La colpa è sempre del diavolo

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due tempi di Dario Fo

Elenco dei personaggi

Condannato

Nerbatore

Amalasunta

Giudice

Contadino (Antonio dei Mulini)

Contadina, moglie di Antonio

Donna, strega

Brancalone

Accusatore

Marco

Sorella di Marco

Barnaba da Jacovazzo

Presunto Duca

Monaco

Servo scemo

Duca (Gian Galeazzo)

Caterina, ancella della Duchessa

Duchessa, moglie di Gian Galeazzo

Capitano delle guardie

Stregone

Manichino del Duca

Condannati, comunitardi, guardie

PRIMO TEMPO

SCENA PRIMA

L'azione si svolge tra la fine del XIII secolo e la metà del XIV, in Lombardia.

Prima ancora che si apra il sipario, si sentirà cantare in tono quasi liturgico.

La canzone è tratta da rispetti ereticali lombardi del XII e XIII secolo di cui troviamo tracce anche in Bonvesin della Riva.

Di poi che Dio sapeva, avanti lo crearlo,

che per un sol peccato l'uom si saria perduto,

con tutto che poteva, volendolo, salvarlo,

creandolo più forte, più santo e provveduto;

di poi che Dio sapeva che si saria tradito,

cosi d'esser punito: crear non lo doveva.

Crear non ci doveva per esser giudicati,

salvati o inabissati secondo li peccati

da Lui già preveduti, a noi già destinati.

Di poi che Dio conosce, avanti il farci nati,      

se in terra sarem santi oppure scellerati,

perché far recitare a ognuno sta commedia,

dicendo: « va' a soggetto », che invece è già stampato?

Che sia perché a star solo nel cielo s'è annoiato?

S'è messo a far l'autore per non morir d'inedia?

Perché far recitare a ognuno sta commedia?

A sipario aperto, sulla scena quasi buia rappresentante il por­ticato del brolo, vediamo sfilare dei condannati vestiti col clas­sico saio di juta degli « insaccati », incatenati l'un l'altro, che cantano le strofe di cui sopra. Nel bel mezzo del loggiato, co­stretta in ceppi, sta una ragazza. Alla fine della canzone escono gli eretici ed entra il nerbatore con un condannato. Il condan­nato viene messo ai ceppi presso la ragazza, in una gogna a due piazze.

condannato (indicando gli «insaccati» ormai fuori scena) E quelli chi sono?

nerbatore Sono degli eretici che hanno preso dalle parti di Monforte: li bruciano tutti quanti domani.

condannato    E perché ?... Che hanno fatto ?

nerbatore Ah, niente di speciale... Soltanto che sono dei mat­ti: pretendono che i cattolici applichino il Vangelo alla let­tera, figurati!

La ragazza ascolta con interesse.

condannato    Beh, che c'è di tanto strano?

nerbatore Ma, dico, vuoi scherzare?... L'hai mai letto tu il Vangelo? Basterebbe quel pezzo dove il Signore dice agli apo­stoli che non dovranno portare ai piedi nient'altro che calzari, che non dovranno tenere borsa alla cintola con quattrini, né scorta armata, né servi...

condannato    Sì, va bene, e con questo?

nerbatore Come, con questo?... Ma non ti rendi conto che se si applicasse questa regola sul serio succederebbe il pandemo­nio? Te li vedi tu, i nostri capintesta costretti ad andarsene in giro a piedi nudi dentro i sandali, soli, senza portantina, senza l'anello al dito da far baciare?... Senza contare che non dovreb­bero possedere, che dico un palazzo, ma neanche una casa pro­pria, e vivere come gli ultimi dei pezzenti (pausa, poi, ironico con sghignazzo) e contenti!

condannato    Io continuo a non capire cosa ci sia di tanto strano.

nerbatore Ah, beh, se ragioni a sto modo ne farai tanta di stra­da, specie dopo sto processo.

condannato    Perché?

nerbatore    Non so: questione d'intuito.

Entrano: il giudice, alcuni testimoni, guardie e pubblico. Il giu­dice si va a sedere su di una cattedra sopraelevata, una specie di grande seggio gestatorio.

giudice Seduti e silenzio. (Rivolto al nerbatore, indicando il condannato) E questo che ci fa qui? È già stato giudicato ieri.

nerbatore Ma, se si potesse rigiudicare... Siccome il giudice che l'ha giudicato ieri è stato piuttosto severo con lui...

giudice (seccato)    Portalo via!

nerbatore    Io ho insistito parecchio, ma lui mi ha risposto...

giudice    Vuoi che ti faccia tagliare un orecchio?

nerbatore Ha risposto proprio così. (Al condannato) Mi spia­ce, t'è andata male. (Lo strappa letteralmente fuori dalla go­gna, senza sbloccare i ceppi che serrano le caviglie).

condannato (si trova a piedi nudi: le scarpe sono rimaste prigio­niere nei ceppi)   Le scarpe!

nerbatore Ma che scarpe! Pensa piuttosto alla testa! (Altro strattone: il condannato va a sbattere la fronte contro un pila­stro). T'ho detto adesso, di pensare alla testa.

Escono.

giudice   A chi tocca per primo?

ragazza    A me, signor giudice.

giudice    Brava. Liberatela. (Una guardia la toglie dai ceppi). Sai che devi dire la verità, la sola verità? (Scende dalla cattedra tenendo un grosso volume in mano).

ragazza    Sì, lo so.

giudice Allora, posa una mano qui, e giura. (Indica il fronte­spizio del volume).

ragazza (esegue)   Giuro.

giudice Bacia. (La ragazza accenna un bacio, sempre sul fron­tespizio del libro). Come ti chiami?

ragazza    Quando?

giudice    Come, quando?                                        

ragazza Chiedo quando, in che occasione, perché, sapete, io mi faccio chiamare con tanti nomi... Dipende dalle circostanze: dove sono, con chi sono, per chi mi voglio far passare. Non è proibito inventarsi dei nomi, vero?

giudice Non mi interessano i nomi che ti dai tu. (Torna in cat­tedra) Voglio il tuo nome di battesimo.

ragazza    Quale battesimo?

giudice    Come, quale? Hai avuto più battesimi, tu?

ragazza    Che io ricordi, non sono mai stata battezzata.

giudice (scandalizzato)   Non sei mai stata battezzata?

ragazza Ho detto: che io ricordi... Perché voi vi ricordate di quando vi hanno battezzato?

giudice Ma che discorsi! No di certo: ero appena nato, quindi troppo piccolo per ricordare...

ragazza    E voi pensate che io sia nata già grande?

giudice (rizzandosi in piedi)   Dico, stai sfottendo?

ragazza (scende dalla gogna appoggiandosi ad una stampella e va verso il giudice zoppicando vistosamente) Per carità, chi sfot­te? Mia madre ha sempre detto d'avermi battezzata...

giudice    Oh, ecco, ci siamo.

ragazza Sì, però, se voi aveste conosciuto mia madre, non vi dareste troppo per convinto. Era una tal bugiarda!

giudice    Va bene, ma ti avrà pur chiamata con qualche nome...

ragazza    No, non mi chiamava mai, fingeva di non conoscermi.

giudice    E perché?

ragazza    Aspettava un maschio! Una volta m'ha chiamata Maometto.

giudice    Maometto?!

ragazza Era al tempo in cui soffriva di crisi religiose... Ad ogni modo, se voi preferite chiamarmi con un nome da donna, fate pure: io non mi offendo.

giudice Fra poco ti offendo io, ma sul serio! Vogliamo andare avanti? Sai almeno di che cosa sei stata accusata?

ragazza Sì, lo so, ma non me la prendo: se ne dicono tante sul mio conto, che se dovessi arrabbiarmi per ogni stupidaggine...

giudice Ah, stupidaggine!... Le chiami stupidaggini: truffe, rag­giri, estorsioni, stregoneria, e son tutti qua i tuoi turlupinati, tutti qua, pronti a deporre sotto giuramento.

ragazza    Lasciateli liberi che io li perdono.

giudice (batte un gran colpo sul bracciolo del seggio) La vuoi piantare? O preferisci che ti faccia assestare subito una decina di frustate in acconto?

ragazza Ma non dovete arrabbiarvi, signore. Io ho detto con molta serietà e convinzione che li perdono, perché sono certa che riuscirò a dimostrare che sono dei calunniatori!

giudice Questo sarà da vedere. (Alle guardie) Fate passare quello di Oggiono.

ragazza (sottotono) Fatelo passare che vedremo cosa avrà mai da dire, quello li di Oggiono.

guardia (si avvicina alle panche dove sono i testimoni e grida a gran voce)    Antonio dei Molini!

contadino (si alza in piedi e si trova naso a naso con la guardia che l'ha chiamato)    Eccomi!

guardia (scostandosi appena)    È lui!

giudice    Vieni avanti. Conosci questa qua?

contadino    Amalasunta? Sì, la conosco.

giudice Oh, finalmente si riesce a capirci qualche cosa. Dun­que, ti chiami Amalasunta?

amalasunta   Vi piace?

giudice    Che cosa?

amalasunta    Amalasunta... Dico, il nome di Amalasunta, vi piace?

giudice   Beh, sì; ma che c'entra?

amalasunta    C'entra sì, perché se non vi piacesse, io me lo cambierei subito. Cosa volete che sia per me cambiarmi nome! Me ne metto un altro, e ciao.

giudice (su di giri)   Dico: fai la scema, o lo sei davvero? Giuraddio, se continui su questo tono, ti faccio cavare la pelle! (Al contadino) Allora, è lei o non è lei che ti ha buggerato? Ri­spondi.

contadino    Sì, è lei. Lo potete chiedere anche a mia moglie, che come voi stesso potete constatare... (Va verso la moglie che se ne sta seduta sul pancone dei testimoni).

giudice   Piano, piano: andiamo per ordine. Raccontami prima come è avvenuto il vostro incontro.

contadino   Fra me e mia moglie?

giudice   Fra te e Amalasunta. Dove l'hai conosciuta?

contadino    Nel mio pollaio... « Al ladro, al ladro, mi rubano ilgallo! »

giudice    Ti sei messo a gridare tu?

contadino    No, lei s'è messa a gridare al ladro!

giudice    Ma di chi era il gallo ?

contadino     Mio.

giudice    E perché gridava lei?

contadino    Perché... (Si guarda intorno perplesso) Non lo so.

giudice (alla ragazza)    Perché l'hai gridato tu?

amalasunta Per evitare che lo gridasse lui, e così la gente, e-quivocando, mi prendesse per una ladra di polli con quel che segue.

giudice    Ah, perché tu non lo stavi rubando quel gallo?

amalasunta   No di certo!

contadino    Che bugiarda! Lo teneva per il collo!

amalasunta Perché, tu come lo terresti un gallo, per la coda? Signor giudice, dite voi: si può accusare una di furto per il solo fatto che tiene un gallo per il collo?!

giudice Non giochiamo con le parole, per favore: tu stavi nel suo pollaio e tenevi il suo gallo.

amalasunta Sì, ma non per rubarlo, solo per seppellirlo. Chie­dete un po' se non è vero! (Sempre zoppicando, Amalasunta avanza verso il contadino costringendolo ad indietreggiare. Dopo alcuni passi, anche il contadino, ormai condizionato, si trova a zoppicare in contrattempo alla ragazza).

giudice   Avete seppellito un gallo?

amalasunta Sì, signor giudice, a quattro palmi sotto terra, dentro una cassetta di noce.

giudice   E perché?

contadino (ritorna verso il giudice, si rende conto che sta zoppi­cando. Afferra la gamba condizionata e la scuote con vigore, quindi riprende a camminare normalmente) Perché mio figlio si decidesse a nascere. Aveva buttato il malocchio contro la mia casa.

giudice    Tuo figlio aveva buttato il malocchio?

contadino No, il gallo, per via che mia moglie gli aveva bevuto l'uovo con dentro suo figlio.

giudice (sopratono) Roba dell'altro mondo! Possibile che tutti i matti del paese si siano dati convegno qua, oggi? Ma chi ti ha messo in testa queste stupidaggini?!

contadino Lei. Però, non sono stupidaggini: il malocchio in ca­sa ce l'avevamo davvero... E tutto perché quella disgraziata di mia moglie è andata a bersi l'uovo gallato...

amalasunta (alla moglie)    Golosa!

contadino Il vitello è nato morto, le galline facevano le uova senza il tuorlo, solo il bianco, lo spaventapasseri che avevo piantato in mezzo al campo mandava strani lamenti e tremava tutto, appena vedeva passare un uccello (prende fiato), e la ca­pra ha fatto i capretti.

giudice    E che pretendevi ti facesse una capra, dei pomodori?

contadino (risentito, quasi offeso) Signor giudice, era una ca­pra maschio!

giudice (scandalizzato)   Un caprone?

contadino (minimizzante) Beh, non era tanto grosso: per que­sto non si può dire caprone, ma sempre maschio era!

giudice   Un maschio incinto? E di chi?

contadino (imbarazzato) Non lo so. Oltre me e il gallo non ce n'erano altri di maschi nel podere... (Con forza) È evidente quindi che è stato il gallo, per vendicarsi di mia moglie che in­tanto non è più riuscita a darmi un figlio.

amalasunta Siete convinto ora, signor giudice, che in quella casa ci fosse il malocchio?

giudice   Che malocchio! Non diciamo eresie.

amalasunta (leggermente gigiona)    Eresie, signore? Ho detto

eresie? Guardate che io non ho nessuna intenzione di far veni­re i geloni ai monsignori... giudice    I geloni ai monsignori?

amalasunta Eh, sì, se mi date dell'eretica... come a dire che io voglio far mettere i sandali ai monsignori, estate e inverno: col freddo che fa, altro che geloni! (Infervorata com'è, si di­mentica di zoppicare e se ne va spedita su e giù per il palcosce­nico) No, signor giudice, io sono cattolica osservante, e i mon­signori li voglio in portantina, con i loro bravi ventaglioni di struzzo, e guai...

giudice (bloccandola all'istante)   E com'è che non zoppichi più?!

amalasunta (si rende conto di aver smarronato. Un attimo di perplessità, leva le braccia al cielo e come fulminata piomba in ginocchio)    Miracolo! Miracolo, signor giudice!

giudice    Che cialtrona! Fingersi zoppa per impietosirmi... (Si sporge in avanti con tutto il busto) Ma questo va tutto sul tuo conto, perché ricordati, che simulare un miracolo, è reato ben più grave di quelli che ti sono stati imputati finora.

amalasunta (mortificata)    Ah, sì?! (Breve pausa, poi sfrontata) Allora: come non detto, niente miracolo. (Riprende a zoppi­care).

giudice (sgarrandosi la voce)  E adesso basta! Per favore, restia­mo in argomento. (Al contadino) Dunque, se non ho capito ma­le, ti si è presentata lei, e si è offerta di cacciarti il malocchio dalla casa...

contadino    Sì, e ha anche aggiunto: « Se vuoi che tua moglie resti incinta, smettila di andarci a letto... »     

giudice    Come, come?

contadino    « Per almeno tre mesi ».

giudice   Ah!

contadino   Poi mi ha detto: « Seppellisci il gallo in una cassa, prendi la capra maschio e legala a quel palo lassù sulla collina: questa notte verranno i lupi a sbranarsela, così il malocchio fi­nirà in pancia ai lupi ».

giudice    Ma, dico io se si può essere tanto imbecilli da credere a simili fandonie.

amalasunta    Si può sì. Lui, per esempio, ci ha creduto.

contadino    Sì, ci ho creduto.

giudice (protendendosi di scatto col busto fuori dalla cattedra) Ah, ammetti allora di averlo turlupinato?

amalasunta    Che turlupinato? (Tutto d'un fiato) Chiedetegli se non è riuscita la mia controfattura. Chiedetegli se le galline non hanno ripreso a far le uova con il tuorlo, se il secondo vi­tello non è nato vivo e se il caprone che ha ricomprato è rima­sto un'altra volta incinto (pausa), con tutto che il gallo nuovo gli girasse sempre intorno...

giudice (al contadino)   È vero quello che dice? Rispondi!

contadino    Sì, è vero: il gallo nuovo gli girava sempre intorno.

giudice    Sto parlando del fatto che tutto è tornato alla normalità.

contadino    Sì, è vero.

giudice E allora, che cosa vieni a reclamare da me, a denunciare questa povera ragazza: che t'ha truffato, derubato, raggirato?...

amalasunta Non lo sgridate, signor giudice: fategli dare una trentina di frustate e lasciamola lì.

contadino Che frustate?! E mia moglie? Mi aveva promesso che avrei avuto un figlio, mi ha fatto stare tre mesi lontano da lei (costringe la moglie a levarsi in piedi), ed ecco qui il risul­tato... Vieni avanti, disgraziata anche tu: fatti vedere dal signor giudice... Guardate qua. (Solleva una falda del mantello che la donna tiene racchiuso sul ventre).

giudice    Cos'è; sbaglio o aspetta un figlio?

contadino Sicuro, da tre mesi come minimo: con tutto che non è ancora trascorso un mese e mezzo da quando ho ripreso a frequentarla... E questa, che mi aveva promesso un figlio mio.

amalasunta Io avevo promesso che tua moglie avrebbe avu­to un figlio, ma non ho mai specificato chi glielo avrebbe fatto fare. Indovina sì, ma non esageriamo! E poi, io ti ho detto di star lontano dal suo letto, e non di andartene di casa come hai fatto tu. Lascia il pollaio aperto, e dopo se la viene a prendere con me se il pulcino è nero. (Al giudice, ammiccando al pub­blico che partecipa divertito) Ho parlato bene al bifolco, signor giudice?

contadina (furente, col tono di chi sta per tirare la gran mazza­ta)  Se permettete, avrei da dire io qualche cosa...

giudice    A proposito di che?

contadina    A proposito del gallo.

giudice  Ah, rieccolo che salta fuori un'altra volta... Allora, fuo­ri il rospo!

amalasunta    Speriamo che non metta incinto pure lui.

giudice    Lui chi?

amalasunta Il rospo... è un gallo quello che non guarda in fac­cia a nessuno.

giudice Senti, smettila anche tu. (Di nuovo alla moglie del con­tadino) Allora, sto rospo?... Si, insomma sto gallo?

contadina Ecco, un mese dopo che lo avevamo seppellito, io sono andata a dissotterrare la cassa.

giudice   Perché?

contadina Così, per curiosità... Pensavo che ormai non ci avrei trovato che le ossa del gallo... Sapete, le formiche, i vermi... lì è pieno.

giudice    Invece?

contadina Invece non ci ho trovato un bel niente. (Guarda Amalasunta con intenzione) La cassa era vuota: neanche le os­sa c'erano più!

amalasunta    Ben-ti-sta, curiosità punita!

contadina Che curiosità punita?! Lì qualcuno si era portato via il gallo la sera stessa del seppellimento!

amalasunta Perché guardi me, tu? (Col pianto nella voce) Perché guardi me? (Disperata e offesa) Cosa pensi, che sia stata io?

contadina     Sì, tu! amalasunta     Io?!

contadina (più che mai decisa)   Sì!

amalasunta (cambiando completamente tono) Brava, hai in­dovinato. (Verso il giudice) È vero, signore, è la verità. Sono stata io, lo ammetto: l'ho disseppellito la sera stessa prima di partire, e me lo sono mangiato pure, metà a me e metà alla mia mamma.

giudice   Oh, finalmente!

amalasunta Eh sì, ragioniamo, signor giudice. Vi sembrereb­be da persone civili, lasciare un gallo bello grasso, com'era quel­lo, in una cassa sotto terra a farlo mangiare dai vermi, con tutta la miseria e la fame che c'è in giro? L'ho mangiato io, quel bel gallo lì!

giudice Ma, roba da pazzi! E sto pure ad ascoltarti: questa spu­dorata che incastra due imbecilli... (I due contadini con imba­razzo si alzano e accennano un rispettoso inchino) comodi, co­modi... fregandogli un gallo con la messinscena della controfat­tura, e poi me lo viene a dire anche in faccia!

amalasunta Ma, signor giudice, che colpa ne ho io se sono sincera! Ad ogni modo, ve l'hanno detto anche loro che la con­trofattura ha funzionato.

contadina    Sì, ma il mio gallo?

amalasunta    Un momento. Quando hai dissotterrato la cassa, che cosa pensavi di trovarci del tuo gallo, dopo un mese? L'hai detto poco fa...

contadina   Beh, almeno le ossa!

amalasunta E allora, beccati ste ossa. (Estrae dalla borsa che porta alla cintola una manciata di ossa e gliele sbatte addosso con disprezzo) Le avevo tenute da parte apposta, perché già me lo aspettavo sto fatto... Mangiavo, e vial'osso, mangiavo, e via l'osso. Un mese che me le porto in giro, signor giudice... (Con un fil di voce) Come sono stanca! (Riprende carogna, fac-cia-da-schiaffi) E adesso siamo pari. Volevi le tue ossa? Ce le hai: facci una collana, attaccatele al collo, ma non stare più a scocciarmi, che sono già nervosa! (Con un gran sospiro, sot­totono) Oheu, come sono nervosa!... Dico bene, signor giudice?

contadino    E il mio caprone?

amalasunta Vuoi le ossa anche di quello? Aspetta un momen­to. (Finge di cercarle nella borsa).

contadino Non fare tanto la spiritosa, tu. Signor giudice, il no­stro caprone non è finito in pancia ai lupi, ma su un banco del mercato dove lei è andata a venderselo.

giudice    È vero? Rispondi!

Una guardia porta un vassoio con sopra una tazza per il giudice. Il giudice ne sorseggia il contenuto.

amalasunta Sì, signore, è la verità. Ma il fatto è che io sono una sentimentale: sentendolo belare, legato a quel palo sulla collina, come un bambino... (Emette strani gemiti, più simili al­l'abbaiare d'un cane che al pianto d'un neonato).

giudice    Che cosa ti prende?!

amalasunta (con gran disappunto) Il verso del caprone non mi viene mai bene! Una rabbia...

giudice (fortemente seccato) Basta! Sai che ti dico: una quaran­tina di frustate non te le leva nessuno.

contadina    Bravo, signor giudice.

amalasunta Ma sentila, lei... Bravo signor giudice... È tutta contenta! E questo è il ringraziamento, dopo tutto quello che ho fatto per te! D'accordo, io mi prenderò le frustate dal giu­dice, ma tu te le prenderai da tuo marito. (Al contadino) Lo sai di chi è tuo figlio?

contadino    Di chi è?

contadina (si butta fra i due, nel tentativo di bloccare la fattuc­chiera)    Amalasunta, non fare la carogna.

amalasunta (la scansa)   Non mi chiamo Amalasunta, mi chiamo Eleonora e faccio la carogna fin che mi pare e piace. (Si vol­ta di scatto verso il contadino) Il padre di tuo figlio è Michele.

contadino (ingoiato)    Chi Michele? Il fittavolo o il beccaio?

amalasunta Tutti e due. Anzi, tutti e tre, perché il giorno do­po è andata con il pescivendolo (breve pausa) per via che era venerdì.

contadino (aggredendo la moglie) È vero quello che dice? Par­la o ti strozzo!

contadina Sì, è vero: ma la colpa è tua che mi hai lasciata per tre mesi sola, e di primavera, pure; e soprattutto, sua. È stata lei che mi ha mandato tutti quegli uomini.

amalasunta (candida, meravigliata)   Io?

contadina     Sì, tu!

amalasunta (disperata alle lagrime) Io?! Oh, mio Dio, senti senti: mi si accusa pure di aver fatto la ruffiana!

giudice    Oh, ecco, questo è un punto che interessa anche a me.

amalasunta (servizievole) Perché, avreste bisogno che vi si procurassero delle ragazze, signor giudice?

giudice (batte con violenza con il palmo della mano sul bracciolo del seggio. Alla donna) Vieni avanti, tu. Raccontami: come hai fatto a scoprire che era lei che ti mandava tutti quegli uomini?

contadina   Me l'ha detto l'Egidio.

contadino (scattando come una molla)   Chi è questo Egidio?

contadina (tranquillizzante) Uno che non conosci: non è di Oggiono.

contadino (si lascia cadere sulla panca, sgonfiato) Ah, pure quelli di fuori!

amalasunta (malinconica, fingendo di parlare fra sé e sé) Eh, sì, è un bel guaio. Prima, il bambino, avreste potuto chiamarlo col nome del paese, ma adesso...

giudice (al nerbatore) Ehi, tu, torna indietro e mollale un paio di frustate.

Il nerbatore si appresta ad eseguire.

amalasunta (si butta in ginocchio ai piedi del giudice) No, no... perdono, signor giudice, prometto che non aprirò più bocca.

giudice D'accordo, ma è l'ultima volta, t'avverto. (Alla conta­dina) Continua, tu: cosa ti ha detto sto Egidio?

contadina    Sì. « Beh, sei mica male... », dice lui. « Grazie », dico io. « Però cinque scudi per notte è un po' caro », dice lui. « Cinque scudi, - dico io. - Che cinque scudi? »

giudice   Dice lui...

contadina   No, dico ancora io.

giudice   Ah, sì: e lui che dice?

contadina    Dice: « Ma sì, i cinque scudi anticipati che mi ha chiesto la Raimonda per venire con te... »

giudice   La Raimonda?

La guardia ritira la tazza, la posa sul vassoio e si accinge ad uscire.

contadina    Sì, che poi ho scoperto: era lei.

amalasunta (si drizza melodrammatica spalancando le braccia) Non è vero: io non mi chiamo Raimonda. Lo sanno tutti che il mio nome è Ludovica.

giudice (ormai al limite della pazienza)    Parte la frustata?

La guardia posa il vassoio, estrae dalla cinta la frusta e si avvi­cina minaccioso ad Amalasunta.

amalasunta (completamente di testa) Sì, è vero, mi chiamo anche Raimonda. (Pausa, poi sospirando) È il mio secondo nome.

giudice Bene, bene, pure la lenona facciamo?! Organizziamo pellegrinaggi nel letto di questa povera sprovveduta, dopo aver­le preventivamente allontanato il marito... Ma bene!

contadino (fuori di sé, aggredisce con violenza Amalasunta) Di­sgraziata maledetta! Ma io ti ammazzo... Disonorare a sto pun­to la mia casa, mia moglie, con tutti quegli uomini che le hanno mancato di rispetto...

amalasunta (reagisce con altrettanta foga) Ah, perché, secon­do te, far sganciare cinque scudi... dico: cinque scudi, per una donna, è mancarle di rispetto?! Te l'avessi svenduta, capirei: ma io te l'ho valorizzata, ignorante! Tenuta su di prezzo te l'ho, te l'ho lanciata... Le ho fatto un nome, signor giudice. Adesso la conoscono tutti nella zona! Oh, un lavoro, sapeste, non mi sono mai risparmiata, mai! Con la pioggia, col sole, sempre li a lavorare. (Tono da imbonitrice) Bella donna, brava, sana, one­sta, tutta casa e chiesa, cinque scudi: prendere o lasciare... E lui, per tutto ringraziamento, mi chiama anche disgraziata! Vai a fare del bene alla gente, tu! (Si avventa sul contadino) Ma io ti ammazzo, sai...

giudice (richiamando Amalasunta)   Ma insomma!

amalasunta (dopo aver considerato per un attimo l'incipiente pinguedine del contadino) Ti lascio ingrassare ancora un po' e poi ti ammazzo.

giudice (quasi urlando) Dico, ti vuoi calmare un attimo? Vo­gliamo tirare le somme?

contadino Appunto, tiriamo le somme. (Ad Amalasunta) Cosa hai ricavato, in tutto, dalle nottate di mia moglie?

amalasunta Ah, ah, sentitelo quello che si preoccupava tanto dell'onore! Adesso vuol sapere come è andato il raccolto, il magnaccione! (Abbassa con violenza la spranga-tagliola della go­gna che va a cadere sulla mano del povero contadino che vi sta­va appoggiato: urlo di dolore). No, caro, io restituisco tutto quanto, ma a tua moglie, a lei sola! (Altro colpo sulla mano del­la donna. Premurosa) Fatto male?

contadina     Sì.

amalasunta (soddisfatta) Bene! Ho parlato giusto, signor giudice?

giudice    Sì. Ma non divaghiamo. Prima credo sia meglio...

contadina Eh, no, signor giudice, non divaghiamo no. Prima voglio i miei scudi che, se non sbaglio, sono... Dunque. (Com­puta sulle dita) Cinque... trentacinque...

contadino (stravolto, con voce strozzata) Trentacinque? Sei an­data con trentacinque uomini?!

contadina (offesa)   Ma dico, sei matto? Erano sette in tutto.

contadino (deluso)     Solo?

contadina Come, solo? (Lo guarda attonita, poi esplode) Ma guarda sto faccia di palta! Solo, dice... Preferivi fossero davve­ro trentacinque?

contadino (sommesso, crescendo sul finale) Beh, quando una ha perso l'onore, che l'abbia perso per sette o per trentacinque, che differenza fa?

contadina (con voce d'addome e gran potenza) Sai cosa ti dico? Che mi fai schifo! Finalmente ho scoperto che razza di verme sei.

amalasunta (quasi cantando) E tutto per merito mio. Dimmi almeno grazie.

contadina Ti dirò grazie quando mi avrai dato i miei soldi. Avanti!

giudice (esasperato, fuori dai gangheri)   Volete piantarla fra tutti quanti? Basta, sgombrate! la seduta è sciolta. Rimettete la ra­gazza ai ceppi: riprenderemo domattina (ad Amalasunta) e ve­dremo come ne uscirai dall'accusa di stregoneria.

Il contadino scambia qualche parola sottovoce con un giova­notto che gli sta alle spalle.

contadina   Ma almeno le frustate non potreste dargliele adesso?

giudice   Tu preoccupati di quelle che ti darà tuo marito.

contadino (afferra la moglie per un braccio e la trascina verso il lato destro della scena) Per la miseria, altro che frustate ti darò! Ti rendi almeno conto fino a che punto sei scesa in bas­so? Proprio adesso quel bellimbusto lì (indica il giovanotto di cui sopra) mi ha offerto tre scudi perché lo lasciassi venire a letto con te... Dico io se un marito deve subire delle umiliazioni del genere! (Rivolgendosi al giovanotto) No, caro il mio por­caccione, mia moglie io non la mercanteggio, te l'ho già detto: o cinque scudi anticipati, o non se ne fa niente! (Con un gran strattone scaraventa la moglie fuori scena).

Amalasunta è stata rimessa in ceppi. Tutti escono. È rimasta so­la. Dal fondo viene avanti cantando, accompagnandosi con una mandola, una donna senza età, il volto bianco incorniciato da un camauro nero: ha in capo un gran cappello di paglia.

Nel mio giardino c'è una gatta svelta:

sera e mattina va intorno a cacciar.

Si crede di essere una faina:

sera e mattina va intorno a cacciar.

E salta e corre dietro alle mosche

e qualche volta acchiappa un moscon:

che gatta furba, oh che gatta svelta,

mangiar le mosche che grande bontà.

Oggi ha mangiato anche una vespa:

che mal di pancia, ne morirà,

che gatta furba, ne morirà.

amalasunta   Di', sbaglio o ce l'hai con me.

donna Hai indovinato, ho seguito tutta la tua esibizione al pro­cesso e devo ammettere che sei stata di una bravura! Che arti­sta! Spiritosa, con la battuta sempre pronta: ogni botta una ri­sata. Proprio divertente! Chissà come sarà dispiaciuto il tuo pubblico, domani, quando il giudice si alzerà a leggere la sentenza... Ah, ma lo so già che tu non lo deluderai: fino all'ulti­mo momento riuscirai a mantenere il personaggio. Condanna al taglio della testa? Beh, poco male, ne avevo giusto bisogno: da un po' di tempo soffrivo di emicrania... Ah, ah! E tutti giù a ridere.

amalasunta E cosa dovrei fare: mettermi a piangere? bestem­miare contro la scalogna che mi perseguita? Per la miseria, al processo di domani rischio di essere condannata per stregone­ria, e tutto perché sono capitata in un paese dove non pioveva più da due mesi. E io lì, come una matta a fingere di essere una gran strega, a far gabole per far venir giù un bell'acquazzone... Erano due mesi che non pioveva: ci contavo, no? Pioverà, di­cevo, pioverà! Invece, sul più bello, son sparati giù dal cielo un sacco di fulmini, con relativo incendio. S'è bruciato tutto quan­to: raccolto, case, contadini, persino il sacrestano che era in ci­ma al campanile a dare l'allarme. Di acqua, neanche una goccia. E tutti che gridano: « È stata la strega, ammazziamo la strega! » Una paura, una paura... C'era li un asino, salto in groppa, e via. Tu dimmi se non sono scalognata: era l'asino del carceriere. S'è fermato qua, s'è fermato!

donna (ride divertita) A sto punto non ti resta che cercarti un prete che ti benedica, e un buon avvocato che ti difenda.

amalasunta Macché avvocato! Me la so cavare meglio per conto mio.

donna Ah, Sì, si è visto poco fa come te la sai cavare! Non hai saputo far altro che irritare il giudice dal principio alla fine: sfotti, fai la scema, e sempre con quell'aria da tirar schiaffi che è un piacere... Se domani non cambi tecnica sei fregata, cara mia.

amalasunta    Che tecnica?

donna Prima di tutto, nei processi, bisogna sempre costringere l'avversario a ritrovarsi al posto tuo, cioè nei panni dell'accusato.

amalasunta    Già, e come fai?

donna Scoprendo i suoi punti deboli: per esempio, io so, che in quel paese che è bruciato, sono quasi tutti simpatizzanti del mo­vimento cataro.

amalasunta    E cosa sarebbe, sto cataro?

donna    Sono degli eretici, insomma.

amalasunta Eretici? Anche loro con la mania di far venire i geloni ai monsignori?

donna (si toglie il gran cappello e se lo assesta meglio in testa) Non solo, ma vogliono l'abolizione della proprietà, la comunità dei beni... E, cara mia, oggi come oggi appena metti in giro la voce che uno è un comunitardo, lo puoi prendere a calci in fac­cia che nessuno ti dice niente: anzi, ti chiamano difensore della libertà.

amalasunta Ma sta' zitta, ignorante! Va' via! Vieni qui a par­lare con me di queste cose, che non capisco niente! Ti vorrei ve­dere al posto mio!

donna Se è solo per questo, mi ci sono già trovata perlomeno cinque volte al posto tuo, e me la sono cavata sempre piuttosto bene.

amalasunta    Anche tu per stregoneria?

donna Sì, con la differenza che io, strega, lo sono per davvero. Per questo voglio aiutarti: mi fanno sempre tenerezza le prin­cipianti!

amalasunta Tu strega? Ma vallo a raccontare a qualcun altro, chiacchierona col cappello!

donna   Padronissima di non crederci.

amalasunta   E come avresti fatto a venirne fuori?

donna    Avevo un avvocato formidabile: un demonio!

amalasunta    Come si chiamava?

donna    Brancalone.

amalasunta    Da dove veniva?

donna    Dall'inferno. Te l'ho detto che era un demonio.

amalasunta    Un diavolo avvocato?

donna Già, proprio così. Guarda, se vuoi, posso vedere se è di­sposto a venir su a difendere anche te.

amalasunta Sì, sì, brava! Va' giù di corsa a vedere se può ve­nir su un momento a difendermi: monta in groppa ad un caprone, fatti portare giù all'inferno, presentati da Brancalone e fatti mollare una bella incornata da parte mia nelle gengive!

donna Beh, non c'è bisogno di scomodarsi fin giù all'inferno per fargli st'ambasciata. Basta chiamarlo: guarda! (Comincia a re­citare cantilenando e ritmando la voce con battiti rapidi dei pie­di e delle mani in controtempo)

Mangia la mosca il ragno,

(grido) Ah!

e dal rospo vien mangiato.

(c.s.) Ah!

Il serpe mangia il rospo

(c.s.) Ah!

e dal gallo vien beccato.

(c.s.) Ah!

E l'uomo mangia il gallo,

(c.s.) Ah!

amalasunta (le rifà il verso sfottendola)    Ah! Ah!

donna    E la mosca, e il ragno, e il rospo, e il serpe e il gallo, tutti insieme avrà ingoiato.

amalasunta    Oh, ma che mangione che è quello lì!

donna

Brancalone faccia storta,

basso di dietro, gamba corta,

io ti chiamo, ti richiamo,

ti richiamo un'altra volta:

vieni subito che t'aspetto.

amalasunta    Hai sbagliato la rima. Dovevi dire: vieni e vattene sulla forca.

La strega ha buttato della polvere per terra, ai piedi della catte­dra. La polvere si incendia: fa fumo. Dalla cattedra esce una voce che parla in veneto arcaico. Spuntando dal di dentro della cattedra, avvolto in una nube di fumo, appare un omuncolo alto cinque spanne con gran testa, naso paonazzo, capelli rossi. (Si userà il classico « trucco del nano » inventato dai comici dell'ar­te. Il trucco viene eseguito da due attori: un mimo e un attore recitante. Quest'ultimo si pone in primo piano, sporgendo dal­la cattedra di tutto il busto. Il mimo si metterà alle spalle del­l'altro e, restando ben nascosto sotto il di lui mantello, infilerà le proprie braccia nelle maniche del costume indossato sempre dall'attore recitante. A sua volta, questi, infilerà le braccia in un paio di piccole braghe e, le mani, in un paio di stivaletti).

brancalone    Orco d'un can, che no se pol mai star tranquilli un momento che subito i te rompe le bae!

amalasunta (steccando per il terrore)    Chi è?

brancalone (soffregandosi gli occhi irritati dal fumo)   Chi è che me ciama?

donna    Io, Brancalone.

amalasunta (sempre stonata)   È Brancalone?

donna    Sì, è lui.

brancalone (tossicchiando)   Acchuiucc! Sto fumo de l'ostrega che me intòsega!

donna    Oh, finalmente! Era ora che arrivassi!

brancalone (agita le corte braccia nel tentativo di allontanare il fumo che lo avvolge) Chi estu? Ah, ti xe ti, Marcolfa. Cossa che te vostu?

amalasunta    Un diavolo veneto? ! Oeuh!

donna    Simpatico, no?

brancalone Alora, Marcolfa, cossa che t'ha fato spissigar el de­cido de farme montar in sto mondo fotuo? (Sgambetta nevrastenico).

donna (sale i tre gradini che portano alla cattedra dov'è il diavolo-nano)  È per lei, Brancalone... (Indica Amalasunta).

brancalone    Ela ?... Chi la xe ?

donna   È una che domani verrà processata per stregoneria. Do­vresti darle una mano...

brancalone (in una specie di danza friulana) Una man? Una man, un pie, l'altro pie, la crapa, tuto dovrò darghe, perché mi lo so de già come i va a finir ste bagatele... Cancaro d'un cancaro!

donna (accarezzandolo sul gran crapone) Su, Brancalone, non facciamo tante storie! Non vorrai perder l'occasione di far d'av­vocato ad una ragazza così carina...

Il nanerottolo si sporge per meglio osservare la ragazza, com­pletamente impallata dalla Marcolfa che le sta davanti.

brancalone Fame darghe un ocio. (Le fa cenno di scostarsi) Sì, el xe vera, no la xe mal, la tosota. La me piase.

amalasunta Lusingata! Ma senti, Marcolfa, lui al processo ver­rebbe così?

donna    Così come?

amalasunta Così corto... Ma, andiamo, appena il giudice lo ve­de, stai tranquilla che gli dice: « Bambino, vai a casa dalla mamma e dille di buttarti via e di provare a farne un altro per­ché tu non sei riuscito neanche tanto bene, sai! »

brancalone (saltellando da ritardato-isterico) Cossa, cossa?! Digo: me sconfondo o la m'ha dito qualcosa de manco tanto paciocon?

donna    Non stare a farci caso: sfotte sempre, ma non è cattiva.

brancalone    No la sarà cativa, ma mi digo che no ghe piaso!

amalasunta    Allora, mi volete rispondere?

donna Cosa vuoi sapere: se Brancalone ha la possibilità di al­lungarsi, di ingrossarsi, di smagrire... se può tramutarsi in un bel giovane?

amalasunta   Magari!

donna No, levatelo dalla testa. Se vuoi che lui riesca a difen­derti come si deve, bisogna che nessuno s'accorga della sua presenza.

amalasunta   E dove si nasconde?

donna    Dentro di te.

amalasunta (deglutisce schifata) Mi toccherebbe di ingoiare quel nanerottolo?!

brancalone (incrociando le braccine, offeso) Mi, insisto a dir che a quela no ghe piaso!

amalasunta No, non mi piaci di sicuro, e soprattutto non mi piace l'idea di diventare una indemoniata!

donna Non hai niente di che temere: lui è un diavolo tranquil­lo...

brancalone (con voce bonacciona, protendendosi, quasi parlasse da un pulpito)  Ma sta' tranquila, mi no te starò su lo stòmego. Mi no son un diavolo indigesto, son un diavolo in brodo, tranquilo e paciocon.

amalasunta    Sì, è un angelo!

brancalone   Beh, no ti xe andata tanto lontan. (Ispirato, no­stalgico) Gero un angelo, come tuti i altri del resto, ma m'è ca­pità d'esser sta scasigào giò a l'inferno per un sbaglio... Sato com'è: un erore giudisiario. (Sospira).

amalasunta    Oh, senti, senti!

brancalone (risentito)    Proprio. (Di nuovo ispirato) In quel giorno della rivolusion celeste, ghe stada una gran confusion, come la viene sempre in sti casi, del resto: «Dai a quelo, sca-siga quel altro »... « Mi no, mi no son ribelle »... « Sì, ti g'ho visto mi, che ti fasèveto comunela col Lucifero diavolon»... e via che i m'ha inabisato. (Si getta di schianto lungo disteso sul bracciolo della cattedra) Un cascadon che me son scurtà! (Si leva a sedere sul bracciolo, affranto) E adeso son qua che spe­to sempre che i me faga la riabilitasion... Ma el tempo pasa e 'l disgelo no ariva mai... (Si rialza cambiando inaspettatamente di tono e di atteggiamento) Ad ogni manera, ti vedrà che non ti fagarò tribolasion... Non se incorgerà niuno!

donna    Puoi andare tranquilla davvero... Se te lo dico io, che me lo sono tenuto dentro un sacco di volte, mi devi credere. Ba­sterà che tu tenga la bocca aperta per un attimo e, prima che te ne renda conto, lui sarà già dentro di te.

amalasunta    Mi viene il voltastomaco solo a pensarci! Io non mangio le rane perché mi fa impressione, figuriamoci con quel rospo li... No, no, mi sento male.

brancalone (di nuovo con le braccine incrociate) Mi sarò un permaloso, ma insisto a dir che a quela no ghe piaso!

donna (ad Amalasunta) Senti, non ti conviene continuare ad of­fenderlo. T'avverto che è vendicativo. È capace di ridurti, in quattro e quattr'otto, piccola come lui o lunga il doppio di quel­la che sei.

amalasunta (seriamente preoccupata)   Ma va'?

brancalone (bonaccione all'istante) No darghe oregia: mi no son vendicativo. Ti no ti me voi drento de ti? Va ben, no g'ha importansa, mi te vogio aiutar lo steso: vegnarò domani al pro­ceso, invisibile; soltanto ti, ti mi podrà veder ed ascoltare i sugerimenti che te darò...

donna Grazie, Brancalone. (Ad Amalasunta) Ma non è un te­soro?

amalasunta    Sì, è un buon diavolo.

brancalone Sì, ma a una condision: che se mi te salvo, ti te me lasi entrar drento de ti. (Sospira, si dimena, pare stia per sciogliersi) Che mi ghe starò così ben, come derento a un vasetin de sciropo de miei d'ape regina.

amalasunta (scocciata)    Ci risiamo?!  

donna (indicando al di là del colonnato) Zitta, sta arrivando il nerbatore.

amalasunta    Chi è sto nerbatore?

donna Te ne accorgerai... Giù, Brancalone, fai il morto. (Co­stringe il nano a sdraiarsi sul bracciolo) E tu cerca di stare al gioco.

amalasunta  Che gioco?

nerbatore (appare sul fondo con una lunga frusta che tiene av­volta come fosse un lazo. Si avvicina alla gogna, libera dai cep­pi i polsi della ragazza) Avanti, fammi vedere sta schiena, che ti devo preparare moralmente per il processo di domani.

amalasunta    Mi devi frustare?

nerbatore Sicuro, ecco qua la ricetta del giudice. (Srotola un brandello di pergamena, legge) Dieci frustate ogni quattro ore, lontano dai pasti. (Marcolfa si è messa vicino al nanerottolo, l'ha coperto con uno scialle, piagnucola). Ehi, che ci fai tu qui?

donna (fra i singhiozzi)    Sta disgraziata strega maledetta...

nerbatore    Sloggia, che qui pubblico a ufo non ne voglio!

amalasunta Ehi, bell'uomo, io sono pronta. (Mostra la schie­na messa a nudo) Ti basta così o vuoi che mi spogli del tutto?

donna    Lo vedi? Ti prende anche in giro!

nerbatore (l'afferra per un braccio costringendola a scendere dai gradini della cattedra)   Ho detto di sparire (alludendo al na­no avvolto nello scialle) e portati via anche sto fagotto.

donna   Non ti permettere di chiamare fagotto mio marito, sai!

nerbatore   Tuo marito?

donna (recitando grande offesa)   Sì, perché? Sono forse tipo da non aver marito, io?

nerbatore   Per carità! Ma, dico, vai in giro con un marito av­voltolato dentro un fagotto... Ehi, fa' un po' vedere. (Tira a sé lo scialle) Ma è un nano! E rosso, per giunta!

donna    Sì, ma quando l'ho sposato era un uomo grande e grosso più di te.

nerbatore   Più di me? E poi si è accorciato?

donna    Sì, tutta colpa di quella strega che me l'ha imbesuito. (In­dica Amalasunta).

nerbatore    Si era innamorato di lei, eh?

donna    Sì.

nerbatore   Da piccolo o da grande?

donna    Da grande. Non tornava più a casa, non mangiava più...

nerbatore    Non mangiava più? S'è accorciato per digiuno, euh! E adesso che fa, dorme?

donna   No, è svenuto. Appena si è accorto di essere diventato cosi piccolo... Ehi, fa una certa impressione!

nerbatore   Fa una certa impressione si (prende un fiato), e an­che un po' schifo, se vogliamo.

amalasunta   Bell'uomo, ne hai ancora per molto? Hofreddo a stare cosi!

nerbatore  Un attimo e ti vengo a scaldare che dirai: basta, aiu­to, il fuoco... (Di nuovo a Marcolfa) Tutto d'un colpo, dicevi? Perché, quando è successo?

donna    Neanche mezz'ora fa. Lui è entrato, voleva ammazzarla:io gli sono corsa dietro per trattenerlo...

nerbatore    Perché voleva ammazzarla?

donna    Perché, dopo avergli spillato un sacco di quattrini, se li era andati a godere con suo figlio.

nerbatore    Con il figlio di lei? Lei ha un figlio?

donna  No, di mio marito, che poi non è neanche di mio marito, perché io l'ho avuto andando con un altro prima di sposarlo.

nerbatore (sghignazzando)   Allegrotta, eh?

donna (finge di non aver raccolto)    Ma lui crede che sia suo, e che sia nato quattrino.

nerbatore    Nato quattrino?

donna Eh, Sì, quattrino, di quattro mesi, come si dice sesino quando è di sei e settimino quando è di sette!

nerbatore Aha, ahaaah! (Ride sgangheratamente. Il nano gli fa eco. Il nerbatore si guarda attorno sorpreso) Questa non l'a­vevo mai sentita! Così, la sgualdrina spendeva i quattrini col quattrino... Ahaahaaha... (Ride ancora. Brancalone torna a far­gli eco. Il nerbatore si guarda intorno, poi addirittura sotto la suola delle scarpe nel timore d'aver schiacciato chissacché).

donna    Bravo, mettitici anche tu adesso ad umiliarmi...

nerbatore    Oheu, come sei permalosa!

donna Sì, vorrei vedere te al mio posto, con un marito ridotto a sto modo. (Indica il nano che si finge sempre svenuto).

nerbatore Certo, cosi piccolo mi sentirei a disagio... Piuttosto, non mi hai ancora detto com'è che si è accorciato. (Sale i gra­dini della cattedra per considerare più dappresso la statura del nano).

donna A dir la verità non lo so bene nemmeno io. Lui l'aveva afferrata per il collo... « Fermo, non fare pazzie, - gli grido, -se l'ammazzi, ammazzeranno anche te ». Gli do uno strattone e, trac, riesco a staccargli le braccia: lui manda un urlo...

nerbatore    Eh, ci credo! Ma, dico, proprio staccate nette?

donna    Cosa?

nerbatore    Le braccia, gliele hai staccate nette dal busto?

donna Non essere idiota! Dal collo, dal collo di lei. (Indica Amalasunta).

nerbatore E allora, perché dici: trac, e lui manda un urlo? (Volta appena la testa verso Brancalone che s'è levato in piedi e ora gli sta spalla a spalla).

brancalone    Eh già, perché dice? Ah, ah...

Il nerbatore torna a voltare la schiena al nano, poi si blocca per­plesso: sbarra gli occhi, l'emozione gli fa perdere l'equilibrio, per poco non ruzzola ai piedi della scaletta.

donna (andando su di tono allo scopo di attrarre l'attenzione su di sé) Manda un urlo per lo spavento, l'orrore di vedersi le braccia...

nerbatore    Non se le era mai viste?

donna    Che cosa?

nerbatore Le braccia: era la prima volta che vedeva questi tu­bi con le dita... (Stende le proprie braccia, muove le dita, volta la faccia inorridito) Oheu, che impressione!

donna Ma no, cosi corte, non se le era mai viste. Capisci che gli si erano accorciate di colpo, per il solo fatto d'averle messo le mani addosso?!

nerbatore   Per la miseria! Ma allora è proprio una strega! ! (Di­strattamente si volta a cercare il consenso del nano che si è nuo­vamente levato in piedi).

brancalone    Sì, strega, strega.

nerbatore (ancora una volta si rende conto in ritardo della pre­senza viva di Brancalone. Rimane per un attimo perplesso, volta nuovamente di scatto la testa verso il nano che è tornato rapi­damente a fingersi svenuto nella posizione orizzontale. Si stro­fina terrorizzato gli occhi convinto di soffrire di allucinazioni. Di testa, sgomento)    È una strega, è!

donna Sicuro che è una strega. Infatti quando mio marito, di­sperato, furente, le ha mollato un calcio, trac, gli si è accorciata pure la gamba...

nerbatore (un attimo di pausa per meditare allocchito sul rac­conto di Marcolfa) Ma anche lui, però, è un bel crapone, per la miseria: ha già la sfortuna di essere nato rosso: nossignore, ci va a ricascare... Un momento, ma com'è che qui, le gambe, il nano, le ha corte tutte e due uguali? Che cosa le ha dato, un calcio a piedi giunti con rincorsa?

donna    Ma no, poveraccio, ragiona... Volevi rimanesse con una gamba lunga e l'altra corta, zoppo per tutta la vita? Già che c'era, gli ha mollato un altro calcio, tanto per appaiarle.

nerbatore (torna a considerare il nano con molto interesse)   Pe­rò! È rosso, ma ragiona! Nel suo piccolo...          

amalasunta   Ah, ah, e tu stai a credere alle storie che ti rac­conta quella! Ma non hai ancora capito che sta cercando di rim­becillirti perché tu, domani mattina, vada dal giudice a testimo­niare contro di me, e giurare che sono davvero una strega?

nerbatore  Che bisogno ce ne sarebbe? Lo dicono tutti che sei

una strega. donna    Sì, tutti!

amalasunta   Ma non ne hanno le prove: così cercano di fab­bricarsele. Avanti, dammi retta, vieni qui, mollami ste dieci frustate e poi sgombrate che voglio dormire.

donna    Sì, sì, vai. Prova a darle ste frustate e poi vedrai cosa ti

succede...

nerbatore Beh, al massimo mi si accorcerà la frusta. È talmen­te lunga! (Svolge la frusta) Tanto, che tutte le volte che faccio lo schiocco (esegue) gnàcchete, mi torna indietro... (la cima della frusta lo colpisce sul viso) torna indietro e mi becca imman­cabilmente su quest'occhio, sempre sul destro! Una volta che alternasse, io avrei tempo di guarire, con un impacco...

donna Già, si accorcia solo la frusta: infatti a mio marito, quan­do le ha dato il calcio, gli si sono accorciate solo le scarpe! Muo­viti, mollate sta frustata... Cosa aspetti? (Lo sospinge alla volta di Amalasunta).

nerbatore (oppone resistenza, si divincola e si porta a rispettosa distanza dalla presunta strega) Dico, non è che poco poco fra tutte e due vi siete messe d'accordo per farmi paura, così da ri­sparmiarle le frustate?! No, dico, perché non è che a me questa storia del nano, e rosso per giunta, m'abbia convinto poi tan­to... Già, per me, quello è tinto.

donna E allora, se non ti ha convinto, ti convinco io, a costo di rimetterci. (Stende in avanti le braccia parallele) Guarda, sono pari? Aspetta. Le do uno schiaffo con sta mano... (Dà uno scap­pellotto ad Amalasunta) Adesso confronta. (Allunga le braccia una contro l'altra spostando in avanti la spalla sinistra cosi che il braccio destro appaia più corto).

nerbatore (sbalordito)   Nooo!

donna Vedi? Che t'avevo detto? M'è bastato sfiorarla e sto brac­cio mi si è già accorciato di quattro dita.

nerbatore    Oh, poveraccia!

donna Adesso mi toccherà accorciare anche l'altro. (Esegue, dà uno schiaffetto ad Amalasunta e torna ad appaiare le braccia per il confronto) Guarda!

nerbatore Pari! La miseria, che strega!! Se penso che per po­co non rischiavo anch'io di vedermi scorciato... (Di testa urlan­do) Strega maledetta, strega, maledetta scorciauomini...

amalasunta Sì, sono una strega, e con questo? (Lancia grida e sputa addosso al nerbatore) Sput! Ahaa! Sput!

donna Attenzione, scansati che se ti prende in un occhio te lo stacca! Ha lo sputo velenoso.

amalasunta   Sput! Sput!

nerbatore (si china a raccogliere uno degli ossi di pollo che Amalasunta aveva buttato addosso alla contadina, il solo che la guar­dia ha dimenticato di raccattare) M'ha staccato un osso!! (Si tasta braccia, collo, torace e gambe alla ricerca disperata del­la parte disossata)... Da dove? Da dove?

amalasunta Sput! Sput!

nerbatore    Porcogiuda, m'ha beccato qui su un ginocchio...

donna    Non toccarti, per carità! Corri subito a casa, spogliati e brucia tutti i vestiti; poi, nudo come ti trovi, buttati nella rog­gia e stacci per una buona mezz'ora!

nerbatore  Mezz'ora nudo nella roggia? Ehi, ma siamo in in­verno: c'è il ghiaccio!

donna Ghiaccio o non ghiaccio, fa' come ti dico: muoviti se vuoi restare ancora vivo, muoviti!

nerbatore (retrocede sconvolto, andando verso il fondo) Ma che scalogna, vado ad incontrare una strega d'inverno col ghiac­cio... Ah, ma domani dal giudice voglio ridere! Se non mi becco una polmonite, voglio proprio ridere! (Esce).

Risata delle due donne. Buio. Musica di «Nel mio giardino».

SCENA SECONDA

Stesso ambiente. In scena ci sono soltanto Amalasunta costret­ta in ceppi e Brancalone in piedi sulla spalliera della gogna, esattamente alle spalle di Amalasunta.

amalasunta    Sei proprio sicuro che non ti vedano?

La sala si riempie di gente.

brancalone Varda ti, se i se acorge de mi.

(Entra il giudice: Brancalone gli fa uno sberleffo proprio sotto il naso. Il giudice sembra proprio non vederlo. Entra, da sinistra, una guardia che va a liberare Amalasunta).

Adesso ti sta' tranquila: ti te g'ha solo de ripeter tuto quelo che mi te sugeriso; ma recòrdase ben la promesa che ti ti me g'ha fato de farme entrar derento de ti, perché se ti ti me bidoni, mi te fago slongar come un camelo.

amalasunta  Zitto!

giudice Tutti a posto, e da questo momento guai a chi inter­rompe.

amalasunta (dando l'impressione di ripetere, parola per parola, quello che Brancalone le suggerisce all'orecchio) Signor giu­dice, se permettete, prima di cominciare, vorrei chiedervi scusa per come mi sono comportata ieri.

giudice Oh, meno male che lo riconosci: si vede che le frustate di stanotte ti hanno fatto riflettere.

amalasunta  Sì, signore, ho deciso di comportarmi da persona civile, e, tanto per dimostrarvi quanto sia sincera, vi voglio dire qual è il mio vero nome.

giudice   Brava. Com'è sto nome?

amalasunta    È un soprannome. (Si volta verso Brancolone con l'espressione di: « ma che mi fai dire?! »)

giudice    Ah, ci risiamo!

Con gesti appropriati, Brancalone tranquillizza la ragazza e tor­na a suggerire.

amalasunta È la verità, signor giudice. Il mio è un paese di poveri contadini, gente semplice: non usano chiamarsi per no­me ma col soprannome, e il mio è Ammazzala-che-vista.

giudice    Ammazzala-che-vista? E perché?

amalasunta (sempre sotto suggeritore) Per via che riesco a ve­dere cose che avvengono a migliaia di miglia da qui, e anche più.

giudice (sarcastico)    Anche più!

amalasunta    Sì, se non ci credete ve lo dimostro anche subito.

giudice    Avanti, dimostramelo.

Ora Brancalone, per suggerire, si aiuta anche con la mimica.

amalasunta Allora, con il vostro permesso, io vado a puntare il mio sguardo su... su... (finge di scrutare l'orizzonte) Berga­mo... No, non succede niente come al solito, dormono tutti. Spostiamoci un pochino... Tortona... Genova, c'è foschia: non si vede niente. Un po' più a destra... Ah, qui vedo molto bene, signor giudice... La Provenza! Che posto meraviglioso! Che ma­re! L'anno venturo, se non mi farete bruciare, ci voglio proprio andare. E questa città che cos'è? Avignone?... È Avignone, si­gnore. C'è il papa che sta parlando: è circondato da tutti i rap­presentanti dei paesi civili... Sta parlando per la pace, contro la guerra: « Basta con le violenze, - grida. - Basta con i massacri, con le guerre! » Tutti battono le mani, anche l'imperatore bat­te le mani... Si alza, si avvicina al papa, si inginocchia, gli pren­de una mano, gliela bacia... e per dimostrare che è pienamente d'accordo con lui, da ordine che venga dipinto, sullo scudo dei suoi soldati, un ramoscello d'ulivo... E poi l'imperatore, alla te­sta del suo esercito, cantando « Pax et Laetitia », per consoli­dare la pace, va verso il nord a dare una bella lezione a quei ba­stardi dei burgundi, che si rifiutano di pagare le tasse con la scusa dell'indipendenza!

Mormorio fra i presenti: qualcuno accenna un applauso, altri zittiscono. Si sente starnutire in modo violento e sgangherato. Lo starnuto è preceduto da un acuto, modulato sull'« Alleluja ».

nerbatore    Aheeahieiahaaaetcccf! (Sottovoce) Salute, grazie.

giudice Per la miseria, chi è sto bifolco che si permette di ve­nir qui a fare sti versi da elefante?

nerbatore (nascosto tra il pubblico)    Io, signor giudice.

giudice    Io, chi?

nerbatore (come sopra. Questa volta l'acuto, più sostenuto, ri­corda il finale del « Dies irae ») Aheeeeioehiaieeeaaahaitcccì! Salute, grazie.

giudice   Ancora?

nerbatore Sissignore, sono sempre io, quello di prima. (Si fa avanti. Indossa un abito dimesso. È avvolto in una mantellina striminzita) Ma non è che voglia fare l'elefante, tutt'altro: è che sternuto proprio così, del naturale. Gregoriano, signor giu­dice, gregoriano minore... Chiedo scusa.

giudice   Ma non sei il nerbatore, tu?

nerbatore (mortificato)    Sì, sono io... sono il nerbatore.

giudice   Ma com'è che ti sei ridotto a sto modo? Ieri stavi be­nissimo.

nerbatore Sì, ieri stavo benissimo. Come stavo bene ieri! Pri­mavera, mi sembrava. Poi stanotte sono andato a fare il bagno nel ghiaccio... (Piagnucola).                               

giudice   Hai fatto il bagno nel ghiaccio? Perché?  

nerbatore (trattenendosi a fatica dallo scoppiare in un gran pian­to) Perché lei, questa qui, mi aveva sputato su un ginocchio. (Dà inizio ad una vera e propria sequenza di vocalizzi in mag­giore. Di colpo si arresta. Dilata le narici. Riprende il vocalizzo. Sembra prossimo allo starnuto, invece, come sgonfiandosi, si appoggia ad una colonna, esausto) Ahaettt... passato. Signor giudice... è passato!

giudice Ma, dico, per il solo fatto che una ti sputa su un ginoc­chio, tu vai a fare il bagno nel ghiaccio! (Ride sarcastico) Ah, ah...

nerbatore (ride a sua volta facendogli il verso) Aha! Aha! Sì, per forza, se no parte l'occhio. Già mi è partito un osso non so da dove, un osso bianco, così. (Mostra con le dita la lunghezza) L'ho regalato ad un'opera pia, per i cani poveri...

giudice    Cos'è, uno scioglilingua? (Cantilenando e muovendo le mani come dirigesse un coro) Parte l'occhio per lo sputo sul ginocchio, se non si fa il bagno nel ghiaccio... O è una sciarada?

nerbatore (accenna a ripetere i gesti del giudice, ma vi rinun­cia) Non me ne intendo di musica! Io so solo che mi sono bec­cato un raffreddore boia! E ho dovuto bruciarmi anche i vestiti che erano i più buoni che avessi. Questi sono di mia moglie...

giudice    Hai bruciato i vestiti?

nerbatore   Per forza, se dovevo fare il bagno nudo!

giudice Scusa, non è che tu ti sia impazzito, oltre che raffreddato?

nerbatore (inizia uno starnuto)   Eh... Eheeeee...

giudice    Ci risiamo?!

nerbatore (interrompendosi di colpo) No dicevo: eh, eh, può anche darsi. Ad ogni modo, signor giudice, se io fossi in voi, quella lì (indica Amalasunta) la terrei un po' più a distanza: che se parte lo sputo velenoso, sapete come si dice: « Ciccata di strega, si chiude bottega », si dice!

giudice   No!

nerbatore    Si dice, si dice!

giudice No! Non ti è permesso di chiamarla strega finché non si sarà dimostrato che lo sia veramente. Siamo qui proprio per questo.

amalasunta (alzandosi a parlare sempre sotto suggeritore) Si­gnor giudice, io vi ringrazio per tanta correttezza nei miei ri­guardi, ma devo riconoscere, purtroppo, che il costipato qui presente ha ragione... Io sono una strega.

nerbatore    Avete visto?

Brusio dei presenti.

amalasunta (sottovoce, al nanerottolo) Ehi, Brancalone, mi vuoi fregare?

brancalone    Sta' tranquila, tosota, che so mi quel che fago.

amalasunta Sì, « so mi quel che fago, so mi quel che fago », va a finire che...

giudice    Come, come?

brancalone (distratto, ad alta voce)   Comandi?

giudice Non ho capito bene quello che stavi dicendo per ulti­mo. Mi pareva parlassi in veneto...

amalasunta Sì, signore, io parlavo veneto, perché, tutte le vol­te che sono un po' preoccupata, parlo veneto. Era il dialetto di mia madre.

giudice    Ah, era veneta tua madre, e di dove?

amalasunta   Di Cremona.

giudice   Ma Cremona non è nel Veneto, è in Lombardia.

amalasunta    Sì, ma lei non lo sapeva, poverina. Cosa volete mai sapesse la mia mamma di geografia: donna di paese, igno­rante... Una volta io ho provato a dirglielo: «Mamma, tu sei lombarda, figlia di lombardi, perché parli veneto? » Sapete co­sa m'ha risposto, lei ?

giudice    Cosa?

amalasunta    « Tosa cara, ricòrdase, - mi ha detto, - che 'l lom­bardo che parla lombardesco va con la gata e pò 'l te varda in cagnesco. Ma la lombarda che veneto parla, la verse l'ostrega per poi mangiarla ».

giudice   E cosa vuol dire?

amalasunta   Non lo so, signore: non li ho mai capiti i prover­bi veneti, io.

nerbatore (starnuta verso il giudice con gran violenza)  Aahet-ccci!

giudice    Ma stai attento, mi innaffi tutto!

nerbatore    Non si preoccupi, signor giudice, non è velenoso, almeno spero. Dopo quello che ho visto stanotte, non mi meraviglierei più di niente.

giudice   Perché, cosa hai visto?

nerbatore    Corto così. (Fa cenno alle dimensioni ridotte del nano).

giudice    Che cosa: corto così?                           

nerbatore    Un uomo, corto così!

giudice   Un nano?

nerbatore Un nano sarebbe stato così. (Accenna ad una statu­ra maggiore) Era così. (Torna a descrivere la misura ridotta) Un nano corto, se vogliamo. (Breve pausa). Sposato ad una donna!

giudice Beh, che pretendevi, si fosse sposato ad un uomo, un nano?

nerbatore (si guarda intorno perplesso, poi, deciso) No, non pretendo.

giudice   Meno male. Era nana anche lei!

nerbatore   No, era normale, e anche lui era normale.

giudice    Come « era normale », se hai detto adesso che era nano?

nerbatore Era nano dopo: prima era normale. (Tutto d'un fiato) Ma siccome, da normale, lui voleva strozzarla, logica mente lei, trac, gli ha strappato nette le braccia dal busto, e lui ha mandato un urlo: « Ahiaa! » (Pausa, ci ripensa) No, un altro urlo, ha fatto: «Oh, mamma, ahia, ahiaaa!! » (Altra pausa, e-s pressione perplessa) Non mi ricordo! Un urlo insomma (ri­prende ruzzolando le parole), per via che di colpo si era viste le braccia cosi corte, e anche una gamba, una sola, quella con la quale aveva dato il calcio, con tutto che la scarpa non s'era neanche ristretta. Ma, essendo rimasto zoppo, diciamo scian­cato, per tutta la vita, allora lui ha fatto un ragionamento (pau­sa, poi, con il tono di chi, purtroppo, deve riconoscere un'amara verità) perché anche i rossi ragionano, eh: «Ma come, - ha pensato il rosso, - io rimango zoppo sciancato vita naturai du­rante? Ma neanche per idea, piuttosto preferisco: basso (breve pausa) ma pianificato ». (Altro tono: ironico-compiaciuto) Di­scorso da rosso, proprio... E ha dato il calcio della pianificazio­ne. (Esegue mimando) Gnac! È arrivato pari, perfetto! Si po­teva anche controllare con l'apposita bolla da muratore, sa­pete... Ma, giusto il proverbio: «Chi vuole la pianificazione, ha la sua punizione ». Un tappo nano! Mi sono spiegato?

giudice (ironico)    Ti sei spiegato benissimo!

nerbatore (risentito) Signor giudice, se voi non ci credete, vi faccio vedere anche subito se non è vero che questa (indica Amalasunta) ha il potere di fare accorciare le braccia alla gente, se uno la tocca. Anche a rischio della mia vita. (Si avvicina alla ragazza) Guardate, do uno scappellotto appena appena con sta mano... (Esegue) La mano che ha colpito è questa. (Mostra la mano al giudice e al pubblico) Ora andiamo a confrontare: unia­mo la mano che ha colpito con quella che non ha colpito... (Pre­so da un forte dubbio) Qual è la mano che ha colpito?

giudice    È quella! (Indica la mano destra del nerbatore).

nerbatore Ero distratto, non ho fatto attenzione. La mano che ha colpito è questa. (Batte la propria mano alla maniera degli imbonitori) Ora andiamo a verificare, e voi potrete constatare, come altri hanno già potuto constatare su altre piazze... (Si in­terrompe frastornato) No, questo è un altro discorso: non c'en­tra. (Un sospiro profondo). Andiamo al controllo, via: gnac! (Appaia le braccia: la mano che ha colpito Amalasunta sopra­vanza abbondantemente l'altra) S'è allungata, invece di accor­ciarsi! Beh, ci riprovo con quest'altra: speriamo s'allunghi al­la stessa maniera... (Altro scappellotto ad Amalasunta) Ecco, il colpo è dato, andiamo: gnac! (Accosta le braccia per il con­fronto: ora è la mano sinistra che sopravanza la destra) S'è allungata troppo. (Al giudice che gli fa cenno di smetterla) La pri­ma volta non viene mai tanto bene. Adesso ci riprovo con que­st'altra. (Accenna ad un ulteriore scappellotto).

amalasunta (bloccandolo)    Piantala, perché qui, a furia di pac­che in testa, va a finire che mi rincretinisci!

giudice    Ha ragione la ragazza: è meglio che la pianti!

nerbatore   Ma, signor giudice, non vorrete lasciarmi con le braccia spaiate vita natural durante?!

giudice Dammi retta: evidentemente tu non stai troppo bene... Forse avrai la febbre... Vai a casa, mettiti a letto che è meglio per tutti.

nerbatore Signor giudice, io vado a letto, anche spaiato mi metto a letto... vado a casa... però guardate che quello che vi ho detto è vero. (Gesto melodrammatico per indicare Amalasunta) Questa è una che accorcia gli uomini, li accorcia e poi gli frega i quattrini per andarseli a godere col quattrino (pausa, tono sparato) che sarebbe un settimino di quattro mesi. Ah! Ah!

(La sghignazzata si trasforma in starnuto, o meglio nel gorgheggio allelujatico-gregoriano che lo precede. Il nerbatore si avvicina sempre di più al giudice. Il giudice, terrorizzato, si leva in piede, sale addirittura sul sedile della cattedra, pur di sfuggire alla tremenda sbrodata. L'acuto gregoriano aumenta di tono. Il nerbatore incalza da vicino il giudice che, pallido, appiattito contro lo schienale, attende ormai rassegnato l'esplo-sione finale, si copre la faccia con un fazzoletto. Ma ecco che, al culmine della progressione, il nerbatore s'interrompe, sorride soddisfatto e scoppia in una gran risata)

Vi ho fatto lo scherzo! (Corre via saltellando felice).

giudice (ricomponendosi, imbarazzato)   Oh, finalmente! Allora, dove eravamo rimasti?

amalasunta    Al fatto che io sono una strega.

giudice    Ah, già. Quindi ammetti di aver attirato i fulmini sul paese di... Ehetcccf!

coro dei presenti    Salute!

giudice    Maledizione, lo sapevo che quel disgraziato mi avrebbe attaccato il raffreddore.

amalasunta     Ehetcccì!

coro dei presenti  Salute!

amalasunta    Grazie, l'ha attaccato anche a me.

coro dei presenti    Eheet...

giudice (interrompendoli)   Basta così, per favore!

Lo starnuto è concluso da Brancalone.

brancalone  Cccì!...

giudice Possibile che non si possa andare avanti in sto proces­so! Pare stregato!

uno degli accusatori No, non pare: è stregato, signor giudi­ce! È chiaro che è lei, la strega, a non permettere che si possa arrivare alla fine.

giudice Già, comincio a credere anch'io che sia proprio cosi: quel povero nerbatore ridotto ad uno straccio, la storia di uo­mini tramutati in nani, tutti quanti che di colpo si mettono a starnutire... (Ad Amalasunta) È evidente che stai cercando di impressionarci, di confonderci coi tuoi malefizi. Ma se credi di spaventare me, ti sbagli: io porterò a termine questo processo a costo...

amalasunta (dopo aver consultato Brancalone) Di rovinarsi la carriera?

giudice   Cos'è, una minaccia?

amalasunta (inframmezzando il discorso con brevi pause per avere il tempo di prendere le imbeccate dal diavolo nano) Per carità... sto solo cercando di farvi ragionare. Signor giudice,... pensate alla famiglia... questi sono eretici.

Dal fondo entra un monaco che, pur restando in disparte, sem­bra interessarsi molto a questa fase del processo.

giudice   Non mi interessa quale sia la loro idea. E poi qui si sta

facendo un processo... amalasunta (lo interrompe)    Sono eretici catari... nemici del papa. (A Brancalone) Oeuh!

giudice (incalza)    Un processo libero, per uomini liberi...

amalasunta (come sopra)  Vanno in giro a dire che i cattolici hanno tradito il cristianesimo.

giudice    Liberi e tutti uguali davanti alla giustizia. A botta e risposta, interrompendosi a vicenda.

amalasunta Storpiano le parole del Vangelo per distruggere e abolire il diritto di proprietà...

giudice    Una giustizia che trascende dai pregiudizi... politici e religiosi.

amalasunta Dicono che quel che è tuo è anche mio... (tutto d'un fiato) che la terra è di chi la lavora e che a monsignori e capintesta non importa granché del paradiso, visto che non fan­no niente per diventare poveri... e avere i geloni.

giudice (pestando la solita gran manata sul bracciolo del seggio) Insomma, la vuoi smettere?

amalasunta Signor giudice, sono comunitardi. (Rivolgendosi a Brancalone) Cosa vuol dire?

brancalone Beh, comunitardi... (Spiega con vistosa mimica in­concludente).

giudice    Comunitardi?

amalasunta Ah... oheu! Comunitardi? Che brutta parola, si­gnor giudice! Ma tu guarda che disgrazia: voi fate il vostro do­vere, vi tocca di condannarmi perché siete un uomo giusto e, per bel ringraziamento, incominceranno a farvi la forca... Fa­ranno l'impossibile per rovinarvi. E perché? Per aver sostenuto le accuse di un gruppo di comunitardi. Che brutto mondo!

giudice (preoccupato, rivolto al gruppo degli accusatori) Dav­vero il vostro è un paese di comunitardi?

accusatore  Ma, signor giudice, cosa c'entra questo con il processo?

giudice   È vero, non c'entra, ma è una mia curiosità.

amalasunta (ironica)   Curiosità privata.

accusatore   Ebbene, Sì, lo siamo.

amalasunta (sempre dietro suggerimento di Brancalone) Ave­te visto? Datemi retta, signor giudice. Pensate ai vostri bambi­ni, a vostra moglie, alla vostra carriera... Sbatteteli tutti dentro, a me lasciatemi andare, e amici come prima. (A Brancalone) Ma, senti, perché sbatterli dentro? Che hanno fatto?

brancalone  Sssst.

giudice (ad Amalasunta andandole vicino) Un momento! Tu hai formulato delle accuse, poco fa, a proposito dell'ironia che farebbero costoro, sul disinteresse che monsignori e capintesta nutrirebbero per il paradiso... Non è che l'hai buttata li tanto per far colpo, e via?!

amalasunta Se non mi credete, non fate altro che chiedere che vi cantino il loro inno preferito: è la prova migliore.

giudice (ai comunitardi)   Sentiamo questo inno.

accusatore Ma, signor giudice, non vedo il nesso: cosa c'en­tra una nostra canzone con un processo per stregoneria?!

amalasunta (a Brancalone)   Hanno ragione: cosa c'entrano!

Brancalone la sospinge con un piede costringendola a rimettersi seduta.

giudice « Fate cantare il popolo, - diceva il poeta, - e vedrete la sua anima ». E a me interessa moltissimo vedere questa ani­ma. Avanti, cantate! (I comunitardi accennano ad andarsene). E va bene, vuol dire che vi metterò nelle mani del tribunale d'Inquisizione.

amalasunta (accorata)    Ma, Brancalone, che gli faranno, ora?

brancalone   Ma, vostu esser salvada?

amalasunta   Ma non così: loro non c'entrano.

I comunitardi tornano sui loro passi, si dispongono in proscenio e cominciano a cantare. Alle loro spalle cala un siparietto sul quale, alla maniera di Lorenzetti, è raffigurata la Milano tre­centesca, vista a volo d'uccello.

« Guai a voi, ricchi pasciuti e satolli,

che per la cruna al par dei cammelli

non passerete, - disse il Signore, -

mai entrerete nel regno mio ».

Ed ecco subito i nostri tutori

vendersi tutto, fin la camicia,

pur d'esser poveri e degni di Dio.

Non tengon soldi, li mettono in banca,

truccan da banche perfino i conventi,

comprano, investono, ma solo al ribasso,

sugli interessi non pagano il tasso.

Hanno inventato le opere pie,

hanno un migliaio di farmacie,

hanno ospedali e case di cura,

hanno l'appalto della sepoltura.

Non pagan tasse sopra i proventi,

han facce tristi, ma cantan contenti:

Lascia pur che dica Iddio:

« Non entrerete nel regno mio »,

chiudila pure, chiudi sta porta

del regno tuo, ma che ce ne importa!

Della politica sono i maestri,

infatti fingon d'esser maldestri,

se han per amico qualche tiranno

lo sanno tutti, ma lor non lo sanno.

Quel loro amico ammazza la gente,

ma loro zitti fan finta di niente:

perché colpirlo con l'anatema,

con la scomunica? Non vale la pena,

che l'importante è salvar la poltrona.

Cantiam giulivi, e guai a chi stona:

Lascia pur che dica Iddio:

« Non entrerete nel regno mio »,

chiudila pure, chiudi sta porta

del regno tuo, ma che ce ne importa!

Sul finire della canzone escono di scena camminando in processione.

Buio. Al riaccendersi della luce, sempre a siparietto abbassato, due personaggi, un uomo e una donna, entrano circospetti.

marco (indicando verso la quinta di destra) Sei sicura che sia proprio quella la stanza dove si nasconde il duca?

sorella    Non ne sono sicura no, ma bisognerà pur tentare.

marco   È chiusa sprangata.

sorella    Beh, aspettiamo che esca.

marco   E se esce, tu sei in grado di riconoscerlo?

sorella    Ma come posso riconoscerlo se non l'ho mai visto?

marco    Come, non l'hai mai visto?                         

sorella Voglio dire da vicino, in faccia... Non esce mai e, quan­do esce, va sempre in giro imbacuccato dentro un mantello con un gran cappuccio...

marco    Come faccio io ad ammazzarlo, se tu non lo conosci?

sorella    Attenzione, sta arrivando.

marco    Sarà lui?

sorella E chi lo sa! Ad ogni modo, provo a chiamarlo per nome. Se risponde è fatta. (Entra un personaggio incappucciato). Buona sera, Gian Galeazzo.

incappucciato    Ciao, bella.

sorella   È lui, uccidilo!

marco    Toh, brutta bestia... (Gli è addosso e lo colpisce ripetutamente col pugnale).

sorella    Basta così... Scappiamo, adesso!

marco   No. Aspetta che lo voglio vedere in faccia. (Gli solleva la testa) Guardami, disgraziato! Dovrai ben sapere chi ti ha ac­coppato: sono io, Marco, il figlio di Tornabasso il Vicentino.

incappucciato ( rantolando ) Piacere... Chi Tornabasso ?... Il po­destà?

marco Sì, il podestà che tu hai fatto impiccare!... E adesso tira su per bene il muso che ti devo sputare in un occhio. (Esegue) Sput!

incappucciato (si divincola, cade a terra con un gran tonfo) Ma per chi mi avete preso, imbecilli?!

sorella    Per il duca. Non sei il duca, tu?

incappucciato Ma neanche per sogno: io sono Barnaba da Iacovazzo!

sorella (con mezza riverenza)    Piacere...

marco    Iacovazzo: il figlio del capitano del popolo?

sorella    Quello che il duca aveva fatto squartare in piazza?

barnaba     Sì, lui.

sorella    Oh, poveretto! E la mamma come sta?

marco Mi spiace proprio... Se lo avessi immaginato, avrei evi­tato, se non altro, di sputarti nell'occhio.

sorella Ma anche lui, che mi va a rispondere « Ciao, bella » quando l'ho salutato... senza essere il duca.

barnaba (fuori di sé, con tutto quel po' di fiato che ancora gli re­sta) Ah, perché voi... se uno non è duca... appena risponde « Ciao, bella » lo riempite di coltellate?

marco Ma no! Il fatto è che noi si aspettava Gian Galeazzo. Ti abbiamo visto uscire da quella stanza...

barnaba (sollevandosi con fatica sui gomiti) Infatti, ero lì den­tro per ammazzarlo... Questo è il suo mantello: l'aveva sulle spalle al momento che gli sono piombato addosso.

sorella    E sei riuscito ad ucciderlo?

barnaba Sì, e adesso posso crepare contento... (Si lascia ricade­re stecchito).

marco (andato fra la quinta di destra da dove giunge un rantolo) È vero... Eccolo qui: sta tirando gli ultimi, la brutta carogna!

sorella    Che fai? Perché lo porti qua?

marco (trascina in proscenio il corpo del presunto duca) C'è buio lì dentro. Voglio vederlo in faccia, e poi sputargli in un occhio!... Tira su sto muso. Sput!

presunto duca Orco cane, cos'è: un nuovo tipo di assoluzione per i barbieri?

marco Barbieri? Non mi vorrai far credere d'essere il barbiere del duca, tu?

sorella   No, non dargli retta, quello lo conosco: ha tutt'altra faccia.

presunto duca    Infatti io mi ero sostituito al barbiere vero, solo per poter tagliare la gola a quel bastardo del duca... Ma è entrato sto disgraziato e ha rovinato tutto quanto!

sorella E sei arrivato pure tu a rincarare la dose.

presunto duca    Ohah! (Rantola) Ci siamo... prima che me ne vada... fammi un favore.

marco   Parla, che posso fare?

presunto duca    Non ce la faccio. (Con un gesto della mano lo invita ad avvicinarglisi).

sorella    Avvicinati... Poveraccio, non ha più fiato.

marco (esegue)   Così, va bene? Di' pure, ti sento.

presunto duca    Mi senti?

marco  Sì.

presunto duca    Sput! (Gli restituisce lo sputo) Adesso siamo pari! (Crolla al suolo).

Buio. Si leva il siparietto per la scena seguente.

SCENA TERZA

Stanza del palazzo ducale. Il porticato inferiore del loggiato è chiuso da tende. I lati anteriori del loggiato sono collegati ad un praticabile, posto al centro della scena, mediante due scale sospese ad arco. Sul praticabile, al centro, un trono. Davanti al trono, una scala che scende al piano del palcoscenico. Sul ta­volo, alla sinistra della scena, sono disposti una serie di reci­pienti, mestoli, barattoli, cucchiai. Appoggiato alla colonna c'è un leggio. Un monaco, lo stesso che abbiamo visto entrare in scena durante l'ultima parte del processo, sta armeggiando in­torno ai barattoli: prepara un intruglio. Lo assiste un servo, scemo e storpio. Il monaco annusa il contenuto del barattolo, quindi lo assaggia.

monaco (disgustato) Beh, che schifezza! Cosa è successo? Ab­biamo sbagliato pozione? (Sputa) Rivediamo tutto da capo. (Sfoglia il volume che sta sul leggio: una specie di manuale per fattucchieri) Coda di scimmia... (Cerca fra i vari recipienti) Coda di scimmia... deve essere questa. (Afferra un barattolo) Ve­rifica un po'. (Costringe il servo ad assaggiarne il contenuto. Il servo tossisce disgustato). Sì, è coda di scimmia, e ce l'ho messa. (Torna a consultare il manuale) Testa di ramarro... Testa di ra­marro. (Raccoglie un altro barattolo) Eccola qui: assaggia! (Il servo reagisce come sopra). Sì, è testa di ramarro, e ci ho messo anche questa. Tre cucchiai di olio di salamandra. (Affonda un cucchiaio in un vaso e lo porge ricolmo al servo) Tieni! (Il ser­vo, se pur riluttante, assaggia e, questa volta, mostra di gradire. Il monaco lo guarda sorpreso) Buono? Allora non è olio di sala­mandra. Fa' sentire. (Assaggia, sputa e tossisce, rischiando di soffocare; poi, torcendo la bocca disgustato) Disgraziato! È, olio di salamandra... Fa gli scherzi, fa! (Lo scemo sghignazza e saltella felice sulla gamba sciancata. Il monaco furente lo colpi­sce con il mestolo di legno. Quindi riprende a verificare la mi­stura) Tre cucchiai di olio di salamandra... Cinque foglie...

duca (biondastro, allampanato, si affaccia guardingo alla porta del loggiato superiore)    Posso entrare?

monaco   Vieni, vieni pure, duca, non c'è nessuno. duca (guardandosi intorno sospettoso)    Sono chiuse tutte le porte?

monaco    Si, le ho chiuse io.

duca C'è qualche novità? (Discende con velocità inaudita le scale e con egual ritmo risale la rampa che porta al loggiato di sinistra. Quindi scompare come catapultato fuori scena).

monaco Niente, nessuna novità, tutto calmo, tutto tranquillo. (Prosegue nel comporre la pozione) Cinque foglie di ortica. (Per sincerarsene ne sfrega una foglia sul braccio del servo, che si lamenta) Sì. (Afferra una testa d'aglio) Aglio selvatico. (Fa annusare al servo che si ritrae arricciando il naso) Si. (Torna a leggere sul manuale) Due dita di giovane. (Il servo mostra la mano fasciata mancante del medio e dell'anulare, piagnucola articolando parole incomprensibili). Quelle le ho già tagliate... e sono qui. (Indica dentro un mortaio).

servo (continua a biascicare lamentoso)   Ohiiiu. Bjnahiauu-ttr-hiuua...ahuia...mooho!

monaco Oh, quante storie per due dita! (Controlla sul manuale) Due dita... Accidenti! Non so manco più leggere: «Due dita di lardo giovane ». Maledizione, mi tocca rifare tutto!

Il servo geme come un cane frustato e si sbaciucchia la mano priva delle dita inutilmente tagliate.

duca (rientrando dal loggiato) Non sarà mica per me quell'in­truglio, per i miei paterecci?

monaco    No, è per me: è un digestivo.

duca Ah, meno male. Piuttosto, hai preparato il discorso che devo tenere domani al balcone?

monaco Eccolo qui: è pronto. (Gli porge un rotolo di perga­mena).

duca    Fa' vedere. (Svolge il rotolo) Provo a leggerlo a voce alta: « Cittadini, anche se non lo meritate, ho deciso di farvi un ma­gnifico regalo ». (Al monaco) Che regalo gli facciamo?

monaco    Vai avanti e lo saprai.

duca   « Oggi verrà posta la prima pietra per la costruzione del vostro duomo, il duomo di Milano ». (Al monaco) Ah! Gli re­galiamo un duomo?! Così, tanto per gradire! (Riprende a leg­gere) « Sarà una costruzione sobria, senza inutili fronzoli (pau­sa, poi riprende più retorico) come, sobrio e inutile, è il nostro governo ». (Al monaco) Questa non l'ho capita.

monaco   Non importa, vai avanti.

duca    « Questo duomo verrà costruito a tempo di record: entro

cinque anni, non un mese di più ». (Al monaco) Speriamo.

monaco   Cinque anni occorrono, duca.

duca « Sarà ultimato in tutti i suoi particolari. Questo prodigio servirà a dimostrare come gli italiani, senza tante chiacchiere, sanno fare le cose in fretta e senza inutile sperpero del denaro pubblico ». (Ride sgangheratamente) Ma da dove l'hai copiata quest'ultima frase? (Anche il monaco ride; il duca ripone il ro­tolo) Senti, hai guardato le stelle per vedere cosa mi toccherà mangiare, oggi?

monaco    Sì, c'è lì la lista pronta.

duca (va a controllare su alcuni fogli appesi a grandi diagrammi raffiguranti la volta celeste e cosparsi di segni astronomici) Eh, c'era da immaginarlo: la solita minestrina. E di secondo? Castrato di montone! Per la miseria, castrato! Speravo tanto mi capitasse il pesce. Guarda, faccio gabole perché salti fuori che hai sbagliato i calcoli. Fammi verificare. Quanti ne abbiamo, oggi? (Andando da un tabellone all'altro, effettua le misura­zioni aiutandosi con un'asta e con una lunga fune).

monaco    Venti di gennaio.

duca Venti di gennaio... Il Cancro è sotto il Capricorno, quindi Giove si incontra nella parabola ascendente nel terzo stadio con Saturno, nell'ellisse di Archimede: qui, proprio sul ventre di Venere, risalendo di due, facciamo due e mezzo, il proprio pre­cipite (la fune viene agganciata alla cima dell'asta: l'asta viene manovrata come fosse una canna da pesca) per poi gettarsi nella costellazione dei Pesci. (Finge di pescare) Ci vuole un po' di pa­zienza. (Getta la lenza dal praticabile) I Pesci si trovano ad oriente: qui. (Scende sul proscenio, sulla destra) Avanziamo di tre stadi: uno, due e tre. (Fa tre passi verso sinistra) Qui Pesci non ce ne sono più, ma c'è il mare di Saturno; scavalchiamo il mare di Saturno, saliamo sul monte di Giove (esegue salti e zompi di continuazione) quattro gradi ad oriente, via... (saltel­la alla maniera dei ragazzini nel gioco del « mondo ». Il monaco lo segue imitandolo) uno, due, tre, quattro, conversione ad oc-cidente, ritorno su Venere, su Saturno, su Mercurio. La Luna cade qui, per risalire il proprio apogeo e rilanciare Mercurio che risulta (butta in aria una moneta, la raccoglie, verifica su quale delle due facce è caduta) impotente! Quindi, castrato! Non si scappa, neanche agnello o abbacchio: proprio montone castrato!

monaco    Te l'avevo segnato, ma tu non ti fidi neanche di me.

duca Che scalogna! È già la terza volta in un mese che mi tocca l'arrosto di montone...                                     

monaco    Ma stavolta è bollito.

duca Montone bollito? (Piagnone) No, non lo mangiano nean­che a Bergamo.

monaco (mostra un'altra moneta, si fa consegnare dal servo tre barattoli che va a disporre sul praticabile) Verifica per bene. (Le battute verranno evidenziate dallo scambio rapido dei ba­rattoli sotto i quali si nasconde la moneta: il tutto alla maniera del classico gioco dei bussolotti). La Luna è al terzo quarto, pri­ma di Vulcano e di Venere, ma Mercurio, in grazia di chi risul­ta impotente, se la Luna precede Vulcano, se Vulcano precede Venere, se Venere sostituisce Vulcano e se Vulcano sostituisce Venere che ritorna sulla Luna?

Il servo fa cenno al duca sotto quale barattolo è stata nascosta la moneta. Ma il monaco gli da una gran pacca sulla mano.

duca (dopo un attimo di perplessità, seccato) Ma vai troppo in fretta... Dove hai imparato sto giochetto? Sulle bancarelle? Dunque, la moneta era sotto Venere, poi è passata sotto la Lu­na, è tornata sotto Mercurio. Da Mercurio... (Indica il terzo ba­rattolo) La moneta è sotto Vulcano. (Solleva il barattolo) Ecco, non c'è. (Solleva il secondo) Non c'è neanche sotto la Luna. (Solleva l'ultimo barattolo. Guarda) Sotto Venere? (Raccoglie e mostra trionfante la moneta) Ho indovinato! Venere sul ter­zo parallasse, quindi Venere nascente.

monaco   Nascente dalle acque, quindi montone bollito. Non si scappa.

duca (indispettito)   Si scappa sì. (Fa per andarsene).

monaco (indicando la moneta che il duca sta intascando)    Quel­la è mia.

duca    Scusa, ero distratto. (Consegna il barattolo al monaco).

monaco   No, la moneta.

duca (fingendosi offeso) Ero distratto dalla moneta. (La resti­tuisce. Pausa, poi isterico) Ma, dico, non vorrai farmi saltare il pasto anche oggi?

monaco Io? Sei tu che hai deciso di consultare gli astri anche per quello che devi mangiare. Orcocane, scusa se te lo dico, ma stai diventando perlomeno grottesco: non vai più a letto con tua moglie da non so quanti mesi, per il solo fatto che Saturno è in contrasto con Andromeda; non bevi più vino, perché le lu­ne di Giove concorrono al quinto ellisse di Merone; aspetti per­fino a fare pipì, se prima non sei ben sicuro che la stella polare sia libera dall'influsso di Arpagone... Un giorno o l'altro ti scop­pierà il vescicone! (Il duca estrae la spada come volesse colpire il monaco). Pardon, la vescica.

duca (con grande impeto nella voce) No, hai detto bene: io un giorno o l'altro scoppierò, ma per intero! E quel giorno sarà fe­sta grande per tutti: per i catari, per i comunitardi, per i bor­ghesi! E se non fosse per il fatto che mi fa tanta paura crepare e me ne dispiace, ne sarei contento anch'io.

monaco   Ma perché?

duca   Perché mi faccio un po' schifo, se proprio vuoi saperlo.

monaco   Non esagerare!

duca Non esagerare?! Allora guardati intorno: ogni tanto c'è qualche staterello, di quelli che se ne stanno tranquilli, senza rompere le scatole a nessuno, che decide di fare una piccola ri­voluzione in proprio, tanto per sistemare le cose; sul più bello arriva l'imperatore con tutta la sua truppa e ci pensa lui a siste­marle le cose. Sfascia, disfa. Impone i capoccia che gli pare e piace. Tutti i governanti d'Europa torcono il muso, anzi, ce n'è qualcuno che ha il coraggio di alzarsi e di gridare che è un atto di sopraffazione, di pirateria bell'e buona. Anche il papa ne è risentito. Tutti fanno qualcosa! L'unico che non si muove, chi è? Guardatelo. (Si batte una gran manata sul petto) Gian Galeazzo! Anzi, se mi muovo è solo per correre dall'imperatore, mettermi in ginocchio, baciargli la mano, leccargli i piedi, dir­gli tutta la mia fiducia, la mia simpatia (urlando) la mia com­prensione! Dirgli che deve continuare così, che è nel suo pieno diritto, in quanto è l'unico rappresentante della civiltà e della libertà dei popoli! (Con sincera amarezza, sorridendo appena) E non faccio schifo?

monaco Ma non te la prendere! È da che mondo è mondo che i governatori del nostro paese si mostrano servili verso i potenti.

duca   Ah, beh, questo...

monaco   E sempre tali si mostreranno, anche nei secoli futuri.

duca   No, nei secoli che verranno, proprio non credo.

monaco   Stanne certo.

duca    Anche se, putacaso, venisse la repubblica?

monaco Si capisce, e quei governanti non se ne vergogneranno, come invece te ne stai vergognando tu adesso.

Lunga pausa.

duca (stupefatto)   Non se ne vergogneranno?

monaco   No!

duca (ride sgangheratamente) Che stomaco! (Si alza in piedi) Mi hai dato una bellissima notizia: da questo momento non mi faccio più schifo! (Bussano). Guarda chi è. (Sale velocemente sul loggiato superiore ).

monaco   Chi è?

guardia (si affaccia scostando una tenda alla sinistra della scena) C'è qui una donna che dice di chiamarsi Ammazzala-che-vista o Amalasunta, a scelta.

monaco Falla aspettare un attimo. (La guardia si ritira. Il mo­naco sale le scale verso il duca che si è nascosto dietro un pila­strino) Duca, è arrivata quella strega che aspettavi.

duca (sospettoso)    Che strega?

monaco    Quella del processo dell'altro ieri. Non ricordi?

duca (scende sul praticabile centrale)   No, non ricordo.

monaco Quella che è stata accusata di aver bruciato un paese intero attirandogli sopra i fulmini.

duca Bravo! Quella brucia un paese intero, e tu me la porti qui nel palazzo? ! (Fa il gesto di mollargli un gran manrovescio, poi fugge di nuovo su per la rampa che porta al loggiato superiore).

monaco Ma, caro il mio duca, sei stato tu ad ordinare di por­tartela qui.

duca (dal loggiato)   Ne sei sicuro?

monaco    Ma vuoi scherzare?!

duca (ridiscende aggressivo)    Quando l'avrei ordinato?

monaco    Ieri.

duca (incalzando)    Ieri, di mattina o di sera?

monaco   Di sera.

duca   A che ora?

monaco   Saranno state le sette.

duca    Di sera o di mattina?

monaco Di sera, te l'ho già detto. Ma davvero te ne sei dimen­ticato?

duca (disteso, con un mezzo sorriso beota) No, il sottoscritto non si dimentica mai di niente. Volevo solo verificare se ero stato davvero io a darti quell'ordine. Ho verificato: è vero, lo ammetto, sono stato io. Falla entrare. (Il monaco fa per torna­re verso l'ingresso). No, aspetta. Hai guardato cosa dicono le viscere del pollo?

Il servo raccoglie da terra un vassoio e lo passa al monaco.

monaco    Già verificato. Ho trovato dentro due forcine, un chio­do, una moneta di rame, e perfino un chicco di grano... Oggi è propizio: puoi incontrarti anche col diavolo in persona!

duca    Che pollo era?

monaco   Pollo nostrano. (Il servo gli passa un pollo che stava appeso al pilastro prossimo all'ingresso). Eccolo qua»

duca    Fallo spennare e fammelo andare arrosto.         

monaco    Lo vuoi mangiare al posto del montone?

duca    No, ne voglio sentire l'odore intanto che mangio il mon­tone... Almeno quello...

monaco    Va bene. Faccio entrare la strega ?

duca    No, aspetta. Vieni su e cambiamoci d'abito: voglio che creda sia tu il duca... Io farò il consigliere al posto tuo: se è una cialtrona ci cascherà.

monaco    Evviva la fiducia!

duca (di nuovo aggressivo)   Cosa c'entra la fiducia! Non potreb­be essere una mandata qui apposta per farmi fuori?

monaco (con un gesto di stizza)   Mandata da chi, se sei tu che l'hai chiamata?

duca    Io? Ne sei sicuro?

monaco   Ma sì.

duca    Di sera o di mattina?

monaco   Di sera.

duca   A che ora? Alle sette o alle otto?

monaco    Ah, ricominci?

duca Non potrebbe essere stato il mio sosia a darti quell'or­dine?

monaco    Che sosia? Hai un sosia, tu?

duca   Non si può mai sapere. Lo sai tu?

monaco   No, no di certo.

duca   Di sera o di mattina?

monaco   Di sera.

duca A che ora? (Il monaco manda gemiti di disperazione). Muoviti, da' ordine che la facciano entrare, poi torna indietro: mi devi passare la tua palandrana.

monaco (servizievole)    Sì.

duca (con un urlo)   No! Non indosserò mai quell'abito!

monaco    Perché?

duca Potrebbero voler ammazzare proprio te e ci andrei di mez­zo io. Indosserò gli stracci del tuo assistente.

monaco   Lo scemo?

duca   Lo scemo: è il travestimento migliore.

monaco   E io?

duca   Tu non hai bisogno di travestirti, per sembrarlo.

monaco    No, no, adesso mi hai offeso!

duca Scusa, scusa... Ti lascerò indossare un abito dei miei, a tua scelta; sei contento?

monaco    Grazie, cosi va bene.

duca (uscendo ridacchia)   Ti piacciono le sottane corte, vanitoso!

Il monaco va verso la tenda. Entra la guardia.

monaco (alla guardia)    Falla passare e resta qui con lei. (Esce).

guardia D'accordo. (Verso la quinta) Vieni avanti! (Come pro­seguendo un discorso già avviato) Dimmi un po', ma da chi hai preso, tu? Da tuo padre o da tua madre?

amalasunta (entra. Il suo aspetto è mutato. Ora è altissima, so­vrasta la guardia di un buon metro; in tale occasione saranno d'obbligo i trampoli) Da mia madre. In famiglia siamo in cin­que, tutte femmine, e io sono la più piccola.

guardia    Però!

amalasunta Ma sai che, adesso che ti guardo bene, sei proprio una bella bestia!

guardia(imbarazzato)    Siediti lì.

amalasunta   No, grazie, preferisco stare in piedi: devo ancora

crescere. Ah, ah, spiritosa, no? Sta' vicino a me!

guardia   Non posso, sono di guardia.

amalasunta Appunto, ti conviene venirmi vicino e tenermi bella stretta, se no io scappo. (Stringe a sé la guardia. Sulla sca­la che sta dietro ai due, appare un lungo bastone che cala rapido sul capo della guardia tramortendola). Che ti succede? Ma ch'è, ti sei addormentato?

brancalone (non visto da Amalasunta appare sulla scala)   Te g'ha indovina: el xe proprio indormentà.

amalasunta    Brancalone?!

brancalone    Sì, son mi che g'ho fato sto servissio... per poter restar solo con ti.

amalasunta    Che vuoi ancora da me? Non ti è bastato d'aver­mi ridotta a sto modo, che a parte le zuccate che incoccio sotto ogni portone, non ho più un vestito che mi vada bene? brancalone   Cossi te impari a mancarghe de parola a un pover diavolon come son mi, a scaregarme, dopo che ti g'ho tira fora da le man del boia, dopo che te g'ho fato arestar tuti quei poa-reti che i gera vegnuti a testimoniar contro de ti. amalasunta   Poareti? Che ipocrita! Ma se non ti è sembrato

vero di mandarli in galera col pretesto di salvare me.

brancalone    Ti g'ha reson, ma cossa che ti pretendevi d'un diavol: el gloria justitia Domine? Ad ogni manera, come diseva el vicario d'Innocenso III quando el g'ha manda su la forca quei quattromila albigesi: « Il signore con la sua infinita giustizia sa­prà come premiare gli innocenti che io gli procuro! » Omniam gratiam suam! E adeso basta con le ciàcole, femo la pase: mi te fago tornare de la lunghessa regolamentare e ti ti me fa entrar drento de ti, che mi, son seguro, ghe starò sì ben...

amalasunta   No, preferisco restare come sono, con tutto che non posso guardare per terra che subito mi gira la testa... E adesso vattene per favore e non farti più vedere.

brancalone   Va ben, va ben... Mi g'avaria vorsuo soltanto dar-te una man adesso che ti g'ha da incontrarte col duca. Altro che intercedit pro ei... Quelo xe un balordon che, se poco poco ti smaroni una sbrisa, non ghe mete niente a farte taiar a to-cheti.

amalasunta    Beh, sono affari miei, va' via!

brancalone    Come non detto, cara la mia stangona... Te saluo. (Si tuffa all'indietro e scompare).

Entra il monaco che indossa un abito riccamente decorato, cor­to al ginocchio. Lo segue il duca travestito da servo, cammina fingendosi sciancato e pieno di tic, ad imitazione dell'assistente scemo del monaco.

monaco (alla guardia, che è rimasta svenuta a terra) Ci facciamo un pisolino, eh? (il duca gli calpesta una mano: il poveraccio rinviene all'istante). Bel modo di fare la guardia! Fuori dai piedi!

La guardia esce correndo.

duca Hai visto? Non mi ha riconosciuto nemmeno lui! (Si ac­corge di Amalasunta e si spaventa per la sua statura) Aiuto, mo­naco!

amalasunta   Monaco? Allora tu saresti il consigliere del duca?

monaco    Sì.

amalasunta Ma che sono ste facce smorte: non avete mai vi­sto una donna... con le trecce, voi due?

monaco No, veramente così lunga non l'ho mai vista davvero... Ma di' un po': sbaglio o al processo eri molto più corta.

amalasunta Certo che ero più corta: infatti sono cresciuta so­lo stamattina. Volevo far colpo sul duca, avevo sentito dire che a lui le donne piacciono un po' slanciate... Cosi ho preso una pozione di « stragrazia » ed eccomi qua. (Si mette in posa) Co­me sto?

monaco    Bene, bene. Scusa, com'è il nome di quella pozione?

amalasunta    Stragrazia. È un decotto saraceno.

monaco    Mai sentito nominare.

amalasunta    Sfido, l'ho inventato io.

monaco    E allunga a sto modo?

amalasunta    Si; e rende anche veggenti.

monaco Veggenti? Ti spiacerebbe insegnarmi la ricetta? (Al du­ca, che vorrebbe interromperlo) Sta' buono! Allora?

amalasunta Sì, sì te la farò avere. Ma ora non ho più tempo da perdere, mi devo incontrare con il duca. Dov'è il duca?

monaco (distratto) Ma il duca è già qui... (Il duca batte un pie­de con violenza e fa gesti concitati alla volta del monaco, che si corregge) Verrà fra poco. (Rendendosi conto d'essere osservato da Amalasunta, il duca trasforma i gesti di stizza in tremiti da paranoico in crisi). Se mi dai la ricetta te lo porto qui subito!

amalasunta   E ci metti anche una buona parola.

monaco   Parola. Allora: fuori sta ricetta!

amalasunta D'accordo, ecco la ricetta per far crescere e ren­dere veggenti. Dunque: (andando completamente a soggetto) bulbo di genziana, radice di berbero...

monaco (armeggiando fra i barattoli) Piano, piano, una cosa alla volta! Radice di berbero l'ho messa...

amalasunta (preoccupata)    La fai subito?

monaco Eh, si, già che ci sono! Bulbo di genziana... Basta cosi? (Mostra un cucchiaio ricolmo di polvere verde chiaro).

amalasunta  Ah, fin troppo...

monaco   Poi?

amalasunta (per tutta la scena che segue, si sforzerà di indicare al monaco introvabili ingredienti, cosi da impedire che la po­zione possa essere preparata)    Polvere di dente di faina.

monaco (cercando frenetico fra i barattoli) Dente di faina... Non ce l'ho, l'ho finito ieri.

amalasunta (fra sé)   Meno male!

monaco   Ma ho delle uova di rospo in salsa verde.

amalasunta No, no, non vanno bene. Mi spiace ma, a sto pun­to, se non c'è la polvere di dente di faina non se ne può far niente!

monaco Ah, che stupido, ne ho un barattolo pieno: mi era sfug­gito. (Mostra il barattolo) Quanto?

amalasunta (con disappunto)    Due cucchiai.

monaco (esegue)   Poi?                                              

amalasunta    Un mestolo di latte di gatta.

monaco    Ce l'ho in polvere.

amalasunta No! (Ci ripensa e finisce per accondiscendere) Non sarebbe regolamentare... ma va' là, usala lo stesso.

monaco    Poi?

amalasunta   E per finire due semi d'orzo.

monaco (con tono speranzoso)    Secchi ? !

amalasunta (trionfante)   No, in germoglio.

monaco (veloce nel rilancio)    Ce li ho!

amalasunta   Porco cane!

monaco (rimescolando il tutto) Mi sbaglierò, ma io questa ri­cetta l'ho già letta da qualche parte. (Dà il barattolo al finto du­ca) Agita tu, agita! (Il duca afferra il barattolo e inizia frenetico a scuoterlo. Agita braccia, gambe, tronco, fino a tramutare il tutto in una folle danza da indemoniato. Il monaco intanto consulta il volume sul leggio) Eccola qui... È la ricetta per far an­dare i gatti in amore fuori stagione!

amalasunta (fingendo di saperla lunga sull'argomento) Per i gatti, se la dai da bere a un gatto! Ma se la dai da bere a un uo­mo o a una donna, fa crescere e fende veggenti.

monaco Ma tu, guarda: chi l'avrebbe mai detto! (Riprende dal­le mani del finto duca il barattolo con la mistura) Fai vedere? È fermentata! Assaggia. (Eccitato com'è, dimentica che il duca ha sostituito il suo servo al quale per abitudine fa assaggiare le pozioni).

duca (preso alla sprovvista, è costretto ad ingoiare un sorso della mistura)   Disgraziato! (Tossisce con smorfie di disgusto).

monacò (si rende conto dell'errore. Tremando, con un fil di vo­ce)    Scusami!

duca (tossicchiando, preso da una violenta crisi a base di gemiti strozzati)  Maa va' aa mmooriii aammaazzaaatooo! !

monaco (piagnucolando) È l'abitudine... Mi ero dimenticato del travestimento.

amalasunta   Travestimento ?

duca (con voce bassa e terribile al tempo stesso) Giuraddio, se cresco soltanto di un palmo vi ammazzo tutt'e due!

monaco Ma no, sta' tranquillo, ne hai mandato giù soltanto un goccio.

duca (improvvisamente comincia a miagolare: assume gli atteg­giamenti del gatto in amore e, dinoccolandosi tutto, va a sfre­gare la testa contro il petto del monaco)    Miaoooo...

monaco Cialtrona, maledetta... Mi hai mandato il duca in amo­re! E fuori stagione, pure!

amalasunta    Questo storpio sarebbe il duca?

Il duca si rivolta ad Amalasunta soffiando e miagolando freneticamente.

monaco    Sì, ed io, imbecille, che ti ho dato retta!

amalasunta Beh, non prendertela tanto. Adesso ti faccio la contropozione e si rimette tutto a posto!

monaco Per carità, la faccio io. Non ti muovere di li e prega che la indovini. Comunque, non te la passerai liscia.

amalasunta Oh, quante storie! (Il duca si avvicina ad Amalasunta e gioca con la sciarpa che la ragazza tiene sulle spalle. Amalasunta, seccata, lo allontana) Buono, micio! Ehi, monaco, richiama il tuo duca, che a me i gatti fanno impressione. Va' via, brutta bestia! (Il duca reagisce: fa il gesto di sferrare unghiate, soffia, miagola da isterico fino a culminare in un grande abbaiamento. Si rende conto d'aver trasceso, fa un gesto come a significare: «Ma che papocchio sto combinando?» E va sdraiarsi quatto quatto sul praticabile: Gatto al sole). Scusa, eh. (Si avvicina al monaco) Guarda che ti stai sbagliando: quel-la è la ricetta per far diventare idrofobi i cani!

monaco    Lo so, ma leggi la controindicazione: « Se somministrata ai gatti in amore li rende calmi ». Ecco fatto. Adesso aiutami a fargliela ingoiare.

Monaco e Amalasunta cercano di immobilizzare il duca: questi si divincola.

amalasunta (afferrando il barattolo dalle mani del monaco) Passalo a me. (Tornano alla carica. Il duca si dibatte. Nel groviglio di braccia e mani che ne segue Amalasunta fa ingoiare la pozione al monaco anziché al duca) Accidenti!

Il monaco tossisce, poi, di colpo, incomincia ad abbaiare e a rin­ghiare. Monaco e duca si affrontano dando luogo alla classica zuffa tra cane e gatto: si rincorrono, si sferrano l'un l'altro zam­pate terribili, escono dal fondo della scena.

amalasunta (affranta)   Oh, mamma, che disastro!

brancalone (che ha assistito non visto a tutta la scena, appare ora sghignazzante in equilibrio sull'asta che sorregge la grande tenda di fondo: ha fra le mani una mandola) Ah, ah! No g'ho mai ridesto cossi de gusto! Vogio proprio vedar come ti farà a sortir de fora, apena che i se inacorzerà che ti xe stada ti a tra­sformarli come cani e gati! (Fuori scena si sente abbaiare e mia­golare). Senti come i canta!

amalasunta    Mi ammazzeranno! Oh, Brancalone, ti prego, aiu­tami tu!

brancalone    Sì, ma stavolta però...

amalasunta    Tutto quello che vuoi, ma sbrigati.

brancalone    Verza la boca che rivo... No, speta un fiantin: pri­ma g'ho da far 'na sonadina. (Accenna alcune note sulla mandola).

amalasunta    Ma ti sembra il momento di suonare?!

brancalone   Xe la sonada de l'oblio.

Il duca rientra sempre con movenze animalesche: tiene al guin­zaglio un cane che indossa lo stesso costume del monaco, attra­versa la scena portandosi verso sinistra. Il cane rientra fra le quinte, il duca si appoggia ad una colonna: l'espressione imbe-suita, assente.

amalasunta Oheu, ma il monaco ne ha bevuta troppa di po­zione, guarda come s'è ridotto!

brancalone Ma sta' tranquila, che tuto ritornerà come prima: quando che i se desvegerà, no i se recorderà pi de quel che xe capita e noialtri podaremo scominsiar tuto de novo.

amalasunta Se non ci fossi tu, Brancalone, ad aiutarmi... (Sal­ta giù dal praticabile sul quale si era seduta ed ecco che sembra essersi accorciata come per incanto) Brancalone, mi si è allun­gata la gonna!

brancalone    No xe la gona che xe slungada, ti se ti che ti xe tornada normale!

amalasunta (camminando entusiasta verso il lato sinistro della scena) Oh, finalmente, come sono felice! (Urta contro una ten­da, l'apre e scopre i corpi dei due sicari, quelli che abbiamo vi­sto morire nel precedente siparietto, appoggiati ad una colonna) Ah! Ma chi c'è qui? Chi sono questi due? Li hai ammazzati tu, Brancalone? (Richiude la tenda, fugge sul praticabile, si siede ansimando, stravolta, sul trono).

brancalone No, i g'ho trova già morti, e i g'ho metui li mi, per­ché i me servirà più tardi. Beh, sta' pronta, verza la boca che rivo... Viaaa! (Scompare velocemente dietro la tenda di fondo: si sente un gran tonfo).

amalasunta Brancalone, sei caduto? (Non ha risposta. Apre la bocca per ricevere il diavolo: si guarda in giro, aspetta qualche secondo, poi, cercando di articolare le parole senza richiudere la bocca) Brancalone?... (Si guarda intorno alla ricerca del na­no) Brancalone?... Oh, ma mi fai stare un'ora con la bocca aper­ta?... Dove ti sei cacciato, rispondi!

voce di brancalone (ha ora una strana dimensione: sembra usci­re dal corpo di Amalasunta) Son qui, bendeta, e non stago manco tanto mal, la mia tosota.

amalasunta   Dove qua?

voce di brancalone    Qua, drento de ti.

amalasunta Mio Dio, che impressione! No, no, non ce la fac­cio, esci. Brancalone, mi sento male, mi sento male. (Inizia una specie di lotta con se stessa come se una parte del suo corpo fos­se animata da una forza estranea).

voce di brancalone No ti star a insistere (la voce di Brancalo­ne acquista un accento del tutto femminile) a dirmelo un'altra volta, che mi sorto e no ti me bechi pi.

amalasunta    Ma hai parlato con una voce da donna!

brancalone (torna a parlare con accento maschile) Sicuro, mi parlo con tute le vosi, da orno (con accento femminile) da do­na (voce da bambino) da bambino (voce di Amalasunta incisa su nastro) con la voce di Amalasunta.

amalasunta    Oh, Dio, che impressione!

voce di brancalone (di nuovo maschile)   Asto vedùo?

amalasunta   Oh, mamma!

voce di brancalone E adesso sta bona, bendeta, e làseme la­vorar che g'ho da desvegiar sti due e scominceremo la rapresen-tasion.

Colpo di gong. Il monaco entra al guinzaglio, camminando carponi.

duca (che fino a questo momento è rimasto come imbalsamato, al colpo di gong si rianima e si guarda intorno stupito. Al mona­co) Non esageriamo con gli atteggiamenti servili: anche il ca­ne ti metti a fare adesso?! A parte che sei un incosciente: da queste parti non esistono alberi, lo sai.

monaco (si rialza. Solo adesso si rende conto, sbalordito, del col­lare e del guinzaglio annesso. Si toglie di dosso il collare e lo getta al duca che ha ripreso a recitare il personaggio dello scemo. Ad Amalasunta, come la vedesse per la prima volta) Tu saresti la famosa strega?

amalasunta    Sì, sarei io...

monaco   Ho sentito dire che sei bravissima a predire il futuro.

amalasunta (dalla borsa appesa alla cintola estrae delle grandis­sime carte da chiromante: si siede sui gradini che portano al loggiato superiore e con gesti da professionista consumata co­mincia a scartare il mazzo) Sì, il futuro, il passato e soprattut­to il presente.

monaco    Il presente?

amalasunta (dispone velocissima le carte sui gradini della ram­pa: le volta, le rivolta parlando con tono staccato, da oracolo) Sì, per esempio, leggo che lo scemo che sta con te è il duca, e che in questo momento, dietro alla tenda alle sue spalle, ci sono due sicari pronti ad ammazzarlo.

duca (estrae il pugnale e colpisce freneticamente la tenda: i corpi dei due sicari scivolano di dietro la tenda e si abbattono a terra, in avanti) No?! (Rivolto al monaco) Disgraziato! Guarda, tu che cerchi sempre di minimizzare: « Ma sta' tranquillo, son tut­te fisime le tue: perché vuoi vedere sicari ed assassini dapper­tutto! » E quei due chi sarebbero? Se non fosse stato per que­sta ragazza mi avrebbero accoppato dieci volte. (Ad Amalasunta) Ti ringrazio, cara. (Le bacia una mano).

monaco (accorso accanto ai corpi dei due sicari, poggia una mano sulle loro facce)   Di', ma sono già freddi!

duca Li farai scaldare più tardi. Avanti, sbrigati: procura su­bito una stanza a palazzo per questa ragazza. Da questo mo­mento voglio che stia al mio servizio. Procurale anche un abito di quelli belli, scollati, e un abito anche per me... Che il mio sia scollato o meno, per adesso non importa. (Ad Amalasunta) Continua, dimmi se vedi altri pericoli per me.

Durante queste battute rientra lo scemo, quello vero, che, ad un cenno del monaco, solleva i due cadaveri e li trascina fuori scena.

amalasunta (torna a consultare le carte: parla rapida, come in uno scioglilingua) No, nessun pericolo, stai tranquillo: tutto bene per te, per la casa, per il cuore, sicuro, sicurissimo.

duca (spogliandosi degli stracci da servo scemo) Piano, piano. Voglio sapere in particolare... Per esempio: cosa dice di me la gente?

amalasunta (come sopra, manipolando le carte con grande abi­lità) Bene, bene, dicono molto bene di te: brava persona, di­cono, onesta, di chiesa, vuoi bene alla famiglia, caritatevole, mai una prepotenza, dicono.

Rientra il monaco portando l'abito per il duca: glielo fa indossare.

duca Come, mai una prepotenza? (Compiaciuto) Se in un mese ne ho fatti impiccare più di quattrocento, gli ho tolto il diritto di autogoverno, ho messo in galera i rappresentanti del Comu­ne, e tu mi vieni a raccontare che dicono qui, che dicono là...

amalasunta Appunto, dicono! Mica ho detto che lo pensino davvero!

duca   Ah, non lo pensano?! E a che pensano, allora?

amalasunta   Non pensano.

duca    Come, non pensano?

amalasunta    Sì, a sto punto sono talmente rincretiniti che non sanno più nemmeno loro a cosa pensare, dove sbattere la testa.

duca (ride divertito)   Ah, ah, questa è bella!

Bussano con violenza alla porta.

monaco Chi è? (Va verso la quinta di sinistra, s'affaccia all'e­sterno).

duca Fermati. Non voglio vedere nessuno. (Isterico) Metti i ca­tenacci alle porte. Non voglio vedere nessuno!

monaco    Sta' calmo. Ti stanno portando la cena...

Entrano due servitori.

duca Non voglio niente. (Agita le braccia, torce il collo, salta qua e là per la scena) Mangiatevela voi la mia cena... e spero tanto che me l'abbiano avvelenata, cosi crcperete tutti quanti, tutti quanti come scarafaggi... schiacciati, coSì, cosi, cosi, cosi (batte i piedi per terra) di tacco, di punta, di pianta (sgambetta impazzito) schiacciati come mosconi, spappolati, schiacciati al volo, così... (Batte le mani, si schiaffeggia allucinato; convinto di vedere scarafaggi sul pavimento, fa zompi qua e là per calpe­starli) Un macello faccio...

amalasunta    Che gli prende ?

monaco Sta entrando in crisi: dobbiamo dargli una mino per­ché si sfoghi. Batti a tempo con lui... e anche voi, movetevi. (Battendo piedi e mani sul ritmo e sui movimenti del duca, tut­ti i presenti iniziano una strana concitata pantomima che si tra­sforma gradualmente in danza). Dobbiamo farlo cantare. Solo così potrà calmarsi.

duca (ormai in piena danza, scandendo le parole sul ritmo dei pas­si) Ma si può sapere perché sti disgraziati mi debbano odiare a sto punto? (Esegue una specie di break saltellando sui piedi) Con tutto quello che ho fatto per loro... (Idem) Ho sempre di­feso la buona morale, il buon costume... (Break eseguito anche dal coro). Ho vietato che si sputasse per terra... (Altro break corale). Ho vietato il turpiloquio (idem) il libero pensiero... (Idem in crescendo). Ho vietato si mangiasse carne al venerdì e negli altri giorni della settimana... (Stop). Ma che vogliono an­cora da me?! (Break di chiusura).

Tutti cantano e danzano sul medesimo ritmo, esasperandone movenze e gesti.

Che vogliono, che vogliono?

Non sono mai contenti.

 Che sono sti lamenti?

Non fanno che frignar.

Gli ho fatto un bell'esercito

con ferma obbligatoria:

non vogliono la gloria,

lor non vogliono crepar.

Li ho resi tutti liberi

di consolarsi cantando,

ma sol canzoni facili,

con rime un poco stupide

che parlino d'amore,

che sciolgano in languore

i figli e le figliuole

e le tardone sole;

che faccian rifiorire

le balie e il loro latte

e rigonfiar il petto

alle ragazze piatte;

canzoni per l'estate,

l'inverno e la montagna,

per far tutti convinti

che qui c'è la cuccagna.

Che vogliono, che vogliono?

Non sono mai contenti.

Che sono sti lamenti?

Facciamoli cantar!

E canta mentre sgobbi

e tiri sacripanti,

e canta sull'attenti

e canta mentre schianti.

Canzoni per far rifiorire

le balie e il loro latte

e rigonfiar il petto

alle ragazze piatte;

canzoni per l'estate,

l'inverno e la montagna,

per far tutti convinti

che qui c'è la cuccagna.


SECONDO TEMPO

SCENA PRIMA

Scena in penombra. In un angolo del loggiato superiore, due giovani cantano accompagnandosi col liuto. Al centro della sce­na Amalasunta è coricata su di un grande letto.

Non ti star a dormir sola

tutta calda e smaniosa:

io ben so che sei goliosa,

che sei goliosa di sentirmi

a te vicin.

Tu ti volti e ti rivolti

e nel letto ti rigiri,

io li sento i tuoi sospiri:

tu sospiri e ti discopri.

Hai addosso la caldana,

fammi un po' scender di sotto:

ti farò tornare sana, tornare sana,

se la porta s'aprirà.

Ho il cuor, la bocca piena

di fresc'acqua di fontana:

tu l'avrai la tua frescura, la tua frescura.

Ubriaco io sarò.

Al termine della canzone la ragazza comincia a parlare in veneto con toni quasi gutturali, alla maniera del diavolo nano. Quindi risponde a se stessa con voce del tutto normale, dando luogo ad un curioso dialogo sostenuto da gesti, ora fluidi, propri di Ama­lasunta, ora burattineschi, a ricordare il più possibile la mimica di Brancalone.

amalasunta (con voce gutturale e tono scocciato) Ah, ma alora sto tormenton tute le noti!... Pur'anco in due a la volta i se me­te adeso... (Voce naturale) Beh, che fastidio ti danno? Fossero stonati, capirei... Non ti piace come cantano?... (Voce gutturale, scocciata, in crescendo) No che no 'l me piase: i me dà i sgrìsoi, i me svirgola le orege... E po' mi g'ho sono, mi g'ho... (Voce na­turale) Dormi, se hai sonno, e lasciami ascoltare in pace! (Voce gutturale) Sì, ascoltare... Come se el fose soltanto che ti ascolti; ma po' mi el so de già come el va a finir: un fisceto, e me i ri­trovo in tel leto! Ma mi no permeto: doj 'nsema no i vojo! No i vojo! (Voce naturale) No? Beh, vorrà dire che faremo uno alla volta... (Voce gutturale, aggressiva) Sa' cossa ti xe ti? Ti xe un'amorale: ecco cosa ti xe! (Voce naturale) Oh, eccolo, final­mente ti sei scoperto: È amorale solo chi ha il coraggio di am­mettere quello che gli piace di fare! Sbaglio o sei un diavolo un po' cattolico? Forse saresti stato meglio in qualche convento a fare da padre guardiano. (Voce gutturale, con ripicca) E ti in quai bordel a far la baltrocca!

Bussano alla porta. Dalla parte opposta a quella dove hanno bussato, entra Marco, il figlio del podestà, seguito dalla sorella. Marco impugna uno stiletto, la sorella un grosso bastone: pro­cedono in punta di piedi, miniando la camminata nel buio, guar­dinghi e pronti a colpire. Per tutta la scena che segue, né Ama­lasunta né il duca si accorgeranno della loro presenza.

duca (da fuori scena)    Amalasunta, mi fai entrare?

amalasunta    Chi è? (Voce gutturale) Un altro? Ah, ma el se g'ha sparso la vose, alora! (Voce naturale) E piantala! Chi è?

marco (camminando tentoni, sottovoce alla sorella)   C'è buio qui dentro, non vedo niente.

amalasunta  Chi è?

duca (da fuori scena) Amalasunta, con chi stavi parlando? C'è qualcuno con te?

amalasunta   No, non c'è nessuno. Ma chi sei tu?

duca (da fuori scena)    Sono Gian Galeazzo, il duca...

sorella (rivolta al fratello, sempre a bassa voce) Eccolo, sta­volta ci siamo.

Marco comincia a menar pugnalate in tutte le direzioni nella speranza che qualcuna raggiunga il duca.

amalasunta Il duca?! Ma va', valla a raccontare a qualcun al­tro: il duca!

duca Sì, lo vado a raccontare a qualcun altro, poi torno e ti sbat­to dalla finestra!

amalasunta Ah, ma allora è vero... Sì, sei proprio il duca... Prego, accomodati.

duca (entra camminando tentoni a sua volta) Accidenti, che buio... Ma dove sei?

Guidato dalla voce del duca, Marco gli va incontro mulinando il braccio armato in rabbiosi fendenti.

amalasunta Sono qui, nel mio letto. Se aspetti, accendo il lu­me...

duca No, no, preferisco il buio. (Riferendosi ai ripetuti fenden­ti portati da Marco uno dei quali gli sfiora la faccia) Ma chi fa aria qua? Amalasunta, dove sei? (Con uno scarto si sottrae al­l'ennesima pugnalata di Marco. Sale sulla cassapanca ai piedi del letto. Marco gli è nuovamente vicino, intuisce la sua pre­senza: vibra un gran colpo, incespica nella cassapanca, perde l'equilibrio e va a sbattere la testa contro il sedere del duca. Il pugnale gli casca di mano). Ahi, che botta!

amalasunta   Avrai sbattuto contro qualche colonna...

duca Mi pare che quella colonna avesse una testa. (La sorella di Marco sferra una bastonata sulla nuca di Gian Galeazzo che vacilla). È caduto un capitello! (Barcollando raggiunge il lato destro della cassapanca).

amalasunta Vieni, che ti faccio strada. (Scende dal letto, cerca la mano del duca ma, a causa dell'oscurità, afferra quella di Marco. A sua volta il duca prende la mano della sorella di Marco, e tutti e quattro si siedono sulla cassapanca ai piedi del letto). Ma cosa fai qui? Non vorrai che ti legga il futuro per lui, per lei, per il cuore, sicuro, sicurissimo, a quest'ora?

duca    No, voglio stare con te!

amalasunta (lusingata)   Con me?!

duca Sì, sulle tue ginocchia... (Preso da un impeto amoroso, vorrebbe trovar posto sulle ginocchia della ragazza: stordito com'è si siede invece sulle ginocchia di Marco, la sorella, su quel­le di Amalasunta).

amalasunta Forse staremmo meglio quassù. Vieni, ti faccio strada. (Sale sul letto tirandosi appresso la sorella di Marco).

Si sdraiano una accanto all'altra. Il duca fa altrettanto con Marco.

Da lontano giunge il canto dei due giovani che hanno ripreso la serenata.

duca    Sei sicura che non ci sia nessun altro nei paraggi?

amalasunta    Sta' tranquillo, siamo soli.

duca Chi canta, lìsotto? (Si alza e scende dal letto. Amalasunta cerca di raggiungerlo, altrettanto fanno gli altri due. Si ritrove­ranno abbracciati, l'uno a Marco, l'altra alla sorella di Marco).

amalasunta    Niente... ragazzi. Vuoi spogliarti?

duca   No, preferisco di no.

amalasunta   Dico, almeno le scarpe.

duca Ma stai a pensare alle scarpe! Abbracciami, Amalasunta! (Marco tenta di colpire il duca: alza il pugnale, ma il duca gli blocca involontariamente a mezz'aria la mano armata. Marco, che per il contraccolpo si trova costretto a salire sulla cassapan­ca, ora lo sovrasta di tutto il busto). Oh, ma come sei lunga!

amalasunta (abbracciando la sorella di Marco) Oh, sì, come sei tenero! Se penso alla carogna che eri ieri... Oh, scusa.

duca   No, no, è vero: ogni tanto mi capita.

Marco vorrebbe colpire il duca che gli tiene saldamente il pol­so. Il braccio per lo sforzo vibra.

amalasunta Sì, ogni-tanto-quasi-sempre... (Accarezza la mano di Marco, convinta sia quella del duca) Ma che fai, tremi? Hai freddo?                                                              

duca Io, freddo? Sei tu, che hai il ballo di San Vito. (Di colpo sembra ricordarsi di qualcosa: allontana con una spinta il brac­cio di Marco) La porta, l'ho lasciata aperta. (Va verso la porta da dove è entrato).

amalasunta Ma lascia perdere la porta... Se viene qualcuno, quello entra sempre dalla finestra!

La sorella di Marco si trova all'altezzadel duca, solleva il ba­stone e gli assesta una vera e propria mazzata.

duca (cade seduto sulla cassapanca) Ohi! che botta! (Marco gli si avvicina, braccio alzato, per colpirlo. La sorella vuol finire il duca del tutto: risolleva il bastone, ma è Marco, che s'è intro­messo, a beccarsi quest'altra mazzata. Tramortito, Marco cade seduto sulle ginocchia del duca e appoggia la sua testa contro quella di lui). L'eco della botta!

amalasunta   Duca, che ti succede? Ti senti male? Rispondi!

duca (come risvegliandosi da un sogno orribile) Amalasunta, mi ammazzano... Aiuto, mi vogliono ammazzare...

amalasunta Ma no, calmati. Su, su, sveglia, non c'è nessuno che ti voglia ammazzare: è soltanto un incubo. (Cerca di tran­quillizzare il duca, gli accarezza i capelli: una mano accarezza il lato destro della testa di Marco, l'altra mano il lato sinistro del­la testa del duca che gli sta appaiata. Quindi con sgomento) Oeuuh, ma che crapone che hai!

duca (che s'era per un attimo assopito)  Amalasunta, cos'è sta­to? Sono svenuto un'altra volta?

amalasunta    Un'altra volta? Perché, ti succede spesso?

duca Beh, Sì, da due o tre giorni a questa parte ogni tanto mi ritrovo lungo e disteso.

amalasunta   Forza, cerca di rialzarti... Rimettiamoci a letto.

duca Sì, Sì, torniamo a letto. (Marco, ormai completamente suo­nato, si è letteralmente accoccolato sulle ginocchia del duca che, nel levarsi in piedi, senza rendersene conto, stordito com'è, se lo porta appresso, stretto al collo, quasi fosse un bambino) Ac­cidenti, come mi sento pesante!

amalasunta    Avrai mangiato troppo.

Il duca, con il suo fardello, si dirige verso il lato destro del let­to. Amalasunta lo segue.

duca    Infatti mi sento un gran peso sullo stomaco.

amalasunta    Sarà una congestione.

Marco scivola dalle braccia del duca e si trova in ginocchio fra le gambe di lui. Il duca gli è quasi cavalcioni.

duca Adesso però sto meglio. (Marco si alza in piedi con gran fatica, in quanto si trova a dover sollevare sulle proprie spalle il duca che gli si è messo letteralmente a cavaceci). Anzi, ti dirò, mi sento completamente sollevato. (Posando la gamba destra sul pancone laterale del letto, libera del proprio peso il povero Marco, il quale, per un movimento inconsulto, nel tentativo di appoggiarsi al palo del baldacchino, fa scendere la tenda che co­pre il letto alla vista del pubblico).

amalasunta (si ritrova a stringere una mano di Marco che per lo sforzo subito sta tremando visibilmente) Ma come tremi! Sei ancora preoccupato per quello che è capitato ieri?

La sorella di Marco si è messa fra i due e tenta di colpire il du­ca, ma Amalasunta, credendola il duca a sua volta, l'attira a sé e l'abbraccia.

duca   Perché, cosa è successo ieri?

La sorella si scioglie dall'abbraccio di Amalasunta e ritenta di colpire il duca, ma ancora una volta viene bloccata da Amalasunta.

amalasunta Ma Sì, del fatto dei due sicari... Te ne sei già scor­dato?

duca    No, è che non c'ero.

amalasunta    Come non c'eri? !

duca Sì, ogni tanto io ci sono, poi non ci sono... Facciamo un po' per uno.

amalasunta Ma che dici ?

duca Già, che dico? (Si siede sulla cassapanca ai piedi del tetto, a sinistra. A destra Amalasunta fa sedere la sorella di Marco. Marco si avvicina al duca, la sorella si stacca per un attimo da Amalasunta per dare l'ennesima bastonata al duca, ma finisce immancabilmente per colpire il fratello, che si lascia morbida­mente cadere, come ormai d'abitudine, sulle ginocchia del duca, che lo scambia ancora per Amalasunta). Tanto, lo so già che mi faranno fuori... E tutto perché ce l'hanno a morte con lui!

amalasunta  Con lui, chi?                                  

duca Con lui, io... il duca... E hanno ragione, mille ragioni di volerlo accoppare. Sto disgraziato, faccia di palta!

amalasunta    Faccia di palta lui... tu? Tu, il duca?

duca Sì, ci hanno provato già un sacco di volte: nel letto ci ho trovato ogni ben di Dio: scorpioni, cimici della rogna, ragni ve­lenosi, e perfino un aspide. (La sorella dà un'altra botta sulla testa di Marco che sussulta come preso dal singhiozzo). Ah, mi spiace, ma io in quel letto non ci dormo più. (Alzandosi spinge Marco verso Amalasunta).

Tutto ciondoloni Marco le è addosso.

amalasunta (offesa) Ed è per questo che sei venuto nel mio? (Allontana Marco che, come in trance, va a finire verso la parte destra della scena: si appoggia esausto ad una colonna).

duca Sì. Anzi, no... È anche perché mi piaci. Amalasunta, dove sei? (Cercando Amalasunta si sposta di qualche passo verso la sorella di Marco e le prende una mano).

sorella (scambiandolo per Marco)    Andiamo, Marco...

duca (con voce affettata) Vengo subito, cara. (Verso Amalasunta) Amalasunta, dove sei?

amalasunta    Qua, duca.

duca (alla sorella di Marco, credendola Amalasunta) Se io fossi uno qualsiasi, che so, un soldato, tu mi prenderesti per marito?

sorella (sospetta l'equivoco)   Ma tu non sei Marco...

duca (ubriaco di botte) No, non sono Marco... Me ne guardo bene. (La sorella gli assesta una gran legnata. Il duca sbanda) Quante colonne!... Amalasunta, dove sei? (I due si cercano nel buio, ma anche la sorella di Marco sta cercando il duca). Dice­vo, se io fossi uno qualsiasi, che so, un soldato, tu mi prende­resti per marito? (La sorella di Marco raggiunge il duca, gli ap­poggia una mano sulla testa ciondoloni, gliela solleva, l'assesta per bene e lo fulmina con un botto che rimbomba per tutta la stanza). Sono capitato in una moschea! (Barcollando va a sten­dersi sul letto, nascosto dalla tenda. In realtà fingerà di stender­si; ché, al suo posto, verrà messo un manichino costruito a sua somiglianza).

amalasunta Duca? Duca, dove sei?... Vado a prendere un lu­me. (Esce sulla sinistra).

sorella (cerca di ricuperare il fratello. Sottovoce)    Marco?

duca (da dietro la tenda del letto)    Eh!

sorella    Marco?

marco (quasi un sospiro)    Eh?

sorella (disorientata)   Dove sei?

duca (sempre da dietro la tenda)    Sono qua.

sorella   Dove qua?

duca Qua nel letto. (Esasperato) Però te l'ho già detto: non mi chiamo Marco!

Amalasunta entra con un lume, la sorella di Marco si nasconde dietro una tenda.

amalasunta (con voce gutturale, materna) Vàrdalo, poareto, vàrdalo, al s'è indormentà 'me un saso... (Solleva la tenda del letto. Parla con voce normale) Poareto, eh? Un disgraziato che ieri, quando l'ho pregato di liberare quei poveri eretici incar­cerati a causa mia, s'è messo a sghignazzare come un matto! Poi viene qua di notte a piangere come un cane che ha perso la mamma. (Marco si stacca dalla colonna e non visto la segue rintronato). Se tu, Brancalone, fossi stato un diavolo come si deve, invece di stare a frignare, mi avresti gridato: «Ammaz­zalo! Ammazzalo adesso, intanto che dorme! » (La sorella di Marco esce da dietro la tenda, afferra per un braccio il fratello e lo costringe a rientrare. Nella manovra perde il bastone che finisce incidentalmente nelle mani di Amalasunta). Prendi que­sto bastone. (Se ne rende conto sorpresa) Oeuh?! Spaccaglielo sulla testa, così! (Fa il gesto di colpire il duca, ma si autobiocca. Gutturale) Ferma, disgrasiada! (Voce naturale) Lasciami fare, Brancalone. (Voce gutturale) Mola sto baston. (Amalasunta, come se davvero fosse costituita da due diverse persone, collut­ta con se stessa. Durante la colluttazione, calano bastonate a non finire sulla testa di Marco, che è rientrato in scena inse­guito dalla sorella. Anche la sorella ne riceve qualcuna. Voce naturale) Lasciami fate, ti ho detto! (Voce gutturale) Ma no xe lu, xe un altro! (Voce naturale) Che altro e altro! (Voce guttu­rale) Ma non ti g'ha capìo, Amalasunta, ignoranta (Il bastone colpisce anche la testa di Amalasunta) che no xe el duca vero, ma soltanto un dopion del duca... (Voce naturale) Un sosia? (Voce gutturale) Sì, un poveraso che 'l g'ha avùo la disgrassia de someiarghe a quel fiol d'un can del duca. (Voce naturale) Non ci credo, sei un bugiardo, io gli spacco la testa, l'ammaz­zo... (S'avventa alla volta del duca col bastone alzato).

caterina (ancella della duchessa. Entra. Ferma il braccio di Amalasunta)    Amalasunta, che sta succedendo? (Vede il duca sdra­iato sul letto) Ah, è venuto da te stanotte? È proprio in visita parrocchiale, allora!

amalasunta Come? (Colta di sorpresa, resta come imbambo­lata).

caterina Eh, sì, sta facendo il giro di tutte le parrocchie: ieri notte ha dormito da me, l'altra notte dalla Gasparina, lunedì dall'Angela... E sempre con la scusa che ha paura, che ha biso­gno di protezione...

amalasunta    Cosa, cosa? Anche a te ha raccontato?...

caterina L'ha raccontato a tutte: a tutte ha detto che se non fosse perché... le avrebbe sposate.

amalasunta (con voce gutturale) Sto fiol d'un cancaro... (Voce naturale) E sto imbecille che mi viene a dire che non è lui ma il sosia... (Voce gutturale) Beh, sì, ghe son casca anca mi oh cancaro d'un cancaro!

caterina Amalasunta, con chi ce l'hai? Ti senti male? (La pren­de per le spalle).

amalasunta (si divincola)   Ma lasciami stare, anche tu...

caterina    Calmati, Amalasunta!

amalasunta No, che non mi calmo: io l'ammazzo davvero. (Torna ad avventarsi contro il duca).

caterina (cerca di fermarla)   No, no, che fai? Ma sei ammattita?

Entra un'altra donna, riccamente paludata: è la duchessa.

duchessa    Caterina, Amalasunta, cosa state combinando? Ma, andiamo, vi mettete a litigare a quest'ora del mattino? (Le due donne s'inchinano piuttosto imbarazzate: la duchessa scorge il duca addormentato) Mio marito?... Cosa ci fa qui il duca?

caterina    Non so, signora duchessa. (Altro inchino).

amalasunta (fingendo sorpresa) Il duca? Oh, tu guarda... Eh già, è proprio il duca!

duchessa Stavate litigando a causa sua, vero? Con chi di voi due è stato, stanotte?

caterina Questa è la camera di Amalasunta, signora duchessa. (Inchino).

amalasunta Ma io l'avevo data a Caterina... Però non pensavo che le sarebbe servita per dormirci con il signor duca. (Inchi­no). Che vergogna!

caterina Che bugiarda! Non è vero: io ci ho dormito con il signor duca (inchino) ma ieri sera.

duchessa    E l'altro ieri?

caterina    Ci ha dormito la Gasparina.

duchessa    Pure?

caterina Si, signora duchessa. (Inchino). Chi più chi meno, ha mancato di rispetto a tutte, il signor duca. (Inchino).

duchessa    A tutte?

amalasunta ' Salvo naturalmente a voi, signora duchessa. (In­chino).

duchessa Salvo me? Come ti permetti, villana! A me ha man­cato di rispetto sabato!

amalasunta    Beh, sabato è il giorno più bello!

duchessa    E anche giovedì, se proprio vuoi saperlo.

amalasunta Si, anche giovedì è un bel giorno, purché non ca­da di venerdì.

duchessa (prossima alle lagrime) E io che mi ero illusa avesse ripreso a stimarmi...

amalasunta   A stimarvi?

duchessa   Eh, sì, l'unico modo che un uomo ha di dimostrare la propria stima verso una donna, non è forse quello di cercare di mancarle di rispetto il più possibile?

amalasunta   Parole sante!

duchessa    Soltanto che lui le stima tutte. (Disperata) No, non doveva umiliarmi a sto punto... Avessi la forza d'ucciderlo!

amalasunta    Signora, se volete favorire, è un ottimo bastone. (Le offre il bastone).

caterina (ha appoggiato una mano sul cuore del duca: la ritrae sgomenta)   Non ce n'è bisogno, è già morto.

duchessa   Morto?!

amalasunta   Sì! Per troppa stima!

duchessa (con voce da contralto, aggressiva)   Disgraziate, voi, voi me lo avete ucciso, consumandomelo notte per notte!

amalasunta   No, signora duchessa, mi spiace, ma io non ho consumato.

duchessa    Taci, strega maledetta, tu sei la causa di tutto, e te la farò pagare!

amalasunta   Ecco, lo sapevo, le altre consumano e a me mi toc­ca di pagare!

Entra in scena il duca, quello vero. Ricordiamo che, allorché l'attore si era gettato sul letto e la tenda lo aveva temporanea­mente nascosto alla vista del pubblico, il personaggio del sosia era stato prontamente sostituito con un fantoccio.

duca Ah, ah, è troppo bella! Per paura di farsi ammazzare nel proprio letto, è finito consunto nel letto di questa mezza zoc­cola... (Indica Amalasunta) Complimenti! Però: come morte, ha scelto la migliore.

duchessa    Oh, mio Dio, il suo spettro!

duca (si guarda intorno terrorizzato: urlo ingoiato) Ah, il suo spettro! (Poi, rendendosi conto dell'equivoco) Macché spettro! Sono io, state tranquille: Gian Galeazzo in persona. Lui era so­lo il mio doppione... E adesso che è spacciato, tanto vale che mi faccia vedere.

duchessa È terribile! Ma come, tu avevi un sosia, e io non ne sapevo niente?!

duca (pavoneggiandosi soddisfatto) Nessuno ne sapeva niente, neanche il mio consigliere!

duchessa E tu, eri a conoscenza del fatto che lui se ne andasse tutte le notti nelle camere delle ragazze?

duca (sghignazzando) SI, lo sapevo, ma chiudevo un occhio. Qualche piccola distrazione dovevo pur concedergliela, ah, ah! (Ride di testa) Certo, non m'aspettavo si potesse addirittura crepare per distrazione. (Si sente molto spiritoso).

amalasunta (a parte, con voce gutturale) Adeso, el sciopa el calderon!

duchessa    E tu hai sempre dormito nel tuo nascondiglio?

duca (ovvio, ridanciano)   Sempre.

amalasunta (come sopra)    Sciopa!

duchessa (incalzando)   Anche sabato?

duca (come sopra)   Anche sabato!

duchessa  Giovedì ?

amalasunta (come sopra)    Sciopa !

duca    Sì, anche giovedì.

amalasunta (come sopra)    Sciopaaa!

duchessa (disperata, senza prender fiato) Questo martedì, l'al­tro, quindici giorni fa, lunedì d'un mese fa?

duca (annoiato) Sì, sì, ho dormito sempre nel mio nascondiglio. E con questo?

duchessa (con gran cattiveria, sopratono ) E con questo... sappi che aspetto un bambino!

duca (esplodendo fulminato)    No!!

amalasunta (gutturale, con sospiro liberatorio)    El xe sciopa!

duca (con voce soffocata)    Aspetti un bambino? Da chi?

duchessa (provocatoria) Dal tuo doppione... Tu hai chiuso un occhio e lui, per distrazione, è diventato padre. Avanti, ridi adesso, ridi!

duca (atteggia la faccia al riso, ma gli riesce solo una smorfia grot­tesca)   Èhhh... No, non ce la faccio! (Scoppia a piangere).

monaco (entra)    Che succede?

amalasunta Il duca non riesce a ridere per via che il doppione l'ha doppiato.

monaco Che doppione?... (Corre a constatare accanto al letto) Ma tu, guarda, è morto!

amalasunta    Sì, per troppa distrazione.

duca (presso il cadavere del sosia) Sto farabutto! Chi si sarebbe mai immaginato che avrebbe avuto il coraggio di... Con quella faccia insignificante! Senza alcun tratto di nobiltà! (Il monaco tossisce imbarazzato: allude alla somiglianza. Subito il duca si riprende) Ah, sì, sì... (Alla duchessa) Ma tu, tu lo sapevi che non potevo essere io: in quanto Saturno era in contrasto con Andromeda e, finché non fosse giunto alla congiunzione di Cas­siopea, non avrei mai potuto venire con te!

duchessa   Ma cosa vuoi che interessasse a me di Cassiopea e di Andromeda e di Saturno in quei momenti... (Voce profonda, impostata sull'addome) Io so solo che lui mi stimava... mi sti­mava così bene... (Sospira).

duca    Spudorata! E me lo vieni anche a dire in faccia! Ma io t'ammazzo... (Estrae la spada). Giuraddio, ti ammazzo!

monaco (fermandolo)   No duca, aspetta.

duca    La vuoi ammazzare tu?

monaco    No, siamo al terzo ellisse di Merone, e tu sai che quan­do Merone interseca la Vergine, che è appunto nel terzo ellisse, non si può ammazzare la moglie. Porta male! duca    Nemmeno ferirla gravemente?

monaco   No. Se proprio vuoi, puoi giusto staccarle un orecchio.

duca   Un orecchio?

monaco    Sì.

duca (con gusto sadico accenna mimicamente l'atto di segare l'o­recchio) Gna gna, gna gna... (Al monaco) Me la tieni tu?

monaco Ma no, devi aspettare un paio d'ore... che si levi il sole e la stella d'Anassagora si spenga dietro l'asse di Teodonico.

duca (piagnucolando) Ma io qualcuno lo dovrò pur ammazzare, se no, scoppio! Come mi sfogo se non ammazzo qualcuno, se non ammazzo... (Guarda il monaco, e sul viso gli si dipinge un gran sorriso) Che stupido! A te, ti posso ammazzare. (Il mona­co estrae un lungo pugnale col quale para la prima stoccata). Eh, già, sei della costellazione dei Pesci, che proprio stanotte è stata attraversata dal Toro, in convergenza... con Ermaclea e Appagarre... Ma tu guarda che fortuna! Io t'ammazzo e mi por­ta pure buono...

monaco Non fare scherzi! (Il duca sottolinea i suoi fendenti con grida acute. Il suo stile di scherma è inconsueto e sconcertante: alterna movenze da balletto con rapidi balzi, durante i quali picchia violentemente il lato piatto della spada contro la pro­pria mano sinistra, quasi ad infondere una terrificante propul­sione all'affondo). Andiamo, ti prego: non farmi morire pro­prio nella parabola del Toro! (Il monaco si sottrae, con balzi all'indietro, alle micidiali cariche del duca, ma ormai è stretto contro il lato sinistro della scena: un'ultima carica del duca non gli lascia via di scampo) È di cattivo auspicio...

duca    È di cattivo auspicio per te... Per me, no di sicuro... (Si libera di scatto dal braccio del monaco proteso in un vano gesto di difesa. Esegue l'affondo nel modo che gli è abituale: schiaffo sulla lama col palmo della mano sinistra: affondo: il suo pugno arriva a premere il petto del monaco dando proprio l'impressio­ne che la lama si sia infilata per intero nello stomaco). Tie'!

monaco (con un urlo)    Ahhhhhhh!

Il duca e il monaco si rendono subito conto che qualcosa non va come dovrebbe: infatti, nella concitazione del gesto risolu­tivo, il duca ha trattenuto sbadatamente la spada nella mano sinistra, affondando la destra ignuda contro il petto del mo­naco.

duca (constatando l'errore)    Oh, pardon!

monaco (approfittando del momentaneo disorientamento, sfugge alla presa del duca e salta in piedi sul letto) Lo è anche per te, perché Ermaclea e Appagarre sono nel loro terzo moto di­scendente, e chi taglia una testa in quel periodo la perde a sua volta...

duca (mette la spada nell'esatta posizione in cui si tiene la stecca da biliardo nell'atto di scoccare il colpo. Ci ripensa. Appoggia l'elsa sulla cassapanca, quindi con un immaginano gessetto sfre­ga la punta della spada)

Ma io non ho nessuna intenzione di tagliar teste.

(Monaco e duca si trovano di fronte, in piedi sul­le due cassapanche laterali, pronti a balzare l'uno contro l'al­tro. Lo scontro ha luogo sul grande letto. La spada del duca e il pugnale del monaco s'incrociano alti sulle loro teste. I duellan­ti, con un colpo, si respingono sulle posizioni iniziali, ai lati del letto. Il duca è pronto per sferrare un nuovo impeccabile affon­do)

 Io voglio solo bucarti la pancia, così...

monaco    Ma perché? Che t'ho fatto?

duca (con uno scatto è sul letto. Allunga la spada verso il ventre del monaco, ma si ritrova stranamente ad impugnare un corto pugnale la cui lama non giunge a segno: inavvertitamente, nella foga del precedente scontro, i due si sono scambiati le armi ed ora è il monaco a possedere la spada; ma il duca pare non ren­dersi conto di ciò: osserva con stupore la corta lama e cerca d'allungarla, tirandola con la mano libera, come se fosse rien­trata in se stessa) Niente, niente hai fatto! Hai solo scritto al­l'imperatore dicendo di sostituirmi con la scusa che sono diven­tato troppo impopolare.

monaco    Non è vero.

duca   È vero sì. Ho la lettera che ho preso al tuo messaggero. C'era scritto: «Il burattino non fa più ridere: bisogna sosti­tuirlo ». Così, io sarei il burattino dell'imperatore, eh? E tu il mio burattinaio! Tieee'... (Si lancia letteralmente contro il mo­naco che schiva il colpo) Disgraziato, ti scansi... davanti a delle signore!

(Il pugnale è penetrato fino all'elsa nella colonna di le­gno contro la quale stava appoggiato il monaco. Il duca agguan­ta l'elsa e tira a sé con gran forza, prendendo atto, compiaciuto, che la lama, per la violenza degli strattoni a cui è sottoposta, si va via via riallungando sino a riprendere la dimensione di una normale spada)

Oeuh! Sigfrido sono! (Si rimette in posizione d'attacco) Non hai mai sentito di un burattino che manda a pez­zi il proprio burattinaio? Guarda!

(Con movimenti e grida folli cerca di impaurire il monaco che, invece, se ne sta impassibi­le ad aspettare l'attacco del duca, a spada tesa. Il duca ritorna in posizione di « guardia »: braccio destro allungato in avanti, braccio sinistro ripiegato in alto sopra la testa, mano ciondoloni che scende all'altezza degli occhi, la qual cosa gli impedisce di vedere l'avversario. Scosta la mano che ritorna dispettosa al po­sto di prima. Seccato, costringe la mano a portarsi dietro la nuca. Le dita si muovono petulanti a grattargli la testa. Quasi che l'arto non gli appartenga, lo schiaffeggia e lo sposta sul fianco. La mano si muove a fargli solletico. Il duca perde la pazienza: afferra la mano insolente e la consegna all'ancella della duchessa perché gliela custodisca) Tieni.

(Riprende l'attacco al monaco, con grida e movimenti sempre più terrificanti... Altro affondo che va a vuoto per il fatto che la ragazza gli tiene saldamente la mano)

E molla! (Stanco di gridare emette una specie di ge­mito quasi cantato che impaurisce il monaco assai più di qual-siasi boato. Il monaco scappa verso sinistra buttando la spada a terra, il duca lo insegue. Il monaco rientra con una spada lun­ghissima).

 Oh, esagerato! (Il monaco si ritira per rientrare su­bito con un pugnale cortissimo). No! Così corto non è leale!

monaco   E che me ne importa!

duca   Dove scappi?!

monaco    E chi scappa?

duca   Tu, scappi. (I due contendenti vengono a trovarsi nuova­mente di fronte, ai lati del letto, divisi dal corpo del doppione del duca: un fendente del duca cade sul collo del sosia) Tiee'...

monaco   Dio mio! Che hai fatto? ! Gli hai staccato la testa!

duchessa, caterina e amalasunta (con enfasi da coro greco) Oh, la testa!

duca   Che m'importa! Era la testa di un morto, e non vale.

monaco   Vale si, perché tu sei nato nel solstizio d'estate, in op­posizione ai Gemelli...

duca  E con questo? (Lascia partire un altro fendente che cade sulla gamba del sosia staccandola netta).

donne Oh, la gamba!

(Il duca sventa un assalto del monaco in­filando sulla sua spada la gamba del sosia che diviene cosi un complementare strumento di difesa. Altro fendente del duca che stacca un braccio del sosia).

Oh, il braccio! (Servendosi del braccio amputato, il duca arriva ora a grattare il tallone dell'ar­to conficcato nella spada del monaco. L'espediente ha successo: il solletico si trasmette al monaco che esplode in una inconte­nibile risata. Di ciò approfitta il duca per entrare in un corpo a corpo con l'avversario).

Basta, vi farete male!

Il nodo dello scontro si districa fra sferragliare di lame.

monaco   Gli farò male! (Scappa verso il proscenio).

duca    Dove scappi, disgraziato! (Lo raggiunge: le lame si incro­ciano all'altezza dell'elsa). Ti stacco una mano, cosi impari.

Cade a terra una mano visibilmente amputata.

donne    La mano, che orrore!

Il monaco retrocede stravolto: guarda la mano per terra e va a controllare da quale polso si sia staccata. Tira un gran sospiro di sollievo: possiede ancora tutte e due le mani e le mostra al duca.

duca (sconcertato) Avevi tre mani?! E tenevi la cassa! (Si ren­de conto che la mano a terra è la propria: piange disperato) La mia manina... (Furente) Giuraddio, ti stacco un orecchio!

Nuovo scontro: cade a terra un orecchio, che stavolta è indub­biamente del monaco.

monaco    Ahi, maledetto! Proprio quello con l'orecchino!

donne   L'orecchino, che peccato!

duca    Mi fa tanto piacere.

monaco (improvvisamente sordo)   Cosa hai detto?

duca    Mi fa... Ah, si, scusa. (Intuisce la causa della sopravvenuta sordità del monaco: raccatta l'orecchio da terra, se lo porta vicino alla bocca e ci grida dentro come fosse un megafono)

Mi fa tanto piacere! (Il monaco sobbalza impazzito tenendosi la te­sta fra le mani, rintronato. Il duca sghignazza alle lagrime)

Ah, ah! Non ho mai riso tanto con una mano sola! (Si sposta inav­vertitamente e calpesta la propria mano amputata. Gli esce un lungo grido di dolore)

Ahii, ahii! (Si avvede di calpestare la ma­no, si scansa di scatto)

Oh, scusa, cara!

monaco (ripartendo all'attacco) Adesso tocca a te: un orecchio per uno non fa male a nessuno.

duca (riceve un gran fendente in piena faccia) Ah, ah, ti ho fre­gato! (Tenendosi una mano sul viso) Mi hai cavato un dente!

donne    Che orrore!

duca (carica con impeto costringendo il monaco ad uscire di sce­na. Lo segue d'appresso) Affondo, parata di scrocchio e, op, stoccata nell'occhio... Tieee'!

(Grido lacerante del monaco fuo­ri scena: si presume che il duca abbia centrato il bersaglio. Sor­ridendo sadico, il duca fa ruotare l'elsa della spada, la cui lama è rimasta fuori scena, come si trattasse di un gran cacciavite. Estrae la spada e si ritira disgustato)

Oh, che impressione! (Se ne va dietro la tenda sul fondo della scena).

duchessa (si stacca dal gruppo delle donne andando verso il cen­tro della stanza, mani levate al cielo in disperato accento melo­drammatico) Ah no, no, non posso vedere! (Altro tono) Oh, ma che disordine! Raccogliete tutto... Lo sapete che non posso vedere la roba per terra...

amalasunta e caterina Subito, duchessa. (Escono, per rien­trare all'istante con due grandi canestri).                   

monaco (ritorna in campo: lampi d'odio, concentrati nell'occhio residuo, non lasciano presagire nulla di buono) Dov'è? Do­v'è?

duca (da dietro la tenda)    In fondo, la prima a destra.

monaco Sei lì?! (Sparisce a sua volta dietro la tenda di fondo: il suo grido di trionfo ci annuncia che ha trovato il duca).

Colpi di spada e urla di dolore. Vola in scena, al di qua della tenda, un piede, a confermare la cruenta ripresa dello scontro.

duchessa (pratica ed autorevole) Da brave, mettete tutto nei canestri, che quando avranno terminato faremo la cernita. (Le urla e lo sferragliare aumentano di intensità; da dietro la tenda vola una gamba che la duchessa prende al volo) Ma questa è del duca!

caterina (vedendo volare un'altra gamba) E questa è del mo­naco!

duca (da dietro la tenda)   Ahia! Eh, no, adesso basta!

amalasunta (prendendo al volo una terza gamba che arriva pi­roettando dal retro) Anche questa è del duca! Adesso non ne ha più.

Le grida sul fondo s'interrompono. Saltellando su una sola gam­ba, appare il monaco ridotto ad un troncone.

monaco (trionfante)   Ho vinto. Il duca è morto... Io però non mi sento neanche tanto bene! (Si affloscia svenuto).

donne (in coro, sorreggendolo)    Che orrore!

Buio. Cala il siparietto.

SCENA SECONDA

Dalla destra, sul proscenio, entrano la sorella di Marco e il capi­tano delle guardie. Camminano tenendosi allacciati per la vita.

sorella   Hai visto come piangeva la duchessa? Allora è proprio vero!

capitano   Come no? Mi hanno detto che uno era senza braccio, senza gamba, l'altro senza orecchio, senza un occhio... Un vero macello!

sorella    Povero Marco, chissà il dolore quando lo saprà!

capitano    Come, quando lo saprà? Non facciamo scherzi, mi raccomando: non lo deve sapere nessuno, altrimenti ci vado di mezzo io!

sorella    Ma à te chi l'ha detto ?

capitano    Me l'ha raccontato Caterina.

sorella    Sempre Caterina, eh?

capitano   Ma dico, non sarai gelosa di Caterina!

sorella   Perché dovrei esserlo! Cosa credi, che non lo sappia che tutte le notti vai a dormire da Caterina?

capitano    Chi, io? (Passo passo, sono arrivati alla quinta di si­nistra alla quale, il capitano, volge ora le spalle).

sorella    Si, tu! (Punta, con gran forza, l'indice teso al petto del capitano che cade a terra di schianto, quasi che l'indice della ragazza gli avesse trapassato il cuore). Oh, mio Dio, che ho fatto! (La sorella di Marco osserva con terrore il proprio dito, dive­nuto improvvisamente uno strumento di morte).

marco (uscendo dalla quinta)   Toh, ha funzionato.

sorella   Cosa?

marco Il trabocchetto. Guarda: uno appoggia la schiena qui e salta fuori la lama. (A dimostrare la perfezione del meccanismo appoggia alla quinta il palmo della mano: una lunga lama scatta in avanti con violenza. Toglie la mano: la lama rientra).

sorella (piangendo)    Ah, è morto così? Poveraccio!

marco    Ma perché te la prendi, era il tuo fidanzato?

sorella    No.

marco   E allora?

sorella   Mi stava raccontando che il duca...

marco Zitta, sta arrivando qualcuno. (Rialzano il morto, Marco si mette alle sue spalle sorreggendolo).

sorella    Chi è?

marco    Il nerbatore.

nerbatore (entra starnutendo con la solita modulazione di tipo gregoriano)    Aheeeaoheeeee... Aheeeaoheee... ehtci!

sorella    Salute!

nerbatore Salute? Sono due mesi e mezzo che vado avanti con questa storia. L'unico vantaggio che ne ho avuto è che m'han preso in duomo a cantare.

marco (sempre nascosto dietro le spalle del capitano morto) Al­meno ti scoppiasse il naso!

nerbatore (si volta di scatto e, rivolgendosi al capitano morto, convinto che sia stato lui a parlare) Scusa, ti spiacerebbe ri­petere questa splendida battuta? Io faccio collezione di battute spiritose, e questa proprio mi mancava...

sorella (fingendo di abbracciare il capitano in atteggiamento pro­tettivo)   No, non stare a farci caso... È ubriaco.

nerbatore Beh, ubriaco, ringrazia il cielo che sei con la ragazza di alcuni miei amici, altrimenti... (Si allontana sghignazzando).

marco (come sopra) Altrimenti ti prenderesti un sacco di le­gnate!

nerbatore (si blocca, quindi compie una vera e propria giravolta su se stesso: va verso il capitano deciso a dargli una lezione) E allora sei pure deficiente, oltre che ubriaco. Io mi ero permes­so di scherzare perché...

sorella    Te l'ho detto di non farci caso... È ubriaco!

nerbatore    Se lui è ubriaco io sono raffreddato, e quando in un popolo si arriva a mancare di rispetto perfino ai raffreddati, al­lora significa che questo popolo è sceso talmente in basso... è sceso talmente... (S'interrompe, torce il collo, dilata le narici: inizia a gemere modulando ispirato da perfetto solista grego­riano, quindi esplode in un potente starnuto sulla faccia del ca­pitano).

Marco si scosta rapidamente ed esce, non visto, di scena: il mor­to, privo di sostegno, cade a terra.

sorella (urlando disperata)    L'hai ammazzato!

nerbatore (sgomento) Io?! (Si dà una gran pacca sul naso, è disperato) Lo sapevo: ho lo sternuto velenoso!

sorella (gridando)    Ha ammazzato il mio fidanzato!

soldato (entrando)   Cosa è successo?

sorella (additando il capitano)   L'ha ammazzato!

soldato (indica il nerbatore)    Lui? E la spada dov'è?

nerbatore    Che spada?

soldato   O il pugnale col quale l'hai ucciso.

nerbatore   No, l'ho ammazzato con uno starnuto.

soldato (lo afferra per lo stomaco) Disgraziato! Mi prendi an­che in giro? Ma io t'ammazzo!

nerbatore (cerca di liberarsi dalla presa) No, non prendo in giro...

soldato   Era il mio capitano.

nerbatore    Cerca di capire...

soldato   Era il mio...

nerbatore (come percorso da un gran brivido si irrigidisce, dilata nuovamente le narici)    Scappa, mi sta tornando lo starnuto.

soldato    Macché starnuto!

Il nerbatore comincia a gemere nel solito modulato gregoriano: il soldato, dapprima perplesso, si va via via divertendo e si uni­sce al canto del nerbatore accennando una seconda voce in con­trappunto. Il nerbatore fa cenni disperati al soldato perché si allontani: l'altro non capisce. Sul finire della crisi mistico-cano­ra il nerbatore s'inarca in tutta la persona e scatta in avanti in un tremendo starnuto che investe il malcapitato scaraventan­dolo contro la quinta: scatta il trabocchetto. Il poveraccio ri­mane infilzato dalla lama e crolla stecchito a terra.

nerbatore (che al momento dell'incidente volge le spalle alla quinta, non s'è reso conto dell'accaduto. Il tonfo del soldato crollato a terra lo fa voltare di scatto. Rimane come impietrito. Poi alludendo alla corporatura imponente del soldato) Anche quelli grossi!! Che disgrazia! Lo verrà a sapere l'imperatore... Mi porteranno in Terrasanta a starnutire in faccia agli infedeli. (Gridando verso la quinta di sinistra) Mamme, sgombrate le strade, ritirate i bambini, cani e cavalli: passa la morte! (Con gesto solenne si avvolge tutto nel mantello e se ne va con ince­dere da ammazzasette).

Buio. Cambio di scena.

SCENA TERZA

Sempre davanti al siparietto scorre una strana macchina tutta leve, bilance e contrappesi: una specie di gabbia per le ripara­zioni ortopediche dentro la quale vediamo, imbragato, il mona­co. È avvolto in bende come una mummia. Uno stregone gli sta ricucendo gli arti. È assistito dal servo scemo del monaco. Il servo fa leva su di una stanga che mette in moto la macchina costringendo il monaco ad eseguire una serie di movimenti di­sarticolanti.

stregone (al servo)   Basta così. (Il servo continua eccitato). Ba­sta così!

monaco (commenta l'intera azione con urla di dolore)   Ahia!

Il servo ridacchia, beato, in contrappunto ai lamenti del pa­drone.

stregone Sì, le articolazioni funzionano benissimo. (Al servo) Vieni qua.

monaco Ahia! (Risata del servo). E vacci piano con sto ago: mi fai un male!

stregone (cucendo alla giuntura della spalla) Senti, te l'ho già detto: se vuoi un lavoro fatto bene, devo usare il punto erba incrociato... Se no, dimmelo: ti faccio una imbastitura alla bell'e meglio, come fanno tutti gli altri, cosi, la prima volta che dai la mano a qualcuno, gliela lasci fra le dita, braccio compreso.

monaco    Va bene, va bene, dicevo tanto per dire... È da stamattina che mi stai ricucendo! (Si tasta la coscia) A proposito, sei proprio sicuro che sia mia sta gamba?

stregone   Vuoi scherzare?

monaco Non so, me la sento più magra, più lunga... Non vorrei che per errore, tu m'avessi attaccata una gamba del duca...

stregone Fai un po' vedere? Eh già, per la miseria! È una sini­stra anche questa!

Il servo esplode in una danza gioiosa zompando frenetico sul­l'arto sciancato.

monaco (disperato)   Due sinistre !

stregone Porco Giuda, che guaio! Ma anche tu, che vai ad ac-corgertene soltanto adesso che l'ho già attaccata... Mi toccherà disfare tutto quanto!

monaco (con voce contratta) No! Lascia tutto com'è! Piuttosto di risentirmi ricucire a punto erba incrociato un'altra volta... (Lo stregone riprende a cucire). Ahi!... Eh no, adesso esageri!

Sghignazzata del servo.

stregone No, no, basta, ho finito. Ecco qua. (Dà un ultimo pun­to, sfila l'ago) Ci facciamo un bel nodo... così... (Esegue) Per­fetto. Adesso non ti muovere: fra qualche ora potrai andartene a casa anche a piedi.

monaco   Devo aspettare così tanto?

stregone Che cosa vuoi farci: la chirurgia è ancora ai primi pas­si. Ci vuol pazienza... Piuttosto, cosa posso fare ancora per te?

monaco Ma, dico, te ne sei già scordato? C'è il duca da rimet­tere insieme!

stregone (rammentandosene all'istante) Già il duca, il duca! (Si guarda intorno) Dov'è il duca?

monaco (seccato)   È lì, in quella cesta!

stregone Ah! (Rivolto allo scemo, indicando il monaco) Ehi, tu, sfascialo. (Solleva il coperchio della cesta) Oh, ma è tutto a pezzi...

monaco Beh, mica ti ho chiesto di risuscitarmelo. A me basta che lo rimonti.

stregone (allo scemo che ritorna da lui non avendo capito bene cosa debba fare, spazientendosi) Sfascialo! (Lo scemo dà se­gno d'aver inteso. Intanto lo stregone armeggia nella cesta) Una, due... Due teste?

monaco    Sì, due.

stregone    Non sapevo che il duca avesse due teste.

monaco    Ma no, l'altra è quella del suo sosia.

Lo scemo è tornato con una grossa mazza di ferro e assesta un gran colpo al monaco che, per fortuna, è protetto dalla gabbia. Il monaco terrorizzato si mette a gridare.

stregone   Ma cosa fai ? !

servo (con un ghigno beota, articolando con fatica)    Lo sfascio!

stregone Cosa hai capito, disgraziato! Ho detto di togliergli le bende... (Il servo, deluso, ripone la mazza. Lo stregone torna ad occuparsi della cesta) No, guarda, qui non si può far niente. È ridotto tutto a una schifezza: a una testa manca un occhio, all'altra un orecchio, qui c'è un piede senza il tallone... dimmi tu come posso imbalsamarlo!

monaco (disperato) Ma come me la cavo io, allora! Ho assolu­tamente bisogno di un facsimile del duca da esporre al balcone, perché la gente creda, almeno per una settimana, che il duca è vivo... e per dar tempo ai messi, spediti ieri, di arrivare all'im­peratore.

stregone (ha fasciato la gamba sistemandola in un'altra posizio­ne, e ora passa le bende al servo perché continui l'operazione) Se sono partiti ieri, fra un paio di giorni saranno a destinazione.

monaco (mentre lo stregone comincia a liberarlo dalla imbragatura) Vorrai, almeno, dare il tempo all'imperatore di arrivare fin qui, di entrare in città con una scusa qualsiasi, che so, per esempio, che è venuto qui per proteggere i cittadini da una e-ventuale invasione dei mongoli, eh? Allora si che potremo da­re la notizia della morte del duca... Capirai, con quel po' po' di esercito che si sarà portato dietro l'imperatore, voglio vedere chi avrà ancora il fegato di scendere in piazza a far caciara.

stregone Sì, sì, mi pare d'averne già sentito parlare in qualche altra occasione... di questa tecnica delle invasioni parifiche a scopo protettivo. Beh, è sempre una bella trovata, non c'è che dire!

monaco Sì, ma se l'imperatore non si spiccia a rieleggere un pu­pazzo che lo rappresenti, qui succede il finimondo!

stregone Un pupazzo, hai detto? (Si ferma come fulminato da un'idea: fa un cenno al servo che va a prendere un carrello sul quale è seduto un manichino privo della testa e di un braccio) Allora forse ho qualche cosa che fa per te. Guarda!

monaco   Cos'è, l'avanzo di un duello anche questo?

stregone No, è un manichino meccanico. Stai a vedere. (Intro­duce una chiavetta nel tronco del manichino e la fa girare, poi fa scattare una levetta che si trova all'altezza delle spalle).

Con discreta armonia, una delle gambe del pupazzo acefalo si solleva e va ad accavallarsi sull'altra, il braccio si solleva con qualche scatto e la mano incomincia ad articolarsi come volesse grattarsi il ginocchio: il tutto fra un grande sferragliare d'in­granaggi e di molle.

monaco Formidabile! Se non fosse perché gli manca la testa, sembrerebbe vivo. Fa giusto un po' di rumore...

stregone Per quello basterebbe oliarlo un po', ripulirlo... È più di un anno che sta qui in mezzo alla polvere.

monaco    L'hai fatto tu?

stregone No, l'ho comperato a Bisanzio. Sono bravissimi a fare di questi mammozzi animati, laggiù: è la loro specialità. Se a te interessa, in quattro giorni lo faccio funzionare che è una mera­viglia. Basterà cambiargli la testa... (Mostra una testa di tipo negroide) Questa era quella che aveva prima. Gliene mettiamo una che assomigli a quella del duca, e il gioco è fatto.

monaco L'ho sempre detto: sei un fenomeno. Guarda: se riesci a costruirmi un manichino che funzioni come si deve, ti metto in condizione di vivere di rendita.

stregone D'accordo. Preparati a mantenere la promessa. Ades­so prova un po' ad uscire, che dovresti essere in ordine. (Il mo­naco scende dalla macchina). Prova a piegare la gamba de­stra.

monaco    Ma quale destra, se ho due sinistre?!

stregone    Ah si: la sinistra di destra!

monaco    Questa?

stregone Piano, piano... Cerca di camminare. Vediamo un po' come te la cavi... Vieni. (Si allontana di qualche passo, batte le mani e stende le braccia in avanti verso il monaco con la trepi-dazione di una madre che sta insegnando a muovere i primi pas­si al proprio bambino).

monaco (cammina tutto sbilenco) Non è che con due sinistre si vada che è una meraviglia.

stregone Ma che t'importa! Per uno come te, abituato a tenere i piedi in tante scarpe, sinistra più, sinistra meno, cosa vuoi che sia! E poi, me la caverò meglio col pupazzo del duca. Ah, non ti ho detto la cosa più importante. (Indica il manichino sul car­rello) Quel fantoccio cammina.

monaco   No!

stregone  Sicuro.

monaco   Beato lui!

stregone   Basterà che qualcuno gli stia dietro per i movimenti. Vedi, dietro, sulla schiena, ha tante piccole levette, con le quali puoi fargli fare qualsiasi movimento.

monaco   Ma è un mostro!

Il servo porge allo stregone una mazzuola di legno. Lo stregone l'afferra deciso e comincia a battere sulle giunture del monaco per verificarne le reazioni.

stregone Ma sicuro! Verrà il giorno in cui, mostri di questo genere, saranno la gioia dell'umanità. Li manderanno a lavorare al nostro posto, e contadini e operai se ne staranno spaparan­zati in panciolle a guardare. (Batte un colpo secco sul ginocchio del monaco. La gamba ripiegata si stende con violenza e colpi­sce in pieno viso il servo che vola riverso al suolo).

Buio. Via il siparietto.

SCENA QUARTA

Appare il salone ducale. Al centro, sul praticabile, seduta in trono, si indovina una figura umana coperta da un lenzuolo, co­me fosse un monumento da scoprire. Vediamo la duchessa, Amalasunta e lo stregone.

stregone    Ci siamo tutti? Via con l'inaugurazione!

duchessa    Oh, come sono emozionata!

amalasunta   Anch'io: mi sembra di essere alla resurrezione di Lazzaro!

stregone   A voi, duchessa, l'onore di strappare il lenzuolo!

duchessa    Oh, no! Non posso...

monaco (entrando in scena nuovamente in abito talare) Su, basta con le cerimonie! Mica stiamo scoprendo un monumento. La­scia, che faccio io. Ecco, là! (Dà un gran strattone al lenzuolo).

Appare il manichino del duca approntato dallo stregone. In ef­fetti è sempre l'attore che impersonava il duca a dar vita al per­sonaggio del manichino. Ha il viso truccato con segni e colori evidenziati in una espressione sorridente e beata. Lo strattone, dato con troppa violenza al lenzuolo, fa precipitare in avanti il manichino.

stregone (afferrandolo al volo, seccato) Faccio io, faccio io. Ma­ledizione! (Rimette il manichino a sedere sul trono).

duchessa   Oh, mio Dio, è lui! È vivo! (Sviene).

amalasunta (fa appena in tempo a sostenerla per le ascelle) Aiuto, è svenuta... Sorreggetela, che devo svenire anch'io! (Lo stregone sorregge la duchessa: Amalasunta si lascia cadere sul seggio) Ooooooh...

monaco Su, su, non state a farci perder tempo, per favore! Met­tetevi lì tranquille, che dobbiamo ancora sperimentare come funziona nei movimenti. (La duchessa rinviene all'istante).

Sulla schiena del manichino è ben visibile il quadrante con le piccole leve per la manovra.

stregone L'ho provato stamattina. Andava che era un gioiello. Ma dopo sta botta! (Si porta alle spalle del manichino) Atten­zione: abbasso la prima leva. (Esegue).

Con scatti rapidi il manichino volge gli occhi da sinistra a de­stra e viceversa.

duchessa  Guardate come muove gli occhi!

amalasunta    E le palpebre... Pare una bambola!

monaco    Sì, sì, perfetto. Vai avanti con il secondo.

Lo stregone abbassa un'altra levetta.

 

amalasunta    Il braccio! Solleva il braccio!

Il manichino porta una mano all'altezza delle labbra.

duchessa    Manda baci!

In verità, fa il gesto, poco virile, di umettarsi le dita e le solleva fino alle palpebre ravviandosi le ciglia.

monaco    Sbaglio, o l'hai fatto un po' troppo effeminato?

stregone   Può darsi... Ma questo era un movimento che aveva già da prima: è un pupazzo bizantino e, fra i bizantini, sono molti i raffinati.

monaco   Raffinati ? Qui da noi li chiamiamo con un altro nome... Ma va' avanti.

stregone    Questa è la leva che fa muovere la bocca. (Abbassa una terza leva).

Il manichino apre e chiude la bocca come per parlare: senza emettere suoni, naturalmente.

amalasunta (come si trovasse a teatro, in loggione) Voce! Qui non si sente niente!

monaco    Che discorsi, mica pretenderai che parli sul serio!

amalasunta   Eh, ma cosi pare un sordomuto. A me non piace.

stregone (offeso) Sentite, io sono stufo! Se non vi va, me lo ri­porto a casa e amici come prima.

monaco No, no, non t'arrabbiare: a me piace moltissimo! Vai avanti!

stregone   Ora lo faccio gestire con ambo le mani.

Il manichino accenna un saluto. Si fa aria sventolando una ma­no. Poi finge di afferrare un ago con relativo filo e comincia ad agucchiare.

amalasunta (commossa)   Oh, duca di casa è!

monaco (sarcastico, senza pestare)  Io insisto a dire che da noi li chiamano con un altro nome...

Il manichino sembra aver accusato lo sfottò. Riunisce le dita della mano destra una sull'altra, quindi muove la mano ritmi­camente dal basso in alto alla volta del monaco, nel classico ge­sto napoletano che significa: « Ma che vuoi da me? »

amalasunta Ah, ah, che spiritoso! Sembra quasi che abbia vo­luto rispondere al tuo sfottò.

monaco Sì, Sì, è bellissimo... Prova a farlo alzare in piedi, ades­so. Vediamo come cammina.

stregone D'accordo. Attenzione che questo è il momento più difficile. (Abbassa la leva: il manichino scende dal trono senza drizzare le gambe e muove qualche passo restando completa mente ripiegato in due). Eh, no! Credevo di averlo messo a po­sto, stamattina. (Abbassa una leva, il manichino si blocca).

amalasunta   Certo, cosi non è più nemmeno tanto raffinato.

monaco   Ma non c'è una leva per farlo raddrizzare?

stregone No, purtroppo c'è un solo sistema: questo. (Si porta alle spalle del manichino e gli appioppa un pedatone: il mani­chino torna eretto sul tronco e riprende a camminare, cigolando ad ogni passo come una vecchia carriola arrugginita, scende il praticabile, arriva in proscenio e si ferma). Hai visto? Ha fun­zionato!

monaco Sì, sì, ha funzionato, ma se capita durante l'udienza... T'immagini la faccia dei convitati nel vedere te che raddrizzi il duca a forza di pedatoni?

stregone (insofferente, scocciato) Oh, insomma, te l'ho già detto: se ti va è così, se no...

monaco Sì, sì, calmati, mi va, mi va benissimo. Torna a farlo camminare, per favore.

Lo stregone abbassa una lévetta. Molto lentamente il manichi­no si muove, fa qualche passo producendo cigolii e sferragliamenti sempre più sonori, solleva un piede, lo distende con vio­lenza, esegue una mezza spaccata, torna a drizzarsi, va verso destra. Dietrofront. Altra spaccata, eseguita con tale impeto che, se non lo si trattenesse in tempo, finirebbe lungo disteso. Ricomincia a camminare rapidissimo. Si arresta ripiegato su se stesso. Lo stregone gli appioppa un altro calcio: il manichino si volta e meccanicamente lo schiaffeggia. L'azione si ripete finché il manichino aggredisce letteralmente lo stregone che indie­treggia terrorizzato.

stregone    Monaco, monaco, aiutami... Blocca la leva.

monaco    Sì, sì. (Si porta alle spalle del manichino impazzito: ab­bassa alcune leve, a caso).

stregone    No, quella è sbagliata... Fermatelo, fermatelo!

Il manichino, con grandi balzi, esce inseguito da tutti. La scena rimane vuota per un secondo, quindi il manichino rientra dal fondo e si accovaccia dietro il trono. Anche gli altri rientrano e cercano il manichino.

monaco    Dove si sarà nascosto?

stregone Andate a vedere da quella parte. Io guardo sul loggiato.

duchessa (affacciandosi al di là della quinta)   Non c'è!

Il manichino, non visto dagli altri occupati a cercarlo, si siede sul trono e riprende la mimica del cucire.

amalasunta  Eccolo!

Il manichino sussulta. Muove sgangheratamente tutto il corpo in un gran sferragliare, poi si lascia ricadere riverso, inanimato.

duchessa    Che gli è preso!?

stregone   Ho paura che si sia ingrippato tutto quanto.

monaco    Che guaio!

amalasunta    Lo prende a calci e poi si arrabbia se si rompe!

stregone Volete star zitti, per favore? Vediamo un po' se rie­sco a farlo funzionare. (Armeggia intorno al quadrante. Il ma­nichino riprende a muoversi, esegue gesti sconclusionati, si con­torce: gambe e braccia dappertutto. Poi, come una marionetta alla quale siano stati tagliati i fili, si lascia andare ripiegato su se stesso. L'esibizione finale è stata accompagnata da un cre­scendo a base di sferragliamenti, stridii, molle che saltano). Niente, non c'è più niente da fare. Devo riportarmelo a casa, smontarlo tutto e rimontarlo da capo. Mi ci vorrà un'altra set­timana.

monaco (disperato, afferra lo stregone per le braccia impedendo­gli ogni movimento)    Ma, dico, vuoi scherzare? Un'altra set­timana! Di là c'è un sacco di gente che è venuta apposta per par­lare con il duca: è la terza volta che rimando l'udienza...

stregone (si libera dalla stretta)    Io non so che farci, caro mio: se è rotto, è rotto. (Si avvia all'uscita).

monaco Eh, no, troppo comodo! Tu mi avevi promesso... (Lo insegue).

stregone Io non ho promesso un bel niente. Io ho detto solo che ci avrei provato. (Esce sempre tallonato dal monaco).

duchessa Su, su, invece di stare a discutere vediamo di rifare un altro tentativo. (Li raggiunge all'esterno).

Amalasunta rimane sola col manichino che ora sembra dar segni di vita.

manichino (parlando con la voce gutturale di Brancalone, sotto­tono)   Ahio, come i me sbusa sti feri, feréti, mole e rodèle!

amalasunta (guardandosi intorno) Ma senti, Brancalone, per­ché sei uscito? Da dove parli?

manichino (come sopra) Ma son chi, drento a sto manichino. Vogio vedar se me riesse de farlo fonsionar. (Solleva con fatica un braccio, cerca di farlo roteare fra il cric-crac continuo degli ingranaggi).

amalasunta Ma lascia perdere, che ci ricavi! ? Lascia che se la sbrighino da soli, che si arrangino, quelli!

manichino (come sopra) Mi digo che qui qualcossa ghe ricavemo. (Si dà pacche ai gomiti e sulle spalle per sbloccarne le giun­ture).

amalasunta Hai ragione. Forza: vediamo se ti riesce di farlo camminare.

manichino (come sopra) No, prima la voxe. (Parlando con la voce del defunto Galeazzo) Vogio vedar se riesco ad imitar quela del duca: la gera così? (Torna al tono gutturale del diavolo nano) No, questa la xe tropo nasale!

amalasunta    Ma no, assomiglia.

Entrano il monaco e la duchessa.

monaco   Amalasunta, che stai facendo?

amalasunta    Niente, cercavo di farlo funzionare per mezzo del fluido.

monaco   Del fluido? In che senso?

amalasunta    Nel senso che io gli ordino dei movimenti e lui li esegue. Stai a vedere. (Si avvicina al manichino, lo apostrofa con voce perentoria) Pupazzo rotto e vecchio, alza subito il tuo braccio!

Il pupazzo esegue.

duchessa (retrocedendo sorpresa e spaventata al tempo stesso) Straordinario... Sei proprio una gran strega!

amalasunta (con atteggiamento di studiata modestia)   Oeuh...

monaco    E io che ti facevo una sbruffona... Sei meravigliosa!

amalasunta    Questo è niente: il bello è ancora da venire. (Al manichino, come sopra) Saluta la duchessa!

Il manichino, sempre fra un gran sferragliare, si protende in avanti, afferra una mano della duchessa e gliela bacia.

duchessa (ritirando la mano, sgomenta)    Oh, che impressione!

manichino (torna a sedere sul trono) Sto braso el sìgola: daghe un po' d'ojo, per piaser.

monaco (sconvolto)    Sbaglio o è lui che ha parlato?

duchessa (si sente mancare)   Mio Dio! Sì, è la sua voce!

amalasunta   Ma no, non spaventatevi: sono io!

duchessa    Sei pure ventriloqua?

monaco    Ventriloqua con la voce da uomo?

amalasunta (spudorata) Si, da uomo Veneto: è la mia specia­lità.

monaco (fa il gesto di abbracciarla ma ci ripensa e rimane a rispet­tosa distanza) Oh, Amalasunta, che fenomeno di strega sei! Ti bacerei.

duchessa   Anch'io.

monaco Con permesso. (Scende dal praticabile e, correndo, esce sul fondo).

Amalasunta prende da terra un oliatore e cerca di dare olio alle giunture del manichino.

duchessa Ma, continua, continua... Fai vedere cosa sai fargli fare ancora.

amalasunta Beh, posso farlo volare (Il manichino la guarda preoccupato), passare attraverso i muri (Il manichino le fa cen­no con la mano di non esagerare), cavalcare un toro infuriato... (altro cenno più vistoso).

duchessa Ah, fantastico! (Dopo un sospiro profondo) E dim­mi, può anche...

amalasunta (scandalizzata) Oeuh! (Dopo un attimo di rifles­sione, scuotendo il capo) Gli manca l'anima...

duchessa (delusa)   Peccato!

monaco (rientra da destra) Amalasunta, te la senti di incomin­ciare subito?

amalasunta   A far che?

monaco A fargli tenere l'udienza. C'è un sacco di gente che aspetta di là nel salone.

Entra un messo che si accosta al monaco e gli parla all'orecchio.

amalasunta    Ah, per me, puoi far entrare chi ti pare. (Solleva un braccio del manichino e lo muove in su e in giù) Guarda, non cigola neanche un po'.

monaco (al messo, con stupore e gioia) No?! Bene ! A sto punto possiamo anche sospendere la rappresentazione.

amalasunta    Perché?

duchessa    Oh, no, mi stavo divertendo cosi di gusto!

messo L'imperatore è già arrivato a Travedona: domani sarà qui.

duchessa   Evviva!

monaco   Bravo! Ha fatto presto, eh!

messo Quando sono arrivato stava partendo per le crociate: non ha fatto altro che dirottare tutto l'esercito verso la Lombardia.

duchessa (entusiasta, gorgheggiante) Che bello! Avremo l'in­vasione dei crociati!

monaco Il gioco è fatto! Possiamo sospendere la sceneggiata. (Offre il braccio alla duchessa invitandola a seguirlo fuori sce­na).

amalasunta (il manichino le suggerisce qualche cosa) Ferma­tevi! (Indicando il manichino) Potrei fargli dare l'ordine di scarcerazione per quei poveri eretici incarcerati a causa mia?

monaco (seccato, indisponente) Basta ordini! Ti ho fatto diver­tire fin troppo. (Riprende a camminare verso l'uscita, al braccio della duchessa).

manichino (con voce terribile, perentorio) No, bella gente, voi di qui non vi movete! Dietrofront, fate la cuccia: uno, due, op.

Amalasunta finge d'essere stata lei a parlare, da ventriloqua.

monaco (tornando sui suoi passi, risentito) Amalasunta, a par­te il tono, non potresti parlare direttamente?

amalasunta No, è più divertente se mi ascoltate attraverso lui. (Appoggia una mano sulla spalla del manichino).

duchessa (stizzita) Ma neanche per idea! Io non ho più voglia di ascoltare nessuno, sono stanca... e poi devo andare a prepa­rarmi per domani. Vi saluto! (Fa per andarsene, ma viene let­teralmente inchiodata dalla violenza di tono della battuta del diavolo dentro il manichino).

manichino No, bellezza col cappello da fungo velenoso (allude alla foggia del suo copricapo), tu non ti muovi! Dietrofront e fai la cuccia! Uno, due e op!

duchessa (resta un attimo senza fiato)   Amalasunta! Che modi sono questi?! Sei impazzita?

monaco   La duchessa ha ragione: chiedile perdono! (L'afferra per un braccio e la costringe in ginocchio).

amalasunta    Ma, veramente... ecco, io... (Indica il manichino attraverso il quale Brancalone mostra grande allegria) È lui, sto disgraziato, che si diverte a mettermi nei pasticci...

manichino   Ah, ah, ah, Sì, Sì, mi diverto moltissimo... Ah, ah! (Ad evitare lo sguardo furente della duchessa, ritrae la testa dentro lo spesso girocollo del costume, fino a farla sparire quasi completamente).

duchessa (alla volta di Amalasunta, ritenendola responsabile del­le insolenze del manichino) Eh, no, smettila di prenderci in giro! Se ti ci provi un'altra volta chiamo le guardie e ti faccio frustare!

manichino (alla maniera di una tartaruga s'affaccia di nuovo dal costume, punta un dito minaccioso in pieno viso della duches­sa) Ah sì? E se tu chiami le guardie, io do ordine che vadano subito dal vescovo, me lo portino qui, che gli devo far annul­lare il nostro matrimonio.

duchessa (voltandosi di nuovo aggressiva verso Amalasunta) Senti, la sfrontata! Ma a chi credi di far paura, tu?!

amalasunta   Ma io non c'entro... Io... Brancalone, piantala!

duchessa   A parte che il vescovo è mio zio...

manichino (col dito puntato, come sopra)   E io lo faccio caccia­re a pedatoni, tuo zio: mi faccio eleggere vescovo al suo posto, ti scomunico, poi ti perdono, ti mando in convento, cedo la ca­rica di vescovo al monaco qui presente...

monaco (rivolgendosi ad Amalasunta)   Grazie, cara!

manichino (si leva in piedi con fatica e barcollando, sale i primi gradini della rampa a metà della quale si è rifugiata la ragazza) Do una bella festa e sposo l'Amalasunta...

amalasunta (scendendo per andargli incontro)    Oh, sì, sì, che bello, mi piacerebbe proprio diventare duchessa!

duchessa    Ah, ti piacerebbe, eh? (Afferra il manichino per un braccio e lo scaraventa giù dalla rampa).

manichino (compie una intera giravolta su se stesso e per poco non precipita dal praticabile) Pian, pian, disgrasiada: sono ai primi passi!

duchessa (ad Amalasunta)   Ah, ma questa me la paghi!

amalasunta (aiutando il manichino a rimettersi seduto sul tro­no)   Dammi retta, piantala con sti scherzi: qui va a finir male!

duchessa (scende sul proscenio e grida verso l'esterno) Guar­die! Guardie! (Entrano due soldati che indossano maglie di fer­ro a losanghe quadrettate). Prendete questa insolente e porta­tela di sotto.

Salgono d'un balzo sul praticabile, afferrano la ragazza.

manichino (urlando) Fermi li, deficienti a quadretti! Da quan­do in qua è mia moglie che da gli ordini in casa mia?! Mollate la ragazza e al suo posto prendete la duchessa!

I due, se pure storditi, ubbidiscono: scendono dal praticabile alla volta della duchessa.

duchessa (li blocca)    State indietro, mascalzoni!

manichino   Non state indietro, mascalzoni!

I due, impacciati, afferrano la duchessa.

monaco   Amalasunta, stai esagerando!

manichino   Prendete il monaco e dategli un sacco di legnate!

Le guardie lasciano la duchessa e tornano correndo sul pratica­bile, sulla rampa di sinistra, all'inseguimento del monaco. D'un balzo, lo raggiungono.

amalasunta   Brancalone, piantala! Vuoi rovinare tutto?

duchessa (al monaco, che cerca di liberarsi dalla stretta delle guardie) Ecco, che hai combinato col dar fiducia a questa stre­ga! (Ad Amalasunta) Ma io ti farò bruciar viva, disgraziata che non sei altro... Avanti, prendetela!

Le guardie; sempre più stordite, abbandonano il monaco per gettarsi alla cattura di Amalasunta.

manichino   No, non prendetela!

I due si fermano.

duchessa   Ubbidite!

Riprendono la corsa.

manichino   No, non ubbidite!

Si fermano di nuovo: scendono dal praticabile.

monaco   Ubbidite a lei!

Risalgono.

amalasunta    Ubbidite a lui!

guardie (sono ormai in uno stato di completo rimbambimento: non sanno più in che direzione andare. Di colpo si fermano ed eseguono un profondo inchino)    Scusate signori, ma dobbia­mo andarcene: il nostro turno di guardia è terminato, sarà per un'altra volta. Compermesso. (Dietrofront e via verso l'uscita).

manichino    Si, bravi, andate!

duchessa   No, fermatevi, non potete ricevere ordini da lui: non è il duca, ma solo il manichino del duca.

prima guardia (sorpreso, torna sui suoi passi)   Un manichino che parla?

duchessa    Sì, ma è la strega che lo fa parlare: è ventriloqua.

monaco (sottovoce alla duchessa)    No, per carità: è troppo pre­sto per scoprire il gioco.

prima guardia    È ventriloqua?

amalasunta (dandosi grande importanza) Si, di madre in fi­glia.

prima guardia    E il duca vero, dov'è?                 \

manichino (si leva in piedi e muove qualche passo con grande dif­ficoltà) E dove dovrebbe essere, deficienti? Avete mai visto un manichino che cammina?

monaco È lei che lo fa camminare. (Afferra una gamba del ma­nichino) Ma basta fare cosi ed è sistemato. (Svita qualcosa dal lato esterno del ginocchio del manichino).

manichino No, porco Giuda, il perno della rotula non vale... (La gamba si snoda in senso rotatorio: il manichino non riesce a sorreggersi) Ridammi il perno!

monaco Neanche per sogno! Anzi, ti stacco anche l'altro. (Ese­gue).

manichino No! Due perni in una volta... Esagerato! (Le ginoc­chio gli cedono di schianto: letteralmente « incrüsciato » ora si muove come uno storpio).

monaco   Fossi matto! (Nasconde i perni in una tasca dell'abito).

Le gambe del manichino eseguono attorcigliamenti da ballo negro.

manichino (stende la matto verso il monaco) Chi ruba il perno va all'inferno! Dame el perno!

duchessa (alle guardie) Siete convinti adesso che è solo un ma­nichino?

prima guardia (sempre più allocchito) Sì, sì, ma il duca vero, dov'è?

duchessa    Il duca non c'è più! (Drammatica) Il duca è...

duchessa (scende sul proscenio e grida verso l'esterno) Guar­die! Guardie! (Entrano due soldati che indossano maglie di fer­ro a losanghe quadrettate). Prendete questa insolente e porta­tela di sotto.

Salgono d'un balzo sul praticabile, afferrano la ragazza.

manichino (urlando) Fermi lì, deficienti a quadretti! Da quan­do in qua è mia moglie che da gli ordini in casa mia?! Mollate la ragazza e al suo posto prendete la duchessa!

I due, se pure storditi, ubbidiscono: scendono dal praticabile alla volta della duchessa.

duchessa (li blocca)    State indietro, mascalzoni!

manichino   Non state indietro, mascalzoni!

I due, impacciati, afferrano la duchessa.

monaco   Amalasunta, stai esagerando!

manichino   Prendete il monaco e dategli un sacco di legnate!

Le guardie lasciano la duchessa e tornano correndo sul pratica­bile, sulla rampa di sinistra, all'inseguimento del monaco. D'un balzo, lo raggiungono.

amalasunta   Brancalone, piantala! Vuoi rovinare tutto?

duchessa (al monaco, che cerca di liberarsi dalla stretta delle guardie) Ecco, che hai combinato col dar fiducia a questa stre­ga! (Ad Amalasunta) Ma io ti farò bruciar viva, disgraziata che non sei altro... Avanti, prendetela!

Le guardie; sempre più stordite, abbandonano il monaco per gettarsi alla cattura di Amalasunta.

manichino   No, non prendetela!

I due si fermano.

duchessa   Ubbidite!

Riprendono la corsa.

manichino   No, non ubbidite!

Si fermano di nuovo: scendono dal praticabile.

monaco   Ubbidite a lei!

Risalgono.

amalasunta    Ubbidite a lui!

guardie (sono ormai in uno stato di completo rimbambimento: non sanno più in che direzione andare. Di colpo si fermano ed eseguono un profondo inchino)    Scusate signori, ma dobbia­mo andarcene: il nostro turno di guardia è terminato, sarà per un'altra volta. Compermesso. (Dietrofront e via verso l'uscita).

manichino    Sì, bravi, andate!

duchessa   No, fermatevi, non potete ricevere ordini da lui: non è il duca, ma solo il manichino del duca.

prima guardia (sorpreso, torna sui suoi passi)   Un manichino che parla?

duchessa    Sì, ma è la strega che lo fa parlare: è ventriloqua.

monaco (sottovoce alla duchessa)    No, per carità: è troppo pre­sto per scoprire il gioco.

prima guardia    È ventriloqua?

amalasunta (dandosi grande importanza) Si, di madre in figlia.

prima guardia    E il duca vero, dov'è?                

manichino (si leva in piedi e muove qualche passo con grande dif­ficoltà) E dove dovrebbe essere, deficienti? Avete mai visto un manichino che cammina?

monaco È lei che lo fa camminare. (Afferra una gamba del ma­nichino) Ma basta fare così ed è sistemato. (Svita qualcosa dal lato esterno del ginocchio del manichino).

manichino No, porco Giuda, il perno della rotula non vale... (La gamba si snoda in senso rotatorio: il manichino non riesce a sorreggersi) Ridammi il perno!

monaco Neanche per sogno! Anzi, ti stacco anche l'altro. (Ese­gue).

manichino No! Due perni in una volta... Esagerato! (Le ginoc­chia gli cedono di schianto: letteralmente « incrüsciato » ora si muove come uno storpio).

monaco   Fossi matto! (Nasconde i perni in una tasca dell'abito).

Le gambe del manichino eseguono attorcigliamenti da ballo negro.

manichino (stende la matto verso il monaco) Chi ruba il perno va all'inferno! Dame el perno!

duchessa [alle guardie) Siete convinti adesso che è solo un ma­nichino?

prima guardia (sempre più allocchito) Sì, sì, ma il duca vero, dov'è?

duchessa    Il duca non c'è più! (Drammatica) Il duca è...

monaco (la blocca)    Il duca è nelle sue stanze.

amalasunta (urlando)    No, non è vero, il duca è...

monaco (con una mano le tappa la bocca, quindi alle guardie) Portatela via! Portatela via!

Amalasunta viene trascinata fuori scena dalle due guardie.

duchessa (affacciandosi alla quinta) E toglietele quell'abito, che è mio! (Esce da destra).

Restano soli, il monaco e il manichino.

manichino (ansimando per la gran fatica che gli costa quel muo­versi da sciancato) Monaco, piantala di far cagnara: ridammi sti do perni delle rotole!

monaco (carogna)    Ho detto di no!

manichino (di testa, disperato) Dame el perno, che me sbrago tuto. Varda! (Le gambe gli si stanno divaricando, sgangherate) Me sbrago, me divido in do! (Levando le braccia al cielo) Pietà per chi se sbraga! (Sconsolato) Che brutta vita fare el manichin senza perni. (Si lascia cadere all'indietro sul praticabile. Batte con violenza i glutei, si lamenta) Sul bulon!

monaco (bloccandosi di colpo) Ma, un momento! Adesso che ci penso: com'è che continui a parlare con tutto che quella strega non è più qui ad imprestarti la voce?

manichino (riprendendo il consueto tono sarcastico) Già, come mai? Pènsaghe un pò? !

monaco (dopo un attimo di perplessità, retrocedendo sconvolto) Santo cielo! Chi c'è nel manichino?... Uno spirito, un demo­nio?!

manichino (compiaciuto, modulando la voce in un accento perfido)    Sììì... Ti g'ha indovina! Proprio... un demonio! (Al pub­blico) II signore ha indovinato! Un premio per il signore. (Di nuovo al monaco) Via con la seconda domanda!

monaco (melodrammatico, sconvolto)  Spaventoso! E io che cre­devo che i diavoli fossero solo una invenzione dei preti.

manichino (fortemente risentito, battendo con gran violenza un pugno sul praticabile)   No, piano... Semmai sono i preti una nostra invenzione!

monaco (prende un atteggiamento ieratico e incomincia a recitare salmodiando)   Nunc tibi impero: tu qui es malus, ex hoc cor-pore quod fraude habes, abi.

manichino (sussultando in tutto il corpo)   Disgrasià, adeso ti te meti a esorcisare puranco un manichino?

monaco   Esci di li! Intra in malum pelagum unde venisti!

manichino (sembra sfasciarsi in tutte le sue giunture: gli arti si torcono in tutti i sensi scricchiolando)    Due volte e meso di­sgrasià! Non ti è bastato aver buttato a monte il grosso affare che avevi per le mani... (Strascicando gambe e piedi si porta ag­gressivo verso il monaco).

monaco    Che affare?

manichino    Ti g'avesto a disposizion un diavol truca da duca: mi! Pronto a servirti fin dove ti volevi, e ti xe andao a scasarme tuto quanto. (Quasi urlando) A robarme i perni de le rotole!

monaco    In che senso avresti potuto servirmi?

manichino (sottolineando il discorso con ampi gesti delle braccia) Avria podudo presentarte a l'imperador in persona: racoman-darte, farte elegere anca...                                         

monaco (deglutendo, esaltato) Vescovo?!

manichino Oheu, esagerà! (Dopo un attimo di riflessione) Pe­rò, vescovo! (Esaltato a sua volta) Pensa ti, la sodisfasion per mi, mi, un diavol, un diavol che fa eleger un vescovo! Me ven­gono i sgrìsoi dapartuto soltanto a pensarghe... (Trasognato) Mi, mi, poderte calar, de persona, el capelon roso in su la testa. (Mima il rito, eccitato, forzando la voce) Non se podria pì dir che i diavoi fan soltanto le pentole: anca i coverci faria!... E rosi, beli, col fioco! (Sospira sconsolato) Ma ti, pare che ti ghe provi gusto a sbatagiar a l'aria tuto quelo che mi me sforso de orga-nizar par 'l to bene!... Gero riuscito a scatenar la puta Amala­sunta, in manera che la se butase intorno a criar la notizia dela morte del duca e ti, ti me la va' a blocar proprio in sul pì belo!

monaco (con aria di compatimento) Vorresti farmi scoppiar la rivoluzione proprio adesso?

manichino   Ma saria il momento giusto!

monaco  Dici?

manichino Ma spalanca per un boto sto servelo paralitigo: faghe tor un po' d'aria, ch'el marcise! Xe pien de vermi: ragiona! (Scandisce smettendo per un attimo di parlare in Veneto) Do­mani arriva qui in città l'imperatore con tutta la sua truppa. (Torna ad esprimersi in dialetto, mimando con gesti appropria­ti le varie fasi del discorso) El pasa par la pusterla magior, cala el ponte, pasa soldaj sora cavaj, cavaj sensa soldaj, soldaj sensa cavaj, omini e done par cavaj e soldaj: i riva tranquili, beati, in piasa! Ah, comodo, par l'imperador, poder saltar sul balcon, afaciarse la par primo e, par primo, poder dar la bela notisia de la morte del duca: « Xe vero, citadini: el duca che 'l xe morto gera un balordon, un mascalzon, un tirano! Che 'l poda marsire in pace! Ma da questo momento le cose cambieranno! » E per poderse salvar la facia, povero imperador, sarà obligà a far pia­sa pulita de tuta la crica che stava intorno al mascalsone (punta l'indice sul monaco) ti par primo! (Si sforza di parlare in lin­gua) Salvo poi metter su un'altra bela crica che dia l'idea d'un cambiamento, ma che gli conceda gli stessi privilegi che 'l g'avea prima! (Sghignazza).

monaco (fortemente contrariato) Hai ragione, porco diavolo! (Il manichino, risentito, sferra un tremendo pugno sul praticabile. Il monaco, rendendosi conto in ritardo d'averlo involontaria­mente offeso, mortificato) Scusa... Scusami...

manichino Ti xe puranco vilan, benedeto! « Porco diavolo », el dise... (Riprende la lezione) Ma se ti, invece de spetar che i im­periali rivino comodi, comodi in città, apena ti xe ben siguro che lori i xe in dei paragi, ti ti sbati deciso a far sciopar, drento le mura dela città, una bela rivolusion in piena regola...

monaco    Con qualche comunitardo fra i capoccia !...

manichino G'ho dito: rivolusion in piena regola. Per forsa che ghe voi i comunitardi fra i capocia... Alora si che ti xe a cavalo: lori i son obligai a menar le mani e a mèterse con ti: i imperiali, a baterse per ti, perché se i voi salvar...

monaco (entusiasta: allievo diligente che si è ben preparato sul­l'argomento) La canapa che noi coltiviamo per loro, i transiti fluviali, i porti senza pedaggio...

manichino    Il pedaggio e il foraggio...

monaco   E il diritto di prelazione sulla segale...

manichino   E il diritto de bater moneda...

monaco   Dovranno salvare anche me!

manichino E tenerte bon, con tuto che ti xe un balordon che fa schivio anco a i àseni!

monaco (in contropiede) Bravo, vedo che l'hai imparata bene la lezione!

manichino (sorpreso) Che lezione? ! (Furente) Disgrasià, xe un'o­ra che son qui a sgolarme per insegnarla a ti, e ti, ti me sboti a dir che mi la g'ho imparada de ti?!

monaco Ma, vieni a fare il professore con me? Questa tecnica è vecchia quanto il mondo!

manichino E anco se la xe vegia, dal momento che la funxiona, perché non ti la g'ha applicada subito?

monaco (con commiserazione) Eccolo il dilettante che applica le regole così, senza preoccuparsi dei dettagli...

manichino    Che dettagli?

monaco Cosa credi tu? Che a quest'ora, la notizia che gli impe­riali sono a due passi, non sia già arrivata in città? Ma chi si muove più ora?!

manichino (con impeto) I comunitardi! I comunitardi arrestati al processo di Amalasunta! Se ti ti va a liberarli, a queli, i se move, e come! I son talmente scalmanadi! E drio a lori, i se mo­verà turi i altri de la città: a beccarse legnade da l'imperador che riva giusto de drio, davanti, de fianco: i impacheta in un fagoto e i ghe mete el fioco!

monaco (scuote la testa, sorride di compatimento) Ingenuo, non ti ha detto proprio niente la mamma?

manichino (attonito) La mamma? Ma mi son diavolo, la mam­ma... (Di colpo ha capito l'allusione: scoppia in una gran risata) Lucifero! Ah! Ah! Ti la ciami marna ti, Lucifero?! La marna d'i diavoli!... Se el te sente lu!

monaco Sta' tranquillo che li libereremo, i comunitardi, ma non nel modo che intendi tu!

manichino    Come, alora?

monaco Dobbiamo organizzargli una bella sceneggiata con l'Amalasunta interprete principale.

manichino   Come saria a dir: l'Amalasunta interprete?

monaco Ti spiego tutto mentre scendiamo. (Gli fa strada verso l'uscita).

soldato (entra di corsa gridando)   Gli imperiali! Stanno attra­versando l'Olona a Marnate.

monaco (eccitato)   Vanno di corsa!

manichino   Marnate xe qui a do pasi!

monaco    Adesso sì, che possiamo dire che sono nei paraggi.

manichino    I xe quasi drento la cerchia!

monaco   Ecco il momento di dare l'annuncio funebre!

manichino   Che annuncio?

monaco (portando le mani ad imbuto davanti alla bocca, grida) Il duca è morto!

manichino (imitando il monaco)    Hanno ammazzato il duca!

monaco (come sopra)   Hanno ammazzato il duca!

soldato (entra di corsa)   Hanno ammazzato il duca?

monaco (finge disperazione)    Si: è morto ammazzato! Vai!

Il monaco e il manichino escono a sinistra, il soldato a destra: incrocia la duchessa che entra in quel momento.

soldato (urlando)    Il duca è morto!

duchessa    Chi è stato a dare la notizia?

soldato   Non lo so. (A gran voce) Il duca è morto!

duchessa    Zitto, non gridare!

soldato (sottovoce, parlandole all'orecchio) Il duca è morto! (Via).

duchessa (attraversa la scena) Che guaio! Quando lo sapranno in città, si salvi chi può!

altro soldato (arriva sul loggiato, scende la rampa di corsa gri­dando) Si salvi chi può! Si salvi... (Vede la duchessa: s'inchi­na rispettosamente) Duchessa! (Riprende la corsa gridando a squarciagola) ...chi puòòò! (Via).

duchessa Ah, mi dispiace, ma io torno da mio zio vescovo! (Esce).

capitano (affacciandosi alla loggia di sinistra) Fate bloccare le porte di accesso al palazzo!

Il servo scemo passa felice danzando: vede il trono vuoto, ci si siede spaparanzato. Voci esterne e soldati che attraversano la scena.

soldato   Hanno ammazzato il duca!

altra voce    Il duca è morto...

altra voce Allarmi, allarmi! Chiudete le porte di accesso al pa­lazzo!

monaco (dalla loggia di sinistra)   Hanno ammazzato il duca!

manichino (entra vestito da frate. Ad alta voce, cantilenando) Chi ha ammazzato il duca? ! Chi ha ammazzato il duca? ! (Passa sotto l'arcata della rampa di sinistra senza abbassare la testa: gran capocciata) Ahia, che botta! Xe propio vero che pasar soto le scale porta rogna (vede il monaco sull'ultimo gradino) quan­do de sora ghe xe un monego!

monaco    Brancalone, sei pronto?

manichino Son pronto: soltanto che me par d'esser diventa un ovo de Pasqua con drento la sorpresa!

monaco    Quale sorpresa?

manichino Vàrdeme ben: de fora sont' un fra, ma drento, oh sorpresa, ghe xe un duca, e drento al duca, oh sorpresa, ghe xe un manichiti, e drento, oh sorpresa, ghe xe un diavol... che po' no xe manco un gran diavol... (si commuove) xe un diavolin, un diavolin... (prossimo al magone) ma con drento una gran no­stalgia de quando 'l gera un angelo!

monaco (sfottente, gli rifà il verso)    Un diavolo pasquale!

manichino (risentito) Ti non ti po'l capir, ti non ti xe mai sta un angelo... (sospira) ma mi gero angelo: belo, alto, biondo (sottolinea con ampi gesti) con tanti cavei, cavei dapartuto... gero tuto un bocolo, gero un bocolo solo. I me ciamava « el bocolo de Dio! » (senza pausa) e andavo volando pel ciel con do paletoni d'ali pien de piume che, par ogni svirgola che menavo (mima due poderosi colpi d'ala), ium, ium, gnaao (scatta col braccio in avanti a spaccare l'aria), un fulmine! Gero un fulmi­ne. Entravo drento a una nivola (descrivendo l'azione), sortivo dala nivola: la nivola g'avea el buso! Che quando gero pasao mi, zinzagando par el ciel: un formaio, pareva 'l ciel, par tanti busi che ghe gera! (Pausa, poi con malinconia) Bravo a gera mi: 'ndela mia squadra d'angeli gero el pì bravo de tuti (tornando ad eccitarsi), pì bravo che 'n arcangelo: certe scivolate d'ali (e-segue, mulinando le braccia, una sequenza di virate mimiche) pistaoaoa, gnao, zin... (Pausa, si guarda intorno, verso l'alto. Poi sussulta fingendosi spettatore di se stesso, quasi ad evitare d'essere investito da una folle picchiata) Zin, zin, zin, zin,... gnao,... ziin... (Pausa: imita il fragore di un'esplosione) Pum pumm!... Pum!

monaco   Cos'è?

manichino (sempre descrittivo, fabulatore) Entravo drento a una mugia de cherubini, i fasevo sciopar come un melon d'ago­sto: cherubini dapartuto... (urlando sadico) marmelada de che­rubini! (Si guarda intorno preoccupato che non ci sia qualcuno ad ascoltare) Che a mi, me son sempre stai antipatici i cheru­bini!

monaco    Perché?

manichino Perché durante la gran rivolusion celeste (guarda fra le quinte ad accertarsi che nessuno senta) i fasea la spia!

monaco    La spia?!

manichino Quando xe riva '1 gran giorno che m'han borlotonà giò all'inferno mi, che gero drio a cascar, son pasao visin (fa il gesto di precipitare) zie, visin a un cherubin che sghignasava: l'ho catao per un'ala, come a un polastro, gnac, e me lo son por-tao giò all'inferno. Son andao davanti a Lucifero: « xe '1 mio regalo », gnaf, « tie', Lucifero ». Lucifero l'ha catà, l'ha guarda, l'ha rivoltao de soto: « Cherubin, - g'ha dito, - ti geri l'ultimo dei angeli, ti sarà l'ultimo dei diavoli... (Fa il gesto di scaraven­tarlo lontano) Là, in fondo, a la porta dell'inferno: ti sarà el portier, el portinaro de l'inferno par l'eterno». (Compiaciuto) Lu, el g'avea questa cosa de le rime. (Con rabbia) I xe pasai un po' de ani: adesso el comanda tuto lu a l'inferno, sto cherubi­no... (Imprecando in acuto) Cancaro maledeto!

monaco    Zitto!

manichino    Perché? Cossa gh'è drio rivar?

monaco    Li vedi là, tutti in fila?

manichino    I xe i comunitardi? !

monaco    Certo.

manichino    Xe tuti ligaj... Ma com'è che i va cosi tantoni?

monaco Perché hanno gli occhi bendati, come tutti quelli che vanno alla forca.

manichino   Ma, ghe xe anco l'Amalasunta!

monaco    Sì, e sarà proprio lei a farci scattare tutta la sceneggiata.

manichino (sinceramente addolorato) Me despiase, povera Amalasunta! (È preso come da un brivido).

monaco    Beh, che ti prende?

manichino   Gniente, gniente...

monaco    Ti ricordi bene quello che devi fare?

manichino Mi me regordo de tuto. (Altro brivido) G'ho ripasà la lesion... (Serie continua di sussulti).

monaco (seriamente preoccupato)    Che ti prende?

manichino No'l so manco mi: xe de quando me son metùo in­doso sto vesti de fra, che me sento indoso una smania... (Muo­ve le spalle e le braccia in alternanza rotatoria).

monaco    Che smania?

manichino So manco mi... Una smania, un desiderio de move-me, de agitarme, de darme da far... Che so mi: fondar banche per trafugar moneda de trasportare all'estero, par esempio...

(Cammina tutto un sussulto alla maniera di « Sganarello assa­lito dalle pulci»).

monaco Basta, adesso! Smettila di cianciare e nasconditi lì die­tro. (Gli indica il pilastro del boccascena) Ti muoverai quando te lo dico io.

Entrano in scena, in fila, legati l'un l'altro ad un'unica corda e trascinati da una guardia, i comunitardi. Procedono lentamen­te, distanziati di poco. Al penultimo posto è Amalasunta. Sono tutti bendati e cantano mestamente.

comunitardi

Di poi che Dio sapeva, avanti lo crearlo,

che per un sol peccato l'uom si saria perduto,

ecc. ecc.

La guardia, ad un cenno del monaco, blocca il primo della fila: i comunitardi vanno a sbattere uno addosso all'altro, con rela­tivo contraccolpo di ritorno. Nel retrocedere, Amalasunta pe­sta i piedi all'ultimo della fila.

ultimo della fila (lancia un urlo di dolore) Ahi!... La mise­ria, fai un po' d'attenzione! Guarda dove metti i piedi!

amalasunta   E come faccio a guardare se sono bendata?

quarto comunitardo    Ragazzi, c'è una donna con noi!

terzo comunitardo    Una donna! Ne sei sicuro?

quarto comunitardo Beh, almeno, dalla voce m'è sembrato... Ad ogni modo, adesso verifico. (Da uno spintone ad Amalasunta che finisce sul piede dell'ultimo della fila).

ultimo della fila (accusa ricevuta col solito grido acuto) Ahi!... Eh no, adesso basta! La vuoi piantare?

amalasunta Ma che c'entro io! È questo qui, davanti a me, che mi ha spinta!

quarto comunitardo    Avete sentito?

terzo comunitardo    Eh, si, è proprio una donna.

secondo comunitardo Mi sbaglierò, ma io questa voce l'ho già sentita!

primo comunitardo Già, anch'io. (Ad Amalasunta) Chi sei? Di', parlo con te: come ti chiami?

amalasunta (con voce grave, nel tentativo di farsi passare per un uomo)  Come mi chiamo, io?

secondo comunitardoSì, tu.

amalasunta (come sopra)    Mi chiamo... Antonio dei Molini!

ultimo della fila (col tono del bambino al quale hanno rubato qualcosa)  Eh, no... Antonio dei Molini sono io!

amalasunta (disorientata, si dimentica di contraffare la voce) Oh, ma tu guarda la scalogna!

secondo comunitardo Ma è l'Amalasunta, la strega che ci ave­va fatti condannare!

primo comunitardo    Sì, è lei!

terzo comunitardo   Maledetta! Ma io ti strozzo!

I comunitardi cercano di gettarsi su Amalasunta: la qual cosa non riesce, grazie al fatto che sono tutti bendati e legati fra lo­ro. Nel parapiglia, uno dei comunitardi finisce puntualmente sui piedi dell'ultimo della fila.

antonio dei molini Ahiii! (Sottolinea il grido con veloci saltel­li su di una sola gamba).

monaco (che ha assistito alla scena, irrompe ora nella mischia) Fermi li, disgraziati! (Li spinge ai loro posti) Fra due minuti sa­rete tutti sulla forca, e vi mettete a litigare?!

comunitardi e amalasunta (in coro)    Sulla forca?

secondo comunitardo   Ci impiccano!

amalasunta     Anch'io?

monaco    Tutti, ho detto.

amalasunta (disperata) Ma che c'entro, io? Non ho niente da spartire con i comunitardi, io.

monaco    Ah no, eh?

amalasunta No di certo: sono io che li ho fatti andare in ga­lera, e tu lo sai!

monaco Taci, imbrogliona! (Ad alta voce perché lo sentano an­che gli altri) Quello è stato solo un trucco per farti assumere dal duca, ottenere la sua fiducia e poi ammazzarlo nel tuo letto!

comunitardi (in coro, sorpresi ed ammirati ad un tempo) Lei ha ammazzato il duca?!

monaco    Sì, lei!

amalasunta    Non è vero, io...

I tentativi di smentita di Amalasunta vengono coperti dalle e-sultanti felicitazioni dei comunitardi.

terzo comunitardo   Brava! Complimenti!

quarto comunitardo    Scusa se ti abbiamo trattata male poco fa.

secondo comunitardo   Non immaginavamo davvero...

Nell'affanno delle congratulazioni i comunitardi cercano di strin­gersi addosso ad Amalasunta. Uno di essi va ancora a capitare sul piede, non più anonimo, di Antonio dei Molini, la cui rea­zione è ormai una monotona disperata implorazione.

antonio dei molini    Aaaahìii !... Bastaaaaa !

primo comunitardo È un onore essere impiccati in compagnia di una donna cosi coraggiosa!

amalasunta (soggiacendo alle tentazioni mondane della scena) Il piacere è tutto mio!

guardia   Avanti, mettetevi a posto.

monaco (rivolto ora, con tono cospirativo, al manichino-diavolo che fa capolino dal pilastro in attesa di disposizioni) Dai, toc­ca a te! Liberali, e ricordati di raccontare la storiella dell'impe­ratore che non arriva più!

manichino (sottovoce, al monaco, ripete meccanicamente, come a ripassarsi la parte) La storiella dell'imperatore che non arriva più... (Poi, in vena di fare dello spirito) Ma li farà ridere? (Il monaco, con una specie di grugnito gli fa capire che non è quel­lo il momento di scherzare, risoluto, lo sospinge alla volta dei comunitardi. Il frate-diavolo-manichino prende a recitare il ruo­lo affidatogli, con voce stentorea) In ginocchio fratelli, che ve vogio liberare dal maligno!

comunitardi (in coro)   Chi ha parlato?

guardia   È un frate!...                                    

manichino (ripetendo in chiave di tormentone)  Un frate!

guardia    Avanti, ubbiditegli !...

manichino (come sopra)   Ubbiditegli!

guardia   In ginocchio!

manichino (come sopra)  In ginocchio!

monaco (recitando la sua parte nella cosiddetta sceneggiata) Fra­te, sei impazzito? Questi sono eretici, e tu me li vuoi confes­sare per mandarmeli in paradiso?

manichino (senza afferrare la situazione, con struggente ingenui­tà, al monaco) No, mi no: mi voreria mandarli all'inferno, ma ti xe ti che ti me g'ha dito...

monaco (gli taglia la battuta con un gesto di dispetto, quindi, a voce alta, con tono di chi riprende in pugno una situazione che stava per essere compromessa) E va bene! Mi hai convinto: confessali pure.

manichino Sì, li confesso... (Fulminato da una tardiva constata­zione) Eh, me meto a far el diavolo confesor, adesso?! Un po' di buon gusto, andemo!

monaco (impaziente, di nuovo sottovoce) Non stare a farmi per­dere tempo, per favore: gli imperiali saranno qui fra mezz'ora!

manichino (remissivo) Va ben, fago l'operasion de sta remision de i pecà, ma a la mia manera però. (Solenne) Sbasé 'l teston. (Li costringe uno alla volta a chinare il capo) Giò, tranquili che adeso ve libero del maligno...

amalasunta (riconoscendo la voce)   Brancalone, sei tu?

manichino Sì, son mi, tosota, ma sta' tranquila e làseme lavorar. (Verifica che tutti siano inginocchiati su una sola linea lungo il proscenio) Atension che pongo la man... (Si porta in cima alla fila e posa una mano sul capo del primo comunitardo) Pongo la man e tolgo el pecà. (Toglie di scatto la mano e fa il gesto di buttare via qualcosa di immondo. Ripete il rito sul secondo) Pongo la man e tolgo el pecà. (Si rende conto che la fila è un po' troppo lunga) Due alla volta se no femo tardi: pongo le man e tolgo i pecà... pongo le man e tolgo i pecà... pongo le man... e tolgo i... (Nel togliere la mano dal capo dell'ultimo comuni-tardo gli resta fra le dita una parrucca) ... la peruca! (Osserva divertito la testa completamente calva dell'eretico) Ma varda ti: un rivolusionario imperucà! (È giunto ora alle spalle della guar­dia) Anca ti: in ginogio!

guardia    Ma perché anch'io ? Io...

manichino Ti gavrà anco ti qualche pecà su la cosciensa, ande­mo! (La guardia si inginocchia di malavoglia). E via da la testa la marmita. (Allude all'elmo. La guardia se lo toglie). Mètite in compunsione... (La guardia china il capo). Pongo la man... Ti senti, ti ascolti la man che libera d'i pecà?

guardia    Sì, padre.

manichino E ascolta anco sto peston! (In sincronia con la bat­tuta, lascia cadere un gran pugno sulla testa della guardia che stramazza al suolo) Liberi tuti!

Dopo un primo momento di stupore, i comunitardi afferrano la nuova situazione e balzano in piedi esultanti cercando di scio­gliersi dalle corde, di togliersi le bende dagli occhi aiutandosi l'un l'altro, assecondati da colui che credono essere un frate provvidenziale.

comunitardi    Liberi! Liberi!

primo comunitardo Grazie! (Ad Amalasunta) È un tuo amico?

amalasunta   Altro che amico!

secondo comunitardo (al quale il manichino-diavolo ha tolto la benda)   Grazie, fratello!

manichino (commosso) Fratelo a mi? Adeso el me fa vegnir el magoni (Sospira profondamente per trattenere le lagrime. Si appresta a sciogliere dalle corde un altro prigioniero).

comunitardo calvo   Grazie, padre!

manichino (incredibilmente offeso) A chi padre, disgrasià! (Lo prende a calci).

Il quarto comunitardo provvede intanto a trascinare fuori sce­na l'ingombrante corpo inanimato della guardia.

terzo comunitardo   Dove possiamo trovare delle armi?

manichino Là, in fondo al cortile!... I g'ho già prepara mi; lan­ce e scudi! Po' andè subito a la preson a liberare tuti i altri fradei che i xe ancora drento! (Retorico, imponente) Che questo xe '1 momento giusto per la rivolusion! Viva la libertà! (I co­munitardi escono di corsa ad armarsi). La rivolusion per la li­bertà de la rivolusion... eccetera!

amalasunta (la cui battuta non è raccolta dai comunitardi ormai lontani) No, no, aspettate! Non è affatto il momento questo di pensare alla rivoluzione... Tornate indietro!

manichino (preoccupato, cerca di bloccarla, urlando) Amalasuntaa!                                                               

amalasunta (imperterrita)   Tornate indietro! Ascoltate!

manichino (come sopra) Amalasunta! (La ragazza si volta; il diavolo-manichino le sorride atteggiandosi a padre tollerante) Lasa che i faga...

amalasunta Come, lasa che i faga?! L'imperatore sarà qui a momenti e li farà tutti a pezzi, se non scappano subito!

manichino Ma no! L'imperador no 'l rivarà pì. Me lo g'ha dito el monego poco fa: el gera disperà per via che adeso no 'l po-darà pì vegnir eleto vescovo! I so' crosaj fan le smorbiarie, i ca­pricci: i voi andar in Terrasanta, no i voi pì venir qui a Milan. I dise che se mangia da can, che fa fredo e le done son smorfio­se! Tute scuse, d'acordo, ma g'avemo de profitarne che questo xe '1 momento bono per moverse e darse da far!

amalasunta    Bene, allora vieni: andiamo anche noi con loro.

manichino Ma no, mi no podo. Son sempre el duca, anco se son un manichini farme veder coi ribeli no xe de bon gusto!

amalasùnta   Allora esci dal manichino!

manichino (afferrando e tirando gambe e braccia come se volesse liberarsi da un involucro) No podo sortir: g'ho già prova. Son tuto imbraga in sto papochio de mole, moletine, feri, feréti! (Amalasunta si è ora impadronita di un lungo bastone. Mentre il manichino, sulla scalinata che conduce al loggiato, tenta inva­no di districarsi dai suoi immaginari ingranaggi, gli assesta una bastonata all'altezza del coccige. Il manichino si ritrova lungo disteso sui gradini) Disgrasiada! Sul bulon sacro!

amalasunta Voglio vedere se riesco a liberarti dal manichino! Se lo mando a pezzi... (Risolleva il bastone, decisa a sfasciarlo).

Entrano correndo Marco e la sorella.

marco   Fermati, per carità!

amalasunta   Chi sei?

marco    Sbaglio o quello è il duca?

sorella  Sì, è lui.

marco (ad Amalasunta) Ti prego, lascialo ammazzare a me! Ho giurato sulla tomba di mio padre che l'avrei fatto... Ti prego, lascia che gli dia almeno una pugnalata! Una sola!

sorella    Sì, anche a me, una pugnalata!

amalasunta (facendo mulinare il bastone)   Indietro!

marco (implorante) Piccola... Qui, sul collo... Non se ne accor­gerà nessuno!

manichino (commosso, comprensivo) E lasa che 'l me daga sta pugnalada, andemo!

amalasunta   No, ho detto!

La sorella riesce a sgattaiolare dietro la scala e si avventa sul manichino.

manichino    Amalasunta, aiuto! Questa la me scana!

amalasunta (mette in fuga la ragazza) Invece di stare a frigna­re, cerca di liberarti, cerca di uscire dal manichino... (Rincorre la sorella di Marco sul loggiato superiore).

manichino (cessa all'istante di parlare in dialetto) Ci ho già pro­vato, ma non ce la faccio: mi sono imprigionato dentro sto papocchio di ingranaggi, molle e mollettine... Can de l'ostrega... Macché, di qui non esco più! Can d'un... E non ce la faccio più manco a parlare in veneto, boia Faust! (Si sente un gran frago­re, come di tuono: il diavolo-manichino si drizza di scatto, le braccia sollevate, tutto un tremore) Scusa, Lucifero, m'è scapada: no volevo ofenderte col: boia Faust...

amalasunta (guardando al di là del loggiato, verso l'esterno) Macché Lucifero: è la porta della prigione che è crollata!

manichino No xe Lucifero?... Va' in majora, Lucifero! El me g'ha fato tor un spavento!

marco (portandosi anch'egli a spiare dal loggiato superiore) I ri­belli! Hanno sfondato il portone!

sorella (dal lato opposto) Stanno venendo anche da questa parte.

amalasunta (acchiappa il pupazzo animato e lo spinge in alto, sul loggiato) Sbrigati, Brancalone, non c'è tempo da perdere, ti devo liberare dal manichino. Salta giù!

manichino (aggrappandosi disperatamente alla balaustra) No, Amalasunta, non sbaterme de soto che g'ho 'l compleso! Me re-gorda la caduta dal paradiso!

amalasunta    È l'unica maniera per liberarti dagli ingranaggi.

Spintone: il manichino scompare sul fondo al di là della balau­stra. Urlo e tonfo.

marco    Che hai fatto?

sorella    L'ha buttato dal loggiato.

marco Oh, no! No! (Scoppia a piangere) Io, io dovevo ammazzarlo!                                                           

amalasunta (si sporge dalla balaustra sul lato interno da dove è cascato il manichino) Che macello! È caduto in piedi... s'è tut­to rincalcato... pare un bambino, adesso; ma non s'è sfasciato.

monaco (entra trafelato: impugna una spada) Brancalone, forse abbiamo esagerato: sulla piazza ci sono un migliaio di scalma­nati che urlano, che cercano di entrare... (Si guarda intorno, poi ad Amalasunta) Dov'è il duca?

amalasunta (si siede sui gradini, con aria annoiata) È sceso un attimo.

monaco    È sceso da che parte?

amalasunta    Per di là. (Indica il loggiato).

monaco   Ma per di là non ci sono gradini.

amalasunta    Ah, no? Oh, tu guarda, che sbadato!

monaco Maledetta, sei stata tu, eh? (Sale la rampa, la spada le­vata in alto, pronto a colpire).

Amalasunta s'appresta a riceverlo mulinando il suo lungo ba­stone.

marco    Chi è quello?

amalasunta    È il monaco: il consigliere del duca.

marco   Questo melo prendo io...

Il monaco si volta verso Marco che lo sta per colpire alle spalle, blocca il fendente, carica a sua volta. Mentre il monaco e Marco duellano, da fuori salgono voci confuse e grida di folla. Il mo­naco, pur se pressato dagli assalti di Marco, riesce a guadagnare il ballatoio di destra.

amalasunta (a Marco, recitando stizza e apprensione) Lo sape­vo che te lo saresti lasciato scappare. Fermalo, che se gli riesce di arrivare sul loggiato non lo pigliamo più! Di lì c'è una scala.

monaco C'è una scala? Grazie d'avermelo ricordato. (Si infila di corsa nel loggiato e scompare: urlo e tonfo).

amalasunta (sorridendo carogna) Eh, no, mi sono sbagliata: non c'era la scala.

Entrano di corsa alcuni comunitardi armati di lancia e scudo.

primo comunitardo    Per di qua! Il monaco è entrato da quella parte!

secondo comunitardo (ad Amalasunta)   Dov'è il monaco?

amalasunta    È sceso un momento a scavare un buco.

Entrano altri comunitardi armati: trascinano la duchessa.

primo comunitardo    La duchessa! L'abbiamo presa!

duchessa  Lasciatemi, mascalzoni! Fra poco arriverà l'impera­tore e ve la farà pagare a tutti quanti!

amalasunta Oh tu, guarda! Chi non va dallo zio vescovo si ri­vede!

duchessa Strega maledetta! Dovevo immaginarmelo che eri u-na di loro...

Squilli di tromba. Rulli di tamburo. Voci provenienti dal di fuori.

voce dall'esterno Allarmi, allarmi, stanno arrivando gli im­periali!

primo comunitardo (sale sul loggiato per sincerarsene) Gli im­periali! Stanno arrivando gli imperiali! (Si butta dalla rampa, terrorizzato).

amalasunta (trattenendo due armati che se la stanno squaglian­do) Fermi, non dategli retta. Non possono essere gli impe­riali. L'imperatore non arriverà più: è in Terrasanta con i suoi soldati.

tutti (tornano sui loro passi, rinfrancati)   Bene!

amalasunta   Prendete la duchessa, rinchiudetela nella sua stan­za e poi tornate qua.

marco (entrando eccitato)    La duchessa? (Ansimando, quasi morboso) Datela a me la duchessa!

amalasunta (lo blocca) Zitto, tu! In fila con gli altri. (Lo spin­ge sul praticabile) Se volete fare qualcosa, questo è il momento di muoversi!

secondo comunitardo    Ma sei sicura dell'imperatore?

amalasunta    Certo, me l'ha detto il frate che ci ha liberati.

marco    Ma dico: ci facciamo comandare da una donna?

terzo comunitardo Sei proprio sicuro che sia una donna, que­sta? (Rivolto agli altri) Avanti, muovetevi, cerchiamo di uscire dal palazzo: dobbiamo unirci a quelli di fuori!

marco    Il primo che scappa l'ammazzo!

amalasunta    Aspettatemi, vado a prendere una lancia e uno scudo. (Esce).

terzo comunitardo    Sbrigati! (Agli altri che si stanno ammuc­chiando in gran confusione) Ma non cosi come pecoroni! Alli­neati su due file e cantare!

comunitardi (cantano)

Che ci importa se domani

con la patria liberata

ci dovremo render conto

che ancor non è finita,

che dovrem tornare in piazza

a pigliarci i calci in faccia,

se del nostro sacrificio

chiederanno: « a che è servito? »

Forza avanti, forza avanti, a costo di crepar!

Che c'importa se domani,

su sta barca sgangherata,

scoprirem la stessa gente

che al timone si è abbrancata;

che se il vento va a calare

noi di nuovo qui a remare

sempre chin sul groppone:

fin che dura hanno ragione.

Forza avanti, forza avanti, a costo di crepar!

(Escono di scena).

marco (ultimo della fila, fa dietrofront e se la dà a gambe)   Viaaa! (Attraversa la scena velocissimo, sale la rampa per scomparire in fondo alloggiato).

amalasunta   Torna indietro, vigliacco! (Lo rincorre sulle scale. Desiste, scende per raggiungere gli altri) Aspettatemi!

Dall'esterno giungono alte grida di comando e un rimbombare di passi marziali, come di un esercito in marcia: il tutto sotto­lineato da rullii di tamburo. Le grida vengono in primo piano.

voce del manichino-duca-brancalone Avanti muoversi! Pas­sare dal quadriportico maggiore! Cercate di prenderli alle spal­le. Scattare! Mi vago da st'altra parte!

I passi si allontanano.

manichino (entra, ridotto ad un troncone saltellante su due gam­ete di una spanna ciascuna. Urla e si agita come un ossesso) Avanti, moverse imbragà! 'Ndemoo! (Fa mulinare la spada con grande energia).

amalasunta (da sopra il praticabile. Il manichino-ridotto le vol­ta le spalle: non l'ha veduta) Brancalone, come ti sei rical­cato!

manichino (imbarazzato, finge disinvoltura) Ghe son abituà al rincalcao... Son nasuo rincalcà...

amalasunta (guarda verso l'esterno)   Ma chi sono quelli? (Scon­volta) Gli imperiali? manichino (come se li scoprisse in quel preciso istante)    Eh già, xe i imperiali, simpatici xe...

amalasunta (urlando)   Gli imperiali! (Desiste: si rende conto che ormai nessuno dei suoi compagni la potrà sentire) Ma non erano in viaggio per la Terrasanta?! (Guardandolo con odio) E io che ti avevo creduto!

manichino   Beh, se vede che i g'ha ripensà. I xe dei originali, queli, eh! I van, i vegne, i ghe ripensa: i fa la guera a scopo tu­ristico, più che altro, ti i devi capir!

amalasunta    E tu ti sei messo con loro?

manichino (offeso)   Mi con gli imperiali? Xe lori che i xe metùi con mi. Mi andavo per la mia strada, pasin paseto: a un certo punto me rivolto, me i vedo de drio che i marcia, arma de fero, su i cavaj; e che i me fa: « Largo bambino ». Bambino a mi?!

amalasunta (esplode fuori di sé)    Maledetto! E poi dicono che i diavoli non hanno una mamma! Eh, no, Brancalone, tu ce l'hai per forza una mamma.

manichino (sorpreso)   Un'altra volta?

amalasunta    Altrimenti, come potresti essere figlio di buona donna fino a sto punto?!

manichino (spalancando le braccia, rivolto al fondo della platea) Lucifero, xe la tua giornada!

amalasunta (scende dal praticabile decisa a farlo a pezzi)   Tut­ta sta scena perché mi buttassi a incitare quei poveri illusi così da mandarli allo sbaraglio! Diavolo maledetto, traditore, sei proprio la peste del mondo, la rovina di tutte le cose! manichino (menando un gran fendente al suolo che rimbomba per tutta la scena e assumendo di colpo una maschera terrifican­te e nello stesso tempo pateticamente disperata)    Saveva mi che andava a finir così... I altri rovina, i pesta, i masa, i brusa, i combina un saco de porcherie, i combina la tera chela par de geso: de geso, par tante osa de morto che ghe xe in giro, che t'intopichi dapartuto! Po', a la fin, de chi xe la colpa? De quei che i fa i giochi de prestigio con la religion, la morale, la poli­tica, che i mete insema, come drento una bela torta coi lupini e le ughete, tanto il comercio che la guera, le benedision e le spa­de, le bandere, el milite ignoto e la sacocia de i baiochi? No, tranquili, i sior de la torta coi lupini no i ghe c'entra: la colpa, xe sempre del diavolo: l'è lu che 'l fa tuto! (Pausa poi, furente) Xe ora de finirla! Se ti voi saver: quel poco che g'ho imparao mi, mi l'ho imparao da voialtri! Xe da che mondo xe mondo che vago a scola da i omeni; e in sta scola, me ritrovo ad eser sem­pre l'ultimo dela clase, sempre a l'ultimo banco coi ripetenti stangoni! Mi, picolo, perverso! (Ride amaro) Ah, perverso? Un diletante son, un diletante! (Singhiozza e geme sconsolato). amalasunta    Taci! (Quasi sottotono) E deficiente io che mi do delle arie: credo di essere una gran furbacchiona perché rubo un pollo e poi, basta prendermi sul sentimento, che ci casco co­me una tarlocca! Bel servizio che ho fatto a quei disgraziati: li ammazzeranno!

manichino (scocciato, sbrigativo e sarcastico al tempo) Non ti star a perder tempo coi sfoghi lirici. Cerca pitosto de capir che xe l'ora de taiar la corda; o ti vo proprio finir « de profundis » per la « gloria del popolo oppresso »?! (Amalasunta sta per usci­re. Si ode un fragore di armi, che proseguirà, alternato a brevi attimi di silenzio, per tutto il monologo seguente, come se fuori scena si producessero serie di scontri: cruenti, rapidi e di volta in volta risolutivi. Il manichino dirige le operazioni restando in scena al riparo della quinta di destra) Forza, imperiali! Fe' l'acerchiamento ai ribeli, 'ndemo! Via con le lance, spade e piche, 'ndemo! (Fragore di lame e scudi che cozzano con violenza). Via contro quei che combate! (Fragore come sopra). Quei quatro che i resiste! (Breve sequenza di schianti). Drio a quei due che i scapa! (Breve attimo di silenzio, fragore secco di lame, di nuo­vo silenzio). Basta così... (Allunga il collo per verificare) No, ghe ne xe un che g'ha alsà la testa. (Un solo botto tremendo. Pausa. Tornando in prossimità della ribalta soddisfatto e sghi­gnazzante) Fine della rivolusion! (Di colpo, sulla faccia, gli si spegne l'allegria. Torce il collo, tira su col naso, spalanca due occhi malinconici alla volta del pubblico) Me despiase, digo la verità... Me despiase, poveri ribeli (sbircia in quinta) vàrdali là, che i par tanti sachi sbusai pien de sangue! (Si commuove) Me despiase perché, a pensarghe ben, i gera nel giusto. L'inten-sion la gera bona, onesta, i g'avea reson. (Gridando) I g'avea reson! (Disteso, con voce sofferta) Soltanto che i gera in pochi, i gera tropi pochi! (Ridendo provocatorio) I gera in pochi per­ché i altri i dorme sempre! (Sopratono con gran compiacimen­to) Sempre i dorme! (Al pubblico che, a seconda dei casi, rumo­reggia, applaude, zittisce, fischia: dipende da teatro a teatro, ma che ad ogni modo sempre reagisce in modo evidenziato alla provocazione suddetta) No sti a far frecaso, benedeti, che dopo i se desvegia davero e i xe guai per noi altri... Lasii dormir; e dormi anca voialtri: beati, tranquili e insognive de i imperiali, che i vince sempre! (Pausa, poi buttando via) Par adeso!

Inizia fuori scena la canzone degli imperiali che vediamo en­trare in gran numero con passo marziale, perfettamente allinea­ti e affiancati: formano, con gli scudi, una strana macchina, una barriera che si snoda per tutta la larghezza della scena. Il mani­chino-nano osserva soddisfatto la parata e applaude agli impe­riali che cantano.

imperiali

Para para parazipunzi pà!

Siam gli imperiali e non ci ferma nessuna ragione né legai né civile né umana: di pretesti per far l'invasione ne inventiamo a bizzeffe ogni dì.

Col pretesto di mettere pace in un popolo che sta in rivolta arriviamo tremila per volta e la pace dei morti portiam.

Para para parazipunzi pà! Siam gli imperiali e non ci ferma nessuna ragione né legai né civile né umana: di pretesti per far l'invasione ne inventiamo a bizzeffe ogni dì.

Che ci importa se gli uomini onesti

van gridando che siamo schiavisti,

prepotenti coi poveri cristi:

chi ci tiene bordone l'abbiam!                          

Para para parazipunzi pà!

Son tirapiedi, son governanti

di tipo nostrano

sempre pronti a tenerci la mano:

ecco giungon con aria devota

comprension ed appoggio ad offrir,

comprensione per tutte le stragi,

per le terre ridotte a bracieri

e per tutti quei bei cimiteri

monumenti della libertà.

Para para parazipunzi pà!

Siam gli imperiali!

Sempre cantando gli imperiali escono di scena. Entra la duches­sa che tiene per mano il monaco ridotto anch'egli a nanerottolo in seguito al cascatone. Il monaco indossa un abito vescovile, rosso scarlatto, di proporzioni ridottissime. Ha con sé una co­rona di lauro d'oro che posa sul capo del diavolo-duca. Sul cre­scendo della canzone, mentre i capitani e la duchessa si inginoc­chiano, il duca pone sul capo del neovescovo il cappello rosso.

I  due nanerottoli si abbracciano. Alle loro spalle, provenienti dalla quinta di sinistra, rientrano sfilando gli imperiali: il primo passaggio era avvenuto in senso inverso: ora possiamo vedere il rovescio della macchina: ci rendiamo conto che proprio di una «macchina» si tratta: dietro gli scudi, appaiati l'uno all'al­tro, non vediamo altro che una teoria di teste di manichini na­scoste dentro elmi di ferro, ma sotto non c'è corpo. Dal lato bas­so degli scudi pendono stivali impagliati che ondeggiano avanti e indietro a simulare un passo marziale. Tutta la macchina, di­visa in quattro tronconi, è trasportata da soli sei uomini.

Il diavolo-duca-nano e il vescovo-dimezzato tornano ad abbrac­ciarsi con l'euforia di due calciatori che hanno appena segnato il gol della vittoria.

Sipario.

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