La cerimonia

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LA CERIMONIA

di

Giuseppe Manfridi

1: Eccoci qui. Come vedi, l’appuntamento è rispettato. Hai fatto tutte quelle storie inutilmente. "Non ci credo che vieni, non ci credo che vieni...", e invece tutto si compie. Come da copione

2: Sembra che me lo rinfacci

1: D’essere qui?

2: Quel ‘come da copione’

1: Fa’ tu

2: Allora sì. Me lo rinfacci

1: Beh, accettalo. Dopo tutte le lagne che mi hai fatto sopportare, adesso, perlomeno, quel che mi spetta lo pretendo eccome

2: In che senso: quel che ti spetta?

1: Le mie ragioni. Che vengano riconosciute le mie ragioni. Che tu, una volta tanto, ti senta nell’obbligo di farlo

2: Le tue ragioni tipo?

1: Essere qui, come mi è stato imposto. Come tu mi hai imposto. E come avresti giurato che non avrei mai fatto. Che non avrei avuto il coraggio, dicevi. O vuoi negarlo?

(2 fa di no)

1: Facendomi espiare in anticipo una colpa che sapevo benissimo non avrei commesso. E che, difatti, non ho commesso. Sono qui. A onta dei tuoi insulti

2: Nessun insulto. Ora esageri

1: E guardate la faccia che fa!

2: La mia solita. E nessun insulto

1: I tuoi soliti

2: Nessunissimo insulto, ti dico

1: Allora, se preferisci, chiamale accuse

2: E di che?

1: Per quanto mi riguarda, una tua accusa può essere anche molto peggio di un insulto

2: Ma accuse di che?

1: Sai quante te ne potrei dire! Di vigliaccheria. Di freddezza. Di egoismo. Di cinismo. Di disprezzo. Di crudeltà, addirittura. Anzi, meglio: di spietatezza. Ah, e di empietà. Una volta ti è scappato pure di dire: empietà. Ancora mi fa ridere. Poi ho scoperto che avevi preso a leggere la Bibbia in una traduzione del Seicento e tutto mi si è chiarito. Non a caso, in quel periodo, il tuo linguaggio si era alquanto modificato

2: No, no. Tutt’al più la mia accusa poteva essere un’altra. E lo è stata. Che poi non era neanche un’accusa, casomai un rimprovero: di disamore. Questa la parola che ho usato, nessun’altra. E’ per questa che hai riso. Lo faresti ancora? Mi hai domandato: "Ma è una parola che esiste?". Per te non significava nulla, per me tutto

1: Una parola da canzonetta

2: Se io non nego il mio, tu non negare il tuo

1: Bene, allora, primo: certi rimproveri mi suonano più insopportabili di certe accuse che, tra l’altro, già mi sono più insopportabili di certi insulti. Primo. Secondo: il tono che hai usato ribadendo quella sola parola anche adesso, diceva né più né meno tutto quello che, con più misera fantasia, ho detto io

2: Cioè?

1: Vigliaccheria freddezza egoismo cinismo e crudeltà

2: A interpretare le cose come ci pare e piace...

1: Interpretare?... Nel dopo in cui ci troviamo, le interpretazioni non valgono un fico. Tutto è solo purissima evidenza. Come un bicchiere sul tavolo. Puoi solo vederlo, o usarlo, ma di certo non chiosarlo o farci note a piè di pagina. Perché sorridi?

2: Mi pareva che detestassi espressioni tipo ‘non m’importa un fico’ o roba simile. Anche riferito a una persona ti faceva orrore, e adesso dici ‘non valgono un fico’. Chi hai frequentato dopo di me?

1: Tu sorridi per non ascoltare, e non ascolti per cambiare discorso. Hai sempre avuto un’abiltà particolare a farlo

2: La domanda resta: chi hai frequentato dopo di me?

1: Fantastico!

2: Che?

1: Cioè, fammi capire: te ne accorgi solo ora quanto valesse la pena domandarmelo?

2: Affari miei. Rispondi

1: E’ per questo che siamo qui?

2: Rispondi

1: Se è un rigurgito improvviso... un po’ fuori tempo massimo, direi

2: Rispondimi!

1: O magari invece no, la domanda non era nemmeno prevista e ha fatto capolino da sé come tutte le cose più importanti che ti ho sentito dire: mai messe in conto, ma tutte scivolate fuori con una disinvoltura da lasciare stupefatti

2: Ma con chi è che parli? E’ con me che parli

1: Appunto

2: Beh, non mi ci riconosco affatto

1: Capirai, tu neanche in uno specchio eri capace di riconoscerti. Perciò li sfasciavi. Sistematicamente. Più ne ricompravo e più ne sfasciavi. Sembrava per caso, ma non era per caso. Tutti, uno a uno. Urtandoli; spostandoli; facendoci cadere qualcosa sopra. Conoscevi tecniche astutissime per simulare la casualità. Tutti a pezzi, tranne uno: me. L’ultimo che ti fosse rimasto in casa. Il più tenace di tutti. E tu che insistevi a non riconoscerti, e io che ho dovuto farlo a tutti i costi. Quasi a nome tuo. Sino a che ci ho rimesso le penne

2: Anche questa la detestavi

1: Può essere che la destesti ancora, ma rende l’idea: a descrivere come sono andate le cose tra noi, rende perfettamente l’idea

2: Intanto non mi hai risposto

1: Neanche tu a me

2: E a cosa?

1: E’ per questo che mi trovo qui? E’ per questo che ho dovuto accettarlo?

2: Per un mucchio di cose. Perciò tanto vale cominciare da questo

1: Cominciare che? Una requisitoria?

2: Niente che sia contro nessuno

1: Troppo gentile

2: Solo una messa a nudo. Perché ti togli quell’orologio?... E ora perché lo metti sul tavolo?

1: (Facendo come 1 ha detto) Perché qui tutto va misurato

2: Non ha più senso

1: Ne ha tantissimo, invece. Non ti sono più in debito di niente. E tanto meno voglio ritrovarmi in credito. Un’ingiustizia che mi rivolterebbe lo stomaco. Sei tu che hai imposto tra noi una contabilità. Dare, avere. Saranno passati anni, ma non dimentico. Ora sono io che ti impongo i miei patti e, per colmo di perversione, guarda caso si tratta degli stessi identici che imponesti tu a me. Contare tutto. Solo contando si potrà poi spartire. Frase tua. Oh, detta per ridere, ma detta. Dagli oggetti in casa, al fiato del respiro. Ora di oggetti contesi non ne abbiamo più, a meno di voler considerare come oggetti i minuti che ho accettato di mettere a tua disposizione. Beh, meglio contarli, non si sa mai

2: Perché parli di minuti? E’ ridicolo

1: Dice ridicolo!... Tu a me!... (E si alza per andarsene)

2: (Inseguendo per riprendere il colloquio seduti) No, aspetta! Domando per capire, giuro. Ti supplico... non fare che adesso, in ogni cosa che dico, debba per forza metterci dentro un ‘perdonami’ che non potrei sostenere. Perché minuti? Che c’entrano ormai i minuti?

1: Perché sono stati il rogo della nostra storia. Le sue fiamme, le sue braci. Non i giorni, non gli anni, e nemmeno le ore. Ma esattamente i minuti. Tutti quanti, uno per uno. Tutti i minuti che tu, non io, hai sempre contato stando con me. Ogni anno, ogni giorno, ogni ora

2: Cioè, in che senso?

1: Ma con chi l’hai vissuta la nostra storia? Ero io l’altra metà coinvolta in questa faccenda, o a chi pensi di parlare? Anzi: poiché, come i minuti, anche le parole continuano ad avere - o hanno ripreso ad avere - un peso micidiale, mi correggo e dico: in ‘quella’ faccenda. Dire ‘questa’ è renderla vicina. Significa quasi starci ancora dentro, invece è lontanissima. Lontanissima, e finita

2: No che non è finita. Ci avvinghia ancora

1: Te lo sogni, questa vittoria non te la passo

2: Hai ragione, ho iniziato male. Perdonami. Mi perdoni?

1: Sei tu che hai appena implorato di non dover chiedere perdono e subito cominci. Te la suoni e te la canti

2: Oh, insomma, piantala di mettere solo steccati! Tu, sempre steccati. Oggi come ieri. Qualsiasi discorso si affrontasse; qualsiasi decisione si trattasse di prendere... sempre e solo steccati

1: Tanto, per quanti io ne possa mettere, tu li sai saltare benissimo tutti quanti

2: Prima mi riferivo a ben altro. Questo di adesso era un semplice scusa. Questione di educazione. E perlomeno di chiedere scusa penso di potermelo consentire. Perciò ti chiedo scusa: scusa per averti aggredito con una domanda che forse poteva anche starci, ma va bene, son d’accordo con te, non da subito. Non da subito. Ciò non toglie che quella domanda abbia un senso e non ne potrai sfuggire, e sai perché? Perché ne va di una risposta che tu non mi hai mai mai mai dato! Ne va di un silenzio in cui hai voluto stritolarmi sino all’impazzimento. Ma va bene, va bene, lasciamola da parte... allora per adesso mettiamola così: nessuno dei due si senta costretto a chiedere perdono all’altro. Né io né te. Sennò finiremmo come la Chiesa, che da un po’ di tempo in qua non fa altro che chiedere perdono a destra e a sinistra, a chiunque e per qualunque cosa: per le crociate, per l’inquisizione, per la ‘shoà’; perdono agli ebrei, ai filosofi, agli zingari... a tutti, tranne che agli amanti

1: Ti tieni al corrente, non pensavo

2: Sono cose che so. Che si sanno. E da un bel po’

1: Sin da prima?

2: Sin da prima. Rimettiti quell’orologio

1: Carino quel ‘tranne che agli amanti’. Molto poetico. Che vuol dire?

2: Per cortesia... l’orologio

1: Assolutamente no

2: Spiegami meglio dei minuti come roghi

1: Parlavi di Inquisizione, un nesso ci sarà. Spiegami tu degli amanti

2: Che i gesti degli amanti, per loro, non smetteranno mai di essere delle colpe

1: A volte lo sono

2: Mai

1: Non essere troppo indulgente nei nostri confronti

2: Mai

1: Noi non siamo stati amanti

2: Cos’è che te lo dice? L’evidenza del presente come fosse quella del bicchiere?

1: Avremmo voluto, ma non lo siamo stati

2: Facevamo l’amore. Lo eravamo

1: Ci penetravamo, e basta

2: Sì, è successo anche questo, ma non solo questo

1: Troppo poco per essere amanti, se il più è stato il peggio

2: Gli amanti possono vivere anche solo nel peggio

1: Ma desiderando altro

2: Io lo desideravo

1: Che? Possedermi?

2: Di più

1: Divorarmi?

2: Anche

1: E allora cosa?

2: Essere te

1: Ah

2: Per questo, non potendolo, ho cercato l’unica strada possibile. Tu sai quale

1: Di divenire come me. Di farmi divenire come te

2: Un po’ è avvenuto

1: Fosse vero, non saremmo né qui, né di fronte. Né sempre e di nuovo spaventosamente lontani, come sempre

2: Penso ai bicchieri del tuo esempio. Mi sa che sono due, non uno. E quello che vedi tu non è quello che vedo io

1: Ma dei due, solo uno è il nostro. Quello che vedo io

2: Quello che vedo io

1: Io

2: Io

1: E va bene, tu

2: Sì, io

(Una pausa)

1: E’ da quando mi stai davanti che aspetto di sapere che vuoi. Spero almeno che le stupidaggini che mi hai fatto dire abbiano reso evidente una volta per tutte come quest’incontro fosse un fallimento annunciato. Hai voluto verificarlo, e io te l’ho permesso. Un sacrificio che pretendo mi venga riconosciuto

2: Si vede che il tuo bicchiere non vale il mio. Per me stanno avvenendo cose enormi

1: Non ne voglio sapere, saranno orribili. Quel che doveva essere, già è stato. Da questo posto orrendo, da quest’incontro sterile, da questo tempo folle, ficcatelo bene in testa, io non mi aspetto certo qualcosa né di nuovo né di più. Semmai, anzi, dovrei temerla. Al punto in cui siamo, di qualsiasi cosa si tratti, non converrebbe a nessuno. Perciò, meglio non aspettarsi più nulla

2: Se tu provassi a ragionare lasciando da parte le tue amarezze

1: Sapevi che le avrei portate con me. Eccole

2: Dimmi dei minuti come roghi. Che vuol dire? Ma senza battute

1: In genere sei tu che ami sviare, non io

2: Allora? La metafora è bella, voglio solo capire se regge

(Una pausa. 1 si alza. Dopo alcuni secondi, 2 fa altrettanto. Poi, risedendosi)

1: Ogni cosa che io abbia ricevuto da te, mi arrivava sotto forma di regalo. Il che all’inizio era bello. Mi piaceva e lo volevo. C’era un accordo fra noi e lo rispettavamo. Tutti e due. Mai detto, ma è così che accade. Quando una storia comincia, c’è sempre un contratto a sostenerla. Silenzioso, invisibile, non dichiarato, ma c’è. Questo era il nostro. I tuoi omaggi ne costituivano il capitolo sostanziale. E il mio modo di riceverli, era ciò che ti davo in cambio io. Non poco. Anche un tuo ‘buongiorno’ lo prendevo come un dono. Dovevo: tu me lo elargivi. Era nel contratto. Mentre il mio, di ‘buongiorno’, non poteva essere che un ‘grazie’ per quello ricevuto. A te l’obbligo di dare, a me quello di ricevere. Così per tutto, sempre. Poi, però, i tuoi doni hanno cominciato man mano a divenire qualcos’altro: concessioni. E di lì a poco le concessioni si sono fatte briciole. Ma di ferro, puntute. E la normalità svanì. Se mai tra noi ve ne fu, svanì del tutto. Ogni istante trascorso insieme prese così a snudare il suo aculeo strepitando: ‘Rigrazia, ringrazia, ringrazia’, e l’aculeo finì pure col farsi incandescente, sino a trasformarsi in pura fiamma. E tante fiamme insieme, fanno un rogo che brucia

2: Affascinante, ma tutto questo non è che linguaggio. Chiacchiera. Bla-bla-bla

1: Linguaggio espresso con il linguaggio

2: Magari un super-bla-bla, ma un bla-bla. Una volta di più è dimostrato che non abbiamo letto gli stessi libri

1: La realtà è linguaggio, la parola è linguaggio. La mia parola trasuda della nostra realtà

2: ‘Ipse dixit’

1: Potrei mostrartelo... ma proprio indicartelo col dito, così... il momento da cui le cose si sono storte

2: Specifichiamo: quali cose?

1: Tra noi

2: Ah. Va’ avanti

1: Potrei, ma non lo farò. Importante, però, è farti sapere che potrei. Importante è che tu sappia di un momento preciso, di un minuto preciso, di un giorno preciso, tra noi due, in cui il virus si è scatenato a infettarci. Un momento da cui tu hai cominciato a ragionare sulla vita che avresti potuto fare senza di me. Se da sempre la tua vita fosse stata senza di me. E se avesse potuto continuare, o ricominciare, senza di me. Chi avresti avuto per amante. Chi avresti lasciato. Chi per sempre. Chi per poco. Sulle occasioni di quella data sera in cui, invece, i tuoi minuti erano costretti a copulare con i miei, in omaggio a me che copulavo con te per dirti grazie del dono ricevuto. E di tutto ciò che costantemente costantemente costantemente non potevo non ricevere; o, fa’ tu, subire; o sopportare

2: A tua disposizione. Sù, indicamelo. Quel momento: indicamelo

1: Ti ho detto di no

2: Che dispetto sarebbe?

1: La tua curiosità è un prurito che non si merita niente

2: Vedi? Te l’inventi

1: Credilo pure. A me sta benissimo così

(Una pausa)

2: Ma io e te... ci siamo amati? Ci siamo mai amati?... Dammi la risposta che ti è passata adesso per la testa: quella lì!

1: Non so di che parli

2: Non mentire, l’ho vista. E’ stata come un frullo. Già non ce n’è più traccia ma nulla è più sincero del tuo colorito

1: Purtroppo non conta molto se ci siamo amati, dal momento che in ogni caso ci siamo comportati come se ci amassimo

2: Parlami, allora, solo del tuo amore per me. E’ stato più forte all’inizio, durante o alla fine?

1: Un tempo sapere del mio amore non ti interessava affatto. Quando dicevi di amarmi, l’unica cosa che ti interessasse era sapere, ti cito, del mio disamore, non del mio amore

2: Perché avevo paura di perderti, è umano. Ora parlami del tuo amore

1: Non posso. Non me lo ricordo più

2: Ma c’è stato?

1: Non me lo ricordo più. Giuro. Sai decifrare il mio colorito. Interrogalo. Te lo confermerà

2: Quindi davvero non ti interessa più nulla, e qualsiasi cosa noi...

1: Parlami tu del mio amore per me

2: Io?

1: Sì, tu

(Una pausa)

2: E’ stato enome

1: A linguaggio risponde linguaggio

2: Cioè?

1: Bla-bla-bla

2: Non è vero. E’ stato enorme. Facile per te non vederlo. Enorme! Ma amare è il meno. Dare la mira giusta: questo è il più difficile. I miei sbagli sono tutti lì. A volte mi sembrava quasi che il mio amore fosse nemico del nostro amore

1: Oh, in linea generale i tuoi sbagli, tu, li hai sempre ammessi. In linea generale. Mai, però, nei fatti concreti. Lì, mai. Dinanzi a ogni singola cosa presa a se stante... assoluzione con formula piena

2: Ti prego, non perdiamoci in piccolezze

1: A me lo dici? Ma se mi sto sforzando di fare la tua parte per dare un minimo di senso a quest’incontro, che hai voluto tu e non io!... Che pretendevi? Che venissi a esibire ancora il mio silenzio? O la mia devozione al tuo?

2: Vederti

1: Beh, eccomi

2: La verità è che non riusciremo mai a stancarci abbastanza io e te. Dico, di noi. E’ questo che ci ha tenuti ostinatamente incollati: l’incapacità di chiuderla con la voglia che avevamo, sempre e disperatamente, di chiuderla per davvero una volta per tutte. Certe coppie come la nostra mi sembrano l’esempio perfetto di un circolo vizioso. Non abbandonarsi mai per potersi abbandonare in qualsiasi istante

1: Ma noi ci siamo abbandonati, altroché

2: Non è esatto. L’abbiamo fatta finita, ma questa è un’altra storia

1: Oh, no. Confondi. Noi l’abbiamo fatta finita molto tempo dopo esserci già abbandonati. Ne avevamo bisogno per poter finalmente cominciare a maturare l’idea di farla finita. Per questo ci siamo abbandonati. E per questo abbiamo vissuto da abbandonati nella stessa casa e nello stesso letto per più di due anni. In una solitudine mostruosa, ma necessaria. Ci è stato indispensabile. Io senza di te, tu senza di me, ma vicini. Se prima c’era un contratto, poi è subentrato un progetto. E di questo, addirittura, abbiamo pure discusso

2: Davvero? Mi sfugge

1: Bugia. La notte della candela. Ricordi la notte della candela? La prima notte senza luce, dopo che avevamo smesso di pagare tutto. Elettricità, acqua, gas e via dicendo. Il telefono è stato il più duro a morire, ma poi anche quello ha finito col soccombere alla nostra determinazione. Le bollette si ammonticchiavano sulla mensola della finestra all’ingresso. Quando ti vidi appallottolarle su un piatto e dargli fuoco, ti ho forse detto qualcosa? No. Mi è stato facile capirti. Quasi ovvio. Il progetto ci abitava. Sia me che te. Poi, dopo qualche giorno - non pochi: qualche settimana, forse - tolta l’acqua, tolto il gas, è stata la volta della luce. Tu dicevi: "Vediamo se una casa funziona come un corpo. Ora la facciamo ammalare..."

2: Mi divertiva seguire il decorso della malattia

1: Pensavi che la luce sarebbe stata la prima cosa che ci avrebbero staccata, e invece è stata quasi l’ultima

2: Come uno divorato dal tumore, ma che abbia un cuore d’acciaio. L’ho pensato o l’ho detto?

1: L’ho detto io

2: Ma perché mi costringi ai dettagli? Proprio quello che volevo evitare

1: Quella notte è un dettaglio che sta ficcato nei nostri destini come le ossa in un corpo

2: Figurarsi. La ricordo a malapena

1: Tu venisti a letto con una candela. Spenta. Mi facesti sentire, nel buio, il rumore dei fiammiferi nella scatoletta. Poi, dopo molto tempo, l’accendesti. Dopo molto tempo, forse un’ora o più, di silenzio assoluto. E di buio. E io niente. Ti lasciavo fare tutto quello che volevi. A quel punto, qualsiasi cosa tu avessi detto, per me sarebbe stata legge. Non perché mi sentissi in soggezione, ma per la certezza assoluta che il tuo pensiero, qualsiasi cosa tu avessi detto, sarebbe stato esattamente uguale al mio

2: E fu così?

1: Che dicesti?

2: Fu così?

1: Che dicesti?

2: "Noi due non faremo mai più l’amore insieme"

1: Era già quasi un anno che non lo facevamo. Stavo per dirtelo: ma se è quasi un anno che non lo facciamo?

2: Ogni notte, per un anno, non lo facemmo quella singola notte e basta

1: Poi pensai: lo sa già

2: La notte della candela, invece, non lo facemmo per tutte le notti future. E fu così

1: "Lo sta pensando come lo sto pensando anch’io. Dirglielo sarebbe inutile", così mi dissi, e non lo dissi. L’amore, se mai ve ne fu, terminò col tramonto di ogni gesto inutile. Detto o non detto ciò, mi addormentai accoccolandomi in quella verità. Una volta tanto, senza bisogno di sonniferi. La mattina dopo, svegliandomi, dovetti riapprendere il mio dolore, proprio come stavi facendo tu al mio fianco. Passammo quasi tutta la giornata a letto. Digiuni e taciturni. Quasi fermi, immobili. Di sera, però, le cose cominciarono a andare un pochino meglio

2: Vero, ce lo dicemmo

1: Era per la sensazione di qualcosa di imprevisto. E che neppure ci spaventava. Ce lo confessammo e ci piacque. Stava iniziando il secondo capitolo della nostra storia

2: Mai stati tanto vicini, io e te, come da quando siamo diventati nemici

(Una pausa)

2: Te l’ho regalato io quell’orologio. E oggi mi si ritorce contro

1: Mi pare giusto. Per molto tempo è stato un tuo presidio nelle mie giornate. Una spia intrufolata in campo avverso

2: Che ti risolve tenerlo sott’occhio?

1: Se non lo facessi, con te so come accadrebbe. Potrei dimenticarmi di tutto il resto, e scivolare nell’interminabile senza neppure rendermene conto. Ma non darti troppe arie. Non è il tuo fascino. Semmai quello dei nostri dialoghi. Narcotizzano

2: Vero. Questo sì. Cominciavamo a parlare mettendo in conto un minuto e se ne andavano le ore. Potevamo avere qualsiasi impegno, qualsiasi appuntamento, che niente: saltava tutto, senza rimedio. La nostra inaffidabilità divenne leggendaria. Quando poi rimergevamo da quel bagno totale di noi stessi, gonfi delle nostre parole, ci sembrava logico che il mondo fosse ancora tale e quale lo stesso che avevamo lasciato. Non era mai così. Ma questo ho dovuto scoprirlo dagli altri, per noi tutto era più che normale. Intanto... amicizie messe in crisi, e lavori che sono andati a farsi benedire. Bastava dirsi, anche solo dalla soglia: "No, aspetta solo un minuto", e il ‘clic’ dell’eternità era già scattato. A volte ci siamo interrotti solo per fame

1: Neanche sempre

2: E non perché si litigasse. Quello è venuto dopo, e, tutto sommato se ci pensi, è stata pure una fase abbastanza breve. Che poi sarebbe stata quella prima del silenzio. Intendo, quella venuta prima della fase del silenzio, che invece è stata la più lunga. Ma poi che ci raccontavamo quando parlavamo così? Tu te lo ricordi?

1: Certo, molto bene

2: Cioè, vuoi dire che ti ricordi proprio gli argomenti?

1: Molto bene

2: Io no. O tutt’al più, in generale. Quello che mi è rimasto più in testa è... no, nemmeno a dire lo spirito, ma l’accecamento di quelle conversazioni. Capaci di divorarsi intere giornate. O meglio, neppure l’accecamento, ma proprio l’abbagliamento, capisci?... L’abbagliamento assoluto e devastante. C’era una tua amica che... no, una mia amica che parlava di ‘bulimia verbale’. Così, testuale. Diceva che avremmo dovuto farci curare, che era quasi una malattia. Perché una volta capitò che cominciammo a perderci un una delle nostre discussioni con lei che era lì presente e ce ne dimenticammo completamente. Di lei. Davvero senza vergogna. Come due che si fossero messi a fare l’amore sul tavolo del salotto sotto gli occhi degli ospiti. La sensazione, a ripensarci, è quasi la stessa. Quando ritirammo sù la testa dopo chissà quante ore di apnea, quella se n’era andata e noi non ce ne eravamo neanche accorti. Poi ci chiamò. Ci parlai io. E chi se lo scorda! Difficile dire se fosse più sconvolta, furente o preoccupata. "Dovete farvi curare! Dovete farvi curare!", l’avrà ripetuto non so quante volte. Ma eravamo così. Cioè, facevamo così. Mettevamo in parole l’universo. Quello di dentro e quello di fuori. Tutto poteva esserne occasione. Anche solo dirsi: "Oggi la machina serve a te?", e via... si partiva. Quei dialoghi colpivano a tradimento. Astuti come volpi, e grandiosi come epopee. Avevano disseminato le loro uova in tutte le ventiquattr’ore delle nostre giornate. Per ogni dove. Un tizio una volta ci disse: "Sono il vostro Maelstrom. Il vostro vortice. Succhia tutto. Non importa quale sia la vostra rotta di quel momento, se il vortice vi prende, la direzione sarà quella voluta da lui, e non ci sarà più niente da fare"

1: E ora ti meravigli se non voglio perdere di vista l’orologio!

2: Mi meraviglio sì. Non ce ne sarebbe alcun bisogno. Qui stiamo parlando di noi, mentre noi, quando parlavamo in quel modo, non parlavamo quasi mai di noi. Di tutto, purché fosse tutto il resto. Pensaci, è così. Era così. Parlavamo degli altri, delle cose degli altri, delle storie degli altri, delle vite degli altri, ma quasi mai di noi

1: Appunto. Oggi io potrei parlare benissimo di te come se tu fossi qualcosa d’altro, e viceversa

2: Non qui. Mi dispiace, ma non qui

1: E se me ne andassi?

2: Fallo, e sarebbe come aver mancato l’appuntamento. Ti metteresti dalla parte del torto, e tutto quello che ho pensato di te e che tu mi hai rinfacciato come una lagna fuori luogo, si dimostrerebbe vero. Lo sopporteresti?

1: Se per questo, anche così c’è qualcosa che sopporto a fatica. E può essere che sia qualcosa di peggio. Ti chiedo un minuto di solitudine. Solo un minuto di solitudine

2: Prenditelo

(2 si alza. 1 rimane a sedere. Poi anche 1 si alza. Infine, i due tornano al tavolo)

1: Nella mia vita ci sono state persone più importanti di te

2: Dopo di me?

1: No. Prima. Prima di te

2: Giuravi di no

1: Ovvio. Si fa. Anche tu giuravi

2: Ma io giuravo il vero

1: Se lo sarà stato, non sarà stato che un caso

2: Ma io sapevo che non era un caso

1: Anch’io avrei giurato di giurare il vero. Ma non lo era

2: E quand’è che l’avresti capito?

1: Dopo di te

2: E’ stato... complicato il tuo ‘dopo di me’?

1: Intenso. Intenso, sì

2: Cioè, bello?

1: Ho capito molte cose

2: Cioè, bello? Più bello?

1: Ho capito che il mio prima di te è stato più bello del mio tempo con te

2: Se lo dici per cattiveria...

1: Magari non più bello. Però migliore

2: Lo dici per cattiveria

1: E se il mio prima di te avesse avuto prosecuzione, ho capito che sarebbe stato più bello che con te

2: Non importa quello che sarebbe stato. Tu hai preferito me

1: Il mio dopo di te ha avuto il potere di ricacciarti alle spalle del mio prima di te. Ecco. A domanda rispondo. E’ così che è andata

2: Dai, allora... raccontami di queste meraviglie tenute nascoste

1: Un giorno mi hai recitato dei versi. Senz’altro tuoi. Dicevano più o meno: "Non guardarmi con quegli occhi che giurano, / domani... domani..."

2: "Domani amerai chi non hai mai amato" - sì, e allora?

1: Innanzitutto non erano stati pensati per me, ma venivano dal tuo prima di me. Eppure, venisti a declamarmeli come se fossero il distillato della nostra vicenda. La sua chiarificazione massima

2: Lo erano. Non importava quando e per chi li avessi scritti. Fu solo con te che si dimostrarono necessari. Offrendoteli, non mi è sembrato di imbrogliare nessuno. Tantomeno te

1: Comunque... col senno di poi - o con quello di prima, fa’ tu - per quanto mi riguarda avrebbero dovuto suonare così: "Non guardarmi con quegli occhi che giurano... ieri amasti chi scoprirai di avere tanto amato"

2: Brutto ritmo

1: Lavoraci di lima, ma il senso è questo

2: Chi era?

1: Se la risolvessi con un nome, che ti risolverebbe?

2: Forse ti crederei. Così non mi convinci

1: E quandanche ti convincessi, che ti risolverebbe?

2: Ma non lo capisci il bisogno disperato che ho - che ancora ho! - di dare una conclusione, o, meglio ancora, una forma... di dare un forma definitiva, stabile, di pietra, di tomba se vuoi, ma definitiva, al magma impuro che è stata la faccenda assurda della mia vita mescolata alla tua. E se dico ‘faccenda’ e non ‘amore’, è per non farmi ridere in faccia una volta di più

1: Una forma perché? Per combinarne un bel pacchetto da buttare a fiume o da portarti appresso?

2: Per uscirne. Me lo devi. Tu sai che me lo devi. Che c’è qualcosa per cui, tu lo sai, me lo devi

(1 fa di no col capo)

2: Sì che lo sai. E’ quel tuo dopo. Quel tuo dopo che tu hai avuto e io no

1: Roba da nulla

2: Ma tu l’hai avuto, e io no, io no, io no. Io... no. Quel tuo dopo che, intanto, qualche danno l’ha fatto, se ti ha regalato un prima di cui neanche sapevi. E contro di me l’ha fatto, contro di me che ancora ho bisogno di starti addosso, e di sapere, e di chiedere, mentre per te tutto questo non è che una stupidata, un fastidio. Una crosta da grattarsi via e basta

1: Parli in modo illogico. Il mio prima sarebbe esistito comunque anche senza quel dopo

2: Tu parli in modo illogico, non io! Anzi: irreale. La vita funziona diversamente. Illogicamente, forse... ecco, mettiamola così. E allora vorrà dire che la logica è questa, e non la tua, che invece è quella del due più due uguale quattro. In natura non si dà nessun due più due uguale quattro. Dov’è? fammi un esempio. Non c’è, non esiste. Come non si dà nessun esempio di metro perfetto. Tu ne conosci? Io no. - Guarda... questo pugno qui è il tuo dopo, e quest’altro è il tuo prima. Il tuo dopo si accende e illumina il prima. Senza quella luce, nessun corpo nel buio. Nessuna figura. Nessuna forma. Niente di niente. Allora, il tuo prima, poveraccio, hai voglia a esistere!... Nessuno se ne sarebbe mai accorto. Tu nemmeno. E il tuo prima sarebbe rimasto quel che doveva essere. Meno di niente al mio confronto. Invece no, si è approfittato del dopo. Tu gliel’hai messo a disposizione, e lui se n’è approfittato. Come te. Gli ha chiesto: "Accendimi, mostrami", e quello l’ha fatto, e lui è esistito, e tu l’hai saputo. Ed ecco quel che è rimasto di me: poca roba. E da come mi tratti si vede. Dici di avere uno spiccato senso della giustizia. Beh, dimostramelo. Quel tuo dopo è un disavanzo che mi devi, e ora finalmente l’ho capito cos’è ciò di cui volevo chiederti conto: è di questo

(Una pausa)

1: Le cose non sono andate così

2: Lo so come sono andate. In maniera per cui era inteso che uno fra noi dovesse trovarsi in debito. E’ toccato a te. Perché guardi l’ora?

1: Me ne vorrei andare. Fammi andar via. Ti prego, fammi andare via

2: No. Se vuoi, vattene. Ma senza il mio sì

(1 si alza. Poi si risiede)

2: Visto? Non ce la fai

1: Cos’è? Hai bisogno di dimostrazioni di forza?

2: Tutti ne abbiamo

1: Parla per te

2: Tu no?

1: Mai avuto bisogno di esibirla con te la mia forza

2: Credi?

1: Sai che ci avrei messo a distruggerti, se solo l’avessi voluto!

2: E non pensi di averlo fatto?

1: Cioè, dici che io avrei distrutto te?

2: Sì, tu me

1: Non osavo immaginare tanto

2: Beh, provaci

1: Cioè, a supporre che io abbia distrutto te?

2: Sì, sì: provaci

1: Se lo dici per ferirmi, sbagli di grosso. Mi inorgoglisce che tu possa pensarlo

2: Non mi stupisco. Il tuo orgoglio è talmente famelico!

1: Ha avuto ottimi maestri

2: Rimettiti quell’orologio

1: Posso andarmene?

(2 annuisce)

1: Davvero?

2: Sì, puoi

1: Sì con il tuo sì?

2: Non lo saprai mai. Va’

(1 si alza e si allontana, ma lasciando l’orologio che 2 prende tra le mani e che poi si mette al polso. Infine, 1 si riaccosta al tavolo, ma senza sedersi)

1: Ridammelo

2: (Mostrandolo) No, visto che l’hai lasciato apposta

1: L’ho solo dimenticato. Ridà

2: Un orologio da polso sente i battiti del cuore, e trasmette al sangue quelli del tempo. Può essere un oggetto magico. Te lo dissi. Allora per enfasi da cerimonia, ora seriamente. Come il fazzoletto di Otello. Un esempio che già ti ho fatto a sua volta e che ora calza benissimo. Smarrirlo o darlo ad altri, cito alla lettera, sarebbe stata una colpa imperdonabile. Desdemona lo sapeva, e nonostante ciò lo smarrì lo stesso. Darlo, o smarrirlo. Nessuno ci fa mai abbastanza caso a questa specificazione, ma c’è, ti garantisco che c’è. Il suo sposo gliel’aveva detto, lei lo sapeva. Perciò l’inganno di Jago fu quasi superfluo. Lui non fece altro che approfittare di un peccato comunque commesso. E perciò lei, a ben vedere, non si ribella neanche tanto quando Otello le fa dire le sue preghiere per strangolarla. Perdere un oggetto magico è lo stesso che darlo a chi lo trova. Cioè, a me. Quest’orologio non è più tuo

1: Già, ma di Jago. Ridà

2: Neanche per sogno. (Togliendoselo e poggiandolo sul tavolo) Ma poiché hai deciso che dovesse fungere da registro contabile, voglio usarti la gentilezza di fare altrettanto. Solo, stavolta, per essere io a segnare quel che mi si deve. Siediti. Il mio orologio dice che il nostro tempo non è ancora scaduto

1: Poi, però, devi ridarmelo

2: Dipende.

1: Da che?

2: Uno: se si comporterà bene; due: se ti comporterai bene; tre: quando l’avrò sfruttato a dovere

1: (Sedendosi obbediente) Sono le violenze che preferisci queste

2: Quelle che mi servono

1: Quelle sulle cose, che non possono ribellarsi

2: Loro non potranno, ma tu sì

1: No, se tieni lui in ostaggio

2: Dunque ti è caro

1: Affari miei. Anche la nostra casa la trattavi così, come un ostaggio nelle tue mani

2: Colpa del tuo feticismo. Bastava spostarti una matita sul tavolo per mandarti in bestia

1: Hai distrutto sistematicamente tutto quello che amavo. Un oggetto che mi fosse caro, era spacciato, non aveva scampo. Alla fine ho dovuto imparare a far finta di disdegnare ciò a cui tenevo per dargli almeno una possibilità di salvezza. Era la tua gelosia. Si esprimeva così. Potevo andare a letto con chi mi fosse parso e piaciuto. Poi, tanto, erano le mie povere cose a dover subire le tue rappresaglie. E neanche a dire per quello che avevo fatto, ma solo per quello che ti faceva rabbia di non poter esprimere. E che, non esprimendo, quasi mi consentivi

2: Allora è successo

1: Lo sto dicendo a prescindere

2: Ma è successo

1: Durante, mai

2: E dopo?

1: Dopo non conta

2: Invece sì. Il tuo dopo mi apparteneva ancora

1: Piantala

2: Piantala tu!

1: Io? Di fare che?

2: Di mentire. Di far finta di essere qui per caso. E di non sapere perché. Come se non lo avessi voluto anche tu

1: No che non l’ho voluto

2: Come ti fa comodo questa storia dell’ostaggio!

1: Prego?

2: Prima dimenticartelo, e poi inventarti che non te ne vai per via dell’orologio

1: Ridammelo e vedi!

(1 sta per farlo ma poi rimane con la mano sull’orologio)

2: Che ti ci voleva a prenderlo da te?

1: A me non piace rubare

2: Sicché, lo ammetti: adesso è mio

1: No, è mio. Ma non mi andava di farne venir fuori una rissa. Tu non aspettavi altro

2: Pensi che abbia voglia di picchiarti?

1: Come sempre

2: E tu?

1: Ora sì

2: Facciamolo. (Leva la mano dall’orologio) Non te lo sto ridando ma è qui, a tua disposizione. Non consentita, ovviamente. Sù, forza, provaci

1: Quando mi andrà, se mi andrà

(Silenzio)

2: Vorrei che tu mi aiutassi a capire una cosa. Se avvenne o no. Un pomeriggio... doveva essere inverno perché fuori non si vedeva niente per l’aria bianca che c’era e noi già non ci alzavamo quasi più dal letto, ricordi?

1: Ricordo il freddo. E il bianco, sì

2: Quel pomeriggio io ho sentito la mia mano muoversi tra le lenzuola sudice verso di te, sino a toccarti. Non ero io a volerlo, era solo lei, la mano, che ti chiedeva qualcosa e glielo lasciai fare; che andasse. E a me sembra che pure tu glielo lasciasti fare. E che poi, mi sembra, ci lasciasti fare anche tutto il resto. Ma avvenne?

1: Fui io a spingere la mia mano verso di te. E tu ti scansasti

2: Io dico dopo la notte della candela: non prima, dopo

1: Fui io

2: Ma no, a me andava tremendamente

1: Però ti scansasti

2: E perché?

1: Avrai capito che lo facevo per te, e che a me andava pochissimo

2: E quante altre volte, prima, era già accaduto che ti andasse pochissimo?

1: Lo sai: te ne accorgevi sempre e ti stava bene

2: E anche tu te ne accorgevi di quando lo facevo solo per te?

1: Non m’interessava

2: Ma quella volta io ne avevo una gran voglia, e allora perché non l’abbiamo fatto se solo questo sarebbe bastato?

1: Ci provammo, non ci riuscimmo

(2 cerca di ricordare)

2: E perché non ci riuscimmo?

1: Forse per tutto lo sporco che ci sommergeva. O per quel tanfo orribile. Da soffocare

2: Sì, casomai per quello. Una delle nostre piaghe. Ma non durò tanto a lungo. Una mattina, il miracolo... respirammo a pieni polmoni e ci guardammo pensando: "Cos’è? Ha smesso o siamo noi che non lo sentiamo più?", eravamo noi. Una barriera dello schifo era superata

(1, cautamente, allunga una mano verso l’orologio. Tentenna. 2 segue l’azione con sguardo fermo. Poi 1 riporta la mano al suo posto presso l’altra)

2: Hai più rivisto qualcuno che conoscevamo?

1: E quando?

2: Dopo. In quel famoso dopo. Nel tuo sfrenatissimo dopo

1: Sentiti un paio per telefono

2: Ah, e chi?

1: Tuo fratello

2: Poi?

1: No, solo lui

2: Hai detto un paio

1: Lui un paio di volte

2: Ha chiamato chi? Tu?

1: Sì

2: Come mai?

1: Voglia di sfogare

2: E come l’ha presa?

1: Poi non l’ho fatto. La seconda volta ha chiamato lui

2: Perché non l’hai fatto?

1: Perché non dovevo, sarebbe stato sbagliato

2: Per tenere la tensione bene in caldo?

1: Se ti piace metterla così

2: Dico per semplificare

1: Quando ha richiamato era tutto sorpreso

2: Capirai, tu che gli telefoni non era mai successo

1: Mica vero

2: Allora lo facevi di nascosto. Non mi sorpenderebbe. Ti ha sempre fatto pena

1: Giustamente. Era malato

2: Matto, non malato

1: Soffriva come un cane. La sua vita è stata solo un calvario tra casa e ospedali

2: Manicomi

1: Peggio

2: Sono cresciuto all’ombra della sua sofferenza. Se ne parlò così è perché me lo posso permettere: è un diritto che mi sono guadagnato

1: Vuoi saperlo? Lui, per me, è stato il primo segnale d’allarme nella nostra storia

2: Temevi che gli somigliassi?

1: Dico, scoprire come lo trattavi. Era tuo fratello e non ne avevi pietà

2: Pietà o non pietà, gli ho dato tutto: soldi, cure, soccorso

1: Ti ingelosiva che io non condividessi la tua durezza

2: No, mi faceva rabbia che tu mi giudicassi per qualcosa che non sapevi, e senza capire quanto lottassi per tener lontano il suo inferno da noi

1: Dal nostro?

2: Prima che lo divenisse

1: Ti amava

2: Mi perseguitava. Me, e tutto quello che mi apparteneva. Perciò, anche te

1: Il mondo di fuori si comportava allo stesso modo. Lui ne era solo un avamposto

2: Ti ha chiesto di me? Ti avrà chiesto di me

1: Neanche tanto

2: Ma sì, naturale

1: Perché naturale?

2: So come fa. Domanda di me, e poi implora di non farmelo sapere

1: Con me non l’ha fatto

2: Anche nostra madre usava la stessa tecnica

1: Ti dico che non me non l’ha fatto

2: Lo avesse fatto, questa tua risposta ne sarebbe la prova

1: E va bene, l’ha fatto

2: Non c’è bisogno che mi accontenti per forza

1: Allora no

2: Appunto

1: Comunque si capiva benissimo che soffriva la tua mancanza

2: E da che?

1: Ti sembrerà assurdo, ma proprio da come evitava di nominarti

2: E come, sentiamo?

1: Ritagliava dei vuoti

2: Ma va’...

1: Vuoti che pronunciavano il tuo nome, e che ti descrivevano perfettamente

2: Che artista!

1: Giuro

2: Si impicchi

1: Se non te ne frega niente, perché me lo domandi?

2: Conferme. Non ne abbiamo mai abbastanza

1: Io non te ne ho date. Anzi

2: Non pretenderai di conoscere la mia famiglia meglio di me!

1: Forse sì

2: Già, e magari anche me meglio di me

1: Un tempo ti lusingava

2: Un tempo mi lusingava lusingarti

1: Un tempo ti conoscevo davvero

2: E a quel tempo te lo riconoscevo

1: A quel tempo non volevamo che seguisse altro tempo

2: Ci abbiamo provato, e per un po’ è durata

1: Per un po’?

2: Ne valeva la pena che fosse solo per quel po’?

1: Ma, sinceramente, tu speravi in molto di più?

2: Riecco il tuo cinismo

1: Per me non si tratta che di senso della realtà. Una coppia, in fondo, è come una persona: ha i suoi limiti. Nessuno ha il diritto puntare più di tanto su di sé. E’ una presunzione assurda, non regge

2: Cinismo... buongiorno. L’aspettavamo

1: Come se io mi vantassi di correre i cento metri in otto secondi e ci credessi sul serio. Poi tutto verrebbe deformato. Con le coppie è lo stesso. Dimmene una che non ragioni in questo modo. Sia quelle che si amano, sia quelle che si scannano

2: Come noi

1: L’umanità è una mandria di psicopatici. Alcuni soli, altri no

2: Finito?

1: Perché, non è così?

2: Finito?

1: Finito

2: Insomma, noi come coppia avevamo i nostri limiti...

1: Naturalmente

2: Deformavamo...

1: Naturalmente

2: E più di tanto non avevamo il diritto di pretendere...

1: Ma sì, naturalmente

2: Però dici pure: due che si amano

1: Io dico quello che mi serve per farmi capire. Punto. A piazzare tranelli, basti tu

2: Mi limitavo a osservare

1: Vomitando il tuo narciso dappertutto

2: Bum

1: Nulla per te che valga, se non come riferimento a te

2: Semmai, a noi. Da molto tempo, oramai, parlare di me o parlare di noi mi sembra che sia la stessa identica cosa

1: Diciamo sempre grazie al tuo narciso

2: No, perché penso che ce lo meritiamo

1: Ma non lo sai. Io non mi fido più di quello che pensi tu. Già mi ha fatto fare troppe cose sbagliate

2: Dinne una

1: Beh, sceglierti. Ti basta?

2: Invece lo rifaresti di nuovo

1: E tu me: mi sceglieresti ancora?

2: Certo che ti sceglierei. Non potrei fare altrimenti. E proprio questo è il punto: che tu la nostra storia te la scrolli di dosso come un peluzzo, mentre per me noi due eravamo imprescindibili

1: Cioè, fammi capire, tu sentivi - dico nel senso di coppia, io e te - ti sentivi che eravamo come due che avrebbero potuto correre i cento metri in otto secondi?... Per te, insomma, noi due eravamo una coppia così?

2: No, certo, ma per ogni cosa esiste la possibilità di una prospettiva... la voglia di crescere, di andare oltre. E se noi li avessimo superati i nostri limiti?... (Silenzio) Perché? Non può essere?... (Silenzio) Li abbiamo superati?... (Silenzio) Rispondi, li abbiamo superati o no?

(Uno scatto della mano improvviso e 1 agguanta l’orologio. La reazione di 2 è immediata e vola uno schiaffo. L’orologio viene gettato via. 2 va a riprenderlo. Di nuovo seduti)

1: Me lo sono riguadagnato?

2: (Spingendo l’orologio verso 1) E’ successo di peggio. Non me ne importa più niente. Sia che te lo riprendi e resti, sia che te lo riprendi e scompari

1: (Rimettendosi l’orologio al polso) Lo riprendo e resto

(Una pausa)

2: Li abbiamo superati?

(1 annuisce)

2: Ti è piaciuto averli superati?

1: L’ho voluto e basta

2: No, sono io che te l’ho fatto volere

1: Va bene, tu

2: Ti è piaciuto averli superati?

1: Cancellare, cancellare. Non volevo altro. Cancellare. Superare i limiti è stato concellare: nient’altro. Non volevo altro. Era moltissimo, ma non volevo altro. E per averlo, bisognava riuscirci. Non sarebbe bastato provarci. Bisognava riuscirci

2: Beh, operazione compiuta

1: Fermarsi a metà avrebbe significato quel genere di purgatorio che fa sognare l’inferno

2: Operazione compiuta

1: Senz’altro

2: Ciò vuol dire che un po’ siamo stati bravi

1: Un po’

2: Sempre un po’. Non c’è mai verso di farti fare un passo avanti

1: Non lo hai ancora capito che per te ‘un po’’ significa solo ‘un po’’, mentre per me è tantissimo?

2: No, mi giunge nuova. Peccato, a saperlo avrei potuto convertire parecchie delusioni in un bel mucchio di soddisfazioni. Vedi, sembra che parliamo una sola lingua, in realtà siamo sempre in terra straniera

1: Confidavo nella tua perspicacia

2: Tu confidavi e io fraintendevo. Chissà quante altre volte avremo commesso lo stesso errore?

1: Tutto sommato, poche

2: Di sicuro non quando ho capito le implorazioni dei tuoi sguardi muti. Lì era impossibile sbagliarsi. Quegli sguardi di quando non avresti avuto nessuna necessità di tenermi gli occhi addosso e invece lo facevi. A ostentare silenzio. Nei momenti più assurdi della giornata. Mi aspettavi così quando uscivo dal bagno. Oppure quando mi vestivo. O standotene alla finestra mentre attraversavo il cortile. Guardavo sù e ti vedevo. Non era mai accaduto e divenne un’abitudine. Con una mano tenevi scostata la tendina e io ti vedevo dietro il vetro fissarmi di pietra. Sia che uscissi, sia che rientrassi. Stavi sempre lì. Il tuo lavoro a quel tempo languiva un po’. Ti trovavi spesso a casa, te lo potevi permettere. E iniziò così il rito delle occhiate taciturne. Beh, per me tutto questo non è mai stato un punto interrogativo. Anzi. Il messaggio era chiarissimo. E così, senza dirci nulla, abbiamo smesso di pagare le bollette

1: E di rispondere al telefono finché ha smesso di squillare

2: Non vedevamo l’ora. Giorni e giorni è durato quel martirio

1: Sarebbe bastato abbassare la suoneria

2: Già, perché non lo abbiamo fatto?

1: Si vede che faceva parte del progetto

2: Driiiin... driiiin... driiiin... driiiin...

1: (Con le mani sulle orecchie) No, ti prego! Anche qui no!

2: Driiiin... driiiin... driiiin... driiiin...

1: (c.s.) T’ho chiesto per favore!

2: E anche la porta... driiiiiiiin.... poi bussavano pure.... bum bum bum

1: Guarda che me ne vado sul serio!

2: E la posta che scivolava di sotto

1: E i dialoghi origliati

2: "Eppure dovrebbero esserci... non mi pare che siano partiti..."

1: "Figurarsi, li avrei visti..."

2: "Poi di solito passano sempre ad avvertire..."

1: "A quanto mi risulta, tutto sommato è gente corretta"... ti ricordi? Ci fu uno che disse proprio così: che tutto sommato eravamo gente corretta. ‘Tutto sommato’... e a noi venne pure da ridere

2: Quei cretini avevano organizzato la riunione di condominio a casa nostra

1: Cretini noi a dirgli di sì

2: Ci sembrava buffo

1: Ah, lo fu, altroché

2: Con noi lì, a rannicchiarci dietro la porta

1: Tutti sul pianerottolo ce li siamo ritrovati

2: A discutere dell’amministratore che andava cacciato

1: E dello scantinato da restaurare, e delle varie ed eventuali

2: Poi è arrivato il giorno in cui tu hai chiuso a chiave e hai buttato il mazzo fuori dalla finestra

1: Gesto inutile. Molto spettacolare, ma inutile. Il portiere venne sù a riportarcele dieci minuti dopo

2: Difatti dicesti: avremmo dovuto spezzarle nella serratura

1: Vero, ricordo

2: E fu lì che proponesti di fonderle

1: Idea scema. Meglio la tua: di sbeccarle a martellate

2: Richiudemmo, e lo facemmo

1: Pum pum pum pum pum pum

2: Pum pum pum pum pum pum

(Ridono)

1: E quella volta che venne tuo fratello...

2: Dopo una vita

1: Ma venne. E driiiin... driiiin

2: Col terrore che potesse entrare

1: Difatti stava per farlo

2: E io, allora, che piano piano andai a mettere il catenaccio

1: Dio solo sa come riuscisti a non farti sentire

2: Per me se n’è accorto eccome

1: Macché! Se n’è pure andato via zitto zitto...

2: Appunto perché se n’era accorto

1: Dici?

2: Dico

1: E secondo te cosa avrà pensato?

2: La verità?

1: No, non credo

2: Certo è che ci preoccupò

1: Più te. Dicevi che sarebbe stato capace di tornare a buttare giù tutto

2: Matto com’era

1: Tanto che la nostra ultima telefonata a chi fu? A lui: per avvisarlo che eravamo all’altro capo del mondo

2: E che ci lasciasse in pace

1: Funzionò. Ci credette

2: Però tornò

1: A dormirsene sullo zerbino

2: Come un cane rimasto senza padrone

1: Ho ancora nelle orecchie l’urlata di quando lo cacciarono la mattina appresso

2: Però tornò

1: E chiamarono le guardie per portarlo via

2: E ritornò di nuovo

1: E poi quelli dell’ospedale

2: Del manicomio

1: Che lo sentimmo dar fuori di testa mentre lo trascinavano a peso morto

2: Neanche lo stessero spellando

1: Gridava il tuo nome. Era il tuo nome che stava gridando

2: E non tornò più. Né lui, né altri

1: E noi una volta per tutte, allora...

2: Smettemmo di uscire

1: Una volta per tutte

2: E di fare la spesa

1: E di bere

2: E di mangiare

1: Già avevamo smesso

2: Non per obbligo

1: Tu ne soffrivi più di me

2: Ma non fui io divorarmi il mangime del criceto

1: Non fui io a bere dall’acqua della tazza

2: Ma smettemmo

1: E resistemmo

2: Tenemmo duro

1: Insieme però

2: E vicini

1: Vicinissimi

2: Come mai lo eravamo stati, ammetti

1: Incollati

2: Incatenati

1: Nello stesso letto

2: E sudiciume

1: Il nostro

2: Nei nostri odori

1: Nei liquidi

2: Dentro di noi

1: Tra noi

2: Noi due

1: Contro di noi

2: Contro tutti

1: Contro di te

2: E contro di te

1: Però più contro di me

2: No, di me!

1: Con quel patto, ricordi?

2: Di una parola al giorno

1: Ricordi?

2: Benissimo

1: Solo una al giorno

2: Una tua e una mia. Una per uno

1: Alla luce del tramonto

2: No. La mia al risveglio, la tua al tramonto. La tua al tramonto

1: Sarebbe stato...

2: Lo dissi io! Questo però lo dissi io

1: Che? Sentiamo

2: Lo sai cos’è che dissi. Quello che stavi dicendo tu

1: Sù, dillo

2: Che sarebbe stato il nostro ultimo colloquio

1: Già, l’ultimo. Parole tue, pensiero mio

2: L’ultimo. Ma l’ultimo per davvero

1: O almeno l’ultimo tra noi

2: Poi basta

1: Poi via

2: O uno dei due

1: O tutti e due

2: Via da quella casa

1: E da noi

2: Ma poi dissi davvero colloquio? Non mi sembra

1: Forse discorso

2: O lite

1: O dialogo, può essere

2: Ma non colloquio. Non credo

1: Discussione?

2: Non credo

1: Potrebbe

2: Non mi suona

1: E se invece non lo dicesti affatto?

2: Scherzi!

1: Lo avremo solo pensato, e ora magari ci sembra che uno dei due l’abbia detto per davvero

2: Beh, in ogni caso, non sarebbe ‘colloquio’ la parola che avrei pensato io

1: Come uno dei nostri, comunque

2: Di quei soliti

1: Soliti e assurdi

2: Interminabili

1: E soprattutto inutili

2: Ma nostri

1: Malededetti

2: Benedetti

1: Maledetti benedetti come...

2: Come?...

1: Lo so io come

2: Come che?

1: Come il corpo divaricato, ecco come

2: O come il bastone nel corpo, ecco come

1: O come l’osso che penetra l’osso, ecco come

2: O come la carne che avvolge la carne, ecco come

1: Così, ecco come

2: Così, ecco come

1: Già, proprio così

2: Già, proprio, senz’altro così

1: E la mia prima parola fu... quale fu?

2: Giochiamo

1: E la tua fu?

2: Giochiamo

1: La mia seconda, il giorno dopo, fu...

2: Dadi

1: La tua invece fu un gesto

2: Te li portai

1: Quel colloquio, o dialogo o discorso o frase infinita - scegli tu che preferisci - durò mesi e mesi

2: E sarebbero bastati pochi minuti appena

1: E davvero fu proprio così: che bastarono pochi minuti appena. Ma sparsi per infiniti tramonti e innumerevoli risvegli. Una parola alla volta. Una alla volta. Una tua e una mia. Il patto venne rispettato fino all’ultimo

2: Mica fu difficile

1: Disattenderlo: questo sarebbe stato molto più difficile

2: E giocammo la nostra partita a dadi

1: Ma prima stabilendo punto per punto sia l’esito del gioco che quello del progetto

2: Il che significò... quasi un anno

1: Quasi

2: Mentre ci bastò solo una settimana per dirci che la soluzione migliore sarebbe stata la corda

1: E per trovarci d’accordo

2: E che non doveva essere insieme.

1: No, non insieme

2: La prima cosa che non avremmo fatto insieme dall’origine di noi due insieme

1: Almeno questo no. Non si doveva farlo insieme

2: Un’altra settimana per dirci: va bene. A te sta bene? A me sta bene

1: E lanciammo di nuovo

2: E quei dadi petulanti decisero così: che toccasse a me e non a te di inaugurare il terzo capitolo della nostra storia salendo sullo sgabello

1: Che io ti strappai di sotto

2: Restandotene di là, con il tuo dopo a disposizione

1: Il patto era: nella prossima ora dopo di te

2: Pure tu

1: Pur io

2: L’hai mantenuto?

1: Eccomi qui

2: Eccoci qui

1: Noi due insieme. Non di nuovo

2: E mai più, mai più da soli

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