La bottega dei sogni

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SPLENDID'S

 


Commedia in due atti

di Nicola Saponaro

Da RIDOTTO - ROMA

n. 6-7, Giugno-Luglio 1995

Personaggi:

Don Onofrio Petruzzelli, cavaliere

Don Antonio Petruzzelli, fratello minore di Onofrio

Donna Maria Petruzzelli, loro sorella

Nicolino Scattarelli, commesso della Ditta Petruzzelli

Angelo Cicciomessere, ingegnere

Onofrio, Antonio e Angelo sono sui quarant’anni, Maria e Nicolino sui trenta.

Onofrio, Antonio e Angelo hanno grandi baffi a punta.

Bari, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.

LA SCENA

Il retrobottega della Ditta Petruzzelli.

La parete di fondo è disegnata con il profilo della conchiglia del futuro prospetto del Teatro Petruzzelli e con quattro ante a forma di flabelli. In alto, sulle pareti laterali, alcuni finestroni di vetro polveroso, protetti da sbarre di ferro. In fondo a destra, il coperchio di un pozzo, illuminato dalla palla di vetro soffiato, verdognolo, di una lampada araba, che pende dal soffitto. Una scala a pioli. In fondo a sinistra, lo stanzino di legno grezzo del bagno, a tetto scoperto. A destra e a sinistra, due porticine a muro immettono nei depositi laterali. Alcune sedie impagliate, altre imbottite, spaiate; un vecchio pianino melodico a manovella, montato su rotelle; un tavolino malfermo, ecc. Si deve avere la sensa­zione che questo locale a piano terra sia una tana piena di merci nelle scansie, negli stipi e nelle casse d'imballaggio (pezze e rotoli di tele variopinte, tendaggi, scialli, tappeti, velluti rossi, ecc).


PRIMO TEMPO

All'aprirsi del sipario giungono le note, un po' scordate e ral­lentate, della marcia dell'Aida, suonata col pianino melodico. Sono in scena don Onofrio, don Antonio e il loro commesso Nicolino Scattarelli.

E' l'ora dell'intervallo tra l'apertura della mattina e quella del pomeriggio.

I tre personaggi, invece di tornare a casa, preferiscono restare nel retrobottega a riordinare le merci e i conti di cassa, a pre­parare nuovi ordini, far colazione, ecc.

Tutta l'azione iniziale, fino all'entrata di Maria, è minimale, quotidiana, con gesti quasi meccanici, ripetuti a memoria da una vita. Vediamo tre formiche che lavorano, con pazienza e metodo, all'interno del loro rifugio, in cui hanno accumulato, un anno dopo l'altro, una briciola dopo l'altra, il capitale dell'azienda.

Gli abiti sottolineano la differenza della classe sociale: don Ono­frio e don Antonio sono in giacca a coda e cappello di feltro duro; il loro commesso, Nicolino Scattarelli, ha una camicia di flanella a quadri, vecchi pantaloni di tricot e la coppola in testa. Tutti e tre di solito si tengono il copricapo in testa, anche al chiuso. E quasi subito si noterà un gioco dei cappelli e della coppola: dalla loro posizione si potrà indovinare lo stato d'ani­mo di ognuno degli astanti. Per esempio, il cappello sulle venti­tre significa sfrontatezza e sicurezza di sé; la falda calata sugli occhi indica broncio e malumore; se è alzata sulla fronte, espri­me aperture d'ilarità; se è in bilico sulla testa, ironia e umori­smo, e via di seguito.

E' Onofrio che, girando la manovella della pianola, sta suonan­do la marcia dell'Aida. Gli altri sono talmente abituati a quel tipo di musica che non ci fanno più caso.

Antonio, seduto al tavolino, che è un po' traballante, ricoperto da una cerata, sta contando le monetine di bronzo dell'incasso della mattinata. Ne ricava tante colonnine che mette infila come sol­datini di piombo. Preparerà la distinta di versamento da portare in banca. Ha il lapis all'orecchio. Ogni tanto se lo sfila e somma dei numeri sulla pagina di un taccuino. Nicolino, dal canto suo, gironzola per il retrobottega, controvoglia, strascicando i piedi: sbatterà la polvere dalle scansie, a casaccio, usando un attrezzo rudimentale, costituito da un bastone alla cui estremità sono fis­sate alcune striscioline di stoffe a colori sgargianti. Ogni tanto, dall'esterno proviene un rumore sordo, di qualcosa di pesante che rotola sulle basole, e sbucano in scena dalle por­ticine laterali alcune balle di stoffa, che Nicolino prende al volo e sistema l'una sull'altra.

A un certo punto, Onofrio smette di girare la manovella: la marcia si smorza con un suono di molle rallentate.

NICOLINO:   (sospira, liberato dalla noia quotidiana di quella musica, si lascia andare a sedere su una balla) Ah, sì!

ONOFRIO:     (prende dal panciotto l'orologio d'oro con la cate­na, fa scattare il coperchio. Secco, a Nicolino) Scattarelli!

NICOLINO:   (come per un riflesso condizionato, scatta suo mal­grado in piedi) Comandi!

ONOFRIO:     (rimettendo l'orologio nel taschino) Tavola!

NICOLINO:   Agli ordini, don Onofrio... (Tutto speranzoso, si rivolge a don Antonio) Don Antonio...

ANTONIO:    (sta contando a mezza voce le monetine) Diciotto, diciannove...

NICOLINO:   (più forte) Don Antò!

ANTONIO:    (implacabile, ripete una battuta detta e ridetta da una vita) Pane e saracche! (Continua con pazien­za certosina a costruire le colonnine con le monete di bronzo) Venti, ventuno...

NICOLINO:   (alle spalle di Antonio, lo indica con la mano tesa, per dire: "Ma vedi, che spilorcio!") Don Onofrio... (aiuta Onofrio a togliersi la giacca. Onofrio rimane in maniche di camicia e gilè) Proprio qua vicino hanno aperto una rosticceria... "Qui si gode!"... (Inghiotte l'acquolina in bocca) Sì, a due passi... (Gesto largo: "Una cosa sopraffina!') Don Onò!... Polli alla diavola... (Si avvicina alla parete di fondo, annusa come un cane segugio) Uhm! L'odo­re... Eh? Lo sentite? Viene, viene col vento di mare... Caldi caldi, stanno uscendo dal forno... Tre polli, uno a testa... (Ritorna indietro, si avvicina ad Antonio) Una volta si campa... Don Antonio bello, vado e torno! (Sbircia tutti quei soldi sul tavolino)

ANTONIO:    (aggiustando bene bene una colonnina) Pane e saracche!

NICOLINO:   (accomodante) Be', uno... in tre... alla diavola!

ANTONIO:   (c.s.) Pane e saracche!

NICOLINO:   (gesto di stizza) Alla diavola delle saracche!

ONOFRIO:     Scattarelli!

NICOLINO:   Comandi!

ONOFRIO:     Tavola!

NICOLINO:   (tra i denti) E ci vuole assai... (Molto a malincuore, strascicando i piedi, prende da uno stipo tre sfilati-ni di pane, avvolti in carta oliata, ne dà uno a Onofrio, uno ad Antonio e il terzo lo tiene per sé).

Ognuno dei tre prende dalla tasca il proprio coltello a serrama­nico. Scatto simultaneo della lama. Ognuno divide in due lo sfi-latino. Un momento di attesa. Nicolino e Onofrio guardano entrambi Antonio, ancora intento a sistemare le colonnine sul tavolino. Evidentemente attendono il companatico.

NICOLINO:   (ultimo tentativo) Don Antò. vado e torno... Cotti a punti...

ANTONIO:    (seccato) Uffa! (Si è alzato in piedi. Inavvertita­mente urta il tavolino: le colonnine ondeggiano e crollano. Qualcuno cade e rotola per terra) Man­naggia alla morte!

NICOLINO:   (contrito) Non è niente...           

ANTONIO:   E mo', punto e daccapo...

NICOLINO:   (c.s.) ...non è niente... (Allunga le mani per aiutare Antonio a raccogliere le monetine)

ANTONIO:    (tenendolo a bada) Zah!... (Raccoglie le monetine. Poi prende dalla cintola un grosso mazzo di chiavi)

Musichetta. Pantomima come una comica del cinema muto. Antonio va a destra. Sale sulla scala a pioli. Apre uno stipo, ne trae un barattolo. Ridiscende. Mostra il barattolo agli astanti come se fosse una reliquia. Lo siila, ne tira fuori, prendendola per la coda, una grossa acciuga salata, l'annusa. Gesto di compiacimento. Mostra l'acciuga a Onofrio e a Nicolino, dondolandola.

ANTONIO:   Prima qualità.

Antonio va verso Onofrio con l'acciuga, la mette nello sfilatino di Onofrio, aperto a libro. Chiude e stringe forte lo sfilatino con l'acciuga dentro. Un attimo di attesa. Dopo di che riapre lo sfi­latino, toglie l'acciuga, chiude di nuovo lo sfilatino, che conse­gna a Onofrio, ben impregnato dall'odore dell'acciuga, e solo di quello. Identica operazione esegue con lo sfilatino di Nicolino e, da ultimo, con il suo. Alla fine rimette l'acciuga nel barattolo, ne riavvita il coperchio, e lo riporta nello stipo, che chiude a chiave. Ritorna giù e si siede al tavolino. Tace la musichetta.

ANTONIO:   Buon appetito!

ONOFRIO

e NICOLINO:           Appetì!

I tre addentano gli sfilatali. In più, Antonio con la mano libera rimette in piedi le colonnine delle monete.

NICOLINO:   (masticando con rabbia) Però... come si conserva bene la saracca nella buatta!

ONOFRIO:     (masticando) Scattarelli!

NICOLINO:   (c.s.) Comandi!

ONOFRIO:     (a bocca piena) Acqua!

NICOLINO:   Agli ordini. (Strascicando i piedi, apre la porticina di sinistra e va a prendere una brocca d'acqua. Verserà l'acqua nel bicchiere di Onofrio. Poi si avvia controvoglia verso Antonio, seduto al tavoli­no. Indica con la brocca le inferriate dei finestroni) La galera!

(Poggia con sgarbo la brocca sul tavolino, che ondeggia: le colonnine ricadono per la seconda volta)

ANTONIO:   (grida, alzandosi) Mannaggia alla morte!

NICOLINO:   Don Antò, scusate!

ANTONIO:    (rabbioso) Ma è possibile che non stai mai attento? Quando imparerai un po' di garbo? Non si vive di solo pane...

NICOLINO:   ...e acqua!... Con permesso... (Strascinando i piedi, va a rinchiudersi nello stanzino del bagno. Da dentro canta a squarciagola una romanza) "Cortigiani, vil razza dannata...".

Poco dopo, dal tetto scoperto del gabinetto cominciano a fuo­riuscire le nuvolette azzurrognole di chi sta fumando e sbuffan­do con rabbia.

ANTONIO:   (rimettendo in piedi e in ordine le colonnine, rin­cara la dose, guardando Onofrio e alludendo a Nicolino) Screanzato!

Uno sbuffo di fumo dallo sgabuzzino.

ANTONIO:   Sfaticato!

Altro sbuffo, ancora più forte.

ANTONIO:   (c.s.) Mangia pane e saracche a tradimento.

Gli sbuffi sono diventati una nuvola.

ANTONIO:   (indica a Onofrio quel fumo) Hai capito? Con la scusa del cesso…

ONOFRIO:     (si stringe nelle spalle) E dài...

ANTONIO:   Il massimo riposo col minimo sforzo.

NICOLINO:   (da dentro, conclude la romanza con un acuto) "Assassini, assassini!".

Rumore dello sciacquone.

Nicolino rientra in scena, abbottonandosi i pantaloni.

ANTONIO:   D'ora in poi questo qua non lo chiamerò più Scattarelli ma...

NICOLINO:   (pronto, ripetendo una vecchia battuta) ...Pianarelli!

ANTONIO:   Meno male che lo sai...                   

NICOLINO:   (c.s.) ...e lo fai e lo sei...                   

ANTONIO:   Statti zitto!

NICOLINO:   La galera! Don Onofrio, qua dentro non ci sta manco la libertà di parola.

ANTONIO:   Petulante.

NICOLINO:   Qua dentro non ci voglio stare manco pittato.

ANTONIO:   E vattene.

NICOLINO:   Che ne farete di tutti questi soldi?

ANTONIO:   Non sono fatti tuoi.

NICOLINO:   (punta l’indice) La livella! Tutti là dobbiamo andare a finire!

Istintivamente Antonio e Onofrio volgono le spalle al pubblico e si grattano, mugugnando.                                      

ONOFRIO:     (a don Antonio) A proposito, Tonino, come va l'in­casso?

ANTONIO:   Una schifezza. Stamattina meno di ieri mattina...

NICOLINO:   ...e ieri mattina meno di avantieri mattina e avan­tieri mattina meno di...

ANTONIO:    (batte il tacco per terra) Ma perché non la schiac­ciamo, 'sta serpe?

ONOFRIO:     Scattarelli.

NICOLINO:   (lugubre) Comandi.                    

ONOFRIO:     Statti zitto.

NICOLINO:   Uhm! (stacca un terribile morso dal suo sfilatino, guardando in cagnesco don Antonio)

ANTONIO:    (che si è risieduto al tavolino, alza di colpo le mani e le dita contorte e stecchite, mormorando qualcosa)

ONOFRIO:     (spaventato) Toni!

ANTONIO:   La cocciniglia! Quest'anno ha attaccato gli ulivi!

ONOFRIO:     (rinfrancato) Ah! Gli ulivi!

ANTONIO:    (distrutto) I contadini non pagano manco uccisi. I figli dei contadini non si sposano. I corredi non si vendono. E così noi dobbiamo (serra le dita a pugno) stringere: prezzi, acquisti, spese... salari!

NICOLINO:   ...e così tutto sopra al cane magro: sopra all'osso mio sta la salvezza della patria.

ANTONIO:    (allineando tre colonnine a ritmo di valzer: un-due-tre) Per-fet-to!                    

NICOLINO:   Fre-ga-to!

ONOFRIO:     (ispirato, avvicinandosi a don Antonio) Fratello mio, è vero quello che tu dici. Ma lo sparagno dev'essere soprattutto sui tempi di produzione. (Mostra le dita a "X") Ics ics! La doppia incognita: XX secolo. Stiamo alle soglie della nuova epoca: l'epoca delle macchine. Al Nord, al posto degli operai stanno mettendo le macchine... (Guarda Nicolino, che sta sistemando un po' di merce) E le macchine non parlano, non sudano, non ti seccano l'anima... Il mese scorso, ho preso il rapido e sono andato a Trieste...

ANTONIO:    (con accento triestino, secondo le origini della famiglia Petruzzelli) Dio bono!

ONOFRIO:     Toni, ho visto i nuovi telai automatici per la tessi­tura. Una meraviglia: (sbracciandosi) su e giù, su e giù... (tre volte. Preso dall'entusiasmo, senza volerlo sposta il tavolino. Le colonnine crollano, per la terza volta) Mannaggia alla morte!

ANTONIO:    (esasperato) Mannaggia alla morte lo dico io! (Batte il pugno sul tavolo. Altre monete rotolano per terra) E che cosa! (Si alza, sbuffando) Basta, basta! Tutti i santi giorni, a contare, a fare le colonnine, a fare le distinte, a portarle in banca... Uhé, io non sono il ciuccio di sotto... (Sferra un calcio al tavolino: pioggia di monete per terra) Alla malora!

NICOLINO:   (accorrendo fa l'atto di raccogliere le monete) No!

ANTONIO:   (tenendolo a bada) Zah!

ONOFRIO:     Ma sì, Antonio: bisogna ridurre i tempi di produ­zione.

ANTONIO:    Che vuoi dire? che hanno inventato la macchina... contasoldi?

ONOFRIO:     Santa pazienza! E perché dobbiamo contarli, tutti 'sti soldi?

ANTONIO:   Bello lui ! E le distinte? e i versamenti?

ONOFRIO:     Scattarelli!

NICOLINO:   (voce sepolcrale) Comandi!                        

ONOFRIO:     Il pozzo. Aprilo.

NICOLINO:   Ma sono cent’anni che è a secco.

ONOFRIO:     Appunto. Aprilo.                                               

NICOLINO:   (senza capire il motivo, sposta la pianola e va ad aprire il coperchio del pozzo. Mette la faccia nell'apertura. Grida dentro il pozzo) Ehi!... (Di rimando, effetto eco) E-hi!... (Sbattendo la polve­re e la fuliggine, tossicchia) Agli ordini... ecco fatto... (Rincorre e ammazza sotto il piede uno scarafaggio) Zah!

ONOFRIO:     (si toglie il cappello, lo riempie di monetine e le va a scaricare nel pozzo) Spicciamoci, ch'è tardi.

ANTONIO:    Ma sì... (Riempie anche lui il cappello di monetine e le va a gettare nel pozzo. Respiro di sollievo) Ah!... il progresso!

NICOLINO:   La civiltà! (Improvvisamente veloce, si toglie la coppola e va di corsa verso le monetine)

ANTONIO:    (gli sbarra la strada, battendo il piede per terra) Zah!

ONOFRIO:     (a don Antonio) E lascialo lavorare... (A Nicolino) Dài, dài...             

Musichetta. Effetto cinema muto.

Nicolino, ottenuta via libera da Onofrio, riempie la coppola di monetine e le va a buttare nel pozzo. I tre ripetono più volte l'o­perazione, finché le monetine sono finite sul piano del tavolino e per terra. Alla fine ognuno, soddisfatto, si rimette in testa il copricapo. Si sbattono le mani.

Ma Antonio è più pignolo: cerca le monetine cadute per terra, con fiuto meticoloso, le raccoglie e le lancia nella bocca del pozzo.

ONOFRIO:     (a don Antonio) Hai smicciato bene?

ANTONIO:    E come no... (D'istinto si ferma, come per un richiamo. Si gira, sposta la pianola, prende un 'ul­tima monetino e la getta nel pozzo) Tempi moderni. (Punta Nicolino. Schiocca le dita)

Nicolino consegna la coppola ad Antonio, che gira l'indice all'interno, per verificare se ci siano monetine: non c'è nulla. Antonio riconsegna la coppola a Nicolino, che se la calca in testa. Con modi bruschi, Antonio mette a gambe larghe Nicolino, che poggia le mani sul tavolo: rapida perquisizione alla maniera della polizia. Esito negativo.

Antonio prende un grosso catenaccio e chiude il coperchio del pozzo. Tira il catenaccio per controllo.

ANTONIO:   (fissa Nicolino) Siamo in tre a saperlo. Da stanotte    ci metto due cani lupo...

NICOLINO:   E chi gli dà la carne?

ANTONIO:   Io!

Nicolino, istintivamente, si stacca dal pozzo.

ONOFRIO:     (ispirato) Antonio, non è finita: c'è una sorpresa.

ANTONIO:   E che cos'è?

ONOFRIO:     Mo' che la vedi. Un portento... (A Nicolino che si stava appisolando su una balla) E ti stai?

NICOLINO:   (senza voglia) Adesso?

ONOFRIO:     Sì, prima che vengono i clienti. Eh, sì... Dato un po' di gas... Eh, sì...                                    

NICOLINO:   (c.s.) Eh-sì...larante!

ANTONIO:   Quant'è moscio!                                      

Nicolino esce stancamente dal fondo.                         

ONOFRIO:     (ad Antonio) Vedrai, vedrai... (Mima qualcosa che si aziona rapidamente con tasti e manovella: qualcosa di straordinario)

ANTONIO:   (resta a fissare Onofrio. incredulo)            

Rientra Nicolino con una cassetta di legno, che poggia sul tavolino.

ONOFRIO:     Scatenati.

Nicolino con l'apposito ferro ricurvo rompe e fa scattare le reg­gette, apre il coperchio e ne tira fuori un oggetto avvolto in carta stagnola.         

ANTONIO:   Come luccica!

NICOLINO:   (fa l'atto di aprire l'involucro) Posso?

ONOFRIO:     (prevenendo Nicolino) No. lascia a me. (Toglie la carta: appare una macchina di metallo nero con tasti e manovella. Trionfante) Eh! "Made in Sweden" !

ANTONIO:    (si avvicina incuriosito alla macchina, sollevandosi un po' il cappello sulla fronte) Tritacarne?

ONOFRIO:     Tritacarne? Tritanumeri! Somme, sottrazioni, moltiplicazioni, divisioni.

NICOLINO:   No!

ONOFRIO:     Estrae pure le radici.

NICOLINO:   (toccandosi un dente) A mano?

ONOFRIO:     A manovella.

ANTONIO:   Vediamo vediamo.           

ONOFRIO:     (imbonitore) Niente più operazioni a mente, nien­te più colonne di numeri, che ti affliggono ogni giorno...

ANTONIO:    ...e ogni notte. Io nel sonno sogno e sommo, sogno e sommo... numeri, file di numeri... Un'ossessione.

NICOLINO:   (c.s.) E le radici?               

ONOFRIO:     (in cattedra) Quadrate e cubiche.

ANTONIO:    A dire la verità, a me servono solo somme e molti­plicazioni. Il resto è...

ONOFRIO:     (suggerisce) Op... op...

NICOLINO:   ...op-là...

ONOFRIO:     ...op-tional!

ANTONIO:   (l'indice sulla fronte) Un di più!

NICOLINO:   Ma vedi. Si può?

ONOFRIO:     Certo. Non occorre nessuna preparazione. Prego.

NICOLINO:   Due più due quanto fa?

ONOFRIO:     Ecco. Premi il 2. Il tasto del 2. Forza!

NICOLINO:   (esegue, un po' titubante, il dito indice rigido) Così?

ONOFRIO:     E che, ti scotti? Gira la manovella.

NICOLINO:   (esegue, divertito)                               

ONOFRIO:     Bravo! Un'altra volta il 2.

NICOLINO:   (esegue, più deciso) Zah!

ANTONIO:    Piano! Questa è una macchina, non è un cane, hai capito?

NICOLINO:   Ho capito. E quanto fa?                   

ONOFRIO:     (indicando la manovella) Un altro giro.

NICOLINO:   (gira la manovella, speranzoso)                    

ONOFRIO:     (senza guardare la macchina, sicuro del fatto suo) Quanto fa quanto fa?

NICOLINO:   (guarda da vicino il tabulatore. Rimane di stucco)

ONOFRIO:     Hai visto? Eh? (A sua volta guarda il tabulatore, più da vicino. Si risolleva lentamente) Zero!... Zero? (Cerca di far girare la manovella, con sfor­zo: la macchina è bloccata)

ANTONIO:    (avanzando minaccioso contro Nicolino) L'hai rovinata!

NICOLINO:   (arretrando) lo? Io ho fatto solo quello che mi ha detto vostro fratello!

ANTONIO:    Tu hai le zampe pesanti, non le devi mettere sulle cose delicate...

ONOFRIO:     (tentando invano di girare la manovella) Si è bloc­cata!

NICOLINO:   (tenendosi alla larga) Calma, calma: tanto lo sap­piamo lo stesso quanto fa due più due.

ANTONIO:   E io ti faccio a due a due.

ONOFRIO:     (cerca ancora inutilmente di muovere la manovel­la) Non si muove non si muove...          

NICOLINO:   Scusate, non c'è la garanzia?

ONOFRIO:     Eh, sì! La rimandiamo in Svezia. Due anni, per averla... più due, per riaverla...

NICOLINO:   (a distanza) Quanto fa quanto fa?

ANTONIO:    Dio bono! (Grande pugno sul piano del tavolino: rumore d'ingranaggi, la macchina si rimette in moto. Legge il tabulatore) Quattro!

ONOFRIO:     Funziona!

NICOLINO:   Miracolo! San Nicola ha fatto quattro!        

In segno di rispetto per la macchina, tutt'e tre si tolgono per un attimo il copricapo.

Dall'esterno proviene un rumore sordo, come all'inizio. Gli astanti si aspettano l'arrivo di balle rotolanti sul selciato e invece appare sul fondo...

...una figurina bianca in controluce: abito da passeggio, vitino di vespa, coppellino con veletta, ombrellino, guanti bianchi.

E' Maria. Parlerà con una dizione perfetta, toscaneggiante, imparata in collegio, a Firenze. Ma ogni tanto, senz'accorgersene, nei momenti di tensione, scivolerà nella parlata della sua terra.

NICOLINO:   (inchinandosi) Donna Maria! Che onore... Alla controra? Come mai?

MARIA:         Ma sì! Debbo muovermi... Che cos'è quest'abitudi­ne di dormire il pomeriggio? Voi per primi ve ne state qui a trafficare. E volete che io me ne stia a casa, sul letto, a guardare gli amorini delle volte? Bisogna passeggiare. E a passo svelto...

NICOLINO:   Buona idea, donna Maria. Che cosa vi possiamo offrire? Dite, dite, non avete che da comandare. Oh, che bella visita... Bocconotti. paste di mandor­le, rosolio? (Guardando Antonio) I vostri fratelli sono felici della vostra sorpresa...

MARIA:        Bocconotti?

NICOLINO:   Eh!

MARIA:        Alla crema?               

NICOLINO:   (inghiotte, chiude gli occhi) Con la ciliegina sopra... Don Antò, io vado e torno...

MARIA:         Con la ciliegina? (Lo prende per il collo con il manico ricurvo dell'ombrellino) No, meglio di no... (Lo molla) Non mi tentare, Nicolino, non prendo nulla, manco l'acqua...

NICOLINO:   E perché?

MARIA:        La linea!

NICOLINO:   Signorina, cominciate domani.

MARIA:         Ho cominciato ieri. Sapeste, la moda, quest'anno. è senza respiro... (Lieve carezza al vitina di vespa. Sospira) Manco l'aria, a noi donne, è permessa...

ANTONIO:   (allargando le braccia) Una bella boccata d'aria!

MARIA:         No, Antonio, tu non mi puoi capire... (Si guarda attorno) Ah, sì...

NICOLINO:   (afflitto) Scusate il disordine.

MARIA:        Succede a chi lavora tanto, come voi...

NICOLINO:   ...e non si trova il tempo di mettere a posto la roba, che già vola via...

MARIA:         Il giro, eh!                                                

ANTONIO

e ONOFRIO: Eh.

MARIA:        Il giro degli affari...

ANTONIO

e ONOFRIO:  Eh.

MARIA:        Più girano e più s'incassa. E' così?

ANTONIO:   Gli affari a volte vanno, a volte non vanno.

MARIA:        C'è qualcosa che non va?

ONOFRIO:     Le solite oscillazioni, le solite compravendite.

MARIA:         (riprendendo una vecchia polemica) E già, le solite cose. Sempre le stesse cose, ogni giorno, punto e daccapo.

ANTONIO:    E' il nostro lavoro, Maria. Ringraziamo il cielo che nostro padre e nostro nonno ce l'hanno insegnato.

MARIA:        Sì, però a me che cosa m'avete insegnato?

ONOFRIO:     (gesto d'insofferenza) Maria...

MARIA:         (alza la voce) A stare dalla mattina alla sera chiu­sa in casa. A far nulla. Ad aspettare. Che cosa debbo aspettare? Voi almeno aspettate i clienti, ogni giorno qua dentro è un teatro: chi contratta chi litiga chi sfotte chi racconta storielle... (A Nicolino) Per soli uomini. (Ai fratelli) Ce l'avete, il giocattolo. (Si avvicina ad una scansia, tira un rotolo di stoffa) Ma io chi debbo aspettare? Che cos'è la mia vita? Il mio destino?

ONOFRIO:     (gesto largo) I romanzi!

ANTONIO:   Ma no, lasciala sfogare.

MARIA:         Ma che lasciala sfogare: è la verità! Come l'acqua del mare: amara!                    

ANTONIO:   Salmastra...

MARIA:         Io con la bocca amara mi alzo e con la bocca amara vado a letto.

NICOLINO:   (che è andato a rimettere a posto il rotolo di stof­fa) E pigliamoci un dolcetto!

MARIA:         No, caro mio, non è l'amaro del palato, è l'amaro dell'anima.

NICOLINO:   (frastornato) Ma vedi.

MARIA:         Noi non conosciamo nessuno, non trattiamo nessu­no... (Tra i denti) Frequento qualcuno io?

ANTONIO:   Come?

MARIA:         (ripete con chiarezza) Frequento qualcuno io? Voi ve ne state sempre in bottega tra le pezze e i mer­canti e i girovaghi... io a casa a guardare le facce delle buonanime... Che vita è questa? (Strilla) Il primo sintomo!

ANTONIO:   Non stai bene?

MARIA:        Mi vergogno a dirlo.                                           

ONOFRIO:     Che c'è?

MARIA:        Stamattina, davanti allo specchio, l'ho visto...

NICOLINO:   L'avete visto?

MARIA:          ...via! L'ho strappato: il primo capello bianco!

Onofrio, Antonio e Nicolino emettono un sospiro di sollievo.

MARIA:         Il primo sintomo della vecchiaia! Via! (A ruota libera, tormentando l'ombrellino) Le mie amiche di collegio mi scrivono trionfanti da Firenze: si sono tutte, tutte sistemate, hanno avuto le prime gravidanze, qualcuna più piccola di me è già arri­vata alla prima comunione, alla cresima dei figli... Sono felici! E io?... E voi due? (A Nicolino) Eh? Che vuoi?

NICOLINO:   (stava facendo segno con le dita: "Tre")

MARIA:        Sì, voi tre, sempre a faticare qua dentro...

NICOLINO:   ...senza premio...

MARIA:         ...la domenica, passeggiata al corso, avanti e indie­tro...

NICOLINO:   ...lo struscio...                  

MARIA:         ...ed è finito tutto. Io, in mezzo a voi due. i due angeli custodi. E che sono io? Una condannata a vita. Mai un sorriso, un fremito... un godimen­to. Ma che cosa ne ricavate, da tutto questo lavoro?

NICOLINO:   (mettendosi al riparo dietro Maria) Avaracci!

ANTONIO:   Statti zitto!

MARIA:        Tutto questo capitale, che ne dovete fare?

NICOLINO:   (c.s.) Che ne dovete fare?

ANTONIO:   Ancora?

MARIA:         E no! Lasciatelo parlare. Lo tenete in gabbia, lo sfruttate, povero ragazzo !

NICOLINO:   Ragazzo? Io sono un vecchio prematuro!

MARIA:        Almeno aumentategli la paga. E che cosa!

NICOLINO:   E che cosa... (cambia tono) e che cosa dite, donna Maria, per carità...

ONOFRIO:     Calmati, Maria, calmati...

MARIA:         Io mi sento sola, avete capito? Mi sento sfiorire... una vampa, una vertigine: i migliori anni della mia vita, buttati al vento. La mia pelle comincia a incresparsi... Le rughe! Le zampine, qui, agli occhi... I miei occhi che non brillano mai di gioia...

ANTONIO:   No, Maria, non esagerare.

MARIA:         Che ne capisci tu? (Gli da uno schiaffetto sulla guancia) Non bastano le creme, le ciprie... (un singulto) gli unguen... ti! Io sono corta di collo: così era mia madre, così mia nonna. Tra poco avrò la gorgiera del vescovo, un cuscinetto molle, di grasso, orribile! Qua, sotto il mento, il doppio mento. Chi mi guarderà più in faccia? Quale sarà mai più la mia forza di seduzione?

NICOLINO:   (a parte) I soldi!

MARIA:        E spuntò, ispido, sulla guancia, un pelo!

NICOLINO:   Via!

MARIA:        Un inizio di donna barbuta.                           

NICOLINO:   Donna barbuta sempre piaciuta.

MARIA:         (offesa, strilla) Ahò! Ma a te chi ti ha dato tanta confidenza? Ragazzo, stai al posto tuo, va buono? E prendi la pezza e pulisci a terra!

NICOLINO:   Signorina...

MARIA:         Basta! Non ne posso più! (Si avvia) Io muoio disperata! (Esce)         

NICOLINO,

ONOFRIO

e ANTONIO: (cantano insieme una romanza) Io muoio disperataaaa!

Maria si riaffaccia e batte il piede per terra, con stizza. Gli altri ammutoliscono di colpo. Maria si gira sui tacchi ed esce di nuovo. Gli altri tre riprendono a cantare in crescendo.

ONOFRIO:     Isterica.

ANTONIO:    Ma che altro vuole? Le abbiamo dato tutto, l'a­giatezza, l'istruzione. Persino il collegio a Firen­ze, per imparare a parlare come le vere signore. A dir la verità, io ero contrario a tutte quelle spese extra.

ONOFRIO:     E ti pareva.

ANTONIO:    Quella alla fine s'è montata la testa e mo non sa che cosa vuole.

ONOFRIO:     Vuole sposarsi.

ANTONIO:    Certo. Con quella puzza al naso, ha già rifiutato un paio di partiti.

NICOLINO:   Don Antò, diciamo la verità: il primo era un vedo­vo...

ANTONIO:   ...facoltoso...

NICOLINO:   ...cinque figli a carico, non so se mi spiego. E il secondo...                                         

ANTONIO:     ...quello lo proponesti tu, Onofrio.

ONOFRIO:     Sì, ma feci subito macchina indietro.

NICOLINO:   La signorina si beccò l'esaurimento nervoso, mi ricordo. Era un bel giovane...

ANTONIO:    ...era un bel giocatore di carte, non so se mi spie­go. (Confidenziale) E se la facessimo... monaca?

ONOFRIO:     Bravo. Non vedi come smania? Ha le vertigini... Si sta gonfiando tutta. Così... Sbrodola...

ANTONIO:   Eh?

ONOFRIO:     ...suda!

ANTONIO:   Tutti sudano!

ONOFRIO:     Diventa rossa rossa appena le rivolgi la parola...

ANTONIO:   L'hai voluta mandare a Firenze? E perde la poesia.

ONOFRIO:     Come "perde la poesia"? Che vuol dire?

ANTONIO:    Come sente parlare uno della Bassa Italia, perde la poesia.

ONOFRIO:     In capo a un anno dobbiamo sistemarla. E ci togliamo 'sta poesia.

NICOLINO:   (alza Vindice per chiedere la parola) Io un'idea ce la tengo.

ANTONIO:   E te la tieni per te.

NICOLINO:   Come volete.

ONOFRIO:     No, perché non volete ascoltarlo? Nicolino, quan­do vuole, si sveglia...

ANTONIO:   ...la sonnambula.

ONOFRIO:     (a Nicolino) Dicevi?

NICOLINO:   Dicevo che un'idea ce la tengo.

ONOFRIO:     Avanti.

NICOLINO:   (a don Antonio) Si può?               

ONOFRIO:     E dài!

NICOLINO:   Io ci ho per le mani... (Gesto largo, plateale, che significa: "Una cosa meravigliosa ") Eh!

ONOFRIO:     Sarebbe?

NICOLINO:   (c.s.) Un gran signore.

ONOFRIO:     Nobile?                                                         

NICOLINO:   Meglio di un nobile: un gran lavoratore.

ONOFRIO:     Fuori nome e cognome.

NICOLINO:   Un momento. (Aria di saputo) Un matrimonio che cos'è? Un co... un co...                                

ANTONIO:   Un connubio.                                       

NICOLINO:   Un co... un co...

ANTONIO:   Un conto!

NICOLINO:   Un contratto. E per un contratto che cosa ci vuole? Un ve... un ve...

ANTONIO:   Un versamento.

NICOLINO:   Un ve... un ve...

ANTONIO:   (seccato) Un verme come te!

NICOLINO:   Un venditore e un compratore: aliàs, una sposa e uno sposo...                                                 

ONOFRIO:     Dove vuoi arrivare con questo "aliàs"?

NICOLINO:   Semplice, don Onofrio: ci vuole anche il me... il me...

ONOFRIO:     (prevenendo Antonio) Il medesimo!      

NICOLINO:   Appunto! (Gonfiandosi) Il medesimo qui presente Scattarelli Nicolino, aliàs capo-commesso della Ditta Fratelli Petruzzelli in Bari.

ANTONIO:    Da quando in qua ti sei autopromosso capo-commesso?

NICOLINO:   Solo per fare più effetto, don Antonio. Dunque...

ANTONIO:    Dunque tu stai perdendo il tuo tempo e noi appresso a te.

ONOFRIO:     (a don Antonio) Aspetta. (A Nicolino) Ci vuoi spie­gare meglio quest'aliàs?

NICOLINO:   (mostrandoli alla platea) L'orecchio di mercante! Perché non lo volete capire? Io l'ho imparato da voi che per un contratto si dev'essere in tre, come la santa trinità. E se permettete, uno dei tre sono io, il mediatore...  

ANTONIO:     ...aliàs, il ruffiano.

NICOLINO:   Se vi piace quest'aliàs... Insomma, cari principali, aliàs o satanàss, io debbo mettere un po' di capitale da parte. A furia d'imparare da voi, un domani mi aprirò anch'io il mio magazzino, sì, pieno di roba. Tempo ci vuole, pazienza e...

ANTONIO:    ...sparagno. (Nel frattempo sta raccogliendo con attenzione da terra pezzi di spago e fettucce di vario tipo e colore: annoderà i pezzetti tra loro, per ricavarne degli spaghi più lunghi, che servi­ranno a legare i pacchi dei clienti) E sparagnando sparagnando...

ONOFRIO:     ...a tutto si può arrivare.

NICOLINO:   Già!

ONOFRIO:     D'accordo. (Enumerando sulle dita) Nome, cogno­me, professione. Salvo, si capisce, nostre accurate informazioni sulla moralità del soggetto.

NICOLINO:   Come parlate bene, don Onofrio: sembrate un banchiere.

ANTONIO:   (stringendo un nodo, con forza) Stringi!

NICOLINO:   Piano, piano, don Antonio mio. La gatta presciolosa fa i gattini ciechi. Patti chiari, amicizia lunga.

ANTONIO:   Siamo ai proverbi.

NICOLINO:   (alza le mani) Imparati da voi.       

ONOFRIO:     Sputa il veleno.

NICOLINO:   Non è veleno, è diritto.

ANTONIO:    (a Onofrio) Non te l'avevo detto che è meglio lasciarlo perdere? In petto a noi, la serpe si è riscaldata.

NICOLINO:   (offeso) Quand’è così, non ne parliamo più. Io un  piacere vi volevo fare. Quel gran signore troverà altre occasioni... (Pausa) Peccato, però. Dico. per la signorina Maria. (Va a sistemare delle balle) E' bello... è giovane... è alto... E si è lau­reato in una grande università.

ONOFRIO:     Dove?

NICOLINO:   A Napoli.         

ANTONIO:   Che facoltà?

NICOLINO:   La più difficile: ingegneria. (Enumera sulle dita) Massimo, lode, pubblicazione, bacio... E tutto quello che dico lo potete verificare pelo pelo sui documenti. E se dico bugie, l'affare... (sbuffa per dire: "sfuma")

ONOFRIO:     Quando vuoi di mediazione?

NICOLINO:   Mi basta la vostra parola. Lo sanno tutti che sulla parola comprate treni e bastimenti di roba. Fìdomi!

ONOFRIO:     Percentuale?

NICOLINO:   (in sordina) Dieci per cento.

ONOFRIO:     Come?

NICOLINO:   (più chiaramente) Dieci per cento.

ONOFRIO:     (scandalizzato) Il dieci per cento? E su che cosa?

NICOLINO:   Sulla dote di vostra sorella.

ANTONIO:    (con lo spago riannodato imita il boia che prepara il cappio del condannato) Corda e sapone!

NICOLINO:   Beninteso, don Antò. solo se vostra sorella convola col gran signore...

ONOFRIO:     Basta!

ANTONIO:   (a Onofrio) Lascialo a me. (A Nicolino) Lo sai o non lo sai, ragazzo, quanto vale la dote di nostra sorella? Le abbiamo intestato terreni e fabbricati, nuda proprietà più rendita, spese di manutenzio-ne a nostro carico più tasse, per assicurarle un avvenire senza rischio e pericolo. Ché Maria è la femmina della covata, è debole, non sa far niente, e va tutelata, in solido, dalla nascita alla morte.

NICOLINO:   Parole sante!

ANTONIO:   E allora?

NICOLINO:   E allora, don Antò, io con questo dieci per cento mi apro la mia bottega...

ANTONIO:   Tu? Uno sfaticato come te?

NICOLINO:   ...e la mia bottega oscurerà la vostra.

ANTONIO:   (ridacchia)

NICOLINO:   (incalzando) E io sarò umano coi commessi, va buono? Umano!

ANTONIO:   (a sorpresa, lo frusta con lo spago)

NICOLINO:   (scansa la frustata con improvvisa agilità, ma arretrando urta contro una balla e finisce a gambe all'aria) Di fronte a voi mi metterò... (Si rialza con una capriola) Il mestiere l'ho imparato bene e anche i trucchi, e in poco tempo, giuro sulla madonna, io diventerò il primo commer­ciante di Bari... (Corre verso il bagno e si chiude dentro) Io sono Scattarelli e non Pianarelli. Sape­te come mi chiamano i clienti? Il Vento!

ANTONIO:   (frustando Varia) La bonaccia!

NICOLINO:   (si riaffaccia e richiude) Veloce come il maestrale.

ANTONIO:    (cerca di aprire la porticina del bagno) Io non ti permetterò mai di far concorrenza a me, capi­to?... E vieni fuori... E se domani tu ardisci, io metterò i prezzi così bassi che tu non venderai un filo di roba e fallisci in un paio di mesi, al massi­mo: ti toglierò sempre un centesimo a una lira… fino alla morte!

Cade un silenzio. Antonio origlia alla porticina. Rumore dello sciacquone. Antonio si stacca dal bagno, sbuffa, arrotola lo spago e se lo mette in tasca, si toglie il cappello, si deterge il sudore con il fazzoletto bianco, si rimette in testa il cappello, sulle ventitre.

ANTONIO:    Hai visto come ha alzato la cresta, quello là?... Ma tu... non dici più niente?

ONOFRIO:     Io dico che un poco di vento ci vuole, sennò l'aria ristagna.

NICOLINO:   (si riaffaccia e richiude) Parlate come monsignore sull'altare.

ANTONIO:   Eh? Ha una risposta per tutto.

ONOFRIO:     E lascialo far carriera.

ANTONIO:   Sul mio sangue? (Si siede al tavolino)

NICOLINO:   (accomodante, si riaffaccia) Don Antonio bello! (Con cautela, esce dal bagno)

ANTONIO:   Dieci per cento! Vergogna!

ONOFRIO:     (prendendo il discorso alla larga) A dir la verità, caro Nicolino, c'è un fatto, che la mediazione del dieci per cento non esiste sulla piazza. La media­zione, secondo l'uso della piazza, e l'uso è legge, non può andare oltre lo zero...

NICOLINO:   ...lo zero?...

ONOFRIO:     ...lo zero virgola uno per cento, va buono?

NICOLINO:   Dieci per cento. O quel nome me lo porto nella fossa...

ANTONIO:   ...e te lo metti sulla lapide.

ONOFRIO:     (calmo, tira fuori l'orologio dal panciotto, fa scat­tare il coperchio a molla) No! A dire chiacchiere, abbiamo fatto l'orario... (Secco, a Nicolino) Porta!

NICOLINO:   E allora?

ANTONIO:   E allora niente.

NICOLINO:   (deluso) Don Onofrio! Per vostra sorella!

ONOFRIO:     (gelido) Zero virgola uno.

NICOLINO:   Dieci!

ANTONIO:    (mostrandoli con la mano, ironico) La borsa dei ciucci di Manina!... Scattare, m'hai stufato!

ONOFRIO:     (a Nicolino) Lo sai, caro mio, che proprio la settima­na scorsa abbiamo intestato a Maria tutto quel palazzo al corso Vittorio Emanuele angolo via Melo?

ANTONIO:    Che palazzo? Un monumento! Che soltanto il por­tone con le colonne doriche...

ONOFRIO:     A noi il rischio dell'azienda e a nostra sorella la proprietà, solida, sicura... Lo sai quanto vale, dico, quel palazzo? E vieni qua...

NICOLINO:   (rimane titubante)

ANTONIO:   (feroce) Non ti mozzica, non ti mozzica... E vai!

Nicolino va a mettersi vicino a don Onofrio.                       

ONOFRIO:     (all'orecchio di Nicolino, mormora una cifra)

NICOLINO:   (si fa vento con la mano per parare l'alito di Ono­frio. Meravigliato) No!

ONOFRIO:   Sì. (Calmo) Te lo faccio confermare dal notaio, come risulta dall'atto di compravendita.

ANTONIO:   (acchiappa proditoriamente da dietro, per il collo, Nicolino) E lo sai quanto vale tutto, dico tutto, il patrimonio di donna Maria, alla data odierna? (Cerca di mordergli l'orecchio)

NICOLINO:   No!  (Si divincola da Antonio e scappa: va a mettersi con l'orecchio vicino alla bocca di Onofrio)

ONOFRIO:     Sì. (All'orecchio di Nicolino mormora un'altra cifra, evidentemente più alta)

NICOLINO:   (gli vengono un po' meno le gambe, non si sa se per l'alito di Onofrio o per lo stupore) No!

ONOFRIO:     Sì. Come risulta dalla somma degli atti eccetera. Notarile notarile. Fai il conto. O vuoi la calcolatrice?

NICOLINO:   (scuotendo la testa, rintronato) None, none.

ONOFRIO:     E già, hai ragione. Questo è un conto che si fa a mente. Dunque, quanto fa lo zero virgola uno per cento di tutta la dote? Attento alla virgola...

ANTONIO:   ...e allo zero!

ONOFRIO:     Eh?

NICOLINO:   (fa il conto mentalmente, aiutandosi con le dita.Resta di stucco) Ih!

ANTONIO:   (scimmiottandolo) Ah!

ANTONIO                      

e ONOFRIO: Porta!                                   

NICOLINO:   (si è convinto. Tendendo la mano verso i due) Affare fatto...

ONOFRIO:     Percentuale?

NICOLINO:   Come detto da voi: zero virgola uno.     

ANTONIO:   Sulla dote di donna Maria.                     

ONOFRIO:     Al "sì" davanti all'altare.    

NICOLINO:   D'accordo.

Nicolino stringe la mano di don Onofrio e di don Antonio.

NICOLINO:   Sarà una coppia formidabile. E lo dovrete a me, titolare della Ditta Nicola Scattarelli in Bari.

ONOFRIO:   Mo' puoi cantare.

NICOLINO:   (canta a squarciagola) Ridi, pagliaccio...!

ONOFRIO:     (gli tappa la bocca con la mano, riducendolo a sedere su una sedia) Parla! Come si chiama?

NICOLINO:   (gesto largo, compiaciuto) Angelo! Ed è innamora­tissimo di donna Maria.

ONOFRIO:     (dubbioso) Lui l'ha vista bene?

NICOLINO:   Vista e piaciuta.  

ONOFRIO:     Dove?

NICOLINO:   In chiesa, da dieci domeniche di fila. Dalla prima volta, l'ingegnere non ha più perso una messa. Un colpo di fede!

ANTONIO:    Aspetta. Tu hai detto che si tratta di un ingegnere: progettista?

NICOLINO:   Ho detto che si è laureato a Napoli.

ANTONIO:    Sì, ho capito. Ma come ingegnere che cosa ha costruito finora? Ha un suo cantiere?

NICOLINO:   Don Antò, è giovane, è ancora all'inizio della car­riera.

ANTONIO:   E che è? Disoccupato?

NICOLINO:   No, lavora.

ANTONIO:   Dove?                    

NICOLINO:   Al comune.

ANTONIO:    (con la mano dietro la nuca dà un colpettino al cappello, che cala un po' sugli occhi, in segno di delusione) Un impiegato...

NICOLINO:   ...di concetto. Un alto funzionario.                        

ONOFRIO:     Che grado?

NICOLINO:   Direttore dell'ufficio tecnico.

ANTONIO:    Ma insomma come sta a...? (Gesto che significa: "quattrini") Che cosa possiede, in proprio?

NICOLINO:   E' di buona famiglia.

ANTONIO:   E poi?

NICOLINO:   E poi basta.

ANTONIO:    Caro Nicolino, hai ragione tu: tu sei veloce come il vento, quando si tratta dei tuoi interessi. Però io adesso faccio i miei, se permetti. E lo sai che ti dico? Frena! E non ne parliamo più.

NICOLINO:   E perché?

ANTONIO:    (gli fa vento con la mano davanti alla faccia) Sve­gliati! Perché se dobbiamo sposare Maria e affida­re un tesoro di patrimonio allo sposo, lo sposo, a sua volta, appizza le orecchie, deve avere un patrimonio suo. Pari con pari. Sennò, niente. (A Ono­frio) Va buono?

ONOFRIO:     (tira in disparte Antonio. Abbassa la voce) Scusa­mi, Antonio: conosciamolo 'sto ingegnere, che ci costa? Può essere un cavallo bolso, come può essere un cavallo vincente. Solo se lo vediamo bene in faccia, possiamo decidere se vale la pena puntare su di luì o no. Andiamo a fiuto, come per i clienti. Non ti pare?                                       

ANTONIO:   (sbotta, a voce alta) Ma non l'hai sentito?

ONOFRIO:     Sssst!

ANTONIO:    (abbassando la voce) Ha solo un posticino fisso. E di suo non ha niente. Vuoi dare Maria al primo venuto, a un cacciatore di dote?

ONOFRIO:     (sempre a bassa voce) Senti, Antonio, noi due, all'inizio, che cosa avevamo?

NICOLINO:   (da lontano) Niente!

ANTONIO:   (spazientito, tono normale) Allora non vale! 

ONOFRIO:     (anche lui in tono normale) Già, avevamo soltanto un nome e un mestiere. Si pigliava la roba a credito e la bottega in affitto. Ma a furia di sgobbare dalla mattina alla sera, e non abbiamo messo su manco famiglia... be', la storia la sai...

NICOLINO:   Tentare non nuoce.

ONOFRIO:     Conosciamolo,'sto giovinotto.               

NICOLINO:   Un gran lavoratore, come voi due: e non è una garanzia, questa?

ONOFRIO:     Vedremo. (A don Antonio) Eh?             

ANTONIO:    Guardati dagl'impiegatucci: piangono sempre che manca una lira a fine mese... (A Nicolino) O sbaglio?

NICOLINO:   Don Antonio, voi non sbagliate mai. Però il cuore me lo dice: mi batte qua come se dovessi convolare io a nozze. Signori, ci scommetto: l'affare si fa, si fa... (Tenore) Si fa, si fa...

ANTONIO:   (basso) Si fa...

ONOFRIO:     (alto) Si fa...                                      

TUTTI:            (in crescendo lirico) Si fa, si faaaa!

ONOFRIO:     Porta!

Tutti corrono verso l'uscita di fondo. Nicolino esce. Onofrio trattiene per il braccio Antonio, ritornando in avanti.

ONOFRIO:     (seguendo il filo di un pensiero) Antonio, senti un poco. Parlando di Maria, m'è venuta una cosa in testa... Anzi ce l'avevo da qualche tempo... Volevo cogliere l'occasione per dirtela, in confidenza...

ANTONIO:    Qualcosa di particolare? Un ammanco, una perdita, un credito insolu...? (Guarda verso Nicolino, che si è riaffacciato dal fondo)

ONOFRIO:     No, no...

ANTONIO:   (c. s.) E allora?

NICOLINO:   (capisce che deve andar via) Io vado e torno: sì... no, solo una boccata d'aria. (Si avvia)

ONOFRIO:     Fermo, puoi restare, Nicolino. Si tratta di un'i­dea o meglio di un progetto, e tu ci puoi essere utile.

ANTONIO:   Un progetto? per la ditta?

NICOLINO:   (avvicinandosi) Un investimento?

ONOFRIO:     In un certo senso, è un investimento. Però non è quello che voi pensate. Stavolta riguarda me, per­sonalmente. Ecco... Antonio, a noi due che cosa ci manca? Ormai il levato c'è, il nome è cresciuto...

NICOLINO:   Fatti il nome e buttati a mare.

ONOFRIO:     Bravo! Il capitale è una roccia...

ANTONIO:    (prudente, accenna di "frenare" con le mani) Non si sa mai...

ONOFRIO:     Ma ci manca qualcosa...

ANTONIO:   Che cosa? Ti vedo un po' titubante...

ONOFRIO:     Non è che sono titubante... Finora le decisioni le abbiamo prese sempre assieme, e siamo andati d'accordo, con qualche discussione, si capisce, ma a fin di bene. Nicolino ci è testimone. Solo che adesso possiamo salire un gradino più alto della scala sociale, non ti pare?

ANTONIO:   La politica! Vuoi andare a Roma?

ONOFRIO:     Senti, l'ho già fatto il consigliere comunale. Ore e ore per curvare un chiodo. Altrettante per raddrizzarlo. Ma non si trova chi dia un bel colpo sul chiodo, per conficcarlo al posto giusto. Una rissa continua... C'è dell'altro... Ed è a portata di mano... Un paio di giorni fa sono stato in provin­cia, a Bitonto, per alcuni clienti...

ANTONIO:   A proposito, dobbiamo incassare delle fatture...

ONOFRIO:     Certo, sta' tranquillo, pàgano a breve, è gente one­sta. Ma non è questo che volevo dire. Sulla via del ritorno, sono passato sotto il palazzo dei conti Gentile, il più bel palazzo di Bitonto.

ANTONIO:   Una reggia.

NICOLINO:   Un affare?

ANTONIO:   Costa un occhio.

ONOFRIO:     Appunto. Inutile svenarci. Ma ci sarebbe un'altra strada...

NICOLINO:   Una scorciatoia?                          

ANTONIO:   Un mutuo?           

NICOLINO:   Una cambiale?       

ANTONIO:   Una pèrmuta?

ONOFRIO:     No, no... lasciatemi finire. A parlare troppo, la lin­gua si secca. (Beve un sorso d'acqua dalla brocca).

ANTONIO:   Ma che hai? Dove vuoi andare a parare?

ONOFRIO:     Lo sapete che cosa c'è in quel palazzo? Quadri, tappeti, mobili, specchi, argenteria... Il servizio da tavola in oro massiccio non ce l'ha manco la regina d'Inghilterra... E gli stallieri? I lacchè! I servi in livrea, il maggiordomo gallonato, le dame di compagnia, i cavalli, le carrozze, i giar­dini, le fontane...

ANTONIO:   Hai fatto l'inventario. E come te lo porti a casa?

ONOFRIO:     (ispirato, come sognando) Io l'ho vista!... Al balco­ne, era mezzogiorno, il sole batteva sui vetri, appe­na in tempo, una luce, e si è ritirata dietro le tende: un bocciolo, un incanto, non ha diciott'anni. La coprirò di pellicce, di collane, di oro, di dia­manti, di diade...

ANTONIO:   (gesto che vuol dire: "piano, piano!") Ehi, ehi!

NICOLINO:   La contessina!

ANTONIO:   Isabella Gentile.            

ONOFRIO:     Fratello mio, che dici?

ANTONIO:    (si tocca il cappello in segno di rispettoso saluto. Tono grave) La nobiltà.

NICOLINO:   Il sangue blu.

ONOFRIO:     Un sogno!

ANTONIO:   Sì, ma tu che ci...

ONOFRIO:     Ti prego, lasciami volare!

NICOLINO:   Volate, don Onofrio, volate!

ANTONIO:   A terra. Chi presenta la domanda di matrimonio?

Quasi senza accorgersene, istintivamente, sia Onofrio che Antonio guardano verso Nicolino, il quale, sotto quegli sguardi indagatori, prima si guarda alle spalle, poi realizza, si sbatte la polvere addosso con le mani, si abbottona il colletto della camicia.

NICOLINO:   (sfrontato, si mette in posa) Come sto?

ANTONIO:   (la mano sulla bocca) Madonna!

ONOFRIO:     Non ti preoccupare, Toni, ci penso io, vedrai...

NICOLINO:   Io? Io a palazzo Gentile?

ANTONIO:   Non te la senti?

NICOLINO:   A portare l'ambasciata?

ONOFRIO:     Certo. Al conte. Da parte mia. Ti dirò per filo e per segno quello che devi dire a sua eccellenza. Due parole, ma con garbo. Intesi? Farai un figuro­ne col tuo vocione da...

ANTONIO:   ...sonnambula.                     

NICOLINO:   Io?

ONOFRIO:     Non vuoi essere il mio uomo di fiducia?

ANTONIO:   Ecco, non se la sente.                                           

NICOLINO:   N-no... di sentirmela me la sento, solo che...

ANTONIO:   Avanti.

NICOLINO:   ...solo che (conta sulle dita) io debbo portare l'am­basciata, io debbo fare l'ambasciatore, io debbo combinare il matrimonio, io debbo prendere la mediazione sulla dote della contessina...

ONOFRIO:     Giusto.

ANTONIO:   Al "sì" davanti all'altare.

NICOLINO:   Anche qui, dieci per cento.

ANTONIO

e ONOFRIO: (feroci) Eh?

NICOLINO:   (pronto) Zero virgola uno!

ONOFRIO:     D'accordo.

NICOLINO:   (scatto e grido di gioia) Iaaah!

(Esce di corsa dalla porticina laterale)

ANTONIO:   Due piccioni con una fava.

NICOLINO:   (fuori scena) Modestamente...

ANTONIO:    E modestamente quello là diventa un riccone, in contanti.

NICOLINO:   (f.s.) Sfido io, con dei maestri come voi!

Musica melodrammatica.

                 

ONOFRIO:     E sai come lo mando alla reggia?                    

NICOLINO:   (f.s.) Col vento!

Come in sogno, la parete di fondo svanisce e appare in contro­luce, fiammante e nichelata, una favolosa auto d'epoca. Nicolino - sciarpone, berretto e occhialoni di autista - con grande agilità gira la manovella del radiatore, mette in moto, salta a bordo, suona la trombetta, accende i fari, ingrana la prima, grattando. La macchina sobbalza e s'avvia sparac­chiando fumo e petardi come un tric-trac.

Fine primo tempo.

SECONDO TEMPO

Il giorno dopo. Stessa scena e ora d'intervallo. Il retrobottega è strapieno di balle di merce scaricate alla rinfusa. Onofrio, come al solito, sta suonando la marcia dell'Aida alla pianola. Ma c'è una variante, perché ogni tanto tira fuori l'oro­logio dal panciotto e lo guarda nervosamente; anzi qualche volta lo scuote, come per timore che si sia fermato. Antonio, sfilato un tiretto dal tavolino, va da questo al pozzo, più volte, a scaricare le monetine dell'incasso della giornata. Passan­do davanti alla calcolatrice, spinge un tasto e gira la manovella. Ogni tanto la macchina s'inceppa, ma Antonio la rimette in moto, con un colpo ben assestato.

Sul fondo, in controluce, appare la sagoma di un Gran Signore, vestito di nero, elegante: gibus, stiffelius, papillon, monocolo, guanti bianchi, bastone col pomello d'argento, ghette bianche sulle scarpine di vernice a punta. Sembra un figurino esposto in un atelier di lusso.

Per un attimo, il Gran Signore può sembrare un manichino. Poi rompe la sua immobilità, sbattendosi di dosso, con stizza, un po' di polvere.

Il Gran Signore osserva sia Onofrio che Antonio. Il primo ad accorgersi del nuovo venuto è don Onofrio, che rallenta il giro della manovella: la pianola tace con un 'ultima nota metallica, stonata.

GRAN SIGNORE:   (sospira) Ah, sì!

Il figurino avanza e viene in piena luce: è Nicolino. L'abito di gran moda che indossa lo carica di una signorilità, di un atteg­giamento ricercato e di un modo di parlare come se appartenes­sero davvero a un Gran Signore.

ONOFRIO:     (respira rinfrancato) Nicolino !... Toni, è tornato Nicolino nostro!

ANTONIO:    (di spalle, ignorando Nicolino) Sì, lo so, è chic, è chic.

ONOFRIO:     Che ti dicevo? Un uomo di classe, un dandy...

ANTONIO:   (c.s.) ...un viveur.

ONOFRIO:     (tutto speranzoso) Nicolino bello, com'è andata?

NICOLINO:   (melodrammatico, si porta il dorso della mano sulla fronte) Per carità!

ONOFRIO:     (premuroso) Nicolino. che è successo?

NICOLINO:   Per carità... un po' d acqua...                

ONOFRIO:     Prego, prego...

NICOLINO:   (beve un sorso alla brocca. Esce per un attimo dalla "parte" e si asciuga la bocca col dorso della mano inguantata di bianco, in modo triviale) Ah!

ONOFRIO:     Bevi, bevi... Sei stanco? Siediti... Vuoi riposarti? Vuoi rinfrescarti?

ANTONIO:   Vuoi una mazzata di mazza?

ONOFRIO:     Antonio!... Di'. Nicolino, di'. Ti ascoltiamo...

ANTONIO:   (brusco) E spicciati che orario.

ONOFRIO:     No, no, nessuna fretta, con calma... Nicolino, met­titi a tuo agio... Dunque?

NICOLINO:   Dunque... (Gradatamente allo svolgersi del rac­conto, metterà da parte, con cura, nell'ordine: il bastone, il gibus, il monocolo, lo stiffelius, il papillon. Rimarrà con i guanti bianchi alle mani, a sottolineare la sua mimica) Non c'è avvenire, non c'è avvenire... Prima di tutto, signori, io vorrei farvi osservare, che per queste automacchine non c'è avvenire, non c'è avveni­re... (Prevenendo Onofrio) Posso parlare io? Poi parlerete voi, don Onofrio esimio, il quale siete più esperto di me... in ordigni e marchingegni... Don Antò, queste trappole non partono... e allor­ché finalmente partono... e ci vuole l'iradiddio per scaldarle, io ci ho il braccio rotto a furia di girare la manovella, saltare a bordo, girare la chiavetta, prum-puppù... (gesto che vuoi dire: "cilecca"), tornare giù, rigirare la manovella, tornare su, rigirare la chiavetta e... (nella foga si smarrisce) ...e dov'ero rimasto?

ANTONIO:   Al prum-puppù!

ONOFRIO:     (conciliante) Sì, però quando finalmente partono...

NICOLINO:   Si fermano! Va buono?

ANTONIO:   E allora?                      

NICOLINO:   E allora bisogna prenderle a spinta. E puzzano una carogna: cacciano gas e olio nero. E non la tengono, la strada: la ruota dritta tira a manca e la manca a dritta, povera capa mia! E allorché caschi in una buca, ne va di mezzo l'osso sacro... Il mio... (se lo tocca in modo volgare) ne sa - o ne sapeva! - qualcosa... E poi, la polvere, dap­pertutto, sui vestiti, nei polmoni... Pfu! Un infer­no... Non c'è avvenire, non c'è avvenire...

ANTONIO:    (anticipando Onofrio) Nicolino ha ragione. Que­sta... (batte la mano con disprezzo sulla calcola­trice) te la raccomando: una croce! Sono più le volte che si blocca, a buono a buono, che quelle che funziona. Che schifo! Sferraglia e sbaglia, con tutto che è svedese. Io una somma che la faccio a mente in un baleno, quella ci mette un secolo, a indovinarla...

ONOFRIO:     Senti, Antonio, non è il caso...

ANTONIO:   (dandogli sulla voce) ...e ne volete una? Proprio stamattina, davanti a un cliente, una figuraccia! Una partita di tela d'Olanda finissima... aspettate, sta qua la bolletta...

ONOFRIO:     (sbotta) Oh, insomma, Toni, vogliamo ascoltare Nicolino, sì o no? E' un'ora che è tornato e non sappiamo ancora niente...

NICOLINO:   Scusate, don Onofrio, a dire la verità, vostro fra­tello aveva detto bene...       

ONOFRIO:     Che aveva detto?                          

NICOLINO:   (imitando don Antonio) "Nicolino vai col landò, Nicolino vai col landò, il landò è più sicuro, i cavalli-animali sono più fedeli dei cavalli-macchinali... ".

ONOFRIO:     Ma che dite? L'automobile fa più effetto, più novità, il landò è cosa vecchia, sorpassata... La prima missione tua era di far colpo.. Hai fatto colpo?

NICOLINO:   Colpo? Una bombarda! Un petardo di fine secolo!

ONOFRIO:     Che cosa?

NICOLINO:   A metà strada tra Bari e Bitonto, sulla provinciale. Sparò!

ANTONIO:   Chi?

NICOLINO:   Il motore! E l'autocarrozza si piombò. E non vi fu verso di smuoverla da terra né con la manovella né a spinta né a calci e manco a sputazze: solo fumo, una pece, e una puzza che ti toglie l'aria e ti brucia i cannarili (si tocca la gola). Una danna­zione...

ONOFRIO:     E così è finito tutto.

NICOLINO:   No, don Onofrio: Nicolino Scattarelli non si è dato per vinto. Ci vuole ben altro per fottermi.

ONOFRIO:     E allora?

NICOLINO:   E allora meno male che è passato un traino con due buoi. Ho chiesto soccorso al cozzale... (Con le dita dice: "pagandolo profumatamente"). Insomma, sono entrato in Bitonto a bordo del catenac­cio, tirato dalla pariglia dei buoi. E ci siamo fer­mati sotto al palazzo dei conti Gentili.

ANTONIO:   (corregge) Conti Gentile.                      

NICOLINO:   Don Antò, conte Gentile, conti Gentili...

ONOFRIO:     Continua!

NICOLINO:   Ero rosso come un peperone. (Tira il freno a mano, imitando il rumore lamentoso dell'ingranaggio) Davanti al Guardaportone.

ONOFRIO:     E il Guardaportone ha visto tutta la scena?

NICOLINO:   L'ha vista lui e si può dire che l'ha vista tutto il paese. E dietro avevo un codazzo di guaglioni che, con rispetto parlando, spernacchiavano per non dire che scoreggiavano, come diavoli. Un trionfo !

ONOFRIO:     (cercando di rimanere calmo) E mo' basta. Il preambolo è stato lungo assai. Veniamo al fatto. All'ambasciata. Sei stato ricevuto? Hai parlato col conte? Hai avuto la risposta?

NICOLINO:   (con due dita, delicatamente, si toglie un capello dal panciotto) Don Onofrio, voi sapete quanto vi rispetto. Anzi io vi voglio bene che sotto di voi ho imparato un mestiere che rende e mi dà speranza...

ONOFRIO:     (spazientito) Nicolì!  

NICOLINO:   Presto detto. Io vi voglio dire che ho seguito scru­polosamente il vostro comando. Dunque ho preso coraggio, ho consegnato al Guardaportone il vostro biglietto da visita (gesto che vuol dire: "lauta mancia") e gli ho chiesto di annunziarmi . Chia­ro che per prima cosa, come m'avete detto voi, appena smontato di cassetta, sono rimasto così... (posa ieratica)           

ONOFRIO:     San Nicola!

NICOLINO:   ...a capo scoperto, per educazione.

ONOFRIO:     Continua.

NICOLINO:   Un usciere, anche lui in livrea e guanti bianchi, mi ha scortato fino al primo piano. Non vi dico lo scalone, tutto di marmo: un marmo così chiaro che sembrava acqua... uno specchio d'acqua...     

ONOFRIO:     Sorvola sorvola...

NICOLINO:   No, bisognava camminarci... Lo dico, perché a me ballavano le gambe ed ero un pezzo di sudore freddo... Si apre una porta dorata e mi lasciano solo in un salottino o forse era un'anticamera?

ANTONIO:   Dipende dalle dimensioni. Quanti metri quadra...

ONOFRIO:     Antò!

ANTONIO:   Scusa!

NICOLINO:   Là dentro ho aspettato un'eternità. Non osavo sedermi per non lasciare la polvere sulla poltroncina rossa...

ANTONIO:   Che stile?

ONOFRIO:     Anto!

ANTONIO:   Scusa!

NICOLINO:   Mi rigiravo il gibus...

ANTONIO:   Gìbus!

ONOFRIO:     Antò!                                       

ANTONIO:   Scusa!

NICOLINO:   (indicandosi la testa) 'U cappidde!... tra le mani appiccicose... E ogni tanto, strani rumori, forse dalla stanza accanto, come un fruscio... (storce la bocca in modo grottesco) una risatina mal repressa... oppure m'ingannavo: ero tutto rintronato...                                                    

ANTONIO:   Qualcuno spiava dietro la porta?

ONOFRIO:     Taglia, taglia!

NICOLINO:   Ecco! La porta si apre, alle mie spalle, lo mi volto...

ONOFRIO:    ...era lui!

ANTONIO:   Onò!

ONOFRIO:     Scusa!

NICOLINO:   (con le mani disegna una figura gigantesca) Un'a­quila reale!

ONOFRIO

e ANTONIO: (ammirati) Il conte!

NICOLINO:   No, il maggiordomo.

ONOFRIO:     E che cosa gli hai detto, al maggiordomo?

NICOLINO:   (recitando la parte, s'inchina) "Signore illustris­simo, io avrei l'ardire di conferire con sua eccellenza il conte, onde presentargli, a nome del cavalier Onofrio Petruzzelli, benestante in Bari, gentiluomo ricchissimo, già consigliere comunale destra nazionale, istanza d'ambasciata onde chie­dere la mano della sua dilettissima figlia...".

ONOFRIO:     E il maggiordomo?

NICOLINO:   Secco: "Il conte non c'è".

ONOFRIO:     E dov'è?

NICOLINO:   "A Parigi".

ANTONIO:   "E la contessa madre"?

NICOLINO:   "Oggi non riceve".

ONOFRIO:     E perché?

NICOLINO:   "Ha l'emicrania".

ANTONIO:   "E la contessina figlia"?

NICOLINO:   "Non so"... A questo punto l'aquila si è stretta nelle ali, e nel contempo ho sentito, o creduto di sentire. (di nuovo storce la bocca in modo grotte­sco) quella tale risatina mal repressa dietro la porta... o dietro la tenda?

ONOFRIO:     Forza! La mossa a sorpresa!

NICOLINO:   E come no! (Si cava di tasca un astuccio e ne fa scattare il coperchio) Immediatamente gliel'ho mostrata, la gioia!

ANTONIO:   Ed è rimasto ad occhi aperti!

NICOLINO:   Ha fatto così! (Gesto del maggiordomo che signifi­ca: "Ma chi se ne frega!")

ONOFRIO:     (annichilito) Così ha fatto! (Ripete il gesto) Così?

NICOLINO:   "Andate in pace, buonuomo". Ha girato i tacchi e... (Gesto che vuol dire: "è scomparso"). Io, la coda tra le gambe, mi sono messo in tasca l'anel­lo... (Esegue)

ANTONIO:   Il solitario!

ONOFRIO:     Una noce!

NICOLINO:   Manco la regina d'Inghilterra!

ANTONIO:   Scattarelli!

NICOLINO:   Comandi!

ANTONIO:   (gesto che significa: ridammi il solitario) Alla base!

Nicolino consegna l'astuccio a don Antonio, che lo apre e veri­fica il contenuto. Lo chiude e se lo mette in tasca. Onofrio schiocca le dita verso Antonio, che gli consegna l'a­stuccio. Onofrio lo prende, lo soppesa e se lo mette in tasca con aria malinconica. Andrà stancamente a sedersi al tavolino, appoggiandoci i gomiti, dopo essersi calato il cappello sugli occhi.

Antonio schiocca a sua volta le dita verso Nicolino. Strascican­do i piedi, avvilito, Nicolino si avvicina a don Antonio, che gli ficca in testa con rabbia la coppola, come una corona di spine: l'investitura è finita e fallita.

Antonio indica a Nicolino il mucchio di balle di stoffa da siste­mare nel deposito laterale.

Durante la battuta seguente di Antonio, Nicolino sarà indaffa­rato a portare fuori scena le balle. Antonio va ad accarezzare la spalla di Onofrio.

ANTONIO:   Dài, Onofrio, non te la prendere. Che ti debbo dire? Quelli sono nobili. Per loro, noi manco esistiamo. La ricchezza? Non li abbaglia. Perché? Perché ce l'hanno da cento generazioni... Lascia perdere, siamo due mondi diversi...  (Vedendo Nicolino sotto il peso di una balla) Anzi, tre... Ma non la sai la vera storia di quella gente? Ti sei salvato in tempo, fratello mio. Tu per tua sorella chiedi mille informazioni e per te, niente? Devi guardare dietro la facciata. Prima di tutto, i massari... (gesto che vuol dire: "ladri") gli stan­no portando via le terre, a sua eccellenza, tanto lui è sempre in viaggio: dacché è nato non è andato mai in campagna, per non sporcarsi le scarpine di vernice... Ma questo è niente: il conte si sta giocando tutto alle carte...

ONOFRIO:     Baccarà, chemin-de-fer?

ANTONIO:    Scopone! E più perde e più gioca. Il vizio, capisci? E a Parigi, tra le cocotte e le mantenute, Dio bono, si beccò da giovane il malfranzese... E pare che anche lei, la bella, il sogno tuo, ne abbia risenti­to... (Si tocca la tempio per dire: "è picchiata!"). Ecco perché non si è mostrata, quando lui... (indi­ca Nicolino sotto il peso di una balla) è salito a palazzo. Frignava, dietro la porta, poverina! (S'in­china, con ironia, verso il fondo da cui entra Maria) La nobiltà!

Maria s'inchina pure lei, imitando Antonio. Indossa un abito giallo-oro, più ricercato e scollato, e un cop­pellino più vistoso.                         

MARIA:         (un po' ansante) Sentite, io vi dico che qua, oggi, non volevo venire. Non mi piace tutta questa faccenda. (Agita il ventaglio)

ANTONIO:   Ma è necessaria.

MARIA:         Che cosa sono io? Carne da macello? "Vieni all'o­ra dell'intervallo che ti dobbiamo parlare di un pretendente...". E' modo, questo? Ma come vi viene in mente che io ci ho... che io tengo... che io abbia!... la minima intenzione di trovar marito? Ma quando mai? Non ci penso nemmeno. Ieri ero solo seccata. Avevo bisogno di parlare con qual­cuno e sono venuta da voi. Ma oggi no, oggi mi sento diversa... E poi, la libertà è un bene così prezioso. Prendiamo voi due, gli scapoloni: perché non cominciate a sposarvi voi due? a darmi l'e­sempio? Mettetevi prima voi le catene a mani e piedi e poi vengo io, volponi! (Va verso Onofrio, che è rima­sto seduto col cappello calato sugli occhi. Lo scuote) E questo dorme!

ANTONIO:    (allontanandola da Onofrio) Maria, tu lo sai, di solito nelle buone famiglie prima si cerca di acca­sare le femmine e poi i maschi...

MARIA:         Seh... La verità è che voi due siete due egoisti che cercano di scaricarmi, per non avere più pensieri. (A Onofrio) E già, mi mettete nelle mani di un marito e voi ve le lavate e stropicciate, le mani. (Riavvicinandosi a Onofrio) Eh? E io che sono per voi? Una pezza di tela?... Ma vedi questo come se ne frega! Non mi guarda in faccia!  (Con uno schiaffetto sotto la falda gli solleva il cappello sugli occhi) E guardami, sono tua sorella!

ONOFRIO:     (scatta in piedi, rovesciando la sedia, l'afferra per le braccia e la scrolla) Sì, ed è per questo che te ne approfitti, che sei mia sorella...                 

MARIA:         E lasciami...

Antonio e Nicolino si frappongono tra Onofrio e Maria.

ONOFRIO:     (torna alla carica, rovesciando un'altra sedia) E puoi frignare, agitarti, venire qua a romperci l'anima per i capelli... (respinge Nicolino) le rughe, i peli... Ma che cosa credi? Che il mondo è a tua disposizione? E che noi due dobbiamo perdere il tempo per i tuoi capricci? (Viene trattenuto da Antonio) Ma va' al diavolo, tu e le tue caldane...

MARIA:                     (stropicciandosi le braccia) Che hai? che ti succede?

ONOFRIO:     Niente!

MARIA:        (a don Antonio) Gli affari non vanno bene?

ANTONIO:   (col gesto le intima di star zitta)

ONOFRIO:     Gli affari non c'entrano. Noi ti abbiamo coperta di oro, hai capito? Ma che cosa credi tu che con l'oro e i diamanti e i fabbricati e le terre tu ti puoi com­prare tutto? Non è così!

MARIA:        Non sarà così ma perché se la prende con me?

ONOFRIO:     Lo sai che cosa ho comprato io oggi con tutti i soldi che tengo? La morte nel cuore. Toh, come regalo di nozze... (Le dà l'astuccio. Si avvia) E buona fortuna.

ANTONIO:    Dove vai?                                    

ONOFRIO:     A puttane! (Esce)

MARIA:         Tonino, che ha Onofrio? Non si sente bene? E' malato?

ANTONIO:   Lascialo stare. Oggi ha la luna storta.

MARIA:         (ha aperto l'astuccio con un'esclamazione di sor­presa) Com'è grosso!... (Solleva in aria l'anello, ruotandolo sotto la luce. Se lo mette sotto i denti. Poi torna ad ammirarlo) Come luccica! Tagliato a rosetta... è bellissimo... ma quanto vale?

NICOLINO:   (che ha rimesso in piedi le sedie) Una reggia, donna Maria, una reggia.

MARIA:         (se l'infila al dito e se lo guarda, rapita) Ma certo... (Passeggiatina, ostentando la mano ina­nellata) Ma sì... perché no...                          

ANTONIO:   Torniamo a noi, Maria... (Più forte) Maria!

MARIA:         (da quando si è messa l'anello al dito, ha assunto un'aria da gran signora) Sì, caro...

ANTONIO:    Dunque, c'è una proposta... Mi stai ascoltando, sì o no?

MARIA:         Sfido! Se da Napoli in giù ce ne sia uno più gran­de... Dicevi?

ANTONIO:   Dicevo... (A Nicolino) Sotto!

NICOLINO:   Sì, sì... (Si schiarisce la voce. Seguendo Maria nella passeggiatina) Donna Maria esimia, solo a titolo di curiosità, da parte vostra. Se volete sapere chi è, se lo volete conoscere, da lontano, da vicino, oppure se non ne volete sapere per niente, dipende tutto da voi...

MARIA:         (un po' distratta) Ah, sì? Ma scherziamo, io, uno sconosciuto?

NICOLINO:   All'inizio, per forza è uno sconosciuto, ma poi lo si conosce. E se piace, lo si coltiva, come un fiore, e se non piace...

ANTONIO:   ...non piace...

NICOLINO:   ...il cuore in pace.               

MARIA:         (s'impunta) Ma no! I giovanotti mi fanno venire la pelle d'oca.

ANTONIO:   Buon segno.

MARIA:        Basta! Perché debbo correre questo rischio?

NICOLINO:   E' solo un rischio calcolato. Se va, va; se non va...

ANTONIO:    ...il cuore in pace...                

NICOLINO:   ...non va! Semplice, no?                          

MARIA:         Semplice per voi, ma non per me. E' una cosa che non riguarda voi, ma me stessa, in prima persona. La mia vita. E io non me la sento. Non mi garba tutta questa messa in scena. Mi sembra falsa, appiccicata.

Antonio, non visto da Maria, incita col gesto Nicolino a continuare.

NICOLINO:   Peccato! Questo gran signore... perché si tratta di un gran signore... ne sceglierà un altra e voi avrete fatto la fortuna di un'altra. Magari non bella come voi, ma brutta. Quando si dice: la fortuna della brutta.

ANTONIO:    Quand'è così, non ne parliamo più. In fondo è meglio restare come siamo.

MARIA:         Sì.

ANTONIO:   Gli estranei non li vogliamo.

MARIA:         No. (Pausa) Solo a titolo d'informazione... Questo pretendente com'è?

NICOLINO:   (in estasi) Donna Maria... (Gesto largo, di media­tore, che vuol dire: l'una meraviglia!"). Peccato, un vero peccato che non lo volete conoscere. Un giovi-notto elegante, serio, simpatico, un professionista, un ingegnere, un direttore, un sogno!

MARIA:        (guardandosi l'anello) Lui sa chi sono io?      

NICOLINO:   Eccome! E' da dieci domeniche che spasima per voi...

MARIA:        E come mai io non l'ho mai visto?

NICOLINO:   Perché lui si è tenuto sempre alla larga, in dispar­te, per riservatezza...

MARIA:         Che tipo!... E dove mi avrebbe vista? Io non esco quasi mai di casa.

NICOLINO:   Vi ha vista nel posto più naturale, in chiesa, la domenica, alla messa. E da quel momento non pensa che a voi... L'ingegnere è innamoratissimo di voi! Perdutamente! (Alle spalle di Maria, si rivolge a don Antonio, per dirgli: "Sto andando bene?"). Smania per voi...

MARIA:        Ho capito.                                                

NICOLINO:   E' pazzo di voi.

MARIA:        Ho capito. E come mai?

NICOLINO:   (che non sa più che dire) L'amore è cieco!

MARIA:         Beh? (Passeggiatina) E io che non me ne sono mai accorta di lui... E già, per seguire i loro ordini, occhi bassi e dritta a casa. E così, sono come la cieca di Sorrento: vengo vista ma non vedo; e se qualcuno mi sceglie, (si assesta il corpetto) io non so nemmeno d'essere scelta per scegliere a mia volta.

NICOLINO:   Ma questa è la volta buona.

MARIA:        La terza volta.

NICOLINO:   Dipende tutto da voi. Comandate e sarete servita.

MARIA:        Come si chiama?

NICOLINO:   (in estasi) Angelo!... Un Angelo di nome e di fatto. Il paradiso sulla terra... (Guardando Anto­nio) Scusate, donna Maria, io non so parlare, al massimo so decantare la roba quando la vendia­mo al pubblico, ma di fronte a un giovinotto come quello, se io fossi una signorina come voi, ecco, perdonatemi, non so parlare...     

MARIA:        Angelo. E poi?

NICOLINO:   Non solo Angelo, ma con "cav.-ing.-dott." davan­ti: "cav-ing-dott-Angelo ", un capolavoro!

MARIA:        E il cognome?

NICOLINO:   (in sordina) Cicciomessere.      

MARIA:        Come?

NICOLINO:   (c.s.) Cicciomessere.             

MARIA:         Eh?                                                                   

MCOLINO:    Cicciomessere!         

MARIA:        Ciucciomessere?

MCOLINO:    Ciccio, ciccio... Non col ciuccio col ciccio.           

MARIA:        Io? Chiamarmi così? E che è? La caricatura?

ANTONIO:   Non esagerare.

MARIA:         Ecco, è un'esagerazione, un'ingiuria.. E me la debbo prendere addosso per una vita? Addosso a me e ai miei figli? Cicciomessere!    

ANTONIO:   E allora?

MARIA:         E allora non se ne fa niente. Se ne vada a cercare un'altra, una qualsiasi, e le appioppasse quel nomaccio della malora... Meglio sola che mal chia­mata... (Si avvia, imbattendosi in Onofrio, che entra) Cicciomessere!

NICOLINO:   Un momento, donna Maria. Curiosità per curio­sità, che ci perdete a vederlo? Un attimo. E poi decidete voi. Solo voi. E se vi piacesse, nonostante il nome? Sta per venire qua.

MARIA:         (arretrando) Qua?

NICOLINO:   Sì, qua.

MARIA:         No! Sta venendo qua! E io che non ne sapevo nulla... Una trappola, (saltella) una tagliola! Eno! Questa me la pagherete! Io, andare incontro a un nome simile! Mai! Voi qua non mi vedrete mai più... (Si avvia di corsa)

ONOFRIO:     Ebrava! Così rimarrai acida e zitella...

MARIA:         Io non lo voglio, non lo voglio... Sì, sì, rimarrò acida e zitella... (Scoppia a piangere) E anche questo... (si sfila l'anello e lo getta per terra) non lo voglio, non lo voglio... Io non sono in vendita, per nessuno, per nessuno... (Esce)

Un attimo. Antonio, Nicolino e Onofrio corrono a raccogliere Fanello. Il più lesto di tutti è Onofrio che se lo mette in tasca.

NICOLINO:   (alla ribalta, cavernoso) Prima don Onofrio, poi donna Maria... E dove li trovo più due partiti così? Che disdetta!... Due piccioni con una fava... (Scuote la testa) A me, m'è rimasta solo la fava... (Afflitto, accenna al proprio sesso)

Scampanellata alla porta.

NICOLINO:   E chi può essere, alla controra? Ah, è lui, l'inge­gnere...

ANTONIO:   Mandalo via, inventa una scusa, mandalo via...

ONOFRIO:     Ma no, lascialo entrare...

NICOLINO:   (di profilo, nel vano della porta, s'inchina) Prego, illustrissimo.......

Appare sul fondo, in controluce, un Signore Distinto, vestito di gri­gio, elegante, alto, pallido, un po' stempiato, bombetta in testa. Viene avanti, in piena luce: è l'ingegner Angelo Cicciomessere.

ANGELO:     (con deferenza, si toglie la bombetta) Signori.

Don Onofrio e don Antonio gli vanno incontro.

ONOFRIO:     Ingegnere, quale onore...

ANTONIO:   Copritevi, ingegnere, copritevi...

ANGELO:     (rimanendo con la bombetta in mano) No, grazie.

ONOFRIO:     Noi qua ci teniamo il cappello, che ci sono certi spifferi...                                          

NICOLINO:   E non c'è riscaldamento.                     

            

Gomitata di Antonio a Nicolino perché stia zitto.

Angelo scatta sui tacchi e stringe la mano di Onofrio.  

ONOFRIO:     Fortunato!                                                      

Angelo scatta sui tacchi e stringe la mano di Antonio.

ANTONIO:   Fortunatissimo!                                     

Angelo scatta sui tacchi e stringe la mano di Nicolino.

NICOLINO:   Bravo, bravissimo!

ONOFRIO:     (istintivamente attacca a cantare) Fortunatissimo, per carità...

ONOFRIO,

ANTONIO

e NICOLINO:           (coro, in crescendo) Per carità... per caritààààà!

ONOFRIO:     Vi è piaciuta? Noi siamo amanti della lirica.

ANTONIO:   Siamo dei melò.

NICOLINO:   Siamo tre melò!

Gomitata di Antonio a Nicolino.

ONOFRIO:     Accomodatevi, ingegnere.

ANGELO:     Grazie, molto gentile... (Non sa dove sedersi)

ANTONIO:   Scattarelli!

NICOLINO:   Comandi!

ANTONIO:   Le sedie.                                                     

NICOLINO:   E come no... subito subito... (Sistema tre sedie spaiate, con la mano sbatte la polvere sulle imbottiture. Tossicchiano tutti). Eccole eccole...

(Sbatte)

ONOFRIO:     (a Nicolino) Basta! Scusate, ingegnere, questo è solo un retrobottega, un luogo di lavoro, alla buona...

ANGELO:      Ma figuratevi, don Onofrio.

ANTONIO:   Mettetevi a vostro agio, ingegnere.

NICOLINO:   Fate come se state a casa vostra.

ANGELO:      Staste.

ANTONIO:   Steste.

ONOFRIO:     Voi!

ANGELO:     Grazie, grazie.

ANTONIO:   Ma copritevi.

ANGELO:     (rigirando la bombetta in mano) No, non insistete, sto bene così, davanti a voi...

ONOFRIO:     Ma prego...                                                      

Sulle tre sedie disponibili si siedono nell'ordine: Angelo, Ono­frio, e - a sorpresa - Nicolino. Rimane in piedi Antonio che, appena realizza, caccerà via Nicolino e si siederà a sua volta accanto agli altri. C'è un silenzio d'imbarazzo.

ANGELO:      (riprendendo il discorso) ...davanti ai due famosi fratelli Petruzzelli...

ONOFRIO:   Troppo buono!

ANGELO:     Che fortuna, potervi conoscere di persona.

ANTONIO:   Il piacere è nostro.

NICOLINO:   (ciondolando in piedi) Proprio così: che bel qua­dretto!

ANGELO:      (si guarda attorno. Poi dirige lo sguardo su Nicolino) Scusatemi... sono in anticipo?

NICOLINO:   (non sapendo come rispondere, se ne esce in una risatina di circostanza)

C'è come un discorso muto tra Onofrio, Antonio e Nicolino: ognuno tocca il proprio copricapo per comunicare all'altro una domanda, che non trova risposta: "Che diciamo all'ingegnere!"7

ANGELO:     (si guarda di nuovo attorno) Ma quanta merce...

ANTONIO:   Eh, sì, non abbiamo più il posto dove metterla...

ANGELO:      Ecco, vedete, stamattina, andando in ufficio, ho notato in via Melo, davanti al vostro magazzino, due lunghe file di carri e di traini, dal porto alla stazione e viceversa... Mi sono sempre domandato", se permettete, qual è il vostro segreto. Perché ven­gono tutti a comprare da voi?

ONOFRIO:     Siamo i più convenienti.

ANTONIO:    Vedete, ingegnere, noi compriamo durante la sta­gione bassa, quando i prezzi scendono. E rivendia­mo durante la stagione alta, quando i prezzi salgono. Il nostro ricarico è minimo e così battiamo la concorrenza.

ONOFRIO:     In più abbiamo un terzo socio, che ci dà una mano e ogni anno ci aumenta l'utile e il capitale.

ANTONIO:   E non ci chiede la sua parte.

ANGELO:      Vi confesso che non lo sapevo. Avete un terzo socio. E come mai non vi chiede la sua parte?

ONOFRIO:     Perché questo socio si chiama... inflazione.

ANGELO:      Ah, capisco.

ANTONIO:   Sempre puntuale, anno dopo anno.

ANGELO:     (sulle spine) E... ? (Guarda Nicolino)

NICOLINO:   Dite, dite, ingegnere.

ANGELO:     E la signorina?

NICOLINO:   (di nuovo la risatina di circostanza)

ANTONIO:   Ingegnè, la volete sentire la nostra storia?

ONOFRIO:     Antonio! Che ci azzecca?

ANTONIO:   Tutto nacque da una disgrazia.

ANGELO:     Vi ascolto.

ANTONIO:    Sì, da una disgrazia. Il bastimento di nostro padre, stracarico di roba, veniva da Trieste. In mezzo all'Adriatico, Dio bono, una tempesta l'affondò. Papà non perse la vita. (Con rammari­co) Perse tutto il capitale! E dovette ricominciare da zero.

ONOFRIO:     Che ci azzecca?

ANTONIO:    Ci azzecca. (Si alza. Si cava dal taschino del pan­ciotto una monetina di bronzo, che mostra ad Angelo) Lo vedete questo centesimo? Da una parte Vittorio Emanuele, dall'altra la croce dei Savoia. Mia madre, per aiutare la baracca, si mise a ven­dere la biancheria e le coperte, andando insieme a noi due di casa in casa. Che fatica, tutte quelle scale, con le bardinelle addosso, piene di roba. Un giorno, una signora, io potevo avere sì o no dieci anni, mi guarda, mi accarezza e mi dà questo cen­tesimo. (Lo lancia in aria e l'acchiappa al volo) Il mio primo guadagno. Ricordo la voce della buona­nima: "Toni, senti a mammà, sto centesimo non lo devi spendere, te lo devi conservare... Ci 'u spacche, jesse 'u sanghe!". (Si rimette la monetina nel taschino).

ANGELO:      E sì che ci azzecca! Tant'è vero che con i vostri risparmi avete dato una finissima educazione... (guarda Nicolino) a vostra sorella...

ONOFRIO:     Scattarelli!

NICOLINO:   Comandi!                                          

ONOFRIO:     Esponi, zero virgola uno!

NICOLINO:   Espongo. Ingegnere, ecco, come si dice... insom­ma, non mi sovviene la parola giusta... Ogni cosa va bene, solo che... Ah, m'è venuta la parola: una formalità.

ANGELO:     Tutto qui? Chiaro: avete bisogno di ulteriori infor­mazioni sul mio conto.

ONOFRIO

e ANTONIO: (insieme, le mani avanti) No, no, ingegnere, non vi disturbate...

ANGELO:      Capisco, c'è un altro ostacolo: io non posseggo un'impresa mia né appartengo a una famiglia ricca... (Si alza) Non vi preoccupate, non ne parliamo più. Ho sbagliato io, di presunzione... (Si avvia) Con permesso...

ONOFRIO

e ANTONIO:  Ma no, no, non si tratta di questo... Accomodatevi, non ve ne state in piedi, sedetevi, assettatevi...

ANGELO:      (si risiede in pizzo alla sedia, a disagio) Ah, ecco! N-non sono... gradito... a donna Maria!... E io, che mi ero illuso... E' vero, uno può riuscire simpatico o antipatico, è questione di faccia, di pelle, secon-do i casi o le persone... Ed ora mi viene meno la terra sotto di me... (Oscilla sulla sedia, che geme, poco stabile) Forse ero troppo sicuro: pensavo che bastasse l'onestà, la laurea. Pensavo che bastasse il nome!

Onofrio, Antonio e Nicolino, loro malgrado, tossicchiano.

ANGELO:      (realizza) Ah, ci sono! E com'è che non ci ho pensa­to prima? Maledetto sia il mio nome! Maledetto il nome che mio padre ebbe dal suo, e si è trasmesso, come una macchia, di padre in figlio... I nomi dei padri ricadono sui figli!... Ancora una volta, ineso­rabile, ha colpito nel segno!... E pensare che io ho tanta vocazione di mettere su famiglia: sono dispe­rato, la solitudine mi angoscia, gli anni passano e io la vedo svanire la luce del focolare domestico, e le tante, piccole letizie quotidiane, circondato dai figli e dai nipoti... (Si alza, si appoggerà sul tavolino) ... fin sul letto di morte. Fino alla nostra morte!

Onofrio, Antonio e Nicolino si girano spalle al pubblico e si grattano, mugugnando scongiuri.

ONOFRIO,

ANTONIO

e NICOLINO:           (insieme) Ingegnere, su, calmatevi, non esagerate, sciocchezze, cose che capitano, tutto può succedere...

ANGELO:      E' ridicolo, lo so! E' ridicolo soprattutto per le ragazze da marito, che si aspettano di ricevere chissà che bel nome e appena sentono il mio... La forza del destino!

Senza farsi pregare, Onofrio, Antonio e Nicolino accennano al motivo della "Forza del destino ".

NICOLINO:   Ma no, non vi disperate, ingegnere, a tutto c'è un rimedio: basta cercare una ragazza, che ha un nome un po' più... come dire? un po' più impa-impaperacchiato del vostro e quella vi sposa, per migliorare il suo, non vi pare?

ANGELO:      (scuotendo la testa, distrutto) No, no, Nicolino mio...

ANTONIO:   Via, che prima o poi la troverete, l'anima gemella.

ANGELO:      E non l'avevo trovata? E non l'avevo portata sul­l'altare? Mi è già capitato, capite? Sull'altare!

ONOFRIO:     Possibile?

ANGELO:      Possibile, sì. E la sposa, bianca come un giglio, alla domanda del prete: "Volete voi... ".

ONOFRIO,

ANTONIO

e NICOLINO:           (cantilena) Eccetera eccetera...

ANGELO:      "...prendere per legittimo consorte il qui presente Angelo..."                                                 

ONOFRIO.

ANTONIO

e NICOLINO:           (c.s.) Eccetera eccetera...

ANGELO:      ...non divenne rossa come il fuoco? E invece di dire "sì", non scoppiò a ridere? e tutta la chiesa appresso a lei? Non ci fu verso: la sposa rideva tanto che le vennero le lacrime, fino alle convulsio­ni! E non appena il prete, con santa pazienza, le ripeteva la domanda: "Volete voi..."

ONOFRIO,

ANTONIO

e NICOLINO: (c.s.) Eccetera eccetera...

ANGELO:     "...prendere per legittimo consorte..."

ONOFRIO,

ANTONIO                              

e NICOLINO: (c.s.) Eccetera eccetera...

ANGELO:     "...il qui presente Angelo Cicciomessere..."

Onofrio, Antonio e Nicolino non riescono a trattenere una risata che, più viene repressa, più risulta convulsa.

ANGELO:     Signori! (Offeso) Tolgo il disturbo... (Si avvia)

ONOFRIO:     (comprimendosi, a Nicolino) Acco-accompagna l'ingegnere...

NICOLINO:   (sostenendo Angelo) Vi accompagno, ingegnere, appoggiatevi, appoggiatevi.

ANGELO:     Io sono la vittima di un marchio.

ANTONIO:    E già, un marchio di fabbrica, sbagliato, tanto che il prodotto non si vende.

ONOFRIO:     Avete detto... un marchio...

ANGELO:      ...indelebile... (Un singulto) Vi prego di porgere i miei omaggi alla vostra gentilissima sorella, donna Maria: la più alta aspirazione della mia vita... Addio!

ONOFRIO:     (batte il pugno sulla palma) No! Aspettate!

ANGELO:     (si ferma) Don Onofrio?

ONOFRIO:     Cambiamo il nome!

ANGELO:     (si tocca il petto) Il mio nome?

ONOFRIO:     E che, il mio? Un'istanza di cambiamento, per decreto reale. E' già successo ad altri. E noi rende­remo più rapida la pratica... (gesto: "ungendo le ruote")

ANTONIO:   (gesto: "frena") Piano, piano...

ONOFRIO:     ...al comune.

ANGELO:     Cambiare il nome?

ONOFRIO:     Sì, ingegnere, il vostro,

ANGELO:      Don Onofrio, voi state dando l'ossigeno a un mori­bondo...

NICOLINO:   Come siete pallido! Rianimatevi, ingegnere.

ANTONIO:    Va bene. Cambiare il nome. E come dovrebbe essere quello nuovo?

ONOFRIO:     Presto detto. Si salva la matrice del vecchio, ma la si abbellisce, la si rende musicale, piacevole all'u­dito. Vediamo. Cicciomessere... la parte più brutta è quella iniziale, quel "Ciccio"...

ANTONIO:    Ecco, il ridicolo sta tutto nel "Ciccio". Cambiamolo in "Ciuffo"...

NICOLINO:   "Ceffo"!                  

ANTONIO:   "Ciaccio"!

NICOLINO:   "Cirro"!

ANTONIO:   "Scacciamessere"!

NICOLINO:   "Scorzamessere"!

ONOFRIO:     "Cucciamessere"!

NICOLINO:   Un cane!

ONOFRIO:     No! Buttiamolo via...

ANGELO:     Via, via... vacca boia!                               

ANTONIO:   Via "Ciccio". Resta "Messere".                           

ANGELO:     Troppo generico.                                      

ANTONIO:   Oppure "Messero" con la "o".

ANGELO:     (gesto: "la 'O' ingrassa) Con la "o"?

ONOFRIO:     (traduce il gesto di Angelo) No, ingrassa. O "Messeno" con la "enne".

ANGELO:      O "Messeri" con la "i"...

NICOLINO:   (zompa e guaiscce, felice) La "i", la "i,", la "i"!

ANTONIO:   Zah!

ONOFRIO:     (solenne) Ingegner Angelo Messeni, suona...

ANGELO:      (raggiante) ...suona benissimo! (Respira, ergen­dosi in tutta la sua altezza, mentre prima si era incurvato) Io rinasco, rinasco a nuova vita! Ero uno storpio: all'appello, a scuola, sotto le armi, in ufficio... una barzelletta ambulante... "Messeni"...

ONOFRIO:     Breve.                                                     

ANTONIO:   Asciutto.

NICOLINO:   Signorile.

ANGELO:     Come mi posso sdebitare con voi?

NICOLINO:   (minimizza) Per un "Ciccio" in meno?

ANGELO:      E io, che non ci avevo mai pensato... Io mi stavo rovinando... Vacca boia! (Assaporando il nuovo cognome) Messeni!

ONOFRIO:     Breve.

ANTONIO:   Asciutto.

NICOLINO:   Signorile.                         

ANGELO:      (a Onofrio) Posso abbracciarvi? (Lo abbraccia) Caro, geniale, don Onofrio... (Si stacca. Scatta sui tacchi) Permettete? (Porgendo la mano a don Onofrio) Messeni.

ONOFRIO:     (inchino, scatto sui tacchi, stretta di mano) Breve.

ANGELO:     (c.s. a don Antonio) Messeni.

ANTONIO:   (c.s.) Asciutto.

ANGELO:     (c.s.) Messeni.                                         

NICOLINO:   (c.s.) Signorile.

ANGELO:     (inebriato) Messeri!

ANTONIO:   (seccalo) Basta!

ONOFRIO:     Scattarelli!

NICOLINO:   Comandi!

ONOFRIO:     Corri come un razzo! Avverti Maria che abbiamo trovato la dritta, che Angelo è qui da noi, dille che tutto s'aggiusta... Corri!

NICOLINO:   Sarà a casa, sarò un vento... (Corre verso l'uscita con una specie di slalom rapidissimo tra le balle di stoffa) Gesù, fammi la grazia, almeno un piccione, Gesù... (E' uscito)

ANTONIO:   Vedrete, piacerà anche a Maria.

ONOFRIO:     Donna Maria Petruzzelli in Messeri...

ANTONIO:   ...suona, suona!

ANGELO:      Signori, voi mi ridate la speranza. Forse sono salvo.

ONOFRIO:     Adesso tutto dipende da voi. ingegnere. Di più noi non possiamo.

ANTONIO:    Però vi metto in guardia: Maria, come dire?... è un po' ombrosa, ecco. Tutto dipenderà dalla prima impressione.

ANGELO:      E' vero, non ci avevo pensato. Ci vuole un'idea.

ONOFRIO:     Ma no, non vi preoccupate, state tranquillo.

ANGELO:     Posso chiedervi un attimo di permesso?

ONOFRIO:     (indicando il bagno) Prego.

ANGELO:      E allora, signori, con permesso. (Si avvia all'usci­ta) Torno tra un istante. (Esce)

ONOFRIO:     Senti, Toni, a quattr'occhi, lui come ti sembra?

ANTONIO:   E' un po' timido, ma mi sembra educato...

ONOFRIO:     Un signore...                                     

ANTONIO:   (imitando Angelo) ...vacca boia!             

ONOFRIO:     (riflettendo) E poi... capo ufficio tecnico del comu­ne... non si sa mai... una pratica... un appalto...

ANTONIO:   Piano, piano...

ONOFRIO:     E poi... ingegnere significa costruire e costruire significa investire, non ti pare?

ANTONIO:   E perché no?                                   

ONOFRIO:     Con noi può far carriera. Può costruire un palazzo.

ANTONIO:   Una palazzina.

ONOFRIO:     Una villa.                            

ANTONIO:   Un villino.                           

ONOFRIO:     Una casa.

ANTONIO:   Una casetta.

ONOFRIO:     Un casotto per il cane, va buono? Ma come lo vuoi lanciare, se non ci costruisce qualcosa di grande?

ANTONIO:    Andiamo per gradi: sperimentiamolo prima. Quello non ha esperienza di progetti. Prudenza, prudenza...

Entra Nicolino, rosso e trafelato.

NICOLINO:   (si fa vento con la coppola) Viene, viene, s'è con­vinta...

ANTONIO:   Tu dici?   

NICOLINO:   Ma sì... è tutta timida e ritrosa, ma... i lampi... i lampi...

ANTONIO:   Piove?                                         

NICOLINO:   ...i lampi negli occhioni blu...

ONOFRIO:     E perché non è venuta con te?

NICOLINO:   E che ne so. Mi ha comandato di andare avanti, svelto svelto. E io... obbedisco!

ANTONIO:    Io se non la vedo qua non ci credo. Quella è capa­ce che si mette per strada, a un certo punto si blocca, batte il piede per terra e dietro fronti

ONOFRIO:     Peggio per lei.

NICOLINO:   No, vi dico di no, m'è parsa una tigre, unghie e tutto.

ANTONIO:   La curiosità è femmina.

NICOLINO:   Proprio così. E l'ingegnere?

ONOFRIO:     Sssst!

Sul fondo è apparsa, in controluce, una Gran Signora, vestita di rosso, molto eccentrica, cappellino enorme, tipo "mongolfie­ra", rotondo, piumato, color crema e cioccolata, veletta abbas­sata sugli occhi. E' Maria, che avanza in piena luce. Si guarda attorno.

                                                                                     

MARIA:        (un fil di voce) Dov'è?... (Più forte) Dov'è?

ANTONIO:   E' uscito.                 

ONOFRIO:     Ma torna subito.

MARIA:         Quand'è così... vorrei guardarlo senza vederlo... No, vorrei vederlo senza guardarlo...

ANTONIO:   Maria...

ONOFRIO:     ...sta dando i numeri.

MARIA:        (batte il piede per terra, a Onofrio) E finiscila di offendermi!

NICOLINO:   No, signorina, non ve la prendete, calmatevi...

ANTONIO:   Maria, che dici? Io non ci capisco più niente: vederlo non vederlo, guardarlo non guardarlo, insomma lo vuoi conoscere, sì o no?

MARIA:        Antonio, non lo so, qui ci vuole uno stratagemma, come all'operetta.

ANTONIO:   Ci mancava l'operetta.

ONOFRIO:     Però l'idea non è malvagia: vedere senza essere vista.

MARIA:         Sì, è quello che ho detto io. Onofrio, perdonami, aiutami, mi fa male qui... (Si tocca il cuore)

ONOFRIO:     Dopo, dopo... Mi ricordo l'anno scorso al Piccinni vedemmo una cosa simile.

MARIA:        (smemorata) Che cosa simile vedemmo? Io muoio dalla vergogna...

ONOFRIO:     (guardando lo sgabuzzino del w.c., batte il pugno sulla mano) Dentro! Ti metti là dentro!

MARIA:        (smarrita) Come?

ONOFRIO:     Sì, ti chiudi dentro. E lo smicci dal buco della chiave...

MARIA:        (come, se si scottasse le dita) No, no... Là dentro no...

Scampanellata alla porta.

MARIA:        E' lui, è lui!

ONOFRIO:     E' lui! Presto! (A Nicolino e Antonio) Via! Mette­tela dentro!

Nicolino e Antonio spingono velocemente Maria e la rinchiudo­no nello stanzino.                                    

ONOFRIO:     Organizzazione!... No, la cosa più importante! Cacciatela fuori!

Nicolino e Antonio riportano velocemente fuori Maria. L'azione, fino all'entrata di Angelo, diventerà sempre più convulsa.

ONOFRIO:     Maria, ascolta: io a un certo punto dirò: "E adesso aspettiamo l'esito".

NICOLINO:   (confuso) Che cosa dite, don Onofrio?

ONOFRIO:     (più forte) "E adesso aspettiamo l'esito". (A Maria) Se ti piace, tiri lo sciacquone, se non ti piace, non lo tirare.

MARIA:        Se non mi piace, tiro lo sciacquone, se mi piace...

NIGOLINO:   No, no, al contrario...

ANTONIO:   Se ti piace, non tirare lo sciacquone...

NICOLINO:   No, se non ti piace...

ONOFRIO:     Basta! (Ripete con la massima velocità) Se ti piace, tiri lo sciacquone. Se non ti piace, non lo tirare! Via! Dentro!'

Antonio e Nicolino spingono Maria nello stanzino, ma nella foga rimane chiuso dentro anche Nicolino.

ONOFRIO:     (realizza) Scattarelli!

NICOLINO:   (viene espulso dallo stanzino) Aiuto!

Nuova scampanellata alla porta, più forte.

MARIA:        (affacciandosi) Svengo!

ONOFRIO:     (intimandole di richiudersi dentro) Dopo, dopo!

Maria si richiude nello stanzino.

ANTONIO:   Porta!    

NICOLINO:   (confuso) Porta!    

ONOFRIO:     Porta!

NICOLINO:   (realizza) Ah, porta!                          

Nicolino corre nel vano dell'ingresso.                                         

Entra Angelo e si toglie la bombetta.                

ANGELO:     (trionfante) Messeni!                                           

ONOFRIO:     Breve.

ANTONIO:   Asciutto.                 

NICOLINO:   Signori...

ANGELO:      Signori, perdonatemi se vi ho chiesto un momento di permesso. Forse sono stato troppo precipitoso...

(Si guarda attorno) E...

NICOLINO:   (pronto) Arriva, arriva, ingegnere... Anzi, che sba­dato... (Gli mette accanto una sedia) Accomodate­vi, ingegnere, sedetevi...

Angelo va a sedersi sulla sedia "sbagliata", nel senso che si siede dando le spalle allo stanzino.

ONOFRIO:     No. ingegnere, scusate, quella è pericolante... (Siste­ma un'altra sedia, proprio di fronte allo stanzino) Meglio questa, sì... (Guarda il buco della serratura dello stanzino e aggiusta la sedia nella posizione ideale) Qua, qua, senza complimenti, è più sicura...

ANGELO:      (va a sedersi sulla sedia preparata da Onofrio) Grazie.

ONOFRIO:     (osserva Angelo) Dunque... Noi siamo amanti della fotografia.

ANTONIO:   Siamo dei fotò.

NICOLINO:   Siamo tre fotò.

Gomitata di Antonio a Nicolino.

ONOFRIO:     Vi piace la fotografia?

ANGELO:     Certo.

ONOFRIO:     Bene. E se io vi gettassi un magnesio? Così, una prova, di faccia... (Duro) Alzatevi!

ANGELO:     (sorpreso) Eh?

ONOFRIO:     Alzatevi!

ANGELO:     (si alza) Così?

ONOFRIO:     Perfetto.

ANGELO:     (si risiede) Crazie.

ONOFRIO:     No, in piedi, di profilo.

ANGELO:     (si rialza) Così?

ONOFRIO:     Perfetto.

ANGELO:     (si risiede) Grazie.

ONOFRIO:     No, in piedi, di tre quarti.

ANGELO:     (si rialza) Così?

ONOFRIO:     Perfetto.

ANGELO:     (fa l'atto di sedersi) E adesso?

ONOFRIO:     Sedetevi!

ANGELO:     (si risiede) Grazie. E voi?        

Onofrio e Nicolino si siedono. Antonio resta in piedi: realizza, caccia via Nicolino e si siede al suo posto.        

NICOLINO:   (ciondolando) Eh, ingegnere noi di solito restiamo in piedi, tutto il santo giorno. E alla leva siamo stati riformati tutt'e tre, uno dopo l'altro...

ANTONIO:   Che ci azzecca?

NICOLINO:   Non abbiamo potuto servire la patria, purtroppo...

ANGELO:      E come mai?

NICOLINO:   Noi abbiamo i piedi... (li mostra) dolci... piatti... Io più di tutti.

ANGELO:      Mi dispiace.

NICOLINO:   Non siamo riusciti a fare il servizio militare, alme­no potevamo cambiare un po' d'aria, per una volta nella vita. E invece, sempre qua, dietro le sbarre... E... (guarda Onofrio)                                          

ONOFRIO:     (pronto) "E adesso aspettiamo l'esito".

Cade un silenzio. Istintivamente Onofrio, Antonio e Nicolino tendono l'orecchio verso lo stanzino.

ANGELO:     Mi dispiace... Nicolino...         

NICOLINO:   Eh?

ANGELO:      Ma almeno a scuola, Nicolino, non hai avuto una parentesi scolastica?

NICOLINO:   (occhiataccia allo stanzino) Ma quale parente, ingegnè? Io ho frequentato solo la prima elemen­tare. A dir la verità, a me la scuola non mi piace­va. E soprattutto non mi piaceva il mio maestro. Il quale, ogni mattina, senza requie ed eccezione, mi mandava dal pizzicagnolo. A prendergli un panino imbottito. Scamorza e mortadella... (Gli viene l'acquolina in bocca)

ANGELO:     Solo per lui?

NICOLINO:   Si capisce, solo per lui. E io? Il suo lacchè quoti­diano. Il suo testimone oculare... (A Onofrio) E...

ONOFRIO:     (pronto, più forte) "E adesso aspettiamo l'esito".

Di nuovo silenzio. Onofrio, Antonio e Nicolino tendono l'orecchio.

NICOLINO:   (allo stanzino) La madonna che pazienza! Una bella mattina, ingegnè, io non ne potetti più. E gli misi nel panino, al mio maestro, con rispetto par­lando, un topo...

ANGELO:     Morto?

NICOLINO:   (gesto: "quasi") Moribondo!

Uno strillo acuto, ingoiato, mal represso, proviene dallo stanzino. Degli astanti l'unico a sorprendersi è Angelo.

ANGELO:     (a Onofrio) Avete sentito?                         

ONOFRIO:     No.

ANGELO:     (a don Antonio) Avete sentito?                   

ANTONIO:   No.                                                    

ANGELO:     (a Nicolino) Nicolino, tu hai sentito?

NICOLINO:   No.

ANGELO:     (imbambolato) E non ho sentito manco io!

NICOLINO:   Ingegnere...

ANGELO:     (c.s.) Eh?

NICOLINO:   Radiato da tutte le scuole del Regno!

ANTONIO:    Scattarè! (Gesto che significa: "Queste cose non interessano l'ingegnere")

NICOLINO:   Don Amò! (Gesto: "non parlo più". A Onofrio) E...

ONOFRIO:     (ancora più forte, quasi cantato) "E adesso aspet­tiamo l'esito".

Ancora silenzio. Onofrio, Antonio e Nicolino guardano contra­riati lo stanzino.

Onofrio si alza, si accosta allo stanzino, fa l'atto di tirare più volte, invano, lo sciacquone.

ANGELO:     Ma che è 'st'esito?

ONOFRIO:     Eh? Che è?... (Sconsolato, va da Angelo, lo prende sotto braccio, si avviano) Andiamo, ingegnere, qua vicino c'è una palazzina in degrado: io e mio fratello abbiamo pensato di accattarla, abbatterla, costruire una nuova e... e adesso aspettiamo l'esito... (tende l'orecchio, inutilmente)

ANGELO:     (crede di aver capito tutto) ...del piano regolatore!

ONOFRIO:     Bravo!

ANTONIO:   E voi ci potete dare una consulenza...

ANGELO:     (puntando col dito Antonio, a colpo sicuro) Gratis!

ANTONIO:   (toccato, si schermisce) Ma no, ma no...

ANGELO:     (perentorio) Ho detto gratis!

ANTONIO:   (rimproverando lo stanzino) Che simpaticone!

Onofrio e Angelo sono arrivati all'uscita.

ONOFRIO:     (per l'ultima volta, strozzato, allo stanzino) "E adesso aspettiamo l'esito!"

Silenzio.                                                         

ONOFRIO:     (strappando via Angelo come qualcosa di inutile, mentre Nicolino gli butta addosso il soprabito) Andiamo, ingegnere... quella palazzina è un cesso! (Escono)

ANTONIO:    (si precipita alla porta dello stanzino. Bussa) Mari, Mari! Sei morta? Ti sei impiccata? L'inge­gnere se n'è andato!

Con la faccia stravolta, Maria esce dallo stanzino, ripetendo con disperazione, più volte, la mossa di chi tira la catena e la trova incagliata.

MARIA:        La catena, la catena!

ANTONIO:   No!                                                                                  

MARIA:        Non funziona!

ANTONIO:    (furioso, rincorre Nicolino, che scappa e si arram­pica sulla scala a pioli) Quante volte te l'ho detto: l'olio, l'olio alla catena, l'olio...

NICOLINO:   (in cima) L'olio? che olio? E dove sta l'olio? Qua  non ci sta una goccia d'olio, manco per una cialda...

ANTONIO:    (afferrandolo per una mano) Corri, spezzato di gambe, corri, chiamali, avvisali... Qua si scombina tutto... avvisali...

NICOLINO:   (uscendo, grida) Don Onofrio, ingegnè, sta qua, sta qua, indietro, tornate indietro, l'olio, la catena, sta qua!

(Entra, sbracciandosi)

Entrano precipitosamente Onofrio e Angelo: vedendo Maria, rallentano di colpo, dandosi un tono.

ONOFRIO:     (con l'affanno) Maria, tu qua! (Gesto che vuol dire: "ho capito, ho capito!")

ANGELO:     (ammirato, inchinandosi) Signorina...

MARIA:         (che è fuggita in un angolo estremo della ribalta, stringe moltissimo le "o ", che sembrano quasi delle "u") Buongiorno!

ONOFRIO:     (solenne) Chéra Maria... Cara Maria, come fratello maggiore, che fa le veci del padre, ti presento l'in­gegnere, di cui ti dissi, il quale è venuto qui ben intenzionato allo scopo... di conoscerti.

MARIA:         (guardando altrove) Ah, sì? (Tende la mano verso Angelo)

ANGELO:     (accorrendo a baciargliela) Signorina...

Onofrio, Antonio e Nicolino, alle spalle di Angelo, fanno cenno più volte a Maria di sollevarsi la veletta.

MARIA:         (capisce, anche se con un po' di ritardo) Ah, sì... (Con la sinistra solleva la veletta: mostra il viso come il condannato mostra il collo al boia)

ANGELO:      ...piacere!

MARIA:        Ah, sì...

Maria percorre la linea della ribalta con le movenze di un'in­dossatrice al défilé.

NICOLINO:   Ma prego, signori, accomodatevi... Non fate ceri­monie... (Aggiunge una quarta sedia, sbatte la polvere, tossicchia)

ANTONIO:   (a Nicolino) Potevi pensarci prima.

NICOLINO:   E' successo tutto così all'improvviso!

Nell'ordine si siedono: Maria e Angelo, ai lati; Onofrio e Nicolino, al  centro. Rimasto in piedi, Antonio realizza, caccia Nicolino e si siede al suo posto. Nicolino rimane in piedi, ciondolando come al solito.

ONOFRIO:     (indicandoli vicendevolmente con il gesto) Maria,... l'ingegnere... Ingegnere,... Maria... (Per rompere il ghiaccio) Su, prendiamo qualcosa...

Onofrio non fa in tempo a tapparsi la bocca, che Nicolino coglie al volo l'occasione.

NICOLINO:   Signori, ordinate: qua vicino, a due passi, hanno aperto "Qui si gode", una rosticceria di lusso, spe­cialità polli alla diavola: noi ne mangiamo tre al giorno...

ONOFRIO:     (sorriso di circostanza) E tre sono le cose impor­tanti della vita: la prima è mangiare, le altre due Nicolino non le conosce.

NICOLINO:   (con lo stesso sorriso di circostanza) E don Onofrio non vuol conoscere un'altra cosa, che è la consola­zione della mia vita: che sono gli schiavi a scrivere la storia...

ONOFRIO:     ...mentre i padroni dettano!

ANTONIO:    (brusco) Là, Nicolì, nello stipo, c'è una bottiglia di anisetta, per le grandi occasioni... Spicciati...

NICOLINO:   (contrariato) E i bicchierini?

ANTONIO:   Insieme alla bottiglia.

NICOLINO:   Come sono?

ANTONIO:   Come, come sono?

NICOLINO:   Dico, sono uguali o... (accenna alle sedie) spaiati?

ANTONIO:    Che spaiati? Cristallo di Boemia: regalo di nozze di mammà e papà...

NICOLINO:   Allora so' antiquati.

ANTONIO:   Vuol dire antichi.

NICOLINO:   Allora so' sporchi.

ANTONIO:    Allora li sciacqui. Scatenati... Scusatelo, fa così, ma poi si rimette...

Nicolino, strascicando i piedi più che mai, va allo stipo e l'apre dall'alto in basso. Non l'avesse mai fatto: dallo stipo sgorga una cascata di monetine di bronzo, che in gran parte piovono addosso a Maria.

Maria scatta in piedi e urla a soggetto qualcosa di irritato e di poco educato. Accortasi della gaffe, arrossisce e torna a sedersi afflitta, occhi bassi.

NICOLINO:   (intento a raccogliere le monetine) Oddio!

ONOFRIO:     Dopo, dopo!

Nicolino fa cadere per terra le monetine.

ONOFRIO:     Scusate, ingegnere...

ANGELO:     E di che? (Sorridendo, a Maria) Sono cose che succedono, vero?

MARIA:         (vergognosa) Ah, sì!

ANTONIO:   (a Nicolino) Non quello, l'altro... (Indica un altro stipo)

NICOLINO:   Quale?

ANTONIO:   Imbranato! Quello appresso... Sì, quello là!

NICOLINO:   (sforzandosi di aprirlo) Non si apre!

Suonano alla porta.                                                                       

ONOFRIO:     Porta!                                                                           

Nicolino va ad aprire. Angelo lo blocca.

ANGELO:      Zah! (Esce e rientra con un gran fascio di boccioli di rose rosse, che consegna a Maria) Per voi, donna Maria... (torna a sedersi)

MARIA:         Per me... (Confusa, abbraccia il fascio di rose, mettendosele in grembo. Il fascio è talmente gran­de che il naso di Maria a stento appare tra i fiori e il coppellino) Oh, grazie... e...

ONOFRIO:     (premuroso) E di', e di', Maria...

MARIA:        E qual gentil pensiere...

NICOLINO:   (pronto, gesto largo verso Angelo, che vuol dire: "vedete come parla e si esprime bene la signorina?") Pensiere!

MARIA:        (piccolo grido)

ANTONIO:   (preoccupato) Ti sei punta?

MARIA:         Un bigliettino! (Legge sulla busta) "Alla Gentilis-sima Signorina donna Maria Petruzzelli. SpM" (Non capisce la sigla) S-p-m?

ANTONIO:   S-p-t!

ONOFRIO:     S-p-essa!

MARIA:         (realizza) Per me! (Apre la busta, legge il biglietto) "Con immensa ammirazione. Angelo Messeni".

ANGELO:      (si alza) Per voi, signorina, io sono pronto a cam­biare tutto, finanche il mio nome, che è onorato, ma non suona bene. Mi chiamerò, per decreto reale, Messeni. (Scatta sui tacchi)

ONOFRIO:     Breve.

ANTONIO:   Asciutto.

NICOLINO:   Signori...

ANGELO:      Sul vecchio patronimico, una pietra, per sempre. Vi confesso che debbo la mia salvezza ai vostri fratelli e... (Vede Nicolino che si fa notare alzando la mano) e anche al nostro valoroso Nicolino...

ANTONIO:   (gesto: "piano, piano!")

ANGELO:     Signorina...

Maria si alza e va verso Angelo.

ANGELO:      ...io colgo l'occasione per chiedervi il permesso di potervi rivedere, sia pure soltanto la domenica, sia pure soltanto alla santa messa...(Si fa più ardito, le prende la mano) E in prosieguo, sem­pre che a voi, signorina, aggrada, magari dopo la santa messa, intraprendere una passeggiata sul corso verso il lungomare... (vede Onofrio e Antonio che si fanno notare) ...col permesso, s'inten­de, e alla presenza dei due vostri stimatissimi fra­telli...

Maria si stacca da Angelo.

ANGELO:      Ho notato, con piacere, che don Onofrio e don Antonio, quando escono a passeggio la domenica, vanno sempre a due a due...

NICOLINO:   (commosso) ...come i carabinieri! (Scansa un man­rovescio di Antonio)

ONOFRIO

e ANTONIO: (un po' concitati, parlano un po' l'uno sull'altro, qualche volta dandosi sulla voce o accavallandosi) Ma no... potrete passeggiare liberamente... anche senza di noi... figuratevi... al corso... davanti a tutti... mica siamo all'antica... l'ottocento è finito... anche al lungomare...  (insieme) Che ne dici, Maria?

(La spingono verso Angelo)

MARIA:         Io? (Nasconde il naso e il rossore tra i fiori) Tutto è accaduto così in fretta... Non so proprio cosa dir...

ANGELO:      (tono da gran signore) Signorina Maria, capisco e apprezzo il vostro riserbo. Ma qualunque sia o sarà la vostra risposta, sappiate che io vi riterrò sempre, fino alla fine dei miei giorni... dei nostri giorni... 

Onofrio, Antonio e Nicolino, di spalle, si producono nella solita grattata, mugugnando "e dalli!".

ANGELO:      ...quella che voi siete: una bella signorina, onesta e sincera, e anche, se permettete, elegante...

MARIA:         (si fa ardita, abbassa la guardia dei fiori, innalza il collo al massimo) E il cappellino? (Lo fa ondeggiare, appena appena)

ANGELO:      Una... eh! (L'emozione gli gioca un brutto tiro: non trova più la parola adatta) Una... eh!...

ONOFRIO:      ...una delizia...      

ANTONIO:   ...una goduria...                                                

NICOLINO:   ...una torta!

ANGELO:     (trionfante) Una torta!

MARIA:         (frigna) Il mio cappellino!... (Si avvia all'uscita, seguita dagli altri in fila indiana. Offesa) Una pappella! (Stop. Si riavvia) Uno zabaione! (Stop. Si riavvia. Sulla soglia) Un disegno esclusivo di Parigi!

NICOLINO:   Parigi!      

ONOFRIO:     O cara!                                                       

ONOFRIO,

ANTONIO,

NICOLINO

e MARIA:       (si producono in un formidabile coro melodram­matico) "Parigi, o cara!...".

Al massimo dell'acuto, alzano le braccia (e Maria anche i fiori) verso il candelabro arabo. La palla di vetro scoppia con un botto e cade in frantumi sulla bocca del pozzo. Angelo è rimasto di stucco. Un silenzio.

MARIA:         (rabbiosa) Le perle ai porci! (Scaglia i fiori addos­so ad Angelo. Si gira sui tacchi ed esce, altera)

ANGELO:      Signorina! (Rincorre Maria coi fiori in mano. Esce) Signorina...

NICOLINO:   (scansando Onofrio e Antonio, che cercano di abbrancarlo) No, scusatemi, perdonatemi, mette-temi in croce... (Esce) Crocifiggetemi...

Rimasti soli, Onofrio e Antonio si guardano.

Antonio sfila dal rullo di una scansia qualche metro di velluto rosso, poggiandolo sul piano del tavolino.

ANTONIO:    (perplesso, scuote la testa, palpando il tessuto) Non va, non va...

ONOFRIO:     E tu dici che hai fiuto?

ANTONIO:    Non è una questione di fiuto, è una realtà, pur­troppo.

ONOFRIO:     E io invece ti dico che va.

ANTONIO:    Sono anni che ce la teniamo addosso, non la vuole nessuno, non se la compra nessuno...

ONOFRIO:     Com'è che non te ne sei accorto? Ci vuole assai per capirlo?

ANTONIO:    Sai come dicono a Napoli? (In triestino) S'è un polpo! Si è attaccata a noi e non ci molla più, è un guaio, è fuori moda, saremo costretti a svenderla a peso...

ONOFRIO:     Tua sorella!

ANTONIO:   Mia sorella? lo sto parlando di questa partita di velluto: il rosso non lo vuole più nessuno, bello mio.

ONOFRIO:     Ih! E quello tiene la capa alle pezze! Veniamo a noi, una buona volta. Hai visto come tubavano, i due uccellini? E fingevano di non guardarsi... E' fatta, è fatta! Ora dobbiamo investire su Angelo. Deve diventare un progettista coi fiocchi. Pensavo, sai, a quel suolo in corso Cavour...

ANTONIO:   La concessione del comune.

ONOFRIO:     Per averla, bisogna presentare un progetto impor­tante. E battere la concorrenza...

ANTONIO:   Un parco attrezzato.                      

ONOFRIO:     Un ospedale civile.

ANTONIO:   Una biblioteca, una galleria d'arte...

ONOFRIO:     No, no... ci vuole qualcosa di grande, di più grande, che Milano, Napoli ci hanno e noi no... Un teatro!

I due fratelli si guardano con intensità.

ONOFRIO:     Trovato! Angelo ci fa il progetto: e tutto rimane in famiglia... Il suolo gratis... più il contributo del comune. Il cantiere, l'apriamo noi stessi... Le paghe agli operai, le anticipiamo con queste...

(prende una manciata di monetine dallo stipo)

più quelle del pozzo, tanto sono là a perdere... Ti pare?

ANTONIO:    Vedremo. (Si cava dal taschino del panciotto la monetina di un centesimo) Testa? (Lancia in aria il centesimo, lo raccoglie sulla mano) Testa! D'ac­cordo!

I due fratelli si stringono la mano.

ONOFRIO: Il teatro ci costerà la metà e appena costruito varrà il doppio, anzi il triplo.

ANTONIO: (prende anche lui una manciata di monetine) Che affare!

ONOFRIO: Toni, noi siamo bottegai, mercanti, le mani spor­che di polvere, le unghie nere... Ma un domani Angelo sarà un principe.... per decreto reale!

ANTONIO: E io da vecchio me ne andrò ai giardinetti, a gio­care coi miei nipotini, principini...

ONOFRIO:   Lo giuro davanti a Dio!                      

ANTONIO: (affondando più volle le mani tra le monetine, feli­ce) Il bronzo diverrà oro, oro!

ONOFRIO: (sognando ad occhi aperti) Sì, la voglio di oro, una grande mammella di donna feconda, lucente al sole come una moschea, unica al mondo: la cupola...

ANTONIO: E la platea, il palcoscenico, l'architrave altissimo, il sipario dipinto dai migliori maestri...

ONOFRIO: Lo scalone, tutto di marmo: un marmo così chiaro che sembra acqua... uno specchio d'acqua...

ANTONIO: (infervorato come mai) Aspetta, aspetta... Il sipario, i palchi, le poltroncine, i tendaggi... (Sfila dalla scan­sia opposta altri metri di velluto rosso, che poggia sulle sedie) ...tutti col velluto rosso! Hai voglia quan­to ce ne abbiamo, a buttare: e noi che stavamo per sbolognarlo a quattro soldi: che colpo! Tutta la pelle del teatro, rossa, a costo zero! Un affarone!

ONOFRIO: Nel foyer, le statue dei più celebri musicisti della nostra terra, perché, mi voglio rovinare, la nostra è una terra di musicisti !

ANTONIO: E io avrò il mio ufficio privato, in legno di mogano e tende di seta écru, con l'abat-jour... per le soubrettes...

Sale una musica melodrammatica, suonata alla perfezione da una grande orchestra. Sul fondo, in controluce, appaiono a braccetto, come in sogno, Angelo e Maria, vestiti da sposi. Avanzeranno lentamente verso la ribalta, tenendosi per mano. Onofrio e Antonio si dispongono ai due lati della scena.

ONOFRIO: A Parigi, a Mosca, a Londra... in viaggio di nozze... divertitevi come volete, notte e giorno... Però Angelo potrà studiare da vicino e da dentro, persino nel ventre, sotto la cassa armonica, i più grandi teatri del mondo, perché ne dovrà disegna­re uno nuovo... la conchiglia sul prospetto... mi voglio rovinare... il più bello di tutti...

ANTONIO:   ...il nostro!

Sul panorama prende corpo, gradatamente, sfolgorante di luci,il ferro di cavallo del teatro, rosso e oro.

Onofrio e Antonio, spalle al pubblico, si tolgono il cappello e salutano la loro creatura.

NICOLINO: (f.s.) Signori, signori!

Dal fondo sbuca Nicolino, impettito, vestito con una livrea nuova, fiammante, gallonata. Regge in guanti bianchi un vassoio d'ar­gento su cui è posato un pollo arrosto. Corre in avanti.

NICOLINO: (raggiante, sollevando il vassoio) Offerto dalla Ditta "Qui si gode"!

TUTTI:         Alla diavola!

Gli astanti si buttano sul pollo come avvoltoi. Musica in crescendo. Sipario lento.

F I N E

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