‘L pariva tant un brav ragass…

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3° canzone della cassetta

‘L  P A R I V A   T A N T  

 U N

B R A V    R A G A S S …

(Codice Siae commedia:  332732 A)

Commedia in 3 atti

in dialetto piacentino

di

Giorgio Tosi

(codice autore Siae: 45090)

con contemporanea traduzione letterale in   italiano

battuta per battuta

(per una immediata comprensione)

Giorgio Tosi  - Via C. Fabri n. 18  - 29121  PIACENZA

Cell. 389/2629240  – e-mail: giorgio-tosi@libero.it  - sito: www.tosigiorgio.it

Commedia di impianto tradizionale  - ambientata negli anni 80, prima dell’arrivo dei telefonini – ma piena di brio, di situazioni e battute taglienti.

Ha funzionato proprio perché mette insieme la tradizione con una buona e divertente innovazione.

I coniugi Bruschini hanno spedito il figlio Enrico in Inghilterra a studiare al fine di inserirlo nella “fabbrichetta” di casa oltre che per allontanarlo da una ragazza, figlia di un ex socio, diventato concorrente.

Sembra tutto tranquillo, ma il diavolo ci mette lo zampino ed Enrico rientra improvvisamente a casa, perché è chiaramente successo qualcosa…..ma cosa?

Su questo mistero, si sviluppa  la commedia con relativi esilaranti equivoci.

PERSONAGGI

GINO BRUSCHINI – industrialotto di provincia ( e si vede…!)

PINUCCIA BRUSCHINI – la sua… signora (se così si può dire)

ENRICO – figlio di Gino e Pinuccia (povero ragazzo!)

 

ORESTE – arzillo padre di Gino, pilastro della famiglia (una roccia!)

EVA – dinamica madre di Pinuccia (anche troppo…!)

MARIA GRAZIA – misteriosa…amica di Enrico   (chissà chi sarà…)

LIDIA – cameriera efficiente ma …confusionaria

DON GIOVANNI – prete di casa

ALDO – agguerrito sindacalista

MARIO GERVASI – concorrente dei Bruschini

DORINA GERVASI – moglie di Mario, donna senza peli sulla lingua

A  T  T  O    I°

La scena rappresenta una stanza, precisamente il salotto, di una famiglia arricchitasi  grazie alla fabbrichetta di calze e mutande.

Arredamento di gusto ma con qualche sprazzo di pacchianeria.

SCENA I

PINUCCIA – (sulla porta che dà in cucina) Lidia….Lidiaaaa!

               (torna al centro della stanza, poi di nuovo verso la cucina)  LIDIA!!

LIDIA – (uscendo da tutt’altra parte, in disordine)  Cos ghé?  

                                                                                     Cosa c’è?

PINUCCIA – Ah, et ché? Ennia pront i pantalon ‘d mé marì?

                       Ah eccoti. Sono pronti i pantaloni di mio marito?

LIDIA – (rudemente) E un attim, parbacco! Ho appena finì la so sottana: g’ho  appena du man  

                                    Un attimo,perbacco! Ho giusto finito la sua sottana, ho solo due mani io!

PINUCCIA – Ma sèt che or è?   

           Sai che ore sono?

LIDIA – Ma so abotta me:  sum mia qull ‘d l’ora esatta. 

   Che ne so io: non sono l’ora esatta

PINUCCIA – I’enn quasi nov or, al sèt o no?   

           Sono quasi le nove, non vedi?

LIDIA – Ma me no!  

PINUCCIA – Le la sà mai gnint. Set mia ‘c g’um da andà a to l’Enrico?

                       Non sai mai nulla. Non sai che dobbiamo andare a prendere Enrico?

LIDIA – Se ‘l la sa mia lé, ‘c l’è so mar,  g’hoi da saviil me?

               Se non lo sa lei, che è la madre, perché mai dovrei saperlo io?

PINUCCIA – Dai, movat. Porta i pantalon al sior Gino, ma seinza andà deintar, ‘c l’è  ancora in mudant ‘c l’aspetta. Et capì?

                     Dai, sbrigati. Porta i pantaloni al signor Gino, ma non entrare in camera: è ancora in mutande che aspetta. Hai capito?

LIDIA – Ma si, vag…adess vag (esce). 

   Ma si, vado vado.

PINUCCIA – Iammè, è bein tardi. Adess va a finì che rivum fora orari. Guarda ché, sum ancora tutta daspatnà (si pettina) …La mé spilla d’or, in dov ela?…Lidia, Lidia!!

                     Dio, come è tardi. Andrà a finire che arriveremo in ritardo. Guarda ,sono ancora spettinata (si pettina) …La spilla d’oro, dov’é?…Lidia, Lidia!!

LIDIA – (più seccata di prima) Cos gh’è?  

                                                      Cosa c’è?

PINUCCIA – La mè spilla, in dov  saràla?  

                         La mia spilla, dove sarà?

LIDIA – In s’l coll dal so paltò, ma in dov ala da ess?

               Sul collo del suo cappotto, dove vuole che sia?

PINUCCIA – Ah si…E ‘l paltò?   

           Ah si….e il cappotto?

LIDIA- (sbuffa) Insima a l’attaccapann! (indica col braccio)  

                Sull’attaccapanni

PINUCCIA – Ah si, bein bein…Ma dess va, no, movat, cos seguitat a pirlà innans e indré cmé un ov dur.

                      Ah si, bene…Ma ora vai, sbrigati, cosa continui a saltellare avanti e indietro come un uovo sodo.

LIDIA – Chèr ‘l mé Signor bon, che pazinza! (esce)     

               Signore buono, che pazienza ci vuole!

PINUCCIA – Gino…Gino et pront? Caro, sei pronti? 

GINO – (da fuori) Quand ‘t ma mandarà i pantalon, sarò pront. L’è un’ora che sum in mudant!

                                Quando mi manderai i pantaloni, si. E’ un’ora che sono in mutande!

PINUCCIA – Un attimo, caro, ancora un attim.

LIDIA – (di corsa) O povra mé, che disgràzia!   

                    Povera me, che disgrazia

PINUCCI A - Cos è sta? Cos et fatt?!   

            Cosa succede ? Cosa hai fatto ?

LIDIA – Prima…quand la m’ha ciamà par la cinquantasima vota, par fà prest ho lassà ‘l ferr in si pantalon, e adess gh’é…un busein…(li stende e fa vedere il buco fumante)

               Prima…quando mi ha chiamato per la cinquantesima volta, per la fretta ho lasciato il ferro sui pantaloni, e ora c’è…un buchino…(li stende e fa vedere il buco fumante)

PINUCCIA – O Signor, e adess cmé fummia? Guarda che or è!

                        Gesù, e adesso che si fa? Guarda come è tardi!

SCENA II

GINO – (con mutande a mezza gamba) E allora, g’ho da spettà ancora un pezz?

                                                                 Allora, devo attendere ancora molto?

LIDIA – O Signor! O Madonna!

PINUCCIA – Gino, cos fat? Ma guardal, veh!…(a Lidia)  Va te, va che po fum i coint.

                      Gino, che fai? Ma guardalo!…(a Lidia)  Vai pure tu: poi faremo i conti

LIDIA – Orco, che du sgarlitt! (esce sogghignando)     

                Però, che due polpaccini!

GINO – G’ho da sta acsè ancora abotta? A momeint  s’è dasfardì  anca….

               Devo stare così ancora per molto? Mi si sono raffreddati anche….

PINUCCIA – Tutta colpa ‘d la pastrugnona ‘d la Lidia. Adess torna dadlà e mett’t so qull cat catt: cos g’hoi da ditt!

                     E’ colpa di quella confusionaria della Lidia. Quindi ora torna di là  e infila il primo paio di pantaloni che trovi: cosa posso dirti!

GINO – Cos ho spettà tant da fa, allora? 

   Per cosa ho aspettanto tanto, allora?

PINUCCIA – Ma gnint, gnint. Adess va, ‘c l’è tardi: s’l veda ansoin chissà cos ‘l peinsa.

                       Ma niente, niente. Ora va che è tardi: Se non trova nessuno chissà cosa pensa.

GINO – Lu ‘l so mia, ma me ‘l so cos pensà e cos dì. Spetta c’l veda, e po ‘t sentarà (esce)

               Lui non saprei, ma io so cosa pensare e cosa dire. Appena lo vedo,  sentirai (esce)

PINUCCIA – (infilandosi il cappotto) Vèda da fà mia seipar ‘l to solit, neh Gino! ‘L ragazz ‘l sa spaveinta, t’l sé ‘c l’è timid, quindi calmat e guàrda da trattàl bein.

                        (infilandosi il cappotto) Non fare come al solito, Gino! Il ragazzo si intimorisce, lo sai che è  timido, quindi calmati e vedi, piuttosto, di trattarlo bene.

GINO – (da fuori) Ma seins’atar.  Appena ‘l ved a vegn zù d’l treno, ‘l tragg subit in su  n’atar e la spediss indré dritt cmé un nibbi! Garantì limon!

                        (da fuori) Sicuramente. Come scende dal treno, lo butto subito su un altro e lo rispedisco indietro come un fulmine! Garantito al limone!

PINUCCIA – T’ho appena ditt c’ gh’è mia da fa acsè! Se t’l ciapp col bon, ‘l t’ ascolta sicur: bisogna ciapp’l pr’l vers giust.

                        Ti ho detto che non devi fare così! Se lo prendi con le buone maniere, ti ascolterà: devi prenderlo nella maniera giusta.

GINO – (entrando tutto vestito) Pr’l coppein, ‘l ciapp me…Lidia! 

                                           Per il collo lo prendo…Lidia!!

LIDIA – E’!!! Possibil c’s possa mai finì un lavor in paz?         

    E’!!! E’ mai possibile che non si riesca a finire un lavoro in santa pace?

GINO – Lidia, quant voot g’hoi da ditt ‘cm tira tutt  ché  (si tocca il cavallo dei calzoni).

               Lidia, quante volte devo ripetere che mi sento tirare qui (il cavallo dei calzoni).

PINUCCIA – Ma…Gino!

LIDIA – (imbarazzata) C’l ma scusa, ma ‘m la vegna a dì con me?

                                       Mi scusi, ma non deve dirlo a me….

GINO – Cos iv capì..I pantalon, i fann difett in d’l cavall. ‘S po mia sistemàia, una bona vota?

\             Che avete capito? I pantaloni difettano nel cavallo. Non si può sistemarli?        

LIDIA – (delusa) Tutt ché?….Stava atteinta, me.. (esce).  

      Tutto qui?....Avevo capito un’altra cosa (esce)

PINUCCIA – Ma seint’la! …Bein, tornand al discors ‘d prima, me digh…

                       Ma sentila! …Be’, ritornando all’argomento di prima, io credo che…

GINO – (interrompendola) Dì cocca, l’arò mia fatt studià tant ann par gnint, eh? G’ho spees a drè i sood a rud, parché voi mia che la mé fabbrica, la fabbrica di Gino Bruschini, la finissa in man a un ballanud; e adess, tric e trac, ‘l vol vegn via dal colleg’, ‘l vol pianta lé, parché, ‘l diz, sono intervenuti fatti gravi e importanti!

                 (interrompendola) Dì cocca, l’ho fatto studiare tanto per nulla? Ho speso soldi a palate perché non voglio che la mia fabbrica, la fabbrica di Gino Bruschini, finisca nelle mani di un incompetente; e ora, tric e trac, vuole lasciare il college, vuole smettere gli studi, perché, dice, sono intervenuti fatti gravi e importanti.       

PINUCCIA – ‘L garà ‘l so motiv, o no? (gli fa il nodo alla cravatta) 

Avrà i suoi motivi, no?

GINO – (come non avesse sentito)  Ma io sono un padre umanitario: lu ‘l vegna a cà, ‘l sa ferma un pèr ‘d dé,  po’ ‘l catta so i so quatt’r  strass e via, ‘l torna all’università. Punto e a capo.          

           (come non avesse sentito)  Ma io sono un padre umanitario: lui viene a casa, si ferma un paio di giorni,  poi riprende i suoi quattro stracci e via,  torna all’università. Punto e a capo.

PINUCCIA – Va bein, vedrum. Adess andom, chissà se rivarum in teimp.

                       Va be’, vedremo. Ora andiamo, chissà se arriveremo in tempo

GINO – Cos g’hoi da vegnag a fa me alla stazion, po? Con tutt ‘l da fà ‘c g’ho!

               Cosa ci vengo a fare, poi, io alla stazione? Con tutto quel che ho da fare!

PINUCCIA – E dai! La sta via un ann pr l’atar, al g’arà mia ‘l diritt da cattà la so cara mamma e ‘l so caro papà a la stazion?

                        E dai! E’ stato via un anno intero, non avrà il diritto di trovare la sua  cara mamma e il  suo caro papà alla stazione?

GINO – L’è possà caro lu, con tutt i sood c’l ma custa. Ma làssa fa a me! ‘L mett a post me!

               E’ più caro lui, visto quel che mi costa. Ma lascia fare a me!  Lo sistemo io!

PINUCCIA – Dai, dai, mett’t so la giacca c’andum. (Sta per chiamare) Li…no, l’è ché (prende la giacca di Gino)  Toh, infila… oh l’è bein tardi!

                     Dai, dai, metti la giacca che andiamo. (Sta per chiamare) Li…no, è qui (prende la giacca di Gino)  Toh, infila… è ben tardi!

 

GINO – Mettat a curr! Chèr ‘l mé Signor, quand la s’ agita,  ‘s capissa po gnint.

               Comincia a correre, allora! Santo Cielo, quando si agita non si  capisce più niente.

PINUCCIA – ‘L mé cappell… ecco, adess andom. Lidia, noi andiamo, (più forte) Lidia, andiamo!

                        Il cappello… ecco, ora possiamo andare. Lidia, noi andiamo, (più forte) Lidia, andiamo!

LIDIA – (entra veloce, togliendosi il grembiulino) In dov andumia?     

                                                                                   Dove si va?

PINUCCIA – Ma noi, andiamo. Te intant dà un po’ ‘d sira in d’l camra ‘d  l’’Enrico.

                        Ma noi, andiamo. Tu intanto dai la cera nella camera di  Enrico.

LIDIA – Ma se gh’è la moquette.  

                 C’è la moquette.

PINUCCIA – Ah si!  Allora polissa un po bein, che  quando torno voglio trovare tutto luccichento.

                       Eh?!Pulisci bene dappertutto, piuttosto, che  quando torno voglio trovare tutto luccichento.

GINO – Andum, se no la finum po’.  

  Andiamo,  qui non si finisce mai.

PINUCCIA – La borsetta…

GINO – La testa, ‘g l' èt?  

   La testa ce l’hai con te?

PINUCCIA – Peinsa par te, che tant, par qull c’t la drov, ‘t podriss anca lassàla in lett (esce ridacchiando).

                       Pensa per te, che tanto, per l’uso che ne fai,  potresti anche dimenticartela nel letto (esce ridacchiando).

GINO – Rida pur, che dop ‘g sarà da cridà (esce).  

   Ridi adesso, che tra poco si piange.

SCENA III

LIDIA – (prende la scopa) Si, pulissa ché, pulissa là: s’g fiss mia me, ‘g sariss mezz metar ‘d rud.  Si, però,  ‘m la sum toota una bella soddisfazion: ho vist che anche l’ industriale Gino Bruschini ‘l fà una bella figura in mudant!  Che due polpe!

               So muier l’era tutta rossa cmé un pivron, cla villana lé! La fà tanta sciuma e l’era possà trida che la cipria (pausa in cui rassetta).

               Ma ‘l l’ha trovà ‘l vers d’ingabolàl so, parché lu, anca s’l g’ha so una fabbrica, desd abotta ‘l g’ha mia da ess, t’l digh me! La fabbrica  ‘g l’ha parché ‘g l’ha lassà so par, ‘l sior Oreste  (pausa).

              

               (prende la scopa) Si, pulisci, pulisci : se non ci fossi io ci sarebbe una sporcizia…. 

   Però,  me la sono presa una bella rivincita: ho visto che anche l’ industriale Gino Bruschini fa una bella figura in mutande!  Che gambette!

               Sua moglie era rossa come un peperone, quella villica! Ora si dà tante arie, ma prima faceva la fame   (pausa in cui rassetta).

               Però l’ha trovato il modo di circuirlo ben bene, perché lui, anche se dirige una fabbrica, non deve essere un gran furbone, credetemi! La fabbrica ce l’ha solo perché   gliel’ha passata suo padre, il signor Oreste (pausa).

              

ENRICO – (entra con una piccola valigia)  C’è nessuno?

LIDIA – (non lo sente) Tra tutt savriss propria mia chi to so! Con so fio Enrico, si, c’andàva d’accordi, ma adess i l’hann mandà fein a là…m’s ciamal?….insomma lamò a studia: povar ragass.

               (non lo sente) Tra tutti, non saprei chi preferire! Con loro figlio Enrico, si, andavo d’accordo, però adesso l’hanno spedito là…come si chiama quel posto?….insomma, là a studiare: povero ragazzo.

ENRICO – (la tocca leggermente )  Lidia….

LIDIA – (sussulta)  Iammè, chi è?!  …Signorino Enrico! Signorino Enrico!! (lo bacia ripetutamente)

ENRICO – Calma Lidia, calma…non mi soffochi…

LIDIA – Ma signorino…i suoi genitori…? Non li ha incrosiati per la strada?

ENRICO – E’ dalle otto che aspetto in stazione, poi ho preso un taxi ed eccomi qua.

LIDIA – Saranno sortiti che saranno cinque minuti, ma gnanco cinque minuti.

ENRICO – Eppure avevo scritto chiaro: alle 8 in stazione.

LIDIA – L’è la siora, la fa seipar una confusion…oh pardon!

   La signora fa tanta confusione..

ENRICO – Lo so, si agita troppo  per nulla, vero Lidia?

LIDIA  - C’l la diga pur con me! So par, invece, l’è bein invers: ‘l pariva un nuvlon piin ‘d tempesta. Ma cos al combinà, insomma?

               Non lo dica a  me! Suo padre, invece, è ben arrabbiato: pareva un nuvolone pieno di tempesta. Cosa ha combinato, insomma?

ENRICO – Eh…è un storia un po’ complicata, speriamo bene! Be’ senta Lidia, io vado a disfare la valigia.

LIDIA – Si, vada. Oh, sum bein conteinta ‘c l’è vegn a cà. E chissà cos dirà ‘l sior Oreste!

               Si, vada. Oh, come sono contenta che sia tornato. E chissà cosa dirà il signor Oreste!

ENRICO – E  già: come sta il nonnino?

LIDIA – Benissim! A st’ora ché ‘l sarà ancora in lett, sicur.

               Benissimo! A quest’ora sarà a letto, sicuro

ENRICO – Non è ammalato?

LIDIA – Macché! L’è lustar cmé un specc’, e ‘l po ringrazià c’ag sum me. Dop ‘c l’ha mollà ‘l ballein ‘d la fabbrica, ‘l sior Oreste ‘l fà ‘l nababbo: la stà in lett fein a dez or, lu.

               Macché! E’ lucido come uno specchio, e può ringraziare me. Dopo che ha passato la mano al figlio, il signor Oreste fa il  nababbo:  sta a letto fino alle dieci.

ENRICO – Fa bene, ha già fatto la sua parte mi sembra.

LIDIA – Si, ma ‘l vizi da dàm di spissigon ‘l l’ha mia pers, eh!. G’ho seipar ‘d chi bullòn negar chè,  in s’l ….

               Si, ma il vizietto di darmi dei pizzicotti  non l’ha perso, eh! Ho di quei segni neri, qui, sul ….

ENRICO – Ho capito. Non è cambiato nulla, vedo. Ora vado  a svegliarlo.

LIDIA – Chissà m’l sarà conteint: l’è seipar sta ‘l so cocco.

               Chissà come sarà contento: è sempre stato il suo cocchino

ENRICO – Lidia, mi disfi lei la valigia, per favore . Ah, senta, se dovesse suonare il telefono, non risponda, mi raccomando, vado io. Ha capito? Ha capito bene?           

   Lidia, mi disfi lei la valigia, per favore . Ah, senta, se dovesse suonare il telefono, non risponda, mi raccomando, vado io. Ha capito? Ha capito bene?

LIDIA – Parbacco, sum mia locca (esce con la valigia).  

                Mica sono scema!

ENRICO – Benissimo. (Verso la porta della camera)  Nonno Oreste: sveglia!

SCENA IV

Entrano Gino e Pinuccia. Lei è sconvolta.

GINO – Ecco, ‘l treno l’è belle che rivà e partì d’un bell tocch. Fortoina ‘c gh’era mia ‘d traffic e um fatt prest: con tutt qull ‘c g’ho da fà!

            Ecco, il treno è già arrivato e ripartito da un’ora. Per fortuna c’era poco traffico  e abbiamo fatto presto: con tutto quel che ho da fare!

PINUCCIA – Ma cos sarà success? Magari una disgrazia…l’aviss almeno telefonà (passeggia avanti e indietro)

                      Ma che sarà successo? Forse una disgrazia…avesse almeno telefonato (passeggia avanti e indietro)

GINO – L’ è tant indormeint c’l sarà vegn zù una farmàda prima. Ma appena ‘l riva, ‘l veda lu!

   E’ tanto rimbambito che sarà sceso una fermata prima. Ma appena arriva, vedrà!

PINUCCIA – Taz, taz! Parla mia acsé…sa fiss success una disgrazia dabon? Magari l’è in d’un ospedàl lamò in mezza al mond seinza so mar a tacca, tamme in dal film “Il canale di Suez”, c’l ma fa seipar cridà cmé una vida… (va al telefono).

                      Taci!  Non dire così…se fosse successa davvero una disgrazia? Magari è in un ospedale sperduto senza la sua mamma accanto, come nel film “Il canale di Suez”, che mi fa sempre piangere “come una vite tagliata”… (va al telefono).

GINO – Ma cos fat? 

               Cosa fai?

PINUCCIA – Telefon, no? Ciàm i ospedai, ‘l clinich, i pompier…

                        Telefono, no? Chiamo gli ospedali,  le cliniche, i pompieri

GINO – Ma fà mia la matta!  Puttost, et sicura c’l rivava incò? No, parché te, vera…?

               Ma sei matta?  Piuttosto, sei sicura che era per oggi?  Perché tu, lo sappiamo che…?

PINUCCIA – Sicura? Ma sicurissima! Guarda, ché gh’è la lettra (legge)…arriverò martedì 28 col treno delle 8 e 09, ecco!…(impallidisce)  Oh Signor, alle 8 e 09…ma era mia alle 9 e 08?       

           Sicura? Ma sicurissima! Guarda, ecco la lettera (legge)…arriverò martedì 28 col treno delle 8 e 09, ecco!…(impallidisce)  Oh Signore, alle 8 e 09…ma non era per le 9 e 08?

GINO – Ecco, te t’è seipar la solita. S’t fà mia ‘d la confusion, ta stà gnan bein.

               Giustappunto: sei sempre la solita. Fai sempre una confusione…!

PINUCCIA – Ebbein, che differeinza fàla un ora? Puttost, in dov saral andà? Sarà mia success una disgrazia dabon in stazion, con tutt i maniach ca gira…?

                        Be’, che differenza fa un’ora? Piuttosto, dove sarà finito? Non sarà successa una disgrazia in stazione, con tanti maniaci in circolazione…?

GINO – La disgrazia possà grossa  è  ca l’è mé fio, pr’l rest mettum a post tutt.

               La disgrazia peggiore è che è mio figlio, il resto si sistema.

PINUCIA – Magari l’è passà da qualca amiz a salutàl, apetta c’g telefon.

                     Forse è passato da qualche amico per salutarlo, ora telefono.

GINO – Ma cos fat? ‘G n’arà ottanta d’amiz, lu. I’enn tutt amiz par lu, anca chi, che appena i polan, i gal trann in d’l pollachein.   

  Ma che fai? Ne avrà più d’ottanta di amici, lui. Sono tutti amici, per lui, anche quelli che, se possono, glielo mettono in quel posto.

PINUCCIA – Parché l’è tropp bon qul ragazz lé.  

          E’ troppo buono quel ragazzo

SCENA V

ENRICO – Ahhh, siete qui!

GINO – Talché. ‘T ta preoccupav tant, te! 

  Eccolo. Ti preoccupavi tanto

PINUCCIA – Enrico ! ma et chè !?!  Canda ‘l to semproni, che pagura ‘t mé fatt ciappà: g’ho ancora ‘ l coor c’l ma batta cmé una vintarola. Stèt bein?

                        Enrico ! ma sei qui !?! Santo Cielo, che spavento ho preso: ho il cuore che mi sbatte come un ventaglio (modo di dire, n.d.a.) . Stai bene?

ENRICO – Si, sto bene…ciao, papà…

GINO – Fatto buon viaggio?

ENRICO – Si, certo…

GINO – (calmo) Allora dopo aver respirato un po’ dell’aria di casina, riprendi la tua valigina e si torna all’università, intesi?

ENRICO – Ma..

GINO – Niente ma. Capisco che hai bisogno di tornare a casa ogni tanto..

PINUCCIA – Ma Gino…

GINO – Taz, par piazer. Cosa stavo dicendo? Ah si: appena hai visitato qualche amico o qualche amica, saluti tutti e torni al collegio dove finirai i tuoi costosi studi, d’accordo?

              

ENRICO – Mi spiace, papà, ma non posso.

GINO – Come come? (ritornando sé stesso)  Me cred, pr’l to bein, c’t vorrà mia di c’t vo piantà lé!          Spero, per il tuo bene, che tu non voglia piantare tutto

PINUCCIA – Gino, schèdat mia, l’è appena rivà. 

          Gino, non agitarti, è appena arrivato

GINO – Taz par piazer! (Riprende il distacco)  No, perché se questa è la riconosensa per tutti gli sforsi da me sostenuti  per farti uscire dalla melma della mediocrità, non posso certo dire di essere soddisfatto di quella persona, in questo caso mio figlio, che non mi lesina ricompense di tale fatta.

PINUCCI A- Parbacco, ‘l sava mia ‘c t’er csé istruì.

                       Non immaginavo che tu fossi tanto colto, perbacco

ENRICO – Non c’entra con la riconoscenza. Sono sorte delle complicazioni per cui…

GINO – ‘L so, l’immagin. ‘L so bein qual ennia ‘l to complicazion! Qualcadoin  t’arà scadà la testa, tuo padre è un padrone, uno sfruttatore, e dai incò e dai adman, e po dopa, crisi dei valori, presa di cosiensa eccetera eccetera: ela csé o no? E tutt i sood ‘c t’ho speez a dré? Tutt ai ortigh?

                       

                 Lo so, lo immagino. Le conosco bene le tue complicazioni! Qualcuno ti avrà scaldato la testa, tuo padre è un padrone, uno sfruttatore,  dai e ri-dai, e poi crisi dei valori, presa di coscienza eccetera eccetera:  è così o  no? E tutto quel che ho speso per te? Tutto alle ortiche?

ENRICO – Ma non sono stato io a voler andare in Inghilterra a studiare.

PINUCCIA – Qust è vera. 

                       E’ vero

GINO – Bein, seinta, poc parol e fum i fatt. ‘T gh’è da savì che la fabbrica la va mia po’ tant bein, anzi sum propria in dill toll mia mal, per cui, adess  possà ancora che prima, g’ho ‘d bisogn d’aiut, ‘d gint in gamba  c’ha studià, E qust par diit: movat a finì  parché ‘l to post ormai l’è ché, in prima linea, a dam una man a saltànna fora, et capi?

     Be’, stammi a sentire, meno parole e più fatti. Sappi che la fabbrica non va più tanto bene, anzi  siamo in difficoltà, per cui, ora più che mai, mi serve un aiuto, gente in  gamba  che abbia studiato, chiaro? E ciò per dirti: finisci presto  perché ‘il tuo posto ormai è qui, in prima linea, a darmi una mano per uscirne, hai capito     

              

ENRICO – Insomma, vuoi lasciarmi spiegare o no? Per parlare di certe cose  ci vuole   calma, ma se continui con questo tono, come si fa?

GINO –N’in parlarum, ma a la fein ‘d l’ann però. Po’ ‘t farà qull c’t vorrà, in di limit s’inteinda. Ma adess, teimp una smana al massim e po aria! 

     Ne parleremo, ma alla fine dell’anno. Dopo di ché farai come vorrai, nei limiti, ovviamente. Ma ora, tempo una settimana al massimo e poi via.

SCENA VI

ORESTE – L’è appena rivà, voot fal zà andà indré?

                    E’ appena tornato, vuoi già rispedirlo indietro?

PINUCCIA – O talché, adess si ‘c sum a post. ‘G calàva appena lu!

                        Eccolo, ora siamo sistemati. Ci mancava solo lui.

GINO – Papà, par piazer; l’è un ora ‘c sum a dré a dàgla da inteind: saltag mia deintar anca te.

               Papà, per favore, sto tentando di convincerlo, non ficcarci il naso, grazie.

ORESTE – Taccum subit a cambià tono, parché fein a prova contraria sum ancora to par.

                    Cambiamo subito tono, intanto, perché sono sempre tuo padre, mi sembra.

PINUCCIA – Bein bein, me vag a cambiam, e vé anca te, Gino, se no gh’è subit  da bravà. S’l ga puccia mia seipar ‘l nèz, lu, in di affari ‘d iatar…(esce)

                       Va bene, vado a cambiarmi, e vieni anche tu, Gino, altrimenti si litiga . Se non ci ficca sempre il naso negli affari altrui, non è contento.

ORESTE – Seint’la to muier. La pàrla propria parché la g’ha la leingua in bocca.                                     (A lei) Ringrazia ‘l Ciel, puttost, ‘c t’è cattà ‘l meral c’l t’ha sposà, se no ‘t sariss ancora in ‘d la mé fabbrica a dà di point, cara la mé Genoveffa!

                Senti la signora. Parla solo perché ha una lingua in bocca.

                   Ringrazia il Cielo, piuttosto, che hai trovato il merlo che ti ha sposato, altrimenti        saresti ancora nella mia fabbrica con ago e filo, cara Genoveffa!

GINO – Papà, par piazer… 

                Per favore, papà…

PINUCCIA – (mettendo dentro la testa) Lassa pur c’l diga, mn’infotta abotta mé. L’g bruza ancora parché l’è mia sta bon da dastaccàm da te. Ma s’l’t bruza, bzontla! (esce).

                                                           Lascia che parli, sai che me ne importa. “Gli brucia” ancora il fatto che non è riuscito a staccarmi da te. Ma “se ti brucia, ungila”

ORESTE – (a Gino)  E po’ dì ‘c t’ava mia avvisà.   

                       Non dire che non ti avevo avvisato

ENRICO – Vedo che non è cambiato niente.

GINO – E la cambiarà mai, g’ho la meint.  

   E non cambierà mai.

PINUCCIA – (rientra furibonda) E se t’è stuff da sta con me, va al ricov’r, csé it curan l’arteriosclerosi, c’t ta ‘g né bisogn abotta.

                        (rientra furibonda) E se sei stanco di stare qui con me, vai pure al ricovero, dove ti possono curare l’arteriosclerosi, ne hai bisogno.

ORESTE – Te si c’t gh’è l’arterioclerosi, in d’l sarvell, la mé bella Genoveffa

                    Tu hai l’arteriosclerosi, nel cervello, la mia bella Genoveffa

GINO – Basta Pinuccia, basta, tegna sarà c’la bocca lé. Andum dadlà ‘c g’ho da parlàt, andum (spinge letteralmente fuori la moglie che continua a sbraitare).

                     Basta Pinuccia, basta, tieni chiusa quella bocca. Andiamo di là, ti devo parlare, andiamo  (spinge letteralmente fuori la moglie che continua a sbraitare).

SCENA VII

ORESTE – L’t vorrì, tegnatla e godatla. Villana l’era e villana l’è ‘rmasta.

                    Te la sei voluta, ora goditela. Villica era e villica è rimasta.

ENRICO – Siamo a posto. Qui già non si va d’accordo…in più c’è anche la mia faccenda…

ORESTE – Che faccenda?  Cos è success?  

ENRICO – Ma…una situazione che non può andare avanti…

ORESTE – Stat mia bein? 

                    Stai bene?

ENRICO – Eh?….si si sto bene,  ma no, tutta un’altra storia.

ORESTE – Ah si…? Mmhhh…vèda che me ho belle che capì. L’è una roba ‘d coor, si si, ‘s veda subit.

                   Ah si…? Mmhh….ho già capito. E’ una faccenda di cuore, si vede subito.

LIDIA – (entrando con la colazione)  Sior Oreste , la so clazion. 

                                                  Signor Oreste, la colazione.

ORESTE – Oh Lidia, puntualissima. Eda che donna, qusta l’è una donna, bella,  slancià  (Lidia si sistema) flessuosa…’m vegna voia da dag un spissigòn (glielo dà).

                     Oh Lidia, puntualissima. Guarda che donna, questa è una donna, bella, slanciata (Lidia si sistema) flessuosa…mi viene voglia di dare un pizzicotto (glielo dà).

LIDIA – Orestino!…Cioè, sior Oreste…(esce veloce).

ENRICO – Complimenti, nonno.

ORESTE – Peinsa mia mal.. 

                    Non pensare male….

ENRICO – Ah no?

ORESTE – Va bein, lassum stà… cos er’t dré a dì?  

        Lasciamo perdere, cosa mi stavi dicendo?

ENRICO – Niente, lasciamo perdere (suona il telefono, arriva prima Oreste all’apparecchio).

ORESTE – Pronto?…Chi, prego? Ah si, un attimo…(a Enrico) E’ una donna…(sorride).

              

ENRICO – (dopo una pausa) Si…(piano) Non ho potuto ancora dire niente. Perché perché…ma perché bisogna aspettare. E’ prematuro …Cosa vuoi fare? No, aspetta!..pronto, pronto…(riattacca)  E adesso cosa  faccio?.

ORESTE –Mmmhh… ‘m sa ‘c t’è combinà un pastiss…

             Sospetto che hai combinato un pasticcio

ENRICO – Un pasticcio? No…

ORESTE – No?

ENRICO – Molto peggio.

ORESTE – Ecco! E se te  ‘t ma spiegass tutt, neh? Magari vedum da cattà una soluzion.

                    Ecco! Se ti volessi spiegare, magari cerchiamo una soluzione

ENRICO – (ancora indeciso) Certo certo…ecco, il fatto è che…che…

ORESTE – Che?

ENRICO – Che….

ORESTE – Che roba, insumma?

ENRICO – (dopo una pausa) Ricordi la figlia del commendator Gervasi…?

ORESTE – Gervasi…?!  ‘L sarà mia, par  chès…  

                  Gervasi? Non sarà per caso…

ENRICO – Proprio lui.

ORESTE – Oh par bio! ‘G n’era dill fiol, ma propria la fiola ‘d Gervasi, canda ‘l to semproni !

                    Perbacco! Con tutte le ragazze che ci sono, proprio la figlia di Gervasi, santo Dio..

ENRICO – Nonno, non sai come vanno le cose? E poi era già da tempo che ci vedavamo a Piacenza.

              

ORESTE – L’era bein anca par qullé che to par ‘l t’ha mandà fein in Australia  a studià.

                    Per questo tuo padre ti ha mandato in Australia a studiare.

ENRICO – In Inghilterra.

ORESTE – Va bein, tant d’istess. Ma parbio ! Cardiva ‘c la fiss stà una roba da ragass, una cottarleina tant par dì..

                    Ma si, è lo stesso. Oh insomma ! Credevo fosse una robetta da ragazzini, una cottarella  di poco conto...

ENRICO – Il fatto è che anche il commendator Gervasi ha avuto la stessa idea di papà : mandare la sua unica figlia a studiare in Inghilterra. E così l’ho ritrovata…

ORESTE – Ma Enrico, propria con la fiola d’l vecc’ sossi ‘d to par? Che adess ‘l  fà concorreinza a la nossa fabbrica e a momeint ‘l gà trà tutt in malora! ‘T gh’è avì una bella idea, propria una bella idea.

                Ma Enrico, proprio con la figlia  dell’ex-socio di tuo padre? Che ora fa concorrenza alla nostra  fabbrica e ci sta mandando alla  malora!  Hai avuto una  bella idea, proprio una gran  bella idea.

ENRICO – A me questa ragazza piace, che ci posso fare? D’altronde mio padre a suo tempo ha voluto sposare la mamma senza il tuo consenso, o mi sbaglio?

ORESTE – Cust  è vera! E la gà stariss fatta bein a to par, ma Santa Miseria, anca te! Ma sèt che quand i s’enn dasgustà con to par, è vulà anca qualca sgiaffa? Adess chi ‘g là diz?

                      E’ vero! E gli starebbe bene al tuo paparino. Però, anche tu, santa Miseria! Non sai che quando hanno litigato è volato anche qualche schiaffone?  Chi glielo dice, ora

ENRICO – Ma questo sarebbe niente…c’è dell’altro.

ORESTE – Ah si? Pezz da csé, cos ‘g sariss ancora?…(lo scruta)  spettarì mia un…ragass…?

                    Ah si? Peggio di così, che ci sarebbe d’altro?…(lo scruta) non sarete in attesa di… ..un…figlio…?

ENRICO – Be’…no…

ORESTE – Meno male!

ENRICO - …E’ già il secondo che aspettiamo…

ORESTE –Che roba?!

ENRICO – Si…il primo è arrivato qualche mese fa, e dato che è nato in  Inghilterra, abbiamo pensato di chiamarlo Johnny. Ho fatto male?

ORESTE – Ma non potevi fare meglio! Ennia rob da dmandà?   

                    Sono cose da chiedere?

ENRICO – L’altro lo attendiamo da tre  mesi…

ORESTE – T’è mia pers ‘d teimp, dabon, car ‘l mé ragass!  Guarda, ‘m vegna tutt i sudon !

                    Non hai perso tempo davvero caro il mio ragazzo!  Guarda, sto sudando freddo !

ENRICO – Se sarà una femmina, la chiameremo Grazia, dato che la mamma si chiama Maria Grazia.

ORESTE – Ciàmla pur Maria Disgrasia! Ma i so ‘d lé, cos i dizan?

                    La puoi chiamare Maria Disgrazia! Ma i suoi genitori, che dicono?

ENRICO – Loro mandano i soldi e tacciono. Per ora. Io  ho venduto l’anello d’oro, la collanina e tutto il resto. Ma quel che è peggio è che lei, Maria Grazia, che è arrivata insieme a me, vuole venire qui e parlare con mio padre una volta per tutte. E’ passata dai suoi e tra poco sarà qui.

              

ORESTE – Ah, la vegna anca ché! Bon, sum a post.   

        Viene qua ? bene ! Siamo sistemati.

ENRICO – Dici così perché non la conosci. Maria Grazia è una ragazza eccezionale.

ORESTE – Se n’ha fatt du a 18 ann, è più che  eccezionale: è un fenomeno!

                    Se ne ha “sfornati” due a 18 anni, è più che  eccezionale: è un fenomeno!

ENRICO – E non è ancora finita…

ORESTE – Ah no? Di pur so, car ‘l mé ragass, di so.  Ah no? Dimmi, caro ragazzo mio, dimmi.

ENRICO – Il fatto è che..

ORESTE – Che roba? Spuda, spuda!  

        Cosa? Sputa, sputa (il rospo, intende)

SCENA VIII

PINUCCIA – ‘G calariss po atar c’l sa metiss a spudà par terra, con tutta la sira c’g fagg dà.        

Ci manca solo che si mettesse a sputare per terra, con tutta la cera che dò

ORESTE – Si, par fam cascà!  

                    Per farmi cadere.

PINUCCIA – Ma la testa ‘n gh’è dubbi ‘c l’s rompa. 

           La testa non si rompe certamente.

GINO – Siiv ancora a drè? Seipar tacch cmé du razz.  

    Ancora ? Sempre a litigare voi due.

PINUCCIA – L’é lu c’l ma siga. 

                       Lui mi stuzzica.

GINO – Bein, me vag zù, g’ho da ved un rappresentant. Intant te (a Enrico)  va pur a salutà voin e l’atar che ‘l teimp la streinza.  Sta bein atteint, però, da andà mia dai Gervasi,  che con lur, abbiamo chiuso. Chiaro?

             Io scendo, devo vedere un rappresentante. Tu intanto (a Enrico)  comincia a salutare l’uno e l’altro  che il tempo stringe.  Attento, però, a non andare dai Gervasi,  che con loro abbiamo chiuso. Chiaro?

ORESTE – (ha un attacco di tosse)

PINUCCIA – Cos fat? T’ingònat?  

           Che succede? Soffochi?

GINO – Cos t’è datt adoss? 

   Che ti prende?

ORESTE – Gnint gnint, m’è vegn un raspein…(esce tossendo)

                    Nulla, mi è venuto un “raspino” in gola

GINO – Boh…bein, allora vag. Arvedass.

   Boh….allora vado. Arrivederci a tutti.

PINUCCIA – Saluta to par.  

           Saluta il papà.

ENRICO – Si, ciao…(Gino esce).

PINUCCIA – (dopo una pausa) Allora, podom savil finalmeint parché t’è vegn a cà? Me ‘t fag la tigna, ma voi bein anca  savì, vera?  Ché gh’è sotta qualcos…

                       (dopo una pausa) Allora,  si può finalmente sapere perché sei tornato? Io ti appoggio, lo sai,  ma voglio ben sapere?  Qui c’è sotto qualcosa…

ENRICO – Mamma, scusami ma non è il  momento….(improvvisando) Ah senti, ho portato con me un’amica d’università e…è libera la camera degli ospiti?

PINUCCIA – La camera degli ospiti?

ENRICO – Si ferma un paio di giorni…credo…

PINUCCIA – Oh Signor, e in dov ela ‘c l’ho mia vista? 

            Dio, e dov’è, non l’ho mica vista.

ENRICO – Arriverà tra poco, credo…

PINUCCIA – Dì ma…Enrico…guarda un po in fassia to mar: ela la to morosa?  Eh? (gli dà una leggera gomitata)  E diil a to mar, so!                

          Ma…Enrico…guardami bene negli occhi: è la tua fidanzata?  Eh? (gli dà una leggera gomitata)  E dillo a tua madre, dai!

ENRICO – Be’, ecco…

PINUCCIA – (esultando)  Ohhh, ‘t t’è decis finalmeint!  

                                  Ti sei deciso, finalmente.

ENRICO – Eh?!..Si, è, diciamo…la mia fidanzatina, si, ecco…forse anche qualcosa di più…

PINUCCIA – Ohi ohi, l’è propria una roba seria. E pensà anca da sposav?

                        E’ proprio una cosa seria. E…pensate di sposarvi?

ENRICO – Già fatto…Cioè, no!

PINUCCIA – Cosa?

ENRICO – Stavo scherzando. Ci abbiamo pensato, ecco…

PINUCCIA – Ah bein! Veda, sum propria conteinta ‘c t’é dasmingà la fiola ‘d Gervasi! Me, par carità la cognoss gnanca, to par po ‘l l’ha mai vista, però Enrico, l’era mia la ragassa par te.Sono proprio contenta! Vag subit a preparà la camra: qusta sì ‘c l’è una novità.

               Ma dzum gnint con to par: ‘g fum una sorpresa!  (esce ridacchiando).

              

                       Ma bene! Guarda, sono così contenta che hai dimenticato la figlia dei  Gervasi! Io posso dire di non conoscerla neppure, tuo padre, poi, non l’ha neppure mai vista, però non era la ragazza per te. Sono  proprio contenta! Vado a preparare la camera.

               Ma non diciamo nulla con tuo padre: gli facciamo una sorpresa!  (esce ridacchiando)

ENRICO – Si, una bella sorpresa…

ORESTE – Allora, ela riva? 

                      E’ arrivata?

ENRICO – Chi?

ORESTE – Che manera chi? La Disgrazia…cioè la Grazia.

ENRICO – Non ancora…(suonano alla porta)  Questa è lei!

LIDIA – Arrivo, e un attim…(rientra quasi subito) la signorina Maria Sgrassia… ma chi ela?

SCENA IX

M,GRAZIA – Lo sa molto bene  Enrico chi sono io (Lidia esce). Lei è il padre, immagino.

ORESTE – La ringrazio, ma sarei il padre del padre.

M.GRAZIA – La facevo più giovane.

ORESTE – Grazie Grazia. Be’, meglio che tolga il disturbo e che vi lasci soli…tant’ormai!

M.GRAZIA – Resti pure, se vuole. Tutti devono sapere. Dobbiamo andare fino in fondo.

ORESTE – Giustissimo. Però intant si zà rivà un bel po innans, o no? Con permesso (esce).

                    Giustissimo. Intanto, però, siete arrivati già molto avanti, no? Con permesso

M.GRAZIA – Cosa intendeva? Vuoi dire che sono già al corrente?

ENRICO – Ah si…sanno tutto…ho raccontato tutto, come volevi tu…

M.GRAZIA – Finalmente!  E come l’hanno presa?

ENRICO – Come l’hanno presa? Be’, insomma, così così…non hanno fatto salti di gioia..

M.GRAZIA – Enrico…(sospettosa) perché ti sei tolto la fede dal dito?

ENRICO – La fede?! Ah, si, avevo paura di perderla:  ho perso qualche chilo, sono dimagrito…

M.GRAZIA – (fissandolo)  Enrico, hai detto proprio tutto? Hai spiegato che abbiamo oramai due bambini? Che viviamo da mesi alle spalle dei miei? Che ci siamo sposati in gran segreto e  che non si può più andare avanti così? Eh?

ENRICO – Sstttt (zittendola)…sssii, si, certo…

M.GRAZIA – Bene, voglio fidarmi di te.

SCENA X

PINUCCIA – Buon giorno.

M.GRAZIA – Buon giorno.

ENRICO – Maria Grazia, ti presento mia madre.

M.GRAZIA – Molto piacere. Sono sicura che andremo d’accordo.

PINUCCIA – Ma sicura… ma veda,la s’asmeia tant a una parsona…ma savriss mia dì a chi…

               Bein, gnint. Allora lei sarebbe, diciamo, l’amichetta dell’Enrico...?

                       Certamente… ma... assomiglia tanto a una persona…non saprei dire chi,però.

               Be’, lasciamo perdere. Allora lei sarebbe, diciamo, l’amichetta dell’Enrico...?

M.GRAZIA – (ridendo)  Ah ah, si, diciamo così…

PINUCCIA – E di dov’ è scusi?

ENRICO – Di Piacenza, mamma. E’ di Piacenza anche lei…

PINUCCIA – Ma no!  Che combinazion! Magari ché ‘v cognossivva gnanc, e po’ ‘v sì trovà lamò, in Africa.

                       Guarda il caso! Magari qui non vi conoscevate neppure e poi vi siete trovati là, in  Africa.

M.GRAZIA – Ah, ah (ride divertita) , più che in Africa , in Europa signora. Studio anch’io in Inghilterra, non lo sapeva?  Comunque, guardi,  ho deciso di smettere.

PINUCCIA – Oh, e parché?

M.GRAZIA – Capirà, comincio ad avere una pancia!

PINUCCIA – (sorpresa) Una pancia?! …Ahhhh, lei vuol dire che è sgionfa, che è stufa, ecco.

               Ma si, cosa va a fare una donna persino a là a studiare? Ma cla stagga a cà a fà di pisarei fatt a man (tipica pasta piacentina, n.d.a.)  m’adziva la povra nonna. Specialmeint, po, quand a gh’è un om  c’l guadagna bein, che magari ‘l g’ha so una fabbrica…g’hoi ragion, Enrico?

                (sorpresa) Una pancia?! …Ahhhh, lei vuol dire che è gonfia, che è stufa (stanca, n.d.a.), ecco. Ma si, cosa va a fare una donna persino a là a studiare? Stia a casa sua a fare dei  pisarei fatti a mano (tipica pasta piacentina, n.d.a.)  come diceva la mia povera nonna. Specialmente, poi,  quando c’è un uomo che guadagna bene, che magari  ha la sua fabbrichetta, dico bene Enrico?

              

ENRICO – Oh certo, certo.

PINUCCIA – E quanto si ferma?

M.GRAZIA – Un paio di giorni. I miei sono via, ma appena tornano li farò venire qui, immediatamente.

PINUCCIA – Li fa venire qui, immediatamente? Ma Enrico, sì zà csé innans, e ‘n t’è ditt gnint! T’è propria un gallett cmé to par.

                     Li fa venire qui, immediatamente? Ma Enrico, siete già così avanti e non mi hai detto nulla!  Sei proprio un galletto come tuo padre.

M.GRAZIA – Be’ signora, mi spiace interrompere la conversazione, ma dovrei andare in camera. Sono stanca del viaggio e poi…sa, mi sento un peso addosso..(si tocca la pancia)

PINUCCIA – Si, capisco, il gabinetto è in fondo al corridoio.

M.GRAZIA – Guardi che io non intendevo…

PINUCCIA – Mi scusi, forse ho interpeterato male. Eh lo so, lo so, ag sum stà in mera anca me. Ci si sente quella frenesia addosso, quella… non è vero, Enrico?                  

         Mi scusi, forse ho interpeterato male. Eh lo so, lo so, ci sono passata anch’io. Ci si sente quella frenesia addosso, quella… non è vero, Enrico?

ENRICO – Eh?..Ah si,si..

PINUCCIA – Ma viatar, par carità, fà mia di brutt scherz, neh!

                       Però voi, non fatemi brutti scherzi, per carità!

M.GRAZIA – Chi, noi? Par carità, ne abbiamo già abbastanza.

SCENA XI

ORESTE – ( A Enrico)  E’dré ‘c rìva to par.    

                                        Sta arrivando tuo padre.

ENRICO – Vieni Maria Grazia, ti porto a vedere la camera. Andiamo!

PINUCCIA – Ma faccio io.

ENRICO – No, no, l’accompagno io (la trascina fuori).

M.GRAZIA – Ci vediamo (escono velocemente).

PINUCCIA – Va va…Ah, l’amore. Lidia, Lidiaaa!

LIDIA  - Cos gh’è? 

                Cosa c’è?

PINUCCIA – Senti Lidia, da oggi abbiamo un ospite, per cui, ti raccomando di tenere un contegno correttoso, di ciciarare poco e s’i ciaman, corri. Corri, hai capito?

                     

LIDIA – Parbacco, curr mia zà a basta: adess ‘m mettarò a volà.

               Come no, non corro già abbastanza? Volerò, caso mai

PINUCCIA – E guarda da fà bell ved, se no…  

           E non farmi fare brutte figure

ORESTE – Parché, vala mia bein acsé?  

        Non va bene così come è?

PINUCCIA – Pr’un rustigon tamme te l’è anca tropp, ma le l’è feina, veh, ‘s veda subit. Una ragassa intiliginta, seria, tutta casa e chiesa. Ma la s’asmeia tant a vuna, però so mia dì a chi.

                      Per un bifolco par tuo è anche troppo, ma quella è fine, veh, si vede subito. Una ragazza intelligente, seria, tutta casa e chiesa. Assomiglia tanto a qualcuno,  ma non saprei dire a chi.

GINO – Chi è riva? 

    E’ arrivato qualcuno?

ORESTE – Ma fat a savì che è rivà qualcadoin?  

       Come fai a sapere che c’è stato un arrivo?

GINO – Parché gh’è zù un tassista c’l m’ha sercà di sood.

               Un tassista mi ha cercato dei soldi.

PINUCCIA – E’ vegn un’amiza ‘d l’Enrico: un’amisona a  quanto pare.

                        E’ arrivata un’amica di Enrico, un’amicona, a quanto pare

GINO – Ah si, e allora?

PINUCCIA – L’s ferma du dé, e, ‘m sa, Gino, c’g sum par l’Enrico.

                       Si trattiene due giorni,  Gino, e credo che ci siamo….

GINO – E dai pur, la va tanta tonda. E po fam mia riid: un imbranà cmé lu.

               E dai, ci va tanto bene!. E poi, fammi ridere: un imbranato come lui!

ORESTE – Spetta a diil, spetta…’n sa sà mai cmé i vann a finì il roob.

                    Aspetta a dire, aspetta…non si può mai sapere come vanno le cose...

PINUCCIA – Bein, adess mandum a pagà ‘l taxi. Lidia!

                        Be’, adesso mandiamo a pagare il  taxi. Lidia!

GINO – E io pago.

LIDIA – Cla diga. 

                   Dica.

PINUCCIA – Va zù a pagà ‘l tassista dabass.

           Scendi a pagare un taxi

LIDIA – E i sood? 

                I soldi?

PINUCCIA – Drova i tu pr’adess, g’ho mia ‘d moneda. Po ‘t tià do.

                        Mettili tu, per ora, non ho moneta. Domani te li rendo.

LIDIA -  Ho capì, ho belle che capì, la solita sonàda  (estrae il borsellino dal seno).

                Ho capito, ho già capito, la solita storia  (estrae il borsellino dal seno).

GINO – E adess in dov ela la signorina?  

  Ora dove sarebbe la signorina?

ORESTE – In camra. 

        In camera.

GINO – I taccarann mia subit, sperum.  

  Non cominceranno  mica subito, spero.

PINUCCIA – Ma Gino, l’è seria la ragassa, l’ho vist subit me, t’l sé ‘c g’ho l’occhio cinico. Me i paiass ià cognoss a vista d’occ’. E ‘m sum sbaglià appena una vota.   

                       Ma Gino, è seria la ragazza, l’ho capito subito io, sai che ho  l’occhio cinico.  Io i pagliacci li individuo subito. E mi sono sbagliata solo una volta.

ORESTE – Ah si? E Quand?  

PINUCCIA – Quand ho sposà to fio. Però, mi cambian i teimp: adess i portan l’anell ‘d fidanzameint compagn compagn a la vera….e po ho notà anca un’atra roba…

                       Quando ho sposato tuo figlio. Però, come cambiano i tempi: ora portano l’anello di fidanzamento identico alla fede….e poi ho notato un’altra cosa…

GINO – Cosa?

PINUCCIA – Che l’Enrico ‘l g’ha mia po l’anell c’t gh’èv regalà pr’l compleann.

                       Che Enrico non ha più l’anello che gli avevo regalato per il compleanno.

ORESTE – Ah si…parché ‘l m’ha ditt…’c l’ha pers in pisina, a nudà.

                    Ah si…perché mi ha detto…che l’ha perso in piscina, mentre nuotava….

GINO – Cosa? In piscina?

PINUCCIA – E ‘l mia fatt vudà la vasca? Ciamà i pompier?

                       E non ha fatto svuotare  la vasca?  Chiamato i pompieri?

ORESTE – Te ‘t sariss bona anca da fal. 

        Saresti sata capace di farlo, tu.

GINO – Ma ‘l gniva un occ’ ‘d la testa: l’era tutt d’or massiss con du brillant gross acsé!

               Mi costava un occhio!  Era in oro massiccio con due brillanti così!

ORESTE – E  ‘l m’ha  ditt  ‘c l’ha pers anca la cadeina, tant c’l sa lavava ‘l coll.            

                  E mi ha detto, anche, che ha perso la catenina, mentre si lavava il collo.

PINUCCIA – Cosa? La cadneina con la Madonna a tacca? O Signor!

                        Cosa? La catenina con la Madonna ? O  Gesù!

GINO – Ma l’è propria un imbambolì, parbacco! L’ho seipar ditt me!

               Ma è proprio un rimbambito, perbacco!  L’ho sempre detto, io

PINUCCIA – Adess ‘g dirò da lavass po i deint. Voriss mia c’l perdiss ‘l capsul d’or c’l g’ha in bocca.

                      Gli dirò di non lavarsi più i denti. Non vorrei che perdesse anche le capsule in oro che ha in bocca.

LIDIA – (arrabbiata)  La to forca!   Che pressi,  ma d’in dov vegnla la signorina Sgrassia, da Napul?

                   (arrabbiata)  Perbacco, che cifra,  ma da dove proviene la signorina Sgrassia, da Napoli?

ORESTE – Toh, ciappa. 

                     Prendi.

LIDIA – Ah bein. Adess taccum a ragionà. Ah, gh’è un telegramma.

               Bene. Così va meglio. Ah, c’è un telegramma.

PINUCCIA – (prendendolo) Chi pol ess?   

                                               Chi sarà?

LIDIA – So mar, la siora Eva, la diza che…Oh pardon….me vag…(esce).

               Sua madre, la signora Eva, dice che…Oh pardon….vado…(esce).

PINUCCIA – (legge) Propria le. La scriva ‘c la vegna adman e  l’s ferma una smana.       

(legge)  Proprio lei. Dice che arriva domani per fermarsi una settimana.

GINO – Bon! Gh’è po’ ansoin atar?  

  Bene! C’è qualcun altro?

PINUCCIA – T’ariss da svargognat! L’è un ann ‘c l’è vedva e tutta da par lé, la g’arà pur ‘l diritt d’andà a trovà so fiola, no?  Me, ‘l sopport pur to par!

                       Ma non ti vergogni?  E’ un anno che è vedova e tutta sola, non avrà il diritto di andare a trovare sua figlia?  Io lo sopporto tuo padre, o no?

ORESTE – A parte il fatto che s’g fiss mia la Lidia,  par quant a te…

                    A parte il fatto che se non ci fosse la Lidia, in quanto a te…

PINUCCIA – L’ho belle che capì, te e la Lidia!  

           L’ho già capito, tu e la Lidia

ORESTE – S’g fiss mia le, podriss andà in gir scianch cmé un lad’r e mangià quand a capita. E te, che adess ‘t fà tanta muffa, fatt vegn in meint m’t parlav quand a gh’era da sposà ‘l meral. Parché te (a Gino) t’è stà propria un bel meral!

                   Se non ci fosse lei, potrei girare come uno straccione e mangiare saltuariamente. E tu, che ora ti dai tante arie,  vedo che non ricordi più come parlavi quando c’era da sposare il merlo. Perché tu (a Gino)  sei stato proprio un bel merlotto!

GINO – Papà…

PINUCCIA – ‘L meral ‘l g’ha possà conision che te. E po s’l gh’era mia lu con la so sinsa e la so inteliginsa,la to fabbrica la sariss zà andà a fiscetti da un bell tocch, car ‘l mé industrial di mé calzitt!

                      Il merlotto è molto più intelligente di te. E non ci fosse stato lui con la sua scienza  e la sua intelligenza, la tua fabbrica  sarebbe già andata a ramengo da un bel po’, il mio bell’industriale dei miei pedalini!

              

ORESTE – Infatti, batta ancora qualca mees, e a fiscetti ag va ‘l to meral. E allora ‘t garà da mollaia ‘l pellicc’ e i brillant, ca zà tant ‘s cognossa  ‘c t’è una villana!

                    Infatti, aspetta ancora qualche mese, e a ramengo ci va il tuo merlotto. E allora dovrai mollarli i brillanti e le pellicce, che tanto si vede che sei una villica!

PINUCCIA – Ah si? E d’in dova?  

                       Ah si? E da dove?

ORESTE – Dall’odor da stalla c’t lass in gir! 

        Dall’odore di stalla che lasci nel passare

PINUCCIA – ‘T po dì qull c’t vo, intant mé mar la fag vegn quand a voi in cà mia!

                        Puoi dire ciò che vuoi, mia madre la faccio venire quando mi pare in casa mia!

ORESETE – Cucù, in cà tua! Col cucù, cara la mé bella Genoveffa!

                       Cucù, in casa tua! Col cucù, mia bella Genoveffa

PINUCCIA – E ciamam mia Genoveffa, ‘m ciam Pinuccia…

                       Non chiamarmi Genoveffa, il mio nome è Pinuccia.

GINO – Adess sì ‘c sum a post! (la trascina fuori, mentre sbraita contro Oreste).

              Ora sì che siamo sistemati!

s     i    p    a    r    i    o

A   T   T   O    II

Stessa scena dell’atto precedente.

Vuota.

Entra Gino.

GINO – Lidia…Lidia, in dov et?   

                  Lidia, dove sei?

LIDIA – Sum ché, sum ché. S’im ciaman mia duzeint voot in d’una giornà….

   Eccomi, mi chiameranno  200 volte al giorno…

GINO – Ela rivà la siora Eva?  

   E’ arrivata la signora Eva?

LIDIA – Chi?

GINO – La mamma ‘d mé moier. Ela rivà da par le o bisogna andàla a to?

               La mamma di mia moglie. Arriva coi suoi mezzi o la dobbiamo andare a prendere?

LIDIA – No, l’è zà ché. L’è dadlà con la siora Pinuccia.

               No, è già di là con la signora Pinuccia.

GINO – E l’Enrico in dov ela andà?  Da quand l’è vegn a cà n’in va dritta gnan vuna. Adess po l’è rivà anca cla piva inversa là!          

              Enrico dove è andato?  Da quando è tornato va tutto storto. Ora è arrivata anche quella “piva inversa” (modo per dire: lagnosa, seccatrice, n.d.a.)!

LIDIA – So fio l’è andà fora con la sgambisona ‘d la so amisa…(pausa) E adess, sior Gino, intant che sum da par noi, sciarum ‘l roob, parché ché la faccenda la va mia po tant bein.

               Suo figlio è uscito con la sua amica coscialunga…(pausa) E ora, signor Gino, dato che siamo soli, chiariamoci , perché le cose non vanno più tanto bene.

GINO – Anca te, adess? Bon, dì pur la tua, tant ‘c sum a dré.

               Ti ci metti anche tu, ora ? Parla.

LIDIA – Capita  c’l lavor ‘l seguita a cress dé par dé: una vota arriva la Maria Sgrassia, un’atra la mamma ‘d so moier,  tutt i ciaman, tutt i volan e l’ocon ‘d la Lidia la curra, la curra! Ma me g’ho appena du man e a vulà ho gnammò imparà, ‘m summia spiegà?

               Succede che il lavoro è in aumento giorno dopo giorno: prima arriva la Maria Sgrassia, poi la mamma della signora,  tutti chiamano,  comandano e l’oca  della  Lidia corre! Ma io ho solo due mani e non so ancora volare: mi sono spiegata?

GINO – Ela colpa mia se sta cà ché l’è a momeint po’ affollà che l’Alberg Roma? Cos g’hoi da ditt me? Ascoltia mia tutt ‘l voot.

               E’ colpa mia se questa casa è quasi  più affollata dell’Albergo Roma? Cosa posso dirti? Non prestare orecchio a tutti.

LIDIA – Sariss a dì che ‘d sood ‘s n’in veda mia?

               Risultato, di soldi non se ne vedono

GINO – Lidia, capissa,l’è un momeint gram, i affari i vann mia tant bein, tutta par colpa ‘d Gervasi…

               Lidia,  comprendimi, è un momento difficile, gli affari non vanno tanto bene, e tutto per colpa di Gervasi…

LIDIA – Chi? ‘L so sossi d’una voota? Ah, s’l ma dà sotta!

               Chi? Il suo vecchio socio?  Se mi capita sotto le mani?

GINO – ‘S tratta da portà pazinza ancora un po’. Quand la barca l’s sarà drizzà, ‘g n’in sarà par tutt.

               Bisogna portare pazienza ancora un po’ Quando avremo raddrizzato la barca,  ci sarà qualcosa per tutti.

LIDIA – Va bein, ho capì, ho capì. Ma acsé ‘s pol mia andà innans. Curà ses sgoinfador in d’una vota sula…sum mia ‘d ferr, veh! Vorrà dire che ridurrò il servissio!

    Va bene, ho già capito. Ma così non si va avanti. Occuparsi di sei rompicoglioni non è facile…non sono inossidabile! Vorrà dire che ridurrò il servissio!

GINO – E fa m’t vo!  Fai come ti pare!

LIDIA – Chi g’armetta, intant, enn seipar i povar diavol (esce).

               Sono sempre i poveri diavoli che ci rimettono (esce)

SCENA II

Entrano Pinuccia ed Eva.

PINUCCIA – Talché ‘l Gino.  

                        Ecco Gino!

EVA – ‘L mé Gino! Vé ché, làssa c’t baza!  

  Il mio Ginetto, vieni a baciarmi per bene

GINO – Eva, par piazer… 

   Eva,. Per favore….

EVA – Ma che Eva! Quant voot g’hoi da ditt da ciamàm mamma.

                                  Quante volte devo dirti di chiamarmi mamma

GINO – Va bein: mamma, ma stat? 

    Va bene: mamma, come stai?

EVA – Benone! E te? E la fabbrica? 

 Benone , E voi? La fabbrica?

PINUCCIA – Par clalé gh’è di problema gross. 

            Ci sono problemi grossi

EVA – Ohhh…allora sum capità in d’un brutt momeint.

            Ohh…..dunque son capitata in un brutto momento

PINUCCIA – Ma no, ‘t po vegn quand ‘t vo. 

Sai che puoi venire quando ti senti

GINO – Ah seinta Pinuccia, intant che vegn a cà ‘l bell articol ‘d to fio, fà una roba: preparag la valiza, parché ché ‘l n’ha belle che fatt a basta. Stasira o dman matteina al massim ‘l parta.

               Ah senti Pinuccia, prima che arrivi quel bel soggetto di tuo figlio, fai una cosa: preparagli la valigia, perché qui ne ha già combinate abbastanza. Stasera o domani mattina al massimo, riparte.

EVA – E pr’andà in dov? 

             Per andare dove?

GINO – Al colleg’. 

               In collegio

PINUCCIA – Cos è success ancora?

GINO – Ah gnint: è success che to fio…  

   Nulla: solo che tuo figlio…

PINUCCIA – Dì mia seipar “to fio, to fio”: ‘t gh’er anca te, o no?

                       Ma non dire sempre “tuo figlio, tuo figlio”: c’ eri anche tu, se non sbaglio

GINO – Mah! ‘m vegna quàlca dubbi che’l sia propria mé fio. A me ‘l s’asmeia gnan un briiz.

               Mah!  Ho qualche dubbio che sia proprio mio figlio. A me non assomiglia per nulla

EVA – Cos vorissat dì? Che mé fiola… 

 Che intendi dire? Che mia figlia…

PINUCCIA – Làssa pur c’l digga, ‘g sum abituà, tra lu e so par, ma me tucca…sentum, cos al fatt stavota?

                       Lascialo dire, sono allenata, tra lui e suo padre, ma io non me ne curo…sentiamo un po’, cosa ha fatto stavolta

GINO – Ah gnint! L’è andà zù in fabbrica e me ho ditt: voot ved ‘cl tacca a passionàss al lavor? Invece no! L’ha parlà con Aldo, ‘l sindacalista, hann discutì che incò ‘l sariss un dé semifestivo, e lu sèt cos l’ha fatt?

               Ah, nulla! E’ sceso in  fabbrica  e allora ho pensato: forse  comincia ad appassionarsi al lavoro.  Invece no! Ha parlato con Aldo, il sindacalista, hanno convenuto che oggi sarebbe un giorno  semifestivo, e lui sai cosa ha fatto?

EVA – Cos ha’l fatt?  

             Che ha fatto?

GINO – L’ha mandà a cà i operai! Con la so grassia e ‘l so sorriso, via! Tutt a cà! T’l digh mé, lur: i’ hann ciappà la corsa e chi si è visto si è visto. Me ho bravà una smana par fàia vegn a lavorà parché g’ho una grama consegna urginta, e lu, bell bell, lià mandà a cà, retribuiti naturalmente. Tl’ho ditt ch’i g’hann scadà la testa, ma adess ‘g là rinfresch me, se ‘g l’ha càda: ‘g  do una lavèda ‘d socca!

               Ha mandato a casa gli operai! Con la sua  grazia e il suo sorriso, via! Tutti a casa! Loro? Hanno preso la rincorsa  e chi si è visto si è visto. Io ho faticato una settimana per farli venire a lavorare dato che ho una misera consegna urgente, e lui, bel bello, li manda a casa, retribuiti naturalmente. Gli hanno montato la testa, ma ora gliela rinfresco io se ce l’ha calda: gli do una lavata di zucca!

PINUCCIA – Stava atteinta cos l’àva fatt.  

        Credevo avesse fatto chissà cosa.

EVA – L’ha fatt bein, invece. Inco dop ‘l mesdé lavora ansoin. Me digh ‘c l’ha fatt bein,

            Ha fatto bene, invece. Oggi pomeriggio non lavora nessuno. Io dico che ha fatto bene

PINUCCIA – Mamma, tucca mia qull tast lé. 

           Mamma, non tocchiamo quel tasto

GINO – Si, parché l’è mia  la giornà giusta. 

  Esatto, non è la giornata giusta

EVA – Insomma, t’è seipar a drè a criticà qull povar ragass lé. Lu l’è bon, bon cmé ‘l pan.          

            Insomma, tu lo critichi sempre quel povero ragazzo. Lui è buono, un pezzo di pane

PINUCCIA – Cust é vera. Lu ‘l po mia ved i ingiustizi.

                       Vero, non  può vedere ingiustizie

GINO – Si Eva, ‘l so, ‘l so, ‘l so bein in dov ‘t vo rivà, te. Ma, par piazer, tirum mia fora un’atra vota cla veccia faccenda là, neh? Par piazer!

               Si Eva, lo so, lo so, so bene dove vuoi arrivare. Ma, per favore, non riprendiamo quel vecchio argomento, vero? Per favore!

EVA – (fingendo) Ma quàla?  

                              Quale faccenda…?

GINO  - Eva, o mamma m’t vo te, ‘l so zà cos t’inteindat da dì.

               Eva, o mamma come più ti piace, so cosa intendi tu.

EVA – Chi? Me?!  ‘C possa moor la Pinuccia, se me… 

  Io?? Possa morire la Pinuccia se io…

PINUCCIA – Dì, mamma!

GINO – Ehh, cardiva c’l fiss chiettà! E invece no. Con la storia cl’è bon, tropp bon…

               Credevo che si fosse messa tranquilla ! E invece no. Col fatto che è troppo buono…

EVA – Ma sicura. Propria!  Ma ved’t mia ‘c l’è mia portà par i affari d’l to mond, piin d’impostor e ‘d ladar? Lu l’è mia acsé: lu ‘l g’ha la vocazion da fa ‘l pret!        

           Ma certo. Sicuro!  Ma non vedi che non è portato per quel tuo mondo pieno di imbroglioni e di ladri? Lui non è così: lui ha la vocazione per fare il prete !

PINUCCIA – Mamma, n’um zà parlà almeno deez voot. L’um miss anca un ann in seminari par contintàt, ma adess basta. E dag un tai, par carità!

                       Mamma, ne abbiamo già parlato almeno dieci volte. E’ stato anche un anno in seminario per accontentarti, ma ora basta.  Diamoci un taglio, per carità!

GINO – L’ariss zurà, guarda, che par vegn te, g’ava da iss’g un motiv.        

              L’avrei giurato, guarda, che per venire qui dovevi avere un buon motivo.

EVA – N’ho parlà anca con Don Giovann e anca lu l’è d’accordi che qull ragass lé, se indirizzà bein, al podriss avigh la vocazion. Ma vediv mia c’l s’interessa mia d’l fiol, mentre invece tutt i ragass ‘d la so età, chissà quant voot hanno formicato?

          Ne ho parlato  con Don Giovanni e anche lui concorda  che il ragazzo, se ben indirizzato, potrebbe avere la  vocazione. Non vedete che non s’interessa delle ragazze, mentre tutti i ragazzi par suo, chissà quante volte hanno formicato?

GINO – Mia tutt i polan i’ess di gallett tamme me, modestameint…

               Non tutti sono dei galletti come me,  modestamente…

 – Ah si, ‘l so c’t fà ‘l gallett dré a la Maria Grazia. Ma stà atteint!

                          Ah si, lo so che fai il galletto con  Maria Grazia. Ma attento    

GINO – Chi, me?   Io?

PINUCCIA – Si, ma sta in gamba  (sta attento)

GINO– Ma cos ditt so? 

  Ma che stai dicendo?

EVA – E chi éla sta Maria Grazia?  

Chi sarebbe questa Maria Grazia?

GINO – Mah, un’amiza d’Enrico…  

  Un’amica di Enrico

EVA – Un’amiza? Donna?! 

 Un’amica? Donna?

PINUCCIA – Si donna. L’s ferma fein a dman e ‘l Casanova ‘l fa l’ocn: Signorina la porto qui? Signorina la porto là? Guarda che ‘l gamb pr’andà  gh’ià ancora, neh!  E invece da fà tant ‘l spirituz, fag veed la pancera elastica e i snuccer pr’i reumatis’m, car ‘l mé gallustron!

           Si donna. Si ferma da noi due giorni e  il “Casanova” fa lo sciocchino: Signorina la porto qui? Signorina la porto là? Guarda che non ha perso l’uso delle gambe!  E invece di fare tanto lo spiritoso, falle vedere la  pancera elastica e le ginocchiere per i reumatismi, caro il mio galletto senza cresta!

              

GINO - Oh, ma te!

EVA – E cmé mai l’ha portà in cà una donna? 

Come mai ha portato qui una donna?

PINUCCIA – Parché, anca se in ritardi, ‘l vorrà  mettas a formicare anca lu.

                       Perché, anche se in ritardo, vorrà cominciare a  formicare anche lui.

EVA – Ma no! Me cred mia…  

Ma no, non credo

GINO -  Ah no? ‘T gh’è da ved che tocc ‘d …  

    No? Dovresti vedere che pezzo di…

PINUCCIA – Gino…

GINO _ …merce…

EVA – L’è impossibil…la sarà appena appena una so amisa...e po…

            Impossibile…sarà soltanto una sua amica...e poi…

PINUCCIA – E po, cosa?

EVA – E po ho invidà don Giovann a to ‘l thé da noi, par fal parlà con l’Enrico.

               Poi ho invitato don Giovanni a prendere un thé, per farlo parlare con l’Enrico

GINO – Bon! Le la fà, la desfa, tamme s’la fiss in cà sua.

               Bene! Lei “fa e disfa” come fosse a casa sua.

EVA – Insumma, l’avvenire ‘d qull ragass lé ‘l ma stà in s’l stomagh, e voi dag ancora una possibilità.

         Insomma, l’avvenire di quel ragazzo mi sta molto a cuore (letteralmente: sullo stomaco, n.d.a.)  e voglio dargli ancora una possibilità.

PINUCCIA – S’era ditt ‘c sn’in parlava po.  

          Non ne dovevamo parlare mai più

EVA – Si, ma che mal a gh’è s’l pàrla col pret? Dop tutt i espirinzi c’l g’ha avì,  magari ‘l s’è dasfardì da la feed, ma se invece ‘l sa fiss scadà possa? S’l sa fiss incalorà? Insomma, pr’istavota…

              

         Si, ma che male c’è a farlo parlare col prete? Dopo tutte le esperienze che ha avuto potrebbe anche aver perso la fede, ma se invece si fosse ancor più appassionato? Se si fosse surriscaldato? Insomma, per stavolta…

GINO – Fa pur! Tanta s’l g’ha la sgazza, t’l digh me!  

   Se ha la amica , te lo raccomando!

PINUCCIA – Ma ‘c la sia l’ultma vota, neh?  

            Che sia l’ultima volta

EVA – ‘L zuur  in s’la to testa.  

  Lo giuro sulla sua testa

PINUCCIA – E dai! (suonano).

SCENA III

PINUCCIA – Lidia, la porta.

LIDIA – (da fuori)   Servissio  dimezato: varivla viatar!   

                     Servizio ridotto, apritevela!

PINUCCIA – Che minera?  

                        Cosa?

GINO – Vag me. La vol fa ‘l so siopero ‘d  protesta anca le: ìl fann tutt, voot mia c’l la fagga lè? Vag me (esce).

               Vado io. Vuole fare uno sciopero di protesta: ormai lo fanno tutti, vuoi che lei rimanga indietro?  Vado io (esce).

EVA – S’è gnammò vist ‘l sior Oreste, neh?  

 Non abbiamo ancora visto il signor Oreste, vero?

PINUCCIA – ‘L sa farà ved anca tropp, preoccupat mia.

                        Lo vedremo anche troppo,  non ti preoccupare.

ORESTE – (entra con Gino) Ohhh, la siora Eva.

PINUCCIA – Cos t’avia ditt?  

                        Infatti!

EVA – Guarda dì, ‘l sior Oreste! Guarda cmé l’è bell lustar: po’ ‘l vegna vecc’, po’ ‘l vegna bell.

            Ma guarda il signor  Oreste! Guarda come è lucido:  più invecchia, più diventa bello.

ORESTE – C’l vegna Don Giovann.  

        Entri pure , Don Giovanni

DON GIOVANNI-  Pace in questa famiglia.

GINO – L’ha fatt bein a portan un po’, parché in cà l’um finì tutta.

               Ha fatto bene a portarne un po’, perché qui l’avevamo finita.

ORESTE – L’ho cattà tacca a la ciesa e par tutta la stra ‘l m’ha parlà appena ‘d sant e ‘d Signor, ma me, in confideinza, n’ho capì una bella Madonna!

                    L’ho incontrato vicino alla chiesa  e lungo la strada mi ha parlato solo di santi e del Signore, ma io, detto in confidenza, non ho capito una  Madonna!

DON GIOVANNI – Signor Oreste, s’l la stufava csé tant ‘l podiva anca dimal, che me m’offindiva mia, sala?

               Signor Oreste, se la disturbavo tanto, poteva anche dirmelo, non mi offendevo, sa?

ORESTE – Ma scarsava: lu ‘l s’incapela subit…E la siora Eva, stala un po’ con noi?          

       Ma scherzavo: lei si scalda subito…E la signora Eva, si ferma un po’ con noi?

GINO – Le so mia, ma me vag: sum zà in ritardi. Arvedass Don Giovann.

               Lei  non saprei, ma io vado subito: sono in ritardo. Arrivederci don Giovanni

DON GIOVANNI – ‘S vedum a  messa  dominca…sperum… 

                      Ci vediamo a messa, spero….

GINO – Eh, sperum…(esce).    

                Speriamo…

SCENA IV

PINUCCIA – Adess vedum se l’è pront ‘l thé, eh Don Giovann, parché ché anca la Lidia la tacca a fà siopero.             

          Vedo subito se è pronto il thé, eh Don Giovanni, perché deve sapere che anche qui da noi la Lidia si è messa a scioperare.

DON GIOVANNI – Ma l’Enrico, gh’el mia? ‘M sariss piazì vedal, qull ragass lè.                            

Enrico, non c’è? Mi piacerebbe vederlo, quel ragazzo.

PINUCCIA – Si si, sum zà tutt.  

           Sappiamo tutto.

EVA – ‘L sarà ché a momeint.  

Sarà qui a momenti

ORESTE – L’era par strà con un operari ‘d la fabbrica, adess ‘l rivarà. Ma sedumas, no?

                    Era in strada con un operaio della  fabbrica, sarà in arrivo. Ma sediamoci, prego.

PINUCCIA – Lidia!

LIDIA – Si, dica.

PINUCCIA – Oh, t’è bein dvinta feina. El pront ‘l thé?                    

 Oh, come sei diventata fine (raffinata, n.d.a.) . E’ pronto il  thé?

LIDIA – Si.

PINUCCIA – E allora portal, no ?   

           Dunque, servilo.

LIDIA – Si. Me ‘l port, però, come d’accordo col sior Gino per il servissio dimezato, viatar porta via ‘l tazz e ià lavì, anca.

               Si. Io lo porto, però, come d’accordo col signor Gino per il  servisio dimezato, voi portate via le tazze e le lavate.

ORESTE – E magari Don Giovann ‘l ga dà un bel fargòn, par sugàia.

                    E magari Don Giovanni gli dà una bella fregata

DON GIOVANNI – Ma cos credal? C’m vergogna, forse? Con la mé perpetua, appena finì da mangia, na dò di fargon!

                                   Ma cosa crede? Che mi vergogni forse? Con la mia perpetua, appena finito di mangiare, ne dò di fregate!

ORESTE – L’ariss zura!   

       Ci avrei giurato

DON GIOVANNI – (Capendo la malizia)  Lu, s’l la vota mia seipar in s’la malizia…

                                                                       Lei ha un ‘occhio molto malizioso

PINUCCIA – Sa Lidia, porta, po vedrum.  

           Su Lidia, porta, poi vedremo.

LIDIA esce e rientra subito dopo col vassoio mentre gli altri parlottano, poi di nuovo fuori.

EVA – E allora, Don Giovann, cos coint’l ‘d bell?         

Allora, Don Giovanni, cosa ci racconta di bello?

DON GIOVANNI – ‘D bell, gnint! Pr’un pret ved che la gint la perda la religion dé par dé…

                                   Oh, proprio nulla! Per un prete, vedere quanta  gente perde la fede

EVA – Ah si, è la crisi delle vocazioni.

ORESTE – La crisi dei valori.

PINUCCIA – Ah si? E’ cala l’or? No, parché ‘g n’ariss un po’ in cà…

                       Ah si? E’ calato l’oro? No, perché ne avrei un po’ in casa e …

DON GIOVANNI – I valori morali, signora, quelli morali.

PINUCCIA – Ah bein si, ‘s capissa…  

                        Certo, certo…

EVA – A cminsà dai spettacol: le lé prima ‘d tutt ‘c vegna ‘l scandul.

           Cominciando dagli spettacoli: è da lì anzitutto che proviene lo scandalo.                  

DON GIOVANNI – Parlamna mia, par carità! I ragass ‘d la parrocchia, i s’enn miss a dré a fà una commedia. Me ho ditt: bravi ragazzi! Par fortoina che ho lezì ‘l copion: a momeint ‘m vegna tutt i cavì riss in testa.

               Non parlatemene, per carità! I giovani della parrocchia, stanno preparando  una commedia. Ho pensato: che bravi ragazzi! Per fortuna ho letto il copione: mi si sono drizzati  i capelli in testa.

ORESTE – E me  ca voriva portà la siora Eva al cino, dman passa. Cos dizla?

                   Io volevo portare la signora  Eva al cinema, dopodomani. Che ne dice ?

EVA – E a ved cosa?   

 A vedere cosa?

ORESTE – (sussurra un titolo all’orecchio di Eva)

EVA – (scandalizzata, ma non troppo)  Ohhhh…!

PINUCCIA – Seipar ‘l solit sbrodlon!  

           Il solito sporcaccione.

ORESTE – Ha parlà la bigotta.   

       Sentila, la bigotta

EVA – E chi ‘g l’ha ditt con lu che me sariss vegn?

            E chi le dice che io ci sarei venuta ?

DON GIOVANNI – Brava Eva, fuggire le tantazioni di questo mondo senza Dio. (A Pinuccia)  A proposit, anca so marì, l’è un pess che in ciesa ‘l g’ha metta po pé.

                                 Brava Eva, fuggire le tentazioni di questo mondo senza Dio. (A Pinuccia)  A proposito, anche suo marito è un po’ che non mette piede in chiesa.

PINUCCIA – L’è seipar tant occupà con la fabbrica…   

            E’tanto occupato con la fabbrica…

DON GIOVANNI – L’è mia una scusa, sala? Nossignore! Parché ‘l teimp par fà i sood ‘l cattà, e ‘l Signor ‘l lassà seipar par ultim. Ela giusta?

                                Non è  una buona scusa, sa? Nossignore! Perché il tempo per far soldi lo trovate mentre  nostro Signore lo lasciate in ultimo. E’ giusto?

ORESTE – Parole sante!

DON GIOVANNI – Anca lu ‘n gh’è dubbi c’g dagga la ciesa in testa, tant  m’l gà vegna.

                                  Anche lei non corre il pericolo che le crolli la chiesa addosso, vero?

ORESTE – Me g’ho mia pagura ‘d l’inferan.   

        Non ho paura dell’inferno, io

PINUCCIA – ‘L la fa provà a i’atar, l’inferan. Po i vegnan vecc’, po i vegnan noioz.                    

Lo fa provare agli altri, l’inferno. Più invecchiano e più diventano noiosi

ORESTE – Voot propria fa una discussion?  

        Vuoi la discussione?

EVA – Ohi gint, taccumia? Anca dadnans a Don Giovann?

               Ohi gente, cominciate? Anche di fronte a don Giovanni

DON GIOVANNI – Ma vediv, c’n gh’è po ‘d  pietà cristiana? Bisogna anca un po’ sopportàs voin con l’atar, se no in dov ‘s va a finì?

                                 Vedete? Non c’è più pietà cristiana.  Bisogna anche un po’ sopportarsi l’un l’altro, altrimenti dove andremo a finire

PINUCCIA – ‘L fa bell a parlà lu, c’l g’ha mia famiglia.  

            Parla bene lei, perché non ha famiglia

ORESTE – O magàri : voin ché, voin là… 

        Chissà, magari uno qui, l’altro là….

EVA – Ma Oreste, cmé fal a dì dill roob dal genar?

               Oreste, come può dire cose del genere?

PINUCCIA – T’è propria un seinza carianza!  

           Sei proprio uno screanzato!

DON GIOVANNI – Ma làssa c’hi digan! Il Signore mi ha dato la forza di resistere alla tentazione dell’ira. Vedete? Sopporto cristianamente: resto calmo e sereno.

                                 Lasciate che dicano! Il Signore mi ha dato la forza di resistere alla tentazione dell’ira. Vedete? Sopporto cristianamente: resto calmo e sereno.

EVA – (dopo una pausa) Ma Enrico in dov el finì?    

                              Dove è finito Enrico?

ORESTE – (alla finestra) Ecco c’l riva. L’è dré vegn so con Aldo.

                                               Eccolo, sta arrivando con Aldo

DON GIOVANNI – Chi?!

ORESTE – Aldo, ‘l sindacalista.

DON GIOVANNI – Cosa? ‘L vegna ché? Fam andà fora, fam andà fora subit.                                

Cosa? Viene qui?  Fatemi uscire, fatemi uscire subito

EVA – Ma padre…

DON GIOVANNI – Ma che padre e madre! Me cl’om lé, seinza religion, seinza timor di Dio, qull mangiapret, m’l sa fa ciamà, sum mia bon da sopportàl!

                                  Ma che padre e madre! Quell’uomo senza religione, senza  timor di Dio, quel mangiapreti, come si fa chiamare, non lo sopporto!

PINUCCIA – Ma se appena du minud fa… 

            Ma solo due minuti fa…

ORESTE – Tutt ‘l  discors ‘d la cristiana sopportazione… 

         E  la cristiana sopportazione?!

EVA – E po, Don Giovann, ‘l g’ava da parlà con l’Enrico, o no?

               E poi, Don Giovanni, doveva parlare con  Enrico, o no?

DON GIOVANNI – Un’atra vota, me con Aldo voi mia parlàg, vala bein? Quindi adess…

                                   Un’altra volta, io con Aldo non voglio parlare, chiaro? Quindi ora…

SCENA V

Entra prima Enrico. Don Giovanni, vistasi chiusa la ritirata si mette in un angolo.

ENRICO – Buon giorno a tutti. Nonna, come stai?

EVA – Car ‘l  mé Enrico, to un bel basein! Che bell ragass c’l s’è fatt. Enrico, c’è una visita…

Caro Enrico, dammi un bel bacione!  Che bel ragazzo che ti sei fatto. Enrico, c’è una visita per te…

ENRICO – Don Giovanni...

ALDO – (entra asciugandosi la fronte) Che càd, par la Madonna!   

                                                      Che caldo, per la Madonna

DON GIOVANNI – E per tutti i santi, amen!

PINUCCIA – Lu, Aldo, s’l g’ha mia seipar la biasciuma in bocca, la stà gnan bein.

                        Lei, Aldo, se non ha sempre pronta una bestemmia, non si sente a posto, vero?

ALDO – Sava bota me ‘c gh’era anca Don Giovann. Se no, gniva gnan so.

               Non sapevo certo ci fosse  anche  Don Giovanni. Non sarei neppure salito.

ENRICO – Veramente io non lo sapevo…

ALDO – ‘L catt seipar da par tutt, e tutt ‘l voot ‘l ma fà la predica. A momeint ‘g n’ho piin i…

               Lo incontro dovunque, e ogni volta mi fa una  predica. Ne ho quasi pieni i …

ORESTE – ‘S capissa ca t’g n’è ‘d bisogn.    

         Probabilmente ne hai bisogno.

DON GIOVANNI – Lu c’l taza, che quand l’arà decis da gniss a spurgà, bisognarà ciamà Bottass! (nota ditta locale di autospurghi, n.d.a.)

                                   Lei taccia, che  quando avrà deciso di venirsi a spurgare (dei peccati, n.d.a.) ,dovremo chiamare Bottazzi! (nota ditta locale di autospurghi, n.d.a.)

EVA – Ma Oreste, lei è proprio un peccatore incallito.

ORESTE – E recidivo, signora.

ALDO – Brao Oreste.

DON GIOVANNI – Ma taz là, e porta i ragass a dottreina. Te ormai t’è irrecuperabile, ma lur, povar creatur! E dì c’at ‘g gniv anca te, a dottreina, quand t’er piccin. O ta svargognat adess a diil?

                                  Ma chiudi il becco  e porta i tuoi ragazzi alla dottrina. Tu oramai sei irrecuperabile, ma loro, povere creature !  E dire che  ci venivi anche tu, alla  dottrina, quand’eri piccolo. O ti vergogni, ora, ad ammetterlo?

ALDO – Me  no. Sbaglià, sa sbaglia tutt.   

    No no, spesso si sbaglia da giovani

DON GIOVANNI – Taz, sacrilego! T’è bein fat d’l progress: andà in piazza a sbraià cmé un matt.

Zitto, sacrilego! Ne hai fatta di strada nella vita: al massimo sei andato in piazza a sbraitare come un ossesso.

ALDO – Io lotto per la libertà dei popoli, mia par tegn la gint in dl’ignoranza, cmé viatar!

               Io lotto per la libertà dei popoli, non per tenere la gente ignorante, come fate voi!

DON GIOVANNI – Cosa? Cos g’hoi da seint?  Gh’et te a dam una man in parrocchia, a  confessà, a fa i funerai, a seint tutt ‘l magagn ‘d la gint, a mett chiett, una parola bona!

               ‘L farò mia pr’asport, no?

                                  Cosa? Cosa mi tocca sentire? Ma ci sei tu, per caso, in parrocchia, a  confessare, ai funerali, ad ascoltare i problemi della gente, a mettere pace,a dire  una parola buona!            Credi che lo faccia per sport?

ALDO – Par ciappà i offert!     

    Per le offerte lo fa.

DON GIOVANNI – Ma taz, ballanud! Sì bein tutt acsé! Fein ca la va bein adoss ai pret e al Signor. Po quand i taccan ad andà in disgrazia, ‘g vegna in meint   i pret, ‘l Signor e tutt i sant. “Signor, fam mia moor, fam mia andà in dl’inferan”

Taci, mentecatto! Siete tutti così! Fin che le cose vanno bene addosso ai santi e al

Signore. Poi, quando cadono in disgrazia, ritornano a cercare i preti, nostro Signore e

tutti i santi. “Signore, non farmi morire, non voglio andare all’inferno.                             

ORESTE – Signori, prima che la discussion la ciappa una brutta piga, vurum dag un tai?

                    Signori, prima che la discussione degeneri, vogliamo smetterla’

DON GIOVANNi – ‘L g’ha da piantàla lu par prim!  

                      Deve smetterla lui per primo

ALDO – Non cederemo mai!

DON GIOVANNI – L’è inutil, i g’hann sarà ‘l sarvell.  

                   Inutile, gli hanno spappolato il cervello

ALDO – Mei acsé che serav di padron! 

    Meglio così che servo dei padroni

DON GIOVANNI – Mei acsé che serav di cuion! …La m’è scappà…

                                   Meglio così che servo dei “coglioni”….Mi è sfuggita!!

              

ORESTE – Oh parbacco!

EVA – Adess basta, eh!

PINUCCIA – E si, eh! I discussion fàia fora da cà mia, csè podrì anca dàv  quàlca sarucch.

E si, eh! Discutete fuori da questa casa, così potrete anche darvi qualche ceffone.

DON GIOVANNI – Da lur gh’è da spettàss dal tutt: i non violenti.

                                   Da loro posso aspettarmi di tutto: i non violenti

ALDO – Seinta chi parla: porgi l’altra guancia che  riempio la mia pancia.

ENRICO -  Aldo, basta. E anche lei, Don Giovanni. Siete ridicoli.

DON GIOVANNI – Par me l’ho belle che finì.Vag via. Arvedass siora Eva, chi stagan bein tutt.   

                                  Io ho già terminato. Me ne vado. Arrivederci Eva,  Statemi tutti bene.

EVA – Ma ‘m dispiaz c’l sia vegn par gnint. 

Mi spiace, è venuto per nulla..

ORESTE –Però una bella ciciaràda l’ha fatta. 

       Però ha fatto una bella chiacchierata          

ALDO – Vag via anca me, g’ho zà i seincu minud. 

    Me ne vado pure io, ho le “palle” girate

ENRICO – Mi spiace Aldo…

ALDO – Fa gnint, gnarò a parlà con to par un’atra vota. Arvedass.

               Non fa nulla, Parlerò con tuo padre un’altra volta. Arrivederci.

PINUCCIA – Cla stagga bein.  

            Mi stia bene

DON GIOVANNI – Vag zù prima me! Bongioran! (esce).  

                     Scendo prima io. Buongiorno (esce)

ORESTE – C’l sa rabissa mia, un om cal’m cmé lu.

                        Non si arrabbi, un uomo calmo come lei

ALDO – Vada pure. Tanto i primi saranno gli ultimi, no? (esce, battibeccano da fuori).

EVA – Csè um conclus un bell gnint, cavsa qull rompacuiòn lé!

               Così non si è concluso un bel nulla, causa quel rompicoglioni!

PINUCCIA – Mama!

EVA – Quand l’g vol, l’g vol. ‘L mé Enrico, l’è mia gint par te, clalè.

               Quando ci vuole, ci vuole. Oh Enrico, non è gente adatta a te, quella.

ENRICO – Per me conta la persona, non quello che pensa.

PINUCCIA – Ciappa lè! Dai mama, dam una man a mett via  ‘l tazz, che la Lidia, povreina, la fà sciopar. Ma adess la sistem me (escono Pinuccia ed Eva).

                        Eccoti sistemata! Dai mamma,  aiutami a mettere via le tazze, che la Lidia, poverina, è in sciopero. Ma ora la sistemo io! (escono Pinuccia ed Eva).

SCENA VI

ORESTE – (sedendosi)  E’ sta un bell incontar, no? 

                             Bell’incontro, vero?

ENRICO – Patetico.

ORESTE – Eh, t’è ancora giovan, po ‘t va innans po ‘t n’in vedrà d’l bell. E la to sgazza?      

       Eh, sei ancora giovane, invecchiando ne vedrai delle belle. E la tua tortorella?

ENRICO – Chi?

ORESTE – La Maria Disgrazia. L’et ditt con to par, o no? 

        L’hai detto con tuo padre, o no?

ENRICO – Ma no! Non mi vuole neppure ascoltare. L’unica cosa che mi sa dire è: fai  le valigie!  Ma io devo sistemare questa faccenda in qualche modo,  ho bisogno del suo appoggio.  Però come faccio a parlargliene senza che mi spelli vivo?

ORESTE – Ma anca te ‘t l’è combinà grossa, veh!

                   Tu, però, l’hai combinata bella!!

ENRICO – Mi risulta che anche a lui sia successa la stessa identica cosa. E allora ha fatto di testa sua. Ora che è capitato a me, non vuole sentire ragioni, crede che mi abbiano montata la testa, figurati…

                 

ORESTE – Insomma, con la Grassia ma s’et d’accordi?

                   Insomma, con Grazia come sei d’accordo?

ENRICO – Che vuoi…a lei ho fatto credere che i miei sapevano tutto, ai miei ho detto che è un po’ di più di un’amica…così per ora le cose non sono ancora precipitate. Ma fino a quando?

                  

SCENA VII

M.GRAZIA -  Oh, eccovi.

ENRICO – Maria Grazia…

M.GRAZIA – Signor Oreste, suo figlio la sta cercando. La attende in fabbrica con urgenza.

ORESTE – Chi, me? Vedat c’l g’ha ancora ‘d bisogn ‘d me anca s’l fà tanta raia? Con permesso (esce)  

       Chi, io? Vedete che ha ancora bisogno di me anca se si dà tante arie? Con permesso

                  

M.GRAZIA – (si butta sul divano) Sono proprio stanca, ho camminato troppo.

ENRICO – Dovresti riguardarti,  lo sai. Sai qualcosa di Johnny?

M.GRAZIA – Johnny sta bene. E poi, ho una sorpresa…

ENRICO – Per favore Maria Grazia, non fare mosse avventate. Mi devi avvertire, prima.

M.GRAZIA – Va bene. (cambiando discorso) Ma sai che i tuoi sono proprio brave persone? Non avrei mai immaginato che potessero prendere  la notizia con tanta filosofia, come non fosse successo niente.

ENRICO – Eh eh, si, come neppure sapessero…

M.GRAZIA – Ma tu non è che hai tralasciato qualche particolare? Hai raccontato proprio tutto, vero?

ENRICO – Ah si, certo…

M.GRAZIA – Tuo padre, poi, è gentile, premuroso, un vero gentleman. Non hanno certo fatto così i miei. Hanno incassato il colpo, si, ma prima mi hanno fatto una faccia così.

               Anche tua madre, è molto cara: io strabilio.

ENRICO – E adesso c’è anche mia nonna, Eva. Lei, però,  non sarà così contenta di vederti: figurati, mi voleva prete!

M.GRAZIA – Tu? Prete?

ENRICO – Proprio così. Non so cosa darebbe per avere un sacerdote in famiglia.

M. GRAZIA – O questa, poi!

ENRICO – Ma non avevo la vocazione, te l’assicuro.

M. GRAZIA – Me ne sono accorta. (suonano alla porta).   Eccoli, sono loro.

LIDIA – Vag me, lo siopero a singhiosso pr’adess l’è finì.

ENRICO – Ma  loro chi?

M.GRAZIA – Sorpresa….

ENRICO –Non vorrai dirmi che…

M.GRAZIA – Ma si!

ENRICO – No, dimmi che non è vero!

M.GRAZIA – Ma si, Enrico, sono  mamma e papà. Sono appena arrivati dal loro viaggio d’affari e io gli ho detto  che tutto è stato chiarito: mi sembrava giusto, no?

ENRICO – Altroché!

M.GRAZIA – Mi sembra che sia ora di togliere la vecchia ruggine fra i tuoi e i miei, e il merito di tutto questo è nostro. Non è bello? Non sei contento?

ENRICO – Come una Pasqua!(modo per dire: contentissimo, n.d.a.)

LIDIA – Signorino Enrico, ma lo sa chi gh’è alla porta? Lo sa chi gh’è?

ENRICO – Si lo so, lo so, porca di una…

LIDIA – O pov’ra mé! Cos sarà success? Signora, signoraaaa…! (esce).

               Poveri noi, cosa sarà mai successo? Signora, signoraaa

SCENA VIII

Entrano i signori Gervasi.

MARIO – (trionfante, a braccia tese) Chèra, chèra i mé ragass. Appena  rivà a cà, gnan ‘l teimp da cambiam e sum curs ché, subit, dritt cmé un nibbi!

                 (trionfante, a braccia tese) Cari, cari ragazzi. Appena  arrivato a casa, neppure il tempo di cambiarmi e mi sono precipitato qui, subito, sparato!

DORINA – Grazia chèra. ‘S sum gnan vist, ‘s pol dì. ‘T fà màl la pansa ? Et riussì a fà aria, cmé l’ha ditt ‘l dottor?

                    Cara la mia Grazia. Non ho fatto neanche in tempo a vederti .Ti fa ancora male la pancia ? Sei riuscita a fare aria come ha detto il dottore?

ENRICO – Signor Gervasi, non doveva venire qui!

MARIO – Balle! Di fronte a questa eveniensa, ‘s metta da part tutt ‘l craccol vecc’ e si festeggia. Dorina, tira fora la botteglia!

                  Balle! Di fronte a questa evenienza,  si mettono da parte le vecchie ruggini  e si festeggia. Dorina, la bottiglia!

DORINA – Oh, Signor, in dov l’arò mai missa…? (la cerca nella borsa)

                   Santo Cielo, dove l’avrò messa?

MARIO – Ma dov l’et ‘scondì, parbacco!    

  Dove l’hai nascosta?

DORINA-  Tlachè! Ah, car ‘l mé Enrico, sum stà tant in pena par te. Con qull taston ‘d to par, ‘n  sa sa mai cmé la finissa. Lassa c’t baza. Dà un bell basein a la to nova mamma.

                     Eccola! Ah,  caro Enrico, ero così in pena per te. Con quella testa dura di tuo padre non si sa mai come finisce….Dammi un bacio, dai un bacio alla tua nuova mamma

ENRICO – Signora, per favore…

MARIO – Ma to par in dov el? ‘L sava ‘c l’era una socca dura, ma sava anca che ‘l coor l’ariss vinzì.

               E tuo padre dov’é? Sapevo che ha la testa dura, ma ero certo che alla fine il cuore avrebbe vinto.

SCENA IX

PINUCCIA – Ma chi gh’è? Oh Signor, i Gervasi!!  

           Ma chi c’è?    Dio mio, i Gervasi!!

EVA – E cos ennia  vegn a fà?  

 Come mai sono venuti qui?

DORINA – Cara la mé Pinuccia, vé ché c’t do un bazein e dasmingum ‘l passato (le si fa incontro).

                    Cara Pinuccia, vieni a darmi un bel  bacio e dimentichiamo il passato.

EVA – C’la tegna zù ‘l man da mé fiola, impostòra!   

 Tenga giù le mani da mia figlia, falsona!

M.GRAZIA – Pinuccia, abbracci mia madre.

PINUCCIA – Cosa?! La Maria Grassia vossa fiola? Ecco la somigliansa…!!

                       Cosa? Maria Grazia è vostra figlia? Ecco la somiglianza…!!

MARIO – Sicur ‘c l’è mé fiola, ma adess c’la fagga mia la fignàna. La g’ha seipar voia da scarzà!

                 Certo che è mia figlia, però adesso non faccia finta di nulla  Lei ha sempre voglia di scherzare!

DORINA – (dando di gomito al marito) Et vist Mario cmé l’è bona da fà l’indiana?

                                                                   Hai visto come è brava a far finta di nulla?

EVA – Cla staga atteinta cmé la parla.   

 Attenta a quel che dice!

PINUCCIA – (disorientata) Ma Enrico…’l savat te?       

                                    Ma Enrico….lo sapevi tu?

M.GRAZIA – E certo!

MARIO – Bisogna festeggiare, bisogna brindare! Dorina, ciappa la  botteglia. Dov l’et missa, canda ‘l to…

               Bisogna festeggiare, bisogna brindare! Dorina, prendi la bottiglia. Dove l’hai messa, diavolo …

PINUCCIA – M ch’i scusan…ma me ho gnammò….  

           Scusate, ma io non ho ancora….

DORINA – ‘L l’ha gnammò vist, ‘l so, ma po g’l port. 

     Non l’ha ancora visto, lo so, ma più tardi glielo porto.

PINUCCIA – Ma chi?!

MARIO – Ma Johnny, no? Johnny.

EVA – E cos el?!   

 E cos’è?

MARIO – Eda, èda cmé la casca d’l nuval. Guarda Dorina cmé i fann feinta. ‘L vegna so ‘c l’è un spettacol: tutt Enrico!

               Guarda come cade dalle nuvole. Guarda Dorina  come fingono. Cresce che è uno spettacolo: tutto Enrico!

DORINA – ‘D du brutt falson!  

                      Scherzoni!

PINUCCIA – Oh Signor…(si accascia).  

                            Dio mio!!

EVA – Pinuccia!…Enrico, da te ‘m l’aspettava propria mia…Pinuccia, sta so c’t peez un quintal!

          Pinuccia!…Enrico, da te  non me l’aspettavo certo…Pinuccia, stai su,pesi un quintale

M.GRAZIA – Pinuccia,  che le succede?

ENRICO – Per favore, mamma, non fare scenate.

EVA – Ah no, adess ‘s mettum anca a cantà! E fortoina c’t gniva ‘l crisi mistiche: se po ‘t gnivan mia…

          Ah no, ora ci mettiamo anche a cantare! E per fortuna avevi le crisi mistiche: se poi non avessi avuto neanche quelle…

M.GRAZIA – Ma lo sapevate, no? Enrico? Non capisco…

ENRICO – Sai, è l’emozione della riconciliazione…

MARIO – Ma sicur, l’è l’emozion. ‘L m’ha fatt ‘l medesim scherz anca me, eh Dorina?

                 Ma sicuro, è  l’emozione. E’ successa la stessa cosa a me, vero  Dorina?

DORINA – E me? Sum datta là cmé una pell da stracchein longa e dasteza.               

                   E Io? Sono crollata per terra come “una crosta di gorgonzola”

ENRICO – Lidia, Lidia…!

LIDIA – (era già in ascolto)  .Ah! La siora l’è morta!   

                                     Ah! La signora è morta!

EVA – Dì mia ‘d luccad! E porta un biccer d’acqua, prest.

             Non dire scemenze! Porta un bicchiere d’acqua, presto

LIDIA – Si, si, vag…vul…(inciampa) …si, vag..(esce). 

               Si, si, vado..volo….

SCENA X

Entrano Oreste e Gino.

ORESTE – Tl’ho ditt ‘c ho vist bein. L’è Gervasi! Spetta ‘c ciapp un baccarell…

                    Vedi che non mi ero sbagliato. E’ Gervasi!  Prendo una mazza…

GINO – Papà, fa mia ‘d regò…(vede la moglie)  Pinuccia! Cos g’ala? Cos et fatt a le mé Pinuccia? Cos gh’et fatt? (fa per lanciarsi contro Mario).        

                  Papà, non fare confusione…(vede la moglie)  Pinuccia!  Che ha? Cosa hai fatto alla mia Pinuccia?  Cosa le hai fatto (fa per lanciarsi contro Mario)

ENRICO – Niente papà, è solo l’emozione.

LIDIA – (entra col bicchiere)

DORINA – Ma si, è emozionata. Car ‘l Mè Gino, lassa c’t brassa so. E’ un sacc ‘d teimp c’s brassum mia so!             

   Ma si, è emozionata. Caro Gino, lascia che ti abbracci. E’ veramente tanto tempo che non ci abbracciamo!

ORESTE – Ma cos dizla, siora!  

        Signora, cosa sta dicendo?

GINO – (Calmo) Mario, cos fat ché? T’ava ditt da mett’g mia po un pé in cà mia!

                            Mario, Che fai qui? Ti avevo pregato di non mettere più piede in casa mia!

MARIO – Ma guardal! Ma ‘v siiv propri miss d’accordi par fam passà da lucch?  Eh, ‘l so, ‘l so ‘c l’t bruza ancora, ma una piccola soddisfazion voi datla: sono io, Gervasi Mario, che ti slungo la mano e ti chiedo conciliazione, viste le nuove circostanse.

                  Ma guarda! Vi siete proprio accordati per farci fare la figura dei fessi?  Eh, lo so, lo so che ti rode ancora, ma una piccola soddisfazione te la devo: sono io, Gervasi Mario, che ti slungo la mano e ti chiedo conciliazione, viste le nuove “circostanse”

M.GRAZIA – Signor Gino…dia la mano a mio padre.

GINO – Mio padre?!

EVA – Si Gino, l’è so fiola…e  gh’è anca Johnny!   

               Si Gino, è sua figlia….e c’è anche Johnny.  

PINUCCIA – (riavendosi)  Gino…t’è nonno d’un american!   

                                  Gino, sei nonno di un americano!

GINO – Me?!?   

                Io??

MARIO – Ma si, nonno, tamme me. Gino-Johnny: seinta m’l sona bein.      

                Ma si, nonno, come me del resto. Gino-Johnny: senti come suona bene.

ORESTE – Me allora sariss zà bisnonno. La furca cmé passa ‘l teimp…

                    Io allora sarei già  bisnonno. Diavolo, come passa il tempo…

                

M.GRAZIA – Scusate: volete forse dire che non lo sapevate? Non vi aveva detto Enrico…?

GINO – Enrico vé ché! Vé ché, scappa mia! Che storia ela custa? Enrico, guardam bein in di occ’: cos ela sta faccenda ché? E parla giust parché me ‘t mass!

               Enrico vieni qui! Non scappare!  Che storia è questa? Enrico, guardami negli occhi: che faccenda è?  E raccontala giusta perché io t’ammazzo!

M.GRAZIA – Allora non gli avevi detto niente!

ENRICO – E come potevo?  Non mi lasciava parlare! Lui aveva in mente solo la mia partenza!

MARIO – Voot ved ch’i savan gnint dabon? 

      Forse non ne sapevano proprio nulla

DORINA – Bein, adess I sann la ràva e la fàva.

                    Bene, ora sanno la rapa e la fava (modo di dire: sanno ogni dettaglio, n.d.a.)

GINO – Me ta spacc la testa! Me ‘t romp ‘l muz! (fa per buttarsi).

               Io ti spacco la testa! Ti rompo la faccia! (fa per buttarsi).

MARIO – Eh no, un attim! E sta cal’m, che la faccenda l’è zà andà longa anca tropp. T’l sav mia? Adess t’l sé! E fà mia tanta sciuma, parché ‘l po’ rabì, ché deintar, g’ariss da ess me, c’ho mant’gnì mé fiola e ‘l to brav ragass pr’un ann e mezz.

               Un momento! E calmati, che la faccenda si è dilungata anche troppo. Non lo sapevi? Ora sai! E non protestare neppure tanto perché dovrei essere ben più arrabbiato io, dato che ho mantenuto mia figlia e il tuo bravo ragazzo per un anno e mezzo.

GINO – ‘N t’è mia fatt fadiga, parché eran tutt sood c’t m’è rubà a me.  Bella riconosinsa par avit ciappà da sossi!

               Non hai fatto alcuna fatica, hai usato solo  soldi che mi hai rubato. Bella riconoscenza per averti preso come socio!

DORINA – Par sossi? Par sussàg ‘l sangu da doss. ‘T gh’é rubà tant, c’atr ché in malora : in mudant g’arissma la lassàv !

                    Per socio? Per succhiargli il sangue, caso mai. Lo hai tanto derubato, che più che in malora dovremmo lasciarvi in mutande!

ENRICO – Ah, è cosi?

MARIO – E’ così!  Fein c’m sum stuffà, ‘m sum miss so da par me e g’ho fargà tutt i cliint.

                  E’ così!  Fino a che, stanco di tutto ciò, ho aperto io l’attività e gli ho soffiato i clienti.

DORINA – E ‘m sum fatta anca l’anell coi brillant: ciàppa e porta e cà!

                    E mi sono fatta anche l’anello coi brillanti: prendi e porta a casa!

ORESTE – L’anell ‘l pol mettas’l… 

       L’anello se lo potrebbe mettere….

M.GRAZIA – Comunque, dopo tutte queste chiacchiere, come la mettiamo con Johnny e l’altro?

PINUCCIA / EVA  -    (insieme)  Quale altro?!?

DORINA – (battendo sulla pancia della figlia)  Questo!!

ORESTE – E guardiiv bein in saccoggia, magari na sàlta fora un atar!             

         Avete guardato bene in tasca? Magari ne esce un altro!

GINO – Ma me t’ho mandà par studià, mia par mett so una colonia! Cos hoi speez tant sood a fà? Par mantegn la fiola ‘d qull Giuda lé?

               Ma io ti ho mandato a studiare, non a impiantare una colonia di ripopolamento! Perché mai avrei speso tanti soldi? Per mantenere la figlia di questo Giuda?

MARIO – Pian, pian, fein adess li ho mant’gnì me. 

      Vacci piano, finora li ho foraggiati io.

EVA – Par forza! Sarà stàso fiola …  

Ci credo: sarà stata ben sua figlia che….

DORINA – Si, parché so nvud s’ela mai dàtta che bel tocch ‘d stoffa ‘l sia? Con la so bella fassia ‘l l’ha tratt in d’l polacchein a noi tutt in general, e a mé fiola in particolàr…

                   Ma  non s’è accorta che bel pezzo di merce sia suo nipote? Con la sua bella faccia ha fregato tutti noi e mia figlia in particolare

MARIO – E  fà mia tant stori, parché s’t ti ho mia datt l’atra vota, ti ha dò adess du sgiaffon.

                   E non farla tanto lunga, parché se non te li ho dati prima due schiaffi, lo faccio ora.

DORINA – Ala capì siora Pinuccia?  

       Ha capito signora Pinuccia?

EVA – Cla vegna pur ché. 

  Si faccia pur sotto.

GINO – Du sgiaffon ‘t sarà bon da ciappàia. Ad ogni modo me ‘v digh subit c’s n’in fà un bel gnint. Te, dop, ‘t  mettarò a post. ‘L so anca mé c’t gh’èv di problema important : po da acsè !

               Due schiaffi se mai li prenderai tu. Ad ogni modo vi dico subito che non se ne fa nulla. Poi sistemerò anche te. Ecco i tuoi problemi importanti : più di così !

ORESTE – Bei, adess esagera mia, parché anca te t’è fatt la to part: talis pater, talis filius.

                    Ora, però, non esagerare, anche tu hai fatto la tua parte: talis pater, talis filius

DORINA – E ciappa anca custa.  

       E prendi anche questa.

ENRICO – Proprio così: se mi avessi lasciato parlare, spiegare qualche volta,  se mi avessi concesso di parlare ,  di esprimermi;  forse questo non sarebbe successo…così, almeno, davanti al fatto compiuto…

GINO – Non c’è fatto compiuto che tenga! E savì subit in parteiza che ‘n sarò mai d’accordi da mett insema mé fio con la fiola ‘d Gervasi. Qull nom lé me voi po’ seintal nominà!

  Non c’è fatto compiuto che tenga! E sappiate fin da ora che non sarò mai d’accordo di mettere insieme mio figlio con la figlia di Gervasi. Quel nome non lo voglio sentire più

MARIO – Custa l’è bella!  

      O , questa è proprio bella!

GINO – Ma dabon! Dovrete passare sul mio cadavere!

               Ma davvero! Dovrete passare sul mio cadavere!

M.GRAZIA – Non ci costringa a sperare che le capiti qualcosa…

PINUCCIA – Fum’g i cor’n!  

           Facciamo le corna!

GINO – E tucca! M’interessa abotta me! Me sum san cmé un pess e digh e ripet ancora un’atra vota che mai..e po mai…(si piega su sé stesso)…

               Figurati!  Non mi interessa! Io sono sano come un pesce  e dico e ripeto ancora una altra volta  che mai..e po mai…(si piega su sé stesso)…

ORESTE / EVA – Gino!!

PINUCCIA – Gino, cos gh’èt?   

           Gino, che cos’hai?

ENRICO – Papà! (Gino si accascia)

DORINA – Et vist, succa? ‘L Signor ‘l t’ha castigà ! Ciappa lè!

                    Visto, zuccone?  Dio ti ha castigato!   Tiè!

MARIO – Ciama ‘l pret!   

     Chiamate un prete!

ORESTE  - Ma che pret, ciàma un dottor, un dottor, Lidia!!

                    Ma quale prete, chiamate un dottore, un dottore, Lidia!!

M.GRAZIA – Io non intendevo questo…

ORESTE – C’la  stagga distant le, la meina gram.

                    Mi stia lontana, menagramo!

PINUCCIA – Lidia, fa prest! Se gh’è mia un dottor, un veterinari: l’è ‘l coor!

                        Presto, Lidia! Se non trovi un dottore, anche un veterinario: è il cuore!

DORINA – Voot ved c’l mora dabon par fam infìcca?

                    Ma vedi che muore davvero per farci dispetto??

s    i    p    a    r     i     o

A   T   T   O    III°

Stessa scena degli atti precedenti.

SCENA I

PINUCCIA – (al telefono) Si si, signor dottore…No, crisi non  gliene sono più addivenute. Parbacco, c’l vegna pur quand ‘l vol, anca subit…no, non può. Domani? Va bene, l’attendo con impeto. Si, arrivederci.

               (al telefono) Si si, signor dottore…No, crisi non  gliene sono più addivenute. Perbacco, venga quando vuole, anche subito…no, non può. Domani? Va bene, l’attendo con impeto. Si, arrivederci.

LIDIA – Ho preparà una camomilla. Cos dizla, g’là portia? L’è tant narvos…

               Ho preparato una camomilla. Che dice, gliela porto? E’ tanto nervoso…

PINUCCIA – S’t g’aviss i so pensier, ‘t sariss nevrastitica anca te.

                        Se avessi le sue preoccupazioni, saresti nevrastitica anche tu.

LIDIA – Parché? Me g’ho gnint da pensà, second lé? E ‘l disnà, ‘l lavà, e stirà, spassà, lustrà…

               Io non devo pensare a  nulla, secondo lei? Cucinare, lavare, stirare, spazzettare,

PINUCCIA – Si, va bein, ho capì. Da ché la camomilla (gliela prende di mano e si avvia verso la camera)  Gino, caro, bevat un po’ ‘d camomilla che ho preparato con le mie mani?

                      Si, va bene , ho capito. Dammi la camomilla (gliela prende di mano e si avvia verso la camera)  Gino, caro, bevi la camomilla  che ho preparato con le mie mani?

GINO – (da fuori) Bevla te la camomilla e port'm  dal vein bon!

                                Bevila tu la camomilla e portami del buon vino!

LIDIA – ‘M sa c’l sia dré a ripreindass dallo sok!

               Credo che si stia riprendendo dallo sok!

PINUCCIA – Porta via, va (Lidia esce, lei rimane sulla porta della camera)  Gino, t’ho ditt da alvàt mia so…adess vegn me, spetta pur un attim…(esce).

                       Porta via, (Lidia esce, lei rimane sulla porta della camera)  Gino, ti ho ripetuto tante volte che non devi alzarti…ora vengo io, aspetta pure che arrivo…(esce).

SCENA II

Entrano Oreste ed Eva.

ORESTE – Capissla siora Eva, un om ‘l pol avigh anca stant’ann e figurà vecc’, ma qull ca cointa l’è spirit.

                    Vede signora Eva, un uomo può avere anche settant’anni e sembrare vecchio, ma ciò che conta è lo spirito.

EVA – ‘L spirit di cicchett ‘c l’ha tratt zù stamatteina? Ho vist me, veh!           

Lo spirito (alcool, n.d.a.) dei cicchetti che ha trangugiato stamattina? Ho visto, sa?!

ORESTE – Qullé l’è par tirass so ‘l moral. C’la guarda, me, andà ancora zù  in d’la fabbrica, al post ‘d mé fio, me ‘m seint ancora un leon,  ‘m seint ancora treint’ann..

                     Quelli servono a tirare su il morale. Guardi, io, poter scendere ancora in fabbrica al posto di Gino, mi fa sentire  un  leone , come avessi  trent’anni.

EVA – Par gamba! n’l la molla mia ‘l mazz, diavol d’un om !

               Per gamba! Non la molla la scena, diavolo di un uomo !

ORESTE – E po…quand a ved una bella donna cmé le…ancora giovna e fresca…

                      E poi…quando vedo una bella donna come lei…ancora giovane e fresca…

EVA – Ma sior Oreste, ‘l ma fa vegn la fassia rossa…(si tocca i capelli) ma sal quant' ann g’ho ?

               Ma signor Oreste, mi fa arrossire…(si tocca i capelli)  sa quant anni ho?

ORESTE – La podriss avigh’na anca ottanta…      

       Potrebbe averne anche ottanta…

EVA – Oh adess!

ORESTE -…Ma la figura seipar una giovnotta.

                   -…Ma sembrerà sempre una giovincella.

EVA – Oh Dio, ‘m sum seipar t’gnì…’m l’adzivan anca i mé du povar marì…         

Oh Dio, mi son sempre tenuta…me lo dicevano, sa, anche i miei due poveri mariti

ORESTE – Insomma, ‘g dirò ‘c l’m fa ancora montà ‘l sangu a la testa!

                    Insomma, le dirò che mi fa ancora montare il sangue  alla testa!

EVA – Par piazer, Oreste, potrei turbarmi…

ORESTE – Ma chi? Lé? Con du marì in si spall?  ‘C l’m fagga mia riid…

                    Ma chi? Lei? Con ben due mariti alle spalle?  Non ci posso credere…

EVA – C’l lassa stà la memoria di mé du marì, povrein! Du om d’or. ‘L Carlo, qull ‘c lavoràva in d’l petroli…

           Non tocchi la memoria dei miei due mariti, poverini!  Due uomini d’oro. Carlo, quello che lavorava nel petrolio

ORESTE – Ah si? Cos eral? Un petrolier?  

        Ah si? Era un petroliere?

EVA – No, benzinar. ‘L ma voriva un bein, fàva gnan teimp  a vèr la bocca che l’era zà lé, un cagnolein ‘l pariva…povar Carlo, l’è mort ‘d rabbia!

           No,  benzinaio. Mi voleva un bene…appena aprivo bocca era già lì,  sembrava un cagnolino…povero Carlo, è morto d rabbia!

ORESTE – Oh… e cmé mai?   

                              Come mai?

EVA – L’ha dintà un can  …. 

 Morsicato da un cane…

ORESTE – Ah…

EVA – Riccardo, invece, l’era tutt un àtar genar. Un fustarlon, tutt d’un tocch! Bell! Di muscol, acsé. ‘L fàva ‘l camionista. Lu ‘l volàva d’una strà a l’atra col so carich…

         Riccardo, invece, era tutto un altro genere. Un fusto, tutto d’un pezzo! Bello! Dei muscoli così. Faceva il  camionista. Lui volava da una via all’altra con il suo carico…

ORESTE – ‘L portava roba ‘d valor?  

        Trasportava roba di valore?

EVA – Ma no… ‘l lavorava par Bottazz (nota ditta locale di autospurghi, n.d.a.)  Che om, ‘m piaziva tutt ‘d lu, e po’ un om fein, seipar profumà..

           Bé no… lavorava per Bottazzi (nota ditta locale di autospurghi, n.d.a.)  Che uomo, mi piaceva tutto di lui, e poi un uomo raffinato, sempre profumato..

ORESTE – E cmè sta a moor? 

        E come è morto?

EVA – Incidente sul lavoro. Un dé l’è sguià in d’una fogna…

            Incidente sul lavoro. Un giorno è scivolato in una fossa biologica…

ORESTE – Iammé che brutta fein! (Pausa) …Eh, l’è stà dasfortunà anca lé, cmé me con la povra Emma, che Dio l’abbia in gloria…L’è anca par qust che incò ciapp ‘l coragg' con tutt du ‘l man e ‘g digh: Eva….pòssia dag dal te?

              

               Oh, che brutta fine! (Pausa) …Eh,  è stata sfortunata anche lei, come io con la povera Emma, che Dio l’abbia in gloria…E’ anche per questo che oggi prendo il coraggio a due mani e le dico:  Eva….posso darle del tu (in dialetto: del te) ?

LIDIA – (stava entrando) E una bella camomilla, no?  L’è zà pronta.

                                            E una bella camomilla, no? E’ già pronta.

ORESTE – Ma cos fat te? Va, va….chi t’ha ciamà? Va!

                    Ma che ci fai tu qui? Va, vattene….chi ti ha cercato? Va!

LIDIA – Oh, par carità, levo subito il disturbo (esce).

EVA – (sorride imbarazzata)

ORESTE – Donca, dov s’era arrivà?…Ah si…Allora Eva, possia dat d’l te?

                    Dunque, dove ero arrivato?…Ah si…Allora Eva, possiamo darci del tu?

EVA – Bein, in privà c’l fagga pur, ma in pubblic l’è mei ‘d no, podrissma fà pensà mal..

               Be’, in privato faccia pure, ma in pubblico meglio di no , potrebbero pensare male...

ORESTE – Si, allora…(sta per dichiararsi) …Eva…

EVA – (protesa)  Sii…

LIDIA – (c.s.) Hannia vist ‘l mé scosàl, lor? Qull ross a bollein, ‘l catt po!

                       Hanno visto il mio grembiule per caso? Quello rosso a pois, non lo trovo più

ORESTE – Insuma Lidia! 

                    Lidia, insomma!

LIDIA – C’l ma scusa, ma cardiva d’avil lassà ché!  Ho guardà dappartutt…

               Mi scusi, credevo di averlo lasciato qui!  Ho cercato ovunque…

ORESTE – Ma so abotta me!  E adess va, va, ché ‘l gh’è mia!

                    Ma che ne so io! Ed ora va, va, qui non c’è!

LIDIA – Vag, a vag, e c’la scusa…vag subit (esce). 

    Vado, vado, ….vado subito (esce)

(Pausa. Eva è un po’ seccata. Oreste si dà un contegno).     

ORESTE – Donca…(farfuglia un riassunto rapido di quello che ha detto, poi) L’era  zà un po’ ‘d teimp ‘c voriva dital, fein da quand è mort ‘l to second marì, ma po’, par creanza, ho seipar tazì. Ma incò…

              

                    Dunque…(farfuglia un riassunto rapido di quello che ha detto, poi)’ Era già un po’ che volevo dirtelo, fin da quando era morto il tuo secondo marito, ma poi, per educazione, ho sempre taciuto. Però oggi…

EVA – Dì so, dì pur so… 

 Dimmi, dimmi…

ORESTE – Eva...voriss’t ancora una voota… 

        Eva…vorresti ancora una volta…

SCENA III

PINUCCIA – Oreste! Et ché?  

           Oreste, dove sei?

EVA – (seccatissima) Cos gh’è ancora? Possibil c’s possa mai stà chiett du minud?

                (seccatissima) Cosa c’è ancora? E’ mai possibile che non si possa stare tranquilli?               

PINUCCIA – Mama, cos gh’èt?  

           Mamma, cosa hai?

EVA – Gnint a g’ho! Cos voot ‘c g’appia!  

 Non ho nulla. Cosa credi che abbia

PINUCCIA – Boh!…Ah, Oreste, to fio ‘l vo vedat.                

       Boh!…Ah, Oreste, tuo figlio desidera vederti.

ORESTE – Te e lu! ‘N fa atar che sgionfà la gint! (Distinto) ‘C là ma scusa, siora Eva, ci vediamo…quinci…(esce molto scenograficamente).

                    Tu e lui!  Non fate altro che disturbare il prossimo! (Distinto) Mi scusi, signora Eva,  ci vediamo…quinci…(esce molto scenograficamente)

EVA - Arrivederci…(saluta con la mano).

PINUCCIA – Mama…(Eva si è incantata)  Ohi, mamma!

EVA – Eh?

PINUCCIA – Ma cos gh’iv incò?  ‘T gh’è una fassia…

                        Ma che avete  oggi?  Hai una faccia…

EVA – (sospirando) Pinuccia, seinta…dov la tegn’t la to crema par le rughe?

               (sospirando) Pinuccia, senti…dove la tieni la  crema per le rughe?

PINUCCIA – In camra…ma par fa?

           In camera…per farne cosa?

EVA – Par dam’la in s’la fassia, no?  E gh’è anca ‘l pitturein?

               Per metterla in faccia,  no?  E c’è anche il rossetto?

PINUCCIA – Si, ma…

EVA – Bene. Ci vediamo cara ( esce maestosamente, oscillando i fianchi)

PINUCCIA – Ma t’l digh mé! La vegna veccia e ambiziosa!

                      Ma cose  da matti! Invecchia e diventa ambiziosa!

 

SCENA IV

Entra Enrico seguito da Don Giovanni.

ENRICO – Venga dentro Don Giovanni.

DON GIOVANNI – (mettendo dentro la testa)  ‘G sarà mia ancora Aldo, eh?

                                                                                  Non ci sarà Aldo, per caso?

PINUCCIA – Ma no, c’l vegna pur.  E c’l diga: cmé mai ‘d mattein bonora?

                         Ma no, venga pur dentro. Mi dica, come mai così di buon’ora?

ENRICO – (lanciando un’occhiata al prete)   L’ho fatto venire io perché vedesse papà.

DON GIOVANNI – Mi sta a cuore la salute dei parrocchiani.

                              

PINUCCIA – (piano) E la borsa, anca.  

                       E anche il portafogli.

ENRICO – Mamma!

DON GIOVANNI – Cos ala ditt?  

                     Cosa ha detto?

ENRICO – Niente niente.

PINUCCIA – Ad ogni modo, Don Giovann, ‘m dispiaz abotta ma ‘l dottor l’ha ditt riposo assoluto e niente visite che lo stufano o lo fanno  inrabire. Parché, car ‘l mè Don Giovann, me l’ho belle che capì cos el vegn a fà lù. L’è inutil c’l càsca d’l nuval: l’arà gnan mandà Gervasi!

               Ad ogni modo, Don Giovanni, mi dispiace assai  ma il dottore ha detto riposo assoluto e niente visite che lo stufano o lo fanno  inrabire. Perché, caro il mio Don Giovanni, io ho già capito cosa lo ha portato qui. Non cada dalle nuvole: l’avrà mandato  Gervasi!

GINO – (entra con la giacca da camera)  Ma guarda chi gh’è: Don Giovann. E cmé mai csè  pr’l fresch?

               Ma guarda chi c’è: Don Giovanni. E come mai tanto mattiniero?

PINUCCIA – Ma Gino, et matt? Fila subit in lett. 

            Gino, sei impazzito?  Fila a letto.

ENRICO –Papà, il dottore ha detto….

GINO – Taz te! T’ho ditt da parlàm gnan po’!  

  Taci, tu non devi parlarmi.

PINUCCIA – Comunque adess ‘t turn in lett: ànda! 

            Comunque ora fila a letto

GINO – Vag te in lett.  

    Vacci tu.

ORESTE – (dalla camera)  Preoccupat mia, Gino: ‘g peins mé. Vag in fabbrica un momeint. Arvedass Don Giovann (esce).

                    (dalla camera)  Stai tranquillo, Gino: ci penso io. Scendo in fabbrica un momento. Arrivederci  Don Giovanni (esce).

DON GIOVANNI – Cla staga bein.  

                      Buongiorno.

PINUCCIA – Adess quand a vegna ‘l dottor…  

           Quando viene il medico glielo dico

GINO – Allora, Don Giovann, cos vorival?… E c’l sa seda, no?

               Allora Don Giovanni, cosa desiderava? Si sieda

PINUCCIA – Toz’l, qualcos?   

           Beve qualcosa?

DON GIOVANNI – No no grazie…(si siede, è visibilmente imbarazzato).

GINO – E  allura?

DON GIOVANNI – Ecco…me passàva dadché, no? Ho vist l’Enrico, par chès, e allora g’ho dmandà: ma stal to par?  E lu: ma sal che a momeint al mora?  (Gino fa le corna).

               Ah si?  s’l sàva todiva so ‘l tollein con l’acqua santa…(ride fragorosamente nel silenzio generale).

              

               Ecco…Io passavo di qui.  Ho incontrato ’Enrico, per caso, e allora ho chiesto: come sta tuo padre?  E lui:  Ma sa che per poco non moriva?  (Gino fa le corna). Ah si?  L’avessi saputo prima arrivavo con la boccetta dell’acqua benedetta…(ride fragorosamente nel silenzio generale).

ENRICO – (tra i denti) Non mi sembra il caso di fare dello spirito.

GINO – (ironico)  No, anzi, la prego, vada pure avanti. G’ho propria voia da riid.

                                                                                  Ho proprio voglia di ridere.

DON GIOVANNI – Bein, ‘l fatt a l’è che ier…saran stà seinc or, no no, anca ‘d po’, forse ses or…no, cos digghia…Bein insoma, ho incontrà par strà, guarda te la combinazion, che sa fàva apposta gh’era mai dubbi c’l vediss…qull sior…m’s ciamal?….(silenzio generale)….Gervasi…  

              

                                   Be’, fatto sta che ieri…saranno state le cinque, no no, di più, forse le sei…no, che dico…Be’ insomma, incontro per strada, guarda tu il caso, che l’avessi cercato appositamente non l’avrei certo visto…quel signore…come si chiama?….(silenzio generale)….Gervasi…

GINO – Ah si? Ma toh!

DON GIOVANNI – Si…e ‘l mà dmandàva se sàva cmé la stàva…

                                  Si…e mi chiedeva se io sapessi come stava…

GINO – Ma stàva chi?    

   “Come stava”, chi?

DON GIOVANNI – Ma lu, no? 

                     Ma lei, no?

GINO – Ah…’l sa preoccupa par me? Nobile sentimento, nobile!

               Ah…si preoccupa per me? Nobile sentimento, nobile!

PINUCCIA – Che fassia ‘d tolla, dì! Prima ‘l serca da fal moor, e po’  ‘l sa preoccupa.            

        Che faccia di bronzo, ! Prima cerca di farlo crepare  e poi si  preoccupa.

EMRICO – Lascialo andare avanti.

GINO – C’l vagga pur innans, Don Giovann. 

   Prosegua, Don Giovanni

DON GIOVANNI – O Dio, mia gnint ‘d particolar….’l ma dziva: s’l la veda, Don Giovann, c’m la saluta e c’l ga porta  i mé auguri.                        

O Dio, nulla di particolare….diceva: se lo vede, Don Giovanni, me lo saluti e gli faccia i miei auguri.

GINO – (piegandosi) Grazie, grazie di cuore…Oh! (fitta)

PINUCCIA – Gino, cos gh’èt? 

Gino, cos’hai?

GINO – Gnint, gnint, l’è passà…G’l ditt atar?

               Nulla, nulla, è passata…Le ha detto altro?

DON GIOVANNI – Atar? No no…cioè si…

GINO – E allora c’l digga? G’ho da tirag fora ‘l parol d’in bocca con la tnàia?

               E dica, allora?  Devo cavarle fuori le parole dalla bocca con la tenaglia?

DON GIOVANNI – Ah no no…Ecco, ‘l m’ha ditt che siccome…(improvvisamente trova le parole e acquista nuovo slancio)…che siccome io sono un servo del Signore e quindi faccio da intermediario, bene o male, tra Lui, Nostro Signore, e noi poveri peccatori…se pudiss fà…

               Ah no no…Ecco, mi ha detto  che siccome…(improvvisamente trova le parole e acquista nuovo slancio)…che siccome io sono un servo del Signore e quindi faccio da intermediario, bene o male, tra Lui, Nostro Signore, e noi poveri peccatori… se potessi…

GINO – S’l podiss fà?  

   Se potesse fare?

DON GIOVANNI – Se podiss.. 

                     Se potessi….

PINUCCIA – Che roba, par bio!  

           Cosa, perbacco?

DON GIOVANNI – Insomma, fà da intermediari tra lù e lù, ecco!

                                   Insomma, fare da intermediario  tra lei e lui, ecco!

PINUCCIA – Tra lù e lù, chi?    

        Tra lei e lui, chi?

DON GIOVANNI – Ma tra lù, Gervasi, e lù, ‘l Gino: l’ho ditta finalmeint!

                                    Ma tra lui, Gervasi, e lei, Gino: l’ho detta finalmente.

GINO – (calmo e ironico) Ah si? Bene. Bravo. Nobile sentimento, nobile.

DON GIOVANNI – (dopo una lungua pausa in cui tutti si scambiano sguardi)  E donca? ‘S pol rivà a una soluzion, o no?

                                   (dopo una lungua pausa in cui tutti si scambiano sguardi)  E dunque?   Possiamo pervenire ad una soluzione o no?

GINO – Don Giovann..

DON GIOVANNI – Eh…?

GINO – ‘L vist che bei fior ha portà la Lidia? S’g n’ha ancora, g’hia mand un po’ pr’l so altare.

               Ha visto che bei fiori ha portato la  Lidia? Ne manderò qualcuno per il suo altare.

DON GIOVANNI – Ah si? Nobile sentimento, NOBILE!

GINO – C’l seinta Don Giovann, adess basta…

               Senta Don Giovanni, ora basta…

ENRICO – Si, sarebbe ora di smetterla.

PINUCCIA – Me ho capì un bel gnint.   

           Io non ho ancora capito nulla

GINO – Cos diz’l? Lassumia lé da toos in gir?

               Che dice? Smettiamo di prenderci in giro?

DON GIOVANNI – (scatenandosi)  Con mé ‘l la diz!  (si alza) L’è mezz’ora che sum ché a dagla da inteind con tutt i riguard possibil, g’ho  i sudòn alt un did in s’la front, e lù ‘l mà diz: lassum lé da toos in gir!  Propria lù c’l m’ha ciappà pr’l sedas fein adess col Nobile sentimento, nobile! Ma t’l digh mé che sum rivà propria in d’un bel mond!

              

               (scatenandosi)  A me lo dice!  (si alza) E’ mezz’ora che lo imbonisco con ogni riguardo possibile,  ho  i sudori freddi sulla fronte, e lui dice a me: smettiamola di prenderci in giro!  Proprio lui che mi ha sfottuto fino ad ora  col Nobile sentimento, nobile! Ma siamo arrivati a un bel punto, dico io!

GINO – Csè l’impàra a vegn a cà mia con dill  ball fresch.

               Così impara a venire qui con delle frottole fresche di giornata

DON GIOVANNI – Chi? Me? Un pret? …E po, anca n’aviss ditt qualcaduna, l’è seipar a  fin di bene, oh!  Me so mia! Tutt i parlan mal ‘d qull povar pret ché, e appena i g’hann una rogna da grattà, i vegnan da me! ‘M tocca fà la fassia ‘d tolla, ciappà di titul e fà anca bocca da riid. Signor, s’m dà mia ‘l paradiz a me, diil a ansoin!

               Chi? Io? Un  sacerdote? …E poi, ne avessi anche detta qualcuna, è a fin di bene, oh!  Io non capisco! Tutti sparlano d questo povero prete e appena hanno un problema serio, corrono da me!  Devo fare la faccia di bronzo, farmi insultare  e sorridere oltretutto. Signore, se non merito il paradiso io non lo merita nessuno…!

PINUCCIA – Che bell discurs!  

            Bei discorsi!

ENRICO – Ha ragione.

DON GIOVANNI – Canda ‘l diavol ‘s g’ho ragiòn! Comunque adess basta. Me ‘m lav pé e man cmé Pilato (fa per andarsene).

                                   Diavolo, se ho ragione! Comunque ora basta. Mi lavo piedi  e mani come Pilato (fa per andarsene).

ENRICO – Don Giovanni, la prego…

GINO – Don Giovann..

DON GIOVANNI – Cos gh’è ancora? 

                     Cosa c’è adesso?

GINO – Lu ‘l g’arà tutt ‘l ragion d’l mond, ma me g’ho mia tutt i tort, però.

               Lei avrà tutte le ragioni del mondo, ma io non ho tutti i torti.

DON GIOVANNI – Gh’um tutt ragion!  

                     Abbiamo tutti ragione!

GINO – S’l sior Gervasi ‘l g’ha qualcosa da dì, parché vegn’l mia lu in persona, seinza drovà l’intermediari, che po ‘l gh’eintra un bell gint?

               Se Gervasi ha qualcosa da dire, perché non si presenta di persona, senza usare intermediari,  che poi non c’entrano nulla?

DON GIOVANNI – Oh là, c’l la capissa, long e dai! Ad ogni modo, c’l sappia, che par mé coint l’è mia tant criscian qull c’l fa, capì? ‘L Signor ‘l s’è fein fatt mett in cruz per un atto d’amore, e lu ‘l sa tira indré par dà la benedizion a du ragazz che, d’accordi,  arann sbaglià, ma chi è ‘c sbàglia mia? Lu, forse?

               Oh,  forse l’ha capita! Ad ogni modo, sappia, che a parer mio non è cristiano quello che sta facendo.  Nostro Signore si è fatto mettere in croce  per un atto d’amore, e lei si defila per non dare  la benedizione a due ragazzi che, d’accordo,  avranno sbagliato, ma chi non sbaglia? Lei, forse?

PINUCCIA – Pian…’l coor…

ENRICO – Lui è infallibile…

DON GIOVANNI – Zà parché, s’m ricord mia mal, l’Enrico ‘l g’ha da ess un chès eccezional, dato ‘c  l’è nassì ‘d seincu mez…dop ‘l matrimoni, s’inteinda. O NO?

                               Già perché, se non ricordo male, Enrico deve essere un caso eccezionale, dato che è nato di cinque mesi, dopo il  matrimonio, si capisce. O NO?

PINUCCIA – Ela colpa mia ‘s l’è rivà in anticip?  

            Che colpa ne ho se è arrivato in anticipo

DON GIOVANNI – Viatar l’ì fatt l’anticip, cara la mé siora tutta casa e chiesa!

                                  Voi avete fatto  l’anticipo, cara la mia signora tutta casa e chiesa!

GINO – Ma lassum stà qull ch’è stà, lassum perd…

               Lasciamo stare il passato, lasciamo perdere…

DON GIOVANNI – Lassum perd un parbio! Lu l’ha fatt ‘l diavol a quattar contra so par, o ‘s ricordal po’? D’altronde ché, gh’è appena da dàg la benedizion, parché il matrimonio è già stato celebrato e consumato.

                                   Lasciamo perdere un cavolo! Lei ha fatto il diavolo a quattro contro suo padre o non se lo ricorda più? D’altronde, qui c’è solo da impartire la  benedizione, perché il matrimonio è già stato celebrato e consumato.

PINUCCIA – Cosa? Anche celebrato? Ma Enrico… e i confett…?

                        Cosa? Anche celebrato? Ma Enrico…e i confetti…?

GINO – Bon! Hann fatt tutt al completo! Ma adess t’è propria passà ‘l limit, tutt i limit t’è passà.

               Ma bene! Tutto al  completo!  Però ora hai proprio passato il limite, ogni limite hai passato

ENRICO – Ero maggiorenne, potevo farlo. E poi lo hanno preteso i Gervasi, intanto che io, nel frattempo, avessi cercato di sistemare le cose con voi. Ma per paura, rimanda oggi, rimanda domani…

PINUCCIA – Ecco parché ‘l g’ava po la cadeina e l’anell d’or: i anell da spuz ‘l g’ha fatt deintar.

                        Ecco perché non aveva più la catena  e l’anello: li ha usati per le fedi.

DON GIOVANNI – Ecco, adess savì ma stann ‘l roob, e l’era anca ora.

                                   Ecco, ora sapete come stanno le cose, ed era ora.

GINO – Allora, par tant acsé, c’l diga al sior Gervasi che se li ha fatt spuzà, ‘c  lià mantégna anca. E c’l sa tegna  Johnny e anca l’àtar, Jimmy.

               Allora, dato che è così, dica al  Gervasi che se li ha fatti sposare, li mantenga pure. E si tenga  Johnny e anche l’altro, Jimmy

              

SCENA V

MARIO – (irrompendo)  L’è còmuda, la sariss propria còmuda!

                 (irrompendo)  E’ comodo, sarebbe molto comodo!

PINUCCIA – Mario, m’et fatt a vegn deintar?  

         Mario, come è entrato?

MARIO – Dalla porta.

GINO – Questa è violazione di domicilio.

ENRICO – Ma no, sono stato io a farlo accomodare in anticamera quando è arrivato Don Giovanni, perché pensavo proprio che almeno lui riuscisse a sistemare le cose…

DON GIOVANNI – E si, sum bein tamme la purga, me, c’la fa passà tutt!

                                  E si, io sono come una purga che fa passare tutto!

MARIO – Cardiva anca me, veda, c’l sa lassas conveins par lo meno da Don Giovann, e invece da qull c’ho sentì  ved c’t capiss una bella mariannassa ‘d gnint.

                  Credevo anch’io, infatti,  che si lasciasse convincere almeno da Don Giovani, e invece da quel che ho sentito, vedo che non capisci una bella  mariannassa .

DON GIOVANNI – Oh parbacco!

PINUCCIA – Par carità, Mario, vegna mia a fà dal fum in cà mia, parché mé marì l g’ha ‘d bisogn ‘d chiett. Gino, stét bein? Adess ‘l mand via.             

Par carità, Mario, non venire ad agitare le acque in casa mia, perché mio marito ha bisogno di quiete. Gino, stai bene? Ora lo mando fuori.

GINO – No, lass’l ché, csé sciarum il roob una vota par tutt.

               No, lascialo pure qui, così ci chiariamo una volta per tutte.

DON GIOVANNI – Bene, finalmente il mio compito è finito.

PINUCCIA – No no, c’l  vaga mia via, par carità, c’l fagga da moderatore…voriss mia ‘c  la finiss  ancora a sgiaffòn…

                       No no, non se ne vada, per carità, faccia il moderatore…non vorrei che finisse ancora a schiaffoni…

MARIO – Par forza, con di succòn bisognariss fà acsé.

      Per forza, con certe teste dure bisognerebbe fare così.

GINO –Prova pur…oh! (fitta).

PINUCCIA – Gino!

GINO – Gnint…  Nulla….

MARIO – Et vist la punizion dal Ciel? Gh’è una giustizia, dop tutt.

                 Visto la punizione del Cielo? C’è una giustizia, dopo tutto.

DON GIOVANNI – C’l guarda che me i’enn treint’ann c’l digh.

                                   Guardi che io lo dico da trent’anni.

PINUCCIA – (a Mario) Propria lù ‘l parla, dop tutt ‘l mal c’l g’ha fatt!                                     

(a Mario) Proprio lui parla, dopo tutto il male che gli ha provocato!

MARIO – Chi, me!?  Cos g’avia da fà quand ‘m sum datt che ‘l mé car amiz e sossi ‘l ma rubava a pronta cassa?

                  Chi, io!?  Che avrei dovuto fare quando mi sono accorto che il mio caro amico nonché socio mi derubava a tutto spiano

PINUCCIA – Lu ‘l diiz seipar qulla.  

            Lei si ripete!

MARIO – C’l l’admanda pur a lu. Vedum se dadnans a la morte imminente l’è bon da negà.     

                   Lo domandi a lui. Vediamo se di fronte alla  morte imminente riesce a negare.        

DON GIOVANNI – Esagerum mia: par tri o quattr dé ‘g n’ha ancora.

                                   Non esageriamo: ne ha ancora per almeno tre o quattro giorni.

MARIO – Digal te, Gino, che fein hannia fatt tutt i sood ‘c g’ho miss? Quala fein, Gino?

   Dillo tu Gino, che fine hanno fatto i miei soldi? Quale fine, Gino?

GINO – Ma me so mia…so gnan cos ‘t dì!   

    Non saprei….non so di cosa stai parlando!

ENRICO – Papà, tocca a te dare spiegazioni.

DON GIOVANNI – Tsss! ‘G n’ha bein da confessà, lu.  

                                  Quanto ha da confessare!

MARIO – E adess che me gniva a slunghèg la man par prim, anca a cust d’umiliam, no, lù  ‘l fa ‘l superbi, l’egoista. T’è seipar stà un egoista, anca vers to fio, c’l g’ha ansuna colpa.

                 E ora che io venivo a porgere la mano per primo, umiliandomi, lui fa il superbo, l’egoista. Sei sempre stato un egoista, anche nei confronti di tuo figlio che non ha colpa.

PINUCCIA – L’adviva me che l’era tutta colpa d’ la Maria Grazia.

                        Lo dicevo che era tutta colpa di  Maria Grazia.

MARIO – E no, Pinuccia! Parché  ‘g vool in du, sala? L’é lù, chès mai,  che  pr’l sood, l’ha mai cattà ‘l teimp e la voia da curà so fio. ‘L voriva fal riess po che un atar, pr’al so bein,  là dziva: ma cos n’in sèt te dal so bein, o succa!

               E no, Pinuccia! Bisogna farlo in due, non lo sa? E’ lui, caso mai,  che per far soldi, non ha mai trovato tempo e voglia di seguire suo figlio. Voleva farlo riuscire più di tutti, per il suo bene, così diceva: ma che ne sai tu del suo bene, zuccone!

GINO – Infatti ho vist che te, parché t’è seipar considerà tant to fiola, le la s’è man’tegnì pura e cristallina.

               Infatti ho visto: tu hai sempre seguito tanto tua figlia, e lei si è mantenuta  pura e cristallina.

MARIO – Arò sbaglià anca me, seinz’atar, ma me sum pront a mett’g la pezza. E parché po’ mettia in cruz ancora, tant’ormai…

                 Avrò sbagliato anch’io, sicuramente, ma io son pronto a rimediare. E perché dovrei metterli in croce ancora, tanto oramai

GINO – Ah, sariss mé ch’ ià mett in cruz?  Me ‘m para che fein adess i s’enn divertì mia mal, parché se Johnny l’è zà ché e Jimmy l’è dré a rivà, l’è un po’ ‘d teimp ch’i meinan ‘l torron.

                                

                 Ah, sarei io che li metto in croce?  Io credo che fino ad ora se la sono proprio spassata ben bene, perché se Johnny  è già tra noi e Jimmy è in arrivo, è un po’ d tempo che menano il torrone (si divertono, n.d.a.).

ENRICO – Anche perché mi ero stufato di fare  solo quello che volevi tu.

SCENA VI

ORESTE – (da fuori) Ma in dov vàla, siora, in dov vàla?

                   (da fuori) Dove va signora, dove va?

DORINA – (entra furibonda) Dov el mé marì? Ah, talché…Mario, andum via subit da cla cà ché. T’et  gnammò umilià a basta? Puttost ‘t’gnum i noss du bastardein, però andum via da ché!

       (entra furibonda) Dov’è mio marito? Ah, eccolo…Mario, andiamocene da questa casa. Non ti sei ancora umiliato abbastanza? Piuttosto ci teniamo i bastardini, ma andiamocene da qui!   

ORESTE – (entrando) Sum mia stà bona da tegn’la.         

                    (entrando) Non son riuscito a trattenerla.

PINUCCIA – Par compì l’opra ‘g  callàva appena lé,  la mé sbraiona.                      

                        Per finire mancava solo lei, cara la mia pescivendola

M.GRAZIA – (entrando) Papà, ha ragione la mamma: andiamo.

PINUCCIA – Oh, c’è anche il fiore reciso in giovane età.

ENRICO – Maria Grazia, che ci fai qui?

DON GIOVANNI – Gh’è po’ ansoin atar?  

                     C’è qualcun altro?

EVA- (entra tutta truccata)  Ma cos succeda?  

                                     Che succede?

DON GIOVANNI – Ma…cm’ela combinà? E’ zà Carnoval?

                                   Ma…come s è conciata? E’ già Carnevale?

DORINA – E lu, Don Giovann, g’àva tanta fiducia…cos ‘l combinà? Un bel gnint, ‘m sa.

                     E lei Don Giovanni, avevo  tanta fiducia…cosa ha combinato? Un bel nulla.

DON GIOVANNI – Signor, tartignim!  

                   Signore, trattienimi.

MARIO – Cara la mé Dorina, g’ho propria in d’la meint c’g sia gnint da fà. Cos voot fag? Ved’t mia? ‘L pàrla gnan.

                 Cara  Dorina, credo proprio che non ci sia nulla da fare. Che vuoi?  Non vedi che non parla neppure.

GINO – Spetta ca staga mei, po’ ‘t vedrà ma farò andà la fabbrica. ‘T garà da vegn a sercà un tocch ‘d pan in snocc.

               Appena starò meglio, vedrai come farò andare  la fabbrica.  Verrai a cercarmi un tozzo di pane in ginocchio.

MARIA GRAZIA – Papà, andiamo!

MARIO – Si, ma prima voi dì ancora un roba: ‘t ma fà propria pena, Gino!  Ma me sum mia csé gram, me sum bon da mett’g so cà tutt da par me a sti du ragass.

                  Si, ma prima voglio dire ancora una cosa: mi fai proprio pena, Gino!  Io, però, non sono come te, sono capace di metterli in casa anche da solo questi ragazzi.

DORINA – Ma et matt?  Ch’i pagan anca lur pr’l bell Enrico.   

                   Sei impazzito? Paghino anche loro per il caro Enrico.

ENRICO –(ironico)  Grazie Dorina, lei è una donna generosa.

MARIO – Ma cos m’interessa me i sood: i’ho guadagnà apposta par drovàia. Ma m’s fà: s’è mia tutt compagn.

                Ma che m’importa del denaro: l’ho guadagnato appunto per usarlo. Ma, che vuoi:  non siamo tutti uguali.

GINO – Viva ‘l to bon cor! Infatti ho vist c’t gh’è pensà abotta a trèm in malora! Parché, parlum’s ciar, batta ancura sees mees e g’ho da sarà so bottega.  Adess ‘t sarà conteint.

               Viva il tuo buon cuore! Infatti vedo che ti sei fatto uno scrupolo prima di mandarmi alla malora! Parliamoci chiaro: tra sei mesi si chiude bottega. Ora sarai contento.

ORESTE – Sum zà a qull pont ché ?   

       Siamo a questo punto ?

EVA – Signor !

PINUCCIA – ‘L mé pellicc’, addio !  

            Pellicce care, addio!!

MARIO  -  Forse prima ‘l voriva, ma adess….Adess m’interessa mett a post i ragass…e l’è appena par lur, soltant par lur, c’t digh….(pausa, fa uno sforzo)  Gino, me sum dispost a ciappàt con me, sum pront a dasmingà qull ch’è sta, cminsà ancora da prinsipi…cmé una vota…basta c’t ta decid a sistemà ‘l roob. Guarda a che pont sum arrivà!

              

               Forse prima  l’avrei voluto, ma ora….ora  m’interessa sistemare i ragazzi…e per loro, solo per loro, ti dico….(pausa, fa uno sforzo)  Gino, io sono pronto a prenderti con me, pronto a dimenticare il passato, ricominciare ancora da capo…come una volta…purché tu ti decida a sistemare quest’affare.       Guarda a che punto son giunto!

DORINA – Ma t’è tropp bon, tropp bon par chi spusslòn ché!    

     Ma sei troppo buono, troppo, per questi pezzenti!

ORESTE – Gino…

MARIO – Basta ca trum insema i noss du ragass e c’g sia mia po’ ‘d rancor tra par e fio e tra ‘l noss du famili.           

   Purché si mettano assieme i nostri ragazzi e non ci siano più rancori tra padri e figli e tra le nostre famiglie.

PINUCCIA – Gino…et sentì ‘l Mario…?    

           Gino…hai sentito cosa dice Mario..?

ENRICO – Papà…

MARIA GRAZIA – Ma non vedete che non vi ascolta neppure? Cosa aspettiamo ad andarcene?

GINO – E me g’ariss da vegn a dipeind da te?

               E io dovrei dipendere da te?

MARIO – Dipeind no, gnan da sossi, ma una roba dal genar... Fum una bella fabbrica possà granda, però la contabilità la tegn me, eh? Eh si!

                Dipendente proprio no, da socioneppure ma una cosa del genere... Creiamo una  fabbrica più grande. La contabilità, però, la tengo io, eh? E si!

GINO – (prostrato) Povar me, in che manera ‘m sum arduzì….in che manera ‘m sum arduzì…(lentamente, faccia a terra, esce).

                     (prostrato) Povero me, come mi sono ridotto….guarda come mi sono ridotto…(lentamente, faccia a terra, esce).

DORINA – (interrompe un lungo silenzio)  Ma che bella fassia ‘d tolla, dì!

                                                                           Che faccia di bronzo!!

MARIA GRAZIA – Ce ne vogliamo andare, ora?

DON GIOVANNI – Canda la bissa, che caratter!     

                      Che caratterino!

ORESTE – L’è seipar stà un orgoglios, lù e la so testa!               

    E’ sempre stato orgoglioso, ha una testa dura…!

Si sente un colpo, forte e secco, provenire dalla parte da cui è uscito Gino.

DORINA – Cos è sta?   

        Cosa è stato?

PINUCCIA – Una pistola, un culp ‘d pistola! (agitazione e grida, finché Pinuccia corre verso la camera, ma sulla porta appare Gino che tiene in mano una bottiglia di spumante appena stappata)

                   Una pistola, un colpo di pistola! (agitazione e grida, finché Pinuccia corre verso la camera, ma sulla porta appare Gino che tiene in mano una bottiglia di spumante appena stappata)

GINO – Cardivva c’m s’era coppà, eh?  ‘V sariss piazì, eh?

               Credevate davvero che mi fossi sparato, eh?  Vi sarebbe piaciuto, eh?

PINUCCIA – Gino, che pagura ‘t m’è fatt ciappà! M’è andà tutt ‘l sangu in acqua!

                         Gino, che paura mi hai fatto! Mi si è “cambiato il sangue in acqua”!

EVA – Ennia scherz da fà?   

 Che scherzi del cavolo!

DON GIOVANNI – L’è propria matt cmé un cavall! Sperum c’l Signor ‘l la compatissa. 

E’ proprio matto come un cavallo! Speriamo che il Signore lo perdoni.

GINO – No reverendo, ‘m dispiaz par lu, ma sum  mia matt: Sal parché g’ho cla botteglia ché in man?

               No reverendo, spiacente,  ma non sono affatto impazzito: sa perché ho questa bottiglia in mano?

DON GIOVANNI – Alcolista anonimo?

GINO – E’ parché…(pausa) parché ho decis da accettà la proposta dal Mario:  e si  festeggia.

               E’ perché…(pausa) perché ho deciso di accettare la proposta di Mario:  si  festeggi.

MARIO – Canda ‘l to singionass!…pardon, don Giovann…’g voriva tant?  O magari…(cambia espressione) aspettàvat propria la mé proposta, eh? Dì la vrità, d’un ruffian c’n tè atar!

                   O per la Madonna!…pardon, don Giovanni…ci voleva tanto?  O magari…(cambia espressione)    aspettavi proprio la mia proposta, eh?         Dì la verità, brutto ruffiano!

GINO – Brao, se no la mé fabbrica, ch’im la salvàva? Don Giovann?

               E bravo, altrimenti chi avrebbe salvato la mia  fabbrica? Lei, Don Giovanni?

ORESTE – Vèda Gino, una vota tant t’è stà furb. ‘S veda che t’è fio ‘d to par.

                   Guarda Gino, per una volta se stato un furbo. Si vede che sei figlio del tuo papà

ENRICO – Vuoi dire che ci darai il tuo consenso?

GINO – Oh, qullé voriva dav’l  zà dà l’atr dé, par qull c’l ma costa.  Ma po’ ho ditt: se gh’interessa tant la sistemazion ‘d la fiola, ‘l farà ‘l pass ‘c digh me, e infatti…

   ’t   cognoss tropp bein, car ‘l  mé Mario…

   Oh, quello volevo darlo già l’altro giorno, per quel che mi costa. Poi, però, mi sono detto: se ha tanto a cuore la sistemazione della figlia, farà quella proposta che mi interessa tanto e infatti…ti conosco troppo bene, caro  Mario

DORINA – Et vist ? Anca stavota i tl’hann tratt in d’l pollacchein : e te ciappa lé, ‘l mé bell cuiòn !

                   Visto ? Anche stavolta te l’hanno messo in quel posto : il mio bel fessacchiotto !

MARIA GRAZIA – Mamma…!

GINO – E par fa ved ‘c sum mia csé gram cmé i dizan, ‘g mett me la cà. Parché, s’ho capì bein, sta cà che  l’s vooda prest, eh veccio?   

    E per dimostrare che non sono cattivo come dicono, offro io l’abitazione. Perché, se ho inteso bene, questa casa si vuota presto, vero vecchietto?

ORESTE – Cosa?

GINO – Dai, dì un po’ so qull c’t m’è ditt incò…o gh’èt vargogna?

               Forza, ripeti quel che mi hai detto oggi…o ti vergogni?

EVA – (drizzando le orecchie)  Parché, cos gh’è ‘d noov, Oreste?

(drizzando le orecchie)  Perché, che c’è di nuovo Oreste?

ORESTE – Ecco…insomma…se la siora Eva la vol….me….saris dispost anca a sposàla!

                    Ecco…insomma…se la signora  Eva volesse…io….io sarei disposto a sposarla!

EVA – Oreste, ‘m trembla tutt ‘l gamb!

               Oreste, ‘ho la tremarella alle gambe

DON GIOVANNI – Sarà l’arteriosclerosi!

PINUCCIA – So anca me  la crema e ‘l rossetto…

                       Ora capisco   la crema e il rossetto…

ENRICO – Eva, ma  è il terzo. Reggerai?

EVA – Ma scherzat? …Oh, iammè, sum tutta bagna moia…(a Oreste) Si si, ‘l gnarà a stà da me ‘c g’ho la cà c’la spetta atar da ved ancora un par ‘d bragh a ballà in gir.

           Vuoi scherzare? …Oh, povera me, son tutta sudata …(a Oreste) Si si, verrà a stare da me: casa mia non vede l’ora di rivedere un paio di pantaloni in giro.

DORINA – Auguri, auguri. Cl’m dagga un basein. Me  a matrimoni ‘m vegna seipar da cridà. Quand s’è sposà ‘l mé Ludfigh ho caragnà una smana.

               Auguri, auguri. Mi dia un bel bacio. Io ai matrimoni piango sempre. Quando si è sposato il mio Lodovico ho pianto una settimana intera.

PINUCCIA – Mama cara, ‘t ta tiir in cà una suppa!

                       Cara mammina, ti porti in casa un peso!

GINO  – Mario, ché la man (se la stringono)… Acqua passata?

               Mario, qua  la mano (se la stringono)… Acqua passata?

MARIO – Par forza!  Anca stavota t’m lè fatta.

                 Per forza!  Anche stavolta, però,  mi hai fregato.

EVA – Oreste, però letti separati, neh?

ORESTE – A la nossa età, cos ià trum insema da fà?

                    Ma alla nostra età  per cosa dovremmo metterli insieme?

DON GIOVANI –Ma guàrda te: du ragass giovan cmé l’acqua e du vedav vecc’ cmé ‘l cucch. E’ propria vera c’l Signor prima lià fà e po lià compàgna!

                                  

                                   Ma guarda:  due ragazzi freschi come l’acqua  e due vedovi vecchi bacucchi. E’ proprio vero: il Signore li crea e poi li accoppia!

s    i    p    a    r    i    o

F i n e     d e l l a      c o m m e d i a

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