La cattedrale

Stampa questo copione

LA CATTEDRALE

Tragedia in tre quadri

di MARIN SORESCU

Traduzione di Marco Cugno

PERSONAGGI

Il Sagrestano - accende candele.

Più gio­vane all'inizio, più vecchio dopo - come passa il tempo!

Il Custode - sordo.

Scenario ispirato alla vita delle cattedrali. L'ultima cattedrale vista dallo scenografo.

Vista dall'interno, con occhio attento alla fuga dello stile, gotico. Sensazione di troppo

spazio e di troppo poco tempo. Sul rosone: le quattro stagioni di Breugel il Vecchio, che si vedranno, dì tanto in tanto, per mezzo di un riflettore.

Commedia formattata da

I QUADRO

Il Sagrestano è accanto alla porta e la guarda fissamente. Come in attesa che qualcuno en­tri. Non viene più nessuno alla cattedrale, è chiaro. L'uomo scuote la testa, guarda le pa­reti, scuote di nuovo la testa, si dirige verso l'altare e ritorna con una candela. La posa per terra, ne porta un'altra, poi un'altra, poi qualche bracciata.

Il Sagrestano                 - (in mezzo alla cattedrale, con una candela accesa in mano). Sembra che bruci un'ape... La fiamma va in su, il fumo da una parte. Si deposita sulle pareti: segno che la fiamma ha trovato la sua vera strada. In su.''(Guardandosi intorno) Spesso le pietre sono terribilmente nuove! Terribilmente non annerite. Ghignano come denti di drago.

(Triste) Qui neanche una luce ha raggiunto il cielo... (Piano, con un tono di dolore e quasi di colpa nella voce) Il mio mestiere è di accender le candele e... basta. Mi occupo dei candelieri e dei turiboli. Metto la fiaccola in mano alla gente e basta. Mi ritiro in un angolo e guardo pregare. (Immagina di ve­der pregare la gente). (Rimproverandosi) Chi vuoi che preghi?!

(Passando la candela nell'altra mano, come se gli facesse male) Qui non entra più nes­suno. (Ridendo) Solo io sono venuto, di corsa.

(Grave) Cioè, mi son trovato qui. Mi son trovato qui con una candela in mano a can­tare il «Requiem aeternam! ».

(Sforzandosi di ricordare) Da quando esisto, non ricordo di aver visto qualcun altro entrare.

(Misterioso) È una cattedrale dimenticata. Gli uomini si sono stancati tanto a costruirla che non appena le hanno messo il pinnacolo più alto l'hanno subito dimenticata. Da mol­to, da secoli, avevano incominciato a dimen­ticarla, ma in quel momento l'oblio è diven­tato totale, istantaneo.

(Imitando) « Meno male che è finita anche questa » - hanno detto, e hanno incomin­ciato a pensare ad altro. Certo non ad un'altra cattedrale. Non si fanno più catte­drali. Questa è l'ultima e io sono l'ultimo.

                                      - (Ridendo) Per ultimo è rimasto il sagrestano. (Guardando a lungo i muri bianchi) Il mio fumo non si sente neppure... Chissà cosa si diranno loro, le pietre: « Il fumo del sagre­stano - una bazzecola... ». (Indicando la fiamma della candela) Sembra acqua! (Gesto di disgusto) Se qualcuno mi ungeva sagrestano, ora forse... Ma nessuno mi ha detto di fare il sagrestano qui; mi sono svegliato all'improvviso... così... inutilmente. Succede così con le autounzioni.

 (Scusandosi) Sapete, questa cattedrale è di­menticata, sì, molto dimenticata, e io sono un sagrestano... volontario. (Fa qualche passo) Ho paura a camminare di notte sul pavimento della cattedrale... I passi... (sta in ascolto) ... suonano a deser­to. Il deserto sembra più grande quando vi passeggi dentro. (Meditando) Domani o do­podomani anche questa crolla. Qualche nuo­vo terremoto, qualcosa insomma, e allora... Non ha avuto fedeli, nemmeno quanti ne ha una tartaruga. La tartaruga vive qualche secolo e quando muore ha sempre, il guscio più annerito. Chi diavolo mai si prende la briga di andarle dietro con una candela in mano?! (Cerca qualcosa alla base del muro, a destra, accanto alla porta) Eccola qui. (Sì ferma davanti a una pietra più scura) Pietra, pietruzza, incomincio da te. (Ride,  un po' emozionato. Avvicina la candela alla pietra e incomincia ad annerirla) Il fumo si annida nelle cavità, la pietra prende muschio e licheni, no, muschio senza licheni. La pie­tra prende fumo.

(Ascoltando) Come passa il tempo. Frrr! Frrrrrrrr!

(La candela finisce) Fine, ho vissuto un'altra candela...

(Indicando la pietra annerita) Mi sono depo­sitato su un altro gradino,

(Esaltato) La fiamma se n'è andata in gloria e si è depositata, anche lei, su un muro di fuoco - io lavoro qui alla sua ombra. (Un'altra candela).

(Ridendo) C'illudiamo anche noi, come pos­siamo.

(Con voce spenta, guardando verso l'alto) Perdonami se dubito fin dalla prima pietra.

(Continua il suo lavoro con un certo acca­nimento) Meglio quando tutto avviene in si­lenzio. La candela brucia e basta, non devo parlare con lei. Anche il nostro respiro è un respiro e basta. Un respiro senza com­menti (Pausa) Credevo di riuscire a finire questo macigno prima di un anno. (Invidia) Che fuliggine in quelle casone go­tiche piene di tubi! Eh, sì, hanno tanti di quei secoli... Hanno tante di quelle genera­zioni, sulle pareti. Io, ad ogni modo, sono una generazione sola...

(Quasi per farsi dispetto) Che tu voglia o no... Non so come sarà da altre parti.

(Passa alla pietra vicina) La prima pietra l'ho posta. (Ride) D'ora in poi tutto sarà più semplice. (La seguente) Ecco, amico, se un giorno si decidesse che questo è il centro del cielo, tutti si precipiterebbero qui, fareb­bero ressa, farebbero guerre... per venire a stabilirsi qui, sul muro, per farsi delle case anche... Questa pietra è - mettiamo - l'occhio di Dio e tutti vi si stenderebbero sopra come lucertole. « Ti entriamo negli occhi, Signore, vedici ». Ma così, nessuno, nessuno che se ne occupi minimamente. (Trasalendo) Porto ancora qualche candela. (Si dirige verso il mucchio). (Guardandosi attorno spaventato) Da dove verrà? Da dove passa? O forse sgocciola, istante dopo istante, come la pressione di un dito sconosciuto sul pomo della gola, gonfia di spavento?

(Chinandosi, come per cercare un ago) Io credo che venga dal basso...

(Stesso gioco, in alto) E dall'alto, contem­poraneamente. Sento una vertigine nel ginoc­chio che mi fa piegar le ginocchia... (Meditando) I moribondi potrebbero, con l'ultimo respiro, far girare delle ruote così potenti da trascinar via la terra da questa nostra zona disgraziata. Solo che non gli passa per la testa di soffiare tutti insieme. Moriamo disorganizzati, ecco cos'è. (Soffiando) Spingi questa cattedrale in una zona nuova...

                                      - (Soffia qualche altra volta) Puoi? Non puoi! (Studiando le pareti) Le pietre non sono an­cora state saldate dal fumo della preghiera. Le fessure sono vive.

                                      - (Ridendo) E il mistero s'insinua anche lui per dove può. (Pausa) Nella bocca di ogni morto c'è un imbuto attraverso il quale si versa mistero nell'universo. Io, ad ogni modo, sono una sola gene­razione...

                                      - (Conclusione) La cosa più saggia è che mi occupi pazientemente del mio sasso... (Ri­torna accanto alla pietra). (Gesto da smemorato) Ero andato per pren­dere delle candele. (Si dirige verso il mucchio).

(Prende due candele e ne fa una specie di leva).

(Mette alcune candele a un capo della leva e le lancia verso l'alto) E se ora allungo ancora il braccio di questa leva...

                                      - (Con gli occhi fissi nel vuoto) Chi sei tu, che all'estremità della leva più grande, con un raggio sotto i piedi, la sfiori appena con la pianta del tuo piede d'aria, e il sole s'in­nalza in un sorgere ritmico, perché il braccio della leva è lungo come l'eternità? Ti appoggi appena col gomito, pensando ai fatti tuoi, e la terra s'innalza fino in cima alle foglie. Fin sulla mia cima: i monti incominciano a girare nel gozzo dell'avvoltoio e aiutano la sua digestione - perché il braccio della leva è al di là di ogni immaginazione. E se lo allunghiamo ancora un po' non è più necessario che ci sia qualcuno all'altra estre­mità: il movimento si farà da sé. Un soffio, uno scricchiolio - il meccanismo va da solo. (Getta in alto altre candele con la leva). (Solenne) Io guardo - e le stelle sorgono sull'altro pianeta. Sono debole come una for­mica, ma la mia forza cresce spaventosa­mente sull'altro pianeta e là sono dio -senza saperlo.

(Sorridendo) Si direbbe che sono andato là. Che sono partito per me stesso. (Cercando di minimizzare) Io posso essere ciò che mi passa per mente. Oh pensieri spinti fino all'estremo! (Interrompendo il la­voro) Io vorrei innalzare un inno a questo estremo fino al quale ci è stato dato di pen­sare. Può essere di nuvole, può essere di aria più sottile, può essere di abisso asso­luto. Noi dobbiamo spingerci fin là. Gettia­moci avanti col nostro destino. Fino al­l'estremo...

(Rassegnato) Dopo di che ricadiamo, spez­zati e vinti, sul fondo della nostra nave a fare i galeotti. (Prende due candele, ne ac­cende una) Chi mi aiuta in questa mia vita di galeotto dentro questo oceano pieno di fumo?

(Prende qualche altra candela e ritorna al lavoro. Silenzio per qualche tempo).

(Tecnico) Quelle porose assorbono più avi­damente il fumo. Sembrano occhi morti, punzecchiati dalle formiche. Direi che questa ne ha abbastanza. Bene! Ah sì, ho dimenti­cato la fessura.

(« Saldandola » con la candela) Le linee rette mi mangiano un mucchio di fumo. (Idea) Lasciarle così?

(Convinzione) Impossibile! Se non annerisco le giunture, tutto l'annerimento crolla.

                                      - (Vede una nicchietta) Una nicchietta! Ci man­cava anche questa! Nelle nicchie si versa come nella bocca dell'inferno.

(Lavora come un muratore, stipando il fumo col dito e livellandolo col dorso della mano).

(Si tira su, sospira) Arriverò mai all'altare? (Come per se stesso, esplicativo) Là ci sono i santi... (Nostalgia) Ho sognato tutta la vita di illuminare un'aureola. (Preghiera) Santi, accoglietemi nei vostri ranghi, almeno come comparsa. Voi siete vecchi, forse hanno in­cominciato a dolervi gli anni, dipinti sulle vostre figure nel corso di tante età. Per­mettetemi di sbrigare i lavori più insignifi­canti nelle vostre nicchie e nicchiette. Potrei, per esempio, mangiare la luce all'Ultima Cena e soffiare sulle vostre aureole alla fine delle funzioni. E di tanto in tanto, alla distanza di una mezza parete, farmi imbuto con le mani e urlare, una volta per i cre­denti e una volta per i miscredenti: Alle­luia! Alleluia!

(Forte, con l'eco che rimbomba nelle navate) Alleluia! Alleluia!

II QUADRO

Stesso scenario. Le pareti, fino all'altezza del Sagrestano, sono fiorite di candele ac­cese. Il Sagrestano, più vecchio di una tappa, passeggia qua e là, raddrizza una candela, ne accende un'altra. Da qualche parte, in un angolo, pende a testa in giù un pipistrello, con le ali tese, fantasticamente ingrandite dal gioco delle luci.

Il Sagrestano                 - (guardando con ammirazione) Adesso assomiglia anche lei a una cattedrale. Aveva bisogno di un coro. (indica le candele).

(Emozionato) Adesso è una cattedrale al colmo della consacrazione. (Ascoltando) Sembra che l'erba di fuori pe­netri attraverso il muro, sembra che cresca attraverso il muro. Come le frecce dentro san Sebastiano. (Cercandolo) Dev'essere qui, da qualche parte. Anche lui ascolta l'erba crescere nelle sue ferite. Sente che il suo corpo si riempie di vegetazione.

(Triste) Si invecchia, il secolo se ne va. E dobbiamo riempirci di qualcosa...

(Sorridendo, mentre passa tra le candele) Ringiovanisco nel vuoto tra le candele, in­vecchio quando passo tra la vampa del fuoco. E di nuovo mi rigenero al buio... Proprio come lui: ringiovanisce nel vuoto tra le frecce, dove deve sentirsi onnipotente e vigoroso. (Pausa) Anche la terra ringio­vanisce nel vuoto tra le luci. (Indicando i fuochi) Mancano solo le mani della molti­tudine che si aggrappi a loro come a stelle, quando la terra starà per cadere nel buio...

(Lieve sorriso, guardando le pareti) Dovrei fare anch'io un piccolo miracolo. I miracoli sono ben accetti lassù, se sono messi al servizio di una grande idea. (Solenne) Ti aspetti ad ogni istante di udire vagiti di bambino.

(Aspetta un momento) Io però... se faccio per vagire... (Tenta di vagire) No! Gli organi mi si sono anchilosati: i vagiti si articolano, diventano parola di peccato. Un momento però... (Si stende per terra, con la can­dela in mano).

(Tre farfalle variopinte emergono dal buio e incominciano a girare intorno alla candela). Ecco anche i tre re magi. (Seguendo il volo delle farfalle) Pregano o mi sembra soltanto?

                                      - (Suono d'organo. Si sente una specie di coro) « Signore, la lampada non ci basta più. L'ab­biamo lambita dappertutto con le nostre ali, sulle cosce e sul muso, e siamo un così gran numero in tre, se ti ricordi ancora di quei pellegrini ».

(Una voce sola) « Io ho arato da solo la pia­nura e presentivo da tempo questa luce e l'ho anche sognata con nostalgia su un girasole ».

(Una seconda voce) « Io, quello di destra, vengo da non so dove, da destra ».

(Una terza voce) « Io, quello di sinistra, vengo da non so dove, da sinistra».

(Coro) « Ora giriamo come pazzi intorno alla lampada, signori di tutte le leggi della rota­zione tra i raggi, dove abbiamo acceso per primi il polline preso a destra, a sinistra e nel centro della luce. Poi abbiamo acceso le nostre ali, i nostri baffi di magi, ci siamo ridotti a monconi di magi. Piccoli come far­falle. Ci siamo logorati fin qui, abbiamo sof­fiato calore in tutte le stalle, ma tutte erano deserte... Ora ecco solo un vecchio nell'ul­tima stalla ».

(Minaccioso) « Guarda che non finisca la nostra speranza prima delle ali ». (// coro tace, tace l'organo; il Sagrestano balza in piedi, urlando) Non vediamo da nessuna parte come questo semplice bruciare possa significare un qualche miracolo. (Con movimenti nervosi delle mani spegne le candele. Dal buio) Signore, forse una lam­pada più grande o qualcos'altro. Sono en­trato in risonanza col buio, e tremo nel buio. Sono fatto di vuoti che entrano in riso­nanza col mondo, con echi grandiosi, ogni volta che la terra dà lampi senza alcun serio motivo. O di una serie di peccati, dimenti­cati, perdonati, capitali, che entrano in riso­nanza ogni volta che spunta la luna. Il tic­tac delle cose mi spaventa terribilmente; è inutile spingerle sempre più in là: trasalgo come se mi svegliassi continuamente da me stesso. Ho sentito dire che domani il mio cuore batterà più forte, per questo ora sto sveglio e fingo di parlare o di tacere, fingo di aspettare qualcuno e che il rumore non mi spaventi affatto. (Rumori strani, fru­scio d'ali).

(Accende una candela, accende una dopo l'altra le candele di una parete. Dalla parte opposta si intravede nella stessa posizione di prima il pipistrello, come un affresco). Su, pipistrello, facciamo ombre, moltiplichia­moci con le ombre! (Fa ombre). (Con voce strana) Questo muro è pazzo, non so cos'ha, vedo su di lui tre mie ombre, a tre età diverse. Non ho mai fatto tre ombre sulla terra, al massimo due, una volta di domenica, vestito di sogni nuovi. (Stupito) Ne è apparsa un'altra, si è appol­laiata in alto. Sono il più sonnambulo sulle ombre normali.

(Crescendo) E altre due, come raggi, ai miei piedi.

(Esaminando la candela) Che specie di luce è questa? Come si spande? È vero che nei muri è morta tanta gente: da millenni gli uomini si murano e muoiono. Forse esistono anime non ben masticate dall'oblio, impresse bene nella memoria - qualche brandello d'oc­chio, di ciglia, di caviglia - che ora affer­rano il mio raggio e prendono la mia forma e si accontentano anche della mia forma, pur di potersi reincarnare un'altra volta.

(Conta) Tre, quattro, cinque... (Felice) Sono arrivato a sette. (Triste) Ora se anche camminassi a testa in giù con le mani, non potrei andare oltre il sette. Tutto ha un limite! (Lucido) Tutto ha un limite e io non posso riempire la cattedrale.

(Continua per qualche tempo ad annerire il muro, pietra dopo pietra). Si potrebbe almeno sentire l'organo. Qual­cosa per invecchiare...

(L'altare, emergendo dal buio, incomincia ad illuminarsi) L'altare incomincia a risplen­dere. Sono arrivato all'altare. Ora annerisco l'altare.

(Esaltazione) L'annerimento dell'altare! Sono arrivato qui a fatica, lottando con... (Sospirando di sollievo) Ho alitato un po' di respiro su questi muri. Un po' di brezza... (Appoggia la testa all'iconostasi, stanco) Un tale dipinse una chiesa su un'ottarda. Era l'ultima da queste parti. Le altre erano state uccise dai cacciatori. La chiesa non c'era più da tempo. E lui ne dipinse una su un'ot­tarda. I miracoli di Cristo sulla cresta, sui lunghi baffi delle penne e sulla gola. Poi le ali - su una la passione e la deposizione; sull'altra l'ascensione. Si dice che le due cose si equilibrano. Con un colpo d'ala de­stra innalzi al cielo ciò che seppellisci con la sinistra. E viceversa. Seppellisci ciò che innalzi. Mulino ad acqua a pale. Trasformò in chiesa l'ottarda e la mise in libertà. La rincorreva tutto il giorno per pregare. « Non avete visto per caso la mia chiesa? » - chiedeva alla gente. Un giorno vide pas­sare un tale con lei che gli spenzolava alla cintola, insanguinata... Io però ho la mia cattedrale... Chi potrebbe spararle addosso? E come potrebbe appen­dersela alla cintola? Perché io allora mi af­faccerei alle finestre e griderei, perché si ricordassero di me: «Assassini!», «Assas­sini! ». (Pausa) Vediamo un po' cosa c'è scritto sulle icone. Si sente il rosso d'uovo. (Assorto) I santi escono dal rosso d'uovo come i paracadutisti dall'aereo. Finché ci sarà un uovo, il miracolo planerà su di noi. (Fa per guardare un dipinto) To', mi si è inde­bolita la vista.

(Si porta la mano alla fronte come per scru­tare meglio). Preghi per tanto tempo perché ti si manifesti e quando gli sei accanto non lo vedi più. (Sospirando) Ecco, se stringo le palpebre, non vi s'impiglia nulla. Solo l'aria si lascia prendere, come una pecorella. Mi fa proprio pena, è così mite. E gli occhi su di lei si aprono come petali.

(Preghiera) Spina sul riccio di un cardo, grido di sete per la lana santa. (Crescendo) Oh il cardo che ha smarrito la pecorella, chi lo accarezza e chi lo consola? (Piano) Signore, tu sei la mia pecorella smar­rita, senza di te mi sento dispari. Prendimi al tuo seguito nel tuo mondo infinito o al­meno nella luna dell'orecchio. (Con altro tono di voce) Qui, all'altare, le preghiere si sentono meglio. Ci sono orecchi santi qui ed è come piangervi dentro. Guarda, per esem­pio, quest'icona.

(Accende un'altra candela e ficca gli occhi in un'icona).

(Sorpresa) È vuota. Solo la cornice. (Riflettendo) Il pittore non è più riuscito a farla - sarà successo qualcosa nel frattempo. Nel frattempo c'è sempre posto per qualcosa. (Illumina altre cornici) Il pittore è diventato cieco nel frattempo. O forse, chissà, non esiste nulla per le cornici - e lui le ha  lasciate vuote. Che non esista neanche una aureola? Ecco, se stringo il mio cuore, non vi s'im­piglia nulla... Comunque, sono arrivato lontano, molto lon­tano, il più lontano possibile... (Pensando con spavento) Ci sarà ancora qualcosa?

(Quasi piangendo) Gli alberi crescono, met­tono le gemme, lasciano cadere le foglie e si chiedono: Ci sarà ancora qualcosa? Gli uomini amano, parlano tra loro e muoiono. Ci sarà ancora qualcosa? I morti tacciono, scrutano l'eternità e tac­ciono. Lasciano che l'erba li renda ottimisti fino all'autunno. Allora muoiono di nuovo sulla loro vecchia morte, a mucchi. E tacciono, tacciono, tacciono. (Indicando con la candela la strada per­corsa) Comunque, sono arrivato all'altare... (Pausa di indecisione, poi con calma, con­tinua a illuminare le cornici vuote) Non dob­biamo perderci di coraggio per cosi poco. La candela va tenuta a distanza, come se tutto fosse a posto.

III QUADRO

Lungo le pareti sono comparse delle impal­cature. All'inizio del quadro il Sagrestano può darsi da fare per vedere se tengono. Le pareti sono state annerite fin verso la cu­pola, dove c'è ancora una stretta striscia bianca.

L'uomo sale con difficoltà, sfinito e inco­mincia il lavoro.

Il Sagrestano                 - Si incomincia a sentire odore d'olio santo. Sopra la terra peccatrice c'è uno spesso strato d'olio, che è venuto a galla come l'olio.

(Interrompendo il lavoro) Potrei forse dor­mire sull'olio? Venire a galla completa­mente... (sospirando) ... e friggermi all'infinito! (Appoggia la fronte al muro) Questa luce accesa... Se intorno c'è qualcuno sveglio, vado a pregarlo di chiudere gli occhi. Se nelle vicinanze c'è una sentinella, la co­stringo a fare la pace. Se sotto la finestra c'è un fiore fiorito, vado e me ne sto a guardarlo fino al mattino del giorno dopo. (Passeggiando sulle impalcature) Alle stelle non posso far nulla. Ho calcolato che potrei dormire normalmente su un milione di eter­nità, quando potrebbe prodursi un'eclissi universale.

(Nervoso) Ma non so che fare sveglio fino allora.

(Continua a lavorare).

(Quasi felice) Esiste una voluttà anche nella consunzione. Il limone spremuto deve sen­tirsi straordinariamente bene! « Ecco, sono spremuto completamente. Mi sono disperso nell'etere, ho inacidito tutti gli astri e questo giorno fin nelle profondità...,». (Con un altro tono di voce) La terra, spre­muta tra le nostre dita, osserva anche lei con piacere: « Sono vuota di storia, di geografia, di geo­logia, di anima, di tutto - non esiste più domani, sono spremuta definitivamente». (Sospira).

(Illumina per caso il quadro col martirio di san Sebastiano).

(Sorpreso) Finalmente un uomo felice! (Os­servando il suo corpo trafitto dalle frecce) Che ha preso il suo destino nelle sue mani, nel suo corpo, negli occhi, nel cuore...

                                      - (Illuminando anche quelli che tirano le frecce) Ammetto, la distanza da cui tirano è piuttosto breve. Ma non è permesso pren­dere di mira un santo da meno di tre metri? Non è umano? L'uomo è felice di soffrire, ma non si deve tendere troppo la corda. (Grida, rivolgendosi ai pagani) Non è umano, pagani!

(Al santo) Ora dovrei prendere delle pietre e cacciare questi infami fino al di là della cupola e slegarti da questo albero disgraziato, ungerti le ferite e lavarti i piedi! Sarebbe giusto così! Solo che io non posso far nulla. (Triste) Benché io sia vivo, e loro siano morti.

Sai che cosa posso fare io come uomo vivo? Star qui e piangere. (Piange, ai piedi del santo). (Ricordandosi dì qualcosa) E... a quanto vedo, non c'è neppure l'inferno... Non so se valga qualcosa la sofferenza fuori dell'inferno. (Curioso) Si può soffrire anche fuori dell'inferno? È permesso? Comunque prima o poi finirò per slegarti. E poi mi occuperò degli altri...

(Sussurra all'orecchio)... I santi sono protetti. Quando sono trasferiti, come capita, ven­gono presi insieme con l'intonaco. Con gli uomini è più difficile... (Sorridendo) Io sono partito da solo per il cielo con il mio intonaco. Cerco la Parete, la Parete, capisci? (Indicando il cielo) È là. (Come per se stesso) Dio mi ha fatto cenno da sotto il cielo, un cenno discreto, perché non se ne accorgesse il resto del mondo. Io, ingenuo, credevo si trattasse del solito ful­mine e mi preparavo ad entrare nella terra, perché ogni volta che sono stato colpito da un fulmine, sono entrato, carponi, nella terra, per scaricarmi l'elettricità. (Portandosi il dito alla bocca) Questa volta - è Lui in persona.

(Spaventato) E cosa viene dopo non so. Con­tinuo a pensare, discuto coi santi, faccio di sì con la testa normalmente... Ma... mi ha fatto segno.

(Grave) Il gesto è stato consumato e ora non so che cosa mi attenda.

(Passa oltre).

To', guarda qui una pietra bianchissima! Ecco! (La annerisce) Inzuppo nel fumo il globo terracqueo. (Ride). (Offeso del proprio ardore) Parole sulle pareti.

(Fissandoselo bene in mente) Sì, anche que­sto... glielo dico.

(Tossisce, spegne la candela) Il fumo... (Accendendone un'altra) La cera - anche lei è alla fine.

(Furioso) È da un bel po' che grido al custode di portarmene dell'altra. Per fare un lavoro che duri, me ne occorrerebbe an­cora un carro o magari due... Provo an­cora una volta.

(Grida) Ehi, custode! Custode! (Rassegnato) Ah già, è impossibile! (Confessione) È sordo. Non ha mai sen­tito. E io...

(Di nuovo è soffocato dalla tosse) Non cre­diamo che esistano al mondo uomini così sordi.

(Saggiamente) Ne discutevo proprio col primo del pronao. Mi tenne accanto a sé una settimana, gli piaceva l'odore della cera, lo solleticava. « Forse potete fare qualcosa anche per questi sordi », gli dissi. « No, dice lui, tutto quello che possiamo fare è metterli custodi ».

(Ricordandosi) Io venivo per ultimo, dal nulla... anche lui veniva dal nulla... Solo che su di lui era riuscito a soffiare e si vedeva. Il disastro doveva comunque acca­dere: il cielo allora era giunto a un grado così alto di santità che qualsiasi cosa si fa­cesse - mordere qualcosa o mordere nel nulla, muovere un dito o non muovere un dito - era peccato capitale.

(Forte) La creazione del primo uomo fu il segno della totale e assoluta decadenza del cielo.

(Assorto) Vittima del nostro desiderio di na­scere, ciechi, sordi, storpi, non importa come, pur di nascere un giorno, tra mille, tra duemila anni. Non importa quando, non importa se a fatica...

(Colpevole) Noi eravamo là, venivamo per ultimi. Dal nulla. Siamo stati noi a dargli la spinta, noi ad aprirgli la bocca dai denti scintillanti, noi ad insegnare a questo unico figlio della terra: « Mordi e scatena l'ato­mismo celeste ».

(Dopo una breve pausa) E per questo guarda che razza di custode mi è capitato!

(Grida) Sordo!

(Rassegnato) Devo cavarmela da solo.

(Idea) Tengo la candela accesa solo la metà

del tempo necessario al suo bruciare. La

spengo. L'altra metà del tempo la tengo

spenta.

(Sorridendo) Bruci spenta, affumichi i santi col pensiero. Intorno alla fiamma si aggira la possibilità del suo estinguersi. (Soffia sulla candela) Bene! Ora l'accendo di nuovo. (L'accende) Faccio economia come posso.

(Spiegazione) Non posso arrivare davanti a lui senza una candela intera in mano.

(Immaginando) Lui sta sulle nubi, sono nubi di buona qualità, che lo sostengono. Sono nubi che non piovono quando lui vuole che ci sia siccità, come un diluvio secco.

(Altro tono) Gli scoiattoli, saltando di goccia in goccia, salgono nella pioggia fino alla corona della nuvola buia. Anch'io vorrei, coi miei pensieri, salire il più in alto pos­sibile, dove è possibile la quiete, perché la vita e la morte accadrebbero più in basso di me, come la pioggia sotto la nuvola. (Pausa).

(Passando ad un'altra pietra) Ma così, devo prenderla di pietra in pietra.

(Calmo) È una vita che lo cerco. Dove sei Mosca-Cieca? Tu mi hai bendato gli occhi e non ti posso chiamare che così, come un bambino. (Piange). Dove sei, Mosca-Cieca? Anche le api stanno per finire... (Visione) Nella chiesa gocciolano le api, che vivono il tempo di una candela. Oh, loro sono felici in questa spanna di vita e continuano a fare il miele, più una candela per le api future. I santi cercano di scuotersi di dosso i mi­crobi dei morti portati qui, microbi che si rifugiano sui santi, impazziti anche loro per il male che hanno fatto. C'è un brulichio sulle pareti, tutti si scuotono i lembi delle tuniche, mentre fa gente piange e al morto si fanno tre domande. (Forte, con voce gros­sa, piena di echi)

—Perché sei nato?

—Perché sei vissuto?

—Perché sei morto?

                                      - (Semplice) Semplice come dare il buon gior­no; rispondi, morto, più svelto: ecco il cro­nometro in mano all'arbitro della cupola che ha interrotto il gioco e tiene fra le mani il tuo respiro come un pallone sgonfio... Ecco, il cronometro ha già incominciato a battere. Hai un minuto per ogni domanda.

(Si sente un cronometro). E il morto tace, si è ritirato tutto nella la­crima all'angolo dell'occhio sinistro, dimen­ticata là dall'altro ieri.

(Freddamente) Dunque il morto tace e il cro­nometro fa all'improvviso din-don e diventa campana e la lacrima del morto va in fran­tumi... E i microbi penetrano più a fondo nei santi che cercano di adattarsi alla situa­zione. E l'intonaco incomincia a sgretolarsi... (Alle ultime parole, il cronometro si tra­sforma in suono di campana. Dopo una breve pausa) E io. che cosa devo fare io di fronte a tutte queste cose? La mia mor­te è in contatto con me. (Con tono di preghiera) Che cosa dobbiamo fare noi, gli altri? I più, ma « gli altri »? Dopo che tu hai fatto tutte le cose da solo, che cosa resta da fare a noi, dal fondo delle cose create? Oh se potessimo almeno pio­vere indietro il diluvio e gettarlo in su in quaranta giorni e in un miliardo di notti per punirti dei tuoi peccati! O nevicarlo indietro e volare ciascuno a cavallo di un fiocco verso le stelle avide di neve! E ricoprirti, ibernarti, come prima della creazione e passare nel tuo pensiero come valanghe in sogno. Perché tu pensi un'altra volta ciascuno di noi dal prin­cipio, perché tu ritorni dal principio sui tuoi pensieri e rinunci alla creazione! E ci lasci in pace! (Gridando) Ci lasci in pace. (La porta della cattedrale si apre, scricchio­lando a lungo. Entra il custode).

 Il Custode                    - (grattandosi l'orecchio con la chiave. Vede le impalcature). Ma guarda un po'! (Esce, ritorna con qualche arnese e incomincia a smontarle).

 Il Sagrestano                - (in alto, alle prese col suo lavoro). Lo tocchi quasi. Ma come sfrigola questa candela! Oh se avessi ancora un po' di cera. (Grida al Custode senza vederlo). Ehi! Ehi!

Il Custode                     - (non sente. Tira via un'asse o una sbarra di ferro, qualcosa, e tutta l'impal­catura crolla. Esce).

Il Sagrestano                 - (resta sospeso su nella cu­pola con la sua candela come in un mira­colo). Ora la tengo spenta più a lungo. Soffio su di lei. Il mio respiro la riscalda e ne fa uscire una specie di bruma sottile che si de­posita sulle pareti. Oh se avessi la forza di portare a termine questa costruzione. (Inco­raggiandosi) Non ci vuol più molto. Sono vicino al pinnacolo più alto, come un dito che ha qualcosa da dire. (Curioso) Che cosa avrà da dire? (Allo stremo delle forze) Se non ti fanno male le palpebre quando le chiudi. Se non ti tintinnano le ciglia, come due cortine di frecce avvelenate. Se non ti avvinghia il buio ogni sera, come una porta che ti prende la mano e poi la caviglia e poi la gola. Se non ti avvelenano i denti quando li inghiotti ogni volta che inspiri, rimettendoli al loro posto quando sospiri, in una boxe eterna con l'infinito...

(Decisione brusca) Non la porto a termine. Lasciatemi scendere, una chiesa più nera di questa non posso farla. Non abbiate paura... (Fa per scendere) Piano, piano. Devo tenermi saldo alle impalcature.

                                      - (Si accorge che non ci sono più) Le scale! Le scale in fretta! Chi mi ha rubato le scale? Cado.. Ritorno giù, in basso, alle fondamenta, ac­canto ai santi padri che neppure loro hanno capito altro che di essere santi. Mi stendo accanto a loro, mi tiro addosso una pietra fin su sulla testa, una con l'iscrizione consunta in modo che non si distingua altro che una sfilza di lettere, che per quanto si sforzino non riescono a fare una parola. E sarà bene così... Perché ci sarà quiete - e non si deci­frerà più nulla.

(Si rende conto di essere sospeso nel vuoto)

Dunque, non cado!

(Contrariato) Non è possibile... ho diritto

di cadere, come tutti i corpi. Come tutti i

corpi vivi quando cadono morti.

Come tutti i corpi morti quando cadono e

non risorgono.

(Rassegnato) Vuol dire che è tempo che mi

si mostri. (Timoroso) Signore, sono qui sulla

cima, proprio sulla cima, dove di solito

aleggi Tu.

Io ti ho fatto fumo, secondo le mie forze. Montagli a cavallo e fatti vedere. Ecco, vengo davanti a Te e ti dico:

—Voglio parlarti. E Tu mi rispondi:

—Parla.

(Quasi piangendo) Ora io ti chiedo:

     - Come stai, Signore? Come stanno le tue icone?

Perché Tu hai un milione di antiche icone,

dipinte con perizia da abili maestri, che ti

raffigurano in un milione di volti.

Un monte, un po' d'acqua, un pane.

E io sono venuto per vederti, un volto solo.

E ho cominciato dal basso. Ho pregato con

tutte le pietre, con tutti i santi, ho creduto

in tutte le cose, nelle nicchie e nelle nicchiette e nelle crepe delle pietre.

Ho soffiato il mio respiro su tutte le pareti per salire fin qui.

(La parte superiore del corpo è scomparsa nel vuoto della volta).

Signore, sono venuto a ringraziarti per il fumo.

(Silenzio prolungato) Ora quasi quasi me ne ritornerei indietro... Ci sarà pur riuscito qual­cuno... Sai, che non si creda che neppure il sagrestano... Solo che... dove saranno andate a finire?

Avevo plesso su delle... impalcature... Non potevo arrampicarmi sulle pareti... E ora... appoggio il piede... (terrorizzato) e scivolo in alto!

E tu non ti vedi..., all'infuori di me. Perché non c'è più nessuno più in alto di me. (Come per se stesso) Dio non si vede. E io aleggio sulle nubi, Signore, come te. (Rivelazione) E non posso più cadere, come te.

11 mondo è alla mia destra e alla mia sinistra. E io sono... nel mezzo... (Comprendendo) Io...

(Grida) Io!

(Piangendo) Allora..., peggio anche per me.

(Pausa) E questo moccolo di candela... serve

ancora a qualcosa...

(Si incendia i vestiti).

Lo lascerò bruciare... fino alla fine..

Così, in mia memoria.

 (In alto solo un rogo che getta luci fanta­stiche sulla cattedrale nera).

 Così., in mia... memoria.

FINE

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 0 volte nell' ultimo mese
  • 6 volte nell' arco di un'anno