Incontro alla locanda

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INCONTRO ALLA LOCANDA

Commedia in tre atti e cinque quadri

di ANNA BONACCI

                                   

PERSONAGGI

DON GIOVANNI

DON DIEGO

ALONZO, studente

PEDRO, studente

ANTONIO, studente

L'AVVOCATO GOMEZ

IL GIUDICE INQUISITORE

L'OSTE

DON CHISCIOTTE

LEPORELLO, servo SANCHO, servo

IL MESSO DEL TRIBUNALE

ANITA

IRCANIA

ESPERANCIA, serva

MERCEDE, serva

L'OSTESSA

LA VENDITRICE DI UOVA

ALDONZA

NITO

Studenti, avventori di locanda, pubblico

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

Rustica sala in una grossa locanda spagnuola al tempo di Cervantes. Camino con fuoco ac­ceso. Tavola ampia nel centro. Verso sera. Ac­canto al fuoco c'è un gruppo di studenti: uno di essi canta sommessamente una canzone dei tempo, accompagnandosi con la chitarra. In un angolo presso il camino don Chisciotte si sta scaldando alla fiamma. Al tavolo Ircania viene consultando le carte. Le serve sono in piedi dietro di lei. La moglie dell'oste sta pe­lando della selvaggina.

L'Ostessa                         - Basta, ragazze, con le carte. A momenti rientra mio marito.

Esperancia                       - (a Ircania) E porterà denari, fa­gotti, roba? (Pensosa) Io non ho mai pos­seduto niente. Chi vuoi che venga a farmi regali?

Ircania                             - Stupida! Guardati allo specchio... Non possiedi niente? E quelle braccia, quelle gambe, quegli occhi? Sei cosa da signori...

Esperancia                       - Lo so, questo. Ma non per spo­sare.

L'Ostessa                         - Ma guarda che le va a mettere in testa, la vecchia...

Mercede                          - (alza le spalle) Per sposare non ab­biamo trovato finora che mulattieri e sgherri di campagna. Ci offrono le loro luride case e una vita d'inferno.

L'Ostessa                         - (maligna) È, il vostro destino, care mie. È con uno di essi che finirete col ma­ritarvi.

Ircania                             - Poi c'è la luna. La luna dice: cose impreviste. La carta appresso decide se le cose impreviste siano male o buone. (Scopre la carta) Ecco qua. C'è il ladro. Tentazione nelle ore notturne... Qualcuno viene a ron­zare dietro la porta della tua camera...

Esperancia                       - Ti ho detto che dormo nel fie­nile. E non c'è porta.

Ircania                             - Auf! La porta è sempre in senso fi­gurato! Vuoi che ti dica le cose chiare? C'è un signore che ti vuole per amante.

Esperancia                       - So chi è. Ma non mi va a genio.

Mercede                          - (ridendo) Fosse il signor don Chi­sciotte?

L'Ostessa                         - Oh insolente che sei! Il signor don Chisciotte non si abbassa a corteggiare le serve d'osteria!

Don Chisciotte                - (bonario) Signora, non offen­dete quelle povere ragazze. Vi fu un tempo in cui io corteggiavo le donne ed anche le serve d'osteria. Era il tempo in cui ero in forse se imitare le pazzie di Orlando o le ma­linconie di Amadigi.

Ircania                             - Quand'eravate pazzo, signore. Io ho buona memoria di quegli anni.

L'Ostessa                         - (scandalizzata) Pazzo? Ma che dite? ! Il signor don Chisciotte, il nostro giu­dice di pace, pazzo? Eh via! Egli è più savio di tutti noi qua dentro.

Ircania                             - Uhm! Dieci anni fa si incontrava sul suo buffo cavallo, con uno scudo antico e il servo appresso. Era un bel vedere.

L'Ostessa                         - Ma no!

Ircania                             - E s'accomodava il mondo a suo mo­do: le locande eran castelli e le loro serve principesse. (A don Chisciotte) Dite che non è vero.

Don Chisciotte                - (sorridendo) È vero. Igno­ravo in quel tempo la prudenza umana.

Ircania                             - Eravate magro come uno spaventa­passeri.

Don Chisciotte                - C'è da dirlo. Il prosciugarsi

del cervello mi aveva tirato via anche gli umori del corpo.

L'Ostessa                         - Non mi raccontate fandonie, si­gnor giudice di pace. Adesso siete grasso, pacato e ridente. E siete voi che nella pro­vincia decidete le liti e le controversie con la più grande saggezza del mondo.

Alonzo                             - Madama l'ostessa, voi siete nuova del paese. La vecchia ha ragione. Il signor don Chisciotte era il più grande pazzo che ci fosse. Ma ora un dottore di Salamanca l'ha rinsavito.

L'Ostessa                         - E in che modo?

Alonzo                             - Coi bagni freddi, i salassi e i ragio­namenti.

L'Ostessa                         - (diffidente, squadrando don Chi­sciotte) Uhm!

Pedro                               - Signora, la scienza dei moderni fa pro­digi. Io sono studente di medicina e so che con mezzi semplici oggi si può liberare la mente dalle illusioni e dagli errori di giu­dizio.

L'Ostessa                         - (a don Chisciotte) E voi vi fidate di una saviezza conquistata con la medicina? Uhm! Se le cose stanno così, con tutto il ri­spetto, signor giudice di pace, ho paura che una di queste sere salterete improvvisamente a ballare sopra un tavolino e vi metterete a romper le stoviglie della locanda. Giusto che mio marito ha comprato ieri un servizio nuovo! Oh santo Dio!

Don Chisciotte                - (garbato) Madama l'ostessa, la più grande esperienza è quella passata per una nobile pazzia.

L'ostessa                          - Sarà. Ma quelli della Corte hanno commesso un bell'azzardo a mettervi nella giustizia!

Pedro                               - Perché? Se non mi sbaglio, il signor don Chisciotte ambiva un tempo a portar giustizia nel mondo.

Alonzo                             - Già... Ma non bisogna confondere. A quel dì egli era un uomo aspro ed esigente che proiettava sul mondo gli eterni conflitti che ognuno porta in sé. Oggi egli non ambisce che a districare i problemi, i calcoli, le false vedute degli altri per stabilire nel mondo l'esattezza della verità. (A don Chi­sciotte) È una missione degna del vecchio idealista che siete, signor don Chisciotte.

Pedro                               - (a don Chisciotte) Sì... Ma non vi aspettate di trovar riconoscenza nella gente. Essa sarà capace di deridervi come l'altra volta.

Don Chisciotte                - Non credetelo, amico. Il giudice di pace percepisce uno stipendio. Il denaro aggiungerà quel tanto di volgarità alla mia passione, da renderla giustificabile presso la maggior parte degli uomini.

L'Ostessa                         - Intanto mi avete messo una bella pulce nell'orecchio.

Alonzo                             - Vi toglierete la vostra pulce, signora, quando saprete che il signor don Chisciotte è qui per darvi rinomanza, perché io ho in animo di scrivere un libro su di lui.

L'Ostessa                         - Va là, zazzerone, che io non lo leggerò mai il tuo libro.

Don Chisciotte                - Signora, voi avete ragione. I libri sono i più acerrimi nemici della giu­sta visione delle cose. Io vendetti degli ap­pezzamenti di terreno per comprarne e mai denari furono più malamente spesi.

L'Ostessa                         - (ad Alonzo) E voi, poi, non cre­derete di starvene stasera a impiastricciar carte su quel tavolo. Stasera bisogna lasciar libera questa stanza, e la veglia la faremo in cucina.

Pedro                               - Perché questa novità?

L'Ostessa                         - Perché arrivano ospiti di riguar­do. Abbiamo messo a posto la camera rossa. Viene un signore di quelli di cui non avete l'idea.

Alonzo                             - (ironico) In questa locanda?

L'Ostessa                         - (risentita) Sicuro. Che hai a che 'dire? <( in questa locanda »? Ce n'è di me­glio nel paese? Caro il mio zazzerone, non ti dar arie coi tuoi libri e con le tue scartoffie. Se il luogo non ti piace, puoi sloggiare.

Pedro                               - (con caricatura) Non vi arrabbiate, dona Rica. Nessuno meglio di noi apprezza qui l'aria e il paesaggio e la vostra cucina e il vino e la dolce stagione...

Alonzo                             - Buona, dona Rica, che nel mio libro si parlerà anche di voi e sarete conosciuta in tutto il mondo.

Antonio                           - Bum!

L'Ostessa                         - (lusingata e svenevole) Parlerete di me?... Eh l'avete capito anche voi che la mia vita è stata tutto un romanzo?

Pedro                               - (mettendosi le mani nei capelli) Guar­da dove si va a cacciare la vanità!

L'Ostessa                         - Mio marito non mi ha mai com­presa!

Pedro                               - Santo cielo!

Alonzo                             - Voi sarete una figura di sfondo.

L'Ostessa                         - (scontenta) Sarebbe a dire che non parlerete solo di me. Via! Non dovete ba­dare se mi sono un poco ingrassata. Non mi metterete vicino altre donne, spero.

Alonzo                             - (ridendo) Non vi farò torto. Il pro­tagonista sarà il signor don Chisciotte. È di lui che si parlerà soprattutto.

Antonio                           - È già stata scritta la sua storia, fanfarone. Arrivi tardi.

Alonzo                             - Parli di quel goffone di Cervantes? Puah!

Pedro                               - Diavolo! Il suo don Chisciotte ha avuto fortuna.

Alonzo                             - (astioso) Fortuna immeritata. È un librone sguaiato e sovraccarico di episodi mal combinati. Cabale di scrittori e di commer­cianti in libri! Fra dieci anni nessuno avrà più memoria di un simile pasticcio.

Don Chisciotte                - Senza contare che egli mi affibbia una miserevole fine, signori miei. Un barlume di ragione sul letto di morte.

Alonzo                             - Artificio di cattivo letterato.

Don Chisciotte                - Egli si è lasciato sfuggire la parte più significativa della storia.

Pedro                               - Diavolo! La vostra ripresa di possesso

del mondo.

Alonzo                             - Non me la lascerò sfuggire io, sta­tene certo!

Don Chisciotte                - (eccitandosi) Il lento com­battimento contro i fantasmi del pensiero. L'ora in cui con generoso vigore potei affron­tare gli antichi nemici, guardarli in faccia, spogliarli dei loro buffi paludamenti, frantu­mare i loro goffi scenari, venire a discussio­ne con loro.

Alonzo                             - (con entusiasmo) È ciò che io metterò in luce, signore!

L’Ostessa                        - (spaventata a don Chisciotte) Calma, signore mio, calma!

Don Chisciotte                - (con serenità) Che temete? Parlo di un tempo sorpassato, buona donna. Parlo di un tempo in cui la tristezza, l'an­sietà, la paura erano i silenziosi abitatori del mio pensiero. Parlo di un tempo in cui la vista e l'udito lavoravano in me d'accordo con l'immaginazione. E avevo popolato il mondo di vapori, di forme e di spettri.

L’Ostessa                        - (guardandolo con diffidenza) Non dovevate essere di buona compagnia, in que­gli anni!

Ircania                             - Attaccavate briga con il mondo in­tero. Ho conosciuto un capraio che per aver­vi detto che avevate guasto il cervello, si ebbe da voi una pagnotta in faccia che gli ammaccò il naso.

L’Ostessa                        - Oh signore! Non avrete a ricomin­ciare qua dentro!

Don Chisciotte                - Signora, non vi agitate. Io non sono più adesso né permaloso, né intol­lerante, né tanto sfiduciato di me stesso da avere di siffatte reazioni al giudizio degli altri. Coll'esperienza si rettificano gli errori. Quando l'uomo è capace di riflettere sopra di,, essi, è guarito di ogni delirio.

Alonzo                             - Oh signore mio, permettete che io prenda degli appunti di ciò che state dicendo! (Tira fuori dalla sua borsa un calamaio por­tatile, dei fogli e con la penna d'oca che te­neva infilata dietro l'orecchio si mette a scri­vere febbrilmente) Credo che il mio romanzo sorpasserà ciò che è stato scritto finora!

L’Ostessa                        - Ma parlerete anche di me, eh?Promessa è promessa.

Don Chisciotte                - Quando il mondo ha rive­lato ad un uomo la sua sicura faccia di tran­quillo pianeta ove non son più possibili gli incanti, le metamorfosi e i prodigi, nulla deve più temersi da lui. Egli ha trovato l'angolo, dal quale guardarla, la vita.

Pedro                               - Giusto. La saggezza non è che una questione di prospettiva.

Don Chisciotte                - Sicuro. Quando egli è arri­vato a quella esatta visione delle cose, si ac­corge che il suo passato è pieno di vecchie , paure, di inutili audacie, di imprese senza costrutto. Tutto da rifare. Tutto da impa­rare. Ma come è bella questa tarda presa di possesso del mondo!

Alonzo                             - (scrivendo con furia) Ah! Qui si trat­ta di spazzare dalla nostra letteratura le sciocche allegorie, la profusione di ornamenti mitologici. Documenti umani ci vogliono! Di­scorsi tratti dal vivo... Signore, ciò che voi state dicendo stasera non andrà perduto per il mondo. Io scriverò la storia della vostra ritrovata saggezza.

Don Chisciotte                - (con esaltazione) Eh! Credi che abbia abbastanza vigore la tua penna, giovanotto? Perché tu dovrai scrivere là sto­ria dell'uomo invincibile che, non più sog­getto all'errore, va dove più gli aggrada, il­luminato dalla sua ragione. Non più afflizio­ne per lui, mestizia o povertà. Come coloro che furono morsi dalle vipere: tutte le fiere che agli altri son mortifere, quelli soli di poi non saran più danneggiati. Te ne senti la forza?

Alonzo                             - Signore, noi faremo morire di bile tutti gli scribacchini del secolo.

L’Ostessa                        - Giusto mio marito stanotte ha sognato una stanza piena di stracci. Vuol dire rinomanza. Ma basta che vi ricordiate di parlare di me, che sarà proprio una bellis­sima storia! (Entra Z'oste con furia).

L'Oste                              - (gridando con sarcasmo) Oh la bella compagnia! (Scorgendo don Chisciotte) Ri­verisco il signor giudice di pace. Perdona­temi. Non è a voi che dico. (A Ircania) Ah! ci sei tu, ci sei, strega del diavolo. Fila a precipizio! Tu porti male. Porti male! Non ti ci voglio, lo sai. Tu sei stata la causa dell'incendio del '90. E hai avuto la tua parte nell'inondazione del '99. Chi ti ha chiamato qua?

Ircania                             - (stizzita) Via, chiacchierone! Mi han chiamato le ragazze. Voglion conoscere la sorte.

L'Oste                              - La sorte, scimmie? Ve la dò io! Fi­late! La camera rossa è ancora in disordine. E ci son da tirar fuori i piatti e i boccali buoni. (Le serve escono spaventate). (Agli studenti): Stasera si sloggia di qui. (A don Chisciotte) Non è a voi che dico. Che voi fate onore alla locanda, signor giudice di pace. Capita un signore in viaggio di nozze, con la moglie, il servo e un gentiluomo suo amico. Persone di lusso.

Pedro                               - Tutta questa gente in viaggio di noz­ze? Un bel gusto!

L'Oste                              - Gusto o non gusto, niente canti, ra­gazzi, e niente gazzarre.

Alonzo                             - Andiamo, non tanta boria! Se il tuo ospite rappresenta il denaro e la nobiltà, noi rappresentiamo l'intelletto, signor oste dei miei stivali. Come si chiama costui?

L'Oste                              - Il vecchio ZorriUa è venuto a fermare le camere per lui. Il suo nome non me lo ricordo. L'ho scritto con un pezzo di car­bone sul muro della cucina. È un nome che suona bene.

Ircania                             - (con emozione) Che?... Quel nome che sta scritto in cucina, accanto al camino... È lui che viene stasera?

L'Oste                              - Lo conosci?

Ircania                             - (non risponde e resta come impietrita).

L'oste                               - (alla moglie) Animo tu, salsicciona, in piedi!

L’Ostessa                        - (alzandosi con dignità) Salsiccio­na... Guarda chi parla! (Ad Alonzo) Vedete come mi tratta? Ve l'ho detto che la mia vita è tutta un romanzo. Tenetene conto. (Esce, Gli studenti si avviano anche loro. Si son rimessi a canticchiare accompagnati dal­la chitarra. Durante il dialogo seguente, esco­no un po' alla volta e don Chisciotte con loro).

L'Oste                              - (a Ircania) Fila anche tu!

Ircania                             - (avvicinandosi a lui, misteriosa) Che hai sognato stanotte?

L'Oste                              - Che te n'importa a te di quel che ho sognato io?

Ircania                             - Non hai sognato una stanza piena di stracci?

L'Oste                              - (la guarda stupito) Strega! Sei strega proprio! Ho sognato degli stracci... Tanti così. Mi soffocavano e chiamavo. Nessuno mi dava retta... Ma tu come lo sai?

Ircania                             - Lo so. È un sogno importante.

L'Oste                              - Avrò danni?

Ircania                             - (si avvia) Uhm! Non so. Ti saluto.

L'Oste                              - Vieni qua. Vuoi un reale?

Ircania                             - No. Voglio che tu mi lasci star qua fino a che verrà il tuo ospite.

L'Oste                              - Cosa vuoi da lui?

Ircania                             - Niente denari. Non temere.

L'Oste                              - Lo conosci?

Ircania                             - (con un sospiro) L'ho conosciuto.

L'Oste                              - Che hai avuto a che spartire con lui?

Ircania                             - Molto.

L'Oste                              - (ridendo) Cosa vuoi darmi ad inten­dere, vecchiaccia? Si tratta di un giovane che ti può esser figlio.

Ircania                             - Giovane? Ha gli anni miei. Soltanto che per lui non hanno contato.

L’Oste                             - Gli anni tuoi? Se ha preso moglie da poco e ha sposato una ragazza di vent'anni.

Ircania                             - (testarda) Ha gli anni miei. Ma son passati per me e non per lui. Chi ti ha dato ad intendere che è giovane?

L’Oste                             - Un ragazzo in gamba, ha detto il Zor­riUa. E che ha avuto tutte le donne che ha voluto.

Ircania                             - Lo so. Non gli si poteva resistere.

L’Oste                             - Si che tu... No, è troppo buffo... Mi piacerebbe assistere al vostro incontro. Se è vero quello che dici, non hai vergogna E ' farti vedere?

Ircania                             - E lui che deve aver vergogna di aver sposato una ragazza di vent'anni. Lui ne ha cinquantadue. Se la vedrà fra qualche anno (Si ode rumor di carrozze e di cavalli nel cortile).

L’Oste                             - Sssst! Senti?... Son loro. (Si precipi­tano entrambi alla finestra. Rientrano cor­rendo le due serve).

Esperancia                       - Arrivano! Arrivano!

L’Oste                             - (esce correndo). (Le serve raggiungono Ircania alla finestra).

Mercede                          - È quello col feltro color cuoio.

Esperancia                       - Che bel figliolo!

Ircania                             - E lui. Lui. Non gli è passato un giorno.

Esperancia                       - Lo conoscete?

Ircania                             - (con un grande sospiro) Da venticin­que anni.

Esperancia                       - Quella è la sposa.

Mercede                          - Una bambola di gran lusso. Guar­da gli anelli e la collana.

Esperancia                       - La prende per la vita. Carina. Fragile. Ma lui è più bello.

Mercede                          - Sembra un giovane re.

Esperancia                       - Vorreste essere lei?

Mercede                          - Chi?

Esperancia                       - La sposa.

Mercede                          - No. Non avrei pace.

La voce dell'oste             - (dal cortile) Venite giù, ragazze. (Si ode il chiasso del cortile, lo schioccar delle fruste, lo scalpitìo dei cavalli che vengono staccati. Le ragazze escono di corsa).

Ircania                             - (resta alla finestra con i gomiti pun­tati sul davanzale, guardando smaniosa giù nel cortile).

(Entra /'oste seguito dal ragazzo di servizio, coi bagagli).

L'Oste                              - (a Ircania) Via! Via di qua! Vuoi dargli questo bello spettacolo all'arrivo? Con quel tuo viso di cartapecora. Sloggia, via! Avrai tempo a venire a mendicare una pa­rola da lui. Adesso lascia libero il passo. (La spinge verso l'altra porta).

Ircania                             - (implorante) Aspetta! Che lo veda da vicino. Resto qui nell'ombra. Non mi farò vedere. Sono venticinque anni che l'aspetto. Fammi questa carità.

L’Oste                             - Via, ho detto. (La porta si apre. Ap­pare don Giovanni che cede il passo ad Ani­ta. Dietro di loro viene don Diego. Appresso Leporello con altri bagagli).

L’Oste                             - Se vostra signoria vuol riposare qui finché io sistemi la roba nelle camere... Que­sto è il salone della locanda. Darò ordini che nessuno entri finché vostra signoria...

Don Giovanni                  - (al servo) Sbrigati. Vai ad aiu­tare e poi -vieni ad avvertire quando le ca­mere sono pronte.

Leporello                         - Sissignore.

L’Oste                             - (trascinando via Ircania che è rimasta estatica nell'ombra). (A voce bassa e conci­tata): Vieni vìa o ti trascino per i capelli! (Escono).

Don Diego                       - (va a chiudere la finestra) Si può chiudere qua? Viene un vento gelato.

Don Giovanni                  - È primavera. Hai visto come la campagna è fiorita dappertutto? Tu non senti che venti gelati. È il tuo cuore che è gelato.

Don Diego                       - (con una smorfia) Forse. Intanto chiudo la finestra. Credi che sarà pronto da mangiare?

Don Giovanni                  - Tu non pensi che a questo.

Don Diego                       - E a che vuoi che pensi?

Don Giovanni                  - (con leggerezza) Ci sono altre cose belle al mondo. Ci sono i libri, il sonno, i vini e l'amore.

Don Diego                       - Non credo alle bugie dei poeti. Soffro di insonnia. E il vino mi fa male.

Don Giovanni                  - (con petulanza) E l'amore?

Don Diego                       - Ah quello! Ti piace sentirlo ripe­tere? Ho amato una sola donna e tu me l'hai portata via. Mi è bastato..

Don Giovanni                  - (ridendo) Perché non provi a innamorarti ancora?

Don Diego                       - Mi porteresti via di nuovo l'a­mante.

Don Giovanni                  - Sai che non è vero. Sai che mi sono fermato. (Accenna ad Anita) Per sempre.

Don Diego                       - Con te non c'è mai da giurare.

Don Giovanni                  - (guardando Anita con passione) Non credi che sia per sempre?

Don Diego                       - Uhm! Non so. La donna è rara. Ma tu sei don Giovanni Tenorio.

Don Giovanni                  - Sono vecchio.

Don Diego                       - Una civetteria di più. Dire: sono vecchio, con quei tuoi occhi e con quel tuo sorriso. Io ho vent'anni meno di te. Farei il cambio.

Don Giovanni                  - (con abbandono) Ripetilo. Mi fa bene. Vorrei che lo dicessi a tutte le ore.

Don Diego                       - (con un fine sorriso) Ma davvero cominci ad essere meno sicuro di te? Non ti basta questa piccola corte adorante che hai intorno e che ti ripete fino alla sazietà che sei un privilegiato della vita? Anita, io e il tuo vecchio servo. L'amicizia, la fedeltà e l'amore. Ci hai scelto tu. Il servo e l'amico devoti fino alla morte. La moglie innamo­rata. Che vuoi di più? Il servo che ti cono­sce fin da fanciullo e che ha compilato la storia dei tuoi amori. È lì per ricordarti il tuo glorioso passato. Se perdi la fiducia, è lui che te la rida coi suoi racconti. Nomi, date, luoghi: egli tutto ricorda. È la tua memoria stessa che ti segue. Ed io: l'amico giovane col quale cimentarsi di continuo. La pietra di paragone. Non ti è bastato di to­gliermi la donna che amavo. Hai voluto mi­schiarmi a tutti i tuoi amori di questi ultimi anni. Eri sicuro di te soltanto quando ve­devi che le donne preferivano te con i tuoi vent'anni di più. Ridevi e mi sbeffeggiavi... E Anita? Eccola là. Muta ed adorante. Ti beve coi suoi splendidi occhi. Che vuoi di più?

Don Giovanni                  - (cupo) Vorrei fermare il tempo.

Don Diego                       - L'hai fermato. Quella donna gio­vane ti adora.

Don Giovanni                  - (crollando il capo) Come lo sai? Essa non parla.

Don Diego                       - Non hai cercato per anni una donna che fosse bella, sorda e muta, tanto da dover esprimere soltanto con gli occhi il suo amore?

Don Giovanni                  - L'ho cercata e l'ho trovata. Ma adesso l'amo così forte, che i miei occhi diventano ciechi. Non so più che cosa signi­fichi il suo sguardo. Vorrei che ritrovasse la parola per dirmi il suo amore.

Don Diego                       - Sei buffo e incontentabile. Avevi la tua pazza teoria sulle donne. Dicevi che in amore è la personalità dell'amante che di­sturba. E cercavi una donna che non avesse la parola. L'hai trovata. Che vuoi ancora?

Don Giovanni                  - Ma le donne che ho avuto finora non le ho amate. L'amore era per me un giuoco irresistibile, facile e stupendo, nel quale tutto prendevo e niente donavo... Le rincorrevo tutte, per tutte le strade del mon-' do. Chi prima, chi dopo, tutte si fermavano. Col loro sorriso incerto e pieno di dedizione, sempre... Offrivano... Ed io prendevo. A piene mani. Era una gioia i primi giorni. Con tutte. Era la voluttà sola, limpida, sen­za pensiero, senza ambiguità, senza sotter­fugio... Ma poi...

Don Diego                       - Cominci^Étìp a chiedere...

Don Giovanni                  - Sorgl(PHa loro personalità. Oh la grande disturbatrice dell'amore! Tutte ne avevano una. Le più umili anche. Ave. vano i loro pensieri, le loro idee... Preten­devano, chiedevano, si misuravano, contrat­tavano... Tutte hanno tentato di fermarmi nella loro vita. Di rubarmi alle altre. Di te­nermi stretto nel cerchio delle loro braccia... Si avvinghiavano. Avvinghiarsi a me col mio desiderio infinito di passare oltre! Di co­gliere ciò che veniva appresso... Ah!

Don Diego                       - Ti hanno perduto. Tutte.

Don Giovanni                  - Tutte. E mi sono messo allora alla ricerca della bellezza senza pensiero. Della bellezza silenziosa. Della voluttà che non dà la sua risposta.

Don Diego                       - L'hai trovata.

Don Giovanni                  - L'ho trovata. Eccola là. Non vedi? Sorride e non dice niente. E sono io adesso che chiedo. Sono io che dico da solo vaneggiando le parole d'amore. Essa non sente, sorride e tace. Ed è da lei, da lei sola che vorrei la risposta. La più piccola, la più lieve delle risposte. Un sì mormorato a fior di labbra quando io le chiedo: mi ami?

Don Diego                       - Non ti basta il suo sorriso?

Don Giovanni                  - Non più da quando ho co­minciato ad amarla. Dal giorno in cui ho unito la mia vita alla sua, non ho più saputo leggere negli occhi delle donne. (Entra Le­porello).

Leporello                         - (a don Giovanni) Prezzi dannati in questa locanda. E hanno preteso il paga­mento di tre giornate anticipate. Ho dovuto aggiungere diciannove scudi di tasca mia.

Don Giovanni                  - Non ti ho dato cento scudi ieri mattina?

Leporello                         - Scusate, signore, voi vivete in una sfera dorata. È l'amore. Dio mi punisca se ho il triste pensiero di farvi discendere tra i mortali. Ma voi di denaro non capite nien­te. Credete che ottanta scudi siano eterni come l'amore delle donne che vi hanno ba­ciato anche una volta sola?...

Don Giovanni                  - (vano) Vuoi tacere, insolente?

Leporello                         - Coi cinquanta scudi che mi avete . dato...

Don Giovanni                  - Non erano cento?

Leporello                         - (con caricatura) La memoria, si­gnore mio, la memoria degli innamorati... Cinquanta erano, signore, cinquanta. E. ho dato le mance ai servi e ai ragazzi di stalla. Dio mi fulmini se...

Don Giovanni                  - Ma sì! Non mi romper la testa con le questioni di denaro. Dimmi piuttosto: ti ricordi che una volta abbiamo trascorso qualche mese in questo paese?

Leporello                         - Diavolo! Son giusti venticinque anni. C'è un buon incartamento da queste parti. Volete che lo consulti?

Don Giovanni                  - Non occorre. Dimmi quello che ti ricordi...

Leporello                         - A tre miglia di qua c'è il castello dei Fernandez de la Sierra. C'erano quattro giovani contesse de la Sierra in quel tempo, nubili e graziose.

Don Giovanni                  - Una si chiamava Alina, mi sembra.

Leporello                         - Niente affatto. Confondete. Di Ali­ne ne abbiamo avute tre. Ma in tempi e luoghi, diversi. Le contesse de la Sierra ave­vano nome: Candida, Beata, Innocenza, An­gelica... Questi nomi soavi ci fecero temere, se ben ricordate, un assalto faticoso e una lunga resistenza. Sbagliammo. Avemmo par­tita vinta immediatamente...

Don Giovanni                  - Non ho il minimo ricordo di costoro.

Leporello                         - Poi ci fu Isabella. La moglie del dottor Herrera. Il marito vecchio e zoppo venne a cercare la moglie alla locanda. Fu lei stessa che si affacciò quella notte alla finestra e lo cacciò via. Il giorno dopo negò ogni cosa al marito dicendo che aveva so­gnato.

Don Diego                       - (maligno,, grattandosi il capo) -Non ti sbagli per caso, Leporello? Questo è il soggetto di una vecchia novella italiana.

Leporello                         - (risentito) E che per ciò? Come se nella vita del mio padrone tutto non fosse soggetto da novella e da romanzo? Credete che egli non passerà nei libri?

Don Giovanni                  - Andiamo; seguita. Non ci fu altro da queste parti?

Leporello                         - (con più calore) Ci fu Ircania. La moglie di un mulattiere. Bella come ne abbiam viste poche, padrone. Me l'ero scelta per me. E ve la tenevo nascosta. Scovaste anche quella.

Don Giovanni                  - (divertito) Te la portai via?

Leporello                         - Faceste di peggio. Mi mandaste a tener a bada il marito. L'ubriacai all'oste­ria e stetti a guardia che non si riavesse fino all'alba. Quando la incontrai sulla strada del ritorno, laggiù sul ponte, tutta scarmi­gliata e graziosa con il sole nascente che le faceva rossi i capelli, mi gridò: Grazie del servizio! e mi mandò un bacio sulla punta delle dita.

Don Giovanni                  - (ride). (Bussano alla porta. En­tra /'oste).

L’Oste                             - Le camere sono pronte, signore. (Don Giovanni si alza ed esce insieme ad Anita e a don Diego. JI'oste li segue). ,

Leporello                         - (rimasto solo tira fuori una borsa e si mette a contar denari) Quattrocento­cinquanta, quattrocentosettanta, cinquecen­to... (Fa un mucchio di monete e lo passa in un'altra borsa). (Entra furtiva Ircania).

Ircania                             - Il tuo padrone?

Leporello                         - (senza guardarla in faccia seguita a fare i suoi conti) Non c'è... Cinquecento­cinquanta...

Ircania                             - Vorrei parlargli.

 

Leporello                         - (si volta, la guarda) Che vuoi dal mio padrone?

Ircania                             - A te ti son passati gli anni. Tutti.

Leporello                         - Che?

Ircania                             - Rughe e capelli bianchi. Ma la risatina è sempre quella. Furba e melensa.

Leporello                         - Ma cosa vuoi?

Ircania                             - Da te niente. Voglio il tuo padror

Leporello                         - Vuoi denari? Amministro io. C rità niente. Non incoraggiamo la pigrizia il vagabondaggio...

Ircania                             - Belle massime!

Leporello                         - Massime saggie. Lasciami contar Cinquecentosettanta...

Ircania                             - Anche allora contavi sempre. Ti de esser messo da parte un bel gruzzolo.

Leporello                         - Allora, cosa...?

Ircania                             - ...Niente. Guarda. (Fa una camm natina, venendogli incontro con aria baldar zosa, una mano sul fianco: gli manda un bc ciò sulla punta delle dita) Grazie del se: vizio!

Leporello                         - (stupito) Guarda! Guarda! Guai da! Ma allora è vera...

Ircania                             - Che cosa?

Leporello                         - La storia che ho raccontato poc fa al mio padrone... Ti chiami Ircania, tu La moglie del mulattiere!

Ircania                             - (amara) Non mi avresti riconosciuta no?

Leporello                         - (inorridito) No davvero! Sei ui albero sfrondato. Un mazzo di fiori secchi Un mucchio di spazzatura. E poco fa ti he descritto come un sole. Con i capelli rossi sul ponte laggiù, alla luce dell'aurora, Ec era vera! Proprio una storia vera!

Ircania                             - Perché? Ci sono delle storie false nella vita del tuo padrone?

Leporello                         - Anche... Ma tu mi sei sorta nella memoria così precisa... Forse perché eri pia­ciuta anche a me. Eri bella, dannata! E mi avevi promesso, il mattino, che saresti ve­nuta con me...

Ircania                             - È stata una finzione.

Leporello                         - Come, una finzione?

Ircania                             - Avevo già visto lui. Era per avvi­cinarlo.

Leporello                         - (deluso) Ah!

Ircania                             - (ironica) Ti dispiace?

Leporello                         - (maligno) No, cara. Adesso sono contento!

Ircania                             - (con passione) L'avevo visto passare sul ponte a cavallo il giorno avanti. La notte non ho dormito. Appena si fece giorno, corsi alla locanda. Trovai te che portavi a mano il cavallo per fargli fare i cento passi.

Leporello                         - Tu indossavi un vestito rosso. Se chiudo gli occhi, lo rivedo. Cominciasti a par­lare del cavallo. Poi mi dicesti che si capiva che non ero del paese e che credevi che fossi un signore.

Ircania                             - Lo sapevo che eri il servo.

Leporello                         - (disgustato) Ah!

Ircania                             - (ironica) Ma che? Hai pensato qual­che volta di poter competere con lui? (Con ardere) Era una luce, un astro, una costel­lazione. (Piano) E l'ho visto poco fa dalla finestra. Ha sempre quegli occhi, quel sorri­so. Ha fermato il tempo, maledetto! E si è sposata una donna che gli può essere figlia. Non fa niente. È sempre lui il più bello.

Leporello                         - (rabbioso) Finiscila!

Ircania                             - Hai ancora rabbia con lui? Come allora? E gli sei potuto star vicino tanti anni!

Leporello                         - Vattene, vecchia indiavolata!

Ircania                             - Aspetta. Me ne andrò. Ma prima devi parlarmi di lui... È vero che sua moglie è sorda e muta?

Leporello                         - È vero.

Ircania                             - E perché si è scelta la moglie sor­domuta?

Leporello                         - Per la gelosia, sciocca. Le altre lo tormentavano. A lei le tocca star zitta.

Ircania                             - Disgraziata! E lui la tradisce? Come

ha fatto con tutte?

Leporello                         - Pare di no, questa volta.

Ircania                             - E quel suo amico con quella faccia di faina? Perché se lo porta appresso?

Leporello                         - (alzando la voce) Perché gli fa comodo.

Ircania                             - Come si chiama?

Leporello                         - (alzando ancor più la voce) Don Diego Velasco.

Ircania                             - Cosa gridi? Son tanti anni che aspet­to di parlar di lui! Lasciami sfogare!

Leporello                         - E proprio a me vieni a romper gli orecchi?

Ircania                             - E allora fammi parlare con lui. Un momento solo. Che risenta la sua voce.

Leporello                         - Cosa gli vuoi dire?

Ircania                             - (con passione) Che tutto il tempo che è passato è passato per il mio volto e per la mia persona... Ma per la mia anima no. Che io sono rimasta a quella notte. A quella sola notte della mia vita. E che quel­lo che c'è stato dopo non è contato. Niente è più contato. Gli dirò che dopo ho capito: ho capito che nella vita c'è una sola ora che conta... C'è una sola ora che è vera... Il re­sto non esiste... Gli dirò che... (Sì apre la porta dì fondo ed appare don Giovanni).

Don Giovanni                  - Leporello!

Leporello                         - Signore!

Don Giovanni                  - Vai a chiedere all'oste a che ora si pranza.

Leporello                         - Vado, signore.

Don Giovanni                  - (accennando a Ircania) Chi è costei?

Leporello                         - (maligno) Un'ombra, signore. Non parlate con lei. Ne uscirete pieno di melanconia. (Esce).

Don Giovanni                  - Chi sei tu? Perché Leporello dice che sei un'ombra?

Ircania                             - (umile) Il vostro servo ha voglia di scherzare.

Don Giovanni                  - Cosa volevi da lui?

Ircania                             - Cosa volevo?... (Ha un attimo di esitazione) ...Cosa può volere una povera donna come me?

Don Giovanni                  - Uhm!

Ircania                             - (con le lacrime agli occhi) L'elemo­sina, signore.

Don Giovanni                  - L'hai avuta? Non ti basta quello che ti ha dato?

Ircania                             - (intensamente) Mi basta, signore, e vi ringrazio.

Don Giovanni                  - E allora, levati dai piedi.

Ircania                             - (esce umilmente avvolta nel suo scialle) (rientra cauto Leporello).

Don Giovanni                  - Perché fai entrare delle men­dicanti?

Leporello                         - Non era una mendicante, signore.

Don Giovanni                  - E chi era?

Leporello                         - Una donna che ho amato.

Don Giovanni                  - (ridendo) Come devi essere vecchio, Leporello, se le donne della tua gio­vinezza hanno un simile aspetto! (Entra Anita col suo lieve passo di automa. Leporello esce).

Don Giovanni                  - Anita! (La prende con amore tra le braccia, la fa dolcemente sedere e la contempla con adorazione). Anita! Anna!... Niente. Non dici niente. Sorridi e taci. E non senti le mie parole. E io mi domando com'è che tu non le senti. Perché esse son qui. E sono dense e palpabili. E devono rag­giungerti e devono avvolgerti e tu le devi respirare... (Egli l'accarezza; essa riceve im­mobile le sue carezze col suo eterno tran­quillo sorriso). Solo i tuoi occhi, vagano. Guardano. Che guardano?... (Ella fissa la porta ed una lieve luce di ironia si insinua nel suo sorriso. Egli segue il filo del suo sguardo). Che c'è?... Nessuno, cara. Niente che possa disturbarci. Niente che possa in­tromettersi fra me e te... Là dietro quella porta c'è il mondo. Il mondo degli altri. Gli uomini indifferenti. Le donne senza signifi­cato... Gli altri. Chi sono essi all'infuori di noi? Di chi è ormai composto il mondo se non degli oscuri e necessari spettatori della nostra straordinaria storia d'amore? (Sembra quasi attendere la sua risposta. Ma scuote il capo deluso). Niente. Non dici niente. Dov'è la tua voce? Io non potrò sentirla mai; quan­do ne ho tante inutilmente ascoltate... Ah le voci delle donne che non amavo. Sono esse forse che mi impediscono di sentire la tua. Voci avide, sibilanti, stridule, scialbe, fasti­diose. Chiedevano, comandavano, implorava­no. Voci di donne sciocche, lontane, dimen­ticate, perdute... Tu sola esisti. C'è una co­se sola vivente e reale nell'universo. Sei tu. Il resto si sperde nella nebbia dell'indeciso, dell'incerto, del non provato. Tu sola. Le altre donne non erano che ombre di te... Anita! Anna!... Nel tuo silenzio hai preso il posto di tutte. Ed io son qui, ai tuoi piedi, come un povero, a chiedere le parole che tu non dici... A inventarle per te. A fabbri­car dialoghi infiniti ove tu mi racconti final­mente il tuo pensiero... A... (Ma ad inter­rompere la sua foga ella, che durante il va­neggiare dì don Giovanni ha sempre guar­dato con espressione ambigua, quasi ironica verso la porta, ha un piccolo, irresistìbile riso. Egli allora si alza ed 'inquieto va ad aprire la porta verso la quale era diretto il suo sguardo. Si trova avanti a don Diego confuso). Che fai tu qua?

Don Diego                       - (con caricaturale umiltà) Spio! E mi sto rodendo di invidia dietro quest'uscio.

Don Giovanni                  - (ride, soddisfatto, vano) Brutta l'invidia erotica!

Don Diego                       - Schifosa! Fa male qua!

Don Giovanni                  - (con allegria, accennando ad Anita) Essa che non ha orecchi per udire, ma forse ha una sua sensibilità più profon­da, guardava con inquietudine verso la por­ta. Sentiva che c'era un disturbatore, là dietro.

Don Diego                       - (c. s.) Un dannato seccatore che voleva troncare la vostra scena d'amore. (Cambiando tono) E che veniva ad annun­ciare che il pranzo è pronto... C'è un pastic­cio che fuma in tavola che è un amore.

Don Giovanni                  - Io non ho voglia di mangiare, adesso. Lasciaci in pace.

Don Diego                       - (con caricatura) Che?... E se tu non hai fame, che ne sai di lei, poverina, che non parla? Non dico che le tue carezze non siano deliziose... Ma che notizie hai del suo stomaco?... Tu non jvuoì mangiare?... Ebbene, me la porto io di là. (Prende Anita sotto braccio). Così. Tela rubo... Non posso esser io una volta che rubo a te una donna?... Sia pure per portarla soltanto a cena. E che donna!... Son sicuro che lei me ne sarà grata. A tavola, madama! (Escono).

Don Giovanni                  - (ridendo di gusto si avvia per seguirli) Buffone! Vengo anch'io. (Ss odono delle voci concitate dalla porta della scala).

La voce di Leporello       - Via! Via! Il mio pa­drone vuol essere lasciato in pace.

Don Giovanni                  - (fermandosi) Che c'è? (Entra­no gli studenti tra i quali Pedro ed Antonio, seguiti da Leporello che tenta di trattenerli).

Pedro                               - (scansando Leporello con una spìnta) Dovete perdonarci. Volevamo soltanto ve­dervi.

Leporello                         - Via! Via!

Antonio                           - Si è sparsa la voce del vostro ar­rivo...

Leporello                         - Fate il piacere di levarvi di mez­zo, seccatori. Noi...

Don Giovanni                  - (a Leporello) Lascia fare. (Ai giovani, divertito) Si è sparsa la voce del mio arrivo? Mi hanno riconosciuto?.

Uno studente                   - Vi ha riconosciuto mio padre.

Antonio                           - E Juana Perez, mia nonna. Le fa­cevate la corte.

Don Giovanni                  - (con buon umore) Ragazzi non pensate che ci possa essere uno sbaglio? Vi ho l'aria di un amoroso delle vostre nonne?

Leporello                         - Lasciate perdere questi giovinastri, signore mio. Essi mentono. Noi non abbiamo nessuna Juana Perez nel nostro incarta­mento... Lasciateci andare a casa, malnati che non siete altro!

Antonio                           - (a don Giovanni) Sì, ma prima do­vete prometterci che più tardi scenderete a ragionare con noi.

Leporello                         - Va bene. Ve lo promettiamo. Ma adesso lasciateci libero il passo.

Pedro                               - (a don Giovanni) Ce lo promettete dav­vero?

Don Giovanni                  - (ridendo e liberandosi di loro) Ma sì. (Si incammina di nuovo verso le sue stanze e gli studenti gli vanno appresso).

Antonio                           - Signore, la dinastia dei Perez è ce­lebre per le sfortune d'amore. Se voi consen­tirete a darmi qualche insegnamento, io to­glierò alla famiglia questo triste primato.

Pedro                               - Io non ho mai avuto successo con le donne.

Uno studente                   - Voi ci insegnerete a cogliere l'amore dove ci vien fatto...

Un altro studente            - A rubare a ogni donna un po' della sua grazia...

Pedro                               - Siamo degli analfabeti dell'amore!

L'altro studente               -Non conosciamo il segreto...

Pedro                               - ...Il mestiere...

Uno studente                   - ...La magìa...

L'altro studente               - ...L'accorgimento...

Leporello                         - (gridando, sulla porta) Al diavolo tutti quanti!

Don Giovanni                  - (ride, divertito)       -        - (Dalla porta della scala arriva correndo Alonzo, con la lunga penna e il calamaio portatile).

Alonzo                             - (raggiunge il gruppo) E a me, signo­re, concederete un colloquio particolare.

Leporello                         - (con desolazione) Ci mancava an­che questo scapiglione! Signore, il pasticcio si raffredda!

Don Giovanni                  - (ad Alonzo, ridendo del suo co­mico aspetto) Tu chi sei?

Alonzo                             - Signore, io raccolgo documenti sul­l'animo umano, i pensieri, l'intelletto, le rea­zioni, i sentimenti... Sto scrivendo un ro­manzo... Nel mio libro si parlerà anche di voi. E sarete conosciuto in tutto il mondo!

Don Giovanni                  - (esce ridendo, seguito dagli stu­denti vocianti).

ATTO SECONDO

Cortile della locanda con androne. Scala ester­na nel corpo del fabbricato. Cisterna. Da un lato un carro, appoggiato, con le stanghe in alto. Vecchi utensili. Nel mezzo dell'androne una lucerna accesa appiccata in alto. Notte. Da una finèstra illuminata vengon canti e suono di chitarra. L'Oste, issato sopra una panca, è occupato a staccar la lanterna per spegnerla. Don Chisciotte scende lentamente la scala del­la locanda per avviarsi fuori.

L’Oste                             - Ve ne andate, signore?

Don Chisciotte                - Vado a capo della strada per vedere se arriva il mio servo.

L’Oste                             - Signore, se il vostro servo dovesse tardare, io potrei farvi accompagnare dal ra­gazzo di stalla con la lanterna.

Don Chisciotte                - (si ferma) Che vi salta in mente? Che io abbia paura di far da solo una mezza lega di notte, senza un uomo che mi rischiari il percorso con una lanterna?

L’Oste                             - Non ci penso nemmeno. Ma so che ogni sera, il vostro servo viene a prendervi... Credevo che fosse un'abitudine che...

Don Chisciotte                - L'abitudine è di Sancho e non mia. Egli va a passare la serata dalla sua figlia maritata e- per il ritorno passa a prendermi perché teme di far da solo la stra­da fino a casa.

L’Oste                             - È un bello sciocco. Le nostre con­trade sono sicure.

Don Chisciotte                - (pensoso) Non è uno sciocco. Per gli uomini che han l'anima di Sancho nessuna strada è sicura.

L’Oste                             - (ridendo) Giusto. Adesso che ci pen­so mi ricordo che una sera egli non voleva oltrepassare l'androne perché l'ombra di quel carro, così come la vedete adesso, gli faceva credere che là dietro ci fosse un gigante in agguato. Signore, con tutto il rispetto, voi che avete tanto giudizio, perché non vi libe-' rate di un tal citrullo di servo?

Don Chisciotte                - (avviandosi, con lieve ramma­rico nella voce) Sancho è il mio migliore amico. E un tempo aveva una così giusta vi­sione delle cose, che era lui, povero Sancho, a spazzar agli altri la strada dalle ombre... (Esce. Dalla locanda viene fuori Leporello).

Leporello                         - (scorgendo TOste) Oh voi là! Sie­te ancora alzato?

L’Oste                             - E voi? Dove andate a quest'ora? A pigliare il fresco?

Leporello                         - Se vi garba.

L’Oste                             - Spengo. La compagnia è ancora desta. Ma i lumi costano e io me ne vado a dormire.

Leporello                         - Buon sonno. Io vi seguo tra non molto.

L’Oste                             - Non ve lo consiglio. Aspettate il vo­stro padrone, che stasera con le sue gartlbe non ci torna a letto.

Leporello                         - Puah ! Credete che il vostro vi­nello...? Noi siamo vecchi bevitori...

L’Oste                             - (avviandosi) Vinello? Se mi han fatto tirar fuori il vecchio Alicante... E siccome è il vostro padrone che offre, esso è andato a finire in gola anche ai giovincelli che non ne bevono spesso di quella roba. Sentite come cantano. (Rientra nella locanda. Appena uscito /'Oste sbuca da dietro il carro, Nito, il ragazzo di stalla).

Leporello                         - (a bassa vóce) Ohi, mariuolo! È un pezzo che aspetti?

Nito                                 - Credevo che non se ne andasse più. .Stavo per addormentarmi. (Don Chisciotte torna da fuori, sale la scala e rientra nella locanda).

Leporello                         - Sbrigati adesso. Infilati in sala e sguscia vicino al camino E fingi di dormire. Fingi, badiamoci bene, che se ti addormen­ti... Appena la baldoria accenna a finire, ti affacci a quella finestra e dai fiato alla tua canna...

Nito                                 - (tirando fuori di tasca un piccolo stru­mento si accinge a suonare) Così...

Leporello                         - (impedendogli di suonare) Ssssst! Sei pazzo? Fila. E fai le cose a dovere.

Nito                                 - Non dubitate. Non avrete a lagnarvi di me. Sentirete che sonatina... (Sale con svel­tezza la scala ed entra nella locanda). (Da fuori giunge cauto Sancho con la lan­terna)

Leporello                         - Chi è?

Sancho                             - (alzando la lanterna di lontano per il­luminare Leporello) Scusate, volete darmi una mano?

Leporello                         - Una mano? E per che fare?

Sancho                             - Per attraversare questo maledetto an­drone.

Leporello                         - (ridendo) E avete bisogno della mia mano per... Dove siete diretto?

Sancho                             - Volete traghettarmi, sì o no?

Leporello                         - Traghettarvi? O dove vedete l'acqua?

Sancho                             - Non la vedo. Ma può esserci o può non esserci... E anche i laghi possono na­scere a volta nei luoghi più impensati... Se ne son viste tante...

Leporello                         - Buona anche questa!... Ma insom­ma chi cercate?

Sancho                             - Sono venuto a prendere il mio pa­drone.

Leporello                         - E chi è il vostro padrone?

Sancho                             - (avvicinandosi, cauto) Non lo cono-noscete? È il signor don Chisciotte.

Leporello                         - Il giudice di pace? Lo conosco. Ma adesso lasciatelo stare. È su in compagnia a far baldoria con il mio padrone e certi stu­denti. Sentite questo baccano?

Sancho                             - Il mio padrone a far baldoria? Que­sto non me lo fate credere. Egli purtroppo ama il quieto vivere e adesso non si discute più con lui di conquistar grandezze. (Con un sospiro). Sono finiti i bei tempi!

Leporello                         - Che? Se non mi sbaglio, voi rim­piangete un tempo in cui il vostro padrone era più scalmanato... Io son contento invece da che, col mio, ci siamo messi in pace.. Un onesto matrimonio e una vita tranquilla. Cre­detemi, non c'è di meglio.

Sancho                             - Uhm! Voi vi contentate di poco... Vuol dire che il vostro padrone non vi rom­peva un tempo le orecchie con le promesse... Sappiate che a me egli aveva fatto balenar in mente certe cose... E poi non ne è stato niente.

Leporello                         - I padroni promettono molto quan­do son di buon umore e van bene i loro af­fari. Poi, sul più bello, tirano i cordoni della borsa... Non c'è da fidarsi.

Sancho                             - Non si tratta di denari, amico mio...

Leporello                         - Di donne? Puah! Di quelle noi ne abbiamo avute fin sopra i capelli... Credete­mi, poi, che è sempre maledettamente la stes­sa cosa.

Sancho                             - Non si tratta di donne...

Leporello                         - E allora?

Sancho                             - Amico mio, io ero il più quieto vil­lano del mondo e me ne vivevo tranquillo. E il mio padrone è venuto un giorno a tirarmi fuori di casa mia e tanto disse e tanto fece, che mi indusse a seguirlo. E mi trasci­nò dietro e mi insegnò a guardare il mondo con i suoi occhi. Amico mio, i primi tempi io non volevo credere a certe cose che mi veniva dicendo e cercavo di fargli guardare la vita alla mia maniera che era quella di tutti e mi pareva che fosse la buona... Ma lui me li fece spalancar tanto gli occhi che io im­parai a guardare davvero, e compresi che il mondo noi possiamo farcelo bello e brutto con le paure e coi sogni e che dopo averlo guardato così, non mette più conto a guar­darlo in altro modo...

Leporello                         - (con un lieve zufolo di meraviglia) Ah! Ho capito...!

Sancho                             - E adesso ho voglia a andargli dietro a gridare: — Signore, ecco i briganti, ecco gli spettri, gli incantatori, i giganti... — Son finiti i bei tempi! Egli mi ride in faccia e si mette a fischiettare.

Leporello                         - (grattandosi un orecchio) Tutti i gusti son gusti. Il mio padrone matto per le donne e il vostro per i giganti... E invece d'esser contento che si sia messo quieto...

Sancho                             - Ah no! Dovevate vederlo il mio pa­drone quando nel bel mezzo delle strade fiu­tava il vento in attesa dei nemici e popolava il mondo e animava gli alberi e le fontane e i molini a vento e tutte le cose che si sta-van ferme e che per lui prendevano movi­mento e pensiero... C'era da aver paura, sì, che tutto ci diventava contrario allora e il mondo ci si scaraventava addosso... Ma poi c'era da combattere e c'era da vincere ed io che ero di natura timido e spaventato, avevo imparato alla fine a battagliare anch'io alla bene e meglio...

Leporello                         - (senza entusiasmo) Uhm! E il co­strutto di tutto questo sommovimento?

Sancho                             - Puah! Capisco che se tu servi un'in­sensato che non va in cerca che di donne non debba pensare che al costrutto...

Leporello                         - Diavolo! Me lo dici che cosa ne facevate di quelle battaglie contro roba che non c'era?...

Sancho                             - Non c'era? E chi dice, amico mio, che non c'era?... Ci giureresti tu che delle cose non nascevan nel mondo quando il mio padrone le vedeva?

Leporello                         - (perplesso) Amico, tu mi confon­di la testa... Col mio padrone la mèta era sempre palpabile. Guai se non lo fosse stata!

Sancho                             - La nostra invece svaniva quando ci avvicinavamo. E questo era il bello!... Era come quella riga che sta in fondo a tutte le strade dove il cielo e la terra sembra che si tocchino. Quando ti avvicini, se ne va più in là...

Leporello                         - Bel gusto! Noi arrivavamo sem­pre a prendere quello che ci eravamo prefisso !

Sancho                             - Senza combattere?

Leporello                         - Oh, in quanto a combattere sì... C'era da fare. Ma con l'arma delle chiacchie­re. Bisognava discolparsi a ogni momento, inventare, tagliare, sforbiciare gli avveni­menti...

Sancho                             - (disgustato) Tutte queste brighe per ingannare delle donne?

Leporello                         - Oh sai, non ti credere che esse siano migliori dei vostri molini a vento! C'è da fare anche con loro. Sotterfugi, chiac­chiere, diavolerie per distoglierle dai loro so­spetti... Non si finiva mai di parlare. E arri­vava l'ora poi, in cui ci toccava starle a sen­tire. Parlavano dei loro sentimenti. E lì giù descrizioni di quello che c'era nel loro cer­vello, di quello che le turbava, le inebriava, le estasiava, le esaltava! Discorsi da non fi­nire sopra argomenti di cui ci importava co­me di una scarpa... Quando noi eravamo lì per tutt'altro! Credi che anche queste non fossero battaglie?

Sancho                             - Della specie peggiore. Tanto è vero che adesso che il tuo padrone si è messo quieto, tu non le rimpiangi più.

Leporello                         - Oh no!

Sancho                             - Mentre io, vedi, amico... Io sto sem­pre con la speranza che il mio padrone abbia a ricominciare. E quando lui chiede: — Non sei contento, Sancho, che mi abbiano eletto giudice di pace?... — io scuoto il capo e gli rispondo: — Signore mio, come siete de­caduto! (Avviandosi con la sua lanterna ver­so la scala che comincia a salire) Perché , non starmi a dire, ma eran belle quelle strade dove c'eran cose in cui si poteva credere si poteva non credere... E quando si è impa. rato ad assestare gli oggetti alla propria ma. niera, dimmi che te ne fai più di un monde dove gli alberi son alberi, le fontane son fon­tane e gli uomini come il mio padrone si sor ridotti ad aggiustare le liti fra i villani?.. (Entra nella locanda. Leporello è rimaste perplesso, con un viso tra l'ironico e l'inter rogativo a guardare per dove è uscito San cho. Dal buio dell' androne sorge improvvisa mente una squillante risata di donna).

Leporello                         - (inquieto si volta verso la parte d dove giunge la risata e rimprovera con voce, concitata). Che vi siete impazziti? (Dal buie sbucano don Diego e Anita).

Anita                               - (seguita a ridere).

Leporello                         - (infuriato verso Diego) Ma fatela tacere, corpo del demonio, e tornatevene là dietro che se si affaccia e vi vede... Oh si­gnore, mi volete morto? !

Don Diego                       - (chiude la bocca ad Anita con un bacio sorridendo anche lui) Zitta, amor mio!

Leporello                         - (scansandoli e facendoli rifugiare in un punto dell' androne dove non sarebbe pos­sibile scorgerli dalla finestra) E via di lì!... Per tutti i diavoli!

Anita                               - (si mette a parlare in fretta, con voce stridula, alla maniera delle donne loquaci, ca­pricciose, esuberanti e ineducate) Tacere io?... Anche adesso? Anche con te?... Ah Ah! Ah!... Quando per giorni devo far l'auto­ma che sorride e tace fra le braccia del mie rvecchio marito?... Ah! Ah! Ah! Vai al dia­volo, decrepito Leporello, con il tuo muffito-incartamento dove mille donne, tra false & vere, si contendono quegli abbracci di cui io-non so che farmi!... E tu, amore, vieni qui e tienmi stretta, fammi sentire che mi sei vicino, che guai se tu non ci fossi!... Un ba­cio! Così! (Lo bacia) Un altro, così!... E tu, indiavolato Leporello, vattene a far la tua passeggiata nella notte, che se il malcapi­tato vien fuori e sente che voce ho in gola, ebbene, credete che io non sia capace di spiattellargli le cose come stanno?...

Leporello                         - (abbrutito dallo spavento) Che?... Oh signore!... Ma che vi piglia?... Se vi met­tete a far così, siamo tutti belli e spacciati!

Anita                               - (ride) Tu, forse... E anche tu, Diego amor mio, le passeresti brutte, che al vec­chio quando gli prendono i fumi, sragiona della più bella!... Ma io!... E che mi ci vuole a dirgli: Sciocco! Bambino! Amore!... Io mi son finta muta, ma puoi rimproverarmi se l'ho fatto per farmi sposare da te che ne mo­rivo di voglia, gioia mia, e sapevo che te ne andavi cercando una donna senza parola ed io senza di te non potevo vivere?... Credi che diffiderebbe? No! Ne ha troppe sentite di parole dolci, il vanitosaccio, per dubitar di ciò che io gli direi... E l'amore che mi porta farebbe il resto!

Don Diego                       - (geloso) Sta zitta!

Anita                               - Ah, zitta no! Questo è troppo preten­dere... Anche tu mi vorresti far tacere? Ma che follia avete tutti, voi uomini, di cucirmi le labbra?... Se sapevo che la fatica sarebbe stata così dura, che! questo matrimonio non l'avrei fatto. E avrei lasciato blaterare mia madre quando con te e Leporello organizza­vate il trucco! E se anche in casa mia c'era la miseria, credi che con questi occhi e con questa bocca non avrei trovato un altro con­tratto vantaggioso?... Ah! Ah! Ah!

Leporello                         - (esasperato) Signora, se gridate così tutti i contratti se ne andranno a monte perché noi non sentiremo il segnale di quan­do la baldoria, lassù, sta per finire e allora addio povero Leporello e se a voi di me non vi importa, ci va di mezzo il vostro amore, che è già lì mezzo abbrutito dalla passione e dalle vostre chiacchiere!

Anita                               - (smorfiosa a Diego) È vero che sei ab­brutito, amore?... E ripetilo anche tu, allora, invece di startene impalato, lì, in silenzio a contemplarmi!

Diego                               - Ma tu non mi lasci parlare, dolcezza, ed io...

Anita                               - (troncandogli la parola in bocca) Non ti lascio parlare?... Ma se le vorrei sentire sempre le tue parole! Perché ho mille dubbi su di te!... Perché anche se dici di amarmi tanto, non c'è sempre la storia di quella mal­capitata che lui ti portò via sul dìù bello e che ti sta ancora qui, nella mente, e ti ac­cresce ogni giorno la rabbia con lui e forse ti fa parere più grande l'amore per me?...

Don Diego                       - Quella io l'ho dimenticata dal giorno che...

Anita                               - (c. s.) Chiacchiere!... Sei ivenuto a pro­porre l'affare a mia madre quando ancora non mi conoscevi e sapevi soltanto che aveva una figlia da piazzare, bisogno di quattrini e di sgherri alla porta...

Don Diego                       - Sì, ma appena ti ho visto...

Anita                               - (c. s.) Appena mi hai visto... Uh! Se ti fosse nato l'amore, il contratto ti avrebbe disgustato, e avresti mandato tutto a monte e mi avresti sposato tu!

Don Diego                       - (lamentoso) Non avevo denaro, amor mio, perché vuoi che mi umilii ogni volta a raccontarti che...

Anita                               - (c. s.) ... Che son dieci anni che vivi alle sue spalle e ti fai pagar la parte dello sfortunato in amore per mantenergli vive le illusioni...! Se mi amassi come dici, mi pro­porresti cinquanta volte al giorno di scap­par via con te e di trovare un lavoro pur­chessia. ..

Don Diego                       - Oh, dolcezza, quando tu hai bi­sogno di lusso e di cose belle come vuoi che io, disgraziato...

Anita                               - (c. s.) Puah! Dite tutti così quando non vi volete sobbarcare il peso di una don­na! Va là, che vi conosco, canaglie di uo­mini!... Ma son io che non accetterei, bello mio, di svignarmela con te... So che vita mi offriresti! E i tuoi baci che son così dolci, all'ombra di lui che ci protegge, diverreb­bero di fiele e sarebbero liti e rimproveri e insulti a non finire!

Leporello                         - (che ha tentato finora dì metter bocca, facendo la spoletta tra la finestra il­luminata per tenerla d'occhio, e i due inna­morati) E se ci tenete tanto, allora, ad an­dare avanti così, fatemi il santo piacere di tornarvene là dietro a sbaciucchiarvi in si­lenzio! E state attenti al segnale... Appena udite il suono della canna, infilate la scala interna e ognuno nella sua camera a letto !

Anita                               - E tu dove te ne vai? Perché non te ne resti qui a sorvegliar la finestra?

Leporello                         - Perché ci ho da incontrare... un non so chi... là fuori...

Anita                               - (ridendo) Puah! Che cosa vuoi darci ad intendere?

Leporello                         - (incrociando comicamente le brac­cia sul petto) Signora, per una sera tanto che siamo liberi e che lui si è lasciato invo­gliare a far haccano con quegli scalcagnati, volete permettere che anch'io mi prenda qualche svago?

Anita                               - (infilando il braccio sotto quello di Die­go e trascinandolo fuori, verso il buio, ri­dendo) Oh prenditeli pure, fanfarone... Non sarò certo io ad invidiare la tua com­pagna! Ah! Ah! Ah!... Io preferisco le ca­rezze di questo bel signore che è un « hi­dalgo riuscito )) come direbbe mia madre e in quanto a galanteria, può dar lezione a te e a qualc'un altro che ti sta molto vicino! Ah! Ah! Ah! (/ due escono ridendo. Si sente la risata squillante di Anita che svanisce nel buio).

Leporello                         - (allontanandosi dalla parte oppo­sta) Corpo del diavolo, che voce!... Ci son dentro tutti gli arretrati della giornata! (Esce).

(La scena rimane per un poco vuota. Poi preceduto da Sancho che gli fa lume con la lanterna, scende la scala esterna della locan­da don Chisciotte. Durante la scena se­guente, ì canti verranno gradatamente ces­sando e in ultimo si spegneranno anche le luci della finestra).

Sancho                             - Badate dove mettete i piedi, signore mio. È una notte buia come l'inferno.

Don Chisciotte                - Pensa a te, che io ho gli occhi buoni e le gambe salde.

Sancho                             - Stasera, signore mio, è una bella se­rata da incontri.

Don Chisciotte                - Che cosa?

Sancho                             - Oh Dio, signore mio, non cominciate secondo il vostro solito a fìnger di non ve­dere... C'è qualcuno appostato là...

Don Chisciotte                - È il solito carro, Sancho. Ogni sera è la stessa discussione.

Sancho                             - Io mi domando che gusto ci trovate voi a svalutar così tutte le cose, adesso! Vi sembra più un mondo, questo, dove tutti i nemici si sono arresi e nessuno, secondo voi, ci molesterebbe più?

Don Chisciotte                - Nessuno ci ha mai mole­stati, Sancho.

Sancho                             - Oh questa poi!... Se adesso vi siete messo in mente di chiudere gli occhi, dopo che a Salamanca vi han salassato e fatto quattro discorsi, va bene,.. Pazienza, dirò, che non si può sempre pensare alla stessa maniera... Ma che vogliate farmi credere che una volta... Andiamo, signore mio...

Don Chisciotte                - Sta' quieto, Sancho figliuolo mio... io ti porterò come ogni sera vicino a quel carro e vedrai che non ci sono né gi­ganti né mostri... Non c'è che un innocuo carro con le stanghe alzate che al buio...

Sancho                             - (seccato) Ma sì, sì, lo so ormai, che avete fiducia nel mondo. E quest'altra paz­zia qua è più grossa della prima e non ve la leva più nessuno... Non ci sono né giganti né mostri e noi siamo due poveri diavoli qua­lunque senza più speranza di glorie, di con­quiste e di isole da governare e ci dobbiamo contentare di ciò che Dio ci ha dato!

Don Chisciotte                - (con un sorriso) Questa è la verità, Sancho.

Sancho                             - La verità! Uhm!... Ecco una parola sulla quale abbiamo discusso degli anni, io e voi... E non ci si intendeva mai... Quando io ragionavo presso a poco come fate voi adesso, voi mi davate addosso ed una volta mi avete perfino bastonato.

Don Chisciotte                - Lo so, povero Sancho. E questo è il mio castigo. L'impossibilità che ho adesso a farti riaprire gli occhi sulle cose...

Sancho                             - E va bene! Una volta dicevate che avevo chiusi gli occhi perché non vedevo. E adesso perché vedo troppo... Facciamo una via di mezzo: e datemi ragione, qual­che volta... Stasera, per esempio, lascia­temi la mia grossa paura di passar vicino a quell'arnese là e permettete che io veda il mio gigante... A voi che ve ne importa?... (Sì avvicina cauto al carro e gli passa vicino con la mossa rapida dì chi sfugge all'ag­guato di un nemico) Op là! Diavolo d'un mostro! Te l'ho fatta! (A don Chisciotte) Passate pure tranquillo, signor mio, che il nemico è vinto!... (Sull'alto della scala ap­pare don Giovanni).

Don Giovanni                  - Ohi laggiù! Chi è?...

Don Chisciotte                - Sono io, signore...

Don Giovanni                  - Io, chi?...

Sancho                             - (piano a don Chisciotte) Signore mio, ricordatevi che una volta voi non per­mettevate a nessuno di abbordarvi in ma­niera tanto confidenziale e...

Don Chisciotte                - Stai zitto. (A don Giovanni) Sono Alonzo Chisciada. Non siamo stati in compagnia tutta la sera?

Don Giovanni                  - Siete il bravo signore vestito di panno verde che si scaldava accanto al camino?... Vi chiamate Alonzo Chisciada?... Diavolo! Proprio voi cercavo...

Sancho                             - (con amarezza) Alonzo Chisciada! Guarda un po' ! Una volta se qualcuno osa­va chiedervi il nome, voi rispondevate: Son chi sono! Ah che tempi!

Don Giovanni                  - (scende con una certa solleci­tudine la scala, ma non è molto saldo sulle sue gambe) Scusate, signor giudice di pa­ce... Se la vostra abitazione non è lontana potrei farvi compagnia fino a casa vostra?

Don Chisciotte                - Io abito a una mezza lega da qui. Ma ci son tutti viottoli di campa­gna da percorrere per giungere alla mia bi­cocca. E non vi consiglio di... Temo che al ritorno possiate non ritrovare la strada. E una notte assai buia.

Sancho                             - E non si sa che razza di incontri si possono fare... Noi una volta...

Don Chisciotte                - Taci tu!

Don Giovanni                  - Vuol dire che siccome ho in mente di cercare il fresco della notte per dissipare gli effetti del cattivo vino, voi con­sentirete a tenermi un po' di compagnia senza allontanarci troppo di qui. Sono indi­screto ?

Don Chisciotte                - Niente affatto.

Don Giovanni                  - (confidenziale) Vi dirò... È la prima volta che dopo... Sì... Non deve es­sere piacevole per una giovane moglie sen­tirsi capitare accanto di notte un marito che puzza di vino. Non credete?

Don Chisciotte                - Signore, io non mi intendo di rapporti matrimoniali. Sono un vecchio celibe solitario.

Sancho                             - Ma io sono vedovo e ho buona me­moria, signore... E vi posso dire che le sce­nate di mia moglie quando tornavo a casa ubriaco... Uh che roba!

Don Chiscotte                 - Vuoi tacere (A don Gio­vanni) Vogliate perdonare, signore, questo pover'uomo, che non ha tutta la sua ragione.

Sancho                             - (offeso) Mi sembra stavolta di non aver detto niente di insensato... Sta a ve­dere che adesso mi nega pure che sia esistita quella buon'anima della mia Teresa!

Don Chisciotte                - Quei giovani hanno consen­tito a lasciarvi venir via?

Don Giovanni                  - Se ne sono andati a dormire... Non mi parlate di quei seccatori! Soprat­tutto di quel giovinastro dalla chioma scar­migliata e la sua lunga penna che mi ha ob-. bligato a vomitare tutte le mie vecchie teo­rie sulla galanteria, l'amore, le passioni e gli accorgimenti sentimentali...!

Don Chisciotte                - Io vi ho ascoltato con gu­sto. Siete edottissimo in materia.

Don Giovanni                  - Non vi burlate di me. Voi avete taciuto tutta la sera e mi è parso che ascoltaste con una certa ironìa...

Don Chisciotte                - Signore, io non ho mai sbef­feggiato gli uomini. Né prima quando con­cedevo suprema importanza alle loro azioni, né adesso che ìe ho svuotate di ogni signi­ficato.

Don Giovanni                  - E non avete nemmeno con­sentito a bere un sorso di quel pessimo vino con noi...

Don Chisciotte                - Signore, io sono una com­pagnia di poco conto...

Don Giovanni                  - Forse mi sbaglio, ma voi mi avete l'aria di voler gettare a bella posta dell'ombra sulla vostra persona come usano soltanto gli orgogliosi quando non si sentono a loro avvantaggio...

Don Chisciotte                - (sfuggente) Voi amate sot­tilizzare. .

Don Giovanni                  - Lo confesso. È una vecchia manìa che mi viene dall'aver molto frequen­tato le donne. Esse amano che si sottilizzi su di loro, e si indaghi sui loro sentimenti e ci si renda conto del movente delle loro azioni. (Afferra le stanghe del carretto e le abbassa) È una pretesa che si può perdo­nare a quelle che hanno un aspetto grade­vole... Op là! (Salta a sedere sul carretto).

Sancho                             - (con un grido) Uhhhhh!...

Don Giovanni                  - Che c'è?

Don Chisciotte                - (sorridendo) Voi manomet­tete la geometria fantastica di quel povero Sancho. Avete addomesticato sotto i suoi occhi il dèmone del luogo che egli personi­ficava in quel carretto...

Don Giovanni                  - Te la fai coi dèmoni tu, paz-zerellone?

Sancho                             - Quando posso, signore!

Don Giovanni                  - Ah! È per inclinazione dun­que!... Scusami, allora, se rovescio i tuoi idoli, ma non mi sento eccessivamente so­lido sulle gambe e mi occorre un sedile. (A don Chisciotte) Qua. C'è posto anche per voi. (Don Chisciotte siede sulle stanghe del carretto. Sancho, rassegnato, si accoccola sul primo gradino della scala della locanda, ap­poggia la lanterna per terra e si mette a son­necchiare. Don Giovanni si assesta meglio sul suo improvvisato sedile e si mette a chiacchierare con volubilità, come un uomo che ha attinto nel vino una felice concezione del mondo) Non è un sedile comodo, ne con­vengo... Non parlo per me che ho passato notti nascosto in fienili, appollaiato su al­beri e perfino introducendomi dentro vecchie cassapanche per evitar guai a delle piccole smorfiose. Dico per voi, signor giudice, che mi avete l'aria di possedere una grossa pol­trona accanto al camino della vostra stanza di studio e un letto soffice ben protetto da spessi cortinaggi...

Don Chisciotte                - (ambiguo) Credete?

Don Giovanni                  - Potrei sbagliare, ma dal vostro aspetto arguisco che voi non dobbiate sprez­zare i comodi della vita... E non avete torto. Vedete, anch'io... Mi sono assestato col mondo...

Don Chisciotte                - È un'impresa difficile.

Don Giovanni                  - Lo so. E si finisce sempre con l'arrivarci un po' tardi e si vorrebbe averlo fatto prima...

 

Don Chisciotte                - Ne convengo, signore. Ma bisogna esser cauti nello scegliere la propria tranquillità. E cercare di non poggiarla so­pra basi troppo instabili.

Don Giovanni                  - È giusto. Ed io credo di non essermi male apposto adagiandomi sul ma­trimonio che, al dire delle persone di buon senso, è il naturale scopo dell'esistenza.

Don Chisciotte                - Non sono d'accordo con voi su questo punto, perdonatemi. La felicità nel matrimonio risulta da un equilibrio che si ottiene soltanto con un esatto contrappeso che un'altra persona offre al nostro essere. Ed io penso che nessuna felicità sia possibile che non dipenda da noi stessi.

Don Giovanni                  - (con un sorriso) Voi chiedete troppo ad un uomo che non aveva messo la sua pertinacia, la sua completezza, direi il suo fanatismo che in una concezione amo­rosa dell'esistenza. Sono sulle soglie della vecchiaia, ma non ho vergogna a dirvi che la vita, spogliata da ogni sua possibilità amorosa, non ha più per me nessun signi­ficato.

Don Chisciotte                - Non illudetevi allora di tro­vare uno stabile appagamento quando non esitate a poggiarlo sul più bugiardo aspetto del mondo.

Don Giovanni                  - Credete che sia possibile tro­vare altri significati alla vita che non siano dovuti alle piacevoli emozioni che soltanto l'amore è in grado di concedere agli uomini?

Sancho                             - (che da un momento si è risvegliato) Signori miei, ci avete ancora molto da discu­tere?... Mentre voi vi state divertendo in chiacchiere, a me mi si sta gelando la schie­na... Uh!

Don Chisciotte                - (senza badargli) Lo penso. Giunge il momento in cui le passioni ci ri­velano la loro natura sorniona, burlesca, ap­prossimativa e ci accorgiamo che esse ci ave­vano resa impossibile l'esatta valutazione delle cose.

Don Giovanni                  - Via, io non ho mai chiesto alle cose che di presentarmi il loro aspetto migliore e di procurarmi qualche piacere.

Don Chisciotte                - Eh!... Quando poi il senti­mento al quale affidate tutte le vostre capa­cità di esistenza è l'amore...

Sancho                             - L'amore! Uh! (A don Giovanni) Non entrate in simile argomento con lui perché qui c'è proprio da ridere! (A don Chisciot­te) Signore mio, se permettete io mi affac­cio a capo della strada e vado a vedere se la lanterna di casa Gonzales è spenta. Se donna Caterina ha ritirato la sua lanterna, dite pure che la mezzanotte è passata da un pezzo e che è ora che ce ne andiamo tutti a dormire. (Esce dal fondo).

Don Giovanni                  - L'amore dicevate...

Don Chisciotte                - (con un sorriso) Uhm!... Quell'insensato potrebbe non avere torto, proclamando che io non sia in grado di trat­tare tale argomento... La sua buona memo­ria ben gli fa ricordare che io fui sempre deriso dalle donne...

Don Giovanni                  - Voi?

Don Chisciotte                - Non me ne vergogno, si­gnore; egli non ha dimenticato il tempo in cui io intagliavo sulle corteccie degli alberi il nome di una donna che non era se non un frammento della mia personalità che io stesso avevo foggiato per l'amore...

Don Giovanni                  - Bah! In amore è difficile deli­mitare dove finisce la nostra personalità e dove cominci quella della donna che ci inte­ressa. Ma non è ciò che conta...

Don Chisciotte                - Niente conta, persuadete vene, signore. Tanto i miei sogni senza costrutto, quanto i vostri concreti diletti, visti di lon­tano al tempo delle saggezze, non appaiono più che come i sorpassati fantasmi di una lotta senza significato... Perché ogni uomo, signor mio, giunto al termine della propria vita, si accorge di essere come un pellegrino solitario che crede di aver camminato tutta la notte in compagnia, e che al sorgere del sole si accorge di aver viaggiato accanto alla propria ombra.

Don Giovanni                  - (con buonumore) Confesso che di questo vostro mondo sgombro di ogni il­lusione io non saprei che farne.

Don Chisciotte                - Pure è soltanto spogliandoci delle false opinioni che possiamo divenire liberi e invulnerabili. E nulla può più nuo­cerci.

Don Giovanni                  - (pensoso) Penso che in fondo alla vostra saggezza, signor giudice di pace, non ci sia che un'inconfessata paura della morte... (E aggiunge poi lentamente) ... Che altro non è poi, se non un ultimo rifugio del­l'amore... (Dal fondo ricompare Sancho con la sua lanterna, tremendamente spaventato).

Sancho                             - Signore mio!

Don Chisciotte                - Che c'è?

Sancho                             - Adesso non cominciate a dire secon­do il vostro solito che non vedete niente; se no, me ne vado proprio in furore!

Don Chisciotte                - Che diavolo hai visto?

Sancho                             - Ho visto quello che ho visto e là fuori c'è movimento di gente, che mi possa eie-care subito se non dico la verità! E se que­sta gente è di natura umana, animalesca o del genere di fantasmi non starà affatto a voi a decidere perché voi di queste cose non ne capite più niente.

Don Chisciotte                - Sancho, figliuolo mio, cal­mati... Torniamocene a casa. Un buon sonno ti rimetterà in sesto... (A don Giovanni) Vi saluto, signore, e spero di ricontrarvi. E vi ringrazio della vostra compagnia.

Don Giovanni                  - Son io che devo ringraziarvi e farmi perdonare di avervi fatto perdere una buona ora di sonno.

Sancho                             - (avviandosi e facendo luce a don Chi­sciotte) Guarda se questa è l'ora di far complimenti con quel che bolle in pentola là fuori! (A don Giovanni, di lontano) Rive­risco, signor mio. (A don Chisciotte) E voi camminate cauto... E qua... Fatevi bene il­luminare e prendete la vostra aria di altri tempi... Che con la fiducia che avete adesso in tutte le cose, finirete col batterci il naso !... (Escono).

Don Giovanni                  - (resta pigramente sul suo sedile, come chi ha intenzione di attendere ancora in riposo qualche tempo prima di rientrare). (Ad un tratto si sente venir dall' androne buio la squillante risata di Anita. Don Giovanni fa l'atto di alzarsi, ma alla poca luce vede avanzarsi don Diego ed Anita).

Anita                               - (parlando sempre con eccitazione, rapida .e volubile) ... Il vecchio Chisciada con il suo servo... Ne parlavano oggi le fantesche. Sono due insensati e se anche si lasciassero uscire il fiato, nessuno li crederebbe. Ah! Ah! Ah!... Ti preoccupi di loro...?

Don Diego                       - Di tutto io mi preoccupo, dolcez­za... Se quei due...

Anita                               - (interrompendolo) E pensi che lui pre­sterebbe fede ad una ciarla? Puah! Che pau­ra! Dice mia madre che l'amore degli uomini di quella età è il migliore che ci sia... Ah! Ah! Ah!... I vecchi sono pigri e accomodanti e assai restii a trasportare il bagaglio del loro amore da un posto a un altro... Passare di amore in amore diviene faticoso ad una certa età... È come cambiare residenza. Ogni don­na è Un paese nuovo che ha il suo clima che può essere pericoloso e mortale... Ah! 'Ah! Ah!... Mia madre se ne intende, va là! E poi che t'importa?.,. Io ti dirò come lui mi ha insegnato:      - (tenera e caricaturale) ... « Tu solo esisti. C'è una cosa sola vivente nel­l'universo. Sei tu! » Ben detto, no?... Se ne intende il ciarlatano delle espressioni che van sospirate in amore. Ah! Ah! Ah!

Don Diego                       - (con rancore) Buffone! Egli è un buffone !

Anita                               - Perché ?... Egli è buon maestro, sciocco !

Don Diego                       - Stai zitta. Non sono le parole che lui ti insegna che io voglio sentire dalla tua bocca!

Anita                               - (sensuale) E quali, smorfiosaccio?... Le parole non contano in amore... Conta quello che si pensa nel silenzio del bacio... Questo conta! (Lo bacia sulla bocca). (Ma ad interrompere la foga dei loro baci si precipita tra loro Leporello. Si capisce che egli è stato sorpreso dal silenzio nel quale è ormai immersa la locanda e, appena en­trato, si accorge che anche le luci della fine­stra della camera dove si faceva baldoria sono spente).

Leporello                         - (con disperazione) Oh corpo del diavolo maledetto!... Ma guardate lassù che le luci son spente e quel dannato di ragazzo si deve essere addormentato e non ci ha dato il segnale... E adesso che succede?... E dove se ne sarà andato ?... E che dirà che nelle vostre camere non vi trova?... Per l'amor di Dio, infilate la scala di là e voi, Don Die­go, ditegli che donna Anita si è sentita male, che gemeva nel suo letto e voi siete andato a vedere e che per farla smettere di smaniare l'avete portata fuori e poi avete chiamato anche me!... Sbrigatevi! Oh signore!... E che state a fare a guardarmi impalati?... E an­che voi con tutta la vostra chiacchiera avete perduto gli spiriti? (Li spinge verso l'andro­ne) Via! Via!... (Mentre i due, sospinti da Leporello escono dall'androne, alla finestra si affaccia Nito e suona sul suo zùfolo).

Nito                                 - Chiù.. Chiù... Chiù...

Leporello                         - (esasperato verso la finestra) Ah! Adesso ti svegli maledetto!...

Nito                                 - (suona della più bella) Chiù!... Chiù!... Chiù!...

Don Giovanni                  - (è restato immobile nell'ombra).

SIPARIO

INTERMEZZO

Stessa scena. È passata qualche ora. Nel fondo dell' androne si vedono luchi vaghe: il principio del giorno. Don Giovanni è seduto sul carretto nella stessa posizione in cui stava alla chiu­sura del sipario al secondo atto. Un lungo si­lenzio. Poi sullo sfondo delle lontanissime luci dell'alba si staglia una figura di donna avvolta in uno scialle. È Ircania che avanza guardinga. Fa qualche passo ancora, poi scorge la oscura figura di don Giovanni accoccolato sul carretto.

Don Giovanni                  - Chi siete?

Ircania                             - Ircania...

Don Giovanni                  - Chi è Ircania?

Ircania                             - Come posso spiegarvi?... Non sono niente...

Don Giovanni                  - Che vuol dire?

Ircania                             - Non sono che un corpo che hai stret­to tra le braccia tanti anni fa... E quel cor­po non c'è più...

Don Giovanni                  - Ah!

Ircania                             - L'ha detto il tuo servo oggi: io sono un'ombra di quel corpo che tu hai deside­rato.

Don Giovanni                  - (lontanamente) Mi sei stata fedele?

Ircania                             - Sì. Come lo sanno essere i sensi. Nel modo più certo.

Don Giovanni                  - I sensi sono smemorati.

Ircania                             - Non lo dire. Essi hanno memoria for­midabile.

Don Giovanni                  - È un inganno... Non c'è ac­cordo se le anime non riescono ad incon­trarsi.

Ircania                             - E non sai che ogni amplesso è un tentativo di un'anima per incontrare un'al­tra anima?

Don Giovanni                  - É un tentativo che fallisce. Sempre.

Ircania                             - Non sempre. Io ho incontrato la tua anima quella notte.

Don Giovanni                  - Che cos'è la mia anima?

Ircania                             - È una carezza. Una carezza che si estende fino all'infinito e che fa prendere contatto con tutto l'universo

Don Giovanni                  - Ma questi sono ancora i sensi.

Ircania                             - Questo è l'amore.

Don Giovanni                  - Ma se tu credi di aver incon­trato la mia anima quella notte, io non ho incontrato la tua.

Ircania                             - Credi?... E quella tua simpatia pie­na di turbamento, quell'attaccamento invo­lontario di un attimo in cui non hai creduto che in me, pensi che non sia un incontro?

Don Giovanni                  - L'ho ripetuto troppo per aver fede in esso.

Ircania                             - Non importa. Io l'ho fermato. Tu sei passato oltre; ma io son restata; e ho prolungato quell'attimo fino all'infinito.

Don Giovanni                  - Questo è l'amore.

Ircania                             - Lo dici anche tu.

Don Giovanni                  - Hai fatto bene a venire.

Ircania                             - Erano venticinque anni che attende­vo di poterti dire queste cose.

Don Giovanni                  - Sono contento di averti incon­trata in quest'ultima notte.

 

Ircania                             - Ultima? Partite?

Don Giovanni                  - (con infinita tristezza) Parto... E ti ringrazio di avermi portato il tuo sa­luto...

Ircania                             - Voi?... Voi ringraziate me?

Don Giovanni                  - Io ringrazio te.

Ircania                             - Com'è bello questo!

Don Giovanni                  - Tu mi hai portato il saluto di tutte le donne che mi hanno amato...

Ircania                             - Tutte devono averti amato.

Don Giovanni                  - Una no.

Ircania                             - Non conta.

Don Giovanni                  - È quella che conta. Si è amati come si desidererebbe solo quando non si è personalmente impegnati...

Ircania                             - È vero.

Don Giovanni                  - Ma le altre le hai tutte portate con te qui, stanotte. E siete venute a salu­tarmi tutte insieme per dirmi che forse... forse la mia vita non è stata vana come cre­devo...

Ircania                             - Nessuna vita è stata ricca come la tua. In essa si rispecchiava tutta la gioia del mondo.

Don Giovanni                  - Grazie. A te. A tutte le altre.

Ircania                             - Chi sono le altre?

Don Giovanni                  - Quelle dietro di te, là, nella ombra.

Ircania                             - Tu stai sognando.

Don Giovanni                  - No. È una folla di dolci visi dietro le tue spalle... E premono. E voglio­no farsi avanti...

Ircania                             - Non parlare così. Mi fai pena.

Don Giovanni                  - Non devo farti pena. Se sa­pessi il bene che mi hai fatto... Tu hai par­lato per tutte, povera, dolce, sconosciuta, di­menticata che mi hai insegnato questa notte a compilare le prime parole dell'amore...

Ircania                             - Io ho insegnato a te?

Don Giovanni                  - Tu. Mi hai fatto capire il pas­sato. Mi hai conciliato coi ricordi.

Ircania                             - I ricordi sono il nostro possesso più vero.

Don Giovanni                  - No. Essi erano per me pieni di ipocrisie, di viltà, di millanterie... Ma sta­notte ho capito. Non sono stato soltanto uno sciocco ricercatore delle voluttà concesse dall'avaro .mondo della forma. Anch'io ho tributato al sogno.

Ircania                             - Sì. A traverso il desiderio. Il desi­derio è il sogno dei sensi.

Don Giovanni                  - È vero. Adesso so. Il deside­rio è fine a se stesso. Non tende che super­ficialmente alle realizzazioni... L'ora di con­tatto con la materia è forse la sola ora vera­mente perduta... Perché ogni cosa ha va­lore per i due tempi che sono fuori di essa: il desiderio e il rimpianto.

Ircania                             - Non sono la stessa cosa?

Don Giovanni                  - Sì. Per chi è fuori del tempo. E noi lo siamo. Vieni.

Ircania                             - Dove?

Don Giovanni                  - Più vicina a me.

Ircania                             - No.

Don Giovanni                  - Non temere. Non vedrò il tuo viso. Il tuo povero viso che non ha più for­ma... Dammi la tua mano. Non aver paura: non ne cercherò il contorno, non mi accor­gerò se è ruvida e stanca... Ne sentirò il ca­lore... Ecco... Senti...

Ircania                             - La tua mano è fredda.

Don Giovanni                  - È il freddo dell'alba.

Ircania                             - No. È un freddo che viene da te... Mi fai tanta pena.

Don Giovanni                  - Perché ?... Non devo farti pe­na. Conducimi lontano.

Ircania                             - Con me?

Don Giovanni                  - Sì. Dove tu sei rimasta. Non mi hai detto che c'è un luogo dove è pos­sibile risuscitare l'ora del passato che più ci piacque? Dove si può fermarla, tenerla, " ri-possederla?

Ircania                             - Sì... Ma ho paura.

Don Giovanni                  - Di che hai paura? (Si incam­minano) Non sai che ogni paura è una spe­ranza nascosta?... Se temiamo una cosa, vuol dire che c'è in qualche parte di noi l'attesa che la cosa temuta si compia. (Camminano) ... E anche la stessa paura della morte non è forse che un immenso desiderio di morire... (Dileguano verso il giorno).

SIPARIO

ATTO TERZO

QUADRO I

Decoro del primo atto. Il salone della locanda è stato provvisoriamente adibito per accogliere i Giudici e VAvvocato, che sono stati incari­cati di discutere sulle cause che hanno provo­cato la morte di don Giovanni, avvenuta qual­che giorno avanti. Dietro il tavolo principale sono seduti don Chisciotte e il Giudice inqui­sitore. Da un lato /'Avvocato Gomez. Nella stanza, riuniti in gruppi diversi, sì vedono gli studenti, /'Oste, /'Ostessa, le serve della lo­canda. In una sedia al centro, avvolta nei suoi scialli, a capo chino sta seduta Ircania, l'ac­cusata, che è stata trovata priva di sensi sulla riva del lago nel giorno della scomparsa di don Giovanni. Presso la porta il messo, avven­tori della locanda, pubblico. È sera.

Don Chisciotte                - Signori, l'ora è tarda e noi dobbiamo in serata addivenire ad una con­clusione.

Il giudice inquisitore       - Le deposizioni di cui è stata data lettura non ci hanno fornito nessuna luce sull'avvenimento.

Don Chisciotte                - Scusate, ma la lettura del­l'interrogatorio a cui sono stati sottoposti l'amico del signor don Giovanni Tenorio, don Diego Velasco e il suo servo ci hanno per lo meno provato come nessuna preoccu­pazione e apprensione di, alcun genere tur­bassero l'animo dello scomparso.

L'Avvocato Gomez         - (con intenzione) Non so­no di questo parere. Occorre chiarire alcuni punti.

Don Chisciotte                - Alcuni testi non sono stati interrogati. Avete parlato anche di un uomo che vide all'alba la Ircania Pereira presso il lago.

Il Giudice Inquisitore      - Sissignore. L'uomo che vide l'accusata all'alba presso il lago dei Venti è fuori, in attesa di essere chia­mato.

L'Avvocato Gomez         - (con ironìa) Lago dei Ven­ti, signor giudice inquisitore?... Vorrete dire il Lago Qujito. Noi ci occupiamo di diritto e non di mitologia.

Don Chisciotte                - (all' Avvocato Gomez) Per­donatemi, avvocato Gomez, ma io non ca­pisco che cosa troviate di mitologico, secon­do la vostra espressione, al nome di lago dei Venti. Non ho mai saputo che lo spostarsi dell'aria abbia in sé alcunché di prodigioso. A meno che non arriviate a imputare al ven­to di essere invisibile.

Il Giudice Inquisitore      - (a don Chisciotte) Non vi rendete conto, cavaliere, come l'av­vocato Gomez tema che il fantasioso nome di lago dei Venti possa far sorgere in me la speranza di trovarmi di fronte ad un'inchie­sta di mia assoluta pertinenza? Il giovane avvocato Gomez appartiene alla nuova scuo­la del dubbio elevato a sistema e mi ritiene abbrutito da preconcetti soprannaturali.

L'Avvocato Gomez         - Giudice Vargas, io rico­nosco la vostra indiscussa competenza nelle inchieste dove si calpestano gli incerti terreni delle scienze magiche ed occulte. Ma noi siamo qui soltanto per stabilire quale possa essere la causa dell'accidentale morte nel lago, del forestiero che alloggiava nella lo­canda del nostro onorato Almereda. (Con patetica intenzione) E vi ho già detto su quali basi intendo appoggiare la difesa della accusata Ircania Pereira. (Ircania si stringe ancor più nel suo scialle, senza rialzare il capo).

Il Giudice Inquisitore      - (con sarcasmo) Se voi invocate troppo spesso le mie tenerezze per i processi che sconfinano negli incerti regni dell'occulto, io posso ben notare come la vostra giovinezza, avvocato Gomez, il vo­stro focoso temperamento vi portino con ec­cessiva frequenza alle conclusioni patetiche, erotiche, sentimentali! Se vi fosse possibile, di questa strega che trascinò il signor don Giovanni Tenorio a morire nel lago, voi fa­reste volentieri un'amante riamata.

Alonzo                             - (con entusiasmo) E non sarebbe una cattiva trovata signor giudice1 per un romanzo che ho in mente di scrivere pieno di quella felice ispirazione...

Il Giudice Inquisitore      - (ad Alonzo) Siete pregato di tacere. Nessuno vi ha interrogato. (Alonzo prende appunti con la sua lunga penna sui suoi scartafacci).

Don Chisciotte                - Giudice Vargas, io sono d'ac­cordo con l'avvocato Gomez nel pregarvi di non ripetere più questo appellativo di strega, che nell'anno del Signore 1614 abbiamo iJ diritto di dichiarare che abbia fatto il suo tempo.

Pedro                               - Sicuro. Anche Bacone...

Il Giudice Inquisitore      - Silenzio, laggiù! (A don Chisciotte) Abbiate allora la bontà, cavaliere, di significarmi quale appellativo intendereste applicare ad una vecchia che riesce con le sue male arti a trascinare un uomo magnifico, prestante, innamorato del­la sua giovane moglie a morire con lei.

L’Oste                             - (alzandosi in piedi) Signori giudici, la vecchia porta male!

Il Giudice Inquisitore      - (battendo un pugno sulla tavola) Silenzio!

L'Avvocato Gomez         - (sarcastico al Giudice In­quisitore) Voi preferite identificare l'ac­cusata con i vostri silfi, demoni, larve e geni malefici, signor giudice inquisitore? Tutta la popolazione della vostra giurisprudenza so­prannaturale... Ma dimenticate la deposizio­ne dell'oste Almereda che ha affermato come i due si conoscessero da tempo! Si capisce come un antico sentimento...

Il Giudice Inquisitore      - (gridando) Quale sen­timento poteva più nutrire un uomo come il signor Tenorio per una donna come quella che voi vedete là, avvolta nel suo misero scialle... ?

L’Oste                             - (alzandosi) Signori giudici, essa deve aver fatto qualche maledetto scongiuro per riattirarlo a sé. Quello del sale, quello delle forbici o magari quello...

L'Avvocato Gomez         - (oII'Ostb.) Tacete una buona volta, voi! (L'Oste siede).

Il Giudice Inquisitore      - Qualche scongiuro, sicuramente. Qualche magìa. Qualche incan­to. Dimenticate che anche il servo dello scomparso ha ammesso nella sua deposizione che l'Ircania sia andata nella giornata del 23 aprile alla locanda, in cerca del signor Giovanni Tenorio?

L'Avvocato Gomez         - Diavolo! Ma egli ci ha anche detto di aver riconosciuto in lei una antica amante del suo padrone. Ed ecco nel­la donna un improvviso riaccendersi di una vecchia passione!

Il Giudice Inquisitore      - (gridando) Ci sia­mo!... Aggiungete a questo le numerose te­stimonianze da noi raccolte tutte concordi ad affermare come la Pereira fosse da anni dedita alle pratiche di magìa e...

L’Oste                             - (alzandosi) Sissignori. Essa era ca­pace di far cadere la pioggia a sua volontà. Tanto che nel '99, non avendo ben saputo dosare i suoi scongiuri, provocò un'inonda­zione.

L'Avvocato Gomez         - (all'OsTE) Basta con le vostre stupide interruzioni!

L’Ostessa                        - (tirando il marito per il farsetto) Cosa metti il becco quando nessuno ti in­terroga? (L'Oste siede).

L'Avvocato Gomsz         - Spero che al principio dell'illuminato secolo diciassettesimo non si vorrà imbastire ancora uno di quei barbosi processi di magìa che hanno reso tristemente famoso il nostro paese.

Pedro                               - Diavolo! Anche Bacone...

L'Avvocato Gomez         - Sicuro. Anche Bacone nel suo Novum organum scientiarum dichiara che le questioni soprannaturali non possono essere oggetto d'esame. La vostra strega non potrà dunque essere processata.

Don Chisciotte                - Non giuochiamo sui nomi. Chiamate come vi aggrada la donna in que­stione. Noi dobbiamo stabilire il suo grado di responsabilità nella morte del signor Te­norio. Signori, io vi prego di non dimenti­carvi che siamo qui riuniti per esaminare dei fatti e non per abbandonarci alle vaghe con­getture. Il mondo è composto di realtà e non di ombre. Voi parlate di magìa e di amore...

 Il Giudice Inquisitore     - Fantasia? Ma io da trentacinque anni imbastisco i miei processi contro le streghe, i maghi e posso dire di non aver disdegnato quelli contro i silfi e le salamandre. Essi rispondono benissimo allo scopo e sono degli imputati come gli adtri. Se essi negano di essere silfi, ad esempio, non so in che cosa differiscano dai vostri ladri che negano anch'essi di essere ladri.

Don Chisciotte                - Giudice Vargas, io non so di nessun filosofo che abbia mai negato la esistenza dei ladri. Mentre essi affermano che i silfi, sono dei personaggi immaginari.

Il Giudice Inquisitore      - È che i miei impu­tati sono più interessanti dei vostri, cava­liere! Ed i filosofi si occupano con piacere di loro, sia pure per negarne l'esistenza, men­tre trascurano di discutere di ladri che sono esseri spregevoli. I processi contro i miei im­putati sono pittoreschi e confessate che i vostri lo sono un po' meno. I miei impu­tati non vengono quasi mai accusati di fug­gire, ma di svanire nell'aria. Notate la sfu­matura. Non di rubare un pane ma, se mai, di riuscire a farne sorgere uno da una pie­tra. Non di avere appiccato un incendio, ma di aver sostato nel fuoco senza farsi male.

L'Avvocato Gomez         - Giudice Vargas, voi non potrete obbligarci a introdurre dei silfi nella nostra inchiesta!

Il Giudice Inquisitore      - E voi non riuscirete ad appiopparci le vostre storielle idilliache, avvocato Gomez.

L'Avvocato Gomez         - Chiedo che venga nuova­mente chiamata a deporre la serva della lo­canda Esperancia de Vega.

Il Giudice Inquisitore      - Io intendo che ven­ga prima, ascoltata la venditrice di uova. Mi risulta che essa abbia delle significative di­chiarazioni da fare.

Don Chisciotte                - (al messo) Fate entrare la venditrice di uova. (// messo esce e rien­tra subito accompagnato dalla Venditrice di uova).

Il Giudice Inquisitore      - (alla Venditrice di uova) Venite avanti, voi. (La donna avan­za) Come vi chiamate?

La Venditrice di uova     - (è eccitata leggermente ubriaca con naso rosso e occhi brillanti) Paquita Ruiz, di anni quarantanove. Venc(o piccioni, uova, polli, conigli. La signora Àl-mereda, qui presente, può testimoniare se i prezzi della mia merce non sono più che one­sti. Un coniglio che di questi tempi...

Il Giudice Inquisitore      - Fate silenzio, e ri­spondete soltanto alle domande che vi ven­gono rivolte.

La venditrice di uova      - Eh! Conosco l'anti­fona! Anche gli sgherri di campagna quando vogliono farmi cantare... Essi pretendono che io rubo la merce che vendo. Ma Dio mi fulmini se...

Il Giudice Inquisitore      - Voi non avete a che fare con sgherri di campagna e una volta tanto non siete accusata ma testimone.

La Venditrice di uova     - Uhm! Mio marito dice che è sempre meglio essere l'accusato che il testimone. Il testimone deve dire la verità; ma l'accusato può mentire quanto gli pare. (Guardandosi intorno soddisfatta) Dico bene?

Il Giudice Inquisitore      - Conoscete voi l'ac­cusata Ircania Pereira?

La Venditrice di uova     - (sbirciando Ircania) Diavolo! È una mia buona cliente. Essa ac­quista le mie uova senza discutere sul prez­zo... E un uovo di questi tempi...

Il Giudice Inquisitore      - (tendenzioso) Vi ri­sulta che uso facesse la Pereira di queste uova?

La Venditrice di uova     - Sicuro, signor giu­dice. Se ne serviva per i suoi scongiuri.

Il Giudice Inquisitore      - (trionfante) Essssh!

L'Avvocato Gomez         - (con ira) Desidererei sa­pere come potete asserire che le uova servis­sero alla Pereira per tali usi, anziché per farne delle frittate!

La Venditrice di uova     - Ircania Pereira, è strega, signor avvocato.

Il Giudice Inquisitore      - (con vivacità) Ecco! Diteci perché ritenete che essa sia strega!

La Venditrice di uova     - Oh bella! Essa è strega come voi siete giudice. È il suo me­stiere. Non è mestiere onorato come il vo­stro. Questo no.

Il Giudice Inquisitore      - (con forza) Spiega-

 teci, Paquita Ruiz, quale sia questo me­stiere.

La Venditrice di uova     - Eh andiamo! Voi che siete istruiti venite a chiedere a me queste cose! Lo sapete bene che mestiere porco è quello delle streghe. La Pereira faceva gli incanti, le carte, gli scongiuri e sapeva far nascere l'odio e l'amore.

Il Giudice Inquisitore      - (trionfante) Prendete nota di queste dichiarazioni!

L'Avvocato Gomez         - Costei mi ha l'aria di un'insensata dedita al vino. Guardate il suo naso.

La Venditrice di uova     - (offesa) Che avete col mio naso? È bello il vostro!... Oh questa!

Il Giudice Inquisitore      - Spiegatevi meglio, Paquita Ruiz. Quali prove potete fornirci in appoggio alle vostre asserzioni? Se sarete chiara, voi avrete dopo un bicchiere di vino.

L'Avvocato Gomez         - Giudice Vargas, voi cor­rompete i testi.

Il Giudice Inquisitore      - Non è vietato di ec­citare la memoria dei testi suscitando in loro delle emozioni. Paquita Ruiz, voi avrete due bicchieri di vino se ci svelerete con quali arti Ircania Pereira sortiva i suoi efletti.

La Venditrice di uova     - Signori, io potrei dir­vi cose da farvi rizzare i capelli.

L'Avvocato Gomez         - Paquita Ruiz, se voi men­tite, avrete venti colpi di bastone.

Il Giudice Inquisitore      - Gomez, voi terroriz­zate i testi.

L'Avvocato Gomez         - Io sono un avvocato e non un giudice. Paquita Ruiz, se voi dichia­rate il falso, avrete quaranta colpi di bastone.

La Venditrice di uova     - Signori, io non ho veduto niente!

Il Giudice Inquisitore      - (gridando) Voi men­tite! Avete dichiarato di conoscere cose da far drizzare i capelli. Spiegatevi ed avrete quattro bicchieri di vino.

La Venditrice di uova     - Signore, vi dirò!... Io ho visto e non ho visto.

L'Avvocato Gomez         - Vedete bene che è un'in­sensata!

Il Giudice Inquisitore      - Voi l'avete terroriz­zata!

Don Chisciotte                - Andate pure, Paquita Ruiz!

La Venditrice di uova     - (si inchina contadine­scamente ed esce).

Don Chisciotte                - (bonario) Giudice Vargas, se le vostre strege e i vostri silfi confessi asso­migliano a Paquita Ruiz, temo che le scienze magiche comincino ad essere in seria deca­denza.

L'Avvocato Gomez         - Esperancia de Vega!

Esperancia                       - (avanza) Sono io.

L'Avvocato Gomez         - Risulta da testimonianze successive alla vostra che voi avete avuto un colloquio con il servo dello scomparso, di cui non ci avete parlato.

Esperancia                       - Signore, io credevo che non avesse importanza.

L'Avvocato Gomez         - Prima di partire il servo del signor Tenorio vi raggiunse nelle vostre camere.

Esperancia                       - Nelle mie camere, signore? Io dormo nel fienile.

L'Avvocato Gomez         - Oh, infine! Venne a bus­sare alla vostra porta...

Esperancia                       - Non c'è porta nel fienile, signor avvocato.

L'Avvocato Gomez         - Non cercate di sfuggirci con le vostre gherminelle. Il servo del signor Tenorio vi corteggiava.

Esperancia                       - Purtroppo, signore. Non era un uomo attraente.

L’Ostessa                        - Diavolo! Essa puntava sul pa­drone...

L'Avvocato Gomez         - Silenzio, laggiù. (A Espe­rancia) Che cosa vi propose egli quando venne a cercarvi prima di partire con la sua padrona? Non tentate di mentire. Il collo­quio è stato sorpreso.

Esperancia                       - Mi offerse di partire con lui. Mi disse che egli era ricco e avrebbe lasciato il servizio. E che intendeva comprare una casa vicino a Siviglia. Una casa contornata di al­beri alti, accanto al fiume.

Il Giudice Inquisitore      - (sarcastico) Ce n'è per ì vostri idilli, avvocato Gomez.

L'Avvocato Gomez         - Non è l'idillio ancillare che mi preme, signor giudice inquisitore. Aspettate. Che cosa vi confidò il servo nei riguardi della sua padrona?

Esperancia                       - Che essa avrebbe sposato al più

 presto il signor don Diego Velasco. Si ama­vano da tempo. (Mormorio tra i presenti).

L’Ostessa                        - (giungendo le mani) Che bella storia!

L’Oste                             - Canaglie di femmine!

Alonzo                             - (con entusiasmo) Diavolo! Anche nel mio Elvino e Lucinda.... Capitolo nono. C'è una situazione che...

Il Giudice Inquisitore      - Fate silenzio!

L'Avvocato Gomez         - (a Esperancia) Prose­guite.

Esperancia                       - E mi disse anche che la signora non è né sorda né muta come voleva farsi credere... (Mormorio accentuato).

L'Avvocato Gomez         - (coprendo il mormorio) Andate avanti.

Esperancia                       - Che essa aveva ricorso al trucco di fingersi muta perché il signor Tenorio an­dava cercando una donna che non potesse più rompergli le orecchie con la gelosia. (Mormorio).

Pedro                               - (gridando) Ben pensato!

L’Oste                             - Sporche di donne!

L’Ostessa                        - E sì che gli uomini! Non mi far parlare adesso, davanti alla giustizia! Ti ri­cordi quando...

Il Giudice Inquisitore      - (gridando) Tacete tutti quanti! (All'Avvocato Gomez) Capisco adesso dove volete arrivare, avvocato Gomez, per scagionare la Ircania Pereira dalle accuse di magìa! Voi volete presentarci il signor Tenorio come una vietissima vittima delle vostre insulse storie d'amore. E l'Ircania Pe­reira come una muta testimone della sua ul­tima notte di disperazione, dopo che egli in qualche modo venne a conoscenza dei tradi­menti che gli si tramavano intorno. Avvo­cato Gomez, l'equivoco silenzio della Pereira che non ha voluto rispondere a nessuna delle nostre domande, ci prova la sua colpevolezza. Ma noi la faremo parlare. Vivvaddio, noi abbiamo ancora le nostre ruote, i nostri ro­ghi e i nostri cavalietti!

L'Avvocato Gomez         - Signor giudice Vargas, la civiltà del secolo diciassettesimo...

Don Chisciotte                - Siete pregati di far silenzio. Si introduca l'ultimo testimone. (Il Messo esce e rientra subito introducendo Sancho. Movimento di sorpresa. Qualche risata nel pubblico. Don Chisciotte ha uno scatto dì cattivo umore) Chi ha citato questo testi­mone?

Il Giudice Inquisitore      - Io, cavaliere. È l'uo­mo che dichiarò di aver .veduto la Pereira condurre per mano il signor Tenorio, presso il Lago dei Venti.

L'Avvocato Gomez         - Lago Qujite!

Il Giudice Inquisitore      - (a Sancho) Venite avanti. Come vi chiamate?

Sancho                             - Sancho Pancha, signore, di anni cin­quantasette, servo dell'illustrissimo signor don Chisciotte de la Mancia, qui presente.

Don Chisciotte                - Giudice Vargas, desidererei sapere come il mio servo si è venuto a cac­ciare come testimonio in questa vicenda che non lo riguarda e di cui immagino che non sappia assolutamente niente.

Il Giudice Inquisitore      - Nel sopraluogo che feci nel giorno in cui fu trovato il corpo del signor Tenorio nel Lago dei Venti...

L'Avvocato Gomez         - Lago Qujite!

Il Giudice Inquisitore      - ... quest'uomo mi si avvicinò dicendomi di aver visto all'alba di quella mattina la Ircania Pereira che condu­ceva per mano il signor Tenorio verso il lago...

Don Chisciotte                - (a Sancho) Che cosa facevi tu all'alba presso il lago?

Sancho                             - Signore mio, queste son cose che non vi riguardano più... Ma, se lo volete sapere, il lago, dalla parte più vicino alla nostra casa, fa gomito e a guardarlo da un certo punto c'è una lingua di terra che sembra un'isola. Là io me ne vado qualche volta al principio del giorno a pensare a quella certa isola che un giorno voi mi prometteste da governare e...

Don Chisciotte                - (con dolcezza) Sancho, non divagare. Racconta ciò che hai veduto.

Il Giudice Inquisitore      - Permettete che sia io a interrogarlo, cavaliere. (A Sancho) Che cosa vedesti all'alba dello scorso 24 aprile, sulla riva del lago...?

Sancho                             - Signori miei, quella è un'ora assai bella per certi incontri che so io. Un'ora in cui è facile aggiustarsi il mondo come si vuole. E le prime ombre che vengono dal sorgere della luce se la battono con certe ombre che si son viste nei sogni della notte...

Don Chisciotte                - (con pazienza) Sancho, ti è stato chiesto se hai veduto passar qualcuno sulla riva del lago.

Sancho                             - Ci arrivo, signore mio. Ci arrivo. Certo che ho veduto. Ma in principio, sa­pete com'è?... mi pareva che fosse gente della popolazione della mia isola... Vale a dire gente pronta a dileguarsi in un fiat, e chi s'è visto s'è visto!... Invece...

Il Giudice Inquisitore      - (spronandolo) An­date avanti.

Sancho                             - Invece quei due avanzavano tenen­dosi per mano. Uh! (A don Chisciotte) Non cominciate voi adesso a dire che non è vero, che è come per i briganti, il carro e compa­gnia bella! Parola di Sancho, che li ho subito riconosciuti.

Il Giudice Inquisitore      - Chi erano essi?

Sancho                             - Ircania. La vedova del mulattiere. E con lei c'era quel forestiere che la sera pri­ma era stato a discutere fino a notte tarda col mio padrone e con le loro chiacchiere mi fecero gelare la schiena, a seder sulla scala! Uh!

Il Giudice Inquisitore      - Qual'era il loro at­teggiamento?

Sancho                             - Uhm! Non era un bel vedere... Che a quelle luci, cosi, il viso della vecchia ave­va un che...

Il Giudice Inquisitore      - (suggerendo) ... di diabolico...

Sancho                             - Potete dirlo. Ma lui la seguiva...

Il Giudice Inquisitore      - (c. s.) ... affasci­nato...

Sancho                             - Eh! Il suo sguardo era lo sguardo di uno che... Voglio dire...

Il Giudice Inquisitore      - (c. s.) ...-di un uomo che ha perduto la sua volontà...

Sancho                             - Questo non lo so, signore mio. Quel­lo che è certo è che essi si intendevano so­pra un punto che io adesso non vi so ri­dire... (Pensa un momento) Perché egli di­ceva che la povera donna era venuta a pren­derlo per mano, per condurlo a un paese di cui egli non avrebbe potuto ritrovare la stra­da se essa, la poveretta, non fosse stata fer­ma, sempre, sulla soglia di quei luoghi ad attenderlo!... Signori, io potrò dirvi il nome di quel paese...

Il Giudice Inquisitore      - (spronandolo) Un paese di incantesimi...

Sancho                             - Certo di incantesimo, signore... Perché essi l'hanno chiamato, io li ho sentiti, « il paese della giovinezza »... (Rievocando) Signori miei, l'aria si faceva tutta rosa in­torno perché nasceva il sole... Ed essi cam­minavano, camminavano che non vedevano più la strada fino a giungere presso il lago che si stendeva dinanzi a loro. Io so di que­ste cose... Io so che un lago, un fiume, una montagna possono a un tratto prender l'aspetto di un luogo che tu vuoi... E se quello era il paese che li attendeva o l'isola ch'io dovevo governare, che importa?... Nel mondo c'è posto per il sogno di tutti, si­gnori miei!

Il Giudice Inquisitore      - (gridando con entu­siasmo) E voi vorrete ancora, dopo una simile testimonianza, negare che la Pereira usò le sue arti di strega per incantare il suo antico amante e toglierlo alla giovane mo­glie?... Dimenticate che essa riuscì a scam­parla e fu rinvenuta priva di sensi sulla riva del lago, con le vesti asciutte?

L’Oste                             - (alzandosi scalmanato) Sicuro! Perché chi non lo sa che le streghe galleggiano nel­l'acqua? Tutti conoscono la storia di Gio­vanna del sagrestano che...

L'Avvocato Gomez         - (esasperato all'OsTe.) Ma volete stare zitto voi, corpo del diavolo? (L'Oste siede).

Alonzo                             - (gridando con entusiasmo) Signori miei, qui ce n'è per dieci capitoli del mio romanzo! (Scrive).

L’Ostessa                        - (ad Alonzo) Ma non dimenticate di parlare anche di me, eh? Promessa è pro­messa!

L'Avvocato Gomez         - Tacete!

Sancho                             - Signori miei, se mi permettete di discorrere, io credo di avere ancora qualche cosa da dire.

Il Giudice Inquisitore      - (dominando il vocio generale) Lasciatelo parlare!

 Sancho                            - Io so perché il forestiero camminava e non vedeva la strada e si faceva condurre per mano da quella poveretta!

Il Giudice Inquisitore      - (suggerendo) C'era di mezzo l'incantesimo che...

Sancho                             - C'era di mezzo un'altra cosa che fa chiudere gli occhi e fa travedere, signori miei!... (Guarda gli astanti crollando il capo) La sfiducia che gli era venuta del mondo!... Che quelli in cui lui aveva creduto se la ridevano di lui! Sissignori!... Che li ab­biamo visti io e il mio padrone, quella sera uscendo dalla locanda, gli amanti che si baciavano nella notte!

L'Avvocato Gomez         - (urlando) Eccoci al punto, signori!... Questo teste non l'ho citato io! Ed è proprio lui che ci porge la chiave del mistero che avvolge questa delicata storia di gelosia e di amore!

Sancho                             - Egli non ci aveva seguito... Ed era rimasto nel cortile, solo, seduto sul carretto. Su quel carretto dietro a cui ogni sera.., (Con uno sguardo un po' impaurito verso don Chisciotte) ...sissignori, si nasconde il gi­gante che io conosco... E che conosce anche il mio padrone... Ma... (Con aria piena di sottintesi) Ma sapete com'è il mio signore?... Egli finge di non vederlo, non c'è verso! E ogni sera è sempre la stessa discussione!... Eh, gente mia!... Mostri, giganti, spettri!... Credete! Egli non ne vuol più sapere... Ma io...

Don Chisciotte                - (che ha seguito le scene pre­cedenti con l'aria di chi tenta di reprimere una folla di pensieri indesiderabili, si alza in piedi, per scagliarsi contro Sancho, contro i giudici, i testimoni; in realtà egli si sca­glia contro gli antichi nemici, così faticosa­mente respinti, che dormivano nella profon­dità del suo essere e di cui teme l'improv­viso risveglio...) Basta, dico! Non una pa­rola di più! Sciocco, bugiardo, visionario che altro non sei!

Sancho                             - (spaventato) Signore mio!

Don Chisciotte                - Noi siamo qui una folla di insensati che stiamo ad ascoltare i deliri di quest'uomo!...

Il Giudice Inquisitore      - Calmatevi, cavalie­re... Egli è stato chiamato per...

Don Chisciotte                - Voi basate le vostre discus­sioni sulla testimonianza del mio servo! Ma il mio servo è pazzo! Pazzo! Non vi accor­gete come la sua visione del mondo è defor­mata dai sogni? Non sentite come egli parla di giganti e di mostri come di personaggi reali?... Egli non ha visto niente! Non ha udito niente! Uscimmo insieme quella sera dalla locanda. Fuori era deserto... C'erano gli alberi che stormivano al buio. C'erano fruscii di ali di uccelli notturni... E allora che na­sce il mondo degli uomini come Sancho... Un mondo pazzo e buffone che ogni uomo porta in sé e al quale pochi sono gli impru­denti che osano aprire la porta. Io ero con lui. Ed egli pretendeva che io vedessi e sen­tissi ciò che a lui piaceva. E la via era vuo­ta e sgombra. Sancho non ha visto niente. E il lago, certo, dove egli ha creduto di collocare il paese di approdo verso cui la vecchia Ircania conduceva don Giovanni Te-norio, era egualmente sgombro di presenze reali!

Sancho                             - (con amarezza) Oh, signore mio!...

Il Giudice Inquisitore      - Cavaliere!... Calma­tevi! Ciò che voi dite...

L’Ostessa                        - (spaventata) Io l'avevo detto, si­gnore, che così sarebbe andata a finire!

Don Chisciotte                - Ma io so, signori, perché voi rifiutate di vedere in questo sornione vi­sionario che capovolge le leggi, e inventa tutto un mondo, quello ostinato creatore di sogni ch'io ben conosco!... Perché voi, tutti voi, avete cercato di appoggiarvi al suo de­lirio... Voi, giudice Vargas, che popolate l'universo di incantesimi e di silfi. Voi, avvo­cato Gomez, che non comprendete il valore dell'esistenza se non illuminata dalle insen­sate luci dell'amore... Illusi! Illusi tutti!...

Il Giudice Inquisitore      - Cavaliere!

L’Ostessa                        - Oh Madonna Santissima, che di­cevano che era rinsavito!

Don Chisciotte                - Pazzi che siete, pazzi tutti, che non riuscite a sgombrare le vostre stra­de dalle ambizioni che la vita non ha realizzato, dei desideri che non si sono com­piuti, dei sogni che non sono riusciti a pren­dere consistenza! Pazzi che non sapete fer­marvi a capo della strada! A guardare col sereno occhio dei saggi le vie che si snodano innanzi a voi, senza agguati, senza sorprese, senza svolte! Pazzi, perché solo, uditemi, solo chi ha conquistato la saggezza è in di­ritto di giudicare le azioni degli altri uomini! Perché solo il savio non si inganna mai, non si pente mai, non muta mai parere! Sì che soltanto a me qui fra voi, soltanto a me è concesso il diritto di giudicare, di assolvere, di condannare. A me che solo fra tutti ho conquistato la padronanza delle cose reali! (Un silenzio. Poi piano, quasi con tristezza, con rinuncia). Imputata Ircania Pereira, siete libera. Io vi assolvo da tutte le accuse che vi sono state rivolte. Dichiaro che la morte del signor don Giovanni Tenorio per una ca­duta nel lago all'alba del 24 aprile 1614 sia da imputarsi ad una causa puramente acci­dentale, dovuta ad una funesta ubriachezza... (Sulle ultime parole di don Chisciotte, se­guite dall'espressiva mimica dei presenti, si chiude lentamente il

SIPARIO

QUADRO II

Una sala ampia e un po' disadorna in casa dì don Chisciotte. Una finestra con tendaggi di stoffa ordinaria. Una porta che dà sulla scala ed una che dà nelle camere di don Chisciotte.

Di buon mattino. Dalla finestra aperta entra­no gaiamente i raggi del sole. La scena è vuota.

Si picchia alla porta. Da destra viene Sancho in sommario abbigliamento mattutino. Apre la porta. Nel vano di essa appare Aldonza, con due boccali di latte, uno per mano.

Aldonza                           - (resta ferma sulla porta).

Sancho                             - Buongiorno. (Le toglie di mano i boccali) Vieni avanti.

Aldonza                           - (guardinga) Posso?

Sancho                             - Sì. Dorme.

Aldonza                           - (resta a guardare Sancho che sta pas­sando il latte da un boccale in una bottiglia. Un silenzio).

Sancho                             - (versando il latte) Stanotte è rien­trato tardi.

Aldonza                           - (vivamente) Ah! E dove è stato?

Sancho                             - Alla locanda.

Aldonza                           - C'era gente?

Sancho                             - (ha un gesto vago).

Aldonza                           - C'erano donne?...

Sancho                             - (alza le spalle. Le riconsegna i boccali. Aldonza ne prende uno per mano. Sta a guardarla un momento) Non te ne vai?

Aldonza                           - (con ansietà) No... Prima devi dir­mi...

Sancho                             - (sornione) Che devo dirti?

Aldonza                           - (scoraggiata) Dio mio, lo sai, San­cho... Se...

Sancho                             - (scuotendo il capo) Niente da fare... Niente. Te lo dico ogni mattina. Mettiti l'animo in pace.

Aldonza                           - (posando i boccali; viva) E tu perché non te lo metti l'animo in pace?... Va là! So che mi dici così per incitarmi... Perché vuoi che sia io a dirti che speranza c'è... speranza c'è... Se no perché mi faresti venire qua ogni mattina?

Sancho                             - (falso) Vieni a portare il latte...

Aldonza                           - Oh sì! Non fare il sornione... Come se nei dintorni non fosse pieno di contadine che potrebbero portarti cento litri di latte al giorno!... Tu hai voluto me! E sapevi che dopo quel che ti sei deciso a raccontarmi, io avrei fatto sicuro ogni mattina all'alba tutta la strada che porta dal Toboso per ve­nire a parlare di lui con te!

Sancho                             - (amaro) Per il bel costrutto che ca­viamo dalle nostre chiacchiere!

Aldonza                           - (sedendosi) Bisogna saper aspettare.

Sancho                             - (scontroso) Ecco che ti siedi.

Aldonza                           - E quello che vuoi tu.

Sancho                             - (sedendosi anche lui) ...Saper aspet­tare, dici?

Aldonza                           - Sicuro... Intanto dimmi di ieri sera...

Sancho                             - (rabbuiandosi) Ieri sera... Oh!

 Aldonza                          - (speranzosa) All'uscita della locan­da... Mi dici che certe volte nella notte...

Sancho                             - Lascia andare... (Chinando il capo con amarezza) Cara la mia Dulcinea, non c'è più posto per noi nella sua vita.

Aldonza                           - (con dolcezza) Dulcinea!

Sancho                             - Dulcinea sì... Li sapeva trovar bene i nomi nel tempo in cui capiva le cose del mondo...

Aldonza                           - (con rapimento) Dulcinea... Vuol dire una cosa dolce.

Sancho                             - Vuol dire che ti aveva vestito con quel che pensava lui.

Aldonza                           - (sottovoce) E che pensava lui?

Sancho                             - (dolcemente) Mi domandi ogni gior­no le stesse cose.

Aldonza                           - (c. s.) E tu mi rispondi sempre le stesse...

Sancho                             - Non ti vanno?

Aldonza                           - Si che mi vanno, Sancho. Dimmi di quando mi chiamava per aver conforto...

Sancho                             - Invocava gli spiriti dei boschi. E cer­to qualcuno gli rispondeva.

Aldonza                           - Sicuro. Perché mi hai sempre assi­curato che dopo si metteva quieto. E dimmi di quando fece penitenza sulla montagna...

Sancho                             - Tra le erbaccie alte...

Aldonza                           - I cespugli pieni di spini... E non si faceva male.

Sancho                             - Non si faceva male. Pure era nudo fino alla cintola.

Aldonza                           - E passeggiava come un uomo sel­vatico... Diceva il mio nome...

Sancho                             - Certo che lo diceva... E quello del tuo paese... Che quando veniva così, ap­presso al tuo, trasfigurava anche quello spor­co gruppo di case, lassù... Dulcinea del To-boso.

Aldonza                           - (ardente) E voleva che questo nome fosse rispettato!

Sancho                             - Rispettato? Adorato! Guai a chi non proclamava che eri la più bella e la più nobile!

Aldonza                           - Io! Aldonza Lorenzo!

Sancho                             - Che Aldonza Lorenzo! Una princi­pessa coi fiocchi!

Aldonza                           - Già. Ma tu allora cercavi di fargli capire che...

Sancho                             - Ero uno sciocco, ero.

Aldonza                           - Gli dicevi che ero una ragazzona grossa e materiale, che avevo la forza di un toro.

Sancho                             - Ero un insensato.

Aldonza                           - E gli gridavi nelle orecchie che non mi chiamavo Dulcinea, ma Aldonza e te la ridevi di me perché mi vedevi con gli occhi di tutti gli altri...

Sancho                             - Ero un pazzo, Dulcinea... Perché se lui ti ha visto come ti ha visto, la ragione era la sua... (Alzandosi concitato) Lui solo capiva in quel tempo come era il mondo! E io gli davo addosso perché non avevo ancora spalancato gli occhi e vedevo gli og­getti come tutti quelli che della verità non capiscono niente!... Tu eri Dulcinea. Tu sei Dulcinea.

Aldonza                           - (conquisa) Lo so. Lo so.

Sancho                             - Non credere alla vita che vivi lassù alla fattoria del Toboso...

Aldonza                           - Non ci credo, Sancho.

Sancho                             - Non credere a tutto quello che dice la gente di quel che tu sei, di quello che ti circonda...

Aldonza                           - Nessuno capisce, Sancho, lo so.

Sancho                             - Lui solo aveva ragione in quel tempo. E se lui che mi ha insegnato a capire le cose, adesso le sconfessa, non te ne prendere, Dul­cinea, amica mia... Ci siamo rimasti io e te ,a capire... Non ti basta?

Aldonza                           - (appagata) Mi basta, Sancho, mi basta.

Sancho                             - (si avvicina a lei come chi confida un segreto che non ha mai detto prima di al­lora) Siamo noi due, noi due soli che ve­diamo le cose come stanno, adesso...

Aldonza                           - Noi due soli...

Sancho                             - (più piano) Ma dobbiamo tenercelo ben stretto il nostro segreto... Se no ci prendono per pazzi! (Sulla porta di destra è apparso don Chisciotte. Ma i due non si avvedono di lui).

Aldonza                           - (con dolcezza) Addio, Sancho.

Sancho                             - Addio, Dulcinea...

Aldonza                           - A domani...

Sancho                             - A domani...

 

Aldonza                           - (prende i secchi del latte t si avvia per uscire).

Don Chisciotte                - (avanza) (Sancho ed Aldon­za lo scorgono e si fermano pieni di spa­vento).

Sancho                             - Signore mio!

Aldonza                           - (fa per fuggire).

Don Chisciotte                - (fermandola) Aspetta.

Aldonza                           - (si jerma, ma non osa alzare gli or­chi su di lui).

Don Chisciotte                - (a Sancho) Vai, tu.

Sancho                             - (si avvia cauto per uscire, seguitando a guardare Aldonza e don Chisciotte, pieno dì timore).

(Uscito Sancho, don Chisciotte si volge ver­so Aldonza che attende sempre con gli oc­chi abbassati).

Don Chisciotte                - Chi sei tu?... Perché Sancho ti chiama Dulcinea?

Aldonza                           - (nello stesso atteggiamento, non ri­sponde).

Don Chisciotte                - Che vieni a fare qui?

Aldonza                           - (con un filo di voce) ... A portar* il latte, signore.

Don Chisciotte                - E vieni di lontano?

Aldonza                           - (e. s.) Dal Toboso.

Don Chisciotte                - Dal Toboso...

Aldonza                           - È Sancho che è venuto, a cercarmi un giorno...

Don Chisciotte                - Sancho... Ma tu... tu perché hai accettato di venire a portare il latte da un altro paese fin qua, quando...

Aldonza                           - Lasciatemi andare, signore.

Don Chisciotte                - No. Aspetta... Dimmi perché hai accettato di venire...

Aldonza                           - Per... per venire a parlare con Sancho...

Don Chisciotte                - Ah!

Aldonza                           - (un poco più ardita) Mi piace ciò che mi dice Sancho.

Don Chisciotte                - Ah!... Ti piace?... (Un si­lenzio) Vieni più avanti... E posa quei due secchi.

Aldonza                           - (posa i secchi in terra).

Don Chisciotte                - E tu, tu te ne vieni quag­giù ogni mattina, da tanto lontano, per ascol­tare le chiacchiere di Sancho?

Aldonza                           - Non sono chiacchiere, signore. Egli... egli mi parla di un tempo assai bello del mio passato...

Don Chisciotte                - (guardandola) Del tuo pas­sato... Ma tu sei giovane ancora...

Aldonza                           - Ho trent'anni, signore... Sancho mi parla di quando avevo vent'anni. Del tem­po della mia vera giovinezza.

Don Chisciotte                - Ah!... Siediti, allora... E parla anche a me di quel tempo.

Aldonza                           - No, signore. Io devo andare.

Don Chisciotte                - Perché ?... Non vuoi par­lare con me delle stesse cose di cui ti intrat­tieni con Sancho?

Aldonza                           - No, con voi no; con voi no. Ne avrei vergogna.

Don Chisciotte                - Non devi aver vergogna. Che ti racconta quello scervellato?

Aldonza                           - (alzando gli occhi al cielo con rapi­mento) Oh!

Don Chisciotte                - Parla. Credi che anch'io., anch'io non sia capace di capire ciò che egli ti dice?

Aldonza                           - No, signore... Voi non capireste più. Sancho dice che voi avete aperto una porta... una porta che poi avete richiuso. Ma io e Sancho siamo rimasti là dentro...

Don Chisciotte                - Ma Sancho è pazzo.

Aldonza                           - (con dolce rimprovero) Ecco, ve­dete, ho detto bene quando vi ho avvisato che voi non capireste più. Sancho non è pazzo. Siete voi che adesso... adesso sfigu­rate il mondo...

Don Chisciotte                - Io?

Aldonza                           - Voi, sì. Perché dopo aver insegnato a Sancho tante cose, non le capite più.

Don Chisciotte                - Ma che ti dice quell'insen­sato?

Aldonza                           - Ciò che dice Sancho è come quello che si ascolta quando si sta per dormire. Non si può tradurre in parole. Ma è così bello, che ogni mattina appena si fa giorno, dopo aver munto le vacche, io prendo la rincorsa per i campi e me ne vengo qua per ascoltarlo.

Don Chisciotte                - (incerto) E alla fattoria che dicono di... queste tue fughe mattutine?

 

Aldonza                           - Niente. Sanno che ho da portar» il latte in un posto lontano e non chiedono altro. Li posso ingannare come voglio. Ma con Juanito è stata un'altra cosa...

Don Chisciotte                - Juanito?

Aldonza                           - Ci dovevamo sposare a settembre... Ed erano cinque anni che parlavamo... Jua­nito ha quattro campi del suo, sapete. E sette vacche da mungere... (Furbesca) Ma mi ha fatto la posta la mattina... Un giorno mi ha fermato a mezza strada. S'era na­scosto dietro una quercia ed è venuto fuori che mi ha messo paura. « Dove vai? » mi ha chiesto. « Dove vo? A te non te ne deve importare ». « Mi importa, invece » ha det­to... E voleva sapere tutto. Ma io me ne sono scappata per i campi...

Don Chisciotte                - (colpito) Tutto?... E che cosa avevi da nascondergli, povera figliuola?

Aldonza                           - (con accento pieno di sottintesi) Oh tante cose. Tante di quelle cose... E lui ha capito. Certo ha capito, perché da quel gior­no ci siamo lasciati...

Don Chisciotte                - Tu hai lasciato Juanito per...

Aldonza                           - Non stava bene ingannare quel po­vero ragazzo.

Don Chisciotte                - Ingannare, Dio buono? E con chi lo ingannavi?

Aldonza                           - (si getta a sedere, appoggia sulla ta­vola le braccia allungate tra le quali nasconde il capo) Ecco che seguitate a non capire niente.

Don Chisciotte                - (avvicinandosi a lei, dolct-mente, ma con un principio di turbamento) Non dovevi lasciare Juanito.

Aldonza                           - (con impazienza, senza alzare il ca­po) Oh!

Don Chisciotte                - Certo è un bravo ragazzo che...

Aldonza                           - (alzando il capo) Oh finitela con Juanito. Cosa volete che me ne faccia di lui? (Guardandolo in faccia, con un tenero sor­riso) Un tempo avevo piacere a parlarci e correvamo insieme per la campagna e la sera veniva alla fattoria a parlare di raccolto e di mucche coi vecchi... Forse l'avrei spo­sato... Ma un giorno è venuto Sancho a cer­carmi... Voi capite che da allora...

Don Chisciotte                - (lottando contro il suo turba­mento) Ma Sancho non doveva...

Aldonza                           - (a voce bassa con dolcezza) Cosa non doveva Sancho?... Non doveva venirmi a dire che c'era qualcuno che mi chiamava la sua dama e che andava proclamando per il mondo che ero la più bella e guai a chi non si inchinava e non conveniva che io, io ero la più amabile principessa della terra?... Non doveva venirmi a dire che voi, voi vi an­davate cacciando in mille avventure, portan­do alto il mio nome e che tanta luce vi veni­va da questo nome da trasfigurare il mondo?

Don Chisciotte                - (fa un passo verso di lei come se volesse farla tacere, quasi che temesse il contagio di quella dolce esaltazione) Non dire queste cose...

Aldonza                           - Credete che io non sappia che al suono di questo nome che voi mi avete dato i branchi di pecore si tramutavano in squa­droni di nemici e le osterie in castelli e gli osti in governatori di fortezze?

Don Chisciotte                - (difendendosi) Lo so... Ma taci. Non dire altro....

Aldonza                           - Credete che io non sappia di quando facevate penitenza per me tra le erbe alte? E della lettera che mi avete scritto? E che il paesaggio e le montagne e i fiumi e le ri­viere che voi avete attraversato son piene di un'immagine che voi avete fabbricato a poco a poco...? E me l'avete avvolta cosi stretta indosso quell'immagine che io adesso non sono più che quella che voi avete fatto di me?

Don Chisciotte                - (c. s.) Non dire altro...

Aldonza                           - Perché ?... Voglio dire tutto, in­vece... Voglio dirvi che non potrò più farmi stringere da Juanito, dietro gli alberi, perché lui non sa niente di me e del mio vero nome. E crede, lo stolto, che tutto sia vero quello che mi attornia, e gli alberi, le muc­che, le stalle ed i granai e i campi coltivati, e l'aia con l'anitre ed i polli... Ah! Ah! Posso io farmi baciare da lui che crede a queste stolide cose, quando niente è vero di quel che ci circonda?...

 

Don Chisciotte                - (implorante) Non dire altro, cara... Che ho faticato tanto a costruire il forte della mia saggezza... E credevo che fosse un forte di granito. Ma ogni tua pa­rola che ripete come una dolce eco i motivi del mio passato delirio, lo vanno sgreto­lando.

Aldonza                           - Che ne fai di quel forte della tua saggezza?

Don Chisciotte                - Ero giunto a capo della strada. Avevo preso possesso del mondo.

Aldonza                           - Che mondo era il tuo, senza i de­sideri, senza i sogni, senza le paure?

Don Chisciotte                - Un mondo quieto, cara. Dove non c'è da combattere contro le invi­sibili potenze circostanti. Lasciami dove so­no giunto!

Aldonza                           - (trepida) No.

Don Chisciotte                - (con dolce esaltazione) Die­tro di te ci sono i sogni e il facile trasfigu­rarsi delle cose...

 

Aldonza                           - Che ne fai di quello che ha un im­mutabile aspetto?

Don Chisciotte                - Dietro di te gli oggetti per­dono il loro contorno preciso...

Aldonza                           - Che ne fai di quello che è fermo e senza cambiamento?

Don Chisciotte                - (con crescente esaltazione) Lasciami saldo al mio posto dove non c'è più da combattere, da attendere, da temere... Lasciami a questa presa di possesso di quel che mi circonda. Sono divenuto saggio, ca­pisci? Saggio! Ho chiuso la porta alla pro­cessione dei miei sogni... Non riaprire quella porta dietro alla quale il pazzo Sancho ori-gliava da anni... Tu chi sei? Da dove sei tor­nata ?... Chi ti ha condotta a me se non il delirio di un altro uomo che io avevo con­tagiato con la mia vecchia pazzia?... (Chia­mando) Sancho! Sancho! (Sancho appare su­bito. Si capisce come egli fosse pronto al ri­chiamo) Sancho! Vecchio pazzo! Sornione e visionario!... C'è Dulcinea! Dulcinea! Vedi?... È tornata?... Sancho! Vecchio pazzo!

Sancho                             - (con tenerezza) Signore mio!

Don Chisciotte                - C'è Dulcinea!... Di dove è sorta?... Perché l'hai richiamata?...

Sancho                             - (con emozione) Signore mio... Essa non era mai partita... Essa era con me, da, anni, ad attendervi dietro quella porta che voi avevate richiuso... Dulcinea!...

Don Chisciotte                - (guarda Aldonza che ascolta con un sorriso radioso. Indi si avvicina di qualche passo alla finestra. Il sole alto del mattino inoltrato lo investe. Guarda lontano. Un silenzio in cui i due, trepidi, attendono. Poi si volge a Sancho; indicando un luogo impreciso e distante) ... Sancho, non ved: laggiù quell'immenso polverone che s'innalza per la strada?... Non credi tu che un pode­roso esercito di nemici... (Non si ode il se­guito della frase che viene interrotta da. chiudersi del sipario).

SIPARIO

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