Carlo Goldoni
Il vecchio bizzarro
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TITOLO: Il vecchio bizzarro AUTORE: Goldoni, Carlo CURATORE: Ortolani, Giuseppe NOTE:
DIRITTI D'AUTORE: no
LICENZA: questo testo distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/
TRATTO DA: "Tutte le opere" di Carlo Goldoni, a cura di Giuseppe Ortolani, I Classici Mondadori, seconda edizione 1955, volume quinto
CODICE ISBN: mancante
1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 5 ottobre 2002
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Carlo Goldoni
IL VECCHIO BIZZARRO
Questa Commedia in tre atti in prosa fu rappresentata per la prima volta in Venezia
nel Carnovale dell'anno 1754.
A SUA ECCELLENZA
IL SIGNOR
GIOVANNI BONFADINI
PATRIZIO VENETO
La prima delle mie Commedie stampate, Eccellentissimo Signor Giovanni, fu la Donna di Garbo, collocata nel primo Tomo della edizione di Bettinelli, e nel quinto in quella di Paperini, ed ebbi l'onore di consacrarla, come una primizia dei frutti del mio talento, alla Nobilissima Dama, la Signora Andriana Dolfn Bonfadini, vostra amorosissima Genitrice, e mia Protettrice benefica e generosa. Ci poteva bastare per un pubblico segno dell'ossequio mio verso di Lei, Dama illustre di meriti e di virt ripiena, verso l'Eccellentissimo Signor Francesco, egregio Genitore vostro, Senatore amplissimo, e verso la Casa tutta ch'io venero, spiegato avendo in allora, alla meglio ch'io seppi, e i fregi della Famiglia, e quelli delle persone, e gli obblighi miei infiniti verso di loro, e le ragioni che m'inducevano a preferire a qualunque altra persona questa mia benignissima Protettrice. Prescindendo ora da tutto questo, a Voi rivolgomi specialmente, Cavaliere umanissimo, per quelle grazie particolari che m'impartite, e questa mia Commedia a Voi dirigo, ed offerisco, e consacro, pel genio comico che virtuosamente vi divertisce, per la protezione che alle opere mie donate, e per quegli obblighi che precisamente vi devo. Il Vecchio bizzarro a Voi certamente mal converrebbe, che siete un giovane di talento e di spirito. Ma un tal carattere non vi pu esser discaro, rappresentandolo Voi ordinariamente nell'amena e gioconda Villeggiatura di Bagnoli del vostro Amico e Cugino, e mio Protettore benefico, l'Eccellentissimo Signor Conte Lodovico Widiman, pi volte ne' fogli miei ossequiosamente lodato. La parte a Voi prediletta suol essere quella del Dottor Bolognese, il quale con una maschera che copre il naso e la fronte, presenta una faccia di cotal uomo che abbia sortito dalla natura una di quelle macchie visibili, che col nome di voglia si chiamano volgarmente, e rendono la persona diforme, da che precisamente ebbe origine una simile caricatura, copiata dal naturale in quel secolo in cui dagli uomini forensi ancora si portavano per ornamento le basette, o i mostacchi. A Voi la lingua Bolognese riesce meno straniera e diffcile, sendo stato parecchi anni in educazione nel Collegio di Modona, ove quantunque intervengano Nobili Giovanetti di ogni nazione, prevale in qualche modo il nazionale linguaggio, il quale alle nostre orecchie non comparisce moltissimo dal Bolognese distante. Infatti abbiamo avuti nei nostri Teatri in Venezia, e ne hanno avuto parimente i Milanesi, i Fiorentini, i Romani, dei Dottori in Commedia d'altro paese fuor di Bologna; siccome in altre parti, da noi non molto remote, dei Pantaloni stati sono e sofferti, e applauditi, che Veneziani non erano, e non avevano della nostra lingua che una semplice infarinatura, ed una pratica materiale nell'uso del lor mestiere. Ma a tutti questi de' quali ora vi parlo, ed a moltissimi nazionali ancora dei luoghi da dove i Vecchi delle Commedie son tratti, prevale, Eccellentissimo Signor Giovanni, la vostra facondia, la grazia naturale che possedete, il brio, e lo spirito, e la prontezza con cui negl'impegni comici sapete animar le scene, aggiungendo alla pratica che fatta avete di tal carattere, il sapere e l'erudizione che manca ordinariamente ai Comici mercenari, nel basso mestiere grossolanamente instrutti, e nella povera condizione loro educati. Nel decimo Tomo della mia Fiorentina edizione, addrizzando a S. E. il Signor Pietro Priuli, amico e parente vostro, e nel comico divertimento collega, la quarantesima ottava Commedia, intitolata il Prodigo, accennai parecchie cose intorno alla Nobile compagnia di Bagnoli, e ne feci la descrizione esatta in un Veneziano Poemetto intitolato il Burchiello, per le Nozze di S. E. il Signor Alvise Priuli colla Nobil Donna la Signora Lucrezia Martin. Dissi che in occasione di detta Villeggiatura varie Commedie all'improvviso furono da me composte, e dagli ospiti valorosi egregiamente rappresentate; ma in una principalmente, che avea per titolo Le due Cameriere, riusciste Voi s bene, che tutti faceste maravigliare. Era per l'appunto la parte vostra del Dottor Bolognese il carattere di un Vecchio bizzarro posto fra due graziosi amoretti, giocati mirabilmente da due Cameriere vezzose, una d'indole seria, l'altra di costume brillante, rappresentata la prima da S. E. la Signora Cecilia Zorzi, e la seconda da S. E. la Signora Loredana Priuli, che con diverso sistema operando, lasciarono indeciso negli uditori di chi di loro fosse maggiore il merito, e l'abilit e la prontezza. Voi in mezzo di queste due faceste la miglior figura del mondo; tanti furono i sali, le facezie e le cose buone che vi sapeste innestare, che io non avrei certamente saputo scrivere la vostra parte n pi comica, n pi brillante.
Ma temo che la mia compiacenza sopra di questo punto facendomi dilatare soverchiamente, vaglia a far credere a quelli che non vi conoscono, che in s picciola cosa abbiasi confinato il vostro talento; e vorrei potere dal canto mio rendervi quella giustizia che meritate in tutte quelle parti che signorilmente vi adornano, per dar rissalto alle vostre virt, ai vostri meriti, ed alle vostre ammirabili prerogative. Sino dai primi anni della giovent vi dichiaraste parziale dei buoni studi, delle scienze, della filosofia, delle belle lettere, e coltivando in appresso un cos bel genio, vi formaste un perfetto conoscitore, un erudito Cavaliere, serbando anche in ci quella discreta moderazione con cui nei piaceri di questa vita sapete onestamente prendere la vostra parte. In quelle onorifiche cariche, in quei Magistrati che la Repubblica Serenissima a misura della et vostra vi ha finora appoggiati, spicc talmente il vostro sapere, e la diligentissima attenzione vostra, che dai primi saggi del vostro talento pu argomentarsi qual sarete per divenire in Repubblica, e quali fortunati progressi da Voi si aspettino i Congiunti vostri ed i vostri Concittadini; ed io, che ebbi l'onorato carico parecchie volte di tesser rime ed encomi agli Eroi di questa Patria Gloriosa, ai primi gradi innalzati dal merito e dalla virt, se tanta vita Dio mi concede, spero dover cantare di Voi luminosissime cose, in occasione di giubbilo, di gloria vostra e di consolazione comune.
Il vostro magnanimo Genitore, che dopo aver servito con vero zelo e con ammirabile decoro la Patria, ebbe da essa la ricompensa sublime della Dignit Senatoria, passatovi per la via insigne del Tribunale pi eccelso, egli vi apre la strada agli onori, alle cariche, alle dignit, e Voi, non meno che l'Eccellentissimo Signor Pietro, Fratello vostro degnissimo, siete nella virtuosa gara costituiti di far decidere al chi pi vaglia, e pi sollecitamente, ad ingrandir maggiormente il sangue illustre della vostra Famiglia, la fama dei vostri meriti, e la grata riconoscenza della Repubblica Serenissima.
Pieno di cos viva speranza, godo dello stato vostro presente, e delle venture felicit che vi aspettano, e gi che l'et vostra il consente, vi offro per ora il divertimento di una Commedia, risserbandomi nelle occasioni pi fortunate ad innalzar la mia musa coi cantici delle vostre Glorie. Seguite pure di buona voglia l'esercizio piacevole delle Commedie, le quali, non solo vagliono a divertirvi, ma possono eziandio esseri di giovamento. Quell'avvezzarsi a parlare al pubblico pure lodevol cosa. L'arte s famigliare agli antichi Romani si perfettamente in queste fortunate Lagune trasfusa e perfezionata. Nascono fra di noi gli Oratori; chi al Senato, chi al Foro con ammirabile naturale facondia sa difendere le cause pubbliche e le ragioni private. un pregio e un abito della Nazione la naturale disposizione agli aringhi, la prontezza del dire, la energia delle dispute, la forza degli argomenti, la chiarezza, la fecondit dello stile. Oltre alla natura benefica, l'esempio de' Vecchi ammaestra la Giovent e in questa l'esercizio avvalora l'istinto. Tutte le arti si vengono a perfezionare per gradi, e loderei sommamente che a tutti gli altri piacevoli trattenimenti che ai Giovinetti si accordano, quello si preferisse di esporsi ai pubblico dalle Scene. Molti si trovano di talento e di sapere forniti, che pensano giustamente, e capaci sono in privato di un buon consiglio ma temono le azioni pubbliche; e manca loro il coraggio. Ci accade ordinariamente perch non ne sono avvezzati, onde quantunque siano le Scene dal Foro e dai Magistrati remote, l'azione similmente azzardosa, allorch trattasi di parlare da un luogo pubblico ad un numero di persone raccoltesi per ascoltare; e chi bene abbia riuscito in questo sopra le Scene, se non avr le cognizioni che al buon legale o al bravo Repubblichista son necessarie, avr superata almeno la massima difficolt, che suol consistere nell'apprensione, ha tutti i numeri necessari, e per le piccole e per le grandi imprese; ha bisogno meno degli altri di tali esperimenti per esercitare la sua facondia e la prontezza del suo intelletto, ma ci non ostante seguiti pure, e non abbandoni il bel piacere delle Commedie. Queste recano un altro bene alla Giovent: La divertiscono dai trattenimenti meno innocenti, e qualche volta pericolosi. Guai al mondo se non vi fossero dei Teatri. Tutti i Principi li credono necessari. Un Capitano d'armata, fuori dei militari conflitti, pensa immediatamente a divertire la Truppa con i Teatri; questi impediscono i progressi del gioco, e traviano dalle insidie amorose. Parlo di que' Teatri che onesti sono e morigerati. Non di quelli di mal esempio, che si figurano i Moralisti colle loro invettive, de' quali a' d nostri, per la Dio grazia, si perduta per fin la memoria.
Ma sul finire di questo foglio, mi si presenta all'idea un rimprovero che l'E. V. pu farmi. Io lodo Voi che tanto mirabilmente il Dottor Bolognese rappresentate, e pare che dalle mie Commedie lo abbia sbandito. Mi giustifico brevemente. Prima di tutto, io non ho l'abilit di scrivere quella lingua, come Voi la parlate. In secondo luogo, senza far torto alle Maschere che ora abbiamo, pericoloso mi riusc sempre, ed infelice talvolta il valermene, stanco il Pubblico forse di veder sempre le cose solite, amante della novit sulle Scene.
Dovendo scrivere per Bagnoli, non lascier da parte il Dottore, veggendolo in tanta grazia del popolo che lo applaudisce. So anch'io conoscere i miei vantaggi per la miglior riuscita delle mie produzioni, e so altres che miglior fortuna non posso desiderarmi, oltre quella della grazia e protezione vostra umanissima, alla quale ossequiosamente mi raccomando.
Di V.E.
Umiliss. Dev. Obblig. Servidore
Carlo Goldoni
L'AUTORE A CHI LEGGE
Nel rivedere la presente Commedia coll'oggetto di darla al torchio, la memoria mi suggerisce l'evento sfortunato ch'ella ebbe sopra le Scene, allora quando fu per la prima volta prodotta, e mi sovviene, che allora subito desiderai di poterla stampare, perch il Pubblico avendola sotto l'occhio, sapesse dirmi con verit, se tanto parea cattiva in leggendola, quanto apparve nella sua rappresentazione. S'io mi credessi ch'ella tal fosse, quale in allora fu giudicata, vorrei nasconderla, vorrei lacerarla, anzich a nuovi insulti esporla miseramente; ma esaminandola senza passione, non parmi essere indegna di quel generoso compatimento, che tante altre Commedie mie, di questa ancora pi difettose, hanno dal Pubblico riportato. Molte combinazioni si uniscono spesse volte per fare che scomparisca un'opera sfortunata; e molte altres favorevoli contribuiscono all'esito avventuroso. Nell'anno primo ch'io presi a scrivere per la Compagnia del Teatro de' Nobili Vendramini, fatta non avea in pochi mesi la pratica delle persone che la componevano, e andava cercando in ognuno l'abilit e il carattere per far qualche cosa di nuovo. Eravi in allora un celebre Pantalone, di cui vive ancor la memoria dopo la morte della persona; e mi lusingai, che quanto era egli valente colla sua maschera, potesse riuscire egualmente col volto scoperto; e quanto era lepido e gentile nelle conversazioni, avesse a comparire, nel suo naturale aspetto, piacevole sulla Scena.
Scelsi per tal oggetto un carattere non meno grazioso che cognito e familiare nel paese nostro, uno cio di quei Vecchi bizzarri, che noi vediamo frequentemente, i quali avendo passata l'et migliore con della vivacit e dello spirito, conservano nella vecchiaia lo stesso brio, la stessa disinvoltura. Certi tali uomini popolari, spiritosi, brillanti, da noi si chiamano Cortesani; e siccome altre volte aveva io dato alle Scene il loro carattere in giovent, pensai farlo comparire nella sua verit conservato nella vecchiaia, e intitolai la Commedia Il Cortesan Vecchio, ch' lo stesso che dire Il Vecchio Bizzarro. Lettor carissimo, se di quelli non sei che lo ha veduto rappresentare, non puoi figurarti l'irritamento del Popolo contro di esso, e le ingiurie che contro di me medesimo si scagliarono in quella occasione.
vero che la Commedia riusc malissimo; il personaggio suddetto, ch'era l'attor principale, avvezzo sempre a recitar colla maschera, e all'improvviso, si trov talmente imbarazzato e confuso, che parea un principiante, e in luogo di animare le cose, come era solito, le faceva miseramente languire. Qualche altro personaggio, posto come lui nell'impegno di recitare le cose scritte, contro l'antico di lui costume, si confuse egualmente; e l dove la Commedia dovea brillare,
Non cadde no, precipit dal Palco.
Compatisco il popolo, che s' annoiato; io medesimo non ebbi la tolleranza di vedere il fine della Commedia; partii dal Teatro per sollevarmi, e per mia mala sorte andai a terminar la sera al Ridotto. Col sogliono ragunarsi le Maschere, terminato il teatrale divertimento ed ivi si sentono gli elogi o i biasimi delle rappresentazioni vedute, e specialmente la prima sera delle cose nuove rappresentate; l si pronunziano i giudizi, per lo pi appassionati, e le sentenze barbare ed inumane. Fu per me un caro divertimento sentirmi strapazzare nella pi sonora e caricata maniera che dar si possa; e la maschera che mi copriva, mi dava campo di penetrare nei circoli senza essere conosciuto, e di godermi le ingiurie delle quali mi caricavano. Non si fermavano gi a discorrere della Commedia, a rilevarne giudiziosamente i difetti, e molto meno a criticarne gli Attori; ma contro di me eccitati, io era l'unico scopo delle satire e delle invettive. Non mancarono degli amici miei, che si provavano per difendermi, ma guai a loro, se continuavano, li avrebbero lapidati. Se a dir movevasi alcuno, essere stata la colpa di qualche Attore, rispondevano in dieci: no non vero, la colpa sol del Poeta. Se rifletteva alcun altro, essere compatibile il Poeta istesso, dopo averne un s gran numero pubblicate, eravi chi rispondeva: ha finito, ha finito, vuotato il sacco; ed una signora maschera di genere femminino, che ho conosciuto benissimo, sedendo ad un tavolino, ove da quattro galantuomini si giuocava al Tresette inquietando la partita loro, perch applauso facessero alla sua voce stridula ed alle sciocche parole che pronunciava, mostrandosi di me informata, quantunque io non abbia avuto mai la disgrazia di praticarla, disse ch'ella sapeva benissimo, ch'io era per lo passato provveduto del comodo di una buona raccolta di Commedie di vari tempi, incognite all'universale, dalle quali avea copiato tutto quel poco di buono che erasi di mio veduto, e che questa venuta al fine, io era rimasto in secco. Di questa signora maschera ho dato un cenno nella prefazione seconda del Tomo Ottavo della edizione mia Fiorentina, al proposito degl'Imprudenti; e se ora mi do l'onore di nuovamente ricordarmi di lei, non che per l'occasione profittevole che mi si presenta, e per dirle che il magazzino delle Commedie incognite non era in quel tempo altrimenti finito; poich ne ho prodotte dopo d'allora altre venti almeno per la maggior parte felici, e tuttavia ne vo producendo.
Una cosa mi ha sempre fatto grandissima specie, e non posso dissimularla, e non mi avvezzer mai a soffrirla senza maravigliarmi, e senza provarne sensibile dispiacenza. Che le Commedie mie non incontrino, non maraviglia, anzi per lo contrario consolar mi deggio, che senza merito molte di esse vengono bene accolte e benignamente applaudite. Ma dopo il fortunato incontro di una Commedia, come successe in quell'anno medesimo alla Sposa Persiana, rappresentata trentadue volte con un concorso e con uno strepito universale s grande, subito dopo, trovandosi il popolo malcontento di un'altra, abbiasi a dimenticare s presto la sua compiacenza, e il merito che fortunatamente ho avuto di divertirlo; e in premio almeno delle mie fatiche non abbia la carit di compatirmi, e voglia con gli strapazzi ricompensare le mie fatiche, una bibita troppo amara, e basterebbe a disanimarmi, se gl'impegni miei non mi tenessero incatenato. Ma il Pubblico un capo che non ragiona se non col proprio piacere, e nella confusione di tanti oggetti raccolti, i nemici si sfogano dove trovano il campo aperto a poterlo fare; e gli amici istessi pare che si vergognino a giustificare l'Autore, nelle occasioni dei suoi difetti o delle sue sfortune.
Stampandosi ora questa male avventurata Commedia, spero non aver l'incontro di prima. Lascio al Lettore la libert di considerarla da per se stesso; e siccome non fu partitamente attaccata, inutile ch'io la difenda con apologia pi particolare. Temendo non mi succeda lo stesso s'ella venisse qualche altra volta rappresentata per la difficolt di ritrovare un Vecchio grazioso senza la maschera, l'ho posta io medesimo presentemente al Vecchio Bizzarro, facendolo rappresentare dal nostro benemerito Pantalone.
Personaggi
PANTALONE de' BISOGNOSI vecchio bizzarro
CELIO ipocondriaco
OTTAVIO Livornese
FLORINDO Livornese
FLAMINIA sorella di Florindo
CLARICE nipote di Celio
ARGENTINA serva di Flaminia
BRIGHELLA servitore di Ottavio
TRACCAGNINO servitore di Celio
MARTINO Veneziano, giocatore
Un SERVITORE del casino
Un BRAVO che parla
Un Bravo che non parla
La Scena si rappresenta in Venezia.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Casino di giuoco con tavolini e sedie.
Martino che taglia alla bassetta ad un tavolino, Ottavio e Florindo che puntano.
OTT. Va il due a quattro ducati.
MART. Va. Do xe and.
FLOR. Signor Ottavio, oggi avete la fortuna contraria, Vi consiglio non riscaldarvi.
OTT. Lasciatemi fare. Non mi parlate sul giuoco.
MART. Do ha perso. Voggio quattro ducati. (mescola le carte)
OTT. Gi lo sapeva. Sia maledetto chi mi parla sul giuoco.
FLOR. Se parlo, lo faccio per vostro bene. Se non aveste ad essere mio cognato, non parlerei.
OTT. Se maritandomi credessi di dover ritornare ad essere figlio di famiglia, vorrei lacerare il contratto.
FLOR. Ed io, se credessi di rovinar mia sorella con un giocatore ostinato, vorrei domani partir di Venezia, e ricondurla a Livorno.
OTT. Conducetela dove volete. Due al resto di venti ducati.
FLOR. Non avete parlato ad un sordo.
MART. Do al resto de vinti ducati. La diga, patron, che monede zoghemio?
OTT. Sono un uomo d'onore. Son conosciuto. Se vincerete, vi pagher.
FLOR. (Se torna da me per aver denari, non gliene do pi certamente). (da s)
MART. Do. Voggio vinti ducati. (mescola le carte)
OTT. Per piet, Florindo, andate via.
FLOR. Questo casino pubblico. Voi non avete autorit di scacciarmi.
OTT. Non vi discaccio. Vi prego non mi dar soggezione.
FLOR. Vergognatevi. (s'alza, e parte)
OTT. Al due alla pace.
MART. Do a far pace. (taglia)
SCENA SECONDA
Pantalone e detti.
PANT. Schiavo, patroni.
MART. Schiavo, sior Pantalon.
PANT. Compare Martin, sioria vostra. Come vala?
MART. La sticchemo.
OTT. Si giuoca, o non si giuoca? (a Martino)
MART. Do alla pace. Son con ella; no la se scalda, patron.
PANT. Va un ponto.
MART. Va quel che vol.
PANT. Se contentela? (ad Ottavio)
OTT. S, ho piacere che mi accompagniate il punto.
PANT. Otto a un ducato. (mette il ducato)
MART. Otto, ponto stravagante: va l'otto.
PANT. E se me lo d, veder cossa fazzo.
MART. Lo metteu al pi?
PANT. Tir de longo.
MART. Otto, av vadagn. Va altro?
PANT. Lass vder mo.
MART. Tol el ducato.
PANT. Ghe l'ho cavada. Lo metto in berta e no zogo altro.
MART. Compatime, compare, no la xe da par vostro.
PANT. Ste otto lire le vago a gder all'ostaria. Semo quattro amici, ve faremo un brindese.
MART. Eh via, mett la vostra segonda.
PANT. I me aspetta. No zogo altro.
OTT. Badate a me, signore, che ho messo una posta di venti ducati. Non mi state a seccare per un ducato. (a Martino)
MART. Caro sior, stimo pi quel ducato, che no stimo i so vinti.
OTT. Per qual ragione? Avete timore ch'io non vi paghi?
MART. No so gnente. (giuoca)
PANT. (Vegnighe sotto a ste giozze). (da s)
MART. Do, vi quaranta ducati.
OTT. Va.
MART. No va altro.
OTT. Mantenetemi giuoco.
MART. Quaranta ducati, no voggio altro. (s'alza e mette via il denaro)
OTT. Me ne avete guadagnato cento in contanti.
MART. Me despiase che i sia pochetti.
PANT. (Oh che fio!) (da s)
OTT. Non giocare da galantuomo.
MART. Vdela ste carte? Cossa vorla zogar, che ghe dago el ponto in fazza?
OTT. Che punto in faccia? Siete voi baratore?
MART. A mi barador? De sta parola me ne render conto.
PANT. Via, molghe, sior Martin, molghe.
OTT. Son capace di darvi qualunque soddisfazione.
PANT. Sior foresto, no la se scalda.
OTT. La spada la so tenere in mano.
PANT. Vard, se passasse quel della smola.
MART. Ve la magner quella spada.
PANT. Cavve, sior bulo magro. (a Martino)
MART. Sior Pantalon, co mi no ve ne impazz.
PANT. Coss', ve brselo quel ducato che av perso?
OTT. Colui un briccone. (a Pantalone)
MART. A mi briccon? (mette mano a uno stile)
PANT. Via, sier canapiolo. (con un pugnale lo fa star indietro)
OTT. Ti uccider. (mette mano alla spada)
PANT. Alto l, patron. (si mette contro Ottavio)
MART. Vien avanti.
PANT. Cavve. (a Martino)
MART. Son capace...
PANT. Cavve, ve digo. (minacciandolo)
MART. Anca vu contro la patria?
PANT. No xe vero gnente. Son un bon venezian. Per i mii patrioti son capace de farme taggiar a tocchi, ma no posso soffrir che un Venezian fazza una mala grazia a un foresto. Gh'av torto, sior. Gh'av vadagn i bezzi, e l'av piant malamente. No digo che fussi obblig a mantegnirghe ziogo sulla parola; ma a un omo che ha perso, a un omo che xe caldo dal zogo, no se ghe parla cuss. El ponto in fazza? El stiletto in man? I omeni onorati no i fa cuss.
MART. Voggio i mi quaranta ducati.
PANT. Adesso no i pod pretender; doman la discorreremo.
MART. Vu no gh'intr per gnente. (a Pantalone)
PANT. Se no gh'intro, ghe voggio intrar; e and via de qua.
MART. Sangue de diana!
PANT. Qua no ghe xe siora Diana, n siora Stella. And via, che sar meggio per vu.
MART. Coss' sto manazzar? Voggio star qua.
PANT. Via, sior cagadonao. (minacciandolo)
MART. Se catteremo. (fuggendo via)
SCENA TERZA
Ottavio e Pantalone.
PANT. Polentina calda.
OTT. Signore, sono obbligato al vostro cortese amore, ma credetemi che colui non mi faceva paura.
PANT. Me par de cognosserla ella.
OTT. Sono Ottavio Gandolfi per obbedirvi.
PANT. El novizzo de siora Flamminia?
OTT. S signore, quello che doveva sposare la signora Flaminia. La conoscete?
PANT. La conosso, perch la sta in casa de sior Celio, mio caro amigo.
OTT. S, venuta a Venezia in compagnia della signora Clarice, nipote del signor Celio.
PANT. E ella, patron, xela vegnua con lori?
OTT. Non signore io sono qui da tre anni in circa per una lite. In Livorno eravamo amici con il signor Florindo, e qualche trattato vi fu sin d'allora fra la di lui sorella e me: ora poi, coll'occasione che ci siamo riveduti, si ripigliato l'affare, e si anche quasi concluso.
PANT. Ghe vala in casa del sior Celio?
OTT. Poche volte.
PANT. Digo ben; mi no ghe l'ho mai vista.
OTT. Vossignoria pratica dunque in quella casa.
PANT. Sior s, semo amici co sior Celio. El xe un bon galantomo. Pecc che el patissa i flati ipocondriaci. La saver anca ella; el xe un raner de vintiquattro carati.
OTT. bene altrettanto spiritosa la di lui nipote.
PANT. La conossela siora Clarice?
OTT. L'ho conosciuta a Livorno, quando col conviveva il di lei padre, fratello del signor Celio; e poi due volte l'ho qui veduta in casa d'una Fiorentina, in compagnia della signora Flaminia.
PANT. La xe fia unica de un pare che negoziava, e de un barba che gh'ha del soo. La gh'aver una bona dota.
OTT. Dicono per che non arrivi a diecimila ducati.
PANT. E siora Flaminia?
OTT. Ella ne aver trentamila.
PANT. Me ne consolo con ella, signor. La far un bon negozio.
OTT. Signore, ho piacere d'aver avuto la fortuna di conoscervi. Il vostro nome?
PANT. Pantalon, per servirla.
OTT. Signor Pantalone, all'onore di rivedervi. (in atto di partire.)
PANT. L'aspetta, patron; perch, avanti che la vaga via, gh'ho da parlar.
OTT. Che cosa avete da comandarmi?
PANT. L'ha visto che mi, senza conosserla, solamente per zelo dell'onest e della giustizia, me son intramesso tra ella e sior Martin, parendome che el trattasse mal, e che el ghe usasse superchieria.
OTT. vero, di ci vi sono obbligato.
PANT. Ma no basta.
OTT. Che cosa devo fare di pi?
PANT. No ala perso sulla parola quaranta ducati?
OTT. vero: li ho perduti.
PANT. Bisogna che la li paga.
OTT. Li pagher.
PANT. Mo quando li pagherala?
OTT. Aspetto le mie rimesse.
PANT. No s'ha da aspettar le rimesse. La li ha da pagar drento de vintiquattro ore.
OTT. Colui che mi ha guadagnato, non persona che meriti una rigorosa pontualit.
PANT. La pontualit, patron caro, no la riguarda quel che ha da aver, ma quel che ha da dar. Avanti de zogar, bisognava considerar se el ziogador giera degno de ella; adesso el xe un creditor, e un creditor de zogo, che in ogni maniera s'ha da pagar. Mi m'ho intromesso, perch nol ghe usa un insulto, ma no perch nol sia sodisf; e adesso, oltre la so reputazion, ghe xe de mezzo la mia, e ghe digo che la lo paga, e se no la lo pagher, l'aver da far con mi. La toga la cossa da bona banda. Son un omo che parla schietto, son uno che non ha mai sofferto bulae; ma che ha sempre condann le cattive azion. La ghe pensa, e ghe son servitor. (parte)
SCENA QUARTA
Ottavio, poi il Servitor del casino.
OTT. Anche questi mi vuol soverchiare. Ma no, per dir il vero, ha ragione; parla da uomo, e deggio arrendermi alla verit. Ho perduto, mi convien pagare. Vi va della mia riputazione. Quest'uomo pratica in una casa dove son conosciuto. Chi di l?
SERV. Comandi.
OTT. Vi il mio servitore?
SERV. S signore; vi .
OTT. Che venga qui.
SERV. La servo. (parte)
SCENA QUINTA
Ottavio, poi Brighella.
OTT. Il non aver denari non scusa che basti nelle contingenze in cui sono; conviene ritrovarne, e pagare. BRIGH. Son qua alla so obbedienza.
OTT. Brighella, ho bisogno ti te.
BRIGH. La me comandi.
OTT. Ho perduto al giuoco. Ho necessit di denaro. Prendi quest'anello, e trovami cinquanta zecchini.
BRIGH. Veder de servirla... ma me despiase...
OTT. Che cosa?
BRIGH. Che se stenta a trovar danari senza pagar un diavolo de usura.
OTT. Ingegnati. Fa quel che puoi. Migliora il negozio pi che sia possibile; ma soprattutto la prestezza ti raccomando.
BRIGH. Se lecito, ala perso assae sulla parola?
OTT. Quaranta ducati d'argento.
BRIGH. E la vol cinquanta zecchini?
OTT. Ho da restar senza un soldo?
BRIGH. La torner a zogar.
OTT. S, voglio veder di rifarmi. (parte)
BRIGH. Sior anello carissimo, sent el pronostico che ve fa un vostro bon servitor. Vu passar in te le man de un omo da ben che ve custodir con zelusia e con amor, e no veder pi la fazza del vostro primo patron. Se lu el ve repudia, trover chi ve sposer, ma se mi ho da esser el vostro mezzan, sior anello carissimo ha da toccar a vu a pagarme la sansaria. (parte)
SCENA SESTA
Camera di Celio.
Celio, poi Traccagnino.
TRACC. Signor.
CEL. Portami uno scaldino con del fuoco.
TRACC. La servo.
CEL. Aspetta. Guardami un poco in viso. Che ti pare? Sono pallido? Ho cattiva ciera?
TRACC. Se s grasso come un porco.
CEL. La grassezza non serve. Bisogna osservare il color del viso.
TRACC. S rosso come un gambaro.
CEL. Rosso? Assai rosso?
TRACC. Rosso come el scarlatto.
CEL. Mi sento del calore alla testa. Dammi uno specchio.
TRACC. Un specchio? Da cossa far?
CEL. Voglio vedere che sorte di rosso .
TRACC. Eh via, che mattezzi!
CEL. Voglio lo specchio, ti dico.
TRACC. El fogo lo vorla?
CEL. No, non voglio altro fuoco. Ho la testa calda.
TRACC. Vago a tor el specchio.
CEL. Fa presto... Mi par d'avere le fiamme nel viso.
TRACC. (vero, tutto el so mal l' in te la testa). (parte poi ritorna)
CEL. Mi si potrebbe formare una postema nel capo. Questi umori vaganti, questi sieri acri, mordaci, si potrebbero fissare... (si tasta il polso) Ho un polso molto cattivo. (si tasta l'altro) E questo non corrisponde a quest'altro.
TRACC. Son qua col specchio.
CEL. Traccagnino, vieni qui. Tastami un poco il polso.
TRACC. El polso? dove?
CEL. Qui, qui, il polso. Non sai dov' il polso che ordinariamente si tasta?
TRACC. Sior s, lo so.
CEL. Senti dunque. (gli d il braccio)
TRACC. Mi no sento gnente.
CEL. Non senti battere il polso?
TRACC. Dov'elo el polso?
CEL. Non lo trovi?
TRACC. Mi no lo trovo.
CEL. Povero me! Cercalo; senti bene.
TRACC. Mi no sento gnente.
CEL. Ah Traccagnino, per carit, va a chiamare il medico.
TRACC. Vorla el specchio?
CEL. No... s... lascia vedere. Non ci vedo. Mi viene qualche gran male. Presto un cerusico.
TRACC. Dove l'oio d'andar a cercar?
CEL. Mi manca il respiro. Portami qualche cosa.
TRACC. Cossa gh'oi da portar?
CEL. Un bicchier d'acqua. Presto, che non posso pi.
TRACC. (Sia maledetto i matti). (da s, e parte)
CEL. Sento che non posso nemmeno parlare. Mi s'ingrossa la lingua.
SCENA SETTIMA
Pantalone e Celio.
PANT. Amigo, se pol vegnir?
CEL. Ah, il cielo vi ha mandato.
PANT. Cossa gh' de niovo?
CEL. Tastatemi il polso.
PANT. Semo qua colle solite rane.
CEL. Voi non mi credete, ed io mi sento un gran male. Tastatemi il polso per carit.
PANT. Con quel muso?
CEL. Ma se ora casco; se non ho pi polsi! (tastandosi)
PANT. Lass sentir mo.
CEL. Tenete. (gli d il polso)
PANT. Oh bello! (tastandolo)
CEL. Ah?
PANT. Oh caro!
CEL. Che?
PANT. Una, do, tre e quattro. (come sopra)
CEL. Quattro, che?
PANT. Quattro rane, una pi bella dell'altra.
CEL. Va bene?
PANT. S, el va ben. No gh'av gnente a sto mondo.
CEL. Sentite quest'altro.
PANT. Aspett, che ve taster el polso dove che st pezo.
CEL. Dove?
PANT. Qua, compare. (gli mette una mano sulla fronte)
CEL. calda la fronte?
PANT. I sbazzega. (scuotendogli il capo)
CEL. Non fate cos, che le cervelle si possono distaccare dal cranio.
PANT. Amigo caro, me xe st dito, che st poco ben, e son vegn a posta per farve varir.
CEL. Come?
PANT. Vegn con mi.
CEL. Da qualche medico forse?
PANT. S ben: da un miedego che ve varir.
CEL. Questo signore non potrebbe venir da me?
PANT. Non potrebbe.
CEL. E dove sta?
PANT. Poco lontan: al Salvadego.
CEL. Al Selvatico? All'osteria?
PANT. S ben, e saveu cossa che ha da esser el vostro medicamento? Magnar, bever, e star allegramente con quattro galantomeni, e vu, che fa cinque.
CEL. Ci verrei volentieri, ma ho paura.
PANT. Paura de che?
CEL. Non ist bene. (si tasta il polso)
PANT. E sempre col polso in man. Se far cuss, deventer matto.
SCENA OTTAVA
Traccagnino con acqua, e detti.
TRACC. Son qua coll'acqua.
PANT. Da cossa far?
CEL. Da bevere per me.
PANT. Eh, che l'acqua imarzisce i pali. Gh'aveu vin de Cipro in casa?
CEL. Ne ho; ma non ne beverei per tutto l'oro del mondo.
PANT. Se no ghe ne bev vu, ghe ne bevo mi. Porta del vin de Cipro. (a Traccagnino)
TRACC. Questo l'intende meio del me patron. (parte)
CEL. L'acqua non volete ch'io la beva?
PANT. Sior no. Aspett un poco.
CEL. (Si tocca il polso)
PANT. Velo l col polso in man.
CEL. Non mi tocco niente io.
PANT. E cuss, vegnu a disnar con nu?
CEL. Se non avessi paura che mi facesse male.
PANT. Lasseve governar da mi, no ve dubit gnente.
CEL. Ma avvertite che voglio bever acqua.
PANT. Lasseve regolar da mi.
TRACC. Ecco qua el vin de Cipro. (Traccagnino torna con una bottiglia)
PANT. Lass vder, e and a bon viazo. (versa il vino nel bicchiere)
TRACC. De sto medicamento ghe ne vi anca mi. (parte)
PANT. Se ve dasse sto gotto de vin, lo beveressi?
CEL. Io no.
PANT. E se ghe mettesse drento un secreto che gh'ho per el vostro mal, lo torressi?
CEL. Se fosse un medicamento, lo prenderei.
PANT. Aspett; no vi che ved cossa che ghe metto. (Si volta, e finge mettere nel bicchiere qualche cosa, versando dell'altro vino)
CEL. (Si tocca il polso)
PANT. Bravo!
CEL. Mi pare di star peggio.
PANT. Tol sto medicamento.
CEL. Mi far bene?
PANT. Tollo sora de mi.
CEL. Lo prender. (beve)
PANT. Ve piaselo?
CEL. Non mi dispiace.
PANT. Ve par de star meggio?
CEL. Mi par di s.
PANT. Toccheve el polso.
CEL. Va bene, gagliardo.
PANT. Seu forte?
CEL. Fortissimo.
PANT. Vegnu al Salvadego?
CEL. Verr dove voi volete.
PANT. Andeve a vestir, che ve aspetto.
CEL. Vado subito. (parte, toccandosi il polso)
PANT. E tocca!
CEL. Son forte, e non ho paura.
PANT. Coss' sta paura? De cossa gh'aveu paura? De morir? Una volta per omo tocca a tutti.
CEL. Oim! (si tocca il polso, e sputa)
PANT. Se far cuss, deventer matto.
CEL. Per amor del cielo, non mi parlate di malinconia. Quando sento discorrere di queste cose, mi vengono le convulsioni.
PANT. Cossa xe ste convulsion? Adesso tutti patisse le convulsion. I miedeghi dopo tanti anni i ha trov un termine che abbrazza un'infinit de mali, e cuss i la indivina pi facilmente. Quel che rovina i omeni xe la maniera del viver che se usa presentemente. Mi seguito el stil antigo, e grazie al cielo, no patisso n rane, n convulsion. La cioccolata e el caff le xe cosse che insporca el stomego. Do soldetti de malvasia garba xe la mia marendina. Pacchiughi de cuoghi mi no ghe ne magno. Magno roba bona, roba schietta, roba che cognosso e che no me fa mal. Questa xe la maniera de viver un pezzo, e de viver sani. Vu ai vostri zorni av disordin; e se no gh'aver giudizio, creper.
CEL. (Sputa, si tasta il polso, e parte )
SCENA NONA
Pantalone solo.
PANT. Da una banda el me fa da rider. Sempre el se tasta el polso, e col sente a minzonar o morti, o malattie, el spua. E s anca ello un zorno el xe st omo de mondo.
SCENA DECIMA
Clarice ed il suddetto.
CLAR. Serva umilissima.
PANT. Patrona reverita.
CLAR. Non era qui il signor zio?
PANT. El giera qua. El se xe and a vestir.
CLAR. Voleva dirgli una bella novit.
PANT. Pssio saverla mi sta novit?
CLAR. O s, signore. La novit questa. Il signor Florindo vuol ritornare a Livorno con sua sorella.
PANT. Ghe despiase che sior Florindo vaga a Livorno?
CLAR. Mi dispiacerebbe per causa di sua sorella.
PANT. Per causa della sorella, o per causa del fradello?
CLAR. A me mi preme la sorella.
PANT. Ma la sorella senza del fradello no la pol star.
CLAR. Vorrei che restassero tutti due.
PANT. Vdela se l'ho indivinada? Mi co vardo una donna in ti occhi, so subito cossa che la vol.
CLAR. Dice bene il proverbio: il diavolo ne sa, perch vecchio.
PANT. Mi mo, vdela, ghe ne so pi del diavolo.
CLAR. Perch?
PANT. Perch el diavolo delle donne el se fida, e mi no ghe credo una maledetta.
CLAR. Non siete stato mai innamorato?
PANT. Mai in vita mia.
CLAR. Fino alla morte non si sa la sorte.
PANT. Chi gh'ha bon naso, cognosse i meloni.
CLAR. Eppure so che non vi dispiace il conversar colle donne.
PANT. Xe vero: le vardo coi occhi, ma no le vardo col cuor.
CLAR. Chi va al mulino, s'infarina, signore.
PANT. Chi gh'ha giudizio, con una scovoletta se netta.
CLAR. (Quanto pagherei, se mi riuscisse d'innamorar questo vecchio). (da s)
PANT. (La xe furba: ma la va da galiotto a mariner). (da s)
CLAR. Eppure siete ancora in istato di far fortuna.
PANT. Certo, che gnancora no ho perso la carta del navegar.
CLAR. Il vostro spirito fa vergogna ad un giovane di venti anni.
PANT. E de spirito, e de carne, son quel che giera de vinti anni.
CLAR. Si vede. Sarete stato il pi bel giovane di questo mondo.
PANT. No digo per dir, ma co sto muso ghe n'ho fatto delle belle.
CLAR. E siete in grado di farne ancora.
PANT. Perch no? Un sold veterano no recusa battaggia.
CLAR. Oh che caro signor Pantalone!
PANT. Qualche volta son caro, e qualche volta son a bon marc.
CLAR. Io non ho capitali per comprare la vostra grazia.
PANT. Podemo contrattar.
CLAR. (Sta a vedere che il vecchietto ci casca). (da s)
PANT. No se pol dir, de sto pan no ghe ne voggio magnar.
CLAR. In verit mi pare impossibile che non siate stato mai innamorato.
PANT. Perch mo ghe par impussibile?
CLAR. Perch avete un certo non so che di simpatico, di dolce, di manieroso, che mi fa credere diversamente.
PANT. Pol esser che sia, perch fin adesso no aver trov gnente che me daga in tel genio.
CLAR. Siete ancora in tempo di ritrovarlo.
PANT. Fina alla morte no se sa la sorte.
CLAR. Che mai vi vorrebbe per contentare il genio del signor Pantalone?
PANT. Poche cosse, fia mia.
CLAR. Se foss'io la fortunata che le possedessi...
PANT. Ve degneressi de mi?
CLAR. Cos voi foste di me contento.
PANT. A poco alla volta se giusteremo.
CLAR. (Il merlotto vien nella rete). (da s)
PANT. (No ghe credo una maledetta). (da s)
CLAR. Ah signor Pantalone! (sospirando)
PANT. Ah signora Clarice! (sospirando)
CLAR. Che vuol dire questo sospiro?
PANT. Lasso che la lo interpreta ella.
CLAR. Quasi, quasi... mi lusingherei.
PANT. Ma! chi va al molin, s'infarina.
CLAR. Ma con una spazzatina si netta.
PANT. Co la penetra, no se se spolvera.
CLAR. Vien gente. Ci rivedremo, signor Pantalone.
PANT. Se vederemo, e se parleremo.
CLAR. (La biscia beccher il ciarlatano). (da s, e parte)
PANT. (So el fatto mio. No ti me la ficchi). (da s, e parte)
SCENA UNDICESIMA
Flaminia ed Argentina.
FLA. Peggior nuova non mi poteva dare di questa.
ARG. Il signor Florindo, di lei fratello, uomo molto risoluto. Ieri non si sognava di partire di Venezia; ed ora tutto ad un tratto ordina che si facciano li bauli.
FLA. E di pi, non mi vuol dir nemmeno il motivo.
ARG. Partir, m'immagino, anche il signor Ottavio.
FLA. Non so; qualche giorno che io non lo vedo.
ARG. Pu essere... sar cos senz'altro. Vorranno far le nozze a Livorno per dar piacere ai parenti.
FLA. Io non ho congiunti che mi premano. Sto volentieri a Venezia, e se stesse a me, Livorno non mi rivedrebbe mai pi.
ARG. Le piace dunque stare a Venezia?
FLA. Cara Argentina, lo sai ch'io sono figlia d'un veneziano. Mio fratello ogni anno mi fa fare un viaggetto con lui. Ho veduta in tre anni quasi tutta l'Italia, e non ho trovato un paese che pi di questo mi piaccia.
ARG. Anch'io ho servito in qualche citt, e quando ho gustato la libert di Venezia, ho proposto di non partirvi mai pi. Servo un padrone, che per la sua ipocondria fastidioso un poco, ma soffro volentieri pi tosto che cambiar paese.
FLA. In fatti per ogni genere di persone trovo essere Venezia una citt assai comoda. Qui ciascheduno pu vivere a misura del proprio stato, senza impegno di eccedere e di rovinarsi per comparire cogli altri. I passatempi sono comuni a tutti, e pu goderne tanto il povero, quanto il ricco. La maschera poi il pi bel comodo di questo mondo.
SCENA DODICESIMA
Florindo e dette.
FLOR. Signora sorella, dubito che non vi abbiano fatta la mia ambasciata.
FLA. Se intendete parlare della partenza da voi intimatami, me l'hanno detto.
FLOR. Da qui a domani c' poco. Se non date principio ad unire le vostre robe, voi mi farete arrabbiare al solito.
ARG. Per far arrabbiare il signor Florindo, non ci vuol molto.
FLA. Posso sapere almeno il motivo di questa vostra risoluzione?
FLOR. Ve lo dir.
FLA. Quando me lo direte?
FLOR. Argentina, per ora non abbiamo bisogno di voi; potete andare.
ARG. Signore, se ha paura ch'io parli, mi fa torto.
FLOR. Non vi niente che a voi appartenga. Potete andarvene.
ARG. Se la signora ha bisogno...
FLOR. Non ha bisogno di nulla.
ARG. (Sia maledetto! Muoio di curiosit). (da s)
FLOR. Flaminia, andiamo in un altra camera.
ARG. Vado, vado. La non si scaldi. Quando non vuol che si senta, vi sar qualche cosa di contrabbando.
FLOR. Voi siete un'impertinente.
ARG. Vada, vada a Livorno!
FLOR. Che vorreste voi dire?
ARG. Vada, vada, signore, prima di essere mandato. (parte)
FLOR. Un'altra ragione per andarmene sarebbe l'impertinenza di colei.
FLA. Questa sarebbe una ragione per andarsene da questa casa, non per abbandonare questa citt.
FLOR. Il motivo, per cui partire intendo, molto pi interessante.
FLA. Son curiosa d'intenderlo.
FLOR. Ottavio non per voi.
FLA. Ottavio non veneziano.
FLOR. Le liti ch'egli ha, l'obbligheranno a trattenersi qui molto tempo. Egli un giuocatore violento, che si rovina del tutto. un uomo ardito, che non rispetta nessuno. un ingrato, che mi cimenta, e sarebbe per voi un consorte, che vi renderebbe infelice.
FLA. E per questo volete voi risolutamente partire?
FLOR. S, per troncare con esso lui l'amicizia ed il trattato delle vostre nozze.
FLA. Tutto ci si pu fare per altra strada, senza lasciar Venezia.
FLOR. La vostra resistenza mi sollecita ancora pi. Voi amate Ottavio e il vostro amore potrebbe...
FLA. No, fratello ascoltatemi. Se ho aderito alle nozze di Ottavio, non l'ho fatto che per compiacer voi medesimo. Eravate in Livorno due buoni amici. Mi fu proposto da voi; ed io che vi amo, e che vi tengo in luogo di padre, mi sono fatta una legge del piacer vostro. Se ora Ottavio non pi vostro amico, se di me non lo credete voi degno, sta in vostra mano lacerare il contratto, escluderlo dalla nostra conversazione, assicurandovi ch'io lo scanceller dalla mia memoria.
FLOR. Flaminia, compatitemi, se questa s umile rassegnazione mi pone in qualche sospetto.
FLA. Che potete voi di me sospettare?
FLOR. Che amando violentemente Ottavio, vogliate ottenere dalla indifferenza palliata quello che dubitate di perdere col manifestare l'affetto vostro.
FLA. Florindo, voi fate torto alla mia sincerit. Non avete motivo di dubitare di me. Sono sei anni, che avvezzo siete a disporre dell'arbitrio mio.
FLOR. Qual altro rincrescimento potete voi avere di qui partendo, oltre quello di abbandonare un amante?
FLA. Credetemi, fratello mio, che pi di lui mi dispiacerebbe lasciar Venezia.
FLOR. Scusa ridicola, sorella mia.
FLA. Se non vi dico il vero, possa morire.
FLOR. Potrebbe darsi un altro accidente.
FLA. E quale?
FLOR. Che foste invaghita di qualche bel veneziano.
FLA. Possibile che di noi donne abbiano sempre gli uomini da pensare sinistramente? Non siamo noi d'altro amore capaci, che di quello alle pi volgari comune? D'ogni nostra parola s'ha da dubitare? Ogni nostra passione sar sospetta? Di tutto, rispetto a noi, s'ha da formare un mistero? Anche la virt in una donna si vuol far passar per difetto? Fratello mio, se la rassegnazione e il rispetto non vagliono a meritarmi la vostra fede, comandatemi, ed attendete che in avvenire io vi obbedisca con pena, col desiderio di scuotere un giogo, che ormai diviene indiscreto. (parte)
FLOR. Flaminia. Ella parte adirata. Spiacemi disgustarla, perch non lo merita. Parmi strano ch'ella ami tanto il soggiorno d'una citt, non avendo penato mai ad abbandonarne alcun'altra. Venezia per ragione del padre pu dirsi nostra patria, egli vero, ma non credea che una donna giungesse tanto ad amarla. Capisco che mia sorella assai ragionevole, ed io le fo torto a dubitare della sua virt. Penser a qualche altra risoluzione, e se Ottavio ardir pretendere... Ottavio potrebbe anche cambiar costume. Il tempo mi dar regola, e nelle mie risoluzioni non lascier di consigliare una donna, che supera tante altre nella virt. (parte)
SCENA TREDICESIMA
Strada. Brighella, poi Martino.
BRIGH. Mi no so dove diavolo dar la testa per impegnar sto anello. I vol troppo de usura. I vol magnar tutto lori; e mi vorria che ghe fusse qualcossa da magnar anca per mi.
MART. Sior Pantalon voggio che el me la paga. Per causa soa perder quaranta ducatelli d'arzento?
BRIGH. (Anca questo qualche volta el se diletta de tor roba in pegno). (da s)
MART. Se no giera quel sior bravazzo della favetta, sangue de diana, m'averave fatto pagar. El foresto no andava via del casin senza darme o bezzi, o pegno.
BRIGH. (S ben. Vi provarme anca con lu). (da s)
MART. Ma i trover tutti do. No voggio che i me la fazza portar.
BRIGH. Sior Martin, ghe son servitor.
MART. Bond sioria. Cossa xe del vostro patron?
BRIGH. Sar do ore che no lo vedo.
MART. Quando valo a Livorno el vostro patron?
BRIGH. Finch dura la lite, bisogna che el staga qua.
MART. Come falo de bezzi? Ghe ne vien dal so paese?
BRIGH. Ghe ne vien, ma el zoga, el li perde, e spesse volte nol ghe n'ha un.
MART. Ghe ne aspettelo presto?
BRIGH. No so dirghe, ma so ben che el ghe n'ha bisogno. Anzi, per dirghela in confidenza, el vorria impegnar un anello per cinquanta zecchini.
MART. Un anello per cinquanta zecchini? Bisogna che el sia bello.
BRIGH. L' de una piera sola. El val pi de dusento.
MART. Chi lo gh'ha sto anello?
BRIGH. Lo gh'ho mi. De mi el se fida. El m'ha confid el so bisogno, e vado cercando per impegnarlo.
MART. Se porlo vder sto anello?
BRIGH. Perch no? Anzi, sior Martin, se volessi, me poderessi far vu sto servizio.
MART. Lass che lo veda, e po parleremo.
BRIGH. Se sa, che non av da perder i vostri utili.
MART. Lass che lo veda.
BRIGH. Alle cosse oneste ghe stago.
MART. Mo via, lassmelo vder.
BRIGH. Eccolo qua, ve par che el vala sti bezzi?
MART. S ben, el xe un brillante de fondo.
BRIGH. Donca me li dareu sti cinquanta zecchini?
MART. Mi, compare, no ve dar gnente.
BRIGH. Donca...
MART. Donca diseghe al vostro patron, che col me dar i mi quaranta ducati d'arzento, ghe dar el so anello. (lo mette via)
BRIGH. Come! l'anello ve l'ho fid mi in te le man.
MART. No xelo del vostro patron?
BRIGH. El xe del mio patron; ma per questo...
MART. Se el lo vol, che el me manda quaranta ducati.
BRIGH. Questa no xe la maniera de trattar.
MART. Amigo, no femo chiaccole.
BRIGH. Voleu che ve la diga, sior Martin?
MART. Cossa me vorressi dir?
BRIGH. La xe una baronada.
MART. Bisognerave che ve respondesse.
BRIGH. Respondme, se ve basta l'anemo.
MART. Ve respondo cuss. (gli d uno schiaffo)
BRIGH. Corpo del diavolo! a mi un schiaffo?
MART. Quella xe la mostra; se tirer de longo, metter man al baril.
BRIGH. Le man le gh'ho anca mi.
MART. Se aver ardir gnanca de parlar, quel muso ve lo taggier in quattro tocchi.
BRIGH. Aver da far col patron.
MART. No gh'ho paura n de lu, n de vu, n de diese della vostra sorte.
BRIGH. Prepotenze, baronade, insolenze.
MART. Via, sier buffon. (mette mano allo stile)
SCENA QUATTORDICESIMA
Pantalone e detti.
PANT. Com'ela, sier buletto dal stilo? Seu nato per far paura? Doveressi andar in ti campi a spaventar le passere.
MART. Ve porto respetto, perch s vecchio.
BRIGH. El mio anello, la mia roba. No se tratta cuss.
PANT. Com'ela, compare Martin?
MART. Ve torno a dir, che col vostro patron me mander i mi quaranta ducati, ghe dar el so anello.
PANT. Un anello de sior Ottavio?
BRIGH. Sior s, el me l'ha cav dalle man.
PANT. E vu gh'aver tanto ardir de tegnir un anello in pegno, quando un omo della mia sorte v'ha dito che sar pag?
MART. Mi no so gnente. Co gh'aver i mi bezzi, dar l'anello.
PANT. Sior Ottavio xe un galantomo.
MART. I mi quaranta ducati.
PANT. Mi son un omo d'onor.
MART. Quaranta ducati.
PANT. Vintiquattro ore no xe passae.
MART. In vintiquattro ore se va a Ferrara.
PANT. Quel signor no xe capace de una mala azion.
MART. I mi quaranta ducati.
PANT. I vostri quaranta ducati i xe qua parecchiai. (tira fuori una borsa)
BRIGH. Fora l'anello, patron. (a Martino)
MART. Contme i mi quaranta ducati.
PANT. Tegn saldo. Quaranta ducati d'arzento i fa tresento e vinti lire de sta moneda. Quattordese zecchini fa tresento e otto. Con dodese lire arente vu s pag. (contando)
MART. Va ben; deme i bezzi.
PANT. Fora l'anello.
MART. Tol, sior. (lo d a Pantalone)
PANT. Questi xe i vostri bezzi.
MART. I zecchini xeli de peso?
PANT. Vard se i xe de peso per la marcanzia che gh'av vend.
MART. Ho rischi el mio sangue.
PANT. S un farabutto.
MART. No ve bado, perch s vecchio. (parte)
SCENA QUINDICESIMA
Pantalone e Brighella.
PANT. Tocco de scarcavallo; se son vecchio, ti veder cossa che son bon da far. T'ho pag per salvar la reputazion a un galantomo; ma vi che adesso ti me la paghi a mi.
BRIGH. La prego, signor, ghe li ha dadi veramente el mio patron quei denari?
PANT. A vu non ho da render sti conti.
BRIGH. Se la vol favorirme l'anello, ghe lo porter al patron.
PANT. No, amigo, l'anello ghe lo dar mi.
BRIGH. Se se fida de mi el patron, la se pol fidar anca ella.
PANT. Mi me fido de tutti; ma sto anello ghe lo voggio dar mi.
BRIGH. Capisso tutto. La lo vol tegnir ella in pegno per i quaranta ducati. No la se fida de lu.
PANT. No xe vero gnente. Vu parl mal e de mi, e del vostro patron. Conosso adesso che el fa mal se el se fida de vu, perch se s capace de levarghe la reputazion, molto pi sar capace de custodir malamente la roba soa. Vu altri servitori s le trombe che infama i patroni. Ve fe scrupolo qualche volta de robar do soldi, e non av riguardo a infamarli colla vostra lengua. Zente ingrata, che offende o per malizia, o per ignoranza; nemighi del proprio pan, e traditori de chi v'ha fatto del ben.
BRIGH. Servitor umilissimo, mio patron. (parte)
SCENA SEDICESIMA
Pantalone solo.
PANT. Co sto rimprovero che ho fatto a cost, non ho inteso de descreditar tutti i servitori. Ghe ne xe assae de boni, de onorati e fedeli; ma piuttosto ho inteso de inarzentarghe la pillola, strapazzandolo in general. Sto anello che ho recuper coi mi bezzi, per salvar la reputazion a sior Ottavio, ghe lo dar a ello; ma no voggio perder i mi quaranta ducati. Vi far servizio, vi far del ben, ma no vi passar per minchion. Co sior Martin po la discorreremo. Voi farghe vder la differenza che passa tra i omeni della so sorte, e i galantomeni come mi. Al d d'ancuo ghe ne xe tanti che crede de dover esser stimai, perch i porta el stilo, perch i sa dir trenta parole in zergo, perch i la sticca con delle dretture, e i sa far paura con delle bulae. Questi no i xe omeni da stimar. Se stima quelli che se sa far portar respetto, se occorre, che no se lassa burlar da nissun, che sa spender ben i so bezzi, che cognosse i furbi, che sa star in ogni conversazion, che i fa el so debito con prudenza, e che xe onorati con tutti. (parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Strada.
Ottavio e Brighella.
OTT. Dunque il mio anello nelle mani del signor Pantalone.
BRIGH. L' nelle man d'un galantomo. L' segura che el sar ben custodido.
OTT. Ma perch non ti hai fatto dare sino alla somma dei cinquanta zecchini?
BRIGH. Per verit ghe l'ho dito; ma l'ha pag i quaranta ducati d'arzento a sior Martin, e nol ha voludo dar altro.
OTT. Non ha voluto dar altro? Non avrai saputo chiedere. L'anello vale duecento zecchini. Pretender egli di tenerlo per quaranta ducati?
BRIGH. In questo, la perdona, no me par che la possa parlar cuss. L'ha preteso de far una bell'azion a pagar sto debito per vussignoria; el l'ha fatto senza interesse; no l' omo che sia capace de voler un soldo de pi. Ma nol se pol obbligar.
OTT. Ma non pu obbligar nemmeno me, che io gli lasci nelle mani un anello che vale dugento zecchini, per un'ipoteca di quaranta ducati; o mi render il mio anello, perch li possa ritrovare in un altro luogo.
BRIGH. No so mo, se el la intender cuss...
OTT. Tu sei quello delle difficolt. So io quel che dico, e non ho bisogno che tu mi faccia il pedante.
BRIGH. Diseva cuss, perch me pareva...
OTT. Va a vedere se trovi il signor Pantalone, e digli che mi preme parlargli, che favorisca venir da me.
BRIGH. La vol mo anca che el s'incomoda a venir da ella?
OTT. Tu sei il maggior seccatore del mondo. Fa quel che ti dico, e non replicare.
BRIGH. Son un seccator, l' la verit, ma no posso far de manco de no seccarla un altro tantin, se la me permette.
OTT. Che cosa mi vorresti dire? Parla.
BRIGH. Ghe domando perdon.
OTT. Via, parla; sbrigati.
BRIGH. Se de quattro mesi de salario che avanzo, la me ne favorisse almanco do...
OTT. Va a ritrovare il signor Pantalone.
BRIGH. Ho bisogno de camise e de scarpe...
OTT. Va a ritrovare il signor Pantalone.
BRIGH. Lo cercher; ma la prego per carit...
OTT. Va a ritrovare il signor Pantalone. (gli getta un guanto nel viso)
BRIGH. I poveri servitori no i se paga cuss. (parte)
OTT. A un uomo che ha perso i denari al giuoco, codesto stolido viene a domandare il salario. Io sono in disperazione. Il giuoco mi ha rovinato. Se non mi rimetto in qualche maniera, sono in grado di andarmene da Venezia, abbandonar la causa, lasciar Flaminia, perder tutto, e precipitarmi. Il signor Pantalone mi dar il mio bisogno. Sul mio anello non mi negher i cinquanta zecchini, e se me li negasse, corpo di bacco, aver da fare con me. vero che mi ha sollevato da un debito con uno che mi potea svergognare, ma non mi basta. Sono alla disperazione, e non ho altra risorsa che questa.
SCENA SECONDA
Florindo ed Ottavio.
FLOR. Signor Ottavio, vi riverisco.
OTT. Schiavo suo. (sostenuto)
FLOR. Voi mi guardate assai bruscamente.
OTT. Per causa vostra ho perduto stamane l'osso del collo.
FLOR. Per causa mia?
OTT. S, per causa vostra. Io son cos; quando giuoco con soggezione, perdo sicuramente.
FLOR. Compatitemi, non ho preteso di mettervi in soggezione. Se me l'aveste avvisato prima, sarei partito.
OTT. Perch non andarvene, quando ve l'ho detto?
FLOR. Pochi momenti mi son di poi trattenuto.
OTT. Basta, fatta; convien pensare al rimedio.
FLOR. Caro Ottavio, possibile che non vogliate una volta aprir gli occhi, e tralasciar di giocare? Il cielo vi ha dato uno stato comodo da poter viver bene nel vostro grado. Che volete di pi? Il giuoco per i disperati. Il giuoco ha la sua origine o dall'avarizia, o dall'ambizione. Ravvedetevi una volta, e amate meglio la vostra quiete, la vostra salute, e la vostra riputazione.
OTT. S, lo far. Lascier il giuoco sicuramente.
FLOR. Se cos farete, tutti gli amici vostri con voi si consoleranno, ed io pi degli altri; io che, oltre il vincolo dell'amicizia, deggio avere con voi quello ancora della parentela. Mia sorella sar vostra sposa. Non vi sar che dire sopra di ci. Scusatemi, se trasportato dalla collera questa mattina...
OTT. Niente, amico, niente, cognato mio. Vi compatisco. So che mi amate, e che per zelo vi riscaldate. Per l'avvenire sar finita; ma convien rimediare ai disordini, ne' quali sono caduto.
FLOR. Quali sono i disordini che vi dan peso?
OTT. In confidenza. Non ho denari, e sino che non mi giungono delle rimesse di casa mia, non so come fare a sussistere.
FLOR. Non saprei... Se la mia scarsa tavola non vi dispiace, siete padrone di servirvene finch volete.
OTT. Voi siete ospite del signor Celio.
FLOR. Il signor Celio mi favorisce il quartiere. La tavola la faccio io.
OTT. Non la tavola che mi dia pena. Le mie angustie sono maggiori. Ho de' debiti, e ho da pensare a pagarli.
FLOR. Debiti di giuoco?
OTT. Debiti che mi conviene pagare.
FLOR. Caro amico, se aveste badato alle mie parole...
OTT. Ora non pi tempo di suggerimenti o di correzioni. Ho bisogno d'aiuto; e voi, se mi siete amico, riparate la mia riputazione, soccorretemi nelle mie angustie.
FLOR. I debiti vostri a quanto ascenderanno?
OTT. A trecento zecchini.
FLOR. La somma non indifferente. Mi dispiace non potervi servire.
OTT. Non mi darete ad intendere di non potere, dite piuttosto, che non volete. Diffidate forse di me?
FLOR. No, ma sono anch'io lontano di casa mia. Questa somma non in mio potere.
OTT. Mi servirebbono anche dugento.
FLOR. Non li ho vi dico...
OTT. Anche cento, per ora.
FLOR. S, anche cinquanta sarebbero il caso vostro, per rigiocare colla speranza di vincere.
OTT. Il vostro zelo, compatitemi, sente assaissimo della pedanteria.
FLOR. E il vostro animo ha un po' troppo della doppiezza.
OTT. Sono un uomo d'onore.
FLOR. Fate che per tale vi dichiarino le vostre azioni.
OTT. Intacchereste voi di poco onorate le azioni mie?
FLOR. Non si fanno debiti per giocare.
OTT. Se ho de' debiti, li pagher.
FLOR. Farete il vostro dovere.
OTT. Non ho bisogno per farlo dei consigli vostri.
FLOR. N io m'affaticher pi per darveli inutilmente.
OTT. Un amico che affetta di consigliarmi, e nega poi di soccorrermi, lo stimo poco.
FLOR. N io fo grande stima d'un uomo, che per i suoi vizi non ha riguardo ad incomodare gli amici.
OTT. Signor Florindo, voi vi avanzate troppo.
FLOR. Per non eccedere soverchiamente con voi, mi asterr di trattarvi.
OTT. Infatti, per trattar bene coi galantuomini, avreste bisogno d'avere imparato qualche cosa di pi.
FLOR. Coi galantuomini so trattare; con voi pu essere ch'io non lo sappia.
OTT. Chi sono io?
FLOR. Il signor Ottavio Aretusi.
OTT. Che volete voi dire?
FLOR. Che questa sar l'ultima volta che parlo con voi.
OTT. Perder poco a perdere un amico insolente.
FLOR. Ed io guadagner assai coll'allontanarmi da un temerario.
OTT. Per rendere pi sicuro il nostro allontanamento, vi vuol la morte d'uno di noi. (mette mano alla spada)
FLOR. Questo il fine dei disperati. (fa lo stesso, e si battono)
SCENA TERZA
Pantalone e detti.
PANT. Alto, alto, patroni.
FLOR. Lasciateci battere.
PANT. Se le se vol batter, che le vaga fora de ste lagune. Qua no se fa ste cosse.
OTT. Signor Pantalone, ho da parlarvi.
PANT. Son qua per ella. Brighella m'ha dito...
FLOR. In altro tempo mi darete soddisfazione. (ad Ottavio)
OTT. Son pronto, quando volete.
PANT. Coss' sta cossa? Coss' sto negozio? Se porlo saver? Se ghe pol remediar? Songio bon mi de giustar sto pettegolezzo?
OTT. Sappiate, signor Pantalone...
PANT. La metta drento quella cantinella.
FLOR. Egli mi ha provocato...
PANT. Caro sior, la metta via la martina. (a Florindo)
OTT. Io far giudice voi...
PANT. Arme in fodro.
FLOR. Non sar vero ch'io mi lasci...
PANT. A monte le bulae. Mett via quelle spade.
FLOR. Pretendereste forse....
PANT. Pretendo che no se fazza duelli, dove che ghe son mi. Dis le vostre rason. Son capace mi de giustarve; e a chi no sar contento della mia decision, son qua mi a darghe soddisfazion.
OTT. La stima che ho di voi, mi fa sospendere ogni risentimento. (rimette la spada.)
PANT. Bravo. Pulito. E ella, patron? (a Florindo)
FLOR. Lo far, perch son ragionevole. (rimette la spada)
PANT. Se pol saver cossa xe sta contesa?
OTT. Il signor Florindo ha detto a me temerario.
FLOR. Il signor Ottavio ha detto a me insolente.
PANT. Patta e pagai. Se tutte le parte le xe de sto tenor niun gh'aver n da dar, n d'aver. Perch mo se xe vegnui a sta sorte de complimenti?
OTT. Mi vuol far da pedante.
FLOR. Pretende ch'io sia obbligato a secondare i suoi vizi.
OTT. Un amico che mi deve esser cognato, ricusa farmi un imprestito di cento zecchini.
PANT. Sentimo la rason.
FLOR. Chi presta denari ad un giocatore viziato, fomenta la sua passione.
PANT. Sior Ottavio, nol dise mal. (ad Ottavio)
OTT. Io non gli chiedo danari per giocare, ma per pagare i miei debiti.
PANT. Sntela? El parla da galantomo. (a Florindo);
FLOR. Non vero, non li chiede...
PANT. Diseme, cari siori, non aveu da esser cugnai?
FLOR. Flaminia mia sorella, informata meglio del suo costume, non vuole aver che fare con lui.
OTT. N io mi curo d'imparentarmi con persone s fastidiose.
PANT. Tra parenti anca in erba facilmente se impizza el sangue, e facilmente el se stua. Le donne qualche volta le xe causa de una lite, e qualche volta le fa far una pase. A monte tutto. Femo sto matrimonio, e lassemo che missier Cupido trionfa.
FLOR. Mia sorella dipende da me fino a un certo segno; ma nel caso di collocarla, non voglio usarle violenza.
PANT. Bravo. Fin qua ghe trovo del bon. La diga la verit, sior Ottavio, sta siora Flaminia ghe vorla ben?
OTT. Finora mi lusingai, che non mi vedesse di mal occhio.
PANT. Ghe parler mi. Colle donne no son st mai sfortun. Co giera zovene, le persuadeva per mi; adesso che son vecchio, me xe rest la rettorica, e ho perso affatto l'umanit.
FLOR. Ella padrona di s, ma io col signor Ottavio...
PANT. Ma vu col sior Ottavio av da esser amici.
FLOR. Sar impossibile. Ottavio torbido, gi ve l'ho detto.
PANT. No, sior Florindo, nol xe torbido, nol xe ustin, come la crede. Tutti i omeni i gh'ha el so caldo. Gh'ha despiasso che un amigo, che un che ha da esser so cugn, ghe nega cento zecchini in prestio. Per i amici se fa quel che se pol. Mi tanto stimeria a imprestar a un amigo sta borsa, dove ghe sar dusento zecchini in circa, come spuar per terra. Co se xe seguri de aver i so bezzi, no se pol far manco servizio de questo. E despiase a un galantomo sentirse dir de no. La me perdona, sior Florindo, l'ha fatto mal.
OTT. Certamente mi un poco rincresciuto sentirmi negar in faccia un piacere dal signor Florindo.
PANT. Per altro po con ello no gh'av gnente, no gh'av inimicizia, s pronto a tornar quel che gieri.
OTT. Certamente.
PANT. E ve despiase d'averlo desgust.
OTT. Ancora.
PANT. E saressi pronto a darghe ogni sodisfazion.
OTT. Lo farei.
PANT. Sentu? Seu sodisf? (a Florindo)
FLOR. Lo dice in una maniera...
PANT. Cossa voleu? Che el se butta in zenocchion? L'ha dito anca troppo. Se s omo, v'ha da bastar. A monte tutto, e che se fazza sta pase.
FLOR. Ma come, signore?...
PANT. Come, come, ve dir mi come. Qualchedun no saveria far una pase senza bever, o senza magnar. Mi mo vedeu? giusto le baruffe con una presa de tabacco. Anemo: ging del serraggio. (offre del tabacco a tutti e due che lo prendono) La pase fatta.
FLOR. Io, torno a dirvi, son ragionevole.
OTT. N io senza ragione.
PANT. Che cade? La xe fatta, e no la se desfa. Vegn qua. Deme la man. Amigo, e amici. (prende le mani di tutti due, e poi le unisce) Vegnir po da siora Flaminia.
FLOR. Ella vi attender con piacere. bellissimo il carattere di Pantalone, amico della pace, onorato e gioviale. (parte)
SCENA QUARTA
Ottavio e Pantalone.
OTT. (Ora il tempo di chiedergli li cinquanta zecchini). (da s)
PANT. Anca questa l'avemo giustada.
OTT. Ecco qui; in oggi non si pu sperare d'avere un piacere da un parente, da un patriotto.
PANT. No parlemo pi del pass. La xe giustada, e giustada sia.
OTT. Un amico del vostro cuore non si trova s facilmente.
PANT. Co posso, fazzo servizio volentieri; e co se tratta de far una pase, mi vago a nozze.
OTT. Vi sono obbligato dell'altro favore che fatto mi avete.
PANT. De che? Dei quaranta ducati d'arzento? L'ho fatto per la vostra reputazion, e anca per la mia. El vostro anello el xe in te le mie man; el xe seguro; ma senza vostro incomodo, co poder! per mi no ve st a travaggiar.
OTT. Spero che quanto prima mi verr una rimessa di Livorno. Intanto, per dirla, aveva bisogno d'un altro po' di denaro.
PANT. (Ho inteso). (da s) Come va la vostra lite?
OTT. Anche questa mi affligge; e ogni giorno ci vogliono de' denari.
PANT. Ghe vol pazenzia. Le liti xe tormentose. Mi per altro non ho mai litig co nissun. Se ho av d'aver, m'ho fatto pagar; e a Palazzo non ho mai speso un soldo.
OTT. Caro signor Pantalone, vorrei...
PANT. Se tratta de assae in sta vostra lite?
OTT. Si tratta di dodicimila scudi, e spero di guadagnarla. Per trovandomi ora in bisogno...
PANT. Xe un pezzo che s a Venezia?
OTT. Pur troppo, e mi costa un tesoro; per trovandomi ora in bisogno...
PANT. L'amicizia della siora Flaminia l'aveu fatta qua, o a Livorno?
OTT. A Livorno. Parmi d'avervelo detto un'altra volta.
PANT. Sar, no me recordava.
OTT. Altri che voi, signor Pantalone, non pu nello stato in cui sono...
PANT. No ve dubit; lass far a mi.
OTT. Voi mi potete aiutar con poco.
PANT. Lo far senz'altro.
OTT. Per ora mi vorrebbe almeno la somma...
PANT. Ander mi da siora Flaminia. Ghe parler in bona maniera, e veder che la se giuster anca ella.
OTT. Non parlo di questo...
PANT. E ghe lever dalla testa le cattive impression, che contra de vu ghe sar st fatto.
OTT. Caro signor Pantalone, ascoltatemi.
PANT. Za ho inteso tutto.
OTT. Il mio bisogno sarebbe...
PANT. Vedo anca mi, che sta dota ve poderia comodar.
OTT. La dote una cosa lontana. Ma il mio presente bisogno...
PANT. L'aggiusteremo.
OTT. Aiutatemi, signor Pantalone...
PANT. Vago subito in sto momento.
OTT. L'anello, signor Pantalone...
PANT. El xe in te le mie man, e no dubit gnente.
OTT. Ma il danaro...
PANT. Me lo dar, quando che poder.
OTT. Ora mi premerebbe d'avere...
PANT. No pensemo a malinconie. Vago a parlar co la putta.
OTT. Ascoltatemi.
PANT. Ho inteso tutto. Parleremo, se vederemo. Sioria vostra. (parte)
OTT. Non ho danari, non ho danari. Sioria vostra. Non ho danari. (parte)
SCENA QUINTA
Camera in casa di Celio.
Celio solo.
CEL. In verit sono obbligato al signor Pantalone. Sono stato allegro; ho mangiato bene. Mi sono divertito e non ho avuto alcun male. La compagnia, l'allegria, un poco di vino buono mi ha dato la vita. Da qui innanzi voglio regolarmi cos. Non voglio medici, non voglio medicine; vu stare allegro, non voglio abbadare a niente. Non mi voglio mai pi tastare il polso. Ora dovrebbe essere pi vigoroso. (si tasta) Buonissimo fortissimo; e quest'altro? (si tasta l'altro polso) Ugualissimo. Non ho pi niente di male. Quando i polsi battono in questa maniera, convien dire che si sta bene. Ora lo tasto per consolarmi. (seguita a tastarsi i polsi)
SCENA SESTA
Clarice e detto.
CLAR. (Ecco mio zio che si tasta il polso, vu divertirmi alle di lui spalle). (da s)
CEL. (Questa botta non ha corrisposto... Eh, niente niente. Sto bene). (da s)
CLAR. Signor zio, come si sta?
CEL. Benissimo, nipote mia, benissimo. Non ho pi male, parmi di essere ringiovanito.
CLAR. Me ne rallegro davvero. Da che deriva questa bellissima novit?
CEL. Deriva dal mio carissimo amico signor Pantalone. Egli mi ha condotto all'osteria con una compagnia di galantuomini allegri; e ci siamo divertiti, e sto bene.
CLAR. Dunque vero che i vostri mali sono immaginari?
CEL. Non so che dire. Non parliamo di male. Ora sto bene, e non voglio sentire malinconie.
CLAR. Farete bene a regolarvi cos; perch anche mio padre, vostro fratello, morto per malinconia.
CEL. Salute a noi. (sputa)
CLAR. Gli sono venuti certi giramenti di capo.
CEL. Giramenti di capo? (si tocca la fronte)
CLAR. Ed ha principiato a temere di qualche accidente.
CEL. Salute a noi. (sputa)
CLAR. Si posto nelle mani del medico.
CEL. E il medico che cosa ha detto?
CLAR. Subito gli ha fatto cavar sangue.
CEL. E poi?
CLAR. Il sangue gli ha fatto peggio; gli sono venuti dei tremori.
CEL. Salute a noi. (sputa)
CLAR. Non era niente, ma il poveruomo si messo in malinconia.
CEL. In malinconia?
CLAR. Si gettato nel letto, e non si pi levato.
CEL. Non si pi levato?
CLAR. Se l'aveste veduto, faceva piet.
CEL. Salute a noi. (sputa)
CLAR. Di l a poco tempo si principiato a gonfiare.
CEL. (Sputa)
CLAR. E finalmente morto.
CEL. Oim! (sputa)
CLAR. Che avete, signor zio?
CEL. Avreste per sorte un poco di spirito di melissa?
CLAR. In camera mia ne ho.
CEL. Per carit, andatela a prendere. (si tasta il polso)
CLAR. Vi sentite male?
CEL. Parmi che mi venga un giramento di capo.
CLAR. Eh niente, non ci badate. State allegro. Il signor Pantalone dunque vi ha divertito? un uomo di garbo il signor Pantalone.
CEL. S, un uomo allegro. Sino che sono stato con lui, non ho sentito alcun male.
CLAR. Ed ora vi tornato male.
CEL. Se voi mi venite a seccare.
CLAR. Parliamo di cose allegre.
CEL. S, io ho bisogno d'un poco d'allegria.
CLAR. Signor zio, quando mi avete fatto venire a Venezia, mi avete scritto che avreste pensato a collocarmi.
CEL. vero. Avete voi inclinazione al ritiro, o al matrimonio?
CLAR. Non saprei.
CEL. Ditelo liberamente.
CLAR. Vorrei essere intesa senza parlare.
CEL. Io non intendo muti.
CLAR. Guardatemi in ciera. Che cosa vi pare?
CEL. Se ho da dire il vero, per il ritiro non mi parete disposta.
CLAR. Dunque, che cosa faremo?
CEL. Vi mariter.
CLAR. Oh bravissimo! e mi darete una buona dote.
CEL. (Sputa)
CLAR. Sputate quanto volete, signor zio. Son vostra nipote. Mio padre mi ha lasciato poco; non ho altra speranza che in voi.
CEL. Vi mariter, vi dar la dote. (sputa)
CLAR. (Sputa) Ora fate sputare anche me.
CEL. Se qualcheduno vi far domandare, discorreremo.
CLAR. Ditemi, signor zio: il signor Pantalone non sarebbe per me a proposito?
CEL. Lo sarebbe certo; ma egli non ha mai voluto saper niente di donne.
CLAR. E se a me desse l'animo d'innamorarlo?
CEL. Vi stimerei la pi brava donna del mondo.
CLAR. Un'altra volta ch'io gli parli, vi prometto d'essere a segno.
CEL. Certamente sarei contento che prendeste il signor Pantalone; anzi voglio io medesimo dargliene un tocco e se questo matrimonio seguisse, voglio ch'egli venga a stare con me, essendo io sicurissimo che la sua compagnia, il suo bell'umore, mi terrebbe allegro, e non avrei bisogno n di medico, n di medicine.
CLAR. (Non son s pazza a sposare un vecchio, ma s'egli s'innamorasse di me, sarebbe il pi bel divertimento del mondo). (da s)
CEL. Nipote mia, gliene parler.
CLAR. Ma fatelo presto.
CEL. Avete cos gran fretta?
CLAR. Non saprei... gli anni passano. Vorrei essere collocata prima che voi moriste.
CEL. (Sputa)
CLAR. Siamo tutti mortali. Potreste mancare da un giorno all'altro.
CEL. (Sputa) Avete altro da dire? (in collera)
CLAR. Se anderete in collera, vi verr un accidente. (parte)
CEL. (Sputa) Oim! la bile la mia rovina. M'accendo il sangue. Mi riscaldo il fegato. Subito mi si altera il polso. Eccolo qui. Batte come un martello. Sbalza. irregolare. Povero me! Chi di l? Vi nessuno?
SCENA SETTIMA
Traccagnino e Celio.
TRACC. Chi chiama?
CEL. Presto un medico per carit.
TRACC. A sta ora dove l'oi da trovar?
CEL. Cercalo subito. Va per le spezierie. Presto, che mi sento morire. (sputa)
TRACC. Lasser ordine alla spezieria, che i lo manda col vien.
CEL. No, ho bisogno adesso.
TRACC. Adesso no lo trover.
CEL. Cercalo, se lo trovi, ti do un ducato di buona mano.
TRACC. (Se podesse chiappar sto ducato!) (da s)
CEL. Ma non perder tempo. Se trovi un medico, digli che venga subito; e se viene subito, gli do un zecchino.
TRACC. (Se podesse chiappar anca sto zecchin!) (da s)
CEL. Presto, ti dico; ogni momento pu essere per me fatale. (si tocca il polso)
TRACC. Ghe dir, sior. vegn a Venezia un mio fradello da Bergamo, che l' el pi bravo medico de sto mondo. L'ha qualche piccolo difetto, ma l' un omo grando. Se la lo vol provar, l' in te la mia camera, lo far vegnir.
CEL. S, s, fallo venire. Lo prover.
TRACC. Ma ghe darala el zecchin?
CEL. Glielo dar.
TRACC. E a mi el ducato?
CEL. E il ducato a te.
TRACC. Vago subito a farlo vegnir. (Se la va ben, chiappo trenta lire; se la va mal, non perdo gnente). (da s, e parte)
CEL. Qualche volta questi medici di montagna ne sanno pi dei medici di citt. Hanno la cognizione dell'erbe, delle pietre; medicano per esperienza, e la fallano poche volte. Oh, stavo tanto bene, ed venuta mia nipote a farmi tornare il mio male.
SCENA OTTAVA
Argentina e Celio.
ARG. (Bravo Traccagnino. Vu godere la scena, lo seconder bene per buscarmi il mezzo ducato). (da s)
CEL. Argentina, dammi una sedia.
ARG. Signor padrone, avete una gran brutta cera.
CEL. Ho brutta cera eh? Povero me! te ne intendi di polso?
ARG. Qualche cosa.
CEL. Senti.
ARG. Poverino! vi del male.
CEL. Son morto.
ARG. Vi vorrebbe un medico.
CEL. Ora l'aspetto. Mi dice Traccagnino, ch' venuto un suo fratello.
ARG. verissimo. Un uomo di garbo. Ha fatto in pochi giorni cure grandissime. brutto come Traccagnino. Gli somiglia affatto nel viso, se non che un poco zoppo, ed ha qualche difetto di lingua. Per altro, quanto Traccagnino sciocco, altrettanto suo fratello dotto, spiritoso e valente.
CEL. Il cielo lo ha mandato. Spero che questo grand'uomo mi liberer; che importa ch'ei sia zoppo, ch'ei parli male, quando sa il suo mestiere? Me l'ha detto anche Traccagnino, che ha dei difetti.
ARG. Eccolo ch'egli viene.
CEL. Veh, veh, pare Traccagnino medesimo.
ARG. Se vi dico che si somigliano affatto.
SCENA NONA
Traccagnino da medico, zoppicando, e detti.
TRACC. Chi chi chi chi chi chi...
CEL. Che linguaggio questo? (ad Argentina)
ARG. Lasciamolo terminare.
TRACC. Chi chi chi chi chi , che che che mi mi mi mi mi mi do do do do do do domanda.
CEL. uno che tartaglia. (ad Argentina)
ARG. Un poco, per quel che si sente.
CEL. Zoppo, e tartaglia.
ARG. Ma un uomo di garbo.
CEL. Sentiremo.
ARG. ( un prodigio se non iscoppio di ridere). (da s)
CEL. Sono io, signore, che ho incomodato vossignoria, perch mi par d'aver male.
TRACC. Se se se se se se se se se...
CEL. Mi fa venir l'anticore.
TRACC. Se se se se se se se...
CEL. Se se se se; favorisca sentirmi il polso.
TRACC. Ma ma ma ma ma ma ma...
CEL. Presto, per carit.
TRACC. Ma ma ma ma ma ma male.
ARG. (Che ti venga la rabbia). (da s)
CEL. Come male? Ho tanto male? Signor dottore, che cosa minaccia il mio polso?
TRACC. Un'apo apo po apopo...
CEL. Apopo?...
TRACC. Apopo...
CEL. Apople?...
TRACC. Apople...
CEL. Apoplesia?
TRACC. Pro pro pro ple ple ple...
CEL. Basta cos; ho inteso. Presto, aiuto, per carit.
ARG. Signor dottore, per amor del cielo, ripari alla vita del povero mio padrone. Egli generoso, riconoscer il suo merito abbondantemente.
CEL. S signore, suo fratello gli aver detto, che per il presente suo incomodo le ho destinato un zecchino.
TRACC. E po po po, po po po po po po...
CEL. E poi lasci fare a me.
ARG. Non ha voluto dire e poi. Voleva dire poco.
CEL. Se poco, comandi. Tutto quel che vuole. Ecco la borsa a sua disposizione.
TRACC. Be be... ba ba ba... bi bi bi... (fa riverenza, e offerisce la mano per il regalo)
CEL. Ordini intanto quello che pu riparare la mia disgrazia.
TRACC. Re re re re re re re re re re.
CEL. Regola forse?
ARG. No, vorr dir recipe.
CEL. Via, recipe. Che cosa?
TRACC. Sa sa sa sa sa sa sa sa..
CEL. Salsa pariglia?
TRACC. No. Sa sa sa sa sa sa sa...
ARG. Vorr dir sangue.
CEL. Sangue?
TRACC. S s s.
CEL. Recipe sangue? Recipe vuol dir prendi: ho da prendere il sangue?
ARG. (Ora ci imbrogliamo tutti e due). (da s)
TRACC. Que que que que que que... (mostra una boccetta)
ARG. Via, questo.
CEL. Questo?
TRACC. Be be be be be be be be...
CEL. Bene.
TRACC. Be be be be be be...
ARG. Bevere.
TRACC. Be be be...
CEL. Be be be...
TRACC. Be be vete.
CEL. Ma che cosa , che l'ho da bevere?
TRACC. Spi spi spi spi spi spi...
ARG. Via, spirito.
TRACC. Di di di di di di...
CEL. Di che cosa?
TRACC. Di co co co co co co...
ARG. Di corallo?
TRACC. Di co co co co co co...
CEL. Di cocomero?
TRACC. Di co co co co co... (adirandosi)
ARG. Di corno?
TRACC. Co co co co co... (fa riverenze)
CEL. E come si prende?
TRACC. Co co co co co...
CEL. Co co co co co co. Io non vi capisco.
ARG. ( furbo come il diavolo. Col pretesto di tartagliare non s'impegna a parlare). (da s)
SCENA DECIMA
Pantalone e detti.
PANT. Amigo, compatime se vegno avanti.
CEL. Caro signor Pantalone, siate il benvenuto.
ARG. (Oh, questo un imbroglio!) (da s)
PANT. Cossa feu? Steu ben?
CEL. Mi ritornato il mio male. Ed ora son qui con questo medico.
PANT. Quello xe Traccagnin, vostro servitor.
CEL. No, suo fratello.
ARG. Somiglia assaissimo a suo fratello. Non vi altra differenza, se non che questi zoppo.
TRACC. (Fa il zoppo)
PANT. Bravo, sior zotto. (Ghe zogo, che i vol far zo sto minchion). (da s)
CEL. Ha un altro difetto. Parla male, che non si sa che diavolo dica.
ARG. Per altro poi un uomo grande, un eccellentissimo medico.
PANT. (Oh che baroni!) (da s) Feme un servizio, fia, con licenza del vostro paron. And da siora Flaminia, e diseghe che, se la se contenta, ghe vorave far una visita.
ARG. Non so se ora potr...
PANT. Diseghelo, e sentiremo.
ARG. Non vorrei ch'ella...
CEL. Via; andate, obbedite, e non replicate.
ARG. Ander. (Ho paura che finisca male per Traccagnino. Basta, ci pensi da s). (da s, e parte)
SCENA UNDICESIMA
Celio, Pantalone e Traccagnino.
PANT. E cuss, cosa dise sior dottor del mal del sior Celio?
TRACC. Ma ma ma ma ma ma ma
PANT. Cossa vol dir sto ma ma?
CEL. Vuol dir che ho male.
PANT. E mi ho paura che el voggia dir mamalucco. Cossa disela, sior dottor?
TRACC. S s s s s s. (con riverenza)
PANT. Chi xe pi mamalucco? l'amal o el miedego?
TRACC. L'ama ma, l'ama ma...
PANT. El me me, el me me...
TRACC. Son dotto... dotto... to...
PANT. S un bell a... s un bell a...
TRACC. Son dotto to to, son dotto to to.
PANT. Ve co co co co co co co...
TRACC. Chi chi chi so so so so so so son?
PANT. Tracca ca, tracca ca...
TRACC. Son fra fra de de de lo lo lo.
PANT. No no no, un fur fur fur ba ba ba zzo zzo zzo.
TRACC. Pa pa pa... (con riverenza)
PANT. Schia schia schia...
TRACC. Tro tro tro...
PANT. Vo vo vo...
TRACC. Va va va do do do. (parte)
PANT. Ve ve ve ma ma man do do.
CEL. Che cosa ha concluso questa vostra scena? Il medico se n' andato, ed io sono restato com'era prima.
PANT. S, caro amigo. S rest colle vostre solite rane.
SCENA DODICESIMA
Argentina, Pantalone e Celio.
ARG. Signore. Dice la signora Flaminia, che se volete andare da lei, siete il padrone.
PANT. Vago subito.
ARG. (Traccagnino non vi pi. Son curiosa di sapere come ha finito). (da s, e parte)
PANT. Quello donca xe un miedego.
CEL. S, difettoso, ma bravo.
PANT. E no l' Traccagnin.
CEL. No, suo fratello. Traccagnino non zoppo.
PANT. Compare, i ve tol in mezzo.
CEL. Non pu essere.
PANT. La discorreremo. Vago da siora Flaminia, e po torno da vu.
CEL. S, tornate, che vi ho da parlare.
PANT. De cossa?
CEL. Ho speranza che diveniamo parenti.
PANT. Come?
CEL. Se mia nipote non vi dispiacesse...
PANT. V'ala dito gnente de mi?
CEL. Mi ha parlato di voi con qualche passione.
PANT. (Oh che galiotta!) (da s) Discorreremo.
CEL. Caro amico, volesse il cielo!
PANT. Se fusse seguro che la me volesse ben...
CEL. Credetemi, che ve ne vuole.
PANT. (Gnente no credo). (da s) Anca mi no la me despiase.
CEL. Via dunque, che si facciano queste nozze.
PANT. Chi sa! Parleremo. (Gh'ho in testa che la se voggia devertir; ma se ella la xe dretta, gnanca mi no son gonzo). (da s, e parte)
CEL. Eppure non mi par di sentirmi quel gran male... Potrebbe darsi, che divertito dalle parole... Il polso come sta? Sbalza al solito. Se mai fosse vero quello che ha detto il medico? Se mi venisse un accidente? (sputa) Il medico non sar ancora partito. (parte)
SCENA TREDICESIMA
Camera di Flaminia.
Flaminia e Pantalone.
PANT. Permettela che abbia l'onor de reverirla?
FLA. Questo un favore ch'io non merito. Chi di l? (viene un Servitore) Da sedere. S'accomodi.
PANT. La perdoni se vegno a darghe un incomodo.
FLA. Signore, torno a dirle che lo ricevo per un onore.
PANT. (La xe molto compita sta signora). (da s)
FLA. Sono informata del di lei merito; e la gentilezza del di lei tratto supera la mia aspettazione.
PANT. Troppo onor, troppe grazie; mi no merito tanto. (No vorave che anca sta patrona se dilettasse de dar la soggia co fa quell'altra. Star in guardia; no me lasser minchionar). (da s)
FLA. (Che cera aperta e gioiale che ha questo signore! Bench avanzato in et, mi piace infinitamente). (da s)
PANT. El motivo per el qual son vegn a incomodarla, no la se lo imaginer cuss facilmente.
FLA. Certamente non saprei indovinare il motivo di questa grazia che da lei ricevo. So di non meritarla, e tanto pi mi confondo.
PANT. La sappia che son bon amigo de sior Florindo.
FLA. Tanto pi mi si conviene il titolo di vostra serva.
PANT. (Troppe cerimonie). (da s) E son amigo egualmente de sior Ottavio.
FLA. Ho piacere.
PANT. So che sior Ottavio ha da esser el so sposo...
FLA. Potrebbe darsi che lo fosse; ma pi probabile che non lo sia.
PANT. So anca che ghe xe st qualche pettegolezzo, qualche piccola differenza, per la qual apponto sento che la mette in dubbio ste nozze. Per questo donca me son tolto l'ardir de vegnir da ella. Mosso dall'amicizia, mosso dalle preghiere de sior Ottavio, e colla permission de so sior fradello, son vegn mi sfazzadamente a parlarghe, e a assicurarla che sior Ottavio g'ha per ella tutta la stima e tutto l'amor; che nol xe quel omo vizioso e strambo, che fursi ghe sar st depento; che col sior Florindo i xe affatto pacificai, e che altro no manca per la conclusion de ste nozze, che ella colla so bont, colla so prudenza, la torna a confermar quel s, che pol consolar un amante, contentar un fradello, e far parer bon in sto caso un so umilissimo servitor.
FLA. Voi dite che il signor Ottavio mi ama e mi stima. Dovrei crederlo, perch lo dite. Ma se mi permettete di dubitare, vi dir le ragioni che ho di temere.
PANT. La parla pur liberamente. No la se metta in suggezion. Ho gusto che la me diga el so cuor.
FLA. Il mio cuore, signor Pantalone, poco inclinato per il signor Ottavio.
PANT. Mo perch? Non aveveli tratt de sto matrimonio?
FLA. S, vero. Quando poco lo conoscevo.
PANT. Adesso donca la xe penta?
FLA. Pentitissima. So il suo modo di vivere, contrario affatto alle mie inclinazioni.
PANT. El so cuor a cossa saravelo inclin?
FLA. A quello che mi sar difficile di ottenere.
PANT. Che vuol dir mo?
FLA. Ad un uomo di senno, ad un uomo di merito, ad uno che preferire sapesse l'onore alle frascherie; e se la sorte mi offerisse un tale partito in questa citt, vi giuro che mi reputerei fortunata.
PANT. (Ho inteso. La me vol imbonir. No ghe credo. Le xe tutte compagne). (da s)
FLA. (Questa mia sincerit non gli dovrebbe esser discara). (da s)
PANT. Mi per mi la conseggio, co la se vol maridar, tor uno del so paese.
FLA. Io non disprezzo la patria dove son nata; ma Venezia mi piace pi; da questa riconosco l'origine, e vi resterei volentieri.
PANT. Donca no la gh'ha mai volesto ben a sior Ottavio?
FLA. Pochissimo sempre; ed ora meno che mai.
PANT. Perch gh'ala promesso?
FLA. Per compiacere Florindo.
PANT. In sto stato de cosse, no so cossa dir. Non ho coraggio de indurla a far un passo, che ghe pol esser de inquietudine e de tormento. La scusi se l'ho incomodada, e la me permetta che vaga...
FLA. Fermatevi, signore, non mi abbandonate s presto per amor del cielo.
PANT. Cossa vorla dai fatti mii?
FLA. Giacch con tanta bont v'interessate per le mie premure, per i vantaggi miei, soffrite ancora per un momento.
PANT. Son qua, la diga, la comanda. Far tutto per obbedirla. (Squasi squasi con questa me butteria, ma no ghe credo; le xe tutte compagne). (da s)
FLA. Possibile che per me non si ritrovasse in Venezia un accasamento decente?
PANT. Perch no? El se poderave trovar con facilit.
FLA. La mia dote non molta, ma io non aspiro a grandezze.
PANT. Diesemile ducati no i xe tanto pochetti. (Par che la gh'abbia i pi bei sentimenti del mondo; ma se pol dar che la finza.) (da s)
FLA. Non amo il gran mondo; mi basterebbe trovar un marito che avesse per me della bont, dell'amore, della tolleranza.
PANT. (Oh che belle parole! Ghe voggio dar una provadina). (da s)
FLA. Ma, signore, v'annoiano forse i miei ragionamenti?
PANT. Siora no, anzi la me d piaser. La diga, cara ella, come lo voravela sto novizzo? Vecchio? Zovene?
FLA. Di giovent non mi curo. Gli uomini assennati fanno sperare miglior destino.
PANT. La mia et, per esempio, ghe comoderavela?
FLA. Ottimamente, signore.
PANT. (T'ho capio: oh che furba!) (da s) Un omo della mia condizion saravelo el so caso?
FLA. Cos il cielo me lo concedesse.
PANT. (Oh che drettona!) (da s) Mi donca no ghe desplaserave?
FLA. A chi potrebbe dispiacere un uomo della vostra sorte?
PANT. Me despiase che son vegn a parlar per un altro; da resto, se me fusse lecito de parlar per mi...
FLA. (S'alza) Signore, quantunque desideri d'esser contenta col mio accasamento, non intendo per di volermelo procurare senza l'assenso di mio fratello. Permettetemi che seco parli; e se le vostre espressioni saranno meco sincere, troverete in me uguale al rispetto la rassegnazione e l'amore.
PANT. Eh cara siora Flaminia, vedo benissimo...
FLA. Compatitemi s'io vi lascio. Vedo mio fratello uscire dalla sua camera; ho da parlargli prima ch'esca di casa.
PANT. La se comodi, come la comanda.
FLA. Signor Pantalone, le son serva. (Volesse il cielo che mi toccasse un uomo di garbo, e che restar potessi in questa cara citt). (da s, e parte)
PANT. Eh, l'ho dito. La me d la burla. La crede d'averme tir su abbastanza, e sul pi bello la me vol impiantar. Ma no ghe stanzio: son nassuo avanti de ella, cognosso el tempo, e colle donne no me fido, e no me fider mai. A vderla la par una zoggia; ma de drento no se ghe vede. Dir co dise quello: Quel to dolce bocchin mette in saor; Ma no te credo, se no vedo el cuor.
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Notte. Camera.
Flaminia e Florindo.
FLA. Cos , fratello mio. Quel vostro amico mi piace infinitamente. Il signor Pantalone un uomo avanzato, ma di buona grazia e di buonissimo umore.
FLOR. Anch'io lo stimo infinitamente. Per la sua onoratezza, per il suo buon cuore ch'egli ha per gli amici suoi, il signor Celio ne parla con una grandissima stima; e per dir vero, tutti gli rendono giustizia, tutti di lui si lodano, e tutti nelle loro conversazioni lo bramano.
FLA. Felice me, se mi toccasse un marito di questa taglia.
FLOR. Lo prendereste voi, bench vecchio?
FLA. Mi consigliereste voi ricusarlo unicamente per questo?
FLOR. Niuno consiglier una donna, che preferisca un giovane pazzo ad un vecchio saggio; ma le donne poche volte ascoltano gli altrui consigli, e se hanno la libert di scegliere, per lo pi si abbandonano al peggio.
FLA. Di me, Florindo carissimo, dovreste aver miglior concetto. Sapete ch'io sempre stata sono nemica della giovent scorretta. Mi sarei adattata a sposare il signor Ottavio per compiacervi, quando non lo avessi scoperto di poca mente, e di peggiore condotta. Ora mi permetterete ch'io dica di non volerlo, e voi stesso che siete del di lui procedere mal soddisfatto, troverete il pretesto per licenziarlo.
FLOR. Sar meglio che ritorniamo in Livorno.
FLA. No, Florindo, meglio che noi restiamo in Venezia.
FLOR. Ottavio ci dar dei disturbi.
FLA. Vi sarebbe il modo facile per farlo tacere.
FLOR. E come?
FLA. Se io mi maritassi, si estinguerebbe in lui la speranza.
FLOR. Siamo forestieri, Flaminia, non cos facile...
FLA. Eh, basta volere.
FLOR. Ho io d'andar cercando per mia sorella il marito?
FLA. Non basterebbe che, trovandolo io, l'approvaste?
FLOR. Quando fosse da vostro pari...
FLA. Non lo sarebbe il signor Pantalone?
FLOR. Pensate voi se il signor Pantalone vuol prender moglie! Ha sempre detto ch'egli ama la sua libert.
FLA. E pure, se argomentar volessi da certe parole... da certe occhiate...
FLOR. Duro fatica a crederlo; ma quando mai ci fosse, io sarei contentissimo.
FLA. Mi permettete che possa assicurarmene destramente?
FLOR. Fatelo colla solita prudenza vostra. Ma Ottavio ci sar d'ostacolo.
FLA. Basta ch'io dica di non volerlo, perch egli abbia da cedere ogni sua pretensione. Finalmente non sono corse che sole parole, e queste non hanno pi sussistenza, sempre che la vita, ch'egli ora mena, giustifica le mie ripulse.
FLOR. Non so che dire. Altra sorella non ho che voi. Bramo di contentarvi. (parte)
SCENA SECONDA
Flaminia sola.
FLA. Con un vecchietto allegro non potrei stare che bene. Se fosse uno di quei rabbiosi, o uno di quelli che soffrono pi malattie che anni, mi guarderei dal prenderlo. Ma certamente il signor Pantalone fa invidia ad un giovanetto.
SCENA TERZA
Clarice e detta.
CLAR. Si pu venire, signora Flaminia?
FLA. Favorite pure, signora Clarice, mi fate onore.
CLAR. Siamo nella medesima casa, e ci vediamo pochissimo.
FLA. Io non ardisco di disturbarvi.
CLAR. Cara amica, mi mortificate. Sapete pure...
FLA. S, lo so che mi volete bene.
CLAR. Vostro fratello vuol pi partire per ora?
FLA. Ho speranza di no. Se sapeste... Basta.
CLAR. Raccontatemi qualche cosa.
FLA. Ho speranza di restar qui per sempre.
CLAR. Maritarvi qui forse?
FLA. Chi sa.
CLAR. E il signor Ottavio?
FLA. Se lo prenda chi vuole.
CLAR. (Me lo prenderei io, se me lo dessero). (da s)
FLA. Che dite?
CLAR. Nulla. Avete qualche cosa per le mani?
FLA. Vi un certo vecchietto... Per ora non posso dir niente, saprete tutto...
CLAR. A proposito di vecchietto, stamane mi sono divertita assaissimo con un vecchio.
FLA. Chi questi? Lo conosco io?
CLAR. S, lo conoscete. il signor Pantalone.
FLA. Non mi maraviglio che vi siate ben divertita. l'uomo pi lepido e pi gentile di questo mondo.
CLAR. Volete che ve ne racconti una bellissima?
FLA. La sentir volentieri.
CLAR. Il signor Pantalone si innamorato di me.
FLA. Innamorato di voi?
CLAR. S: che ne dite? Non un bel pazzo? Potrebbe esser mio padre.
FLA. Da che l'avete voi argomentato, che sia invaghito di voi?
CLAR. Oh, da cento cose. Se l'aveste veduto! languiva, propriamente languiva. E poi me l'ha detto a chiarissime note.
CLA. (Pazienza! mi sar ingannata). (da s) Voi come avete corrisposto alle sue finezze?
CLAR. Io? Ve lo potete immaginare. Quando gli uomini passano li trent'anni, non li tratto pi volentieri. Mi sono un po' divertita. L'ho lusingato un poco il povero galantuomo; l'ho lasciato partir colla bocca dolce; ma a trattenermi di ridere ho fatto una fatica bestiale.
FLA. Parmi che il signor Pantalone non sia persona che meriti d'esser derisa.
CLAR. Oh, in quanto a me, non la perdonerei nemmeno a mio padre.
FLA. molto che un uomo di mondo, accorto come lui siasi lasciato burlare.
CLAR. Voleva egli far il bravo. Badava a dire che le donne non l'hanno mai innamorato, che non le stima, che non le cura. Ma io con due paroline, con un'occhiatina di quelle che ammazzano, l'ho colpito, l'ho ferito, e l'ho conquassato.
FLA. Povero signor Pantalone, mi dispiace vederlo posto in derisione cos.
CLAR. Siete assai compassionevole. Ma voi, ora che mi sovviene, siete portata assaissimo per i veneziani. Vi lasciereste far gi facilmente da un venezianotto che sapesse fare.
FLA. Io non praticherei persona che mi potesse far gi.
CLAR. Se praticaste il signor Pantalone, pu essere che con voi gli riuscisse di fare quello che non gli dato l'animo di fare con me.
FLA. Che vuol dire?
CLAR. Siete tanto di buon cuore, che quantunque egli sia vecchio, scommetto vi avreste da lui lasciata menar per il naso.
FLA. Non posso tener celata la verit. Il signor Pantalone un uomo che mi piace infinitamente.
CLAR. Voi mi dite ora una cosa che mi d pena. Flaminia, non vorrei che gli diceste ch'io lo burlo. FLA. Non gli dir che lo abbiate burlato. Ma per l'avvenire potete tralasciare di farlo.
CLAR. Mi volete far perdere il pi bel divertimento di questo mondo.
FLA. Cara amica, vi par cosa onesta deridere in s fatta maniera una persona di garbo? Fino che aveste per lui qualche inclinazione, vi compatirei; ma per deriderlo solamente, io non vi sapr lodare.
CLAR. Basta... sentite... Se devo confidarvi la verit, non lo faccio poi solamente per deriderlo; ma... quantunque non mi piacciano i vecchi, il signor Pantalone ha un non so che, che mi d nel genio.
FLA. (Peggio ancora per me). (da s)
CLAR. ( necessario burlar anche lei, chi non vuol perdere il divertimento). (da s)
FLA. Lo pigliereste voi per marito?
CLAR. Perch no? Potrebbe anche darsi.
FLA. Se disprezzate gli uomini che hanno passati i trent'anni!
CLAR. Tutti gli uomini non sono come il signor Pantalone.
FLA. Ed egli credete voi che aderisse alle vostre nozze?
CLAR. Lo credo sicuramente.
FLA. Potreste anche ingannarvi.
CLAR. Sapete voi qualche cosa in contrario?
FLA. Il mio dubbio fondato sul temperamento del signor Pantalone. Non mi par uomo da lasciarsi lusingare s facilmente.
CLAR. Oh Flaminia cara, mi conoscete poco.
FLA. Qualche volta ci fidiamo troppo di noi medesime.
CLAR. Quasi quasi, mi fareste venire un poco di caldo.
FLA. Non vi riscaldate. Se saranno rose, fioriranno.
CLAR. Fioriranno certo.
SCENA QUARTA
Celio e dette.
CEL. Nipote mia, dove vi cacciate voi, che non vi lasciate trovare?
CLAR. Eccomi qui, signore. Vi occorre nulla da me?
CEL. Per voi si pu morire; non vi lasciate vedere.
CLAR. Vi venuto forse qualche accidente?
CEL. (Sputa) No, per grazia del cielo. Non mi parlate di queste cose per carit.
FLA. In verit, signor Celio, avete una buonissima cera.
CEL. In buon punto, in buon'ora lo possa dire che il cielo mi conservi.
CLAR. Via, state allegro. Siete grasso, rosso, fresco...
CEL. In buon punto, in buon'ora lo possa dire che il cielo mi conservi.
CLAR. S, caro zio, il cielo vi conservi.
CEL. Un grand'uomo quel signor Pantalone. Basta ch'io lo veda, basta che stia un'ora con lui, mi passa tutto.
FLA. Il signor Pantalone adorabile.
CEL. adorabile certo.
CLAR. In fatti, dopo che siete stato a desinare con lui, siete pi allegro, pi brillante, pi bello. CEL. In buon punto, in buon'ora lo possa dire che il cielo mi conservi.
CLAR. Sono svaniti i giramenti di testa?
CEL. S. (sputa)
CLAR. Il polso va bene?
CEL. S. Ma non mi parlate di queste cose. Nipote mia, il signor Pantalone la mia salute. Egli mi ha guarito; in buon punto lo possa dire, e desidero d'averlo sempre al mio fianco; onde voglio assolutamente che si faccia questo matrimonio.
FLA. Qual matrimonio, signore?
CEL. Del signor Pantalone con mia nipote.
CLAR. Sentite? (a Flaminia)
FLA. disposto il signor Pantalone?
CEL. Signora s, disposto. Gliel'ho detto, Clarice, e spero che si far senz'altro.
CLAR. Sentite? (a Flaminia)
FLA. Me ne rallegro infinitamente.
CLAR. (Ora la scena si fa pi bella). (da s) Come gli avete detto, signor zio?
CEL. Gliel'ho detto... Non mi ricordo pi le precise parole: ma contentatevi, ch'egli non lontano.
FLA. (Le mie speranze sono perdute). (da s)
SCENA QUINTA
Argentina e detti.
ARG. Signore, siete domandato. (a Celio)
CEL. Chi mi vuole?
ARG. Il giovine dello speziale col solito divertimento.
CEL. Col lavativo?
ARG. Per l'appunto.
CEL. Vengo subito.
CLAR. Ma se state bene ora: che cosa volete fare di questa sudicieria?
CEL. Sono avvezzo cos. Se non lo facessi, mi ammalerei.
CLAR. Eh via, che siete sano, e starete sano.
CEL. In buon punto, in buon'ora lo possa dire che il cielo mi conservi. (parte)
SCENA SESTA
Flaminia, Clarice e Argentina.
ARG. Signora Flaminia, anch'ella domandata.
FLA. Da chi?
ARG. Dal signor Pantalone.
FLA. Avete sbagliato. Sar la signora Clarice.
ARG. No davvero, ha domandato di lei.
FLA. Per me padrone.
CLAR. Io partir, signora.
FLA. No, no, restate pure.
ARG. Eh, stia forte. Il vecchietto di buon gusto. Non si confonderebbe se fossero sei. (parte)
CLAR. (Vado fra me dubitando, che Flaminia sia gelosa di questo vecchio. La sarebbe bella davvero). (da s)
FLA. (Pu esser che venga qui, perch vi si trova Clarice). (da s)
CLAR. In verit, signora Flaminia, se avete qualche interesse con lui...
FLA. Io non ho interessi da trattare in segreto con chi che sia. (alterata)
CLAR. Via, via, non vi riscaldate.
FLA. Una volta per ciascheduna.
SCENA SETTIMA
Pantalone e dette.
PANT. Servitor umilissimo.
FLA. Serva umilissima.
CLAR. Gran carestia fa della sua persona il signor Pantalone. Non si vede mai.
PANT. (Adesso la me minchiona). (da s) Nevvero, patrona? Xe cent'anni che no se vedemo. Quanti minuti xe passai da sta mattina a stassera?
CLAR. Quando si ha della premura, le ore paiono secoli.
PANT. (E tocca via). (da s) E per questo anca mi ziro e reziro come l'ave intorno al miel. (Botta de remando). (da s)
FLA. Sarete venuto, signor Pantalone, per fare una visita alla signora Clarice.
PANT. Se gh'ho da dir la verit...
FLA. Spiacemi che l'abbiate ritrovata qui col disagio della mia compagnia; ma mi ritirer per non disturbarvi.
CLAR. (Ora ci ho gusto). (da s)
PANT. Anzi, patrona, voleva dirghe che son qua per parlar con ella.
FLA. Eh no, signore; ci conosciamo.
PANT. (Siestu malignaza! Anca questa la finze de esser zelosa. Le me tol per man, come va, ste patrone; ma no le ha da far con un orbo). (da s)
CLAR. Signor Pantalone, se avete de' segreti colla signora Flaminia, comodatevi, io partir.
PANT. La me vol privar delle so grazie! La me vol lassar cuss presto?
CLAR. Quando poi la mia presenza non vi dia noia, rester per compiacervi.
PANT. La me consola, la me rallegra, la me fa respirar.
CLAR. (Il vecchio si scalda). (da s)
PANT. (Le pago coll'istessa monea). (da s)
FLA. Ors, signori miei, io non ho da essere testimonio de' vostri vezzi.
PANT. Son qua per ella con tutto el cuor. (a Flaminia)
FLA. Il vostro cuore impegnato.
PANT. Gh'ala nissuna premura per el mio cuor?
FLA. Corme potete voi dire d'essere qui venuto per me?
PANT. Ghe dir. Ho trov so sior fradello, el m'ha dito certe cosse, certe parole... che no le capisso ben.
FLA. A mio fratello voi non dovete badare.
CLAR. Che cosa vi ha detto il fratello della signora Flaminia?
PANT. No gh'ho suggizion a dirlo. El m'ha dito cuss...
FLA. Signore, mi maraviglio di voi, che vogliate dire in pubblico ci che mio fratello vi avr detto in segreto.
PANT. No la xe cossa che no se possa dir...
FLA. Tant', voi non l'avete da dire.
CLAR. (Vi qualche mistero assolutamente). (da s)
PANT. Sala ella cossa che el me pol aver dito? (a Flaminia)
FLA. Me l'immagino.
PANT. Cossa ghe par su quel proposito che la s'immagina?
FLA. Che cosa pare a voi?
PANT. Vorla che diga come l'intendo?
FLA. S, ditelo pure.
PANT. Intendo, vedo e capisso che i se tol spasso de mi.
FLA. Non vero, signore...
PANT. Cossa disela de sto tempo, patrona? (a Clarice)
CLAR. Il tempo bello, ma la mia fortuna assai trista.
PANT. Cossa gh'ala che la desturba?
CLAR. Ah signor Pantalone. (sospira) Niente. (si volta e ride)
FLA. (Ehi, vi burla). (a Pantalone)
PANT. (Eh, me ne son intaggi). (a Flaminia)
FLA. (Se conosceste meglio il mio cuore...) (a Pantalone)
PANT. La diga mo.
FLA. Pazienza. Non posso dirvi di pi. (si volta)
CLAR. (Le credete?) (a Pantalone)
PANT. (Gnente affatto). (a Clarice)
FLA. (Clarice mi disturba infinitamente). (da s)
PANT. Comandele che le serva de una fettina de pero?
CLAR. Ha tutte le sue galanterie il signor Pantalone.
PANT. Cosse da vecchio, vdela. Cosse da poveromo. Roba tenera, e che costa poco. (tira fuori un coltello per mondare la pera)
CLAR. Capperi! Quel pezzo di coltello portate in tasca?
PANT. Arma spontada, che no serve pi. (mondando la pera)
FLA. Siete fatto apposta per favorire le donne.
PANT. Una volta m'inzegnava.
CLAR. Se siete il ritratto della galanteria!
PANT. Dasseno? (mondando la pera)
FLA. La grazia non si perde s facilmente.
PANT. Eh via. (come sopra)
CLAR. Guardate come monda bene quella pera.
PANT. Una volta me destrigava in do taggi. Adesso bisogna che fazza un pochetto alla volta.
FLA. Per far le cose bene, ci vuole il suo tempo.
PANT. Una volta fava presto, e ben; adesso fazzo adasio, e mal.
CLAR. Eh via, non vi avvilite, signore. Siete un uomo fresco, forte, robusto.
PANT. La toga sto bocconzin de pero. (a Clarice)
CLAR. Obbligatissima.
PANT. Anca ella, patrona. (a Flaminia)
FLA. Vi ringrazio, signore. Frutti non ne mangio mai.
PANT. No la se degna de receverlo dalle mie man?
CLAR. Ha ragione la signora Flaminia; a lei dovevate presentarlo prima.
FLA. Io non ho queste pretensioni.
PANT. Mi no vardo le suttiliezze. Vago alla bona, vago all'antiga. La favorissa, la prego. (a Flaminia)
FLA. Davvero vi sono obbligata. (lo ricusa)
PANT. La toga ella. (a Clarice)
CLAR. Vi ringrazio. (lo ricusa)
PANT. Lo magner mi. (mangia, e segue a tagliare)
FLA. Credetemi, signora Clarice, che il vostro carattere mi fa specie.
CLAR. Ed il vostro, signora, mi fa compassione.
PANT. Comandela? (offre a Flaminia)
FLA. Obbligatissima. (ricusa)
PANT. Ella? (a Clarice)
CLAR. Grazie. (ricusa)
PANT. Magner mi. (mangia, e segue a tagliare)
FLA. La burla va bene fino ad un certo segno. (a Clarice)
CLAR. Molte volte si dicono delle cose per iscoprire l'altrui intenzione.
FLA. In ogni maniera il fingere non cosa buona.
CLAR. Si vedono i difetti altrui, e non si conoscono i propri.
PANT. Comandela? (a Flaminia)
FLA. Dispensatemi, signore. (ricusa)
PANT. Comandela? (a Clarice)
CLAR. Sto bene cos. (ricusa)
PANT. Lo magner mi.
FLA. Io sono una donna che parla chiaro.
CLAR. Ed io sono una che non parla torbido.
PANT. El rosegotto no la lo vorr. (a Flaminia)
FLA. (Che femmina ardita!) (da s)
PANT. Gnanca ella. (a Clarice)
CLAR. S, signore, io lo prender. (lo prende di mano a Pantalone)
PANT. Brava. Da mi no se pol sperar altro che rosegotti.
FLA. Ho inteso, signori miei. Accomodatevi meglio senza di me.
PANT. Eh via, me maraveggio. Cossa vol dir? Se scldele? se vorle dar per le mie maledette bellezze? A monte, patrone, a monte ste cargadure. Se cognossemo. So che le me burla. Son vecchio, ma no son da brusar. E se le me tol per un rosegotto de fatto, le sappia che gh'ho ancora polpa, sugo e sostanza; che son mauro, ma no son marzo; e che se no son un pero botirro da prima stagion, son un pero da inverno ben conserv, che no gh'ha invidia d'una nespola dalla corona.
FLA. Signore, se voi parlate di me, sappiate...
CLAR. Io non so fingere, signore.
SCENA OTTAVA
Ottavio e detti.
OTT. Non vi nessuno che porti un'ambasciata?
FLA. Possibile che non vi sia nessuno?
OTT. Non vi nessuno, signora. Compatitemi, se ho ardito di entrare. Premevami di vedere il signor Pantalone.
PANT. Son qua. Cossa me comandela?
FLA. Come sapevate ch'ei fosse qui?
OTT. Me l'ha detto il signor Celio. Ma, signora, la mia persona vi molto odiosa, per quel ch'io vedo.
FLA. Eccolo il signor Pantalone; servitevi, se vi aggrada.
OTT. Una parola in grazia, signore. (tira in disparte Pantalone)
CLAR. (Si vede che il signor Ottavio non lo pu vedere. Senz'altro innamorata del signor Pantalone. Ora mi fa venir volont di farla disperare davvero). (da s)
PANT. Vegn qua; contemela mo. Donca sior Martin...
OTT. Il signor Martino mi ha fatto un affronto in pubblico per causa vostra.
PANT. Per causa mia?
OTT. S signore. I zecchini che voi gli avete pagati per me, dic'egli che calano venti grani, e pretendeva ch'io glieli barattassi. Ha pubblicato alla presenza di mezzo mondo, che ho perduto sulla parola. Che voi avete pagato per me. Che ho impegnato l'anello. E dicendogli che, se i zecchini calano, venga a farsi risarcire da voi, ha detto che siete un prepotente, un bulo, un uomo che vuol vivere con soverchieria.
PANT. De mi l'ha dito sta roba?
OTT. L'ha detto; ed ha soggiunto che ha coraggio per sostenerlo.
PANT. Non occorr'altro. Ho inteso.
OTT. Ve la passerete voi senza risentimento?
PANT. Ho inteso.
OTT. Io avrei cambiati volentieri a colui li zecchini calanti, ma sapete il mio stato...
PANT. Le compatissa, se le lassemo sole.
OTT. Se voi mi voleste favorire sopra l'anello...
PANT. Le me permetta che vaga in t'un servizietto. Torner a riverirle; perch, sul proposito che gerimo, no son gnancora contento. Vi che vegnimo in chiaro della verit. Son un galantomo...
OTT. Se siete un galantuomo, dovete ascoltarmi...
PANT. Son un galantomo, e no vi sentir altro. Patrone. (parte)
OTT. Questa una incivilt, una indiscretezza, un'impertinenza.
FLA. Signor Ottavio, nelle mie camere non vorrei che si alzasse la voce.
OTT. Nelle vostre camere non parler pi, n alto, n basso.
FLA. Mi farete piacere.
OTT. Non so per altro da che provenga il disprezzo, con cui da poco in qua mi trattate.
CLAR. (Ve lo dir io). (ad Ottavio)
FLA. Non oso disprezzarvi; ma intendo di essere nella mia libert.
OTT. Posso sapere almeno il perch?
CLAR. (Causa il signor Pantalone). (ad Ottavio)
OTT. Il signor Pantalone, signora, vi ha parlato di me?
FLA. S, mi ha parlato con del calore. Mi ha detto cento belle ragioni, perch si concludessero le nostre nozze.
CLAR. (Non le credete). (ad Ottavio)
OTT. E voi, signora, che cosa avete in contrario?
FLA. Per ora non ho piacere di legarmi.
OTT. Non dicevate cos pochi giorni sono.
FLA. Non lo sapete, signore? Noi donne siamo volubili.
CLAR. Piano, signora Flaminia, che se lo siete voi, non lo sono tutte.
FLA. vero: voi non siete di questo numero.
CLAR. Io mi picco d'essere una donna costante.
FLA. Costantissima nel burlarvi sempre di tutti.
CLAR. Come potete dirlo?...
OTT. Con vostra licenza, signora Clarice, vorrei che la signora Flaminia mi spiegasse con un poco pi di chiarezza il motivo della sua novella avversione all'affetto mio.
CLAR. Ma se ve lo dir io. (ad Ottavio)
OTT. Voglio saperlo da lei.
FLA. Dispensatemi, signor Ottavio.
OTT. Non signora, non posso in ci dispensarvi. Pretendo che mi abbiate a dire il perch.
FLA. Ve lo dir un'altra volta.
OTT. Ora voglio saperlo. Voglio saperlo ora, per regolarmi anch'io a misura delle vostre ragioni.
FLA. Ve lo dir dunque.
CLAR. Siete buono, se credete ch'ella voglia dirvi la verit. (ad Ottavio)
OTT. Questo quello che anch'io pavento. Voi non mi direte la verit.
FLA. Ve la dir, signore, ve la dir, perch mi costringete a doverla dire. E voi stesso giustificatemi presso quella signora che non mi crede; ditele voi, se vi dico il vero. Signor Ottavio, quando vi ho conosciuto a Livorno, parevate un giovane di buon costume. In Venezia tardi ho saputo il modo vostro di vivere. Voi siete un giocatore vizioso; siete un uomo che si rovina, che cimenta la propria riputazione, che non merita stima, che non esige rispetto, e che da me non pu lusingarsi di essere amato. Eccovi la verit: se vi dispiace d'averla intesa, incolpate voi stesso, che mi avete importunato per dirla. Ringraziate la signora Clarice, che mi ha insolentato per pubblicarla. (parte)
CLAR. Che dice il signor Ottavio?
OTT. (Venezia non pi paese per me). (da s, e parte)
CLAR. Non mi risponde nemmeno. Convien dire che Flaminia abbia detto la verit. (parte)
SCENA NONA
Notte. Strada.
Pantalone con lanterna, e due Uomini.
PANT. Lo cognosseu sior Martin?
UOMO Lo cognosso.
PANT. De qua l'averia da passar.
UOMO A sta ora el passa ogni sera.
PANT. Ben, retireve. St attenti; e col capita, deghe sie bastonadele per omo, e gnente pi.
UOMO Lass far a mi sior.
PANT. No ghe d sulla testa. No ghe fe troppo mal. Me basta che l'impara a parlar ben dei galantomeni della mia sorte. Vu altri st l; mi stago qua; e se ghe sar bisogno de gnente, fideve de mi. Sav chi son. No ve lasser in te le pttole. (chiude la lanterna)
UOMO Me despiase de no poderghe dar sulla testa. (partono)
PANT. De costori me posso fidar. Per mi i anderave in tel fogo, perch po anca mi, in ti so bisogni, ghe fazzo del ben se occorre, so defenderli in t'una occasion; e per i mi amici, e per i mi dependenti, ghe son colle man, colla ose, colla scarsella e colla vita stessa se occorre.
SCENA DECIMA
Brighella con lanterna accesa, e Pantalone.
BRIGH. Oh sior Pantalon, ela ella?
PANT. Stu quel feral.
BRIGH. Gh'ho da parlar, gh'ho da dar una polizza.
PANT. Stu quel feral, ve digo.
BRIGH. Ma no se ghe vede...
PANT. Lo stuer mi. (d un calcio alla lanterna, e gliela getta di mano)
BRIGH. Obbligatissimo.
PANT. Parl a pian. Cossa voleu?
BRIGH. Ho da darghe una polizza del me patron.
PANT. Cossa vorlo da mi sior Ottavio. Me mandelo i mi quaranta ducati?
BRIGH. Credo anzi, che el ghe ne voia dei altri.
PANT. And a bon viazo, compare. Da mi no se vien a oselar i merlotti.
BRIGH. Ma la senta sta polizza.
PANT. Quando l'alo scritta?
BRIGH. Adesso, in sto momento.
PANT. No xe mezz'ora che l'ha parl co mi.
BRIGH. E dopo l'ha scritto sto viglietto.
PANT. D qua; lass vder.
BRIGH. Vdela? Se avesse la lanterna che la m'ha morz...
PANT. Gnente, ghe xe el bisogno. Seu omo da vardarme la schena?
BRIGH. Ala qualche nemigo?
PANT. Ghe xe dei baroni. St attento se vien nissun, e avviseme. (apre la lanterna)
BRIGH. (No vorria entrar in qualche impegno. Dall'altra parte me preme anca mi sti danari). (da s)
PANT. (Legge) Signor Pantalone riveritissimo. Dovendo domani partir per Livorno per accomodare gli affari miei, sono in necessit di danaro. Vorrei disfarmi del mio anello che ha vossignoria nelle mani; perci la prego, se fa per lei, darmi il restante del prezzo, e se non lo vuole per s procurarne la vendita sollecitamente. A me costato dugento zecchini; ma lo stato in cui mi ritrovo, mi obbliga a darlo per meno. A lei mi rimetto, essendo certo della sua onoratezza, assicurandola che, in caso tale, il di lei soccorso pu contribuire alla mia quiete ed alla mia riputazione. Attendo la risposta con impazienza alla spezieria del Satiro, e riverendola sono. Poverazzo! el me fa anca pecc.
BRIGH. Ala letto?
PANT. Ho letto. (serra la lanterna)
BRIGH. Cossa disela? Lo porla consolar?
PANT. Sent, missier Brighella, mi son uno che per gonzo non vi passar. Fazzo servizio, co posso, basta che no i me vegna con dei partii. Se sior Ottavio vol andar a Livorno, se el gh'ha bisogno dasseno per i fatti soi, e no per zogar, son un galantomo, lo servir. L'anello l'ho fatto vder, l'ho fatto stimar. Tutti lo considera de sotto dei cento e cinquanta zecchini. Ma a chi stima, no ghe dol la testa. And l, and dal vostro paron, diseghe che, se l' contento, ghe ne dar cento e settanta. Comprer mi l'anello per farghe servizio, e perch nol creda che voggia far negozio sul so bisogno, diseghe che el vaga a Livorno, che el fazza i fatti soi: tegnir l'anello sie mesi, un anno, e senza nissun interesse; e col me dar i mi bezzi, ghe dar la so zoggia indrio.
BRIGH. Questo l' un trattar da gran signor, da par soo.
PANT. No son un gran signor, ma son un galantomo. Son chi son.
BRIGH. Caro sior Pantalon...
PANT. And via, no perd pi tempo. Adessadesso sar l anca mi.
BRIGH. Vago subito. Ma no ghe vedo.
PANT. Aspett, che ve far luse. (apre la lanterna)
BRIGH. No vorave...
PANT. And via de qua, ve digo.
BRIGH. (Ander da st'altra banda). (da s, e parte)
PANT. Ho paura che i passa la mezza dozzena. (fischia)
SCENA UNDICESIMA
Martino e Pantalone.
MART. Furbazzi! Sassini! Mi no fazzo gnente a nissun.
PANT. Com'ela? (apre la lanterna)
MART. Sior Pantalon, son sassin.
PANT. Gnente, compare, el scarso dei zecchini.
MART. A mi, cospettonazzo?
PANT. Via, sangue e tacca. (mette mano)
MART. Sior Pantalon, bona sera sioria.
PANT. Schiavo, compare.
MART. No credeva mai, che me fessi sto affronto.
PANT. Quanto giereli scarsi i zecchini?
MART. Via, no parlemo altro.
PANT. Vi saver quanto che i giera scarsi.
MART. Quattordese grani.
PANT. Sie fia quattordese ottantaquattro. Tol sto mezzo felippo, che me dar el resto doman.
MART. Eh, n'importa.
PANT. Tollo, che voggio che lo tol.
MART. Lo togo.
PANT. Semo del pari. Mi ho pag el mio debito, e vu av pag el vostro. Zitto, gnente fu, gnente sia.
MART. Grazie de tutto, sior Pantalon.
PANT. S paron de mi, compare Martin. A revderse; e co vol qualcossa da mi, comandeme. (parte)
MART. Manco mal che xe de notte. Nissun saver gnente. (parte)
SCENA DODICESIMA
Camera in casa di Celio.
Celio e Traccagnino.
TRACC. Sior patron, la me favorissa el ducato.
CEL. Tieni, te lo dono, ma non lo meriti. Che razza di medico colui? Borbotta che non s'intende; non ha detto nulla, e mi ha fatto venire pi male di quel che aveva. (sputa)
TRACC. E s l' un omo de garbo.
CEL. Vammi a ritrovare il signor Pantalone.
TRACC. E no la me dise altro?
CEL. Non ti ho da dir altro. Vammi a trovar il signor Pantalone.
TRACC. No me par che abbi dito tutto.
CEL. Che cosa dovrei dire di pi?
TRACC. Me par che doveressi dir: Vammi a ritrovare il signor Pantalone, che ti doner un ducato.
CEL. Briccone; ti do il salario, e se voglio un servizio, ho da pagarti ancora?
TRACC. Quelle parole le ha una virt simpatica, che me fa camminar pi presto.
CEL. Va subito. Vammi a ritrovare il signor Pantalone.
TRACC. Che ti dar un ducato.
CEL. Che ti dar, se non vai, delle bastonate.
TRACC. Quelle le xe parole, che per antipatia le me impedisse de camminar.
CEL. Ti far muovere con il bastone.
TRACC. Se me dar, ve vegnir una sciatica in t'un brazzo.
CEL. (Sputa) Va via di qua.
TRACC. Se grider, ve vegnir la scaranza.
CEL. (Sputa) Va via, dico.
TRACC. Ve vegnir la colica in tel cervello.
CEL. Sta zitto, briccone. (sputa)
TRACC. Se ander in collera, deventer paralitico.
CEL. (Sputa) Il diavolo che ti porti.
TRACC. Se chiamer el diavolo, el ve porter via.
CEL. (Sputa forte) Oimei. Vattene per carit.
TRACC. Via, vado. Za el ducato me lo dar.
CEL. Te lo dar. Vattene, te lo dar.
TRACC. Gnente paura, sior patron. S bello, san; gh'av bona ciera.
CEL. In buon'ora, in buon punto lo possa dire che il cielo mi conservi.
TRACC. El vostro mal l' in tel cervello.
CEL. Sei un briccone.
TRACC. In buon punto, in buon'ora lo possa dire che il cielo mi conservi. (parte)
SCENA TREDICESIMA
Celio solo.
CEL. Tutti mi fanno arrabbiare, mi fanno disperare, mi fanno crescere il male. Non vi altri che il signor Pantalone che mi consoli, che mi faccia star bene. Volesse il cielo ch'egli prendesse mia nipote per moglie, e che volesse venire a stare con me; lo farei padrone di tutto il mio.
SCENA QUATTORDICESIMA
Clarice e detto.
CLAR. E bene, signor zio...
CEL. O nipote, ora appunto pensava a voi.
CLAR. Ed io voleva domandarvi, che cosa ha detto di me il signor Pantalone.
CEL. Ha detto qualche cosa che mi fa sperar bene. Voi lo prendereste volentieri?
CLAR. Se avesse egli trent'anni di meno, perch no?
CEL. E se io in riguardo suo vi facessi una donazione di tutto il mio?
CLAR. Allora poi lo prenderei anche se avesse trent'anni di pi.
CEL. Facciamola dunque.
CLAR. Ma con un patto.
CEL. Con qual patto?
CLAR. Che della roba che mi donaste, fossi padrona io e maneggiandola a mio modo, non avessi a dipendere dalla seccatura d'un vecchio.
CEL. A questa condizione non si far niente.
CLAR. E niente sia.
CEL. Voi mi volete veder morire.
CLAR. Perch?
CEL. Perch solo il signor Pantalone mi potrebbe dare la vita.
CLAR. Eh, vi vuol altro per guarire dai vostri cancheri.
CEL. (Sputa forte) Che parlare sguaiato!
SCENA QUINDICESIMA
Flaminia, Florindo e detti.
FLA. Ora mi lusingate, caro fratello. Ho motivo di non vi credere.
FLOR. Eppure credetemi, ch'ella cos.
CEL. Caro amico, voi che avete della bont per me, persuadete voi mia nipote a fare una cosa buona.
FLOR. Che cosa, signore?
CEL. A sposare il signor Pantalone.
FLA. Sentite? Non ve l'ho detto?
FLOR. Evvi qualche trattato fra lei ed il signor Pantalone?
CEL. Vi potrebbe essere.
CLAR. Basterebbe ch'io volessi.
FLA. Ecco; sentitela. (a Florindo)
FLOR. A me il signor Pantalone si dichiarato parzialissimo di mia sorella.
CEL. E con me si mostrato inclinatissimo per mia nipote.
FLOR. Il signor Pantalone si burler dell'una e dell'altra.
CLAR. Io non sono una persona di cui la gente si prenda giuoco.
FLOR. N mia sorella sar impunemente schernita.
CEL. La signora Flaminia non impegnata col signor Ottavio?
FLOR. Col signor Ottavio ogni trattato sciolto.
CLAR. Ed ella volentieri si mariterebbe in Venezia.
CEL. Non so che dire: giacch non ha difficolt di sposare un uomo avanzato... posso esibirmi ancor io.
CLAR. Non ci mancherebbe altro, per crepare in tre giorni.
CEL. (Sputa)
SCENA SEDICESIMA
Pantalone e detti.
PANT. Con buona grazia, son qua. I m'ha dito che sior Celio me cerca. Patroni reveriti.
CEL. S, caro amico. Sono io che vi cerca, perch ho bisogno di voi.
FLOR. Anch'io ho da parlarvi, signor Pantalone.
PANT. Son qua per tutti. E elle comandele gnente da mi? (a Flaminia e Clarice)
CLAR. La signora Flaminia vorrebbe qualche cosa.
PANT. La comandi, patrona. (a Flaminia)
FLOR. La signora Flaminia vorrebbe sapere, se voi prendete spasso di lei.
PANT. Per cossa me disela sto tanto, patron?
FLOR. Che cosa avete voi detto a me tre ore sono, in proposito di mia sorella?
PANT. Ho resposo a quel che vu m'av dito.
FLOR. Io vi ho detto, ch'ella desiderava di maritarsi in Venezia.
PANT. E mi ho resposo, che saria fortun quell'omo che ghe toccasse.
FLOR. Ho soggiunto, che sarei contentissimo se voi foste quello.
PANT. Ho replic, che no me chiamerave degno de sta fortuna.
FLOR. Ed io ho promesso di parlare con lei.
PANT. E mi ho mostr desiderio de sentir la risposta.
FLOR. Che dice ora il signor Celio, che si tratta l'accasamento fra voi e la signora Clarice?
PANT. Se el se tratta, ho da saverlo anca mi.
CEL. Non v'ho io detto, che mia nipote ha qualche inclinazione per voi?
PANT. Xe vero; e mi cossa v'oggio resposo?
CEL. Avete parlato con della stima di lei.
PANT. I omeni civili no desprezza nissun. Ma za che semo alle strette, parlemo schietto, e spieghemose un poco meggio. Mi veramente son arriv a sta et senza maridarme, perch m'ha piasso la mia libert, e la vita che me piaseva de far, no la giera troppo comoda per una muggier. Adesso son in ti anni. Me xe morto do sorelle, che me serviva de compagnia; me governo, vago a casa a bonora; e se me capitasse una bona occasion, fursi fursi faria in vecchiezza quello che in zovent non ho volesto far. In sta casa per altro non son vegn co sto fin. Colla siora Clarice ho parl a caso, co siora Flaminia ho parl per el sior Ottavio. Tutte do le se ha cav spasso de mi, le m'ha tolto per man. Ho second el lazo, e ho resposo a tutte do de trionfo. Co sior Celio e co sior Florindo ho parl con respetto, con un poco de accortezza, ma senza gnente impegnarme. Son un galantomo; se le mie parole se pol intaccar, son pronto a dar sodisfazion a chi vuol. Ma le sappia ste do patrone, che son a casa anca mi, che dalle donne no m'ho lass mai minchionar, che con chi dise dasseno son capace de dir dasseno anca mi, e con chi se diletta de minchionar, cognosso el tempo, e so responder da cortesan.
FLOR. Che dite voi, signora sorella?
FLA. Dir...
CLAR. Risponder prima io, signore.
PANT. Avanti che le responda, le me permetta che ghe diga altre quattro parole. Se qualcheduna intendesse de dir dasseno, e se con una de elle avesse la sorte de compagnarme, xe giusto che avanti tratto ghe diga la mia intenzion. In casa mia se vive alla vecchia; le donne le ha da star a casa, le xe fatte per star a casa, e no per andar tutto el zorno a rondon. El carneval una volta all'opera, una volta alla commedia, e po basta. Anca se le volesse ballar, se unisse el parent, e con un per de orbi se balla. Ho pratic el mondo; so quel che nasce, quel che succede; no digo de pi, perch no me vorave far strapazzar. Mi l'intendo cuss. Alla vecchia se fa cuss. Chi ghe comoda, me responda; e chi no ghe comoda, se ne vaga a trovar de meggio.
FLOR. Che dice la signora sorella?
FLA. Per me risponder...
CLAR. Perdonatemi, voglio prima risponder io.
CEL. S, nipote, dite voi la vostra savia intenzione.
PANT. (Cuss scoverziremo terren). (da s)
CLAR. Rispondo dunque, e dico, che il signor marito alla vecchia non fatto per una giovine alla moderna. Che a questo patto non isposerei un re di corona. (parte)
CEL. Venite qua, sentite.
PANT. Adesso cognosso che la me burlava.
CEL. Costei vuol essere la mia morte. (sputa)
PANT. Cossa dise siora Flaminia?
FLA. Io, signore, che non vi ho mai burlato, ma che sempre ho avuto per voi della stima e della venerazione, vi dico e vi protesto, che mi chiamerei fortunata se vi degnaste di me, e mi trovereste rassegnatissima al vostro genio, al vostro savio costume.
PANT. Adesso cognosso che la me diseva dasseno.
FLOR. Mia sorella ha diecimila ducati di dote.
PANT. E mi gh'ho tanto da poderghela sigurar.
SCENA DICIASSETTESIMA
Argentina e detti.
ARG. Signori, qui il signor Ottavio, che vorrebbe passare.
FLA. Io non lo voglio vedere.
PANT. La se ferma. La lassa che el vegna, e no la gh'abbia suggizion. Con licenza de sior Celio, diseghe che el vegna avanti.
ARG. Che ha la signora Clarice, ch' venuta di l ridendo?
PANT. La gh'ha le gattorgole in tel cervello.
FLOR. Non crederei che Ottavio potesse pretendere...
PANT. Sior Ottavio el va via domattina.
FLOR. Se non ha denari.
PANT. El gh'ha pi de cento zecchini. Lo so de seguro.
FLOR. Come li ha fatti?
PANT. I ghe sar vegnui da Livorno. (No vi far saver che ghe li ho dai mi). (da s)
CEL. Caro signor Pantalone, non mi abbandonate per carit.
SCENA DICIOTTESIMA
Ottavio e detti.
OTT. Che novit questa? vero quel che mi ha detto la signora Clarice? Il signor Pantalone sposer la signora Flaminia?
PANT. Pol esser che Pantalon la sposa.
OTT. Se ci fosse, egli mi averebbe fatto una mal azione.
PANT. Pantalon no xe capace de far male azion. Co siora Flaminia no vol sior Ottavio, sior Ottavio no la pol obbligar. Son galantomo; e che sia la verit, la pensa meggio a quel che xe pass tra de nu. Sto anello, co la lo vol, xe sempre a so requisizion.
OTT. (Ho capito; merito peggio; mi rimprovera con ragione). (da s) Florindo, se nulla vi occorre da Livorno, partir domani.
FLOR. Buon viaggio a voi.
OTT. Riverisco lor signori. (parte)
PANT. (Anca questa la xe giustada). (da s)
FLOR. Dunque, signor Pantalone, siete disposto a prendere mia sorella?
PANT. Basta ch'ella sia disposta a tor un omo della mia et.
FLA. Son contentissima. Eccovi in testimonio la mano.
PANT. La chiappo in parola. Una donna della so prudenza e della so bona condotta no el xe parto da lassar. (E diesemile ducati no i xe una sassada). (da s)
CEL. Ah signor Pantalone, giacch mia nipote una pazza, voglio venire a stare con voi. Prendetemi in casa vostra per carit.
PANT. E vostra nezza?
CEL. Finch si mariti, la metter in ritiro.
PANT. Volentiera. A sto patto s paron de casa mia. Con mi no gh'aver flati, no gh'aver rane. Staremo allegramente, e con direzion.
Son st un omo bizzarro in prima et;
Bizzarro me mantegno anca in vecchiezza.
Per no sacrificar la libert,
Del matrimonio odiava la cavezza.
Me marido alla fin, perch ho trov
Dota, muso, bont, grazia, saviezza.
E al despetto dei anni e del catarro,
La vita vi fenir Vecchio Bizzarro.
Fine della Commedia.
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