LA BUONA MOGLIE
COMMEDIA VENEZIANA
IN SEGUITO DELLALTRA INTITOLATA
LA PUTTA ONORATA
di Carlo Goldoni
A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR
NICCOLA BEREGAN
PATRIZIO VENETO
Mi sia permesso, Eccellentissimo Signore, di presentarmi per chiedervi quel favore che benignamente mi fu conceduto dagli altri miei Padroni. Soffrite chio dia fregio col vostro nome ad una delle povere mie Commedie. Questa permissione io vi supplico daccordarmi, ondio possa significare a voi ed agli altri quellinterno senso dossequiosa riconoscenza chio vi professo, e che mi ricorda sempre quelle tante gentilezze, che con proprio onore riportai dalla vostra bont, e per cui questa ancora allaltre vorrete aggiungere graziosamente.
Io protesto di conoscere quanto siate per iscostarvi dal vostro rigoroso genio di pensare, se chiedendovi umilmente di poter farlo, vorrete usar meco la distinzione di compiacermi, ma non temete, Eccellentissimo Signore, chio sia per abusarmene e farvi con ci dispiacere. So quanto ad un certo genere di officiosit, sebben sincere e dovute, si opponga la vostra modestia; so quanto seriamente vi siete spiegato alle occasioni di non voler significazioni espresse di lode, e quanto nellordine delle qualit umane amiate pi di possederle che di farle apparire. Prometto per, Eccellentissimo Signore, dobbedirvi, non seguir il comun uso, non uscir dal dover mio; se fornito siete di rari talenti, se i vostri studi, se la poesia, la storia, lerudizione, se i pi vasti e pi gravi argomenti sopra de quali e cos facilmente e tanto ordinatamente avete impreso di scrivere, non sono che un vostro sollievo, una disposizione dellore dozio e di riposo, che vi si permettono dalle pubbliche vostre incombenze, se alluso della civile prudenza e della privata consuetudine unite felicemente i pi veri caratteri del Cavaliere e del Cittadino: io lascier tutte queste immagini, impresse come elle sono perfettamente nellanimo di chiunque ha lonore di conoscervi, e degli amici vostri singolarmente, che ne sono gli ottimi conoscitori, n mi far lecito dappressare la mano a quel velo, con cui cos gelosamente volete voi ricoprirle.
Io per che mi confesso non abituato a cos fino e squisito modo di pensare, non senza interno rincrescimento mi adatto a nascondere altrui in questo incontro quanto sia pregevole per le sue tante e cos distinte condizioni quellumanissimo Padrone, che si degna di riguardarmi con benignit e con amore. Accerto lE. V. che solo in qualche parte mi consola lubbidienza che le presto in tal congiuntura. Accordatemi per, Eccellentissimo Signore, il favore che umilmente vi chiedo, e permettetemi chio possa, lo dir semplicemente, porre in fronte ad una delle mie Opere il vostro veneratissimo nome, concedendomi chio vi baci devotamente le mani.
Di V. E.
Torino, li 8 di Maggio 1751.
Umiliss. Devotiss. ed Obbligatiss. Serv.
Carlo Goldoni
LETTERA DELLAUTORE
AL BETTINELLI
Scrittagli da Torino lanno 1751, mandandogli la presente Commedia.
Intorno alla presente Commedia intitolata la Bona muggier, o sia Buona moglie, non ho a dirvi forse di pi di quello che gi vi dicessi intorno alla Putta onorata, da cui questa ha unintera e naturale dipendenza. Nasceranno le difficolt medesime per li vocaboli Veneziani, e con le stesse poche dichiarazioni potranno in parte essere spianate. Usata una tale diligenza, forse accader che leggendola questa sia pi gradita dellaltra, perciocch gli affetti che in essa vengono maneggiati, anno minor forza quanto al ridicolo; ma quanto alla passione sono pi veementi. Il ridicolo, aiutato da gesti, dallintelligenza del dirlo a tempo, e dalla voce stessa degli Attori, spicca pi e prende maggior lume; ma nelle scritture in gran parte si perde; poich ciascheduno che legge, non pu penetrare in quella picciola occasioncella preveduta dallAutore, o fatta nascere con industria da periti Recitanti per commovere il riso. Ci della gagliarda passione certamente non avviene, poich quantunque una gran parte nel leggere se ne svanisca, pure tanta ne rimane ancora, che fa impressione nellanimo del Leggitore, ed eccita in lui quelle agitazioni, che neglintrodotti Personaggi si leggono. E certamente, che se verunaltra mia rappresentazione ha avuto forza di commovere, stata la presente Commedia; perch quasi esempio di cose vere, ha prodotto sullanimo di qualche uditore mirabile effetto. Onde io son certo che nella scrittura non possa totalmente mancare il vigore delle passioni in essa maneggiate. Sembrer forse ad alcuni che i caratteri sieno un poco troppo gagliardi, e spinti alquanto oltre alla naturalezza; ma tra per lesser questa una cosa non ancora sentenziata, se si debba o non si debba ingrandirli, e tra gli esemplari di buoni Autori che ci rimangono, e quel ch pi per la sperienza, che fa vedere il buon esito di tale scelta, io non fo difficolt veruna di valermi talvolta fra gli altri di questo artifizio.
Dal pensare sempre in un modo nascono quasi sempre opere uguali, e si perde il frutto della variet tanto necessaria sul Teatro. Oltredich, chi volesse esaminare i caratteri da me nella mia Commedia imitati, troverebbe per avventura che non solamente non gli ho sospinti pi l di quello che natura porti; ma forse gli ho di qua trattenuti. Perciocch l dove vizio o virt si voglia imitare, trovansi originali virtuosi e viziosi alle volte, che vanno pi avanti di quello che si soglia fare comunemente, co quali ultimi chi volesse confrontare i due personaggi, supponiamo Ottavio e Lelio, troverebbe che i finti sono inferiori a molti de veri, come ancora chi volesse paragonare la bont, lamore e la sofferenza dalcune mogli alla buona moglie della mia Rappresentazione, vedrebbe quanto quelle in s fatte virt la sopravanzino.
Ma di ci sia detto a bastanza; e soltanto quanto basti per rendervi qualche conto in ogni mio lavoro della mia forma di pensare, non gi per illustrare le mie Commedie; alle quali non desidero il merito che pu nascere dalle prefazioni, ma quello di farsi con benignit sofferire dagli ascoltanti.
Personaggi
Bettina, moglie di
Pasqualino, scoperto figlio di
Pantalone de Bisognosi mercante.
Ottavio, marchese di Ripaverde.
La marchesa Beatrice, sua moglie.
Lelio, scoperto figlio di messer Menego Cainello.
Catte, sorella di Bettina.
Arlecchino, suo marito.
Brighella, servitore del marchese.
Momola, serva di Bettina.
Messer Menego Cainello, gondoliere.
Nane, gondoliere.
Tita, gondoliere.
Un Cameriere dosteria che parla.
Un Cantiniere.
Sbrodegona, Donna che parla.
Malacarne, Donna che parla.
Sbirri che non parlano.
La Scena si rappresenta in Venezia.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Camera in casa di Bettina.
Bettina a sedere, che fa le calze e sta cullando un bambino, poi Momola.
BETT. (Cullando canta) Sto putelo no vol dormir. No so cossa mai che el ghabia. No ghho mai unora de ben. Uh, quanto che stava megio da maridar! Almanco dormiva i mi soni, laorava co ghe naveva vogia, e andava a spasso co voleva. Me recordo che el me lo diseva el sior Pantalon, mio missier: Betina, magner el pan pentio. Oh! lo magno, lo magno. No credeva mai che Pasqualin me avesse da far sta cativa vita. Malignaze le cative pratiche! No gh caso: sto putelo no vol dormir. Momola. (chiama)Adesso vita mia, sangue mio, te far far la papa, sa, caro. Momola. Momola. Anca s che sta frasconazza xe sul balcon! Momola.
MOM. Siora. (di dentro)
BETT. Vien qua; dove diavolo estu ficada?
MOM. Son qua, siora, cossa vorla? (esce)
BETT. Tuto el zorno su quel malignazo balcon.
MOM. Son andada a chiamar el scuazer([1]).
BETT. S ben, careta, el scuazer. Sastu cossa che tho da dir? Che se ti vol magnar el mio pan, vogio che ti staghi drento dei to balconi.
MOM. Cara siora parona, che mal fazzio a andar un poco al balcon?
BETT. No vogio che ti fazzi comarezzo([2]) co le visine. I fati mii no vogio che nissun li sapia.
MOM. Mi no parlo co nissun.
BETT. Eh via, che lo so che ti xe una petegola. Ti conti tuto.
MOM. Cossa ogio dito, via, cossa ogio dito?
BETT. Ti ghe xe andada a contar a la frutariola, che mio mario mha d una slepa([3]).
MOM. Oh! mi no ghho dito gnente. Lha sentio ela el crior a star al balcon.
BETT. Busiara! Se mi no ghho gnanca parlao. Co mio mario me d, no alzo gnanca la ose.
MOM. Mi ghe digo che no ghho dito gnente se la vol creder, che la lo creda, se no la lo vol creder, che la lassa star.
BETT. Senti sa, frasca, te mander da to mare.
MOM. E mi ghander; cossa mimporta a mi?
BETT. Tiol su. Questo xe quel che savanza a far del ben a ste sporche. Tho tiolta in casa, che ti gieri piena de vermenezzo([4]). No ti ghavevi camisa al cesto, e adesso che ti xe vestia e desfamada, ti parli cuss ah, frasconazza?
MOM. Mo se sempre la me cria.
BETT. No timporta andar da to mare, ah? No ti te recordi el ben che tho fato? Ti me vol impiantar, n vero?
MOM. Mi no, siora parona; vogio star con ela, se la me vol.
BETT. Via, anemo, va l, va a meter suso la panada per el putelo.
MOM. Vago, siora.
BETT. A quel balcon no vogio che ti ghe vaghi.
MOM. Siora no, no ghander pi.
BETT. E sora tuto, se ti vol star con mi, coi omeni no se parla.
MOM. No, siora?
BETT. Siora no, siora, siora no. Mi, co giera puta, no parlava co nissun.
MOM. Av pur parl co sior Pasqualin.
BETT. S ben, ho parl con elo, co so stada in stato da maridarme; anca ti, co sar el tempo, ti far quel che fa le altre.
MOM. Ghe vol assae, siora?
BETT. Via, che ti spuzzi ancora da late.
MOM. Da late?
BETT. Via pissota, va a meter su la panada.
MOM. (No vedo lora de vegnir granda. Me lo vi trovar anca mi, var, un toco dometo). (da s, e parte)
SCENA SECONDA
Bettina sola.
BETT. Vard dove se cazza lira. Le pute del tempo dadesso le nasse co la malizia in corpo. Ghe ne xe de quele, che le sa pi de quel che so mi. Sento cosse che me fa drezzar i cavei. Tuto causa le mare. No le ghha gnente de riguardo, co le parla coi so marii. Le se lassa sentir a dir de le brute parole. Le pute ascolta; la malizia opera, e el diavolo laora. Mia mare no ha fato cuss, povereta. La mha arlev anca massa ben, e se la fusse stada viva ela, fursi no maveria marid. Povera mare! Se la fusse viva, almanco ghaverave compagnia, e no starave qua sola co fa una bestia, a deventar mata co una massera che no ghha giudizio. Vard se son stada una stramba a tiorme sta bissa in sen. Bisogna che ghe fazza la vardia come se la fusse mia sorela o mia fia. So lobligo mio, so che le parone le ghha debito de arlevar ben le massere zovene, perch el pare e la mare se fida de ele; e se le buta mal, le parone le ghe nha da render conto. Me despiase che ghho sto putelo, da resto non vorave gnanca tegnir serva. Le xe tute a un modo. I primi zorni leste co fa gati, ma presto le deventa poltrone, e se ghe dis gnente, le ve mena per lengua cosse che fa paura. Dormi, dormi, vita mia; fa la nana, caro el mio ben, che ti magner la papa. (canta cullando)
SCENA TERZA
Catte col zendale, e detta.
CAT. Betina! Cossa fastu, fia?
BETT. Oh! bond sioria; grandezza degnarse; chi ha bezzi, si tegna([5]).
CAT. Cara ti, ho buo da far. Gieri ho fato el pan, ho fato lissia, figurete se podeva vegnir.
BETT. Anca mi ho fato el pan stamatina.
CAT. Astu fato fugazza? Me ne dastu un poca?
BETT. No ho fato gnente.
CAT. Tiolemo un pan; metemolo in fuogo e magnemolo.
BETT. El xe al forno.
CAT. Aspeter chel vegna. Me piase tanto el pan fresco.
BETT. El vegnir tardi tardi. Sar ora de disnar.
CAT. Ben, star a disnar co ti! Cossa ghastu paura? Ti sa pur che mi magno puoco.
BETT. Oh, ti la far magra, sorela cara.
CAT. Vienlo ancuo to mario?
BETT. Chi sa? Xe do zorni che no lo vedo.
CAT. Ma dove stalo tuto el d e tuta la note?
BETT. A ziogar.
CAT. El giera tanto un bon puto! Come mai alo fato a deventar cuss cativo?
BETT. Le male pratiche.
CAT. Quel malignazo de quel sior Lelio.
BETT. S ben, giusto elo, che sielo impalao. Ma senti, Cate, to mario me lha fato zoso la so bona parte.
CAT. Chi? Mio mario? Ti xe mata, sorela cara. Mio mario tende ai fati soi. Nol xe omo da far zoso nissun.
BETT. Chi lha men, se ti mintendi, altri che elo? Oh! chel mha fato trar tante lagreme quel desgrazi.
CAT. Senti sa, parla ben de mio mario, che se desgusteremo.
BETT. Ma za, no bisogna tocarghela quela zogia.
CAT. Dormelo el putelo?
BETT. El me fa deventar mata.
CAT. Cara ti, lassa che lo veda.
BETT. Tiolemolo suso; za vi chel magna la papa.
CAT. Vien qua, vita mia; vien qua, vissere mie. (leva il bambino dalla culla) Caro cost. Var co belo chel vien. Chi dirave che sto putelo ghha un ano? In veritae, vara, chel mostra squasi do ani.
BETT. E co spiritoso chel xe. Oe, el me cognosse tanto ben, che del mondo. El dise mama schieto schieto.
CAT. S, caro, s, la la la, mi son la la la, cara la la, cara. (lo accarezza)
BETT. E la mama, dovela la mama?
CAT. Ta ta. (scherza col bambino)
BETT. La mama, s, vissere mie; s, sangue mio. Vien qua da la to mama. (lo vuol prendere dalle braccia di Catte)
CAT. Lassa star. (a Bettina)
BETT. Via, dmelo.
CAT. Siora no, lo vogio mi.
BETT. Var che sesti! Lho fato mi, siora.
CAT. Uh, che fantolina! Tiol, via, no pianz. (glielo d)
BETT. Povereto el mio Pantalonzin, povereto!
CAT. No ti ghha gnanca sesto de tegnir i fioi.
BETT. La xe la prima volta; imparer.
CAT. Oe, no ti senti? Bisogna desfassarlo. (fa cenno che sentesi mal odore)
BETT. Oh, s, in veritae. Momola. (chiama)
CAT. Presto, Momola.
BETT. Momola, in malorzega.
SCENA QUARTA
Momola e dette.
MOM. Son qua, siora, son qua.
BETT. Anca s che ti gieri al balcon?
MOM. Mi al balcon?
CAT. S, che tho visto mi, co son vegnua (a Momola)
BETT. Lav vista?
CAT. Seguro.
MOM. Uh che schitona([6])! (a Catte)
CAT. Senti sa, baronzela, te dar de le sculazae, sa.
MOM. Marmeo, squaquer.
BETT. Via, via, a monte. Meti a scaldar do pezze, che vogio infassar el putelo.
CAT. Daghelo a ela, che la lo desfazza.
BETT. S ben; seu mata?
CAT. Mo perch?
BETT. Una puta vol che lo desfassa? (piano a Catte)
CAT. Oh var che casi!
BETT. No, no, in casa mia no se fa ste cosse.
CAT. Ben!
BETT. Ben! Anemo, and a scaldar ste pezze.
MOM. Siora s, subito. Vorla che lo desfassa mi?
BETT. Siora no: var che novitae.
MOM. Lha dito siora Cate. (parte)
SCENA QUINTA
Bettina e Catte
BETT. Sentiu? Basta dir una parola, le sta con tanto de rechie.
CAT. Ti me fa da rider.
BETT. Oh sorela, le xe cosse da rider, che de le volte le fa da pianzer.
CAT. Cara ti, metilo zo sto putelo.
BETT. Sel ghe volesse star in cuna.
CAT. Per un puoco el ghe star.
BETT. Caro el mio ben. Cara la mia colona, che te vi tanto ben, le mie vissere. (lo rimette nella culla)
CAT. Donca to mario el fa pezo che mai!
BETT. Oh, se ti savessi, el zioga co fa un desper. El sha ziog deboto mile ducati, che ghha d so pare da negoziar. Ogni tanto el va a la cassa a tior bezzi. Laltro zorno lha port via el resto, e perch mi no voleva, el mha d una slepa; el xe and via, xe do zorni che no lo vedo, che me sento schiopar el cuor. (piange)
CAT. Uh povera mata! Ti pianzi? Chel vaga in malora sto puoco de bon.
BETT. Ti sa che ghho volesto tanto ben, che lho tiolto con tanto amor, che ghe nho pass tante, che co lho spos son fin andada in acidente per la consolazion; e vderme senza de elo, me sento morir. (piange)
CAT. Cossa dise sior Pantalon?
BETT. Cossa vustu chel diga? El xe desper. Ti sa che Pasqualin no lha volesto star in casa de so pare, che lha volesto meter su casa, e quel povero vechio ha speso e spanto, e no lha fato gnente. Adesso el me manda lu da magnar, e se nol fusse elo, morirave da la fame.
CAT. Perch no vastu a star co to missier?
BETT. El voria elo che ghandasse, ma mi no vogio.
CAT. Mo perch?
BETT. Perch vogio star co mio mario.
CAT. Ti vol star co to mario, e nol vien gnanca a casa?
BETT. Ancuo fursi el vegnir.
CAT. Ti xe ben mata, veh, a patir per causa soa.
BETT. Oh cara Cate, se ti savessi quanto ben che ghe vogio.
CAT. Ancora ti ghe vol tanto ben?
BETT. E come! Me contenteria a star su la pagia, purch fusse con elo.
CAT. Varda come chel te corisponde pulito.
BETT. Son stada una bestia mi a farlo andar in colera.
CAT. S ben, ti vedi a portar via i bezzi, e ti ha da taser?
BETT. Cossa mimporta a mi dei bezzi? Caro el mio Pasqualin, dove xestu, anema mia? Mo vien a casa, vien a consolar la to povera Betina. Vien; ti i manini, ti anca el sangue, se ti lo vol.
CAT. Eh via, che ai marii no bisogna volerghe tanto ben.
BETT. Cara sorela, co sha fato lamor con un solo, no se pol far de manco de no volerghe tuto el so ben.
CAT. Anca mi ghe vi ben a mio mario, ma no fazzo de ste scamofie.
BETT. Eh, el mio matrimonio no sha da meter col vostro.
CAT. Perch? Cossa voressi dir?
BETT. Cara vu, no me fe parlar.
CAT. Me recordo, che anca da puta ti me davi de ste mustazzae([7]). Son stada una puta da ben, sastu.
BETT. Uh, quanto che av fato pianzer la mia povera mare!
CAT. Adessadesso ti me faressi vegnir caldo.
SCENA SESTA
Momola e dette.
MOM. Siora padrona, le pezze xe calde.
BETT. Vegno, vegno. Vien qua, vissere mie. (leva il bambino di culla) Vard, se nol fa vogia? Vardlo che toco! Tuto el mio Pasqualin. Tuto so pare. Ti, siestu benedio. (lo bacia)
CAT. Via, che ti lha bas che basta.
BETT. Ti no ti sa cossa che sia amor de fioi; perch no ti ghe nha mai abuo. Oh che amor che xe quelo de mare!
CAT. Cara ti, dime una cossa. A chi ghe vustu pi ben? A to mario, o a to fio?
BETT. A tuti do.
CAT. Ma a chi ghe ne vustu pi?
BETT. No so.
CAT. Se ti avessi da perder uno de lori, chi perderessistu pi volentiera?
BETT. Senti, sorela, dei fioi come questo ghe ne poderia aver dei altri, ma dei marii come Pasqualin no ghe ne troverave mai pi. (parte)
SCENA SETTIMA
Catte e Momola
CAT. Oh che bela mata! Momola, cossa distu de sti spropositi che dise la to parona?
MOM. Mi, siora, no me nintendo. (adirata)
CAT. Xestu in colera co mi?
MOM. Var: subito andarghe a dir che mav visto al balcon!
CAT. Te nastu abuo per mal? No ghe dir pi gnente. Fa quel che ti vol; no te dubitar.
MOM. Anca mi, grama puta, me devertisso un puoco. Stemo sempre qua serae.
CAT. Di, Momola, fastu lamor?
MOM. Oh, mi lamor! (vergognandosi)
CAT. Via, via, no te vergognar. Senti, se ti ghha genio de maridarte, confidete in mi e no te dubitar.
MOM. Me fe vegnir rossa.
CAT. Ah matazza veh, te cognosso. Dime, ghastu gnente de bon da marenda?
MOM. Ghho unala de polastra, che me xe avanzada giersera.
CAT. Polastra? Caspita! La se stica.
MOM. Sior Pantalon ghe nha port una cota in manega.
CAT. Xela bona?
MOM. Preziosa.
CAT. Cara ti, sentimola.
MOM. Volentiera. Andemo. Dis: me vol maridar?
CAT. S, co ti vor.
MOM. Oh che cara siora Cate. (parte)
CAT. O de ruffe, o de raffe, vogio magnar seguro. (parte)
SCENA OTTAVA
Camera del marchese Ottavio.
Il marchese Ottavio in veste da camera, poi Brighella.
OTT. (passeggia alquanto, battendo i piedi, poi chiama) Brighella.
BRIGH. Lustrissimo.
OTT. (seguita a passeggiare e non parla)
BRIGH. Mala chiamado?
OTT. S
BRIGH. Cossa comandela?
OTT. Non lo so nemmen io.
BRIGH. Co no la l sa ela, chi lha da saver?
OTT. Sei stato dal macellaro?
BRIGH. Son st mi.
OTT. E bene, cosha detto?
BRIGH. Che nol ghe vol dar gnente.
OTT. E il fornaio che dice?
BRIGH. Che se la ghe dar i so bezzi, el ghe mander del pan.
OTT. E intanto un cavaliere par mio ha da morir dalla fame?
BRIGH. Sta rason no i la vol sentir.
OTT. Bricconi, se metto loro le mani attorno, far loro veder chi sono.
BRIGH. Bastarave darghe qualcossa a conto, onzerghe la man, e far che i tirasse de longo.
OTT. Che dare? Che mi parli di dare? Lo sai pure che non ho un soldo. Quando ne ho, ne do, e quando non ne ho, non ne posso dare.
BRIGH. E i botteghieri, co no la ghe nha, no i ghe ne vol dar.
OTT. Va l, digli che gli far un pagher a chi presenter.
BRIGH. Sior padron, no faremo gnente.
OTT. Perch non faremo niente?
BRIGH. Perch i botteghieri no i vol carta, i vol bezzi.
OTT. Dimmi un poco, come se la passa Pasqualino? Mi pare che non stia pi con suo padre.
BRIGH. S, verissimo. Lha messo su casa da so posta, che sar do mesi. So padre ghha d mile ducati, acci che el se inzegna, acci che el negozia, ma credo che a stora el li abia fati saltar tuti.
OTT. S, mi stato detto che giuoca e spende alla generosa. Per mille ducati in due mesi non li aver consumati.
BRIGH. Crederave de no anca mi.
OTT. Egli un giovine di buon cuore. Se gli dimando un servizio, spero non me lo negher.
BRIGH. Vorlo domandarghe dei bezzi in prestio?
OTT. S; voglio vedere se vuol prestarmi otto o dieci zecchini.
BRIGH. L un bon puto; se el li aver, el ghe li dar.
OTT. Fa una cosa, procura di ritrovarlo, e digli che venga da me, che gli voglio parlare.
BRIGH. La me perdona, lustrissimo. Voler un servizio da una persona, e po anca incomodarla, no la me par bona regola. Piuttosto diria che ela la lo andasse a trovar.
OTT. Come! Io doverei avvilirmi a tal segno dandar a pregar sino a casa il figlio dun mercante? Un cavaliero par mio merita bene che un inferiore sincomodi per aver lonore desser pregato.
BRIGH. Mi me credeva, che chi ha bisogno, pensasse in tun altra maniera.
OTT. E poi ti dir, se io vado a casa di Pasqualino, non gli vorrei cagionar gelosia. Sai che io ero innamorato di sua moglie quando era fanciulla, e tuttavia non me la posso scordare, anzi lamo con maggior impegno, e forse forse con maggiore speranza.
BRIGH. Come intendela mo con maggior speranza?
OTT. Perch ora ch maritata, sar pi facile e condescendente.
BRIGH. Anzi la xe fedelissima al so Pasqualin.
OTT. una cosa rara trovar una moglie fedele dopo due anni di matrimonio.
BRIGH. E pur questa la xe cuss.
OTT. Catte sua sorella mi ha promesso dintrodurmi da lei senza saputa di Pasqualino, e forse di condurla in mia casa.
BRIGH. La vol lamicizia de Betina, e la vol domandar dei bezzi in prestio a Pasqualin?
OTT. Perch non posso far luno e laltro?
BRIGH. Moda niova! farse dar dei bezzi dal mario per pagar la mugier.
OTT. Ors, meno ciarle. Vammi a trovar Pasqualino.
BRIGH. Far de tutto per trovarlo, ma el tempo passa. Deboto xe ora de disnar, e el fogo no simpizza. La padrona la cria, la sbrufa, la buta sotosora la casa.
OTT. Maledetta colei! causa della mia rovina.
BRIGH. E ela sala cossa che la dise?
OTT. Che cosa dice?
BRIGH. Maledeto col! causa del mio precipizio.
OTT. Lo so io quanto mi costa. Ma concludiamo questa faccenda. Vuoi andare, o non vuoi andare?
BRIGH. Mi ander, ma no faremo gnente. Mi diria che la fasse cuss. Sior Pasqualin el pratica sempre a Rialto, al caff sotto ai porteghi. La poderia andar l con scusa de bever el caff, mostrar de trovarlo a caso, e dirghe el so bisogno senza avilirse.
OTT. Non dici male. Lo potrei fare, ma io a Rialto non ci posso andare.
BRIGH. Perch no ghe porla andar?
OTT. Dovrei, per andar a Rialto, passar dinanzi alle botteghe de miei creditori; tutti mi fermano; tutti mi tormentano; io mimpaziento, e non vorrei esser obbligato a caricarli di bastonate.
BRIGH. Se l per questo, la fazza quel che fa tanti altri, e no la dubita gnente. I pieni de cuche che i fa vogia, e pur i va per tuto senza una sugezion imaginabile. I sa tute le strade de Venezia; i va per le calesele: i zira o de qua, o de l, e i scampa mirabilmente tute le boteghe dei so creditori. Se i ghe ne vede qualchedun per strada a la lontana, i fa finta che ghe sia vegn qualcossa a la memoria improvisamente; i se volta con furia, e i va zo per unaltra banda. Se lincontro sucede in logo che no i se possa voltar, i tira fuora una lettera, i finze de lezerla con atenzion, e se i li chiama, i tira de longo e no i ghe responde. Se i xe in necessit de passar da qualche botega dove i ghha del debito, i procura de meterse al fianco de qualche persona pi granda de lori, ovvero i finze de stranuar e col fazzoleto i se coverze la met del viso, che varda la botega del creditor. Co vien po le maschere, vien la cucagna dei debitori. I va per tuto con libert, e quando che i passa davanti le boteghe de chi ha daver, i se ferma; i varda ben i creditori in tel muso, e i esamina da lidea, chi sia quelo che ghe possa far pi paura.
OTT. Ma questa una vita miserabile. Vado vedendo che sar costretto andarmene improvvisamente da questa citt.
BRIGH. Questa po l la vera maniera de pagar tuti. Linvenzion no l niova, e se no la volesse andar solo, la trover dei compagni. Ma la me diga, cara ela, dove mai vorla andar per star megio de qua? In qualche altro paese, se arriva un forastier, subito i lo esamina da cao a pie, e i vol saver chi el xe. I varda come el se trata; come che el vive; sel magna ben, sel magna mal; sel zioga, sel fa lamor; i vol saver tuto. In tuna citt granda, piena de popolo e de foresteria, ognun vive come chel vol e come chel pol, senza servit, senza tratamento, e nissun ghe abada. Qua chi ha un mezzo ducato da spender in tuna gondola, per quel zorno l cavalier come un altro; e chi ghha inzegno e prudenza, se la passa otimamente ben, podendo dir con verit e giustizia, che chi no sa viver a Venezia, no sa viver in nissuna parte del mondo.
OTT. Tu dici bene, ma io ho consumato tutto il mio patrimonio: e se il marchese mio fratello non mi fa la finezza di crepare per amor mio, non ho speranza di essere sovvenuto.
BRIGH. La sa pur che l etico marzo; poco el pol viver.
OTT. Ma intanto?
BRIGH. Intanto, la me perdona, ghe vol spirito e inzegno.
OTT. Che posso fare per vivere, e vivere con decoro? Vediamo se vi fossero degli sgherri, de malviventi, che volessero godere la mia protezione. Dar loro delle patenti di miei servitori.
BRIGH. Eh, lustrissimo patron, questo no xe el paese da viver con prepotenza. Sotto sto benedetto cielo i sgherri e i malviventi no i trova protezion, e certe bulae, che se usa lontan de qua, a Venezia no le se pratica, e no le se pol praticar.
OTT. Dunque tu, che mi consigli a restare, suggeriscimi il modo di potervi sussistere.
BRIGH. La fazza una cossa. La se metta a far quela onorata profession, che ha fato tanti altri bei spiriti come ela. Che la daga da intender de saver el lapis philosophorum.
OTT. Ma io non ne so n meno i princpi.
BRIGH. Ghe linsegner mi. Basta imparar a memoria trenta o quaranta nomi dalchimia. Trovar qualchedun de queli che ghe piase supiar; farghe veder qualche bela operazion a uso de zaratani, e ghe zuro che lander ben.
OTT. Non vorrei con questa meccanica professione avvilire il carattere di cavaliere.
BRIGH. Me maravegio, l un mistier nobilissimo. Anzi l un mistier che ne la zente bassa nol pol aver credito; e chi lo fa, e no xe nobile, finge desser nobile per megio imposturar.
OTT. Ma io non voglio soffiare, non voglio faticare, non mi voglio rompere il capo.
BRIGH. Se vede veramente che vussustrissima l un gran cavalier.
OTT. Perch?
BRIGH. Perch no ghe piase far gnente.
OTT. Son avvezzato a vivere nobilmente.
BRIGH. La diga, cara ela, sala zogar a le carte?
OTT. Che domande! Sai pure quanto ho giocato.
BRIGH. Ala impar gnente da queli che le sa tegnir in man?
OTT. Pur troppo ho imparato a mie spese.
BRIGH. Vedela? Anca in sta maniera la se poderave inzegnar.
OTT. Questa non cosa che mi dispiaccia. Il punto sta che non ho denaro per far un poco di banco.
BRIGH. La ricorra da Pasqualin.
OTT. Se intanto la marchesa mia moglie volesse aiutarmi, ella potrebbe farlo.
BRIGH. Ala dei danari?
OTT. Eccola, eccola. Ritirati, e lasciami solo.
BRIGH. E a disnar come vala?
OTT. C tempo, ci penseremo.
BRIGH. Faremo cuss, compreremo qualcossa dal luganegher. Se la savesse quanti lustrissimi se la passa con un piatto de sguazzeto e quatro soldi de pesce frito, e per pan, no miga polenta, ghe ne fusse. (parte)
SCENA NONA
Il marchese Ottavio, poi la marchesa Beatrice.
OTT. Se non avessi moglie, so io quel che farei. Mi porrei indosso una veste da pellegrino, e me ne anderei per il mondo. Ecco il mio tormento. (osserva la moglie)
BEAT. E cos, signor marchese, oggi non si desina?
OTT. Signora marchesa, ho paura di no.
BEAT. Oh questa s che sarebbe da ridere.
OTT. Rida pure, che cos senzaltro.
BEAT. Ma per qual ragione oggi non si desina?
OTT. Per quattro ragioni, una pi bella dellaltra. La prima, perch non ho denari da comprarne; la seconda, perch senza denari non mi vogliono dar niente; la terza, perch non v pi n da vendere, n da impegnare; e la quarta, perch abbiamo mangiato in un mese quello che ci doveva bastare per un anno.
BEAT. Il vostro poco giudizio ci ha ridotti in questo stato.
OTT. Il mio poco giudizio, e la vostra buona condotta.
BEAT. Avete speso per le cicisbee quello che dovevate spendere per la moglie.
OTT. E voi avete perso al gioco quello che doveva servire per vostro marito.
BEAT. Le mie gioje sono andate.
OTT. Non ne avete avuta ancor voi la vostra parte?
BEAT. Era meglio impegnarle.
OTT. Se simpegnavano, le mangiava lusura. meglio che le abbiamo mangiate noi.
BEAT. Il palazzo si venduto, ed io non ho veduto un quattrino.
OTT. Il palazzo non lho venduto io.
BEAT. E chi lha venduto?
OTT. Lhanno fatto vendere i miei creditori.
BEAT. Tutti debiti fatti per i vostri vizi.
OTT. Per i miei e per i vostri.
BEAT. Eccomi qui senza gondola.
OTT. Lacqua le fa male; meglio per la sua salute.
BEAT. Non ho altro che questo straccio di andrien nero.
OTT. Landrien nero! Va benissimo: il vestir pi nobile che si possa usare.
BEAT. E le mie gioje?
OTT. Le gioje? Si usano le pietre false.
BEAT. Anco la cameriera se n andata, perch non le si dava il salario.
OTT. Meglio per noi; una bocca di meno.
BEAT. E chi far il desinare?
OTT. Lo far Brighella, se ve ne sar.
BEAT. Se ve ne sar?
OTT. Signora s; per le quattro ragioni chella ha sentito.
BEAT. Ma io ieri sera non ho cenato.
OTT. N men io.
BEAT. E non avete denari?
OTT. N anche un soldo. Ma ella, signora marchesa, non avrebbe qualche minuzia? Qualche avanzo della conversazione?
BEAT. Ecco qui, non posso mai avanzarmi un soldo. Tutta la mia ricchezza consiste in questo mezzo filippo. (lo caccia di tasca)
OTT. Cosa vuol fare? Vi vuol pazienza. Per oggi, chi vuol mangiare, conviene spenderlo.
BEAT. Sia maledetto! Tenete. (glielo d)
OTT. Questo mezzo filippo mi par di conoscerlo, mi par sia di quelli che avete rubati a me. (lo mette nel taschino)
BEAT. Vingannate. Quello lho avuto per resto di un zecchino, che ho perso al gioco.
OTT. Brighella.
SCENA DECIMA
Brighella e detti.
BRIGH. Lustrissimo.
OTT. Questa mattina non si va a spendere? Che fai che non vai a comprarci da desinare?
BRIGH. Oh bella! Cossa vorla che vaga a comprar?
OTT. Un cappone, un pezzo di vitello, qualche cosa di buono.
BRIGH. Bezzi, e gh de tutto.
OTT. Danari? Ecco danari. Prendi questo mezzo filippo. A me non mancano danari. (lo tira fuori con aria e lo d a Brighella)
BRIGH. Me ne ralegro infinitamente. Come ala fato a trovar bezzi.
OTT. Meno confidenza. Quello mezzo filippo; va a spendere.
BRIGH. (Tiol, mezzo felipo lha messo in superbia. Sti siori, co no i ghha bezzi, i xe tutti umilt; co i ghha do soldi, no i se pol soffrir). (da s) Ma la diga, lustrisimo, cossa vorla che toga?
OTT. Quel che comanda la marchesa.
BEAT. Quel che vuole il signor marchese.
OTT. Prenderai una buona pollastra; tre libbre di vitello da fare arrosto; un paio di piccioni ed un pezzo di cascio parmigiano.
BRIGH. Con mezzo felipo?
OTT. Con mezzo filippo.
BRIGH. Do lire de la polastra, quarantaotto soldi de vedlo, che fa quatro lire e otto soldi, do lire dei colombini fa sie e otto, e mezzo felipo val cinque lire e mezza de moneda veneziana.
OTT. Due la pollastra, due e cinque il vitello, fa quattro e cinque, avanzano venticinque soldi, facciam di meno dei piccioni; prendi mezza libbra di formaggio, e il resto frutta.
BEAT. Vorrei un poco duva fresca di Bologna.
BRIGH. Benissimo. E per el pan e per el vin ghe vol dei altri bezzi.
OTT. Oh appunto, non me ne ricordava. Quanto vi vorr per il pane e per il vino?
BRIGH. Una lira de vin, e diese soldi de pan.
OTT. Lasciamo stare il formaggio e i frutti.
BEAT. La mia uva la voglio certo.
BRIGH. E menestra no i ghe ne vol?
OTT. Oh diavolo! La minestra.
BRIGH. E le legne da cusinar?
OTT. Lasciamo star larrosto, e prendi la pollastra sola.
BRIGH. E per sta sera? Polastra, pan, vin, menestra, legne, sal, candele e luva de Bologna, mezzo felipo el va tutto sta matina.
OTT. Fa una cosa, compra due libbre di carne di manzo, una libbra di riso, e fa che vi sia da cena per questa sera.
BEAT. Ma che vi sia luva fresca di Bologna.
BRIGH. Se ghe piase la uva, per spender manco, ghe porter un per de zaletti col zebibo. (parte)
SCENA UNDICESIMA
Il marchese Ottavio e la marchesa Beatrice
BEAT. Che temerario! Non lo posso soffrire. Da dama che io sono, non lo voglio pi al mio servizio.
OTT. Credo che uno di questi giorni se nander, senza che lo mandiamo.
BEAT. Ne troveremo un altro.
OTT. Sapete chi potremo prendere, che ci dar poca spesa? Il servitore del signor Orazio.
BEAT. E chi il servitore del signor Orazio?
OTT. Pulcinella colla testa di legno.
BEAT. Ma che! dovremo sempre essere miserabili?
OTT. Se non muor mio fratello, non so dove ci rivolgeremo.
BEAT. Non avete amici?
OTT. Li ho tutti intaccati.
BEAT. I vostri patriotti?
OTT. Non ve ne uno, che da me non sia stato frecciato.
BEAT. Dunque che dobbiam fare?
OTT. Questo quello che vo pensando, e non so che sperare.
BEAT. Se io sapessi come, mingegnerei.
OTT. Possibile, che di tanti serventi che avete, non ve ne sia uno che abbia dieci zecchini da prestarvi?
BEAT. Se non me ne avessero prestati degli altri, direste bene.
OTT. Sicch ancor voi vi siete portata bene coi vostri amici.
BEAT. Ho fatto quello che mavete insegnato voi.
OTT. Le donne hanno una grande abilit per imitar i mariti viziosi.
BEAT. Ancorch le donne siano buone, quando hanno i mariti cattivi, diventano pessime.
SCENA DODICESIMA
Brighella e detti.
BRIGH. Lustrissima.
BEAT. Hai qualche altra impertinenza da dirmi?
BRIGH. Ghe xe do che voria farghe una visita.
BEAT. E chi sono?
BRIGH. Uno xe el sior Pasqualin, e laltro el xe quel Lelio, fio de missier Menego Cainello.
BEAT. Falli un poco aspettare, e poi li ricever.
BRIGH. Perch mo li vorla far aspettar?
BEAT. Perch non voglio riceverli, se prima non mi fanno anticamera.
BRIGH. Chi ghaverzir la portiera?
BEAT. Tu laprirai.
BRIGH. Mi vado a comprar le do lirette de carne de manzo. Ghe dir, se i vol vegnir, che i vegna, e se no i vol vegnir, che i vaga.
BEAT. Sei un temerario.
BRIGH. Oh quanta spuzza! E s no la magna tropo. (parte)
BEAT. Costui mi vuole tirar a cimento.
OTT. Se lho detto io. Il servitor del signor Orazio.
BEAT. Sa tutti i fatti nostri, e per questo si prende tanta libert.
OTT. Cos ; quando i padroni non ne hanno, i servitori li burlano.
BEAT. Se non ne abbiamo, ne abbiamo avuto.
OTT. Vi una gran differenza dal passato al presente.
BEAT. E ne averemo.
OTT. Oh, qui sta il punto. Sentite, signora marchesa, vi Pasqualino che ha del denaro. Vi consiglio farvelo amico.
BEAT. Ha del denaro? Facciamolo passare.
OTT. Gioca volentieri.
BEAT. Facciamolo giocare.
OTT. Se avessi del denaro, gli taglierei.
BEAT. Egli piuttosto semplice, ma quel Lelio accorto, non lo lascier giocare.
OTT. Vado a dir loro quattro buone parole, e ve li mando. Trattateli dolcemente. Queste genti basse si gonfiano, quando si vedono trattati da pari nostri.
BEAT. S, ma Lelio si prende troppa confidenza.
OTT. Quando si ha bisogno, conviene soffrir qualche cosa. Ve lo dico che nessuno ci sente. un brutto impegno sostenere la nobilt in camera, quando le cose vanno male in cucina. (parte)
SCENA TREDICESIMA
La marchesa Beatrice, poi Lelio e Pasqualino
BEAT. Non credeva mai di dovermi ridurre a questo passo. Mio marito non mi ha confidata la verit. Se sapeva che dovesse andare cos, avrei procurato di mettere qualche cosa da parte. Avrei rovinato pi presto mio marito, ma ora almeno non avrei bisogno di lui.
LEL. Servo della signora marchesa.
PASQUAL. Servitor umilissimo de vussustrissima.
BEAT. Vi riverisco; che fate, Pasqualino? Che fa la vostra moglie?
PASQUAL. Mia mugier credo che la staga ben. Xe do zorni che no la vedo.
BEAT. Due giorni? Perch?
PASQUAL. Avemo un poco cri, e son vegn via in clera. Voleva tornar a casa a giustarla, ma sior Lelio mha desconsegi. El mha dito che bisogna star su le soe e farse desiderar.
LEL. Certo, il maggior castigo che si possa dare a una moglie, quello di non andare a dormir a casa.
BEAT. Ma voi trattate male quella povera figliola. tanto buona che non lo merita.
PASQUAL. Certo che de ela no me posso lamentar.
LEL. una dottoressa, che se fosse mia moglie, la bastonerei come un cane. Ogni volta che Pasqualino vuol prender danari, gli fa mille correzioni, gli d mille avvertimenti che fan venire il vomito. Se va a casa tardi, grida; se si diverte, borbotta; se va un galantuomo in casa sua, non lo guarda in faccia. veramente fastidiosissima.
PASQUAL. Caro amigo, feme un servizio, no dis mal de mia mugier.
LEL. Io non fo per dir male, ma vorrei un poco illuminarvi. Che diavolo di figura volete fare al mondo, se siete perso e incantato nella moglie?
BEAT. Siete stato in casa mia, Pasqualino; avete veduto quante carezze mi faceva il marchese? I mariti poco guardan le loro mogli.
PASQUAL. Mo mi mo, ghe voleva ben.
LEL. Ma con tutto il ben che le vuole, le ha dato laltra sera un potentissimo schiaffo.
BEAT. vero? (a Pasqualino)
PASQUAL. Ghe lho dao, lustrissima s. (si asciuga gli occhi)
BEAT. Che avete che piangete?
LEL. Piange per lo schiaffo che ha dato alla moglie. Oh caro! Oh come siete dolce di cuore! Un altro dategliene, ma buono.
BEAT. Povero Pasqualino! poi di buon cuore, io gli ho sempre voluto bene. Vi ricordate che son stata io quella che vi ha fatto sposar Bettina?
PASQUAL. Me recordo de quel bocon de spagheto che ho abuo in quela camera a scuro.
BEAT. Ma poi tutto contento.
PASQUAL. La simagina; giera l che sgangoliva.
BEAT. Io ho procurato che Bettina fosse vostra moglie, per troncar i disegni di mio marito; e vi sono stati dei critici che hanno detto che io vi ho fatto la mezzana contro il mio carattere di dama.
LEL. Chi volesse badar alle critiche, troppo ci vorrebbe. Anche di me stato detto che ho avuto poco cervello a credere alle parole di donna Pasqua mia madre; che doveva sostenere di esser figlio del signor Pantalone, fino che la cosa fosse stata meglio provata, e non perdere cos placidamente uno stato comodo, per acquistarne un peggiore. Ma io che avevo dellaborrimento per quel vecchio che mi voleva mandar prigione, e non voleva che vivessi a modo mio, lho rinunziato volentieri, e ho creduto di poter meglio passarmela col barcaruolo.
BEAT. Che fa messer Menico?
LEL. Credo sia a un traghetto. Dappoich stato licenziato di qua, non ha pi voluto servire.
BEAT. Ma voi non state con lui?
LEL. Non mi ha voluto riconoscer per figlio, onde adesso son senza padre. Finch vissuta mia madre, mi ha assistito, ma poverina, per mia disgrazia morta.
BEAT. E voi che mestiere fate?
LEL. Sinora non ne fo nessuno.
BEAT. Non volevate fare il barcaruolo?
LEL. Volevo farlo. Mi son provato, e non ci riesco; e poi chi avvezzo a non far nulla, fatica per un poco e sannoia presto.
BEAT. Pasqualino stato pi fortunato. Sono stata causa io della sua fortuna.
PASQUAL. Mi certo ghe son oblig a sta zentildona, che la mha fato aver la mia Betina.
BEAT. Figliuoli, vorrei darvi un poco di divertimento. Volete giocare?
PASQUAL. Mi ghe ne so poco, ma ziogher.
LEL. Lasci dire, signora marchesa, che Pasqualino gioca perfettamente.
BEAT. Rosina, Angiolina, Brighella, Pasquale, Filiberto, diavolo: di tanti mangiapani non ve n uno. Faremo da noi. Lelio, Pasqualino, tirate avanti quel tavolino e quelle sedie.
PASQUAL. Subito la servo.
LEL. Signora marchesa, fa male tener tanti servitor. Sarebbe meglio tenesse Brighella solo.
BEAT. Perch?
LEL. Perch si vede solamente Brighella, e gli altri sono invisibili.
BEAT. (Un gran forcone costui). (da s) A che vogliamo giocare?
PASQUAL. A bazzega.
BEAT. Avete danari, Pasqualino?
PASQUAL. Se ghho bezzi! La varda mo. Questi i xe zechini, e ghe ne ho dei altri. (tira fuori una borsa, e mostra il denaro)
BEAT. Bravo, me ne rallegro. Venite qua, giochiamo a bazzica di due lire la partita. (siedono)
PASQUAL. Anca de tre, se la vol.
LEL. Io star a vedere. (Non mi degno di questi piccoli giuochi). (da s)
BEAT. Brighella.
LEL. Comanda qualche cosa?
BEAT. Brighella.
LEL. Perch non chiama Pasquale o Filiberto?
BEAT. Maledetti! Quando si vuole un servizio, non v nessuno.
LEL. Comanda? La servir io.
BEAT. Mi sento un gran male di stomaco. Beverei volentieri la cioccolata.
LEL. E bene, ander io a ordinarla al caffettiere vicino.
PASQUAL. Ander anca mi, se la vol.
BEAT. No no, meglio che vada Lelio. Noi faremo intanto due partite.
LEL. Mi dispiace che non ho moneta.
PASQUAL. Voleu? S paron.
LEL. S, datemi qualche cosa.
PASQUAL. Tiol sto zechin.
LEL. Signora marchesa, vado a prendere la cioccolata. (Ce la beveremo la met per uno). (da s) Pasqualino, aspettatemi, che ora torno.
PASQUAL. Caro vu, vegn; no mimpiant. No vago a casa senza de vu.
LEL. Oh che caro bambino! Ha paura che la moglie gli dia. Verr con voi, e se vorr fare la pazza, ecco, lo vedete? Quest il rimedio per farle far giudizio. (mostrando il suo bastone, e parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
La marchesa Beatrice e Pasqualino
PASQUAL. Sior Lelio me va metendo suso che bastona mia mugier, ma mi no ghho cuor. Poverazza! Cossa me fala? No vedo lora dandar a casa e de far pase co ela, e de dar un baso al mio putelo, che ghe vo tanto ben.
BEAT. So che Pasqualino un giovine di buon cuore, che ha dellamore per la nostra casa, onde vorrei che mi faceste un piacere.
PASQUAL. La me comanda pur in quelo che son bon.
BEAT. Vorrei comprarmi un abito, senza che lo sapesse mio marito. La mia mesata non me la dar che da qui a dieci giorni, onde intanto vorrei che mi prestaste dodici zecchini, che subito ve li render.
PASQUAL. Patrona: me maravegio, la se serva, anzi mi ghho ambizion a servirla. (le d i dodici zecchini)
BEAT. Da vero che vi son obbligata.
PASQUAL. Ghho tante obligazion con ela: possio far de manco?
BEAT. Siete un giovine molto proprio. Veramente pareva impossibile che foste figlio dun servitore.
SCENA QUINDICESIMA
Il marchese Ottavio e detti.
OTT. Oh, che si fa? Si gioca?
PASQUAL. Lustrissimo. (si alza)
OTT. No, state fermo; non vi movete. (si accosta alla moglie, che gli d in mano sei zecchini)
PASQUAL. La lustrissima siora marchesa se degna de ziogar con mi.
OTT. A che gioco giocate?
PASQUAL. A bazzega, per servirla.
OTT. Oib. Questo un gioco da ragazzi. Venite qua, giochiamo a un gioco pi bello.
PASQUAL. Anca ela vol ziogar?
OTT. Anchio giocher con voi.
PASQUAL. La se degna de ziogar con mi?
OTT. S, siete un mercante; siete un galantuomo; potete stare a tavolino con me. Non siete pi il figlio di Catinello.
PASQUAL. Grazie a la bont de vussustrissima. A che ziogo vorla ziogar?
OTT. A un gioco facile, facile. Alla bassetta.
PASQUAL. Ghe ne so poco, e sempre perdo.
OTT. Ora vincerete. Ecco sei zecchini di banco.
PASQUAL. O co beli! I par tuti dei mii.
OTT. Li ho riscossi ora da un affittuale.
BEAT. Via, tagliate, che metter anchio. (al Marchese)
PASQUAL. La minsegner ela a meter.
BEAT. S, fate come faccio io. Due a un zecchino.
PASQUAL. Un zechin xe tropo. (il Marchese va mescolando le carte)
BEAT. Eh, che lo vogliamo sbancare questo signor tagliatore, e poi voglio che facciamo una bella merenda.
PASQUAL. Son qua. Do a un zechin. (il Marchese fa il taglio, sfoglia, e il due vien primo)
OTT. Due ha perso.
BEAT. Va due a due zecchini.
PASQUAL. Va anca mi. (il Marchese seguita a sfogliare)
OTT. Ecco il due: avete perso.
BEAT. Va il terzo due a quattro zecchini.
PASQUAL. Va, caspita, a quattro zechini.
OTT. Va, non mi fate paura. Eccolo. Avete perso. (come sopra)
BEAT. Se siete giocatore, va il quarto.
OTT. Oh, il quarto non voglio.
BEAT. Non sapete giocare.
OTT. Eh, qui dentro non v nissuno. Va. (come sopra)
BEAT. Va sei zecchini. Pasqualino, metteteli su.
PASQUAL. E ela?
BEAT. Non mi voglio scaldare con mio marito. Metteteli voi.
PASQUAL. Va al quarto do sie zechini.
OTT. Ecco il quarto, avete perso.
PASQUAL. Oh maledeto do!
OTT. Va il quinto.
PASQUAL. Dovlo el quinto?
OTT. Ne metter dentro uno.
PASQUAL. S ben. Va do a diese zechini. (il Marchese mette un due nel mazzo, e sfoglia)
OTT. Siete sfortunato. Ecco il quinto due.
PASQUAL. Va il sesto.
OTT. No basta cos. Vedo che vi scaldate. Non voglio che perdiate troppo. Unaltra volta giocherete con pi fortuna. (si alza)
PASQUAL. Maledeto do.
BEAT. Anchio ho perso per conversazione.
PASQUAL. Cossa disela de quel do? El quarto do, el quinto do.
OTT. Accidenti del gioco.
PASQUAL. E tuti i me toca a mi. Perdo sempre. Ah, mia mugier dise ben! No ziogar, che ti perder la camisa.
OTT. Questa che avete fatto con me, non perdita che vi possa incomodare.
PASQUAL. Uno e do tre, e quattro sette, e sie tredese, e diese vintitr zechini in un tagio no xe poco.
OTT. Almeno li avete persi con un cavaliere; almeno potrete dire: ho giocato a tavolino col marchese di Ripaverde. (parte)
PASQUAL. Da qua diese zorni la me li dar, n vero, i mii dodese zechini? (alla Marchesa)
BEAT. Ve li dar. Di che avete paura? Non poco onore per voi laver prestato denari ad una dama mia pari. Potrete gloriarvi di aver fatto un piacere alla marchesa di Ripaverde. (parte)
SCENA SEDICESIMA
Pasqualino solo.
PASQUAL. Certo che el xe un gran onor, ma el me costa un pocheto caro. La borsa xe molto calada, e fenidi questi, no ghe n altri. Ma cossa dir Betina, che no la me vede? Poverazza! la pianzer, e mi ho tanto cuor de tratar mal con una che me vol tanto ben? Squasi squasi malediria lora e el ponto che ho cognoss Lelio. Mi no saveva che cossa fusse n ziogo n osteria n altri vizi, e lu me li ha insegnai; e lu mha fato chiapar gusto a la cativa vita che fazzo. Mi no pensava altro che a mia mugier e al mio putelo; obediva mio pare; tendeva ai mii interessi; no butava via un bezzo. Lelio xe st causa che ho strapazz e ho d a mia mugier, e per causa de Lelio ho speso, ho spanto, e deboto ho consum mile ducati, che ghaveva da negoziar. Qua bisogna resolverse de muar vita. Far pase co mia mugier; domander perdonanza al mio povero vecchio; tender al sodo; lasser el zogo; lasser le pratiche, torner quel che giera. Ma cossa dir i mii camerada? Cossa dir i amici? Tuti me burler; tuti dir: var quel gnoco de Pasqualin, el ghha paura de la mugier, e el ghha sugizion de so pare. Se no ziogo pi, no me refer mai de quel che ho perso. Se no vago a lostaria, i dir che vogio far el chietin([8]). Se no vago pi a le conversazion, i dir che ghho ancora del barcariol. Vago vedendo che xe pur tropo vero quelo che me diseva un omo da ben: Sto mondo xe una scala; sul primo scalin ghe sta la vert, su lultimo ghe sta el vizio. Per passar da la vert al vizio, se va zo per la scala a tombolon; ma per tornar dal vizio a la vert, bisogna far un scalin a la volta; se se straca, se fa fadiga, e poche volte se ghe pol arivar. (parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
Camera in casa di Bettina.
Bettina, poi Pantalone
BETT. Oh povereta mi! Cossa mai xe sta cossa? Pasqualin no se vede. Che ghe sia sucesso qualche desgrazia? Se savesse dove andarlo a cercar, anderia. Xe do zorni chel me manca; do zorni xe che sto sassin me fa sgangolir([9]). Mo ch cuor ghalo? Mo che coscienza ghalo? Ma cossa mai xeli sti omeni, che i xe cuss baroni? I ghha del vin in caneva, e i vol andar a bever al magazen. I ghha la mugier in casa, e no ghe basta, i ghe ne vol unaltra fora de casa. Ma Pasqualin che giera tanto bon che nol ghaveva un vizio a sto mondo, chel primo ano el me tratava come una rezina, adesso el ghha tuti i vizi, nol me vol pi ben, nol ghe pensa pi de mi; el me strapazza, el me d, e gnanca nol vien a casa? (piange) Malignaze pratiche, malignazo ziogo, malignaza mi, co mho marid.
PANT. Oe, dove seu, siora niora? Seu qua? (di dentro)
BETT. Uh! sior Pantalon. (No vogio chel me veda a pianzer. No vogio chel sapia gnente de so fio). (si asciuga le lagrime). Son qua, son qua, sior missier. Che la resta servida.
PANT. Cossa feu, fia mia, steu ben?
BETT. Benissimo, per grazia del cielo. E elo?
PANT. Cuss da vecchio. Cossa xe de mio fio?
BETT. El xe and fuora de casa za un poco.
PANT. Xelo st a disnar a casa?
BETT. Sior s; no vorlo?
PANT. Vard che male lengue! Me xe st dito, che xe do zorni che nol vien a casa.
BETT. Giusto! Do zorni che nol vien a casa? Cara ela chi ghe lha dito?
PANT. La furtariola.
BETT. Cossa sala i fati mii la furtariola?
PANT. La dise che ghe lha dito Momola.
BETT. Frasconazza! Lavr dito per rider.
PANT. Cara vu, diseme la verit. Ve tratelo ben mio fio?
BETT. No vorla chel me trata ben? Cossa ghe fazzio mi, chel mabia da tratar mal?
PANT. Zioghelo pi?
BETT. Sior no.
PANT. Ghalo pratiche?
BETT. Oh sior no.
PANT. Valo pi con quei scavezzacoli che landava?
BETT. Gnanca.
PANT. Ve crelo?
BETT. No da seno.
PANT. Ve strapazzelo?
BETT. Gnanca per ombra.
PANT. E pur ho savesto chel vha d una slepa.
BETT. Una slepa? Chi ghe lha dito?
PANT. Momola me lha dito.
BETT. Momola xe in cusina. Dove lalo vista? Dove ghalo parl?
PANT. Ho batuo: la xe vegnua al balcon, e avanti de tirar, la me lha dito a forte, che tutti ha sentio: No la sa sior Pantalon? El paron ha d un schiaffo a la parona.
BETT. Petegola monzua! Ghe vogio tirar la peta([10]) come che va.
PANT. E la furtariola che ha sentio cuss, la mha cont el resto.
BETT. Tute busie, sior missier; no la creda gnente.
PANT. So che vu s una bona mugier; ma no vorave chel tropo amor che ghav per el vostro mario, ghe filasse el lazzo([11]), e lo fasse deventar pi cativo.
BETT. Mi de Pasqualin no me posso lamentar.
PANT. Cossa vol dir che no ghav el vostro bisogno, e che ogni zorno bisogna che ve manda da disnar?
BETT. Ogni zorno la dise? Xe da poco in qua solamente. Pasqualin, coi bezzi che la ghha d, lha compr de la roba per tornarla a vender; adesso nol ghha bezzi, e per questo nol me ne d.
PANT. Cossalo compr de belo?
BETT. Mi no so i fati soi.
PANT. Betina, Betina, vu lo vol coverzer, ma mi so tuto.
BETT. El saver pi de mi.
PANT. Faressi megio a tornar a casa mia.
BETT. Se ghe vien mio mario, ghe vegno anca mi.
PANT. No lo vogio pi quel furbazzo. Per un ano el xe st bon, e sav quanto ben che ghe voleva. Co lha scomenz a praticar, el mha roto el scrigno, el mha port via la roba de casa; e per no sentirme a criar, lha volesto cavarse de casa mia. Lho lass andar, sperando chel fasse giudizio, e ha parso chel se drezzasse un pocheto. Ghho d mile ducati da negoziar, ma i dise che deboto nol ghe nha pi. No vogio, sti quattro zorni che ho da star a sto mondo, reduserme a domandar la limosina per causa soa. Se vu vol vegnir, s parona, ma lu no certo.
BETT. Se nol vien elo, gnanca mi seguro.
PANT. Ben, star mal tutti do.
BETT. Pazienzia. El xe mio mario, bisogna che staga con elo.
PANT. Anca se nol ve dasse da magnar?
BETT. Anca sel me fasse morir da fame.
PANT. Anca sel ve bastonasse?
BETT. Anca sel me copasse.
PANT. And l, che s una gran bona mugier; pec che ghabi un cattivo mario.
BETT. Per mi el xe ben.
PANT. Co nol vien a dormir a casa, nol sar tropo bon.
BETT. (Le massere e le galine xe quele che insporca le case). (da s)
PANT. Dis, fia mia, cossa fa el putelo?
BETT. El sta ben. Se la lo vedesse, el vien tanto fato.
PANT. Cara vu, lassemelo veder.
BETT. Volentiera. Lho infass che xe poco. Momola.
SCENA DICIOTTESIMA
Momola e detti.
MOM. Siora. (di dentro)
BETT. Dormelo el putelo?
MOM. Siora no. (di dentro)
BETT. Portelo qua che so nono lo vol veder.
MOM. Adesso, siora, lo porto.
BETT. El xe la pi cara cossa del mondo. Co el sente a vegnir el pap, el sbate le man e i pie co fa un ometo; e co schieto che el dise pap.
MOM. Velo qua, sior nono, velo qua. (porta il bambino a Pantalone)
PANT. Vien qua, le mie vissere, vien qua, sangue mio. Vard se no el me someggia tuto.
BETT. Certo, el ghha tuti i so ochi.
PANT. (Fa carezze al bambino.)
BETT. (Baroncela, ti ghha dito de la schiaffa, ah?) (a Momola)
MOM. (Mi no ghho dito gnente, siora). (a Bettina)
BETT. Tasi, che ti me la pagher.
MOM. No in veritae gnanca. Oe, mi ghho dito, sior Pantalon... (a Pantalone)
BETT. Via de qua, frasconazza.
MOM. Sia malignazo! Sempre la me cria. (parte)
PANT. Pantaloncin, Pantaloncin, el nono, el nono, tanto ben al nono, tante carezze al nono. El nono, col sar grando, el ghe far tante bele cosse. Sent, niora, co sto putelo ghha tre ani, subito ve lo tiogo.
BETT. Perch me lo vorlo tior?
PANT. Perch no vogio che vostro mario lo arleva mal. I putei da picoli bisogna arlevarli ben, chi vol che da grandi i sia boni; e un pare che ghha dei vizi, ai fioi no pol insegnar le virt. Mi lo arlever come che va, mi lo mander a scuola, mi lo far un ometto.
BETT. Basta, da qua tre ani ghe xe tempo; ma el sangue mio lo vogio con mi.
PANT. Vela qua. Le mare le vol con ele el so sangue; le spasema, le delira e le xe causa de la rovina dei fioi. Vustu el nono, caro, vustu vegnir a star col nono? S ben, tol, el dise de s. Oh caro! Siestu benedio! (lo bacia)
BETT. Mo via, nol lo basa pi, che deboto el ghha fato la schiza([12]).
PANT. Lass che me lo strucola ancora un poco. I pari no i ghha altra consolazion al mondo che veder i fioi dei so fioi. Oh, quanto che pagherave a veder nassui anca i fioi de Pantaloncin.
BETT. Momola. (leva il bambino a Pantalone)
MOM. Siora.
BETT. Ti sto putelo, metilo in cuna.
MOM. Siora s. Xe qua siora Cate.
PANT. Ti sto altro baso, Pantaloncin.
MOM. Vard, el ghha lass suso le bave. (parte)
PANT. Scagazzera! Mi no ghho bave. Mha parso che la diga che xe qua siora Cate.
BETT. Sior s, la xe ela.
PANT. Se vho da dir la verit, sta vostra sorela no la me piase gnente; no ghho gnente de gusto che la ve pratica per casa.
BETT. La sarave bela, la xe mia sorela.
PANT. Le sorele, le mare, le cugnae, le zermane, le xe quele che mete su le mugier. Mi, se mavesse pi da maridar, vorave tior una mula([13]).
SCENA DICIANNOVESIMA
Catte col zendale sulle spalle, detti.
CAT. Patron, sior Pantalon. (passeggiando in collera)
PANT. Bond sioria, siora.
BETT. Coss che ti xe cuss scalmanada?
CAT. Oh, tho da contar. (come sopra)
BETT. De cossa mai?
CAT. De le bele cosse de to mario.
BETT. Oh povereta mi! Cossa mai sar?
PANT. Via, siora, abi un poco de giudizio. Se sav qualcossa, se tase; a la mugier no se ghe dise tuto. (a Catte)
CAT. S ben, vogio taser. Uh povera negada! Certo che ti ghha un bon mario, vara! (a Bettina)
BETT. Mo via, cossalo fato?
PANT. Via, butla fora a la prima([14]): cossalo fato?
CAT. Cossa che lha fato? Ho scoverto tuto. Dei mile ducati nol ghe nha deboto pi. E saveu dove el li ha consumai? Indivinla mo?
BETT. Al magazen?
CAT. Oh giusto!
BETT. In cale del Carbon?
CAT. In casa de la lustrissima siora marchesa. El xe l perso, morto, incocalio([15]). Lori i xe al giazzo, e lu spende. Ti, povera grama, ti zuni, e l se tripudia.
BETT. Pussibile sta cossa?
CAT. S anca varenta i mii ochi([16]), vara.
PANT. Siora marchesa de Ripaverde, mugier de quelo che giera inamor de Betina?
CAT. Giusto quela.
BETT. Una persona civil fa de sta sorte de azion?
CAT. La fame, cara sorela, fa far de tuto.
BETT. Ma se i giera tanto richi?
CAT. No xe miga oro tuto quel che luse. Se ti savessi quanti che ghe xe che fa fegura de richi, e i va frizendo! Tuti i gropi i vien al ptene([17]), e bisogna che i daga el preterito in tera.
BETT. Pussibile che el mio Pasqualin me fazza sto torto?
CAT. Sel tha fato torto? E come!
PANT. Che no la sia qualche falopa([18]), compagna de quela de la turchese e del tabaro compr su le stiore. So che s una busiara.
CAT. Coss sta busiara? Me maravegio de ela, che la parla in sta maniera. La sha neg mia sorela a tior so fio, che nol giera degno daverla.
BETT. Ma da chi laveu savesto chel pratica in quela casa?
CAT. Brighela lha dito in confidenza a Arlechin mio mario, perch i xe patrioti, che i se cognosse; e mio mario me lha confid a mi, perch el sa che no parlo.
PANT. E vu mo laveu dito a nessun?
CAT. No lho dito a altri che a la fornera, che ti sa che dona che la xe.
PANT. No passa doman, che tuta Venezia lo sa.
BETT. Me despiase, che tute le me dise: tiol, vedeu? Av volesto? Vostro dano. Pazienza! Tuto me toca a mi.
PANT. Vogio andar a veder, se trovo sto desgrazi; siben che l marid, son ancora so pare, e trover la maniera de castigarlo. Vard chi lavesse dito! Con quanta consolazion ho recevesto da dona Pasqua la niova, che in vece de Lelio, Pasqualin giera mio fio! Mha parso daver vadagn un tesoro. Giera tanto apassion per i costumi indegni de Lelio, e giera tanto inamor de queli de Pasqualin, che senza cercar altre prove de quelo che dona Pasqua mha dito, ghho credesto a ochi serai, parendome de vadagnar anca quando la mavesse ingan. Pur tropo per sta cossa son st critic; pur tropo xe st dito che no ghe doveva creder cuss facilmente, che doveva cercar prove pi chiare de la verit. E se dona Pasqua fusse pi viva, vorave cercar ancuo quelo che non ho cerc za do ani, co la speranza de poderme tacar a qualche anzin, e liberarme anca da staltro fio. Ma no, che siben che l devent scavezzo,([19]) la natura me parla in so favor, e piutosto che perderlo cativo, bramo recuperarlo bon. Betina, abi pazienza. Cerchelo vu, che lo cercher anca mi. Procureremo, vu co le lagreme de mugier, e mi con quele de pare, de remetterlo in carizada([20]). No ve stuf de considerarlo per vostro mario, che mi no me stracher darecordarme chel xe mio fio. Ghho el cuor ingrop, no posso pi. Niora, el cielo ve benediga e ne daga pazenzia. (parte)
SCENA VENTESIMA
Bettina e Catte
BETT. Povero pare! El me fa pec.
CAT. Povero pare? Povera mugier, ti doveressi dir. Ma mi, se fusse in ti, la vorave far bela.
BETT. Cossa voressi far, cara vu?
CAT. Vorave con una fava chiapar do colombi. Voria refarme de Pasqualin, e vendicarme de quela lustrissima de faveta.
BETT. Come mai poderavio far?
CAT. Sior marchese ancora te vol ben; vorave farlo vegnir in casa, e in sta maniera ti te vendicheressi de so mugier e de to mario.
BETT. Povera senza cervelo, che bisogna che ve lo diga. Un bel rimedio che minsegn. Dei vostri soliti consegi che me davi da puta.
CAT. Lo fala siora marchesa? Ti lo pol far anca ti.
BETT. Mi no vardo quel che fa i altri, ma so quelo chho da far mi.
CAT. A bon conto to mario te abandona.
BETT. Se lu me abandona mi, mi no labandoner elo.
CAT. I bezzi xe andai.
BETT. Pazenzia.
CAT. La roba el la vender.
BETT. Nimporta.
CAT. El te dar de le bastonae.
BETT. E mi le tor.
CAT. El sar sempre un cativo mario.
BETT. E mi sar sempre una bona mugier.
CAT. Ti xe una mata.
BETT. Ghho pi giudizio de vu.
CAT. Mi no te vegnir pi in ti versi.
BETT. Far de manco de vu.
CAT. Sior Pantalon se stufer.
BETT. Ghe vor pazenzia.
CAT. Ti sar abandonada da tuti.
BETT. No me mancher la providenza del cielo.
CAT. Vago via.
BETT. And a buon viazo.
CAT. Ti vol desgustar una sorela che te vol ben, per un mario che te trata mal?
BETT. El vostro ben l pezo del mal che me fa mio mario.
CAT. Povera sporca.
BETT. Povera senza giudizio.
CAT. Te veder ancora andar a cercando.
BETT. Piutosto ander cercando, che far una cativa azion.
CAT. Ti stada mata da puta, e ti xe mata maridada.
BETT. Son stada una puta onorata, adesso vogio esser una bona mugier.
CAT. La zente dise che xe dificile.
BETT. Lo dise la zente cativa, no la zente bona.
CAT. Ors, son stufa de ti.
BETT. E mi son agra de vu.
CAT. Fa a to modo, che ti viver de pi.
BETT. Se no viver de pi, viver megio.
CAT. Se ti vedi Pasqualin, saludelo da parte mia.
BETT. Se no lo vedo, lo saludo col cuor.
CAT. Ti ti lo saludi col cuor, e elo te far un prindese co siora marchesa. (parte)
SCENA VENTUNESIMA
Bettina sola.
BETT. Che i diga quel che i vol, no mimporta. Pasqualin se stufer de far la vita chel fa; el torner a far giudizio; el se pentir de tuto quel chel mha fato, e alora, pensando al ben che ghho volesto, a la fede che ghho conserv, el me chiaper sempre pi a ben voler, e el me dar tante consolazion, quanti baticuori chel mha fato provar. Remeto la mia causa al cielo, a quelo racomando el mio Pasqualin, racomando el mio povero putelo, fruto inocente del nostro amor. El cielo remedier, el cielo proveder. Chi se confida in tel cielo, no pol perir. (parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera dosteria con tavola preparata con piatti, vino, ecc.
Lelio, Pasqualino, Arlecchino, Sbrodegona, Malacarnee due compagnoni, tutti a tavola, che mangiano, bevono e stanno in allegria.
LEL. Alla salute di questa bella ragazza. (beve)
TUTTI Evviva.
PASQUAL. Evviva sta bela puta. (beve)
TUTTI Evviva.
ARL. A la salute de ste do verginele. (beve)
TUTTI Evviva.
LEL. Che ne dite, eh, Pasqualino? Questo si chiama vivere, questo si chiama godere il mondo.
PASQUAL. Oh che gusto! Oh che spasso! Oh che bel divertimento! Magnar ben, bever megio, e aver arente de sta sorte de tochi, bisogna star aliegri per forza. (accenna le due femmine)
ARL. Ma! gran mi! Mi son quelo che trova fora de sta sorte de roba.
LEL. Evviva Arlecchino. Beviamo alla sua salute. Evviva Arlecchino. (bevono tutti)
PASQUAL. Evviva Arlechin.
TUTTI Evviva, evviva.
SBR. Che bel anelo, che ghha sior Pasqualin.
PASQUAL. Ve piaselo, Sbrodegona? S parona.
SBR. Magari chel me lo donasse.
PASQUAL. Tiol, cara, ve lo dono volentiera. (le d un anello)
SBR. Grazie.
MALAC. E a mi, sior Lelio, me donela gnente!
LEL. Volete bere? Ecco un bicchier di vino.
MALAC. Vard! Sbrodegona ha abuo un anelo, e mi gnente.
LEL. Un anello poi lo vorrei impiegar un poco meglio.
PASQUAL. Tiol via, tas, tiol sta scatola. (dona una tabacchiera a Malacarne)
MALAC. Grazie, sior Pasqualin. A lu ghe nindormo. (a Lelio)
LEL. Ed io vho in tasca.
SBR. Caspita! La scatola che ha abuo Malacarne, val pi de lanelo.
MALAC. Ti te voressi meter con mi?
SBR. Chi estu ti?
MALAC. E ti chi estu?
SBR. No ti xe degna de zolarme le scarpe.
MALAC. Povera sporca, no ti me cognossi.
SBR. A mi sporca?
MALAC. A ti, s ben, a ti.
SBR. Vustu zogar che te tiro un piato in tel muso?
MALAC. Te sfriso co sto goto, vara.
SCENA SECONDA
Cameriere dosteria e detti.
CAM. Zitto, che siate maledette! Sempre strepiti sullosteria. Favoriscano, signori, chi di lor signori che ha nome Pasqualino?
PASQUAL. No me cognoss? Mi ghho nome Pasqualin.
CAM. Compatisca, son forestiere. poco che io sono in Venezia, non la conosco.
PASQUAL. Cossa voleu da mi?
CAM. Vi un certo vecchio colla veste nera e la barba lunga, che cerca di vossignoria.
PASQUAL. Oh povereto mi! Mio pare.
LEL. Ditegli che non c. (al Cameriere)
PASQUAL. S, diseghe che no ghe son.
CAM. Io, che so vivere, glielho detto, ma egli vuole salire assolutamente.
PASQUAL. Cossa farogio, povereto mi? Cari amici, lass che me sconda.
ARL. Basta che la se contenta de pagar el disnar, e la se sconda quanto che la vol.
PASQUAL. S ben, pagher. Lasseme sconder; and via, lasseme qua mi; pagher mi.
LEL. Non abbiate soggezione...
PASQUAL. Velo qua chel vien. (si asconde sotto la tavola)
SCENA TERZA
Pantalone e detti.
PANT. Buon pro, patroni. (va guardando se vede Pasqualino)
ARL. Comandela, sior Pantalon? La resti servida; la senta sto vin, sel ghe piase. (salza da tavola con un bicchier di vino)
PANT. No, ve ringrazio; fra pasto no bevo.
ARL. No la me fazza sto torto. (gli offre un bicchiere di vino)
PANT. Ve son oblig, come se lavesse recevesto. (E pur i mha dito de seguro chel ghe xe). (da s, osservando lintorno)
ARL. Per favor, per finezza, la ghe meta suso la boca. (come sopra, gli offre il vino)
PANT. Via, recever le vostre grazie. (lo vuol prendere)
ARL. A la so salute. (egli stesso lo beve)
PANT. (Che creanza da aseno! Quelo xe el tabaro de Pasqualin). (vede il tabarro di Pasqualino, attaccato alla parete)
LEL. Vuol favorire, signor padre? (a Pantalone)
PANT. Per grazia del cielo, no son pi vostro pare, e se fussi st veramente mio fio, a stora saressi un pezzo lontan de qua.
LEL. In Levante a drittura mi volevate mandare?
PANT. Vard che bela cossa! Missier Menego vostro pare, poverazzo, el se sfadiga, el xe a un tragheto per vadagnarse el pan, e vu qua a lostaria co le squaquarine.
SBR. Coss ste squaquarine, sier vecchio mato?
MALAC. Parl ben, sav, perch se no scoverzir tuti i vostri petoloni([21]).
PANT. Via, tas l.
MALAC. So tuto, sav, e siben che s vecchio...
PANT. Via, me maravegio dei fati vostri.
LEL. Sar meglio che ce nandiamo nellorto, e che lasciamo questo vecchio pazzo.
SBR. Andemo pur dove che vol.
MALAC. Andemo a chiapar un poco daria, che ghho la testa calda. (Lelio e i compagni partono, dando mano alle donne)
SCENA QUARTA
Pantalone, Arlecchinoe Pasqualino sotto la tavola.
PANT. Vard che roba! Vard che razza de zente! Vard dove e come se perde la zovent! (osservando quelli che partono)
ARL. Sior Pantalon, comandela un altro goto?
PANT. No, vecchio, ve rengrazio. Piutosto, se vol che ve ne paga una grossa, lo far volentiera.
ARL. La me far grazia; la bever a la prosperit de la so decrepitezza.
PANT. Dis quel che vol, che no ghe penso. Tiol, questa xe una lirazza([22]), ma feme un servizio, diseme se qua ghe giera Pasqualin mio fio.
ARL. Se el ghe giera, no vol miga dir se el ghe xe?
PANT. Mo no certo.
ARL. Donca nol ghe giera.
PANT. Quel tabaro de chi xelo?
ARL. El me par el tabaro de sior Pasqualin.
PANT. Donca Pasqualin giera qua.
ARL. El qua va ben; ma l quel giera che no va ben.
PANT. Ma cossa ogio da dir?
ARL. Dis quel che vol, che no mimporta gnente.
PANT. Mi ve domando de mio fio.
ARL. E mi ve respondo de vostro fio.
PANT. Xelo st qua a disnar con vu?
ARL. Sior no: mi son st a disnar con elo.
PANT. Donca av disn insieme.
ARL. Insieme.
PANT. Donca el giera qua.
ARL. E mi ve digo che nol giera qua.
PANT. Ma vu dove aveu disn?
ARL. Mi ho disn qua.
PANT. E av disn con mio fio?
ARL. Ho disn con vostro fio.
PANT. Donca mio fio giera qua.
ARL. Donca vostro fio no giera qua.
PANT. Mo va l, che ti xe un gran alocco.
ARL. Mo and l, che s un bel aseno.
PANT. Te compatisso, perch ti xe un toco de mato. Vien qua, e respondeme a ton. Mio fio ha disn qua.
ARL. Lha disn qua.
PANT. E dopo disnar dove xelo and?
ARL. In nissun liogo.
PANT. Donca el xe ancora qua.
ARL. Oh! el xe va un poco megio de el ghe giera.
PANT. Ma dove xelo?
ARL. Zitto, vegn qua da mi. (lo tira in disparte) Deme unaltra lirazza, e saver cossa che vol dir el ghe giera, e el ghe xe.
PANT. Tol pur. (gli d una moneta, volgarmente detta una lirazza)
ARL. El ghe giera col giera a tola, el ghe xe adesso sotto la tola. (parte)
SCENA QUINTA
Pantalone e Pasqualino, come sopra.
PANT. Oh siestu maledio col ghe giera e col ghe xe! Adesso lintendo. Sto furbazzo el mha sentio mi, e el sha sconto. (Adesso lo vogio giustar co le zeolete). (Da s; va furioso verso la tavola, poi si ferma) Ma no xe megio andar co le bone? De le volte unamorosa corezion ghha pi forza de un severo castigo. Lo far vegnir fora, ghe parler da pare, e sar veramente pare, sel se resolver de tratar da fio. (Pantalone saccosta alla tavola, alza la tovaglia e scopre Pasqualino, che senza dir nulla esce, e fa una riverenza a Pantalone, e va per prendere il suo tabarro e per andarsene, e Pantalone lo ferma) Fermeve; no and via. No son qua n per criarve, n per manazzarve, e molto manco per castigarve. Finalmente son pare, e ad onta de tuto quelo che mav fato, ancora ve vogio ben. Vedo pur tropo, che per causa de la zente cativa che vha messo su, no son pi in istato de comandarve. Ve prego donca, ve prego per carit de ascoltarme. Ve domando un mezzo quarto dora per cortesia; ve posso domandar manco, dopo de tuto quelo che ho fato per vu? Me ascoltereu, respondeme, me ascoltereu?
PASQUAL. Sior s, vascolter. (con voce sommessa e tremante)
PANT. Met zo quel tabaro.
PASQUAL. Ve cognosso che me vol dar. (come sopra)
PANT. No, Pasqualin, te lo zuro da pare che te son, no te dago e gnanca no te crio. Me basta che ti mascolti, e no vogio altro.
PASQUAL. Son qua, ve ascolto, e no me movo.
PANT. Dame una cariega.
PASQUAL. Subito. (Tremo da cao a pie). (da s, e gli porta una sedia)
PANT. Vustu sentarte anca ti?
PASQUAL. Mi no son straco.
PANT. Via, caro fio, vien qua, sentete anca ti arente de to pare. Za no ghe xe nissun, e el camerier mha promesso che, fin che ghe son mi, no vegnir altri. Sntete, fame sto servizio.
PASQUAL. Per obedirve, me senter. (No so in che mondo che sia). (da s, prende una sedia e siede anchesso)
PANT. (El scomenza a chiapar fi; spero un poco la volta de tornarlo a drezzar). (da s)Dime, Pasqualin, sastu adesso dove che semo?
PASQUAL. Credeme, sior pare... (tremante)
PANT. Respondime a quel che te domando. Sastu dove che semo?
PASQUAL. A lostaria.
PANT. Cossa distu, che bel devertimento che xe lostaria! Te par chel sia un liogo proprio e civil per un puto che xe nato ben? Per un fio dun marcante onorato e de credito? Te par che lostaria sia a proposito per un omo marid, per un pare de fioi, per un zovene de boni costumi che ghha giudizio, e che ghha fin de reputazion? Varda, caro el mio Pasqualin, varda chi pratica lostaria, varda con chi ti perdi el to tempo, con chi ti prostituisci la to estimazion, el to onor, quelo de la to casa e quelo del to povero pare. Lelio, fio dun barcariol; Arlechin sportariol([23]), imbriagazzo e mezzan; do baroni de piazza, che sar forsi do spioni, do bari da carte, o do sicari, do done avanzae da lospeal o dal lazzareto. E ti tuto aliegro e contento ti godi, ti ridi, ti te deverti in mezzo a sta sorte de zente? Senza pensar a una mugier zovene, bela, onorata, e che te vol tanto ben? Senza refleter a to pare, che xe in istato de fenir co desperazion i so zorni per causa toa? Senza arecordarte del to sangue, de quella povera creatura inocente, che per mancanza de alimento se nutrisse co le lagreme de so mare? Ah Pasqualin, ah fio mio, se no ti ghe pensi de mi, se la mugier no la te toca el cuor, almanco quel povero putelo te mova a compassion; ma pi de tuto ancora pensa a ti medemo, varda in che stato che ti te trovi pensa a quel che ti pol deventar. Varda, caro fio, fin che ti xe st bon, el cielo tha volesto ben, per i to boni costumi el sha mosso a piet de ti, e lha fato che se scoverza to pare per megiorar la to condizion. Xela questa la recompensa a le grazie del cielo? Cuss ti te servi de quella fortuna chel ciel tha d? Varda Pasqualin, che lingratitudine xe el vizio pi detestabile de la umanit. Remedieghe fin che gh tempo, lassa le male pratiche, buta da banda i vizi, torna quel che ti gieri con mi, e mi sar quel che giera con ti; prometime de scambiar vita, desser bon, de voler ben a la to cara mugier, e mi son qua, te esebisso la mia casa, el mio scrigno, el mio sangue, se ti lo vol.
PASQUAL. Ah, sior pare, no posso pi!... (si getta a suoi piedi piangendo)
PANT. Via, fio mio, no pianzer. Fate anemo, fate coraggio. Quel che xe st, xe st. No ghe ne parleremo mai pi.
PASQUAL. Ve domando perdon... (come sopra)
PANT. A mi no vi che ti domandi perdon, perch tho perdon. Domanda perdon al cielo, e fa cognosser chel to pentimento xe vero col scambiar vita.
PASQUAL. Veder quel che far... (come sopra)
PANT. Via, levete suso; no me far intenerir davantazo.
PASQUAL. Lass che ve basa la man. (gli bacia la mano, e salza)
PANT. S, caro, ti. Xe st grando el contento che ho abuo za do ani, acquistandote per mio fio; ma xe ben pi grando el contento che provo ancuo, tornandote a recuperar dopo che taveva perso.
PASQUAL. Mia mugier cossa dirala co la me veder?
PANT. La te trar i brazzi al colo: la pianzer da la consolazion.
PASQUAL. A Rialto cossa diseli de mi? Me vergogno a lassarme veder.
PANT. Gnente, fio mio, ti vegnir con mi, e tuti te veder volontiera.
PASQUAL. I mile ducati i xe deboto andai.
PANT. Nimporta gnente. Son qua mi; son to pare; ti veder quel che far per ti.
PASQUAL. Oh, sior pare, no me credeva mai che me volessi tanto ben!
PANT. Senti, Pasqualin, te vogio ben, e ti lo vedi da la maniera che adesso te trato. No creder per miga che sia un pare de stuco, che no sapia come se fa a castigar i fioi. Sta volta tho perdon, ma no te assicurar che in tun caso simile tornasse a perdonarte; anzi in tel tempo istesso che ti ricevi el mio perdon, trema de la mia clera, e di: Se mio pare xe st tanto bon a perdonarme sta volta, el sar tanto pi fiero a castigarme se mai pi faler.
PASQUAL. No, certo, mai pi, sior pare...
PANT. Basta cuss. Andemo.
PASQUAL. Andemo da mia mugier. No vedo lora de dar un baso al mio caro fio.
PANT. Ah Giove, deme grazia chel diga la verit!
SCENA SESTA
Cameriere dellosteria e detti.
CAM. Signore, prima di partire, mi favorisca di pagare il conto. (a Pasqualino)
PANT. A vu toca pagar? (a Pasqualino)
PASQUAL. Sior s, ho dito che pagher mi.
PANT. Vedeu! cuss se usa da sta sorte de zente. Se magna, se beve, se gode la machina, e el gonzo([24]) paga. (a Pasqualino)Lass veder a mi quel conto. (al Cameriere)
CAM. Prenda pure. (gli d la lista del conto)
PANT. Che diavolo! Trentacinque lire?
CAM. Hanno bevuto due secchi di vino di Vicenza.
PANT. Ma questo xe un conto tropo alter. Sav che av da far con un grezzo([25]) e ve preval de locasion? Con vinti lire el conto xe pag.
CAM. Io non centro. Parli col padrone.
PANT. S ben, ander mi al banco a parlar con elo. Pasqualin, aspeteme qua che vegno. Vard cossa che me toca far in tempo de mia vechiezza! Su per le osterie a far i conti co losto. Gramarz al mio sior fio. Sarala fenia? (a Pasqualino)
PASQUAL. Oh fenia, ve lo zuro.
PANT. Prego el cielo, che la sia cuss. (parte col Cameriere)
SCENA SETTIMA
Pasqualino solo.
PASQUAL. Che confusion! Che vergogna! Co mio pare la xe giustada, come anderala co mia mugier? Ma via, anca co la mugier la se giuster, ma cossa dir el mondo de mi? I mii amici, i mii camerada cossa dirali? Come! Me lasser vencer dai respeti umani, e me far pi paura le parole dei vagabondi de quel che sia la colera de mio pare e le lagreme de mia mugier? No, ho promesso, vogio mantegnir, vogio muar vita. Se seguitava sta strada, la giera el mio precipizio. Ringrazio el cielo, che mha ilumin. Ringrazio mio pare, che mha d la man per tirarme fuora da un laberinto, dal qual da mia posta no me podeva mai liberar.
SCENA OTTAVA
Lelio e detto.
LEL. Pasqualino, che diavolo fate? Siamo nellorto che vaspettiamo, e voi non venite?
PASQUAL. Caro amigo, lasseme star. (confuso)
LEL. Che cosa avete? Vi ha ritrovato vostro padre?
PASQUAL. Pur tropo el mha trov.
LEL. Vi avr dato una potentissima gridata.
PASQUAL. No, nol mha cri, el mha parl con amor. Ghho promesso de muar vita. Bisogna che vaga con elo.
LEL. Come! Pianterete cos la conversazione? Vi par questa una azione da galantuomo? Quei buoni amici vi aspettano, le donne vi sospirano; e voi avrete s poca creanza di non venire, di burlarci e di mancar di parola?
PASQUAL. Mio pare mha dito e mha fato tocar con man, che lostaria no la xe da persone civili.
LEL. Vostro padre un vecchio pazzo. Quandera giovine, non diceva cos. Allosteria vi vanno cavalieri, titolati, nobili, cittadini, di tutti i ranghi, di tutte le condizioni; e non si perde niente, quando si spendono i suoi quattrini onoratamente.
PASQUAL. S, ma co quela sorte de zente?
LEL. Sono due galantuomini; sono due donne proprie e civili. Ma lasciamo andar queste istorie. Se vedeste come ballano quelle due ragazze; fanno proprio cader il cuore per dolcezza. Che brio! che grazia! Quella poi chera presso di voi, va dicendo: Dov Pasqualino, dov il mio caro Pasqualino? Non posso vivere senza di lui. Sarebbe una discortesia, unazion troppo barbara, se non veniste a darle nemmeno un addio.
PASQUAL. La me minzona([26])? La me cerca? (si va rasserenando)
LEL. Sospira, delira per voi.
PASQUAL. E la bala cuss pulito?
LEL. A perfezione. Brilla con quel pi piccolino, che farebbe innamorare i sassi.
PASQUAL. E mia mugier che maspeta?
LEL. Un giorno pi, un giorno meno, non importa. Anderete a casa domani.
PASQUAL. Oh Dio! Mio pare cossa diralo?
LEL. Vostro padre dica quello che vuole; gi poco pu vivere, e la sua roba ha da essere vostra, voglia o non voglia. Cosa serve lesser ricco, se non si gode? Il mondo bello per chi lo sa prendere. Vagliono pi quattranni di giovent bene spesa, che trenta di vecchiaia stentata e affaticata. Fate a mio modo, prendetevi spasso fin che potete; a far da vecchio v tempo. Andiamo a ritrovare le nostre ragazze.
PASQUAL. Vegniria volentiera, ma mio pare me fa paura.
LEL. Cosa vi pu fare vostro padre? Non siete pi un ragazzo da bastonarvi.
PASQUAL. El me far tior suso dai zaffi.
LEL. S, come voleva fare a me quando mi credeva suo figlio. Io verr con voi, n avremo pi paura di cento sbirri. Tenete questo stilo e non dubitate. (gli d uno stilo)
PASQUAL. Cossa ogio da far de sto stilo?
LEL. Mettetevelo in tasca, e alle occorrenze vinsegner io come si mette in opera.
PASQUAL. Vien mio pare. (tremando)
LEL. Andiamo presto. Tenete il vostro tabarro.
PASQUAL. No ghho coragio.
LEL. Siete troppo vile.
PASQUAL. No so cossa risolver.
LEL. Quella giovine per voi sospira.
PASQUAL. Via, andemola donca a trovar.
LEL. Bravo.
PASQUAL. Oim, se mio pare no me trova pi...
LEL. E se quella donna muore per voi?
PASQUAL. Povereta! andemola a consolar. (partono)
SCENA NONA
Il Cameriere, incontrandosi con Lelio che parte, parla verso la scena.
CAM. S, signore, non dubiti che sar servita. Nellorto non ci verr. Dir che sono andati via per la porta di strada. Gran bella vita fanno questi giovinotti, ma dura poco, perch i danari finiscono; perdono la salute, e si mettono a viver bene, quando non hanno pi il comodo di viver male.
SCENA DECIMA
Pantalone e detto.
PANT. Quanta fadiga che ghha volesto... Pasqualin, dovestu? Pasqualin. Dis, quel zovene, dovelo and Pasqualin?
CAM. andato fuori dellosteria, in compagnia del signor Lelio e degli altri suoi camerata.
PANT. Come! l and con Lelio?
CAM. S, signore, con lui.
PANT. E coi altri camerada? Anca co le done?
CAM. Non lo volevo dire. Anco con le donne.
PANT. Oh povereto mi! Cossa me toca sentir.
CAM. Vuol altro da me, signore?
PANT. And in malora anca vu.
CAM. Quando suo figlio verr allosteria, verr da lei a portare il conto. (parte)
SCENA UNDICESIMA
Pantalone solo.
PANT. Burleme, che ghhav rason. Strapazzeme, che lo merito. Spueme in tel muso, che ve perdono. Mio fio ha fato pezo. Quel can mha tradio; quel infame mha asassin. Butarse ai mii pi; pianzer con tanto de lagreme; suspirar, domandarme perdon, e po burlarme in sta maniera? Prometerme de muar vita, e da un momento a laltro tornar da cao, far pezo che mai? Comla sta cossa? Come se pol dar una iniquit de sta natura? Xelo st un finto pentimento, o xela una pessima recidiva? Ah, che quel desgrazi de quel Lelio lha torn a precipitar! Quatro parole dun cativo compagno val pi de tute le pi tenere corezion. Per varir una piaga, no basta un vaso dunguento; per incancherirla poco ghe vuol. Lavessio men con mi, no lavessio mai lass qua! Chi laverave mai dito? Cuss presto? Cuss facilmente el sha lass inganar, el sha lass menar via? Effetto de lanimo vizioso abitu. Ma za che vedo che no giova lamor, che xe inutile la compassion ti prover la mia colera, te far veder chi son, e se son st fin adesso un pare amoroso, sar in avegnir el to nemigo, el to flagelo, el to pi acerimo persecutor. (parte)
SCENA DODICESIMA
Camera in casa del marchese Ottavio.
Il marchese Ottavio in veste la camera, e Brighella
OTT. Accostati e di piano. La marchesa fuori di casa?
BRIGH. Lustrissimo s. Quando lha bezzi no la sta in casa. Fin che la ghe nha uno, no la se vede pi.
OTT. Hai cambiati i dodici zecchini?
BRIGH. I ho cambiadi. Questi xe trentad ducati darzento. (gli d una borsa con i ducati)
OTT. Dodici zecchini fanno trentatr ducati dargento, e non trentadue. I zecchini erano tutti di peso.
BRIGH. El scambia monede non ha da vadagnar gnente?
OTT. Che! anco si paga per cambiar le monete?
BRIGH. Siguro. El xe un mistier a parte, anzi l un mistier pi belo dei altri. Chi negozia, chi investe, rischia el capital, ma chi cambia monede, tira el pro, senza che el capital se parta dal banco.
OTT. Gran bella industria delluomo! Gran sottigliezza della natura umana! Tira avanti quel tavolino, e dammi una sedia.
BRIGH. La servo subito. (tira avanti il tavolino e la sedia)
OTT. Trentadue ducati dargento fanno pi figura di dodici zecchini. (si pone a sedere a tavolino)
BRIGH. Sala chi ghe xe da basso?
OTT. Chi mai? Qualcheduno che vuol danari? Digli che non ci sono.
BRIGH. Pol esser che quela persona vogia dei bezzi, ma credo che la ghe ne daria volentiera.
OTT. Chi ? Dimmelo.
BRIGH. Una donna.
OTT. Una donna? (con allegria) forse Bettina?
BRIGH. No la xe Betina, la xe siora Cate so sorela.
OTT. Venga, venga. Aver qualche buona nuova da darmi.
BRIGH. (Vard! L miserabile; el ghha sti quatro soldi mal acquistai, e l capace de butarli via per cavarse un capricio. E po, do lirete de carne de manzo). (da s, e parte)
SCENA TREDICESIMA
Il marchese Ottavio, poi Catte, e poi Brighella
OTT. Con tre T si fa tutto. Tempo, testa e testoni. Le donne si vincono o colle monete, o colla servit. Bettina stata inflessibile da fanciulla, non lo sar forse da maritata.
CAT. Serva sustrissima.
OTT. Buon giorno, siora Catte.
CAT. Cossa fala? Stala ben? Cossa fa la so zentildona?
OTT. Bene, bene; tutti bene.
CAT. Me consolo tanto. In veritae, lustrissimo, chel ghha una ciera chel fa vogia.
OTT. Volete sedere?
CAT. Quel che la comanda.
OTT. Prendetevi una sedia.
CAT. Son un poco straca, no digo de no. Sia benedio sti zentilomini cuss degnevoli. Ghe ne xe de quei che xe rusteghi, che no i se degna de dir gnanca bestia. I crede de farse stimar, e i fa pezo. Nualtri ordenari stimemo pi chi ne trata pi ben.
OTT. Che buone nuove mi date della nostra Bettina? (getta dal sacchetto i ducati, e fa strepito)
CAT. Oh quanti bezzi! Oh che bei ducati!
OTT. Ah! che ne dite? Sono belli?
CAT. I consola el cuor. Ma a mi i me xe stai sconti.
OTT. Perch?
CAT. Perch no ghe nho mai uno.
OTT. E cos, che nuove mi date di Bettina?
CAT. Betina xe una mata, ostinada come una mussa.
OTT. Non ne vuol saper niente?
CAT. Se la savesse quante ghe nho dito: me son tanto inrabiada, che so vegnua via; ha bisogn che vaga dal spizier a bever de lacqua de tuto cedro, e ho speso un da vinti. Ghe son andada a parlar tante volte, che ho fru un per de scarpe. Sta matina, in tel vegnir via de mia sorela, avemo criao per causa de vussustrissima, ho intac col zend bon in tun chiodo, e ghho fato tanto de sbrego.
OTT. Mi dispiace di tutte queste disgrazie. Bettina dunque non vuol chio vada a farle una visita?
CAT. No gh remedio, no la vol.
OTT. Le avete detto chio sar generoso?
CAT. Caspita se ghe lho dito! Anzi, co mho sbreg el zend, la mha dito: ti su, che ti ha avanz questo a vegnir a parlarme per quel lustrissimo; e mi ghho dito: cossa credistu? Se ho sbregao el zend per causa soa, el me ne pagher un niovo.
OTT. S, tutto va bene, ma non vi bastato lanimo di ridurla.
CAT. Cossa vorla che ghe diga? La sorte va drio a chi no la merita. Se mavesse toc a mi sta fortuna, no me laverave miga lassada scampar.
OTT. Voi almeno siete una donna di buon gusto.
CAT. La senta, mi son una dona da ben e onorata, che nissun pol dir gnente de mi; ma certi stomeghezzi no i me piase. Un cavalier vol far un finezza, la se aceta. Se pol voler ben senza far mal. Mi almanco la intendo cuss.
OTT. Voi la intendete assai bene. Volete che ve la dica, che mi piacete pi di Bettina?
CAT. Oh, mi no son bela, come la xe ela: e s, no fazzo per dir, ma co giera puta, ghaveva tanti morosi quanti cavei che ghho in testa.
OTT. Avete un certo brio vivo e disinvolto, che mi va a genio. Vostra sorella bella, ma una bellezza troppo malinconica; e poi troppo giovine. Voi siete una donna di giudizio.
CAT. Oh, cossa credelo che ghe sia de diferenza de ani da ela a mi? Gnanca uno.
OTT. Eppure voi mostrate di pi.
CAT. Xe i patimenti che se fa. Se la savesse! Quel malignazo de mio mario quante chel me ne fa passar! Gnanca ancuo el mha port da disnar. Ghho una fame che no ghe vedo.
OTT. Volete che vi faccia portar qualche cosa?
CAT. Oh magari!
OTT. Brighella.
BRIGH. Lustrissimo. (di dentro)
OTT. Porta una bottiglia di vin di Cipro con quattro biscottini.
CAT. Eh, no vi buzzolai, no; porteme un paneto.
OTT. Oh che cara signora Catte! Mi dispiace aver gettato via il mio tempo con Bettina.
CAT. Ma! mi no giera degna. (con vezzo)
OTT. Ditemi, vostro marito geloso?
CAT. Oh! nol xe zeloso, perchel sa che dona che son. Nissun se pol vantar daverme toc un deo duna man.
OTT. E s avete una bella manina.
CAT. Xe che me dezzipo([27]) a lavar i piati, daresto ghaveva una man, che tuti la vardava per maravegia.
OTT. Da vero che mi piacete.
CAT. La diga, lustrissimo, me paghela sto zend?
OTT. S, volentieri. Bastano dieci ducati dargento?
CAT. Per un de quei ordenari pol esser che i basta. (El xe foresto, nol sa gnente). (da s)
OTT. Se non bastano dieci, ve ne dar dodici, venti, tutto quel che volete, la mia cara Cattina.
SCENA QUATTORDICESIMA
Brighella con una bottiglia ed un bicchiere da licori sopra un tondo, e un pane; e detti.
BRIGH. L servida, patrona. La so gran botiglia e el so gran paneto. (con sprezzatura a Catte, ponendo sul tavolino ogni cosa)
CAT. Grazie, vecchio, grazie. (Gran invidiosi che xe sti servitori). (da s)
OTT. Va via, non occorraltro. (a Brighella)
BRIGH. (Nol pol aver Pasquin, el se taca a Marforio). (da s, e si ritira)
OTT. Sentite quel vin di Cipro che prezioso.
CAT. Me faralo ben al stomego? (empie il bicchiere)
OTT. Anzi benissimo.
CAT. Far soppa con un poco de pan.
OTT. Quel che volete, siete voi la padrona.
CAT. Quanto me darala per el zend?
OTT. Vho detto che vi dar...
BRIGH. Lustrissimo, l qua la padrona. (si ritira)
OTT. Poter del mondo! Nascondetevi, per amor del cielo. Se vi trova qui, poveretta voi.
CAT. Dove mogio da sconder?
OTT. In quel camerino. Non v pericolo chella vi vada.
CAT. La me daga...
OTT. Presto, nascondetevi.
CAT. I ducati per el zend...
OTT. Andate, che vi venga la rabbia.
CAT. E sto vin...
OTT. Il diavolo che vi porti.
CAT. Oh povereta mi! (va nella camera)
OTT. Presto, presto, (mette i denari nella borsa) che la signora marchesa non li veda.
SCENA QUINDICESIMA
La marchesa Beatrice, il marchese Ottavio e Catte nascosta
OTT. Ben venuta la signora marchesa.
BEAT. Ben trovato il signor marchese.
OTT. E bene, com andata?
BEAT. Il solito destino. Li ho persi tutti.
OTT. Buon pro le faccia.
BEAT. Buon pro faccia a lei, che si divertisce col vino di Cipro.
OTT. Che vuol fare! Mi sentiva lo stomaco debole, voleva un poco ristorarmi.
BEAT. Seguiti, mangi pure la sua zuppa.
OTT. Si serva vossignoria, non mimporta.
BEAT. Io non ne voglio.
OTT. N men io. Brighella.
BRIGH. Lustrissimo.
OTT. Dammi da vestire.
BEAT. Perch son venuta io, non volete altro.
OTT. Ehi, dammi il vestito con gli alamari doro.
BRIGH. (Nol ghe nha altri). (da s. Va e torna collabito)
BEAT. Che diavolo! vi sono odiosa?
OTT. Brighella, la finisci?
BRIGH. Son qua. (lo veste)
BEAT. Denari non vi sar pi caso daverne.
OTT. Tira ben su da questa parte. (con collera)
BEAT. Datemi almeno il mio mezzo filippo.
OTT. La spada. (a Brighella, che lo va servendo)
BEAT. Vi ho pur prestati io quattro zecchini.
OTT. La spada, il cappello, il bastone. (a Brighella, alterato)
BEAT. Fate il sordo? Non mi rispondete?
OTT. (La Catte... se la trova... eh, non mimporta) (da s)
BEAT. Andate via?
OTT. Per servirla. (le fa una riverenze, e parte con Brighella)
SCENA SEDICESIMA
La marchesa Beatrice e Catte nascosta, poi Brighella
BEAT. Maledetto giuoco! Maledettissimo giuoco! Sempre perdere, sempre perdere. Che fatalit questa? Ma chi sa che chi mi ha guadagnati i miei denari, non li abbia guadagnati come ha fatto mio marito al povero Pasqualino? Io ho sempre quel vizio di caricar sempre i terzetti e i quartetti, e se vi qualcheduno che sappia fare delle fattucchierie colle carte, appunto le pu praticare nel far venire i terzetti e i quartetti primi.
BRIGH. Lustrissima, xe sior Pasqualin che voria riverirla.
BEAT. Lho mandato a chiamare, ed stato puntuale. Venga pure.
BRIGH. Ghogio da far far anticamera?
BEAT. Ti dico che venga subito.
BRIGH. Domandava. (parte)
BEAT. Voglio vedere se mi riesce di farmi prestar degli altri denari. (siede)
SCENA DICIASSETTESIMA
Pasqualino e detta, poi Brighella
PASQUAL. Fazzo riverenza a vussustrissima.
BEAT. Buon giorno, il mio caro Pasqualino. Chi vi vuole, conviene che vi mandi a chiamare. Venite molto poco a vedermi.
PASQUAL. Son st sta matina. Cossa me comandela?
BEAT. Volete un bicchierino di vin di Cipro? Ecco, quella zuppa lho preparata per voi.
PASQUAL. Per mi? Grazie infinite. (La maverave fato pi servizio a prepararme i dodese zechini, che no ghe nho pi gnanca un). (da s)
BEAT. Via, mangiate, bevete.
PASQUAL. In verit, no ghe nho vogia.
BEAT. Mi fate torto. Questa bottiglia lho messa a mano per voi.
PASQUAL. Co l cuss, recever le so grazie. (saccosta per mangiare)
BEAT. Questo vero Cipro. (Sa il cielo che roba !) (da s)
PASQUAL. Adesso lo sentir...
BRIGH. Lustrissima. (ansante)
BEAT. Cosa c?
BRIGH. Sala chi ?
BEAT. Chi mai?
BRIGH. Betina, mugier de sior Pasqualin.
PASQUAL. Mia mugier? (lascia la zuppa)
BEAT. Cosa vuole?
PASQUAL. Per amor del cielo, la me sconda.
BEAT. Dille che non ci sono.
BRIGH. Ghho dito che la ghe xe.
BEAT. Hai fatto male.
BRIGH. No so cossa farghe.
PASQUAL. Cara ela, la me sconda. No vogio che nassa sussuri.
BEAT. Ritiratevi in quel camerino.
PASQUAL. Tremo co fa una fogia. (va nella stanza dov nascosta Catte)
BEAT. Fa pur chella venga.
BRIGH. Oh che bei pastizzi! Oh che bei matrimoni! (parte)
BEAT. Che diavolo vorr costei? Se mi perder il rispetto, se ne pentir.
SCENA DICIOTTESIMA
Bettina col zendale e detti.
BETT. Lustrissima siora marchesa.
BEAT. Oh Bettina! Che buon vento qui vi conduce?
BETT. Son vegnua a darghe un poco dincomodo.
BEAT. Mi fate piacere. Come state? State bene?
BETT. Eh! cuss, cuss.
BEAT. Avete qualche male?
BETT. No ghho mal, ma ghho una passion al cuor, che me destruze.
BEAT. Perch mai avete questa passion di cuore?
BETT. La se pol imaginar.
BEAT. Io? Che volete che sappia dei fatti vostri?
BETT. La diga, lustrissima, quanto xe che no lha visto mio mario?
BEAT. Pasqualino? Oh, sono dei mesi tanti.
BETT. Dei mesi tanti! E pur me xe st dito, che xe poche ore che la lha visto.
BEAT. Mi maraviglio. Guardate come parlate.
BETT. Cara lustrissima, no la vaga in clera, la senta la mia rason, e po, se ghho torto, la me daga torto. Se i ghe vegnisse a dir a ela, che so mario vien in casa mia, chel spende, chel zioga, chel perde i bezzi e che, eccetera, cossa diravela?
BEAT. Pur troppo mio marito stato innamorato di voi; lo ancora, che lo so benissimo, e pu darsi che venga da voi, e spenda, e giuochi, e che so io.
BETT. No, la veda, da mi nol ghe vien so mario. Se recordela cossa che giera da puta? Mo son cuss anca da maridada. In casa mia no ghe vien nissun. Mi lasso star i marii de le altre, e vogio che le altre lassa star mio mario.
BEAT. In casa di una dama si parla cos?
BETT. Mi no so gnente n de dama, n de pedina. Ghe digo liberamente che la me lassa star mio mario, se no ander dove che se va.
BEAT. Pettegola, sfacciata, che ne voglio far io di tuo marito?
BETT. Che ne voglio fare, che ne voglio fare? La me lo lassa stare.
BEAT. Vostro marito in casa mia non ci viene.
BETT. E mi so che ci viene. (affettando il toscano con caricatura)
BEAT. Chi ve lha detto che viene in casa mia?
BETT. Mia sorela me lha dito, che ghe lha cont so mario che lha sentio a dir da Brighela.
BEAT. Bricconi quanti siete... (esce Catte dalla camera)
CAT. A mi una schiafa? Toco de baron, una schiafa a mi? (verso la porta overa rimpiattata)
BEAT. Che fate qui voi? Con chi lavete?
CAT. Senti, sa, ti mha d una schiafa, ti me la pagher. (come sopra)
BETT. Sorela, chi tha dao? (a Catte)
BEAT. Che cosa fate voi in questa casa?
CAT. Son vegnua a tior i drapi sporchi.
BEAT. Voi non siete la lavandaia di casa.
CAT. Dona Menega no lha podesto vegnir ela, la mha mand mi.
BEAT. Cosa facevate in quella camera?
CAT. Fava le pontae([28]). La varda lago e le azze.
BEAT. Chi vha dato uno schiaffo?
CAT. Pasqualin me lha dao.
BETT. Pasqualin?
CAT. S ben, vostro mario, quel toco de desgrazi.
BETT. Dove xelo?
CAT. L drento. La lustrissima se lha sconto([29]).
BETT. Dovestu, sassin, dovestu? (vuol entrar nella camera ed esce Pasqualino irato)
PASQUAL. Cavve, che ve dago un pugno. (a Bettina)
BETT. Mzzeme, cveme el cuor, bevi el mio sangue, se ti lo vuol.
BEAT. (Oim, la mia riputazione. Mander Brighella a cercare mio marito). (parte)
CAT. A mi una schiafa, toco de furbazzo?
PASQUAL. A vu s, dona petegola. Cossa ghe seu andada a dir a mia mugier?
CAT. Sentistu? Perch tho contao che el vegniva qua, baron, infame. Oim, me sento che no posso pi. Deboto crepo. (beve il vin di Cipro)
BETT. Anema mia, no ti me vol pi ben?
PASQUAL. Lasseme star.
CAT. Lasselo star, quel can, quel bogia; me vi refar, se credesse che i me tagiasse losso del colo. (parte)
BETT. Deboto tre zorni senza vegnir a casa? Xela questa casa vostra? Stala qua vostra mugier?
PASQUAL. Manco chiacole, siora, manco chiacole.
BETT. Dove xela la vostra reputazion?
PASQUAL. No vi sentir altro. (va per andar via)
BETT. No, no ve lasso andar.
PASQUAL. Se me vegn drio, ve fazzo tanto de muso. (parte)
BETT. Vard cossa che l devent! Nol me pol pi veder. El d, el manazza([30]). Sel far cuss, el se precipiter e lander in preson. Povereta mi! No posso pi. Lo seguiter da lonzi([31]) per no farlo precipitar. (parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
Strada con veduta della casa del marchese.
Il marchese Ottavio e Brighella
BRIGH. Sussuri grandi. Pasqualin sha sconto dove che giera siora Cate. El ghha d una schiafa. Betina ha strapazz la padrona. Cosse grande!
OTT. Briccone! Pasqualino ha perduto il rispetto a casa mia? Me ne render conto. Lo voglio far cacciar in una prigione.
BRIGH. La varda che i sbiri no vegna per ela.
OTT. Perch?
BRIGH. Perch! come ghho dito ancora, quatro creditori ghha lev el capiatur.
OTT. A un mio pari non si far un simile affronto. Sei un pazzo; va via di qua.
BRIGH. (Per mi fazzo conto che da lu no vogio altro; se tiremo de longo ancora un poco, paron e servitor morimo da fame tuti do). (da s, e parte)
SCENA VENTESIMA
Il marchese Ottavio, poi Catte che esce dalla casa di lui.
OTT. Domani partir da Venezia. Qui non ci posso pi stare senza pericolo.
CAT. Oh! giusto ela, sior marchese. Pasqualin mha d una schiafa in casa soa. Lha dito un mondo de roba a la lustrissima. Toca a ela a castigarlo, e farghe pagar quel che lha fato e quelo che lha dito.
OTT. Lasciate fare a me. Vedrete se sapr vendicar voi e me nello stesso tempo.
CAT. La se recorda del zend.
OTT. Ecco quel briccone, che esce di casa mia.
SCENA VENTUNESIMA
Pasqualino di casa del marchese, e detti; poi Bettina
PASQUAL. (Parla voltato verso la casa, non vedendo il marchese Ottavio) Sia maledeta sta casa, quando ghe son vegn! Maledeto el so paron e la so parona!
OTT. Galantuomo, una parola. (a Pasqualino)
PASQUAL. La compatissa, che son fuora de mi. (con timore)
OTT. Briccone, indegno, cos parli dun cavaliere par mio? Cos perdi il rispetto a casa mia? Cos tratti una dama? Se non temessi di avvilire il mio bastone, vorrei romperti lossa.
PASQUAL. No la me daga, perch, sala? Sangue de diana... (fingendo bravura)
CAT. (La ghe daga do bastonae). (piano ad Ottavio)
OTT. Temerario! Ancora minacci? Ancora ardisci dire che io non ti dia? Ah giuro al cielo, che ti voglio... (alza il bastone)
PASQUAL. Indrio, sangue de diana, indrio. (mette mano allo stilo)
CAT. Oe, custion. Capo de contrada. (parte)
OTT. Gi quello stilo.
PASQUAL. Indrio quel baston.
BETT. (Esce di casa di Ottavio, e grida) Agiuto, fermeve. Sior marchese, per amor del cielo, la prego, la vaga via.
OTT. Lo voglio ammazzare quel temerario. (mette mano alla spada, e va contra Pasqualino che sintimorisce, e Bettina si pone in sua difesa)
BETT. Vien qua, vissere mie; lassa chel me mazza mi.
OTT. Levatevi di l. (a Bettina)
BETT. No sar mai vero che lassa el mio Pasqualin.
OTT. Giuro al cielo, mavventer contro di voi.
BETT. Moriremo tuti do insieme.
OTT. Difendete un ingrato.
BETT. Difendo mio mario.
OTT. Non merita lamor vostro.
BETT. Son obligada a volerghe ben.
OTT. Ve ne pentirete.
BETT. No me pentir mai duna cossa giusta.
OTT. (Costei mi muove a compassione). (da s) Va, in grazia di una s buona moglie, ti dono la vita. (parte)
SCENA VENTIDUESIMA
Bettina e Pasqualino
BETT. Sia ringrazi el cielo, che lho liber da la morte.
PASQUAL. (Oimei! respiro). (da s)
BETT. Pasqualin, fio mio, astu av paura?
PASQUAL. Mi paura? Se no gieri vu che me secavi la mare, vedevi vu cossa che fava a quel sior. Sel torna, povereto elo.
BETT. Caro Pasqualin, meti zo quel stilo; metilo zo se ti me vol ben; ma so che no ti me vol pi ben, so che no son pi la to cara Betina. So che per amor mio no ti lo vor far. Te prego per lamor che ti porti a la to creatura; per amor de quel caro putelo, che ogni momento chiama el so caro pap. Se i zaffi te trova, i te liga, i te mena via. Cossa sarave de mi; cossa sarave de quel povero inocente? Via, Pasqualin, dame quel stilo. Gnanca per el to sangue no ti te movi a piet? Falo almanco per amor too, varda in che pericolo che ti . Falo per amor del cielo; son qua, te lo domando in zenochion. (singinocchia) O dame quel stilo, o cazzemelo in tel sen; caveme el cuor; saziete in tel mio sangue. (piange)
PASQUAL. (Mostra segni di tenerezza)
BETT. No me lever suso de qua, se no ti me d quel stilo, o se no ti me mazzi. Pussibile che ste lagreme no te mova a compassion?
PASQUAL. (Si lascia cadere lo stilo)
BETT. Ah siestu benedio! Velo qua, chel me lha d. Presto, presto, che no vegna i zaffi. (lo prende di terra, e corre a gettarlo in canale)
PASQUAL. (Si asciuga gli occhi)
BETT. Me par, oimei! desser respirada. Se no ti me vol ben, pazenzia. Almanco che no te veda precipit.
PASQUAL. Che bela cossa! Butarlo in canal! Songio un putelo? (adirato)
BETT. Te despiase? Ogio fato mal? Te domando perdonanza.
PASQUAL. Basta dir che si done.
BETT. Di, Pasqualin, viestu a casa?
PASQUAL. Siora no.
BETT. No ti ghha vogia de veder el to putelo?
PASQUAL. Cossa falo? Stalo ben?
BETT. Sta note no lha fato altro che pianzer. El cercava el so pap; el voleva el so pap; e co ghe diseva: l qua el pap, sentilo, vita mia, chel vien, el se quietava. E po, co nol te vedeva, el dava in tun deroto de pianto. Pianzi lu, pianzi mi, no te digo gnente che note che avemo fato.
PASQUAL. (Poverazza!) (da s)
BETT. Da gieri in qua son ancora a dezun([32]), no ho cerc gnanca un fi de acqua. Sento proprio chel stomego me va via.
PASQUAL. Via, and a magnar qualcossa; no st cuss.
BETT. Mi a magnar? Gnanca per insonio. Se no ti vien ti, mi no magno.
PASQUAL. Voleu morir da la fame?
BETT. Cossa mimporta a mi? Se ho da viver in sta maniera, vogio piutosto morir.
PASQUAL. Vegni qua; andemo a la malvasia.
BETT. A la malvasia mi no ghe son mai stada, e no ghe vogio gnanca andar.
PASQUAL. Andemo dal scaleter([33]).
BETT. A cossa far dal scaleter? Quei vinti o trenta soldi che vol spender, no xe megio che i magn a casa vostra co le vostre creature?
PASQUAL. Mi a casa no ghe vogio vegnir.
BETT. Mo perch no ghe voleu vegnir? Vol far sempre sta vita? No s gnancora stufo de farme pianzer, de farme sgangolir?
PASQUAL. Cossa voleu che vegna a far a casa? Mi no ghho gnanca un bezzo.
BETT. Nimporta; vien a casa, fio mio, che fin che ghe xe roba, magneremo. Sior Pantalon xe tanto de bon cuor, chel ne agiuter.
PASQUAL. Mio pare xe in colera; el me vor castigar. No vogio che el me trova; a casa no ghe vogio vegnir.
BETT. Mo vien sora de mi, no aver paura. Ti veder che tuto se giuster. Basta che ti sii bon; che ti tendi al sodo; che ti me vogi ben.
PASQUAL. Fegureve, che quando mio pare sa che ghho dei debiti, cossa chel dir.
BETT. Ti ghha dei debiti?
PASQUAL. Seguro che ghe nho.
BETT. Assae?
PASQUAL. Trenta o quaranta ducati.
BETT. Povereta mi! No voria che tintravegnisse qualche desgrazia. Fio, ti, vissere mie, ti sti manini, impegneli, vendeli, fa quel che ti vol e paga i to debiti. Vogio viver queta, no vogio altri afani de cuor. (si leva gli smanigli e li d a Pasqualino)
PASQUAL. Ti me d i manini?
BETT. Tho dao el cuor, no ti vol che te daga i manini?
PASQUAL. E ti ti vol star senza?
BETT. Cossa mimporta a mi? Fazzo pi capital de mio mario, che de tuto loro del mondo.
PASQUAL. Cossa dir la zente?
BETT. Che i diga quel che i vol. Se ti vien a casa ti, no me scambio con una rezina.
PASQUAL. Povera Betina!
BETT. Caro el mio caro mario!
PASQUAL. E pur te vogio ben.
BETT. Distu dasseno, anema mia?
PASQUAL. S, cara; lassa che te abrazza.
BETT. Benedeto el mio Pasqualin. (si abbracciano)
SCENA VENTITREESIMA
Lelio e detti.
LEL. Bravi! Me ne rallegro; evviva!
BETT. Via sior, el xe mio mario; cossa diressi?
LEL. E non vi vergognate a dar in simili debolezze? Far carezze alla moglie in pubblico, che tutti vedono?
PASQUAL. Perch? Cossogio fato de mal?
BETT. Son so mugier.
LEL. Non sapete che in oggi un marito che accarezzi la moglie si rende ridicolo?
BETT. Caro sior, la tenda a far i fati soi, che la far megio.
LEL. A voi non bado. Pasqualino, sentite, vho da parlare. (lo tira in disparte)
PASQUAL. Son qua.
BETT. Vogio sentir anca mi.
LEL. Vedete! Le donne quando si vedono accarezzate, dicono subito quella bella parola: voglio.
PASQUAL. Tireve in l. Vu non av da sentir. (a Bettina)
BETT. Varda, Pasqualin, chel te far zo.
LEL. E voi sopportate una simile impertinenza? (a Pasqualino)
PASQUAL. Voleu aver giudizio? (a Bettina)
BETT. Vard che bela carit, vegnir a desviar la zente! Meter suso el mario, chel trata mal so mugier! Che conscienza ghaveu?
LEL. Io non ho veduta una petulante simile, e voi ve la passate con disinvoltura. (a Pasqualino)
PASQUAL. Voleu taser? S una petulante (a Bettina)
BETT. Sentilo come chel tiol suso ben le parole del so caro amigo.
LEL. Io, se fosse mia moglie, la bastonerei come un asino. (a Pasqualino)
PASQUAL. And via, che adesso adesso ve dago. (a Bettina)
BETT. Deme, via, deme; consolelo quel sior. (El diavolo me lha mand qua). (da s)
LEL. (Amico, vi una bella occasione per rifarci di tutte le nostre perdite). (piano a Pasqualino)
PASQUAL. (Oh magari)! (piano a Lelio)
LEL. (V un forestiero pieno di danari, che vuol giuocare. Lho condotto a casa di quella amica, e son venuto a posta in cerca di voi, perch venghiate a profittare di s bella fortuna). (come sopra)
PASQUAL. (Salo zogar?) (come sopra)
LEL. (Niente; li perde tutti). (come sopra)
BETT. (Quanto che pagherave sentir cossa che i dise). (da s)
PASQUAL. (Me despiase che adesso no ghho bezzi). (come sopra)
LEL. (Oh male; perdete un bellincontro). (come sopra)
PASQUAL. (Ghho sti manini, li podemo impegnar). (come sopra)
LEL. (Oh s, s, andiamo subito). (come sopra)
PASQUAL. And a casa, che adessadesso vegnir anca mi. (a Bettina)
BETT. A casa mi no ghe vago senza de vu.
PASQUAL. E vu st qua.
BETT. Vegnir con vu.
PASQUAL. Certo, che bela cossa!
LEL. (Eh, cacciatela via colle brusche). (a Pasqualino, come sopra)
PASQUAL. And via, no me fe andar in colera. (a Bettina)
BETT. Sior Lelio, sior Lelio, el vol far poco bon fin.
LEL. Io poco buon fine! Perch?
BETT. Perch le lagreme che ho trato e che trago per causa soa, le domanda vendeta al cielo; el cielo che xe giusto, ghe le far pagar, quando manco chel se lo pensa.
LEL. Voce dasino non va in cielo.
PASQUAL. Oh bravo! Oh co a tempo! Vedeu? Tol su. (a Bettina)
BETT. S ben, bravo, bravo. Tir de longo, che me la saver contar. Me despiase de ti, povero Pasqualin.
PASQUAL. Anemo, and a casa, ve digo.
BETT. Sior no, vogio star qua.
PASQUAL. Steghe, e mi ander via.
BETT. Ve vegnir drio...
PASQUAL. Se me vegn drio, povereta vu. (parte)
LEL. Rabbia, crepa, scoppia, pettegola. (parte)
SCENA VENTIQUATTRESIMA
Bettina sola.
BEAT. No me vi far nasar, da resto ghe responderia come chel merita sto desgrazi de Lelio. Basta dir che de do pari uno lha refud, e laltro nol lo vol cognosser per fio. Tiol su, me pareva desser una principessa col mio Pasqualin; laveva reduto a vegnir a casa; lha infina pianto; el mha abrazz; sto sassin sul pi belo xe vegn a menarmelo via. E i mii manini, povereta mi? No me li recordava pi. Fegureve! Altro che pagar i debiti! Ghe li magner quel baron. Oh, vogio andarghe drio, se credesse chel me copasse.
SCENA VENTICINQUESIMA
Bettina e Pantalone
PANT. Dove andeu, niora?
BETT. Mi vago a casa, sior missier.
PANT. Aveu visto vostro mario?
BETT. Sior s.
PANT. Cossa diselo?
BETT. Adessadesso el vegnir a casa anca elo.
PANT. No credo gnente. Valo dito la baronada chel mha fato?
BETT. Oh, chel xe tanto pentio!
PANT. I soliti pentimenti.
BETT. Lha infina pianto.
PANT. Anca co mi lha pianto, e po lha fato pezo.
BETT. Sta volta el dise dasseno.
PANT. No no, no ghe credo pi. Niora, and a tior el putelo, e vegn a casa mia.
BETT. Senza de Pasqualin?
PANT. Lass chel vaga quel desgrazi.
BETT. Oh mi no, sior missier, senza de lu no vegno.
PANT. E dove xe i vostri manini? (osservandole le braccia)
BETT. I manini? I ho lassai a casa.
PANT. A casa i av lassai? Dove i aveu messi?
BETT. In cassa.
PANT. In cassa? Deme mo la chiave de la cassa.
BETT. Oh, la me compatissa. La chiave de la mia cassa no la dago a nissun.
PANT. No ve fid de mi? Cossa ghaveu paura?
BETT. Ghho de la roba in cassa, che no vi che nissun la veda.
PANT. Ghaveu contrabandi?
BETT. Nualtre donne ghavemo de le tatare che i omeni no le ha da veder.
PANT. E mi ghho paura che i manini sia andai.
BETT. Come andai?
PANT. Che ve li abia magnai vostro mario.
BETT. Oh giusto, mio mario gnanca per insonio.
PANT. Zurlo mo?
BETT. Cossa vorlo che zura? Mi ghe digo la verit.
PANT. Ho capio tanto che basta. Tegn da lu. S do mati insieme. Fe quel che vol, no ghe penso gnente. Fe conto che sia morto. Andeve a far benedir. (parte)
SCENA VENTISEIESIMA
Bettina sola.
BETT. Tiol, anca lu va in colera, anca lu me abandona. Pazenzia! Avevio mo da zurar? Fina qualche busia, per far ben, la se pol dir, ma zurar, no seguro. Fazzo quel che posso per no far mal, e se falo, falo per ignoranza. Anca sto interompimento de mio missier mha fato perder dochio mio mario. Adesso no so pi dove trovarlo. Ander a casa, aspeter fin che la sorte lo mander. Intanto me consoler col mio fantolin. Povera mugier travagiada! Povera Betina sfortunada! Impar, pute, vualtre che no ved lora de maridarve, e che a star in casa vostra ve par de star in gala. Impar da mi. Vard a quante desgrazie xe sogeta una puta che se marida. El mario ve tormenta, i fioi ve strussia, le massere ve fa deventar mate, i parenti ve rimprovera, la zelosia ve consuma. Adesso cognosso quanto che stava megio da puta; e pur ghe vi tanto ben al mio Pasqualin, che siben chel me trata cuss mal, lo tioria de bel niovo, e per elo me contenteria de morir. (parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Strada con canale ed una gondola legata alla riva comune.
Nane montato in terra, poi messer Menego con altra gondola.
NANE Ma! chi nasse sfortunai, ghe tempesta sul cesto a star sentai. Al tragheto no ghho fortuna. Boni noli no ghe ne fazzo mai. Su sta fondamenta de Canaregio no se vadagna gnanca la sonza([34]) da onzer la forcola([35]).
MEN. (Arriva colla sua gondola vicino a quella di Nane)
NANE Tuti laora e mi gnente.
MEN. (Lega la sua gondola a quella di Nane)
NANE Ol! Come ghandemio? In rio ghe xe dei pali. Perch ve ligheu a la mia barca?
MEN. Gnente, fradelo, lass che desmonta, e co vol, ve dago liogo. (smonta)
NANE (A sto sior da regata ghe la mando a torzio da galantomo). (da s)
MEN. Compatime, compare Nane, la vostra barca no la sta ben cuss ligada.
NANE Percossa?
MEN. Compatime, ve digo, el fero xe in boca del rio, e i ve dar drento.
NANE Lass che i fazza; za no la xe mia. Lho tiolta a nolo.
MEN. Dove seu, compare, de tragheto?
NANE Al Buso.
MEN. Ghaveu nolo?
NANE Aspeto la fortuna.
MEN. Anca mi son per quela.
NANE Comla, missier Menego, anca vu s a tragheto?
MEN. S ben, el paron ha fenio logio([36]), e mi me son butao a la ventura.
NANE El vostro marchese xelo giazzao([37])?
MEN. El xe impetrio([38]).
NANE Come alo fato a andar zoso?
MEN. Come che fa tanti altri. Con do tropi e con do pochi. Tropa boria e tropo vizio. Pochi bezzi e poco giudizio.
NANE Perch no seu and a servir un altro paron?
MEN. Co giera zovene, tuti me voleva mi. Cainelo no stava un zorno senza paron. Adesso che son un puoco avanzao in etae, tuti i me scarta([39]). Vago a vedendo chel nostro el xe un bruto mistier. Quanto che xe megio el mistro de casa, el cuogo o el spendidor! Almanco i pol robar da zoveni, per mantegnirse da vecchi. Nualtri, co semo a paron, no podemo robar altro che qualche lira de sonza.
NANE Gnanca a star a tragheto no ghe xe pi da far ben. Tuti i va co la manco spesa. Ghe ne xe tanti, che i xe in Canaregio, e per andar a Riva de Biasio, i va per el tragheto dei cani([40]).
MEN. Astu mai trov nissun, che te porta via la parada([41])?
NANE S ben, de sti lustrissimi co la peruca de stuco([42]). I se stravaca([43]) in trasto, i se neta le scarpe sui stramazzeti, e po i se la bate senza i do soldi. E se se ghe dise: sutissimo([44]), dove ala messo i bezzi? i responde con aria: sier aseno, cerchli, che i trover. Intanto che se va sotto el felze([45]) a cercarli, i alza la gamba levantina([46]) e i volta bordo. Qualche volta se ghe va drio, ma invece de la gazeta, andemo a risego de tior suso de le peae.
MEN. Laltro zorno vien un musico sul pontil([47]). Quel che giera de volta, el dise: qua, se la comanda; qua, cara ela. El ghe d una lumada, el vede che nol ghha la zenia([48]) da festa, nol se degna, e el monta in te la mia barca. Credo chel vogia andar a chiapar i freschi, e ghe domando: dove comandela che la serva? El se volta con aria: de l, sior, de l, sior. I mii camerada, che i se nha acorto, ha scomenzao a criar: paron Menego, grasso quel dindio; e mi ghe respondo: nol xe dindio, el xe capon([49]). El mha inteso, lha scomenzao a strapazzar in musica, e mi col remo ho batuo la solfa([50]).
NANE Mi una volta ho servio un musico, e son st trat molto ben.
MEN. No vustu che i li spenda volentiera? I li vadagna cantando. Anca mi una volta ho servio una cantatrice. La ghaveva tre merloti che la serviva; mi tirava el salario da tuti tre, senza che un savesse de laltro, e in fin del mese spartivimo co la mare de la vertuosa.
NANE Ti spartivi co so mare?
MEN. Giusto con ela.
NANE Gierela mo veramente so mare?
MEN. Mi crederave de s, perch ho sempre sentio a dir: mare segura e pare de ventura.
NANE Mi mo ho cognossuo de le vertuose, che ghha de le mame postizze.
MEN. Caro ti, dime, come astu fato a saverlo?
NANE Co le xe in colera, le dise tuto. A star in casa se scoverze i pi bei petoloni([51]) del mondo! A quanti marii, a quanti fradeli ho sentio co ste rechie a muar el nome!
MEN. Tarecordistu de quel foresto, che ti ha servio za do ani, chel ghaveva la machina?
NANE De quelo che me dava un ducato al zorno?
MEN. Siben, de quelo, come xela andada?
NANE Lha piant la nosa([52]), e l and a Ferrara.
MEN. E ela?
NANE E ela la xe restada a Venezia.
MEN. A cossa far?
NANE A far dei passaporti per Franza([53]).
MEN. La far poche facende.
NANE Perch?
MEN. Perch al d dancuo co trenta soldi se va in Franza, e con un ducato se torna indrio.
SCENA SECONDA
Tita barcaruolo, con unaltra gondola, e detti
TITA Oe. (di dentro)
NANE Vien a pian, vien a pian.
TITA Oe. (d dentro nella gondola di Nane)
NANE Premi([54]) che te casca la testa.
MEN. No ve logio dito? (a Nane)
TITA Chi vha insegnao a ligar le barche in boca de rio? (avanzandosi con la gondola)
NANE No ti ghe vedi, fio duna fata e dita?
TITA Cossa vustu che ghe veda co sto caligo([55])? Ghaveva una peata a premando.
MEN. D drento anca in te la mia, se ti vol aver gusto. (a Tita)
TITA El rio xe streto, e tuti se vol ligar a sta riva.
NANE Via, tira de longo. (a Tita)
TITA Made; qua me vogio ligar.
MEN. E po ti me dar liogo.
TITA S ben, ve dar liogo. Mi no cato da criar var, fradei. (scende in terra)
NANE El fero a fondi squasi ti mha butao.
TITA Compatime, compare Nane, no lho fato a posta.
MEN. Via, che cade? El parla da omo. (a Nane)
NANE Parlo sul merito del descorso.
TITA Sav pur che lacqua core che la fulmina; no ho podesto n siar([56]), n premer.
NANE No digo su lordene de la bota, me despiase lafronto.
MEN. Via, but a monte.
NANE A monte, a monte. A tanto intercessor nulla si neghi.
MEN. Compare Tita, da dove vegniu?
TITA Vegno da la Zueca.
MEN. Bon nolo?
TITA Gnente; ho vogao de bando.
MEN. Perch de bando?
TITA Xe vegn a levarme de tragheto un zovene de Marzaria. Semo andai a levar una machina, e lavemo menada in tun orto. Xe arivao el so paron; el ghha tiolto la scanaura del squeloto([57]), e el nha impiant a muso seco; el zovene xe and a Venezia con un batelo; mi son vegn via co le pive in tel saco, e quela patrona la xe restada da lortolan in pegno per la salata.
NANE Se nun fusse i zoveni de botega, povereti nu, no faressimo gnente.
MEN. Ma, che non , i so paroni li manda via.
NANE Cossa importa? I ghe ne tiol dei altri, e i xe tuti compagni.
MEN. E pur ghe xe dei puti ben arlevai, che no xe cativi.
NANE S, ma co i scomenza andar in tuna botega, i se fa coi altri, e i deventa maledeti co fa le pistole. Vard quel Pasqualin, che col giera vostro fio, el giera el pi bon puto del mondo. Co lha scomenz a praticar, el sha fato un scavezzacolo.
MEN. Quel desgrazi de Lelio lha fato zoso.
NANE Chi? Vostro fio?
MEN. Tas l. No lho mai volesto recognosser per fio.
NANE Mi no ghho mai credesto. Pur tropo se ne d de sti casi, che le mugier fa mantegnir dai poveri marii i fioi de qualche pare postizzo.
SCENA TERZA
Il marchese Ottavio e detti, poi gli sbirri.
OTT. Gondola (chiama forte)
|
MEN. La servo. |
(tutti e tre in gara si esibiscono) |
|
NANE Son qua. |
|
|
TITA Son qua mi. |
NANE Dove andeu? A mi me toca. (ai due)
MEN. Via, caveve, che toca a mi.
TITA E mi ve digo che a mi me toca.
OTT. Presto, o luno o laltro, spicciatevi che ho premura. (Mi sento gli sbirri alle spalle). (da s)
MEN. El xe el mio paron, toca a mi a servirlo.
NANE El vostro paron el xe stao, adesso nol xe pi. Mi son prima barca.
TITA Coss sta prima barca? Qua no ghe xe n prima, n segonda. A sta riva xe do ani che ghe son mi, e per aver sto posto, servo de bando sta lustrissima che sta in campielo.
OTT. Ma! presto, per amor del cielo. (Or ora gli sbirri mi trovano). (da s)
MEN. Che la resti servida. (vuol condurlo alla sua gondola)
NANE Fermeve, sier vecchio mato. (a Menego)
TITA Mi la servir, se la comanda. (ad Ottavio)
OTT. Che siate maledetti. O luno o laltro, non mimporta.
MEN. Me vorla mi?
OTT. S, Catinello, andiamo.
MEN. Sentiu? El me vol mi.
NANE No xe vero gnente. Lha chiamao gondola.
TITA S ben, a mi me toca. Sto posto xe mio.
MEN. Cossa xe too?
TITA Sta riva.
NANE La riva xe publica, cossa me contistu?
OTT. Presto, che non v pi tempo.
|
MEN. Son qua. |
(ognuno vuol essere il preferito e scaccia laltro). |
|
TITA Son qua. |
|
|
NANE Indrio, cagadonai. |
(Gli sbirri fermano il Marchese, e gli mettono il mantello in testa)
OTT. Tocca a me, tocca a voi; maledetti, ha toccato a me. (parte, condotto dagli sbirri)
SCENA QUARTA
I tre barcaruoli suddetti.
MEN. Var che bela azion che av fato! (passeggiando)
NANE Mio el giera el nolo; per cossa lavevio da perder? (passeggiando)
TITA Vualtri vegn a magnar el sangue dei povereti. (passeggiando)
NANE Con chi parlistu, toco de tuto aseno?
TITA Xe do ani che me vadagno el pan a sto posto, e vualtri me vegn a vogar sul remo.
NANE Questo nol xe tragheto; qua no se paga libertae; semo tuti paroni.
TITA Sangue de diana, che ve mandarave de l da Stra.
NANE Vustu ziogar che con un pugno te buto le coste in corpo?
TITA Se ghavesse adosso le mie tatare([58]), no parleressi cuss.
MEN. Siben che son vecchio, me vien vogia de cavarve el figao.
TITA Con chi parlistu?
NANE Con chi la ghastu?
MEN. Con tuti do.
NANE E mi tuti do no ve ghho gnanca in la mente.
MEN. E mi no ve stimo un figo.
TITA Adesso, fionazzi duna sgualdrina. Vago a tior el mio pistolese.
NANE Soto pope ghho tanto de stilo.
MEN. Con una palossada ve scavezzo tuti do in tuna volta. (tutti saltano nella loro barca, la slegano e montano sulla poppa)
NANE Vara ve, te lo fico in tel centopezzi([59]). (mostra il paloscio)
MEN. Lo vedistu? Te tagio el gargato. (mostra uno stocco)
TITA Velo qua, var. Ve sbuso co fa crieli. (mostra uno stilo)
(Sallontanano a poco a poco, e se ne vanno colle loro gondole)
NANE Ah porchi!
MEN. Cortesani dalbeo!
TITA Scarcavali!
MEN. Via, aseni.
TITA Ah sporchi!
NANE Chi. (fa un versaccio colla bocca)
MEN. Via! (O. O.)
TITA Via! (O. O.)
(Sgridandosi si allontanano, e vogando partono)
SCENA QUINTA
Camera di Bettina.
Bettina e Catte parlando insieme.
BETT. And via, lasseme star.
CAT. Mo via, cara ti, vustu morir da la fame!
BETT. Tas; za che el putelo dorme, lasselo dormir.
CAT. Come pustu viver? Xe da gieri in qua che no ti magni; mi, se stago do ore senza magnar, crepo.
BETT. Ah sorela, ghho altra vogia che magnar!
CAT. Almanco sorbi un vovo frescu. Momola te lo cusina.
BETT. Se lo bever, lo buter fuora; no posso tegnir gnente in stomego.
CAT. Bisogna sforzarse.
BETT. Mi no vogio altri sforzari. Co no posso, no posso.
CAT. Ti poderessi anca dir: co no vogio, no vogio.
BETT. Quel che vol. Lasseme star, che me far servizio.
CAT. Anca co mi ti la ghha? Cossa togio fato?
BETT. S causa vu, che mho marid. Se fussi stada con mi una sorela cossedi, che avessi abuo un puoco pi de giudizio e che ghavessi volesto tegnir conto de mi, fursi fursi no me averia marid.
CAT. S ben! Se ti gieri inamorada co fa una gata.
BETT. S stada vu, che mha fato inamorar. A forza de supiarme in te le rechie, mho incaprici de Pasqualin.
CAT. Mi ah, son stada, ah, che tho fato inamorar? Povereta! Tarecordistu cossa che ti mha dito co ho parl de Pasqualin? Coss sto vederemo? Dovevi dirghe de s. Se lo perdo, povereta vu. Oe! Mi son stada.
BETT. Basta; mintendo mi, co digo torta.
CAT. Donca ti pentia daver tiolto Pasqualin?
BETT. Mi no, perch ghe vogio ben, ma se no mavesse inamor, no laverave tiolto.
CAT. Se no ti lavessi tiolto elo, ti ghe naveressi tiolto un altro.
BETT. Co me recordo co giera viva mia mare, povereta, che ani che giera queli! Che spasso che aveva su quelaltana! No vedeva lora daver fenia la mia tasca, per andarme a solazzar. La festa, che gusto che ghaveva a ziogar a la semola, a ziogar a le scondariole! Con che gusto che balava quele furlane! Adesso, tiol, son qua, povereta, abandonada da tuti. El mario no me vol pi ben, el missier no me vien pi a trovar; me destruzo in lagreme, e no gh nissun che me compatissa.
CAT. No ghe songio mi, sorela?
BETT. E vu no pens altro che a vu, fia cara. Se cognossemo.
CAT. Oh, ti me cognossi puoco.
SCENA SESTA
Momola collovo fresco, e dette.
MOM. El vovo xe coto: lo vorla?
BETT. Mo, se no ghe nho vogia.
CAT. Lassa veder, lastu coto ben? (a Momola, e prende lovo)
MOM. Oh, adessadesso no saver gnanca cusinar un vuovo.
CAT. S ben, s ben, el sta pulito. Ti, fia, bevilo.
BETT. Mo via, che me fe voltar el stomego.
CAT. Tiolo, se ti me vol ben.
BETT. Se savessi che rabia che me fe.
CAT. Cara ti, fazzo per to ben. Vustu morir?
BETT. Se moro, cossa vimporta a vu?
CAT. Senti, ti ghha da pensar ti, veh. No ti lo vol?
BETT. Ve digo de no.
CAT. Ben, lo bever mi. To dano. (lo beve)
BETT. (Magari tanta scat). (da s)
CAT. Oe, co no se beve drio ai vuovi freschi, i fa mal; andemo, Momola, vieme a dar da bever. (parte)
BETT. No ghe dar gnente. (a Momola)
MOM. Siora no, siora no. (Oh, se ghe ne vi dar. La mha impromesso de maridarme). (da s, parte)
SCENA SETTIMA
Bettina, poi Catte
BETT. Mo che femena che xe quela mia sorela! Purch la magna e che la beva, no la ghe pensa altro. Mi ogni puoco de travagio, me desconisso. Fegurarse come che sta el mio cuor senza de le mie vissere, senza del mio Pasqualin, no ghho vogia de gnente. Deboto no me recordo pi gnanca del mio putelo. Son pi morta che viva.
CAT. Oh sorela, vustu rider?
BETT. Oh, ghe vol assae a farme rider.
CAT. Sastu chi xe?
BETT. Via mo, chi?
CAT. La lustrissima siora marchesa, sola co fa una mata.
BETT. Ghaveu tir?
CAT. Mi s.
BETT. Cossa vorla da mi?
CAT. Indevinela ti grilo.
BETT. Che la vegna pur, sentiremo.
CAT. Oe, se la fa la mata, per diana che la scufia va in tochi.
SCENA OTTAVA
La marchesa Beatrice e dette.
BEAT. Vi saluto, Bettina.
BETT. Serva, lustrissima.
BEAT. Buon giorno a voi, signora Catte.
CAT. Strissima, strissima. (sussiegata)
BEAT. Voi stupirete, o Bettina, vedendomi in casa vostra, e molto pi stupirete, quando saprete il motivo, che qui da voi mi conduce.
BETT. La vien in tuna povera casa, ma da ben e onorata.
BEAT. Io sono la pi infelice dama di questo mondo.
BETT. Cossa vol dir? Cossa ghe xe sucesso?
BEAT. stato carcerato il marchese mio consorte; i creditori mi hanno spogliata la casa, mi hanno levato tutto, ed una dama di condizione costretta a mendicare sostentamento e ricovero.
CAT. Sorela, ghastu farina zala? (a Bettina)
BETT. Da cossa far?
CAT. No ti senti? DonAna spasiza per portego([60]).
BEAT. Molte dame forestiere conosco, e a molti cavalieri potrei ricorrere, ma, confesso il vero, arrossisco e non ho coraggio di presentarmi a persone di qualit, per timore di essere rimproverata e derisa.
BETT. E la vien da mi? A cossa far? No sala che son una povera dona?
BEAT. Vengo da voi, perch conosco il vostro buon cuore. Nello stato in cui presentemente mi trovo, poco basta per sovvenirmi. Deh, concedetemi che io possa qui da voi ricoverarmi, fino che, giunta la nuova della mia disgrazia a miei parenti, possa essere da essi soccorsa. Se mi negate il letto, dormir su di una sedia. Vender questo mio vestito per vivere, ma, per amor del cielo, cara Bettina, non mi abbandonate.
CAT. Se la vol vender quel strazzeto dandri, ghe lo vender mi. Lo vender a un baretin; el xe giusto bon da far baretoni.
BETT. Siora marchesa, me stupisso che con tuto quelo che xe pass tra ela e mio mario, la vegna a recorer in casa mia, e no vorave chel fusse un pretesto per corer drio a Pasqualin.
BEAT. Vi giuro da dama donore che mai non ho pensato a vostro marito, se non per pregarlo chei me prestasse qualche denaro.
CAT. No se salo? La fava lamor a la borsa.
BEAT. Non minsultate che, bench povera, son ancor dama. Bettina, mi raccomando alla vostra piet.
BETT. Siben che per causa soa ho tribul, no ghho cuor de abandonarla, e dove che posso, lagiuter. Vorla star in casa mia? La xe patrona. Se no vegnir Pasqualin, se la se degner, la dormir in tel mio leto co mi. Sel vegnir elo, chel cielo lo vogia, caver un stramazzo del leto, e vederemo de comodarse. Quel che magner mi, la magner anca ela. Se ghaver un pan lo spartiremo mezzo a per omo. Pur tropo me posso reduser anca mi in sto stato, e vogio far con ela quel che piaserave che fusse fato con mi. Mi son sempre stada nemiga de la vendeta; a chi mha fato del mal ho sempre procur farghe del ben, e son segura che le bone operazion, se no le xe premiae da la zente del mondo, le xe certo certo compensae dal cielo.
BEAT. Lopera di piet che usate meco, non pu essere pi meritoria.
CAT. (Poverazza! Sastu cossa che ti pol far? Ti pol mandar via la Momola, che la far ela). (piano a Bettina)
BETT. Cuss ti parli duna lustrissima?
CAT. Vustu darghe da magnar de bando?
BETT. Me lo caverave da la boca a mi per darghelo a ela. La fame xe granda in tuti, ma la xe pi granda in chi xe avezzo a star ben. La zente ordenaria domanda el so bisogno, senza aver sugizion. I pitochi, se no i ghe ne trova da uno, i ghe ne trova da un altro, ma i poveri vergognosi, queli merita esser assistii, e quel poco che se ghe d, i lo paga caro, con tanto sangue che ghe vien sul viso per la vergogna. Siora marchesa, la resta servida. Son Betina, son veneziana, e le veneziane xe de bon cuor; e pur tropo tante e tante per tropo bon cuor, le fa dele volte dei scapuzzoni. (parte)
BEAT. Imparate a vivere da vostra sorella. Ella, bench nata vile, ha massime da eroina. (a Catte, e parte)
CAT. Mi no gh caso. Ste lustrissime descazue no le posso veder. Co no le ghha el so bisogno, le vien quachie quachie, ma co le torna gnente gnente a refarse, le ghha una spuzza che no le se pol sofrir. (parte)
SCENA NONA
Camera dosteria.
Messer Menego, Nane, Tita, poi il Cantiniere
MEN. Camerieri.
CANT. Eccomi.
MEN. Caro sior eccomi, port una grossa de molesin.
CANT. Che cosa questo molesino?
MEN. Oe, no lintende cossa che vol dir molesin. Vin dolce, vin dolce.
CANT. Vi servo subito. (parte)
NANE Sti foresti no i sa parlar. I xe tanti papagai.
MEN. Via, che femo sta pase.
NANE Mi son amigo dei amici.
TITA Anca mi crio, ma po la me passa.
MEN. Can che baia, no morsega.
NANE Mare de diana, che no vogio per che nissun me zappa su i pie.
MEN. Tra de nualtri se disemo roba, se demo co la ose; ma, co dise el proverbio, can no magna de can.
NANE S ben, ma a losteria no se va senza le so tatare. No se sa cossa che possa suceder.
TITA Se vien locasion, piutosto dar che tior suso.
(Viene il Cantiniere colla boccia di vino e tre bicchieri)
CANT. Eccomi. (versa il vino nei bicchieri, e parte)
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MEN. Evviva el sior eccomi. |
(bevono) |
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NANE Pare, sana. |
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TITA Evviva nu. |
MEN. Vegn qua, mazzmo un turco([61]). Viva i amici. (si toccano i bicchieri)
TUTTI Evviva.
MEN. Oe, amici, sta grossa la zoghemio?
NANE S ben, zoghemola.
TITA A cossa?
MEN. A la mora.
TITA So qua, come stemio?
MEN. Mi solo contra vualtri do.
NANE Sior no, a batifondi. Tuti per le soe.
MEN. Ai quanti?
NANE Ai sie.
TITA S ben, ai sie.
MEN. Al toco a chi ha da scomenzar. Toco mi, butemo. (buttano tre per uno, e Menego conta)
MEN. Pare, toca a nu.
NANE Anemo, e no me fe scaleta.
MEN. Mi vegno real, compare. (giocano tre o quattro colpi)
MEN. E uno. A vu, compare Tita.
TITA A mi. Ve chiapo a la prima. (giocano come sopra) A vu, sier Nane.
NANE Co mi? S in cotego([62]). (giocano)
SCENA DECIMA
Lelio e Pasqualino, Arlecchinocon tabarro e spada, e detti.
LEL. Buon pro, signori.
ARL. Pro fazza, patroni.
MEN. Velo qua sto cagadonao. (verso Lelio)
LEL. Si pu? Si pu? (cerca di bere)
ARL. Comandele favorir? (fa lo stesso)
NANE S patroni.
MEN. Schiavo, siori. (vuol partire)
NANE Dove andeu? (a Menego)
MEN. Co gh col, mi me la bato. (accenna Lelio)
LEL. Che signor padre garbato! Voi partite per causa mia, ed io appunto veniva in traccia di voi.
MEN. Mi no son vostro pare. Andelo a cercar vostro padre.
ARL. Al d dancuo l un poco dificile a trovar so padre.
LEL. Donna Pasqua mia madre mi ha dichiarato per vostro figlio, e voi, per sottrarvi dallobbligo di mantenermi, non mi volete riconoscere.
MEN. Dona Pasqua, bona memoria, xe stada una dona mata. No ghho mai credesto, no ghe credo, e vu, sior, no ve cognosso per gnente.
ARL. Come? No le vol recognosser per fio? (a Menego)
MEN. Mi ve digo del missier no.
ARL. Nol ve vol recognosser per fio? (a Lelio)
LEL. Non senti?
ARL. Vegn con mi. (a Lelio)
LEL. Dove mi vuoi condurre?
ARL. Vegn con mi.
LEL. Ma dove?
ARL. A lospeal dei muli.
LEL. Ora non tempo di facezie. Messer Menico, o padre, o non padre, voi mi avete da mantenere. Per causa di vostra moglie non son pi figlio di Pantalone. Voi siete stato cheto, dunque lo avete accordato. Avete rinunziato a Pantalone Pasqualino, dunque dovete riconoscer me per vostro figlio. Io non ho mestiere, io non ho con che vivere, voi ci dovete pensare.
ARL. Sior s, vu nav da dar da magnar, da bever, da zogar e da mantegnir la machina. (a Menego)
MEN. E mi no ve vogio dar gnanca laqua da lavarve le man.
LEL. Se non me ne volete dar per amore, me ne darete per forza.
ARL. Sangue de mi, se no me ne dar, se ne toremo.
MEN. Coss sto per forza: coss ste bulae? Se no ghaver giudizio, ve dar un fraco de legnae.
ARL. Obligatissimo a le so grazie.
LEL. A me legnate? Giuro al cielo, se non mi volete conoscer per figlio, non vi conoscer per padre, e vi lever dal mondo.
ARL. Bravo, cuss me piase; sior s, ve leveremo dal mondo.
MEN. Mi, sior, no ghho paura de bruti musi.
PASQUAL. (Oimei! Qua se taca barufa! Me despiase desser in compagnia). (da s)
LEL. Amici, non mi abbandonate. (a Pasqualino ed Arlecchino)
PASQUAL. Son qua, no me ved?
ARL. Fideve de mi, e no ve dubit.
MEN. Fradei, no me lass. (ai barcaruoli)
NANE Pugna pro patria, e traditor chi fugge.
TITA Sar qual mi vorrai, scudier o scudo.
LEL. Alle corte. Mi volete dar dei denari, s o no? (a Menego)
MEN. Anca mi a le curte. No ve vogio dar gnente.
LEL. Siete un cane, un assassino del vostro sangue.
MEN. A mi?
NANE Oe, come parlela, sior?
TITA Qua no se alza la ose, patron.
LEL. Che pretendete da me? Bricconi quanti siete. Pasqualino, Arlecchino, pronti.
NANE Coss sti briconi? Sier peruca de stopa.
TITA Parl megio, sier mandria.
LEL. Eh, giuro al cielo. (alza il bastone contro i barcaruoli)
NANE Indrio, sier cagadonao. (caccia mano a un stilo)
TITA Via, che te sbuso. (sfodera un pugnale)
LEL. Vammazzer quanti siete. (mette mano alla spada. Pasqualino e Arlecchino fuggono. Siegue zuffa tra Lelio e Nane e Tita; Menego vorrebbe dividerli, ma non sarrischia; finalmente Nane d una stilettata in petto a Lelio, il quale barcollando va a morire dentro la scena.)
NANE L morto, l morto.
TITA Cossavemio fato?
MEN. (Si mostra confuso senza parlare, e parte)
NANE Andemo, andemo. (parte)
TITA Scampemo via. (parte)
SCENA UNDICESIMA
Strada con porta dosteria.
Pasqualino ed Arlecchino dallosteria.
PASQUAL. Cossa mai sar?
ARL. Gnente. Son qua mi, e no abi paura.
PASQUAL. No vorave precipitar.
ARL. Se i vien fuora, i mazzo quanti che i xe.
SCENA DODICESIMA
Nane e Tita dallosteria, e detti.
ARL. Salva, salva. (fugge via)
PASQUAL. Veli qua che i vien. (si nasconde)
NANE Andemose a retirar.
TITA Come sarala?
NANE Gnente; la giusteremo. Lu xe st el primo. Lavemo mazz per defesa de la nostra vita.
TITA E intanto cossa magneremio? Tiol; vard cossa che savanza a andar a lostaria.
NANE E pur xe vero, se no ghavevimo arme, no tachevimo sta barufa.
TITA Maledeto vizio!
NANE Maledete bulae!
TITA Mai pi ostaria. (parte)
NANE Mai pi stilo. (parte)
SCENA TREDICESIMA
Pasqualino solo.
PASQUAL. Come! Cossa sentio! Lelio xe morto? Povero Lelio! Cuss miseramente lha fenio i so zorni? Ma! la morte el se lha comprada. Lha volesto far tropo da bulo. Ma mi che giera in so compagnia, ho scorso listesso pericolo. Anca mi podeva esser mazz; e se moriva, o se restava ferio su lostaria, cossa saria st de mi? Cossa saria st de la mia povera mugier, del povero mio fio? Se fusse morto a lostaria, averia perso oltre la vita anca la reputazion. Mio pare, i mii parenti, no i staverave gnanca degn de vegnirme a veder, e no averia trov un can che savesse mosso a piet de mi, per farme dar sepoltura. Che spasemo che me sento in tel cuor! Oh che tremazzo, che me vien da la testa ai pie. La vita de Lelio xe stada quela che mha fato prevaricar. La morte de Lelio xe quela che me fa iluminar, e se la vita de Lelio xe stada causa del mio precipizio, la morte de Lelio sia motivo del mio pentimento. Che spassi ogio abuo; che devertimenti ogio prov, dopo che me son d a sta vita cuss cativa? Ogio mai abuo un piaser senza desgusto? Ogio mai ridesto senza motivo de pianzer? Dove xe and quela pase che godeva, avanti che me butasse al baron? Dov quela quiete danemo co la qual andava in leto la sera, e me levava su la matina? Lelio xe st causa de la mia rovina, ma lha pag el fio dei so scandali, dei so mali esempi. Toca a mi adesso a pagar el fio de le mie baronade, de le mie iniquit; ma avanti che ariva el fulmine a incenerirme, torner a muar vita: me buter ai pie del mio povero pare: domander perdon a la mia cara mugier; me racomander de cuor a la protezion del cielo, e spero trovar agiuto, se no per me, che nol merito, almanco per una mugier onorata, per un putelo inocente, che co le so lagreme domanda piet per un cativo mario, per un pare crudel. (resta piangendo)
SCENA QUATTORDICESIMA
Menego, dallosteria, e detto.
MEN. (Esce mesto senza parlare, asciugandosi gli occhi)
PASQUAL. Comla, missier Menego?
MEN. Ah, Pasqualin! El povero Lelio xe rest su la bota. El giera tristo, el giera scelerato, ma per la natura no pol far de manco de no me far pianzer la morte cuss cativa dun fio cuss scelerato.
PASQUAL. Donca lav recognossuo per vostro fio?
MEN. Adesso digo chel giera mio fio.
PASQUAL. Adesso chel xe morto?
MEN. S ben, el fin che lha fato; fa che lo recognossa per fio. El cielo castiga i fioi che perde el respeto a so pare; Lelio mha perso el respeto a mi, el cielo lha castig, el cielo lha fato morir; donca Lelio giera mio fio.
PASQUAL. (Poverazzo, el me fa pec). (da s)
MEN. Fio mio, tiol esempio da lu; si bon, respet vostro sior pare, fe conto de vostra mugier, perch questo xe el fin de la zente trista. El cielo no paga a setimana. O tardi, o a bonora, el ne ariva, e una le paga tute.
PASQUAL. Pur tropo dis la verit. E se l cielo me dar tempo, far cognosser al mondo che son pentio, ma de cuor. Ma del povero Lelio cossa sar? Nissun lo far sepelir?
MEN. Ghho d a losto tuti i mii aneli, tuti i mii arecordi, e do zechini che ghaveva in scarsela, acioch el lo fazza sepelir.
PASQUAL. E quei povereti che lha mazz?
MEN. Mi, che so pare del morto, ghe dar la pase. Quei de losteria i sar testimoni che lu xe st el primo a dar. Far che i se presenta, e ghho speranza che con puoco i se liberer.
PASQUAL. E intanto Lelio xe morto.
MEN. No me lo vorave pi recordar. Me sento el cuer ingrop, no miga perch el sia morto, ma perch el xe morto malamente e da poco de bon. (parte)
PASQUAL. Presto, no vi perder tempo. Vago da mia mugier. Vogia el cielo che me perdona mio pare. Ah, lha dito pur ben quel poeta!
In questa vita lagrimosa e amara,
Felice quel che allaltrui spese impara. (parte)
SCENA QUINDICESIMA
Camera di Bettina.
Bettina e la marchesa Beatrice
BETT. Via, la staga aliegra, che tuto se giuster. Ho mand a chiamar mio sior missier, ghho fato contar tuto al mario de la furtariola, e el mha fato dir che adessadesso el vegnir qua. El xe con mi un puoco in colera, ma el xe tanto bon, che ghho speranza chel lagiuter ela e chel magiuter anca mi.
BEAT. Cara Bettina, quanto sono tenuta al vostro bel cuore!
BETT. Oh, in materia de bon cuor no la cedo a nissun. Povereta, ma schieta e sincera. Quel che ghho in cuor, ghho in boca, e co posso, fazzo del ben a tuti.
BEAT. Il cielo vi benedica.
SCENA SEDICESIMA
Catte e dette.
CAT. Sorela, astu sentio a bater?
BETT. Mi no.
CAT. Sastu chi xe?
BETT. Chi? Sior Pantalon?
CAT. Oh giusto. Xe Pasqualin.
BETT. Pasqualin? Oh siestu benedeto! Dovlo le mie vissere? Vienlo de su?
CAT. Ghho paura che nol se ossa.
BETT. Mi, mi ghander incontra. Caro el mio ben, el cielo me lha mandao. Oh Dio, che no posso pi! (parte)
CAT. Siora marchesa, andemo in staltra camera.
BEAT. Perch?
CAT. No la sente che xe qua Pasqualin?
BEAT. E per questo? Che importa?
CAT. No la sa che xe tre zorni che nol vien a casa de so mugier?
BEAT. Cara signora Catte, mi fate ridere, bench non ne ho voglia. (parte)
CAT. Fegurve se Betina vol sugizion! So come che la xe fata co so mario. (parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
Bettina e Pasqualino
BETT. Vien qua, le mie vissere, vien qua, el mio cuor. Cossa ghastu, che ti me par sbatuo?
PASQUAL. Oh, cara mugier...
BETT. Cara mugier ti me disi? Cara mugier? Benedeta quela boca! Me vustu ben?
PASQUAL. No ghho fi de parlar. Se savessi cossa xe sucesso?
BETT. No me far morir, vita mia. Cossa xe st?
PASQUAL. Lelio xe st mazz.
BETT. Poverazzo! Distu dasseno? Ghe gieristu ti?
PASQUAL. Giera poco lontan.
BETT. Astu abuo paura? Fate trar sangue. Oe, Cate.
SCENA DICIOTTESIMA
Catte e detti
CAT. Cossa gh?
BETT. Cara ti, va a chiamar el barbier.
PASQUAL. Lass star, lass star. No gh bisogno.
CAT. Cossa volevistu far del barbier?
BETT. Pasqualin ha abuo paura. Porteghe un goto dacqua.
CAT. Oh giusto acqua. El vol esser vin bon. Dame la chiave de la caneva.
PASQUAL. No ghho bisogno de gnente. La paura me xe passada.
CAT. Voleu de laqua per el spasemo? Deme diese soldi, che ve ne vago a tior.
PASQUAL. Ve ringrazio, no vogio gnente. Cara Betina, cossa feu? Steu ben?
BETT. S, caro, co ti xe a casa ti, stago da rezina.
PASQUAL. Cossa fa el putelo?
BETT. El dorme. Vustu che lo desmissia?
PASQUAL. No no, lasselo dormir. Quanto xe che no ved mio pare?
BETT. Laspeto qua adessadesso. Oh, se ti savessi chi ghe xe in casa nostra!
PASQUAL. Chi ghe xe?
BETT. Siora marchesa, miserabile, povereta, che la fa piet; so mario xe in preson, e ela la xe vegnua a racomandarse che se ghe daga alozo per carit.
PASQUAL. Mandela via subito.
BETT. No, Pasqualin, no la vogio mandar via. La carit xe sempre bona. Chi sa chel cielo no mabia d la consolazion che ti torni a casa, per la carit che ho fato a sta povera zentildona!
CAT. Se vedessi come la mastega ben! (a Pasqualino)
PASQUAL. Mugier, no so da che banda prencipiar a domandarve perdon dei mali tratamenti che fin adesso vho fato...
BETT. Zito, no dis cuss, che me fe cascar le lagreme. (piange)
PASQUAL. I bezzi i xe fenii.
BETT. No mimporta.
PASQUAL. I manini xe andai.
BETT. No ghe penso.
PASQUAL. I debiti ancora ghe xe.
BETT. No ve st a aflizer, che i pagheremo.
PASQUAL. Mio pare no me vor pi.
BETT. Chi sa? Pol esser de s.
PASQUAL. No ghho coragio de andar da lu.
BETT. Adesso el vegnir qua.
PASQUAL. No so come far a parlar.
BETT. Lasseme parlar a mi.
PASQUAL. Cara mugier, me racomando a vu.
BETT. S el mio caro mario: no ve dubit.
CAT. I bate.
BETT. And a veder.
CAT. Oh, son deboto stufa. Momola, dormistu? (parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
Bettina e Pasqualino, poi la marchesa Beatrice
PASQUAL. Oh, se podessimo tornar in casa de mio sior pare!
BETT. Oe, el xe elo! Momola ghha averto. (osservando dalla porta)
PASQUAL. No vogio chel me veda.
BETT. Scondeve l, e co ve chiamer, vegnir.
PASQUAL. Ah, pur tropo lo confesso, mi no meritava una mugier cuss bona. (si nasconde)
BETT. Siora marchesa, dovla? (chiama la Marchesa)
BEAT. Son qui, mi rallegro con voi delle vostre consolazioni.
BETT. Grazie. Xe qua mio missier.
BEAT. A voi mi raccomando.
SCENA VENTESIMA
Pantalone e detti.
PANT. Strissima, siora marchesa.
BEAT. Serva, signor Pantalone.
PANT. Schiavo, niora. (a Bettina)
BETT. Patron, sior missier. La lassa che ghe basa la man. (gli bacia la mano)
PANT. (Poverazza! La me fa pecc!) (da s) Siora marchesa, ho sentio tuto, e per le racomandazion che mha fato far mia niora, son and subito a la preson, dove che ghe xe el sior marchese. Lho trov confuso, tra el dolor e lalegrezza. Dolor de vederse l drento, dolor pensando a la so zentildona aflitta e apassionada: ma el xe alegro e contento, perch sta letera che mi ghe porto per so consolazion, ghe d aviso de la morte de so fradelo, dal qual leredita diesemile scudi dintrada a lano. Cognosso el mercante che scrive la letera, onde mi ghe far piezeria; e doman el vegnir fuora, e ghe dar dei bezzi per far i fati soi. Lu el protesta de voler muar vita, per no tornarse a redur in sto stato miserabile e vergognoso. La fazza anca ela listesso; la se regola, la se governa: perch se la torner in sta miseria, se la se abuser de la providenza, no la trover pi n agiuto, n compasion.
BEAT. Rendo grazie al cielo della nuova felice che mi arrecate, ancorch mi costi pena sentir la morte di mio cognato. Protesto che sar cauta per lavvenire, e far che mi servano di regola le mie presenti calamit.
PANT. Gran bel libro xe sto mondo! Simpara de le gran bele cosse! Betina, aveu savesto de Lelio, che xe st mazz?
BETT. Sior s, lho savesto.
PANT. Aveu mo savesto, che in quela baruffa ghe giera anca vostro mario?
BETT. El giera poco lontan.
PANT. Perch la paura lha fato andar via.
BETT. El cielo se serve de sti mezzi per far reveder la zente.
PANT. Vostro mario no se reveder mai.
BETT. E pur ghe zuro che l pentio.
PANT. No ghe credo mai pi.
BETT. Caro sior missier, la prego per amor del cielo...
PANT. No me st a parlar de col.
BETT. Siora marchesa, la senta. (le parla nellorecchio)
BEAT. Volentieri. (parte)
BETT. Sior missier, son qua ai so pie a domandarghe piet. Se nol remete Pasqualin in te la so grazia, se nol lo torna a recever per fio, cossa sar de lu? Cossa sar de mi? Semo ai estremi, no savemo pi come viver. E el ghaver sto cuor de vederme andar a remengo a domandando la limosina? Caro sior missier, nol me abandona per carit. (inginocchiata)
PANT. Leveve suso. Se vol vegnir in casa mia, s parona, ma col no lo vogio.
BETT. E el voria chavesse sto cuor de impiantar mio mario? Mio mario, che xe lanema mia? Che ghe vi tanto ben? El cielo me lha d, e fin chel cielo me lo lassa, no lo vogio abandonar. Se nol ne vol in casa pazenzia. Anderemo a servir, se vadagneremo el pan co le nostre fadighe; ma staremo insieme, ma viveremo da boni compagni, ma saremo sempre mario e mugier. (piange)
PANT. (Ste lagreme le me casca sul cuor, ma Pasqualin xe tropo desgrazi). (da s)
SCENA VENTUNESIMA
La marchesa Beatrice e Momola per di dietro di Pantalone,
portando il bambino a Bettina, e detti.
BETT. Sior missier. (Pantalone non la guarda) Se nol lo vol far per mi, el lo fazza almanco per ste care rase che xe qua. (gli mostra il bambino)
PANT. (Si volta, lo vede, e resta confuso)
BETT. Questo a la fin xe so sangue. Nol lo abandona nol lo lassa patir, nol fazza chel se destruza per el desasio, chel mora per poco governo o per mancanza de pan. Lha pur dito che questo sar el baston de la so vechiezza, chel sar el so caro Pantaloncin. Velo qua, povereto, velo qua co le so manine a domandarghe anca elo piet. Prghelo el nono, vissere mie, prghelo chel se mova a compassion de la to mama e del to pap. (fa stendere le mani al bambino, in atto di supplicar Pantalone)
PANT. (Piangendo) Poveretto! vien qua, vita mia. Povero sangue innocente! (lo prende)
BETT. (Fa cenno a Pasqualino che venga avanti)
PASQUAL. (Bel bello saccosta, e singinocchia dallaltra parte, a piedi di Pantalone)
BETT. Ah s, vedo chel se scomenza a intenerir. Spero chel ghe perdoner al so caro fio, e chel labrazzer insieme co la so cara mugier.
PANT. Dovlo sto poco de bon?
BETT. Sior missier, la varda.
PANT. (Si volta e vede Pasqualino) Qua ti xe?
PASQUAL. Perdonanza. (inginocchiato)
BETT. Misericordia. (singinocchia anchessa)
PANT. Leveve su, leveve su. No posso pi star saldo. Me sento crepar el cuor. Pasqualin, xestu veramente pentio?
PASQUAL. Sior pare, so pentio, prego el cielo che me castiga, se no digo la verit.
PANT. Varda chel cielo no xe sordo.
PASQUAL. Ve lo digo de cuor.
PANT. Ors, vegn qua, cari i mi fioi, unica consolazion de la mia vechiezza. Vegn in casa mia. Sar pi paroni de mi. No parlemo pi del pass. Caro fio, che ti mha d tanti travagi, dame un poco de consolazion. Niora cara, le vostre lagreme mha mosso a compassion, ma pi mha mosso sta povera inocente creatura, che ghe vi tanto ben.
PASQUAL. Sior pare, lass che ve basa la man.
BETT. Anca mi, sior missier. (tutti due gli baciano le mani)
PASQUAL. Cara mugier.
BETT. Caro mario.
PASQUAL. Ve strenzo al sen. (sabbracciano fra di loro)
BETT. Ve abrazzo col cuor. (tutti piangono)
BEAT. Fanno piangere me pure per tenerezza.
SCENA VENTIDUESIMA
Catte e detti.
CAT. Coss sti pianti?
PANT. Oh giusto vu, siora Cate. Saveu cossa che vho da dir? Che mio fio e mia niora i torna in casa mia, ma no vogio che n vu, n vostro mario ghe meta n pi, n passo, e a vu ve comando che no la st a praticar. (a Bettina)
CAT. A mi no mimporta, e gnanca a mio mario. Za elo, pi chel vien vecchio, e pi el deventa avaro, e mai no ghe casca gnente. In casa soa no se pol sperar gnente. Va l, sorela, che ti sta fresca. No ghe staria co quel vecchio per tuto loro del mondo. Tiogo su el mio zend, e vago via. Chi sha visto, sha visto. Chi no me vol, no me merita.
Sior Pantalon, ve ghho
Dove che le galine fa el coc. (parte)
PANT. Sentiu che bela sorela che ghav?
BETT. La xe una mata; bisogna compatirla.
PASQUAL. Far ben a no la praticar. (a Bettina)
PANT. Andemo a casa da mi.
PASQUAL. Vegnir contento co la mia cara mugier.
PANT. Va l, che ti te pol vantar daver una bona mugier. (a Pasqualino)
BETT. Volesse el cielo che fusse una bona mugier, ma per esser tal, ghe vol trope cosse.
PANT. Cossa ghe vol?
BETT. Mia mare, co la giera viva, la minsegnava de le bele cosse, e tra le altre la mha insegn sto
SONETTO
Per poderse vantar Bona Mugier,
Bisogna a so mario portar respeto,
Solamente per lu sentir afeto
E far, quando bisogna el so dover.
Non bisogna pretender de saver,
N sa da far le cosse per despeto.
E se avesse el mario qualche defeto,
Soportarlo bisogna, e no parer.
Quela Bona Mugier, che i fati soi
Sa far in casa, e mai no fa la mata,
E no ghha in testa el fumo de rafioi.
Ma una Bona Mugier cuss ben fata,
Bona per el consorte e per i fioi,
Tuti la cerca, ma nissun la cata.
Fine della Commedia
([1]) Quegli che porta via la spazzatura dalle case di Venezia.
([2]) A cicalare, a tener discorso di questa cosa e di quella.
([3]) Schiaffo.
([4]) Pidocchi e altre lordure.
([5]) Modo di dire a uno che venga a visitare di rado.
([6]) Cianciera
([7]) Rimproveri.
([8]) Ipocrita, bacchettone.
([9]) Avere angoscia e desiderio.
([10]) quel mucchio di trecce ravvolte, che usavasi una volta, e ch ora rimasta usanza delle serve pi vili.
([11]) secondare uno alla sua rovina.
([12]) Naso schiacciato.
([13]) Bastarda.
([14]) Sbrigatevi.
([15]) Fuori di s, e come un coccale, sorta duccello notissimo e sciocco, come lallocco.
([16]) quanto dire: giuro per questi occhi che ho in capo.
([17]) Dalle, dalle, i disordini accumulati fanno rovina.
([18]) Bugia, carota.
([19]) Di mal costume, uomo rotto.
([20]) Nella via dritta.
([21]) Errori celati, magagne con sapute.
([22]) Moneta veneziana che vale 30 soldi.
([23]) Che serve di portare le sporte a prezzo vilissimo di tutti i servigi.
([24]) Il semplice, luomo grosso.
([25]) Che sa poco le cose del mondo.
([26]) Mi nomina?
([27]) Mi guasto.
([28]) Appuntare i pannilini pi minuti luno allaltro, perch non si smarriscano.
([29]) Occultato.
([30]) Minaccia.
([31]) Da lontano.
([32]) Ho digiunato.
([33]) Ciambellaio.
([34]) Sugna.
([35]) un legno al quale sappoggia il remo per vogare.
([36]) Ha terminati i denari.
([37]) Senza quattrini.
([38]) Pi che ghiacciato, indurito come la pietra, senza un soldo.
([39]) Mi lasciano come inutile.
([40]) Che non passano lacqua, ma vanno per la via lunga.
([41]) Che non ti diano il pagamento del vogare.
([42]) Indurita come stucco, colla manteca.
([43]) Si distendono.
([44]) Accorciamento dillustrissimo, che fa equivoco con asciuttissimo, cio senza denari.
([45]) Coperchio della gondola.
([46]) Leggiera.
([47]) Ponticello dalla terra alla barca.
([48]) Tappeto col quale si parano le gondole, dove si mettono i piedi.
([49]) un musico.
([50]) Lho battuto col remo.
([51]) Intrichi.
([52]) Piantar la noce, indebitarsi.
([53]) Ad appiccare altrui il male di questo nome.
([54]) Tienti a sinistra.
([55]) Nebbia.
([56]) Arrestare la barca.
([57]) I soldi rubati dalla scodella di legno che tengono i mercanti per riporre i danari che guadagnano alla giornata delle merci vendute. I fattorini, o come diciam noi, i giovani, che da quella scodella furano, si chiamano in veneziano; Scana squelotti.
([58]) Arme.
([59]) Nella trippa.
([60]) Ha fame.
([61]) Far un brindisi.
([62]) Siete alla trappola
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