La battaglia di Lobositz

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La battaglia di Lobositz

La battaglia di Lobositz

Commedia in tre atti

di Peter Hacks

PERSONAGGI

Keith feldmaresciallo

Itzenblitz colonnello

Daniel Ehrentreich cappellano militare nel reggimento Itzenblitz c

Lüderitz maggiore nello stesso reggimento

Johann Markoni primo tenente nella compagnia Lüderitz

Karl Mengke caporale nella stessa compagnia

Theobul Kosegarten moschettiere nella stessa compagnia

Christian Zittemann moschettiere nella stessa compagnia

Ambros Drudik moschettiere nella stessa compagnia, attendente  di Marroni

Tamburo nella  stessa  compagnia

Caporalmaggiore nella stessa compagnia

Thadden secondo tenente nella stessa compagnia

Friderich Kracht alfiere in un'altra compagnia

Ulrich Braeker moschettiere nella stessa compagnia

Laurenz Schärer moschettiere nella stessa compagnia

Joggli Bachmann moschettiere nella stessa compagnia

Katzorke moschettiere nella stessa compagnia

Ostessa di Teschen

Libussa Kelein

Regina sua figlia

Tre invalidi

Un combattente quasi morto

Tre pandori

Un Battelliere

Un vecchio contadino

Servaz Bilmoser soldato dell'esercito imperiale

Rupert Ross  soldato dell'esercito imperiale

Mathies Mayr soldato dell'esercito imperiale

Riedsel colonnello

Tesoriere

Un capitano

Ufficiali e soldati di varia nazionalità

Profughi

La vicenda  si  svolge nel  settembre e ottobre 1756.

La classe in guerra

a cura di Emilio Picco

La battaglia di Lobositz vuole essere - secondo l'autore - una indagine sulla struttura sociologico-classista della guerra moderna in generale. Per questa interessante opera teatrale, Peter Hacks ha preso lo spunto da un libretto popolare settecentesco, scritto da un ex-soldato del re Federico di Prussia, lo svizzero Ulrich Braeker (che è anche il protagonista della presente "commedia" in tre atti): Storia della vita e avventure del pover'uomo del Tockenburg (1789). Questo giovane montanaro, adescato da un ufficiale prussiano a Schaffhausen, viene reclutato a forza con l'inganno e diserta con due suoi commilitoni elvetici, durante una battaglia - quella di Lobositz (1756) - combattuta tra prussiani e austriaci nel corso della guerra dei sette anni. "La battaglia di Lobositz fu una battaglia come negatività storica assoluta".

Braeker, dapprima subordinato in tutto al suo tenen­te, riconosce a poco a poco che "la personalità dell'ufficiale è costituita dal coraggio dei soldati". Così, riflettendo, si stacca da quello "spirito di sudditanza", che è uno degli elementi equivoci, i quali sorreggono l'impossibile compromesso di una guerra fatta dai sol­dati contro il proprio interesse sociale e umano. L'altro elemento è dato dal tentativo di inserire nei rapporti tra superiore e soldato un riformismo sul tipo delle "relazioni umane", ossia un"condizionamento psicologico dei sottoposti". Questo connubio spurio è destinato al fallimento. L'uomo riprende la sua libertà. E Braeker, infatti, se ne torna a casa.

Hacks ha volute, nella sua commedia, dare "un contributo agli sforzi umani per l'eliminazione della guer­ra". In essa, la guerra è caratterizzata "come congiura degli ufficiali contro gli uomini". Si tratta di un lavoro antimilitarista molto efficace e sociologicamente giusto. L'autore persegue una grande secchezza dell'azione e del personaggio, perché "mira ad una caratterizzazione di ordine generale". "Nella commedia niente è romantico". In questo "straniamento epico" e nell'uso dei canti didascalici, la sua tecnica richiama da vicino quella brechtiana. L'assunzione abbastanza ligia dei moduli esteriori del teatro epico brechtiano e un po' il punctum dolens della personalità dram-maturgica di Hacks. Recentemente - su Die Zeit - un critico teatrale lo ha definito "un nano di Brecht".

Hans Magnus Enzensberger ritiene che Hacks "è oggi il più intelligente autore di teatro della Germania orientale". Hacks ha incontrato in Germania difficoltà e impopolarità, sia a oriente (con i funzionari di par­tita così detti "ortodossi") sia a occidente (con la borghesia mercenario-miracolata, la quale si è accorta di lui soltanto nel '65, cioè dieci anni dopo il suo volontario esilio nella RDT).

Per alcuni dati biografici su Hacks, si consulti, in appendice, il volume Teatro uno, Einaudi, 1962. Di Hacks sono stati finora tradotti in italiano due lavori teatrali: Il mugnaio di Sans Souci (Sipario, 1962) e La leggenda del duca Ernesto (Einaudi, 1962).


ATTO PRIMO

Scena prima

(Schöna in Sassonia. Strada di paese. Susino. Braeker è seduto al sole, la schiena appoggiata al tronco, e mangia susine, che coglie sopra di sé, allungando pigramente la mano. Itzenbliz compare alle sue spalle e, senza notarlo, prosegue lungo la strada)

Braeker            (scorge Itzenblitz, quando  questi l'ha oltrepassato. Scatta in piedi, si strappa il cappello e grida) — Moschettiere Braeker, del reggimento di Vostra  Signoria.

Itzenblitz        (non ci fa caso.  Però si arresta, per togliersi  il sudore dalla fronte, si ricorda del susino e si volta. Scorge Braeker e dice seccato) — Non volete presentarvi?

Braeker            —  Moschettiere Ulrich Braeker, del reggimento di Vostra Signoria.

Itzenblitz        (riflette un attimo. Improvvisamente caccia una mano in bocca a Braeker e gli scrolla i denti) — Io vi becco tutti (Dopo di che, coglie una susina, la mangia e se ne va nella direzione da cui era venuto. Braeker lo segue con lo sguardo, ancora sull'attenti)

Mengke             (spunta carponi  alle spalle di Braeker, un'oca per braccio, da dietro un recinto.  Notandolo)  — Ehi tu. (Brae­ker si volta) Tirami giù una susina. Di', non mi senti, testa di legno? Ti ho detto di tirarmi giù una susina.

Braeker            — Comandi, signor caporale: non è possibile.

Mengke             — Non è possibile? Se ti è caro il tuo collo, furfante, che significa: non è possibile?

Braeker            — Comandi, signor caporale: adesso questo albero qui è ormai del signor colonnello.

Mengke             (si irrigidisce sull'attenti di fronte all'albero, le oche sottobraccio. Ci ripensa, dice) — Ah, storie. (Se ne va in fretta, confuso)

Scena seconda

(Tetschen. Una stanza. A destra e a sinistra un letto, un grande tavolo al centra. Bachmann, le scarpe slacciale, tiene i piedi sopra il tavolo e lavora a maglia. Anche Schärer lavora a maglia. Braeker dà il bianco al suo panciotto)

Ostessa             (entra dal retro con della paglia. A Bachmann) — Giù i piedi dal tavolo, zoticone.

Bachmann        (sfila con cautela i piedi dalle scarpe, che restano sulla tovaglia) — Sì, mamma.

Ostessa             — Io non sono tua madre. (Mette da parte la pa­glia, spazza a terra le scarpe) Ben ti sta, che muori presto. (Ripiega la tovaglia e sparge la paglia sul ripiano del ta­volo)

Bachmann        — Chi muore presto?

Ostessa             — Un  soldato è uno che muore presto.

Schärer           —   To'.

Ostessa             — Muore della morte più naturale che ci sia. In-fatti, che c'è di più naturale, per un soldato, del morire? Prima muoiono quelli della prima fila, poi muoiono quelli della seconda e infine quelli della terza: si fa più presto a infilare con la giubba (ne mette in disparte una) la fredda fossa, che con la manica della camicia la giubba. Che schifo, ancora così giovani e già così morti.

Schärer            — Senti come ci tratta questa carogna.

Ostessa             — L'estremo conforto non è compreso nel prezzo dell'alloggio. (Stende un lenzuolo sopra la paglia sparsa sul tavolo)

Bachmann        — Che stai  facendo,  mamma?

Ostessa             — Il vostro letto, per quanto  potrete dormire an­che troppo, una volta morti.

Schärer            — Il nostro letto? E allora quelli per chi sarebbero? (Indica i letti)

Ostessa             — Quelli sono per mia cugina Libussa e per la figlia di mia cugina. Credevano di potermi far visita in santa pace, poveracce. Ma voi comportatevi a modo, altrimenti non ci metto niente a dirlo al colonnello. Noialtri abbiamo davanti qualcosa di più dei pochi giorni che precedono la fine.

(Esce. Schärer e Bachmann spiano attraverso il buco della serratura. Dalla porta d'ingresso entrano  Kosegarten, un  vecchio moschettiere con occhiali, e Zittemann)

Kosegarten     — Abbiamo guardato dentro per la finestra, sul retro.

Zittemann        — Due tocchi di figliole, camerati. E bone forte.

Kosegarten     — Soprattutto una.

Zittemann        — Sì, una.

Bachmann        — Quanti anni avrà?

Kosegarten     — Mah,  quindici.

Zittemann        — Sui trentacinque.

Kosegarten     — Quella giovane e anche più appetitosa.

Schärer            — A loro toccano i letti, le puttane. E noi con la coda tra le gambe, come un cane barbone.

Kosegarten      —   Volete farvi il vostro sollazzo, camerati? Vi consiglio io, come. Dovete dire loro qualcosa di sporco, così diventano rosse. Questo si chiama sensualità sublimata o zozzeria razionale. Se uno ha cervello, glielo fa con le parole.

Bachmann        — Qualcosa di sporco?

Kosegarten     — Sì, specialmente  alla giovane.

Bachmann        —  Che glielo dica il Braeker.

Braeker            —  Io?  Io non so niente di sporco.

Kosegarten     — Chiedile, se le sue pomelle sono già mature.

Ostessa             (accompagnando nella stanza Libussa e Regina) — Un buon riposo, cara cugina.

Kosegarten     — Finché diventa  rossa.  

(L'ostessa esce, dopo aver fatto un gesto di ammonimento ai soldati)

Libussa             —  La buona sera a tutti i signori soldati.

Braekr              (fissa Regina. Tutti aspettano. Dice agli altri)   — Non posso farlo, è ancora del tutto ignara.

Kosegarten     —  Su, di' qualcosa alle signore.

Braeker            — Signorina, è autunno,  non è vero?

Regina               — È vero, signor soldato.

Braeker            — Allora, le sue pomelle sono già mature, signo­rina?

Regina               — Il  signor moschettiere le troverà ancora troppo asprigne.

Braeker            — Deve  sapere, signorina,  che io sono un porco.

Regina               — Se è per quello, ce ne vogliono due.

Libussa             — Santo cielo, il signor soldato mi  diventa rosso. Devo proprio  dargli un bacio. (Lo fa)

Braeker            — È poco che sono soldato.

Regina               — Allora ci racconti com'è diventato soldato.

Kosegrten        — Se mai, alla signorina interesserà come sono diventato soldato io. Sono Theobul Kosegarten, da non confondere con Ludwig Theobul Kosegarten. Dunque, se lei non ha mai sentito parlare di me: io ero Theobul Kose­garten, una penna incorruttibile, la speranza delle lettere nazionali. Nel quaranta, quando il nostro re salì al trono, scrissi un indirizzo di saluto sulla gazzetta intellettuale di Halle, dove spiegavo che fama guerresca e gesta eroiche sono poca cosa, se paragonate con la corona delle virtù umane: la ragione. Per grazia sovrana, mi fu concesso l'arruolamento  nell'esercito.

Regina               — Io intendevo il piccolo moschettiere.

Braeker            (lieto) — Anch'io ho creduto, lì per lì, che intendesse me.

Regina               — Bè, me lo racconti adesso.

Braeker            — Lavoravo in un polverificio del Tockenburg, contrada svizzera. Ma i soldi non bastavano mai. Allora l'Aller di Schwellbrunn è venuto dal mio babbo, l'Aller, quello che fabbrica i rastrelli, e ha detto: a Schaffhausen c'è un signore di rango, che vuole un servitore; dammi il tuo Ulrich, e io lo porto da lui. Allora il mio babbo mi ha dato all'Aller. Allora mi ha portato dal mio tenente, che era un signorino proprio a modo, così fine e sentimentale, non per niente polacco. Aveva i baffi neri, dei baffetti bellini, mica uno dei soliti scopettoni. Ha detto che gli andavo, e mi ha assunto come servitore.

Zittemann        — Già, come servitore, credeva lui qui.

Braeker            — Come servitore, ed è vero, del resto. Mi ha pro-messo di non farmi mai entrare nell'esercito. Ma un gior-no, il mio tenente mi ha chiamato, dicendo che adesso dovevamo separarci. E ha detto: Dio ti protegga, figliolo mio, mio caro, caro Ollrich, e segua il tuo cammino, ci rivedremo presto a Berlino. Mi chiamava sempre Ollrich. E poi mi ha affidato a un caporale e mi ha mandato a Berlino insieme allo Joggli Bachmann e al Lurenz Schärer, quelli li aveva arruolati a Schaffhausen.

Schärer            — Mentre ero sbronzo, quel fottuto.

Braeker            — A Berlino, come faccio per andare dal mio tenente, mi portano senz'altro in caserma. Là mi passano una divisa e la paga per il vitto.  Io faccio presente che c'è un errore, perché il signor tenente mi ha assunto come suo domestico. Quelli dicono: se non vuoi essere frustato e poi finire in guardina, è meglio che tieni chiuso il becco. Allora ho capito che il mio tenente mi aveva tradito, e sono diventato un soldato.

(Lui e Regina appaiono commossi)

Libussa             (lo bacia) — Povero ragazzo.

Zittemann        (a Libussa)  — Dove siete dirette?

Libussa             — A Lobositz.

Kosegarten     — Anche noi, suppongo. Pare che ci sarà una battaglia in Boemia.

Braeker            — Abitate a  Lobositz?

Regina               — No, a Scheniseck.

Braeker            — Ah, a Scheniseck.

Libussa             — Forse,  se prenderete stanza dalle nostre parti, ci rivedremo ancora.

Bachmann        — Noi no. Perché noi ce la battiamo, prima che diano l'ordine di cambiare la pietra focaia.

Braeker            — Che cosa fate, voi?

Schärer            —   Ci prendiamo un congedo truccato.

Braeker            — Come sarebbe?

Kosegartin      — Dicono che vogliono filare.

(Tutti ridono per lo stupore di Braeker)

Braeker            — Ditelo un'altra volta. Lo imparerò di certo,ho imparato a imparare.   (Alza l'indice, tutto intento)

Bachmann        —   Piantiamo l'esercito e ti salutiamo il tuo babbo.

Braeker            — Ti ringrazio, Bachmann. Digli che il mio tenen­te... Ma no, mi viene un'idea migliore... Me la squaglio anch'io.

(Tutti ridono)

Zittemann        (si alza) — E io ti dico, camerata, che tu non te la squaglierai. E lo dico, perché tu hai tendenza alla subordinazione. "Il mio tenente", l'avete sentito? Uno che gli rende infelice la vita, e lui lo chiama "il mio tenente".

Braeker            — Gliela farò pagare. Come lo vedo, gliela farò pagare.

Zittermann      — Un corno gli farai pagare. Perché tu lo ami.

Braeker            — Come posso amarlo, se è evidente che lo odio? Diserterò anch'io prima della battaglia.

Kosegarten      (avviandosi)   —  Vieni, Christian. Ti strazia il cuore un uomo senza cervello. Libussa — Perché alcuni se ne vanno?

Zittemann        — Noi siamo di un'altra compagnia, per servirla. Compagnia Lüderitz.

Kosegarten     — O compagnia Lüderlich1, perché le signore si rendano conto di quello che perdono con noi.

(Esce con Zittemann. Bachmann e Schärer si svestono, restando in camicia e mutande. Si coricano sul tavolo, te teste in avanti)

Braeker            (a Regina) — Non sono un porco, signorina, non vorrei che mi credesse tale, io ho un altro concetto dell'amore.

Regina               (canta, mentre Braeker la sta ad ascoltare)  

— E quando l'ussaro fu incatenato

E pallido al supplizio trascinato

E il caso lampante, la speranza zero,

La ragazza con umidi capelli

Venne davanti al signor tenente.

È il mio amore per il soldato,

È questo amore che lo ha traviato.

Me dovreste ammazzare,

Prima che l'abbiate a condannare.

Braeker            — E il tenente, che fece?

Schärer            — Non sono curioso di sentire che cosa fece il tenente.

Regina               — Il tenente, tutto scherno, si appressa allo squadrone: Puntate i fucili!

E lui, fuggito per dolce ricompensa dal suo plotone,

Dopo la punizione

Non ha più testa per baciare.

L'amore tuo forte fu la rovina

E il  cuore, perché non tacque.

La felicita è per la pace.

La morte è per la guerra.

Libussa             — Ha dell'amore un'idea troppo spirituale, la ra­gazza, perché non ci ha ancora provato.   (Sta davanti al letto di sinistra e si sfila il vestito di cotone. In camicia) Evidentemente è una fisima preconcetta, farlo con i soldati: sono arrapati, mal nutriti e fuori esercizio. Però, per tanti versi, mi ricordano l'uomo maschio. Dei mustacchi così, quando livedo, subito penso: to',  gli penzola in faccia. (Poiché tutti i soldati la guardano)  Voltatevi.

(Braeker e le due teste sopra il tavolo si girano e guardano Regina, che sta seduta, in camicia, sul letto di destra)

O pecoroni, che ci trovate da guardare, in quella?

(Quelli sopra il tavo­lo tornano a voltare la testa, Braeker seguita a fissare Re­gina)

Non vuole spogliarsi anche lei, signor Ulrich?

Braeker            (trasale e si cava le scarpe. Si accosta al giaciglio sopra il tavolo, che i suoi compagni occupano per intero. Dice timidamente) — Via, lasciatemi salire.

Bachmann        (rigirandosi) — E maledettamente duro, qui.

Schärer            — E poi, c'è poco posto.

Braeker            — Ma devo pure riposare anch'io.

Libussa              —  Se vuole approfittare del mio letto, signor Ulrich.

Braeker            — No, non è il caso. Il mio letto è questo.

Schärer            — Ho detto che c'è poco posto.

Libussa              — E va bene, si tenga indosso la giubba.

Braeker            —  La signora non ha di che temere.   (Indossa la giubba e si infila nel letto di lei)

Libussa             — Almeno i calzoni potrebbe cavarseli.

(Braeker scende dal letto, si cava i calzoni e torna a coricarsi accanto a lei)

Ostessa             (entra) — E ora che io spenga il lume.

Braeker            (a letto) — Lo lasci acceso, perché la signora non abbia paura.  

(L'ostessa spegne il lume)

Scena terza

(Campo militare. Tavola apparecchiata davanti alla tenda di Itzenblitz. Ehrentreich e Kracht, in piedi. Kracht porta un tricorno con una penna bianca)

Ehrentreich    — Come vedo una posata,  subito mi prende una vogliaccia di segarmi la gola.   (Porta il  coltello alla strozza, strabuzzando ferocemente gli occhi)

Kracht             (gli ferma il braccio) —  E l'affezione splenica.

Ehrentreich    — Ma  non lo faccio mai, è disgustoso.

Kracht             — C'è una ricetta contro l'ipocondria.  Non mandar giù un boccone per due settimane: giova.

Ehrectreich    — Due settimane? Dio buono, in capo a due giorni sarei  bell'e morto. Ho una fame biblica, da locusta.

Kracht             — La sua malattia viene dallo stomaco,  signor pastore.

Ehrentreich — Viene dal discredito. Nessuno tiene più nel debito conto un uomo intelligente. Oggi voglio celebrare l'ufficio religioso al campo. Mi fa il colonnello, e il colonnello è un ufficiale timorato di Dio: Se trattenete i soldati più di dieci minuti, Ehrentreich, mi pagherete un fiorinoper la cassa invalidi. Un ufficio religioso in dieci minuti! Comincio, e il colonnello già scruta l'orologio. Predico, e lui scruta l'orologio. Canto, e lui scruta l'orologio. Ho recitato le orazioni, signor alfiere, come un coniglio fotte, con la stessa prescia vertiginosa.

Kracht             — E quanto ci ha impiegato?

Ehrentreich    — Un minuto e mezzo, non di più, tale era la fifa. Ma come è possibile raccogliersi devotamente, in quelle condizioni?

(Kracht ride e fiuta da una tabacchiera adorna di brillanti, che poi offre a Ehrentreich.)

Veri brillanti? Oh! Allora, con il suo permesso... (Fiutando) Come sfregiano lo spirito, in questo esercito, farebbe venire la pelle d'oca anche a un Lorenzo martire.

Lüderitz           (sopraggiunge in compagnia di Thadden e di altri ufficiali. Ha un foglio in mano) — Che ne dite, signori? Proprio ora mi hanno comunicato che il Markoni ètornato al  reggimento.

Un ufficiale     — Il tenente Markoni non e in forza al suo battaglione, signor maggiore?

Lüderitz           — Anzi, alla mia compagnia.

Thadden            — Pare che il signor colonnello sia in collera con il tenente Markoni.

Lüderitz           — In collera? Carico come uno schioppo.

Thadden            — Sicché il tenente Markoni è in disgrazia?

Kratcht           (a Ehrentreich)  —  Lei conosce il Markoni.   (Siccome Ehrentreich fa lo schifato)  Ha un bel portamento.

Itzenblitz        (esce dalla tenda, si toglie un grosso tovagliolo e si pulisce la bocca. Dice)  — Giorno.

Tutti                 — Buon giorno, signor colonnello. 

(Si siedono. Attendenti portano vassoi e servono. Itzenblitz prende la sua posata e si appresta a mangiare. Tutti prendono le posate)

Ehrentreich   (che non è stato ancora servito di nascosto) —   Che cosa c'è da mangiare?

Attendente      — Prosciutto e pere.

Ehrentreich    —  Cotte nella melassa?

Itzenblitz        — State zitto, Ehrentreich. Credete che non vi veda?

Ehrentreich    — Una novità, signor colonnello. Il Markoni è tornato.

Itzenblitz        (mette giù la posata) — Che?

(Tutti mettono giù le posate)

Ehrentreich    —  Il Markoni, signor colonnello.

Itzenblitz        — Come dite?

Ehrentreich    (forte) — il Mark...

(Markoni compare, si mette sull'attenti e attende che finisca il discorso)

Itzenblitz        — Allora, parlate più forte. Che c'è?   (Sfrucona nell'orecchio con il coltello)

Ehrentreich    — Nulla, signor colonnello.

Itzenblitz        — Nulla! Volete o no ripetere ciò che avete detto? È un ordine.

Ehrentreich    (forte, in tono disperato) — Il prosciutto, si­gnor colonnello. Diventa freddo.

Itzenblitz        (prende la sua posata) — Fulmini e saette.

(Tutti prendono le  posate)

Markoni           (si presenta) — Johann Markoni, primo tenente nella compagnia Lüderitz, di ritorno al reggimento.

Itzenblitz        (mette giù la posata, imitato da tutti gli altri; furente) — Fulmini e saette. Il Markoni. Sono scontento di lei, tenente Markoni. Lei è un sporca canaglia, è il disonore del reggimento. Si sieda. Non andrà più in missione di arruolamento.

Markoni           (restando in piedi) — Comandi...

Itzenblitz        —   Lei ha  talento, Markoni. Ha talento, ma è uno scioperato. Guastato il carattere in taverne di infima categoria. Sperperato diarie oltre  misura.  Sottratto settecen-to talleri alle entrate del reggimento: ma chi si crede di essere? Un colonnello? Non andrà più in missione di arruolamento. (A Lüderitz)  Ci giurerei, si è lasciato dietro più figli là, dove è andato, di quelli che ha portato via.   (Tira fuori dalla giubba un cornetto acustico, se lo accosta all'orecchio e dice con disprezzo) Tre reclute.

Markoni           — Sono tre belle reclute.

Itzenblitz        —  Chi le ha in forza?

Kracht             — Faccio notare che nessuno di costoro supera isei pollici1.

Markoni           — Sono tutti di buona indole, aperti, e hanno un cuore,

Lüderitz           — A che serve?

Markoni            — A fare un soldato, signor maggiore. Se mi è lecito porre un quesito: perché il soldato muore?

Lüderitz           — Eh?

Markoni           — Voglio dire: com'è possibile che un soldato vada a morire? Non ci ricava né terre, né lucro d'affari, e neppure una paga decente, perché la sua gli basta appena per un po' di birra annacquata. La guerra gli è indifferente. Inoltre, è in maggioranza. In che modo viene indotto a morire?

Itzenblitz        — Balle. Un soldato è un soldato, e basta. Che muore. Tutto ciò che nel soldato va oltre il regolamento di servizio è di troppo. Lei è un cavillatore, Markoni, lei è un sofista. Si fa venire certe idee.

Markoni           —   Se permette, signor colonnello, sono i soldati a farsele venire. Ormai non muoiono più. Scappano.

Itzenblitz        — Fulmini e saette. Capita sempre, quando il nemico è in vista. Si sieda, tenente, si sieda.

Ehrentreich    (acido)  — E mangi con noi.

(Itzenblitz mette da parte il cornetto acustico e afferra la sua posata. 

Tutti prendono le posate)

Markoni           (si siede) — Potrà sembrarle un segno di debolezza, ma per me la guerra è un problema. Il profano sente parlare della battaglia, e di come vi si squarti e si sbudelli, e pensa: ma che faccenda semplice è la guerra. Invece, la vera guerra, se non erro, avviene prima. In che modo l'ufficiale trasforma il naturale odio verso il nemico? Come fa?

Itzenblitz        (mette giù la posata) — Come fa? E che ne so io, come fa?

(Tutti mettono giù le posate)

Lüderitz           — Un accidente. La canaglia non spara su chi odia, ma su chi gli fa meno paura. Ora, un soldato prussiano ha più paura del suo ufficiale che del nemico. Quan­do si dice che il soldato non deve aver paura, ciò non va inteso nei confronti dei suoi superiori. È tutta una faccen­da di bastone. Dove lo tiene, il soldato, il suo senso del dovere? Se interpellate me, Lüderitz, vi assicuro: nel sedere. Muore semplicemente per paura.

Ehrentreich    — E, oserei aggiungere, per timor di Dio. Per paura mondana, signor colonnello, e per timor di Dio. Questa è anche l'opinione di Sua Maestà. Quando hanno por­tato al cospetto del re un fuciliere che aveva mollato un ceffone al suo padre cappellano - il fuciliere, infatti, era cattolico -, il re ha detto: Crede forse, questo babbeo, di potersela fare a tu per tu con Domineddio come i pari nostri? Impiccatelo.

Kracht             — Il cattolico con il bastone papista, il protestante con il bastone calvinista, l'ebreo con quello israelita: ognuno alla sua maniera.

Itzenblitz        — Sicché, tutto va bene. (Mette da parte il cornetto acustico e prende la sua posata. Tutti prendono le posate)

Markoni           — Come va a finire la faccenda? Finché stanno insieme, d'accordo, hanno paura. Ma quando sono soli, acquistano coraggio, afferrano il bordone, e chi li ha visti li ha visti. L'esercito è un vaso delle Danaidi, che non perde per di sotto, ma si squaglia per di sopra.

Itzenblitz        — Questo avviene in tutti gli eserciti. Se certi disertano, si può facilmente arruolarne altri. A patto che non si mandi lei come arruolatore.

Markoni           — Già, e si continua ad arruolare, all'interno e all'estero e in Turchia, eppure non basta, signori miei. Il sistema non è più redditizio.

Jtzenblitz        — Fulmini e saette, Markoni, lei ci vuole proprio ridurre alla disperazione. Insomma, che altro c'è,  per tenere in pugno la  truppa, secondo lei,  se non la paura?

Markoni           — Bè, l'amore.

Lüderitz           — Come ha detto?

Markoni             —   L'amore. Cerchi di capirmi, signor maggiore. Io dico che i soldati devono amare il loro ufficiale.

Lüderitz           —   Nel qual caso, gli romperei le costole.

Kracht             (con  dolcezza) — E   perché mai dovrebbero amarla, Markoni?

Markoni           —  Per nessuna ragione: ecco la mia scoperta. La mia creatura e così avvilita e frastornata, che amerebbe an­che il diavolo, se soltanto costui glielo permettesse.

Kracht             — Ma non è logico.

Markoni           — C'è anche un amore privo di logica, e io di­co che un giorno esso diventerà il fondamento delle più grosse guerre e imprese borghesi. Un amore sbagliato. Oggi il compito dell'ufficiale è: instaurare rapporti umani.

Lüderitz           — Che schifo!

Markoni           —   Signori, l'uomo non è fatto soltanto di logica e di sedere: l'uomo ha, prima di tutto, un cuore. Anche il soldato, sostengo inoltre, è un uomo. Ne consegue che, per prima cosa, dobbiamo condizionare il soldato dalla  parte del cuore. Nessuna macchina è più manovrabile di un uomo dotato di cuore. Se io chiamo un uomo per nome...

Lüderitz           — E perché non Vostra Signoria, le pare?

Markoni           —   ... E lo bastono di mia mano meno sovente, quello non mi dà requie, finché non gli è concesso di offrire alla  patria il suo  modesto sacrificio, e getta via la propria vita come una vecchia pelle di salame. Mi permetto di riportare il discorso alle mie reclute. Non sono disertori piemontesi, né vagabondi o pezzenti da trivio: sono soltanto dei bravi ragazzi, che sanno essere subordinati perché hanno un cuore.

Itzenblitz        — Abbia un po' di buon senso, Markoni. Ora, che ci sarà battaglia.

Markoni           — Sono pronto a scommetterci; se fossero miei, si capisce.

Lüderitz           — Cioè nella mia compagnia?

Markoni           —  Dovrei fare un cambio con l'alfiere Kracht.

Itzenblitz        (tira fuori la borsa e conta il suo denaro. Poi dichiara) — Non intendo scommettere, per il suo bene, tenente, dato che lei perderà di certo. Ho la responsabilità di tutelare i miei giovani ufficiali.

Markoni           — Ma io non parlo di una posta in denaro, signor colonnello.

Itzenblitz        — E  sarebbe, allora?

Markoni           — Sarebbe, signor colonnello, che io potrò di nuovo andare in missione di arruolamento, se loro non diserteranno.  Arruolare è la mia passione, mi ci sento tagliato.

Thadden            — Arruolare, questa è bella. Lei non è più nelle grazie del signor colonnello.  Ora tocca a me. Io ho la pa-rola del signor maggiore. Io sono in grazia.

Itzenblitz         —  Ha sentito, Markoni. Il Thadden dice che lui è in grazia. (Rutta)

Thadden            (insegue continuamente il cornetto acustico, che Itzenblitz gli sottrae con impazienza) — Io non ho doti particolari, io non sperpero diarie.  Io non mi ubriaco. Mettere piede in una bettola, per servizio, ogni volta mi costa uno sforzo. Non intrattengo rapporti con i ceti inferiori. Niente manovre di corruzione, né birre gratis, né ricognizioni sotto le gonne della serva. Mi sveglio presto, al canto del gallo. Conosco il nome  del mio re, e in nome del re arruolo.

Itzenblitz         (a Markoni)   —  Sicché, lei mi assicura che i suoi uomini resteranno fedeli alla bandiera?

Markoni           — Ci  metto la mia  carriera, resteranno.

Itzenblitz        — Lei è un vero sacramento, Markoni. Vada per la  scommessa,  allora.

Markoni           — Se nessuno dei tre diserta fino a dopo la battaglia...

Itzenblitzen    — La manderò di nuovo a fare arruolamenti. D'accordo. E amen. Veda di fare un cambio con Kracht, se lui è disposto a cederli. (Si alza) Signori.

(Tutti si alzano a stomaco vuoto e lo seguono)

Itzenblitz        (a Lüderitz) — Stamattina il caporale Mengke mi ha portato un'oca: nient'altro che grasso, mi creda.

Scena quarta

(Accampamento ad Aussig. La tenda di Markoni. Accanto, una camicia lavata, stesa su una corda)

Braeker            (seguendo Drudik con riluttanza)  —  Se  non mi dici da chi stiamo andando, io me ne torno indietro.

Drudik              —  Io non dico niente.

Braeker            — E io torno indietro.

Drudik              — E tu torna pure indietro:  me ne importa assai.

Braeker            —  Perché sei venuto a cercarmi, allora?

Drudik              — Perché mi ci hanno mandato.

Braeker            (svelto) — Chi?  (Facendo un altro tentativo)   Sta forse a Scheniseck?   (E  poiché anche questo non ha esito positivo)   Sono così inquieto. Anche una capra, prima di cadere nel burrone, diventa stranamente inquieta: così mi sento io.

Drudik              — Ma poi ci casca lo stesso. Su, muoviti.

Braeker            (scorge  la camicia e  si  spaventa)   — La camicia, camerata. Che cosa ci fa, lì, quella camicia?

Drudik              —  È lavata.

Braeker            — Già. Lui, è  a letto?

Markoni            (nella tenda) — Ollrich, Ollrich.

Braeker            —   Vostra Signoria.  

(Drudik apre un lato della tenda. Markoni e a letto a torso nudo)

Drudik              — Il moschettiere Braeker, agli ordini, signor tenente.

Markoni           — Sì, va bene, Ambros, pezzo di rimbambito. Vattene fuori.  

(Drudik esce. Markoni fa cenno a Braeker di avvicinarsi)

Ollrich, mio caro Ollrich. com'è bello riaverti.

Braeker            — Vostra  Signoria.

Markoni           (gli dà un buffetto sulla bocca)  —  Non più Vo­stra  Signoria, per  te adesso sono il signor tenente.

Braeker            (piange) — Sì, Vostra Signoria.

Markoni            — Tu volevi essere il mio servitore, Ollrich, lo so. Ma piangere, a che serve? Ora siamo entrambi al ser­vizio del re. Il re e il più grande dei signori, e il suo ser­vizio è il migliore dei servizi, poiché la parte di un grande è naturalmente più grande della parte di un piccolo.

Braeker            (scuole il capo) — Io non lo conosco.

Markoni           — Ma il re conosce te. Sa che nel suo esercito prestano servizio trentamila uomini, e tu sei uno di questi. Esiste pur qualcosa come un rapporto umano, tra il soldato e l'ufficiale. Ollrich, tu sei un ragazzo onesto.   (Braeker scuote il capo) Sì che lo sei. Rammenta la prova alla quale ti ho sottoposto, la prova con la moneta d'oro. L'ho fatta scivolare dentro il  guanto,  che poi ti ho dato da buttar via, e tu me l'hai restituita. Grazie a te, ho guadagnato duecento monete d'oro, e tu non me ne rubi neppure una: ecco quello che ho voluto provare, Ollrich. Vorrei proprio che tu fossi ancora il mio servitore.

Braeker            — Sì, Vostra Signoria. (Ma tosto scuote il capo)

Markoni           — Ollrich, per la seconda volta ti chiedo di metterti al mio servizio. Questa richiesta e più nobile dell'altra, perché va al di là della stipulazione del contratto. Magari potrei assumerti come attendente. Allora ti lascerebbero in pa­ce con i tiri e l'addestramento. (Sottovoce) Il Drudik non vale niente. Quando lava la mia camicia, mai una volta che sia pulita. Non so davvero a che pro starmene a letto, se poi c'è una macchia sul collare.

(Entra Drudik. Markoni spaventato)

Che cerchi, Ambros?

Drudik              — Le giubbe, signor tenente. (Carica le giubbe sul braccio) Per batterle. (Fa per andarsene)

Markoni           — Prendi anche quella rossa, Ambros. E quella verde con lo zibellino. La giubba di broccato l'hai presa su?

Drudik              — Avrei anche potuto venire due volte. (Se ne va)

Markoni           — Quell'uomo mi incute paura. Veramente, fa ogni cosa proprio come si deve, ma non lo fa volentieri. È così stupido, non ha nessun affetto per me. Sei tu il mio soldato, Ollrich. Di te ho piena fiducia. (Si alza) Bisognerà che io ti pettini di nuovo: con i capelli che coprono le orecchie, ben legati sopra la fronte, e i nastri bene intrecciati, come ti ho insegnato a Schaffhausen. (Braeker lascia in fretta la tenda) Pensaci su.

Braeker            (passando cerca di evitare la camicia, che viene agitata da una folata di vento) — Allunga le braccia verso di me. Lasciami, ti dico. (Si ferma, esamina com'è lavata) È proprio vero, sul collare. (Torna indietro)

Markoni           — Siediti, Ollrich. (Braeker si siede su uno sgabello.  Markoni lo pettina) Resterai mio per sempre, Ollrich, e io resterò per sempre tuo. Il padrone e il servitore, dice Se­neca, hanno lo stesso obiettivo: che significa, questo? (Gli copre la faccia con un panno) Significa che, quando al pa­drone va bene, va bene anche al servitore. Quindi, il servi­tore fa in modo che al padrone vada bene, e perciò hanno lo stesso obiettivo. È mai possibile che certa gente si ostini a non riconoscerlo? (Getta della cipria verso la parte alta della tenda, in modo che spiova sulla testa di Braeker) La pettinatura fa il buon soldato. Ed è a posto, se ti annebbio completamente.

Scena quinta

(Spiazzo verde davanti all'accampamento di Aussig. Gruppo: Kracht, sul fondo, è seduto per terra e suona il flauto. A destra, Braeker, Bachmann e Schärer, allineati sul presentat'arm. A sinistra, Katzorke tiene al guinzaglio due levrieri)

Kracht             (smettendo improvvisamente il solfeggio) — Mi si levino di torno le bestie. Puzzano.

(Braeker, Bachmann e Schärer fanno fianco dest e, a passo di marcia, si spostano dall'altra parte del palcoscenico. Kracht riprende a suonare. In primo piano compare Markoni, seguito da Drudik e da altri due soldati)

Markoni           (prende in disparte Drudik) — Vorresti restare con me, Ambros? Vorresti restare con me, a fare l'attendente? Dillo sinceramente.

Drudik              — Vorrei restare attendente, se il signor tenente permette.

Markoni           — Con me, Ambros, pezzo di rimbambito: è questa la domanda.

Drudik              — Agli ordini, con lei.

Markoni           — Bene, Ambros. Mi fa piacere. Allora datti da fare, dimostra che razza di soldato sei. Mi è stato offerto un altro. Dicono che sia meglio di te. Ora si fa il confronto, capisci. Prenderò il migliore: è evidente. (Gli indica Braeker) Dovrei prendere quello là, tu già lo conosci; l'alfiere Kracht vuole sbarazzarsene. Pensi di spuntarla su quello?

Drudik              — È una mezza cartuccia.

Markoni           — Se ce la metti tutta, sei meglio. Se sei meglio, resti. (Lascia i suoi uomini e si avvicina a Kracht, che finisce di suonare)

Kracht             (facendogli cenno di allontanarsi) — Katzorke.

Markoni           — Il suo adagio, alfiere, è superbo.

Kracht             —   Vero? il mio adagio. Perfetto e assai commovente.

Katzorke         (a uno dei levrieri, che non obbedisce) — Muoviti, su.

Kracht             — Mascalzone, in che rapporti siete con i miei cani? Credete forse di poter dar loro del tu, eh? (Lo picchia con il flauto) Toglietevi dai piedi e fate le vostre scuse.

Katzorke         (ai cani) — La prego di voler scusare la mia mancanza di tatto, Alkmene. Non si ripetera più, Biche. Per cortesia, mi segua, Biche, venga, Alkmene, si degni di affrettarsi.

Kracht             (con dolcezza) — Così almeno capirete, buzzurro di un contadino, quanto vi sia superiore un cane di razza. (Katzorke se ne va) Ma il mio allegro: è tutto me stesso. (Suona un passaggio) Ciò che fa del guerriero un eroe è il pallino umanistico.

Markoni           (cambiando discorso) — Ah, eccoli lì,i miei ragazzi.

Kracht             — Non ancora suoi.

Markoni           — Non miei? Ma se lo sono sempre stati. (Ordi­na ai soldati che ha portato con sé) Attenti. A posto.

Kracht             (ai suoi) — Pied'arm.

Markoni           — Disporsi su due file. March. Alt.

(I sei soldati si trovano ora di fronte, formando tre coppie; una è quella Dudrik-Braeker)

Markoni           (tiene la spada sopra le teste della prima coppia) — Ci siamo?

Kracht             — Ci siamo.

Markoni           (idem con la seconda coppia) — Ci siamo?

Kracht             — Sì.

Maskoni            (idem con la terza  coppia: Drudik è  più alto di Braeker) — Allora ci siamo anche qui.

Kracht             — Il Braeker lo cedo malvolentieri.

Markoni           — Ma è più basso di mezza testa.

Kracht             — Ma è bellino.

Markoni           — Ma è deboluccio.

Kracht             — Ma mi piace.

Markoni           — Via, non sia testardo, Friederich. Lei sa bene cosa significhi, per me, avere quest'uomo. I miei talleri, la mia felicità, la mia pace. Non è una bazzecola, creda, la posta in gioco. Nell'incettare reclute, io sono un Socrate. (Rifà il verso a se stesso, in veste di arruolatore) Belle ragazze, pingue bottino e carne ogni sabato per tutti quelli che si arruolano nell'esercito prussiano. Che cos'è un con­tadino? Un rozzo zoticone piantato nel fango fino alla cintola, né più né meno di una rapa. Ma un soldato! (Tornando al fatto) Se le lascio il Drudik in cambio del Braeker,  è quasi un regalo. È molto migliore.

Kracht             — Se è veramente molto migliore, lo prendo. (Ordina ai soldati che fino allora erano stati di Markoni) Il primo e il secondo uomo, fianco sinist. Marc'. Alt.

Markoni           (sospira, si toglie il cappetlo, lo mette da parte e ordina) — Il primo e il secondo uomo, marc', Alt. Riposo.

(Bachmann e Schärer si trovano ora sul proscenio, a destra)

Drudik              — Signor tenente, stia attento a non farsi appioppare  dall'alfiere quello lì.

Markoni           — Certo, metticela tutta, Ambros. Ti darò una mano.

Drudik              —   Non vale niente, quello.

Markoni           — Vieni, Ambros. (Fa piazzare Drudik contro un albero)

Kracht             (a Drudik) — Prima togliersi le scarpe.

Markoni           (dopo aver fatto accostare Drudik, scalzo e impettito,  conficca la spada nel tronco, sopra la testa di lui. Spinge  via Drudik, tira fuori dalla giubba un righello graduato in pollici e misura l'altezza di Drudik)

— Otto pollici sopra i cinque piedi.

Kracht             (misura Braeker allo stesso modo; poi, con un ri­ghello graduato in pollici, di cui anch'egli è in possesso, rileva la distanza tra le due spade confitte)

— Esattamente tre pollici di differenza.

Drudik              (rimettendosi le scarpe) — Io sono meglio.

Markoni            (Misura con uno spago la circonferenza del polpaccio di Drudik) — Sedici pollici.

Kracht             — Potrebbe essere grasso.

Markoni           — È roba soda, compatta. Prova un po' il passo, Ambros.

(Dudrik pesta i piedi con forza e decisione marziale)

Marcia un po' in cerchio.

(Dudrik lo fa, con mostruosa precisione)

Kracht             (a Braeker) — Seguilo. Marc'.

(I due marciano in cerchio, mantenendosi costantemente alla distanza di un diametro)

Succede anche a lei, di pensare qualche volta alla morte? Di colpo uno si rende conto che dovrà andarsene, senza scampo.

Markoni           — Drudik. (Questi si avvicina) Ecco un vero sol­dato, alfiere. O forse lei ècieco? Che nuca. Che torace. E che zelo. Se io gli ordinassi: Ambros, mangia il mio cap-pello, penna compresa, ebbene, lui sarebbe capace di farlo.

Kracht             (lo trae in disparte) — Non saprei dire che cosa ci trovo nel Braeker. È un bel ragazzo, ecco. Il Drudik mi mette addosso la malinconia.

(Nel frattempo, Drudik prende di nascosto il cappello di Markoni e lo mangia. La penna lo soffoca, tossisce)

Markoni           (a Drudik) — Bel colpo, Ambros. È fatta.

Drudik              (esausto) —   Pur di non finire sul campo.

Kracht             (ordina)   —   Moschettiere Drudik, attenti. Fianco dest.  Rientrare nei ranghi.

Drudik              (non si muove) — Io sono escluso da questo cam­bio, io resto attendente. Io sono meglio.

Kracht              (furente) —   Siete idiota?

Markoni           (serio) — Ecco un pregio che non ho ancora ci­tato.

(Stringe la mano a Kracht; poi, cingendo con un braccio le spalle di Braeker, si avvia verso il proscenio, per raggiungere Bachmann  e Schärer)

Kracht             (urla a Drudik) — Un po' di rispetto, carogna.

Markoni            (prende le mani dei tre soldati e dice affabilmente)   — Mi riconoscete?

Scena sesta

(Piazza del mercato a Welmina, Sera mite. Impolverato e sfinito, il plotone, cioè venticinque soldati in fila per tre. Tra gli altri, Zittemann, Kosegarten, Bachmann, Schärer; quest'ultimo in prima fila. In testa, accanto alla formazione,  il Caporalmaggiore con la bandiera, il Tamburo e Brae­ker, nella sua qualità di attendente. I soldati sono impacciati dal loro carico: cinturone per la spada, cartuccera, zaino, tascapane, attrezzi da campo, come marmitte ecc. e fucile. Nei vani delle finestre e davanti alle case si vedono letti stesi a prender aria)

Markoni           (compare insieme a Mengke. Sottovoce) — Tra un'ora riprenderemo la marcia. Durante la notte, occuperemo il monte Lobosch, Prepari gli uomini alla battaglia, Mengke, sono stanchi. Faccia loro coraggio, veda di tirarli un po' su nel morale.  (Se ne va)

Mengke             (la faccia feroce, il naso storto, va su e giù per lo schieramento, brandendo il bastone) — Quando riposerete in questi letti, con i vostri stivali puliti senza cura, e ve la dormirete come i ghiri, sarete contenti, vero? (A Zittemann) Dimmi, se sarai contento!                                                        

Zittemann        —  Sarò contento, signor caporale, agli ordini.

Mengke             — Sicuro, allora sarete contenti. Perché, in questo caso, sarete di quei pochi, che non ci hanno rimesso la pelle. Domani c'è  battaglia. E stanotte si riprende la marcia. (A Kosegarten) Che cosa ti suggerisce questo fatto? 

(Kosegarten è reticente. Mengke, picchiandolo con il bastone)

Ti suggerisce, che non hai ancora cambiato la pietra focaia. Vi garantisco, collitorti, che chi di voi lascerà la pelle, potrà dirsi fortunato, perché non finirà sulla forca.   (Se ne va)

Un  invalido     (venendo giù per un  vicolo) — Ora descrivo comein  una sanguinosa giornata ho perduto davanti alla fortezza di Capua la mia gamba e, con essa, poco meno che tutto. Infatti l'uomo non è una salamandra, non è fatto per simili mutilazioni. Datemi ascolto, gente, qui c'è qualcosa  da deplorare e da imparare. 

(Canta al suono dell'organetto) 

 Grande fu il valore. La tromba suonò l'attacco.

E come un leone si  batte il maresciallo Traun.

E nella carne mi fu fatto uno spacco

Da un nemico di non minor valore.

A Capua fu, che mi fu fatto,

E la mia gamba prese il volo

E restò lì, un osso morto, solo.

A Capua, che mi fu fatto? 

(Braeker alza l'indice)

Mengke             (torna, furente) — Chiudi il becco, maledetto partigiano. (Non appena si è allontanato di nuovo, compare un secondo invalido, venendo giù per un altro vicolo)

Invalido           — E  così siede e mi puntello alla mia fossa.

Nessuno che chiede: ti manca niente? Invidioso rottame,

Che si addanna per una crosta di pane,

Perché ha buttato per nulla la sua cosa  più preziosa.

Mengke              (torna  e lo  picchia con  il  bastone)  — Adesso te lo dò io, gambamonca, il per nulla. Era in ballo la successione al trono di Polonia.  

(Un terzo invalido, venendo giù per un terzo vicolo, attacca a cantare. Mengke lo lascia cominciare, per accrescere la propria collera. Mentre sta per intervenire, compare Itzenblitz in compagnia di Ehrentreich. I due ascoltano, interessati, fino al termine della canzone)

Invalido           — Grande fu il valore. Ragazzo, resta pavido.

Grande fu il valore.  Molto più grande e il tormento.

Non seguire il tamburo. Segui solo il  tuo spavento.

Breve è il passo, sappi, da  eroe a invalido.

A Capua fu,  terra lontana.

E se sei prode, già ci stai sotto

E senti il verme della vittoria

E ti tieni Capua e la  sua gloria.

Itzenblitz         (sfruconando nell'orecchio con un dito) — Ehrentreich,  canta costui?

Ehrentreich    — Signorsì, signor colonnello, ed è mia opinione che  simili soggetti...

Itzenblitz        — Ma stia un po' zitto Ehrentreich, non riesco a sentirlo. Che cosa canta, quello lì?

Ehrentreich   — Cose  sovversive, se mi permette, bassezze da trivio.

Itzenblitz        — Sulla guerra?

Ehrentreich   — Sulla guerra. Giust'appunto.

Itzenblitz         —   Benissimo.   (A  Mengke)   Fate in modo che siano ascoltati. (Caccia una mano in bocca a uno dei soldati schierati, lo scrolla per i denti,  poi se ne va. 

Siparietto)

I tre invalidi  (si affacciano  alla ribalta; in coro)

— Dio creò l'uomo con cento membra.

Dio è uno che sbaglia raramente.

Gli dobbiamo parlare di Capua — sembra —,

Quando un giorno ci guarderà clemente?


ATTO SECONDO

Scena prima

(Vigneto. La scena, come le altre di quest'atto, si svolge su un declivio del monte Lobosch. Primo mattino. Un muro  attraversa il palcoscenico. Sopra il muro, tralci di uva rossa. Nel muro, una scaletta, che porta al terrazzo successivo.  A tratti, colpi di cannone, I soldati del plotone, senza Braeker, Bachmann e Schärer, dopo una notte insonne,si adunano sul posto, il quale e più rischiarato che scaldato dal sole. Un paio, tra cui il Tamburo, sonnecchiano)

Kosegarten      (fa cenno a Zittemann di accostarsi al proscenio)   —  Hai visto il Bachmann?

Zittemann        — No.

Kosegarten     — E lo Schärer?

Zittemann        —  Nemmeno.

Kosegarten     — E il Braeker?

Zittemann        — Dove vuoi arrivare, fratello?

Kosegarten     — E io ti dico che sono scappati.

Zittemann        — Scappati? Vorrei che fossi scappato io, ades­so che ci sono dentro. Comunque, fratello, non ci credo.

Kosegarten     —   Con il   Bachmann ho parlato stanotte, ha detto che aveva un bisogno, e io: non farti beccare. Ti dico che l'hanno  fatto, per mancanza d'istruzione. Hanno voluto acquisire un certo distacco, assumono il concetto in senso piattamente spaziale e prendono senz'altro il largo. È un'interpretazione volgare: se li beccano, li finiscono a bastonate.  Se uno ha cervello, gli  basta il distacco.

Zittemann        — Del Bachmann, magari, sono disposto a crederlo, e dello Schärer anche, perché è possibile; ma del Braeker proprio non riesco a crederlo: non è possibile. Il Braeker è un soldato modello.

Kosegarten     — Un soldato modello è sempre presente. Guardati intorno, se lo vedi.

Zittemann        — Adesso ho capito, perché il Braeker è scap­pato con loro.

Kosegarten     — Perché, se fosse rimasto, lo avrebbero ammazzato a bastonate.

(Braeker compare in cima al muro. Da cui scende, mangiando dell'uva rossa, che pesca dal cappello  pieno)

Zittemann        — Quando uno se la svigna, quello che gli dorme accanto viene punito al posto suo: avrebbe dovuto tenerlo d'occhio. In tal modo l'ufficiale risveglia uno spirito di solidarietà, crea le basi del cameratismo. Quando uno non può fidarsi dell'altro, lo si chiama cameratismo.

Braeker            — Sparano già, è un peccato per questa bella uva. Perché non dite più niente?

Zittemann        (tira in disparte Kosegarten, vicino a una marmitta da  campo) — Quello non ne sa nulla. Ce lo hanno lasciato qui, e lui non ne sa nulla.

Kosegarten      — Su, diglielo.

Zittemann        —   Diglielo tu.

Braeker            — Perché vi tirate in disparte? C'è qualcosa?

Kosegarten     (indica la marmitta, a Zittemann) — Allora, ti dicevo, il bacino dell'Ohio: lo devi sempre tener presen­te, se vuoi sapere il perché di questa battaglia. Dunque laggiù gli inglesi fannolaguerra ai francesi, peril possesso della così detta America. Ora fa' attenzione; se vai in-dietro un anno, trovi gli inglesi alleati con i russi e con gli austriaci. E i francesi alleati con il nostro re. L'anno passato, ho detto; quindi, fa' attenzione, e non perdere di vista il bacino dell'Ohio. I francesi vogliono che il nostro re attacchi gli inglesi a Hannover. Il nostro re vuole che i francesi facciano prima entrare i turchi in Austria, in mo­do che la Slesia sia salva per la fede protestante. Allora i francesi si guastano con il nostro re. D'altra parte, gli in­glesi, poni mente al bacino dell'Ohio, vogliono che gli au­striaci attacchino la Francia, mentre quelli vogliono invece attaccare la Slesia, in modo che sia salva per la fede cattolica. Allora gli inglesi si guastano con gli austriaci. Sicché gli inglesi e i russi preferiscono allearsi con il nostro re. Infatti, parecchi mercanti inglesi possiedono un'ipoteca sulla Slesia che ammonta a 54.000 sterline, per cui ora il re si scopre ligio al diritto e riconosce l'ipoteca. Il governo inglese si impegna a mandare una flotta nel Baltico, perché i russi prendano paura e restino amici; purtroppo i mercanti inglesi non permettono questo al governo ingle­se: vogliono il commercio, non la guerra. Allora i nostri amici russi si alleano con gli austriaci, e anche i nostri amici francesi si alleano con gli austriaci, perché loro si ricordano del bacino dell'Ohio, mentre tu, che sei tardo di mente, te ne sei già bell'e dimenticato. E a questo punto, l'imperscrutabile decreto della storia decide che debba scoppiare  una guerra. E  il nostro re si  trova tutto solo contro queste  potenze, che il tenente Kleist1 caratterizza così bene nei suoi versi:  

L'arida, bieca invidia abbiette schiere

Aizza da occidente a meridione.

E gli antri del nord e quelli d'oriente

Barbari vomitano e  mostri, a divorarti.  

(Pausa)

Braeker            — Cadono le foglie, anche la natura muore. (Pau­sa) D'altra parte, ci sono anche battaglie in primavera, e allora il paragone non calzerebbe. Si può sapere, che avete?

Zittemann        — Io non resisto più, adesso glielo dico. Brae­ker, i tuoi amici, il Bachmann e lo Schärer, stanotte sono scappati.

Braeker            — Già, li ho appunto accompagnati un pezzo, fino al sorgere del sole.

Kosegarten     — Allora,  tu lo sapevi?

Braeker            — Se ti dico che sono stato con loro fino all'altro versante della montagna. Non volevano mica che tornassi.

Zittemann        — Si può sapere, perché sei tornato?

Braeker            — Avevo  scordato una cosa.

Kosegarten     — Aveva scordato una cosa.

Braeker            — Avevo scordato il tenente. Lui non avrebbe gradito la mia fuga. Di me si fida, ha detto.

Zittemann        — Allora sei tornato.

Braeker            — Allora sono tornato, non come l'asino torna alla sua stalla, perché l'uomo ci ha in più la coscienza. Il tenente, mi sono detto, è qualcosa di nobile, un uomo superiore, e con ciò non intendo alludere solo al grado militare. Lui è distinto, intelligente, gioviale, sensibile, come appunto la natura vuole che sia l'uomo, e proprio per questo ha bisogno di un servitore, di una persona fidata. Lui è umano, io sono fidato: il conto torna.

Mengke             (compare, si precipita sul Tamburo e lo strapazza, tirandolo per i capelli e per gli orecchi) — Ehi, marmotta d'una grancassa, stamburatore dei miei timpani, se il re perde la battaglia, a te non frega niente, purché tu possa fare sogni d'oro. E' un ordine, pezzo di fottuto: stai divedetta; come viene il signor colonnello, dài l'allarme. Così. (Stambura. Mentre si allontana) Ripeti.

Tamburo           — Io sto di vedetta, agli ordini.  Come viene il signor colonnello dò l'allarme. Così.   (Dà l'allarme)

Mengke             (girandosi  di scatto) —  Attenti. Plotone a posto.

(Tutti si schierano. Nella prima fila c'è un posto vuoto: quello di Schärer) 

Plotone front. Presentat'arm. (Esaminando Zittemann)   Razza di maiale, con un simile  cinturone, non ingrassato, come cuoio vergine, tu vorresti andare in battaglia? (Al  Tamburo)   Dov'è il colonnello?

Tamburo           —  Comandi, signor caporale, non lo so.

Mengke             — Hai suonato o no il tamburo?

Tamburo           — Comandi, signor  caporale, l'ho suonato.

Mengke             — E perché l'hai suonato?

Tamburo           — Me l'ha ordinato lei, signor caporale.

(Un soldato dell'ultima fila ride)

Mengke             — Sicché, trovate la cosa divertente? Forse i signori soldati oggi sono allegri, in vena di facezie e di risate? Con me non attacca. Io mi chiamo Karl Mengke e sono una pasta d'uomo, ma se uno mi... quello lo fotto. Vi ho fatto schierare per il colonnello, perciò vi lascio schierati per il colonnello, dovesse durare fino a mezzogiorno. (Passa furtivo, da sinistra a destra, lungo lo schieramento, studiando i tratti di ogni faccia) Avete imparato ad alterare la faccia, perché io non ci possa leggere niente. Ma i vostri bottoni mi rivelano che cosa pensate di me. I bottoni sono la coscienza del soldato, sono lustri o ingrommati.

(Per la spaventosa concentrazione, non nota il posto vuoto nella prima fila, finché non ci sbatte il naso; quindi)

Dov'è lo Schärer? (E associando in un lampo) Dov'è il Bachmann? Dov'e il Braeker?

Braeker            — Presente.

Mengke             — Ah. (Sfreccia a sinistra) Braeker, dove sono quei manigoldi? Rispondi. (Indietreggia di qualche passo e urla) Voi... siete i più stramaledetti, incalliti, smaliziati, pervicaci... 

(Compaiono Itzenblitz, Markoni, Ehrentreich e un paio di ufficiali)

... luridi, depravati...

(Il Tamburo dà l'allarme, ma i colpi non si sentono: le urla di Mengke sono più forti) 

 ...incanagliti, criminali, dannati...  

(Ehrentreich tira per la manica Mengke. Mengke si  accorge della  presenza di Itzenblitz,  tronca la scenata e scatta sull'attenti)

Itzenblitz         —  Continuate.

Mengke             — Rotti in culo. (Si volta verso Itzenblitz e presenta la forza) Terzo plotone in formazione di marcia, a posto per la battaglia. (Si avvia tranquillo al proscenio, tira fuori un taccuino e cancella due nomi)

Itzenblitz        — Ragazzi. A me non sfugge, se uno vuole disertare.  Che a nessuno salti in mente di andare dal barbiere,  a farsi cavare i denti, così che dopo non è più in grado di aprire con un morso la cartuccia e non spara, la troia. La disciplina è l'anima degli eserciti. Subordinazione. Punto e basta.

Markoni           — Cari soldati, quello che farete ora, è affar nostro: adesso non dovete fare domande, bensì essere fiduciosi. Credetemi, se fosse per noi, ogni battaglia sarebbe vinta. Non è pura retorica, se diciamo che ci siete preziosi: infatti, ciascuno di voi sa che cosa ci è costato. So­lo l'onore ci è più caro della vostra vita. Perciò abbiate fiducia in noi. Mi rivolgo in particolare ai miei diletti svizzeri, allo Joggli Bachmann, al Laurenz Schärer e all'Ollrich Braeker. (Fa un sorriso a Braeker) Gli svizzeri sono un popolo bonario, tranquillo, e quindi, si può dire, fatti su misura per la guerra. Io vi esorto a regolarvi su di loro, ve li addito a esempio.

Ehrentreich    — Cari figlioli... (Itzenblitz, Markoni e gli uf­ficiali se ne vanno. Mentre li rincorre) Vi benedico.

Mengke             (è tornato come un fulmine) — Chi lo sapeva? Ho chiesto chi sapeva dei disertori. (A Braeker) Non farò rapporto. Chi lo sapeva, esca dai ranghi, non farò rapporto, sono comprensivo.

Braeker            (esce dai ranghi) — Io lo sapevo.

Mengke              — Il moschettiere Braeker. Bè, non farò rapporto. (Furente)  Ci vai tu, a fare rapporto.

Scena seconda

(Gruppo di alberi da frutto. Mattino. Lüderitz, Markoni ed Ehrentreich, avvolti in coperte, siedono intorno a un fuoco. Kracht, con il suo flauto, un po' in disparte, Lüderitz arro-stisce delle patate, che infilza su un bastone e tiene nella fiamma. Una tabella indica la strada per Scheniseck)

Kracht             (prova un paio di trilli, stacca) — Si è mai sentito  che le cose non siano andate come dovevano andare, che una faccenda prendesse un corso diverso da quello effettuale? In ciò sta la più ferrea prova della irrevocabilità degli eventi. Addio, cari signori. Dove la morte scrive la parola fine, l'uomo non può apporre un da capo. (Fa per andarsene, torna indietro, porge le mani a Lüderitz ed a Markoni) Ancora addio. Così non si potrà dire, poi, che l'alfiere Kracht non si è congedato da loro. (Se ne va)

Markoni           (dopo una pausa) — Una battaglia, in fondo, non è fatta per un ufficiale. Lo mette in pericolo ovunque, spe­cie da che è in uso l'artiglieria. La pace, per molti aspetti, gli è più congeniale, perché allora èun signore nello sta­to e provvede al mantenimento della scala dei valori. Se proprio c'è una guerra, la cosa migliore per l'ufficiale e tenersene fuori. L'ufficiale non è, in sostanza, una istituzione bellica.

Ehrentreich    — Lei ripone le sue speranze nella pace, giovanotto. Ha in mano i suoi tre soldati, ha vinto la scommessa, per lei ormai è fatta, e siede, per così dire, sull'asciutto.  Ma io la metto in guardia. La pace non è meno squallida della guerra, e neppure le sue puttane in Fiandra riusciranno a illuderla del contrario. Se al mondo non accade nulla per lo spirito, accade veramente qualcosa? Io, Daniel Ehrentreich, sarei capace di buttarmi nella grandine delle palle, dalla noia, ma non lo faccio, e questo è disgustoso.

Markoni            — Dopo la battaglia, tornerò a fare arruolamenti. (Braeker compare da destra. Markoni balza in piedi e gli corre incontro)  Ollrich, figliolo mio, non hai patito freddo? È stata una nottata fredda per voialtri. Che c'è?

Braeker            — Ci sarebbe da fare un rapporto.

Markoni            (affabile)  — Allora, fa'  il tuo rapporto. Se non mi garba, ti becchi lo scudiscio. Su, di che si tratta?             

Braeker            — Comandi, signor tenente, c'è stata una diserzione.

Markoni            (mette mano allo scudiscio)  — Non una parola, furfante, o  sei spacciato.   (Braeker tace)   Avanti, parla.

Braeker            — Due sono scappati.

Markoni           — Due: Tak dobrze. (Lo picchia) Chi?

Braeker            — Dei nuovi, appunto, degli svizzeri.

Markoni           —  E viene a dirmelo uno degli svizzeri: è diabolico. Hai la faccia tosta di fare un simile rapporto, a scherno del tuo padrone? (Lo picchia)  Avanti, parla, manigoldo, non ne gioirai, te lo assicuro. E voglio la verità.

(Braeker scorge la tabella indicatoria e la fissa stranito)

Adesso taci, eh? È una vera pena, per te, dovermi riferire questo. Fuori la parlantina.

Braeker            — Uno è Bachmann.

Markoni            (lo  picchia) —  Parla, se ci tieni all'osso del collo, animale. Uno è il Bachmann. E l'altro chi è?

BRAEKER        — Lo Schärer.

Markoni           — Lo Schärer. (Gelido per la rabbia) Tu lo sapevi? Canaglia, se mi dici che lo sapevi, ti rompo il naso.

Braeker            — Io lo sapevo.

Markoni            (alza il braccio, per scudisciarlo, ma si trattiene; lascia cadere a terra lo scudiscio e si gratta la testa smarrito. Improvvisamente, mentre uno non se lo aspetta più, colpisce in faccia Braeker con un pugno e urla) — Vattene al diavolo. 

(Braeker alza l'indice, fa dietro front e se ne va. Markoni torna al fuoco, affranto)

Lüderitz           — È successo  qualcosa?

Markoni           — Non è successo niente.

Lüderitz           (a Ehrentreich) — Lo dicevo: che non è niente.

Scena terza

(Vigneto come nella prima scena, Mezzogiorno. Il plotone è ancora sul presentat'arm. A tratti, in lontananza, romba il cannone; segnali, musica e rullo di tamburi vicino e a distanza. Braeker sta in disparte con la faccia chiusa)

Mengke             (compare, a Braeker) — Ehi, attendente, sembra che per qualcuno la battaglia ci sia già stata. Una lieve ferita sulla guancia, neanche il caso di parlarne. Congratulazioni. Dolce la vita per l'attendente, vero?Si induce gli amici alla diserzione, ma personalmente ci si astiene, si preferisce prenderle. Si lascia che i camerati vadano a scambiare fucilate nella guerra micidiale, ma non è da tutti masticare piombo, si preferisce prenderle. Ci si tiene accortamente alla larga dai combattimenti e a diretto contatto con il proprio signor tenente e si pensa che non è un disonore prenderle dai prussiani. (Al plotone) Rompete le righe. Mano alle borracce. Bevete.

Zittemann        (a Kosegarten) — Un lapis, camerata. (Tira fuori una lettera iniziata, scrive) E ci accingiamo tra poco alla fatica oltremodo ingrata di morire. Perché di fronte al­la nostra posizione montuosa sta il nemico, e sono anche loro uomini come noi, però tre volte superiori di numero e, come riferiscono certuni che i nostri avamposti hanno catturato, abbondantemente riforniti di vino, il trenta settembre, ieri. Mentre noi da due giorni eravamo senza pane e comunque i viveri assai scarsi. Santo è il nostro Dio, il Signore Zebaoth.

Mengke             — Cerca di non riempirti di merda i calzoni.

 Zittemann       — E come potrei, con il vitto che ci passano?

Mengke             —  Dopo la battaglia, avrai finito di fare lo spiritoso.

Zittemann        (scrive) — Pertanto, se dovesse capitare che il suo Christian Zittemann, moschettiere  prussiano, perda la propria vita  e le venga meno, la prego di non versare lacrime  copiose. Forse, per lei, sarà meglio così.

Mengke             — Te non ti piangerà nessuno di certo.

Zittemann        (commosso)  — Chiunque ha pur sempre una persona, alla quale mancherà.   (Accennando alla lettera)  È diretta all'oste del Vitello verde di Potsdam, gli si estingue un credito di sei talleri.

Mengke             — Che? (Se ne va)

Kosegarten      (a Braeker) — Non bisogna prendersela, anche per un caporale è  dura.  Non arriva mai in alto, e in basso non lo ama nessuno. Il poveraccio si sente solo e diventa un po' strambo. Se uno ha cervello, èassolutamente inattaccabile.

Braeker            (furente) — Io chiedo di entrare volontario nei ranghi.

Zittemann        — Ma sei pazzo? Proprio ora? Di', ti vuoi suicidare adesso?

Braeker            — Vengo con voi.

Zittemann        — Resta con il tuo tenente.

Braeker            — Ci sono restato, perché lui mi amasse, non per prendere un cazzotto in faccia. Mi ha  picchiato con il pugno nudo. Questo è disonorevole.

Kosegarten     — Credi che, se muori, la cosa è meno disono­revole? Chi salva la pelle, ha l'onore, nessun altro.

Braeker            — Ma  io voglio salvare la pelle.

Zittemann        — Ti schiaffano nella prima fila, al posto dello Schärer. Quelli della prima fila sono i primi a essere ammazzati.

Kosegarten     — A tutto si può sopravvivere, tranne alla morte.

Braeker            —  Io diserto durante la battaglia. Ha accennato che dovrò restare con lui per sempre. Allora non sarò mai libero. Vedrò di entrare nei ranghi e poi scappo.

Zittemann        — E come pensi di entrarci, nei ranghi?

Braeker            — Lo chiedo a lui.

Zittemann        — Già, cosi mangia la foglia. Chi mai si offrirebbe volontario nella prima fila? O un pazzo o uno che è troppo furbo.

Braeker            — Io comunque glielo chiedo, non appena si fa vedere.

Mengke             (compare) — A posto. Attenti.

Markoni            (compare, a Mengke) — Due bravi montanari, solidi, schietti, germanici. Mi guardavano con occhi miti come latte di vacca. Vorrei che fossero morti.

Mengke              (perspicace)  — In tal caso, non avrebbero disertato.

Markoni            (ispirato) — Che cosa intende dire, Mengke?

Mengke             — Nulla, signor tenente.

Markoni           (lotira in disparte) — Io dico che sono caduti. Capisce?

Mengke             — Comandi, non capisco.

Markoni            —   L'uomo fa carriera. Un disertore è promosso cadavere patrio. Lei, Mengke, vuole essere promosso sergente. Capisce che l'uomo fa carriera?

Mengke             — Capisco che sono caduti.

Markoni           — Però, il colonnello li vorrà vedere.

Mengke             — Lei ne mostri un paio a caso, di quelli sfracellati.

Markoni           — Quando gli giungerà all'orecchio che l'ho fatto fesso, io sarò gia partito dal reggimento e chi sa dove.

Mengke             —  Naturalmente, almeno uno dovrà essere riconoscibile.

Markoni           — Il Braeker non è morto.

Mengke             — E se fosse morto?

Markoni            —  Sarebbe meglio.

Mengke             — Quelli della prima fila sono i primi a essere ammazzati. (Raggiunge il plotone)

Markoni           —  Una volta messi a mollo i panni, bisogna anche lavarli. Attendente. (Braeker si avvicina) Ollrich, fai una gran brutta faccia. Me ne accorgo, perché ti voglio bene, Ollrich. Vuoi disertare  anche tu?   (Braeker tace) Promettimi che non diserterai. Non lo prometti? Non mi lasciare, Ollrich. Se adesso andiamo insieme alla battaglia, tra noi non ci devono più essere meschini rancori. Allora?

Braeker            (malvolentieri, perché leale)  — Lo prometto.

Markoni           — Bene, Ollrich. (Mentre si allontana) C'è un'altra cosa. Dovrai  entrare nei ranghi al posto del tuo amico Schärer: è la regola. Ci garantiamo tutti a vicenda.

Mengke             (si avvicina) — Su, mettiti a  posto e sta' attento agli ordini.

Markoni           (torna indietro e butta le braccia al collo di Braeker) Ti voglio bene, Ollrich. Dopo la battaglia, eventualmente ci rivedremo.

Mengke             (comanda) — Plotone in formazione d'attacco. At­tenti. Presentat'arm. Lanc'arm.

(Mengke e Markoni si dispongono alle spalle del plotone)

Braeker            (a Kosegarten) — Lo odio.  Crepo dall'odio.

Kosegarten     — Sii ragionevole, Braeker. Volevi entrarci, no?

Braeker            — Ha accennato che sarei rimasto con lui. E ora mi schiaffa nella prima fila. Come può fare una cosa simile?

(Musica:  tamburi e oboe)

Lüderitz           (compare con la spada sguainata) — Tutto il battaglione a posto. Marc'.

Il  plotone        (marciando)

— In terra straniera è diretta

La punta del mio stivale,

Alle spalle, negletta,

Sta la terra natale.

Noi andiamo alla tua guerra,

Io e il mio commilitone,

O re di Prussia,

Gran signorone.

Nel fumo acre delle palle,

Nel rombo dei cannoni

Me porta a valle

Il tuo comando, e trenta battaglioni.

Là miete pastura la Morte

Con rugginoso falcione.

O re di Prussia,

Gran signorone.

Ordine: conquistare al re

Tutta Sassonia almeno,

Terra di saggi e di miniere

Di carbone. Slesia non meno.

E che ci fotte della Prussia?

La vittoria forse ci ingrassa?

Merda,

Merda,

Merda diciamo alla guerra.

E dopo resto:

Un uccello senza nido.

La panza va in protesto.

E come soldato: finito.

Noi non si mangia il tuo pane,

Pure, s'e fatto il tuo pastone,

O re di Prussia,

Gran signorone.

Scena quarta

(Vigneto.  Un tratto di  muro, che delimita il terrazzo successivo. Mengke e tre soldati avanzano affiancati, a passo di marcia, dal fondo di destra della scena e guardano verso il basso)

Mengke             — I panduri.

(Carica Il suo fucile, cioè: prende la cartuccia,  la apre con un morso,  versa un po'  di polvere nello scodellino e lo ottura; quindi passa il fucile nella sinistra,   versa la polvere nella  canna, la estrae, la ripone e prende la mira)

Un soldato       —  Non spari, altrimenti quelli rispondono al fuoco.

Mengke             — Fuoco. (Spara in direzione del proscenio. Contemporaneamente allo sparo, uno dei soldati, colpito, cade dal muro. Mengke carica un'altra volta. Spara. Casca giù il secondo soldato. Mengke spara per la terza volta. Il terzo soldato è spacciato. Mengke se ne va)

Scena quinta

(Vigneto. Apertura nel muro con un cancello spalancato. Il cadavere insanguinato del moschettiere Katzorke ingombra il passaggio. Drudik, i due soldati che con lui sono passati alle dipendenze  dell'alfiere Kracht, e altri due soldati stanno intorno all'ucciso, con aria mesta)

Kracht             (sopraggiungendo) —Avanti.   (Scorge il cadavere, cerca di rivoltarlo con la spada, e chiede)  Chi è quello?

Drudik              —  Comandi,  il moschettiere Katzorke.

Kracht             — Meno male: è solo il Katzorke.

Drudik              — Signor alfiere, qui siamo tutti dei Katzorke.

Kracht             (divertito)  —  Quanto sei scemo, Drudik. Tieni, ti regalo un ducato per la tua candida risposta. (Gli dà un ducato)

Scena sesta

(Campo di battaglia. Sullo sfondo, a destra, due alberi crivellati dai colpi. In mezzo ad essi, una tabella indica la strada per Lobositz, sulla sinistra del proscenio, e quella per Scheniseck, sulla destra del proscenio. Musica marziale, sibilo di bombe e urla di comando. Il plotone, baionetta in canna, avanza verso Lobositz in fila disordinata. Esplode  una cannonata, parecchi cadono. Gli altri seguitano ad avanzare, finché escono di scena. Dopo un sensibile intervallo  compaiono Markoni e il Tamburo; i due sostano vicino agli alberi)

Markoni (starnuta) — È il fumo della polvere: mi pizzica nel naso. Sali sull'albero e prova un po' se riesci a scorgere qualcosa.

(Il Tamburo si arrampica sopra un albero, Marko­ni si siede sullo strumento)

 Vedi il nostro schieramento?

Tamburo           — Comandi, signor tenente, è assai malconcio. Ha lo spessore di un cordoncino da cappello; la seconda linea è inesistente.

Markoni           — Tutto, perché non c'è cavalleria. L'ha mandata allo sbaraglio a Sullowitz.

Tamburo           — Però, sulla sinistra, il nostro fronte è vasto, arriva fin giù all'Elba, credo.

Markoni           — Si tiene l'aggiramento. E lui, il grande re eroico,  se ne sta all'ala destra, sul monte Homolka, come se la cosa non lo riguardasse affatto. Che fa il nemico?

Tamburo           —  Ora lo vedo. È quasi a contatto con i nostri, disterà neanche duecento passi.

Markoni           — Fanteria regolare?

Tamburo           — Sì. E presso che fresca.

Markoni           — Del colonnello Lascy. I croati che si sono visti  finora, erano una mera scaramuccia. Adesso si vedrà, chi conserverà più a lungo la grinta. (Malinconico) Infatti, come la cosa diventa seria, l'uomo non ha giudizio. Quando  fissa nel bianco dell'occhio il nemico che vuol fargli la pelle, l'esperienza è troppo atroce, nonc'è entusiasmo che tenga. Allora l'uomo perde la testa e comincia a pensare. Perciò si fa in modo che il soldato eserciti la sua attività sempre soltanto a distanza, Prima che vengano alle mani, si verifica la fuga. Piuttosto che pensare, è meglio che scappino. (Il Tamburo fa segni concitati) Ci siamo.

(Dal proscenio di sinistra compaiono soldati in fuga; alcuni seguitano a procedere a ritroso e allineati, molti si sono già voltati e corrono. Tra essi, il Caporalmaggiore con la bandiera. Markoni ordina al tamburo)

Suona l'adunata.

(Si alza in piedi, mentre il Tamburo piomba dall'albero e suona l'adunata. I soldati si attruppano, si schierano meccanicamente  di fronte alla bandiera, serrano i ranghi)

Dietro front. Marc'.

(I soldati avanzano di nuovo)

Rammolliti. Avanzare in massa, in massa sparare e scappare, mentre non si è ancora arrivati al dunque. Una volta le guerre erano un fatto virile enobile, da uomo a uomo. (Al Tamburo) Hai visto qualcuno della prima fila?

Tamburo           — Ce n'erano un paio.

Markoni           — Chi?

Tamburo           — Il Kotnitz. Lo Schrimpff.

Markoni           — E poi? Chi altro?

Tamburo           — Nessun altro.

Markoni            — Penso che i più saranno morti.  (Esamina un caduto) Conosci questo qui.

Tamburo           — Sì.

Markoni           — Credi che sia riconoscibile?

(Pochi soldati compaiono dal proscenio di sinistra; tra essi, ora, Zittemann e Kosegarten; e, in testa, il Caporalmaggiore con la bandiera)

Markoni           (al Tamburo) — Avanti, datti da fare. Suona l'adu­nata.

(Il Tamburo suona l'adunata. I soldati si attruppano)

Zittemann        (stremato, si lascia cadere a terra) — Il resto, senza di me. 

(Kosegarten gli rimane accanto)

Markoni            (a Zittemann) — Che hai? 

(Zittemann si trascina nei ranghi. A Kosegarten)

E tu?

Kosegarten     — Io ho cervello, signor tenente.

Markoni           — E con ciò?

Kosegarten      — Se uno ha cervello, non dico altro. (Si mette nei ranghi)

Markoni            (strappa la bandiera al Caporalmaggiore) — La bandiera adesso resta qui. Questa continuo avanti e indietro non fa che stravolgere completamente gli uomini. (Sventolando il vessillo, egli assume una posa molto epica ed esclama) Moschettieri. Sua Maestà il re ha voluto esprimere la propria soddisfazione riguardo al reggimento Itzenblitz. Avanti per Federico l'Unico.

(I soldati, ad eccezione del Caporalmaggiore, se ne vanno. Markoni, stanco, si siede sullo strumento, voltando la schiena alla battaglia. Chiede)

Qualcuno della prima fila?

Tamburo           — No, signor tenente.

(Markoni si soffia malinconicamente il naso nel drappo delta bandiera. Braeker, tutto solo, si dirige tranquillamente verso di lui. Il Tamburo dà un colpetto sulle spalle a Markoni)

Markoni           — Quanti? (Il tamburo fa segno: uno. Markoni, senza voltarsi) Alla fine, in loro la parte migliore ha il sopravvento. (Forte) Coraggio, manigoldo.

Tamburo           — Della prima fila.

(Markoni si gira di scatto e fissa stranito Braeker. Questi gli si avvicina, gli stringe la mano senza dire una parola e si allontana in direzione di Scheniseck)

Markoni           (balza in piedi e sventota la bandiera) — Ollrich. (Getta via la bandiera e protende entrambe le mani) Ollrich.

Braeker            — Io adesso vado. (Se ne va)

Markoni           (estrae furibondo la pistola e prende la mira con cura. Ma poi, sopraffatto dall'emozione, abbassa l'arma e dice) Tanto, non servirebbe. Ollrich. Ollrich.

(Corre dietro a Braeker. Il Tamburo e il Caporalmaggiore restano lì, incerti sul da farsi. Compaiono soldati, parecchi sono feriti, e si ritirano senza impedimenti. Tra essi mancano Zittemann e Kosegarten. Come sono usciti di scena in fondo a destra, anche del Tamburo e del Caporalmaggiore non rimane traccia. Restano soltanto lo strumento e la bandiera)

Scena settima

(Pergola. Tardo pomeriggio. A sinistra il cielo appare rischiarato in modo innaturale. Dalie. Un sedile di marmo sotto la pergola e una statua di Venere, alla quale e stata asportata la testa, accennano un'ambientazione sentimentale rococò. Regina, in un primo tempo celata, spunta con circospezione dalla pergola e cerca di rendersi conto, se la situazione è ancora critica. Sente un rumore e torna a rintanarsi. Braeker compare da sinistra. Davanti alla pergola egli si accascia a terra, ma poi riprende faticosamente il cammino)

Regina               (all'ultimo momento, molto esitante) — Ehi, soldato.

(Braeker non la sente. Lei grida molto forte, mentre la voce le si ribalta in falsetto per l'emozione) Soldato.

(Braeker si spaventa a morte. Alza di scatto le mani e non osa voltarsi a guardare. Regina lo rincorre)

Non sei quello di Tetschen, lo svizzero? Sei tu, vero? (Braeker si volta) Sono io, la Regina. (Lo conduce sotto la pergola e intanto parla) Volevo tornare a casa, sono stata a prendere delle lenzuola a Lobositz, che sarebbe quel paese là di fronte, dove c'è l'ombra. Stanotte devo essere a casa, scappiamo, per via dei prussiani. Ancora non riesco a crederci, che sia proprio tu.        

(Regi­na prende posto sul sedile e appoggia la testa di Brae­ker alla propria spalla) Riposati soldato. (Braeker fruga con la faccia nel seno di lei)

Però, è meglio che lo lasci stare, questo.

Braeker            —   Ho paura.

Regina               —   Ma adesso ogni pericolo è cessato.

Braeker            — Adesso ho paura.

Regina               (cerca di scostarlo) — Non mi pare che tu abbia paura.

Braeker            —   Quando uno cerca riparo, in questo è coraggioso. Via, sbottona uno po' la camicetta.

Regina               —   Puah. Per un soldato.   (Cercando di distoglierlo) Di' piuttosto qualcosa.

Braeker            — Ollrich, ha gridato, il mio tenente. Continuamente: Ollrich, Ollrich. Era tutto bianco, come mi ha visto. Perché io gli avevo promesso che non avrei disertato. Con questa mano glielo avevo promesso. (Allunga la mano sul seno di lei)

Regina               —  Non la puoi tenere a posto, la mano?

Braeker            —   Perché sono così stanco.

Regina               — Lui non può tenere a posto la mano, perché è stanco.

Braeker            —  Via,  sbottona un po' a camicetta.

Regina               —   Soldato, stai dicendo un mucchio di sciocchezze. Così non vieni a capo di niente. Rispondi: quanto costa un pane al tuo paese?

Braeker            —   Tredici Pfennig la libbra.

Regina               —   Cioè più di quattro Kreuzer, mi risulta.

Braeker            —   Ma il burro costa poco. Nove Kreuzer.

Regina               — Di', hai mai visto un tallero? Io ne ho uno, però non da spendere. (Porta un tallero appeso al collo mediante una catenella) Lascia, te lo tiro fuori io. (Braeker le infila una mano nella camicetta)   Ma io te lo avrei tirato fuori da me.

Braeker            (non ritira la mano) — Una palla di fucile, capisci, si cerca la sua strada, trova un soldato e gli sguscia attraverso la pelle, e prima che lui abbia il tempo di gridare: beccato!, gli si è già conficcata nel cuore. Quello che sta alla tua destra, è colpito, e poi quello a sinistra. Quando uno è reduce da una simile strizza, gli piacciono le tette.

Regina               (scosta la mano, indignata) — Insidiarmi l'onore con il piagnisteo. Per una signora distinta è facile opporre resistenza: quella ha le mutande, sotto. Tutto ciò che ho io, è solo la mia camicetta e che non voglio. E questo è poco.

Braeker            — Via, sbottona un po' la camicetta. (Si addormenta)

Regina               (teneramente)   —   Ma sì, povero soldato sciocco. Ora lo faccio. (Sbottona la camicetta) Soldato. Peccato. (Si è accorta che Braeker dorme, e riabbottona la  camicetta)

Braeker            (nel sonno)   —   Presente. Signorsì, Vostra Signoria. (Si desta di soprassalto) Lì c'è qualcuno.

Regina               —   È la dea Venere.

Braeker            — Merda.

Regina               — Su, dormi. Quella non può farti nulla.

(Braeker si riassopisce)

Markoni            (a sinistra, dietro le quinte)  — Ollrich, Ollrich. (Braeker, nel sonno, fa schioccare i tacchi. Dallo stesso luogo, Markoni ripete) Ollrich.

Braeker            (nel sonno)  — Presente.

Markoni           (compare e sta per passare dietro la pergola) — Ollrich.

(Braeker si rizza, in procinto di gridare. Regina gli tappa la bocca. Nello stesso istante, qualcuno, da dietro una vite, esclama: Presente! Markoni apre le braccia) Mia pecorella smarrita e ritrovata, mio decimo soldone. Tutto, tutto è come prima. Ecco, guarda, io apro le mie braccia: per te.

Bilmoser          (esce dal nascondiglio e gli punta la pistola sul petto) — Allora, se lei permette, signor barone, io la prendo senz'altro prigioniero. E favorisca, prego, la sua pistola. (Gli toglie la pistola) Mi chiamo Bilmoser. Servaz Bilmoser, del reggimento Nadasny. Adesso, signor barone, voglia avere la compiacenza di seguirmi al mio corpo.

(I due se ne vanno. Una detonazione in lontananza. Le fiamme della città di Lobositz mandano bagliori più accesi, Braeker, nel sonno, si stringe addosso a Regina)

Regina               (silibera con dolcezza e distende Braeker sul sedile. Lo bacia. Dice)  — Se potessi amare, questo potrei amarlo.

(Si sfila la catenella con il tallero, la appende al collo di Braeker e si allontana con un grosso fagotto bianco)

Grida lontane — Elia, vittoria.

Scena ottava

(Cima rocciosa del monte Lobosch. Il feldmaresciallo Keith, Itzenblitz, Lüderitz e altri ufficiali, in piedi, guardano, attraverso cannocchiali, in direzione del proscenio. Ehrentreich è intento a pregare. Dopo un po', tutti abbassano il cannocchiale e lo affidano al loro attendente)

Keith                 — Messieurs, la bataille est gagnée.

(Itzenblitz lo guarda, poi tira fuori il suo cornetto acustico. Lo accosta alle labbra e strombetta un segnale di guerra)

Scena nona

(Campo di battaglia. Chiaro di luna. Kracht e Drudik, entrambi feriti gravemente, giacciono a una certa distanza)

Drudik              (da solo)  —  La  battaglia tace. E questa, dunque, è la tua fine, Ambros Drudik: steso qua, a crepare in modo assurdo inutile. A questa morte sul campo di bat­taglia è preferibile persino la  morte da eroe.  (Sospira)

Kracht             —  Un  po' di contegno, Drudik. Non siate così chiassoso nell'espressione. La creanza vieta al soldato di esternare la propria sofferenza in modo più rumoroso del suo ufficiale, se anche costui soffre.

Drudik              — Il signor alfiere. To'. E lei si stupisce?

Kracht             — Di  trovarvi qui?

Drudik              — No, di essercisi trovato lei. E lei si stupisce di morire?

Kracht             — Siamo nati per morire.

Drudik              (spaventato)  — Io no.

Kracht              —  Voi no, naturalmente. Ma un ufficiale prussiano ha imparato a morire.

Drudik              —   Sì, a parole.

Kracht             — Mi coprirei di infamia, se dovessi morire come muore un contadino.

Drudik              — Un contadino non muore volentieri, non ha tempo per morire. Prima deve fare il fieno, poi avrebbe tempo, ma già è l'ora della semina. Per lei è facile darsi un contegno: lei ha tempo. Non ha niente per cui essere dispiaciuto.

Kracht              —   Al massimo, mi dispiace per i miei cani.

Drudik              —   Lei afferma questo, come se fosse un segno di grandezza d'animo, e invece io le dico che lei è veramente dispiaciuto soltanto per i suoi cani. Ecco perché a lei non importa molto di morire. (Da   solo) Infatti, se ti credevi che almeno laggiù in cielo, foste uguali, era un altro abbaglio. Tu non sei pari, Ambros Drudik.

Kracht             — Con chi parlate?

Drudik              — Adesso parlo con me: è la compagnia di cui più sentirò la mancanza, dopo. Parliamo dell'ingiustizia su questa terra, perché ormai ho capito che una morte delle vostre non pareggia una morte delle nostre.

Kracht              —  Niente sofismi, Drudik. Voi siete stupido, lo sapete bene.

Drudik              — Sono stupido, ma solo stupido per il soldato: solo stupido per morire. Non per vivere. Alla vacca e attaccato, uno che la sa mungere e cavarne il latte. Così e attaccato alla vita, uno che e capace di usarla. Parlo dei progetti che avevo. Li ho conservati tenacemente nel mio cuore, ma non era un posto sicuro. (Kracht si tappa gli orecchi) L'uomo si ricorda di ieri e pensa a domani e muore semplicemente a vita. Perciò il tragitto all'eternità è più lungo dell'eternità stessa. La morte è breve, solo il morire è lungo. Il morire è quello che conta, nella morte: chi muore male, è morto male.  (Da solo)   Ambros Drudik, eccoti steso qui, in procinto di lasciare questo mondo, ma niente affatto disposto a  farlo: e nella morte non sei pari.

Kracht             (per indurlo a smettere)  —   Siete un bravo combattente, Drudik. Datemi la vostra mano.

Drudik              — Tenga, gliela butto. (Lancia la mano)

Kracht             — Siete un porco, Drudik.

Drudik              — Non pensavo che le urtasse.

Kracht              —  Mi urta che voi meniate vanto della vostra ferita. Dovreste vedere la mia. (Oltremodo stupito) Ah, ah, non riesco a  capire.

Drudik               (interessato)   — Che cosa?

Kracht             —  Il colpo è entrato davanti, quindi non è del nemico.

Drudik              — Ora le spiego: le cose stanno così. Come mi accorgo di essere colpito e vedo che lei già si volta, io penso: spara, Ambros, che allora  sei pari, e sparo. E invece non siamo pari lo stesso, e per tutti i secoli dei secoli, perché la morte non è uguale.  

(Kracht grida in modo strano)  Ride, o muore?

Kracht             — Muoio.

Drudik              — Lui muore, lui può ridere.

(Siparietto)

Un combattente quasi morto   (viene portato in scena su una carriola. Canta)

— Sulla carretta mesta

Ora nella notte sbatto

E devo andarmene da questa

Terra e sono di terra fatto.

E io sono uno. E

Lo spreco è legione.

O re di Prussia,

Gran signorone.


ATTO TERZO
Scena prima

(Bosco ceduo rado. A sinistra sul fondo, tronchi di alberi abbattuti. A destra, sul proscenio, un cespuglio. La scena è attraversata da un sentiero, dal quale un altro si biforca verso il fondo di destra. Sulla destra, una tabella sbilenca indica la strada per Scheniseck: non si capisce esattamente, se essa si riferisca al sentiero in primo piano oppure a quello dietro. Mattino)

Braeker            (compare da sinistra, trascinandosi dietro, per la cinghia, il futile) — Ebbene, camerata, la nostra com­pagnia è durata anche troppo. (Si volta verso il fucile e lo guarda. Poi lo pianta verticalmente in mezzo ai tronchi e appende il suo cappello alla canna) Per esse­re sincero, sono veramente contento che noi non ci rivedremo mai più, io e te, noncristiano strumento di assassinio, perché così, camerata, io ti devo per forza chiamare. (Prende a schiaffi il fucile) Noncristiano strumento di assassinio. Tu obbedisci con troppa facilità a chiunque ti abbia in mano. Al posto del giudizio, hai un grilletto. Che cos'hai? Tendenza alla subordinazione: ecco che cos'hai. (Prende a schiaffi il fucile) La tua professione è  uccidere. L'unico inceppo che conosci, e quel­lo di caricamento, e si fa presto a eliminarlo. (Prende a schiaffi il fucile) Che cosa sei? Compiacente: ecco che cosa sei. (Allunga un altro schiaffo, manca il fucile e colpisce se stesso. Sbigottito, fregandosi la guancia con l'altra mano) Camerata, non tollero questa allusione. È vero: anche di me si e potuto dire altrettanto, ma poi ho imparato molte cose e mi sono ravveduto, perché so­no un uomo e non un pezzo di legno. Perciò adesso ti dico: Dio ti assista e a mai più rivederci. (Si scrolla con sollievo, riprende il cammino e arriva alla biforcazione. Resta in dubbio sulla strada da prendere, poi sceglie il sentiero  di fondo)

Scena seconda

(Bosco ceduo come nella prima scena. Ross e Mayr compaiono da destra, in primo piano. Anch'essi sono incerti sulla strada da prendere)

Ross                   — Io ti dico che i nostri stanno là.   (Fa cenno alle sue spalle) E il nemico a sud, lungo l'Elba.

Mayr                  — A sud sarebbe lì?   (Indica la direzione da cui è comparso Braeker)

Ross                   (scrutando la posizione del sole) — Sì.

Mayr                 — Allora, per di qua. (Stanno per rimettersi in cam­mino verso sinistra)

Ross                   (improvvisamente) — Attento, Mathies.  Due in vista.

Mayr                  (impaurito)   —   To', il Bilmoser.

Ross                   —   Ha preso un tenente  prussiano  

(I due si nascondono dietro il cespuglio. Bilmoser e Markoni compaiono da sinistra, sul fondo.  Markoni ha i polsi legati e sospira)

Bilmoser          —   Qualcosa non le aggrada, signor barone?

Markoni            — La corda, Bilmoser. Mi spacca i polsi.

Bilmoser          —  E a me il cuore, glielo assicuro, come uno che ha un concetto preciso dell'onore e della dignità gentilizia. Una corda stretta intorno a  mani così delicate, che non hanno fatto il callo con il lavoro. Ma lei ha sentito l'ordine del capitano: non posso slegarla, finché non sia-mo arrivati a Leitmeritz.

(Bilmoser e Markoni escono di scena a destra)

Braeker            (ritorna per il sentiero che ha  scelto erroneamente, studia la tabella indicatoria e prosegue sull'altro sen­tiero. I due austriaci si accingono a lasciare il nascondiglio.  

Braeker, mentre passa accanto al cespuglio, scorge i loro cappelli ed esclama  spaventato)  —   Chi va là? 

(Braeker e i due austriaci si acquattano e con  cautela aggirano più volte il cespuglio, nell'intento di spiarsi a vicenda)

Mayr                 — Quello vuole sapere chi va là, Rupert.

Ross                   — Anch'io. Non occorre che io lo guardi negli occhi, mi basta vedere la coccarda.

Mayr                 — Non porta il cappello.

Ross                   — Non si capisce che razza di uomo sia.

Mayr                 — Chi va  là, piuttosto?

Braeker            — Io.

Ross                   — Io chi? Senza nome? Senza ceto? Senza qualifica? Maledizione, non c'è nulla di più sconveniente che questi io senza cappello. Mathies, non ci resta altro. (Punta il fucile, imitato da Mayr. A Mayr) Tu non ti muovere a aspettalo al varco.

(Si fa sotto, incalzando Brae­ker intorno al cespuglio, finché questi si trova di fronte Mayr e non può andare oltre. Quando finalmente riescono a squadrarsi da vicino. Braeker e i due austriaci si fermano e tirano fuori dalla tasca della giubba, con gesto abituale, pezze da piedi bianche)

Ross                   —   Su, metta pure via quella roba: tra camerati non è proprio il caso.

Braeker            (gli stringe la mano) — Braeker.

Ross                   — Ross.

Braeker            (a  Mayr)   — Braeker.

Mayr                 — Mayr.

Braeker e Mayr — Molto lieto.

Ross                   — È  per me un vero piacere incontrare un rappre-sentante della  gloriosa nazione prussiana.

Mayr                 — La  sua divisa azzurra  mi  torna più gradita, alla vista, che il manto della santa Vergine.

Braeker            —   Già, nel mio caso, loro hanno fatto un bel colpo, egregi signori dalla giubba bianca. Allora...?

Tutti e tre        —   Allora facciamo la strada insieme.  

(Ross e Mayr si avviano a sinistra, Braeker a destra)

Mayr                 — Di qua si va in Prussia.

Braeker            — Di qua si va in  Austria.

Ross                   (assai deluso) — L'ho pensato subito, dentro di me: questo signore è un disertore.

Braeker            (con orgoglio) — E ha pensato giusto: infatti, ho preso il largo nel bel mezzo della battaglia e sotto gli occhi del mio tenente.

Mayr                 (sputa per terra) — Uomo senza onore.

Ross                   — Non noti che ha un tratto spregevole intorno al­la bocca? Per costui, l'aquila degli Hohenzollern vale quanto una carogna di corvo. Ti dico che è capace di guardare alla bandiera bianconera, senza provare certe emozioni.

Mayr                 (a Braeker) — Torna alla tua bandiera.

Braeker            (indicando confuso la direzione opposta)  —   Veramente, io speravo che i signori mi scortassero al loro campo.

Mayr                 (spaventato) — Noi vogliamo tornare a casa. Andiamo, Rupert.

Braeker            (tornando indietro) — O magari anche i signori imperiali sono dei disertori?

(Ross e Mayr se ne vanno fino al limite della scena. Vedono il fucile di Braeker e si fermano, scuotendo il capo)

Ross                   — Eppure quest'uomo non è un disertore, Mathies; al massimo, ti dico, un melanconico, Non è coscienza, la sua, ma afflizione. Se lo riportiamo al suo corpo, fac­ciamo un'opera buona. (I due tornano da Braeker, che li ha seguiti con lo sguardo) Non è pentito di aver abbandonato il suo reparto?

Braeker            —   Giuramento strappato, a Dio non è grato.

Ross                   — E i suoi camerati? Non le importa che cosa pensano di lei?

Braeker            —   Non sono i miei camerati, sono i camerati del re.

Ross                   —   Nobili parole. Sta' a vedere, Mathies, che alla fine è proprio un disertore.

Mayr                 — Non è pentito affatto.

Braeker            — Non sono pentito affatto.  Tranne, forse, che il mio signor tenente debba stare in ansia...

Ross                   —   È un melanconico. Mathies, è pentito. Un rapporto lo lega al suo tenente, una specie di devozione filiale. Allora, che cosa aspetta a tornare?

Mayr                 — Ci porti con sé. L'encomio le è assicurato.

Ross                   —   Pensi al lampo di soddisfazione negli occhi del suo tenente. A lui verrà appuntata una medaglia sul pet­to, e ciò sarà indubbiamente per lei una magnifica ricompensa.

Braeker            — No, no. I signori non riusciranno a riportarmi nell'esercito. Io voglio tornare a casa dalle mie capre.

Mayr                 — Lascialo tornare a casa. Anche noi vogliamo tornare a casa.

Ross                   — Che si tolga dai piedi.

Braeker            — Non è per rifiutare di proposito un piacere. È solo che, bè, insomma, anche i signori camerati avranno certo una loro vita privata, no?

Ross                   — Io sono operaio in una manifattura tessile a Chemnitz.

Braeker            — E lei, se è lecito saperlo?

Mayr                 —  Io sono evaso dal carcere di Straubing.

Braeker            — Era in carcere?

Mayr                 — Già. Per atti di libidine. E adesso voglio tornarci.

Braekek            — Io a casa lavoro in un polverificio. Però mi è passata la voglia di fabbricare la polvere, non ne sopporto l'odore.

Ross                   (irritato) — Lui non può sopportare l'odore della polvere, ma vuole fare il disertore e il gradasso. Dove ha lasciato il suo fucile?

Braekek            — Non mi serve il fucile, perché alla guerra ho detto addio.

Ross                   — Alla guerra ha detto addio: non è una faccenda che riguarda solo lei, riguarda anche la guerra. Mathies, quest'uomo mi fa compassione. Gli devo spiegare la cosa, perché mi fa compassione. (A Braeker) Lei pensa alle sue capre, ma il suo comandante di compagnia ha anche lui la sua fonte di profitto, alla quale deve pensare. La gendarmeria militare pullula come i bacherozzi. Abbiamo visto passare un tenente prussiano proprio un istante fa: per un uccello non c'è stato, da allora, neanche il tempo di volare da un albero all'altro.

Braeker            —  Non mi va il fucile. Mi fa rabbia, mi fa.

Ross                   — Balle. Uno può essere ammazzato con una pagnotta e  salvato da un torrente con un moschetto.

Braeker            — Non ho mai voluto essere un soldato.

Ross                   — Che cosa, allora?

Braeker            —  Un uomo tranquillo.

Ross                   — Senza fucile? (Braeker alza l'indice) Un uomo tranquillo, se non ha un fucile, è come una nuvola d'estate o uno sputacchio di vespa: uno scialo della natura. una labile parvenza. Ci si chiede, a che scopo mai un fat­to del genere debba verificarsi.

Braeker            — Lo vado a prendere.

(I tre si avviano insieme verso sinistra. Ross e Mayr proseguono. Braeker si rivolge al fucile)  

Come non detto, camerata.

Scena terza

(Prato. Da sinistra compaiono Bilmoser e Markoni, il qua­le ha tuttora i polsi legati. Markoni inciampa in un monticello di terra espulsa da una talpa e cade lungo disteso. Bilmoser tira fuori una spazzola per vestiti e lo ripulisce)

Markoni           — Lasci stare, Bilmoser. Lei mi mette in imbarazzo.

Bilmoser          — Non vorra mica andare in giro così, un signorino grazioso come lei, conciato in questo modo.

Markoni           — Ma lei, Bilmoser, adesso è il mio superiore.

Bilmoser          — Un signore di rango resta qualcosa di speciale, in ogni situazione. Ha diritto a una battaglia speciale, a un supplizio speciale e ad esequie speciali. Non per niente si parla di guerra cavalleresca, cioè di una guerra che ha stile: neppure i russi la pensano diversamente.

Markoni           (cade di nuovo e viene spazzolato) — Che ne sarebbe di me, Bilmoser, se non ci fosse lei?

Bilmoser          — Se posso chiederle una mancia.

Markoni           (accennando alle mani legate) — In questo momen­to, purtroppo, mi trovo nell'impossibilità di dargliela.

Bilmoser          — Me la prendo io. (La cava di tasca a Markoni e intanto dice) Ogni individuo è come un mobile nella casa della società umana: uno nasce spinetta e un altro nasce sgabello, e uno sgabello non deve avere la pretesa di emettere suoni: la cosa non ha stile.

Markoni           — Concezioni feudali, Bilmoser. Lei e fatto per un mondo  di gentiluomini.

Braeker            (sopraggiunge da tergo) — Mi perdoni, camerata austriaco. Un altro disertore, magari, lei non lo potrebbe mica...

(Bilmoser e Markoni si voltano)

Braeker            (riconosce Markoni ed esclama con grande spavento) — Non si muova di un passo, le dico.

Bilmoser          (alzando le  mani) — Mi risparmi la vita, signor prussiano. Non mi faccia del male.

Markoni           — Non tremi, Bilmoser. Questo ce l'ha con me.

Bilmoser          — La prego, signor barone, ma è assurdo. Lei, signor barone, è mio prigioniero, no?

Braeker            — Prigioniero?

Markoni           — Sì, Ollrich... (Fa per andare verso Braeker, ma questi indietreggia). Prigioniero. E per colpa tua.

Braeker            — Come? Vostra Signo... (Si dà uno schiaffo sulla bocca)

Markoni           — Sono prigioniero di guerra. Sai che cosa significa, essere un prigioniero di guerra? Un prigioniero di guer­ra non è libero. Non ha bei vestiti nécavalli. Non può fa­re quello chevuole, deve subire le imposizioni altrui, e quanto al mangiare, è tenuto peggio che a stecchetto. In questa situazione mi trovo io, e per colpa tua, Ollrich. Io non volevo perderti, mi avevi conquistato il cuore.

(Bilmoser singhiozza).

Braeker            — Non ne ho colpa affatto. Lei non avrebbe dovuto picchiarmi.

Markoni           — Con te mi sono comportato umanamente, Ollrich. Ti ho vezzeggiato e ti ho castigato. Ti ho trattato come una persona, non ho applicato meccanicamente il regolamento. Ollrich. (A Bilmoser) Io lo chiamo ancora Ollrich: siamo ancora camerati, qui, in terra straniera. Un tempo abbiamo marciato insieme, sotto la stessa bandiera. Ci siamo trovati fianco a fianco nel fango: sono cose che non si possono dimenticare.

(Bilmoser seguita a singhiozzare senza ritegno. Braeker tiene gli occhi fissi a terra)

Markoni           (sottovoce) — Hai un fucile, no? (Forte) Ollrich, camerata. (Sottovoce) Se gli spari e lo ammazzi, non ti faccio niente e tutto torna come prima. Lasciami scappare.

Braeker            (indietreggia) — Lei non mi ha lasciato scappare.

Markoni           (con una franchezza che non deriva dal calcolo, bensì da una coscienza radicalmente pulita) — Sicché, avrei dovuto lasciarti scappare? Sarò franco: nonera possibile che tu disertassi. Avevo scommesso con il signor colonnello. Sarei tornato a fare arruolamenti, se voi foste rimasti.

Braeker            — Per questo mi ha preso in cambio dell'alfiere Kracht?

Markoni           — Per questo.

Braeker            — E solo per questo mi ha nominato suo attendente?

Markoni           — Sì. Come vedi, sono franco.

Braeker            — Ma perché mi ha schiaffato nella prima fila, se ci teneva che non disertassi?

Markoni           —  Vuoi proprio che te lo dica? E io te lo dico, Ollrich, perché sei un uomo e un soldato. Pensavo che nel­la prima fila saresti caduto, e se tu fossi caduto, non avresti disertato. È così.

Braeker            — Mio Dio.

Markoni            — Volevi disertare, no? I tuoi amici lo avevano già fatto. Mi avete piantato in asso. Non è il caso, adesso, che noi si stia qui a scambiarci recriminazioni.

Braeker            — Ma quale noi? Ma che scambiarci?

Markoni           — Abbiamo cercato entrambi di fare la stessa cosa: uscire indenni dalla guerra. E nessuno ha avuto riguardi per l'altro. Tu mi eri caro, lo sei tuttora e lo sarai sempre. Abbiamo agito senza possibilità di scelta, in base alle rispettive situazioni. Comunque, ora tutto questo e passato. Nessuno deve avercela con un altro, per quello che fa in tempo di guerra.

Bilmoser          — Sono tempi brutti.

Markoni           — Né peggio ne meglio di altri, Bilmoser. Anche la guerra ha i suoi momenti belli. Un insperato incontro come questo, se lei ha la ventura di assistervi, la aiuta a superare molte traversie. La arricchisce spiritualmente. (A Braeker, sottovoce) Si può sapere, a che ti serve il fucile, di'?

Braeker            (forte) — Non lo so, a che mi serve il fucile.

Markoni           — Ollrich, tu sei esasperato. Ti ho detto che ti perdono.

(Braeker fa per saltargli alla gola)

Bilmoser          (lo trattiene a forza) — Ma che fa, signor diser­tore? Non vorrà mica ammazzarmelo, un signore così perbene. Mi frutta un premio, se lo consegno. (Braeker, disperato, desiste e si allontana verso destra) Lei è un uomo ragionevole.

(Gli corre dietro) Se per caso capita a Leitmeritz, nel campo di raccolta, e incontra il colonnello von Riedesel, porti al signor colonnello i salutidel Servaz. Del Servaz di Meternichs, lo tiene a mente? È difficile da descrivere, il colonnello von Riedesel. (Fa involontariamente una faccia stupida e tronfia) Sa, un distinto signore anziano. Lo riconoscerà  senz'altro (Stende la mano, per scroccare una mancia. Braeker se ne va, senza dargli retta)

Markoni           — E quello sarebbe un uomo. (A Bilmoser) Io sono in anticipo sui tempi, Bilmoser. Permetto ai soldati di avere un cuore, e loro non sanno che farsene. Instauro rapporti umani con essi, in quanto loro ufficiale, e ne ricavo soltanto delusioni. Perché nella guerra non ci vedono il profitto, non hanno voglia di farla. Sono proprio come i buoi, pensano solo al tornaconto personale. Amano il pa­dre, finché li rimpinza. Per la ottusità di questa gentaglia meschina, nobili sentimenti si squagliano come la neve in padella. Uno come lei, Bilmoser, con un senso spiccatodell'ordine, non lo si trova tutti i giorni. Bilmoser.

Bilmoser          —  Comandi, signor barone.

Markoni           — Bilmoser, mi sleghi un attimo, su, e vada die­tro un cespuglio o si volti semplicemente dall'altra parte, Ho da fare una cosa, alla quale preferirei non assistesse.

Bilmoser          — Che cosa?

Markoni           —  Mi riesce imbarazzante menzionarla.

Bilmoser           —   Ma lei mi assicura che vuole fare soltanto quella cosa che le riesce imbarazzante menzionare?

Markoni            — Nient'altro.

Bilmoser          — Mi dia la sua parola d'onore di gentiluomo.

Markoni            — Le dò la mia parola, Bilmoser. Vorrà fidarsi di me, spero. Se non si fida di me, non posso credere che lei abbia mai avuto a che fare con dei gentiluomini.

Bilmoser          (gli slega i polsi e si volta a sinistra) — Allora, faccia pure. 

(Markoni sguscia via  di soppiatto verso destra. Bilmoser si gira verso Markoni e stende la  mano)

Non ho parlato di mancia.

Markoni           (cala in fretta i calzoni) — Dopo, Bilmoser. Ho prescia.

(Bilmoser si volta di nuovo dall'altra parte. Mar­koni scappa di corsa con i calzoni calati)

Bilmoser          (dopo qualche tempo) — Spero che non si sia raffreddato, signor barone. Queste notti d'ottobre sono brusche.

Scena quarta

(Argine dell'Elba a Scheniseck. Contadini, contadine e bam­bini, carichi di masserizie, di sacchi, di cesti con pollame, si accalcano presso l'approdo del traghetto. Compaiono Libussa e Regina. Quest'ultima porta sulla testa un enorme fagotto)

Libussa             (fendendo la calca) — Ehi, fate largo.

Un vecchio       — Non spingete.

Libussa             —  Lascia  passare questa figliola, ti dico.

Il vecchio        — Tutti vogliono passare sull'altra sponda. Non è che i prussiani ci piacciano di più.

Libussa             (lo spintona) — Vergognati, sacco di merda che sei: sbarrare il passo a questo fiore di innocenza. (Spinge davanti a sé Regina) Svelta, va' pure giù, gioia mia.

(Le due donne scompaiono in mezzo alla folla)

Braeker            (compare) — Si prende qui il traghetto per l'altra riva dell'Elba? Eh?

(La gente si scosta e non risponde. Brae­ker grida)

Battelliere. Vieni su, battelliere. (Il battelliere viene su) Lei è il battelliere?                                               

Battelliere     — Sì. E il signore è un soldato?

Braeker            — E come no?

Battelliere     — L'ho pensato subito, dentro di me: questo signore è un soldato, ma non si sa mai.

Braeker            —   Le venisse un accidente. Non vede la giubba che porto?

Battelliere     — Certo, la vedo bene.

Braeker            — E, porca vacca, non vede la coccarda sul mio cappello?

Battelliere     — Certo, vedo anche quella.

Braeker            — E il fucile sul mio groppone?

Battelliere     — Sì, sì, lo vedo.

Braeker            — E allora l'anziano signore non vorrà cavare neanche un soldo d'argento dalle mie tasche, perché io sono un disertore, ecco.

Battelliere     (rivolgendosi  agli altri)  — Questo è un diser­tore.

(Abbraccia Braeker. Tutti si mostrano lieti e sollevati. Accarezzano Braeker e gli danno manate sulle spalle)

Il vecchio         (gli offre del lardo) — Potrà servire per il ritorno a casa.

Braeker            — Grazie.

Il vecchio        — Mio nipote è con gli hannoverani.

Braeker            (al battelliere)   —   Io devo andare a Leitmeritz, Mi dà un passaggio?

Battelliere     — Vedrò di dare un passaggio al signor disertore, ma non posso imbarcare troppa gente,  altrimenti affondiamo.  (Va giù all'approdo)

Libussa              (tra la folla) — Un soldato?

Regina               — Un disertore?

(Le due donne compaiono e scorgono Braeker)

Braeker            (apre le braccia) — Finalmente un pezzo di cielo nel cielo (Libussa gli si butta al petto, Braeker la respinge e dice con malgarbo) Sta' buona, vecchia troiaccia. Me la scelgo io, quella che amo. (Abbraccia Regina) Ecco, sei tu.

Libussa             (assai contrariata cerca di allontanare Regina, tirandola per la veste) — Dobbiamo tornare giù subito, ti dico. Ci fregano il posto. Su, muoviti.

Regina               — Ci vada pure lei, madre.

(Libussa se ne va)

Regina               — Non mi sarei aspettata di trovarti proprio a Sheniseck.

Braeker            — Forse qualcuno mi ha mostrato la strada.

Regina               — Chi?

Braeker            — Il mio cuore innamorato.

Il Vecchio        (si è voltato e indica in lontananza) — Soldati. Un mucchio di soldati. Vengono tutti da questa parte.

Battelliere     (compare) — Soldati in vista.

(Tutti fanno ressa con accanimento ancor maggiore)

Markoni           (compare, assai trafelato) — Fate largo, marmaglia (Al battelliere)  Traghettami senza indugio. Cerco scampo.

Battelliere     — Anche noi, Vostra Signoria, signor ufficiale.

Markoni           — Da quei soldati.

Battelliere     — Anche noi, Vostra Signoria, signor ufficiale.

Markoni           — Da quei soldati?

Battelliere     — Dai prussiani, signore. Lei non ha idea di che cosa sono capaci.

Markoni           — Allora siamo a posto. Quelli che mi inseguono.. sono imperiali. Dunque, dei vostri.

Il Vecchio        — Sbrigati, battelliere.

Battelliere     — Voglia scusarmi, Vostra Signoria. Non c'è un attimo da perdere. (Se ne va) Prima le donne.

Markoni           — Ehi, scimunito, sturati gli orecchi. Ho detto: im­periali. È come se non ci fosse differenza. (Sbraita contro quelli di coda) Fatevi da parte, o vi spacco la testa. Voglio prendere il largo subito, all'istante.

Il Vecchio        — Cerchi di capire, signore. Ci portano via an­che quel poco che ci resta.

Markoni           (lospinge da parte) — Fatevi ammazzare: è in gioco la vita di un ufficiale.

Braeker            (si stacca da Regina, inasta la baionetta e sbarra il passo a Markoni) — Aspetti il suo turno, signor von Markoni.

Markoni           (piuttosto lieto) — Ollrich, metti via il fucile. Sono io.

Braeker            — Ho fatto il suo nome, so che è lei.

Markoni           — Ollrich, vorrai lasciarmi imbarcare, spero. Altri-menti mi beccano di nuovo.

Braeker            — Qui c'è prima della gente onesta, che dev'essere portata in salvo.

Markoni           — E io che cosa sono, Ollrich?

Braeker            — Lei? Lei è un ufficiale.

Markoni           — Anche un ufficiale e un uomo.

Braeker            — Chi usa i due occhi contemporaneamente, diventa piatto, disse la sogliola. Ovvio, che anche un ufficiale è un uomo.

Markoni           — E questa parola non ti dice nulla? La parola: uomo.

Braeker            — No, non mi dice nulla, se anche lei ha diritto a questo appellativo.

Markoni           — Ma proprio questo è il tratto più nobile dell'uomo: che è un uomo. È il tratto superiore, è ciò che il fratello riconosce nel fratello. Tutto ciò che ci unisce, Ollrich, che non ci divide, lo si chiama:  uomo.

Braeker            — Che non ci divide? Non darei in cambio uno schiocco delle dita. Se lasciassi qui l'ufficiale e portassi di là l'uomo, non credo che lei resterebbe qua con un capello in meno.

Markoni           — Guwno.  

(Quasi  tutti si sono  ormai imbarcati; qualcuno torna ancora sull'argine, a prendere del  bagaglio)

Regina               (che per tutto l'alterco è rimasta abbracciata a Brae­ker,  accarezzandolo) — E adesso dove andrai?

Braeker            — A Leitmeritz e poi a casa. E tu?

Regina               — Dalla zia, a valle. Chi ama in guerra, non ama al momento giusto, mi risulta.

                           (Markoni cerca di approfittare della distrazione, per sgusciare via accanto a Braeker)

Braeker            (lo afferra con una mano e lo ributta indietro) — Al­to là, porco demonio.

Markoni           — Canaglia, allora vuoi il sangue. (Fa un gesto minaccioso e dice, dopo averne constatata l'inefficacia) Ollrich, questo è sconveniente. Tu sei un contadino, perciò io sono più debole di te, ti trovi avvantaggiato. Non ti ripugna sfruttare la tua superiorità? Tu sei più forte, insomma, ti ripeto: non sta bene che noi ci battiamo. Io ho il mio orgoglio, non mi batto con uno più forte. Dovrei vergognarmi per te. (Si siede, offeso, ma porge la mano) La mia mano trema. Stringila, Ol­lrich. Non ti va la mia mano?

Braeker            — No.

Markoni           — Questo affronto te lo dovrai portare sulla coscienza.

Braeker            (assai stizzito) — Signor tenente, la coscienza di cui parla, io non ce l'ho, Forse se cerca per terra davanti a Lobositz, chi sa che lei non ce la trovi ancora.

Libussa             (compare) — Regina. Regina. (Poiché Regina non le dà retta) Ah, questa troietta in calore. Basta che veda un soldato da lontano, e già si eccita, che le cola sotto. Il minimo sentore di un soldato, e la veste le vola su. Davanti alla propria madre. (Cerca di tirarla via) Fila, scostumata. Miracolo, se c'è ancora un posto.

Regina               — Caro soldato, per noi adesso è giunto il momento dell'addio, ed è finita. E così non abbiamo neanche potuto fare l'amore insieme.

Braeker            — No, Regina. Buona fortuna.

Regina               — Ma un giorno, chi sa, io non ti avrò dimenticato. (Se ne va)

Markoni            (prima che Libussa segua Regina)  — Dica, bella madama, non ci sarebbe magari un posticino per me?

Libussa             (come se lo notasse soltanto ora) — Oh, un signor tenente. Anche lei traghetta?

Markoni           — Se mi riuscisse di trovare ancora un posto.

Libussa             — E come no? Quanto ne vuole.

Battelliere     (grida dal basso) — Ehilà. c'è rimasto qualcu­no, lassù? Uno ci starebbe ancora.

Libussa             (di rimando) — Ma bisogna portare dall'altra parte questo ufficiale.

Battelliere     (compare) — Ho detto uno, signora. Di più è impossibile.  (Allontanandosi)  Si sbrighi, abbiamo già sciolto gli ormeggi.

Markoni            —  Forse la mia compagnia non le sarà gradita. Guardi, la mia camicia è tutta sporca, perché nessuno ne ha cura.

Libussa             — Io non parto senza l'ufficiale.

Braeker            — Allora, sepermettete.  (Si precipita giù con un sol balzo)

Battelliere     (in basso) — Attenzione.

(Markoni e Libussa restano lì come allocchiti)

Markoni            —  Quand'è così, io, sulla guerra  intera, ci sputo sopra.

(Compare un nugolo di panduri. Mandano a gambe levate Markoni e si precipitano, urlando, alla riva. Il traghetto ha preso il largo. Allora si gettano addosso a Libussa)

Bilmoser          (compare, aiuta Markoni a rialzarsi e lo pulisce con la spazzola) — Gesummaria, come ha fatto a conciarsi in questo modo? Mancia.

Scena quinta

(Riva destra dell'Elba.1 Pozzo. Tre panduri, dai baffi rossi, stanno seduti intorno al pozzo e si giocano a dadi, sul coperchio, una giubba militare prussiana)

Primo Panduro (stendendo con disprezzo la giubba e confrontandone la lunghezza con quella propria) — Komoly nép a porosz, rövid a zubbonya.

Secondo Panduro — Noi siamo allegri.

Primo Panduro — Nekem egy olyan nép kedves, amelynek ész van a fejében es szövet a zubbonyában. Mert az nem egészséges: olyan sorvadt erény, erényes sorvadás.

Secondo Panduro — Noi siamo allegri.

Terzo   Panduro   (agita  il bossolo dei  dadi) — Azt  hiszem, itt kockázni fognak. (Getta i dadi) Tizenegy.

Secondo Panduro (getta i dadi) — Három. Szar.

Primo Panduro (getta i dadi) — Tizenhét.

Terzo Panduro (cerca di rifilargli la giubba) — A tied.

Primo   Panduro   (rifiutando  la  giubba)  —  Nem kell. Tul kopott.

Secondo Panduro — Nem akarja.

Terzo  Panduro — Guritsunk még egyszer.  (Getta i dadi) Nyolc.

Secondo Panduro (getta i dadi) — Négy van nekem.

Primo Panduro (getta i dadi) — Tizennyolc. (Salta su invi-

perito) Aláválo gazember. Csalni egy bajtársall szemben. (Tutti balzano in piedi e litigano un poco)

Braeker            (sopraggiunge zoppicando) Auguro il buon giorno ai signori panduri. (Si siede sul bordo del viottolo) Si può ave­re qualcosa che spenga la sete, qui?

Primo Panduro — Egy porosz katonaszökevény.

Terzo Panduro — Látod, a zubbonyok sohasem hosszabbak.

Braeker            — Bè, lasciate perdere.  Chi vi capisce, voialtri casinisti finnici? Vorrei bere, bere. (Fa il gesto del bere)

Primo Panduro — Bajtársak, adjatok neki valamit.

(Il terzo panduro tira su dal pozzo un secchio d'acqua. Frattanto, il primo panduro ficca in bocca a Braeker la pipa che stava fumando Izlik)

Braeker            — Sì, sì, vecchio furfante, è buono.

Terzo Panduro   (porta a Braeker il secchio d'acqua, che Braeker beve d'un fiato. Il panduro commenta) — Ugy issza a vizet, mint más a pálinkát.

Braeker            (allunga una gamba) — La scarpa!

Secondo Panduro   (gli sfila la scarpa e, per compenso, si prende una pedata nel sedere dall'altra gamba. Tutti ridono. Il panduro cade bocconi, ride e dice) — Noi siamo allegri.

Braeker            (fora una vescica e intanto racconta) —  Già, voi siete allegri, voialtri vuotapollai dai baffi rossi. Non capite un'acca della mia lingua e non avete comunque preoccupazioni di sorta. Ma io ho dovuto lasciare proprio ora la mia morosa in carne e ossa, una ragazza che vale un bigiù. Probabilmente l'avrei sposata, se stesse nel Tockenburg, o magari anche più giù, fino al lago di Zurigo. La scarpa, crapone. (Si rimette la scarpa) Mi ha dato anche una catenella, da tenere al collo, perché io pensi sempre a lei. (Tira fuori la catenella con  il tallero, la bacia commosso e quindi la mostra agli altri)

Primo Panduro — Ez valami finom.

Braeker            — Vero? Li sgrani, gli occhi, eh? (Si rimette al col­lo la catenella) Ma il miele dell'amore è diventato amarezza, e non posso fermarmi qui oltre. Devo andare a Leitmeritz.

Secondo Panduro — Leitmeritz? Leitmeritz? (Gli indica la direzione) Mindig csak egyenesen.

Braeker            — Addio. E magari, se capita l'occasione, fatevi civilizzare un po'.

(Scambia abbracci con tutti e tre, poi se ne va)

I Panduri          — Isten veled, porosz kameráad. (Fanno cenni di saluto)

Terzo Panduro — Bel tallero ha il signor disertore. (Ha in mano la catenella; i tre la esaminano attentamente)

Scena sesta

(Accampamento a Leitmeritz)

Braeker            (sta contrattando con un capitano austriaco) — Io le pago un soldo per il pane e per il manzo, non di più.

Capitano           — Un soldo, capirai. Uno per il pane e uno per la carne: questo è il prezzo.

Braeker            — Unsoldo per entrambi, perché non mi è rimasto che un soldo. (Rovescia le tasche e le lascia penzolare fuori)

Capitano           — Allora, al posto del pane, prendete della cipria per i capelli:  potete far cuocere quella.

Braeker            — La cipria non mi va, non sono mica un pidocchio.

Capitano           — Dovete condirla con della polvere da sparo: vedrete che diventerà gustosa.

Braeker            — Signor capitano, se lei sentisse il mio stomaco, lo prenderebbe per un lupo mannaro. Abbia un po' di compassione, via.

Capitano           — Non posso dare la roba a così poco. Dopo tutto, toccherebbe ai miei uomini. La tolgo di bocca a loro.

Braeker            — Se morirò di fame, la colpa sarà sua, signor capi­tano. Le voglio dare subito un'idea dello spettacolo che offrirò. (Cade a terra stecchito, stravolge gli occhi e caccia fuori la lingua penzoloni)

Capltano          — Smettetela con queste scene da melodramma.

Schärer            (sopraggiunge in  compagnia di Bachmann) — Che c'è, Uli?

Bachmann        — Hai bisogno di soldi?

Braeker            (balza in piedi) — Fessi, mi rovinate i prezzi. (Al capitano) D'accordo, allora. Ci aggiungo un altro soldo. E spero proprio che la carne sia fresca. (Paga, prende la carne e il pane, dice a Bachmann ed a Schärer) Joggli, Laurenz. Mi fa piacere che siate qui anche voi.

Capitano           — Io non vi capisco, voialtri disertori. Il mestiere del soldato, a chi lo esercita, gli assicura la pagnotta come ogni altro lavoro. (Se ne va)

Bachmann        — Guardalo un po', Schärer: è incredibile.

Braeker            — Mi trovi cambiato?

Bachmann        — E vivo.

Schärer            — Che fa il tuo tenente?

Braeker            — Forse il signore mi ha preso per una puttana del reggimento, quando presume che io debba avere un tenente?

Markoni           (con voce fioca) — Ollrich. (Compare, malconcio, in una colonna di prigionieri)

Braeker            (serio) — Il  mio signore? (Procede accanto a Mar­koni, tenendo però la faccia rivolta agli amici, e dice con voce cupa) È Johann Markoni, questo, il mio nobile signore?

Markoni           — Come dice il proverbio, che uno ha costruito una torre, per cadere più alto dalla cima: lo stesso vale appunto per me. Sono proprio io, Ollrich.

Braeker            — Il mio signore va in catene e non può muoversi?

Markoni           — È così, Ollrich.

Braeker            — È percosso e ferito e allo stremo delle forze?

Markoni           — Perché lo chiedi, Ollrich? Lo vedi, no?

Braeker            — Se è così, il caso del pover'uomo del Tockenburg, cioè il mio caso, io lo considero memorabile: perché è un caso di giustizia che si compie su questa terra.

(I prigionieri se ne vanno)

Ho sentito, infatti, che ci dànno un salvacondotto e un fiorino a testa e oggi stesso ci lasciano tornare a casa.

Riedesel            (compare insieme al tesoriere) — Mi fa, durante l'interrogatorio, uno di questi manigoldi;  io non volevo disertare. Al che, ribatto; volevi sì, invece. Fucilare. In fatto di disciplina, non transigo. (Indica una decorazione) Una volta ho difeso la fortezza di Glogau fino all'ultimo uomo.

Tesoriere         (forte) — E quello?

Riedesel           — Quello sono io.

Tesoriere         — Ecco i disertori prussiani, signor colonnello.

Riedesel           — Si facciano avanti.

Tesoriere         (legge una lista) — Moschettiere Bachmann, moschettiere Schärer, moschettiere Braeker.

(I tre nominati si presentano)

Riedesel           (dà una scorsa al salvacondotto e quindi dice a Bachmann) — Sei tu il Braeker?

Bachmann        — No, signor colonnello, agli ordini. Io sono il Bachmann.

Riedesel           — Sicché, caro Schärer, ecco qui un salvacondotto per te e per i tuoi bravi camerati. Voi avete piantato in asso il vostro re, per amore di pace: e avete fatto bene. Habsburg è una rocca della pace. Perché la pace, non ho parole per elogiarla, è il tempo della buona gente. Il tempo dei focolari accesi, il tempo delle messi nei granai. (Confidenziale) Anch'io ho un cuore sensibile sotto l'ispido pelo. (Consegna il salva­condotto) Statemi bene e fate un buon viaggio. E mai più soldati. (Si commuove e fa un cenno al tesoriere)

Tesoriere         — Bachmann; un fiorino. Schärer: un fiorino. Brae­ker: un fiorino. (Dopo di che Riedesel stringe la mano ai tre svizzeri)

Braeker            — Devo partarle i saluti del Servaz.

Riedesel           — Ah sì, figliolo?

Braeker            — Devo portarle i saluti del Servaz Bilmoser di Metternichs. Lei è il signor colonnello Riedesel. vero?

Riedesel           (al tesoriere) — Credo che quest'uomo non abbia ancora avuto il suo fiorino. Dateglielo.

Tesoriere         — Se mi permettete, signor colonnello, costui ha...

Riedesel           — Basta così. Obbedite. Su, dateglielo.

(Il tesoriere dà a Braeker un altro fiorino)

Braeker            — I miei più devoti ringraziamenti.

Riedesel           — E ora:  che Dio vi assista.

(Segnali di tromba e di tamburo. In lontananza musica militare)

Tesoriere         (si precipita su un lato della scena e scruta fuori. Si volta e grida) — I prussiani se ne vanno.

(Corre via. Numerosi militari austriaci attraversano di corsa la scena, per assistere alla ritirata dei prussiani. Bachmann e Schärer fanno altrettanto)

Riedesel           (tira fuori il suo cornetto acustico, cerca di captare il motivo di tanta agitazione) — I prussiani se ne vanno. (Si avvia nella medesima direzione)

Braeker            (appende il fucile a un troncone di salice) — Stavolta e per sempre, camerata. Addio. (Si affaccia alla ribalta e dice) Adesso canterò una canzone adatta alla circostanza. La canzone è stata composta da un granatiere prussiano, mentre era di guardia. Io l'ho imparata da lui.

Da oltre il monte, lontano, suona la tromba.

Tamburo e oboe me stanno a chiamare.

E l'allodola sale. E il giorno adombra.

Eia, ed io non devo piu marciare.

Io attacco il mio fucile

Al salice nel vento gentile.

Attaccaci anche il tuo, fratello, ve'.

Allora per tutti pace è.

Libero sto nella calda luce solare.

Della giubba, che mi è vergogna, sbarazzato.

Ogni creatura io vorrei abbracciare.

Il mio signor caporale eccettuato.

Io attacco il mio fucile

Al salice nel vento gentile.

Attaccaci anche il tuo, fratello, ve'.

Allora per tutti pace è.

Io  stesso ho firmato il mio congedo.

La mia strada non segue il reggimento.

Così la mia ultima  marcia, credo,

Non finirà con l'ora del tormento.

Io attacco il mio fucile

Al salice nel vento gentile.

Attaccaci anche il tuo, fratello, ve'.

Allora per tutti pace è.

 (Siparietto)

 Temi la morte, specie quella in guerra,

La morte da  eroe, anche prussiana detta.

Prima che ti spediscano da questa terra,

La tua divisa di soldato getta.

E  attacca il tuo fucile,

Dove già lustri ce n'è mille.

E attaccaci anche il tuo re.

Eia, allora pace è.1

Appendice

Versione italiana della Quinta scena del Terzo atto (cfr. pagg. 44-45). Qualora si annetta importanza alle battute dei panduri, queste possono essere proiettate simultaneamente in italiano, secondo il procedimento filmico dei sottotitoli.

(Pozzo. Tre panduri, dai baffi rossi, stanno seduti intorno al pozzo e si giocano a dadi, sul coperchio, una giubba militare prussiana)

Primo Panduro  (stendendo  con disprezzo la giubba e confrontandone la lunghezza con quella della propria) — I prussiani sono un popolo austero, le loro giubbe sono così corte.

Secondo Panduro — Noi siamo allegri.

Primo Panduro — A me piace un popolo che ha del sale nella zucca e della stoffa nella giubba. Poiché questo non è sano: una simile virtù micragnosa o virtuosa micragna.

Secondo Panduro — Noi siamo allegri.

Terzo Panduro (agita il bossolo dei dadi) — Penso che ce la giochiamo, no? (Getta i dadi)  Undici.

Secondo Panduro (getta i dadi) — Tre. Merda.

Primo Panduro (getta i dadi) — Diciassette.

Terzo Panduro (cerca di rifilargli la giubba) — È tua.

Primo Panduro (rifiutando la giubba) — Non mi va. È troppo misera.

Secondo Panduro — Non gli va.

Terzo Panduro — Facciamo un'altra mano. (Getta i dadi) Otto.

Secondo Panduro (getta i dadi) — Io faccio quattro.

Primo Panduro (getta i dadi) — Diciotto. (Salta su inviperito) Maledetti imbroglioni. Barare con un camerata. (Tutti balzano in piedi e litigano un poco)

Braeker            (sopraggiunge zoppicando) — Auguro il buon giorno ai signori panduri. (Si siede sul bordo del viottolo) Si può avere qualcosa che spenga la sete, qui?

Primo Panduro — Un disertore prussiano.

Terzo Panduro — Come vedi, le giubbe sono sempre così corte.

Braeker            — Bè, lasciate perdere. Chi vi capisce, voialtri casinisti finnici? Vorrei bere, bere. (Fa il gesto del bere)

Primo Panduro — Su, dategli qualcosa, camerati. 

(Il terzo panduro tira su  dal pozzo un secchio d'acqua. Frattanto, il primo panduro ficca in bocca a Braeker la pipa che stava fumando Izlik) Buono?

Braeker            — Sì, sì, vecchio furfante, e buono.

Terzo Panduro (porta a Braeker il secchio d'acqua, che Brae­ker beve d'un fiato. Il panduro commenta) — Questo beve acqua come altri trincano grappa.

Braeker            (allunga una gamba) — La scarpa!

Secondo Panduro (gli sfila la scarpa e, per compenso, si pren­de una pedata  nel sedere dall'altra gamba. Tutti ridono. Il panduro cade bocconi, ride e dice) — Noi siamo allegri.

Braeker            (fora una vescica e intanto racconta) — Giù, voi siete allegri, voialtri vuotapollai dai baffi rossi. Non capite un'ac­ca della mia lingua e non avete comunque preoccupazioni di sorta. Ma  io ho dovuto lasciare proprio ora la mia  morosa in carne e ossa, una ragazza che vale un bigiù. Probabilmente l'avrei sposata, se stesse nel Tockenburg, o magari anche più giù, fino al lago di Zurigo. La scarpa crapone. (Si rimette la scarpa) Mi ha dato anche una catenella, da tenere al collo, perché io pensi sempre a lei. (Tira fuori la catenella con il tallero, la bacia commosso e quindi la mostra agli altri)

Primo Panduro — È roba fina.

Braeker            — Vero? Li sgrani, gli occhi, eh? (Si rimette al col­lo la catenella) Ma il miele dell'amore è diventato amarezza, e non posso fermarmi qui oltre. Devo andare a Leitmeritz.

Secondo Panduro — Leitmeritz? Leitmeritz? (Gli indica la direzione) Sempre diritto.

Braeker            — Addio. E magari, se capita l'occasione, fatevi civilizzare un po'.

(Scambia abbracci con tutti e tre, poi se ne va)

I Panduri          — Addio, camerata prussiano. (Fanno cenni di saluto)

Terzo Panduro — Bel tallero ha il signor disertore.

(Ha in mano la catenella; i tre la esaminano attentamente)

Pianificazioni d'emergenza

Note di Peter Haks

  

I) Riguardo al titolo. La commedia non prende il titolo dal nome del suo protagonista. Con ciò si intende significare che essa mira ad una caratterizzazione di ordine generale. Circa l'impiego della fonte. La commedia si sforza di non rifarsi in nulla al proprio modello, senza per altro tradirne lo spirito; cerca, cioè, di prospettare ex novo, duecento anni dopo, la medesima situazione.

Riguardo al numero dei personaggi. La commedia ha un numero piuttosto considerevole di per­sonaggi, perché l'elemento cosi detto peculiare e suscettibile di esistenza concreta solo ad opera di circostanze particolari. Tuttavia, essa non presenta difficoltà per ciò che concerne la copertura dei ruoli. Si consiglia, tra l'altro, di far assumere ad uno stesso attore più di un personaggio: la cosa è possibile, dato il carattere di semplicità della commedia. Non si confonda, però, con questo suggerimento la prescrizione tassativa di far impersonaredal medesimo attore il colonnello Itzenblitz e il colonnello Riedesal: la loro maschera resta la stessa, cambia solo la divisa, e in Riedesel compare una barba fluente.

Circa l'apparato scenico. L'apparato scenico e il più possibile scarno ed essenziale. Ma, naturalmente, realistico. Dove la poesia si può conseguire solo in virtù di mezzi romantici, e preferibile rinunciare alla poesia, piuttosto che esporsi al rischio del romanticismo. Nella commedia niente e romantico. Né la bandiera, né l'amore, né il chiaro di luna. Quest'ultima notazione riguarda le luci. L'illuminazione non deve  essere ad effetto.

Circa talune particolarità nella rappresentazione di consuetudini militari: punizioni, ingiurie, eccetera. Non sono esagerate. "Dirozzare uno zoticone e fargli as­sumere la grinta del soldato, così che il contadino sparisca": questa già la formulazione ufficiale per bocca dello stesso re Federico. Scarso coraggio degli ufficiali. Quando il linguaggio corrente dice: "In battaglia il re è alla testa del suo esercito", "lo conduce in battaglia", la cosa va intesa rettamente. In realtà, il re sta dietro. Il coraggio è una qualità che contribuisce in maniera determinante al costituirsi della personalità. La personalità dell'ufficiale è costituita dal coraggio dei soldati.

II) La commedia rappresenta un contributo agli sforzi umani per l'eliminazione della guerra. Essa ha la pretesa di essere qualcosa di più che una vera manifestazione di dissenso. Mediante discorsi polemici non si può rimediare né a un'alluvione né ad una guerra. Ciò non significa che la ragione sia impotente nei confronti di queste due calamità. Il fenomeno guerra pone oggi alla scienza sostanzialmente tre problemi. Il problema economico delle cause di una guerra. Il problema filosofico-morale della giustezza di una guerra. Il proble­ma sociologico della struttura sociale di una guerra. I primi due problemi non compaiono in questa commedia, per lo meno non in veste di problemi. Nei suoi moventi, la guerra dei sette anni, come ogni precedente guerra di quel secolo, fu dichiaratamente una guerra di rapina, appena interessante, al massimo, per la sua peculiarità di propaggine del conflitto coloniale anglo-francese. Fu una guerra tra compagini statuali aventi strutture sociali e politiche relativamente identiche. In altre parole: fu una guerra, nella quale era impossibile che il progresso dell'umanità fosse incrementato dalla vittoria dell'uno o dell'altro contendente. Laddove proprio in ciò sta il criterio di una guerra giusta. La guerra dei sette anni non rappresentò solo un assurdo morale, ma altresì un assurdo pragmatico: non ebbe, infatti, né vincitori né vinti. Lo stesso vale per la battaglia di Lobositz. La battaglia di Lobositz fu quindi una battaglia come negatività storica assoluta. È il luogo adatto, per rappresentare in concreto il terzo problema, cioè le strutture interne di un esercito classista. La commedia caratterizza la guerra come una congiura degli ufficiali contro gli uomini. Questo punto di vista è importante per la prassi del soldato. Esso porta il soldato, dopo che egli ci ha riflettuto, alla possibilità di una congiura degli uomini contro gli ufficiali. La commedia insegna la necessità della frattura tra i primi e i secondi. Esemplifica quelle concezioni che so­no pericolose, perché cercano di saldare la frattura. Da un lato, l'ideale di un esercito riformistico, il condizionamento psicologico dei sottoposti. Dall'altro, l'ideale dello spirito di sudditanza, la tendenza alla subordinazione. La commedia mostra, inoltre, che queste concezioni sono entrambe condannate al fallimento, quando la caratteristica sociale dell'esercito o della guerra semplicemente non consente una comunanza de­gli interessi.


1   Si intende: sopra i cinque piedi   [N.d.T.].

1   Cioè: liederlich, dissoluto, puttaniere.  [N.d.T.].

1   Ewald Christian Kleist, poeta prussiano  (1715-1759).    [N.d.T.].

1   Per la versione italiana di questa scena vedi Appendice a pag. 49.

1 Per le rappresentazioni nei paesi in cui le istituzioni democratiche sono minacciate o ancora da instaurare, si propone il ricorso alla seguente variante della strofa finale:

Ma se poi il giorno, gente, è arrivato, / Che l'uomo al suo destino mette mano, / Forse il fucile sarà staccato / E forse il re appeso a un ramo. / Allora porta il tuo fucile, / Dove già lustri ce n'è mille, / E dacci sotto e fatti in tre. / Eia, allora pace è.

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