La casa

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LA CASA

Dramma in un prologo e cinque quadri di Siro Angeli

PERSONAGGI

NONNO TITA

 ZIO GUSTO

ZIA ALICE

 NAT

TITA

famiglia del nonno

PIETRO

 ROSA

RENA

MIA

BERTO

 JACUM

 ROMANO

MADRE DI ROMANO

MATRIGNA

ANGIOLINA

MARIA

SORELLE DI BERTO

UN POVERO

PROLOGO

 (il solito cortile di un paese della Carnia, rettangolare. A destra, il portone d'ingresso. A sinistra, porta e finestra della cucina. So­pra la cucina, finestra della camera da letto. In fondo, altre porte e finestre. È pomerig­gio di domenica).

Pietro                   - (attraversa il cortile, fa per entrare in cucina, ma trova chiuso. Pure qualcu­no ci deve essere, perché la chiave è nella toppa. Si guarda intorno, ascolta se ode dei passi di sopra: niente. Accenna ad an­darsene, ma nello stesso tempo prova a chiamare) Zia!

Zia Alice              - (la voce viene dalla camera, un po' strana e attutita dalla finestra chiu­sa) Chi è? (pausa) Sei tu, Pietro? (pau­sa) Ora vengo, (dopo un tempo piuttosto lungo, la finestra si socchiude ed appare la zia coi capelli in disordine). Sei tu, Pietro? Ora scendo. (Ma non si muove, si vede che non vorrebbe). Pietro - No, non occorre. Volevo soltanto sapere a che ora si parte.

Zia Alice              - Il treno è alle sei. Basta che ci muoviamo di qui alle 4.

Pietro                   - Bene, allora sarò qui alle 4. (pau­sa) E lo zio? È in giro a salutare?

Zia Alice              - No. (ride imbarazzata) È qui, anche lui.

Pietro                   - Ah! (ride egli pure, più imbaraz­zato di lei).

Zia Alice              - (sempre imbarazzata) Dorme.

Pietro                   - (non sapendo che dire, fa per an­darsene) Allora alle 4, siamo intesi.

Zia Alice              - Ma aspetta, che ora scendo.

Pietro                   - (in fretta) Neanche per idea. Mi dispiace di avervi disturbati... (si confon­de) cioè sì... mi dispiace di aver fatto svegliare lo zio, che stanotte in treno non potrà dormire.

Zia Alice              - Ma lui non si è svegliato. Quan­do son venuta su, dormiva già.

Pietro                   - (vuole vincere il suo imbarazzo con un tono scherzoso e disinvolto) E se anche fosse stato sveglio, niente di male.

Zia Alice              - (continuando, senza accogliere l'allusione) Ero sola. Per non stare a pensare, son venuta anch'io a buttarmi sul letto vestita.

Pietro                   - (ormai rinfrancato, la guarda con insistenza e ride) Già, vestita, (ride an­cora) Vestita di bianco, (ride più forte).

Zia Alice              - (si guarda, cerca ritrarsi. Aveva creduto di mostrare solo la faccia) Be­ne... (imbarazzatissima) Mi vesto in un momento.

Pietro                   - No, no. Tanto, che resto a fare? (se ne va).

Zia Alice              - Aspetta! Tanto stavo per ve­stirmi lo stesso, quando sei venuto, (si ritrae, ma è richiamata alla finestra da un povero che è entrato allora e, sulla porta della cucina, s'è messo a recitare forte. Paternoster e Avemarie) Anche voi dovevate capitare, adesso, (indispettita) Non si può mai aver pace un momento.

Povero                 - Un po' di carità, padrona. Dio ve la rimeriti.

Zia Alice              - Tornate un'altra volta. Adesso non ho voglia di scendere. (si ritrae, ma ricompare quasi subito, pentita) Aspettate. (rivolta al marito verso l'interno della camera). Non è bene mandar via senza niente i poveri, oggi che parti (in questo mentre entra Rena, con un pacco in mano).

Rena                    - Che fai lassù, in camicia?

Zia Alice              - (per sottrarsi a una risposta, di­ce) Vengo subito, (si ritrae. Poi, da dentro la camera) Apri e dà un pugno di farina a quel povero, e mandalo via.

Rena                    - (entra in cucina e ricompare con un pugno di farina) Tenete.

Povero                 - (apre il sacco) Grazie, buona gio­vane. Dio ve la rimeriti.

Rena                    - Non sono giovane, sono sposata. (ride) Non avete nessuno?

Povero                 - Nessuno, figliola. La mia donna è morta. L'unico che avevo è andato in America e non è più tornato.

Rena                    - Tutti abbiamo la nostra croce. An­date con Dio.

Povero                 - Dio ve la rimeriti, (esce).

Rena                    - (a zia Alice) Non vieni giù? Se no me ne vado.

Zia Alice              - Tanta premura hai?

Rena                    - Volevo dare questo pacco a Gusto, che me lo porti a Remigio. Tarderà a tornare?

Zia Alice              - È qui, lui. (ride).

Rena                    - (scherzosamente indignata) Belle co­se! La gente a Vespri, e voi... Non ave­vate tempo stanotte? (in questo mentre entra Tita, il minore dei due bambini) Eccolo qui, vostro figlio che torna da Vespri anche lui. (al piccolo) Va a ve­dere, Tita, che cosa fanno tuo padre e tua madre, di sopra.

Tita                      - (imbarazzato, guardando in tralice e intrecciando le mani sopra la testa) Eh! Vacci tu.

Gusto                   - (da dentro la camera) Bravo, Tita.

Rena                    - O Gusto! Ti sei svegliato?

Gusto                   - (serio, senza ridere) Gusto non c'è. (dopo una pausa) Sì che mi sono svegliato. Fin da stamattina.

Rena                    - Che il diavolo ti porti, vieni alla finestra un momento.

Gusto                   - (dopo un poco si affaccia) Bene, che vuoi ?

Rena                    - Ascolta: mi porti questo pacco a Remigio e me lo saluti tanto.

Gusto                   - Ma se è partito ieri l'altro!

Rena                    - Segno che ci vogliamo bene, no? Mica, come voi due.

Gusto                   - Bene, il pacco glielo porto, ma i saluti poi no.

Rena                    - Come no!

Gusto                   - Non posso.

Rena                    - Come non puoi?

Gusto                   - Salutarlo come lo saluteresti tu, non posso.

Rena                    - (dapprima non afferra, poi, accettan­do lo scherzo) A questo non ci pensare. Salutalo come puoi, intanto, (pausa) E non parlare strambo, davanti ai bambini.

Gusto                   - Che vuoi che capisca lui. (già tri­ste) Si fa per non pensare.

Rena                    - Che vuoi che capisca! Altro che ca­pire. Non sono mica come una volta i bambini, oggi.

Gusto                   - Questo è vero, (riprendendo il to­no di buon umore) Tu però sei di quelli di una volta, (ride) Per questo non ti sei potuta sposare vestita di bianco.

Rena                    - Ce l'hai con me, oggi? Non hai fat­to lo stesso tu, con lei?

Gusto                   - Non è un gran male, pur che poi ci si sposi.

Rena                    - No, il male c'è, se ce lo dicono in Chiesa, (entra nonno Tita, un po' cur­vo, ma ancora arzillo e sereno) Come va, zio Tita?

Nonno Tita          - Come volete che vada? Co­me può andare per i vecchi. Non si è più buoni a niente.

Rena                    - Ma voi siete ancora in gamba. Me­glio di me state.

Nonno Tita          - (ostinato in quello che è il suo pensiero fisso) E quando non si è più buoni a niente, vuol dire che è ora pas­sata di morire.

Rena                    - Vuol dire che avete lavorato abba­stanza. Ora lasciate che lavorino gli altri: non faranno mai quanto voi.

Nonno Tita          - Io non posso stare a guarda­re, quando gli altri fanno: mi ammalo.

Rena                    - E quanto a morire, c'è sempre tem­po. Non occorre ricordarglielo, alla mor­te: ci pensa da sé.

 Nonno Tita         - Perché stare ancora in que­sto mondo. Non si è che di peso. Si man­gia la nostra parte a tradimento.

Rena                    - Ma voi mangiate del vostro. Anche loro  (allude alla famiglia) mangiano del vostro.

Nonno Tita          - Il Signore fa male a lasciar­mi ancora quaggiù. Invece di prendere tanti giovani che hanno braccia da lavo­rare, dovrebbe prendere me che non sono più buono a niente.

(Intanto marito e moglie compaiono ai piedi della scala, un po' imbarazzati).

Rena                    - Guardali lì. Neanche si fossero spo­sati ieri. Guardali, Tita.

Zia Alice              - Eh, hai voglia di scherzare tu. (la sua voce è triste. Siede sullo sca­lino vicino al suo uomo, e si prende la testa tra le mani).

Rena                    - Che ti salta, ora?

Zia Alice              - Io sto così male.

Rena                    - (volendo ancora scherzare) Sfido io!... Dopo... (scoppia a ridere alzando gli occhi a indicare la camera).

Zia Alice              - Quando è lontano, io mi ras­segno. Ma quando mi parte...

Rena                    - Che il diavolo ti porti, non basta un uomo a te? L'hai avuto sempre a ca­sa, non sei mai contenta? E quelle che stanno anni senza vedere i loro uomini, non stanno peggio di noi, quelle?

Zia Alice              - Io non parlo per quello che credi tu. Io parlo per la casa, per la roba, per i bambini. Basta che Io abbia qui: mi pare di avere meno pensieri e più co­raggio.

Rena                    - (ostinata a scherzare) Macché, mac­ché, so ben io cos'hai. È vero, Gusto? (Gusto ha un sorriso imbarazzato sul volto triste) Non ti lascia mai in pace, vero? Di' la verità, (essa ride, cercando di mostrare un'allegria che non prova, tan­to che a un certo punto non si sa più se sono scoppi di riso o singhiozzi).

Zia Alice              - (cercando di accettare un po' di quella allegria) Oh, sentila! (finge di picchiarla).

Nonno Tita          - Donne! Peggio dei ragazzi!

Rena                    - (fingendo di difendersi, insiste) Ta­ci, che fra qualche mese andrai a tro­varlo tu. È vero, Gusto, che la farai ve­nire da te, là dove sei? (pausa) Devi. Se no lei non resiste, (facendosi seria) Glie l'ho detto anch'io a Remigio, che mi fac­cia venire da lui, una volta. Andremo in­sieme. Così vedremo un po' di mondo, anche.

Zia Alice              - Ah sì! E.dicevi di me! Perché ci vuoi andare tu, da Remigio?

Rena                    - Non te l'ho detto? Per lavarlo e rammendarlo, che quelle là sono delle estranee e non fanno certo come noi. E anche per vedere un po' il mondo, (pau­sa) E poi, sì, anche per « quello ». (al­tra pausa) Se no perché si è marito e mo­glie? Lavorare e sempre lavorare... È me­raviglia se ogni tanto ci si ricorda di es­sere donne?

 Zia Alice             - Remigio sì ti farà andare, te. Ma quell'orso lì... (aspetta da lui una risposta che non viene) Vedi che non dice niente.

Gusto                   - (a Rena) Tu e Remigio non avete bambini ancora.

Zia Alice              - (continuando) E poi, noi sia­mo donne di paese. Loro ne trovano di meglio, là dove sono. Di quelle che han­no tempo di tenersi su. Noi dobbiamo la­vorare. (Come sopra) Vedi che non dice niente. Vuol dire che abbiamo ragione. (Lo prende per i capelli e, con voce scher­zosa e insieme angosciata) Rispondi!

Gusto                   - (le stacca la mano dai capelli, con lentezza, e la guarda in un certo modo, come per affermare e negare insieme e come per dire che è meglio non parlarne) Lasciami stare.

Rena                    - Non restano digiuni, no, quando sono lontani da noi.

Zia Alice              - Io del resto non lo pretendo neppure. (In queste parole di rassegna­zione c'è dubbio e interrogazione. Ma Gusto la guarda come prima senza dir nulla).

Rena                    - Anche noi dovremmo fare così. Ma io non ne sono capace: si nasce, anche per queste cose.

Zia Alice              - Taci, per amor di Dio. (Pro­nunzia queste parole con una voce tale che Rena e Gusto la guardano spaven­tati) Io sto male... male...

Gusto                   - Che ti prende ora, di nuovo?

Zia Alice              - (all'improvviso, afferrandogli un braccio) Non partire, Gusto. (Egli la guarda come prima senza dir nulla. In-ghiotte e stringe le mascelle. Accortasi di chiedere troppo, ella s'attacca a un rinvio) Parti domani. Domani starò bene.

Gusto                   - Anche la bambina mi fai, ora.

Zia Alice              - Io non so. Mi vengono di quei momenti, qualche volta...

Gusto                   - Lo fai per farmi partire più con­tento, vero?

Rena                    - Ha ragione, sei peggio di una bam­bina.

Zia Alice              - Ha ragione, sì. Ma io non ci ho colpa. Tormentatemi anche, adesso. (Piange).

Gusto                   - Nessuno ti tormenta. Sei tu che tormenti gli altri.

Zia Alice              - Eh non mi capite voi, me. Ci sono cose che non si possono dire. So io.

(Entra Mia, vedova sessantenne, amica di casa. Rivolgendosi alla Zia, dice:)

Mia                      - Che succede?

Zia Alice              - Niente. (Si asciuga le lagrime).

Rena                    - Povere donne noi, Mia. Ci sposano e poi sempre lontani.

Mia                      - Ma almeno tornano, i vostri.

Rena                    - È vero. Ma voi avete almeno la pen­sione e sapete che è morto. Ci sono di quelli che vanno in America e si fanno un'altra famiglia, là; e non si sa più nien­te di loro, né se sono vivi né se sono morti.

Mia                      - Sì, quello è peggio.

Gusto                   - So ben io perché non tornano tanti. Non è perché si dimentichino di casa lo­ro. È perché sanno cosa vuol dire partire. A stare lontani, in fondo, ci si abitua. Ma partire... £ un supplizio, ogni volta. Per questo non tornano.

Rena                    - Sarà vero, ma per quelle povere donne che restano qua...

Mia                      - (per far cambiare discorso si rivolge al nonno seduto in disparte, sullo scalino di una delle porte) Siete stato a vedere dei vostri campi, oggi?

Nonno Tita          - Non ho altro da fare io.

Mia                      - (rivolta agli altri) Ha sempre in capo la sua roba, lui.

Nonno Tita          - Avete provveduto per le muc­che, stasera?

Zia Alice              - Sì, non ci pensate.

Nonno Tita          - Badate di chiudere bene di sopra prima di andar via. Io di sopra non ci vado, prima che sia ora di dormire.

Zia Alice              - Ma sì, state sicuro.

Nonno Tita          - (al figliolo) Hai una tasca sicura dove tenere i soldi?

Gusto                   - Non sono mica un bambino più.

Zia Alice              - L'avete sentito? Lui ha chiesto di ogni cosa. Solo di mangiare non ha chiesto.

Nonno Tita          - Eh, per mangiare ci si ar­rangia. Un po' di pane e formaggio, e festa finita.

(Entra Romano, ragazzo di 75 anni, che va per la prima volta fuori a lavorare, se­guito dalla madre con la valigia dentro la gerla che essa va a deporre accanto al muro).

Romano               - (con tono allegro) Siamo pronti?

Zia Alice              - (con voce triste) Sei contento tu, Romano.

Luzia                   - Proverà cosa vuol dire essere lonta­no da sua madre.

Romano               - Se non si parte, non si ritorna.

Luzia                   - Anche tuo padre diceva così, (pausa) E aveva tanto coraggio anche lui, sempre. Ad ogni Natale che passa, mi pare di vedermelo ricomparire sulla porta, come l'ultima volta. Perché morto non l'ho ve­duto, e non mi par vero, (pausa) E ades­so mi parte anche quello lì...

Mia                      - (rivolgendosi a Zia Alice e Rena) Altro che voi che siete giovani. Noi sì, che possiamo dire di averne provate eh, Luzia. Tante che non ci avanzava nean­che il tempo di piangere.

Gusto                   - (alludendo a Romano) Ora vuol farsi vedere bravo, ma quando sarà sul treno, vedrete che piangerà.

Romano               - No, che non piangerò.

Rena                    - Come vuoi che pianga, ora che ha messo i calzoni lunghi. È un uomo, adesso.

Romano               - (un po' mortificato) Mi prendi in giro, eh!

Rena                    - Potrai trovarti l'amorosa quando torni.

 Romano              - (arrossendo, per cambiare discorso) Dov'è Nat?

Zia Alice              - È scappato quello, per non pian­gere, (pausa) Io sto male sul serio. Mi sento un vuoto tale nello stomaco...

Nonno Tita          - Diavolo, non parte mica per la guerra. Non sono cose da morire. So­no partito per tanti anni io e sono pur sempre tornato. Lo so anch'io che sarebbe meglio stare a casa. Ma con la roba che si ha non si vive. Lo stomaco non fa mica festa, per lui non c'è domenica. L'importante è che la casa vada avanti. Andare per il mondo è il nostro destino.

Gusto                   - Eh, non avremmo bisogno di far penitenza noi, per i nostri peccati. La penitenza la facciamo ogni giorno.

(Entra Jacum, piccolo e sciancato, sui cin­quanta).

Jacum                  - Dammi da grattare il sugo della pipa per l'ultima volta, prima di partire, compare Gusto.

Gusto                   - (gli porge sorridendo la pipa) Se non ti manca altro.

Jacum                  - (mentre si dedica alla delicata opera­zione) Beato te che parti. Se io potessi.

Gusto                   - Eh, starei così bene a casa io, Jacum.

Jacum                  - Già, dimenticavo che tua moglie è ancora giovane. Io questo pensiero non l'avrei, (ride) Io invece starei bene fuori. Quando ero lontano volevo bene anche a mia moglie, (ride).

(Entra Berto, che si atteggia a Don Gio­vanni del paese, e siede vicino a Jacum).

Berto                   - (a Zia Alice e Rena) Lasciate che partano i vostri uomini. Stiamo noi a fa­re la guardia, eh Jacum? Lo dicevo an­che a Remigio l'altro giorno, che partisse contento, che a Rena la guardia gliela avrei fatta io, poteva stare sicuro.

Jacum                  - Io ringrazio il cielo che non ho una figlia, per la guardia che intendi tu.

Rena                    - Ben detto, Jacum.

Mia                      - Lascia partire gli altri lui, eh! Lui non ne ha bisogno.

Berto                   - Io non ho moglie e figli da man­tenere.

Rena.                   - Sposati. Così proverai anche tu co­sa vuol dire.

Berto                   - Ma io ho già provato. Per questo non mi sposo (ride).

Gusto                   - Già, te ne stai a casa tu. (con rab­bia e con odio) Non hai bisogno di andare per il mondo tu. (pausa) Ma la mia donna non ha bisogno di guardia.

Berto                   - Che ti prende ora?

Gusto                   - Niente. Non ho voglia di scherzare. (La zia Alice rimane zitta a questo bat­tibecco: si comprende che è turbata. In­tanto sopraggiungono Pietro e sua ma­dre. La zia invita le donne a prendere il caffè, e tutte entrano in cucina. Jacum e Berto salutano e se ne vanno. Restano nel cortile Gusto e Pietro che gli siede vi­cino, e in disparte, solo, il Nonno. Ro­mano e Tita sono fuori del portone).

 Pietro                  - (Volendo ancora scherzare) Sicché hai dormito abbastanza? (ma lo zio non seconda lo scherzo, ed egli tace confuso).

Gusto                   - (dopo quel silenzio, improvvisamente) Falle un po' di compagnia tu, fin che sei a casa. Con te sta volontieri. E finché ci sei tu vicino... (pausa, esita) non ci sono altri.

Pietro                   - A che pensi!

Gusto                   - Mi vuol bene, ma... lo vorrebbe an­che agli altri. Forse tu non puoi capire ancora. È così. Si nasce. Ci sono donne che non ci pensano. Lei ha bisogno sem­pre di qualcuno vicino, che le voglia be­ne. Non ne ha colpa, lei. (pausa) Male­detto destino che ci fa andare sempre ran­dagi per il mondo.

Pietro                   - Via, sono pochi mesi, e poi...

Gusto                   - E poi? E poi da capo, da un'altra parte. È il nostro destino questo. (restano lì, seduti uno accanto all'altro senza più parlare, finché le donne escono a dire che è ora. Allora Gusto si alza e si accosta a suo padre).

Nonno Tita          - Dunque te ne vai? Fai bene a muoverti presto, che il treno non aspetta nessuno, (pausa) Hai dimenticato nulla? (la voce gli trema) Allora (pausa) salu­tiamoci per l'ultima volta.

Gusto                   - Perché l'ultima?

Nonno Tita          - È l'ultima. So io come mi sento.

Gusto                   - Sono discorsi da fare?

Nonno Tita          - Sono discorsi che uno alla mia età bisogna che li faccia. Muoio conten­to io. Debiti non ne lascio. Con voi, il mio dovere l'ho fatto fino all'ultimo. Muoio sotto le mie tegole... Il Signore mi ha concesso abbastanza. Soltanto mi di­spiace che tu non ci sia, quando morirò.

Gusto                   - Ma io tornerò presto.

Nonno Tita          - Non mi troverai.

Gusto                   - Ma io verrò appena....

Nonno Tita          - Non lo devi fare. Il viaggio costa. Salutiamoci ora per sempre. È lo stesso. (pausa) Glielo hai detto a lei? (In­dica la nuora).

Gusto                   - Che cosa?

Nonno Tita          - Che mi faccia mettere vicino a tua madre. Il posto c'è, sono andato a guardare oggi, prima di Messa, (pausa) Io avrei voluto morire prima di lei. Que­sto il Signore non me lo ha concesso.

Gusto                   - Che discorsi. C'è tempo.

(si guardano sbiancati senza parlare. Poi si abbracciano).

Nonno Tita          - Ora sei tu che devi tenere in piedi la casa. Dio ti benedica. (Pausa) Addio, figlio.

Zia Alice              - Resta col nonno tu, Tita.

Tita                      - No, voglio venire anch'io.

Zia Alice              - Bene, vieni un pezzetto, poi torni.

(Escono tutti, tranne Mia. Il Nonno va a mettersi sullo scalino della porta della cu­cina. Mia, in piedi, sta per andarsene).

Nonno Tita (quasi tra sé) È finita.

Mia                      - Ci lasciano soli, compare Tita.

Nonno Tita          - Devono fare così.

Mia                      - A casa mia, nessuno parte e nessuno ritorna.

Nonno Tita          - (continuando) Del resto spe­ro di durare poco più.

Mia                      - Almeno voi avete chi vi pianga e vi dica una Messa dopo. Io non ho nessuno.

                            - (Esce). (Rientra il pìccolo Tita che va a sedersi sullo scalino vicino al nonno).

Nonno Tita          - Ci ha lasciati tuo padre, eh Tita. (Guarda il piccolo che non ha an­cora gli occhi asciutti).

Tita                      - Sì, ma tornerà a Natale e mi por­terà le scarpe nuove.

Nonno Tita          - (si mette ad accarezzare con la mano la pietra su cui siede) Vedi, anche questa l'ho fatta io. Tutta la casa l'ho fatta io.

Tita                      - Me l'hai detto tante volte.

Nonno Tita          - Io non ci sarò più quando tornerà tuo padre. Ti ricorderai di dir­glielo tu, a tuo padre, quando torna, che tenga da conto la casa?

Tita                      - (guardandolo serio) Se non vorrà lui, la terrò da conto io, la casa.

TELA

QUADRO PRIMO

 (Casa del Nonno. È l'imbrunire. Zia Alice siede sulla panca con una espressione di stanchezza, a braccia conserte. Il Nonno siede in disparte al suo solito posto presso il fuo­co: non l'abbandona mai neanche durante l'estate, I due bambini ancora fuori in cor­tile. Entra Pietro).

Zia Alice              - Oh, che miracolo! Credevo ci avessi dimenticati. Siediti qui. (Gli fa posto) Vicino a me (accentua scherzosamen­te queste ultime parole. Pietro che stava per prendere una sedia, le siede vicino tra lusingato e a malincuore). Dove sci stato tutti questi giorni?

Pietro                   - Dove vuoi che sia stato? A casa.

Zia Alice              - Anche la sera?

Pietro                   - Anche la sera.

Zia Alice              - Credevo fossi andato a veglia da Elena. So che ti piace Elena, io.

Pietro                   - Io non sono andato a veglia da nes­suno.

Zia Alice              - Del resto farai bene ad andare dove ci sono delle giovani, invece di ve­nir qua. (Ridendo) Scommetto che... l'hai già assaggiata, Elena.

Pietro                   - Io non sono stato a veglia da nes­suno.

Zia Alice              - Ah già, dimenticavo che ce l'hai in città, la fidanzata. (Pausa) Chissà quan­to sarà bella. Mi mostrerai la fotografia, una volta.

Pietro                   - Io non ho fidanzate. (Pausa. Per cambiare discorso) Ha scritto lo Zio da poco?

Nonno Tita          - (con la premura di un fanciul­lo) Ha mandato una cartolina a me, og­gi. Guarda, deve essere lì sul tavolo. Io non so leggere, ma tanto so quel che mi dice.

Zia Alice              - (al Nonno) Non vi ho chiesto nemmeno se avete mangiato abbastanza.

Nonno Tita          - Anche troppo, ho mangiato.

Zia Alice              - Dite sempre così, voi. Anche se non vi si dà niente.

Nonno Tita          - Non ne avessi mai avuto di meno, da mangiare.

Zia Alice              - (a Pietro) Lui non dice mai niente. Prende solo quando gli si dà, co­me non fosse lui il padrone.

Pietro                   - Perche nonno? È roba tua dopo tutto.

Zia Alice              - Pare che gli si faccia l'elemosi­na. Non domanda mai, peggio che se fos­se un estraneo. A me fa anche rabbia, per­che pare non gli si voglia dare.

Nonno Tita          - Io prendo tutto quello che mi occorre. E che sia finita.

 Zia Alice             - (continuando) E poi vuole fare tutti i lavori. E se gli si dice di star fer­mo, si arrabbia. È troppo pretendere che non faccia niente?

Pietro                   - (per far cessare quelle lamentele) Che hai fatto oggi nonno?

Nonno Tita          - Che ho fatto? Mi domandi che ho fatto? Non hai sentito che non mi lasciano far niente! Credono sia un piacere, loro.

Pietro                   - Volevo dire, dove sei stato.

Nonno Tita          - Dove vuoi che sia stato? Ho gironzolato un po' per casa, poi sono an­dato a fare quattro passi in campagna.

Zia Alice              - Andrà a finire che lo troveremo morto nei prati. Lui non è mai in casa, non ha mai requie. (Pausa) Non ve li por­tano mica via i prati.

Nonno Tita          - Meglio che morire nel letto.

(Fuori si sente la voce di Rosa, madre di Pietro, che si rivolge ai bambini)

Rosa                    - Che fate qua? È buio ormai. Venite in casa. (Entra preceduta dai due bambini. Intanto Zia Alice accende il lume a pe­trolio).

Nonno Tita          - (come sopra) Hai visto, Rosa, la cartolina che mi ha mandato Gusto?

(Rosa prende la cartolina. La porta si soc­chiude ed appare una faccia spaurita che con una voce ancora più spaurita dice).

Angiolina             - Alice!

Zia Alice              - Chi è? (Sì volta e la riconosce).

Angiolina             - Sono io (umile). Vieni fuori un momento?

Zia Alice              - (sta per dire: vieni dentro tu. Ma guarda la cognata e il suocero e ci rinunzia) Vengo.

Rosa                    - Anche qui viene a seccare.

Nonno Tita          - Chi è? (riconoscendola) Man dala via.

(La zia esce e si ode fuori un confabulare, mentre dentro tacciono sforzandosi di udi­re. La zia ricompare quasi subito e si ri­mette a sedere senza dir niente).

Rosa                    - Che voleva?

Nonno Tita          - Non è la prima volta che la fate venire qui.

Zia Alice              - Io non la faccio venire. Solo che quando me la vedo comparire su la porta con il bambino, mi fa compassione e non ho il coraggio di mandarla via senza un boccone. Me lo levo di bocca io, magari.

Rosa                    - Meriterebbe di peggio, con quel che ha fatto.

Zia Alice              - Deve morire di fame allora? Dopo tutto è una cristiana anche lei, pu­re dopo quello che ha fatto. Un boccone si dà anche al cane se viene sulla porta.

 Rosa                   - Suo marito né le scrive ne le man­da soldi, e vuoi mantenerla tu? Se lo man­tenga quell'altro, il bambino.

Zia Alice              - Ma suo marito non le scriveva né le mandava soldi neanche « prima ».

Rosa                    - Lei ti dice così. E poi, a tutte noi povere donne è capitato e capita che i nostri uomini non ci scrivano né ci man­dino soldi: e per questo noi dovremmo.. La difendi ora, anche.

Zia Alice              - Io non la difendo. Ma si deve ammazzarla per questo? Un momento di... debolezza, si può avere. Si sa come sono gli uomini.

Nonno Tita          - (secco) Bene, che voleva?

Zia Alice              - Mi ha pregata di prenderla a giornata domani. Dice che non ha nean­che più latte per il bambino.

Rosa                    - E tu?

Zia Alice              - Io non sono stata capace di dir­le di no, con quegli occhi che aveva.

Nonno Tita          - Questo poi no. (gridando) In casa mia comando io. In casa mia di questa gente non ne voglio.

Rosa                    - E avresti avuto il coraggio di farla entrare anche.

Zia Alice              - Dopo tutto, la giornata la fa come le altre, e anche meglio. (Pausa) L'avrei fatta mangiare a parte, magari sa­rebbe rimasta fuori.

Nonno Tita          - Ho detto di no: basta.

Zia Alice              - Bene, le dirò che non avete vo­luto che venga. (Dopo una pausa) Chi sa quante ce ne sono come lei in paese. Solo che non lo si sa.

(Entra Jacum e dice come saluto)

|acum                   - Ha da venire la pioggia domani?

Rosa                    - Non sarebbe un gran male. Così si potrebbe riposare per un giorno. Io dico la verità: non ne posso più.

Nonno Tita          - Io direi che la pioggia aspet­tasse a venire. I lavori è meglio finirli su­bito quando si è dietro.

Zia Alice              - Siete all'ombra voi, per quello parlate così. (Accorgendosi troppo tardi che le sue parole suonano involontaria­mente rimprovero) Non che vi si voglia rimproverare.

Nonno Tita          - Vi lascerei voi, io, all'om­bra. Al sole ci sono stato per più di set­tantanni. E sono ancora qui a raccontarla. (Pausa) Vedete cosa mi tocca sentire.

Zia Alice              - Ma io non avevo intenzione di... L'ho detto a voi come Io avrei detto a un altro. (È mortificata. Per fortuna, Ja­cum dice al Nonno).

Jacum                  - Sugo ne avete nella pipa, Zio Tita?

Nonno Tita          - Mi pare di sì. Puoi vedere. (Porge la pipa).

Jacum                  - Ah è quella di Gusto? Allora ce n'è di sicuro. È una buona pipa. Ho fatto tanto perché me la regalasse, ma non c'è stato verso.

Nonno Tita          - L'ha voluta lasciare a me. Del resto io duro poco più. Dopo la puoi tenere.

Jacum                  - Eh, no, che vogliamo vedervi fuma­re per qualche anno ancora.

(Entra Mia e, mentre sta per chiudere la porta, Berto).

Mia                      - (dice come saluto) Avete cenato?

Berto                   - (esagerando) Che modi son questi, di chiudere la porta in faccia?

Mia                      - Non ti avevo veduto.

Jacum                  - Non avrebbe fatto proprio niente di male. (Dopo una pausa) È venuto lui, a fare la guardia.

Berto                   - E tu che sei venuto a fare?

Jacum                  - Io son vecchio.

Zia Alice              - Ha trovato proprio quella che gli dà retta.

Berto                   - (provocante) Proviamo?

Zia Alice              - (turbata) Non occorre provare.

Berto                   - Non ti senti sicura, eh?

Nonno Tita          - (brusco) Basta con questi di­scorsi.

Berto                   - (resta un po' male) Si scherza per passare il tempo.

Nonno Tita          - Nemmeno come scherzi mi piacciono.

Berto                   - (cercando un tono scherzoso) Dia­volo, non siete mai stato giovane voi?

Nonno Tita          - Quando ero giovane, io lavo­ravo.

Jacum                  - (a Berto) Se non l'hai capita, te la spiego io.

Berto                   - Non ho bisogno d'interpreti.

Jacum                  - Lavora di notte lui.

Nonno Tita          - Finiamola, ho detto.

Jacum                  - (inaspettatamente) Guardate. (Tutti si fanno attenti, in attesa di chi sa che cosa. Egli prende un fiammifero e lo tiene sospeso piuttosto in alto sopra il lume a petrolio. Naturalmente il fiammifero do­po un poco si accende) Avete veduto? (Si volge agli astanti accompagnando le pa­role con un gesto significativo e ferman­do gli occhi su Zia Alice).

Tita                      - Lo sapevo fare anch'io questo.

(Torna, deluso, a giocare con Nat e con Pietro).

Jacum                  - Si fa per passare il tempo. (Pausa) Come diceva lui. (Indica Berto fissando­lo ironicamente).

Mia                      - Matto di uomo. (Non ha capito, e neanche Rosa: pure sentono che sotto lo scherzo c'è qualche cosa. Zia Alice af­ferra vagamente e rimane turbata) Non hai tutti i giorni della settimana, tu.

 Jacum                 - Quando è vicina al fuoco, la stop­pa brucia.

Mia                      - Che vai borbottando, ora?

Jacum                  - Niente, dicevo per dire. Si fa per passare il tempo. (Guarda ironicamente Berto. Poi di nuovo rivolto a Mia) A voi non capita più, state sicura.

Zia Alice              - Ora che ci penso! Ho ancora i letti sottosopra. (Si alza e rivolta al non­no) Dovete aver pazienza. Tanto da fa­re... Non mi sono neanche lavata la faccia, oggi.

Nonno Tita          - Non ci badate. Ci si sta bene lo stesso.

Zia Alice              - II mio lo posso lasciar stare, ma non il vostro. Vieni, Nat; staremo un momento.

Nat                      - Eh, va, non puoi fare da sola?

Zia Alice              - Se potessi non ti chiamerei. Vieni tu allora con tua madre, Tita.

Tita                      - Perché non viene lui che è più grande?

Zia Alice              - (con una indignazione un po' esagerata) Non volete smettere per aiu­tare vostra madre? E allora vi faccio smet­tere lo stesso. Vieni tu, Pietro.

Pietro                   - Io? (Arrossisce imbarazzato e guar­da la madre che risponde per lui).

Rosa                    - Lasciali giuocare, verrò io.

Berto                   - Vengo io ad aiutarti, se vuoi, (ride).

Jacum                  - Sicuro! sicuro! (Berto lo fissa ma egli continua a fumare imperturbabile. Le due donne escono col lume ad olio. Per un poco è silenzio. Poi Jacum tanto per dire qualcosa) Hai da sposarti tu, Nat?

Nat                      - (arrossendo, ma non tanto da essere incapace di scherzare) Sono nato per ab­bacchiar noci, io?

Mia                      - Ma prima devi diventar grande.

Nonno Tita          - Prima bisogna imparare un mestiere.

Jacum                  - Se vuoi trovare la fidanzata, te lo insegna lui. (indica il nonno) Fatti raccontare come ha fatto lui. (ride).

Nonno Tita          - (trattenendosi dal sorridere) Fai il bambino anche tu, Jacum.

Nat                      - Su, raccontamelo. (Tutti gli altri in­sistono).

Nonno Tita          - Sono vecchio, io, e non ho voglia di perdermi in queste... (sta per dire   (sciocchezze ma si trattiene) E poi non sono cose da bambini.

Nat                      - Sono un bambino, io?

Jacum                  - Allora te la racconto io, Nat, (intan­to rientrano Rosa e Zia Alice che saputo di che si tratta sorridono e siedono ad a-scollare) Dunque, un giorno che era alla fontana, egli notò che tutte quelle che tornavano dalla latteria passavano di là senza riempire la secchia d'acqua. Una sola si fermò a riempirla. Allora egli su­bito pensò: «Deve essere interessata, questa». E quella sera stessa andò a veglia da lei. (Pausa. Tutti insieme ridono, o me­glio sorridono commossi. Poi Jacum si ri­volge al nonno) È così o no?

Mia                      - £ così, e così. A me l'ha raccontata tante volte lei stessa. Si divertiva tanto a raccontarla, povera donna.

Nonno Tita          - Che ne sai tu? A lei gliel'ho detta io e posso aver raccontato delle bu­gie. (Ride, non vuole apparire commosso). Era una donna d'oro quella, altro che quelle di oggi. (Silenzio; tutti tacciono, ricordando).

Rosa                    - (rompe il silenzio per protestare) Do­po tutto mi ha fatta lei, me.

Nonno Tita          - (continuando) Le mandavo i soldi per il mangiare, e invece quando tornavo a casa li ritrovavo tutti alla po­sta, fino al centesimo.

Zia Alice              - Vorrei mi insegnaste come fa­ceva.

Nonno Tita          - Avreste potuto impararlo da lei stessa, in questa casa, finché era viva. Io so che lo faceva.

Zia Alice              - Per fortuna, neanche sua figlia che è sua figlia (indica Rosa) ha imparato.

Nonno Tita          - E arrivava a fare tutto da so­la, in casa e fuori, con tutti i bambini che Dio ci mandava.

Mia                      - Proprio così: tutti quelli che Dio ci mandava. non si se sì sapevano

Nonno Tita          - Una volta certe cose non si sapevano, o facevano. Ora le donne sono diventate furbe. Uno o due di bambini, e basta. () anche nessuno.

Mia                      - Povere loro, quelle. I bambini sono la benedizione di Dio.

Nonno Tita          - Anche in questa casa, se ve­niva una bambina ancora, era di troppo?

Zia Alice              - (per giustificarsi) Io non posso più avere bambini.

Berto                   - (ha un lampo negli occhi. Per ave­re conferma dì quanto ha udito insiste) Come, se ce ne sono venuti due...

Zia Alice              - (apre la bocca per ripetere la sua giustificazione, ma nota qualche cosa nel­lo sguardo di lui, indovina perché glielo chiede, e tace. Dopo poco aggiunge) Del resto con l'abbondanza che c'è, non si sa come pensarla.

Berto                   - Meglio non lasciarli venire.

Jacum                  - Una volta, miseria ce n'era di più.

Nonno Tita          - (avviandosi per andare a dor­mire) Io non dico niente. Io dico soltan­to che della vita e della morte bisogna lasciar comandare al Signore. (Pausa) Vie­ni, Tita, con tuo nonno.

Tita                      - Eh! Vado con mia madre io. Che venga Nat che è più grande.

Nat                      - Io ci sono stato una volta.

Rosa                    - Andate tutti e due allora. Non può essere lasciato solo.

Nat                      - Io vado con mia madre.

Rosa                    - (a zia Alice) Convincili tu che sei loro madre.

Zia Alice              - Falli andare tu, se non voglio no. Io non li posso costringere. (Si comprende che non ha piacere che i bambini vadano a letto col nonno).

Nonno Tita          - Non importa, non badate a me. Se ho bisogno, chiamo. Tanto, quan­do il fiato manca, vuol dire che è ora. Hanno ragione a non venire. I vecchi hanno freddo e succhiano la gioventù dei bambini. (È già sulla porta, quando tor­na indietro) Nat, dammi la cartolina di tuo padre.

Nat                      - Vuoi portarla a letto con te?

Nonno Tita          - Me la metto da parte. Se no, qui, va persa come le altre, (esce accompagnato da tutti. Ma riapre subito per dire) Andate a vedere nella stalla, prima di venire a dormire, (richiude).

Zia Alice              - Non dubitare. (Tutti restano in silenzio, presi dallo stesso pensiero).

Rosa                    - Lui pensa a tutto, fuori che a sé.

Jacum                  - Non dura molto, povero vecchio.

Zia Alice              - Mah! Io dico la verità, piuttosto di ridurmi così, prego che il Signore mi prenda. Aver sempre bisogno degli altri... È vita questa?

Mia                      - Un ragazzo dovevi mandarlo con lui.

Zia Alice              - Mah! uno solo non vuole andare e tutti e due non li mando, perché uno lo voglio con me.

Berto                   - Se hai paura a star sola vengo io. (ride).

Zia Alice              - (non raccogliendo l'allusione) E poi a dire la verità, a me fa compassione, ma i bambini non li lascio volentieri dor­mire con lui.

Rosa                    - Io non ci vedo niente di male.

Zia Alice              - I vecchi non hanno più sangue e lo succhiano ai bambini che hanno vi­cino e li fanno ammalare.

Nat                      - E poi russa sempre.

Zia Alice              - Zitto tu.

Jacum                  - (dopo un silenzio) Bene, andiamo anche noi a stendere queste quattro ossa per domani. Dobbiamo alzarci di buon ora, noi, mica come te (a Berto) che hai chi te la lavora la roba. (Pausa) Chi avevi a giornata oggi?

Berto                   - Nena.

Jacum                  - Ci sarà un battesimo prima dell'an­no, allora. E in quel battesimo tu non po­trai fare da padrino.

 Berto                  - Per chi mi prendi?

Jacum                  - Per quello che sei. (Sputa per terra, non si sa se con intenzione o no. Poi sa­luta e se ne va).

Rosa                    - Sarà bene che andiamo anche noi, Mìa.

Mia                      - Hai ragione. La pioggia non viene di certo, e i prati aspettano.

Zia Alice              - Sedete ancora un momento. Il letto non ha premura.

Mia                      - Dicevi che cri stanca, prima.

Zia Alice              - Sì, ma finché sono in compagnia non mi vengono pensieri.

Mia                      - Che il diavolo ti porti; hai i pensie­ri tu?

Zia Alice              - Eh, non sapete voi. (Intanto Ti­ta s'è addormentato sulla sedia, Nat ciondola) Nat, prendi tuo fratello e andate su, Io verrò fra poco. (Nat prende suo fra­tello sulla schiena e se ne va dando la buo­na notte).

Rosa                    - Hai il tuo uomo che ti scrive sem­pre, tu, almeno. E viene a casa più di una volta all'anno.

Zia Alice              - Ti pare che sia spesso?

Rosa                    - Il mio non scrive per mesi, e non viene a casa per anni.

Zia Alice              - Mah, beata te che sei capace di sopportare. Io non posso.

Rosa                    - Bisogna farsi coraggio. (Pausa. Poi piano come per non farsi sentire da Pie­tro, seduto in disparte) Sono donna an­ch'io, cosa credi?

Berto                   - Via, avrai anche tu qualcuno che ti consola, qua.

Rosa                    - (aspra) Con chi credi di parlare?

Berto                   - Sai che io scherzo.

Rosa                    - Questi scherzi tienteli per qualche dun'altra.

Mia                      - (a Zia Alice) E poi tu hai i bambini a casa. Lei (indica Rosa) ha tutti via.

Rosa                    - Io sì che posso dirmi povera donna. Io penso a tutti e a me non pensa nessu­no. Uno da una parte e un dall'altra, mi lasciano sempre sola. (Pausa) Andiamo, Pietro. (Lo prende a braccetto facendolo alzare).

Mia                      - Guarda che bella coppia, sembrate fratello e sorella.

Rosa                    - Prendimi in giro, anche. (Pausa) Do­po tutto non sono tanto vecchia.

Mia                      - Anzi: sembri da sposare, con la faccia bianca e rossa che hai. Se la vedesse tuo padre eh, Pietro.

Rosa                    - Ne avrà delle altre, là, suo padre. (Pausa) Andiamo Pietro.

Pietro                   - Avviati intanto. Verrò fra poco.

Rosa                    - (lo guarda indagatrice e contrariata) ho vedete. Anche per quel poco che re­sta a casa, mi lascia sola. (Toglie il brac­cio da quello di lui) Bene, vieni quando vuoi, allora.

(Uscite Rosa e Mia, restano lì '« tre sen­za sapere che dire. Dopo un poco Berto si alza).

Berto                   - Sarà bene che vada anch'io a trova­re il letto. (Pausa) Così vi lascio soli.

Zia Alice              - Hai sempre voglia di scherzare tu.

Berto                   - Buona notte. E procura di non fare brutti sogni.

Zia Alice              - I sogni li fanno quelli che non lavorano. Io dormo.

Berto                   - Meglio così, allora, (ride un po' im­barazzato nella sua falsa disinvoltura, sa­luta e se ne va. La Ziae Pietro conti­nuano a tacere, finché la zia rompe il si­lenzio per prima).

Zia Alice              - Bene, ora puoi anche andare. (Pausa. Esita) Tuo zio non corre più pericolo.

Pietro                   - Se mi mandi via me ne vado. (Fin­gendosi offeso, fa per andarsene).

Zia Alice              - Ma io scherzavo. (Si alza ella pure. Pietro è ormai sulla porta. Allora ella si infrappone, stornandogli il braccio dalla maniglia).

Pietro                   - (dice quasi ansimante) Lasciami.

Zia Alice              - (con voce turbata) Se mi dici che ti voglio mandar via, non ti lascio.

Pietro                   - (la fissa intensamente. Poi con len­tezza) Credi che venga per fare la guardia?

(Zia Alice lo guarda un momento, poi gli lascia la mano. Dalla camera viene la voce di Nat).

Nat                      - Mamma!

Pietro                   - (in fretta) Buona notte. (Apre la porta ed esce. Dopo un poco si sente ti colpo secco del portone che si chiude. La zia resta con la mano sulla maniglia e si porta l'altra alla fronte. Da sopra viene ancora la voce di Nat).

Nat                      - Mamma!

(Zia Alice non risponde. Dalla porta ri­masta semiaperta entra una folata di ven­to che quasi spegne il lume).

 

TELA

QUADRO SECONDO

(Questa scena è fatta più di gesti e di silen­zi che di parole, vale più per quel che è ta­ciuto che per quel che è detto. Perciò va recitata con estrema finezza, tenendo conto delle dovute pause e distanze tra battuta e battuta). Camera del nonno, con il letto da fare. En­tra Zia Alice, e va a spalancare gli scuri che erano socchiusi, alla finestra che dà sulla strada. Nello stesso tempo si sente aprire il portone.

Zia Alice              - Chi è (traversa la camera per andare alla finestra che dà sul cortile. Risponde la voce di)

Pietro                   - Venivo a cercare di Nat.

Zia Alice              - Ti si vede solo quando hai bi­sogno di qualche cosa, ora.

Pietro                   - (imbarazzato, invece di rispondere, dice) Credevo tu fossi andata a lavorare.

Zia Alice              - Non vieni neanche a vedere tuo nonno. Si lamenta sempre perché non ti vede.

Pietro                   - Quando so che sta bene...

Zia Alice              - Ma sai che ha piacere di ve­derti. (Pausa) Devi avere qualche cosa contro di noi.

Pietro                   - Che cosa dovrei avere?

Zia Alice              - Mah, mi era parso. (Pausa) Ti sei offeso forse... per quella sera?

Pietro                   - (dalla voce si sente che è imbaraz­zato) Io? Neanche per sogno.

Zia Alice              - (imbarazzata per l'imbarazzo di lui) Nat è in giro. Non credo che tardi a venire. Che volevi?

Pietro                   - (invece di rispondere chiede) Dov'è il nonno?

Zia Alice              - È in giro, al solito, a veder dei suoi prati, se glieli hanno portati via. Tita è in giro anche lui. (con intenzione) In casa non c'è nessuno.

Pietro                   - (alludendo al nonno) Vedi che non aveva bisogno della mia compagnia.

Zia Alice              - (insistendo) Che cosa volevi da Nat?

Pietro                   - (con improvvisa risoluzione di fare lo spregiudicato) Io? Niente, (ride).

Zia Alice              - (fingendosi offesa) Non creder di venire a prendere in giro.

Pietro                   - (si sente che è ricaduto nell'imbaraz­zo e non sa che rispondere).

Zia Alice              - (imbarazzata ella pure) Che guardi? L'uva? (alza la testa a guardare il tralcio d'uva appeso sotto la trave). Be­ne, vieni a prenderne un grappolo, ma non dire niente al nonno.

 Pietro                  - (volendo fare di nuovo il disinvolto) Ma io non guardavo niente. (Pausa) Ca­so mai, guardavo te.

Zia Alice              - (non raccogliendo lo scherzo) So che ti piace l'uva io. Del resto, se non la vuoi, tanto meglio. Risparmi le scale. (Si ritrae dalla finestra).

Pietro                   - Buttamelo giù, il grappolo. (Ma la zia finge di non sentire e non si riaffac­cia. Allora, si odono i passi di Pietro sulle scale e dopo un poco egli entra con le ma­ni in tasca, e si mette, per nascondere il suo imbarazzo, a guardare tutto quello che c'è nella camera: il quadro sopra il letto, lo specchio, i vestiti appesi, le fo­tografie, gli oggetti sul tavolo).

Zia Alice              - Le hai viste tante volte tutte queste cose.

Pietro                   - Questa fotografìa della nonna non l'avevo mai veduta.

Zia Alice              - Quale è (si accosta - troppo, a lui sembra -e guarda) Sì che l'hai ve­duta. Com'era stramba la moda di una volta, eh? (Pausa) Bene, aspetti che te la dia in bocca l'uva? Sci venuto su e poi non la prendi.

Pietro                   - Dammela tu, è meglio.

Zia Alice              - Questo poi, no. Dopo, se il non­no se ne accorge, tu sei capace di andare a dirgli che te l'ho data io.

Pietro                   - Direi la verità, no? (Pausa) Se me la prendo io, me la prendo tutta.

Zia Alice              - Allora è meglio che te la prenda io. (Fa per spiccare un grappolo dal tral­cio appeso ma poi ritira la mano) Te la darò io dopo. Prima mi devi aiutare, già che ci sei.

Pietro                   - (imbarazzatissimo, vorrebbe e non vorrebbe accettare) No, me lo prendo da solo, allora. (Spicca un grappolo e si mette a mangiarlo il più lentamente possibile).

Zia Alice              - (si avvicina al letto e comincia a togliere le coperte. Ma subito lascia stare e dice) Già che ci siamo, ne prendo uno anch'io. (Stacca un altro grappolo) Poveri noi, se se ne accorge.

Pietro                   - (come sopra, volendo fare lo spregiu­dicato) Chi? (è evidente che vuole allu­dere allo zio).

Zia Alice              - (lo guarda e comprende l'allusio­ne, ma finge di no) Che domanda! Il nonno.

Pietro                   - (come sopra) Peggio per te.

Zia Alice              - Lo sapevo io. (Finito il grappo­lo dice) Adesso però mi devi aiutare.

Pietro                   - (ricaduto nell'imbarazzo, ostentata­mente intento a staccare gli acini uno per uno) Aspetta che finisca.

 Zia Alice             - Io l'ho preso dopo di te, e l'ho finito da un pezzo.

Pietro                   - Ecco fatto, (si prova ad aiutarla nel togliere lenzuola e coperte, goffo per lo sforzo visibilissimo di evitare che le loro mani si incontrino. Ma ciò riesce im­possibile. Egli lascia andare e dice) Non sono buono a niente in queste cose, io.

Zia Alice              - Bisogna imparare a fare di tut­to, a questo mondo.

Pietro                   - (si avvicina all'attaccapanni ove sono appese le vesti all'antica, davanti alle qua­li egli dimentica ora di essersi fermato già prima, appena entrato) Sono vestiti della nonna, questi?

Zia Alice              - Sì, abbiamo tanto fatto, io e tua madre, perché il nonno ce li lasciasse ridurre per noi,ma non c'è stato verso. Dice che dopo morto lui ne facciamo quel­lo che vogliamo, ma fino a quando lui dura devono rimanere lì. (Pausa) Da una gonna di quelle, ne verrebbero due per noi, grandi come sono.

Pietro                   - (non sapendo che contegno tenere va a guardarsi allo specchio).

ZiA Alice            - (scherzosa) Sei bello, sì, lo sap­piamo.

(In quel mentre si ode aprire il portone).

Pietro                   - (facendosi alla finestra) È un povero.

Zia Alice              - Se c'è, salutamelo.

Pietro                   - Vado giù io a dargli un pugno di farina.

Zia Alice              - Non si può mica fare la carità a tutti quelli che vengono sulla porta.

Pietro                   - (esitando a dire una cosa che ha notato) È quello del giorno che è partito lo zio.

Zia Alice              - Lascialo andare per questa volta. Tanto, si farà vedere ancora. (Pietro non lascia la finestra. Allora vi si accosta an­che lei, come per controllare se il povero è uscito). Se ne è andato?

Pietro                   - (cerca di farle spazio, ma la finestra è stretta e lei si appoggia alla spalla di lui. Egli risponde tanto per dire qualche cosa, con voce turbata) Sì e andato. (Resiste un po' in quella posizione poi accenna a ri­tirarsi).

Zia Alice              - (con tono scherzoso e provocatorio insieme) Hai paura che ti tradisca?

Pietro                   - (confuso e turbato) C'è uno spigolo che mi fa male.

Zia Alice              - (ritorna ad affaccendarsi intorno al letto) Vieni dentro almeno. Che dirà la gente se ti vede? (Cerca di ridere).

 

 Pietro                  - (lascia la finestra e si accosta al letto, dalla parte opposta a quella di lei. Sul let­to appare visibilissimo il segno dove ha dormito il nonno: non iti mezzo, ma da una parte. « Come quando c'era la non­na » egli pensa, ed ha un tuffo nel sangue. Guarda fisso questo segno ed esita a distruggerlo).

Talk Alice            - Che guardi ora?

Pietro                   - Niente. (Si mette a rimestare nel saccone con furia, quasi per distruggere più presto quel segno, ora).

Zia Alice              - Ancora un momento, fi finito subito. (Le loro mani si incontrano un'al­tra volta. Trasalgono e si guardano, coi volti sbiancati e il fiato sospeso. Dopo un silenzio piuttosto lungo egli dice, con voce turbata ma più sicura, che indica come ormai si è vinto).

Pietro                   - Hai visto? Il nonno dorme sempre dalla stessa parte.

Zia Alice              - (dopo una pausa) Già.

Pietro                   - Come ci fosse ancora la nonna.

Zia Alice              - (tace).

Pietro                   - Si volevano bene loro due.

Zia Alice              - (tace continuando ad accomodare le coperte, benché non ce ne sia più bi­sogno).

Pietro                   - In mezzo a loro stavo io e mangiavo il pezzo di pane che mi facevo dare ogni sera prima di venire a dormire. (Pausa). Poi, durante la notte mi svegliavo, perché mi davano fastidio le brìciole nel letto.

Zia Alice              - (silenzio, finge sempre di affac­cendarsi intorno al letto).

Pietro                   - Ha scritto lo zio, in questi giorni? Che cosa racconta? Ha lavoro?

Zia Alice              - Prima, non me lo hai doman­dato. (Pronunzia queste parole come per rimproverarlo di non avere assunto un con legno chiaro fin da principio, come se lei lo avesse avuto. Lunga pausa. Poi improv­visamente, con una strana voce). E ora... Chissà che cosa pensi di me.

Pietro                   - Io? (Pausa). Che cosa vuoi che pen­si? (Altra pausa). Penso... quello che penso di me. (Si guardano. Ella legge negli oc-chi di lui disprezzo e compassione insieme. Ma comprende che sono disprezzo e pietà più per se stesso che per lei. Non sapendo quale contegno tenere, egli si accosta al tavolo e prende in mano la cartolina che giù prima aveva visto). Ah, è la cartolina che lo ?,io ha mandato al nonno. (//; que­sto mentre nel corti/e si sente parlare indi­stintamente, poi forte la voce di T'ita).

Tita                      - Mamma, dove sci?

Zia Alice              - (ancora turbata) Scendo ora.

T'ita                     - (mentre sale di corsa le scale) Ha scrit­to mio padre. (La porta si spalanca e Tita entra tenendo trionfalmente in mano una cartolina. Immediatamente dopo di lui, quasi che ella pure abbia fatto le scale di corsa, appare Rosa, madre di Pietro. Tita li guarda, poi ricordando una frase sentita ripetere tante volte dai grandi e che egli non sa che significhi). Fate all'amore qua, voi a1 uè?

Zia Alice              - (tende la mano per prendere la cartolina) Fammi vedere.

Tita                      - (ritira con vivacità la mano) Ha scritto a me, mica a te.

Zia Alicia             - Falla almeno vedere, a tua ma­dre. Non te la mangio mica.

Tita                      - No, a te non ha scritto (scappando). Corro a farla vedere a Nat. (Nel frattempo Rosa li aveva guardati sospettosa e insie­me vergognosa di sospettare. Il suo umile rimprovero non trova che due parole per Pietro).

 Rosa                   - Ti cercavo.

Pietro                   - Tu non fai che cercarmi. Che vo­levi?

Rosa                    - Niente, ma... non sci mai a casa.

Pietro                   - Non posso neanche uscire di casa adesso? Sono un bambino? (Dal cortile vie­ne la voce di Berto).

Berto                   - Ohe, c'è nessuno qua? Casa da af­fittare.

Zia Alice              - (affacciandosi) Sei tu Berto? Vo­levi qualche cosa?

Berto                   - (con insolenza) No, niente. Cosi, venivo a trovarti.

Zia Alice              - Come se avessi tempo di stare dietro a te io.

Berto                   - Vuoi che venga ad aiutarti?

Zia Alice              - Grazie, ma ho già chi mi aiuta. (Attira Pietro alla finestra per farlo vedere. Ha già riacquistato un tono disinvolto. E tanto più si sforza di averlo per la pre­senza della cognata come per darle prova che nulla è successo tra loro).

Berto                   - Quand'è così, me ne vado.

Zia Alice              - Ma c'è anche sua madre. (Ride).

Berto                   - Veramente io non la vedo. (Rosa viene alla finestra attirata dalla cognata). Volevo ben dire! (Pausa. Poi, improvvisa­mente). Ma chi è venuto prima? Lui o Lei?

Zia Alice              - (turbandosi di nuovo soprattutto per la presenza della cognata) Questo non t'interessa.

Berto                   - Allora me ne posso andare.

(Un momento dopo s'ode chiudere il portone ma lo si sente riaprire quasi subito, e poi ancora la voce di Berto) Tornerò!

(Di nuovo, il rumore del portone che si chiude).

 

TELA.

QUADRO TERZO

Casa di Pietro. All'indomani del suo ritorno dalla città. Im madre cuce, sollevando di quando in quando il viso a guardarlo. Egli le siede accanto, guardando fuori dalla fine­stra. I^a madre è come in pena per qualche cosa che vuole sapere e su cui non sa donde cominciare a farlo parlare.

Rosa                    - Tu non dici niente, niente. (Pausa). Non mi domandi neanche come è morta.

Pietro                   - (duro, per non tradire la commozio­ne) Me l'hai scritto.

Rosa                    - Oh, non ti ho scritto tutto. (Quasi con angoscia). Se ti avessi scritto tutto...

Pietro                   - Che cosa non hai scritto?

Rosa                    - (invece di rispondere) Non senti nien­te, tu. Forse non hai neanche pianto, là, quando l'hai saputo.

Pietro                   - Hai pianto tu per me. (Pausa) Tu fai tutto col piangere.

Rosa                    - Debbo piangere per tutti io. E per me non piange nessuno. (Pausa) Non devo piangere a vedere come si e ridotta !a casa di mia madre? (Pausa) Da quella casa che era, la migliore del paese.

Pietro                   - (con voce aspra, ma che tradisce la commozione e quasi vuole suonare con­forto) Piangi di nuovo, adesso. Perché non hai pianto abbastanza. (Pausa) Cosa sarà quando morrà uno di casa nostra, allora.

Rosa                    - Per me, anche lei era di casa nostra.

Pietro                   - (per non lasciarsi prendere dalla coni mozione) Se non finisci dì piangere, me ne vado.

Rosa                    - (spaurita che se ne vada) Non pian­gerò. Ecco. (Si asciuga le lacrime. Poi guardandolo) Ecco che piangi tu, ora. (Sorride contenta).

Pietro                   - (rabbioso di essersi lasciato vincere) Fammi arrabbiare, adesso. (Pausa) Per for­za, a essere vicino a te... Tu non sei una donna. Tu sei peggio di una bambina. (Pausa) Se morissi io, cosa faresti?

Rosa                    - (con semplicità) Morirei dietro di te. (Pausa). (Poi energica) Non le devi dire neanche per ischerzo, queste cose.

Pietro                   - Non l'ho detto per ischerzo. (Rosa si lascia di nuovo scorgere ad asciugarsi le lacrime) Ti ho detto che me ne vado. (Ac­cenna ad andarsene).

Rosa                    - (sgomenta, con desolata preghiera) Non andare. (Pausa) È stato un momento.

Pietro                   - Mi pare che sia un'ora, altro che un momento.

Rosa                    - Ecco come sei, tu. Non posso pian­gere né lamentarmi con nessuno, io, nessu­no. Io ad aspettarti come il Messia, e poi quando sei a casa non dici mai niente e non resti un momento con tua madre per darle un po' di conforto dopo tante che ne ha passate. Come tuo padre proprio sei.

Pietro                   - Perché io ho chi mi conforta, quan­do sono lontano, solo.

Rosa                    - Tu non hai il pensiero della casa. Debbo pensare a tutto, io, e tuo padre mi lascia sempre sola.

Pietro                   - È a divertirsi per il mondo mio padre. E io anche. E abbiamo chi ci conforta.

Rosa                    - Non dico questo. (Pausa. Poi timida­mente scherzosa) Ti sarai trovata la fidan­zata, là dove sci.

Pietro                   - (brusco) Io non ho fidanzate.

Rosa                    - (come sopra) fc bella?

Pietro                   - (silenzio. La guarda significativamen­te per farle capire di smetterla, vorrebbe mostrarsi duro, ma a stento trattiene un sorriso).

Rosa                    - Non è nessun male. Ma non ti devi dimenticare di tua madre e di casa tua, per questo. (Pausa) Non sei neanche stato a vedere nella stalla. Non ti importa più niente di casa tua. (Pausa) Hai visto quan­to fieno ho fatto? Tutto da sola. Riusci­remo a tenere una mucca di più, ora, che abbiamo anche la roba del nonno.

Pietro                   - Perché le mucche danno più latte, se io vado nella stalla. E il fieno cresce.

Rosa                    - (sconsolatamente) Come sei diventato! Non eri così una volta.

Pietro                   - Lasciami stare. (Tacciono a lungo. Rosa ha potuto constatare che egli ha qual­cosa dentro; purché non sia quello che lei teme. Ella esita tra il desiderio e il timore di sapere).

Rosa                    - Andrai a vedere dove hanno messo la zia, uno di questi giorni. (Tace in attesa che egli le risponda. Ma la risposta non viene) Andrete tu e Tita. Povero piccolo, non capisce lui. Quando venne a sapere che sua madre era morta disse: «Allora dovremo andare fino a Tolmezzo ad ac­cender la candela, la notte dei morti? ». (Pausa) Potete andare domenica.

Pietro                   - No, non ci vado.

Rosa                    - Non vuoi andare a vedere di tua zia!

Pietro                   - Potevano portarla nel nostro cimi­tero. Io lo odio quel cimitero lassù. È trop­po grande.

Rosa                    - Lo zio aveva già speso tanto per l'o­spedale.

Pietro                   - Io avrei venduto anche la casa.

Rosa                    - Quando ormai non c'era più speranza, la volevamo portare a morire a casa. Ma lei nonha voluto. (Pausa: lo guarda, poi ripete) Non ha voluto. (Nuova pausa, aspetta che egli chieda perche, così ella si farebbe coraggio a parlare, perche si sen­tirebbe come indotta da lui) Non vuoi che te ne parli?

Pietro                   - (silenzio).

Rosa                    - Che cose, Signore. Io ne ho provate tante in quarantanni, ma come questa... Lo zio non è più lui. Ieri è stato a Tol­mezzo. E passando davanti all'ospedale s'è messo a piangere come un bambino. (Pati sa: lo osserva). Due casse in un mese, nella stessa casa... Il nonno pazienza, si era già rassegnati prima, ma la zia! (Pausa, come sopra) Tu non dici niente, niente.

Pietro                   - (silenzio).

Rosa                    - Il nonno è morto contento, lui.

Pietro                   - (inghiottendo) Domandava mai di me?

Rosa                    - (con slancio) Sempre chiedeva di te. Mostrava a tutti la cartolina che gli avevi mandato. (Pausa) Prima di morire, diceva che vedeva tanta luce, e la nonna e Zio Nat che Io chiamavano. Morto, pareva un santo. Non può essere che in paradiso, con la vita che ha fatto. (Lunga pausa) La zia invece... è morta disperata. (Ancora lo guarda) Tu non dici niente, niente. (Pau­sa. Ella cerca di mettersi per un'altra strada) Che ti ha detto lo zio?

Pietro                   - Niente.

Rosa                    - Come, niente!

Pietro                   - Niente.

Rosa                    - Non l'hai veduto?

Pietro                   - No, non l'ho veduto.

Rosa                    - Non era in casa?

Pietro                   - Non ci sono andato.

Rosa                    - (dolorosamente) Ah, non ci sei andato!

Pietro                   - (duro) No, non ci sono andato!

Rosa                    - Non ci sei andato! (È affranta dal pe­so del sospetto che la tortura e che ora cresce. Poi. in un altro tono) Proprio be­ne penserà di te. Aspetta che venga a sa­pere dagli altri che sci arrivato.

Pietro                   - Lasciami stare.

Rosa                    - E lui a domandarmi ogni giorno se sei venuto. Questo è il conforto che sperava di avere da te.

Pietro                   - Io non so confortare nessuno. Nean­che me.

Rosa                    - Anche il giorno che l'hanno portata sot­to, non si rassegnava a credere che tu non venissi. (Pausa) Ad accompagnarla dovevi venire. Tutti si sono meravigliati di non averti veduto, (lo guarda) Sai com'è la gen­te. (Di nuovo l'osserva con ansia) Pensa sempre al male. (Lo guarda con ansia in­dicibile: niente, egli forse non capisce; o finge?) Avessi visto che funerale! Aveva dietro tutto il paese, e dire che era giorno di lavoro. Perfino gli uomini piangevano. Perché lei, dopo tutto era una donna inte­ressata, la casa la teneva come Dio coman­da, e tutti le volevano bene. (Pausa. Poi con precipitazione, come per liberarsi da un peso) Povera lei, a fare quello che ha fatto.

Pietro                   - (ingenuamente) Parli come se avesse colpa lei di essere morta.

Rosa                    - (con angoscia) Taci! Tu non sai!... (Pietro la guarda, sospettando qualcosa. Ma non dimostra alcuna fretta di avere uno schiarimento. Ella, che ora è già an­data troppo avanti, cerca precipitosamente di ritirarsi) Non pensi neanche di andare a vedere i prati che ci ha lasciato il nonno. Ecco come sei. Non badi ne a quello che abbiamo né a quello che non abbiamo. Non t'importa più niente di casa tua.

Pietro                   - Non scappano mica via i prati. C'è tempo per andarli a vedere.

Rosa                    - Come sei diventato! (Pausa) Domeni­ca andremo insieme a vedere dove hanno messo il nonno. (Siccome Pietro non ri­sponde) Nemmeno lassù vuoi venire? Lui l'hanno messo nel nostro cimitero.

Pietro                   - Ci sono andato oggi.

Rosa                    - Ah! (È commossa: non se l'aspettava. Così riesce anche a giustificare il fatto che non è andato dallo zio) Hai fatto bene. Io non ho avuto il coraggio di andare lassù dopo che ve l'hanno portato, nemmeno per Messa. Non per lui, ma perché mi fa ve­nire in mente quell'altra.

Pietro                   - Perché non l'hanno messo vicino al­la nonna?

Rosa                    - Con la malattia della zia, nessuno ci ha pensato. (Pausa) Ma certo « di là » stanno insieme lo stesso. (Vedendo che Pietro si alza) Non andare. Resta ancora qui con tua madre. (Continuando) Pove­ro nonno, non abbiamo neanche avuto il tempo di piangerlo. (Dopo una pausa, di­spiacendole di aver trattenuto Pietro) Vo­levi andare dallo zio? Se lo sapevo non ti avrei detto di restare.

Pietro                   - (silenzio).

Rosa                    - Ah non ci vuoi andare?

Pietro                   - Se insisti non ci vado.

Rosa                    - (con forza) Ci devi andare. Se no lo zio crederà...

Pietro                   - (impallidisce: egli corre con il pen­siero a « quel giorno » e suppone che lo zio ne abbia saputo qualche cosa) Che cosa crederà?

Rosa                    - (impallidisce ella pure a vederlo così) Crederà... che ti vergogni ad andarlo a trovare, ora (Ella si esprime in modo che anche se sarà costretta a parlare, appaia che egli è al di fuori di ogni sospetto)

Pietro                   - Perché mi dovrei vergognare?

Rosa                    - Dopo tutto quello che è accaduto...

                            - (pausa) Non ti hanno detto niente in paese?

Pietro                   - Dove sono stato te l'ho detto.

Rosa                    - (cerca un'ultima evasione per non par­lare) Per lei, e finita, ma ha lasciato la famiglia nella rovina. Lo zio non e più un uomo. Come farà ora con tutto il ca­rico?

Pietro                   - Vorresti dire che...

Rosa                    - Che si cerchi un'altra. Bisogna. De­vi convincerlo anche tu. Te, ti ascolta.

Pietro                   - (indignato) Convincerlo io!... Per­ché non Io volete aiutare dite così, tu e gli altri... Convincerlo io! Io farò di tutto perché non torni a sposarsi.

Rosa                    - (accendendosi anche lei) Non lo vo­gliamo aiutare! Gli altri forse. Ma io che sono sua sorella... Non ho chiuso occhio per un mese, prima a vegliare il nonno, poi la zia. Ho sempre pensato più a loro che a casa nostra, tanto che le ho sempre sentite da tuo padre. Ed ora anche tu mi dici cosi... Pazienza. Il Signore vede.

Pietro                   - Io farò di tutto perché non si sposi.

Rosa                    - Ma ragiona! La casa, la roba, i bam­bini! E lui! Vedrai come si è ridotto. Se continua così, non passa molto che lo por­tano anche lui lassù.

Pietro                   - (ostinato ripete) Io farò di tutto perché non si sposi.

Rosa                    - (continuando) Una donna lo rimet­terebbe in piedi. E poi è ancora giovane, di una donna non può fare a meno. Piut­tosto che si butti per una cattiva strada, come tanti...

Pietro                   - Per me, mia zia è quella che è morta.

Rosa                    - Tu non te ne intendi di queste cose...

Pietro                   - Non è ancora fredda sotto terra, e voi...

Rosa                    - (non potendone più) Dopo tutto è sta­ta lei la causa se ora lo zìo è ridotto a dover fare così. Vedi che cosa ha fatto. Basta un momento di... per portare la ro­vina in una casa. Il Signore l'abbia in pace. Ma...

Pietro                   - ft un'ora che dici e non dici! Par­la una buona volta!

Rosa                    - Tu non sai. (Pausa) Dicono... che ha voluto morire. (Pausa. Lo fissa) Se avesse parlato prima, l'avrebbero salvata. Ma essa ha voluto morire. Per non lasciare il di­sonore sulla casa, capisci? (continua a guar­darlo con visibile ansia).

Pietro                   - (Silenzio. Guarda sua madre allibito).

Rosa                    - Per questo non ha voluto essere portata a morire in casa. Diceva che non era più degna di entrare in quella casa.

Pietro                   - (con esitazione) Ha mai doman­dato di me?

Rosa                    - Di te mi chiedeva sempre quel che scrivevi. Voleva sapere se domandavi di lei. Una volta disse: « Pietro mi compren­derebbe forse ». E poi si mise a piangere.

                            - (Mentre parla, continua a guardarlo febbril­mente) All'ultimo momento volle vedere lo zio da solo: disse che non moriva con­tenta se non le perdonava. « Ma che cosa devo perdonarti? » chiedeva lui. Come un pazzo era. E lei a rispondere: «So ben io », sempre allo stesso modo. Infine lo zio dovette dirle che la perdonava. Ma non morì lo stesso contenta.

Pietro                   - (con angoscia) Lei era ammalata. Non sapeva quello che diceva.

Rosa                    - (quasi senza voce) Tu non sai! (Anco­ra lo fissa con angosciosa trepidazione). Se non fosse morta... ci sarebbe stato il processo.

Pietro                   - (ribellandosi) Non può essere!

Rosa                    - Se non fosse morta... il medico avrebbe dovuto parlare.

Pietro                   - Non può essere! (con disperazione) Anche i medici possono sbagliare.

Rosa -                  - (fissandolo con tale intensità che i suoi occhi non hanno quasi espressione) Tu non sai! Lo zio ha detto che... « non era suo ».

Pietro                   - (inorridendo al pensiero di quello che sarebbe potuto accadere « quel giorno » non regge più, ficca le mani nei capelli) Dio!

Rosa                    - (crede di leggere in quel gesto e in quella parola la confessione della colpa: dlibita, senza voce, esclama) Allora... Allora è vero!

Pietro                   - (Sollevandosi di scatto come morso) Che cosa è vero? (La fissa con occhio terri­bile) Che cosa è vero? (La scuote) Tu credi?!

Rosa                    - (continua a fissarlo come smemorata) Quel giorno...

Pietro                   - (la scuote più forte come per farla tornare in se) Non è vero!

Rosa                    - No, io non credo, io non voglio cre­dere. Ma quel giorno! (si porta le mani davanti agli occhi).

Pietro                   - E tu mia madre...

Rosa                    - Sì, io, tua madre.

Pietro                   - Ma non devi credere, capisci? (la scuote come un forsennato) Perché non è vero. Te Io giuro! Su che cosa vuoi che te lo giuri?

Rosa                    - (lo fissa ancora, poi si porta una mano alla fronte e scoppia a piangere) No, non occorre. Lo sapevo che non poteva essere vero. (Pausa) Ma quel giorno!

Pietro                   - (improvvisamente, afferrandole un braccio) Anche lo zio... crede?

Rosa                    - Non lo so... Forse.

Pietro                   - Ah! (lascia cadere il braccio di lei, rimane come impietrito, gli occhi fissi nel vuoto. Poi tutto ad un tratto esce quasi di corsa. La porta sbattuta si rispalanca, la­sciando entrare un fiotto di sole. A Rosa pare di trovare in questo sole il segno della certezza che cercava).

TELA

QUADRO QUARTO

Casa del nonno, come al Quadro Primo, solo con tracce di disordine a rivelare la mancan­za della donna. Dove stava il nonno, ancora la sedia come lo si aspettasse. Lo Zio, seduto con le mani in tasca e il cappello sugli occhi. Tita sta eseguendo i compiti.

Pietro                   - (entra, non sa se salutare prima lo zio o il piccolo. Si decide per il piccolo che gli tende imbarazzato la mano e si lascia abbracciare). Come ti sei fatto grande! (T'ita intanto si volta a guardare suo padre e si mette a piangere) Ma che cos'ha? (Intanto abbraccia anche lo zio che - a lui pare, - esita a contraccam­biarlo).

Zio Gusto            - Guardati intorno, per sapere che cosa ha. (Indica con gli occhi il disordine e l'abbandono di ogni cosa).

Pietro                   - (accompagna lo sguardo dello zio, poi gli leva gli occhi in faccia: lo zio ha le lacrime) Ancora non mi par vero.

Zio Gusto            - A me sì che pare. (Né l'uno né l'altro sanno più che dirsi. Restano così, in piedi, incerti. Poi lo zio si ricorda di invitarlo a sedere) Quando sci arrivato?

Pietro                   - Ieri nel pomeriggio. (Pausa) Vole­vo venire ieri sera, ma poi... Oggi mi so­no alzato tardi. (Mentre parla lo zio lo sta osservando, e questo lo imbarazza un po­co. Per attaccarsi a qualcosa chiede) E Nat?

Zio Gusto            - Sarà in giro. Non posso star dietro a tutto, da solo. (Pausa) Ti aspet­tavo questa mattina. (Altra pausa) Cre­devo non volessi più entrare qui dentro.

Pietro                   - Che dici!

Zio Gusto            - Dopo quello che c'è stato... (Pausa) Sarà stata tua madre a farti ve­nire.

Pietro                   - Non è vero. Perché non avrei do­vuto venire?

Zio Gusto            - Credevo te ne vergognassi.

Pietro                   - (con impeto) Perché me ne dovrei vergognare?

Zio Gusto            - Domandalo a tua madre, se non te l'ha ancora detto. (Pausa) O se no, te lo diranno in paese, non aver paura.

Pietro                   - (non sa che rispondere. Tacciono a lungo. Per troncare quel silenzio incre­scioso, Pietro si attacca a una delle solite frasi). Come va, dunque.

Zio Gusto            - Come vuoi che vada. Siamo qui (pausa) quelli che siamo rimasti, (pau­sa) Di cinque che si era.

Pietro                   - (accennando la sedia del nonno) Mi pare che debba sempre venire a seder lì.

 Zio Gusto           - Se bastasse dirlo.

Pietro                   - (commosso) Lo so bene che e così. (Pausa) Io non l'ho veduta, morta. Per questo dicevo che non mi par vero.

Zìo Gusto            - (con voce che gli manca, inghiot­tendo) Che sia morta, non è niente.

Pietro                   - (lo guarda spaventato) Non è niente!

Zio Gusto            - (fissandolo) È il resto che bru­cia.

Pietro                   - (cercando di essere naturale) Non comprendo cosa vuoi dire.

Zio Gusto            - Anche tu, come gli altri.

Tita                      - (distratto, senza levare il capo) Mam­ma   - (riprendendosi subito) Papà, come si scrive qui? (indica col dito, poi guarda suo padre e Pietro per vedere se si sono accorti del suo errore, e negli occhi gli spuntano le lacrime).

Zio Gusto            - (avvicinandosi e posandogli una mano sui capelli) Dove? (poi con subita decisione) Vai a giocare adesso. (Segue tristemente con lo sguardo il bambino che esce. Poi rivolto a Pietro) Vedi come mi ha lasciato! (È chiaro che allude alla mor­ta) (Riprendendo il tono di prima) Per­ché fingi? Tua madre non ti ha detto niente? (Pausa. Poi con amarezza e anche sarcasmo) Non te l'hanno detto già in paese?

Pietro                   - Non sono neanche stato in paese.

Zìo Gusto            - Tua madre ti avrà raccontato come è morta.

Pietro                   - Sì, mi ha raccontato.

Zio Gusto            - Ah, ti ha raccontato. (Sembra dolorosamente sorpreso) Tutto?

Pietro                   - Mah... io non so.

Zio Gusto            - Se avesse parlato prima, la avrebbero salvata. (Pronunzia queste paro­le con la voce che trema) Questo, te l'ha detto?

Pietro                   - Ma la zia certo credeva non si trat­tasse di cosa grave. Per non farti spendere, ha taciuto.

Zio Gusto            - Per non farmi spendere...! (do­lorosamente risoluto) No, essa non ha voluto esser salvata! (lo guarda come se si aspettasse da lui una prova che non è ve­ro quel ch'egli dice) Essa ha voluto mo­rire, (con disperazione) Perché ha voluto morire?

Pietro                   - (non sapendo a che appigliarsi) Ma... hai delle prove, per parlare così?

Zio Gusto            - Magari le avessi, le prove. Non mi torturerei tanto.

Pietro                   - Ma allora....

 Zio Gusto           - Mi pregava di perdonarla, e non mi diceva di che cosa. (Pausa) Perché non ha voluto venire a morire in casa? Perché diceva che non era più degna di entrare in questa casa?

Pietro                   - Era malata. Non sapeva quello che diceva.

Zio Gusto            - (con desolata violenza) Se non fosse morta... ci sarebbe stato il processo. Comprendi?

Pietro                   - Anche i medici possono sbagliare.

Zio Gusto            - Vedi che sai tutto. Io non ti ho parlato di medici.

Pietro                   - (rimane un po' turbato. Dopo una pausa) Dopo tutto... se è vero come tu dici... ha pagato di persona. Ha voluto morire, piuttosto che lasciare il disonore sulla casa.

Zìo Gusto            - Anche tu mi parli di disonore. Anche tu dunque ci credi.

Pietro                   - Ma io... dico quello che hai detto tu.

Zio Gusto            - (ripete) Anche tu ci credi. (Pau­sa) Come se non l'avesse disonorata lo stesso, la casa. Tutti lo sanno; anche se non lo dicono: basta vedere come mi guardano in faccia.

Pietro                   - (insistendo) Se ha sbagliato... non ti pare che abbia pagato abbastanza?

Zio Gusto            - Pagato abbastanza! Essa ha vo luto morire per non pagare. E così paga­no quelli che restano.

Pietro                   - Non devi parlare in questo modo.

Zìo Gusto            - Per lei è finita. E me invece mi ha lasciato nella rovina.

Pietro                   - Non è finita, se è come dici. An­che per lei, non è finita, di là.

Zìo Gusto            - Ma non per questo soltanto, è morta, (pausa) se fosse soltanto per que­sto, mi sentirci ancora uomo. (Pausa: esita) Io... io non le ho mai detto che non volevo bambini, se venivano.

Pietro                   - (senza voce) Questo... non vuol dire.

Zio Gusto            - Io... era quasi un anno che non venivo a casa.

Pietro                   - Dunque tu pensi... No, non può essere (ricordandosi una cosa ripete) Non può essere.

Zio Gusto            - (preso dal tono di convinzione di quella voce) Non può essere?

Pietro                   - Mi pare che... essa non poteva più avere bambini.

Zio Gusto            - (afferrandolo) Chi ti ha detto questo?

Pietro                   - Non so. Mi pare di averlo senti­to da te... o da lei.

Zio Gusto            - Ha detto questo? Ti ha detto questo? (a Pietro sembra che egli calchi a bella posta la voce sul « /' ». Lo Zio lo guarda rabbuiandosi) Per questo, vedi. (quasi gridando) Ma con Dio non aveva fatto i conti. (Pausa). Di questo mi chie­deva perdono. (Altra pausa. Con dispera­zione) E io che gliel'ho dato! (si prende la testa fra le mani).

Pietro                   - (penosamente impacciato) Ma... an­che se... fosse successo « con te », ti do­veva chiedere perdono.

Zio Gusto            - (ripete) Io, era quasi un anno che non venivo a casa. (Pausa) E poi si sa­rebbe lasciata portare a morire a casa.

Pietro                   - La colpa    - (la parola gli ripugna ma è necessaria) era già abbastanza grande, senza andare a pensare al resto.

Zio Gusto            - Io voglio sapere, capisci? Io devo sapere! Perché io... ho bisogno di volerle bene, (pausa) Più di prima, ora che è morta, (altra pausa) E invece non la posso neanche piangere, debbo vergognar­mi anche di piangere. (Sommesso) Io non la posso odiare. Se la odiassi mi farebbe bene. (Pausa) Forse la colpa di tutto è mia.

Pietro                   - Che dici!

Zio Gusto            - (con forza) Mia, che l'ho lascia­ta sola. Non dovevo lasciarla sola, (quasi piangendo) Io non le ho voluto bene ab­bastanza e non l'ho compresa. (Pausa) Colpa mia, e di questo nostro destino.

Pietro                   - È destino. Tu non hai colpa.

Zio Gusto            - A te avevo detto di farle un po' di compagnia.

Pietro                   - (impallidendo) Io son dovuto par­tire.

Zio Gusto            - (rabbuiandosi) Quando sci par­tito?

Pietro                   - In ottobre.

Zio Gusto            - Lo guarda sempre rabbuiato. (Tace e si fede che fa mentalmente un calcolo. Poi con violenza) Io voglio sape­re, capisci?

Pietro                   - (senza voce) Ti hanno detto... qual­che cosa di me. Non è così?

Zio Gusto            - (silenzio. Lo guarda tra la spe­ranza e la disperazione).

Pietro                   - Rispondi!

Zio Gusto            - (Silenzio come sopra)

Pietro                   - Dunque... tu credi! (lo zio continua a fissarlo. Dagli occhi gli scendono due lacrime) Vuoi che ti giuri?

Zio Gusto            - (sommesso, inghiottendo) Non occorre. Ti credo. (Pausa) (Si prende la testa fra le mani) Vedi come mi sono ri­dotto... A dubitare anche di te.

Pietro                   - (Riuscendo a stento a parlare) Ti pare che sarci ancora vivo, se fosse?

Zio Gusto            - (con disperazione) Sarebbe finita per me, se non potessi credere neanche a te.

 Pietro                  - (con rimorso, quasi piangendo) Io... non sono come tu credi.

Zio Gusto            - (non afferra, crede che egli cerchi di difendersi e non di accusarsi, e continua) Ho tanto aspettato che tu venissi. (Pausa) Giorno e notte, sempre questa tortura.

Pietro                   - Ma io sarei venuto subito se lo aves­si saputo. Mi dovevi scrivere.

Zìo Gusto            - Non sono cose che si possono scrivere. (Pausa) Se tu non fossi venuto a vedere di me, oggi, voleva dire che... (pausa) non mi avresti trovato vivo sta­sera. (Lunga pausa. Pietro lo guarda smar­rito, senza sapere che dire. Dopo un po­co, con altro tono) Non veniva nessuno qui, in casa? (Pausa, lo guarda). Sai che cosa intendo.

Pietro                   - (imbarazzato) Che io sappia...

Zio Gusto            - (dolorosamente) Ecco che non sei sincero. (Pausa) Berto... ci veniva?

Pietro                   - Ma io... non so, non ricordo. (Pau­sa) Qualche volta forse, come venivano tanti altri.

Zio Gusto            - (con tono cupo) Qualche volta! Se dici qualche volta, vuol dire che... veniva più di qualche volta. (Pausa. Con al­tro tono) Io non sono riuscito a vederlo una volta, da quando sono a casa.

Pietro                   - Dev'essere ammalato.

Zio Gusto            - Ah, sai anche questo! E sei ve­nuto ieri. (Pausa. Pietro è confuso e tace) Allora sai anche che male ha.

Pietro                   - Non so che cosa vuoi dire.

Zio Gusto            - (cupo) Lo sai!

Pietro                   - È stato così un'altra volta.

Zio Gusto            - Per questo mi torturo. (Entra Tita, timoroso). Perché non sei rimasto a giuocare?

Tita                      - Mi sono rotto i calzoni.

Zio Gusto            - Se li hai rotti, tienli rotti. Io non te li posso accomodare. (Guardando­lo meglio) Hai la faccia sporca: non ti sei lavato, stamane.

Tita                      - Io non sono capace di lavarmi la fac­cia. Me la lavava sempre mia madre.

Zio Gusto            - (dopo una pausa) Vedi come mi ha lasciato. (A Tita, con dolcezza) Tor­na a giocare. (Tita, si vede che vorrebbe dire ancora qualche cosa ed esce malvo­lentieri).

Pietro                   - Dovresti prendere qualcuna a me­se. Una anziana, che si prenda a cuore la casa.

Zio Gusto            - Ho provato quest'estate. È sem­pre un'estranea, una che si paga. Dovrei rimanere sempre a casa, a sorvegliare e ad aiutare: e con la roba, nei nostri pae­si non si vive, bisogna andar fuori. (Pau­sa) Un altro anno così, e tutto andrà in rovina. Per me, quasi sarei contento, ma loro... (allude ai bambini).

Pietro                   - Ma possibile! Se tu potessi tirare avanti per cinque o sei anni! Ci siamo anche noi parenti che ti possiamo aiuta­re. Poi... Nat ha quasi quindici anni, a diciannove o venti si potrà sposare.

Zio Gusto            - Tu non te ne intendi di queste cose. In cinque o sei anni noi saremmo sulla strada.

Pietro                   - Allora?

Zio Gusto            - Allora... (spalanca le braccia in una muta e disperata rassegnazione).

Pietro                   - (dopo una pausa, aggrappandosi an­cora alla speranza) E... hai già scelto?

Zio Gusto            - Tua madre e gli altri, tutti, a dirmi che bisogna. (Pausa) Anche quando non sembra, tutti ti abbandonano. Ma hanno ragione. Oggi nessuno può aiuta­re gli altri. Neanche tra fratelli.

Pietro                   - Mia madre si è fatta vedere, mi pare.

Zio Gusto            - (continuando) Io non voglio es­sere di peso a nessuno. (Pausa) E la casa deve restare in piedi, per loro. (Allude ai bambini) E poi, sono ancora giovane -mi dicono -sono ancora uomo. (Pausa) Ma forse anche in questo hanno ragione.

Pietro                   - Io... io non le potrò dire Zia. La Zia è quella che è morta.

Zio Gusto            - (dolorosamente) Anche tu mi torturi. Per così poco ti pesa! E io? Che ne sai tu di quello che sento io? Non mi sacrifico io? (Pausa) Credi che sia diver­tente per me prendermi in casa una che mi sarà un'estranea anche dopo, e star­le vicino di giorno e di notte, e fìngerle di volerle bene e... toccarla. (Pausa) E io so che nel chiamarla mi sbaglierò di no­me e la chiamerò col nome di quella che è morta. (Pausa. Come afflosciandosi) Per me sarebbe meglio che mi legassi una pietra al collo e mi buttassi nel lago.

Pietro                   - (spaventato dall'accento di quella vo­ce) Che dici!

Zìo Gusto            - (con disperata pacatezza) Ho pensato anche questo. (Pausa. Poi con altro tono) Ma non li posso lasciare soli. (Intende i bambini) Io debbo restare, a pagare anche per lei. (Pronunzia queste parole senza alcuna traccia di rancore) E anche tu mi sei contro, come se non bastassi io ad essermi contro, e quello che è uscito ora, che mi guarda sempre con quegli occhi, senza dir niente, e an­che quell'altro... (Pausa) E la gente a ripe­termi che voglio risposarmi quando mia moglie è ancora calda sotto la terra... (Con rabbia e disperazione) Che voglio, capisci? (Pausa. Con amarezza) Speravo che almeno tu mi comprendessi.

Pietro                   - (commosso e quasi con rimorso) Forse    - (pausa) hai ragione. Io non me ne intendo di queste cose.

                            - (Tacciono a lungo. Ricompare sulla por­ta Tita, con tracce evidenti di lacrime sul viso, ed entra come in punta di piedi, quasi volesse nascondersi).

Zio Gusto            - (con tenerezza) Che hai? Nean­che tu hai voglia di giocare?

Tita                      - (scoppiando in singhiozzi) Mi han­no mandato via... anche prima mi avevano mandato via... perché mia madre è morta... hanno detto...

Zìo Gusto            - (con voce aspra) Che cosa han­no detto di tua madre? (Pausa) Anche i bambini lo sanno. (Siede, la testa fra le mani. Tita continua a piangere. Pietro tace. A un tratto, fuori, si sentono delle voci: « tienilo » « non lasciarlo andare » « aiutami che mi scappa » « mi è scap­pato, corriamo ». A queste voci Zìo Gu­sto si fa attento, solleva a poco a poco la faccia. Tita smette di piangere e va alla porta. Si sente aprire il portone, poi la porta si spalanca ed appare Berto, con l'espressione torva degli squilibrati sulla faccia. Dietro di lui, sempre gridando, la sorella Maria. Lo Zio scatta in piedi ag­gressivo. Berto, trovandosi davanti Tita, che dallo spavento non osa muoversi, gli dice con una strana voce).

Berto                   - Dov'è tua madre! (più forte) Dov'è tua madre! (Tita trova finalmente la for­za di rifugiarsi dietro suo padre. Berto allora entra, guarda, i suoi occhi restano fissi su Pietro, poi, puntando minaccio­samente l'indice contro di lui) Anche tu... Prima di me... (con altra voce, dopo aver fatto il gesto di scacciare qualche cosa dal­la sua testa) Non occorre andare dal me­dico... (Accostandosi a Pietro fa per pren­derlo a braccetto. Pietro si divincola) An­diamo a fare il letto... Tutti e due... (ride sinistramente, a lungo. Poi, rabbuiandosi tutto a un tratto e sbarrando gli occhi, si accosta allo zio, che era rimasto a guar­dare impietrito, fino quasi a parlargli all'orecchio) Bisogna farle dire delle Mes­se... (ansante) Ogni notte viene a tirarmi i piedi... (fa dei gesti come per respinge­re qualche cosa) Ogni notte...

Zio Gusto            - (con una energia insospettata in lui, come una belva ferita a morte, balza su Berto e lo afferra alla gola). Tu! Tu!

Maria                   - (si mette a strillare) Staccali, Pietro! Lo ammazza!

Pietro                   - (insieme con Maria si precipita su loro per tentare di separarli) Zio, zio! (a Maria) Taci, non gridare.

Maria                   - Non gli devi credere, Gusto. Lui non sa quello che dice, (urlando più forte) Ah! me lo ammazza!

Pietro                   - (con voce soffocata dallo sforzò) Non gridare!

(in due finalmente sono riusciti a separarli. Pietro fa sedere lo zio. Maria si trascina fuori il fratello che si divincola con tutte le forze e grida).

Berto                   - Lasciatelo... lasciatelo... che mi am­mazzi... voglio che mi ammazzi... (riu­scendo a divincolarsi, si precipita verso lo zio).

Maria                   - Non gli dar retta, Gusto. Vedi che non ha giudizio. (Ma lo zio è come afflosciato. Con la testa fra le mani abban­donata sul tavolo singhiozza come un bambino. Tita piange con lui).

(Dopo aver aiutato Maria a trascinar fuori Berto, chiude la porta e resta lì appoggiandovisi con le spalle a guardare la sce­na. Poi si accosta a Tita e se lo prende sulle ginocchia).

Pietro                   - (sforzandosi di ritrovare la voce) È vero, Tita, che tu sei contento che tuo pa­dre ti porti un'altra mamma? Diglielo, a tuo padre, che sei contento.

Tita                      - (andando, con gli occhi, in cui le la­crime non si sono ancora seccate, da Pie­tro a suo padre) Se mio padre è contento, anch'io sono contento... come lui...

(L'ultima parola muore in disperati sin­ghiozzi. Pietro spinge il piccolo verso suo padre, che lo stringe a sé in silenzio senza levare la testa).

TELA

QUADRO QUINTO

La camera del Nonno dove, ora, nello stesso letto, dormono i bambini. È la sera del matrimonio. Un vago chiarore lunare che en­tra dalla finestra. Negli intervalli tra bat­tuta e battuta viene dalla cucina un parlare sommesso.

Tita                      - Nat.

Nat                      - Cosa ?

Tita                      - Dormi?

Nat                      - No, non dormo.

Tita                      - Hai pregato?

Nat                      - Sì.

Tita                      - Anch'io, (pausa) Nat.

Nat                      - Cosa?

Tita                      - Il nonno (pausa) è morto in questo letto?

Nat                      - Sì.

Tita                      - (dopo una pausa) Dovremo dormire sempre qui ora?

Nat                      - Sì.

Tita                      - Io ho paura.

Nat                      - Il nonno era buono. (Pausa) E poi gli facciamo dire delle Messe.

Tita                      - Anche alla mamma facciamo dire delle Messe?

Nat                      - Sì, molte di più, a lei.

 Tita                     - Non andremo più ora, ad accendere la candela alla mamma, la notte dei morti ?

Nat                      - Sì che ci andremo.

Tita                      - Non ci lascerà, lei.

Nat -                    - (duro) Staremo a vedere.

Tita                      - Se non sei capace di picchiarla, ti aiuto io. (Pausa) Hai visto? Di là, nella camera di mia madre, c'è un letto nuovo.

Nat                      - È stato il babbo a volerlo cambiare.

Tita                      - Io non dovrò andare a letto in mezzo a loro, come quando c'era la mamma?

Nat                      - No, starai sempre con me.

Tita                      - Volevo ben dire. (Pausa) Il ritratto grande della mamma non c'è più sul cas­settone. (Dopo aver atteso inutilmente risposta) Non dici niente?

Nat                      - Ne sei sicuro?

Tita                      - Va a vedere se non credi. (Dopo una pausa) Anche quello l'ha voluto togliere il babbo?

Nat                      - (silenzio. Lunga pausa. Poi Tita ri­comincia).

Tita                      - Nat.

Nat                      - Cosa?

Tita                      - (con sommessa desolazione) Tu non sai perché è morta la mamma.

 Nat                     - ( d'impeto, credendo che il piccolo aves­se raccolto delle voci) Non è vero!

Tita                      - (continuando) Perché l'ho fatta arrab­biare, è morta.

Nat                      - (sollevato da un gran peso, con tenerez­za) Sciocco.

Tita                      - (quasi piangendo) Sì, per questo. Me Io diceva sempre, che sarebbe morta.

Nat                      - Lo diceva per ischerzo.

(Lunga pausa. Ma nel buio il piccolo cer­vello di Tita lavora).

Tita                      - Nat.

Nat                      - Cosa.

Tita                      - (silenzio. Non osa).

Nat                      - Cosa vuoi? Parla.

Tita                      - (esitando) Se « Lei » muore, il babbo tornerà a sposarsi ancora?

Nat                      - Cosa ti salta in testa?

Tita                      - Dimmi si o no.

Nat                      - No, di sicuro.

Tita                      - (afferrandolo per un braccio) Io la fa­rò arrabbiare ogni giorno, fin che muore. Ma mamma non l'ho fatto apposta a farla morire, e lei una volta in sogno è venuta a dirmelo. Ma questa volta si, lo voglio fare apposta.

Nat                      - (con tenerezza) Sciocco. (Dopo una pausa) Lei non ne ha colpa.

Tita                      - Si che ne ha colpa. Il babbo, lui, non e contento. Meno di noi è contento. (Pau­sa. Poi con odio) È stata lei che l'ha voluto.

Nat                      - Il babbo l'ha fatto per noi.

Tita                      - Per noi?

Nat                      - Si, per noi. Tu non puoi capire.

Tita                      - Allora...

Nat                      - Bisognava fare così. (Si sente che ri­pete parole che sono state dette a lui) Se no, chi la lavora la roba? E la casa?

Tita                      - Allora... tu le dirai mamma quando le domanderai un pezzo di pane?

Nat                      - (silenzio. Allora si sente un armeggiare nel buio) Che fai?

Tita                      - (non risponde, si sente che vuole scen­dere dal letto).

Nat                      - (afferrandolo) Dove vai? Sei matto?

Tita                      - (piange sommesso divincolandosi) La­sciami. Me ne vado. Voi non le volete più bene alla mamma, tu e il babbo. Me la tengo io solo, mia madre. (La sua voce ri­vela come la sofferenza che l'ha spinto ad alzarsi sia stata piti grande della paura).

Nat                      - Resta qui, ti dico. (Pausa) Non hai paura

Tita                      - (continuando a divincolarsi, ma più de­bolmente, per la paura che ora, per le pa­role del fratello, sente più vicina) La­sciami!

Nat                      - Resta. Non le dirò mamma.

Tita                      - Dici davvero? (Si riadagia vicino al fratello).

Nat                      - Ora dormi.

Tita                      - (insiste) Rispondi.

Nat                      - Ora dormi. Ci penseremo domani.

Tita                      - (vorrebbe ancora insistere, ma ha paura, ora. Si accontenta di dire, accettando come fatta la promessa del fratello) Io non le chiederò mai niente. Morirò di fame, piut­tosto.

(Lunga pausa).

Tita                      - Nat.

Nat                      - Cosa.

Tita                      - Scappiamo in America?

Nat                      - (con tenerezza) Sciocco! Dormi.

Tita                      - (desolato) No, tu non le vuoi più be­ne, alla mamma.

Nat                      - (con sommessa disperazione) Taci!

Tita                      - (sentendo che il fratello ha ceduto, e non è più dalla sua parte, si vede solo e dubita anche del suo sentimento) Allora... non è più mia madre quella che è morta?

Nat                      - Che dici!

Tita                      - (continuando) Allora... questa è l'ul­tima sera che preghiamo per la mamma.

Nat                      - Pregheremo sempre, invece.

Tita                      - C'è quell'altra, ora.

Nat                      - Ma nostra madre è sempre quella che è morta.

Tita                      - Se il babbo ha preso questa, vuol dire che quella che è morta non è più no­stra madre. (Scoppia a piangere. Poi tra i singhiozzi, con voce disperata) Io non ne ho più nessuna, ora. (Nat comprende che è inutile provare a spiegargli di più e lascia che si calmi. Di­fatti sedati i singhiozzi, Tita sente il bi­sogno di riavvicinarsi ai sentimenti del fra­tello) Io... non la farò arrabbiare, questa, se vuoi. (Pausa) Ma ci vorrà ancora bene, la mamma?

Nat                      - Sì che ce ne vorrà. Sempre, anche quando saremo grandi.

Tita                      - (desolato) No, non ci vorrà più bene. Già è tanto che non viene più a trovarmi, in sogno.

Nat                      - Perché non lo ricordi, il sogno.

Tita                      - Vedremo stanotte se viene.

Nat                      - Dormi, allora.

(Lunga pausa. Ma poi Tita che pareva stesse addormentandosi ricomincia).

Tita                      - Nat.

Nat                      - Cosa?

Tita                      - Dormi?

Nat                      - Sì, dormo. (Pausa).

Tita                      - Senti... in paradiso, quando anche lui sarà morto, con chi starà il babbo? Con la mamma o con questa?

(In questo mentre giù in cucina si sentono le ultime voci di saluto e di augurio. I pochi invitati se ne vanno, si sente chiu­dere il portone, le loro voci giungono dal­la strada nella camera atraverso la finestra aperta. L'avete veduto? Ha la stessa faccia del giorno del funerale. In nome di Dio, è finita anche questa. Io stavo male a vederlo. Non era uno sposalizio, questo. Eh, il cuore dole, ma santa necessità vuole. Io stavo sulle spine. Avevo il terrore di vedermi comparire tutt'a un tratto sulla porta quell'altro. Dicono che non guarirà più. Anche lui ha avuto la sua.

Queste voci giungono distinte nella came­ra. Nello stesso tempo, si odono sulle sca­le i passi dei due sposi, finché si arrestano davanti alla porta, si sente allora la voce di Zio Gusto)

Zio Gusto            - Che fai? Per di qua.

Lei                       - Vedo un momento dei bambini.

Tita                      - Nat.

Nat                      - Cosa.

Tita                      - Senti?

Nat                      - Chiudi gli occhi, e dormi.

(La porta si apre ed entrano i due sposi. Lei davanti col lume, e dietro lo Zio che si arresta sulla soglia. Ella si accosta al letto, guarda le loro facce sollevando il lume e dice)

Lei                       - Dormono.

Zio Gusto            - (tace un poco immobile, poi) Andiamo.

Lei                       - Tieni (Gli porge il lume e si raccosta al letto. Li copre, rincalza le coperte indu­giando amorevole. Poi se ne vanno richiu­dendo la porta senza rumore).

Tita                      - Nat.

Nat                      - Cosa.

Tita                      - Hai visto? (Pausa) È venuta a vedere di noi.

Nat                      - (silenzio).

Tita                      - E ci ha rincalzato le coperte.

Nat                      - (dopo una pausa) È buona.

Tita                      - (coti improvvisa risoluzione si leva a sedere sul letto e grida) Buona notte, papà. (Egli si è già deciso a dare la buona notte anche alla matrigna, ma pure aggrappan­dosi a un'ultima speranza tace in attesa che suo padre gli risponda. Ma la voce di suo padre non viene. Allora egli continua, cercando di mettere un po' di tenerezza nella disperazione della sua voce) Buona notte, mamma! (Dall'altra camera rispon­dono le due voci degli sposi quasi all'u­nisono) Buona notte! (poi si odono, som­messi, i singhiozzi di Tita).

Nat                      - Tu piangi. (Dalla voce si sente che piange anche lui),

Tita                      - No, che non piango. (Lunga pausa. Poi di nuovo la voce di Tita) Nat.

Nat                      - Cosa.

Tita                      - Non mi hai risposto, prima.

Nat                      - Che cosa mi hai chiesto?

Tita                      - Con chi starà il babbo, quando sarà morto? Con lei, o con la mamma?

Nat                      - (silenzio: non risponde).

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