Il trombone


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IL TROMBONE

IL TROMBONE
Un Atto

di

Giorgio Casini


Personaggi
GIULIO – ANNA


Scena: stanza anonima d'appartamento in affitto. Due entrate: la comune a destra. Due poltroncine con tavolino e vetrinetta con bottiglie di liquori e bicchieri. Probabilmente le bottiglie sono vuote, messe lì per figura. Un attaccapanni su cui è appeso un soprabito, una borsa, un guinzaglio da cane. Uno spot seguirà Giulio, il resto della scena in penombra o buio o in piena luce, con vari colori a sottolineare appropriatamente quanto viene raccontato.

GIULIO. Vecchio attore ormai a corto di scritture, anzi ha passato una vita a rincorrere un ingaggio. È comunque, in qualche maniera, arrivato alla vecchiaia. Voce impostata, gesto ampio e teatrale, non disdegna inserire citazioni e frasi a effetto nel suo eloquio. 

Entra da destra, dopo qualche passo si volta parlando a qualcuno fuori scena. Grandioso e autoritario.
Aspettami lì, me la sbrigo in un attimo! D'accordo, d'accordo, so che ti secca restare fuori ma non posso farti entrare. Ho da sbrigare una cosa molto importante, ne va della mia carriera: aspetto certe persone che mi saranno molto utili… eh, caro mio, la vita è tutto un rincorrersi, un cercare di agguantare, di prendere… cosa, non si sa. Quando credi di essere arrivato a stringere qualcosa, apri il pugno e… niente: non hai afferrato niente! Ma questa volta ho preparato tutto a puntino! 
Vedrai, torneremo in auge! Vedo già i manifesti: Giulio Arrighi! Con fotografia!… Eh? No, non quella del Teatro Smeraldo: truccatura troppo pesante, mi fa vecchio. Potrebbe andar bene quella che facemmo a Riccione, sulla spiaggia qualche anno fa. Che vuoi dire? Ma che costume da bagno! Altri tempi. Oggi, per vedere corpi semisvestiti basta accendere un qualsiasi televisore. Diciamo quella con il vestito bianco di lino e cravatta gialla di seta, con la paglietta in testa. Sì, quella va bene. Il nome invece, non suona bene: Arrighi, Giulio Arrighi. In realtà, per l'anagrafe, io sarei Giuliano Arrighini; fu il commendator Rossano dell'agenzia Zeta Teatro, quando entrai in arte, mi convinse: "Che vuoi farci, la gente è di memoria pigra, ricorda solo i nomi brevi, che ti arrivano addosso come una schioppettata". Poi, diceva il commendatore: A…righini; qualcuno potrebbe equivocare e dire: A…quadrettini! Sì, sono battute da avanspettacolo, comici di quart'ordine… Il teatro, caro mio è pieno di gente maligna, baci e abbracci ma appena calato il sipario… come diceva il commendator Rossano, che adesso riposa in pace, lui e tutta l'agenzia Zeta Teatro. Grand'uomo il commendatore! Beh, non ci pensiamo più.
(Guarda l'orologio). Ritardano. Non vorrei fosse capitato qualche contrattempo… Mi avrebbero avvertito. Son gente seria… spero. Sai cosa faccio? Telefono. Il mio tempo è prezioso, non posso buttarlo via così. Tu aspettami. Un minuto di pazienza, perdinci! Non hai bisogno di niente: hai mangiato i tuoi biscottini, hai bevuto, ti ho portato fuori a fare pipì… proprio al tuo albero preferito! Un po' di pazienza, benedetto cane! Su, Caligola, fai il bravo, fai la cuccia, poi il padrone ti porterà ai giardini, dove c'è quella cagnetta che ti piace tanto. D'accordo? Bravo.
(Estrae il cellulare, guarda l'orologio, un'indecisione, riguarda l'ora, decide, compone il numero).
Sì, Canale quarantacinque? Non c'è il dottor Gianfranco?… Mi dispiace. Sto aspettando la squadra per il servizio… Sono Giulio… Giulio Arrighi, l'attore! Il dottore mi aveva promesso… sì, un'intervista… A dire il vero, io non concedo interviste ma la vostra emittente è… diciamo: sì, di qualità… anche se a livello provinciale… regionale, d'accordo, non stiamo a sottilizzare… Mi aveva promesso… cioè mi aveva chiesto di farmi trovare pronto per le diciassette, qui a casa mia. Avete l'indirizzo… ecco, proprio quello. Vedo sul mio Longines… l'orologio… c'è già un ritardo di oltre mezz'ora. Siccome ho altri impegni, devo andare… Giovanotto: il mio tempo è prezioso, ho tanti di quegli impegni… scusi, non volevo essere impertinente … No, domani sarò via, lontano… avevo pensato; il dottor Gianfranco mi aveva assicurato che alle diciassette… sarebbe poi stato possibile mandare qualche flash nel TG delle venti e trasmettere poi lo special in prima serata, montato, con voce fuori campo… Non avete una squadra?… Un incendio? Dove? Ci sono morti? E allora, per qualche ferito… grave, va bene ma un attore di fama vi fa audience… Ho già detto che domani non è possibile… a meno che… potrei venire io nei vostri studi… Bisognerà studiare le luci, posizionare le telecamere, almeno tre… beh, intanto… Ho capito: un incontro preliminare… per definire… quando?… Sì, io sono in casa, il pomeriggio era ormai riservato a voi… sull'agenda… Fra pochi minuti… va bene, aspetto… Anna si chiama? Mai sentita… largo ai giovani. A presto, mi saluti il dottore, ci tengo… da parte di Giulio, Giulio Arrighi… (toglie il telefono dall'orecchio, lo guarda). Arrighi! Non A…strisce! Razza di deficiente! Ti ho sentito, mentre abbassavi! Ho ancora l'udito fino (ripone il cellulare) un attore deve sentire il soffio del suggeritore, figurati se non sente certe battutacce da osteria mentre riabbassi il microfono! Avanspettacolo, ecco cosa potete fare! E in teatrini di periferia! (Torna a rivolgersi a Caligola). 
Quante umiliazioni, caro Caligola; doversi abbassare a trattare con certa gente, io che ho calcato le scene dei più grandi teatri italiani. (Pare che Caligola dica qualcosa). Beh, grandi. Medio-grandi. Tu potresti testimoniare, mi segui ormai da molti anni… ricordi a Torre del Greco? Che serata! Teatro pieno… più di metà. Amleto… essere o non essere… Peccato: non ero andato dal dentista e tutte quelle esse… venivano fuori piuttosto sibilate. I dentisti, caro mio, hanno la cattiva abitudine di farsi pagare ed io aspettavo ancora il cachet di due settimane prima; l'amministratore, il cavalier Panvini, competente, bravissimo a far quadrare i conti, aspettava i contributi ministeriali… da Roma. Tutte le strade portano a Roma, dice il proverbio, ma quelle che da Roma partono, nessuno sa dove arrivino.
Orsù, organizziamoci, riceviamo questa... Anna; ha detto così? Dunque: le poltrone ci sono, potevano essere più ampie ma… questo passa il convento… C'è una macchia! Ora come faccio? Giriamola, così si vede meno. (Esegue). Le bottiglie… sì, buon assortimento. Vuote. Ma tanto, Anna non beve. Sarà una ragazzina inesperta, alle prime armi, in attesa di un'apparizione in TV… come valletta… poco vestita. Ai miei tempi, il teatro era teatro; potevi aspirare a qualcosa, solo dopo anni di accademia e un duro tirocinio in compagnie di giro… Bisogna adeguarsi, caro Caligola, inghiottire e aspettare… Che ne dici: va bene, vestito così? O dovrei togliere la giacca? No, un ospite lo si riceve con un certo formalismo. Per quanto, accoglierlo con familiarità, come un vecchio amico… si potrebbe entrare subito in confidenza e strappare migliori condizioni. Sai che ho studiato? Mi faccio trovare in maniche di camicia e indosso la giacca appena entra, in segno di ossequio. (Si toglie la giacca). Un copione! Ci vuole un copione! Un attore deve studiare una parte. Vediamo (estrae un quaderno dalla borsa) ecco… non è propriamente un copione teatrale (legge) ricette di cucina? Va bene, non devo farglielo leggere. Lo tengo così, poi lo ripongo.
Dunque, vediamo (occhiata circolare che abbraccia tutta la scena). Sì, non c'è male. Qui ci sarebbe stato bene un tappeto… un po' più di luce nella zona conversazione… (Conclude). Non si può avere tutto dalla vita. In fondo, un "pied à terre", un punto di riferimento per un uomo conosciuto, noto al grande pubblico, che viaggia, che deve avere un nido in ogni città… Sì, sì, la cosa può andare. (Consulta il suo Longines). Quanto sta… Anna… speriamo almeno che sia una bella ragazza. Ho sempre avuto un certo successo con giovani donne piacenti: attrici-giovani a caccia di successo… e primedonne con il nome in ditta (sospira) altri tempi… Ritarda. Per arrivare fin qui dagli studi, non ci vuole molto… Se è partita subito… Non sono persone molto serie quei tipi della TV. In tutte le città, tutti uguali, caro Caligola. (Campanello). Oh, arriva. È abbastanza puntuale. (Va ad aprire, introduce Anna, ragazza sui vent'anni, carina, trasandata nel vestire come tutti i giovani, mastica chewing gum, tiene al collo una cuffia per radiolina, ogni tanto la indosserà. Ha in mano un blocco per appunti, o ricevutario, e penna. Aria assente, segue passivamente l'esposizione di Giulio, mentalmente rivolta a tutt'altro).
Entri, entri pure, carissima, si metta a suo agio. Si sieda, qui ci sono due poltrone, scelga quella che più le aggrada. Si sieda su questa. Metto la giacca, l'avevo tolta perché avevo da fare alcune cose… (si trova il libro di ricette sottomano). Sì, un copione, avevo da leggere un copione; un giovane autore me lo ha fatto recapitare, con preghiera di dargli un'occhiata. Io, se devo essere sincero, ho sempre cercato di privilegiare i giovani ma, lei capisce, di Pirandello non ne nascono a tutti gli usci. E si sente. Si sente la mancanza di una penna nuova nel teatro italiano: penna nuova ma che abbia la forza e la dolcezza di linguaggio come ci hanno abituato i grandi autori del passato. Lasciamo perdere, pensiamo a noi. Ma si sieda, si metta comoda (Anna siede) va bene così? Ecco, io da parte mia, sono riuscito a indossare la giacca… la mia battaglia quotidiana! No, non sono ingrassato; anche se comincio ad avere qualche anno sulle spalle, ho sempre la figura dell'attor-giovane… con una buona truccatura, la luce… ma, le dirò, io preferisco parti di più ampio respiro, più consone alla mia personalità, oserei dire: al mio carisma!
Il guardaroba lo tengo a Milano nella mia abitazione di Via Montenapoleone; appartamento molto bello, ampio, luminoso; raffinato. In altre città importanti ho dei piccoli "rifugi", come li definisco io, per estraniarmi dalla vita convulsa della metropoli e dall'assalto ininterrotto di ammiratori e agenzie di spettacolo. Ogni tanto serve meditare, si fortifica lo spirito, si rigenera l'intelletto. Un copione da studiare, non potrei impararlo a Milano o a Roma… no, no, ci vuole la calma, la serenità della piccola città. E quindi, in questi che io chiamo piccoli "pied à terre", anche se l'espressione può evocare immagini licenziose, in questi appartamentini da scapolo, dicevo, tengo solo pochi capi di vestiario, che indosso piuttosto raramente; ogni volta ho l'impressione che qualcosa si restringa o si allarghi. D'altra parte non posso obbligare la mia guardarobiera a correre avanti e indietro per tutta la penisola.
Sì, Milano è la residenza ideale per chi fa teatro. Roma per il cinema. Cinecittà. Feci del cinema per un breve periodo ma posso dire di non essermi divertito molto; si guadagna, d'accordo, si guadagna bene, denaro facile ma mi sentivo solo, sperduto. Manca la controparte: non c'è il pubblico. L'attore ha bisogno di sentire, direi fisicamente la presenza dell'interlocutore; una piccola risata o un fremito di commozione, un silenzio… arrivano sul palcoscenico come proiettili, che non fanno male, anzi danno la carica, si stabilisce il dialogo fra le due componenti teatrali: l'attore e il suo pubblico, e si raggiunge l'estasi, il godimento artistico. Al contrario un colpo di tosse, uno scalpiccio, il rumore di una caramella scartata sono tante stilettate che feriscono al cuore, ma anche questo è teatro, è vita. Nel cinema queste emozioni non esistono; c'è un obiettivo, un pezzo di vetro dentro al quale bisogna gettare la propria arte, senza sentire l'applauso che è la vita dell'attore, importante come il cachet d'ingaggio. È determinante la visita dell'amministratore che viene a trovarti in camerino con il borderò, ma è altrettanto vitale l'applauso che hai ricevuto poco prima in ribalta.
Il divo del cinema è visto dalle ammiratrici non come procuratore di emozioni, di sensazioni; è visto come un corpo umano da considerare nella sua anatomia: gli occhi di un bel colore azzurro, i capelli che devono essere tagliati al punto giusto, magari ritoccati nel colore, mani affusolate, un filo di grasso che bisogna nascondere con gli abiti sapientemente cuciti; insomma un bel cavallo da ammirare, che qualcuno fa correre per guadagnare soldi. Anche in teatro i soldi sono necessari ma si guadagna vendendo emozioni, cultura: tutt'un'altra cosa. Non parliamo poi della televisione, gli applausi a comando, le risate registrate: che tristezza! Il teatro è finzione che diviene realtà quando l'attore indossa i panni del personaggio, per tornare finzione quando questi panni vengono dimessi e riposti. La sera dopo si ricomincia e la finzione è di nuovo realtà.
Se apro lo scrigno dei ricordi… Chiudiamo la parentesi… Milano, invece... I teatri di Milano! Il Manzoni, il Lirico, il Nuovo, il Piccolo Teatro! Lo ricordo quando feci il provino davanti a Giorgio (ovvio) Strehler. Recitai il monologo di Marcantonio dal Giulio Cesare: 

(declama con grande enfasi) - "Romani! Io vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo! Il male che gli uomini fanno sopravvive loro, il bene è spesso sepolto con le loro ossa! Così sia di Cesare! Egli mi fu amico fedele e giusto verso di me ma Bruto dice che fu ambizioso; e Bruto è uomo d'onore!" -

Tutti avevano gli occhi puntati su di me, non si sentiva volare una mosca. Allora la buttai sul patetico:

- "Tutti voi lo amaste, non senza ragione. Qual ragione vi trattiene ora dal piangerlo? O senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perduto la loro ragione. Il mio cuore giace là, nella bara con Cesare e debbo tacere sinché non tornerà a me." -

A questo punto si videro molti fazzoletti biancheggiare in sala. Detti il mio ultimo assalto, tuonando le famose battute di Marcantonio:

(molto violento) - "Cittadini! Egli vi ha lasciato tutti i suoi passeggi, le sue private pergole e gli orti, al di qua e al di là del Tevere! Li ha lasciati a voi e ai vostri eredi, per passeggiare e per divertirvi! Questo era un Cesare! Quando ne avremo un altro uguale?!" -

Silenzio. Il silenzio che seguì questa mia sparata fu più gratificante assai di un applauso… Giorgio mi prese sottobraccio - voglio dire Strehler – mi accompagnò fino all'uscita e, sul marciapiede, mi batté una mano sulla spalla e mi disse: "Giovanotto, lei farà molta strada".
Ricordi. Quante immagini mi si affollano nella mente, visi noti o perfettamente sconosciuti… voglio dire gli ammiratori: una massa anonima, urlante, ondeggiante, mani che si protendono con un pezzo di carta fra le dita, voci che gridano: "Commendatore, una dedica!" (Modesto). In realtà non sono commendatore. Sono cavaliere. Fui proposto per la Croce, quella del Cavalierato, ma ci fu qualcuno che tentò di insabbiare la pratica e… in parte c'è riuscito, i soliti colleghi invidiosi. Il commendator Rossano dell'agenzia Zeta Teatro, mi assicurò che la cosa sarebbe andata avanti a dispetto di tutti gli invidiosi… Morì!… Ma non pensiamoci più.
Vuoi bere qualcosa? (Va al bar, prende due bicchieri che terrà in mano, distrattamente, per un po'). Preferisci un liquore secco o qualcosa dolce? (Anna lo guarda interrogativamente). Ah, scusa, forse una giovane donna preferisce… non so, un'aranciata! Ti andrebbe un'aranciata? Dovrei averla da qualche parte, (galante) c'è un bar qui all'angolo: telefono e ci facciamo portare… quello che vuoi; dimmi. (Pensiero improvviso). Sono imperdonabile, sto usando il tu. Mi perdoni nevvero? È l'abitudine; in teatro è l'unico modo per comunicare: cameratesco, amichevole, intimo, abolisce le distanze, avvicina… un uomo e una donna (si è seduto sul bracciolo della poltrona di Anna che si ritrae e lo guarda con aria di rimprovero. Giulio si alza, passeggia). I grandi attori invece, i tromboni come li chiamo io, i divi, che hanno il nome in ditta, quelli, invece vogliono il lei, c'è sempre qualcuno nel loro entourage che si preoccupa di avvisarti, molto diplomaticamente della distanza che c'è fra te e lui.
Feci l'audizione da Vittorio, gli recitai la tirata di Shylock dal Mercante di Venezia. Quel giorno ero in piena forma.

- "Signor Antonio, venite con me da un notaio, firmatemi l'obbligazione e, per puro scherzo, se voi non mi rimborserete per il tal giorno, in tale luogo, quella somma, l'ammontare della penale sarà rappresentato da un'esatta libbra della vostra carne da tagliarsi in quella parte del vostro corpo che a me piacerà" –

La buttai sulla recitazione da commedia, come la vidi fare al grande Memo Benassi, naturalmente con la mia impronta personale. Vittorio, il grande Vittorio, mi ascoltava con gli occhi socchiusi e quel cipiglio da mattatore che sapeva assumere nei momenti più intensi; con un cenno impercettibile del capo mi invitò a continuare.

- "Voi avete comprato molti schiavi e li adoperate come i vostri asini, i vostri cani e i vostri muli in bassi, abietti servigi, perché li avete comprati. Posso io dirvi: "Lasciateli liberi, ammogliateli con le vostre eredi? Lasciate che si facciano letti soffici come i vostri e i loro palati siano stuzzicati da vivande come le vostre?" Voi mi risponderete: "Gli schiavi sono nostri! Li abbiamo comprati"! Così io ripeto a voi: "La libbra di carne che io pretendo da Antonio è stata comprata a caro prezzo; è mia e voglio averla!" -

Vittorio si alzò, mi strinse la mano e con quella sua voce robusta, tagliente, a volte di testa, a volte di petto, un po' nasale, mi disse: "Giovanotto, lei ha molta strada davanti a se, la percorra sino alla fine!"
Ne ho conosciuti di grandi attori, mostri sacri del teatro italiano. Ero giovane, pieno d'entusiasmo, passavo da una compagnia all'altra; tempi duri, che io preferisco definire eroici, la gavetta, come oggi non si usa più. Oggi qualsiasi spettacolo è patrocinato da qualche ente più o meno governativo, che paga… e l'attore diventa una specie di impiegato statale. Tutto molto più semplice ma il sapore dell'avventura, oggi non si gusta più.
Ricordo che andammo in un paesino dell'Appennino abruzzese, sul cocuzzolo di un monte. Avevamo preparato "La Figlia di Iorio", tragedia pastorale, D'Annunzio autore locale, successo assicurato. Effettivamente gli applausi ci furono, scroscianti; avevano montato un palcoscenico nella piazza del paese: quattro assi malmesse e traballanti. Scoprimmo che per arrivare alla piazza non esisteva una strada percorribile con il furgone che avevamo noleggiato, quindi dovemmo caricarci gli scenari e i costumi sulle spalle. Per fortuna era uno spettacolo allestito in economia, con attrezzeria ridotta al minimo. Il camerino fu allestito nel bar del paese, proprio sulla piazza dietro al palcoscenico, dove potemmo indossare i costumi, dietro ad una tenda che ci riparava da occhi indiscreti mentre al di là dell'improvvisato separé, gli avventori bevevano poncini e vino giocando a scopone o qualche altro gioco in uso nella zona.
Nella tragedia dannunziana, io facevo Aligi:

- "Madre, dormii settecent'anni, settecent'anni e vengo da lontano. Non mi ricordo più della mia culla" -

Il verso dannunziano era bevuto come nettare da quella moltitudine paesana assetata di cultura.

- "Madre, la sposa voi l'avete scelta pel vostro figlio nella vostra casa. Madre, voi me l'avete accompagnata perché dorma con me sopra il guanciale, perché mangi con me nella scodella" -

L'attenzione nella piazza si poteva toccare con mano. Anche i giocatori di scopone si erano fatti silenziosi per non turbare quel raccoglimento quasi religioso.

- "Io pascevo le mandrie alla montagna, alla montagna debbo ritornare. Madre, dov'è la mazza del pastore, che giorno e notte sa le vie dell'erba? Io l'abbia, quando viene il parentado, ché la veda com'io la lavorai" -

Il successo fu grandioso, i buoni paesani non si stancavano di applaudire, il sindaco venne a complimentarsi e ci offrì del formaggio, pecorino o caciocavallo non ricordo bene, e salsicce di locale produzione. Il padrone del bar ci liberò un tavolo, ci offrì un paio di fiaschi di vino e finalmente cenammo di buon appetito. 
Anna indossa la cuffia e ascolta musica, muovendosi ritmicamente. La mimica non deve essere eccessiva.
Tempi eroici! Li ricordo con tanta dolcezza. Voglio essere sincero: non ho più provato quelle emozioni, dopo, nei grandi teatri, con il nome sul manifesto grande… così (lo indica aprendo il pollice e l'indice di una mano). Pubblico elegante, ori, gioielli, luci nel foyer, ammiratori che vengono a trovarti in camerino, complimenti, sorrisi, autografi, strette di mano, abbracci… poi i riflettori si spengono, rimane una piccola luce di servizio, un ultimo saluto al custode, la strada, forse un tassì e una camera d'albergo, anonima, fredda, inospitale. Sono tutte uguali le camere d'albergo, dotate di termosifone ma fredde, letti soffici dove è difficile prendere sonno. Dove dormi solo, senza il calore di una donna accanto. La solitudine è la grande malattia dell'attore, la famiglia gli è negata, i continui spostamenti, le lunghe trasferte in treno o in auto impediscono alla gente di teatro di avere legami stabili; solo amicizie occasionali che al mattino successivo ti fanno svegliare con l'amaro in bocca e una sensazione di vuoto dentro: gli amori senza memoria. Stranezze di questo nostro mondo dorato; folle che applaudono, impresari che ti cercano, il tuo nome sui giornali, le tue foto in ogni angolo della nazione, conferenze stampa, la giornata zeppa di impegni ma quando il grande attore si ritira nella sua casa è solo, solo come un cane, anzi: due cani! Ho il mio Caligola, l'unico essere vivente che mi segue con affetto. Mi fu regalato da un'ammiratrice, era piccolino così, appena nato. Sorse il problema del nome. Stavamo producendo con il teatro sperimentale di non ricordo quale università, il Caligola di Camus e venne naturale imporgli quel nome, forse troppo grande per lui che è dolce, affezionato, comprensivo; tutto il contrario del personaggio che interpretavo.
Anche quello fu un grande successo: il potere gestito dall'imperatore sanguinario. Il problema dei governanti è sempre stato quello di trovare denaro per il funzionamento della macchina dello Stato. Caligola, questo problema, lo risolve in maniera del tutto personale.

- "… tutti i patrizi e personaggi dell'impero che dispongono di ricchezze restano obbligati a diseredare i figli ed a fare immediatamente testamento a favore dello Stato." -

Eh, via, ma aspettare che la gente muoia in modo naturale, richiede troppo tempo. La mente di Caligola è raffinata e trova rimedio anche a questo:

- "L'ordine delle esecuzioni capitali non ha, praticamente, alcuna importanza. O piuttosto: queste esecuzioni hanno tutte la stessa importanza; e perciò non ne hanno. D'altro canto è più morale rubare direttamente ad un cittadino, che insinuare imposte indirette sul prezzo dei generi di prima necessità. Governare è rubare: lo sanno tutti. Ma c'è modo e modo. Io ruberò francamente. E vi converrà di più che sottostare ai mille trucchi dei ladruncoli da strapazzo. (Imperioso). Siano firmati entro questa sera i testamenti da tutti i residenti in Roma; entro un mese al più tardi, dai residenti nella provincia." -

Ed al consigliere che pretendeva fargli notare quale arbitrio stava per commettere, l'imperatore rispondeva:

- "Sentimi bene, imbecille: se tu dai importanza al Tesoro, non ne dai alla vita umana; è chiaro. Tutti quelli che la pensano come te dovranno pur ammettere questo ragionamento; che non può essere niente la vita per coloro per i quali è tutto il denaro. Comunque ho deliberato di essere logico; e poiché ho il potere, vi accorgerete che cosa vi costerà la logica. Stermineremo contradditori e contraddizioni. Incominciando da te, se sarà necessario!
La tua buona volontà è fuori discussione, lo ammetto, ma anche la mia sta' pur certo. E poi, il mio piano, nella sua estrema semplicità, è geniale. Partita chiusa! Hai tre secondi per sparire!" -

Personaggi. Quanti ne ho portati alla ribalta; ho indossato il costume di re, imperatori, nobili nei quali potevo esternare la mia innata gentilezza di tratto e di stile. Ho vestito poi i panni di qualche borghese, più o meno gentiluomo e addirittura ho portato la casacca del proletario; nel mio guardaroba conservo il frac e la tuta del meccanico, l'abito nero del lutto ed il naso rosso del comico… ma io, io chi sono? Posso esibire mille abiti, mille volti, mille voci… ma un volto che sia mio, soltanto mio, una voce mia, che parli all'interlocutore che mi sta accanto, che non debba farsi sentire in fondo alla platea, una voce sommessa che parli al cuore con parole semplici, magari banali ma che esprimano una mia idea, un mio sentimento… una identità mia, ce l'ho? O piuttosto ho le mille identità dei miei personaggi? Quante volte me lo sono chiesto… non ho ancora trovato una risposta.
Eh, sì: sono un trombone anch'io, un altoparlante che fa rumore, chiama gente e tutti corrono al divertimento. Ora che discendo la vallata degli anni, per dirla con Otello, mi piacerebbe essere visto per quello che sono, vorrei smetterla di fare il trombone; sarebbe bello essere apprezzato per me stesso, ma la gente segue il richiamo, il rumore, la gente vuole divertirsi, vuole ridere. La gente può ridere con te per tutta una vita ma è disposta a concederti una sola ora per piangere con te, massimo una serata.
Quando mi rivolgo al pubblico che gremisce il teatro, non sono io che parlo, è il mio personaggio, è come un rito: il sacerdote e tutti i suoi fedeli per glorificare insieme il Dio Teatro. La gente accorre, fa ressa al botteghino, travolge ostacoli, transenne come quella volta, in una cittadina toscana dove volarono le porte del teatro, vetri in frantumi, una fiumana che voleva entrare nella sala già stracolma. Dovette intervenire la polizia, l'ordine fu ristabilito ma lo spettacolo cominciò con oltre un'ora di ritardo. Oh… se sfoglio le pagine della memoria, trovo anche quei piccoli paesi con certi teatrini dove platea e palcoscenico sono senza soluzione di continuità, ti ritrovi il pubblico lì accanto, quasi fai conversazione con lo spettatore che in molti casi partecipa e ti risponde. Un ricordo dolce, struggente… che mi convince di avere dato qualcosa al mio prossimo, magari una sola ora di evasione… sì, forse la mia vita non è stata del tutto inutile.
Anna consulta l'orologio, si alza, osserva la stanza prendendo appunti sul suo taccuino. Pausa, poi Giulio interviene.
Scusami, sono imperdonabile, parlo, parlo ma le mie chiacchiere sono piuttosto vane, me ne rendo conto. Dovevamo decidere, stabilire concretamente… una scaletta, i tempi, le luci e invece… sono imperdonabile. Che vuoi farci, è il fascino del passato… bello ma che non deve impedirci di guardare al futuro.
Anna si è avvicinata al mobile - bar e controlla.
Vuoi bere qualcosa? Scusa, mi ero dimenticato ma rimedio subito. Un bicchierino di anisetta?… Ah, già: dimenticavo… Telefono al bar, qualcosa di forte è quello che ci vuole per impostare lo special, il servizio. (Si avvicina ad Anna e getta un'occhiata sul taccuino). Apprezzo la tua precisione, veramente metodica, ma non ti sembra esagerato portare in televisione l'elenco dei miei liquori? Potrei essere considerato un beone, invece, non dico di essere astemio ma non ho proprio certe abitudini…
ANNA - (Impersonale, normale routine). Debbo controllare.
GIULIO - (Incredulo, quasi divertito). Che cosa?
ANNA - Che ci sia tutto.
GIULIO - (c. s.). Tutto cosa?
ANNA - Il normale arredo dell'appartamento, compresi gli accessori in dotazione.
GIULIO - Accessori? 
ANNA - Sì, bottiglie, asciugamani, soprammobili nonché biancheria.
GIULIO - Ma, insomma, chi sei?
ANNA - Anna, l'impiegata del Nuovo Residence 2000, affitto di appartamenti con mobili, a lungo e medio termine: mesi, giorni… ore. Qui dice (consulta il notes). Cavalier Giuliano Arrighini, dalle ore undici alle ore diciotto e trenta (significativa occhiata all'orologio) meno di mezz'ora. La pregherei di essere puntuale alla partenza. Alle diciannove e trenta abbiamo un nuovo arrivo.
GIULIO - (Ancora inebetito). Diciannove e trenta?
ANNA - Sì (consulta il notes) una coppia di Castiglione Dei Pepoli… dalle diciannove e trenta alle nove di domani mattina.
GIULIO - Capisco… una coppia…
ANNA - Io vado a controllare la camera da letto e il bagno, se intanto lei, cavaliere vuol passare in direzione… per regolare… se le occorresse fattura, in amministrazione sono a sua disposizione. Con permesso. (Uscendo, a sinistra). La saluto, cavalier Arrighini.
GIULIO - A… righini (urla) A… quadrettini! (È distrutto, vorrebbe rompere qualcosa, forse distruggere il mondo. Si stringe la testa fra le mani fino a farsi male, si allenta la cravatta, qualche passo barcollando, qualche gemito represso, infine esplode tutta la sua rabbia impotente con la follia di Re Lear, come lui schiacciato da un avverso destino). Urlate! Urlate…urlate… Urlate! Siete uomini di pietra! Se avessi le vostre bocche vorrei urlare tanto che la creta del cielo si dovrebbe squarciare! Piovere fuoco sul mondo! Urlate! Urlate per sempre… Cordelia… Anna… Cordelia… Che dico. È tutto finito. Come Re Lear, proprio come Re Lear… Perché un cane, un cavallo, un topo debbono avere vita e tu neanche un soffio? È finito, tutto è finito… (Come un automa ripone il libro di ricette nella borsa, prende il soprabito dall'attaccapanni, il guinzaglio e si avvia all'uscita. Calmo, quasi piangendo). Andiamo, Caligola, non possiamo restare qui. Andiamo, tu almeno sei felice. (Un'ultima occhiata alla stanza, come fosse un palcoscenico). Il grande attore Giulio Arrighi, al gran finale, esce dalla comune. (Si erge in tutta la maestà di un primattore, come non gli è mai riuscito prima. È il gran finale, dell'uomo più che dell'attore). Aprite le porte! Passa la strage! Passa la morte! Passa la ruina! (Muove verso l'uscita. torna alla realtà. Un gesto di sconforto. Esce parlando a Caligola). Andiamo, Caligola, solo e fedele amico della vita. Dobbiamo ricominciare… Tutto da capo… che dici? È tardi. Hai ragione, ma che vuoi farci… così va il mondo… (Esce).

FINE

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