Il volto nuovo

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IL VOLTO NUOVO

IL VOLTO NUOVO

Commedia in un atto

Di Edmondo SÈE

Traduzione di Enzo Gariffo

PERSONAGGI

SIGNORA LE BLUMEL

DAUTIER

LE BLUMEL

LAMBROUCHE

Cateragia per il Sito GTTEMPO

Studio nell'appartamento privato di Giacomo Le Blumel, nuovo sottosegreta­rio di Stato. Nonostante i suoi quaran­tadue anni, egli esercita un grande pre­stigio, alla Camera. Per la moglie, per il suo segretario particolare, Dautier, e per il figliuolo, egli è un maestro. (Quando s'alza il sipario, Le Blumel, in veste da camera, detta al segretario la finale d'un discorso che dovrà solle­vare molto rumore alla Camera, ma è bruscamente interrotto dal sopraggiun­gere della giovanissima moglie). (L'azione si svolge a Parigi, nel 1900).

Signora Le Blumel        - Ti disturbo... (Al segretario) Buongiorno, signor Dautier.

Dautier                          - (inchinandosi) Signora...

Le Blumel                     - Un momento: finisco di dettare...

Signora Le Blumel        - Sì... Ti doman­do scusa, ma c'è di là un tale che chie­de di te... Oh, un uomo dall'aria così buffa... E' nell'anticamera... Siccome Maria è occupata col bambino, vengo io ad avvertirti...

Le Blumel                     - E' un elettore?

Signora Le Blumel        - No. Sul prin­cipio, anch'io credevo che si trattasse di un elettore, ma poi rio capito che non è uno dei nostri. Dice di essere stato chia­mato da te. Strano; ha un'aria così buffa... Si direbbe uno di quegli straccioni che corrono dietro le vetture. E' di là, in un angolo... Parla da solo... Borbotta non so ohe cosa... Mi fa paura.

Le Blumel                     - Sei pazza.

Signora Le Blumel        - Forse hai ragione, ma è sempre meglio essere cauti... Quando si è in vista come te...

Le Blumel                     - Non esageriamo.

Signora Le Blumel        - Del resto, non sarebbe il primo attentato.

Le Blumel                     - Che bambina!... D'altronde, è semplice; Dautier non ha da fare altro che an­dare da quel signore e chiedergli il nome.

Signora Le Blumel        - Ma io so già il suo nome. Me lo ha detto. Si chiama Lambrouche... o qualcosa di simile.

Le Blumel                     - (sobbalzando) Lambrouche... E' lui... Fallo entrar subito... Il mio vecchio Lambrouche...

Signora Le Blumel        - Tu lo conosci?

Le Blumel                     - Se lo conosco! E' il imio miglio-ré amico...

Signora Le Blumel        - Il tuo?...

Le Blumel                     - Sì... da vent'anni. Il mio vec­chio Lambrouche. Eravamo insieme al liceo. Poi, ci siamo ritrovati al Reggimento... Un tem­po, vivevamo insieme, come fratelli. Lambrou­che rappresenta il miglior periodo della mia vi­ta... Egli mi ricorda la giovinezza, l'età dei so-igni... Povero Lambrouche! Vallo a cercare sùbito... T'ha detto la verità; sono io che l'ho invitato a venire... E sai perchè? Perchè riman­ga qui, con noi...

Signora Le Blumel        - Con...?

Le Blumel                     - Perfettamente... e che si occupi dell'educazione di nostro figlio... Poiché soffri all'idea di doverti separare da lui, bisogna bene affidarlo a qualcuno che si consacri al suo in­segnamento...

Signora Le Blumel        - (delusa) A quello là?

Le Blumel                     - Sì... a quello là. Oh, non l'ho scelto a caso, credimi... Non potremmo trovar di meglio. Del resto, lo conosco da vent'anni. Apprezzo il suo valore. Lambrouche conosce tutto; è profondo in tutto... Un pozzo di scienza. Del resto, il suo mestiere è quello di insegnare. L'ultima volta che l'ho incontrato, per caso, oc­cupava un posto di professore in uno dei mi­gliori collegi di Parigi. Ma siccome non gua­dagnava abbastanza, pensava di consacrarsi all'insegnamento privato. Cosicché, or sono tre giorni, passando davanti al, liceo, ho pensato a lui; ho chiesto al bidello il suo indirizzo... Ho sùbito scritto... Si vede che la mia lettera lo ha toccato. Quel vecchio Lambrouche! Deve essere sorpreso di vedermi così in alto... Deputato, sot­tosegretario, prossimo ministro... Me lo diceva sempre che sarei andato molto lontano... ma certo non pensava a tanto. Vado a cercarlo io stesso...

Signora Le Blumel        - No.

Le Blumel                     - Perchè?

Signora Le Blumel        - Non so. Ascolta... Non è possibile...

Le Blumel                     - Che cosa non è possibile?

Signora Le Blumel        - Che tu installi qui quell'uomo, che tu gli affidi nostro figlio... Se vedessi il suo modo di vestire... Ti giuro che non ha affatto l'aria di un professore.

Le Blumel                     - L'aria... l'aria... Ecco le don­ne. Voialtre non vi fidate che delle apparenze. Evidentemente, non è vestito come me. E' forse un po' trascurato.

Signora Le Blumel        - Oh, molto...

Le Blumel                     - Che vuoi!non naviga nell'oro, suppongo. L'insegnamento non arricchisce. Ma un sapiente non ha bisogno d'essere vestito co­me un uomo di mondo. Del resto, non sono un ragazzo, e so giudicar la gente. Dopo due minuti di conversazione, ti proverò che ho ragione. Per ora, lasciami solo con lui. Va' a raggiungere tuo figlio in camera; poi, ti manderò a chiamare. Voi, Dautier, passate di là. Ricopierete la prima parte del discorso. (Dautier obbedisce. Alla mo­glie) No, non una parola. Fa' come ti dico... Mi ringrazierai, dopo... Va', va', piccola, a presto... (La spinge verso la porta. Ella seni-bra voler parlare, ma si riprende. Esce alzando leggermente le spalle). Ah, ora... (Si dirige verso il fondo) Entra, entra, vecchio mio...

(Lambrouche entra. E' un uomo piccolo di statura, magro, pallido, misero. Ha in mano un vecchio cappello d'un colore indefinibile. Il suo pastrano, al quale mancano due o tre bottoni, ha il colletto alzato).

Le Blumel                     - (che lo osserva con un po' di sor­presa) Eccoti finalmente, caro amico... E' molto tempo che non ci si vede...

Lambrouche                  - (parla con voce stanca, con to­no basso, come coloro che non odono bene. Ascoltando, mette il palmo della mano dietro l'orecchio) Molto, sì.

Le Blumel                     - Ho veramente piacere di rive­derti. Non sei affatto cambiato.

 Lambrouche                 - (con un amaro sorriso) Oh!...

Le Blumel                     - Ecco, non troppo... Natural­mente, gli anni pesano tanto su te che su me...

Lambrouche                  - Gli anni e altro ancora...

Le Blumel                     - Ma siedi, vediamo... Dobbiamo discutere. Vuoi prender qualcosa? Un bicchie­re di Porto?

Lambrouche                  - Di...?

Le Blumel                     -... Porto? Preferisci qualcosa altro?

Lambrouche                  - E' lo stesso... Un po' di co­gnac, se ne hai.

Le Blumel                     - (sorpreso) Sicuro che ne ho, e di quello eccellente. Non te ne offrivo perchè, a quest'ora... prima di mangiare... E poi, ri­cordo che un tempo ti rifiutavi di bere alcool... Quando eravamo al Reggimento ti si lodava per la tua sobrietà... Anche tu sei mutato... Bravo. (Suona. Un domestico appare). Porta una bot­tiglia di cognac con due bicchierini. (Il dome­stico esce, e ritorna quasi subito). Posa là... (Le Blumel riempie il bicchierino di) Lambrouche, poi il suo) Alla tua salute, vecchio mio.

Lambrouche                  - Alla tua. (Beve d'un fiato. Poi si versa un secondo bicchierino, poi un ter­zo... Le Blumel lo guarda un po' sorpreso) Ah, ora va meglio... (Tossisce forte) Questo male­detto raffreddore... Ti chiedo scusa... Ma tutti gli inverni... Questa tosse m'affatica e m'ucci­de... Una cosa antipatica, specie quando non ci si può curare... (Tossisce ancora più forte).

Le Blumel                     - Ma perchè non ti curi?

Lambrouche                  - Oh, perchè... Ho forse i mezzi? Quando bisogna correre a destra e a manca... lottare... Sbattersi... per guadagnare la vita... E poi, 1 sedicine costano un occhio della testa (tossiste ,

Le Blumel                     - (che lo considera con pietà) Eppure, credevo... Un tempo, abitavi con tua madre... Essa aveva una certa fortuna...

Lambrouche                  - Una volta, sì... Ma dopo, so­no accadute tante cose... A un tratto, mia ma­dre, che era vedova, si è rimaritata con un poco di buono, con un miserabile che le ha scialato tutto e che poi l'ha abbandonata... In quel tempo, non vivevo con lei... No... Col mio pa­trigno non andavo d'accordo... In casa, erano sempre scenate... M'ero allontanato per vivere a modo mio... Anch'io mi sono sposato.

Le Blumel                     - Complimenti.

Lambrouche                  - Oh, no, no... Non c'è di che.

Le Blumel                     - Perchè? Non sei felice? Forse, la tua signora?...

Lambrouche                  - Oh, la povera donna mi vuol bene... Non è per questo... Ma non aveva un soldo, mi capisci... Era anche d'una condizione più modesta... E io, dopo essermi distaccato dalla famiglia... Oh, un tran-tran poco alle­gro... Ma non voleva dir nulla... Ci si voleva bene, si era giovani... si sperava nell'avvenire...

Le Blumel                     - E poi... con la tua istruzione...

Lambrouche                  - Era quel che mi dicevo... Cre­devo togliermi d'imbarazzo. Disgraziatamente...

Le Blumel                     - Disgraziatamente?...

Lambrouche                  - Tutt'a un tratto, mia moglie si ammala, sì... di tisi... Bisognò mandarla nel mezzogiorno... e spese su spese...

Le Blumel                     - Ma non insegnavi in qualche Istituto?... Non davi delle ripetizioni?

Lambrouche                  - Sì, insegnavo al liceo Cu-vier... Tremila ottocento all'anno... Del resto, è sempre così, non è vero? E poi, davo lezioni in privato... al figlio del conte Vaiancay, l'antico ambasciatore. La sera, copiavo; insomma, mela cavavo... Fino al giorno in cui questa maledetta malattia... (Ìndica il suo oreccìiio).

Le Blumel                     - Già... M'era sembrato di ca­pire...

Lambrouche                  - Sì, questo male è stato la fine di tutto... Capisci: quando bisogna farsi ascol­tare e obbedire da trenta screanzati... e quando questi si accorgono che non sei più in grado di sorvegliare, di dominare, è la fine. Tu non ascolti più le loro insolenze, sorridi senza volere alle loro risposte maligne, e diventi lo zimbello, la favola di tutta la scolaresca. Ah, me ne face­vano vedere di tutti i colori... Per concludere: dopo una o due scene scandalose - e molto pe­nose, te lo giuro! - dovettero licenziarmi... E mi trovai sulla strada con una donna ammala­ta... Oh, non per questo perdetti il mio corag­gio... Mi misi a lottare, come potevo... Ho fatto tutti i mestieri... Se ti raccontassi... Mi sono impiegato da un sarto... Ho suonato il piano­forte in un cabaret di Montmartre... Sì, guada­gnavo abbastanza bene. E poi, avevo diritto alle consumazioni. Ogni giorno, durante lo spetta­colo, mi davano cinque o sei ciliege sotto spirito. Ciò rimpiazzava per me un pasto o due. E' buo­no l'alcool. Riscalda... Ristora... (Si versa un nuovo bicchierino). Poi, per consolarmi di tut­to... c'era sempre il mio cervello intatto... il mio lavoro... i miei versi...

Le Blumel                     - Ah, tu hai continuato...

Lambrouche                  - A scrivere... Perbacco. Che cosa sarei, senza questa soddisfazione? Non hai letto il mio ultimo poema nella « Verità Nuo­va », di cui, ora, sono segretario? Te lo manderò... Vedrai. Credo che quel poema sorpassi di molto tutto ciò che s'è fatto fino a oggi; è un Veilaine più semplice e più lirico. Del rej sto, conto di riunire i miei ultimi versi in vo­lume; e, quando sarà apparso, allora potrò an­darmene in pace. Non rimpiangerò nulla... Ma abbiamo parlato abbastanza di ine... E tu, mio povero vecchio?

Le Blumel                     - Io?

Lambrouche                  - Sì, tu... Devi aver molto da raccontare... Va tutto bene? Sei contento?

Le Blumel                     - Contento... Sarei un ingrato, se non lo fossi...

Lambrouche                  - (mettendo il palmo dietro Vorec­chio) Eh?...

Le Blumel                     - (gridaiulo) Dico che sarei un ingrato, se non lo fossi.

Lambrouche                  - Bene. Allora, vivi solo... Sei scapolo...

Le Blumel                     - Scapolo? Ma no, sono sposato.

Lambrouche                  - Sposato! Anche tu, povero vecchio mio.

Le Blumel                     - (un po' nervoso) Non ho rim­pianti. Mia moglie è carina, vedrai... Appartiene a ottima famiglia... E' la figlia di Marescot.

Lambrouche                  - Marescot?

Le Blumel                     - Sì, dell'Istituto.

Lambrouche                  - (alzando le spalle) Non lo co­nosco. In che cosa commercia?

Le Blumel                     - Come, in che cosa commercia? Si tratta dello storico... dello storico di fama mondiale.

Lambrouche                  - Allora, me ne guardo... Le persone che riescono come lui, e delle quali il mondo esalta la gloria, valgono generalmente ben poco... Del resto, ricorderai bene come trat­tavamo in gioventù gli alti pontefici dell'arte e della letteratura... Ah, ah... eravamo felici al­lora...

Le Blumel                     - No, no; ti assicuro che mio suocero... Mai poco importa; ciò non ha niente a vedere con... che cosa ti dicevo? Ah, sì, che sono sposato. Ho anche un bambino...

Lambrouche                  - Tuo?

Le Blumel                     - Si capisce. Un bambino deli­zioso.

Lambrouche                  - Oh, i bambini sono tutti de­liziosi, in attesa che si facciano uomini. Ma dim­mi... povero vecchio... Un bambino è un peso.

Le Blumel                     - Oh, non troppo grave... Del resto, 'nelle mie condizioni...

Lambrouche                  - Eh?

Le Blumel                     - Dico, nelle mie condizioni... Con il posto che occupo... Io sono...

Lambrouche                  - Ah, ah... Vedo che hai trova­to un buon impiego.

Le Blumel                     - (sorridendo verde) Un'impie­go... Be', ammettendo quel che dici... sì, un buon impiego... E' certo che alla mia età... ministro.

Lambrouche                  - Ministro? Chi?

Le Blumel                     - Ma, io...

Lambrouche                  - Tu?... Tu sei?...

Le Blumel                     - Ministro, sottosegretario di Stato... se preferisci. Ma sono io che guido tutto... Come? non sapevi che ero...?

Lambrouche                  - In fede mia, no.

Le Blumel                     - Non leggi dunque i giornali?

Lambrouche                  - Qualche volta. Ma di politi­ca, veramente...

Le Blumel                     - Come? E durante le elezioni?

Lambrouche                  - Oh, durante le elezioni, ero nel Mezzogiorno, presso la mia povera moglie che disperavo di salvare. Vegliavo notte e giorno al suo capezzale. Se ti dicessi che non ho votato?

Le Blumel                     - Eppure, era il tuo dovere...

Lambrouche                  - Il mio dovere? Ti assicuro che un dovere più urgente mi reclamava... E poi, se vuoi sapere quel che penso, ti dico che non ho alcuna preferenza. Che vada al potere Tizio o Filano, che cosa me ne viene in tasca? Non credo troppo all'importanza di quegli af­fari... Immagino che, press'a poco, una Camera valga l'altra...

Le Blumel                     - (ironico) Evidentemente, è un'opinione... un'opinione da poeta... Perciò, ignoravi la mia entrata al Parlamento? Il mio ingresso al Ministero? Io debbo sorprenderti, allora... Perchè, nel mese di febbraio... Ma tu eri forse ancora nel Mezzogiorno...

Lambrouche                  - No, nel mese di febbraio, mia moglie stava meglio... Eravamo tornati a Parigi.

Le Blumel                     - Ah! E non hai visto nei gior­nali che, tra i nuovi sottosegretari, figurava i) mio nome? Avrebbe dovuto dirti qualche cosa...

Lambrouche                  - Sì... sì... perfettamente... Ora ricordo... Una sera, al Caffè Procope, dove prendevamo l'aperitivo con qualche camerata della Rivista... uno di noi... Rebertier... Reber-tier... l'hai conosciuto, ricordi?, ci ha annun­ziato la formazione del nuovo Gabinetto e ha citato il tuo nome...

Le Blumel -                   - Ah !

Lambrouche                  - Sì... Le Blumel... Perfetta­mente... Ha detto: « Le Blumel... ma non avete conosciuto un Le Blumel? ». E poi, ha aggiunto... ridi... ha aggiunto: «E' ben capace d'es­ser diventato ministro, quello là... ».

Le Blumel                     - Ah, ah... Spiritoso, non c'è male...

Lambrouche                  - Oh, tu sai, Rebertier è sta­to sempre un uomo di spirito... Del resto non ha insistito. Si è parlato d'altro. Proprio quella sera, dovevo leggere un mio poema. E debbo dirti che la lettura di quel poema li teneva forte­mente in ansia... La verità è questa, caro mio: finora, non ho fatto niente di meglio. Se ti inte­ressa, ti manderò i miei versi uno di questi giorni...

Le Blumel                     - Col tuo comodo, perchè mo­mentaneamente...

Lambrouche                  - Sì, devi avere altro da fare... Devi maneggiare chissà quanta carta inutile... E devi ascoltare, chissà ancora, quante stupidaggi­ni da certa gente che viene per incensarti, finché non abbia ottenuto quel che vuole... Poi, si ca­pisce, una volta soddisfatti, dicono di te tutto il male possibile... Come è diversa codesta vita da quella che conducevi allora... Eh? Quando passavamo le notti a raccontarci quel ohe aveva­mo scritto durante il giorno, quando sognavamo di diventare grandi uomini;., grandi poeti del­l'avvenire, la fiaccola della nostra generazione... Perchè tu eri il più dotato, sì, il più dotato di noi. Ricordo quando pubblicasti la tua prima raccolta di versi: «L'anima sanguinante ». C'era del buono...

Le Blumel                     - Oh!...

Lambrouche                  - Sì, c'era del buono...

Le Blumel                     - Non parliamo di ciò.

Lambrouche                  - Perchè?

Le Blumel                     - Ma perchè ciò non esiste più. Sono stupidaggini...

Lambrouche                  - (indignato) Stupidaggini?... Per gli imbecilli, forse, per i borghesi... Ma non per noi... Per me che ti ammiravo tanto e che speravo tanto da te. Non più tardi di avant'ieri, quando ricevetti il tuo biglietto, ho (par­lato con mia moglie, del passato. Essa non ti conosceva, e non sapeva quel che eri diventato... Allora, le ho mostrato il tuo libro di versi e ho cominciato a leggere... Forse, non sei disposto a credermi, ma posso assicurarti che ho conti­nuato a leggere fino alle due del mattino. Ab­biamo pianto, vecchio mio, sì, abbiamo pianto... Poi, a letto, 'ho pensato a te, a noi, alla nostra giovinezza. E mi dicevo che è grave cosa non mantenere fede al proprio temperamento... Tu eri magnificamente dotato, vecchio mio... So bene che quando la vita, eh, sì, questa infame vita... Be', meglio dimenticare... Permetti? (Si versa ancora da bere) Pertanto, sono felicissimo d'averti rivisto... Ora, spero di rivederti sem­pre... Ecco, ecco... (Pausa). Ma tu m'hai scrit­to... che volevi, mi pare, parlarmi di qualcosa...

Le Blumel                     - Sì, sì... si trattava di... (Esita un istante) Ma ti spiegherò un'altra volta... C'è tempo. Per il momento, sono molto emozionato. D'altronde è naturale... E quel che debbo dirti non è urgente.

Lambrouche                  - Come vuoi. Ma resto sempre a tua disposizione. E se avrai bisogno di me, non so davvero in che cosa potrei esserti utile, ma dico: se avrai bisogno di me, non esitare a chiamarmi.

Le Blumel                     - (amaro) Ti ringrazio.

Lambrouche                  - Per carità! E' naturale. Due vecchi amici, due vecchi compagni come noi. E quando ipuoi, passa a salutarmi alla Rivista. Non esco mai prima delle sette. Ti farò vedere tante cose... Ti leggerò dei versi... E se hai qualcosa sepolto tra le carte, non esitare a man­dare. Per te, c'è sempre posto.

Le Blumel                     - • Troppo gentile. Allora, a ri­vederci. Non ti trattengo più... E ti scriverò, si capisce, o verrò a trovarti... No, in fondo... la porta piccola, sì... Non ti accompagno. (Pausa. Le Blumel rimane un istante pensoso) Ah, quel­lo là, per esempio...

Signora Le Blumel        - Posso entrare? Sei solo?

Le Blumel                     - (sobbalzando) Sì.

Signora Le Blumel        - Il tuo... amico è an­dato via?

Le Blumel                     - Il mio amico? Ah, sì, Lam­brouche, è andato via adesso.

Signora Le Blumel        - E hai 'deciso qualcosa? Ti sei accordato sul conto di nostro figlio?

Le Blumel                     - (vivamente) No, no. Ho riflet­tuto. Avevi ragione. Il bambino è ancora troppo piccolo. E poi... (Dopo un'esitazione) non cre­do che quel Lambiouche faccia per noi. Quel povero diavolo starebbe a disagio in questa casa.

Signora Le Blumel        - Vedi?... Te lo dicevo.

Le Blumel                     - Sì, hai ragione. (Si ode un ru­more nell'anticamera) Ohi c'è di là? (Appare Dautier, il segretario) Che cosa c'è, Dautier?

Dautier                          - C'è gente che chiede di parlare col signor Ministro. Vengono per sollecitare al­cune loro pratiche... Me ne occuperò io...

Le Blumel                     - E perchè? Fateli entrare.

Dautier                          - Non preoccupatevene, Eccellenza. Quella gente non ha altro scopo che quello di abusare...

Le Blumel                     - (nervoso) Di chi?Del mio tem­po? E che ci sto a fare, allora? Sono qui, per tutti coloro che hanno bisogno di me. Sono o non sono ministro? Allora, se sono ministro, vuol dire che ho una particella di responsabi­lità... Bisogna sentirla, questa responsabilità... Bisogna ch'io provi a me stesso di esserne de­gno... (Con un po' di amarezza) Altrimenti, fi­nirò col dubitarne. E poi, ho bisogno di scuo­termi un po', di distrarmi... (Pausa) Ah! a pro­posito: se quel Lambrouche ritorna qui... o al Ministero... gli direte che non ci sono... o che sono occupato... o che... Ecco: che vada all'in­ferno...

Dautier                          - Sarà fatto, Eccellenza.

Le Blumel                     - E ora, fate entrare... (Si mette al tavolo e prende un atteggiamento ufficiale. Entra il primo visitatore, mentre cala la tela).

FINE

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