa dite? Soltanto alcuni rappre­sentano un capitale.

Elsa                             - Se fossero autentici! Ma nella maggior parte dei casi son brutte copie o croste senza valore. Il meglio non c'è più. Evidentemente è finito dagli antiquari.

Giulia                          - (smarrita) Siete sicura?

Elsa                             - (sicura) Ho insegnato due anni storia dell'arte. Ora capite che se la gente non va nei musei veri, difficil­mente verrà in un museo posticcio.

Giulia                          - (confusa, rimediando) quello che volevo dire. e

Giovanni                     - (appare sulla soglia ed annuncia con lieve tono di disprezzo) C'è vostro nipote.

Giulia                          - (furente) E bravo, duca! Altro che zucchero! Il tè lo berrai amarissimo.

Elsa                             - Il tè?

Giulia                          - Niente. Parlavo fra di me. Continuate.

Elsa                             - Ho finito.

Giulia                          - Cosi che voi...

Elsa                             - Tutto via! (Una pausa).

Giulia                          - (va verso un quadro. L'osserva attentamente co­me volesse persuadersi).

Elsa                             - (dal suo posto, senza muoversi) Scuola del Bolraffio. Fine del 500. Ritratto d'ignoto. Imitazione. Vol­gare crosta.

Giulia                          - (si volta. La guarda come se per la prima volta fosse impressionata dalla cultura della ragazza) Quante cose sapete!

Elsa                             - (indifferente) Qualcuna.

Giulia                          - (venendo avanti) Credo anch'io che sarà me­glio cambiare tutto. Non voglio espormi al ridicolo.

Elsa                             - Molte case fra le più note sono nella condi­zione di questa. Quadri, statue, mobili, arazzi, dagli anti­quari. E alle pareti copie e imitazioni. Spero che voi non vogliate entrare nel numero.

Giulia                          - Affatto. Detesto la roba falsa. Anche i gioielli li ho sempre voluti veri.

Elsa                             - Bene. Siamo d'accordo. La vera signora si giu­dica dalla casa. Poche cose, ma di gusto.

Giulia                          - (sempre più animata) O poche o molte, non importa purché siano di gusto.

Elsa                             - Come volete. Con codesta vostra disposizione si potrà fare qualcosa di molto bello e di molto ammi­rato. (Animandosi a poco a poco perché si trova a par­lare di quel che più ama) Una di quelle case che sono il riflesso della persona che vi abita. Una di quelle case che danno subito il tono, lo stile anche a chi vi capiti per una volta sola. Calda e accogliente, semplice e pur ricca, moderna e pure tradizionale. Se ci riusciamo, e non vedo perché non dovremmo riuscirci, m'impegno di farne pub­blicare le fotografie su di una rivista di architettura. Na­turalmente, col vostro nome, se ci tenete.

Giulia                          - (entusiasta) Benissimo. Non bado al prezzo. Tutto quel che occorre. Fate voi. Mi fido completamente. Capisco che siete...

Elsa                             - Vi presenterò fra due giorni un progetto di massima.

Giulia                          - Sento già che lo approverò.

Elsa                             - Allora permettete che mi segga. (Cava dalla tasca un « notes » e si dispone a scrivere) E' necessario che mi raccontiate un po' la vostra vita.

Giulia                          - (disorientata) Perché è necessario?

Elsa                             - (in tono professionale) Perché la casa va arre­data ad immagine di chi vi abita. Altrimenti si noterà una disarmonia fra l'ambiente e la padrona. E i contrasti disturbano i visitatori sino a respingerli. Dunque, dite pure.

Giulia                          - (è stata ad osservarla con interesse ma anche con un po' di pietà per l'ingenuità che traspare da quelle parole) Ragazza mia!

Elsa                             - (leva il capo a guardarla stupita dal tono).

Giulia                          - Quanti anni avete?

Elsa                             - (sta per rispondere).

Giulia                          - No. E' inutile dirmelo. Siete ancora più gio­vane di quel che sembrate

 Elsa                            - (un po' offesa, mettendo da parte la matita e il « notes ») Non vedo che relazione ci sia fra le mie e le vostre parole.

Giulia                          - (trattenendole le mani) No. Non vi inquie­tate. Avete l'ordinazione ormai. Farete quel che meglio vi parrà. E vi dirò anche la mia vita, se proprio ci tenete. Ma a che serve? Vedo già le vostre belle teorie apprese sui libri.

Elsa                             - Non è teoria. E' la legge fondamentale mi deve ubbidire il mio arredamento moderno.

Giulia                          - Ma sì. Parole. Tante parole son lì, in codesta vostra graziosa testolina. No, non vi inquietate. Sono tanto più vecchia e dunque posso parlarvi come vi parlo. E tanto mondo ho visto. E in nessuna casa ho visto quello che dite voi... Come l'avete chiamata?

Elsa                             - Armonia fra ambiente e padrona di casa.

Giulia                          - Anzi. Ho sempre notato il contrario. Che peggio è la gente e più bella vuole la cornice. Perché migliore vuol parere.

Elsa                             - (a stento perché solo ora comincia a capire) Vo­lete una casa bella perché...

Giulia                          - (rafforzando)...perché voglio farmi bella di fuori... non potendo più esserlo di dentro... Se seguissi il mio istinto, chissà come finirei per ridurla! Perciò mi rimetto a voi. Fatela come piacerebbe a voi di averla,

Elsa                             - (chiusa) Io vivo in pensione.

Giulia                          - (colpita) Oh! Dev'esser triste per voi, che fate quelle degli altri, non aver una casa vostra.

Elsa                             - (c. s.) Infatti.

Giulia                          - (cordiale, espansiva per fugare la nube che è apparsa sul volto di Elsa) Con me potete sbizzarrirvi, sapete. Denaro ne ho. E allora fatemela come fareste la vostra se aveste il mio danaro.

Elsa                             - Semplice, chiara... viva!

Giulia                          - Viva?

Elsa                             - Sì. Viva. Perché per me una casa dovrebbe esprimere felicemente e con una sua eleganza la « vita ». M'intendete? La presenza di esseri viventi. Perché troppo spesso oggi le case son così metodiche, ordinate, precise che finisco» con l'esser gelide e dar quasi la sensazione che non vi abiti nessuno dentro. Invece io nella mia casa voglio viverci: perciò l'arrederò con freschezza di fan­tasia e vivacità d'invenzione. Ecco come la farò (Si ferma confusa) Scusate, ne parlavo come se fosse davvero la mia casa.

Giulia                          - (cordiale) E così dovete farla. Così. Come se doveste viverci voi. Son certo che riuscirà bellissima.

Elsa                             - (levandosi) Grazie della fiducia. Spero di non deludervi. (Si avvia).

Giulia                          - (accompagnandola) Così che vivete sola?

Elsa                             - (ha riassunto il tono freddamente cortese, ma di­stante) Completamente.

Giulia                          - (non le riesce più di commiserarla come prima perché il tono di Elsa la intimidisce. Dice così le prime frasi che le capitano) Certo... le ragazze sole nelle grandi città... e devono lavorare per vivere...

ragione!

Avete

Elsa                             - (fiera e secca) Io son lieta di guadagnarmi lì vita e di non dipendere da nessuno.

 Giulia                         - (ha uh gesto di contrarietà) Fallo aspettare. (Giovanni esce).

Elsa                             - Dopodomani vi porterò i progetti.

Giulia                          - Vi aspetto. (Entra Mario. E' un ragazzo sui ventisei anni. Tipo moderno, scanzonato, ma con a tratti una certa luce cattiva negli occhi).

Mario                          - Cara zia, è lecito far fare anticamera a un caro nipote che viene apposta dalla campagna per infor­marsi della tua salute?

Giulia                          - (senza entusiasmo) T'ho fatto aspettare perché avevo gente. Ma al solito non ne hai tenuto conto.

Mario                          - (senza badarle, fissando Elsa) Certo, se la compagnia è piacevole, si giustifica ogni scortesia.

Elsa                             - (l’ha guardato un attimo e poi, come se ne provasse fastidio, non gli ha badato più).

Giulia                          - Arrivederci, signorina. (Tende la mano ad Elsa che gliela stringe).

Mario                          - (imperterrito, quasi tagliando il passo alle due donne) E che, vorresti mandar via la signorina senza nemmeno presentarmi a lei? Non lo permetterò mai.

Giulia                          - (rassegnata, a Elsa) Mio nipote, (calcando) l'unico mio nipote, per fortuna!

Mario                          - Voi vedete in me il ritratto di mia zia.

Giulia                          - Non ci tengo a somigliare a te.

Mario                          - Sono io che assomiglio a te, zia. (Guardando Elsa) Ma ancora non mi hai detto con ehi ho l'onore...

Giulia                          - (rapida) Un'inviata della ditta Bògnar.

Mario                          - Ah, ci sono! Vuoi rinnovar casa. Bene. Butta via tutte queste cianfrusaglie senza valore.

Giulia                          - (colpita) Anche tu?

Mario                          - E' la prima volta che metto piede nel tuo fastoso palazzo dacché mi hai spedito in provincia. Ma basta un sol colpo d'occhio per capire che trattasi di roba da «mercato di pulci». Ho visto soltanto un Morelli.

Giulia                          - Dov'è?

Elsa                             - (rispondendo con una leggera animazione) In anticamera.

Giulia                          - L'avete visto anche voi? E quello è vero?

Elsa                             - Autentico.

Giulia                          - Meno male.

Mario                          - Temo che sia della scuola.

Elsa                             - Non credo. Mi pare che i toni siano tipici del Maestro,

Mario                          - (con competenza) Forse avete ragione. Tutta­via c'è un'ombreggiatura nelle tinte che depone a sfavore.

Elsa                             - (colpita e più animata) Non l'avevo notato. Voglio guardarlo meglio.

Mario                          - Avrete tutto il tempo se dovrete tornar qui per arredare la casa. Così anch'io vedrò voi.

Giulia                          - (troncando) Arrivederci, signorina.

Elsa                             - (un po' smontata) Arrivederci. (A Mario) Buon giorno.

Mario                          - Arrivederci. E vi darò qualche idea per la casa.

Elsa                             - (sta un attimo a guardarlo colpita; poi sorride appena, si volta ed esce rapida).

Mario                          - (è rimasto a guardarla, poi voltandosi) Gra­ziosa con la sua aria di Minerva novecento.

Giulia                          - (decisa) Questa la lasci stare, intesi? Perché è una ragazza seria, che lavora, brava... insomma non è degna di te!

Mario                          - (sorride).

 Giulia                         - Allora... sei venuto a bussare a quattrini? Perché non ti fai vedere per altro da me!

Mario                          - Ma, cara zia, il mio affetto per te...

Giulia                          - Va bene. Quanto vale il tuo affetto? Mille?

Mario                          - Ma io ti voglio molto bene!

Giulia                          - Ho capito: duemila.

Mario                          - Facciamo tremila, zia.

Giulia                          - Bene, te li dò subito, così non se ne parla più. (E mentre s'avvia verso il fondo per prendere il da­naro cade la tela).

                                   

Fine del primo tempo

ATTO SECONDO

Lo stesso ambiente del primo atto, ma completamente rimodernato. Tinte chiare, vivaci, che danno all'insieme un tono di elegante freschezza. Tuttavia l'ambiente deve essere riconoscibile per qualche mobile del primo atto che vi è rimasto, naturalmente incorniciato adeguatamente nel nuovo ambiente. La disposizione delle entrate è la stessa, con uscita a destra e a sinistra ed una grande pa­rete di fondo.

(Son passati due mesi dal primo atto. E' il ricevimento indetto da Giulia per l'inaugurazione della casa rinnovata. Serata di mezza gala. Il ricevimento è già inoltrato. Sono in ìscena la marchesa Horvat e la baronessa Csokonai, entrambe in abito da sera come tutti gli altri invitati).

La Marchesa               - Bisogna ammettere che è un ricevi­mento riuscito.

La Baronessa              - Francamente ho molto esitato prima di accettare l'invito del duca Hatvani. Temevo di incon­trare gente non della nostra classe.

La Marchesa               - Oh, no. La signora Bihàr è molto rigorosa nella scelta dei suoi ospiti.

La Baronessa              - La conoscete da molto tempo?

La Marchesa               - Abbastanza. Abito al piano di sopra.

La Baronessa              - E' vero che era cassiera in un bar prima che il povero Klàray le mettesse gli occhi ad­dosso?

La Marchesa               - Non so. Non vado mai nei bar. (Altro tono) Ma è una storia di dieci anni fa.

La Baronessa              - Allora potrete ricordarla meglio di me. (Pausa) Dicono che abbia avuto molti amanti.

La Marchesa               - Non più d'una signora della buona società. Soltanto ha avuto il buon senso di sceglierli tutti ricchi.

La Baronessa              - (con un sospiro) Gli uomini ricchi si fan sempre più rari.

La Marchesa               - Non credo. Più furbi, forse.

La Baronessa              - Chi è quel signore che sedeva alla destra del duca?

La Marchesa               - Il signor Boronkai.

La Baronessa              - Dev'essere un uomo di grande valore perché non l'ho mai sentito nominare.

La Marchesa               - E' proprietà privata dì Mariella Susely.

 La Baronessa             - Davvero? Non l'avrei mai supposto. Mariella sembra ancora così ragazza!

ILa Marchesa              - Sono le ragazze oggi che si prendono gli uomini più redditizi. (Entra il conte Jozza, giovane sui trent'anni. Tipo di bighellone annoialo. Ha un bic­chiere in mano).

Il Conte                      - Preferite rimaner sole?

La Marchesa               - Venite pure. Si parlava della padrona di casa.

La Baronessa              - Che impressione v'ha fatto?

Il Conte                      - Ottima. Ha dei liquori di gran marca.

La Marchesa               - Tutto qui?

Il Conte                      - Ha un vero talento per creare l'ambiente. Si può bere quanto si vuole senza controllo di camerieri. Non ci sono che i nuovi ricchi ormai a praticare le leggi dell'ospitalità.

La Baronessa              - Dicono che abbia avuto un passato scandaloso.

Il Conte                      - Io son disposto a perdonare qualsiasi pas­sato di fronte a un bar ben fornito. Avant'ieri sono inter­venuto ad una serata della baronessa Bògnar. Sapete cosa hanno osato servire? Sligovitz. Puah! (Fa un gesto di disgusto) Allora io dico: Viva la signora... a proposito, come si chiama?

La Baronessa              - Bihàr.

Jl Conte                      - Bene. Bihàr. (E beve) Sapete che Lulli Ghert è scappata con Gianni Tibar.

La Marchesa               - (con avidità pettegola) Davvero? E il marito che dice?

Il Conte                      - Che non possono andare troppo lontano perché Gianni ha poco danaro. (Beve).

La Baronessa              - Ho sempre pensato che quel Tibar era un cattivo soggetto.

La Marchesa               - Infatti. Era bene accolto dovunque.

La Baronessa              - Sarei curiosa di conoscere la vera origine della ricchezza della Bihàr.

Il Conte                      - Io trovo che sia inutile chiedere a un biglietto da mille di farsi presentare. (Beve).

La Marchesa               - (al conte) A proposito come sta vostro nonno?

Il Conte                      - Grazie a Dio non si muove più dal letto.

La Marchesa               - Povero conte, questa volta non credo proprio che si rimetta!

Il Conte                      - Lo spero anch'io.

La Baronessa              - Sarete l'unico erede, vero?

Il Conte                      - Naturalmente. Ma in fondo mi dispiace.

La Marchesa               - Gli volete tanto bene?

Il Conte                      - No. Temo di trovare meno credito a nonno morto che a nonno vivo.

La Baronessa              - Ciò che disapprovo stasera è la pre­senza di quella arredatrice.

Il Conte                      - (guardandosi intorno) Perché? Ha molto buon gusto. Voglio chiederle se rifa il mio appartamento da scapolo. Ho bisogno di un ambiente allegro per dimen­ticare i miei debiti.

La Marchesa               - Non credo che accetterà. Ha l'aria troppo per bene.

La Baronessa              - Se va in giro con il nipote della Bihàr non può essere un fior di virtù.

La Marchesa               - Davvero? Non l'avrei mai immaginato.

La Baronessa              - lo stessa li ho visti uscire insieme dalla Galleria d'Arte Moderna.

 La Marchesa              - Credete che siano amanti?

Il Conte                      - Un uomo che conduce una donna ad un museo non è ancora il suo amante.

La Marchesa               - Allora lo diverrà. Povera ragazza.

Il Conte                      - Inesperienza. E' solo con gli anni che le donne imparano a scegliere i propri amanti.

La Baronessa              - Attenzione. (Fa cenno di zittire. Sulk soglia appaiono Giulia, che parla col commendator Boronkai, tipo di industriale arrivato, e il duca, Elsa e Mariella Susely, una ragazza, modernissima e spregiudicata),

Giulia                          - (continuando un discorso già iniziato) Crede. temi, duca, di serio nella vita non ci sono che due cose: Il danaro e la morte.

Mariella                       - (con aria che vorrebbe esser furba) E l'amore?

Giulia                          - Ragazza mia, l'amore è una commedia così sciocca che si riesce a sopportarla soltanto se siamo noi a recitarla..

La Baronessa              - (avvicinandosi con un lieve sorriso iro­nico) Come spiegate allora quelle donne che recitano la stessa commedia tutta la vita? Ma sempre con prota­gonisti diversi?

Giulia                          - (volgendosi appena) Preferiscono esser sin­cere con un uomo dopo l'altro piuttosto che non esserlo con nessuno nello stesso tempo.

Il Duca                        - (ridendo, alla baronessa) Amica mia, con la nostra ospite non si riesce mai ad aver l'ultima parola. Ha troppo spirito.

Giulia                          - Io no!

Il Duca :                      - Le donne moderne tengono ad apparire spiritose.

Giulia                          - Le altre, forse. Io non ho che un po' di buon senso.

Il Conte                      - (smettendo per un attimo di bere, con brio eccessivo) Così che secondo voi non c'è nulla d'im­portante.

Giulia                          - Io dico che nulla importa a chi dice che nulla importa.

Il Conte                      - Benissimo. E' la mia filosofia. (Torna a sedere e beve disinteressandosi della conversazione).

Mariella                       - Eppure per noi donne c'è qualcosa d'im­portante. (Guardando il commendatore) La passione.

Giulia                          - Basta collocarla bene.

Mariella                       - (confusa) Volevo dire... non credete... ad una missione della donna?

Giulia                          - Certo. Piacere agli uomini.

La Baronessa              - (con la solita malignità) Peccato che sia una missione alla quale ad un certo momento bisogna rinunziare.

Giulia                          - Meglio dare le dimissioni che esser collocate in pensione.

Il Duca                        - (galante) Che importa, se lo spirito soprav­vive alla carne? Io son sempre disposto ad amare in una donna la grazia del suo spirito.

Giulia                          - Lo dite ora, duca. Ma qualche anno fa certa­mente preferivate la carne invece dello spirito.

Il Commendatore       - Toccato, caro duca.

Il Duca                        - (calmo) Fra qualche anno toccato sarete voi.

Il Commendatore       - (è rimasto un po' male).

Il Duca                        - Vi rimarrà sempre la soddisfazione di ado­rare una donna in ginocchio.

Mariella                       - In ginocchio. Ecco come dovrebbero stare sempre gli uomini innanzi a noi. (A Giulia come volendosela ingraziare) Vero, signora?

Giulia                          - Adorazione accompagnata da offerte.

La Baronessa              - (acre, a Giulia) Voi siete stata adorata molto, vero?

Giulia                          - Ogni donna ha gli uomini che si merita.

La Marchesa               - Perché la signorina non parla? (In­dica Elsa) Se le sue idee hanno l'armonia dei suoi arre­damenti, sentiremo cose molto interessanti.

Elsa                             - (presa alla sprovvista) Ma... veramente... io...

Il Duca                        - Signorina, le donne che lavorano hanno grande influenza nella società d'oggi. Il vostro parere perciò conta più del mio che non ho mai lavorato e spero di non lavorare mai.

La Baronessa              - (a Elsa) Siete stata silenziosa tutta la sera. E non potete tacere ancora, altrimenti penseremo male di voi.

Giulia                          - Parlate, Elsa. Non per evitare che si pensi male di voi, ma per convincere queste signore che anche voi avete un cervello e sapete usarlo.

Il Commendatore       - Che sappia usarlo, ce ne siamo già accorti. (Indica le pareti rinnovate intorno).

La Marchesa               - Veramente di gusto.

Il Duca                        - Ecco un ambiente nel quale vivrei vo­lentieri.

Giulia                          - No, duca. Vi vendereste anche questo.

La Marchesa               - (a Elsa) Avete arredato voi la casa dei Larios?

Elsa                             - Sì.

La Baronessa              - Allora potete dirci chi è stato a vo­lere le camere da letto divise. Lui o lei?

Elsa                             - Mi dispiace, ma non so. Io ho ricevuto l'ordi­nazione e non mi sono curata d'altro.

Giulia                          - Le ricerche di Elsa si limitano al tempera­mento dei padroni di casa. E non sempre indovina.

La Baronessa              - Oh con voi il suo compito non deve esser stato difficile. C'era vostro nipote ad aiutarla.

Giulia                          - Mio nipote? (Ma si ferma un po' smarrita perché intuisce negli sguardi degli altri e nell’imbarazzo diffuso una malignità che le sfugge. Perciò tenta di rea­gire con il suo solito spirito) Oh, io l'ho tenuto lontano il più possibile. Perché a far parlar male della mia famiglia basto io.

La Baronessa              - Scusate, ma credevo che la signorina e vostro nipote si ispirassero per la vostra casa ai modelli della Galleria Moderna.

Giulia                          - (un po' vibrante, a Elsa) Ci siete stata?

Elsa                             - Sì. Volevo riprendere certi effetti scenografici di Seleny in uni suo ultimo quadro. Ma vostro nipote mi fece notare che non si addicevano alla vastità delle vo­stre sale.

La Marchesa               - Bisogna riconoscere che vostro nipote ha gusto.

La Baronessa              - (con acidità) E occhio.

Giulia                          - Già. (Con intenzione che vuol essere diretta a Elsa) E' capace di rovinare tutto, con molta grazia. (Alla baronessa, ricambiando la battuta) Altri invece non hanno più nemmeno quello.

Il Duca                        - Giusto. Lo stile è tutto. L'altro giorno, per esempio, nell'accompagnare gli Olitimi due miei antenati dal mio amico l'antiquario ebbi un vero successo. E sa­pete perché? Perché ebbi il buon gusto di farmi prestare il landò dalla marchesa di Carachel. Facemmo una scar­rozzata magnifica.

Il Commendatore       - Li ho rivisti i vostri due antenati. Li ha comprati un grossista, mio cliente.

Il Duca                        - (asciutto) Non importa. In vita loro hanno visto di peggio.

Giovanni                     - (si affaccia annunciando) Il signorino.

La Baronessa              - Benvenuto all'ospite inatteso.

Giulia                          - Certo io non ti avevo invitato.

Elsa                             - (si allontana senza parere dalla comune dalla quale entrerà Mario per andare verso l'altro angolo della scena).

Mabio                         - (apparendo sulla soglia, con un leggero inchino) Signore. Signori. Cara zia, contieni il tuo giusto sde­gno, se io così sfacciatamente violo la consegna di te­nermi al largo dalla rinnovata casa. Ma il desiderio di rendere omaggio a queste graziose dame è stato più forte del mio rispetto per te.

La Marchesa               - Siete perdonato.

Giulia                          - (alla marchesa) Un momento. Voi potete per-donarlo, perché non avete nipoti. Ma io no. ,

Mario                          - Zia, sai bene che da ventotto anni andiamo avanti così: tu a negarmi il tuo perdono ed io a combi­nare sempre nuovi guai. Rassegnati, dunque. E lascia che ammiri anch'io l'opera della nostra Elsa.

Giulia i                        - Nostra? (Ma nel pronunziare questa parola ne è essa stessa colpita. Ora s'accorge che Elsa s'è tenuta in disparte. In lei si va oscuramente precisando per la prima volta che fra quei due deve esserci qualcosa. Ma tenta dissipare subito questa impressione) Per quel che c'è idi tuo qui dentro!

Mario                          - (con un sorriso che fa ghiacciare Giulia) C'è più di quanto credi. Vero, signorina?

Elsa                             - (confusa) Forse...

La Baronessa              - (a Mario) Avete collaborato anche voi, a tutto questo?

Giulia                          - (al commendatore) Lui non fa, se mai disfà.

Mario                          - La mia collaborazione s'è limitata a qualche idea che la signorina Elsa ha avuto l'intelligenza di non disprezzare. Del resto, di piccole idee ben sfruttate vive la società, direbbe mia zia.

Giulia                          - Non ti autorizzo ad esprimere i miei pen­sieri.

Il Duca                        - Perché? Voi siete simpatica e divertente, appunto perché osate dire quello che gli altri tacciono. E io vengo qui per rifarmi dell'ipocrisia che incontro altrove.

Giulia                          - Oggi non c'è nemmeno più gusto a dir la verità: credono che si mentisca.

Giovanni                     - (annunciando) 'La principessa Auspitz di Bagdastein.

Giulia                          - (a Giovanni) E' già qui?

Giovanni                     - (impassibile) In, questo momento la met­tono nell'ascensore.

La Marchesa               - Povera zia, si muove così raramente!

La Baronessa              - (colpita) La principessa! Non avrei creduto che frequentasse ancora, i salotti.

Giulia                          - Oh, va soltanto in quelli simpatici, come dice il duca. (Agli altri) Permettete che le vada incontro.

Il OtrcA                      - Vi seguiamo. (Preceduti da Giulia escono a poco a poco tutti dalla comune in fondo. Anche Mario sta per uscire, ma Elsa gli si avvicina e mormora quasi impercettibilmente)

 Elsa                            - Aspetta un momento.

Mario                          - (fa l'atto di passar oltre).

Elsa                             - (c. s., ma con più animazione) Ti supplico.

Mario                          - (fermandosi, con simulala indifferenza) Vo­lete parlarmi? Non è il momento adatto perché desidero rendere omaggio alla principessa.

Elsa                             - (con contenuta disperazione) Oh, smettila con codesto tono. E dammi del tu. Come sempre.

Mario                          - Potrebbero sentirci. Mi seccherebbe.

Elsa                             - Credi che gli altri non sappiano nulla di noi due? Prima che tu entrassi mi hanno tormentata ab­bastanza.

Mario                          - Malignino pure. L'importante è che non sap­pia mia zia.

Elsa                             - Son dunque questi scrupoli improvvisi che t'hanno reso latitante da due giorni? Sai che tutto il pomeriggio t'ho aspettato ancora?

Mario                          - Non ho avuto tempo. Chiedo scusa.

Elsa                             - Prima avevi fin troppo tempo per me. Tanto che dovetti pregarti di venire meno spesso in ufficio per non irritare i padroni.

Mario                          - Ho ubbidito.

Elsa                             - (contenendosi meno) No. Non così. Non gio­care sulle parole. Non continuare a giocare con tutto.

Mario                          - (con stanca sopportazione) Vedo che codesto è il preambolo d'una scena madre con lacrime e invoca­zioni. A parte il fatto che io detesto le scene, non mi sembrano né il luogo né il momento adatti...

Elsa                             - Eh, già, se stessi ad aspettare te, il luogo e il momento non verrebbero mai.

Mario                          - (siede) E non sarebbe meglio? Una ragazza dinamica e moderna quale ti vanti di essere deve rifug­gire da ogni debolezza del sentimento. Sono parole tue, se ben ricordo.

Elsa                             - Lo credevo prima di conoscere te. Tu mi hai provato che son come le altre. Forse più debole delle altre. Non importa. Anche se oggi mi sono avvilita sino a supplicarti, tu non puoi distruggere d'un colpo questi due mesi che son stati Ira noi. Non puoi. Sei cinico, superficiale, volubile, ma non puoi disconoscere che t'ho voluto bene senza chiederti nulla.

Mario                          - Sì. Ammetto che sei stata carina con me.

Elsa                             - «Carina»? Non trovi altro che una parola così banale tu, per lo slancio con cui mi son data a te? Oltre tutto non è da uomo di gusto, quale sei, cavartela con una sciocca parola.

Mario                          - Cos'è? Vorresti ipotecarmi la vita, forse?

Elsa                             - No, Mario, non equivocare. Sai bene che sarei contenta di viverti vicina senza avanzare alcun diritto. Sono indipendente, lavoro, guadagno e posso disporre di me stessa come credo. Ma se parlo è per te, perché soffro nel vedere il tuo ingegno inutilizzato, le tue ener­gie inaridirsi in questa atonia, indegna di un giovane forte, sano, intelligente.

Mario                          - Ne ho già abbastanza delle prediche di mia zia.

Elsa                             - Ma io ti amo, Mario. E' diverso. Ascoltami! Accetta l'offerta che t'ho fatta fare dalla mia Ditta. Con la tua cultura artistica e il tuo gusto moderno ti mette­resti subito in evidenza... sarebbe facile allora venir via, ottenere dei clienti e avviare un'azienda per conto nostro. Tua zia, son sicura, ci aiuterebbe. In breve avremmo una posizione tranquilla.

 Mario                         - Detesto le posizioni stabili. E arredare le case dei borghesi mi ripugna.

Elsa                             - Allora ti occuperai d'altro. Di case arrede­remo soltanto la nostra. Io e tu. Ci pensi come la fa­remmo bella? Intima, viva.

Mario                          - Ormai son convinto che non c'è casa migliore dell'albergo.

Elsa                             - (aggrappandosi a lui) E allora viaggeremo, andremo negli alberghi. Io so disegnare, da lavorare troverò sempre. In qualche modo ce la caveremo, vedrai, ma dimmi ancora che mi ami...

Mario                          - (scettico) Credi di poter vivere così...

Elsa                             - Ho qualche cosa da parte. Per i primi tempi basterà.

Mario                          - (svincolandosi) No, cara. Non sono ancora sceso tanto in basso... Aiuti di questo genere non mi servono...

Elsa                             - Scusami. Non volavo offenderti... ma è l'ansia di farti sentire che io ti son vicina. Che non chiedo nulla, tranne un po' di amore. Perché non ho amato altri prima di te. Lo sai. E nonostante tutto, c'è qual­cosa che ci unisce: l'identità dei gusti, l'amore dell'arte: tu sei stato in questi due mesi il mio più saggio consu­lente d'estetica. Ti piace che ti chiami così?

Mario                          - (sorride).

Elsa                             - E sarai ancora questo. Io ti chiederò: Credi che vadano bene queste stoffe? E queste decorazioni? Tu mi risponderai con uno dei tuoi terribili paradossi. E io sarò contenta. E a sera, stanca, poserò la testa sulle tue ginocchia... (Prendendogli una mano quasi con im­pero) Promettimi che verrai. Promettimi che verrai da me questa sera, uscendo di qui.

Mario ;                        - Vedrò.

Elsa                             - No. Devi venire. T'aspetterò. Sarò in piedi sino a tardi. E ho tante cose da mostrarti. Ho avuto l'or­dinazione di Kapar.

Mario                          - Il gioielliere?

Elsa                             - Proprio lui. Ed ho mani libere. C'è da sbiz­zarrirci come vogliamo. Qualunque stile. Qualunque epoca.

Mario                          - (tentato) Si potrebbe suggerirgli un barocco modernizzato. Pensavo l'altro giorno a degli effetti sor­prendenti che si potrebbero ottenere...

Elsa                             - (interrompendolo) Mi dirai tutto stasera. Ti aspetto.

Mario                          - Va bene.

Elsa                             - Grazie. (Stringe istericamente il braccio di Mario, che per un attimo lascia fare, poi si svincola con una certa dolcezza).

Mario                          - Bisogna andare. Altrimenti noteranno la no­stra assenza.

Elsa                             - (scuotendosi) Sì. Scusami. (Istintivamente si mette un po' in ordine).

Mario                          - (col suo solito tono distaccato) E' riuscito abbastanza bene questo ambiente. Peccato che debba abitarci mia zia.

Elsa                             - Cos'hai contro di lei? E' così buona con te!

Mario                          - Appunto per questo. Non le perdono la sua ricchezza. (I due fanno per avviarsi. Ma un rumore di voci che si avvicina li ferma e sulla soglia appaiono Giulia che dà il braccio alla principessa Auspitz di Bagdastein che dall'altro lato si appoggia al duca Hatvani. Seguono gli altri come in corteo. La principessa è un vecchio ma certo oltre gli ^Hmto: tutta bianca, ma imbellettata, si tien su quasi a dispetto. Si ha l'impressione dì una tragica maschera da un momento all'altro debba venir giù e sfasciarsi, mémào la sua anima di stoppa. Ha una foce strana­mente roca).

Il Duca                        - (continuando a far da cicerone, ma senza entusiasmo) E questa è la sala cosiddetta del rifiuto.

La Principessa             - Dei rifiuti?

Giulia                          - No. Del rifiuto.

La Principessa             - (a Giulia) E perché?

Giulia                          - Non lo so. Perché io non so cosa hanno fatto qui i suoi antenati! (Indica il duca).

Il Duca                        - Perché qui una mia trisavola, Veronica Hatvani, disse di no a un bifolco arricchito che la chie­deva in moglie.

Li Principessa             - Fece bene.

Giulia                          - Fece male. Perché coi quattrini del bifolco la vostra casa sarebbe rifiorita invece di appassire.

Il Duca                        - Cara signora, si appassisce solo quando si muore. Vero, principessa?

La Principessa             - (secca) Non lo so, perché io ho deciso di non morire. (C'è un attimo di disorientamento tra gli invitati perché nessuno sa come interpretare la risposta della vecchia).

Giulia                          - Non potreste insegnarmene il segreto?

La Principessa             - E' un segreto che non deve uscire fuori della mia famiglia.

Giulia                          - Peccato! E come mai i vostri son tutti morti, prima di voi?

La Principessa             - (seria) Sono stati poco costanti. Ar­rivati ai novant’anni si lasciavano andare.

Il Duca                        - Dunque trovate anche voi che a questo mondo non ci si sta poi tanto male.

La Principessa             - Oh, non è per il mondo. Ma per puntiglio. In tutte le cerimonie ufficiali la vecchia prin­cipessa di Corawitz occupa sempre il posto avanti al mio. Le spetta per rango. Sono sessantadue anni che io me la trovo sempre innanzi. Ora solo se lei muore prima di me, io potrò occupare quel posto ai suoi funerali. Perciò aspetto. Duca, vogliamo proseguire?

Il Duca                        - (esegue. / due si avviano seguiti dagli altri).

Giulia                          - (come per richiamare l’attenzione della prin­cipessa) Anche questa sala è stata arredata su disegno e progetto della signorina Elsa.

La Principessa             - (indifferente) Sì? (Continua a cam­minare).

Giulia                          - (tenace) La signorina ha preferito orientarsi verso i colori teneri...

L» Principessa            - (al duca, come in confidenza) Anch'io preferisco la roba tenera. Per via dei denti. E voi?

Il Duca                        - Nella mia famiglia denti e debiti non son mai mancati.

La Principessa             - Fate bene. Gli uni e gli altri ser­vono per mangiare. (/ due ormai sono sulla soglia).

Giulia                          - (forte a Elsa) Signorina, volete illustrare voi le altre sale alla principessa? (E siccome Elsa resta ferma senza capire, imperiosa) Prego, accompagnate la principessa.

La Principessa             - (a Elsa, cordiale) Venite, signorina, mi direte come riuscite a spogliare tanto le pareti. Ai miei tempi ci si appendeva invece tanta roba. (Si appoggia anche al braccio di Elsa e così tutti escono).

 Giulia                         - (che s'è tenuta apposta indietro, al nipote che sta per uscire) Fermati un momento.

Mario                          - Cara zia, mi pare corretto che almeno un rappresentante della famiglia accompagni la principessa.

Giulia                          - Sapessi quanto me ne infischio della princi­pessa!

Mario                          - Come? Ne parli male dopo aver brigato tanto per averla? Ah, zia, non ti riconosco più.

Giulia                          - Ed io invece ti conosco bene, purtroppo. Ecco perché voglio sapere quello che c'è fra te ed Elsa.

Mario                          - Elsa? E' una simpatica ragazza. Un po' pro­vinciale forse nel gusto, perché t'assicuro che quel po' di moderno che hai qui dentro lo devi a me.

Giulia                          - Non cambiarmi le carte. Parlo dei vostri rapporti. Cosa c'è fra voi due?

Mario                          - Null'altro che una buona amicizia.

Giulia                          - (scrutandolo) Se così fosse, la gente non si divertirebbe a chiacchierare. Stasera ho avuto la sensa­zione, quando sono stati pronunziati i vostri nomi, che la gente dovesse sapere qualche cosa che io non so.

Mario                          - Oh, la gente fa presto a malignare... Sapessi quel che dicono di te!

Giulia                          - Oh, per me! Vi hanno visto insieme.

Mario                          - Se vuoi proprio saperlo, Elsa ha preso una cotta per me.

Giulia                          - (stupita) Via, non è possibile!

Mario                          - Perché? Credi che non possa piacere alle ragazze? Eppure t'ho sempre dimostrato il contrario.

Giulia                          - Si trattava di ochette sulle quali non era difficile far colpo con le tue arie di uomo vissuto. Ma Elsa è intelligente e avrebbe dovuto capire che il tuo spirito e la tua vivacità non sono che vernice, specchietto per le allodole.

Mario                          - Mi dispiace deluderti, cara zia. Ma Elsa ha subito proprio il fascino della mia intelligenza, (decla­matorio) e nel clima dell'arte le nostre anime si rico­nobbero sorelle!

Giulia                          - Buffone! Non è possibile... che allora Elsa non sarebbe quella che io conosco, la ragazza chiara, diritta e onesta che ho avuta accanto in questi due mesi ; ma un'altra, una ragazza come tutte, capace di subire il fascino di un ragazzaccio come te. No, non posso pen­sarci. Dì la verità. Hai voluto vivere con lei una delle tue solite avventure. E t'avevo messo in guardia!

Mario                          - (calmo, perché ha deciso di mentire, sfruttando la situazione) Frena il tuo santo sdegno. Ella è pura siccome un angelo.

Giulia                          - (subito più calma) Tu l'hai rispettata?

Mario                          - Sì.

Giulia                          - (che comincia a credergli e s'illumina in volto) E perché?

Mario                          - Perché mi piace.

Giulia                          - Chi mi assicura che tu mi dica la verità?

Mario                          - Perché non te la direi? Oh, la tua collera! Sai bene che me ne rido dei tuoi rimproveri. Se vuoi una prova: eccola. Stasera le avevo promesso di andare da lei. E' la prima volta. (Infervorandosi nella sua men­zogna) S'era deciso d'accordo di aspettare questa sera perché si voleva vedere prima finito il suo lavoro qui. Capisci? Come una posta con noi stessi. E l'avevamo rispettata. Elsa mi aspetta stasera. E' la prima volta.

Giulia                          - (ormai credula nel suo affetto) La prima volta...

 Mario                         - (con una lievissima sfumatura d'ironia) Na­turalmente.

Giulia                          - Tu non ci andrai.

Mario                          - Oh, bella! E perché?

Giulia                          - Non ci andrai. Hai capito? Non voglio.

Mario                          - Cara zia, son maggiorenne ed Elsa anche. Tu non puoi impedire a due esseri liberi e coscienti di far quel che più loro piace. 0 sei diventata moralista a un tratto?

Giulia                          - Sai bene che me ne rido della morale! La stimo una ragazza seria e non voglio che si perda così con te. E poi hai detto che non ti piace.

Mario                          - Se dovessi andare solo con quelle che mi piacciono... Ho gusti difficili io!

Giulia                          - Con le altre sia pure, ma con lei no!

Mario                          - Scusa, zia, puoi privarmi dei tuoi soldi finché ti pare, ma non controllare la mia condotta. E poi cos'è quella ragazza per te?

Giulia                          - Nulla, ma mi ricorda quello che ero io alla sua età, dopo di aver conosciuto un tipo come te. Io mi sono saputa rialzare. E come! Ma lei col suo carattere chiuso dove andrebbe a finire?

Mario                          - Esagerata! Se ogni volta che una donna si dà ad un uomo si dovessero suonare le campane a morto, il mondo si ridurrebbe a un continuo funerale!

Giulia                          - (decisa) Sarà meglio che tu parta.

Mario                          - Non ricominciamo con & viaggi. Se credi di potermi rispedire in provincia, ti sbagli.

Giulia                          - Andrai dove vorrai. E ti divertirai finche vorrai.

Mario                          - C'è poco da stare allegri se mi passi pochi soldi. L'ultima volta dovetti ridurmi in alberghi mediocri indegni della mia classe.

Giulia                          - Andrai in grandi alberghi.

Mario                          - (sfruttando là situazione) Per due o tre setti­mane e poi qui a stecchetto? No. Preferisco la medio­crità di Elsa.

Giulia                          - Starai via quanto vorrai.

Mario                          - (stupito) Con danari a sufficienza per menare una vita come piace a me?

Giulia                          - Danari a sufficienza.

Mario                          - Danaro contante?

Giulia                          - No, assegno mensile, da spendere come ti pare.

Mario                          - E sia. Accetto. (Rivolto alla comune, decla­matorio) Addio, Elsa! (A Giulia) Quando partirò?

Giulia                          - Domattina. Ma c'è una condizione.

Mario                          - Ahi, ahi...

Giulia                          - Non partirai solo.

Mario                          - Vuoi darmi un domestico?

Giulia                          - No. Una donna.

Mario                          - Una governante. ,

Giulia                          - No. Un'amante.

Mario                          - Saprò procurarmela da me.

Giulia                          - Ho bisogno di una che m'informi dei tuoi passi. E che ti faccia spendere il danaro nel tempo sta­bilito.

Mario                          - E chi sarebbe?

Giulia                          - Non so ancora.

Mario                          - E tu credi ch'io vada con una qualunque?

Giulia                          - Non sarà una qualunque, ma una persona che ti farà fare bella figura. E adesso scrivi un biglietto. (Indica una specie di scrittoio).

 Mario                         - (esita un po') Posso fidarmi?

Giulia                          - Sai che ho sempre mantenuto.

BIario                         - (alla scrivania) Cosa devo scrivere? (Si ac­cinge a scrivere).

Giulia                          - Poche parole. « Cara Elsa, ci ho ripensato. Preferisco: no». E la tua firma.

Mario                          - (esegue) Posso aggiungere due parole?

Giulia                          - Quali?

Mario                          - « Senza rancore ».

Giulia                          - Va bene.

Mario                          - (scrive ancora. Poi, porgendo la lettera) Ecco.

Giulia                          - (la rilegge) Adesso torna in sala. Forse fra poco saprai chi è la dama che ti accompagna. Intanto eccoti del danaro!

Mario                          - Zia!

Giulia                          - Che c'è?

Mario                          - Ti prego di non scegliermi la principessa Auspitz di Bagdastein. (Esce).

Giulia                          - (rimasta sola, sta un attimo come incerta, poi va ad un campanello, suona. Appare Giovanni).

Giovanni                     - Comandate.

Giulia                          - Avete disposto i tavoli per il gioco?

Giovanni                     - Son già pronti. Qualcuno ha già preso posto.

Giulia                          - E dite, Giovanni, come vi pare sia riuscito il mio primo ricevimento?

Giovanni                     - Perfetto.

Giulia                          - Allora se ho la vostra approvazione posso stare tranquilla. E mi raccomando, se avete qualche os­servazione da fare, fatemela pure. Io non sono formalista.

Giovanni                     - Me ne sono accorto! La signora può fidarsi di me.

Giulia                          - Pregate il duca e la marchesa di venir qui un momento. Prima il duca.

Giovanni                     - Subito. (Esce).

Giulia                          - (va ad un tavolo, prende del danaro, lo conta. Entra il duca).

Il Duca                        - Mi avete fatto chiamare?

Giulia                          - Scusate, duca, avete cominciato a giocare?

Il Duca                        - Sì. Ed ho già perduto.

Giulia                          - Benissimo.

Il Duca                        - Benissimo? Se continua così, temo che do­mani dovrò portare dal mio buon amico l'antiquario la tabacchiera di mio nonno: l'ultimo cimelio di famiglia.

Giulia                          - Continuate a perdere. (Gli dà il danaro).

Il Duca                        - (prendendolo) Perdere?

Giulia                          - Sì. Il più possibile.

Il Duca                        - Scusate. Perché dovrei essere sempre cosi sfortunato?

Giulia                          - E' necessario. Volete che la prima volta che la gente viene in casa mia, se ne vada senza la soddisfa­zione d'aver vinto? No. Conosco i miei doveri di padrona di casa. Più tardi anch'io parteciperò al gioco, e cercherò di beneficare i miei ospiti in eguale misura.

Il Duca                        - Con questa vostra disposizione di animo la gente farà a pugni per partecipare ai vostri mercoledì.

Giulia                          - E allora sceglieremo noi gli ospiti.

La Marchesa               - (si affaccia sulla soglia).

Giulia                          - Venite, cara marchesa. Il duca è venuto ad invitarmi a giocare. Ma io sono un po' stanca. (Al duca) Andate, caro duca. Non vi trattengo.

Il Duca                        - Grazie.. (Esce).

Giulia                          - Cara marchesa.

La Marchesa               - Cosa avete?

Giulia                          - Mio nipote. Mi dà sempre delle preoccu­pazioni.

La Marchesa               - Qualche nuova pazzia?

Giulia                          - Pensate! Si è innamorato di voi.

La Marchesa               - Di me?

Giulia                          - Sì. Di voi.

La Marchesa               - Permettete che rida! (Ridendo) Scu­sale, ma con voi si passa di sorpresa in sorpresa.

Giulia                          - E' stata luna sorpresa anche per me.

La Marchesa               - E voi gli credete?

Giulia                          - Perché non dovrei?

La Marchesa               - Vostro nipote è un buffone che vuol divertirsi alle mie spalle,

Giulia                          - Perché? Voi siete una graziosa donnina. Semate, siete ricca?

La Marchesa               - Vi avrei pagato i mensili!

Giulia                          - Avete ragione. Pensate, mio nipote, mi ha confessato dì essere così innamorato che vuole assoluta­mente partire con voi!

La Marchesa               - Non mi ha mai detto niente!

Giulia                          - E' fatto così, lui. E' pazzo! Figuratevi, ha ventimila pengo in banca e spera di consumarli con voi. Mi ha detto che verrà questa sera da voi a dichiararvi il suo amore. Dissuadetelo, ve me prego!

La Marchesa               - Perché dovrei farlo? In fondo è un giovane simpatico.

Giulia                          - Certo, meglio che si sia innamorato di voi che siete una donna per bene, che di una di quelle si­gnore che sono di là.

La Marchesa               - (preoccupata, con vivacità) Se è inna­morato di me, quelle signore son fuorì causa!

Giulia                          - A me non dà più ascolto. Ve ne prego, par­lategli voi. E' di là, in sala, che gioca.

La Marchesa               - Gioca? Non perderà, spero... Lasciate che vada a vedere... (S'avvia in fretta).

Giulia                          - (con intenzione) Dissuadetelo, ve ne prego.

La Marchesa               - (con aria furba) Non temete. Ci penso

Giulia                          - Perché avete tanta fretta di andarvene? La-sciate che vi osservi. Dobbiamo stare un po' insieme noi due. Porse vi racconterò la mia vita. Chissà che non possa servirvi.

Elsa                             - (che sta sulle spine) Ormai...

Giulia                          - (che segue il suo pensiero) Lo so. L'esperienza degli altri non serve a nulla. Ma forse potrebbe farvi capire che quando si è giovani bisogna sapere scegliere l'uomo che ci avrà. Perché da lui potrà dipendere tutta la nostra vita.

Elsa                             - (interrompendola) Non capisco perché mi par­liate così stasera.

Giulia                          - Scusatemi...

Elsa                             - (decisa ad andarsene) Buona sera. E grazie dell'invito.

Giulia                          - (ormai non controllandosi) Aspettate. Io so dove andate.

Elsa                             - (stupita con voce ferma) A casa vado.

Giulia                          - Certo. Ma aspettate qualcuno...

Elsa                             - (disorientata) Qualcuno?... No

Giulia                          - (ormai decisa ad andare fino in fondo) Sì. Mario... lo so... me l'ha confessato lui stesso.

Elsa                             - Mario? Non vi credo.

Giulia                          - Sì... dice che siete innamorata di lui ma io non gli credo. Siete troppo intelligente per non capire quanto sia falso e superficiale quel ragazzo.

Elsa                             - Non dovete parlare così di lui.

Giulia                          - Ah! Sarebbe dunque vero? Gli sarebbe riu­scito di farsi amare da voi? Ma, ragazza mia, voi non lo conoscete.

Elsa                             - Lo conosco benissimo. E' un giovane d'inge­gno che non ha ancora trovato la sua strada.

Giulia                          - La sua strada l'ha trovata più d'una volta. Ed era sempre una strada che conduceva dritta chissà dove, se non ci fossi stata sempre io a salvarlo...

Elsa                             - Cosa dite?! (Esce in gran fretta).

Giulia                          - (siede per un attimo su una poltrona soddi­sfatta del colpo riuscitole. Ma è distratta dall'ingresso di fisa che, più che camminare, sembra essere scivolata mi­steriosamente in scena. Elsa ha con sé il soprabito e siringe in mano il cappello). Perché avete lasciato la sala da gioco? Non vi sentite bene?

Elsa                             - Tutta quella gente mi dà fastidio. Sono persone che s'interessano più alle carte che all'arte. Se avessimo preparato loro stanze bianche di calcina con un gran ta­volo da gioco avremmo ottenuto lo stesso effetto. Essi non meritano una «casa».

Giulia                          - Ma io sì, perché era il mio sogno. L'unico che mi accompagnasse dovunque. In fondo ho accumu­lato solo per questo. Dovunque fossi, bastava che chiudessi gli occhi per dimenticare la gente che mi circon­dava, gli uomini che mi erano d'intorno a me ero co­stretta sorridere per pensare: « Che importa, purché abbia anch'io un giorno la mia casa! . Voi non sapete cosa sia questo bisogno che si avverte ad una certa età di fermarsi su qualcosa dì solido, di definitivo.

Elsa                             - Voi potete essere soddisfatta. Avete avuto un grande successo. Di là parlan tutti bene di voi. Ma io sono un po' stanca e preferisco andare. Non se ne accor­geranno nemmeno

Giulia                          - La verità. Conservo ancora le cambiali con la mia firma. Oh, è molto abile nel rifarla. Ora ha smesso perché gli ho fatto provare un discreto spavento. V'assicuro che se non fosse per il ricordo del mio povero fra­tello a quest'ora... Ed ecco l'uomo di cui vi siete inna­morata.

Elsa                             - Ora più che mai sento che egli ha bisogno di me ed io devo salvarlo col mio amore.

Giulia                          - Voi? Cosa volete fare? Forse s'egli vi amasse...

Elsa                             - Chi vi dice ch'egli non mi ami... ,

Giulia                          - Non è un ragazzo capace d'un sentimento serio. Egli gioca con voi come con le altre. Solo per la vostra incredibile inesperienza, poiché data la vostra vita di lavoro, alla vostra età, siete rimasta pura come una bambina... Ed è per questo che voglio impedirvi di com­piere una sciocchezza prima che sia troppo tardi. E non voglio che il male vi venga proprio da mio nipote.

Elsa                             - (un po' fredda) Io apprezzo i vostri sentimenti a    mio riguardo. Ricambio la vostra simpatia, ma non vi permetto di entrare nella mia vita. Non l'ho permesso nemmeno a mia madre. (S'ovvio).

Giulia                          - No, Elsa.

Elsa                             - E' tardi. Non mi piace far aspettare Mario. Come vedete, quello che mi avete detto di lui non è bastato a dissuadermi. E son certa che, in fondo, a suo modo, anch'egli mi ama,

Giulia                          - (le mostra il biglietto) Non aspettatelo. Non verrà. Ecco qua.

Elsa                             - (tornando indietro) Cosa dite?

Giulia                          - Non vi ama! Ha potuto rinunziare facil­mente a voi. Leggete.

Elsa                             - (dà uno sguardo al biglietto, poi fa l'atto di cor­rere verso la sala).

Giulia                          - Non' è più in sala. Sono certa che ha lasciato questa casa. E domattina partirà. Non lo rivedrete.

Elsa                             - (è annichilita) Se ne è andato!

Giulia                          - Non vale la pena che voi spargiate una sola lacrima per lui. Gli uomini non meritano che si soffra per loro.

Elsa                             - (scoppiando) Siete «tata Voi. Voi ad allonta­narlo da me. Adesso capisco il vostro tono di poco fa. Voi. Voi. Confessatelo!

Giulia                          - Sì. Non è azione di cui debba vergognarmi. Io vi salvo! Stavate per fare una sciocchezza della quale vi sareste pentita.

Elsa                             - Non so che farmene del vostro interessamento. Voi siete egoista e cattiva perché avete allontanato da me l'unico essere che amavo.

Giulia                          - Voi valete troppo per lui.

Elsa                             - (scattando) Ah, sì, credete d'avermi salvata voi? D'aver compiuto il nobile gesto? Ebbene sappiate che io sono stata già sua, sua. Capite?

Giulia                          - (colpita) No. Non è vero. Non può essere.

Elsa                             - Perché? Non sono anch'io una donna come tutte?

Giulia                          - Non come tutte, voi. No.

Elsa                             - (quasi piangendo) Da quasi due mesi ero la sua amante. Pochi giorni dopo il nostro primo incontro qui. E sono stata sua, spontaneamente, sempre.

Giulia                          - (con dolore) Voi...

Elsa                             - (quasi raggiante) Sì. E ci siam visti quasi tutte le sere dopo che c'incontravamo qui correttamente in­nanzi a voi. Sì.

Giulia                          - E adesso non sentite disgusto per l'uomo che può lasciarvi così? i

Elsa                             - No. No. E anche se non lo vedrò più sono felice di essermi data a lui. Felice.

Giulia                          - Ah, siete anche voi come tutte! Andate, andate pure. Mi sono sbagliata sul vostro conto.

Elsa                             - Vado. E sono felice, sappiatelo, perché è per lui e nel suo amore che ho conosciuto la vita. E anche se non lo vedrò più, il suo ricordo non mi abbandonerà mai perché è mio, mio e voi non potrete togliermelo. (Esce).

Giulia                          - Anche lei, come tutte!

Giovanni                     - (affacciandosi) La signora ha chiamato?

Giulia                          - (scuotendosi) No, Giovanni.

Giovanni                     - Scusate, mi era parso.

Giulia                          - Mio nipote gioca sempre?

Giovanni                     - E' uscito poco fa con la marchesa.

Giulia                          - (ha un gesto di noncuranza) E il gioco come procede?

Giovanni                     - Come la vita, signora. Qualcuno vince e qualcuno perde.

Giulia                          - Qualcuno perde sempre... E il duca vince?

Giovanni                     - E' un gran signore! Non può che perdere! (Da destra brusìo animato. Poi irrompe in iscena il duca stringendo fra le mani molto danaro. Il duca è eccitato, quasi fuori di se).

Il Duca                        - Signora, signora, guardate: ho vinto

Giulia                          - (sbalordita) Avete vinto? Ma come? Sevi avevo raccomandato di perdere!

Il Duca                        - Che volete? Più cercavo di perdere, pii vincevo. Li ho sbancati tutti. Erano dodici anni che noi mi riusciva più un colpo così bello!

Giulia                          - Ma come? La prima volta che la gente viene in casa mia voi la sbancate!

Il Duca i                      - Si vede che la vostra fortuna si è attaccate a me.

Giulia                          - Mi avete rovinata! Mi avete rovinata!

Il Duca                        - Oh, signora ho tanto perduto do nei salotti degli altri e in quelli della principessa poi!

Giulia                          - (impressionata) La principessa? Ma quella l'avrete rispettata, spero!

Il Duca                        - Ha perduto più di tutti. E' senza fiato. Vi assicuro che se non muore adesso, veramente non muore più! (Da destra vocìo più animato).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

Sei mesi dopo. La stessa scena del secondo atto. Ma vi sono dei nuovi quadri disposti con molto buon gusto, Giulia sta consultando un grosso album di riproduzioni di pitture. È il primo pomeriggio.

Giulia                          - (sfoglia, guarda, legge) « Chi si ferma alla prima impressione che il quadro gli suggerisce è un portoghese non allenato ad approfondire i misteri della pittura contemporanea ». (Smettendo di leggere) Dio, com'è! difficile! (Leggendo) «Perciò se di fronte a un'opera d'arte d'oggi voi non capite subito nulla, rallegratevi! State per entrare nella schiera degli eletti». (Smetterli di leggere) Allora sono tranquilla!

Giovanni                     - (dalla soglia) Signora!

Giulia                          - Non disturbatemi. Sono qui a studiare. Tua la capisci la pittura moderna?

Giovanni                     - Io no.

Giulia                          - Allora sei un eletto anche tu. Che te ne pare di questo quadro?

Giovanni                     - (si è avvicinato e osserva l'album) Desiderate la mia opinione di domestico o di uomo?

Giulia                          - C'è una differenza?

Giovanni                     - Come uomo dovrei essere sincero.

Giulia                          - Sii uomo.

Giovanni                     - Non mi piace.

Giulia                          - Nemmeno a me. Secondo te cosa vedi qui?

Giovanni                     - Limoni, signora.

Giulia                          - No. Orgia di luce.

Giovanni                     - Perché?

Giulia                          - Chi lo sa. Mistero! (Pausa) E' un pittore moderno.

Giovanni                     - E' morto?

Giulia                          - No.

Giovanni                     - Peccato. (Altro tono) Verranno anche oggi degli artisti al tè della signora?

Giulia                          - Naturalmente. Ormai il mio salotto è un ritrovo d'arte. Ho notato che non sei sensibile al fa­lcino dell'arte.

Giovanni                     - Il signor duca ha sempre lodato la mia competenza artistica. Ogni volta che arrivavano gli uscieri io riuscivo a nascondere la roba di valore.

Giulia                          - E ne so qualcosa io! E poi non vi doveva esser difficile perché ce n'era così poca di valore.

Giovanni                     - (s'inchina ed esce).

Giulia                          - (riprende a leggere) «Una pittura che stia in ascolto della vita non interessa più. L'arte deve disin­teressarsi della vita per vivere nella propria verità ». Che diavolo vorrà dire?

Giovanni                     - (annunciando) Il signor duca. (Lascia passare il duca).

Il Duca                        - (venendo innanzi galante) Amica mia.

Giulia                          - (senza alzarsi) Caro duca! (Gli stende la mano).

Il Duca                        - (baciandogliela) Vi disturbo?

Giulia                          - (chiudendo l'album) No. Davo un'occhiata alla mostra di Kolosvar. Interessante.

Il Duca                        - Infatti. I critici lo esaltano come una rive­lazione. E trovano che non c'è nessun altro che dipinga lumi a petrolio così bene come lui. E il merito è tutto vostro che l'avete lanciato.

Giulia                          - Oh, io mi son limitata a dargli i mezzi per affittare una sala e mettere le cornici ai suoi quadri. Povero ragazzo, non aveva capito che molte volte il va­lore di un quadro sta tutto nella cornice.

Il Duca                        - Ancora una volta siete stata abilissima. Tutto si è risolto in una enorme pubblicità per voi. E oggi si parla del vostro salotto anche come d'un cena­colo d'arte.

Giulia                          - Oh, è così facile farsi la fama di mecenate! Bastano poche migliaia di pengo ad un artista senza mezzi, perché i giornali subito ti esaltino come uno spirito fine e sensibile. E tutti dimenticano quella che sei stata. Io trovo che il mondo è proprio organizzato a favore dei furbi. Peggio per chi non ne approfitta.

Il Duca                        - Infatti quando nelle mostre io vedo sotto un quadro il cartellino: «Acquistato dalla signora Bihàr» non posso fare a meno di sorridere.

Giulia                          - Figuratevi come vien da ridere a me alle sedute del Circolo artistico quando mi trovo al posto d'onore fra un ministro e un accademico.

Il Duca                        - A proposito, rallegramenti. Ho letto che vi hanno nominata socia onoraria per le vostre beneme­renze in favore del progresso culturale del paese.

Giulia                          - Benemerenze? Sfido, ho offerto il doppio di tutti gli altri soci riuniti insieme.

Il Duca                        - E avete diritto di voto?

Giulia                          - Naturalmente. E se sapeste com'è atteso il mio voto.

Il Duca                        - Siete dunque diventata una « compe­tente»?

Giulia                          - Amico mio, non si tratta di competenze. Gli altri possono dire «sì» finché vogliono, ma se non dice « sì » la signora Bihàr, i quattrini chi li caccia? Perché socio onorario vuol dire appunto questo: uno che paga le spese degli altri.

Il Duca                        - Straordinario. Avete stravinto, amica mia! Il fine che vi proponeste quel giorno quando m'invitaste ad assaggiare il vostro tè l'avete raggiunto. Siete entrata nel gran mondo. Anzi il gran mondo è venuto da voi.

Giulia                          - Non vi dissi che sarei riuscita, cori l'aiuto del mio protettore? (Accenna al danaro) Come vedete, non sbagliavo.

Il Duca                        - Sì, oggi la vostra riabilitazione può dirsi completa. Sono il primo a riconoscerlo.

Giulia                          - (con uno scatto) Riabilitazione? Chi ha mai parlato di riabilitazione? I poveri hanno bisogno di riabilitarsi. Io non sono povera.

Il Duca                        - (smontato) Scusate, ma credevo...

Giulia                          - Eh no, caro duca, ho accumulato appunto per concedermi la gioia di essere come sono: spregiu­dicata, indipendente, sincera! E voi venite a parlarmi di riabilitazione. Ma ditemi: la gente crede forse che io abbia voluto riabilitarmi ai suoi occhi?

Il Duca                        - (esitante) Ecco... veramente... se devo stare alle impressioni...

Giulia                          - Ma sì, ho capito. (Ridendo) Dunque questo credono? Che io abbia fatto tutto per riguadagnare la loro stima? Per loro, soltanto per loro? Ma l'ho fatto per me. Per me, per vendicarmi di tutte le umiliazioni che mi hanno inflitto da giovane quando ero povera. Per questo.

Il Duca                        - Infatti sono essi oggi che chiedono di avvi­cinarsi a voi. Proprio stamane la contessa di Mumenthaler m'ha pregato di farvi notare che gradirebbe un vostro invito.

Giulia                          - Possiamo darle il prossimo mercoledì, perché la gente è quasi tutta fuori ancora. Oggi, per esem­pio, non verranno che i pochi intimi, i soliti.

Il Duca                        - Il prossimo mercoledì. Riferirò. A propo­sito, ho scovato un tipo eccezionale che darebbe una nota di colore ai vostri mercoledì.

Giulia                          - Cosa fa?

Il Duca                        - Giura d'essere un pittore. Ma nessuno ha mai visto un suo quadro.

Giulia                          - E' intelligente?

Il Duca                        - Molto. Figuratevi che ha fatto la fame nelle principali capitali d'Europa.

Giulia                          - Allora è intelligente. Fatelo venire.

Il Duca                        - L'ho già invitato per oggi.

Giulia                          - Avete fatto bene. Bisogna far credito agli sconosciuti. Che merito c'è ad aiutare gli arrivati?

Mario                          - (affacciando la testa dalla porta a destra) Si può? »

Giulia                          - (sorpresa) Tu?

Mario                          - (sempre senza entrare) Capisco che il mio ritorno è un colpo troppo forte per te. Cerca di abi­tuarti a questa idea. Quando ti farà meno impressione, entrerò.

Giulia                          - Smettila e vieni avanti. Perché sei qui? Cos'è successo?

Mario                          - Noto con piacere che la mia presenza, per quanto sgradevole, ti riesce sopportabile. (Venendo avanti) Non puoi immaginare che peso mi togli dal cuore. Cara zia!

Giulia                          - Sono veramente in collera. Dunque rispar­miami i tuoi complimenti.

Mario                          - Buon giorno, duca. Vi ritrovo più giovane.

Il Duca                        - Caro ragazzo, il merito è tutto di vostra zia. Chi frequenta il suo salotto non invecchia più.

Mario                          - Sì, ho sentito che la zia s'è data all'arte. Oggi accadono tante cose strane che non c'è da meravigliarsi di nulla.

Giulia                          - Non divagare. Dimmi perché sei tornato.

Mario                          - Potrei raccontarti che avevo nostalgia di te. Ma preferisco non dir bugie.

Giulia                          - Infatti. E' meglio che tu mi dica la verità. Tanto verrei a saperla ugualmente.

Il Duca                        - Signora, voi avrete molte cose da dirvi. Permettete che mi ritiri.

Mario                          - Oh, restate pure, duca. Nessuno meglio di voi può capirmi. Son tornato perché non avevo più soldi.

Il Duca                        - (compreso) E' un motivo veramente de­cisivo.

Giulia                          - E’ l'assegno che t'ho inviato sei giorni fa? Doveva bastarti per tutto il mese.

Mario                          - Zia, tu ti ostini a dare al danaro un valore generico, convenzionale. Mentre il valore del danaro muta di momento in momento, da persona a persona... Mille lire di giorno valgono certo di più che mille lire di notte quando una pallina corre, corre...

Il Duca                        - (continuando con entusiasmo) 28... 12... 35... 6... Come vi capisco!

Giulia                          - Hai giocato ancora!

Mario                          - (al duca) Chi è senza peccato scagli la prima pietra!

Il Duca                        - (triste) Oh, io non posso scagliare nem­meno un sassolino.

Giulia                          - Duca, vi consiglio di bere qualcosa. Andate di là e fatevi servire da Giovanni.

Il Duca                        - Posso servirmi benissimo da me.

Giulia                          - Fate pure. Conoscete molto bene la casa.

Il Duca                        - Infatti mi ci trovo meglio adesso che quando era mia. Permesso. (Esce).

Giulia                          - Cosa è accaduto con la marchesa?

Mario                          - (sedendosi) Nulla. Assolutamente nulla. Mi dai una sigaretta? (La prende da una scatola che è sul tavolo. L'accende).

Giulia                          - Avanti. Parla. Dov'è la marchesa?

Mario                          - A Tiheny. Albergo del Parco. Camera 132... o 133.

Giulia                          - E che fa lì?

Mario                          - - Credo che in questo momento discuta con l'albergatore sul modo più conveniente per una signora di saldare il conto.

Giulia                          - Che? L'avresti lasciata nei pasticci? Hai fatto questo?

Mario                          - Cara zia, la marchesa meritava una lezione. Ti assicuro che era insopportabile con le sue manie da ragioniera. Tanto per questo, tanto per quello. A sen­tirla discutere sempre di cifre, il danaro perdeva ogni poesia.

Giulia                          - Ma non si lascia una donna così. E se non avesse soldi?

Mario                          - Sta lì il bello. Ma purtroppo vedrai che se la caverà. E' abilissima. Hai scelto bene.

Giulia                          - Io non so cosa farò di te.

Mario                          - Io lo so. (Enfatico) Mi redimo.

Giulia                          - Che altro guaio mi prepari?

Mario                          - Metto la testa a posto. Non sei contenta?

Giulia                          - T'avverto che non ho voglia di scherzare.

Mario                          - Non scherzo. Ho riflettuto in questi mesi. Ho capito che se mi avevi allontanato da Elsa e ti ras­segnavi a spendere tanto danaro, dovevi volerle bene. E io danaro non ne ho. Quando si è nella mia situazione non si discutono le condizioni della resa. (Eroico) Peni ti dico: sono disposto a sposare Elsa.

Giulia                          - E sei venuto per dirmelo!

Mario                          - Naturalmente tu mi assegni una buona doti Ed io ti assicuro che sarò un perfetto marito per la tu Elsa.

Giulia                          - Devi davvero credermi molto sciocca!

Mario                          - Non mi passavi un mensile perché mi cassi alla marchesa? Devi ammettere che Elsa vale molto di più.

Giulia                          - No. Non vale più delle altre.

Mario                          - (stupito) Come?

Giulia                          - So bene quel che è passato fra te ed Elsa, Dunque son del tutto indifferente a quello che farai, Tutto al più le rimprovererò il suo cattivo gusto. Perché una donna può trovare di meglio.

Mario                          - (smontato) Accidenti! Ed io che contavo sul mio matrimonio per rientrare nelle tue grazie!

Giulia                          - Hai sbagliato. Il tuo gioco non è riuscito.

Mario                          - Non si può dire che stavolta mi sia andata bene. (Preso da una nuova idea) Ma no! Che dito? Elsa, per colpa mia, non è più ragazza. Dunque i'm I pone una riparazione. Zia, tu devi obbligarmi a sposarla. Io piegherò il capo rassegnato. E poiché non ho mezzi, 1 tu provvederai a noi due. E' così che si regolano le vecchie zie perbene.

Giulia -                        - Io non sono una zia perbene, ne vecchia, a Perciò non ti obbligo a nulla. Tranne che a non annoiarmi più.

Mario                          - Peccato. E pensare che stamattina, quando! sono arrivato, ero così sicuro che tu avresti accettato con gioia la mia proposta che ho scritto ad Elsa.

Giulia                          - Cos'altro hai macchinato?

Mario                          - Nulla. Perché nel timore che non mi volesse ricevere le ho mandato su un biglietto firmato da te, in cui la preghi di venire qui.

Giulia                          - Hai avuto l'impudenza di servirti di me! :

Mario                          - Oh, non volermene! Ho agito a fin di bene, affinché tu possa darci personalmente la tua benedizione.

Giulia                          - Ancora un'altra firma, dunque? Non hai I perso il vizio!

Mario                          - L'ultima. E sotto un pezzo di carta senza valore. Non t'ho detto che ho messo giudizio?

Giulia                          - Sei appena arrivato e già metti tutto a i soqquadro.

Mario                          - Non posso farne a meno. Ho il tuo sangue.

Giovanni                     - (annunciando) La signorina Elsa.

Mario                          - Eccola, zia. Non impedire a quella ragazza di rifarsi la vita al mio fianco.

Giulia                          - Io non le impedisco nulla. Benché non creda che una donna faccia un buon affare sposandoti. (A Gio­vanni) Fatela passare. (Giovanni esce).

Mario                          - Dille che So acconsento a lasciarmi sposare da lei.

Giulia                          - Questi sono affari tuoi. Io non spenderò una parola in tuo favore. La lascerò libera di decidere.

Mario                          - Bene. Le parlerò io.

Elsa                             - Buon giorno. (Vedendo Mario si ferma un attimo, poi prosegue verso Giulia) Come state?

Giulia                          - Sono io che devo chiederlo a voi.

Elsa                             - Ho ricevuto il biglietto.

Giulia                          - Ecco. Quel biglietto...

Mario                          - (interrompendola) L'ho portato io stesso appena mia zia me l'ha dato. Sapevo che solo un suo invito avrebbe potuto indurvi a venire qui.

Elsa                             - (fredda) Infatti. (Guardandosi intorno,, a Giu­lio) Non avete cambiato nulla qui.

Giulia                          - Perché avrei dovuto? L'avete fatto così grazioso. C'è solo qualche quadro nuovo. Il mio salotto non è come prima, ora. Ci vengono artisti. Potrete trovarvi nel vostro ambiente.

Elsa                             - (triste) Oh, l'arte non è che una pallida copia della vita!

Mario                          - Giusto. E' la vita sola che conta. E ad essa dobbiamo obbedire. (Come cominciando un discorso) Si­gnorina Elsa!

Giulia                          - (alzandosi) Mio nipote deve parlarvi. Vi lascio con lui.

Elsa                             - No. Restate!

Mario                          - Preferisco parlarvi da solo.

Elsa                             - Non c'è nulla che vostra zia non possa ascol­tare.

Mario                          - (un po' smontato) Veramente... si tratta-Elsa, quel che devo dirvi riguarda noi...

Elsa                             - No... non cercate le parole... è uno sforzo dal quale vi dispenso.

Giulia                          - Elsa, ascoltatelo. Non bisogna mai negare al colpevole il diritto di difesa.

Elsa                             - (a Mario) Quello che voi potreste dirmi me lo son ripetuta io stessa in tutti i toni in questi mesi e certo con parole più sincere delle vostre.

Mario                          - Ma se non mi lasciate parlare! (Solenne) Elsa! Alla presenza della mia beneamata zia e con la sincerità d'un sentimento sorto in me spontaneo e irre­frenabile oggi io ho l'onore di chiedere formalmente la vostra mano.

Elsa                             - Con la stessa sincerità vi rispondo: no.

Mario                          - Come? Forse non avete capito bene. Io vi sposo. Vi prego di riflettere.

Elsa                             - Dovreste capire che il mio rifiuto è definitivo. Dunque non insistete in questa sciocca commedia.

Mario                          - Commedia?

Elsa                             - Sì. E se anche non lo fosse, anche se in voi, per un'assurda ipotesi, ci fosse veramente quel senti­mento al quale fate appello, vi risponderei sempre: no. Perché voi appartenete ad un periodo ormai chiuso della mia vita. Brutto, bello, non indago: ma finito. Non ac­cuso, non rimpiango. Dico soltanto: finito.

Giulia                          - (o Mario) Ragazzo mio, mi pare che non sia il caso d'insistere. Elsa ha parlato chiaro.

Mario                          - Ma tu, zia, non puoi rimanere impassibile. Parla, dì qualcosa, falle capire.

Giulia                          - Sono abituata a non esprimere giudizi sugli affari di cuore.

Mario                          - Metti da parte le abitudini e parla una buona volta.

Giulia                          - Se proprio ci tieni. (A Elsa) Brava, Elsa!

Mario                          - (è rimasto male) Ma non così, diamine!

Giulia                          - Sento che non posso parlare che così,

Mario                          - (subito altro tono) E va bene. Certo non ne farò una malattia.

Giulia                          - (a Elsa) Scusatelo.

Mario                          - Capisco che è meglio liberarvi dalla mia presenza. Non perdo un momento. Buon giorno. Zia, avevi ragione.

Giulia                          - Infatti. Capita anche ai più furbi. (Mario esce. A Elsa) Vi prego di dimenticare quest'ultimo epi­sodio.

Elsa                             - M'attendevo qualcosa di simile venendo, perché avevo capito che il biglietto non potevate averlo scritto voi

Giulia                          - E tuttavia siete venuta.

Elsa                             - Sì. Cercavo un pretesto per venire da voi. Molte volte ero stata sul punto di farlo. E poi m'ero trattenuta temendo che non mi accoglieste bene.

Giulia                          - Vedete che vi ho accolto benissimo. Dove­vate venire prima.

Elsa                             - In questo tempo ho molto riflettuto. Vi ho giudicata male, mentre avrei dovuto esservi grata perché siete l'unica persona che si è chinata su di me, senza chiedermi più dì quanto non le abbia dato. Ed è così raro, credetemi, che qualcuno non voglia dagli altri cen­tuplicato quel poco che dà.

Giulia                          - Qui potete venire sempre.

Elsa                             - Grazie, ci verrò ogni tanto. Perché sento che accanto a voi potrò essere, tutte le volte che vorrò, li­bera, tranquilla e forse, chissà... felice se questa parola così logora vuol dire semplicemente: serenità dello spi­rito. Per il resto il mio lavoro mi basterà.

Giulia                          - No, non dovete ripiegarvi su voi stessa. Commettereste un altro errore. Benedetta ragazza, voi della vita vedete ogni volta solo un aspetto. Prima vi innamorate dell'arte e siete tutta fantasia, poi credete solo nell'amore e lasciate battere il cuore sino a spez­zarsi. Adesso non vedete altro che lavoro e siete pronta a giurare che nulla conta più per voi. Ma la vita non è mai soltanto in un modo. Non è mai ne tutta buona, né tutta cattiva, ma un po' l'urna e un po' l'altra. E nel suo equilibrio sta la sua bellezza.

Elsa                             - Oh, voi siete diversa da me! Voi non vi la­sciate abbattere da nulla.

Giulia                          - Credete che anch'io non fossi come voi? E che la mia esperienza non l'abbia acquistata duramente?

Giovanni                     - (annunciando) La signora marchesa Horvat.

Giulia                          - (a Giovanni) Fatela passare. (Giovanni esce. A Elsa) Vi prego, lasciatemi sola con la marchesa. Sono sei mesi che è via e certamente avrà molte cose da dirmi. In qualche angolo della casa troverete il duca. Potrete chiacchierare con lui. (Elsa esce dalla comune. Quasi subito dopo entra la marchesa).

La Marchesa               - Buon giorno, signora.

Giulia                          - Ben tornata, marchesa.

La Marchesa               - Bene non si può dire. Vostro nipote s'è comportato in modo indegno. Sapete che stanotte è scappato? Per poco non finivo in prigione. Per fortuna il mio nome è molto conosciuto e l'albergatore s'è accon­tentato di trattenere il mio bagaglio per garantirsi del suo credito.

Giulia                          - Sono veramente rammaricata. Provvederò allo svincolo. State tranquilla. Ma vi ammiro. Siete riu­scita a sopportare mio nipote più a lungo di quanto credessi.

La Marchesa               - E' stata l'esperienza più dura della mia vita e vi assicuro che non ho avuto una vita facile!

Giulia                          - Non ne dubito. Ma se avete superata que­sta prova, non avete più nulla a temere nel futuro. Sei mesi con lui vogliono dire qualche cosa.

La Marchesa               - Cinque mesi e ventisei giorni. Non li dimenticherò mai. Dov'è? Voglio dirgli finalmente quel che penso di lui.

Giulia                          - No. Gli dareste troppa importanza. Non c'è nulla che possa ferirlo meglio della vostra indifferenza.

La Marchesa               - Già. Ma intanto io ci ho rimesso la mia reputazione.

Giulia                          - In quanto a questa credo che non abbiate aspettato mio nipote.

La Marchesa               - Io parlavo delle mie amiche che non mi aspettavano già di ritorno. Che penseranno ora di me?

Giulia                          - Lasciatele parlare. Un po' più, un po' meno...

La Marchesa               - (sincera, quasi triste) Perché gli uo­mini dopo un po' mi abbandonano? Forse scoprono che non ho spirito!

Giulia                          - Una donna non è mai così stupida da non trovare un uomo disposto a scambiare la sua stupidità per candore.

La Marchesa               - Vi assicuro che nessuno mi crede can­dida. Eppure questo non mi procura migliori successi.

Giulia                          - Abbiate fiducia. Di uomini ottimisti al mondo ce n'è ancora molti.

Il Duca                        - (entrando) Oh, marchesa. Ben tornata.

La Marchesa               - Buon giorno, duca.

Il Duca                        - Una vera sorpresa. Proprio l'altro giorno la principessa vostra zia mi diceva di aver ricevuto vostre notizie da Tiheny.

Giulia                          - Infatti la marchesa vi è andata per la cura delle acque.

Il Duca                        - Naturalmente. Per questo la ritrovo così vivace. E' da tanto tempo che mi propongo un viaggetto a Tiheny. Ma pare che non ci si debba andare da soli, perché è consuetudine di andarci in due come a Venezia. E' vero?

La Marchesa               - Non mi risulta. Comunque alla vostra età se ci andate solo sarete scusato.

Giulia                          - Caro duca, questa volta l'avete proprio voluta.

Il Duca                        - Mi fa piacere che la marchésa abbia con­servato il suo spirito. Così ne farà sfoggio ai vostri mercoledì.

Giovanni                     - La signora baronessa Ksokonai.

La Baronessa              - (entrando) Cara amica, quali sorprese un pazzo che si atteggia ad artista?

Giulia                          - Io non conosco pazzi. Ma soltanto degli ar­tisti che talvolta la gente giudica pazzi. E' il meno che possa capitare a chi si occupa di arte!

La Baronessa              - Marchesa, non credevo davvero di trovarvi qui. Mi avevano detto che eravate a Tiheny.

La Marchesa               - Infatti, ma la cura non mi giovava ed ho preferito tornare.

La Baronessa              - E' sempre così graziosa Tiheny? Ah, credo che poche cose al mondo siano così irresistibili. Non si può dir di no ad un uomo che ci parla d'amore sul Balaton in una notte di luna. Vero?

La Marchesa               - Quando c'ero io la luna era sempre coperta.

Giulia                          - Invece voi, baronessa, vi siete sempre tro­vata col plenilunio. No?

La Baronessa              - Come lo sapete?

Giulia                          - Ne parlate troppo bene.

Giovanni                     - (annunciando) Il conte Jozza. (Esce).

La Baronessa              - Non sarà già ubriaco?

Giulia                          - No, non ancora. Più tardi.

Il Conte                      - ( baciando la mano a Giulia) Signora, oggi la vita mi appariva vuota ed inutile ma mi son ricordati che era mercoledì e il mondo è tornato a sorridermi

Giulia                          - Ripetete questa frase in tutti i salotti che frequentate?

Il Conte                      - Io non frequento altri salotti. (Guardai dosi intorno come a cercare il bar) L'atmosfera che re spiro nel vostro mi basta per tutta la giornata.

La Baronessa              - Lo credo!

Giulia                          - Avete visitato la mostra Kolosvar?

Ll Conte                     - Io non posso visitare le mostre perché dormo durante il giorno.

La Baronessa              - Ah, quel Kolosvar è un pazzo. Figuratevi che dipinge solo lumi a petrolio.

Giulia                          - (come ricordando quanto ha letto) L'importante in un quadro è la luce, il colore, lo spazio.

La Marchesa               - Avete ragione. Lo spazio. A me i quadri piacciono grandi, molto grandi.

Giovanni                     - (annunciando) La signorina Mariella Susely. (Esce).

La Baronessa              - Sola? Senza il commendatore?

Giulia                          - Cara, venite.

Mariella                       - (saluta tutti) Oh, marchesa, siete tornata, E il signor Mario?

Il Duca                        - (tossisce come a dissipare l'imbarazzo di Ursosi) Avete visitato la mostra Kolosvar?

Mariella                       - (confusa) Oh, sì. Mi è piaciuta tanto che ho accettato di posare per lui.

La Baronessa              - Posare? Ma se non dipinge che lumi a petrolio.

Mariella                       - Kolosvar mi ha spiegato che l'artista ogg non deve essere legato al modello. Perciò lui fa posare un uomo o una donna e li trasforma in lumi.

Elsa                             - (appare sulla soglia).

Giulia                          - Venite, Elsa. Conoscete tutti.

La Baronessa              - (stupita) La signorina? Dopo tanto tempo ?

Mariella                       - Come mai non vi abbiamo vista più?

Giulia                          - Elsa lavora e non ha molto tempo di frequentare i salotti.

La Marchesa               - (acida) Prima vi si incontrava. Cornei

Elsa                             - Preferisco non frequentare le case che arredo. Così mi piacciono di più. Naturalmente la signora Bihàr fa eccezione.

Il Conte                      - Certo. La signora Bihàr fa eccezione.

Giovanni                     - (annunciando) C'è un signore.

Giulia                          - Il suo nome?

Giovanni                     - Non me l'ha dato. Dice che l'ha conse­gnato alla storia.

Il Duca                        - E' il pittore di cui vi ho parlato. Avete sentito che tipo?

Giulia                          - (a Giovanni) Fatelo passare (Giovanni esce).

La Baronessa              - Come presentazione non c'è male.

Il Pittore                     - (sulla soglia) Sono in casa Bihàr?

Il Duca                        - (andandogli incontro) Sì, signore.

Il Pittore                     - Scusate se l'ho domandato. Ma io dubito di tutto meno che della mia arte.

Giulia                          - Signore, sono lieta di presentarvi una delle più fulgide promesse dell'arte. Il pittore... il vostro nome per favore?

Il Pittore                     - E' scritto sotto i miei quadri.

Giulia                          - Giusto. E' un invito a vedere le opere. Dove si trovano?

Il Pittore                     - In Europa.

Giulia                          - (agli altri) Chiaro e preciso. (Al pittore) Ac­comodatevi.

Il Pittore                     - Grazie. Io non siedo mai. (Improvvisa­mente, con altro tono, come ispirato) Cavalli. Ci sono cavalli? (Tutti si guardano stupiti)

Giulia                          - Veramente...

Il Pittore                     - (col suo tono normale) No. Non importa.

Mariella                       - (scatta in una risata).

Il Pittore                     - (aggressivo) Chi ride?

Mariella                       - Scusate, non ridevo per voi. Ma per la baronessa che mi raccontava una storiella.

Il Pittore                     - Dove son capitato? In un salotto bor­ghese? Qui non possono capirmi.

Giulia                          - H mio salotto è aperto a tutte le tendenze dell'arte moderna.

Il Pittore                     - Ma i cavalli, ci sono i cavalli?

Giulia                          - (come chi decida di assecondare un pazzo) Veramente non ci ho pensato. Ma la prossima volta... procurerò... per quanto siano un po' ingombranti.

Il Conte                      - (al pittore) Cavalcate?

Giulia                          - Signore, non siamo qui per parlare di be­stie, ma del pittore nostro ospite.

Il Pittore                     - Grazie. Ma io preferisco astrarmi un po' per pensare.

Giulia                          - Volete passare di là?

Il Pittore                     - Oh, no. Posso pensare benissimo qui.

Giulia                          - Come volete.

Il Pittore                     - Continuate pure a parlare, non mi disturbate. (Pone la fronte nella mano e si disinteressa della conversazione).

Giulia                          - Signori, avete sentito? Possiamo parlare. (La conversazione riprende, ma in tono più basso).

Il Duca                        - Gli artisti sono tutti degli originali.

La Marchesa               - Sì. Ed è questo che li rende affasci­nanti.

La Baronessa              - Peccato che non portino più i ca­pelli lunghi e la cravatta svolazzante.

Mariella                       - Io li preferisco così. (Indica il pittore) Moderni.

La Baronessa              - Non vorrete posare anche per lui?

Giulia                          - La signorina aiuta come può gli artisti.

Giovanni                     - (entrando) Posso servire, signora?

Il Duca                        - Parlate sottovoce, non vedete? (Indica il pittore).

Giovanni                     - Il signore si sente male?

Il Pittore                     - (scuotendosi) Ho trovato. Molti cavalli, »i, molti.

Giovanni                     - (rimane a guardarlo sbalordito).

Giulia                          - Giovanni, lasciate. Servo io il tè. (Giovanni esce) Sono contenta che abbiate trovato l'ispirazione.

Il Pittore                     - Sì, sarà un quadro eccezionale. Lo chia­merò «Martirio dell'uomo in barca » oppure «Frutto di autunno », non ho ancora deciso bene.

Giulia                          - Scusate, ma in tutto questo, che c'entrereb­bero i cavalli?

Il Pittore                     - Ah, io non dipingo se non ho almeno un cavallo.

Giulia                          - Li vuole proprio.

Il Pittore                     - Nei miei quadri ci sono sempre dei cavalli. Piccoli, grandi.

 Il Duca                       - (commiserandolo) Ma perché?

Il Pittore                     - Così.

Giulia                          - Non bisogna mai domandare ad un artista perché fa così e non altrimenti. E' il suo segreto.

Il Pittore                     - Esatto. In ogni tela io faccio entrare sempre dei cavalli, perché il mio demone mi ordina di metterli.

Il Conte                      - Cosicché se io mi facessi ritrarre da voi?...

Il Pittore                     - Cavalli che corrono sullo sfondo o ca­valli che passano sulla vostra faccia.

Il Duca                        - Anche a me?

Il Pittore                     - Sì. Ma a voi cavalli acefali.

Giulia                          - Acefali?

Il Duca                        - Senza testa.

Il Pittore                     - E senza coda. A strisce gialle e verdi.

Il Duca                        - Chissà che impressione proverebbero i miei amici nel vedermi così!

Giulia                          - Avete detto gialle e verdi? Vi pare che i due colori stiano bene insieme? v

Il Pittore                     - (con disprezzo) Colore. Ecco qua la pa­rola borghese. Non si sa giudicare senza riferirsi al co­lore. I colori sono delle convenzioni. La faccia del duca io la vedo rossa e la dipingo rossa. Un altro la vede gialla e la dipinge gialla. La verità sta tutta nel cavallo. E' lui che deve darci lo stato d'animo del duca. Perciò io dico: Cavalli. Datemi molti cavalli. (In questo mo­mento entra Giovanni).

Giovanni                     - Il signore desidera una vettura?

Il Pittore                     - Grazie. Vado a cercarla da me, (Esce).

Il Duca                        - Originale, vero?

Giulia                          - Sì, ma per oggi basta!

La Baronessa              - Incredibile Non avevo mai sentito nulla di simile.

Giulia                          - Giovanni, aiutami a servire. (Continua a servire il tè).

La Marchesa               - Da un tipo come quello c'è da aspet­tarsi di tutto.

Giulia                          - (dando il tè) Anche un bel quadro!

La Baronessa              - Oggi non si è più sicuri di nulla. I valori son tutti mutati. Tanto per l'arte, come per la morale, come per la posizione sociale. Non si sa mai con chi si ha a che fare.

Giulia                          - (che ha raccolto l'allusione) Oh, per me non mi vergogno a dire che ho incominciato da un bar dove facevo la cassiera.

Il Duca                        - (preoccupato) Amica mia, non credo che le signore...

Giulia                          - (imperterrita) latteria come spesso ripetono i vostri amici.

Il Duca                        - (c. ,s.) Vi assicuro...

Giulia                          - Un bar. Uno di quei piccoli bar romantici della periferia ove capita tanta gente. Quattordici ore al giorno dietro la cassa, quando non mi capitava il turno di notte. Anche voi lavorate, cara Elsa, e potete capire che non era divertente.

Elsa                             - Lo immagino.

La Baronessa              - Commessa?

Giulia                          - Cassiera, non commessa. E fu in quel bar che conobbi un giovanotto, l'unico uomo che abbia amato. Era capitano, allora, e nobile. Una brava persona. Ma anch'io ero una brava persona, tant'è vero che m'ero conservata onesta. E vi assicuro che non era impresa da poco con tutte le offerte che mi piovevano d'ogni parte, di giorno e di notte. Avrei voluto vedere una di voi al mio posto. (Sensazione delle signore) Dico voi, per dire una signora della buona società.

La Baronessa              - (acida) Si capisce!

Giulia                          - Mi amava. E anch'io l'amavo. Ma dovetti arrendermi quando capii che non avrei mai potuto spo­sarlo, perché il capitano non avrebbe mai potuto porsi contro la società alla quale apparteneva. E anch'egli do­vette chinare il capo per non rimetterci le spalline.

Il Conte                      - Perché, signora Bihàr? Dovevate essere affascinante allora!

Giulia                          - Sapete cosa disse allora proprio vostro pa­dre? Che non avrebbe più salutato il capitano se avesse osato sposarmi.

Il Conte                      - Scusate, non sapevo.

Giulia                          - E una sera gli dissi addio alla stazione Nord. Nella mia valigetta portavo di lui soltanto quel poco che mi aveva regalato: il suo ritratto e un mazzettino di violette.

La Baronessa              - E pensare che oggi siamo state tutte liete di aprirvi i nostri salotti.

Giulia                          - Allora che ero una brava ragazza e avevo bisogno del vostro «sì », tutti mi dissero « no » e mi chiusero le porte in faccia. Oggi tutti mi accolgono. Perciò se un giorno capiterò in quel bar e troverò una ragazza che dietro la cassa per pochi « filler » la setti­mana sta rompendosi le ossa in un duro lavoro le gri­derò: Smettila, sciocca! Vieni via. Così non ricaverai mai nulla. Ci vuole ben altro per diventare una « si­gnora »!

La Baronessa              - (che non ne può più, alzandosi) Scu­sate, ma avevo dimenticato. Ho ancora da fare una com­missione.

La Marchesa               - (pronta) Vengo anch'io. Sono appena tornata e ho mille cose da sbrigare.

La Baronessa              - Sì, venite. Vi informerò delle ultime novità.

Il Conte                      - Se permettete, vi accompagno.

La Marchesa               - Venite, conte. Avete ereditato?

Il Conte                      - Una vera disdetta: mio nonno è ancora vivo. (Fanno gruppo come per uscire).

La Baronessa              - (a Mariella) E voi, signorina?

Mariella                       - (confusa) Già... sì, vengo anch'io... (A Giulia, salutandola) Una vita come la vostra! Che bel­lezza!

Giulia                          - (sorridendo) Sì, ma non l'auguro a nessuna. Signore, al piacere di rivedervi.

La Baronessa              - (secca) Buon giorno.

La Marchesa               - Buon giorno.

Il Conte                      - Buon giorno. Quando racconterò tutto a mio nonno, forse morirà dal ridere! (La marchesa, la baronessa, Mariella e il conte escono accompagnati da Giulia).

Il Duca                        - (scoppiando in una risata) Straordinario! Son rimaste senza fiato!

Elsa                             - Deve aver molto sofferto!

Il Duca                        - E' probabile. Certo è una donna di classe, perché sa nascondersi dietro l'ironia per impedire che qualcuno frughi nella sua anima. E' un gioco che ho praticato spesso anch'io.

Elsa                             - Duca, perché non la sposate?

Il Duca                        - Glielo propongo in media due volte la settimana; ma rifiuta sempre. Sostiene che non è abbastanza vecchia per farlo.

Elsa                             - Ma voi, duca, siete ancora abbastanza giovane per insistere.

Il Duca                        - Certo non è allegro esser soli. Ne so qualcosa anch'io. Perciò s'era affezionata a voi. Avete fatto male a non farvi vedere più.

Elsa                             - Oh, adesso ci verrò spesso. Quando si cono­scono le cosiddette persone perbene si finisce per fora per stimare Giulia che dice di non esserlo.

Giulia                          - (rientrando) Eccomi qua, sana e salva.

Il Duca                        - Brava! State certa che in ventiquattro ore tutta Budapest lo saprà.

Giulia                          - E' quel che spero. Perché eran ventitré anni che attendevo di togliermi questo peso dallo stomaco. E son sicura che in questo momento anche il capitano dall'altro mondo sorride.

Elsa                             - Cara Giulia, permettetemi di chiamarvi eoa. Adesso ho capito di che duro metallo siete fatta. Avevo ben ragione quel giorno di volerla conoscere la vostra vita!

Giulia                          - Oh, non ero così. Lo son diventata. Ma anche voi saprete tirarvi su, ora. Perché una donna non deve mai abbattersi: la vita è giusta e prima o poi ci dà pel che ci spetta. Vero, duca?

Il Duca                        - Io so che la vita non mi ha ancora dato quel che desidero.

Giulia                          - Cioè?

Il Duca                        - Lo sapete: la vostra mano.

Giulia                          - E' proprio un'idea fissa, la vostra.

Il Duca                        - Certo, siam fatti l'uno per l'altro. Il vostro spirito è il mio casato sono due forze che è peccato vadano divise. Solo qui, accanto a voi, mi sembra ormai di respirare aria di vita. E se vi pare che un uomo come me possa aspirare ancora alla sua parte di felicità sulla terra, vi supplico: non negatemela!

Giulia                          - Insomma mi proponete una società a vita I in cui io metterei il capitale e voi... i Crociati.

Il Duca                        - Signora, lasciamo da parte il capitale! Non è questo che m'interessa! Ho venduto tutto della mia casa. Avrei potuto vendere anche il mio nome: non l'ho fatto.

Giulia                          - E' vero.

Il Duca                        - Allora, accettate? Il mio blasone è così antico, così integro che rimarrà sempre al disopra d'ogni sospetto.

Elsa                             - Giulia, ecco un ragionamento che dovrebbe convincervi! In fondo, la società merita che voi la possiate prendendovi questa rivincita.

Giulia                          - (vinta) In fondo, duca, voi avete saputo suscitare in me una simpatia della quale non mi credevo I più capace.

Il Duca                        - Non ve lo dissi quel giorno che lo etile è tutto?

Giulia                          - Caro duca!

Il Duca                        - No, adesso chiamatemi Federico.

Giulia                          - Federico? Aspettate... C'è nessun Federico nella mia memoria?... No. E allora... Federico!

Il Duca                        - (chinandosi a baciarle la mano) Duchessa!

                                                                                              

FINE

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