La casa nova

goldo34 - Carlo Goldoni - La casa nova - Atto primo

Carlo Goldoni

La casa nova

Commedia veneziana in tre atti in prosa

Rappresentata per la prima volta in Venezia

il carnovale dellanno 1761

AL MIO CARISSIMO AMICO N. N

Voi non volete che io vi dedichi una Commedia, ed lo voglio dedicarvela ad ogni modo. Impeditelo, se potete. Non vi nomino, non vi prevengo, non potete dire che sia per Voi, e quando ne concepiste qualche sospetto, quella modestia che vi fa ricusare la Dedica, non vi permetter forse di attribuirvela. Dir pi d'uno, e Voi lo direte cogli altri: Quale soddisfazione pu aver un Autore a dedicare l'opera sua ad una persona, che non consapevole di quel presente, buono o cattivo, che tu le fai? Le dediche si fanno per tre ragioni: o per affetto, o per rispetto, o per interesse: agindo con tale estraordinaria cautela, non otterrai alcuno di questi effetti. L'amico non ti ringrazia, il protettore non si obbliga, il liberal non ti ricompensa. L'obbietto ragionevole, ma io rispondo che la mia soddisfazione nel cuore, che rendendo giustizia ad un amico, non ho bisogno che mi ringrazi, e che la buona amicizia val pi d'ogni protezione e d'ogni liberal ricompensa. Avrei certamente maggior piacere, se potessi parlare liberamente, ma farlo non potrei senza offendere la vostra moderazione, o senza tradire la verit. Non si pu parlare di voi senza formar elogi al vostro talento, al vostro cuore, ed al vostro costume; e facendolo anche con parsimonia, sarei sicuro di dispiacervi. Potrei parlare delle vostre virt senza nominarvi, ma non sono elleno s comuni, che confonder vi possano con molti altri, onde per poco ch'io mi diffondessi a narrarle, sareste subito riconosciuto, e malgrado la bassa opinione che avete di voi medesimo, vi riconoscereste voi stesso, e mi sapreste mal grado di avervi fatto virtuosamente arrossire. Voglio per altro soddisfar voi e me medesimo nello stesso tempo. Tacer il vostro nome, ma far in modo che qualcheduno potr indovinarlo. Voi conoscete i Logogrifi. Se ne trovano in tutti i Mercur di Francia e sono anch'essi una specie d'indovinelli. Differiscono per dagli enigmi, poich questi sotto il velame delle parole nascondono la cosa da indovinarsi, e il Logogrifo conduce con diversi anagrami a rilevar la parola, per la quale formato.

Nell'ottava che leggerete a piedi di questa lettera, evvi il vostro nome ed il vostro cognome, composti da quattro parole, ogni una delle quali ha il proprio significato. Non dico quali sieno queste parole; ma invito le persone d spirito ad indovinarle. Se siete per questa via conosciuto, deh soffritelo in pace, in grazia almeno di veder per la prima volta comparir in pubblico un Logogrifo italiano. Non credo che la nostra lingua, sia meno delle altre felice per esercitarla in simili tratti di spirito, cos comuni ai Francesi. Ho veduto in Parigi nelle pi serie e pi erudite conversazioni prendere con avidit il Mercurio, che esce di mese in mese e correre ai Logogrifi per il piacere d'indovinarli, e farvi sopra delle quistioni e delle scommesse, ed attendere, qualche volta, il Mercurio dell'altro mese che seguita, per vederne la spiegazion dell'autore, o per compiacersi di aver dato nel vero, o per cedere, se ha mal pensato. Voi che siete uomo di spirito, e di acuta e facile penetrazione, interpreterete forse prima d'ogni altro il Logogrifo che vi riguarda. In tal caso scoprirete l'arbitrio che mi son preso, malgrado la vostra proibizione, ma sarete almeno contento, che la maniera con cui vi dedico la mia Commedia, m'impedisca di darvi quelle lodi che meritate. Sono e sar sempre con vera stima e sincero affetto

II vostro fedele Amico e Servitore

Goldoni

LOGOGRIFO

Lettor, se il nome risaper ti cale

di quello a cui queste mie righe io scrivo,

parte ne addita una citt papale,

parte il lusso comune in tempo estivo;

cocco, noce, pistacchio, o frutto eguale

altra parte ne trae dal succo attivo;

e se un'elle tu aggiugni a quel che avvanza,

il resto trovi del cognome in Franza.

L'Au.

L'AUTORE A CHI LEGGE

S'io non avessi composto che questa sola Commedia, credo che essa bastato avrebbe a proccurarmi quella riputazione che acquistata mi sono con tante altre. Leggendola e rileggendola, mi pare di non avere in essa niente a rimproverarmi, ed oserei proporla altrui per modello, se lusingar mi potessi che le opere mie fossero degne d'imitazione.

L'esposizione facile, la condotta semplice, la critica vera, l'interesse vivo, e la morale ragionevole, e non pedantesca. I caratteri sono tutti presi dalla natura. Il dialogo pure non lo pu essere d'avantaggio.7 La favola verisimile in tutte le parti, e quantunque vi appaia un doppio interesse, l'azione una sola, poich una sola persona, cio Cristofolo, ne forma lo scioglimento. Non istupire, Lettor carissimo, s'io faccio l'elogio della mia Commedia. Io non la metto in paragone con quelle degli altri Autori, ma colle mie, e credo mi sia lecito di preferirla a molt'altre, e di collocarla nel numero delle mie dilette. Il pubblico mi rese questa giustizia, allora quando fu sulle Scene rappresentata, e fu, in Venezia non solo, ma per tutto, con egual fortuna applaudita.


Personaggi

ANZOLETTO, cittadino

CECILIA, moglie d'Anzoletto

MENEGHINA, sorella d'Anzoletto

CHECCA, cittadina maritata

ROSINA, sorella nubile di Checca

LORENZINO, cittadino, cugino di Checca

CRISTOFOLO, zio di Anzoletto

Il CONTE, forestiere servente di Cecilia

FABRIZIO, forestiere amico di Anzoletto

LUCIETTA, cameriera di Rosina

SGUALDO, tappezziere

PROSDOCIMO, agente

Fabbri

Falegnami

Pittori

Facchini

Servitori

La scena si rappresenta in Venezia in casa di Anzoletto e in casa di Checca, che abita al secondo piano


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera d'udienza nella casa nova.

SGUALDO Tappezziere, Pittori, Fabbri, Falegnami che lavorano intorno alla camera,

poi LUCIETTA

Sgu. Fenimo sta camera za che ghe semo. Questa ha da esser la camera da recever; e el paron el vol che la sia all'ordene avanti sera. Intanto, che i fenisse de far la massara([1]), el vol sta camera destrigada([2]). Da bravo, sior Onofrio fen de dar i chiari scuri a quei sfrisi. Vu, mistro Prospero, mett quei caenazzetti([3]) a quela porta; e vu, mistro Lauro, insoaz([4]) quella erta, e destrighmose, se se pol. (i lavoratori eseguiscono)

Luc. Disme, sior tappezzier, no av gnancora fenio de marangonar([5])? X debotto do mesi che s drio a sta gran fabbrica e no la x gnancora fena? Gnanca se avessi tir suso la casa dai fondamenti! Tanto ghe vol a spegazzar i travi, a insporcar i muri, e a metter suso quattro strazzi de fornimenti? (a Sgualdo)

Sgu. Cara siora Lucietta, per cossa ve scaldeu el fig in sta maniera?

Luc. Caro sior Sgualdo, me scaldo co la mia rason. Ancuo([6]) ha da vegnir in casa la novizza del patron; e el patron m'ha d ordene, che netta([7]) el portego([8]), el tinelo([9]), e un per de camere almanco. X do zorni che no fazzo altro che scoar([10]), che forbir([11]); e costori, siei maledetti, no i fa mai altro che far polvere, e far scoazze([12]).

Sgu. Ve compatisso, gh'av rason. Ma gnanca i me omeni no i gh'ha torto. Averessimo feno, che sarave un pezzo; ma sior Anzoletto, el vostro patron, ogni zorno, el se mua([13]) de opinion. L'ascolta tutti. Chi ghe dise una cossa, chi ghe ne dise un'altra. Ancuo se fa, e doman besogna desfar. Ghe giera tre camere col camin; perch uno gh'ha ditto che i camini in te le camere no i sta ben, el li ha fatti stropar([14]). Dopo x vegn un altro a dirghe che una camera senza un camin da scaldarse x una minchioneria, e lu: presto, averz sto camin; e po: no pi questo, st'altro; e po: femo el tinelo arente la cusina, e po: sior no. La cusina fa fumo, portemo el tinelo da un'altra banda. Tramezzemo([15]) el portego, perch el x longo. Desfemo([16]) la tramezura perch la fa scuro. Fatture sora fatture, spese sora spese: e po co ghe domando bezzi el strepita, el cria, el pesta i pi per terra, el maledise la casa, e anca chi ghe l'ha fatta tr.

Luc. Chi glie l'ha fatta tr x stada la so novizza. La x un boccn de spuzzetta de vintiquattro carati([17]). No la s'ha degn de la casa dove che stevimo, perch no ghe giera la riva([18]) in casa, perch el portego giera piccolo, perch no la gh'aveva l'appartamento co le tre camere in fila; e perch ghe pareva che la fusse fornia all'antiga; la gh'ha fatto cresser sessanta ducati de fito, la gh'ha fatto buttar via un mondo de bezzi in massara, in fatture, in mobili da niovo, e po no la x gnancora contenta.

Sgu. La gh'aver d della bona dota?

Luc. Eh, caro vu, no me f parlar. La gh'ha d dei totani([19]), della spuzza([20]) tanta, che fa paura. Nol gh'ha un fi([21]) de giudizio el mio paron. El s'ha incaprici mi no so de cossa. La x una putta civil, ma arlevada con un aria spaventosonazza; e per mantegnirla in quell'aria, ghe voria tre o quattro mile ducati d'intrada. E s, sav, sior Anzoletto, dopo che x morto so pare, el ghe n'ha butt via tanti, che el x al giazzo([22]); poveretto, el gh'ha una sorella da maridar, e adesso sto boccon de peso da mantegnir. Credo de s, che el sbater i pe, e el maledir, co([23]) ghe domander bezzi. Oe, volu che ve la conta? Ma no dis gnente a nissun, ved, che no vorave mai, che i disesse che conto i fatti de casa. De l([24]) dove stevimo el vien via, e l'ha da dar ancora un anno de fitto; e qua in casa nova, no l'ha gnancora pag i siei mesi anticipai([25]), e ogni zorno vien el fattor dela casa nova e dela casa vecchia, e el d ordene, che se ghe diga che nol ghe x, e no so dove l'ander a fenir; e anca mi ho d'aver el salario de sette mesi. S, anca da putta da ben, che la x cuss.

Sgu. Cospetto de diana! m'av ben d una botta al cuor. Gh'ho fora dei bezzi de mia scarsla, e ghho sti omeni sora de mi; no vorave, che el me avesse da far sospirar.

Luc. Caro sior Sgualdo, ve prego no dis gnente a nissun. Sav che no fazzo pettegolezzi, ma gh'ho tanta rabbia de sta maledetta casa, che son propriamente ingossada([26]) e se nome sfogo, crepo.

Sgu. X el mal, che sior Anzoletto spende pi de quello che el pol; per altro no se pol negar, che no la sia una bella casa.

Luc. Bela ghe dis? Sia pur benedetta quell'altra. No ved che malinconia? La x una casa sepolta, no se vede passar un can. Almanco in quell'altra se me buttava un fiaetin([27]) al balcon, me consolava el cuor. E po gh'aveva tre o quattro amighe da devertirme. Co aveva destrig la mia casa, andava in terrazza, o in altana, o, sul lumina. Co le altre serve me sentiva, le saltava fora anca ele, se chiaccolava, se rideva, se contevimo le nostre passion, se sfoghevimo un pochetin. Le me contava tutti i pettegolezzi delle so parone, e godevimo mille mondi, e fevimo un tibidoi([28]) da no dir. Qua mi no so, in ste case darente, che zente rustega che ghe staga. Me son buttada tante volte al balcon, e nissun gnancora m'ha salud. E tocca a ele a saludarme. Oe, sta mattina un'asena de una furlana([29]) la m'ha vard, e po la m'ha ser el balcon in tel muso.

Sgu. Eh, no v'indubit. Col tempo far anca qua delle amicizie. Co no ve preme altro, che massre da chiaccolar, per tutto ghe ne trover.

Luc. Eh quel, che gh'aveva l, x difficile che qua lo gh'abbia.

Sgu. Dis la verit, Lucietta, ve dispiase per le serve, o per qualche bel servitor?

Luc. Un poco per uno, un poco per l'altro.

Sgu. I omeni i ve pol vegnir a trovar.

Luc. S, s, ma mi no son de quelle che fa vegnir i omeni in casa. Qualche volta, se pol dar, cus de sbrisson([30]), co vago a trar el vin; ma do parole, e via: no voggio che i possa dir, se me cap...

Sgu. Eh siora s, ve capisso.

Luc. Credme, sior Sgualdo, che no me despiase tanto per mi d'esser vegnua via de quella casa, quanto per la mia povera paronzina.

Sgu. Perch? No la x contenta siora Meneghina? No la ghe piase gnanca a ela sta casa?

Luc. Ve dir, ma vard ben, ved, no dis gnente a nissun; e po so, che omo che s. De l, vedu, la gh'aveva el moroso in fazza, e la lo vedeva da tutte le ore; e la notte la vegneva dessuso in te la mia camera, e stevimo le ore e le ore a parlar, ella col patron, e mi col servitor, e se divertivimo, e se consolevimo un pochetin. Tol suso, semo qua tute do muffe, muffe([31]), senza un can che ne varda.

Sgu. Perch no la maridela so fradelo?

Luc. Eh debotto me la faressi dir. Con cossa volu, che el la marida?

Sgu. la sempre da star cuss?

Luc. Poverazza! se un so barba([32]) no l'agiuta, la vedo mal intrigada([33]).

Sgu. Siben, se sior barba Cristofalo el x ricco, e se el vol, el la pol agiutar.

Luc. El x instizz co sto so nevodo([34]), che ha volesto sempre far de so testa, e el s'ha marid senza dirghelo, e la povera putta tor de mezo.

Sgu. Oe, x qua sior Anzoletto.

Luc. El paron? Vard ben, ved, no ghe dis gnente.

Sgu. Cossa serve? no son miga...

Luc. Me dispiase che qua no ho podesto gnanca nettar([35]).

Sgu. E mi me despiase, che m'av fatto chiaccolar, e ho perso el tempo senza far gnente.

Luc. Oh un poco pi, un poco manco...

(si mette a pulire)

SCENA II

ANZOLETTO, e detti

Anz E cus, andmio ben? Sta camera xla gnancora fena?

Sgu. Doman sar tutto feno.

Anz X vinti zorni, che sento a dir: doman sar tutto feno.

Sgu. Mo, cara ela, se faremo cuss, no finiremo in do anni. La m'ha fatto far e desfar diese volte. L'ascolta tutti, la vol far a modo de tutti.

Anz Gh'av rason; ma adesso quel che x dito, x dito. Destrighemose, caro vecchio([36]). Ancuo ha da vegnir la novizza. Sta notte gh'avemo da prencipiar a dormir.

Sgu. La camera da letto per stasera la sar all'ordene.

Anz Cospetto de diana! me despiase che no sia all'ordene sta camera da recever. Cossa volu, che diga la zente?

Sgu. Mi no posso far pi de quel che posso.

Anz Trov dei omeni, e destrigheve.

Sgu. Bisogna, che la me daga dei bezzi.

Anz Semo qua nu; bezzi, sempre bezzi. Tselo mai? sempre bezzi.

Sgu. Senza bezzi l'orbo no canta([37]).

Anz Siu maledetto! se no ghe n'ho!

Sgu. E mi come vorla, che fazza?

Anz Doman ghe ne trover.

Sgu. I omeni bisogna pagarli. I x tutta zente, che vive de fresco in fresco([38]).

Anz Doman i sar pagai, doman gh'aver dei bezzi quanti che vor. Ghaveu paura che no ve paga? Da un zorno all'altro no se assedia i galantomeni in sta maniera.

Sgu. Se l'imbattesse da un zorno all'altro.

Anz Co ve digo cus, no se parla gnanca. F el vostro debito, e av da far con un galantomo.

Sgu. Benissimo; aspetteremo doman.

Anz Ma destrigheve.

Sgu. Subito; la varda, se me preme a servirla. Oe, Toni([39]). Va subito a casa da mi, dghe a quei tre omeni, che i lassa star tutto, e che i vegna qua. (da s) (No so cossa dir; ghe son, bisogna che ghe staga. Se nol me pagher, trover la maniera de farme pagar).

Anz Lucietta.

Luc. Lustrissimo.

Anz And in cusina, and a dar una man al cuogo, se el gh'ha bisogno de gnente.

Luc. Dsnela a casa ancuo, lustrissimo?

Anz S, disno a casa cola novizza, e con tre o quattro amici.

Luc. (da s) (Via, che la vaga).([40])

Anz Disghe a mia sorella, che la se metta qualcossa intorno([41]), che vien so cugnada e dell'altra zente.

Luc. Mi no so, se la gh'abbia de qua([42]) tutta la so roba.

Anz Se no la la gh'ha, adess'adesso ander de l([43]) a far portar el resto della massara.

Luc. Anca la biancheria da tola x in casa vecchia.

Anz Far portar tutto.

Luc. Per quanti avmio da parecchiar?

Anz Parecchi per diese.

Luc. La sar servida. (da s) (Oh za el proverbio no fala; el pan dei matti x el primo magn). (parte)

SCENA III

ANZOLETTO, SGUALDO, Uomini che vanno e vengono, come sopra

Sgu. (da s) (Per mi nol gh'ha bezzi, e el fa sto boccon de disnar; doman la descorreremo).

Anz Quei do quadri in sta camera no i me piase.

Sgu. No i sta ben, ghe l'ho dito anca mi; ma l'ha volesto far a modo de quel pittor. El ghe li ha fatti comprar per forza. L'ha butt via i bezzi, e no i ghe sta ben.

Anz Tirmoli via.

Sgu. E po cossa ghavemio da metter? S'ha da far dei altri travasi? No feniremo pi per stassera.

Anz Via, donca, per adesso lassmoli star.

Sgu. Co la voleva far una cossa ben fatta, qua ghe voleva el so specchio, e bisognava contornar la tappezzeria colle so soazette d'oro([44]).

Anz Appunto, me l'ha dito dei altri. Mettemoghele le soazette d'oro.

Sgu. Ghe vol del tempo.

Anz Do omeni de pi fa el servizio.

Sgu. Ghe vol cento brazzi de soazette; a un trairo([45]) al brazzo, ghe vol venticinque lire.

Anz Comprmole.

Sgu. La me daga i bezzi.

Anz Comprle vu, che doman se giusteremo.

Sgu. Mi no ghe n'ho, lustrissimo.

Anz Ors xe tardi, lassemo cus, e femo de manco de le soazette.

Sgu. (Semo al giazzo([46]) come che va!) (va a badar ai lavori)

SCENA IV

FABRIZIO e detti.

Fabr. Si pu entrare?

Anz Vegn avanti, sior Fabrizio.

Fabr. E cos, amico, finita ancora questa casa?

Anz Ghe semo drio. Cossa disu? Ve piase?

Fabr. Se devo dirvi la verit, non mi piace niente.

Anz No? per cossa?

Fabr. Prima di tutto, voi avete fatto una bestialit a mettere il letto nell'altra camera a tramontana. Questa, che a mezzogiorno, questa era la camera da dormire. Se dormirete a tramontana, voi creperete.

Anz Sentu, sior Sgualdo?

Sgu. Adesso, cossa vorvela dir?

Anz Volu che dorma a tramontana? Volu farme crepar? (a Sgualdo)

Sgu. Bisognava pensarghe avanti.

Anz Semo ancora a tempo, e gh'avemo da remediar.

Sgu. Cossa vorla che femo?

Fabr. Ci vuol tanto a portare il letto in questa camera?

Sgu. E i fornimenti?

Fabr. Uomini e denari fanno tutto.

Anz Sior s, omeni e bezzi remedia a tutto. (a Sgualdo)

Sgu. Mi penser per i omeni, e ela la pensa ai bezzi. (scaldandosi)

Anz Cuss se parla? V'oggio mai neg bezzi? V'ha mai manc bezzi?

Sgu. (Ghe mancherave poco, che no lo svergognasse in fazza de quel galantomo).

Anz Sentu? cuss i parla. Gh'aver d a st'ora pi de mile ducati e perch sta mattina no gh'ho bezzi adosso, che m'ho desmenteg de farmene dar dal fattor, par che no se ghe voggia dar quel che el vol. Caro sior Fabrizio, gh'averessi diese o dodese ducati da imprestarme, che doman ve li restituir?

Fabr. No davvero. Se li avessi, ve li darei volentieri. (Non gli presterei dieci lire).

Anz Che spesa ghe vol a trasportar la roba da una camera all'altra? (a Sgualdo)

Fabr. Queste sono cose da niente. Via, signor tappezziere. Sapete che avete che fare con un galantuomo.

Sgu. (Sia maledetto co me son intrig). nemo, fioi, vegn qua tutti, e femo sto bel travaso([47]). Andemo a desfar de l, e po desferemo de qua. (gli uomini partono) E sar feno, co sar feno. (ad Anzoletto)

Anz Sar feno, co sar feno.

Sgu. (E la descorreremo doman). (parte)

SCENA V

ANZOLETTO e FABRIZIO.

Fabr. Non sanno niente costoro.

Anz Credme che i me fa deventar matto. Se spende, se spende, e no se fa gnente.

Fabr. Sono passato dalla cucina, e ho veduto che si lavora.

Anz Sior s, disno qua ancuo.

Fabr. Colla sposa?

Anz Colla sposa.

Fabr. Farete il desinare ai parenti.

Anz Sior s, a qualche parente, a qualche amigo.

Fabr. Io non sono nel numero dei vostri amici.

Anz Anzi, se vol favorir, s patron.

Fabr. S. Ho piacere di trovarmi in compagnia della vostra signora. una giovane che ha un grande spirito.

Anz Sior s, qualche volta un pochetto troppo.

Fabr. Vi dolete, ch'ella sia spiritosa?

Anz Lassmo andar sto discorso. Ve ringrazio, che m'abbi suggero la cossa della tramontana.

Fabr. Caro amico, mi preme tanto la vostra salute; e poi la vostra sposa ci avrebbe anch'essa patito.

Anz In quanto po a mia muggier, la x tanto difficile da contentar, che no so come che l'abbia da esser.

Fabr. (guardando verso la scena) Chi questa signora?

Anz No la cognoss? Mia sorela.

Fabr. Ah s, la signora Meneghina. Capperi, la s' fatta grande.

Anz Anca troppo.

Fabr. Converr che pensiate a maritarla.

Anz Caro vecchio, no me parl de ste malinconie, che me f vegnir mal.

SCENA VI

MENEGHINA, e detti

Meneg. Se pol vegnir? (di dentro)

Anz Vegn, vegn, Meneghina.

Fabr. Servo umilissimo della signora Menichina.

Meneg. Patron riverito. Grazie, sior fradelo, della bella camera, che la m'ha favorido. (ad Anzoletto con ironia)

Anz Coss'? No la ve piase? No s contenta?

Meneg. No credeva in sta et de averme da andar a sepelir.

Anz A sepellirve? Per cossa?

Meneg. Xla una bela discrezion, cazzarme in t'una camera sora una corte morta, che no se vede a passar un can?

Fabr. Ha ragione la signora Menichina.

Anz Dove vorressi, che ve mettesse?

Meneg. Ficchme([48]) sotto una scala, sotto le nattole([49]), dove che vol; ma in quela camera no ghe voggio star.

Anz Cara sorela, la casa x ristretta.

Meneg. Ristretta ghe dix a sta casa? No ghe x quattro camere da sta banda?

Anz Ma ved ben, cara fia. Questo x l'appartamento per mi e per mia muggier.

Meneg. Eh za, tutto per la novizza. A ela tutto l'appartamento. Quattro camere in fila; e mi, poverazza, in tun cameroto([50]).

Anz Coss' sto cameroto? Gh'av una camera bela, e bona, grande, lucida, con do balconi, e no ve pod lamentar.

Meneg. Sior s; e se me butto al balcon, no ho da veder altro che gatti, sorzi, luserte e un leamer([51]) che fa stomego.

Fabr. (a Meneghina) Vorrebbe vedere a passar qualcheduno la signora Menichina, non egli vero?

Meneg. Caro sior, no la se impazza dove che no ghe tocca.

Anz Se vol star al balcon, cuss, qualche ora, qualche dopo disnar, no podeu vegnir de qua?

Meneg. Non v'indubit, che in te le vostre camere no ghe vegnir.

Anz Mo za, per farve voler ben s fatta a posta. Come volu che mia muggier ve tratta con amor, se s cuss rustega, cuss malagrazi?

Meneg. No, no, che no la se sforza a farme de le finezze, che ghe n'indormo([52]); za so, che no la me pol veder. Ma semo del pari; gnanca mi no la posso vder ela.

Anz E gh'av tanto muso de dirmelo?

Meneg. Mi parlo schietto, fradelo, e ve lo digo, e no ve lo mando a dir.

Fabr. una bella virt la sincerit.

Anz Ma cossa v'la fatto mia muggier? Cossa gh'aveu con ela, cossa gh'aveu con mi?

Meneg. Credu che gh'abbia gusto de vderme una cugnada in casa? Finch ha vivesto la mia povera madre, giera patrona mi. Un anno, che son stada con vu, posso dir de esser stada patrona mi; e adesso vegnir in casa la lustrissima siora Cecilia, la, vor comandar ela, la sar patrona ela; e mi, se vorr un par de scarpe, bisogner che dipenda da ela.

Fabr. La signora Cecilia una signora discreta; ma certamente una fanciulla ha da cedere alla maritata.

Meneg. Eh, caro sior, che el tasa (El me fa un velen che lo copera).

Anz Avvio da lassar star de maridarme per causa vostra ?

Meneg. Dovevi pensar avanti a maridarme mi.

Fabr. In questo non dice male.

Meneg. O mal o ben, mi l'intendo cuss.

Anz Se ve fusse capit una bona occasion, l'averave fatto.

Meneg. No me girela capitada?

Anz Chi? Lorenzin?

Meneg. Sior s, Lorenzin; e vu av ditto de no.

Anz Ho dito de no, perch no me degno.

Meneg. Vard che catarri([53])! Chi volu che me toga? Un conte, un cavalier? Che dota gh'aveu da darme? Quela che v'ha port la lustrissima siora Cecilia? aria, fumo e miseria?

Anz Mi posso far quel che voggio io. Son paron de casa; nissun me comanda.

Meneg. E mi con vu, e mi sotto de la cugnada no ghe voggio star.

Anz Che intenzion gh'averessi, patrona?

Meneg. Ander a star con mio barba.

Anz Se and gnanca a trovarlo, gnanca a saludarlo, se lo vard gnanca, ve depeno de sorela; f conto che sia morto per vu.

Fabr. Questa poi, compatitemi, troppa austerit (ad Anzoletto).

Meneg. Eh, la tasa, caro sior, che mio fradelo sa quel che el dise. Se vago da mio barba, vago in casa de un so nemigo, perch mio barba x un omo de sesto, un omo de reputazion, e nol pol soffrir, che so nevodo butta via el so malamente, e che el se fazza burlar. E adesso specialmente co sto matrimonio...

Anz Fenmola, ve digo. Tegn la lengua drento dei denti, e no me f andar in colra, che sar meggio per vu.

Fabr. Eh via, accomodiamo questa faccenda. Date alla signora Menichina una stanza sopra la strada, che possa vedere a passare qualcheduno, che qualche volta possa consolar gli occhi, e vedrete, che non sar pi tanto sdegnata.

Meneg. (a Fabrizio) La fazza de manco de far ste scene, mi no ghe dago sta confidenza.

Fabr. Parlo per voi. M'interesso per voi.

Meneg. Mi no gh'ho bisogno n de avvocati, n de protettori. Le mie rason le so dir da mia posta, le ho dite, e le digo, e le dir; e in quella camera no ghe voggio star; e sia maledetto quando che av tolto sta casa. (parte)

SCENA VII

FABRIZIO e ANZOLETTO

Fabr. un bel talento vostra sorella.

Anz Cossa diseu? Xla un capeto d'opera?

Fabr. Se la cognata ha giudizio, pu essere che si moderi, e che prenda esempio da lei.

Anz Amigo, per dirvela in confidenza, ho paura che mia muggier voggia esser pezo de mia sorela.

Fabr. Buono! Perch dunque l'avete presa?

Anz No so gnanca mi. Per un impegno.

Fabr. State fresco con due donne in casa di questa taglia. Liberatevi almeno della sorella.

Anz Se savesse come far.

Fabr. Quanto le volete dar di dote?

Anz Adesso no ghe posso dar gnente.

Fabr. E se questo suo zio vi volesse aiutare?

Anz No me parl de mio barba. El m'ha dito roba, el m'ha strapazz, e se credesse de aver bisogno de un pan, a lu no ghe lo vora domandar.

Fabr. A un uomo vecchio, del sangue, che parler per bene, convien donar qualche cosa, e non prudenza il piccarsi contro il proprio interesse.

Anz Se mia muggier savesse, che me umiliasse a mio barba, poveretto mi. La x stada offesa anca ela e se voggio la pase in casa, bisogna che me contegna cuss.

Fabr. Non so che dire. Siete uomo, regolatevi come vi pare. ( un bel pazzo a disgustare uno zio ricco, per una moglie bisbetica).

Anz Caro amigo, fme un servizio. Fin tanto che vago in casa de l a far portar el resto de la mia roba, tend a sti omeni, che i se destriga a giustar ste do camere avanti sera.

Fabr. Vi servir volentieri.

Anz Za co vien la mia novizza, e che no la vede le cosse fene, m'aspetto che la diga ben mio([54]).

Fabr. Per quel ch'io sento, in quindici giorni che vostra moglie, vi siete lasciato prender la mano.

Anz Veramente no se pol dir, che la me abbia tolto la man, e mi no so un alocco per lassarmela tr; anzi, andemo d'accordo, e semo tutti do de un umor, ma semo tutti do puntigliosi. Una volta, co grimo da maridar, e che fvimo l'amor, per una parola, semo stai do mesi senza parlarse. Nissun voleva esser el primo, e finalmente m'ha tocc a mi. Per questo, per no vegnir a sti termini, procuro de schivar le occasion, cerco de contentarla, e fazzo quel che posso, e anca qualche volta pi de quel che posso. Basta, la sar co la sar. (Me confido in do cosse, o che mora mio barba, o che me tocca un terno). (parte)

SCENA VIII

FABRIZIO, poi SGUALDO

Fabr. Questo un giovine, Che finora si andato rovinando di trotto, ed ora con questo suo matrimonio vi vuol andar di galoppo. Ehi, signor tappezziere?

Sgu. La comandi.

Fabr. Il signor Angioletto mi ha raccomandato ch'io invigili alla sollecitudine dell'allestimento di queste stanze, ma voi siete un uomo di garbo, che non ha bisogno di essere n diretto, ne stimolato. Fate dunque il debito vostro, portatevi bene, e ci rivedremo all'ora del pranzo. (parte)

SCENA IX

SGUALDO, poi Uomini , poi LUCIETTA

Sgu. Sior s, a ora de disnar, x l'ora, che sta sorte de amici no manca. El podeva anca far de manco de farme far sta fattura. Pazienza! Bisogna starghe. nemo, putti, vegn de qua, principiemo a desfar sta camera. (vengono gli uomini e vogliono sfornire)

Luc. Coss'? Tornemo da capo?

Sgu. Vegnu anca vu a metterghe la vostra pezzetta([55])?

Luc. (battendosi la bocca) Uh... squasi, squasi v'ho dito la rima che ghe va drio.

Sgu. Una bela bota no se perde mai.

Luc. Oh, dis sul sodo([56]), anca s, che el paron mette qua a dormir la sorela?

Sgu. Oh giusto! El ghe vol dormir elo.

Luc. Cossa x ste muanze([57])?

Sgu. Causa quel sior Fabrizio, che gh'ha fatto vegnir i scrupoli de la tramontana.

Luc. Poverazzo! Oh m'ha parso che i batta. Malignazzo sta porta, no la cognosso ben gnancora. Oh siestu benedetta la casa dove che giera! Almanco, co andava a vder chi , me consolava l'occhio un tantin. (parte, poi torna)

Sgu. Za, questi x tutti i pensieri, che gh'ha le serve. Per tutto dove che vago, sento che i se lamenta; se le x vecchie, no le x bone da gnente; se le x zovene, le fa l'amor. E no occorre, che i diga: tolemola de mezza et; le fa da zovene fina mai che le pol; e po le d zoso, e le deventa vecchie tutto in t'una volta.

Luc. Oe, saveu, chi x?

Sgu. Chi x?

Luc. La novizza.

Sgu. Eh via! gh'ho ben caro de vederla.

Luc. In t'un boccon de aria, che gnente che rido.

Sgu. Xla sola?

Luc. Oh sola! Figurve. La lo gh'ha el cavalier serpente([58]).

Sgu. Cuss presto?

Luc. Oh no se perde tempo.

Sgu. Se no gh' el paron, la ricever la putta.

Luc. Figurve; ghe lho ditto, e la s'ha ser in camera.

Sgu. La ricever vu donca.

Luc. Mi no, ved. Se no so come che la sbazzega([59]), mi no me ne n'intrigo.

Sgu. No gh'av pi parl?

Luc. Mi no.

Sgu. La x novizza del vostro paron, e no gh'av mai parl?

Luc. X quindese zorni, che el l'ha sposada. Fin adesso el x st in casa della muggier. La x vegnua una volta in casa de l, ma mi no m'ho lass vder.

Sgu. Zitto. Vela qua, che la vien.

Luc. Ghe ander un pochetto incontra, cuss per cerimonia. (s'avvia verso la porta)

Sgu. Via, putti, destrigheve.

SCENA X

CECILIA, il conte OTTAVIO, e detti

Luc. Serva, lustrissima.

Cec. Bond, fia, chi seu?

Luc. La cameriera de casa, per servirla.

Cec. Vlo tolto per mi sior Anzoletto?

Luc. Lustrissima no; x un pezzo, che son in casa.

Cec. Ghe tegnivelo la cameriera a so sorela?

Luc. Lustrissima s.

Cec. Quante done seu in casa?

Luc. No ghe ne x altre che mi, per adesso.

Cec. E dis, che s cameriera?

Luc. Cossa vorla che, diga? La serva? La vede ben, lustrissima, me tegno un pochetto in reputazion; fazzo onor a la casa.

Cec. E ben bene; me mener con mi la mia cameriera. Che camera xla questa?

Luc. Questa i l'aveva destinada per camera dudienza, ma po i ha pens de portar qua el letto, e far camera d'udienza in quella de l.

Cec. Chi st quell'ignorante, che ha fatto sta bella cossa? Xlo st el tappezzier?

Sgu. Mi no certo, lustrissima.

Cec. La camera pi granda ha da esser la camera della conversazion. Cossa disela, sior Conte?

Con. Dice benissimo la signora Cecilia. Questa deve essere la camera della conversazione.

Luc. (Eh, za, se gh'intende. Sti siori i va a seconda co fa i scvoli([60]) zo per canal).

Cec. Per cossa mo a sior Anzoletto ghe x vegn in testa de far sta muanza spropositada?

Luc. Per no dormir in t'una camera dalla banda de tramontana.

Cec. Cossa m'importa a mi de la tramontana? Chi ghe l'ha d sto bel suggerimento? Quell'alocco del tappezzier?

Sgu. Cara lustrissima, mi no gh'ho d sto suggerimento, e mi no son un alocco (con calore).

Cec. Oe, sior, coss' sto alzar la ose([61])?

Con. Eh parlate con pi rispetto (a Sgualdo).

Luc. (Stemo freschi. La patrona altiera, el cavalier spaccamonti).

Cec. Torn a metter le cosse come che le giera. Questa ha da esser la camera de la conversazion (a Sgualdo).

Con. Questa ha da esser la camera de la conversazione.

Sgu. La sar servida. (El st fresco sior Anzoletto). (parte)

Cec. Dme una carega (a Lucietta).

Luc. La servo, lustrissima. (prende una sedia e la porta a Cecilia)

Cec. E sto cavalier lo da star in pe? Cara fia, se vol che i ve diga, che s cameriera, ste cosse no ve le av da far dir. Veder, veder, la mia.

Luc. Credla, che no sappia?

Cec. Via, via, basta cus, no se responde.

Luc. (Ih, ih! Lontan diese soldi de azze)([62]). (porta la sedia e s'ingrugna)

Cec. La se senta, sior Conte. Cossa dsela che careghe dure!

Con. Durissime, non si pu sedere.

Cec. Eh, mi me far far de le poltroncine. (a Lucietta) Coss' siora, anca vu ve n'av per mal? Oh che zente delicata! Me par, che meggio de cuss no ve possa parlar. Ve insegno. No far gnente. Se vede che fin adesso in sta casa no ghe x st civilt. (al Conte) Cossa disela, sior Conte? Parlio ben?

Con. Benissimo, non pu dir meglio.

Cec. Mi almanco son cuss, de tutto quello che digo e de quel che fazzo, ho gusto, che la gente me diga se fazzo ben o se fazzo mal.

Luc. (E la x segura, che el cavalier ghe dise la verit) (con ironia).

Cec. Dis, fia, cossa gh'aveu nome?

Luc. Lucietta, per obbedirla.

Cec. Cossa fa siora cugnada?

Luc. La st ben, lustrissima.

Cec. Saludla, sav.

Luc. Lustrissima s, la sar servida.

Cec. Xla gnancora stada a veder la casa nova?

Luc. No vorla?

Cec. Quando xla stada?

Luc. Stamattina.

Cec. Xla tornada a la casa vecchia?

Luc. Lustrissima no.

Cec. Ma dove xla?

Luc. De l, in te la so camera.

Cec. Come la x qua, e no la se degna de saludarme? E vu no me dis gnente? (a Lucietta)

Luc. Cossa vorla che ghe diga?

Cec. Vdela, sior Conte, che bel trattamento che me fa mia cugnada?

Con. Veramente si porta male.

Cec. Sentiu? Chi sa el trattar, dise, che la se porta mal (a Lucietta).

Luc. (S, s, el ghe suppia sotto pulito)([63]).

Cec. And l, andeghe a dir che se la comanda, ander mi a reverirla in te la so camera (a Lucietta).

Luc. Lustrissima s, la servo. (In sta casa da qua avanti gh'ha da esser el pi bel divertimento del mondo; ma mi ho speranza, che no me ne tocca. Se posso aver el mio salario, ada, ada([64]), me la batto)([65]). (parte)

SCENA XI

CECILIA ed il CONTE

Cec. In fatti, el m'ha burl sior Anzoletto. Se saveva che gh'aveva da esser in casa sta so sorela, da quela che son, che non lo toleva([66]).

Con. Non sapevate che aveva una sorella?

Cec. Lo saveva; ma el m'ha d da intender che l'andava a star con so barba.

Con. Pu essere, ch'ella ci vada.

Cec. Ho paura de no, perch so, che con so barba i x desgustai.

Con. Fa male il signor Angioletto a non essere amico di suo zio, che un uomo ricco; e lo conosco, so ch' un uomo di garbo.

Cec. Un omo de garbo ghe dis? Un omo de garbo? El x un tangaro([67]), un vilanazzo senza creanza. So, che l'ha parl de mi con poco respetto. L'ha ab da dir, che so nevodo ha fatto mal a sposarme, e l'ha fatto de tuto perch nol me toga. Sto aseno d'oro el x pien de bezzi, e nol se contenta. El se lamenta, che a so nevodo gh'ho d poca dota. Che meriti gh'lo per pretender una gran dota? No s'arecorda co l'andava co la falda davanti? Finalmente son una persona civil, e in casa mia, se vive d'intrada, e son stada arlevada come una zentildonna e nol x degno d'aver per nezza una dona de la mia sorte; e me maraveggio, che vu dis che el xe un omo de garbo.

Con. Signora mia, io non sapeva tutte queste ragioni. Ritratto la mia parola, e dico, ch' uno zotico, intrattabile e intrattabilissimo.

Cec. Un tangaro, un contadin.

Con. E tutto quel peggio, che dir si possa.

Cec. Ve par che una dona de la mia sorte abbia da esser desprezzada cuss?

Con. Per bacco. Voi meritate di essere una regina. Ah volesse il cielo che vi avessi conosciuta prima che foste impegnata col signor Angioletto.

Cec. Ma! el mio destin ha volesto cuss.

Con. Vi potete voi dolere del signor Angioletto?

Cec. No, de mio mario no me posso doler. Se disesse diversamente, sarave una dona ingrata. Gh'ho volesto ben, e ghe voggio ben, e sempre ghe ne vor; ma de so barba no ghe ne vi sentir a parlar.

Con. Ma suo zio gli potrebbe fare dei benefizi.

Cec. Che el se li peta([68]). Nu no gh'avemo bisogno de elo. Mio mario gh'ha el modo de mantegnirme. Me basta che el me destriga de casa([69]) sta so sorela, e po son contenta.

Con. (Ed io so che il povero galantuomo sta male assai di quattrini).

SCENA XII

LUCIETTA, e detti

Luc. Lustrissima, m'ha ditto la putta, che ghe fazza tanta reverenza che adessadesso la sar qua ela a far el so debiti che no la staga a incomodarse a andar de l, perch la so camera no la x camera da recever.

Cec. Cuss la v'ha ditto?

Luc. Cuss la m'ha ditto, e cuss ghe digo.

Cec. S ben brava de portar le imbassiate. Intendela, sior Conte, sto discorso?

Con. Per dirvi la verit, non capisco niente.

Cec. La vol dir sta signora, che la so camera no x bela come la mia, e che no la se degna de recever in tuna camera, che no x da par suo. la capio, sior Conte?

Con. Ho capito benissimo.

Cec. Ghe disela superbia a questa?

Con. Certo non si pu negare, che non vi sia della pretensione.

Luc. (O voggio dirghelo al patron che el se varda de sto sior Conte. El x un adulator spaccato)([70]).

Cec. Coss' sto strepito qua dessora?

Luc. No so lustrissima. La sa, ghe x un'altra fittanza([71]).

Cec. Mi no vi sentir strepito. No voggio, che i me fazza balar la camera sora la testa. Chi le ste carogne, che st de sora de nu?

Luc. Oh lustrissima, cossa disela? Ghe sta delle persone civil, sla, ghe sta delle lustrissime; anzi stamattina lustrissima siora Checca m'ha domand, quando vien la novizza. No so, digo; pol esser che la vegna ancuo; co la vien, la dise, aviseme, che voggio vegnir a far el mio debito.

Cec. Xla stada da mia cugnada?

Luc. Lustrissima no. Eh la x una, che sa el trattar. Caspita! la vedr. Eh no la sarave vegnua da la putta, avanti de vegnir da la maridada.

Cec. Co la ved, diseghe, che se la vol favorir la x patrona. Dghio ben, sior Conte?

Con. Benissimo.

Luc. No la vol, che diga... che se no la se vol incomodar...

Cec. Diseghe quel che v'ho dito. No gh'ho bisogno de dottorezzi. Cossa disela, sior Conte, de ste massre, che vol intrar dove no ghe tocca?

Luc. Massre?

Cec. Ho fal, ste cameriere.

Con. Proviene ci, perch sono male educate.

Luc. Vegniremo a scuola da elo (al Conte con dispetto).

Cec. Senti sa, te cazzer via in sto momento.

Luc. E mi gh'ander, lustrissima.

SCENA XIII

MENEGHINA, e detti

Meneg. Dove andereu, Lucietta?

Luc. La me vol mandar via, e mi digo, che ghe ander.

Meneg. Cus presto, siora cugnada, la vien a far dei sussurri in casa?

Cec. Xlo questo el complimento, che me vien a far siora Meneghina?

Con. (Cospetto! una bella ragazza!)

Meneg. Cossa gh'la fatto sta putta?

Cec. L'ha perso el respetto a sto cavalier.

Con. Per me, signora, non vi mettete in pena. Non abbado a queste picciole cose. Per amor del cielo, non vorrei, che per causa mia v'inquietaste. (Sono servitor vostro. a Cecilia) Sono umilissimo servitore della signorina. (a Meneghina) Lucietta una buona ragazza. (Io vorrei esser amico di tutte).

Meneg. M'imagino, che ela gh'aver la so cameriera, o che mio fradelo ghe la provveder. Questa x pi de un ano che la x con mi, e la me comoda assae; e se la se contenta, no vorave privarmene per adesso.

Cec. La se tegna pur quella cara zoggia. Basta, che no la me vegna in ti pe.

Luc. No la se indubita, che no ghe vegnir...

Meneg. Animo, and de l.

Luc. (Chi diavolo x vegn in casa? Un basilisco?) (parte)

SCENA XIV

CECILIA, MENEGHINA, ed il CONTE.

Meneg. La compatissa, se no son vegnua prima a far el mio debito, perch giera despoggi.

Cec. Oh, per mi no ghe giera bisogno che la se mettesse in bellezze.

Con. bella in tutte le maniere la signora Menichina.

Cec. (con ironia) Bravo, sior Conte!

Con. Veramente non si potevano accoppiare due cognate di maggior merito e di maggior gentilezza.

Meneg. (Tra le altre so virt la gh'ha anca quela dell'invidia).

Cec. Vorla comodarse, siora cugnada?

Meneg. In verit no son stracca.

Cec. E po la x in casa soa.

Meneg. O no, la veda, casa mia x la mia camera.

Cec. Oh la x patrona de tutta la casa.

Meneg. Oh grazie.

Con. Bellissima gara di compitezze, d'amorevolezze, di affetti!

Meneg. E come che i vien dal cuor!

Cec. Dove xlo sior Anzoletto?

Meneg. Mi no so, la veda. Mi no so mai quando che el vaga, quando che el staga. A mi nol me dise mai gnente.

Cec. Dasseno? Nol ghe li conta a ela i fatti soi?

Meneg. Oh mai. Non ho gnanca mai savesto, che el s'aveva da maridar, se no tre zorni avanti che el se sposasse.

Cec. la av da caro co l'ha savesto?

Meneg. No vorla?

Con. sempre bene avere in casa della compagnia.

Meneg. E per mi stago in te la mia camera, no dago incomodo a nissun. Dopo che x morta mia madre sono avezzada cus.

Con. Ecco qui, la signora Cecilia le sar in luogo di madre.

Cec. Mi in luogo di madre? Ghe pare a elo, che una novizza de quindese zorni abbia da far da madre?

Con. Dico cos per modo di dire, riguardo al grado di maritata.

Meneg. Cossa credela, che el voggia dir?

Cec. La diga, cara ela, chi la conza cus pulito?

Meneg. La mia serva.

Cec. Lucietta?

Meneg. Lucietta.

Cec. No credeva, che la savesse far tanto. Gh'ho gusto dasseno, la me conzer anca mi.

Meneg. Oh ela la gh'aver de meggio.

Cec. No, no, per dir la verit, la fa meggio de la mia. La me conzer ela.

Meneg. Cara siora cugnada, la me compatissa. Lucietta x una povera putta, ma no la x mai stada avezza a esser strapazzada. La me fazza sta finezza. La fazza conto che in sta casa no la ghe sia.

Cec. Come! A mi la dise cuss? Questo el x un affronto, che la me fa. La x in casa, mio mario la paga e me ne vi servir anca mi.

Con. Signore mie, non si riscaldino per una serva. Troveremo il modo di convenire.

Cec. Per un tocco de massra no la varder a desgustar so cugnada?

Meneg. Vorla che la manda via? La mander via.

Cec. Questo x un pontiglio, e con mi no la doverave usar sti pontigli.

Con. No, per amor del cielo. Accomodiamola.

Meneg. No credo, che la sia vegnua in sta casa con in tenzion de metterme sotto i pe.

Cec. Me maraveggio che la diga ste strambarie([72]).

Con. (Povero me!) Signore mie...

Meneg. No me x mai st ditto tanto gnanca da mia madre.

Con. (a Meneghina) Compatitela.

Cec. Coss' sto compatitela? Mi no gh'ho bisogno, che nissun me compatissa.

SCENA XV

ANZOLETTO e detti.

Anz (Oh povereto mi!)

Meneg. Vegn qua mo, sior fradelo.

Cec. Sent mo, sior mario.

Anz Sior Conte, cara ela, una parola.

Con. Sono a servirvi (s'accosta).

Meneg. Vorave, che me disessi...

Anz Tas adesso; lassme star.

Cec. Respondme a mi.

Anz Cara muggier, abbi pazienza. Adessadesso sar con vu.

Con. (piano ad Anzoletto) Che cosa c', che vi vedo cos agitato? forse per qualche parola, che abbiate sentito fra le due cognate?

Anz (Oh altro che parole; ghe x dei fatti, e fatti per mi dolorosi. Caro sior Conte, ghe lo confido con segretezza, che no lo sappia n mia sorela, n mia muggier, e, se la pol, la me assista, la me soccorra).

Con. (Dite pure: della segretezza siete sicuro. Del resto, vi servir dove posso).

Anz (La sappia, che son and a la casa de l, per far portar via la roba, per far el resto de la massaria; e el paron de la casa, per un ano de fitto che ghe son debitor, el me l'ha fatta bolar([73]), e son desper).

Con. (Male).

Anz (El so anca mi, el x mal. Bisogna remediarghe. Bisogna, che la me fazza ela la grazia de farme la sigurt).

Con. (Penseremo, vedremo..).

Anz (No gh' tempo da perder. Tra le altre cosse ghe x tutta la biancheria da tola; e ancuo ho da dar da disnar, e no so come far).

Con. (Basta. Vedremo, penseremo). Signore mie, vi sono umilissimo servitore.

Cec. Vala via, sior Conte?

Con. Vado per un interesse.

Cec. La vegnir a disnar con mi?

Con. Pu essere.

Anz (Sior Conte, me lo fala sto servizio?)

Con. (Penseremo, vedremo). Servitore umilissimo. (parte)

Anz (Alle curte, no vol far gnente. Bisogner che m'inzegna da qualche altra banda). (in atto di partire)

Meneg. Dove andeu?

Anz Dove che voggio.

Cec. Sior Anzoletto...

Anz Cara vecchia, compatime... Se vederemo adessadesso, se vederemo. (parte)

Cec. Vdela, patrona? Per causa soa mio mario scomenza a farme de le malegrazie.

Meneg. La malagrazia el me l'ha fatta a mi, e no a ela. L'aver sentio qualcossa, e sior Conte l'aver inform in favor de la sposa.

Cec. Oh anzi sior Conte se vede che el gh'ha tutte le parzialit per la putta.

Meneg. Mi no ghe penso gnente de nissun.

Cec. E a mi no m'importa d'altri, che de mio mario.

SCENA XVI

LUCIETTA, e dette

Luc. Quelle lustrissime qua desuso ghe vorave far visita.

Meneg. A chi?

Luc. A tutte do.

Cec. O da ela, o da mi. (parte)

Meneg. N da mi, n da ela. (parte)

Luc. Che le resta servide, che le ricever mi. (parte)

FINE DELL'ATTO PRIMO


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera nella casa della signora Checca.

CHECCA e ROSINA

Che. Cossa diseu della malagrazia, che le n'ha fatto? Se pol far pezo? Le ne fa dir che andemo; e po, co ghe semo alla porta, la serva ne dise, che no le pol, che no le sa... mi no l'ho gnanca capia.

Ros. Bisogna certo, che sia nata qualcossa, perch la serva con tanta allegria la n'ha ditto, che andemo, e po co semo stae per andar l'ha ditto, l'ha muteg([74]), e pareva che no la savesse gnanca parlar.

Che. O che le x orsi, o che le x superbe.

Ros. Rusteghe no me par che le ghe sia, perch se vede che le pratica.

Che. Se le pratica? E come! Vard: la novizza x quindese zorni, che la x maridada, e oramai la gh'ha el cavalier che la serve.

Ros. E la putta? No la fatto l'amor tutto el tempo de vita sa?

Che. Per quel che dise nostro zerman([75]) Lorenzin, fora de casa la va col zend fina alla centura([76]) ma in casa e su i balconi no la se schiva da nissun([77]).

Ros. No n'lo cont, che i fava l'amor insieme tutto el zorno e tutta la notte?

Che. Vard, che putte! Senti, sav, sorela, no tol esempio da ste frascone([78]). Mi posso dir che mio mario x sta el primo zovene che m'ha parl. Sav, che n'ha arlev nostra madre e adesso che s con mi...

Ros. Cara sorela, no gh' bisogno, che me f sti sermoni. Sav, che putta che son.

Che. Per cossa credemio, che ste patrone da basso no le n'abbia volesto recever?

Ros. Ve lo dir: pol esser, come che ancuo solamente le x vegnude in casa nova, che la casa no sia destrigada, che no sia gnancora fornia, e che per questo no le voggia nissun per i pe.

Che. Saveu, che no dis mal? Bisogna che le sia superbe la so bona parte. Veramente, confesso la verit, avemo av troppa pressa([79]) d'andar; se podeva aspettar doman; ma gh'ho tanta curiosit de veder sta novizza darente([80]), che no m'ho podesto tegnir.

Ros. Mi l'ho vista co la x vegnua. No me par che ghe sia sti miracoli([81]).

Che. I dise, che la gh'ha un gran spirito.

Ros. Ho visto certo dell'aria tanta.

Che. Come faralo sior Anzoletto a mantegnirla in quell'aria?

Ros. Co la dota, che la gh'ha port, no certo.

Che. Avu sentio Lorenzin? No la gh'ha d squasi gnente: e quel pandlo([82]) de so mario el spende a rotta de colo.

Ros. Vard cossa che i aver speso in sta casa! X do mesi che i ghe x drio.

Che. E s, sav, la prima peata([83]), che x vegnua a la riva, no ghe giera altro che de le strazze([84]).

Ros. Peata, ghe dis! No parevelo un battello da fassi([85])?

Che. S, s, x vero, el giera un bateloto. Aveu visto quel specchio co la soaza negra([86])?

Ros. Anticaggie.

Che. E quei carregoni de bulgaro([87])?

Ros. I mobili de so bisnono.

Che. I butter via un mondo de bezzi in pittori, in favri, in marangoni, e po no i gh'avar una camera de bon gusto.

Ros. Possibile, che no l'abbimo da vder?

Che. De dia! la vi veder, se credesse dandarghe una festa, co no le ghe x.

Ros. E Lorenzin, poverazzo, che s'ha raccomand che parlemo a la putta?

Che. Povero putto, l'ha preso el bagoleto de vderla tutto el d sul balcon.

Ros. Ghe parlereu a siora Meneghina?

Che. Per contentarlo ghe parler; ma nol x negozio per elo.

Ros. Per cossa?

Che. Perch i dise che so fradelo no ghe pol dar gnente de dota.

Ros. E s el ghe vol ben assae Lorenzin.

Che. Lass pur, che el ghe voggia ben. Anca lu x un povero gioppo([88]). L'amor no fa boggier la pignata([89]), sorela cara.

Ros. I batte.

Che. Anca s, che nissun risponde.

Ros. Ander a vder mi.

Che. No ve f vder su i balconi.

Ros. Uh semo tanto alti chi volu, che me veda? (parte)

SCENA II

CHECCA, poi ROSINA

Che. No vedo l'ora che vegna a Venezia mio mario. Vi certo che el fazza de tutto per maridar sta putta. Poverazza, la x proprio un paston.

Ros. Saveu chi x?

Che. Chi x?

Ros. La serva de ste signore da basso.

Che. Gh'aveu tir?

Ros. Siora s.

Che. Gh'ho ben a caro, che la vegna. Sentiremo qualcossa.

Ros. Oh, la serva ne dir tutto.

Che. Lasseme parlar a mi. La caver ben fora([90]) pulito mi.

Ros. Vla qua, vla qua.

Che. Vegn avanti, fia.

SCENA III

LUCIETTA, e dette

Luc. Strissime.

Che. Bella putta! coss', fia? Ve manda le vostre patrone?

Luc. Me manda la putta, lustrissima.

Ros. Siora Meneghina?

Luc. Lustrissima s. No so, se la sappia che mi no servo la novizza, servo la putta. X un pezzo, che stago con ela, e gh'ho ciap amor, e pol esser che ghe staga; ma se avesse da servir quell'altra, ghe zuro da povera fiola, no ghe starave un'ora.

Che. Contme. Cossa xla sta novizza?

Luc. No so cossa dir. Mi, lustrissima, no son de quelle che parla. Co no posso dir ben, no digo gnanca mal; e po malistente([91]) l'ho vista; ma da quel poco che ho visto, che ho sentio, no credo, che sotto la capa del cielo se possa trovar de pezo.

Ros. (Se po la fusse de quelle che dise!)

Che. Cossa xla? Superba, rustega; cossa xla?

Luc. Co la servit, co so cugnada la x rustega. Ma no la x miga rustega con tutti ... Bisogna che le sappia che un certo sior Conte ...

Che. Via, via, no dix altro. (le fa cenno che taccia per sua sorella)

Luc. Ho capio.

Che. Disme, cara vu; per cossa n'hale fatto quel bel complimento?

Luc. La paroncina no ghe n'ha colpa, x stada causa quell'altra.

Ros. No la ne vol la novizza?

Luc. Ghe dir... cosse in verit da crepar da rider. Co la credeva, che la visita fosse sa, l'ha ditto de s; co l'ha sentio, che la giera de tutte do, la x andada in collera, e no l'ha volesto.

Ros. Oh co bela!

Che. Oh che scamoffie([92])!

Luc. E la padroncina anca ela s'ha pontigli.

Che. Oh care!

Ros. Oh vita mia, co te godo!

Luc. M'ha mand mo, vdele, la paroncina a farghe tanto reverenza, a domandarghe compatimento, e a dirghe, se la se contenta, che la vegnir ela a far el so debito.

Che. Oh non occorre che la s'incomoda...

Ros. (S, s, lass che la vegna) (piano a Checca).

Luc. In verit, lustrissima, gh'ha tanto despiasso...

Che. Basta, se la lo fa per cerimonia, disghe che no gh' sto bisogno, che nu no vardemo ste cosse. Se po la vol vegnir per favorirne, diseghe che la x patrona, co la comanda.

Luc. Grazie, lustrissima. In verit le vedar una putta che, no fazzo per dir, ma la gh'ha del merito.

Che. Se vede, che anca vu s una zovene de bon cuor, che vol ben a la vostra patrona.

Luc. Oh mi s la veda, ghe voggio ben come se la fusse una mia sorela.

Ros. X anca assae trovar una serva, che diga ben de la so patrona. Tutte, o poco o assae, le gh'ha sempre qualcossa da tarizar([93]).

Luc. Oh mi no gh' pericolo. Da la mia bocca no la sentir mai altro.

Che. Brava dasseno.

Ros. Quanti anni gh'ala la vostra patrona?

Luc. Oh la x zovene, lustrissima; no credo, che la ghe n'abbia disisette.

Ros. Che voggi([94]) mo anca calarghe i ani, x un poco troppo.

Luc. Crdela, che la ghe n'abbia de pi?

Che. No se vede, che la ghe n'ha pi che vinti?

Luc. Mi no so, mi stago a quel che la dise ela; se la se ne sconde, mi no so cossa dir.

Ros. Fala l'amor?

Luc. Un pochetto.

Che. Lo cognosseu mio zerman?

Luc. Chi xlo, lustrissima?

Che. Sior Lorenzin Bigoletti.

Luc. Caspita se lo cognosso.

Ros. No volu che l'al cognossa?

Luc. Oh bon!

Che. Gh'aver despiasso a vegnir via de quela casa?

Luc. Me par de s, che gh'ha despiasso.

Che. Ghe parlavela spesso?

Luc. De diana, tutta la notte.

Ros. La giera po anca una vergogna.

Luc. N' vero, lustrissima? In verit che gnanca mi sti stomeghezzi([95]) no i podeva soffrir.

Che. Adesso mo come sarala?

Luc. El x so zerman lustrissimo sior Lorenzin?

Che. Siguro. El x fio de una nostra mia.

Luc. Cara lustrissima benedeta, no ghe sara altri che ela, che podesse consolar sta povera putta.

Che. Me maraveggio gnanca, che abbi ardir de dirme sto tanto. Ve par a vu, che una donna de la mia sorte s'abbia da intrigar in sta sorta de pettegolezzi? Che fondamento gh'la de maridarse?

Luc. La dise ben, lustrissima, in verit da seno la dise ben. Fondamento no credo che ghe ne sia. Dota, poverazza, no la ghe n'ha. La x zovene, ma no po tanto quanto che i dise. Nobilt, no ghe ne x da trar via; so pare giera salumier([96]), so barba vendeva el botiro. I ghe d dei lustrissimi, perch i vive d'intrada, ma dise el proverbio: vita d'intrada, vita stentada. Strissime, le compatissa, se le ho stordie colle mie chiacole. Ghe dir alla parona, che la vegna a trovarle. Serva, sustrissime. (parte)

SCENA IV

CHECCA e ROSINA

Che. Cossa diseu? che boccon de pettegola?

Ros. E stimo, che la ghe vol ben a la so parona.

Che. Ben da massre.

Ros. Per cossa gh'aveu dito, che no vol impazzarvene per nostro zerman?

Che. Siora s; ghe dir de volerlo far: acci che custa lo vaga spantegando([97]) per la contrada.

Ros. S ben, s ben gh'av rason.

Che. Oh mi, fia mia, son una, che le pensa tutte.

SCENA V

LORENZINO, e dette

Lor. O de casa? (di dentro)

Ros. Oh vlo qua, per diana.

Che. Vegn, vegn. Semo qua, Lorenzin.

Lor. Siore zermane, lustrissime([98]).

Ros. Oh lustrissimo([99]).

Che. Feu cerimonie, fio([100])?

Lor. Fazzo el mio debito.

Ros. Aveu dormo ben sta notte?

Lor. Poco.

Ros. Dormir meggio doman, che no gh'aver disturbo.

Lor. Eh sia maledetta sta casa.

Che. Per cossa maledu sta casa?

Lor. Maledisso quella de sotto.

Ros. E s mo ghe x le vostre viscere([101]).

Lor. Dove diavolo gh'la i balconi? X tre ore che ziro co fa un matto; son debotto inrocho dal tosser e dal spuar, e no gh' sta caso che la possa vder.

Che. So anca mi, che no la veder. La so camera la x sora una corte, che no passa nissun.

Lor. E no le vol che maledissa sta casa, e che diga roba de quel strambo de so fradelo, che ha cress sessanta ducati de fito per cazzar in t'un gattolo so sorela? Ma za, che fin faralo in sta casa? Con cossa lo pagheralo el fito? Co la dota de la muggier?

Che. Credeu, che el sia in sto stato el sior Anzoletto?

Lor. Mi no so niente. So, che x do mesi che l'ha tolto sta casa, e no l'ha gnancora pag el fitto dei primi si mesi.

Ros. E vu s cus bon de impazzarvene con so sorela?

Lor. La me dise, che la gh'ha un so barba, che ghe dar la dota.

Che. Lo so anca mi, che la gh'ha sto barba, e che el x ricco; ma i dise, che el sia in collera con so nevodo.

Lor. Nol sar miga in collera colla nezza.

Che. Caro zerman, avanti de intrigarve, pensghe ben. Gnanca vu no gh'hav gnente da buttar via.

Lor. Se trovasse do o tre mille ducati de dota, me comprerave una carica, e con quel pochetto che gh'ho la poderave sticcar.

Ros. Basta, che no mett la novizza in quell'aria, che l'ha messa sior Anzoletto.

Lor. Come xla?

Ros. Se vedessi!

Che. Un cerchio([102]), fio caro, che chiappa da qua a col.

Ros. Un abito superbonazzo.

Che. El m'ha parso de drappo d'oro (a Rosina).

Ros. Siora s, oro e sguazzo, e che proli!

Che. La testa, po, no ve digo gnente, conzada all'ultimo biondo([103]).

Ros. Oe, coi diamanti.

Che. Da Muran, saveu([104])?

Ros. Mi no so gnente. Vedo, che i luse([105]).

Che. O per luser, lusa anca i occhi del gatto.

Lor. E la putta, l'le vista?

Che. Oh l'avemo vista.

Lor. Cossa ghe par?

Che. Eh, cuss e cuss.

Ros. No ghe x ste belezze.

Che. La x granda.

Ros. Ma no la x gnente ben fatta.

Che. Qua, qua; no la x troppo ben fatta.

Lor. Oh no le l'ha vista ben donca.

Ros. No semo miga orbe.

Lor. Dove l'hale vista?

Ros. Al balcon.

Lor. Se vdela pulito al balcon?

Che. El nostro tinelo el varda giusto sora la corte in fazza a i balconi de la so camera.

Lor. Cara siora zermana, la me lassa andar in tinelo.

Che. Oh no principiemo a far scene.

Lor. Come, siora Checca! la m'ha pur promesso de parlarghe a siora Meneghina, la s'ha pur impegn de interessarse per mi; e adesso la gh'ha difficolt de lassarme andar al balcon?

Che. Mo vedu, caro fio, compatime; intend le cosse a strap([106]), altro x che mi ghe parla, e altro x che ve and a far vder su i mi balconi a far el licardin([107]).

Lor. No me lasser vder da nissun. Ghe prometto che non me lasser vder da nissun.

Che. Se and sul balcon, bisogna che i ve veda per forza.

Lor. Star dentro, no i me veder.

Che. Ve veder queli, che sta in fazza.

Lor. Serer i scuri in sfesa.

Ros. Via, cara sorela, poverazzo, lass che el vaga.

Lor. Cara ela, un pochettin.

Che. Oh putto caro, ti ghe x ben dentro fina in ti occhi. And l, and l, ma abbi giudizio, no ve f smatar([108]).

Lor. Benedetta siora zermana. (parte salutando)

SCENA VI

CHECCA e ROSINA, poi SERVITORE

Ros. Dis, siora Checca; me lasseu andar anca mi un pochetin?

Che. A cossa far?

Ros. A spionar.

Che. Certo; una bella cossa! pareressi bon veramente!

Ros. Via, se no vol che vaga, lasser star. Gh'aveva voggia de sentir, se siora Meneghina parla pulito.

Che. No la sentireu. co la vegnir da nu?

Ros. Oh, vatela a cerca co la vegnir([109]).

Che. Vard mo, che ghe x zente in portego.

Ros. Me par anca mi de sentir. (si accosta alla porta) Oe saveu chi credo che sia? Per diana de dia, che credo, che sia siora Meneghina.

Che. Eh via.

Ros. Ho visto zente su la scala, che parla col servitor, no ho volesto farme vder per no parer...

Che. Av fatto ben.

Ros. Velo qua Toni. Sentiremo.

Serv. Lustrissima, sta signora che x vegnua a star da novo qua de sotto, la vorave reverir.

Che. Xela la putta, o la maridada?

Serv. Mi no so, lustrissima, mi no le cognosso.

Ros. Gh'la i cerchi?([110])

Serv. Lustrissima no.

Ros. La sar la putta.

Che. Disghe che la resta servida.

Serv. Lustrissima s.

Ros. Lorenzin la poder ben aspettar al balcon.

Che. Zitto, no ghe disemo gnente. El tinelo x lontan, no la sentir. Femoghe una burla, no ghe disemo gnente.

Ros. E se el vien qua?

Che. Che el vegna.

SCENA VII

MENEGHINA, e dette.

Meneg. Strissime([111]).

Che. Strissima.

Ros. Strissima.

Meneg. La compatissa de la libert che m'ho tolto.

Che. Anzi la ne fa una finezza.

Ros. Gh'avevimo tanta voggia de la so amicizia.

Meneg. Semo tanto taccae, che, se la permette, vegnir qualche volta a darghe incomodo.

Che. Oh cossa disela! la x sempre patrona.

Ros. Anca nu vegniremo da ela.

Meneg. Oh care zentildone, da mi, se le savesse!... Basta, col tempo ghe conter.

Che. Vorla comodarse?

Meneg. Quel che la comanda.

Che. Oe, tir avanti de le careghe. (Servitore porta le sedie)

Ros. Xla contenta de la casa nova?

Meneg. Poco dasseno.

Che. No la ghe piase?

Meneg. La casa, se volemo, no x cattiva. Ma ghe x de le cosse, che me desgusta.

Ros. Per esempio, la desgustar i balconi de la so camera.

Meneg. No vorla? Vedela che vista che gh'ho? Una corte sporca, che fa stomego.

Che. E pur, qualchevolta se podera dar, che quella vista no ghe despiasesse.

Meneg. Oh x impossibile, cara ela.

Ros. Come adesso, vedela, se la ghe fusse, pol esser che la ghe piasesse.

Meneg. La vorr dir, perch sul mezzo zorno ghe d el sol; ma mi no l'ho gnancora visto.

Che. Adesso, vedela, el sol batte giusto in fazza de i so balconi.

Meneg. Oh, el riflesso no lo posso soffrir.

Ros. Qualche volta ghe x dei riflessi che piase.

Meneg. Oh cara ela, la gh'ha bon tempo ela.

Che. In te l'altra casa, gh'avevela nissun riflesso, che ghe dasse in tel genio?

Meneg. La me fa ridere, siben che no ghe n'ho voggia.

Ros. La diga, siora Meneghina, gh'la dito gnente Lucietta?

Meneg. Su che proposito?

Ros. D'un certo nostro zerman.

Meneg. Gnente dasseno.

Che. Lo conssela nostro zerman?

Meneg. Mi no, chi xlo?

Che. Un certo Lorenzin.

Meneg. Bigoletti?

Che. Bigoletti.

Meneg. Oh cossa che la me conta! so zerman el x?

Ros. El x nostro zerman.

Meneg. Sle gnente?

Che. Savemo tutto.

Meneg. Ma! (sospira)

Ros. Gran brutta casa questa qua de sotto!

Meneg. Malignazza!

Che. Gran brutti balconi!

Meneg. La x la Corte dell'Orco.

Ros. Qua no se vede mai sol.

Che. Oh de l el se vedeva anca a mezzanotte.

Meneg. La senta, adesso scomenzo a aver un poco de speranza de vderlo qualche volta anca qua.

Che. Dasseno?

Meneg. Chi mai m'avesse ditto, che aveva d'aver la fortuna de conosser do signore cuss compite?

Ros. Zermane de sior Lorenzin.

Meneg. Mo in verit la x una cossa granda.

Che. Saravela una bella cossa, che adesso el ne vegnisse a trovar?

Meneg. Magari.

Ros. Mi ho in testa che el sia poco lontan.

Meneg. Credemio?

Che. El cuor no ghe dise gnente?

Meneg. El cuor me dise, che se el vegnisse, lovederia volentiera.

Ros. E pur se la fusse a casa, adesso la lo vedera.

Meneg. Dove?

Ros. Ai balconi della so camera.

Meneg. Se in quella corte no ghe passa nissun. La x inchiavada, e no gh' altro che magazzeni.

Che. Credo, che el voggia tr un magazzen a fitto.

Meneg. La me burla, che la gh'ha rason.

Ros. Lo vederavela volentiera?

Meneg. De diana! me casca el cuor.

Che. Siora Rosina, vard de l, se ghe fusse nissun che l'andasse a chiamar.

Meneg. Oh magari!

Ros. Vederemo, se a caso mai i lo trovasse. (si alza per andare)

Serv. Lustrissima, ha mand quell'altra signora qua da basso, la novizza, a dir, che se le ghe permette, la vol vegnir anca ela a far el so debito.

Che. Patrona, che la resta servida. (il servitore parte)

Meneg. Sia malignazzo!

Ros. Ghe despiase che vegna so siora cugnada?

Meneg. Se la savesse! el nostro sangue proprio nol se conf. Che scometto la testa, che la vien a posta per farme rabbia.

Che. Mo per cossa?

Meneg. Adesso no ghe posso dir tutto, ma ghe conter. Cara ela, no la se desmentega de mandar a veder de sto sior Lorenzin (a Rosina).

Ros. Ma adesso vien so siora cugnada.

Meneg. Se savessi come far a schivarla. La me fazza una finezza?

Che. La comandi.

Meneg. Fin che sta qua mia cugnada, la lassa, che vaga de l.

Che. Dove vora andar?

Meneg. In qualche altro logo.

Che. Le camere le gh'avemo qua tutte in fila.

Meneg. Ander in tinelo.

Che. Dasseno?

Ros. Poveretta! in tinelo?

Meneg. Staroggio mal in tinelo?

Ros. Anzi la starave benissimo.

Meneg. La me lassa andar donca.

Che. No, no, la me compatissa. No vi che femo scondagne; l'abbia pazienza per sta volta.

Meneg. No la manda a veder de sior Lorenzin? (a Rosina)

Ros. Mander adessadesso.

Che. Eh aspett, che mander mi. Oe, chi de l?

Serv. Strissima!

Che. Vienla sta signora?

Serv. La vien adesso.

Che. Senti. (And de l in tinelo, diseghe a sior Lorenzin, che el vaga via subito; se nol sa, che ghe sia siora Meneghina, no ghe dis gnente; e se el lo sa, diseghe, che el vaga via, che adessadesso vien so cugnada, e no vorave, che l' al cognossesse, e che nassesse qualche desordene. Aveu inteso? F pulito) (piano al servitore).

Serv. La lassa far a mi. (parte)

Meneg. L'ela mand a chiamar?

Che.. Siora s.

Meneg. E se ghe x mia cugnada?

Che. Fin che ghe sar so cugnada nol vegnir.

Ros. (Eh mia sorella gh'ha giudizio; la l'aver mand via).

Che. (a Meneghina) Sla gnente so siora cugnada de sto negozio de Lorenzin?

Meneg. Mi no credo. Co mio fradelo no ghe l'ha ditto.

SCENA VIII

LORENZINO, e dette

Lor. (sdegnato) Grazie, siora zermana.

Che. And via de qua.

Lor. Farme star a giazzar, e a tirar el collo, e suspirar fin adesso.

Che. And via de qua, ve digo.

Ros. Voleu che fassa dei precipizi?

Meneg. Dove seu sta a tirar el collo?

Lor. De l in tinelo, per vderve al balcon, e vu gieri qua.

Meneg. Grazie, siora Checca, de la finezza, che la m'ha fatto.

Che. Cara ela, ho preteso de farghe una burla.

Ros. Se no vegniva so cugnada, la burla sarave andada pulito.

Lor. Mi no vago via certo.

Che. And via, ve digo.

Lor. No posso.

Meneg. Poverazzo, nol pol.

Ros. Se el va zo de la scala, el la incontra.

Che. Mi so stada una matta. Ma de sti casi no me ne succeder pi. And de l dove che s st fin'adesso.

Lor. Siora s; cara ela, la prego, per carit, no la lassa andar via, se no ghe digo do parole. Cara Meneghina, se me vol ben, aspettme. Cara zermanetta, me raccomando anca a vu, fia mia. (a Rosina) Cara zoggia! (a Meneghina)

Meneg. Poverazzo! (si asciuga gli occhi)

Che. Andeu via, ve digo?

Lor. Vago, vago. Siestu benedetta. (parte)

Meneg. (Caro col. Oh no vago via adesso. Mia cugnada vien sola, l'ander via anca sola. Son proprio consolada).

Ros. Caspita, ve vol ben, patroni! (a Meneghina)

Che. Son tanto penta, se savessi... Vla qua per diana.

Meneg. Vla qua la principessa.

Ros. Principessa la ghe dise?

Meneg. No la vede, che boccon de presopopea!([112])

Ros. Oh che cara siora Meneghina!

SCENA IX

CECILIA, e dette.

Cec. Serva umilissima.

Che. Strissima.

Ros. Strissima.

Cec. Bond sustrissima. Serva, siora cugnada.

Meneg. Strissima.

Che. Che grazie, che favori x questi?

Cec. Son vegnua a far el mio debito, per aver l'onor de cognosserle, per ringraziarle dell'onor che le voleva farme, incomodandose a vegnir da mi, e a domandarghe scusa, se ho dovesto privarme de le so finezze.

Meneg. (Sentela? In ponto e virgola) (Piano a Rosina).

Che. Cara ela, la prego, no la me confonda de cerimonie. Mi son usa a andar a la bona, de bon cuor certo, e se posso servirla, la m'ha da comandar liberamente, senza suggizion. Semo vesine, e avemo da esser bone amighe, e per parte mia bona serva.

Cec. Anzi mia patrona (inchinandosi).

Meneg. (E col so bel repeton)([113]) (piano a Rosina).

Ros. (Eh si, la x affettada un pocheto) (piano a Meneghina).

Che. La se comodi (a Cecilia).

Cec. E ele?

Che. Se senteremo anca nu. Oe, un'altra carega.

Meneg. (da s) (Vorave che la se destrigasse) (Servitore porta la sedia e parte).

Cec. Cara siora cugnada; co la gh'aveva intenzion de far el so debito co ste zentildonne, la podeva ben avisarme, che sarave vegnuda anca mi. Volvela farme comparir una senza creanza?

Meneg. Cara ela, la compatissa, no gh'ho volesto sentirme a dir un'altra volta: o ela, o mi.

Cec. Se femo de le burle, sla de quando in quando con mia cugnada. Scherzemo cuss per devertimento (a Checca).

Che. Se vorle ben?

Meneg. Assae.

Ros. Me ne incorzo anca mi.

Cec. (Se la savesse quanto ben che ghe voggio!)

Che. Stla volentiera in casa nova? (a Cecilia)

Cec. Ghe dir; no la me despiase, ma no me posso desmentegar la mia.

Meneg. Gnanca mi la mia.

Cec. Oh la sa alla fin de' fini la giera una bicocca. Ma mi per diana, son nata e arlevada in t'una casa che no gh' altrettanto. No digo per dir, ma ghe podeva vegnir un prencipe in casa mia. Gerimo quattro tra fradei e sorele, e tutti gh'avevimo el nostro appartamento, le nostre done, la nostra zente, le nostre barche. Eh stago ben, stago ben che no digo; ma quando se x use, se la m'intende... no so se la me capissa...

Che. Eh capisso benissimo.

Meneg. (Delle sbarae la ghe ne sentir de quelle poche) (a Rosina).

Ros. (Me la godo un mondo) (piano a Meneghina).

Che. Un gran bell'abito, de bon gusto!

Cec. Oh cossa dsela. El x un strazzetto, che gh'aveva da putta.

Ros. L'andava vesta cuss da putta?

Cec. No vorla? La sa ben, che adesso certe antigaggie no le se usa pi. La sa, che al d d'ancuo in tel vestir no se distingue pi le putte da le maridae.

Ros. In casa nostra per altro la ghe x sta distinzion.

Meneg. Me par, che la ghe sia anca tra siora cugnada e mi.

Cec. Cara siora Meneghina, chi vol aver dei bei abiti, bisogna aver el modo de farseli.

Meneg. Mi mo, vdela, sto poder no lo gh'ho, e se anca el ghavesse, in vece de buttar via in abiti, in barche, in apartamenti, vorave metter da banda per aver qualcossa de dota, acci che no i disesse che m'ho marid senza gnente a sto mondo. (Ti suso)([114]).

Cec. (Frasconazza! ti me le pagher tutte). Se devrtele? Vle ai teatri? Fle conversazion?

Che. Ghe dir; co mio mario x a Venezia andemo una volta o do alla settimana all'opera, o alla commedia; ma adesso che nol ghe x, stemo a casa.

Cec. Se la comanda che le serva de qualche chiave, le x patrone. Gh'ho palco per tutti i teatri, sla? E le servir de la gondola, se le vol.

Che. Grazie, grazie. Dasseno, co no ghe x mio mario, no vago in nissun luogo.

Cec. E co ghe x so mario, la vol che el vegna sempre con ela?

Che. Se ghe piase.

Cec. E la ghe vol dar sto boccon d'incomodo? sto boccon de suggizion? Poverazzo! bisogna aver carit de so mario. Lassar, che el fazza i so interessi, che el vaga dove che el vol. No se pol andar alla commedia senza de so mario?

Che. Oh, mi no m'importa. Co mio mario no pol vegnir, stago a casa.

Cec. (Oh che martuffa!)([115])

Meneg. (Intendela sto zergo?) (a Rosina)

Ros. (Oh lo capisso!) ( piano a Meneghina)

Meneg. (Mio fradelo x de quei che no bada) (come sopra).

Ros. (Col mario se contenta, la gh'ha rason) (come sopra).

Cec. E in casa mo cossa fale? Zghele?

Che. Qualche volta se devertimo.

Cec. A cossa zghele?

Che. A tresette, cotecchio, al mercante in fiera.

Cec. Oh mi a sti zoghi no gh'ho pazienza. Me piase el faraoncin. Ma de poco, sla. Se fa banco de otto o diese zecchini, gnente de pi. Le vegna qualche sera da basso, le se divertir. Le veder una conversazion, no fazzo per dir, ma de persone tutte distinte. No semo mai in manco de quatordese, de sedese, e squasi ogni sera se magna qualcossa, o quattro galinazze, o un per de lingue salade, o delle tartufole, o qualche bel pesce; e po' gh'ho un canevin de bottiglie, che le veder, qualcossa de particolar.

Ros. (Battemoghe el terzo?) (a Meneghina).

Meneg. (S, anca el quinto) (a Rosina).

Che. Cuss se se diverte pulito.

Cec. Cossa vorla far? Son arlevada cuss.

Ros. Adesso che la x in casa de so mario, siora Meneghina se devertir pulito anca ela.

Meneg. Oh mi me diverto in te la mia camera.

Cec. Me despiase, che in te la so camera no la gh'aver quei divertimenti, che la gh'aveva in quell'altra casa.

Meneg. Cossa vorevela dir?

Cec. Gnente. Crdela che no sappia tutto? Credela, che mio mario no me conta tutto?

Meneg. Finalmente cossa ghe porlo aver dito? Son una putta da maridar, e cerco de logarme([116]) onoratamente.

Che. Cara siora Cecilia, se la fa l'amor bisogna compatirla. La l'ha fatto anca ela, l'ho fatto anca mi.

Cec. No digo, che no la fazza l'amor; ma almanco lo fssela con qualcossa de bon. M'ha cont mio mario, che la s'aveva tacc con un sporco, che no gh'ha n arte n parte([117]). Con un certo Lorenzin Bigoletti, un scagazzer([118]), un spuzzetta, senza roba, senza civilt; la s'immagina, se mi, che son quela che son, voggio soffrir un parent de sta sorte.

Meneg. (Sntela come che la parla?) (a Rosina)

Ros. (Se Lorenzin sente, poverette nu) (a Meneghina).

Che. La diga, siora Cecilia, lo cognssela sto sior Lorenzin Bigoletti?

Cec. De vista no lo cognosso. Ma per quel che i dise, nol x degno de una sorela de mio mario.

Che. Mi no ghe digo, che el sia ricco; ma el x un galantomo, e in tel so parent no ghe x sporchezzi, e nissun dei si ha port la falda.

Cec. Come prlela, siora Checca? Credo, che la mia casa sia cognossua in sto paese.

Che. Mi no digo de ela.

Cec. Mo de chi donca?

Che. No desmissimo cani che dorme.

Cec. Perch se scldela tanto el fig per quel sporco?

Che. Coss' sto sporco? Me scaldo perch el x un putto civil quanto ela, e el x mio zerman.

Cec. So zerman el x? (s'alza)

Ros. Siora si, el x nostro zerman, e el x un putto nato per ben, e ben arlev; e no volemo che nissun lo strapazza.

Meneg. (Brava per diana!)

Cec. Adesso intendo la rason de le so finezze, e la premura de vegnirme a favorir de una visita. L'ha trov un bel traghetto([119]), siora cugnada!

Che. Come prlela, patrona? Con chi credela de parlar?

Cec. Questa x la prima volta, che ho l'incontro de reverirle, le credo persone civil, ma, le me compatissa, no son persuasa del so trattar. Strissime, a bon riverirle. A ela no ghe digo che la vegna a casa, perch no ghe posso comandar. Ghe lo far dir da chi ghe lo podar dir. E no la staga a metter suso de tir col, che no voggio, e posso dirghe: no voggio. Cecilia Calendrini in sto paese x qualcossa, e la pol qualcossa. M'la capo? Patrone. (parte)

SCENA X

CHECCA, MENEGHINA, ROSINA, poi LORENZINO

Meneg. le sentio che raccola?([120])

Ros. Mo la x ben palicaria([121]).

Che. Mi no so come che m'abbia tegn. Se no la giera in casa mia no la passava cuss.

Lor. Siora zermana, ho tasesto e ho sofferto per causa soa; ma cospetto de diana, no vi, che nissun me strapazza...

Ros. Avu sentio?

Lor. No son miga sordo.

Meneg. Mi no ne ho colpa, fio mio.

Che. Ors, siora Meneghina, la favorissa de andar a casa sa, che in casa mia de ste scene ghe ne x mai st, e no ghe ne voggio.

Lor. Ela no ghe n'ha colpa.

Che. E vu, sior, and via de qua.

Lor. E mi ander giusto adesso a trovar sior Anzoletto; e cospetto e tacca via, ghe metter le man attorno, e se mazzeremo.

Meneg. (gridando) Oh poveretta mi!

Ros. Seu matto?

Che. Via sior strambazzo!

Lor. A mi sporco? a mi spuzzetta? a mi spiant, miserabile, incivil? Sporca ela, spuzzetta ela. Miserabile so mario, vilanazzo, salumier, el gh'ha ancora le man de butiro(passeggiando con isdegno).

Meneg. Oh un poco de acqua per carit.

Ros. Adesso, adesso, fia, che la vago a tr. (La me fa da pianzer anca mi). (si asciuga gli occhi e parte)

Lor. S, vi andar sul balcon, e se la vedo, ghe ne vi dir tante... (in atto di partire)

Meneg. Fermve.

Che. Vegn qua.

Meneg. Sent.

Che. Ascoltme mi.

Lor. Cara siora zermana, la me lassa star. La vede in che stato che son, e la me vol metter al ponto de precipitar.

Meneg. Mo no, cara siora Checca. La gh'abbia un pochetto de compassion.

Che. Ma mi, cossa volu, che fazza? Volu, che me soggetta a recever delle malegrazie? E che co vien mio mario el trova una lite impizzada?

Meneg. Ela x una signora de proposito. La gh'ha giudizio, la gh'ha bon cuor. La veda de trovar qualche mezo.

Ros. (coll'acqua) Son qua se la vol l'acqua.

Meneg. Grazie.

Che. Sto putto senza dote ve porlo tr?

Ros. Vorla l'acqua?

Meneg. Adesso. (a Rosina)Se podesse parlar a mio barba, ho speranza, che nol me disesse de no.

Lor. Perch no l'andeu a trovar?

Ros. Vorla l'acqua? (a Meneghina)

Meneg. Adesso. (a Rosina) No ghe posso andar per paura de mio fradelo.

Che. La diga, cara siora Meneghina; sior Cristofolo mi lo cognosso. Vorla che mi lo manda a chiamar?

Meneg. Oh magari!

Ros. La vorla o no la vorla?

Meneg. Eh! (con disprezzo) Oh la compatissa, no so dove che gh'abbia la testa. (prende il bicchiere in mano) Cara siora Checca, questa saria la meggio cossa che no la podesse far a sto mondo. (parlando versa l'acqua dal bicchiere) La lo manda a chiamar, la ghe parla, e po la me manda a chiamar anca mi...

Che. Cara ela, no la me spanda l'acqua adosso.

Meneg. Oh poveretta mi! No so quel che fazza(beve a sorsi e parla).

Ros. (De diana, la x ben incocala!

Meneg. La senta... el st de casa... de l dell'acqua... al Gaffaro... ai Tre Ponti... su la fondamenta delle Maraveggie.

Che. So benissimo dove che el sta; el x amigo de mio mario, e lo mander a chiamar.

Meneg. La manda subito.

Che. Mander subito. Ma la me fazza sto servizio adesso: la vaga da basso.

Meneg. Siora s, subito, a bon riverirla. Siora Rosina, me raccomando anca a ela. Bond, Lorenzin. La senta, la lo metta al ponto... La ghe diga, che son desperada... no la fazza falo de mandarme a chiamar. Strissime. Bond, fio mio. (parte)

Ros. Zerman, l'av cusinada([122]) come che va.

Lor. Cara siora zermana

Che. Doveressi far vu sto servizio d'andar a chiamar sior Cristofolo.

Lor. Sangue de diana! a corando([123]).

Che. Savu dove che el staga?

Lor. E co pulito che el so.

Che. And donca.

Lor. Subito. (corre via)

Ros. Oh che putti!

Che. Oh che intrighi!

Ros. Oh quanti mattezzi che se fa per amor! (parte)

Che. Oh quanti desordini co no gh' giudizio! (parte)

SCENA XI

Camera come nell'Atto primo.

ANZOLETTO, poi SGUALDO

Anz Cospetto del diavolo, no ghe x caso de poder liberar sti boli. No trovo un can, che me varda, nissun me vol dar bezzi, nissun me vol far sigurt. Son pien de debiti, che no so da che banda voltarme: e gh'ho la casa piena de omeni che laora, e gh'ho una muggier al fianco, che destruzzeria mezzo mondo. Ah se no fusse desgust con mio barba, no sarave in sto statol Figurarse, adesso che son marid, nol me d un sorso d'acqua se el me vede a sgangolir da la s([124]). Oh matto, bestia che son st a maridarme! No credeva mai d'averme da pentir cuss presto. Quindese zorni...

Sgu. Oh lustrissimo, son qua per bezzi.

Anz No avmio dito doman?

Sgu. Mi ho dito doman, ma sti omeni dise ancuo. (Eh so el negozio del bolo, no vi che tiremo avanti cus).

Anz In sta camera no av fatto gnente. La x come che la giera. El letto no l'av port.

Sgu. No l'ho port, perch i m'ha ditto che no lo porta.

Anz Chi v'ha ditto sta bestialit? (in collera)

Sgu. La lustrissima so siora consorte.

Anz Co l'ha dito ela, no parlo altro.

Sgu. Bisogna, che la me salda sti conti.

Anz Doman ve li salder.

Sgu. Sti omeni no vol aspettar.

Anz Cospetto, li bastoner.

Sgu. No la vaga in collera, perch sta zente ha fatto el so debito; e le mercede ai operari no le se paga co le bastonae.

Anz Avanti sera ve pagher. Volu altro?

Sgu. Benissimo: me dla parola?

Anz Ve dago parola.

Sgu. La guarda ben, che sta sera no se va via se no la me paga, Andemo. (parte cogli uomini)

SCENA XII

ANZOLETTO, e PROSDOCIMO

Anz Se no i ander via lori, bisogner, che vaga via mi. Se almanco gh'avesse la mia roba, poderia far un pegno.

Prosd. Chi qua?

Anz Coss', sior? Chi domandeu?

Prosd. Domando el lustrissimo sior Anzoletto Semolini.

Anz Son mi; cossa volu?

Prosd. Fazzo umilissima riverenza a vussustrissima per parte del lustrissimo sior conte Argagni mio patron, e el m'ha ditto de dir a vussustrissima, che x do mesi che el gh'ha fitt sta casa, che l'ha mand sie volte, e questa che fa sette, pel semestre anticip, che gh'aveva da pagar vussustrissima, e lo prega de pagarlo subito, illico et immediate, aliter, che vussustrissima no se n'abbia per mal, se el far quei passi che x de giustizia, e che sar noti benissimo anca a vussustrissima.

Anz Sior vussustrissima, m'av d una bella seccada.

Prosd. Grazie alla bont de vussustrissima.

Anz Diseghe al vostro patron, che doman el sar servido.

Prosd. Caro lustrissimo, la perdoni. Sto doman ai quanti vienlo del mese?

Anz No gh' bisogno de cargadure. Vegn doman, e ve pagher.

Prosd. Caro lustrissimo, la perdoni, s'arecordela quante volte che l'ha ma ditto doman?

Anz Ve dago parola che el sar pag.

Prosd. Caro lustrissimo .....

Anz Caro lustrissimo, la vaga a farse ziradonar.

Prosd. Servitor umilissimo de vussustrissima (partendo).

Anz La reverisso.

Prosd. Lustrissimo patron(come sopra).

Anz Ghe fazzo reverenza.

Prosd. Servitor umilissimo de vussustrissima. (parte)

Anz Co sto balin in testa, e sto boccon de seccada, el x el pi bel divertimento del mondo. Cossa x de mia muggier e de mia sorela, che no le se vede? Eh le vegnir, le vegnir. Cuss no vegnssele!

SCENA XIII

LUCIETTA, e detto

Luc. Oh de diana! el x po vegn!

Anz Cossa volu?

Luc. Quando fenisseli sta massara? Quando vienla sta roba?

Anz La vegnir. Abbi pazienza, che la vegnir.

Luc. Debotto x ora de disnar.

Anz E cuss cossa importa?

Luc. Come vora, che parecchiemo la tola, se no ghe x biancheria?

Anz (Oh poveretto mi!) No se poderessimo inzegnar per ancuo?

Luc. Se no ghe metto dei fazioli da man.

Anz No ghe x dei fazioli tovaggiai?

Luc. I x strazzetti; ma ghe ne x.

Anz No se poderave taggiarli, e far dei tovagioli?

Luc. Ors, vedo, che anca elo, lustrissimo, el se tl spasso de mi; el far per dar in tel genio alla so novizza. Me despiase della putta, ma no so cossa farghe; la me daga sette mesi de salario, che la m'ha da dar e ghe lever l'incomodo. Serva de vussustrissima. (parte)

Anz Tol anca questa, per averghe dito dei tovagioli, la va in colera, e la vol el so salario. Mo che zente puntigliosa! Mi sopporto tanto, e i altri no vol sopportar gnente.

SCENA XIV

CECILIA, e detto, poi MENEGHINA, poi FABRIZIO

Cec. Sior Anzoletto, gh'avemo delle novit.

Anz Coss' st?

Cec. Vostra sorela x una bella pettegola.

Meneg. Sior Anzoletto, vostra muggier x una gran superba.

Cec. O ela o mi fora de sta casa. (parte)

Meneg. Ghe ander mi quando manco ve l'aspetter. (parte)

Anz O che bestie!

Fabr. Eccomi a pranzo con voi.

Anz Sieu maledetto anca vu. (parte)

Fabr. Obbligato della carrozza. (parte)

FINE DELLATTO SECONDO


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera in casa della signora Checca.

CHECCA, poi ROSINA

Che. Vard, quando che i dise, che una faliva pol brusar una casa([125]). Certo da una cossa da gnente se vede a partorir delle cosse grande. La curiosit de veder sta casa, de veder sta novizza ha fatto nasser sto boccon de sussurro. No me ne dovera pi intrigar; ma dall'altra banda me fa pecc mio zerman, me fa pecc quella povera putta...

Ros. O, sorela?

Che. Cossa gh'?

Ros. Lucietta, la serva da basso, la m'ha fatto moto al balcon che la m'ha da parlar.

Che. E cuss?

Ros. E cuss gh'ho tir, e gh'ho ditto, che la vegna.

Che. Av fatto mal. Con quela zente no se n'avemo pi da impazzar.

Ros. Av pur ditto de mandar a chiamar siora Meneghina.

Che. Se vegnir so barba, per una volta lasser che la vegna; ma mai pi, ved, mai pi, no se n'impazzemo, mai pi.

Ros. A mi me la cont? Cossa m'importa a mi?

Che. E co la serva no voggio altri domesteghezzi([126]).

Ros. No so cossa dir, per sta volta gh'ho averto. Un'altra volta no ghe averzir. Voleu che la manda via?

Che. No, no, sentimo cossa che la vol.

Ros. Ho sentio dei strepiti, son curiosa de saver qualcossa.

Che. Sorela cara, moderla sta curiosit. Cossa v'ha da premer a saver i fatti de i altri? Se Lucietta vien qua per far i pettegolezzi, dmoghele curte, e no la stemo gnanca a ascoltar.

Ros. Ben, ben; mi fazzo tutto quello che vol vu.

SCENA II

LUCIETTA, e dette, poi TONI

Luc. Lustrissime.

Che. Sioria..

Ros. Sioria, fia.

Luc. Son scampada de suso, che nissun sa gnente; gh'ho da contar; ghe x dele cosse grande.

Ros. Cara vu, conteme.

Che. Via, scomenzemio? (a Rosina)

Ros. Ih! cossa ggio ditto? (a Checca)

Luc. La gh'la con mi, lustrissima? Cossa gh'ggio fatto?

Che. In casa mia no voggio pettegolezzi.

Luc. La compatissa, giera vegnua per contarghe... Se no la vol, no so cossa dir, lustrissima... (in alto di partire)

Che. Vegn qua, cossa volevi contarme?

Ros. (No lo soggio, che mia sorela x pi curiosa de mi?)

Luc. Voleva confidarghe de le novit; ma no vi che la diga che vegno a far dei pettegolezzi.

Che. Via, se gh'av qualcosa da confidarme...

Luc. La sappia, che in casa de nu ghe x delle cosse grande.

Che. Che x mo?

Luc. El patron x in te l'ultima disperazion. Nol pol far massaria. In casa de l i gh'ha bol la roba, qua no l'ha gnancora pag el fitto. I omeni, che laora vol bezzi. Mi no posso aver el mio salario da sette mesi, che el m'ha da dar. Cosse grande, lustrissima, cosse grande.

Che. Mo le x grande dasseno.

Ros. Me f strasecolar.

Che. E cossa dise quella spuzzetta de so muggier?

Ros. E cossa dise quella povera putta de so sorela?

Luc. La putta pianze, e la novizza x in tutte le furie.

Che. Contme; come lo fatto tutti sti debiti?

Luc. Colla boria, col malgoverno, per segondar quella cara zoggia de so muggier.

Che. X quindese zorni che el x marid...

Luc. Oh cara ela, cossa credela? X do ani, che el ghe fa l'amor, e che el ghe pratica per casa, e che el spende, e che el spande, e che el se precipita.

Ros. Gh'la d gnente de dota?

Luc. Gnente a sto mondo.

Che. Xla mo quela gran signora, che i dise?

Luc. Oh giusto! M'ha cont a mi una dona che x stada in casa soa quindesani, che tante volte, se i paroni voleva magnar, bisognava, che la ghe imprestasse i manini([127]).

Ros. X assae, che sta serva dopo quindes'ani l'abbia avuto cuor de andar via.

Luc. La x andada via, perch no i ghe dava el salario. Eh lustrissima benedetta! Le donne no le x miga tutte co fa mi, la veda. Sette mesi x che i no me d gnente, e taso, e per i mi paroni me farave squartar.

Ros . (Eh s s, anca ti ti x una bela zoggia!)

Toni Lustrissima, la x domandada.

Che. Chi x?

Toni X el lustrissimo sior Lorenzin con un vecchio.

Ros. El sar sior Cristofolo.

Luc. El barba de la mia patrona?

Che. S, giusto elo. F una cossa, fia, and da basso, tir da banda siora Meneghina, e disghe, che la vegna da mi.

Luc. Lustrissima s, subito.

Che. Ma vard ben, che nessun ve senta.

Luc. La lassa far a mi (in atto di partire).

Ros. No lo stssi a dir a nissun, ved!

Luc. Oh cossa disela! Gnanca l'aria lo saver (come sopra).

Che. Vard ben, che se tratta de assae.

Luc. In verit, lustrissima, che la me fa torto. Songio qualche pettegola? Co bisogna, so taser, e a mi no i me cava celegati([128]) de bocca. Strissime. (parte)

Che. (a Toni) Disghe a quel signor, che el vegna; e diseghe a sior Lorenzin, che el vaga, e che el torna, o che l'aspetta de l.

Toni Lustrissima s. (parte)

SCENA III

CHECCA, ROSINA, poi CRISTOFOLO

Che. E vu, vedu? Fin che parlo co sior Cristofolo, and de l, che no x ben che ghe si.

Ros. Quanto che pagherave a sentir!

Che. Mo za, vu s la mare della curiosit.

Ros. E vu gnente?

Che. Mi ascolto quel che x da ascoltar.

Ros. E mi no sento quel che no x da sentir. (parte)

Crist. Patrona riverita.

Che. Strissima, sior Cristofolo.

Crist. No, cara ela, no la me staga a lustrar.

Che. No la vol che fazza el mio debito?

Crist. Mi no gh'ho bisogno d'esser lustr; no ho mai ambio sta sorte de affettazion. Son un galantomo. Per grazia del cielo no gh'ho bisogno de nissun, ma sti titoli ghe li dono.

Che. Via, quel che la comanda. (El x ben all'antiga dasseno). La prego de perdonarme, se l'ho incomodada.

Crist. Son qua, son a servirla; dove che posso la me comanda.

Che. La se senta.

Crist. Volentiera. Cossa fa sior Fortunato? Quando l'aspettela?

Che. Ho av lettera giusto gieri. El doverave esser qua al fin de la settimana.

Crist. Sior s, pol esser, che el vegna vnere col corrier de Bologna.

Che. Se la savesse! no vedo l'ora.

Crist. Ma co se gh'ha un bon mario, el se vorave sempre darente, n' vero?

Che. Co son senza de elo me par de esser persa. No gh'ho voggia de gnente. Mi no teatri; mi no maschere; mi no... gnente, co ghe digo, gnente.

Crist. Cuss fa le donne de garbo.

Che. (No so da che cao prencipiar)([129]).

Crist. E cuss, siora Checca, cossa gh'la da comandarme?

Che. Cara ela, la compatissa, se m'ho tolto sta libert.

Crist. Mo con mi no l'ha da far cerimonie. Son bon amigo de so mario, e la me comanda con libert.

Che. Me dala licenza, che ghe parla de una persona?

Crist. De chi?

Che. De una persona.

Crist. Basta, che no la me parla de me nevodo, la me parla de chi la vol.

Che. Oh mi no me n'impazzo con so nevodo.

Crist. Che soggio mi. So, che sto furbazzo el x vegn a star de sotto de ela; e squasi squasi me son intaggi([130]) che la me voggia parlar de elo, e gh'ha manc poco, che no cometta un'incivilt, e che no vegna.

Che. Oh sior Cristofolo, el x un signor tanto compito!

Crist. Se la savesse; gh'ho el fig troppo marzo([131]) con quel desgrazi.

Che. E so sorela, poverazza?

Crist. So sorela la x una matta anca ela. Co x morta so mare, la voleva tr in casa co mi, e no la gh'ha volesto vegnir. L'ha volesto star con so fradelo, per aver un poco de libert, perch da so barba se va in letto a bon'ora, perch no se va in maschera, perch no se va alla commedia. Frasconazza, che la toga suso; che la varda cossa l'ha avanz.

Che. Se la savesse, poverazza! in che desgrazie che la se trova!

Crist. So tutto. Crdela, che no sappia tutto? So tutto. So che el x pien de debiti, so che in do ani l'aver butt via diese milla ducati, tra zogai, dizzipai e messi intorno a quela cara zoggia de so muggier. La x stada el so precipizio. Dopo che l'ha scomenz a praticar in quella maledetta casa, nol x st pi elo. No l'ha pi fatto conto de mi; nol se degnava gnanca de vegnirme a trovar. Se el me incontrava per strada, el procurava de schivarme, perch no gh'ho i abiti galonai, perch no gh'ho i manegheti. So, che l'ha abuo da dir quella lustrissima de favetta, che ghe fazzo stomego, che ghe fazzo vergogna, che no la me dir mai barba ai so zorni. Aspetta, che mi te diga nezza, temeraria, sporca, pezzente.

Che. (Mi debotto no ghe digo gnente).

Crist. La compatissa, cara ela. La clera me fa parlar. E cuss cossa me volvala dir?

Che. Caro sior Cristofolo, de tutte ste cosse che colpa ghe nha quella povera putta?

Crist. La diga, cara siora Checca. Parlmose schietto. Per cossa m'la mand a chiamar?

Che. Per un interesse.

Crist. Xlo so sto interesse?

Che. Anca mio, se la vol. Se tratta de un mio zerman.

Crist. Oh co se tratta de ela, o del so parent son qua a servirla in tutto e per tutto; basta che no la me parla de mio nevodo.

Che. E de so sorela?

Crist. Gnanca de ela (forte, con isdegno).

Che. (Uh poveretta mi!) Cuss, come che ghe diseva, gh'ho da parlar per sto mio zerman.

Crist. Chi xlo?

Che. El x quel putto, che x vegn a chiamarlo da parte mia.

Crist. S, s, vedo.

Che. Lo cognossela?

Crist. Mi no l'ho pi visto.

Che. X poco, che el x vegn fora de collegio.

Crist. Bisogna che mi el me cognossa, perch el m'ha trov a Rialto, e el m'ha ferm, e el m'ha compagn qua da ela.

Che. Oh el lo conosse certo.

Crist. E cuss, cossa vorvelo? Cossa ghe bisogna?

Che. Cossa ghe par de quel putto?

Crist. El me par un putto de sesto.

Che. In verit, el x una copa d'oro.

Crist. Se vede; el gh'ha bona indole. Cossa falo? Gh'lo nissun impiego?

Che. El se vorave impiegar.

Crist. Gh'ho dei patroni, gh'ho di amici, se poderave dar, che ghe podesse giovar.

Che. Magari.

Crist. M'la mand a chiamar per questo?

Che. Sior s, anca per questo.

Crist. E per coss'altro?

Che. La sappia, che sto putto se voria maridar.

Crist. Bravo! pulito! no l'ha anca feno de crescer, e el se vol maridar. Nol gh'ha impiego e el vol una fameggia de mantegnir! Ghe perdo el concetto, e no lo stimo pi n bezzo n bagatin.

Che. (Adesso stemo ben). E se el trovasse una bona dota?

Crist. Se po el trovasse una bona dota...

Che. E che el se podesse comprar una carica?

Crist. In quel caso...

Che. In quel caso nol farave mal.

Crist. In quel caso nol gh'ha bisogno de mi.

Che. Mo el gh'ha giusto bisogno de elo, lu.

Crist. De mi? Mi no la capisso.

Che. (Adessadesso ghe la squaquero)([132]).

Crist. (La me fa certi discorsi confusi, che no so dove che i voggia andar a fenir).

Che. Crdela, sior Cristofolo, che mio zerman possa sperar de trovar una putta civil con un poco de dota?

Crist. Gh'lo intrade?

Che. El gh'ha qualcossetta; e po se el gh'avesse una carica...

Crist. Siora s, el putto x de bon sesto, e el la trover.

Che. El diga, caro elo. Se el gh'avesse una so fia, ghe la darvelo?

Crist. Mi no son marid. Putte mi no ghe n'ho, e x superfluo che ghe diga n s, n no.

Che. El diga, caro elo. E so nezza ghe la darvelo?

Crist. Ors, siora Checca, no l'ha da far n co un sordo, n co un orbo. Capisso benissimo dove che la vol tirar el discorso, e me maraveggio de ela, che la me vegna co ste dretture. Gh'ho ditto, che no ghe ne vi sentir a parlar. E se no la vol altro da mi, patrona. (s'alza)

Che. La senta...

Crist. No vi sentir altro.

Che. No intendo miga...

Crist. De quella zente no ghe ne vi sentir a parlar.

Che. Gnanca de so nezza?

Crist. Mi no gh'ho nezze.

SCENA IV

MENEGHINA, e detti

Meneg. Oh sior barba!

Crist.Coss' st'insolenza? (a Meneghina) coss', sto ingannar i galantomeni in sta maniera? (a Checca)

Che. Coss' sti inganni? Coss' sto parlar? Che vrli tr la borsa fora de scarsella? Se l'ho fatto, l'ho fatto per unopera di piet. Voggia, o no voggia, quella x so nezza, e la x tradida da so fradelo, e la x in miseria; e una putta desperada no se sa quel che la possa far. Se la gh'ha occasion de logarse, l'onor, la carit, el sangue e la reputazion ha da mover un barba a soccorrerla, a darghe stato da par so, e coi debiti modi. E se no ghe piase, che el lassa star. Mi ho fatto da bona amiga; e lu che el fazza da quel che el vol.

Crist. la feno, patrona?

Che. Ho feno perch ho volesto fenir; del resto ghe ne dirave de bele.

Crist. No la se incomoda, che ho inteso tanto che basta. E vu siora, cossa pretendeu da mi? (a Meneghina)

Meneg. Caro sior barba, mi no pretendo gnente. Cossa vrlo, che mi pretenda? Sono una povera putta desfortunada. I desordini de mio fradelo x cascai addosso de mi.

Crist. Perch no seu vegnua a star con mi?

Meneg. Perch son stada una senza giudizio. Perch m'ho lass lusingar da mio fradelo. Caro sior barba, ghe domando perdon.

Che. De diana! la farave pianzer i sassi.

Crist. (a Checca) Eh cara siora! la compassion x bela e bona; ma bisogna usarla con chi la merita, e no co quelli che se ne abusa.

Meneg. Poveretta mi! Se elo no me agiuta, un de sti zorni no gh'aver pi n casa n tetto. No saver gnanca dove andar a dormir.

Crist. Cossa diseu? Seu matta? Vostro fradelo no lo tolto un palazzo? No lo cress sessanta ducati de fitto?

Meneg. Eh caro sior, el me mortifica, che el gh'ha rason. El palazzo x cuss, che no l'ha gnancora pag el fitto, e ancuo o doman i ne butta la roba in mezzo alla strada.

Crist. A sto stato el x ridotto quel desgrazi?

Meneg. E i gh'ha bol la roba in quell'altra casa; e no gh'ho gnanca vesta e zend d'andar fora della porta.

Che. Mi no so, se se possa dar al mondo un caso pi doloroso de questo.

Crist. E cossa dissela quella cara novizza?

Meneg. Mi no so gnente, sior; so che per zonta delle mie desgrazie, me tocca anca de soffrir da ela dei strapazzi e dele mortificazioni.

Crist. La gh'ha tanto coraggio de mortificarve?

Che. Oh s po; ve so dir mi, che la la tratta pezo de una maregna.

Crist. (El sangue no x acqua, la me fa compassion). E cuss, patrona, cossa intenderessi de far?

Meneg. Tutto quelo che el vol, sior barba. Son qua, m'inzenocchio davanti de elo; son in te le so man.

Crist. (si asciuga gli occhi)

Che. (Via, via, debotto semo a segno).

Crist. Levve suso. No lo merit, ma veder de agiutarve. Quala sarave la vostra intenzion?

Meneg. Ah selo benedetto! El m'ha ela da comandar.

Che. Caro sior Cristofolo, la x in ti ani; a elo no ghe convien tegnir una putta in casa; za che la gh'ha occasion de maridarse, perch no la destrighela?

Crist. Dov'ela sta occasion?

Che. Mio zerman.

Crist. Che modo gh'alo de mantegnirla?

Che. El gh'ha un pochetto d'intrada. Che el ghe compra una carica...

Crist. Voggio sentir, voggio vder, voggio parlar con elo.

Che. Vorla che lo chiamemo?

Crist. Dov'lo?

Che. El sar de l.

Crist. Ah s, adesso intendo. El sar de l. El x quelo, che me x vegn a cercar. El sar de l, el sar sconto. L'aspettar che el se chiama. Accordi fatti, ingani premeditai per trme in mezzo mi, per farme el latin a cavallo. No so gnente, no vi far gnente, no vi far gnente, no ghe ne voggio saver. (parte)

Che. Eh no lo lasso andar via, se nol dise de s. (parte)

SCENA V

MENEGHINA, poi ROSINA

Meneg. Oh poveretta mi!

Ros. Siora Meneghina, no la se perda de nemo.

Meneg. Cossa vorla che fazza?

Ros. Ho visto tutto da drio quela porta. Brava, pulito; la torna a far quello che l'ha fatto. La se butta in zenocchion, la pianza, la se despiera, la fazza finta de tirarse i cavei. Lorenzin, poverazzo, se raccomanda, el mor, nol pol pi.

Meneg. Povero putto! Cossa no farvio per elo? Ghe baser la man a mio barba, ghe baser i pe, me butter colla bocca per terra. (parte)

Ros. Eh per diana! nu altre co volemo, volemo; val pi le nostre lagreme, che no val le spade e i spontoni. (parte)

SCENA VI

Camera nella Casa nova.

CECILIA, il CONTE e FABRIZIO

Con. Eh via, signora, non si abbandoni ad una s fatta melanconia.

Cec. Eh, sior Conte, chi no ghe x drento, facilmente po far l'omo de garbo, e dir delle bele parole per consolar. Pazienzia, la m'ha tocc a mi sta volta. (si getta sopra una sedia)

Fabr. Dice il proverbio: a tutto si rimedia, fuor che all'osso del collo.

Cec. Matta, bestia, che mi son stada. Gh'aveva tante occasion de maridarme co i primi soggettoni de qua, e de via de qua, che sarave coverta de oro, da cao a pe, e son andada a intrigarme con uno, che me vol far suspirar.

Con. Vedr, che il male non sar poi s grande, come si dice.

Fabr. Io spero, che le cose si accomoderanno.

Con. Per un po' di debiti una famiglia non si ha da mettere in disperazione.

Cec. (s'alza) Gran destin per altro del povero mio mario! che el se fa magnar el so da tanti, e in t'un caso de bisogno nol trova un amigo, che ghe voggia far un servizio. (passeggia)

Fabr. (Dice a voi) (piano al Conte).

Con. (Eh, io credo, che parli con voi) (piano a Fabrizio).

Cec. Ma! una donna de la mia sorte, arlevada in tel bombaso([133])! avvezza a nuar([134]) in te l'abbondanza! servida co fa una prencipessa! respettada co fa una regina! (si getta sopra un altra sedia)

Con. Sar sempre servita e rispettata la signora Cecilia.

Cec. Eh caro sior Conte(si alza), co no se x pi in istado de dar da disnar, pochi se incomoda a favorir. (passeggia)

Con. (Ora ha parlato con voi) (a Fabrizio).

Fabr. (Avr parlato con tutti due) (al Conte).

Cec. Dove diavolo xlo sto sior Anzoletto? S'lo sconto? S'lo retir? M'lo lass mi in te le pttole([135])? Per diana de dia la mia roba i la lasser star. (passeggia)

Con. Signora, io la consiglierei di fare un'assicurazione di dote.

Cec. Come se fala?

Fabr. La serviremo noi, se comanda.

Con. Andremo noi dove spetta, e faremo quel che va fatto.

Cec. Via donca; la me fazza almanco sto piccolo servizietto.

Fabr. Ci lasci vedere il suo istrumento dotale.

Cec. Ghe x bisogno dell'istrumento?

Con. S, certo, ci vuole il contratto o pubblico o privato, com'.

Cec. Ors, no voggio, che i diga che fazzo fallir mio mario; de ste cosse nissun de i mii ghe n'ha fatto, e no voggio farghene gnanca mi (passeggia)

Fabr. (Ehi, nol sapete, che non ha niente di dote?) (al Conte)

Con. (Lo so meglio di voi) (a Fabrizio).

Cec. E dove x mia cugnada? Xla andada via? M'la impiant anca ela? No vedo nissun? Nissun me vien in ti versi? Vorli che me daga alla desperazion? (siede)

Con. Signora, ci siamo noi.

Fabr. Eccoci qui. Nasca quel che ha da nascere, noi non l'abbandoniamo.

Con. Per amor del cielo, signora, si dia coraggio.

Fabr. Sono tre ore, che suonato il mezzogiorno, io la consiglierei di prendere un poco di cibo.

Cec. Gh'ho altro in testa, che magnar. Magnarave tanto velen.

Con. Bene, mangier pi tardi, quando ne avr pi voglia.

Fabr. Noi siamo qui, non partiamo. Quegli altri, che erano venuti per pranzare, hanno sentiti i disordini, e se ne sono andati; noi siamo i pi fedeli, i pi costanti; terremo compagnia alla signora Cecilia.

Con. Ma, signora mia, il di lei stomaco patir: preme la di lei salute.

Fabr. Vuole ch'io dica al cuoco, che le sbatta una cioccolata?

Cec. No voggio gnente. (alzandosi con isdegno) No credeva mai che sior Anzoletto me usasse sto tradimento! No dirme gnente? No confidarme mai i fatti si? Darme ad intendere delle grandezze? Farme creder quel che no giera? Con mi nol doveva trattar cuss. El m'ha tradio, el m'ha sassin. (si getta a sedere)

Con. Signora, ella troppo agitata.

Fabr. Non vorrei, che la nostra presenza l'inquietasse d'avvantaggio.

SCENA VII

ANZOLETTO, e detti

Anz (Povera mia muggier!).

Cec. (s'alza con impeto contro Anzoletto) Andme via de qua, no me vegn per i pe.

Anz Tol, tol sto cortlo, e mazzme...

Cec. Sior omo senza giudizio, senza reputazion. (prende il coltello e lo getta via)

Anz Cara muggier, ved in che stato che son. Se tutti me strapazza, almanco abbime vu carit. Se ho fatto dei debiti, sav, che per sodisfarve...

Cec. Cossa? Ardiressi dir, che av fatto dei debiti per causa mia? Cossa aveu speso per mi? Dov'ele ste zogge, che m'av fatto? Aveu fatto altro per mi, che quattro strazzi de abiti, e tr sta maledetta casa, che gnanca no av pag el fitto? Ah! cossa aveu speso per mi? Cossa aveu butt via? Che debiti v'ggio fatto far)

Anz Gnente, fia mia; gh'av rason. Non ho fatto gnente. Ho tolto i ducati, e ho fatto dei passerini in canal([136]).

Cec. Se ve sento mai pi a dir ste cosse, poveretto vu.

Anz No. fia, no ve dir pi gnente. (Z x tutt'un).

Con. (Povero paziente) (a Fabrizio).

Fabr. (Se lo merita, sapeva chi era) (al Conte).

Anz Dove x mia sorela?

Cec. Cossa soggio mi? X do ore, che no la vedo.

Anz No vorave che la fosse andada...

Cec. Dove?

Anz Da mio barba.

Cec. In sto caso, non so cossa dir. Se la fusse andada, l'averia fatto ben, e ghe doveressi andar anca vu.

Anz Mi? No vago a umiliarme a mio barba, se credo de andar in preson.

Cec. Eh fio caro, co se x in sta sorte de casi, bisogna spuar dolce, e inghiottir amaro([137]).

Con. Dice bene la signora Cecilia.

Cec. Che el tasa, e in ti fatti nostri nol se ne staga a impazzar(al Conte).

Fabr. Signori, noi siamo buoni servitori ed amici.

Cec. I boni amici i se cognosse in te le occasion. In tel stato che semo, no gh'avemo bisogno de chiaccole, ma de fatti.

Con. Quando la mia persona l'inquieta, servitor umilissimo di lor signori. (parte)

Fabr. Li riverisco divotamente. (parte)

SCENA VIII

CECILIA, ed ANZOLETTO

Cec. Vedeu che sorte de amici?

Anz A mi me lo dis? Questa x zente, che ho cognossuo per causa vostra.

Cec. Oh via, no parlemo altro. Da vostro barba no vol ricorrer?

Anz Mi no; e po no gh'ho coraggio d'andarghe; e po son certo, che se ghe vago, el me scazza da elo co fa un baron.

Cec. Se podesse parlarghe mi....

Anz No faressi gnente.

Cec. Perch no faravio gnente?

Anz Perch giusto con vu el la gh'ha suso pi che con mi.

Cec. Credme, che me darave l'nemo de placarlo.

Anz Vu placarlo? Con quel boccon de caldo che gh'ave, vorressi placarlo?

Cec. Eh conosso, che adesso no x pi tempo de caldo.

Anz Con mi per altro el ve dura.

Cec. E gh'av cuor de mortificarme in sto boccon de travaggio che son? Mo and l, che s un gran can!

Anz Via, no digo altro; and l, f quel che vol, mont in barca, e andlo a trovar; regolve come ve par.

Cec. Vegn anca vu.

Anz Oh, mi no certo.

Cec. S un gran omo de poco spirito. F, che vegna con mi vostra sorela.

Anz Se la vor vegnir.

Cec. Bisogner ben che la vegna.

Anz Adesso saveremo dove che la x. Lucietta.

SCENA IX

LUCIETTA, e detti

Luc. Lustrissimo! (di dentro)

Anz Vegn qua mo.

Luc. La servo(di dentro).

Cec. X ben che vegna vostra sorela con mi; prima perch sior Cristofolo no me cognosse, nol m'ha visto; e po anca ela far la so parte. Lass pur far a mi, ghe insegner ben in barca quel che l'ha da dir.

Anz Dove x mia sorela?

Luc. No so (confondendosi).

Cec. Come no so?

Luc. No dasseno (come sopra).

Anz nemo, vi saver dove che la x.

Luc. Ghe lo dir, lustrissimo; ma no la diga gnente, che ghe l'abbia ditto mi.

Anz No, no, no dir gnente.

Cec. Sentimo sta bella novit.

Luc. La x da ste lustrissime sora de nu.

Cec. Cossa xla andada a far?

Anz Xla andada fursi a contarghe tutto?

Luc. Ghe dir mi, ma, cara ela, no la diga gnente.

Anz Via, non parlo.

Luc. Sala chi ghe x qua de sora?

Cec. Ghe sar quel sporco de Lorenzin.

Luc. E se gh'intende. Ma ghe x un altro.

Anz Chi xlo?

Luc. Sior Cristofolo.

Anz Mio barba?

Cec. Qua de suso ghe x so barba?

Luc. Lustrissima s; ma zitto.

Cec. Anemo, vegn con mi (ad Anzoletto).

Anz Dove?

Cec. Vegn con mi, ve digo.

Anz Mi no ghe voggio vegnir.

Cec. Vegn, sior pampalugo([138]), e veder chi x vostra muggier. (lo prende per un braccio e lo conduce via)

Luc. Za che l'ho fatta, me la voggio gder. Voggio andar anca mi. (parte).

SCENA X

Camera della signora Checca.

CHECCA, MENEGHINA, CRISTOFOLO e LORENZINO

Che. E viva sior Cristofolo. Viva el so buon cuor, el so bon amor, la so carit, el cielo ghe daga del ben, per el ben, che l'ha fatto a sta povera putta.

Meneg. Certo che per grazia sa son tornada da morte a vita.

Lor. Anca mi de tutto el ben, che gh'aver a sto mondo, gh'aver sempre l'obbligazion a sior barba.

Crist. Adasio, sior. No v'infuri tanto a dirme barba, che no son gnancora vostro barba (a Lorenzino).

Che. Oh via, se nol l'ha sposada, el la sposer. Se nol x so barba ancuo, el sar so barba doman

Meneg. Mo via, che nol me fazza tremar el cuor.

Lor. A mi me basta quel che el m'ha ditto. Un omo de la so sorte no x capace de tirar indro.

Che. No sarave ben, che fessimo do righe de scritturetta?

Crist. Quel che ho ditto, ho ditto; e quel che ho ditto mantegno. La putta ghe la dar. La carica ghe la comprer; ma avanti de serar el contratto, vi saver dove che x andada la roba de so padre. I fidecomissi no se pol magnar; l'ha d'aver la so parte; se so fradelo ghe l'ha ipotecada, per giustizia l'avemo da liberar. Vi far quel che posso, vi darghe del mio, se bisogna; ma no vi passar per minchion.

Che. No so cossa dir: in questo no ghe posso dar torto.

Meneg. Ih, ih, chi sa quanto ghe vorr donca!

Lor. Ste cosse no le se pol far anca dopo?

Crist. S zoveni, no sav gnente. Lassme operar a mi.

SCENA XI

ROSINA, e detti.

Ros. Siora Checca, una parola.

Che. Vegno, fia, con grazia. (si accosta a Rosina, e parlano piano fra di loro, e Checca si fa delle maraviglie)

Meneg. Intanto dove staroggio, sior barba?

Crist. Vegnir da mi.

Lor. Poderoggio vegnirla a trovar?

Crist. Co ghe sar mi, sior s.

Meneg. (Oh che boccon de suggizion che gh'aver).

Che. (Cossa se pol far? Za che ghe semo, bisogna far anca questa. La me fa tanto pecc, che no posso dirghe de no). Siora Meneghina, la me fazza una finezza, la vaga un pochetto de l con mia sorela, che gh'ho un interesseto co sior Cristofolo.

Meneg. Volentiera. (La varda de farlo resolver subito). (a Checca) (Oh son segura che la lo far!) (parte con Rosina)

Che. Sior Lorenzin, me faressi un servizio?

Lor. Son qua, la comandi.

Che. Caro vu, and alla posta a veder se ghe x lettere de mio mario

Lor. Adesso la vol che vaga?

Che. And, i x do passi. And, e torn subito.

Lor. Sior barba, anderalo via?

Che. Finch torn no l'andar via.

Lor. Vago e torno donca. (corre via)

SCENA XII

CHECCA, e CRISTOFOLO

Crist. Ma mi bisogna che vaga via. Son vecchio. Son avvezzo a magnar alle mie ore; e ancuo per sti negozj non ho gnancora disn.

Che. Caro sior Cristofolo, za che el x tanto bon, el gh'abbia pazienza un altro poco. El me fazza una grazia, una finezza; l'ascolta do parole da unaltra persona.

Crist. Cospetto de diana! se el x mio nevodo, no lo voggio ascoltar.

Che. Nol x so nevodo.

Crist. Chi x donca?

Che. Caro elo, nol vaga in collera. La x la novizza de so nevodo.

Crist. Cossa vorla da mi? (con isdegno)

Che. Mi no so dasseno.

Crist. Cospetto de diana! Sto incontro, fursi, fursi el desiderava, ma no ghe prometto de contegnirme. Gh'ho el gosso([139]) pien; e se me sfogo, no la diga, che ghe perdo el respetto alla casa.

Che. Oh in questo po che el se comoda, e che el ghe diga tutto quelo che el vol. (parte)

SCENA XIII

CRISTOFOLO, poi CECILIA

Crist. Sta signora, che la dise, che ghe fazzo stomego, la se degnarave de mi, se ghe dasse un pochetto dei mi bezzi da buttar via. Ma no la far gnente. Gh'ho gusto de vederla per dirghe l'anemo mio. (siede)

Cec. (Oh l' duro sto passo, ma bisogna farlo).

Crist. (Ih, ih, una nave da guerra).

Cec. Serva umilissima.

Crist. Patrona.

Cec. Me permettela, che gh'abbia l'onor de riverirla?

Crist. Patrona.

Cec. Se contentela, che gh'abbia l'onor de sentrmeghe arente?

Crist. La se senta pur. (Si ritira colla sua sedia)

Cec. Perch se tirelo in l?

Crist. Acci che non la senta l'odor de persuto.

Cec. Mo via, caro elo, nol me mortifica davantazo, che son mortificada abbastanza. Me falo la finezza de voltarse da mi?

Crist. No, la veda, no voria farghe stomego.

Cec. Caro sior barba....

Crist. (si volta con impeto) Coss' sto barba?

Cec. No l'alza la vose, no se femo nasar([140]). Mi no son vegnua qua per criar; no ghe vegno a domandar gnente: vegno per usarghe un atto de umilt, un atto de respetto; e se el suponesse anca, che sto atto fusse interess, e con tutte le rason, che el pol aver de esser malcontento de mi, quando una dona civil se umilia, prega, e domanda perdon, ogni galantomo s'ha da calmar, e el s'ha da degnar de ascoltarla. Mi no vi altro, se no che el m'ascolta. No ghe domando gnente, no merito gnente, no voggio gnente. Sarlo cos scortese de no volerme ascoltar?

Crist. La parla pur, signora, la diga, che po dir anca mi (Lassa pur che la diga, me voggio dar una sfogada come che va).

Cec. Mi no ander per le longhe, perch poco ghe manca a sera, e per le mie disgrazie tutti i momenti x preziosi. Mi son muggier de so nevodo. So nevodo x fio de un so fradelo, onde pi parenti de cuss no podemo esser. So, che el x desgust de mi e de mio mario, e ghe dago rason, e el gh'ha mille rason. Ma la me varda, son zovene, e no me vergogno a dirlo, che fino adesso ho av la testa da zovene e per disgrazia no ho avudo nissun, che me avvertissa e che me coreza. In casa mia, dir cuss, i m'ha volesto troppo ben, ma de quel ben, che a cao viazo([141]) fa mal. Mio mario, la 'l cognosse meggio de mi, poverazzo, el x de bon cuor, e per el troppo bon cuor el s'ha rovin. Mi, senza saver quel che fasse, domandava pi de quel che doveva; e lu, per no disgustarme, el fava pi de quel che el podeva. Ho parl mal del sior barba, x vero, ho parl malissimo. Ma la varda in che figura che son. Chi m'ha messo in sta pompa, chi m'ha toler con sta gala, m'ha insinu dele massime contrarie al so sistema, alla so prudenza, alla so direzion; e se mio padre fusse and vesto co fa elo, averave ditto mal de mio padre istesso. Tutt'effetto dell'educazion, tutto effetto della tenerezza de mio mario, dell'ambizion delle done, e del poco giudizio de la zovent. Cossa ghe ne x deriv da sti cattivi principii? Oim, bisognerave, che pianzesse a lagreme de sangue, pensando in che stato che mi e el povero mio mario se trovemo. Oh quanti debiti! oh quante desgrazie! oh quante miserie! I stabili ipotecai, i mobili bolai, citazion, sequestri, cartoline fora([142]), sior barba, cartoline fora. El mio povero mario no x seguro de caminar. Co vago a casa, e co me cavo sto abito, aspetto de vedermelo a portar via. No gh'ho altro a sto mondo. Doman semo senza casa. No gh'averemo un pan da metterse ala bocca. Tutti ne burla, tutti ne desprezza: mio mario x devent el ludibrio de sto paese. E chi xlo ala fin mio mario? El x Anzoletto Argagni, el x de quel sangue de quei onorati galantomeni, che x stai, e che x el specchio della pontualit, della onoratezza. El x nevodo de sior Cristofolo, e mi son so nezza; do poveri sfortunai, che s'ha precipit per mala condotta: ma che illuminai da le so desgrazie, desidera de muar vita, e per poterlo far, domanda a un barba pietoso perdon, carit, soccorso col cuor in bocca, colle lagreme ai occhi, e colla pi perfetta sincerit.

Crist. (No ghe posso miga responder gnente).

Cec. Adesso, che con tanta bont l'ha sofferto, che parla mi, el parla elo, el se sfoga, el se vendica che el gh'ha rason.

Crist. Bisognerave che disesse assae... Sav, che gh'ho rason... manco mal che sav, che gh'ho rason.

Cec. (El me d del vu; x bon segno).

Crist. Se fusse vero tutto quel che av ditto...

Cec. Nol crede, che siemo in te le afflizion, in te le miserie?...

Crist. No digo de questo; digo se fusse vero, che vu e vostro mario fussi pentii, e che scambiessi modo de viver; siben che mi no gh'ho obligazion, che quel che gh'ho me l'ho fatto col mio, son de bon cuor, e sarave fursi in stato de farve del ben.

Cec. La senta. A mi no voggio, che la me creda. Son dona, son zovene. Ancuo penso cuss, me poderave un zorno scambiar. La senta mio mario. La se fazza dar parola da elo. Co 'l mario vol, la muggier gh'ha da star; e sarave una dona indegna, se cercasse una segonda volta de ruvinarlo.

Crist. (La gh'ha un discorso che incanta). Dov'elo quel poco de bon?

Cec. Vegn, vegn, mario, che la provvidenza no manca mai.

Crist. (El x qua anca elo. Questa x la casa de la compassion).

SCENA XIV

ANZOLETTO, e detti

Anz Sior barba, no gh'ho coraggio de comparirghe davanti.

Crist. A le curte. Una nota dei vostri debiti. Una cession a mi dei vostri beni. Una resoluzion de far ben; e vostro barba, sior omo ingrato, gh'aver per vu quelle viscere de piet, che no merit, ma che me suggerisse el mio cuor.

Anz Ghe prometto, ghe zuro, no me slontaner dai so conseggi, dai so voleri.

Crist. Pagher mi el fitto de la casa nova, che avevi tolto; ma licenziela, che no la x casa per vu.

Cec. Caro sior barba, el ne daga una cameretta in casa con elo.

Crist. Mi no gh'ho logo.

Cec. Caro elo, almanco fin che se provedemo.

Crist. Eh galiota, la sav longa. Vegn in casa, ma de quei abiti no ghe ne voggio. Civilt, pulizia, sior s, ma con modestia: e arecordve ben, sora tutto, serventi in casa mia no ghe n'ha da vegnir.

Cec. Oh, che protesto, che i m'ha tanto stomeg quei che vegniva da mi, che no gh' pericolo che me lassa pi burlar da nissun.

SCENA ULTIMA

CHECCA, e detti, poi MENEGHINA, ROSINA, LORENZINO, poi LUCIETTA

Che. E cuss xla giustada?

Anz Per grazia del cielo e del mio caro barba, x giust tutto.

Meneg. E mi, sior barba, vegnir a star con elo.

Cec. E anca mi vegnir a star co sior barba.

Meneg. Anca ela? (mortificata)

Crist. (Ho capo. No vorave, che do done in casa me fasse deventar matto. X meggio, che me destriga de una). Siora Checca, se ho fatto qualcossa per ela, me faravela una grazia anca a mi?

Che. De diana! la me pol comandar.

Crist. Soffrirvela l'incomodo, che se fassa in casa soa le nozze de mia nezza Meneghina co sior Lorenzin?

Che. Magari.

Lor. Nozze, nozze (saltando).

Meneg. Per mi nozze? (saltando)

Che. Fmole adesso.

Crist. Anca adesso.

Che. Putti, deve la man.

Meneg. Se contentelo, sior barba?

Crist. Mi son contento. Domandeghelo anca a vostro fradelo.

Meneg. Seu contento? (ad Anzoletto)

Anz Sior s, quel che fa sior barba, ha da esser ben fatto.

Cec. (Donca nol x quel spiant che disevi?) (ad Anzoletto)

Anz Cara fia, diseva cuss, perch no saveva come far a darghe la dota) (a Cecilia).

Che. Via, deve la man.

Lor. Questa x mia muggier.

Meneg. Questo x mio mario (si danno la mano).

Ros. Me consolo, siora Meneghina.

Meneg. Grazie, siora Rosina.

Crist. E vualtri vegn con mi, e se gh'avar giudizio, sar meggio per vu (a Cecilia e Anzoletto).

Anz Cara muggier, sta fortuna la reconosso da vu.

Cec. Se son stada causa mi de qualche desordene, x ben, che gh'abbia savesto remediar. Tra i altri spropositi fatti per causa mia, uno x sta quelo de sta casa nova; ma anca de sto mal per accidente ghe ne avemo recav un ben. Senza sta casa no fevimo sta amicizia de ste signore, no nasseva quel che x nato. Lodemo donca la Casa nova; ma no, no la lodemo nu, lassemo, che la loda, e che la biasima chi pol, chi sa, e chi x pieni per nu de bont, de gentilezza e de amor.

FINE DELLA COMMEDIA


([1]) Lo sgombero, o sia il trasporto de' mobili da una casa all'altra

([2]) Sbarazzata.

([3]) Piccoli chiavistelli.

([4]) Mettere la cornice.

([5]) Per lavorare, poich marangon vuol dire falegname.

([6]) Oggi.

([7]) Che ripulisca.

([8]) La sala.

([9]) La camera dove si mangia.

([10]) Spazzar.

([11]) Levar la polvere.

([12]) Lordure

([13]) Si cangia.

([14]) Turare.

([15]) Dividiamo la sala.

([16]) Disfacciamo la divisione.

([17]) Superba al maggior segno.

([18]) La riva in Venezia quella porta delle case, che d sul canale.

([19]) Totani sono piccoli pesci di niun valore, e in questo senso vuol dire che non ha dato dote.

([20]) Vuol dire in quest'occasione dell'albagia.

([21]) Niente.

([22]) Ridotto al verde.

([23]) Quando.

([24]) Nell'altra casa, ove si abitava prima.

([25]) Le pigioni in Venezia si pagano anticipate di sei mesi in sei mesi.

([26]) Ho pieno il gozzo

([27]) Un pocolino.

([28]) Un chiasso terribile.

([29]) Qui significa una villanaccia di serva.

([30]) Alla sfuggita.

([31]) Sole, sole.

([32]) Zio.

([33]) Mal impicciata.

([34]) In collera con suo nipote.

([35]) Ripulir.

([36]) Termine d'amicizia, come se dicesse, caro amico.

([37]) Proverbio

([38]) Di giorno in giorno.

([39]) Chiama un di quei che lavorano.

([40]) Esclamazione, che significa allegramente! per ironia.

([41]) Vuol dire, che si vesta propriamente.

([42]) Cio nella casa dove ora sono.

([43]) Cio nell'altra casa.

([44]) Corniciette d'oro.,

([45]) un triro vale cinque soldi veneziani, che sono due baiocchi e mezzo romani in circa.

([46]) spiantato.

([47]) Trasporto, per allegria.

([48]) Cacciatemi.

([49]) Sotto il tetto.

([50]) In una prigione oscura.

([51]) Un deposito di spazzature, che fa rivoltare lo stomaco.

([52]) Cio la ringrazio, non me ne curo.

([53]) Che pretensioni ridicole!

([54]) Che gridi, che dica delle ingiurie.

([55]) Venite anche voi a dottorare?

([56]) Senza scherzi?

([57]) Cosa significano questi cambiamenti?

([58]) Maliziosamente, in luogo di servente.

([59]) Di che temperamento ella sia

([60]) Scvolo una picciola granata, o sia scopa, con cui usasi in Venezia a lavare i piatti, i tondi e le pentole, e quando sono vecchi, e consumati in parte, si gettano in canale, e come stanno a galla dell'acqua, vanno colla corrente, da che nato il proverbio.

([61]) La voce.

([62]) Vorrei esser da lei lontana la lunghezza di dieci soldi di refe.

([63]) La seconda, la fomenta bene.

([64]) Al, al.

([65]) Me ne vado.

([66]) Giuro da quella donna che sono, non l'avrei sposato.

([67]) Un satiro.

([68]) La spiegazione di questa frase sarebbe lunga, e di mal odore; vuol dire, che si tenga per s i suoi benefizi.

([69]) Che mi levi di casa.

([70]) Un adulator solennissimo

([71]) Un'altra casa affittata ad altre persone.

([72]) Tali sciocchezze.

([73]) Sequestrar i mobili.

([74]) Ha borbottato.

([75]) Cugino.

([76]) Coperta dal manto, o sia tafet nero, sino alla cintola, che vuol dire modestamente.

([77]) Non ha difficolt di lasciarsi vedere.

([78]) Giovani scostumate, senza giudizio.

([79]) Premura.

([80]) Da vicino.

([81]) Che vi siano maraviglie di bellezza.

([82]) Sciocco.

([83]) Peata una barcaccia che serve al trasporto di massericcie, legna e cose simili.

([84]) Cecnci, cio cose di poco prezzo.

([85]) Riflette che la peata era picciola, e che conteneva pochi mobili.

([86]) Cornice nera.

([87]) Di cuoio.

([88]) Un povero spiantato.

([89]) Bollire la pentola.

([90]) La tirer gi, la far parlare.

([91]) Appena.

([92]) Che cose ridicole.

([93]) Criticare.

([94]) Che vogliate.

([95]) Ragazzate.

([96]) Pizzicagnolo.

([97]) Spargendo, raccontando.

([98]) In Venezia anche i parenti pi stretti si dano i titoli di cerimonia, costume un poco ridicolo.

([99]) Si burla un poco di Lorenzino, perch le ha dato il titolo.

([100]) Termine d'amicizia.

([101]) Cio il vostro cuore.

([102]) Guardinfante.

([103]) Alla gran moda.

([104]) Diamanti di Murano, cio cristalli, pietre false, manifatture dell'isola di Murano, poco distante da Venezia.

([105]) Che risplendono.

([106]) A rovescio.

([107]) Lo spasimato.

([108]) Non vi fate scorgere.

([109]) Sa il Cielo quando verr.

([110]) Se ha il guardinfante.

([111]) Abbreviazione d'Illustrissima.

([112]) Pare un termine studiato, ma familiare in Venezia.

([113]) Inchino, burlescamente.

([114]) Prendi questa.

([115]) Sciocca.

([116]) Collocarmi.

([117]) Che non ha n impiego, n facolt.

([118]) Un ragazzaccio.

([119]) Un bel comodino.

([120]) Che cicala.

([121]) Per dir singolare: termine stravagante, ma che qualche volta si usa.

([122]) L'avete cotta, cio innamorata.

([123]) Subito, correndo.

([124]) Morir di sete.

([125]) Che una favilla pu incenerire una casa.

([126]) Confidenze.

([127]) Smaniglie d'oro, che portano quasi tutte le donne in Venezia.

([128]) Celegati vuol dire passerotti: la frase comune, e significa, non mi faranno parlare.

([129]) Da dove principiare.

([130]) Ho dubitato.

([131]) Il fegato guasto.

([132]) Dico tutto.

([133]) Nel cotone.

([134]) A nuotare.

([135]) Negl'impicci.

([136]) Si dice far passerini, quando si gettano con arte dei sassi piatti e sottili in acqua, e si fanno balzare a tre o quattro riprese. Dice Angioletto per ironia, aver fatto cos dei ducati.

([137]) Sputar dolce, ed ingoiar l'amaro, metafora.

([138]) Sciocco, scimunito.

([139]) Il gozzo.

([140]) Non ci facciamo scorgere.

([141]) Alfin dei conti.

([142]) Ordini di carcerazione.

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