Inno d’avvento

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INNO D’AVVENTO

Radiogramma

di MARIO APOLLONIO

PERSONAGGI

COMMISSARIO

VOCE CONTINUA

DITTA

STORICO

REGISTA

PRIMO

SECONDO

SYLVIA

Commedia formattata da

Giorno sotto la luna

Voce continua               - Segnale orario. (Conta alla rovescia dei secondi). Meno tre... meno due... meno uno... Dan! In questo momento sorge la luna ad Hammerfest. Ma da molte ore è buio fitto nel cielo di Hammerfest, benché nella notte invernale la konditori di Olav Olsen, agghindata di frutti canditi per le feste di dicembre, mandi un fascio di luce cruda sulla neve alla svolta di Incognitogate: una via tradizionalmente poco illuminata; se ol­tre il circolo polare artico nella notte bo­reale ci sono vie poco illuminate. Alla stessa ora, Pedro Alonso, licenziato in lettere, che alla prossima sessione estiva all'università di Lima, presenterà una tesi sulla Volospa nella saga d'Islanda, rinunzia eroicamente alla pennichella e riscontra le ultime citazioni. Ma tutto l'universo è qui, è adesso. Spazio vuoto, altra ampolla dì suono, altro siile di trasmissione: contratta, questa, e sca­bra, se la prima spaziata e alata: è un'in­chiesta poliziesca.

Commissario                 - Persiste a negare di avere vi­sto alcunché?

Ditta                              - E' stanco. lei, commissario?

Commissario                 - Perché dovrei esserlo?

Ditta                              - Perché si ripete. Perché sdrucciola a parlare in stile aulico. Perché iosono stanca.

Commissario                 - Se si decide a dire le ragioni perché ha dormito così fondo, e in un ci­mitero, possiamo smetterla anche subito.

Voce continua               - In Islanda, ma anche sulla costa occidentale dell'Africa Sahariana, si dorme. Ma il pastore Gustafson, fiduciario della stazione radio, guarda la Tour Eiffel in ottone che ha recato da Parigi l'estate scorsa. Un ex-funzionario doganale di Dakar, che non ha voluto o saputo tornare in Fran­cia con gli altri pieds noirs rosicchia ad una ad una, insonne fino all'alba, le ore di noia che ha accumulato il giorno. l’Administration, che blaguef Ha riletto Voyage au bout de la nuit. La prima volta, trent'anni fa, s'era indignato alla pittura di Fort Gono; ma adesso la sua avversione dichiarata si rivolge di preferenza alla puntasecca di Tolosa. Il pastore Gustafson ordina al telefono che la smettano col can-can del Secondo Impero, quanto son lunghi gl'intervalli. Su un bell'inno: alla base americana dimenticano che è tempo sacro, tempo d'Avvento? Un altro fuso orario vuoto o quasi, perché lambisce la costa orientale della Groenlandia, e il prossimo comprende, un po' slargato, la più bella porzione del Brasile. Gente! Sono ap­pena le tre del pomeriggio, il sole arroventa la spiaggia di Copacabana.

Ditta                              - Lo sa lei, perché? Una volta dorme fondo, un'altra leggero!

Commissario                 - Credevo che mi parlasse! Ave­va tanto taciuto... E nemmeno questa è stata la volta buona.

Voce continua               - Un salto indietro: bisogna ricuperar tutta l'Argentina sotto il sole di dicembre. Poi tre salti avanti, e diremo la vita degli Stati Uniti d'America quando l'ore si affollano verso il mezzogiorno.

Commissario                 - Le pare una bella figura svegliarsi a mattina alta, sotto un sole tiepido, a dieci passi da un morto? Quando il primo visitatore mattutino prima di andare al lavoro in quella direzione, diede un'occhiata fret­tolosa dentro il recinto.

Ditta                              - Che c'entra la cattiva figura? Fanno cattiva figura i morti? Faccia come se io fossi morta.

Commissario                 - Eh no, cara signora. Troppo comodo. Per i morti c'è sempre il non-luogo-a-procedere. Ma aprono un vuoto, un vuoto immenso. E si procede contro i vivi.

Ditta                              - Anche contro di lei?

Commissario                 - Per forza.

Ditta                              - Per tenere indietro gli altri.

Commissario                 - Adesso non ha più nemmeno bisogno di ammetterlo.

Ditta                              - Che cosa?

Commissario                 - Che era sveglia prima che il teste Hendrick entrasse per il cancello.

Ditta                              - Forse mi sarò riaddormentata.

Voce continua               - Come in molte terre d'Ita­lia anche in Tasmania i fidanzati fanno la loro passeggiata serale sotto la luna, sul viale che dalla piazza della fontana conduce al cimitero. Non una ma tre coppie interro­gate dalla polizia, e che del resto si erano presentate spontaneamente per testimoniare, asseriscono che la sospetta Mrs. Ditta Brown si aggirava nel recinto a prima sera. Ed una quarta coppia che rientrò più tardi, di cui la polizia non fa il nome, asserisce che fin verso la mezzanotte l'anzidetta Brown si aggirava come smarrita sotto gli alberi, se­deva presso le tombe, alzava la faccia alla luna.

Commissario                 - Adesso la farò riaccompa­gnare.

Ditta                              - Non mi rimandi a casa.

Commissario                 - Che, pensavo alla cella.

Ditta                              - Di che cosa mi accusa?

Commissario                 - Di niente, ancora. È un me­stiere facile, il nostro. Il più vicino a quello dell'autore drammatico. Tutto è possibile, e niente è di sicuro. Se abbiamo un po' di simpatia umana coi delinquenti, veniamo a capo di ogni viluppo. E poi ci si disinte­ressa delle conseguenze: la condanna non dipende da noi; ma da un ingranaggio che divora chi vi ha sporto un lembo. Il signor giudice. Vedete come in letteratura lo fanno. Bel senso della giustizia, però.

Ditta                              - Dunque il fatto non ha importanza.

Commissario                 - Parliamo di letteratura? Il fat­to è tutto.

Ditta                              - Chi è colpevole e chi è innocente.

Commissario                 - Questa è sempre materia opi­nabile. Lei è religiosa?

Ditta                              - Non lo so. Certe volte mi sembra di aver vissuto tutto questo tempo, dalla Con­fermazione in poi, a sprofondarmi nella ve­rità, e mi faccia pure paura. Certe volte mi sembra di essermi svuotata come l'elmo del prode Anselmo che aveva in fondo un fo-rellino; ma questo caso del sonno e del mor­to al cimitero è stato come uno sciacquone, la cateratta ha fatto strepito di acque molte e io sono rimasta asciutta.

Commissario                 - Di questo passo avrà ragio­ne lei, che non vuol restar sola: mi dirà tutto?

Ditta                              - Ho risposto a una sua domanda: se credo in Dio e nell'immortalità dell'anima.

Commissario                 - Noi registriamo un certo nu­mero di fatti e li disponiamo in ordine.

Ditta                              - Tutto qui la giustizia? Un inventario di atti e fatti. Ma il suo senso interno, la sua verità prima?

Commissario                 - A me non tocca che di repe­rire e circostanziare i fatti.

Ditta                              - E il giudizio?

Commissario                 - Non tocca a me.

Ditta                              - Ha ascoltato? Ascolta? La stanza è piena di voci.

Commissario                 - Tutto il mondo, non solo la stanza! Siamo il crivello dell'universo, noi corpi, vivi e morti. Onde di ogni specie che ci trapassano, né vivi né morti.

Ditta                              - Perché, se è così, si appiccica pro­prio a me per condurre l'inchiesta sul morto del cimitero? Ci sono tante altre circostanze, all'infuori di una disgraziata che s'è addor­mentata sotto la luna.

Commissario                 - Una favola: la rugiada e gli elfi. E la canzoncina delle guerre, in Italia: non vo' venire con te alla guerra perché si mangia male e si dorme per terra...

Ditta                              - (con voce sovracuta ed agra). Ma dor­mirai su di un letto di fiori...

Commissario                 - Insomma, è abbastanza chia­ro che devo procedere su questa pista.

Ditta                              - Senza trascurarne alcun'altra, s'in­tende.

Commissario                 - S'intende.

Ditta                              - Io posso smontare in quattro e quattr'otto il suo castelletto inquisitorio, signor Commissario.

Commissario                 - Tutti possiamo tutto.

Ditta                              - No no, mi ascolti. Per qualunque parte si metta, purché muova da questo punto, torna sempre qui, al nocciolo di ve­rità che c'è in questo fatto. E non potrebbe farne a meno, anche se fosse in pensione in una casetta suburbana, a piantar cavoli, come il signore e padrone del mondo, con la sua corona a raggi d'oro, l'imperatore Dio­cleziano. Dunque, perché mi spupazza così? Io non ci ho a che fare, col suo cadavere, più che di chiunque altro, uomo o donna, sia vivo al mondo. O anche morto.

Commissario                 - Lei deve aver fatto un corso di teosofia all'università Popolare di qui e adesso, senza rendersene conto, cerca di prendermi in contropiede con gli ectoplasmi astrali. Io l'ho accontentata, finché ho po­tuto. Ma c'è un limite esatto di probabilità che nella valutazione del reale non posso valicare. La farò riaccompagnare a casa. Beninteso, che si tenga sempre a disposi­zione del magistrato inquirente.

Ditta                              - Crede che proprio mi ci diverta ad attirare i fulmini?

Voce continua               - Di frastuono in frastuono. Adesso, cumuli di voci si addensano nello spazio oceanico ad est delle Molucche. Ci si riferisce volentieri ad immagini familiari: la realtà della mente universale come vapore acqueo che qua e là si addensa, si scioglie in pioggia, in grandine, in neve, crescono le zucche nell'affettuoso vapore. Ma presenze immense navigano fuori della galassia, non meno instanti sul destino umano. Zitto! Senti che l'infinito mareggia? Una voce puerile. Papà! Papà!

Voce continua               - Non fate caso alle insor­genze dissone. Il tornado Carolina naviga dalla Nuova Caledonia diritto per gli spazi del Pacifico. Si disperderà agitando un po' le acque fra isole disabitate e innocenti. Ma i suoi risucchi sarebbero di per sé ca­paci di sradicare l'Empire State Building. No, contorneranno i destini umani. Tutto resta in pace, se non ci si accorge del tutto. Papà, papà. La punta di uno spillo s'è conficcata nello spazio.

Commissario                 - Non tornerò alla criminologia delle avanguardie. E niente Chesterton. Nien­te misticismo logico e demonologìa positiva. Ma sarò leale con me stesso; anche se nes­suno m'ascolta. Quella donna Ditta sarà un osso duro da rodere, colpevole o non colpevole; e peggio innocente che rea. Di fronte alle difficoltà del mestiere a me s'accende l'estro lirico. Innocente o rea: è di quelle che ti sgusciano di mano per farti fesso.

Voce continua               - Fascicolo L 3. Deposizione. Interrogato il teste asserisce di non ricono­scere il defunto né dalle foto in vita né dalle foto in morte. Ritiene curioso che andasse in giro senza documenti d'identificazione per­sonale, ma munito di una intera collezione di istantanee che lo ritraevano in molti e vari aspetti della vita quotidiana: ad uno scrittoio, in coda ad uno sportello non altri­menti identificabile, sull'orlo di una piscina, inappuntabilmente vestito, in abito da bagno su una spiaggia che potrebbe collocarsi a Bobbin Head, Sidney, Australia; e mentre consuma un café-crème sulla terrazza di un restaurant parigino. Domanda: Riterreste middle class o upper middle class la sua collocazione sociale? Risposta: Negli ultimi dieci anni è diventato sempre più difficile giudicare dalle apparen­ze. Ma l'età dell'individuo, fra i trentacinque ed i quarant'anni, induce ad una certa cau­tela: è l'età in cui prorompe la vocazione del social climber. In questa situazione il commesso di un grande magazzino può irri­gidire sulla sua faccia i tratti del gentiluomo vittoriano.

Commissario                 - A questo punto le domando: « Le piacerebbe passare una stagione alle Bermude, senza limiti di spesa e per un tempo, appunto, dai quaranta giorni ai tre mesi? ». Lei mi risponde: « A lui sarebbe piaciuto? ». È troppo agile di fantasia, trop­po disponibile alle sollecitazioni più mobili del reale. Sogna d'essere questo e il suo con­trario, e quasi nello stesso tempo. Quasi? Potrebbe'essere il caso limite e la mia car­riera rompersi come ad uno scoglio molle. Il caso dell'inquisito che acconsente a tutte le accuse, per curiosità morbosa.

Voce continua               - Fascicolo L 4. Reperto. Presso la stele funeraria dove un immigrato italiano giunto al benessere ha fatto piantare un cespo di tasso barbasso con l'epigrafe: QUI DORME PIA GIGLI, FANCIULLA Ditta, è venuto a morire dove un esule ha sognato una immagine pura. Una bam­bina morta, uno che la piange, il cielo è sopra sospeso, e non ci sarà che attendere il ritorno eterno di quell'ampolla di purezza. Ma a queste cose lei non ci crede.

Commissario                 - Quella tomba è vuota, l'immi­grato ha fatto incidere sulla pietra un verso di fantasia, poi si è risposato ed è andato a vivere a Miami, Florida, U.S.A.

Ditta                              - Ci sarebbe da obiettare. Cerco il mio destino in quello che mi accade, anch'io: come tutti. Se uno mi è morto vicino, se vicino c'era una tomba vuota, se era un vuoto cui ci si serrava, se era un vuoto quello che si cercava...

Voce continua               - Expertise del lettore di lin­gua italiana della università di Stato: « La frase che mi è sottoposta forma un verso di una poesia, Lapide, compresa in una raccolta intitolata Myricae di un poeta italiano del secolo xix, Pascoli Giovanni, 1855-1912. Se ne cita la prima strofa, utile all'intelligenza dell'epigrafe: Dietro spighe di tasso barbasso, tra un rovo, onde un passero frulla improvviso, si legge in un sasso: QUI DORME PIA GIGLI FANCIULLA. II tasso barbasso, detto altrimenti e più pro­priamente « verbasco », pianta erbacea bienne della famiglia delle Scrofulariacee, a foglie lanose e fiori gialli. A indicare l'eccesso floreale del poeta ed una sua forma di intervento maniaco in una realtà tanto naturale da risultare allucinata si cita anche la seconda strofa: Radichiella dall'occhio celeste, dianto di porpora, sai, sai, vilucchio, di Pia? La vedeste libellule tremule, mai? Va segnalato il fatto che Pia e Gigli, nome e cognome, sono riducibili a senhal, cioè emblema nominale di un processo di per­sonificazione frequente nella poesia medievale e preziosamente ricorrente nella lirica del de­cadentismo. Come indicano le date, Gigli non contiene allusione al celebre tenore».

Commissario                 - Il dossier più voluminoso dell'inchiesta riguarda il tentativo di sbarco della nave Mayfìower, battente bandiera liberiana, carica di apolidi. Quelli che secernono i mo­vimenti rivoluzionari del mondo. Venti anni di strana pace. La nave ha chiesto legittimo approdo. Il suo capitano ha trattato per tre giorni con la capitaneria di porto e la que­stura. Ottenuto un rifiuto e contromisure di sicurezza, s'è allontanato nowhere bound. Nes­suno risulta approdato. Ma ecco qui gli strani comportamenti di Ditta, nei giorni che il Mayfìower gettò l'ancora in rada.

Voce continua               - Fonogramma della polizia centrale: tre richieste d'intervento perché sia consentito al comitato profughi e D. P. di salire a bordo con viveri di conforto ed opuscoli di propaganda. Risposto che la nave aveva viveri e rifornimenti per tre volte il giro del mondo, e che quaranta casse di stampati erano stivate sottocoperta. Azioni promosse presso i partiti di Tasmania, sia di governo sia d'opposizione per sollecitare un'azione politica diretta ad accogliere i profughi. Interviste, lettere alla stampa, con­voca del comitato femminile della libera stampa. Presa la parola al comizio delle as­sociazioni costituzionali in piazza della Li­bertà nel pomeriggio di sabato. Gli Agenti incaricati della sorveglianza rav­vicinata di detta persona Ditta, hanno rife­rito sul suo contegno insubordinato, la con­traddittorietà ed irresolutezza delle azioni, lo stato perpetuamente agitato e la scarsa prevedibilità dei movimenti successivi.

Ditta                              - Parlo a Lei, Commissario, parlo pro­prio a Lei? Scusi, è la prima volta che le telefono. Naturalmente, mi sono resa conto che è mio dovere la collaborazione più fidu­ciosa con l'autorità inquirente. Anche a mio vantaggio, naturalmente. Questo però vorrei sottolinearlo con particolare sollecitudine: ed è che, al punto dove sono, qualsiasi cosa risulti dall'inchiesta mi aiuta a ritrovarmi. Lei ha troppa esperienza di casi e di uomini per non capire che cosa significhi per una anima sensibile capirsi, riequilibrarsi in un mondo ragionevole, ritrovarsi.

Commissario                 - (fra sé). Adesso parla e parla. Di solito « benvenuto » si dice al testimonio parlativo. Lei no, si trova sempre a un tiro di schioppo dal segno dove la si attendeva.

Ditta                              - Dunque, ho cercato di collaborare del mio meglio. Ma una cosa non le ho detto.

Commissario                 - Importante?

Ditta                              - Importantissima. Decisiva. La chiave, mi sembra adesso, di tutto.

Commissario                 - Dica.

Ditta                              - Non potrei venire da lei? Un salto a casa sua, se non disturbo troppo. Ma Lei è un funzionario disposto ad ogni sacrificio.

Commissario                 - Se è cosi importante, è anche urgente. La dica adesso, per telefono.

Ditta                              - Io le ho già detto, vero? del comizio di sabato pomeriggio?

Commissario                 - Veramente, ne ho saputo, io, dal rapporto dell'ufficio politico della que­stura.

Ditta                              - Naturalmente, un atto pubblico: non poteva sfuggirle. Io però l'ho sempre tenuto presente, parlandole.

Commissario                 - Ah, sì, certo, non era cosa che si potesse tener nascosta, parlandone..

Ditta                              - Ecco, ma non le ho detto niente di quel che mi è capitato domenica.

Commissario                 - Che cosa le è capitato?

Ditta                              - Incredibile! Domenica, al gruppo del Vangelo. Toccava a me scegliere il passo. Lei lo sa, vero? che abbiamo solo delle indicazioni generiche dalla liturgia propria della nostra congregazione? Ebbene, ho vo­luto ad ogni costo...

Commissario                 - Che cosa ha voluto?

Ditta                              - Leggere il vangelo secondo Matteo!

Commissario                 - Leggere il vangelo secondo Matteo?

Ditta                              - Sì: l'episodio dei Gadareni. Capo Vili, 28-34.

Commissario                 - Perché non secondo Luca, an­cora al capo VII, ma ai versetti 26-39?

Ditta                              - Anche di scienza biblica è esperto? Non le dico altro

Commissario                 - A questo punto, tutto deve essere chiaro.

Voce continua               - Vangelo secondo Matteo, ca­po Vili, 28-34.

Voce continua               - E come passò il mare e venne al paese dei Gadareni due indemo­niati sbucarono dalle tombe dove avevan dimora, selvatici che non lasciavano alcuno passar per la sua via. Ed ecco, chiamavano e dicevano: Che ab­biamo noi a vedere con te, Gesù, Figliuolo di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo? Un tratto più in là c'era una mandria di molti porci al pascolo. E i demoni lo pregavano così: Se ci cacci di qui, mandaci nel gregge dei porci. Andate! Lui dice. E quelli uscirono dagli indemoniati ed entrarono nei porci; ed ecco tutta la mandria si mosse e d'impeto si buttò a precipizio in mare; e morirono nell'acque. I pastori poi si diedero alla fuga; e andati in città raccontarono tutto ed anche degli indemoniati. Allora tutta la città uscì incon­tro a Gesù; e quando l'ebbero scorto lo scongiurarono di andarsene dal loro paese. Primo. Che c'entro io con questa storia? Parla tu: sei maestro. Secondo. Maestro di scuola. Primo. Verificare un testo a parole? Può farsi. Sulla pelle? O, sulla pelle, scotta. Regista. Facciamo oggi la prova, dopo molti tentativi, di cui qualcuno, riuscitissimo, fra voi, di aprire l'intervento di ogni trasmissio­ne, come aperto è l'ascolto. Storico. Anche per raccomandare ai legi­slatori di non pensare mai che giustizia si possa fare in altro modo che chiamando in causa l'umanità tutta.

Regista                          - Per quel che mi riguarda, per non chiudere la parola che vi si affida in una tomba.

Ditta                              - Quei sepolcri, nel paese dei Ga­dareni.

Primo                            - Sulla pelle scotta il fuoco del giudizio di Dio, che è in ogni parola della Scrittura. Secondo. Poi mi dirai come fai a distinguere la scrittura santa dalla scrittura profana.

Primo                            - Ma adesso parli tu.

Regista                          - Se si suppone, imbastendo una trasmissione, che ognuno di voi possa par­lare, come se si trattasse di un interesse co­mune in una riunione familiare, la realtà si serra da presso da mille punti, dalla periferia al centro, la verità sprizza e trasuda da mille pori, quando il dibattito sia giunto al suo calor bianco.

Storico                          - Vedrete ora che niente può stare nascosto, nell'atto che si spalancano i tetti.

Primo                            - Parlerò dunque io. Non mi rifiuto più. Se penso appena un po' a una cosa, le ragioni contrarie insorgono: sono ridotto subito « groggy » quando le ragioni contrarie insorgono. Dunque parlo. Me mi colpisce quella frase: di là dal mare. E andavano in direzione contraria, nota bene, signor Mae­stro. Fosse in Giudea, Gesù, fosse in Galilea, il mare era ad Occidente. Ma in Palestina, quando pensano al mare, pensano al deserto. Secondo. Bada che sono termini d'uso. Di­cono del mare di Galilea, dicono del mar Morto.

Primo                            - Parlo io. Non mi vorrai privare del diritto di approfittare di tutti i paragrafi del­la demonologia evangelica? Curiosi, questi catechisti: ti tengono in riga promettendoti l'inferno; e si rifiutano d'immaginarlo come un penitenziario cibernetico, rigorosamente automatizzato. Ma non sono persuasi di dover fare i conti coi diavoli. Qui sono i diavoli i protagonisti. Secondo. E il mare?

Primo                            - Il mare è l'infinito. Il mare è il ter­reno che ti manca sotto i piedi. Il mare è la sfida alla mamma e alla maestra che ti han detto fai questo e non fare quello. Il ma­re un bambino che lo sia davvero, un bam­bino che si rispetta, e soprattutto un bam­bino che non si rispetta, lo ha nell'orto, e quando torna dalla scuola a casa, lungo il sentiero che gli è vietato percorrere. Io sono nato in un'isola e uscirne voleva dire attra­versare il mare, non importa se a destra o a sinistra, un braccio o l'oceano.

Bambino                       - Papà. Papà.

Primo                            - E anche quando è destinato a non muoversi mai dall'uscio di casa, il tempo è il suo mare.

Secondo                        - Non ti riesce di distinguere volume e vita?

Primo                            - Mi guardo bene anche solo dal ten­tarlo. Che cosa, se non potessi brancicarla, la vita?

Secondo                        - Ha da morì. Questo si dice di ognuno.

Primo                            - Vallo a cercare dove s'è rinvoltolato. A quale alito di erba ha dato l'afrore secco delle sue cupidigie.

Secondo                        - Non ti penti?

Primo                            - Prima di vivere io non m'ero pen­tito. E quale carta hai nascosto nella manica? Giocala: non mi hai mai lasciato giocare senza avvelenarmi la gioia di vincere.

Secondo                        - Niente. Che il Messia, di là dal mare, trova tombe.

Primo                            - Che il Messia, di là dal mare trova monumenti.

Secondo                        - Si trova quello che si cerca.

Primo                            - Sono i piccolini che cercano quello che hanno perduto.

Secondo                        - E voi grandi?

Primo                            - Né grandi né piccoli: noi vivi.

Secondo                        - Io ti dicevo: fa questo, e non fare quello. C'era ed ancora c'è, in me, una parte segreta, una parte sciocca, una parte che prendo com'è, più mia.

Primo                            - Sì, signor maestro.

Secondo                        - Ma era perché stessimo insieme. Stessimo insieme, noi soli, e il più a lungo. Era per darti anche io qualcosa. Come ta­gliavo le figurine, quando ti aspettavo al ritorno a casa, e ne facevo quadri nuovi, meravigliose scene, che avessero l'incanto dei segni antichi. Come quando respiravo nel vento e mi si ingolfava in cuore lo spazio della patria. Come quando vedevo innanzi una via diritta a te aspettarmi in capo al giorno.

Primo                            - La vita è un cammino sulle acque. Non lo sapevi? La vita! Ma non voglio appe­starti con le metafore. Tu ci sei però abi­tuato. Le insegni. Quel che si riesce a inse­gnare prende consistenza. Molti, come me, si danno importanza insegnando le loro porcherie.

Secondo                        - Io ti correvo dietro, e volevo emu­larti nella bravura dei tuoi giuochi, quando mi è nata la vocazione del maestro.

Primo                            - Una bella sera che t'ho lasciato par­lare a lungo.

Secondo                        - C'era il sole al tramonto.

Primo                            - L'ombra della montagna contro il mare, distesa e lunga. E io vedevo già come sarei finito.

Secondo                        - Io ti ho sempre aspettato.

Primo                            - Ma non siamo mica qui per cantare il duetto delle memorie puerili.

Secondo                        - Siamo qui per metterci alla prova di una parabola.

Primo                            - Di una parabola? Quella del tempo? È un'altra trappola dove vuoi prendermi.

Secondo                        - Non dire così.

Primo                            - Aspetti che dica: che me ne faccio, ormai, di quei settanta chili d'ossa e di polpe che m'hanno accompagnato? Siamo alla con­trada dei sepolcri?

Secondo                        - Siamo alla contrada dei sepolcri.

Primo                            - E dei monumenti, no? Sopra l'ombra dei cipressi e dentro l'urne confortate dì pianto si stende la nuvola della storia, il cosmorama delle opere umane, la tappezzeria di Bayeux delle gesta dello spirito conquistatore. I Gadareni vietano il passo

Sylva                             - Io Sylva, fanciulla, attendevo nell'isola la mia nuova vita. Fanciulla. Come se non ci fosse un odio organizzato in ogni vostro dire e fare! Come se il riso e ormai anche il sorriso, fosse altro che il ritctus di droga, di una bevanda avvelenata, di un vino cat­tivo. Come se non lo voleste prevedere deli­beratamente sotto nomi diversi, il mio male. E adesso fate la grinta compassionevole, quando vi scrollate nelle spalle passando ac­canto alla mia miseria. Voi che mi avete avvelenato. Servi sciocchi o provveditori del Cattivo che vuole il male degli uomini. E delle donne. Ero una bambina, poco più che una bambina. Avevo il nasino all'insù, le voglie fragili, i capelli vivi e densi in umide ciocche. E c'erano, nella mia isola, grandi mandrie di porci. Le avevano incrementate degli speculatori. Gli ammazzamen­ti di massa si sono propagati a ritroso degli ammazzatoi dì Chicago indietro indietro fino a distruggere ogni traccia di sacrificio rituale per ogni boccone di carne viva. Adesso, se la cercaste, la mia isola verde, non trove­reste più, quelle mandrie di porci: sono scom­parse. In loro luogo allevano polli: stermi­nate distese di polli bianchi dentro e fuori delle loro gabbie a tempo determinato a chiazzare di macchie di calce giallastra il vivo smeraldo dei prati in declivio. E nelle valli lame d'acqua in rigidi scomparti dove le trote, sempre illuse dalla loro voglia d'al­tezza, si contentano di una vita a due di­mensioni. Ma questa fase appartiene, con i suoi pulcini e le sue trote, ad un tempo più moderno: quello della arcadia indu­striale. Il tempo della mia fanciullezza, nella mia isola, non conosceva le belle soluzioni della civiltà moderna: vigeva la Weltan-schauung dei pionieri e ogni decametro di corda sembrava propriamente fatto per ap­piccarvi un uomo. Non prendetevela però coi film western. Sarebbe come maledire l'arte siderurgica: un topos dell'arcadia classica. La mattina, tutte le mattine salvo il sabato e la domenica, giorni di vacanza, veniva il pulmino a rilevarci dove più sentieri conflui­vano alla strada vicinale dalle fattorie della contrada. E già scendendo a piedi da casa avevamo visto qua e là le grandi masse di porci tumultuare negli stabbi o distesi all'om­bra sotto i grandi alberi di querce. Ma scendendo col pulmino dalla strada vicinale alla provinciale le mandrie erano davvero impo­nenti! C'era da esserne orgogliosi.

Voce puerile                  - I nostri sono gli allevamenti di porci più grandi dell'isola.

Altra Voce puerile        - Più grandi del conti­nente. E noi diventeremo i signori del mondo.

Sylva                             - A sedici anni lasciai la fattoria per iscrivermi al « college » di Hobart, come tante. Perché le nostre nonne e le nostre bisnonne non avevano fatto niente di simile, ma dalla scuola parrocchiale erano passate a lavorare nella fattoria, aspettando di andare spose, in una nuova casa: dove avrebbero ripetuto i gesti di tante donne prima di loro; milioni di donne. Diventò più distinto fare diverso. Ma prima che io partissi...

Primo                            - Ti ho fatto spavento?

Sylva                             - Non mi hai fatto spavento.

Primo                            - Mi vedi sempre.

Sylva                             - Non sempre.

Primo                            - Sempre, vorresti? Sempre cucito alle gonnelle.

Sylva                             - Tra farmi paura perché non ti vedo mai e farmi paura perché ti vedo di colpo, c'è una bella differenza.

Primo                            - Dunque ti ho fatto paura. Ma io faccio una campagna di scavi. C'è una bella differenza fra le occupazioni di una brava ragazzina e le preoccupazioni di un giovane scienziato che inizia una campagna di scavi.

Sylva                             - Sei tu, quel giovane scienziato?

Primo                            - Chi dovrebbe essere?

Sylva                             - Ha più passione per lo studio tuo fratello.

Primo                            - Mio fratello è uno sgobbone. Ci vuole altro per le scoperte. Ci vuole intuito. Ci vuole esperienza.

Sylva                             - E poi?

Primo                            - Una ragazzina crede sempre che sia poco. Tutto è poco quello che nemmeno s'immagina.

 

Sylva                             - Intuito. Esperienza. E poi saper vi­vere, no? E coraggio nel montare a cavallo.

Primo                            - E saper trattare le donne come si deve.

Sylva                             - Senza dubbio. I connotati degli allievi dell'accademia militare.

Primo                            - Noi fuori legge siamo i più bravi in tutto.

Sylva                             - Ma io non volevo dirti niente di cattivo. Mi piace, che fai una campagna di scavi.

Primo                            - Sì, è una cosa d'impegno.

Sylva                             - Scavi delle fosse da morto?

Primo                            - No: qui non ci seppellirò nessuno.

Sylva                             - Nemmeno i cattivi pensieri.

Primo                            - Però, sei abbastanza divertente. Ti dirò, dunque, che si studiano gl'insediamenti di certe tribù che potrebbero essere giunte qui dalle coste del Perù.

Sylva                             - Le tribù dalle coste del Perù.

Primo                            - Se hai pazienza ti spiego. Gli usi funerari riflettono sempre uno stadio dell'evoluzione sociale dei vivi.

Sylva                             - Così, sei tal quale tuo fratello.

Primo                            - Ah, sì?

Sylva                             - Nel college di anno in anno slarga­vano il campus. Di altrettanto si restringeva, nella capitale, l'iniziativa economica e sociale. Non parliamo delle invenzioni in arti, scienze e lettere: in ogni stanza - allora si abitava in due per camera - scoppiava una scoperta travolgente al giorno. Ma la distanza fra il dire e il fare, fra il pensato e il probabile, tra la forza dei novatori e i freni dei deten­tori del potere era troppa. S'incominciò a pensare che valesse la pena di dare ascolto alla natura ed ai tempi. Et nos cedamus amori... Non dica, signor Smith, ch'io non abbia per il suo sentimento la considerazione più alta, per lei la fiducia più commossa... (Mutando tono, come parlando fra ragazze) Ma sì, un vedovo: ti par possibile? Io a far passare nelle sere d'inverno l'album di fami­glia... Sì, dillo: io cassetta della spazzatura. E nel buco del lavello, tre volte al giorno, introdurre sciolti i grumi dei ricordi appas­sionati. Darle un conforto? Signor Smith, che specie di conforto? La sua solidità finanziaria mi risulta a tutta prova: le informazioni che lei mi ha dato mi bastano. Ma non è su questo piano che posso dispormi! Ah, la sua buona amica? Gli anni passano in fretta, quando il tempo del campus diventa sempre più corto e sempre più lungo il tempo passato in città. Tanta fretta d'andartene adesso? Già, i tuoi impegni, i tuoi affari... Si sa che noi povere donne dobbiamo vivere nella spe­ranza del tempo che ci concede il nostro padrone e signore. Ma va, ho io voglia d'an­darmene quanta te. Quel lavabo: solo per­ché è intasato, come in ogni albergo di terz'ordine, non fa il rumore del lavello al tempo di lavare i piatti. Meglio no che sì, la donna che sparecchia? Rischia d'esserci un po' d'ordine e di pulito. Vai, vai, lo ho visto che entrando al night hai infilato la vera nel taschino del panciotto. Io dico: stiamo ancora un po' qui all'ombra. È prima­vera alta: mi par di tornare giovane e pura. Lui dice: Non sarebbe cavalleresco che non ti riportassi in città, dopo la gita pomeri­diana. Io dico: quante volte diss'io allor, pien di spavento, costei per certo nacque in paradiso... E c'era un barbaglio di festuche d'oro di là dal sangue che filtrava tra le dita guardando resupina il sole; ma il bosco era freddo, dalla parte dell'ombra. Lui ride. « Che fai? » « Metto sempre in opera quello che ho imparato da boy scout », lui dice. «E che cosa, da mettere in opera stavolta», dico io, pigra. «Seppellisco i morti», dice. Ma se sono venuta con te dopo colazione! Nemmeno un pic-nic sull'erba, abbiamo fat­to! E strisciava col piede, strisciava e stri­sciava, aveva eguagliato l'erba e la lisciava. «C'erano state delle lumache », dice, «lungo questi fili d'erba ».

Secondo                        - Io e te, Sylva, abbiamo qualcosa da perdonarci. Forse due che si vogliono davvero bene, che si vogliono promettere l'uno all'altro, che si sposano, hanno sempre qualcosa da perdonarsi. Un buon matrimo­nio è come la penitenza dei cattolici: è un bucato. E i cattivi pensieri del tempo di prima nemmeno devono insorgere a turbare gli sposi. Matrimonio nuovo e vita nuova. E io sono restata sola a vivere tutta la mia età; i peccati ed i giorni. Ci sono delle let­tere in un pacchetto, che il morto teneva in luogo di portafoglio? Squattrinato, era: la sua passione era di andare alla ventura. Di­ceva che viaggiare senza bagaglio è ancora troppo facile, quando c'è un conto in banca. Che bisogna essere sicuri che all'ora di cola­zione sarà sempre Io stesso problema: solo così si evita l'egoismo del piccolo borghese che ringrazia se stesso di avere qualcosa da mettere sotto i denti. In quelle lettere c'è di lui quello che io conosco. Dice che, quali che siano state le sue bestemmie, Cristo aveva chiamato anche lui. Con quella sua voce, sai, che quando ti giunge di fuori, scivolata sulla pagina di un libro, t'accorgi che prima ti era rimbombata dentro. Dice che lui pure lo vietò, coi suoi giuochi d'amore e di mor­te, l'approdo di Cristo dal mare alla tua terra. E che girò mesto alla larga del ve­dovo e dell'adultero e del porco. E che gli alzarono barriere il ricco e la lega dei poveri, il politico e il senato acca­demico. Tale è il giuoco che segna la loro morte: vietarlo, prima e dopo che crocifisso.

Parabasi

Primo                            - Vi diciamo di noi: quel che era­vamo. La nostra fanciullezza nell'isole. Poi dispersi nel vasto mondo. Gettarci richiami dalle terre, trovare, sotto la scorza delle lingue nuove, le voci puerili d'una volta. Ci nascondevamo nel nostro giovane egoismo. ma la nostra intenzione era di trascinare tutti voi nella vostra vita oscura. Ora lo sapete che sono io il morto che han trovato in cimitero, freddo lungo Ditta addormen­tata. Ora voltiamo la schiena alla nostra ve­rità, e smettiamo di sedurvi. Ora rompiamo il divieto di guardarvi ad uno ad uno negli occhi. Orsù, non vi trasciniamo con arti bieche nel gorgo, fatevi con noi, andiamo avanti insieme, gomito a gomito.

Regista                          - Sarebbe lo show-down!

Storico                          - Non è ancora giunta al finale.

Regista                          - Ma così proponi un rivolgimento del moto, un'inversione del senso e di tra­sgredire l'oggettività della favola.

Storico                          - Nel vecchio teatro si esponeva. Negli spettacoli di massa, fin qui, ammic­cano. Qui si dà il senso di un gruppo umano che preme da ogni parte, concentricamente - e bada che il nostro spazio è tridimen­sionale: noi contempliamo e partecipiamo in una sfera vivente - per trasferirsi nell'intimo di queste persone più vive dei vivi.

Regista                          - A questo punto abbattono le ma­schere e ci parlano in presa diretta.

Storico                          - Qui comincia il rito.

Regista                          - Il contrario che la parabasi della commedia antica.

Storico                          - Si frammischiano. Contravvengono. Abbattono le maschere e riprendono il loro volto.

Regista                          - Di attori?

Storico                          - Oh, no. Il destino di queste voci è segnato. Nell'attimo eterno che si registra, saranno per sempre le persone di queste voci.

Regista                          - Anche tornando soddisfatti a casa, 0 un po' meno, con la busta paga dalla cassiera.

Sylva                             - La mia città era fedele. Era piena di giustizia. Adesso è piena di omicidi. La mia città è una prostituta. C'era un giorno che nel rivolgerti alla tua terra l'hai sen­tita madre e sorella. Poi sono passati anni, non ti diceva più nulla, tu crescevi in te, con le cose e i volti che richiamavano i tuoi occhi e le tue voglie. Ci sei tornata un giorno sveglia: ehi, che brutta faccia. Non era migliore di te, quel volto di pietra sfatta. Il tuo argento è metallo di bassa lega. Il tuo vino è annacquato. I tuoi capi sono sleali: han fatto lega coi ladri. E la tua gente ha fatto incetta di doni e di denaro, ma non ha reso giustizia all'orfano, la ve­dova non ha potuto neppure iniziare il processo. Sei dunque tornato un giorno, al paese. Lo custodivi in te ricco di quel bene che tu avevi quando ti sei allontanato. Come il ragazzo dei Vitelloni che quando sulla spiaggia han disfatto gli ombrelloni e i ca­panni scende alla capitale e lì si vive e lì si mangia; ma sulla spiaggia del mare c'è sempre una bambina che aspetta, cresce il tempo e l'anima è bambina. Tira la con­clusione, tornando, che sei tu, con la tua vita grama, che imbruttisci, e con te la città. Ma questa è un'opinione che tieni per te: fuori, vai dicendo che hai addosso le lordure degli altri.

Voce puerile                  - Perciò dice il Signore, il Dio dell'universo, il Forte di Israele: Ah, sopra i miei avversari avrò vantaggio, sopra i miei nemici vendetta. Sopra di te stenderò la mia mano: purificherò il tuo metallo, toglierò lo stagno dal tuo argento. I tuoi giudici saranno quali erano un tempo, i tuoi consiglieri degni del tempo antico. Allora ti chiamerai città fedele. Ti chiamerai, allora, la città del Giusto. Sarai redenta, Sion, per sentenza di tribunale, per decreto sarai rimessa in libertà.

Secondo                        - C'è qualche speranza di una vita migliore, no?

Primo                            - C'è qualche timore di una vita peggiore.

Sylva                             - Sempre così, sul filo del rasoio.

Ditta                              - La vita religiosa non è che prender coscienza dell'inevitabile.

Primo                            - La vita umana di liberarsi in basso, chi non può, lui ricco, in alto. La smettete, ragazze, di parlar forbito? Viva la povera gente.

Secondo                        - Ma si dovrà pur dire che se non ci fosse stato questo fiato di speranza...

Primo                            - Io mi limito a pesare il metallo sul palmo.

Sylva                             - Pesa anche il piombo.

Ditta                              - Non ve ne importa più niente della nostra storia?

Voce puerile                  - Ascoltate isole lontane nel mare, state attenti popoli dispersi! Il Signore mi ha chiamato dal grembo di mia madre, da quand'ero sotto il suo cuore s'è ricordato del mio nome Nel tempo propizio ti ho esaudito e ti soccorro nel giorno della salute. Può forse una donna dimenticare il suo bambino? Può non avere pietà del figlio delle sue viscere? E se la madre può dimenticare io non dimenticherò mai.

Commissario                 - Parlerò anch'io per linee in­terne. Signori, il giuoco, se ho ben capito, consiste in questo: dato un fatto, immer­gerlo in una superiore condizione di vita per comprenderlo. Così, mi han detto, o qualche mozzicone di cultura lo fumo anche io, non la pipa, qualche idea mi ronza nel cervello, quando investigo ci sono aliti di nebbia che si dissipano per loro conto e in­somma al punto dato A si può arrivare per una direzione, per quella del tutto con­traria e per infinite altre. Il punto è l'infi­nitesimo dove converge l'infinito per dire­zioni innumerevoli.

Storico                          - Ben detto. Ma a lei tocca proce­dere nell'interno di un sistema, non è un procedimento positivo che lei ne esca per fare induzioni indebite e supposizioni prive di fondamento. Tu, regista, hai da obiet­tare qualcosa?

Regista                          - Io no: i tre tempi della liturgia d'avvento mi contentano. Primo: la va male e poi male. Gerusalemme è una poco di buono, la gente son bestie. Secondo: su in vita, il Salvatore è qui, è già venuto, è alla svolta. Terzo: per vincere deve portare i mali di tutti, lasciarsi stroncare dalla nostra debolezza, mettere la veste dello schiavo. La Madonna piange o ride.

Commissario                 - Ci sono animali che hanno conoscenze ad una dimensione, animali che conoscono un mondo bidimensionale, e in­fine animali che vivono su tre dimensioni.

Storico                          - Qui si fermi, signor Commissario, perché le enne dimensioni dove noi cele­briamo l'Avvento non devono riguardarla.

Regista                          - Ma come privato cittadino ha tutto il diritto di avere dalla sua le ferite e i doni del tempo. E ogni altro prodigio che assicura la quarta, la quinta e la sesta dimensione.

Commissario                 - Mi contento. Ma perché sei?

Regista                          - È la misura dove possiamo arri­vare noi della radio.

Sylva                             - L'inno si interrompe alla strofa: Cantate, cieli, e rallegrati, o terra! Voi, monti, echeggiate di cantici! perché il signore conforta il suo popolo ed ha pietà dei suoi poveri. Adesso il lamento comincia dal tuo corpo morto, tu, Primo, abbandonato sulla nuda terra nella valletta della Tampa.

Primo                            - Credo di ricordarmi: Non ha alcuna bellezza né splendore, l'ab­biamo visto, e nulla ci attirava nel suo aspetto. Dispetto egli era, l'ultimo degli uomini l'uomo dei dolori, chi sa che cosa è il dolore.

Voce puerile                  - Veramente egli si è caricato dei nostri dolori si è caricato della nostra gravezza. E noi l'abbiamo considerato come un lebbroso, come il percosso e l'umiliato da Dio.

Ditta                              - Così possiamo sempre, mentre si celebra, essere in riso e in pianto, ricchi e poveri, giovani e vecchi, di qua o di là dal segno.

Sylva                             - Fai in fretta, tu, a gettare via il tuo fardello.

Ditta                              - Ma non l'ho mica gettato: tutt'altro! Le mie parti! Le mie parti!

Secondo                        - Dovremo sbucciare con cura, foglia per foglia, la cipolla dei sovrasensì.

Primo                            - Dubito.

Secondo                        - In commedia sei un poco di buono.

Sylva                             - Lascialo dire a me di me.

Primo                            - Tu puoi sempre ridere. Chi ha rice­vuto un torto ride bene perché ride l'ultimo.

Ditta                              - Con questi metodi di terapia psi­chica non è l'ultimo che conta.

Secondo                        - Nemmeno il Primo…

Primo                            - Sì ride e si piange uno dopo l'altro. Questo è nella dimensione tempo. Si ride e si piange nel contesto: questo è nella di­mensione psichica. Si ha riso e si ha pianto tutto: questo nella dimensione del giudizio.

Ditta                              - È giudicata.

Sylva                             - È salva.

Voce puerile                  - Stillate, o cieli, dall'alto e le nubi piovano il Giusto. S'apra la terra germini il Salvatore.

Congedo dei personaggi

Ditta                              - Allegro, lei, stamane, signor Com­missario.

Commissario                 - Posso dirle che siamo da­vanti a un non-luogo-a-procedere. Per me non c'è luogo a gratitudine. Non c'è pace per l'antico giudice.

Ditta                              - Si direbbe che non è molto sod­disfatto.

Commissario                 - Si può dire.

Ditta                              - Ma se si complimenta con me...

Commissario                 - Lei era solo un settore del­l'inchiesta.

Ditta                              - E a me ancora una volta nessuno pensa. Al delitto sono estranea. Ma il morto mi è rimasto accanto tutta una notte.

Commissario                 - Il bandolo è stato offerto da quel guanto d'amianto. Quel guanto da sal­datore, ricorda? Le è stato mostrato. Col suo bravo cartellino appeso.

Ditta                              - Ebbene?

Commissario                 - Il suo compagno andava mo­strandolo, issato su un bastone, Dick Lawson, ieri, alla spiaggia.

Ditta                              - Chi è Dick Lawson?

Commissario                 - Il capo dei ragazzi-peste del basso porto.

Ditta                              - Perché si è deciso a tirarlo fuori solo adesso?

Commissario                 - Ah! ha già capito. Brava. Ci ha dunque pensato e ripensato al suo caso. 6 andata a un pelo d'essere incriminata, in­fatti. Ma questo del ragazzo-peste che sfida la polizia investigativa è un'altra faccenda. E se ne occuperà la polizia politica!

Ditta                              - Vedo, vedo. La nave dei profughi si trasforma in una specie di nave pirata. C'è sempre una rada dove entrare, tutta vele e cannoni. E una lenny che canta la ballata. I compagni del morto si sono sba­razzati del corpo e dei guanti: uno al cimi­tero a contrassegno e custodia, l'altro alla spiaggia.

Commissario                 - Con l'incarico, a Dick Lawson e ai suoi, di non metterlo fuori, finché non fosse passato qualche giorno e la nave al largo, chissà su che rotta.

Ditta                              - Complicazioni internazionali?

Commissario                 - Complicazioni internazionali.

Ditta                              - Vada per le complicazioni interna­zionali. E la statura di Dick Lawson cre­sciuta un palmo?

Commissario                 - E la statura, ecc. ecc.

Ditta                              - Non rida. L'avete affibbiato a me il morto.

Commissario                 - Gliel'hanno affibbiato i pirati, se mai. Benché non risulti - la dovremmo rimettere sotto inchiesta, in tal caso - che lei ne sapesse qualcosa.

Ditta                              - La nave al largo, a vele spiegate. Io qui col morto.

Commissario                 - È già stato sepolto. Ecco il numero della tomba.

Ditta                              - Vi preoccupate che abbia fiori? Mi fa paura.

Commissario                 - Paura, affetto, angoscia, amore eterno. Sono sentimenti privati che io rispetto.

Ditta                              - Privati? Quel grumo greve, quella nave lontana. Il paese delle memorie, l'augellin Belverde.

Commissario                 - Io le ho mostrato ogni com­prensione, signora. Anche la polizia più pressata si arresta davanti a certi sentimenti.

Ditta                              - Perché è tempo d'Avvento? L'anno declina e voi vi riempite il cuore di gio­cattoli.

Commissario                 - Vero. Non ci avevo pensato. Sono le feste dei ragazzi. I morti, in Si­cilia. Santa Lucia, nel settentrione. E san Ni­cola nel centro Europa. Tutti nel tempo della luce breve e delle notti lunghe.

Regista                          - Siamo qui anche noi, signor Com­missario.

Commissario                 - A congratularvi del non-luo­go-a-procedere?

Storico                          - A ritentare la tecnica policentrica della trasmissione via radio.

Commissario                 - Forse non ho capito bene.

Storico                          - Ma è semplicissimo. Si tratta di mettere lo spettatore qui e dovunque.

Commissario                 - Qui e dovunque.

Storico                          - Mi preme di raccomandarle il « qui »: senza la concretezza ogni dram­maturgia diventa evasiva e velleitaria.

Commissario                 - Sì, certo, anche noi ci te­niamo ai fatti.

Storico                          - Non che ci sia traccia di positi­vismo nel nostro metodo. O di pragmatismo. Superati. Integrati. È la prosecuzione tecnica adeguata dello storicismo integrale. Per Graham Sutherland: disegno per la Crocefissione della Cattedrale di Coventry. A sinistra: schizzo di un ciborio. questo io, lo storico, prendo parte anche a queste trasmissioni.

Commissario                 - Ho sentito parlare di seria­lità, mi pare.

Regista                          - Giusto. È il mastice da una serata all'altra. Il punto di rèpere.

Commissario                 - E siete venuti dal Canton Ti­cino per questo?

Regista                          - Venuti! Le comunicazioni via radio sono dovunque, alla velocità di trecentomila chilometri al minuto Secondo.

Storico                          - Siamo presenti dal Canton Ticino per questo. E ha fatto caso pure lei che mentre la nave dei profughi salpava un sa­tellite era messo in orbita?

Commissario                 - Non vorrà mica stabilire dei rapporti fra la peste di basso porto e Cape Kennedy, spero.

Regista                          - Nemmeno per idea. Era per un contrappunto registico piuttosto interessante. Un bel motivo. Una nuova strutturazione.

Storico                          - Sa? disperazione, speranza, la nave favolosa d'isola in isola, di rada in rada...

Commissario                 - (canta). Tutta vele e cannoni...

Regista                          - E un abbraccio al mondo. Così! Un frenetico abbraccio a quarantamila chi­lometri all'ora. E una pioggia di benedi­zioni sopra il povero morto.

Commissario                 - Tutto coi saluti dal mio Ticino.

Regista                          - Scusi, signor commissario: credo che lei s'illuda, che sia finito qui.

Commissario                 - Sono in un momento di quiete relativa: la polizia politica traversa un pe­riodo di stasi, non ha la fretta della polizia giudiziaria.

Regista                          - Ascolti quel che ha da dirle il mio collega sulla morale della favola.

Commissario                 - Proprio a me ha da dirla?

Storico                          - Proprio a lei.

Commissario                 - Vorrei saperne il perché.

Storico                          - Siete gli unici che potete dare un senso alla misericordia. Siete gli unici che siete tuttora alle prese con il male e coi cosiddetti malvagi. Gli unici che trattate il reo da uomo, non da caso.

Regista                          - E alla vostra presenza l'inno s'in­titola: l'uomo è lo straniero che deve scen­dere al mondo.

Commissario                 - È approdato un morto. Per il casellario, tutto si riduce a questo.

Storico                          - Per la storia tutto è un intravvedere il tempo che la faccia della terra si rivelerà all'uomo quale Iddio l'ha creata.

Commissario                 - Ci fate fare più fatica del previsto. Noi suddividiamo in zone città e paese. Voi capovolgete il tempo, e lo spazio ne esce distrutto.

Regista                          - Anche noi abbiamo un mestiere tutt'occhi: forse, cominciamo a vedere dove voi smettete di guardare.

Storico                          - Non abbiamo scadenze fisse, noi; ma i politici sì: Dick Lawson ha alzato il guanto sulla picca.

Commissario                 - Ho detto che se la sbrigherà la politica.

Secondo                        - Vorrei dirle anch'io la mia.

Commissario                 - Una pipa, una pipa, il mio regno per una pipa.

Secondo                        - Lei ha ragione di escludere dalle sue mansioni ogni soluzione morale dei pro­blemi umani che le si rompono ai piedi.

Commissario                 - Ma ha pensato: allo scrittoio.

Secondo                        - Io faccio il pedagogista: non ho niente contro la miticizzazione dei poteri inquirenti.

Commissario                 - Quella che postula di affidare all'autorità tutoria i diritti del Pantocratore. Così direbbe lo

Storico                          - Ho imparato la parte?

Secondo                        - È meglio rappresentarvi dinamica­mente in piedi, piuttosto che intellettualisti­camente seduti.

Commissario                 - Ma si rende conto che tutto è cambiato con l'introdurre le prove di la­boratorio? E che all'autopsia abbiamo so­stituito la sinossi?

Secondo                        - Vorrei proporle di assistere con qualche benevolenza al mio tentativo di ri­solvere in sede morale i problemi che la sua inchiesta ha risolto in sede giudiziaria.

Commissario                 - Che cosa vorrebbe?

Secondo                        - Molte cose vorrei. Forse tutto. E qualche cosa anche posso. Ma ho deciso di dare un corpo alla voce puerile che qui ri­sonava di tanto in tanto.

Commissario                 - Guarda guarda. Ma non è suo figlio? Credevo!

Secondo                        - Sorvoliamo. E mi preoccupa la vita di

Sylva                             - Che qui - lei non ci ha avuto colpa, signor Commissario - ha avuto sì voce, ma non ha avuto vita.

Commissario                 - Se è morta!

Secondo                        - Dal suo punto di vista sì: c'è un certificato di morte. Ma nessun credente e nessun intellettuale ha mai pensato che un certificato basti a seppellirla nella memoria degli uomini e nella vita eterna.

Commissario                 - Direi: non fiori, ma preci ed opere di bene.

Secondo                        - Ho deciso di dare una madre al Piccolino.

Commissario                 - Apprezzo i suoi sentimenti.

Secondo                        - E una seconda vita a Sylva.

Commissario                 - Qui non tocca a me a ri­sponderle.

Secondo                        - Mi risponde di sì lei dal cielo.

Sylva                             - E una zolla di cielo è nel tuo cuore.

Secondo                        - Ha sentito? Ha risposto via radio.

Commissario                 - No. Non ho sentito sillaba.

Commissario                 - Felicitazioni, signor

Secondo                        - Ed auguri alla sposa.

Congedo Storico           - Fine. Cala la tela.

Exeunt omnes.

Regista                          - Exeunt omnes? Le metafore tea­trali che hai adoperato ci mettono sull'avviso. La fine è un principio. Ciò che è giu­dicato vive per sempre. Noi siamo e saremo sempre presenti in questa sfera di messaggi che alla velocità della luce ci mandiamo l'un l'altro e prima che il segno scandisca il tempo la voce di Sylva avrà fatto piangendo il giro del mondo.

Storico                          - S'è sempre fatto. La diversità è pre­ludio di simiglianza. La parola che risponde era prima che la domanda. E il radio-teatro, con o senza la definizione per immagini della televisione, ha portato innanzi un tratto verso l'evidenza l'ipotesi per giuoco della vecchia commedia.

Regista                          - Dialettica è diverbio se non vivi.

Storico                          - Lascio a te l'onore di concludere.

Regista                          - Oh, già. Vivere è vivere di Dio. È amare.

Storico                          - Ti occuperai della radiocronaca ed amerai il

Commissario                 - Fabula peracta: la favola breve è finita, il vero immortale è l'amor.

Regista                          - Morta come favola. Viva come creatura.

Storico                          - Lascerò a te le conclusioni, stasera. Hai il piglio del direttore d'orchestra nei finali felici. Alla cadenza finale personaggi ed orchestra turbineranno intorno al lam­padario.

Regista                          - Come ci si affeziona al possibile! La fantasia distacca le creature dal mondo della legge e le introduce nel mondo della libertà.

Storico                          - Vada per amore. E lascerò al col­lega di statistica il calcolo delle probabilità che Ditta sia ragionevole in Tasmania e che il Fratello Cattivo abbia varcato, dal Picco di Adamo traverso il Dekkan e l'Imalaia alle pianure dell'Asia Centrale il dia­framma della penitenza.

Regista                          - Io mi ci sono affezionato ai miei personaggi. E ringrazio Dio che consenta anche a noi i primordi dell'opera sua: d'im­maginare.

Storico                          - Lui immagina. E il Figlio chiude nel ciclo dell'esistenza la creatura, con la verità la fa libera, l'affaccia al Paraclito, il consolatore della vita universa.

Regista                          - Credo di poterlo dire con mag­giore chiarezza. Lui ama come noi. Lui soffre e risorge come noi. Lui, come noi, parla.

Storico                          - Andiamo incontro ai giorni brevi. Notti dell'Avvento. La campana dell'An­gelus, nei paeselli dove la Municipalità non l'ha vietata per difendere il sonno di chi non si leva a notte fonda per mungere le mucche, incrina il velo di ghiaccio che di­fende la favola della morte del sole.

Regista                          - Andiamo incontro ai grandi mes­saggi. L'anno non ha una stagione più bella di questa. La stagione del sonno che discende.

Storico                          - Discende incontro al solstizio: dove si capovolge per risalire.

Regista                          - L'anno è vecchio e l'anima è giovinetta.

Storico                          - Le membra sono fredde e stanche e la mente è alacre snella come la fiamma del focolare nei tempi antichi e nel giuoco dei bimbi.

Regista                          - Come la scintilla dell'acciarino.

Storico                          - E quella che nel cilindro accende la miscela.

Regista                          - Come un trucco, voìlà: un mazzo di carte sventaglia.

Storico                          - Come l'idea balena.

Regista                          - E la vita si schiude.

Storico                          - La neve, se la porta il vento dell'Alpi, è granulosa e secca.

Regista                          - La pioggia, se la porta il vento dal mare, gonfia una flotta di nuvole.

Storico                          - Frutta secca e cibi grassi.

Regista                          - Carbone e nafta.

Storico                          - E le candele.

Regista                          - E come si torna volentieri, fatto il giro del mondo, al nostro cantone. Il Commissario ha steso la rete per acchiap­pare la farfalla-verità che le s'era conse­gnata, il Fratello Buono  - (un po' insulso) e il Fratello

Cattivo                          - (ci giurerei che la vita è dalla sua) si sono allontanati per incon­trarsi chissà dove, ma quel dove è qui, Ditta e Sylva si tendono le braccia ed una voce puerile, il Bambino è nascosto, chiama dal fondo dell'universo. Ma con lo stesso di­ritto alla vita Dicembre accora il porco.

Storico                          - E san Nicola porta i doni ai bambini.

Regista                          - Giusto, la processione dei santi.

Storico                          - Vedi un po' che cosa han da dirci.

Regista                          - Giuochi. La sfera delle galassie dove viaggiano le nostre onde-radio è un palloncino di plastica, il bulldozer del bam­bino scava la crosta terrestre e spinge a est e ad ovest il continente che galleggia restio, la cassetta delle costruzioni redige nuovi archetipi dell'universo.

Storico                          - E a sud sant'Ambrogio. Di famiglia radicata in Renania. In missione a Milano, decide per una formula tuttora valida di po­litica religiosa e di religione metapolitica.

Regista                          - Per noi del Cantone, oltre Chiasso è il mezzogiorno dei bugiardi.

Storico                          - Lo so. Per voi, il mezzogiorno va da Milano a Johannesburg. Con tappa al Cairo ed a Léopoldville. Dal primato dell'economico al primato della razza. Dai « danée » alla «apartheid».

Regista                          - Per noi Ambrogio di Treviri ha in mano una sferza e batte ogni sorta di separatismo ariano: lo spirito dalla carne, il colore dalla persona, la parola dalla cosa.

Storico                          - 4 dicembre, san Nicola. 7 dicem­bre, sant'Ambrogio. E subito viene, al terzo giorno, l'Immacolata, che risplende dalla cima dei monti: la festa dell'8 dicembre. (Sequenza delle litanie, lontane).

Storico                          - Guarda in su, regista: tu guarda alla tua montagna.

Regista                          - Vedo la luce che sale dalla ve­dretta alla cresta.

Storico                          - Ancora un po' di Ambrogio.

Regista                          - Irato e pacifico. Armato e mite. È eletto dalla voce di un pargolo e giu­dica l'imperatore.

Storico                          - Il suo volto innocente galleggia sui marosi delle migrazioni dei popoli.

Regista                          - Di là avventa la sferza, sibilano le corde, piombano i flagelli, di qua...

Storico                          - È un'indicazione geografica?

Regista                          - Anzi, è per tutti i popoli e per gli uomini singoli ad uno ad uno.

Storico                          - Di' dunque: di qua sorride.

Regista                          - Con la fiera degli « oh! bei » e le acque del Ticino a specchio della darsena.

Storico                          - Le acque dei tuoi monti.

Regista                          - E uno spicchio di mare.

Storico                          - E uno spicchio di luna, l'Imma­colata.

Regista                          - Il lume di luna galleggia sull'Eu­ropa. La sua corona sono i nostri monti. A mezzanotte ci sarà per un attimo silenzio su tutta la terra.

Storico                          - E ancora a mezzanotte guarda in su, a settentrione.

Regista                          - Oltre il monte donde nascono i fiumi?

Storico                          - Più in su. Più in su.

Regista                          - C'è la fossa del Rodano, più in su, e la fossa dell'Inn.

Storico                          - Il più buon sangue d'Europa è scorso fra il Mischabel e FOberland bernese.

Regista                          - C'è la fossa dell'odio, più in su, che divide Oriente ed Occidente.

Storico                          - Una fessura nel ghiaccio della banchisa. Qualche volta è vita anche la spada che taglia. Più in su.

Regista                          - Più in su andremo con le cande­line di santa Lucia, il 13 dicembre. Altri doni ai bambini. E la reginella della notte più lunga si fa dal circolo polare incontro alla cieca di Siracusa.

Storico                          - Con buona fortuna.

                                                                

FINE

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